La visione scientifica tradizionale ci dice che la scienza non ha nulla ha che fare con la coscienza o con Dio. Ma oggi le cose stanno cambiando. Ora che ha cominciato a occuparsi della coscienza, ha intrapreso un cammino che alla lunga la porterà a esplorare le profondità della mente. Questa esplorazione la costringerà forse ad aprirsi a Dio.
La grande domanda
Cosa ha a che fare la scienza con la coscienza? Pochissimo. La coscienza è un argomento problematico. Non è possibile individuarla e misurarla come un oggetto materiale e le incertezze dell’esperienza soggettiva interferiscono con i nostri tentativi di arrivare a verità universali. Perciò in generale la scienza ha deliberatamente escluso la coscienza dal proprio ambito di studio.
Cosa ha a che fare la scienza con Dio? Ancora meno. Se è inevitabile almeno accettare l’esistenza della coscienza, per quanto enigmatica, Dio invece non ha nessun ruolo nella visione scientifica del mondo. La scienza moderna ha esaminato le profondità dello spazio fino ai confini dell’universo, le profondità del tempo risalendo fino agli inizi della creazione e le profondità della struttura della materia scendendo fino ai suoi costituenti elementari. In nessuna di queste direzioni ha trovato un posto per Dio, né una prova della sua esistenza. L’universo, la scienza proclama, funziona perfettamente senza bisogno di Dio.
Questa è la visione scientifica tradizionale. Ma oggi le cose stanno cambiando. Alcuni vecchi confini si dissolvono e la scienza comincia a espandere il proprio campo di interessi.
Il super-paradigma
Quando parliamo dei limiti della scienza contemporanea è importante ricordare che ci riferiamo al paradigma attuale, non alla scienza come impresa in se stessa. Un paradigma scientifico è l’insieme dei presupposti all’interno dei quali una scienza particolare fa il proprio lavoro. La teoria quantistica, la teoria dell’evoluzione di Darwin e la teoria psicanalitica dell’inconscio sono altrettanti esempi di paradigmi.
I paradigmi cambiano nel tempo. Il concetto platonico della perfezione dei moti circolari dominò la scienza della meccanica per quasi duemila anni. Nel diciassettesimo secolo le leggi del moto di Newton divennero il nuovo paradigma. Oggi la relatività einsteiniana è considerata una descrizione più precisa del moto della materia nello spazio e nel tempo.
Disgraziatamente, come Thomas Kuhn ha mostrato nel suo magistrale libro La struttura delle rivoluzioni scientifiche, i paradigmi non cambiano facilmente. Sono tanto profondamente radicati nella cultura scientifica e nella cultura della società in generale che vengono raramente messi in discussione. I dati che contraddicono la visione delle cose in auge al momento vengono trascurati o contestati; oppure, se non è possibile negarli, vengono incorporati, spesso goffamente, nel modello esistente.
I guardiani del vecchio paradigma preferiscono morire piuttosto che abbandonare i loro presupposti sulla natura della realtà. E spesso è proprio questo che succede: nuovi paradigmi emergono, non perché le persone cambino idea, ma perché gli adepti del vecchio paradigma pian piano muoiono.
Nell’attuale visione scientifica del mondo materia ed energia fisica sono la realtà primaria. Secondo questa visione, quando saremo in grado di comprendere a fondo il funzionamento del mondo fisico, avremo capito tutto, compreso il funzionamento della mente umana. Questo è qualcosa più di un paradigma che si applica a un particolare campo di studi: è una credenza comune a quasi ogni branca della scienza. È piuttosto un super-paradigma.
Mettere in discussione questo super-paradigma è una faccenda grossa. Non stupisce perciò che ogni suggerimento dell’esistenza di fenomeni come la telepatia, la chiaroveggenza, la precognizione, la guarigione psichica, l’efficacia della preghiera o altro che faccia pensare a una parziale indipendenza della coscienza dalla materia venga ignorato o deriso dalla scienza istituzionale. All’interno della visione del mondo attualmente accettata queste cose semplicemente non possono essere vere.
Cos’è la coscienza?
Se, come l’attuale super-paradigma sostiene, la coscienza emerge dalla materia, è naturale chiedersi quando sia emersa per la prima volta. Un animale, un cane per esempio, è cosciente? Per quanto ne sappiamo, i cani non sono auto-coscienti come noi, non pensano in parole e probabilmente non ragionano come noi. Ma questo significa che non abbiano un’esperienza soggettiva, come Cartesio ha sostenuto?
A quanto mi risulta, il mio cane ha una sua esperienza del mondo circostante. Chiaramente prova dolore quando si fa male. Mentre dorme a volte sembra sognare, e fa piccoli rapidi movimenti con le zampe e con le dita come se stesse inseguendo un coniglio immaginario. Dire che non ha coscienza, che è soltanto una macchina biologica priva di un qualsiasi mondo interiore, mi sembra assurdo - non meno assurdo dell’affermare che il vicino che abita dall’altra parte della strada non ha coscienza.
Quando affrontiamo questi problemi è bene tener separati due ampi, ma distinti, significati del termine ‘coscienza’. In primo luogo ci sono i vari fenomeni soggettivi ed eventi esterni di cui facciamo esperienza: percezioni del mondo circostante, pensieri, idee, convinzioni, valori, sentimenti, emozioni, speranze, timori, intuizioni, sogni, fantasie. Tutte queste cose le chiamo ‘i contenuti della coscienza’.
La coscienza come facoltà in se stessa è distinta da tutto ciò: è la facoltà di avere un mondo mentale interno in cui tutte queste esperienze hanno luogo. I contenuti della nostra coscienza possono essere diversissimi - vediamo cose diverse, pensiamo pensieri diversi, abbiamo diverse emozioni e diversi valori - ma tutti quanti abbiamo in comune il fatto di essere coscienti. Senza questa facoltà non ci sarebbe nessun tipo di esperienza soggettiva.
Possiamo pensare per analogia a un dipinto. L’immagine corrisponde ai contenuti della coscienza, la tela su cui l’immagine è dipinta corrisponde alla facoltà della coscienza. Sulla tela possiamo dipingere un’infinità di quadri diversi: ma tutti i quadri possibili hanno in comune il fatto di essere dipinti su una tela. Senza tela non ci sarebbe il quadro.
La differenza fra i cani e noi non sta nella facoltà della coscienza, bensì nei contenuti della coscienza, in ciò di cui sono coscienti. Forse i cani non sono auto-coscienti e forse non ragionano e pensano come noi. Sotto questi aspetti possono essere meno consapevoli di noi. D’altro canto, essi odono frequenze acustiche più alte di quelle che noi siamo in grado di percepire e il loro olfatto è di gran lunga superiore al nostro. In termini della loro percezione del mondo circostante, può darsi che i cani siano più consapevoli degli esseri umani.
Le origini della coscienza
Se i cani posseggono la facoltà della coscienza, ragionando nello stesso modo debbono attribuirla anche ai gatti, ai cavalli, ai cervi, ai delfini, alle balene e agli altri mammiferi. Se i mammiferi sono esseri senzienti, non vedo alcuna ragione per supporre che gli uccelli non lo siano. Certi pappagalli che ho conosciuto sembravano essere altrettanto coscienti dei cani. E che dire dei rettili e dei pesci? Non c’è nulla nel loro sistema nervoso che faccia pensare che non debbano avere un proprio mondo di esperienza interiore.
Allora dove tracciamo il confine? Anche gli insetti hanno organi di senso e un sistema nervoso: perché non dovrebbero anch’essi avere un qualche grado corrispondente di esperienza interna? Il quadro dipinto sulla tela della loro mente può essere in verità molto diverso da quello della nostra mente - meno ricco, molto più semplice - ma non vedo nessuna ragione per dubitare del fatto che un quadro vi sia.
A me sembra probabile che ogni organismo in qualche modo sensibile al proprio ambiente sia dotato in una certa misura di un’esperienza interna. Se un batterio è sensibile alle vibrazioni, all’intensità della luce o al calore, come possiamo affermare che non abbia un corrispondente grado di coscienza? Il quadro può essere l’equivalente di una debolissima macchia di colore, praticamente nulla in confronto alla ricchezza e al dettaglio dell’esperienza umana: tuttavia non completamente inesistente.
Fin dove vogliamo scendere? Possiamo dire lo stesso per i virus e per il DNA? Perfino per i cristalli e gli atomi?
Il filosofo Alfred North Whitehead ha sostenuto che la coscienza è presente fino al livello più basso. Per lui la coscienza è una proprietà intrinseca del creato. In quest’ottica, con l’evoluzione della vita non è emersa la facoltà della coscienza, bensì si sono allargate le varie qualità e dimensioni dell’esperienza cosciente, i contenuti della coscienza. Man mano che gli esseri viventi sviluppavano occhi, orecchie e altri organi di senso, i quadri dipinti sulla tela della coscienza diventavano più ricchi. Per elaborare e utilizzare queste informazioni si è sviluppato un sistema nervoso - e man mano che il sistema nervoso diventava più complesso emergevano nuove qualità: il libero arbitrio, la cognizione, l’intenzionalità, l’attenzione. Con la comparsa degli esseri umani la coscienza acquisì una dimensione completamente nuova: quella del pensiero.
In cerca di colui che pensa
Osservando la nostra esperienza interna, sentiamo che dev’esserci un soggetto, un sé che ha tutte queste esperienze, che prende queste decisioni, che pensa questi pensieri. Poiché usiamo il linguaggio per etichettare praticamente ogni altra cosa nell’ambito della nostra esperienza, ci sembra un passo naturale dare un nome a questo sé, qualsiasi cosa esso sia: lo chiamiamo ‘io’.
Ma cos’è questo sé? Com’è? Dove si trova? Il filosofo scozzese David Hume lo cercò lungamente al proprio interno, tentando di individuare qualcosa che fosse il suo vero sé. Ma tutto quel che trovò furono vari pensieri, sensazioni, immagini e sentimenti. La ragione per cui non riuscì mai a trovare il sé è che lo cercava nel posto sbagliato: lo cercava nell’ambito dell’esperienza, fra i contenuti della coscienza. Ma il sé, per definizione, non può essere uno dei contenuti della coscienza. È ciò che esperisce i contenuti della coscienza.
La sola altra possibilità è che questo sentimento che abbiamo dell’esistenza di un sé abbia a che fare con la facoltà stessa della coscienza. Ma se questo è il sé che percepiamo internamente, esso non è un sé individuale, personale. Non è un sé con delle caratteristiche e qualità. Non è una cosa che può essere percepita o conosciuta, nel senso in cui percepiamo e conosciamo altre cose. Non è un sé unico in ciascuno di noi. È qualcosa che tutti condividiamo. È la tela della mente.
Un sé vacillante
Poiché la sensazione di essere un sé individuale e unico è tanto forte, continuiamo a cercarci un’identità fenomenica. Troviamo un senso d’identità nei nostri pensieri e ricordi, nel nostro corpo e nel nostro aspetto, in ciò che facciamo e in ciò che abbiamo realizzato. Ma un tale sé è perennemente alla mercé degli eventi. Perciò ci diamo tante arie, compriamo una quantità di oggetti di cui non abbiamo veramente bisogno e diciamo una quantità di cose che non intendiamo veramente dire, il tutto per puntellare questo senso di identità fittizio.
Quando questo sé si sente minacciato, tende a mettere in moto la paura. La paura è utilissima quando abbiamo a che fare con una minaccia che riguarda il nostro essere fisico. Non dureremmo a lungo senza di essa. Ma non è una risposta appropriata a una minaccia che riguarda un’identità psicologica artificiale. In questa forma la paura non aiuta, bensì danneggia la nostra sopravvivenza, e in vari modi.
La paura induce stress e di conseguenza porta a varie malattie fisiche, mentali ed emotive. Il timore che venga leso il nostro senso di identità ci porta a giudicare le persone con cui viviamo e con cui entriamo in contatto. Una mente giudicante tende a essere critica e aggressiva, non compassionevole e amorevole. La paura inoltre porta con sé l’ansia. Andiamo in ansia per ciò che abbiamo fatto in passato e per ciò che può accaderci in futuro. E mentre la nostra attenzione si fissa sul passato o sul futuro, essa non è nell’attimo presente.
La più triste e ironica conseguenza di ciò è che l’ansia ci impedisce di trovare proprio ciò che cerchiamo. Fondamentalmente, tutti vogliamo star bene. Naturalmente vogliamo evitare il dolore e la sofferenza e vogliamo sentirci in pace. Ma una mente ansiosa non conosce pace.
Gli altri animali, privi di linguaggio e di pensiero discorsivo, non hanno bisogno di rafforzare un illusorio senso di identità e perciò non conoscono queste paure. Probabilmente si sentono in pace molto più spesso di noi.
Trascendere il linguaggio
Sembra che la medaglia del linguaggio abbia anche un’altra faccia. Il linguaggio è impareggiabile per condividere conoscenza ed esperienza. Senza di esso la cultura umana non esisterebbe. E parlare interiormente a noi stessi può esser utilissimo quando abbiamo bisogno di concentrare l’attenzione su qualcosa, analizzare una situazione o fare dei piani. Ma altrimenti gran parte del nostro pensare è completamente inutile. Quando osservo l’attività della mia mente, trovo che di un novanta percento dei miei pensieri potrei fare a meno con vantaggio.
Se metà della mia attenzione è catturata dalla voce che parla nella mia testa, quella metà non è disponibile per notare altre cose. Non mi accorgo di quello che sta accadendo intorno a me. Non odo il canto degli uccelli, il fruscio del vento e lo scricchiolio degli alberi. Non noto le mie emozioni e le sensazioni nel mio corpo. In effetti, sono cosciente solo a metà.
Solo perché abbiamo il dono del pensiero discorsivo, non significa che dobbiamo tenerlo in funzione tutto il tempo. Questo fatto è sottolineato da molti insegnamenti spirituali. La maggior parte di questi insegnamenti comprende tecniche di meditazione o di preghiera atte ad acquietare il dialogo interno e a fermare la mente. Questo è il significato letterale del termine indiano samadhi: ‘una mente in quiete’.
Una mente tranquilla è più capace di essere nel presente ed è più in pace. È lo stato naturale della nostra mente, la nostra eredità evolutiva. È lo stato di grazia al quale vogliamo ritornare, lo stato di grazia da cui siamo caduti quando il linguaggio si è impadronito della nostra coscienza.
Inoltre, dicono i saggi, quando la mente è completamente immobile riconosciamo la nostra vera identità. Come ha detto la Chandogya Upanishad tremila anni fa: “ Ciò che è l’essenza di tutte le cose, Quello sei Tu.”
Una scienza della coscienza?
La scienza ha esplorato le profondità dello spazio, le profondità del tempo e le profondità della struttura della materia senza trovare né un luogo né la necessità di Dio. Ora che ha cominciato a occuparsi della coscienza, ha intrapreso un cammino che alla lunga la porterà a esplorare le ‘profondità della mente’. Questa esplorazione la costringerà forse ad aprirsi a Dio. Non all’idea di Dio che troviamo nelle religioni attuali - che si sono distorte e impoverite nella trasmissione da una generazione all’altra, da una cultura all’altra, da una lingua all’altra - ma al Dio di cui gli insegnamenti parlavano in origine, l’essenza del nostro sé, l’essenza della coscienza.
Questa possibilità è anatema per l’attuale super-paradigma scientifico. È un po’ come quando Galielo disse al Vaticano che la terra non era il centro dell’universo. Ma se c’è nella scienza una certezza, essa è che tutte le certezze cambiano col tempo. I modelli scientifici attuali sono, in quasi tutti i campi, radicalmente diversi da quelli di duecento anni fa. Chi sa come saranno i paradigmi del prossimo millennio?
Una scienza che includesse in sé le profondità della mente sarebbe veramente una scienza unificata. Essa capirebbe l’origine ultima di tutte le nostre paure inutili, capirebbe perché non viviamo la vita nella pienezza del suo potenziale, perché non siamo in pace interiormente. Una tale scienza contribuirebbe allo sviluppo di tecnologie interiori per acquietare la mente e trascendere le nostre paure. Ci aiuterebbe a diventare padroni anziché schiavi del nostro pensiero, in modo da convivere con questo accidente dell’evoluzione traendo profitto dai suoi benefici, ma senza permettergli di riempire la nostra mente al punto di farci perdere di vista altri aspetti della nostra realtà - ivi inclusa la nostra vera natura interiore. Non è forse questo un programma che vale la pena di realizzare?
Peter Russell, che è una delle figure di punta dello Human Potential movement, è membro dell’Institute of Noetic Sciences, della World Business Academy, della Findhorn Foundation ed è membro onorario del Club di Budapest. Fra i suoi libri: Il risveglio della mente globale. Dalla società dell’informazione all’era della coscienza (Apogeo/Urra, 2000), From Science to God, Waking Up in Time e The Consciousness Revolution (con Stanislav Grof ed Ervin Laszlo). Ken Wilber lo ha definito ‘una delle più belle menti del nostro tempo’. Il suo web site è www.peterussell.com
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Thomas Kuhn. La struttura delle rivoluzioni scientifiche. Einaudi. 2000. ISBN: 880615205X
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Questo articolo è apparso originalmente su “New Renaissance” magazine, www.ru.org
Traduzione di Shantena Sabbadini.
Copyright per l’edizione Italiana: Innernet.
Ma se non c’è una pittura, come si fa a vedere la tela, se il muro è bianco e non c’è cornice.
Quando sorge la pittura sorge la tela, quando cessa la pittura cessa la tela.
La tela di cui parla Russell , come lo schermo su cui si proietta il film della vita interiore descritto da Arnaud Desjardin (mistico advaitista e noto cineasta francese e pertanto piu’ suggestionato dalla metafora cinematografica che da quella pittorica) , e’ probabilmente assimilabile a quello che Meister Eickhart chiama “il fondo dell’anima”.
Cito la famosa predica “Homo quidam nobilis” : “Perciò il profeta disse: In verità, tu sei il Dio nascosto, al fondo dell’anima, là dove il fondo dell’anima ed il fondo di Dio sono un solo fondo. Più ti si cerca, meno ti si trova. Tu devi cercarlo in guisa tale da non trovarlo in alcun luogo. Se non lo cerchi, allora lo trovi” ( inutile dire che questo e’ puro zen! )
Come dice un suo autorevole commentatore, Marco Vannini, Eickhart è il primo a tematizzare l’Io nel pensiero occidentale nel momento stesso in cui lo mette definitivamente in crisi.
Infatti egli mostra l’assurdità del soggetto come realtà sostanziale, perché esso non è che un flusso di contenuti senza principio né fine; concetto questo affine alla dottrina buddhista, che insegna la natura impersonale, impermanente e condizionata dell’Io, e propone alcune tecniche meditative per sperimentarla.
Consiglierei a Fabrizio di provare, almeno temporaneamente, ad abbandonare il suo razionalismo cartesiano e tentare di “sperimentare” mediante quelle stesse tecniche meditative (che peraltro non richiedono alcuna adesione fideistica) la “realta ontologica” di quella tela che puo’ esistere ed esiste anche senza il colore.
Invito a vedere il DVD di Nader Butto: medicina e le sette leggi universali per rendersi conto di due cose:
la materia é fatta di nulla di materiale ma di movimenti ordinati, armoniosi ed intelligeneti di energia creatrice..
Non mi si venga quindi a dire che l’ordine l’armonia e l’energia creatrice sono propri della materia, l’energia creatrice e l’ordine-armonia sono rivelatrici di DIo.Ma finche noi cerchiamo solo nalla materia ovviamente ciò non possimo scoprirlo
L’India insegna questa energia come Luce creatrice, questa Luce che é anche sperimentabile, ma non con mezzi scientifici, solo laorando su se stessi per liberare la mente dai legami della materia
La coscienza non é realtà in se stessa ma é la qualtà o capacità dell’Essere di distinguesri o separarsi da ciò che crea ( ciò vale per Dio, in India chiamato appunto Essere ) e per noi persone umane é la capacità di distinguersi dalle forme materiali fino a giungere alla Luce e con ciò determinare l’identità di no stessi appunto come persone cioè in grado di appliacare coscienza alla materia.
Se non esistesse materia non potremmo applicare coscienza, la coscienza non esisterebbe e neppure noi persone umane.
Dio stesso senza luce o energia creatrice non avrebbe probabilmente alcun modo per riconscersi .
La coscienza dunque é in stretta relzione con la materia e la può governare entro certi limiti sensati cioè coerenti con la vita, ciò vale per noi persone umane.
Gesù: se aveste fede quanto ne ta in un granello di senape potreste dire a questa montagna ..spostati e le i si sposterebbe .
Gesù ha un pò sagerato, ma il concetto si capisce.
Vedete in http://www.meditazionevita.com un modo semplice per riscoprire queste meravigliose realtà e intanto imparare ad agire per la materia del nostro corpo cioè per mantenerla coerente con la Vita
Federico
Cosa ha a che fare la scienza con Dio? Ancora meno. Se è inevitabile almeno accettare l’esistenza della coscienza, per quanto enigmatica, Dio invece non ha nessun ruolo nella visione scientifica del mondo. La scienza moderna ha esaminato le profondità dello spazio fino ai confini dell’universo, le profondità del tempo risalendo fino agli inizi della creazione e le profondità della struttura della materia scendendo fino ai suoi costituenti elementari. In nessuna di queste direzioni ha trovato un posto per Dio, né una prova della sua esistenza. L’universo, la scienza proclama, funziona perfettamente senza bisogno di Dio.
Questa è la visione scientifica tradizionale. Ma oggi le cose stanno cambiando. Alcuni vecchi confini si dissolvono e la scienza comincia a espandere il proprio campo di interessi.
Il super-paradigma
Quando parliamo dei limiti della scienza contemporanea è importante ricordare che ci riferiamo al paradigma attuale, non alla scienza come impresa in se stessa. Un paradigma scientifico è l’insieme dei presupposti all’interno dei quali una scienza particolare fa il proprio lavoro. La teoria quantistica, la teoria dell’evoluzione di Darwin e la teoria psicanalitica dell’inconscio sono altrettanti esempi di paradigmi.
I paradigmi cambiano nel tempo. Il concetto platonico della perfezione dei moti circolari dominò la scienza della meccanica per quasi duemila anni. Nel diciassettesimo secolo le leggi del moto di Newton divennero il nuovo paradigma. Oggi la relatività einsteiniana è considerata una descrizione più precisa del moto della materia nello spazio e nel tempo.
Disgraziatamente, come Thomas Kuhn ha mostrato nel suo magistrale libro La struttura delle rivoluzioni scientifiche, i paradigmi non cambiano facilmente. Sono tanto profondamente radicati nella cultura scientifica e nella cultura della società in generale che vengono raramente messi in discussione. I dati che contraddicono la visione delle cose in auge al momento vengono trascurati o contestati; oppure, se non è possibile negarli, vengono incorporati, spesso goffamente, nel modello esistente.
I guardiani del vecchio paradigma preferiscono morire piuttosto che abbandonare i loro presupposti sulla natura della realtà. E spesso è proprio questo che succede: nuovi paradigmi emergono, non perché le persone cambino idea, ma perché gli adepti del vecchio paradigma pian piano muoiono.
Il Buddha non suggeriva di credere all’inesistenza dell’io, precipuamente perchè questo avrebbe portato a dispute con i sostenitori dell’opinione opposta, quanto ad esaminare questa stessa percezione.
Per far ciò ha indicato cinque aggregati ai quali è possibile attribuire il proprio senso di io: il corpo, le sensazioni, le percezioni, gli oggetti mentali ed il soggetto percepiente.
Se qualcuno è in grado di dimostrare che lo stesso io convive in tutti o una parte di questi aggregati, che equivalga ad uno di essi oppure che è associato ad altro, non penso il Buddha avrebbe qualcosa da obiettare se i suoi seguaci si sottomettessero a questa autorità.
Federico,
fai attenzione che la dottrina che hai sottoscritto è quella fatalistica designata come una che destina ad una rinascita infernale. E perchè si dice questo? Ma perchè qualcuno che ritiene la materia non abbia coscienza non vede alcuna differenza tra un uomo che porta doni ed aiuto sulel due rive del Gange ed un altro che per mano di spada uccide le stesse persone in quanto entrambe queste azioni sarebbero semplicemente un flusso di particelle di luce emanantesi dal grande essere. La conseguenza sarebbe quindi l’errata percezione sull’inefficacia del kamma.
Ma la Baghavat Gita, il vangelo indu’, che non e’ propriamente fatalistica, bensi’ non dualistica afferma :
“Sorgi, svegliati! Sorgi, svegliati! Colpisci a morte i tuoi nemici, fa, prigioniera la carne e cogli la gloria della vittoria partecipando al gioco della battaglia. Goditi la ricchezza del Re della pace, e del regno dei cieli! Ben conosco gli avvenimenti che ha in serbo il mistico futuro; e invero ti dico che molto tempo fa Io ho ucciso i tuoi nemici e questi guerrieri, molto prima che la tua mano-agente potesse sapere (che avrei fatto approdare i tuoi nemici alle buie rive della morte).
“Tu sei il Mio strumento; ed è così che attuo i Miei piani nell’universo, servendomi di diversi strumenti. Io ho già ucciso e ancora ucciderò le schiere dei sensi (Drona, Bhishma, Jayadratha, Karna e altri potenti guerrieri), sia tramite te che attraverso i Miei soldati del passato e del futuro!”.
“Colui che pensa che sia esso ad uccidere e colui che pensa sia esso ad essere ucciso, sono tutti e due in errore, (perché) esso non uccide né è ucciso”.
“Esso non nasce mai, né mai muore, né, essendo ciò che è venuto ad essere, (di nuovo) cesserà di essere; è non-nato, eterno, permanente, originario; non è ucciso, quando il corpo è ucciso”.
“Colui che sa che esso (il Sé) è indistruttibile ed eterno, non-generato e immutabile, come può quella persona, o Partha, uccidere o far uccidere qualcuno?”
(Bhagavad Gita)
Nel campo dell’azione, che è la vita, non vi è pace nè ve ne potrà mai essere. Quindi si deve agire poichè è nostro dovere, ma con “distacco”.
L’idea della morte è superata dal concetto di rinascita poichè ” L’Essere Supremo (nell’uomo) rimane per sempre uguale e identico… trovandosi in ogni corpo, non sarà mai ucciso.” .
Sono concetti molto importanti vista la logica prevalente, cieca e personalistica, di attacco al nemico.
L’uomo moderno sembra aver tranciato le sue radici e i legami con le tradizioni del passato.
Ben lontano da un vissuto di totalità e di appartenenza, si è sradicato dalla sua natura umana e ha perso il valore e il senso dell’esistenza. “Esperire la vita senza coglierne il senso è come essere malati” scrive Jung.
La lotta, il conflitto e l’antagonismo hanno perso quelle prerogative che rendevano sacro, in passato, lo scontro e l’introiezione dell’antagonista quale degno avversario.
Hai infatti fatto riferimento proprio alla dottrina fatalistica racchiusa nelle frasi:
“Colui che pensa che sia esso ad uccidere e colui che pensa sia esso ad essere ucciso, sono tutti e due in errore, (perché) esso non uccide né è ucciso”.
Del resto se il Buddha fosse stato d’accordo con la Bhagavad Gita, non avrebbe messo in moto la ruota del Dhamma.
Tra l’altro quest’inganno è il motivo per il quale la dottrina dell’anatta viene insegnata solo a coloro che abbiano purificato perfettamente la propria condotta etica.
“È detto che una persona consiste di desideri. Come è il suo desiderio, così è la sua volontà. Com’è la sua volontà, così è la sua azione. Qualsiasi azione si compia, quella si raccoglierà. Come si agisce così si diventa. Si diventa virtuosi per azioni virtuose, si diventa cattivi per cattive azioni.” (Bhagavadgita)
La legge del karma non è rassegnazione o fatalismo, bensì responsabilità nell’agire: “ciò che si semina si raccoglie”.
Dire percio’ che la Baghavad Gita e’ fatalista e’, a mio avviso, molto superficiale
L’abbandonarsi qualitativo non è fatalismo, anzi, aiuta a trascendere il fato (il destino). Si tratta di due fenomeni profondamente diversi:
-il fatalismo implica l’identità immaginata che immagina un destino individuale e che subisce il fato, senza poter influire sostanzialmente sui processi, anche se fantastica di esercitare un grande influsso (la sardina che fantastica di muovere l’oceano);
- l’abbandono vero e proprio coincide con l’Alternanza della Consapevolezza integrale con l’Estinzione e implica quindi l’assenza dell’identità immaginata e la non identificazione né con l’individuo e con il destino individuale.
La mente che tende in modo sincero, dedito e qualitativo ad abbandonarsi alla Reale Identità, tende a trascendere l’attaccamento a se stessa individualità e quindi anche il destino. La mente che invece non si abbandona qualitativamente alla Reale Identità è sostanzialmente una fatalista, anche se può facilmente fantasticare di poter decidere il corso degli eventi e cambiare sostanzialmente il proprio destino.
Se l’abbandonarsi qualitativo fosse stato fatalismo, la mente Gesù sarebbe stata una delle menti più fataliste della storia dell’umanità, mentre è stata una delle più fatali, soprattutto per l’identità immaginata che contaminava gli apostoli, soprattutto quelli Divenuti del tutto, e per le altre menti Divenute qualitativamente, grazie anche al suo influsso. Così pure, se l’abbandonarsi sarebbe fatalismo, lo sarebbe anche il “lasciarsi andare” della mente al sonno profondo.
L’abbandonarsi totale può comunque essere considerato la massima espressione positiva del fatalismo, inteso di atteggiamento di chi (mente quasi completamente dissolta) “subisce” la Realtà (non la realtà).
Nell’induismo ci sono tre “vie di salvezza”: nella “via delle opere” (karma-marga) e nella “via della conoscenza” (jnana-marga) la fede non ha nessun posto; lo ha invece molto grande nella “via della devozione” (bhakti-marga), in cui il “devoto” (bhakta) si affida totalmente al “Signore” (Ishvara), che nel Bhagavad-Gita è Krishna. Invece, nel buddismo, che intende essere esclusivamente razionale, non si può parlare di fede, anche se nel buddismo Mahayana la “liberazione” si raggiunge non con l’ascesi, ma con la “fiducia” nel Buddha e nei bodhisattva; e nel buddismo giapponese soltanto la fede nella grazia di Amida conduce gli uomini nel paradiso della “Terra pura”
Ci sono poi studiosi che sostengono un’ influenza diretta del buddismo sulla Bhagavad Gita. Cito Bede Griffiths:
“La Bhagavad Gita sembra fare dei riferimenti al jainismo; o perlomeno, lo conosceva. In molti punti è influenzata anche dal buddismo e usa diversi termini e concetti buddisti, per esempio nirvana.”
Quindi un’ affermazione apodittica di un contrasto insanabile fra buddismo e Bhagavad Gita va’ elaborata in termini esegetici piu’ articolati a meno che non si voglia far riferimento a puri dettami confessionali, rinunciando cosi’ ad una piu’ approfondita analisi storica e filosofica.
Comincio dalla parte più facile. la parola Nirvana (traslitterata in Pali, Nibbana) è molto più probabile che l’abbia presa il Buddha dall’induismo accanto a quelle di Brahma, Sakka, Damma ecc.
Quanto al Buddhismo non sono pratico delle discipline mahayana in quanto mi attengo strettamente al Canone in lingua Pali; quindi non so rispondere alla tua contestazione.
Forse del Buddhismo delle origini hai sentito parlare del concetto di Via di Mezzo; ebbene nel tuo post hai presentato due estremi: il suggerimento è quello di individuare la via di mezzo anche in questa circostanza.
Ho letto attentamente l’aaticolo e le risposte: non ho trovato nulla di nuovo dalla filosofia di vita, pensiero e coscienza, che ho abbracciato da più di 20anni. Partendo la Buddismo, filosofia che mi è parsa la più consona al mio modo di sentire, praticandolo per 10 anni attivamente, ho poi spaziato ampiamente in studi e filosofie scentifiche che mi hanno supportato. Tutto ciò che compone l’articolo si può trovare nel libro “Ynana Yoga” di Ramacharaka. Questo scrittore - a mio avviso e per mia fruizione - ha il vantaggio di farci arrivare a conclusioni scentifiche, socilogiche e spirituali, lungo un cammino più agevole e sereno.
La scienza si occupa di fatti non di pippe mentali. Queste sono di gusto individuale. Voler far passare per “scientifiche” cose che con la scienza non hanno nulla a che vedere è segno di ciarlataneria.