Madhukar, come definirebbe il Suo messaggio in poche parole?
Che ogni persona, indipendentemente delle sue circostanze di vita, è libertà e pace.
È allo stesso tempo anche il messaggio fondamentale di Advaita?
Sì, il messaggio di Advaita è: Tu sei Questo! Essere tutt’uno, Essere qui. Il Questo comprende tutto. Nella nostra cultura e nella tradizione cristiana il Questo viene chiamato Dio, l’intero universo. Nella tradizione dell’Advaita il Questo viene descritto con “Sat-Chit-Ananda”. Si traduce generalmente con esistenza-coscienza-beatitudine. Secondo la mia esperienza, anche la beatitudine è solo un’apparenza di corpo e mente.
La pace è verità assoluta: questo è conoscenza vera. Perciò descriverei il Questo con: esistenza-coscienza-pace. Advaita è una direzione filosofica e la filosofia non può mai spiegare realmente l’Essere o l’esperienza dell’Essere, ma può solamente provare a interpretarlo. La verità assoluta è che la Divinità è già qui. Non viene da fuori, ma esiste in ognuno di noi. Non c’è separazione. Solo Essere. Non esiste dualità. Questa è l’essenza dell’Advaita. La parola del Sanscrito indo-germanico significa letteralmente “non-dualità”.
Lei chiede alle persone che L’ascoltano di indagare sé stessi. Cos’è la sostanza dell’autoindagine? Come la si pratica?
Non esigo niente dalla gente. Ma presuppongo che vengono nelle mie riunioni perchè vogliono sentire la verità assoluta, riconoscere chi sono. Perciò consiglio l’autoindagine. Tra l’altro la parola autoindagine secondo me è più adatta che autoricerca, perché la ricerca secondo la nostra comprensione è legata con attività.
Autoindagine significa due cose: per prima cosa tratta del Sé. Il Sé ha sempre a che fare con me stesso. Il Sé viene definito dalla scienza moderna come concetto per descrivere quello che è la nostra coscienza, la consapevolezza conscia. Gli scienziati, i neurologi e psicologi non sanno con certezza, se si tratta di una coscienza personale o se, in realtà esiste una coscienza assoluta, la quale viene percepita solo tramite l’identificazione del corpo e della mente come coscienza individuale. L’Advaita si riferisce al Sé già da millenni di anni.
In secondo luogo, l’autoindagine ha a che fare con la ricerca della sorgente dell’Essere. L’orientamento su questo non lo vedo come ricerca con la mente, ma più come un risveglio permanente dal nostro sogno quotidiano, il sogno di una realtà apparente: arrivare Qui e raggiungere la verità assoluta. Essere qui. La verità assoluta per me è qualcosa di molto naturale. Nella terminologia dell’Advaita chiamiamo questo Sahaja Samadhi, Essere naturale. E siccome so che ciascuno è Questo, è possibile per ognuno conoscerlo.
Nelle antiche tradizioni di saggezza spesso mettevano condizioni per aprirsi ad una via o per praticare una via di saggezza particolare. Come funziona l’autoindagine? La possono fare tutti? Sono necessarie particolari condizioni fisiche, mentali o morali?
Non è compito mio dire alla gente: “Dovete fare questo o quello e soltanto allora potrete riconoscere chi siete”. Non vorrei appesantire nessuno con condizioni morali o etiche. Ciascuno di noi ha già in base alla sua educazione e cultura certi concetti etici e vive conforme a questi o li contravviene. Qui però non si tratta di morale, ma di riuscire a capire, chi “è” realmente presente. Per questo non c’è bisogno di particolari presupposti.
È sufficiente il desiderio ardente di libertà. Se la libertà esiste veramente, deve essere qui e adesso. Se la verità esiste, deve essere qui e adesso. È dimostrato dalla storia che sia uomini non etici, che quelli che erano considerati moralmente superiori, si sono risvegliati, completamente indipendente dalla loro vita precedente.
Se il risveglio li ha resi uomini “migliori” – bene, però questo non è essenziale. Si tratta della conoscenza di se stessi. E questo è possibile, indipendentemente di ogni condizione.
Evidentemente alla maggior parte degli uomini risulta difficile risvegliarsi spontaneamente. Ci sono degli ostacoli. Lei a cosa riconduce che la sola informazione non basta per il risveglio? E secondo Lei cos’è necessario per superare questi ostacoli?
L’ostacolo è l’identificazione con il corpo e la mente. Nel caso di un neonato questa identificazione ancora non c’è. Si potrebbe dire che ci viene insegnata. E più tardi questo insegnamento diventa realtà e gli uomini pensano di essere questa persona, che in realtà non è nient’altro che un collegamento complesso di pensieri e sentimenti.
È utile l’autoindagine con la semplice domanda “Chi sono io?” Erroneamente si pensa che l’autoindagine sia un esercizio per arrivare ad un certo stato o che sia la meta del risveglio. In realtà però è così, che l’autoindagine serve a smascherare gli ostacoli che ci fanno pensare, che non siamo liberi. Inoltre è molto utile il contatto con un risvegliato.
Come si distingue allora la percezione di un risvegliato da una persona normale? Percepisce il mondo che lo circonda in modo diverso?
La differenza è nell’identificazione accennata. Il risvegliato è il Sé. Invece la persona normale si identifica completamente con la sua percezione di corpo e mente, con le sue emozioni e il suo umore. Si potrebbe addirittura dire che è dipendente dai suoi succhi corporei, prigioniera delle reazioni biochimiche del suo cervello. Anche questa persona sorge dal Cuore, però è identificata con il pensiero dell’Io. Invece il risvegliato ha realizzato senza dubbi che è Questo, l’eterno, dove tutto ha luogo. Però, non è che vada per le strade e che mi dica sempre “Sono l’eterno, nel quale tutto succede”, ma l’essere qui è del tutto naturale.
Non c’è una separazione fra l’eterno e le manifestazioni della persona comune.
Come sappiamo, ognuno di noi vede il mondo in modo soggettivo e ciò nonostante partiamo da una realtà fissa, esistente e oggettiva. Anch’io percepisco il mondo con le sue bellezze e le sue sofferenze. Ma la coscienza dell’esistenza propria, del Sé, il quale non è influenzabile, è semplicemente più forte. La verità è di una grande chiarezza e naturalezza.
Il risveglio è un processo o un momento? Può descrivere il prima e il dopo della Sua esperienza?
Finché Lei pensa di essere in un processo, sembra come se fosse parte di questo processo. Tra illusione e verità, tra vita quotidiana e realtà, sonno profondo, sogno, stato di veglia, chi lo percepisce? Nel momento in cui Lei si è risvegliato, si rende conto che è sempre stato sveglio, che non è mai stato altro che questa presenza e che aveva solo orientato la Sua attenzione ad apparenze. Vorrei compararlo con la nostra percezione del sole. Come sappiamo, il sole splende sempre. In caso di una giornata nuvolosa però diciamo: “Il sole non c’è”. Peró il sole c’è sempre. Solo che tra noi e il sole si sono messe delle nuvole.
Quando le nuvole scompaiono, si dice: “Il sole splende”. Così diciamo anche al mattino: “Il sole sorge”. Ma in realtà la sera noi ci giriamo dall’altra parte e al mattino ci rivolgiamo di nuovo verso di esso. Anche quello che viene definito risveglio è sempre stato. In realtà non esiste un risveglio. Se esistesse un risveglio, significherebbe che prima non eravamo risvegliati. In realtà la libertà è sempre qui. Lei si rende conto che nella Sua vita è stato sveglio in molti momenti, però che non ha riconosciuto senza dubbio cos’è la realtà. Nessuno Le ha assicurato: la verità è adesso! Il vero Sé è adesso! Se si risveglia, allora riconoscerà che è sempre stato sveglio. Non esiste nient’altro.
Come ha vissuto questo momento del risveglio? Come una conseguenza dei Suoi sforzi? Oppure a cosa ha collegato il fatto che ad un certo momento si è risvegliato?
Io lo riconduco alla grazia. Gli sforzi sono solo apparenti. Per la persona questi sforzi magari sono stati necessari, ma non per Questo che sono io. Quello che sono non ha bisogno di nessun sforzo. Attraverso la grazia ho seguito il desiderio di libertà, ho seguito la chiamata del mio Maestro. Perché quando ho sentito il suo messaggio per la prima volta, è stato riportata da uno yoghi che parlava negativamente di Papaji, che dava un cattivo giudizio di questo Maestro a me ancora sconosciuto. Non mi sono lasciato influenzare da questa opinione, ma dal messaggio di libertà di Papaji: “Sei già libero, non devi fare niente, non devi meditare, nessun Sadhana , nessun esercizio spirituale è necessario”. Fu come un fulmine. Chiarissimo. Potevo solo dire: “Sì, sì, sì!” Perchè?
Anche io come molti altri, mi ero sforzato, come yoghi mi alzavo presto ogni mattina e facevo i miei esercizi, meditavo, per anni, decenni. Ho riconosciuto che tutto questo mi ha portato delle esperienze meravigliose, alle quali aspirano gli uomini spiritualmente interessati, come illuminazione, esplosioni energetiche, stati trascendentali, esperienze di morte, percezioni extracorporee, quindi varie realtà della coscienza, ecc. Però non mi era stato possibile la cognizione vera e propria di sapere chi sono. Ero stanco di esercitare, di tutta questa pratica, di questa ricerca nella cristianità, nello sciamanismo, nel buddhismo, nel tantra, nella filosofia.
Volevo la libertà. E se veramente Lei aspira alla libertà e sente questo messaggio di libertà, allora è un riconoscere immediato. Di conseguenza ho voluto incontrare subito questo guru. Ho preso il primo treno e ho viaggiato per 42 ore attraverso tutta l’India. Arrivato a Lucknow, mi sono reso conto che non sapevo neanche dove abitasse. Conoscevo solo il suo nome, Papaji, che non era il suo nome di famiglia, ma il titolo di onore “Padre venerando”. Ciò nonostante lo trovai in breve tempo, e al nostro primo incontro cadde da me un grande peso, tutto il passato, tutto quello che avevo imparato, tutta l’esperienza spirituale. Non l’ho considerato subito come il mio Maestro, questo diventò così poco a poco, nel praticare quello che mi consigliava, così tutto avvenne come doveva.
Non si potrebbe dire che i Suoi sforzi anteriori sono stati proficui per il Suo risveglio, così come lo descrivono i metodi yoga tradizionali? Nella sua breve biografia ho potuto leggere che ha avuto delle esperienze Kundalini, e tradizionalmente l’illuminazione è vista come punto d’arrivo di queste esperienze.
Nel percorso Yoga Samadhi è la meta. Esperimentare Samadhi è molto raro e meraviglioso, però si tratta ancora di stati. Ci sono dei yoghi potenti che sanno controllare il loro corpo e la loro mente, però non hanno necessariamente riconosciuto chi sono. Sembra come se gli sforzi o le cosiddette vie spirituali avessero portato al risveglio. Però in realtà è grazia e la presenza del Maestro. È ovvio che la via spirituale per molti è solo un rinvio che li ostacola nel riconoscere quello che è già qui! Le persone si sforzano, ma così la verità viene solo rinviata.
La verità è già qui. Perchè dobbiamo fare esercizi per questo? Perchè? Perchè pensiamo che ci sia un’impurezza nel corpo o nella mente, che questa o quella relazione debba essere ancora chiarita, che questo o quello dell’infanzia o del rapporto genitori-figli debba essere aggiustato, ecc? Fatto è: il Sé non è mai stato toccato da relazioni o esperienze. Il Sé è assolutamente intatto, assolutamente puro. Sempre qui, sempre adesso.
Ci può essere ancora uno sviluppo per la persona quando ha riconosciuto Questo?
Per la persona potrà esserci uno sviluppo, per il Sé no.
Che cosa vuole dire per Lei sviluppo?
Io penso a due saggi che hanno vissuto molto vicino, Sri Ramana Maharshi e Sri Aurobindo. Avevano realizzazioni simili, ma nella loro dottrina, se nel caso di Ramana si può parlare di una dottrina, Ramana ha vissuto il Sé come statico, mentre Aurobindo dopo il Nirvana ha riconosciuto ulteriori livelli di sviluppo della coscienza.
Sri Aurobindo pensa che il divino venga dall’alto, scenda verso livelli di coscienza inferiori e risalga poi di nuovo. Presuppone quindi un processo. La mia cognizione non è così, perché la verità assoluta non conosce questo processo, solo corpo e mente conoscono processi. Sarà servito a Sri Aurobindo e ai suoi praticare questo. È verità assoluta? Verità è che il divino è già qui e non viene da fuori, ma è in ognuno di noi.
La via spirituale viene spesso paragonata con un affinamento della personalità. Avviene un cambiamento nella psiche, nella mente, quando uno si è risvegliato?
Non si può generalizzare. Ci sono delle forme diverse: persone che dopo il loro risveglio si sono ritirate totalmente. Altri hanno trascurato il loro corpo e vissuto come selvaggi. Ramana Maharshi invece si è messo a disposizione 24 ore al giorno per le persone che venivano da lui e ha condotto una vita molto pura. Secondo la mia esperienza, se qualcosa si deve raffinare o cambiare, succede da solo. Specialmente se è ancorato nell’autoindagine.
Il mio Maestro mi diceva: “You don’t need to change anything” (Non devi cambiare niente). Lo sforzo di essere una persona migliore è sicuramente nobile, ma purtroppo non garantisce il risveglio. Esiste un detto di Buddha: “Per riposare nel Sé è più benefico il tempo che una formica richiede per camminare dalla punta alla radice del naso che tre vite piene di buone azioni.” Quindi anche il fondatore del buddismo, per il quale comprensione e buone azioni sono fondamentali, dichiara che il soffermarsi nel Sé è la cosa più importante.
Qual è la sua motivazione per comunicare? Lei comunica attraverso le Sue riunioni o Satsang che hanno una struttura precisa; vorrei quasi dire che sono un rito. Perché proprio in questo modo? Ha preso questo dal suo Maestro? Le sembra efficace?
È efficace! La grande gratitudine che molti mi esprimono per ciò che gli succede, dimostra senza ombra di dubbio: gli incontri sono benefici. Io non ho motivazione. Tutto succede semplicemente. Avvolte dico scherzando: “Io sono uno schiavo del mio Maestro”. Forse posso spiegarlo con il concetto d’onore delle antiche tradizioni di indiani e germani: se una persona ti ha salvato la vita, gli eri obbligato per tutta la vita. Originariamente non avevo il desiderio di vivere ed agire come lo sto facendo adesso.
Quando andai da Sri Poonjaji, avevo solo il desiderio concreto di essere libero. Tutto il resto è capitato da solo. Dopo due anni, Papaji mi ha predetto in un Satsang che molte persone, “tutto il mondo” come diceva lui, sarebbero venute da me. Se ci penso, devo dire che all’epoca mi sembrava irreale – e neanche attraente. Cos’è successo alcuni anni più tardi? Sono stato invitato a tenere Satsang da gente che si sentiva attratta da me, e ho accettato gli inviti. Così si sono sviluppate sempre di più queste tournée annuali di incontri, e migliaia di persone condividono queste riunioni con me. E mi piace così com’è.
Per quanto riguarda la forma del Satsang non vedo nessun motivo di cambiarla. La forma non è così importante. Quello che si rivela nel Satsang, quello che succede, è l’essenziale: meraviglioso e indescrivibile. La forma invece è molto semplice: da una parte il silenzio e dall’altra il dialogo. Il dialogo serve a chiarire domande e dubbi. È bene se le persone chiariscono i loro dubbi. La chiarezza è meravigliosa. La chiarezza è la chiave per il paradiso. Perchè il silenzio è una componente importante delle riunioni? Solo nel silenzio la verità si può rivelare.
Inoltre esprimo all’inizio del Satsang, secondo una tradizione antichissima, il desiderio del Gayatri-mantra: che tutta l’umanità, che tutte le creature trovino la pace. Nonostante che da migliaia di anni vediamo che il mondo non è in pace, continuiamo a desiderarlo. Prima di tutto intono un OM. Questo mantra già mi rallegrava e affascinava quando 25 anni fa venni in India per la prima volta. Secondo la sapienza vedica in questo suono si manifesta l’intero universo.
Nell’attuale cultura giovanile questa lettera, il logo di questo mantra, è molto popolare. Anche il mio Maestro ha cantato l’OM e ha parlato del suo grande effetto. Questo mantra è un suono universale, che suona anche nella religione cristiana in forma di un amen e nel buddismo come aum, nell’islam come amin.
Per il resto la forma del satsang è abbastanza libera. Certe volte può essere molto divertente e abbastanza sciolta e avvolte invece l’atmosfera è più sacra. Si balla con musica leggera, si ride, si piange, dipende. Però: un buon vino gusta meglio bevuto da un bicchiere di cristallo che da un bicchiere di plastica. Anche se la forma non è prioritaria, viene percepita superficialmente per prima. In realtà si tratta di qualcos’altro, cioè della conoscenza di sé stessi in chiarezza e amore.
Lavora consapevolmente con una forma di energia che trasmette alle persone? Lei guarda a lungo negli occhi. Ci sono molti momenti di silenzio. Esiste un impulso consapevole in direzione delle persone per aiutarle? Riconosce se qualcuno si risveglia? Succede consapevolmente qualcosa in Lei?
Noi tutti siamo energie. Se sa questo, non c’è più bisogno di lavoro. Aiuto e grazia scorrono senza interruzione. Non c’è l’illusione che sono io quello che aiuta. Impulsi e riflessioni sono possibili e utili per riconoscere a che “punto” si trova la persona che è davanti a me. Però sono utili per venire incontro individualmente alla persona. In realtà tutto succede da sé. Il silenzio è il mezzo migliore. In questo silenzio tutto succede da sé. Questo amore è senza forma e pure così tangibile.
Il sito di Madhukar è www.madhukar.org

Lo scrittore indiano Chaudhuri… Sì, lo conosco, è quello che ha ispirato molte idee al Bossi e ad altri leghisti (o almeno loro così credono).
Certo Bipo
Mi riferivo non hai gusti del disco per carità (che non ho giudicato rispetto invece ad alcuni qui)
quanto ad un certo perseverare che gira a vuoto,ed era comunque solo un invito..
E nel fare alcuni refresh per vedere se c’è qualche commento da leggere, continuo a cogliere, inesorabile, il sorrisetto un po’ beota di Madhukar, che mi dice: “anche tu, come Doghen, non sei nessuno, mentre io sono il Tutto: Tiè! Tiè! Tiè”
(a proposito di invidia…).
Ciao a tutti, e buon weekend. Spero di non sparire, come avevo detto, anche se la prossima settimana riprende la bolgia lavorativa a tutti gli effetti.
Don M……era un prete che sbandierava la sua cultura..la sua profonda conoscenza della Bibbia..il suo latino..ed era membro della commissione di censura cinematografica..e diceva di frequentare il Papa..riverito e temuto dagli altri professori..
Ecco..la sua presenza ha eccitato il mio ego..ho mandato il “Centro alle ortiche”..e ho fortemente desiderato di “imparare la Treccani a memoria”..
Sono stato corrotto..culturalmente violentato..e ho camminato sui “sentieri del male”..desideroso solo di imparare la cultura..la filosofia..la teologia..
ma lo studio eccessivo del niente porta a diventare niente..la mente si distrugge..e per trascenderla va ricostruita..e questa volta sulle salde basi dela “filosofia vera”..di quel Sanathana Dharma..che più si studia e più comprendiamo..e non usciamo di cervello..
Don M…..è l’ego diventato prete..è il servo che getta via “la pietra filosofale”…mentre io bimbo..ci giocavo..prima che me ne lasciassi privare..
Ma…e Madhukar..?
UNA PRECISAZIONE. Nirad C. Chaudhuri, che Ella afferma di conoscere, avrebbe ispirato Bossi ed altri leghisti ? Non credo… Da quale fonte Le risulta tale informazione ?
Mi sa, gentile Bipo, che Ella abbia confuso l’autore della poesia citata, , Nirad C. Chaudhuri, con Chaudhuri Kirti N., autore dell’ ASIA PRIMA DELL’EUROPA. ECONOMIE E CIVILTA’ DELL’OCEANO INDIANO ( Roma, Donzelli, 1994), che effettivamente può essere considerato ideologicamente vicino ai leghisti.
Nirad C. Chaudhuri, è invece l’autore del libro L’INDUISMO (Dall’Oglio, 1980).
193doghen
Luca,
purtroppo nessuno si prenderà cura di te. Aspetta lo riscrivo: PURTROPPO NESSUNO SI PRENDERA’ CURA DI TE!
…………..
Dio…spiegami…..
Per lunghi anni abbiamo camminato assieme..e si possono vedere le nostre impronte….ma..alle volte ho visto che solo un’impronta si stagliava nella sabbia…
Dio…dov’eri in quei momenti..?
Ti portavo sulle spalle…
Pur essendo una storiella molto famosa..è sempre bene ricordarla..
Paritosh: Don M……era un prete che sbandierava la sua cultura
mi piacerebbe assai mi relazionaste sul tal Don M….
Bene. Dopotutto ero nuovo del blog. Lo frequento solo da una decina di giorni.
Qui è pieno di beati.
Oltre lo sforzo e Stabili nel Momento Presente. (e poi se qualche volta non si è così stabili, va bene lo stesso….). E comunque in totale accettazione.
Quindi, non mi resta che inchinarmi……e andare con il mio……
Da beoti a..beati il passo è breve :-)))
Vai via Doghen?
Non hai trovato proficuo il dialogo o cosa?
Ti s’impone forse un confronto (non so da chi..sarebbe una tua immagine) che non vuoi sostenere o che t’infastidisce?
Capisco,capisco…
Questa è pratica che non piace…meglio sedersi in zazen vero? ;-)
No, caro Eckart,
Vado col mio, significa solo che io procedo con la mia vita e la mia via….per il confronto, anzi….mi sto divertendo un sacco e imparo molto!
Vedi, io so una cosa. Tutti mostriamo il lato A delle nostre vite. Il lato bello, realizzato, illuminato.
E’ dunque facile lasciarsi abbagliare da tanto splendore e soprattutto lasciarsi abbagliare dalle parole. Con le parole siamo in grado di costruire dei grattacieli…, ma, …ciò che ha un dritto ha un rovescio.
Ecco la mia deformazione: quando vedo un dritto, qualcosa di luminoso, chiaro, spendente, magnifico, mi ingegno a cercare di scoprire il lato oscuro.
La mer…, insomma.
Si, sono un cercatore di liquami puzzolenti…..
Doghen: Si, sono un cercatore di liquami puzzolenti…..
atisha: ti consiglio d’iniziare dai tuoi… che sono sotto il tuo naso e non li vedi.. poi, semmai, riconosciuti totalmente i tuoi (il che ti occuperà parecchio tempo), puoi essere in grado di cogliere i liquami altrui…
ma alla fine dovrai chiederti perchè… a cosa ti servirà…
ed allora saranno grasse risate!!
doppio smile :))
Bene Doghen!
Posso però dirti una cosa?
Se ciò che indaga è la mente..è facile perdersi tra le sue proiezioni,aspettative,giudizi,sospetti..
Un’indagine più che viziata..
Se invece c’è la Presenza del Cuore,della sua Testimonianza equanime..allora la musica cambia..
Vi si potrà leggere altro, e soprattutto andare al di là delle parole stesse,di ciò che esse possono solo indicare e noi leggervi.
E allineandoci ad esso, si crea uno Spazio, aprendoci senza remore,paure,pregiudizi, , nel quale possiamo trovare la vera comunicazione,condivisione,ascolto,comprensione dell’altro,sincerità,fiducia..(andrebbero scritte tutte in maiuscolo,perché,qui,in questo Spazio,siamo già nel non duale,al dilà della discriminazione luce-ombra..)
In …Campana! ;-)
In… Campana! Ben detto. Sembra proprio una strada dove occorre mettere del proprio. Kakka, perché no ?
Porta qua. ( Qui si mangia come in quegli auberges espagnols del Marocco – di cui, chissà perché, i turisti parlano tanto male; insomma, mangi quel che porti – perché vi trovi solo l’occorrente per cucinare quel che hai portato e l’affitto delle stoviglie).
Eccoci giunti al famoso e puzzolente abisso Kah – Kah… Beh, non è grave, tutti possiamo prendere fischi per fiaschi – specialmente andando a orecchio… Non per turbare Don M., ma tra “cristo” e “clistère”, così come “Nirad C. Chaudhuri” e “Chaudhuri Kirti N.” o tra “beati” e “beoti” c’è qualche piccola differenza.
A tale proposito, forse sarebbe utile ricordare la parola del buon Don Ermes Trismegisto ( da non confondere con Ermete Egisto, forse compagno di banco di Bossi, non si sa mai): VISITA INTERIORA TERRAE RECTIFICANDO INVENIES OCCULTUM LAPIDEM – VITRIOL).
A proposito di liquami e di abissi Kah-Kah, conoscete il gruppo BARATHRUM ? Fa musica gotica dal 1993, mi pare, con pezzi tipo “Infinite And Profane Thrones”, “Fantasizing To The Third Of The Pagan Vision”, o “An Evolution Of Horns.
Nel 1997 ha prodotto in digitale “Descent To Acheron”. Beh, è un gruppo che va forte coi liquami puzzolenti – nell’Acheronte non sempre ci si rende conto, nel procedere, dove si stanno mettendo i piedi… Proprio come noi, o perlomeno così pare.
Meno male che c’è Don Ermete Trismegisto. ” Ha bisogno del mio lavoro al VETRIOLO, signora ? Beh, sono il Dissolvitore”. Suppongo assomigli un po’ a Shiva, chissà che un attimo prima di distruggerci non ci tiri un po’ su.
in ogni caso il trucco è in quel “RECTIFICANDO”.
Percorsi, anche alchemici, di consapevolezza. Occhio, ragazzi. Attenti alle vette o ai baratri. E agli inevitabili spurghi. Manipolate con cautela il Vetriolo. E liquame o non liquame , talvolta necessario, porta qua che per Shiva è pura ambrosia.
Cosa si vuol dire ? Che – sempre secondo Tradizione – quello stesso velenoso liquame che lascia stecchiti i corvi, potrebbe rendere ancora più lucide, sane e brillanti le penne di certi pavoni e certe pavoncelle. Solo i pavoni fanno la ruota. E le pavoncelle ne sono deliziate – anche perché nel fare la ruota con tutti quei colori e occhi iridiscenti, può capitare che si veda il culo o fondo del Pavone sfolgorante.
Un inchino, culo a terra e in campana – volendo – e un buon lavoro a tutti. ;-)
L’accusa è grave….illuminazione.
La scena: stazione dei Carabinieri di un paesetto del sud.
Il maresciallo, sudato e stanco, ha catturato due vagabondi che si proclamavano illuminati.
Il maresciallo ha fame. Sa che la moglie ha preparato il coniglio con le patate e non vede l’ora di arrivare a casa.
Però deve prima redigere il verbale d’accusa.
Mentre la saliva gli riempie la bocca, pronuncia la frase di rito:
“Sig. Eckart, Lei è illuminato?”
“Sig.ra Atisha, Lei è illuminata?”
:) :) :) :) :) :)
Il processo di illuminazione è scandito in più fasi… dalla meditazione… alle domande della mente.. all’arresto del pensiero.. alla scomparsa della mente.. al Vuoto..
Poi vi è il superamento di quel Vuoto (ma prima ci s’incarta e si finisce per incatenarsi all’esperienza stessa.. e si finisce perr criticare “sapientemente” percorsi altrui :-))) ).. fino a cogliere la coscienza dilatata che molti chiamano contermini surreali ed altisonanti come “Coscienza Cosmicaaaaaaaaa!!” ..
Che è mai sta coscienza cosmica? che non esiste il Buddha oltre la propria mente? o che non esiste mente al di fuori del Buddha?
In realtà, molto terra a terra, si tratta di cogliere ed assestare la propria coscienza risvegliata, riadattata e dilatata (tre fasi.. attenzione sono tre fasi distinte) nella realtà del “non/io”… o mente Una.. o se volete o vogliamo dire , mente non duale che appoggia su Quello.
Ho parlato liberamente di fasi, tappe.. perchè il risveglio della coscienza può essere immediato, (che mai immediato è perchè dietro c’è sempre un lavoro di “apertura”).. come dicevo il risveglio è immediato e ci si trova catapultati all’arresto del pensiero.. e poi al Vuoto della mente, con energia che scorre qui e là ma in fare ancora caotico…
ma quel Vuoto che fa Luce e sul cui terreno si può cogliere la conoscenza del processo stesso.. è necessario debba poi nascere in consapevolezza…. altra parola altisonante e spesso incompresa!
E così l’illuminazione non è altro che un evento in cui si rimuove l’oscurità… i veolo.. il sogno tutto…
ma c’è bisongo di un maestro diretto, faccia faccia.. a cui abbandonarsi coscientemente.. è un evento tra maestro e discepolo ad un certo grado.. dove quel maestro è la funzione già realizzata del Maestro assoluto, che già fuori dai vincoli guida in quel Vuoto….
Una volta eliminato quell’ostacolo, la coscienza risvegliata continuerà a posizionarsi al meglio e permettere il Cammino nel nuovo stato di coscienza…
:-)
De Martino: …può capitare che si veda il culo o fondo del Pavone sfolgorante.
atisha: si pensa forse che il Pavone non caghi? cosa è mai il culo?
Non vedi anche lì la divinità? fai forse distinguo?
Chi lo tiene per terra ben coperto non può attraversare grandi prodigi… :)))
Il quinto patriarca dello Zen in Cina, compreso il fatto che la sua vita stava terminando e volendo scegliere il suo successore, decise di fare una specie di concorso di poesia: ogni monaco doveva esprimere in propri versi la saggezza personalmente realizzata. Sulla base di questi componimenti, il quinto patriarca avrebbe deciso chi doveva essere il suo successore. Il monaco ritenuto più sapiente di tutti, davanti al quale nessuno ebbe l’ardire di comporre una propria poesia, scrisse sul muro questi versi:
Il corpo è come l’albero della Bodhi
e la mente è simile a un limpido specchio;
con cura lo ripuliamo di ora in ora
per timore che sopra vi cada la polvere.
La poesia fu elogiata dagli altri monaci, ma il quinto patriarca non si convinse della realizzazione vissuta da Shen Hsiu, il monaco più sapiente.
Hui Neng, che lavorava alle stalle del monastero, era un illetterato: non sapeva leggere e nemmeno scrivere. Passando per il corridoio dove era stata scritta questa poesia, se la fece leggere da un altro monaco e poi gli dettò questi altri versi, che furono scritti a fianco alla precedente poesia:
Essenzialmente la Bodhi non ha albero
e nemmeno esiste alcuno specchio;
poichè dunque è tutto vuoto fin dall’origine,
su cosa può cadere la polvere?
Il quinto patriarca comprese subito, leggendo questi versi, l’alta realizzazione di Hui Neng, che designò come suo successore, anche se in segreto. Sapeva infatti che gli altri monaci si sarebbero ribellati a questa decisione: Hui Neng era un incolto e per di più non aveva nemmeno preso i voti. Il quinto patriarca fece partire Hui Neng per il sud, in attesa che i tempi sarebbero diventati maturi.
atisha: si pensa forse che il Pavone non caghi? cosa è mai il culo?
Non vedi anche lì la divinità? fai forse distinguo?
—
Era una battuta! Il Pavone caga e il culo è il fondo ocCULto delle cose… In società si mostra di solito il davanti, dietro, invece, la vista del Pavone sfolgorante è per così dire cieca. Da qui l’invito: “guardatevi alle spalle!” Le tue domande sono sensate, atisha, ricordano quelle che si poneva anche Jung, quando da bambino era già tormentato dal problema della dualità e dall’attesa della dannazione, come gli diceva suo padre, in abito talare, presentandogli solo l’aspetto buono, convenzionale e fin troppo rassicurante e perbenista della divinità.
Mentre, in preda ai vaghi timori della notte, il piccolo Jung ( che peraltro da piccolo soffriva di eczema) pensava con spavento al vicino cimitero dove il becchino aveva scavato la fossa e uomini neri e solenni, con strani cappelli a cilindro, portavano una cassa, la mamma gli faceva recitare la preghierina:
” Apri le tue piccole ali,
o Gesù, dolce mia gioia,
e prendi il tuo pulcino.
Se Satana vuole divorarlo,
fa che cantino gli angeli:
sia sano e salvo il bimbo”.
” Mi feci coraggio – racconta Jung – come se avessi dovuto lanciarmi nelle fiamme dell’inferno, e lasciai che quel pensiero venisse. Vidi innanzi a me la cattedrale e il cielo azzurro, e Dio seduto sul suo trono d’oro, dominante il mondo, e sotto il trono un’enorme massa di sterco cadere sul tetto nuovo e scintillante e abbatterlo, facendo cadere in pezzi i muri della cattedrale” ( C.G. Jung, “Ricordi, sogni, riflessioni, Rizzoli, 1978, pag. 68).
A partire da quel momento, il bimbo si rese conto di essere nelle mani di Dio, che l’aveva costretto a pensare anche ciò che egli non voleva. Pensare a un Dio che caga gli sembrò una vera e propria “prova di coraggio” e la scoperta dell’autonomia dell’inconscio. La sua visione dell’onnilaterilà, per così dire, dell’inconscio, gli confermava che la divinità è dappertutto.
ERRATA CORRIGE :
“La sua visione dell’onnilateralità, per così dire, dell’inconscio, gli confermava che la divinità è dappertutto”.
E’ chiaro che siete “illusi”..
Come Don Chisciotte..che a furia di leggere romanzi di cavalleria si seccò e il cervello..e bardato di tutto punto si mise ad errare..così voi..vi siete messi a vagabondare nei forum e nei blog..con il vostro scudo di latta..e un forcone di legno..che brandite minacciosi nell’etere..la vecchia aria..sperando di spaventare i giganti che non esistono..perchè sono altri presunti cavalieri erranti che vi minacciano ..mossi dalle stesse ambizioni..che poi sarebbero l’appartenere alla Divina Schiera degli illuminati..e degli eletti..
Un pò di onestà..e sincerità..
Vabbè che tutti cominciamo col crederci Tamino..ma che almeno poi ci si scopra Pappagheno..che almeno qualcosa si acchiappa..
E’ chiaro che non ho prove per affermare ciò..solo il vecchio naso..
non è forse detto che un illuminato può uscire sconfitto da dibattito con un non illuminato ma esperto nel manovrare la lingua..?
Ragazzi..cominciate col riconoscere la vostra natura di Non Budda..allora..il vecchio diavolo..che avrete servito fedelmente per sette lunghi anni vi lascerà andare..con quella grossa pepita d’oro..che voi saggiamente baratterete con una bue..poi un maiale..poi un’oca..poi un incudine..alla fine un sasso che getterete nello stagno prima di entrare a casa da dove eravate usciti ricchi solo della vostra presunzione..che neanche avevate capito di essere al servizio di Berlicche…
PS
Naturalmente scherzo..ho dato fiato alle trombe della mia illusione..
Non mi permetteri mai di giudicare ciò che non conosco….ma abbandonandomi alla mente..e osservandola..mi ha detto questo..
Hah..com’è falsa..e come è invidiosa..!
ottimo Gianni… :-)
bello il tuo appunto su Jung..
quanto al Pavone avevo capito… ho solo preso l’occasione al volo per aggiungere un mio commento…
saluti
Una volta chiamavo la schiavitù libertà, soltanto perchè non ero capace di immaginare il confine e le pareti del recinto nelle quali mi ero confinato. L’arbitrio libero che tanto proclamavo è stato un mito che è esistito in me fino a quando mi sono raccontato, convinto: io sono questo corpo.
L’ identità con la carne, con l’emozioni, con i pensieri, pur se rosei e celesti, mi dava un senso vertiginoso che appariva scelta, mentre in realtà ero relegato, vagante e sordo, in una prigione dalle sbarre invisibili e inafferrabili. Quando questo credermi persona cadde, il senso dell’interdipendenza con il Tutto divenne sempre più smagliante, evidente oltre ogni titubanza. Stupore e meraviglia mi avevano invaso, e avevano dissolto l’immagine di me.
Non esisteva più la libertà dell’io, ma esisteva ora solo la libertà dall’io. Il tabù si era dissolto; il Velo era caduto.
Ora sapevo che la liberazione dal presunto libero agire, da me creduto suprema e umana legge, era invece il tabù più difficile da smontare che ci fosse. Un tabù che ci accompagna da sempre.
Allora non sapevo che a colui che è immerso sognante in questo potente credo non piaceva vedersi morire sull’altare alchemico della mistica rinascita. Questa effimera entità non voleva e non poteva lasciare il posto, sorridendo, al soffio pulsante del Sè infinito. Adesso invece so che non ho confini, ma accetto di crearmeli consapevolmente per permettermi di danzare con Voi.
Caro Gianni, il mio sul Chaudhuri ed il leghismo era solo uno stupido gioco di parole: il nome del poeta mi ha ricordato il “celodurismo”…
Caro Sak, a proposito della storia delle poesie per la scelta del successore del patriarca in Hui Neng, ho letto da poco un libro della maestra Zen Charlotte Joko Beck. Non sto a dire che se questa signora sia illuminata o no (lei afferma di non esserlo), se sia autorevole o no, ecc., ognuno se vuole si documenti in merito, se vuole. Il libro si intitola “Zen Quotidiano” e personalmente l’ho trovato molto interssate. Ad ogni modo, ella riferisce lo stesso episodio, e conclude dicendo che sì la poesia di Hui Neng dimostrava un elevato grado di realizzazione, ma anche che la prima poesia rappresenta uno dei migliori modi di rappresentare la paritica per chi realizzato non è, e quindi consiglia di partire da questa prima.
A ciascuno il suo…
La paritica sarebbe la pratica, ovviamente…
Bipo:
A ciascuno il suo…
***
Hai ragione. Anche la Scuola dell’illuminazione graduale, diversamente dalla scuola della illuminazione improvvisa ( Rinzai ) ha una sua verità. La metafora dello specchio sporco per indicare la mente del praticante è spesso ripetuta nella tradizione Zen.
Un detto Zen dice: “Chi non cerca è addormentato, chi cerca è un accattone”.
Perciò: certo, c’è qualcosa da “realizzare”, la pratica del non far nulla indolente non porta frutti.
Se fosse diversamente, a che cosa la Via? In questo senso, dunque, ripuliamo il nostro specchio.
Ma è anche vero che concepire la pratica come un graduale avvicinamento alla pulizia totale, rischia di farci fa cadere in una ambizione spirituale tesa rincorsa di qualcosa che vediamo sempre davanti a noi, che non realizzeremo mai.
È il dualismo. Il vuoto è già qui: c’è solo da realizzarlo. Nessuno ha mai detto che al vuoto si giunge: si realizza, questo sì!
Per questo allora la pratica, come ritiene la scuola della illuminazione graduale (Soto Zen ), non è qualcosa per diventare illuminati, ma è essa stessa illuminazione: samsara è nirvana.
Basta solo coglierlo.
Bipo: Il vuoto è già qui: c’è solo da realizzarlo. Nessuno ha mai detto che al vuoto si giunge: si realizza, questo sì!
atisha (1959/2002 scuola Rinzai/Soto Zen): le scuole servono, ad un certo punto ad allontanarci vorticosamente dal realizzare… sempre secondo me… cioè data la mia esperienza…
Le scuole diverse, i sentieri, servono a moltissimo fattori che non sto ad elencare… mascherando però la spiritualità stessa.. perchè la confondono con il “sentimentalismo” della scuola di appartenenza che non viene mai superato…
se si è ben guidati nello studio e pratica (q qui non dipende dalla scuola ma dall’Individuo che guida), certamente ci procureremo grande serenità e ciò ci farà credere di essere sulla strada giusta (questo in qualsiasi disciplina o scuola)…ma nel contempo dovrebbe farci sviluppar L’INTUIZIONE.. e senza intuizione non si salta da nessuna parte… resta materia morta, diventa tutto un dogma alla lunga infruttoso che prende la strada di una qualsiasi religione …
un ghetto insomma…
:-)
errata corrige:
X Bipo: Il vuoto è già qui: c’è solo da realizzarlo. Nessuno ha mai detto che al vuoto si giunge: si realizza, questo sì! (Sak)
Bipo:
… ho letto da poco un libro della maestra Zen Charlotte Joko Beck. Non sto a dire che se questa signora sia illuminata o no (lei afferma di non esserlo), se sia autorevole o no…
***
E’ ovvio che non possa dirlo… perchè quando accade l’Illuminazione viene meno anche quel “a me” che lo possa affermare.
Non si può dire “io” sono illuminato, senza invalidare l’illuminazione stessa. Al massimo si allude…
Il vuoto non esiste, è un concetto relativo. Stai in silenzio ed ecco il vuoto. Poi si approfondisce. Finchè l’incommensurabile, che è la vita medesima, non ti sovrasta.
Scusate, ma siccome non sono pratico di blog, più che altro è un commento di prova per vedere come funziona.
Ciao e grazie.
:-))
Pellegrino:
Il vuoto non esiste,
è un concetto relativo.
Stai in silenzio ed ecco il vuoto.
Poi si approfondisce.
Finchè l’incommensurabile,
che è la vita medesima,
non ti sovrasta.
°°°
Esordio più bello non potevi fare.
Benvenuto, Pellegrino! :-)
Namastè
Desiderata
Scritto di una mistica ignota ritrovato in un monastero spagnolo
Passa tranquillamente fra il rumore e la fretta e ricorda quanta pace può esserci nel silenzio.
Finchè è possibile, senza doverti abbassare, sii in buoni rapporti con le persone.
Dì la verità con calma e chiarezza, e ascolta gli altri, anche i noiosi e gli ignoranti, anche loro hanno una storia da raccontare.
Evita le persone volgari ed aggressive, esse opprimono lo spirito.
Se ti paragoni agli altri corri il rischio di far crescere in te orgoglio e acredine, perché sempre ci saranno persone più in basso e più in alto di te.
Gioisci dei tuoi affari, perché il mondo è pieno di tranelli. Ma ciò non accechi la tua capacità di distinguere la virtù; molte persone lottano per grandi ideali, e dovunque la vita è piena di eroismo.
Sii te stesso. Soprattutto non fingere negli affetti e neppure sii cinico riguardo all’amore, poiché a dispetto di tutte le aridità e disillusioni, esso è perenne come l’erba.
Accetta benevolmente gli ammaestramenti che derivano dall’età, lasciando con un sorriso sereno le cose della giovinezza.
Coltiva la forza dello spirito per difenderti contro l’improvvisa sfortuna. Ma non tormentarti con l’immaginazione. Molte paure nascono dalla stanchezza e dalla solitudine.
Al di là di una disciplina morale, sii tranquillo con te stesso. Tu sei un figlio dell’universo, non meno degli alberi e delle stelle; tu hai diritto di essere qui.
Che ti sia chiaro o no, non vi è dubbio che l’universo ti si stia schiudendo come dovrebbe.
Perciò sii in pace con Dio, comunque tu lo concepisca e qualunque siano le tue aspirazioni, conserva la pace con la tua anima pur nella rumorosa confusione della vita. Con tutti i suoi inganni, i lavori ingrati e i sogni infranti è ancora un mondo stupendo.
Fa’ attenzione.. Cerca di essere felice!
on 24 Ago 2008 at 09:46228Sakshin
Bipo:
… ho letto da poco un libro della maestra Zen Charlotte Joko Beck. Non sto a dire che se questa signora sia illuminata o no (lei afferma di non esserlo), se sia autorevole o no…
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E’ ovvio che non possa dirlo… perchè quando accade l’Illuminazione viene meno anche quel “a me” che lo possa affermare.
Non si può dire “io” sono illuminato, senza invalidare l’illuminazione stessa. Al massimo si allude…
………………
Il fatto che il linguaggio sia insufficiente a descrivere realtà metafisiche..non significa l’impossibilità ad usarlo ..anche in termini simbolici..
Se un Maestro dice di essere illuminato..”io sono illuminato”..non vuol dire che il suo io è illuminato..ma che tramite Lui parla quell’Illuminazione che trascende l’individualità..
Se dovessimo usare il linguaggio del mondo formale e individuale nel significato informale e sopra individuale..dovremo rimanere zitti..con grave danno verso chi vorrebbe conoscere certe cose..e trova solo gente silenziosa…
Paritosh: Se un Maestro dice di essere illuminato..”io sono illuminato”..non vuol dire che il suo io è illuminato..ma che tramite Lui parla quell’Illuminazione che trascende l’individualità..
Se dovessimo usare il linguaggio del mondo formale e individuale nel significato informale e sopra individuale..dovremo rimanere zitti..con grave danno verso chi vorrebbe conoscere certe cose..e trova solo gente silenziosa…
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ooohhh grazie Paritosh!… era ciò che avrei voluto scrivere.. ma non osavo per “paura” di essere come sempre fraintesa…
:-)
Eppure non trovo male il silenzio di certi Maestri zen,che indicano con un grugnito,un battito di mani,una risata,il silenzio,e che mandano KO la mente..altro che grave danno..anzi,più utile per allentare a disancorarsi da certa identificazione con una mente che ritiene di poter ottenere qualcosa che non appartiene a nessuno come l’illuminazione.
Il simbolismo,il linguaggio poetico :va tutto bene,ma infine ci si attacca pure a questi e sempre più alla mente.
on 24 Ago 2008 at 09:46228
Sakshin
Bipo:
… ho letto da poco un libro della maestra Zen Charlotte Joko Beck. Non sto a dire che se questa signora sia illuminata o no (lei afferma di non esserlo), se sia autorevole o no…
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E’ ovvio che non possa dirlo… perchè quando accade l’Illuminazione viene meno anche quel “a me” che lo possa affermare.
Non si può dire “io” sono illuminato, senza invalidare l’illuminazione stessa. Al massimo si allude…
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Sak, io non ho scritto che Joko non afferma di essere illuminata, ho scritto che afferma di non essere illuminata. Da Uno come Te mi aspetto più attenzione.
… non lo può dire, altrimenti quelli come te… capisci? … ah ah ah!
Per il resto… sono solo aspettative.
Ciao ;-)
dice Bipo
Sak, io non ho scritto che Joko non afferma di essere illuminata, ho scritto che afferma di non essere illuminata. Da Uno come Te mi aspetto più attenzione.
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Ma è chiaro…
un vero illuminato dirà che non lo è..perchè se dicesse di esserlo..dimostrerebbe di non esserlo..(sorrisetto)
Insomma..si allude..si fa ma non si dice..segni e presagi ci indicano gli Illuminati..che negano di esserlo..
Io per esempio nego di essere illuminato..
che significa..?
Una cosa è chiara..però..non è che confondendo la mente che la mente si trascende..
la mente non ama essere sminuita e ridicolizzata..o peggio..usata per negarsi..
La mente vuole essere usata al meglio..per così poi lasciare il campo a chi o a cosa né è superiore..
allora potrà dirci con commozione..
Ti ho servito fedelmente..anche quando mi usavi in modo improprio..non mi sono tirata indietro..aspettando che venissi valorizzata nel mio ruolo..
Alla fine mi hai capito e ti ho portato docilmente là dove potrai spiccare il balzo verso luoghi a me estranei..e che non ambisco a frequentare..
Ecco..ci siamo aiutati..e adesso ti lascio..sono contenta..che in te ho trovato un padrone attento e giusto..adesso vado a servire chi ne ha bisogno.. e ti lascio..ma potrai sempre chiamarmi..ed io sarò lì..pronta..non avere paura..che non mi distruggo….ti accompagno in disparte..
Al termine di dieci anni di apprendistato, Zenno pensava di poter già essere elevato alla categoria di maestro zen. In un giorno di pioggia, andò a trovare il famoso professore Nan-in.
Mentre entrava nella casa di Nan-in, questi domandò:
“Avete lasciato il vostro parapioggia e le vostre scarpe fuori?”“Ovviamente,” rispose Zenno. “È ciò che detta la buona educazione. Mi comporterei così in qualsiasi luogo.”
“Allora ditemi: avete messo il parapioggia a destra o a sinistra delle scarpe?”
“Non ne ho la minima idea, maestro.”
“Il buddismo zen è l’arte della coscienza totale di ciò che facciamo,” disse Nan-in. “La mancanza di attenzione ai piccoli dettagli può distruggere completamente la vita di un uomo. Un padre che esce di casa di corsa non può mai dimenticare un pugnale alla portata di suo figlio piccolo. Un samurai che non guarda tutti i giorni la sua spada finirà per trovarla arrugginita quando ne avrà più bisogno. Un giovane che dimentica di offrire dei fiori all’amata finirà per perderla.” E Zenno comprese che, benché conoscesse bene le tecniche zen del mondo spirituale, si era dimenticato di applicarle nel mondo degli uomini.
Ti ho risposto che lei afferma di non esserlo, ben sapendo che dire di esserlo ingenera equivoci e aspettative in chi fa dello Zen una scopo, una meta…
Dire di non essere illuminato, essendolo, è inerente allo spirito Zen.
Ecco dove è stata messa la spada.
Altro gioco fa invece Madhukar.
Paritosh: la mente non ama essere sminuita e ridicolizzata..o peggio..usata per negarsi..
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Chi lo ha detto che ciò che è meglio per lei ,è ciò che lei ama?
“Date alla vostra pecora o vacca un ampio, spazioso pascolo: è il modo migliore per controllarla”.
- tratto da “Mente Zen, mente da principiante” di Shunryu Suzuki – ed. Ubaldini.
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«Conoscete questo libro ? Mi pare che maestro Suzuki, che a differenza dell’ottimo Alan Watts di “Beat Zen” non si faceva l’acido, suggerisca di prendere l’universo come base della propria sicurezza. »
«… BEEEE..!… MUUUUUUUU..!»
«Sí, giusto, ma è un vero peccato parlare dell’universo transpsichico!»
«Peccato ?… Tranpsicché ? … Pensi forse che la nostra stessa natura originaria, ignota e inconcepibile, incomba su di noi come un vuoto minaccioso ?»
« MUUUUUUU…! Muggire, fuggire…mi sembra di cadere in un abisso… creato dal pensiero!»
«BEEEE..! Se il pensiero crea un abisso, pecore e mucche, essendo vuote, guarda come lo scavalcano !»
«Vuoi dire che non c’è tanto l’abisso in cui stiamo cadendo quanto piuttosto la base incommensurabile su cui noi agiamo e viviamo, pensiamo e sentiamo, parliamo e scriviamo muggendo e sfuggendo ?»
«Sì, giusto, ma attenzione a non morire in un attimo di distrazione… è un vero peccato rivelare questo magico Nulla assoluto.»
«C’est la vie! Nel nascere come nel morire, nel creare come nel disfare, nell’accettare come nel fuggire il Nulla che io sono, la vita manifesta/nasconde sempre il suo magico, meraviglioso e terribile non-sense, che lo vogliamo o no. »
«Ben detto: TAT TVAM ASI … BEEEE..!… MUUUUUUUU…!» :-)
Mentre stavo rispondendo ad Atisha riguardo alle sua domanda 135 chiedendole se la sua consapevolezza fosse talmente espansa che non riesce più a vedere sotto al suo naso, ancor prima di poter inviare il messaggio… laptop… morto, perlomeno ho recuperato i dati! Me lo dicevano sempre… scherza con i fanti ma non con i santi haha. Rieccomi dopo una certa pausa, nel frattempo vedo che non siete stati con le mani in mano.
dalle varie interviste che ho fatto ad Almaas, parte delle sue risposte sul tema della descrizione degli stati spiritual, che in qualche modo credo c’entrino con il fatto di poter comunicare l’illuminazione
………………………………..
Lo sviluppo del pensiero occidentale, per varie ragioni (buone e cattive) ha diviso il fondamento del sapere – l’essere o la presenza – dalle forme che tale fondamento manifesta. A quel punto, generalmente parlando, questi due elementi si sono sviluppati in due ambiti diversi. Il fondamento dell’essere è diventato l’oggetto della metafisica, della religione e del misticismo; le forme sono diventate l’oggetto delle scienze appena nate. La religione e il misticismo hanno cominciato a sottolineare che il fondamento dell’Essere (o, monoteisticamente, la presenza divina) è misterioso e intrinsecamente inconoscibile. E che la sua esperienza è antitetica alla logica e all’indagine scientifico-sperimentale.
Dal versante della scienza e del positivismo, del fondamento della consapevolezza e del sapere è rimasto semplicemente il conoscitore individuale, l’io con la sua mente che conosce. Le forme della conoscenza sono divenute oggetti staccati, non direttamente collegati al conoscitore. E il sapere si è trasformato nell’osservazione, da parte dell’io separato, degli oggetti di conoscenza. Come hai detto tu, l’idea si è evoluta grazie a Renato Cartesio, secondo cui le forme esistono in sé e possono essere conosciute per ciò che sono, quando l’io le osserva da lontano e non interferisce in esse con la propria soggettività. Per cui, la conoscenza oggettiva è venuta a significare la conoscenza degli oggetti senza le distorsioni soggettive dell’io o del ricercatore.
Ebbene, nel Diamond Approach concordiamo su questa definizione della conoscenza oggettiva: essa è la conoscenza libera dalle contaminazioni delle distorsioni soggettive di colui che conosce. Ma non condividiamo l’opinione di Cartesio secondo cui l’oggettività si raggiunge sterilizzando l’esplorazione, rimuovendo il soggetto dal dominio di esplorazione. Innanzitutto, sappiamo dalle nostre conoscenze fondamentali sul sapere che non siamo in grado di separare completamente il soggetto che conosce dall’oggetto conosciuto. Non possiamo, perché il soggetto conoscente non è altro che la ricaduta del dominio della presenza e della consapevolezza in un io conoscente. Sappiamo anche che questi oggetti di conoscenza non sono altro che la reificazione di forme che sorgono in questo dominio, e inseparabili da esso. Per questo, la formula di Cartesio vale solo come approssimazione, e non può essere applicata in modo assoluto. Penso che la teoria quantica ha già scoperto questo limite nella formulazione del principio di indeterminazione di Heisenberg, secondo cui, semplicemente, non possiamo isolare completamente l’osservatore dai fenomeni osservati.
La formula di Cartesio ha funzionato come efficace approssimazione, e in quanto tale è ancora utilizzata nella maggior parte delle ricerche scientifiche, perché queste ultime non possono penetrare in quelle regioni dove tale approssimazione decade. In realtà, possiamo dire che la filosofia della scienza di Cartesio era un’approssimazione efficace allo stesso modo in cui la classica teoria della fisica di Newton lo era per le leggi della fisica. Oggi sappiamo che la fisica newtoniana collassa ai due estremi della scala delle misurazioni fisiche, ovvero alla dimensione macroscopica e a quella microscopica, dove è stata sostituita da due teorie più esatte, rispettamene quella generale della relatività e quella quantica.
L’approssimazione di Cartesio si rivela inadeguata anche quando si tratta di comprendere la consapevolezza, la natura dell’anima e Dio. Il misticismo ha sempre compreso queste cose, e sapeva che la conoscenza autentica delle realtà spirituali può avvenire soltanto grazie all’esperienza diretta, alla conoscenza da parte dell’essere, all’identità tra conoscitore e conosciuto. Ma il misticismo e la maggior parte degli insegnamenti spirituali ritenevano che la logica e la conoscenza razionale erano opposte a tale conoscenza mistica o gnosi, che gli hindu hanno chiamato “jnana” e i tibetani “yeshes”. Quindi, da molto tempo ormai si pensa che la conoscenza spirituale mistica o diretta può solo essere vaga, intuitiva, misteriosa, non-concettuale, incomunicabile e così via. Ciò, secondo me, è dovuto alla stessa divisione: credere che le forme specifiche e precise sono separate dal fondamento dell’essere e della conoscenza, e che prestare attenzione a tali specificità ci allontanerà dall’esperienza mistica.
Nel Diamond Approach siamo più vicini alle idee degli antichi Greci, come Pitagora, Platone e Plotino, secondo i quali il fondamento dell’essere, il nous, è il fondamento delle idee platoniche, delle varie forme di manifestazione. In altre parole, riteniamo che la conoscenza mistica diretta e la conoscenza precisa delle forme specifiche possono essere unite, perché in origine erano una cosa sola, non-duale. Questo vuol dire che possiamo avere una conoscenza mistica (cioè la conoscenza da parte dell’identità) precisa, chiara, specifica e dettagliata.
Ciò ha due conseguenze che forniscono la risposta alla tua domanda. La prima: è possibile una conoscenza scientifica di tipo diretto; ovvero, una gnosi precisa e dettagliata di forme di manifestazione. In essa non esiste divisione, e quindi siamo al di fuori dell’approssimazione di Cartesio. Di fatto, poiché non ci basiamo sull’approssimazione, ma sulla realtà, la nostra conoscenza può essere totalmente precisa e chiara. Essa è in grado di penetrare regioni inaccessibili al tipo di indagine fondato sull’approssimazione cartesiana. Tutto ciò è necessario per comprendere la consapevolezza, l’esistenza, l’anima, Dio, lo spirito e così via. È come per le dimensioni microscopica e macroscopica delle misurazioni scientifiche, ma nel campo della psicologia e della metafisica.
E che dire dell’oggettività? Come possiamo essere sicuri della sua esistenza o del fatto che le nostre distorsioni soggettive non alterano questa conoscenza?
Penso che la tesi di molti insegnamenti spirituali secondo cui l’esperienza mistica è antitetica alla mente e alla ragione espone tale esperienza alle distorsioni soggettive. E questa è stata la critica degli scienziati e dei filosofi della scienza a tale tipo di esperienza. Comunque, ricorrere all’approssimazione di Cartesio non è di aiuto, perché essa ci allontana dall’elemento mistico, quello dell’esperienza diretta o della conoscenza da parte dell’essere.
Ma esiste un’altra via, quella che il Diamond Approach adotta in modo molto efficace: includere nella nostra esplorazione non solo ciò che sperimentiamo o conosciamo, ma anche lo stesso polo soggettivo. Includiamo l’osservazione del soggetto conoscente, l’io, nell’esplorazione sullo spirito, Dio o come preferisci chiamarlo. La nostra esplorazione non è mai rivolta soltanto a ciò che sperimentiamo, ma anche ai nostri atteggiamenti e reazioni alla nostra esperienza. In tal modo, diventiamo consapevoli delle nostre distorsioni soggettive e del modo in cui influenzano la nostra esperienza. Guardando al di là di queste distorsioni soggettive, la nostra conoscenza di ciò che sta succedendo diventa gradualmente più oggettiva.
A mano a mano che scorgiamo i nostri pregiudizi, convinzioni, desideri, punti di vista e così via, essi cominciano a dissolversi, soprattutto perché la nostra esplorazione è guidata dall’amore per la verità fine a se stessa. Dal momento che vogliamo davvero conoscere ciò che sta succedendo, desideriamo abbandonare le nostre distorsioni, perché siamo in grado di vedere subito come esse oscurano la verità che amiamo. Quando la nostra conoscenza si fa più profonda, la nostra obiettività si espande.
Via via che le distorsioni soggettive vengono scorte e abbandonate, la nostra obiettività si espande. Questo è un processo che continua per tutto il cammino dell’esplorazione dell’esperienza, dove la verità di quest’ultima si manifesta gradualmente man mano che le nostre distorsioni vengono portate alla luce e abbandonate.
Esistono diversi gradi di oggettività, ognuno dei quali è oggettivo all’interno della cornice soggettiva con cui lavoriamo. In altre parole, se usiamo la cornice secondo cui nel mondo ordinario siamo individui separati, la verità oggettiva sarà diversa da quella che vedremo all’interno di una cornice sprovvista di tale assunto sull’individualità separata. Di nuovo, oggettività ha un significato diverso se consideriamo l’esistenza e la non-esistenza due opposti antitetici o due realtà inseparabili e coemergenti.
…………………………………………………
Sempre da Almaas, dal libro “The point of existence” (mi scuso per chi non sa l’inglese) The view that spiritual experience “can’t be described” was made commonly popular in rather naive spiritual circles, such as those interested in Zen in the 1960s. Zen masters were interested in the direct and immediate experience of self-realization, and not in describing it conceptually. Their particular method is to precipitate the experience by the transcendence of all conceptualization. And since discrimination, for the conventional dimension of the self, is bound to bring up concepts from personal history, their methods did not use nor emphasize, but actively avoided and shunned, the conceptualization of experience. This does not mean that the experience of self-realization is not capable of discrimination, as the study of many of the authoritative spiritual texts of the major spiritual teachings, like those of Tibetan Buddhism, the various Hindu yogas, Sufism, the Kabala, and so on, will testify.
IVO: Sempre da Almaas, dal libro “The point of existence” (mi scuso per chi non sa l’inglese) The view that spiritual experience “can’t be described” ..
anzichè scusarti potresti tradurre…. :P
Ci provo io, anche se un po’ liberamente (in termini di modalità di traduzione, ovviamente), ché magari Ivo mi offre un lavoro come traduttore.
L’opinione che l’esperienza spirituale “non può essere descritta” fu resa diffusamente popolare da certi circoli spirituali piuttosto semplicistici, come alcuni interessati allo Zen durante gli anni 60. I maestri Zen erano interessati nell’esperienza diretta ed immediata dell’auto-realizzazione, e non nel descriverla concettualmente (*). Il loro metodo particolare consiste nell’accelerare l’esperienza per mezzo della trascendenza di qualsiasi concettualizzazione. E dato che la discriminazione, per la dimensione convenzionale del sé, si limita ad avere a che fare con concetti tratti dalla storia personale, i loro metodi non usavano né enfatizzavano, ma attivamente evitavano ed eliminavano, la concettualizzazione dell’esperienza. Ciò non significa che non si possa discriminare l’esperienza di auto-realizzazione, come testimonierà lo studio di molti autorevoli testi dei maggiori insegnamenti spirituali, come quelli del Buddismo Tibetano, i vari yoga Hindu, il Sufismo, la Kabala e così via.
(*) Nota di Bipo: vedasi come esempio concreto l’ostinazione di Sak ad evitare qualunque affermazione e descrizione della propria auto-realizzazione.
Caro Ivo, io ho una domanda, che non voglio spiegare più di tanto anche se sa di giudizio. Davvero mi sembra che mi esca da qualche posto profondo, forse mentale istintuale, beh proprio non lo, ma comunque la domanda c’è ed è la seguente:
Perché Madhukar?
La questione della trasmissione dell’Esperienza e dell’affidabilità degli insegnanti pare questione troppo seria per essere lasciata ai Buddha in sedicesimo e ai loro fondi di commercio new age.
L’approccio di Almaas, citato da Ivo, sembra sintetizzare, per così dire, tradizioni “metafisiche” orientali e psicologia occidentale, proponendo un metodo quasi alla monsieur Gurdjeff, molto ben articolato e altamente differenziato.
D’altra parte, resta vero che nella nostra cultura esiste una resistenza di fondo, di cui tener conto nella trasmissione: ” Il rifiuto di una potenza antropologica avvertita – come notava lo psicoanalista Elvio Fachinelli – come incompatibile e dissolvitrice.”
Il risveglio, chiamiamola esperienza mistica ( sebbene quella mistica sia solo una delle sue forme ), è avvertita come una delle cose più pericolose del mondo. “Per chi non può reggerla – avvertiva Alan Watts negli anni Sessanta, ma forse si riferiva all’acido – è come fargli passare 1.000.000 di volt attraverso il rasoio elettrico”.
Nel corto circuito vengono coinvolti strati percettivi, cognitivi, emotivi molto sottili, percepiti perlopiù come un’area di frontiera, “pericolosa dal punto di vista dell’affermazione di un io personale – di tipo cartesiano, aggiungerei – ben differenziato”.
Proprio per questo gli strati sottili sono stati per così dire messi da parte nel corso dell’evoluzione dell’uomo cosiddetto civilizzato.
Sarebbe però ingiusto irridere un tale accantonamento, in quanto si tratta di una necessità per la maggior parte degli uomini e delle donne che crediamo d’essere. Per Elvio Fachinelli, l’autore, fra l’altro, della “Mente estatica”, risultavano insopportabili, negli anni Ottanta, ma forse potrebbe essere vero ancora oggi, ” sia i sostenitori o deprecatori, il che è lo stesso, della civiltà della tecnica, come gli apologeti della saggezza orientale.”
Sia agli “occidentali” che agli orientali puri, “sfugge quel movimento molecolare che è in atto, e che lentamente cambia il ‘nostro’ paesaggio umano.”
Può darsi che l’estasi sia girato l’angolo. La non-dualità, niente di speciale. Santa, invece, la mente che la coglie. Ma l’illuminazione – dove non fondata su una corretta relazione con se stessi e l’insegnante, e non vivificata da uno spirito di ripresa – potrebbe “illuminare” di una luce troppo cruda i nostri continui travestimenti multipli in un giro senza fine.
Un giro, naturalmente, tra illuminazione “e” abbaglio.:-)
Bene.
Data la natura sfuggente dell’illuminazione direi che possiamo soprassedere dal volerla acchiappare (alcuni dicono che bisogna lasciare la presa !!!).
Poi ognuno se la vedrà con questo argomento nei modi e nei tempi suoi. Diceva un maestro zen ” Una cosa certa della nostra vita è che non possiamo scambiare neanche una scurreggia con un altro”. Insomma, nonostante il linguaggio restiamo dei perfetti sconosciuti.
E nonstante il linguaggio “il tao di cui si può parlare non è il vero tao”.
Forse, però, si può parlare delle “ricadute” dell’illuminzione. Cioè, c’è un “effetto illuminazione” nel quotidiano?
Visto che Atisha ha così amabilmente descritto un processo d’illuminazione, chiederei a lei : ci sono delle ricadute? C’è un messaggio per il mondo? C’è un messaggio per noi? Qualcosa da dire all’umanità? C’è un meglio e un peggio? Insomma ci sono delle ricadute sociali, culturali, economiche, ideologiche, politiche, ecc?
Vorrei anche dire che ci sono tropi illuminati!!
Nella mia zona ci sono due tipi che vendono intensivi di 5 giorni per il “risveglio”!!
E’ una specie di multilevel marketing. C’è uno che si illumina, che riconosce un altro, i quali riconoscono altri, ecc….una catena di sant’antonio, insomma.
Non ho capito chi è l’illuminato capo, ma mi pare uno di quelli che girano l’europa in eterna tournee. Uno di quelli del libro “Che cos’è l’illuminazione” della Macro Edizioni.
Operazioni di svilimento, crollo di valori, semplificazione eccessiva?
Ecco che mi dedico allo za-zen SENZA ASPETTATIVE…..almeno loro hanno 1500 anni di tradizione…..oggi come oggi la tradizione è una garanzia, la modernità, il nuovo è bullshit.
Proprio oggi riflettevo…..fino ai 20 anni siamo affascinati da ciò che è “nuovo”, ciò che è nuovo è “buono”.
Con il passare degli anni si apprezzano le cose stagionate….
Gianni, cosa intendi con “Buddha in sedicesimo”? Questa proprio non l’ho capita, oppure fai riferimento a qualche dotta citazione che mi manca…