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donna pensosa.jpgPrendere entrambe le posizioni riguardo all’aborto. Per gli uomini e le donne impegnati nella difesa dei diritti degli adulti, qualsiasi discussione che metta in dubbio il diritto all’aborto è un’eresia.

Ma il tema dell’aborto resta caratterizzato da ambivalenza, confusione e conflitto, raramente espressa, perché pone questioni che non trovano risposta nei dogmi o nelle parole di medici, preti, senatori e filosofi morali.

Tutto ciò che è importante per la vita lo è anche per l’aborto. “La grande questione della vita e della morte”, come la chiamano i testi zen, caratterizza tutti i conflitti tra uomini e donne, ricchi e poveri, diritti dei nascituri e diritti delle madri, o diritti dello Stato e diritti delle regioni. Ma il dibattito sull’aborto è diventato così acceso e politicizzato che entrambe le parti vedono come un tradimento il fatto stesso di porsi domande. La politica può rispondere con un sì o con un no, ma l’aborto è una situazione dove non vince mai nessuno, e che mette l’umanità di fronte ai suoi misteri più grandi.

L’ambivalenza è comune riguardo l’aborto, ma raramente viene espressa. Per gli uomini e le donne impegnati nella difesa dei diritti degli adulti, qualsiasi discussione che metta in dubbio il diritto all’aborto assomiglia a un’eresia. Ma il tema dell’aborto resta caratterizzato da ambivalenza, confusione e conflitto, perché pone questioni che non trovano risposta nei dogmi o nelle parole di medici, preti, senatori e filosofi morali.

“Questa non è una questione intellettuale”, afferma una terapista bianca, di classe media, già membro del personale di una clinica per aborti di New York City, dove il cliente tipo era una ragazzina nera di tredici anni. “Volevo lavorare là”, continua, “perché credevo nell’aborto; era un tema femminista. Ma la prima volta che ho assistito a un’operazione, mi si è mosso dentro qualcosa che non sono riuscita ad affrontare”. Dopo tre mesi ella si dimise, ma oggi resta attivamente impegnata a favore del diritto di scelta. “Nella vita di una donna, un aborto è di solito un’esperienza orribile, ma questo non vuol dire che sia la scelta sbagliata”.

Quando si avvicinano le elezioni, ognuno vuole capire da che parte stare, ma il tema dell’aborto non è una questione così semplice. Secondo Sho Ishikawa, un ex monaco zen di 32 anni che attualmente frequenta la Brown University, “Poiché è un tema politico, devi prendere una posizione: l’aborto è giusto o sbagliato. Ma questa è solo una convenzione, non rappresenta tutta la verità. Soprattutto nel caso dell’aborto”.

Le persone che pensano, sbagliando, che nel buddismo esista un equivalente dell’autorità papale chiedono spesso qual è la posizione buddista sull’aborto. Benché il buddismo non abbia un programma politico unitario, le sue idee fondamentali forniscono delle alternative nell’attuale dibattito sull’aborto. Nell’ebraismo e nel cristianesimo esiste l’ingiunzione biblica: “Non uccidere”. Come il primo comandamento, anche il primo precetto del codice etico buddista proibisce l’omicidio.

Nel buddismo, l’uccisione di esseri umani provoca gravissime conseguenze karmiche, ma il primo precetto riguarda tutte le forme di vita. I buddisti fanno voto “di salvare tutti gli esseri senzienti”. Non c’è dubbio che ciò include anche le mucche e le carote. Ma ci sono maestri zen che applicano l’aggettivo senziente a tutto ciò che va e viene in questa sfera dell’esistenza, e che può includere oggetti non-organici come le tazze di tè, gli spazzolini da denti e le opere d’arte. Facciamo voto di “salvarli” attraverso la cura e l’attenzione.

Mentre il dialogo oriente-occidente tende a sottolineare i valori comuni, il buddismo offre alternative molto chiare alle nostre tradizioni antropocentriche. Dal punto di vista onnicomprensivo del buddismo, l’ala religiosa anti-abortista non è animata da un sacro rispetto per la creazione, perché limita la sua attenzione alla vita umana. Quando le politiche a favore della vita escludono gli alberi, gli oceani, gli animali o le vittime dell’AIDS, della guerra o della pena capitale, il linguaggio religioso potrebbe non essere altro che un efficace slogan per i media.

Nel dibattito americano, l’approvazione da parte del presidente Bush padre, dell’aborto nei casi di stupro e incesto esemplifica la manipolazione secolare del sentimento religioso. Se la moralità del programma politico anti-abortista si basa sulla protezione del feto, è illogico – e irriverente – sostenere che per alcuni feti è accettabile la condanna a morte.

Inoltre, nelle comunità in cui prevalgono sentimenti anti-abortisti, queste “eccezioni” provocano conseguenze perverse per quelle donne che restano incinte a causa di uno stupro o di un incesto. Come dimostra il sostegno a Clarence Thomas e William Kennedy Smith, gli uomini e le donne di questa società vedono ancora la donna abusata come la vittima della propria condotta. Quindi, ammettere l’aborto nei casi di stupro o incesto grava la donna “macchiata” anche della responsabilità di lavare la sua colpa. Questa benevola eccezione – come ci viene chiesto di considerarla – non ha nulla a che vedere con la protezione del nascituro.

Per di più il criminale, che spesso è trattato con clemenza dalla corte, viene moralmente censurato autorizzando la morte del figlio. In nome della protezione, abbiamo la punizione. Queste “eccezioni” rinforzano antichi schemi di controllo. In quanto compromesso necessario per ottenere voti e apparire ragionevoli, le eccezioni sostengono la causa di un programma politico, non di una moralità oggettiva. Forse qui ci troviamo di fronte a un problema più antico e profondo: poiché gli uomini non possono cancellare il potere della donna di dare la vita, cercano – come hanno fatto nel corso della storia – di levarle il potere di sopprimerla.

Anche i fautori della libertà di scelta interpretano “la grande questione della vita o della morte” in modo antropocentrico, in termini di meri valori umani. Anche loro pongono i termini del dibattito in modo tale da soddisfare i propri sostenitori. Questo programma politico, basato su una litania di ingiustizie sessiste e secolari, rifiuta qualunque cosa possa minacciare l’affermazione politica dei diritti degli adulti, tra cui la domanda, fastidiosa ed emotiva, se l’aborto sia un assassinio o meno. Sfortunatamente, comunque, il dibattito pubblico condiziona le considerazioni private.

Negare “la grande questione”, se può portare al successo politico, può essere dannoso per quelle donne che devono affrontare la scelta stessa al centro di questo programma politico. Influenzate dalla retorica sulla libertà di scelta, troppe donne affrontano “la grande questione” dopo aver scelto l’aborto. Ma la convinzione che l’aborto equivalga alla soppressione di una vita è un argomento contro la libertà di scelta solo in politica; nella vita e nelle esperienze concrete, questo non si verifica. Per questa ragione, nel passato, molte persone (praticanti buddisti e altri) sono arrivate a quella che potrebbe essere chiamata una posizione anti-abortista ma a favore della libertà di scelta.

Questa logica riconosce alle donne il diritto di scegliere l’aborto, rifiutando le leggi (soprattutto maschili) che vogliono controllare la loro vita. Tuttavia, anti-abortista ma a favore della libertà di scelta vuol dire riconoscere quanto spesso l’aborto è una scelta dolorosa e problematica per tutte le persone coinvolte: genitori, famiglie, dottori e psicologi.

Non molto tempo fa, ho chiesto a una monaca buddista cosa pensasse dell’aborto. “A dirti la verità”, mi ha sussurrato al telefono da un centro zen californiano, “non riesco a sopportare l’idea dell’aborto. Mi fa vomitare”. Quando gli ho chiesto se votasse ancora a favore della libertà di scelta, mi ha risposto: “Certamente. Il mio impegno è aiutare le donne incinte, qualunque sia loro scelta”.

Tra i miei amici, continua a venire fuori la stessa differenza: i non buddisti parlano della libertà di scelta come di un cardine della vita delle donne, spazzando via qualsiasi considerazione storica o socio-economica. Ma quando si tratta di stabilire se il feto sia una vita o meno, la dialettica più ferrea si scioglie in sospiri ed esitazioni. D’altra parte, i praticanti buddisti sembrano accettare il fatto che l’aborto, a qualsiasi stadio, rappresenta senza dubbio la soppressione di una vita.

Negli anni passati, le americane buddiste (di tutte le scuole) con cui ho parlato erano d’accordo sul fatto che talvolta l’aborto può essere necessario, ma non è mai desiderabile, e non andrebbe mai praticato senza aver considerato con la massima attenzione tutti gli aspetti della questione. A parlare così erano donne che (nelle loro parole) non avrebbero mai abortito, avrebbero abortito solo in particolari circostanze o (come me stessa) avevano già abortito. Tutte siamo attualmente schierate a favore della libertà di scelta.

Per le donne della mia età (48), una posizione a favore della libertà di scelta caratterizzata da una viscerale avversione per l’aborto si è formata attraverso errori e ripensamenti, che hanno portato sia ad aborti che a bambini. Quando abortii, nel 1960, l’illegalità di questa pratica era un altro bersaglio della contestazione, insieme ai costumi sessuali, le istituzioni accademiche e religiose, il rossetto e le droghe. L’aborto era la precaria rete di sicurezza che doveva raccogliere gli effetti secondari di quella che ci ostinavamo a chiamare “liberazione sessuale”. Era il nostro alleato, ignorantemente pubblicizzato come una forma di controllo delle nascite e giudicato un’estensione di piaceri proibiti. L’aborto non era necessariamente un male. Molte di noi erano per l’aborto.

Fu solo all’epoca della mia gravidanza che seppi dai miei genitori, ebrei liberali, delle tristi possibilità dell’aborto, cioè di ciò che era disponibile a New York, a sud della nera Harlem, se eri una bianca non ricca. Molte alternative mi vennero offerte prima e dopo che i miei genitori avevano detto chiaramente che la decisione di avere un bambino o meno spettava a me, e che avrebbero appoggiato la mia scelta. Al mio ragazzo di venti anni sarebbe piaciuto avere dei bambini, ma era un romantico sognatore che doveva ancora cominciare a mantenere se stesso, per non parlare di una famiglia.

Oggi non so se fu la paura o la ragione a portarmi nell’ufficio di un medico abortista, ma al lunedì prima della festa del ringraziamento, mia sorella maggiore mi accompagnò in una casa di arenaria sulla Lexington Avenue, vicino alla trentaquattresima strada. Per ordine del dottore gli uomini non potevano entrare, mentre la presenza delle madri era scoraggiata. Egli raccomandava di farsi accompagnare da donne della stessa età e di non attardarsi intorno al palazzo prima di entrare. Mio padre venne con noi fino alla riva del fiume, dove diede a mia sorella trecento dollari in contanti.

Attraverso la nebbia di un’anestesia parziale, ricordo solo il tocco invasivo di un metallo gelido e il suono smorzato di pesanti mobili che venivano spostati sul nudo pavimento. Poi ricordo che alla fine il dottore, un uomo tozzo e calvo, si chinò sul tavolo operatorio offrendomi la sua guancia flaccida e scura per un bacio di gratitudine.

Rattristarsi apertamente, cioè riconoscere (anche con me stessa) un senso di tristezza, voleva dire ammettere che era avvenuta una morte. Ovviamente, qualsiasi rimpianto per ciò che mi era avvenuto, per la possibilità perduta o per la parte di me finita per sempre erano fuori discussione. Che quella era una morte, la soppressione di una vita, non era chiaro. O piuttosto, era fino troppo chiaro, ma in forma oscura e contorta. Tuttavia, noi eravamo diversi dai nostri vicini cattolici e operai.

Nella mia famiglia non-religiosa e piena di buone intenzioni, fingevamo tutti tacitamente di non avere alcun dubbio sul fatto che un aborto all’inizio della gravidanza non rappresentava la soppressione di una vita. Se il primo errore era stato rimanere incinta, il secondo fu condividere questa convinzione. Ma sembrava che quest’ultima non aiutasse granché nemmeno gli altri membri della famiglia: anni dopo, avrei saputo che mio padre aveva detto a mia sorella, poco dopo il fatto: «Se devo dire qualcosa al riguardo, è che in questa famiglia non ci saranno altri aborti».

Verso il 1967-68, tra i disordini razziali, le marce contro la guerra e le manifestazioni a favore dell’aborto che precedettero la sentenza Roe v. Wade, giurai che non avrei mai più abortito, non avrei mai consigliato un aborto e non avrei più sollecitato il governo a legalizzare l’aborto in casa mentre protestavo contro la guerra americana in Vietnam. Anche se molte amiche mi dissero all’epoca che il loro aborto non le aveva turbate affatto, né aveva lasciato cicatrici emotive o rimorsi morali, ancora oggi mi chiedo se è vero.

Quando cominciai a leggere i testi buddisti, adottai un’interpretazione molto letterale del primo precetto, per rinforzare la mia solitaria presa di posizione contro la legalizzazione dell’aborto. Divenni anche una rigida vegetariana. In teoria, anche allora ero a favore della libertà di scelta; ma pensavo anche, in modo confuciano, che per edificare una società civile, il governo non doveva legalizzare l’omicidio, e che gli obblighi morali della società dovevano venire prima dei bisogni individuali. Quindi, per me, essere a favore della libertà di scelta significava mantenere illegale l’aborto, con tutte le pericolose discrepanze tra ricchi e poveri, bianchi e uomini di colore.

All’epoca non avevo il coraggio di dichiarare apertamente tale convinzione, ma questo era ciò che pensavo. Non sapevo distinguere chiaramente tra la libertà di scelta e il sì all’aborto. Più applicavo il primo precetto alla lettera, più mi sentivo nel giusto. Col senno di poi, posso dire che ero più che altro influenzata da una sensibilità moderna in cui la vita e la morte erano percepite come forze indipendenti. Ovvero, il Creatore e il Distruttore non erano uniti e interdipendenti, non erano una sola entità divina, ma venivano secolarizzati dalla percezione stessa della separazione.

I miei primi studi sul buddismo avvennero in un centro tibetano in cui lavoravo nella cucina, preparando abbondanti porzioni di arrosti. A poco a poco abbandonai la mia dieta vegetariana, ma non le mie convinzioni sull’aborto. La Roe V. Wade aveva appena fatto la storia, ma molte donne che avevano combattuto per essa in nome della liberazione erano con me nelle cucine dei centri buddisti. Tuttavia, stavo cominciando a scoprire che era più facile interpretare letteralmente i precetti studiando i testi in solitudine, che passando il tempo in compagnia degli insegnanti.

Venni a sapere di pastori, nelle deserte pianure tibetane, la cui sopravvivenza quotidiana dipendeva da una tazza di sangue estratto dalla giugulare di uno yak; e di yak che “si suicidavano” esalando l’ultimo respiro con l’aiuto di una corda legata intorno al loro muso sporgente; e venni a sapere anche di un grande lama vivente che tutte le mattine, in Nepal, comprava al mercato ceste di pesci vivi per rigettarli nel fiume.

Una dieta vegetariana può essere espressione del primo precetto, ma solo in quelle culture dove esiste una prospera agricoltura. Per i monaci zen della Cina e del Giappone, coltivare il giardino era parte della loro disciplina monastica buddista. Ma nella tradizione tibetana, ai monaci viene impedito persino di cogliere una pianta da mangiare. E la cosa più singolare è che in tutta l’Asia i musulmani macellano gli animali e lavorano il cuoio, permettendo ai buddisti di godere dei benefici degli animali morti senza doverli uccidere. In qualunque contesto viviamo, siamo sostenuti da altre forme di vita, ma mentre i discorsi sul dharma si dilungano sulla compassione da mostrare verso le mucche, le carote, le pulci e i pidocchi, nella cultura buddista il tema dell’aborto non viene direttamente affrontato.

Poi, circa sette od otto anni fa, un amico mi ha dato una copia del libro di John Irving, The Cider House Rules. Questo romanzo dickensiano parla di un orfanotrofio che cela una clinica di aborti clandestini, gestita da un dottore complicato e coscienzioso. Lì, l’aborto veniva considerato una realtà inevitabile: non qualcosa da giudicare, ma qualcosa con cui bisognava fare i conti. Secondo Irving, l’aborto illegale è una prova del trattamento barbaro e umiliante riservato alle donne. Le donne di Irving, condannate ad abortire sul tavolo da cucina da un inumano senso della giustizia, vedono la propria vita messa a rischio da una società che celebra l’eroismo degli uomini in guerra, ma che umilia le donne nel loro punto più vulnerabile. Era impossibile giustificare una posizione anti-abortista in nome di una moralità civile.

Per la prima volta, fui inequivocabilmente a favore della libertà di scelta. Ma ero anche anti-abortista. Gli studi buddisti non incoraggiavano la libertà di scelta, ma allargavano la prospettiva occidentale sulla morte. Nel mio caso, non riuscivo a trovare la soluzione nel sistema morale “bianco-o-nero” della mia cultura. Il buddismo permetteva di uccidere quando era necessario per la vita, e accettava la morte nella misura in cui dava forma alle dimensioni di una vita consapevole. La posizione a favore della libertà di scelta può essere vista come una manifestazione della “grande mente” del buddismo, perché non condanna né incoraggia l’aborto, ma contiene tutte le possibilità, riflettendo l’interdipendenza della vita e della morte.

Tuttavia, bisogna ammettere che nelle società buddiste tradizionali ci sono pochi elementi sull’aborto che possono essere utili agli occidentali. Le informazioni sulla pratica e la concezione dell’aborto in Asia sono scarse. Nella maggior parte dei Paesi asiatici, i modelli sessisti sono ancora troppo radicati per lasciare emergere i temi delle donne nel dibattito politico. E il clero maschile non si è mai sentito in obbligo di parlare delle donne e dell’aborto alla luce del primo precetto. L’aborto resta per lo più un problema delle donne e un argomento privato. Le donne raramente discutono di sesso; né tra loro né, tanto meno, con gli uomini. Quel poco che sappiamo viene dai dottori, i direttori degli ospedali e i rappresentanti delle organizzazioni mondiali per la salute.

Le donne vietnamite, per esempio, condividono con molte donne delle altre culture asiatiche la credenza secondo cui ciò che non ha nome non ha consapevolezza. E se è vero che i preti vietnamiti hanno fama di essere anti-abortisti, alcune donne buddiste della comunità vietnamita di Boston mi hanno spiegato che nei primi due mesi della gravidanza il feto non ha consapevolezza né spirito; quindi, nel primo trimestre, l’aborto non equivale alla soppressione di una vita. Questa discrepanza può rivelare quali sono le versioni “vera” e “ufficiale” del buddismo sull’aborto; oppure, può essere un altro esempio del tentativo degli uomini di regolare la vita delle donne.

D’altra parte, negli Stati Uniti un numero crescente di preti – maschi e femmine – viene chiamato per dare i sacramenti o compiere riti per i feti abortiti volontariamente o involontariamente. Secondo le donne che hanno partecipato a questi riti, il loro valore consiste soprattutto nella possibilità di inquadrare l’aborto all’interno della “grande questione”.

Un insegnante zen americano che compie riti per i bambini abortiti è Robert Aitken, della Diamond Sangha nelle isole Hawaii. Nella sua raccolta di studi sull’etica, The Mind of Clover, Aitken Roshi analizza il funerale buddista giapponese per il “mizuko” o bambino dell’acqua, il nome poetico per indicare il feto: “Come ogni altro essere umano che accede all’Uno, gli viene dato un nome buddista postumo. In tal modo, egli è identificato come un individuo, sebbene incompleto, cui possiamo dire addio. Grazie a questa cerimonia, la donna entra in contatto con la vita e la morte nel momento in cui attraversano la sua esistenza, scoprendo che tali cambiamenti fondamentali sono onde relative nel grande oceano della vera natura, che non nasce né muore. Bodhidharma ha detto: «La natura dell’io è sottile e misteriosa. Nel regno del Dharma eterno, il non generare l’idea dell’omicidio viene chiamato il Precetto del Non uccidere»”.

Nei programmi ispirati al buddismo per i senza tetto, i malati di AIDS o i carcerati, vediamo la sensibilità per le questioni sociali, tipica dell’occidente, fondersi con gli insegnamenti buddisti sulla necessità di una comprensione esperienziale dell’unità essenziale tra colui che dà e colui che riceve. In questa integrazione, una tradizione rafforza l’altra senza conflitti né contraddizioni.

Ma quando si tratta dell’aborto, gli insegnamenti del dharma possono essere usati sia a favore della libertà di scelta che delle posizioni anti-abortiste. Per questa ragione, l’aborto fa del buddismo americano il punto di incontro tra le concezioni orientali e occidentali dell’individuo, della società e della libertà. Chiunque consideri l’aborto dal punto di vista degli insegnamenti buddisti – senza farsi condizionare dalle idee politiche del suo tempo – si trova continuamente ad avere a che fare con interpretazioni, punti di vista, autoanalisi e ambiguità. Questo porci a confronto con noi stessi in modo istruttivo, difficile e autentico, è il buddismo stesso.

La rete di Indra, descritta nel Avatamsaka Sutra, suggerisce che ogni manifestazione particolare della vita è necessaria al tutto. Ogni fenomeno ha la capacità di illuminare, contenere e riflettere l’interezza. Nulla esiste al di fuori di questa Rete di Indra; nulla può restare fuori per preferenze personali o giudizi morali. E i testi sono molto chiari sulla natura onnicomprensiva di questa concezione, per quanto ciò sia difficile da accettare. Essa infatti include i bambini e i coniglietti, i fidanzati e le tazze di tè, le radio e i genitori, così come le bombe atomiche, gli aborti e Hitler.

Fare l’esperienza di ogni fenomeno senza giudicare, al di là dell’avversione o dell’attrazione, è fare l’esperienza di quello che alcuni maestri buddisti definiscono “ciò che è”. Questo ci porta a una concezione dell’io secondo la quale quest’ultimo è sempre stato, e sempre sarà, privo di forma, non contenuto dalla pelle né sostenuto dalle ossa. Nella pratica buddista, l’enfasi è posta sull’apprendere questa realtà attraverso la meditazione, e quindi conoscerla da dentro. Ma noi lottiamo non solo per comprendere di essere manifestazioni impermanenti di ciò che non nasce né muore in un universo imparziale.

Noi facciamo voto di essere laddove c’è sofferenza. Per quanto riguarda l’aborto, questo vuol dire restare aperti al dolore di una donna alle prese con una gravidanza indesiderata, a quello del suo uomo che potrebbe volere o meno il bambino, a quello di un feto abortito e a quello di un bambino non voluto.

Nel buddismo diciamo che non esiste né nascita né morte né cessazione della morte. Il maestro zen Dogen ci dice che il legno è legno e la cenere cenere, e il legno non si trasforma in cenere. Per cui, la vita è vita, la morte morte, e la vita non si trasforma in morte. Tutte le forme manifestano ciò che è; le grossolane distinzioni tra vita e morte sono etichette di convenienza. Forse sono utili, ma non hanno fondamento nella realtà. Scrivendo sui Dieci Gravi Precetti, Robert Aitken apre una discussione sul primo precetto con queste parole: “Noi nasciamo e moriamo, ma fondamentalmente non esistono né nascita né morte. Quando uccidiamo lo spirito che può comprendere questo fatto, stiamo violando questo precetto”.

Se la natura essenziale di tutti i fenomeni è il vuoto, chi è che muore? Chi è che uccide? Chi viene ucciso e chi rinasce? Queste sono le grandi questioni del dharma buddista, e riguardano la natura assoluta della realtà. Quando introduciamo la dimensione assoluta nel tema dell’aborto, ciò non si traduce facilmente in un programma politico. Ma nemmeno ci giova fare a meno dell’assoluto per paura dei fraintendimenti. Cosa accade alla questione dell’aborto quando comprendiamo, anche intellettualmente, che ogni cosa è illuminata, realizzata o no, abortita o meno? Cosa accade nella “grande concezione”?

“La vita è la vita che ricicla se stessa a ogni istante”, dice Sylvia Boorstein. Nonna di quattro nipoti, la Boorstein si sente fortunata a non aver mai dovuto decidere se abortire o meno. Ma in quanto insegnante di vipassana, spesso deve aiutare donne che vengono in ritiro dopo aver abortito. “Ciò che conta”, spiega la Boorstein, “è supportare l’attenzione, la contraccezione, la riflessione. Supportare l’attenzione nel sesso vuol dire favorire una sessualità non-coercitiva e non compulsiva.

È possibile abortire in modo compassionevole quando si riconosce che questo non era il momento giusto per la fioritura di quella pianta. Inoltre, la vita non è altro che un cambiamento e un flusso continui, senza inizio né fine. Dal punto di vista della «grande concezione» non ha davvero importanza dove la vita sembri fermarsi e dove sembri cominciare”.

Sei o sette anni fa, durante una conferenza, quando gli fu rivolta una domanda sull’aborto, il Dalai Lama ne parlò come di una violazione del primo precetto. Ma aggiunse che talvolta le circostanze possono essere tali da trasformare un aborto nel risultato di una decisione compassionevole.

Molti anni fa, una giovane coppia americana non sposata in attesa di un figlio consultò il proprio lama. Essi stavano prendendo in considerazione l’aborto, ma il lama disse: “Come potete anche solo pensare di sopprimere una vita quando avete fatto il voto del bodhisattva di salvare tutti gli esseri senzienti?”. Dopodiché il lama disse loro che, se per qualsiasi ragione avessero pensato di non essere in grado di tenere quel bambino una volta che fosse venuto al mondo, lo avrebbe cresciuto lui stesso.

Secondo gli insegnamenti buddisti, le possibilità di imbattersi nel dharma autentico sono inferiori a quelle che ha una tartaruga marina di infilare la testa nell’unico giogo galleggiante su tutti gli oceani del mondo; tutte le studentesse del dharma che abortiscono cancellano automaticamente questa opportunità straordinariamente rara e preziosa. Il semplice fatto di essere arrivati a una nascita umana è considerato degno di celebrazione, perché solo in questa forma vitale un essere senziente può realizzare la sua vera natura; cioè, diventa illuminato. Allo stesso tempo, gli insegnanti buddisti parlano anche della capacità, da parte di coloro che sono già passati per questa sfera dell’esistenza, di scegliere i prossimi genitori, e quindi di partecipare alla risoluzione dei propri bisogni karmici. Presumibilmente, questo include la scelta di uteri che portano o meno a termine la gravidanza.

Parlando della realtà, i testi zen ci dicono che nessun fiocco di neve cade nel posto sbagliato. Non ci sono eccezioni, che il bambino sia voluto o meno, sano, malato o abortito. Ma i giardini zen non tollerano erbacce. Queste ultime hanno il diritto di vivere? E i feti non desiderati? Il fatto che gli esseri umani hanno questo “diritto” ci porta in un contesto antropocentrico. Esso non ha nulla a che fare con la realtà, cioè con la realtà dei fiocchi di neve. Gli esseri umani non hanno più diritto di vivere di quanto ne abbiano di decidere che le erbacce o i pidocchi devono morire.

Questa convinzione del “diritto” di vivere riflette l’istinto occidentale a controllare e manipolare la realtà, proiettando in essa valori che comprendono la supremazia umana (e individuale). Come ha detto Joseph Schleider, direttore della Lega per la Vita: “A coloro che dicono che io non posso imporre la mia morale sugli altri, rispondo: guardatemi”. Come è difficile pensare che la vita in sé può essere del tutto indifferente al fatto che viviamo o meno, né si accorge del nostro desiderio di essere speciali quando non lo siamo.

Gli insegnamenti buddisti sottolineano che tutte le forme sono essenzialmente prive di descrizioni. Quindi, la responsabilità di qualsiasi descrizione ricade su di noi. Il buddismo introduce in occidente la possibilità che una realtà non antropocentrica può ispirare un senso di responsabilità universale, e che la compassione può essere coltivata come modo di essere, e non come un atteggiamento condizionato da giudizi personali.

Ciò non ha nulla a che vedere con il votare pro o contro l’aborto. Piuttosto, riguarda da vicino il rapporto di ogni individuo con il sesso, la gravidanza e la decisione di avere un bambino o abortire. Ma sfortunatamente il dibattito sull’aborto riflette solo un’ossessione occidentale per il controllo, non la consapevolezza.

Recentemente ho parlato con un giovane la cui ragazza era rimasta incinta. Lui era un praticante buddista, lei no; lui voleva il bambino, lei no. Lei andò in una clinica per aborti insieme a un’amica, lui andò a piangere dal suo maestro buddista. Gli venne assegnata una pratica per alleviare la sua ansia, il suo desiderio e il suo senso di colpa. Gli chiesi se questa esperienza aveva cambiato il modo in cui votava sul tema dell’aborto. Dopo averci riflettuto per qualche minuto, disse: “Non mi interessa ascoltare politici che parlano pro o contro la vita, pro o contro l’aborto. Darei il mio voto a chiunque ponesse questa domanda: «Cos’è la vita?»”.

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John Irving. Le regole della casa del sidro. Bompiani. 2000. ISBN: 8845243664


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Helen Tworkov, Natalie Goldberg. Zen in America: Five Teachers and the Search for American Buddhism. Kodansha International. 1994. ASIN: 1568360304

Robert Aitken. Mind of Clover: Essays in Zen Buddhist Ethics. North Point Press. 1984. ISBN: 0865471584

Originalmente pubblicato su Tricycle magazine, www.tricycle.com, per gentile concessione.
Traduzione di Gagan Daniele Pietrini
Copyright per l’edizione Italiana: Innernet.

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