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beard-dancing-bearsSe tutto quanto fa parte dello stesso ‘Uno’, l’idea di ritirarsi dal mondo per connettersi con la coscienza universale non ha senso.

Prima di cominciare a meditare avevo alcuni preconcetti. La meditazione mi sembrava una buona cosa: sedersi in silenzio a contemplare la pace interiore, trovare il proprio centro, concentrarsi sull’infinito. Ma mi sembrava anche una cosa per persone introverse, tranquille, per tipi meditativi – e io non rientravo certo in quella categoria.

Io ero piuttosto estroversa e rumorosa, molto coinvolta nell’azione sociale, specialmente nelle tematiche femminili. Perciò avevo un altro pregiudizio: forse la meditazione in realtà era solo una fuga dalla realtà. Forse i tipi tranquilli e meditativi erano egoisti, che si preoccupavano solo della propria crescita spirituale e non della giustizia sociale e dell’uguaglianza.

Inoltre la meditazione mi sembrava un artificio per distrarre la gente dalla lotta contro lo sfruttamento. I diseredati non sono stati sempre placati con la religione? “Prega Dio e le cose miglioreranno.” “Taci, guardati dentro.” “L’aldilà è meglio di questo mondo.” Io non volevo tacere: volevo cambiare il mondo.

Le mie idee sulla meditazione non erano infondate. Sicuramente in Occidente siamo abituati ad associarla all’immagine del monaco che si rinchiude nella caverna. Ma quando, superati alcuni dei miei pregiudizi, cominciai a meditare (e a capire più chiaramente la via del Tantra, la tradizione spirituale che sviluppa il vigore spirituale sia tramite la meditazione, sia tramite l’incontro con circostanze esterne difficili), mi resi conto che un vero progresso spirituale è possibile solo quando l’interno e l’esterno vanno di pari passo.

Cioè, quando facciamo il lavoro interno della meditazione e utilizziamo la forza che questo lavoro ci conferisce per servire la società, allora abbiamo un progresso. Per migliaia di anni alcuni adepti dello spirito hanno scelto di ritirarsi dal mondo, di rinchiudersi in caverne o in ashram alla ricerca della realizzazione spirituale. Ma i massimi maestri spirituali non hanno mai raccomandato questa via.

“Lo scopo della nostra vita è certamente aiutare gli altri,” ha detto il Dalai Lama. “Comunque siamo in grado di dare un piccolo contributo positivo, questo è l’importante, questa è la nostra responsabilità.” La meditazione ci aiuta a entrare in contatto con la coscienza universale, che alcuni maestri hanno chiamato ‘l’Uno’. Ci aiuta a vedere l’unità di tutte le cose.

E, quando cominciamo a percepire quell’unità, cominciamo a sentire il bisogno di rendere la vita migliore per gli altri esseri umani, per gli animali e per la terra. Se tutto quanto fa parte dello stesso ‘Uno’, l’idea di ritirarsi dal mondo per connettersi con la coscienza universale non ha senso.

Il maestro spirituale Shri Shri Anandamurti ha detto: “Hai bisogno di uno specchio per vedere l’orologio che porti al polso? No, non ci pensi neppure. Allo stesso modo, non hai bisogno di andare sull’Himalaya per cercare Dio, che si nasconde nella tua stessa soggettività. Vivi nel mondo, metti tutto te stesso al servizio della società e troverai Dio.”

La meditazione è il mezzo per ottenere l’illuminazione spirituale. È il veicolo per la purificazione del nostro corpo e della nostra mente. Se tutto fa parte dell’Uno e la meditazione ci aiuta a vederlo più chiaramente, allora la meditazione deve anche connetterci più strettamente con gli altri esseri umani, con le piante, gli animali e la terra. Cominciamo a renderci conto che non possiamo raggiungere la meta della nostra auto-realizzazione da soli. È nostra responsabilità portare con noi il resto del creato.

Man mano che demoliamo parti del nostro ego e del nostro egocentrismo, sentimenti di amore cominciano a crescere. Quell’amore, quel sentimento caldo e aperto che proviamo nel centro del petto quando teniamo in braccio un neonato, o coccoliamo un gattino, o riportiamo in vita una pianta morente, questo è ciò che la meditazione coltiva. Cominciamo a provare questo senso di apertura e di calore sempre più spesso, fino ad averlo in noi quasi sempre.

Mentre la meditazione crea questo sentimento dall’interno, la cura che dedichiamo al neonato, al gattino o alla pianta lo alimenta dall’esterno. Perché il processo funzioni, occorre che queste due forze d’amore, quella interna e quella esterna, lavorino sul corpo e sulla mente simultaneamente. Per questo è essenziale combinare la pratica spirituale con il servizio sociale.

Ricordo il momento in cui per la prima volta sentii veramente aprirsi il mio quarto chakra (il campo energetico nel centro del petto che viene a volte detto il ‘cuore yogico’). Avevo organizzato una cena vegetariana per raccogliere fondi per una scuola elementare nella Repubblica Dominicana. Passai tre giorni a cucinare, ma riuscii anche a dormire un po’ e a fare un po’ di meditazione durante i preparativi.

Il giorno della cena mi accorsi che dovevo uscire a comperare dei limoni che avevo dimenticato. Ero esausta, ma non appena mi trovai fuori alla luce del sole fui sopraffatta da un’esplosione di gioia nel petto. Avrei potuto ballare e cantare per tutto il cammino verso il supermarket. Negli alberi, nelle nuvole vedevo pulsare radiosa la gioia della vita e non potevo fare a meno di sorridere a tutti quelli che incontravo. È in momenti come quello che sentiamo che il paradiso è qui sulla terra.

Questo articolo è apparso su ‘New Renaissance’, Vol. 7, No. 3, www.ru.org
Traduzione di Shantena Sabbadini.
Copyright per l’edizione Italiana: Innernet.

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