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the beatles.jpgQuando grandi folle viaggiano insieme attraverso il rock and roll, dove stanno andando, e cosa vuol dire? Pensieri sui Grateful Dead, i Beatles e la Consapevolezza Collettiva.

Improvvisamente le persone si spogliarono le une di fronte alle altre e facemmo tutti una grande scoperta: eravamo bellissimi. Nudi, vulnerabili e sensibili come un serpente dopo essersi spogliato della pelle, ma molto più umani di quell’incubo scintillante che aveva cigolato nella pausa precedente del corteo. Eravamo vivi e la vita era noi. Ci prendemmo per mano e danzammo a piedi nudi tra i calcinacci. Eravamo ripuliti, liberati! Non avremmo mai più indossato le vecchie armature. Ken Kesey, Garage Sale.

Immagina di stare su un pendio che domini un grande anfiteatro. Tramonto. Sotto di te, le tribù si stanno radunando da ogni dove. A migliaia entrano nel santuario suonando tamburi e bruciando incensi. È tempo per il rito del ritorno. Hai la sensazione che tra te e tutti gli altri ci siano legami di sangue. Sciogliendoti i capelli, corri incontro alla folla. I sacerdoti sugli altari attaccano i canti antichi e ognuno comincia a muoversi in modi che non hai mai visto, ma che sembrano familiari.

È una danza le cui origini nessuno ricorda, antica quanto la tribù stessa. Ma l’istinto vi porta a sincronizzarvi in un’improvvisa fratellanza. La musica entra in te come al rallentatore, fluendo con una pulsazione che allo stesso tempo è tua e non è tua. No, non siamo nel 15.000 a.C. al solstizio d’estate. Né è l’orgia di Zion in Matrix Reloaded all’inizio della battaglia finale con le macchine. Sei nell’America del ventesimo secolo: questo è un concerto dei Dead.

Lo storico delle religioni Mircea Eliade ha definito gli sciamani dei “tecnici dell’estasi”, e questo è esattamente ciò che furono i Grateful Dead di San Francisco, a grande scala. Le loro mani reggevano strumenti, ma ciò che suonavano era la folla, trascinandola ad altezze che potrei solo definire spirituali. Sin dall’inizio, era qualcosa che succedeva misteriosamente, per ognuno in un modo diverso.

Anche i fan dei Dead della mia generazione, che hanno mancato il bus degli anni sessanta di molti anni, hanno avuto la stessa esperienza. Il mio primo concerto l’ho visto – preparatevi – nel 1992, all’epoca del liceo. Sono cresciuto negli anni ottanta; avevo bisogno di credere in qualcosa. E i Dead erano straordinari, suonavano come Titani o dei, al di là dei confini del terreno e del quotidiano. Come per i maghi, non riuscivi a capire come facessero, ma funzionava, e volevi conoscere il segreto.

Maghi o sciamani che fossero, creavano un’atmosfera di meraviglia. La loro musica era una soglia verso una mente completamente diversa, con meno limiti, piena di spazio e di misteriosa creatività. A uno spettacolo dei Grateful Dead, non eri chi pensavi di essere; al tuo posto, c’era un essere sorprendente, stranamente riconoscibile. Chiudevi gli occhi e andavi dove ti portava. Quando li riaprivi, sorpresa! C’era qualcun altro accanto a te, con cui stabilivi un contatto.

Pensavi di stare là da solo, di goderti un’esperienza privata, ma i Dead ti dimostravano che ti sbagliavi. Se il paradiso fosse una festa dove si balla, sarebbe così. In tutta la mia vita, non avevo mai visto tanta gioia nelle persone. Semplicemente, provavi il desiderio di stare più vicino agli altri. La gioia stava là, in mezzo a tutte le altre cose; non apparteneva a nessuno, ma tutti potevano afferrarla, girarla e inseguirla a perdifiato. “Non so cos’è che possiede il nostro pubblico”, ha scritto il batterista Mickey Hart in Drumming at the Edge of Magic, “ma ne sento l’effetto. Dal palco puoi sentirlo. «Mente di gruppo», «possessione», chiamala come ti pare: quando si isolano dal mondo, lo senti; puoi percepire l’energia che urla attraverso di loro”.

Tutti l’abbiamo percepita, ed era qualcosa che non avevamo mai sentito prima. Ma cos’era? Qual era il segreto di quell’identità magica alla quale tutti prendevamo parte, di quell’eccitazione, di quella perdita di controllo quasi intollerabile? Di solito, il pensiero di perdere il controllo è terrificante. Ma i Dead rendevano facile il salto nel centro, esteso e vulnerabile.

Suonavano, e la nostra attenzione si allontanava da noi stessi; lì c’era un intero mondo da conoscere e esplorare. La maggior parte di noi è tanto abituata a ritenersi creature fondamentalmente indipendenti, con una psiche autonoma, che la nozione stessa di “consapevolezza collettiva” o “mente di gruppo” di solito ci fa subito cambiare subito argomento, durante una conversazione. Ma con i Dead queste domande diventavano interessanti. “Chi sono io davvero?”, dovevi chiederti quando le tue certezze cadevano a pezzi e la tradizionale pellicola di ansia e isolamento cadeva dalle tue spalle. Di cosa ho tanta paura? Di certo, anche i Dead si facevano le stesse domande. Essi erano dei normali baby-boomer (anche se un po’ al limite), dei ragazzi ribelli cui piaceva il Beat, il blues e il jazz, e che si trovavano al culmine di un’epoca. Questo fino a quando smisero di suonare nei club, per cominciare a esibirsi negli Acid Test.

Ken Kesey con il suo bus “Further”

Un tipo di innocenza ken Kesey.jpgDi fatto, i Grateful Dead cominciarono a prendere LSD prima che Ken Kesey e i Merry Pranksters organizzassero i loro famigerati Acid Test party nell’agosto 1965. Fu però come house band dei Pranksters che essi aprirono le ali e spiccarono il volo in un cielo inesplorato. Come scrive Tom Wolfe in The Electric Kool-Aid Acid Test, non furono i soli a decollare:

“Improvvisamente, l’acido e il mondofolle erano ovunque, l’organo elettrico vibrava in ogni pancia, i ragazzi ballavano non il rock, ma l’estasi; saltavano, facevano i dervisci, gettavano le mani sopra la testa come i cortigiani del reverendo Daddy Grace – Sì! Gli occhi di tutti si accendono come lampadine… i fusibili saltano, le menti urlano, le teste esplodono, i vicini chiamano la polizia, arrivano da fuori 200, 300, 400 persone… Il gruppo di persone più compatto ed euforico che si era mai visto nella storia”.

Furono proprio questi prototipi di rave hippie (“Aspettati l’inaspettato”), in cui a tutti coloro che arrivavano veniva offerto un cestino di Kool-Aid, che diedero ai Dead la libertà di giocare senza aspettative. Anziché continuare con assoli su un accompagnamento di sottofondo, come la maggior parte delle band dell’epoca, essi hanno fatto propria la lezione di John Coltrane e del free jazz, improvvisando tutti insieme, allo stesso tempo.

Per farlo bene, dovevano ascoltarsi attentamente tra loro, ognuno rispondendo spontaneamente al movimento del tutto. E fu mentre facevano jamming in questo modo – senza sapere dove stavano andando, ma intenzionati ad andarci insieme – che s’imbatterono nella fantastica percezione di un’intelligenza creativa molto più grande di loro, un’intelligenza che avvolgeva tutto il gruppo. Quando questo accadeva, ricordava il primo chitarrista Jerry Garcia, la musica “aveva l’effetto di sorprendermi con una corrente tutta sua”. Quando succedeva davvero, fluivano come una cosa sola. “Quelle connessioni sono come organismi viventi”, ha detto il bassista Phil Lesh, “come cellule nel corpo di questo organismo. Questa sembra la trasformazione che avviene negli esseri umani. Imparare a essere cellule, oltre che individui. Non solo cellule della società, ma di un organismo vivente”.

Un tipo di innocenza Grateful Dead.gif

Concerto dei Grateful Dead
Questa mente collettiva non conosceva limiti e creò una profonda fratellanza, non solo tra i membri della band, ma anche nel pubblico. “Il pubblico è la band, così come la band è il pubblico”, ha detto il batterista Bill Kreutzmann. “Non c’è differenza. Il pubblico andrebbe pagato; il suo contributo è pari al nostro”. Ancora più sorprendente è il fatto che i musicisti stessi non riuscivano a entrare in questo spazio se non c’era nessuno ad ascoltarli. Jerry ha confessato di non aver “mai sperimentato il click della grande musica senza un pubblico… Esistiamo per grazia sua”. È difficile capire come l’attenzione consapevole di un pubblico possa essere tanto importante per un musicista, anche se più che come musicisti i Death potrebbero essere considerati dei partecipanti chiave in eventi davvero sinergici. Così ne parlava Jerry, in un’intervista del 1972 a “Rolling Stone”:

“Raggiungere l’ebbrezza autentica vuol dire dimenticare se stessi. E dimenticare se stessi vuol dire vedere tutto il resto. E vedere tutto il resto vuol dire diventare una consapevole molecola in evoluzione, uno strumento conscio dell’universo. E io credo che ogni essere umano debba essere uno strumento conscio dell’universo…

Quando infrangi le vecchie forme e i vecchi ordinamenti, improvvisamente trovi un nuovo spazio, con una nuova forma e un nuovo ordinamento che sono più vicini alla realtà. Sono più simili a un flusso. E noi ci ritroviamo in quello spazio. Non abbiamo mai deciso di starci né di uscirci. Mai. Questa è una cosa che abbiamo osservato scientificamente. Abbiamo osservato cosa accade”.

Anche se l’LSD era stata la madre che aveva partorito questa esperienza di comunione, l’esperienza in sé divenne indipendente attraverso la musica dei Dead. Io stesso ho assistito a tantissimi spettacoli prima di prendere delle droghe, e tornavo ugualmente trasfigurato. “La musica è una cosa che ha l’ottimismo incorporato”, ha detto Jerry; “Puoi spingerti tanto in là nella musica da riempire milioni di vite”. Molte persone non conoscono mai (o solo raramente) un tale stato “di flusso” nella loro vita.

Questo stato, come spiegano le religioni e le tradizioni spirituali del mondo, è il riflesso estatico di un livello più elevato di consapevolezza e rappresenta l’ignoto, il potenziale addormentato in tutti noi. Ecco perché è tanto incredibile che i Grateful Dead siano riusciti a far vivere la stessa esperienza alla gente per trenta anni, fino alla morte prematura di Garcia nel 1995. Forse, oggi che sono tornati insieme per la prima volta da allora, lo stanno facendo di nuovo.

Ma non sono soli. Oggi esistono centinaia di cosiddette “jam band” formatesi nella scia dei Dead. La loro passione per l’improvvisazione collettiva è pari solo a quella dei loro devoti, a sua volta pari a quella dei Deadhead [i fan dei Grateful Dead, NdT]. “Oggi, per molte persone”, scrive lo studioso dei Grateful Dead John Dwork, “i concerti delle jam band sono… l’equivalente della chiesa, o almeno di ciò che stanno cercando. Questo è ciò di cui abbiamo bisogno nella nostra vita: comunità, danza estatica, cori appassionati, comunione con qualcosa di sacro o di speciale, un’avventura sacra, un posto in cui appendere il nostro cuore”. Ho visto trenta spettacoli dei Dead in tre anni proprio per queste ragioni: i Dead erano i miei eroi, coloro che si opponevano all’ondata di superficialità e materialismo che rischiava di travolgermi. Volevo che il mito degli anni sessanta si concretizzasse…

Quell’idealismo, quella sensazione di uno scopo più elevato. Desideravo credere in qualcosa, e l’ho trovato nei Dead. Giustamente, anche il famoso studioso della mitologia Joseph Campbell vi ha trovato qualcosa. Nonostante la sua estrema avversione per la cultura popolare (ha visto solo due film, non leggeva i giornali e per decenni non è andato a nessun concerto), andò a vedere i Grateful Dead e si sentì “in sintonia immediata” con loro. “Semplicemente, non sapevo che esistesse una cosa del genere”, ha detto. Qualcosa come “25.000 persone unite al livello del cuore” in un rituale mitico autenticamente contemporaneo. Questo era, per lui, “l’antidoto alla bomba atomica”.

Ciò che Campbell aveva scoperto era qualcosa che i Deadhead conoscevano da sempre: uno spirito archetipico di intimità e celebrazione rituale provocato dalla musica. In verità, la musica di ogni genere è nata con questo spirito, in tutte le epoche. Molte cerimonie indigene e sciamaniche si basano proprio su questa capacità del suono e del ritmo di trasportare gruppi di persone in stati straordinari di consapevolezza.

Gli esecutori di musica indiana classica praticano consapevolmente l’improvvisazione, cercando di incontrare – e sollevare – la mente del tutto. Persino il canto più semplice può avvicinare inesplicabilmente le persone, come nel dicembre 1914, quando in Francia i soldati tedeschi e alleati misero per un attimo da parte le armi e lasciarono le trincee per incontrarsi brevemente come amici. Tali “tregue di Natale”, come vennero chiamate, cominciarono in molti casi grazie ai canti natalizi che, da grande distanza, ognuno intonava nella propria lingua.

Ma fu negli anni sessanta, nell’era del rock and roll, che questo antico fenomeno raggiunse dimensioni di massa. A Watkins Glen, New York, nel 1973, i Grateful Dead suonarono davanti a circa 600.000 persone, una folla che si estendeva per oltre tre chilometri dal palco. Quell’evento resta ancora il più grande concerto rock della storia (Woodstock, al confronto, raggiunse appena le 400.000 unità). “Qui abbiamo quattro o cinque volta la folla che segue le nostre corse automobilistiche”, ha detto lo sceriffo, “ma meno della metà dei problemi. Questi ragazzi sono strepitosi”. Riesco appena a immaginare tanta gente in un solo posto, per non dire di tante persone con la mente focalizzata su un solo oggetto. Per darti un’idea, considera che uno stadio medio contiene 50.000, 60.000 persone, e moltiplicalo per dieci.

Quale nascosta influenza avranno avuto tali eventi gargantueschi sulla cultura in generale? La consapevolezza è una cosa cumulativa? Una persona che mediti da sola può avere un tangibile effetto su una stanza. Persino il Trips Festival all’inizio del 1966, il più grande Acid Test di sempre, vide la partecipazione di sole 3-5.000 persone.

Fino ad allora, ricorda Phil, “nessuno avrebbe mai pensato che potevi dare l’acido a migliaia di persone in una stanza senza che questa scoppiasse per l’energia psichica… I fili del nostro impianto stavano letteralmente saltando fuori dagli incavi nel muro”. 600.000 persone a Watkins Glen? Quale ignoto miracolo di consapevolezza deve aver fatto irruzione allora, sotterraneo e invisibile?

Naturalmente, i Grateful Dead non erano l’unica band che negli anni sessanta faceva miracoli. Che dire dei Beatles, i cui fan (come ammette l’addetto stampa dei Grateful Dead, Dennis McCally) facevano impallidire l’entusiasmo verso i Dead? Se i Dead potessero essere misurati sulla scala Richter della loro influenza psichica su un largo numero di persone, di certo altrettanto potrebbero fare i Beatles.

E da questo punto di vista, i ragazzi di San Francisco potrebbero mai sperare di competere con quelli di Liverpool? In realtà, essi non uscirono mai dal giro di una controcultura relativamente marginale. I Beatles, d’altra parte… tutti li amano. “C’era un alchimia nel modo in cui si misero insieme [come together], che faceva sì che due più due non facesse quattro, ma quaranta”, scrive il giornalista Mark Hertsgaard. Diedero all’espressione inglese “come toghether” un significato completamente nuovo.

Nell’estate del 1965, quando i Grateful Dead (allora noti come i Warlocks) stavano ancora facendo gavetta nei bar e i club della penisola di San Francisco, i Beatles tennero non il più grande, ma il primo concerto di sempre in uno stadio degli USA, lo Shea Stadium di Flushing, New York. Questo accadde dieci anni prima che nascessi (sì, ho dovuto guardarlo in DVD). Ma nonostante tutti i decenni che mi separano da quell’evento, non riuscivo a credere ai miei occhi: quattro ragazzi di appena venti anni al centro di una passione che allo stesso tempo li riguardava e non li riguardava. Erano nell’occhio di un ciclone culturale.

Come potevano quattro persone provocare una tale follia? Vedere ragazze altrimenti pudiche trasformarsi in esseri sessuali isterici (e in massa) mi avrebbe spaventato, se non avesse catturato furiosamente la mia attenzione. La cosa sensazionale era che niente di ciò sembrava toccare i Beatles, a parte John Lennon, che si lanciò in uno spericolato assolo alla tastiera. “Ci piace la follia, è salutare”, scherzò. La beatlemania raggiunse velocemente dimensioni che essi non erano più in grado di gestire, letteralmente. Ma per qualche misteriosa ragione, essi non dovevano gestire quella pressione, che era potente abbastanza da mandare il basso di Paul Hofner sulla luna. Semplicemente, salirono a bordo e lo guidarono al centro dell’inesplicabile. Allo Shea Stadium, vedevo che ogni barriera tra loro era caduta: e sudavano, annaspavano, cantavano, in una condizione di stupore incantato. Questo stimolava nella folla un tipo di innocenza che non avevo mai visto a un concerto dei Dead, un altro tipo di meraviglia.

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Concerto dei Beatles

Là c’erano 55.000 persone, e urlavano tanto che i Beatles potevano a stento sentirsi mentre cantavano. Almeno i fan dei Dead ascoltavano la musica; quelli dei Beatles non riuscivano ad arrivare alla prima nota senza soccombere a una specie di virus che li faceva urlare fino a perdere la voce, come una “epidemia emozionale”. Era come se stessero facendo delle aperture nei muri tra di loro: chi può dire quale fu la profondità dell’impatto di tutto ciò? E che dire della prima volta che i Beatles suonarono all’Ed Sullivan Show nel febbraio 1964, un anno e mezzo prima? Settantrè milioni di persone li guardarono.

Vale a dire il quaranta per cento della popolazione degli Stati Uniti, praticamente tutti i televisori del Paese in quell’anno. Durante quell’ora, le stazioni di polizia in tutta la nazione registrarono il tasso di criminalità più basso in mezzo secolo: persino i ladri, i malavitosi e gli sbandati si fermarono per i Beatles. Billy Joel pensò: “Si può fare. Lo posso fare”. Aveva quindici anni. Billy Graham, quarantacinquenne, giunse a rompere il riposo del sabato per guardarli.

Chissà come fecero. “Probabilmente, è dall’epoca di Shakespeare che tanto intelletto non viene usato per spiegare qualcosa di tanto semplice”, scrive Robert Burt in The Beatles: The Fabulous Story of John, Paul, George, and Ringo. “I Beatles erano quattro ragazzi di un gruppo pop che componevano una musica felice e che per qualche anno diedero a tutti dei bei momenti”. Qualche anno? Alla fine del millennio, i Beatles erano ancora in cima alle classifiche con “1”, il loro album di singoli. Doveva esserci qualcosa di più. Come riuscivano a essere così pienamente l’uno con l’altro, in un modo tale che tutti potevano avvertirlo? Non come i Dead, non come gli sciamani o gli stregoni, ma come quattro ragazzi normali? Allo stesso tempo sublimi e terra-terra, i Beatles cavalcarono l’onda di un mutamento nella consapevolezza di massa. “Sono come bambini, da molti punti di vista”, disse il produttore George Martin; “amano tutto ciò che è magico”. E la magia dello stare insieme, con gioia insolita e fiducia rara, alimentava la loro musica di entusiasmo irrefrenabile e incessante originalità.

Quando evolsero e maturarono, un’intera generazione crebbe con loro. Nel processo, aiutarono a tracciare una rotta tra le correnti mutevoli di un’era turbolenta. Dal Motown al R&B, dal rock puro alla psichedelia in senso lato, i Beatles concentrarono in pochi anni quelle che sembravano epoche intere, trascinandosi dietro l’emergente cultura giovanile. Tale velocità di cambiamento era quasi eccessiva, ma i giovani li seguirono, e altrettanto fecero molti genitori. “Dipendeva da te (cioè, da tutti noi) fare dei cambiamenti, e potevi farli”, scrive Hersgaard. “Quel messaggio risuonò a lungo e profondamente nella psiche di massa, perché avvicinava la gente al loro io più elevato, rendendola parte di un progetto più vasto di rinnovamento umano. I Beatles, in breve, tirarono fuori il meglio dalle persone”.

Qualunque fosse questo segreto, Paul McCartney ne ha ancora a iosa. “Non ho voglia di fermarmi o scrivere la parola fine”, ha detto recentemente, dopo il suo tour Back in the U.S., del 2002, il primo negli Stati Uniti dopo quasi dieci anni. E stavolta ho avuto la rara fortuna di vederlo di persona. Giunto a sessanta anni, il suo talento, il suo sfavillio e il suo equilibrio sembrano solo essere cresciuti, e oggi egli cattura nuove generazioni di fan con lo stesso incanto che rese i Beatles ciò che furono. Sembrava impossibile; ancora non riesco a crederci.

Persino Jerry Garcia, prode capitano di nave, ha lentamente ceduto sotto la pressione di una vita da eroe mitico, perdendo la guerra dopo quasi venti anni di dipendenza dall’eroina. Paul, al contrario, era più al comando che mai, suonando e cantando come un uomo della metà dei suoi anni. Davanti a una band che faceva faville con le sue canzoni dei Beatles e dei Wing, egli trasformava tutto ciò che toccava in una sorta di autocelebrazione, anche se non avevi mai sentito prima quelle melodie.

I ragazzi della cosiddetta Gen-Y [la generazione del millennio, NdT] esplodevano come popcorn; gli studenti universitari, i genitori e i nonni piangevano, ansimavano, ballavano e si beavano della grande abbondanza del tutto. Un fan reggeva un cartello: “NYC 1965 Shea Stadium”, e in qualche modo io, ragazzo di ventotto anni, sapevo perché: mi sentivo euforico, come nelle mani del Re Mida, come se fosse la prima volta.

“Ascoltare la sua musica”, dice l’attore Gen-X John Cusack nel DVD di Back in the U.S., “fa parte del processo del diventare consapevoli”. La cosa più sorprendente di tutte è che McCartney non è una mera nota a piè di pagina della storia, la sua musica non è una rievocazione nostalgica degli anni sessanta. Al contrario, oggi la sua influenza è ancora viva; nel 2004, è tuttora tesa verso il futuro. Proprio l’anno scorso, per esempio, egli ha portato gli abitanti di Copenaghen in uno spazio dove non erano mai stati. Un amico danese che vive nel distretto di Østerbro, vicino l’Idrætsparken in cui Paul ha tenuto il concerto, mi ha raccontato: “Dopo lo spettacolo, la città era satura di affetto; ogni angolo era pieno di energia. Non avevamo mai avuto quel tipo di esperienza in Danimarca, mai”.

Persone di ogni generazione riempivano le strade, dice. I negozianti di tutta Copenaghen, come il ciclista all’angolo della sua strada, avevano aperto il negozio, messo fuori dei tavoli e offerto birra e rinfreschi. Sembrava che la maggior parte della città fosse rimasta fuori fino alle quattro di notte, ridendo e cantando le canzoni dei Beatles. “Le persone erano attratte le une dalle altre. Si formavano gruppi, la città intera era un grande luogo di incontro”.

Anche se i baby boomer hanno sentito un po’ di nostalgia per i bei, vecchi tempi, nessuno ha avuto la sensazione che una volta la vita era meglio. Non si sentivano lamenti per un passato perso nella morsa del tempo, nessuno rimuginava su una caduta da uno stato di grazia. Al contrario, conclude il mio amico, “Tutto era completamente nuovo. Non c’era nulla di sbagliato, tutto era giusto. La vita è buona e l’amore è dolce”. Era come se Paul avesse reso tutti di nuovo giovani: non con l’immaginazione, ma nei fatti, trasformando ognuno nel fisico.

Quando avevo diciotto anni ed ero anche io un po’ più giovane, andai a cantare in Russia in una sorta di missione musicale per la pace, con il mio coro dell’Unione Metodista. All’epoca, ero già un fan dei Dead; ricordo di aver suonato “Uncle’s John Band” nella Piazza Rossa, con una chitarra russa da cinque dollari. Dieci anni dopo, nel maggio 2003, Sir Paul tenne il suo primo spettacolo in Russia, sempre nella Piazza Rossa. Secondo la CBS, incontrando l’ex Beatle prima del concerto, il presidente russo ed ex agente del KGB, Vladimir Putin, “ha confessato che all’epoca dell’Unione Sovietica i Beatles erano considerati propaganda di un’ideologia straniera”.

Quando gli è stato chiesto se avesse ascoltato lo stesso i Beatles, Putin ha risposto: “Sì, certo. Erano molto popolari… Erano un assaggio della libertà, una finestra sul mondo”. Sembra che la musica dei Beatles sia riuscita persino a perforare la cortina di ferro. E per centomila russi (alcuni stretti dentro il recinto quadrangolare davanti al Cremlino, altri ammassati dietro le transenne della polizia) questa era l’occasione della vita, la possibilità di vedere un eroe che, per decenni, era stato accessibile solo attraverso radio malfunzionanti o dischi pirata. “Prossima fermata, la luna”, ha detto Paul. E chi può impedirglielo?

“Mi piace la fama, perché grazie a essa puoi fare della filantropia”, dice Paul durante Back in the U.S. “E penso che se il tuo cuore è al posto giusto, puoi fare un sacco di cose buone”. Sì, di certo, e lui ne ha fatte. E per quanto riguarda Jerry, la cui creatività incandescente supererà sicuramente la prova del tempo… A essere onesti, mi vergogno di lui. “La fama è un’illusione”, si è lamentato in una delle sue ultime interviste, prima che l’isolamento di un eroinomane diventasse la tomba di un cadavere. “È molto difficile prendere la fama sul serio, e non penso che nessuno mi chieda questo. A cosa serve?”.

Penso che non lo sapremo mai. Ma quali sono le implicazioni morali dell’essere un eroe? Se il potere della consapevolezza può elevare a tal punto interi gruppi di persone, chi può dire che non possa spingerli altrettanto in basso? “I Dead fanno qualcosa che nessun altro musicista della loro statura o influenza può fare”, ha scritto il “Village Voice” nel 1987. “Suggeriscono la possibilità di un’utopia nella vita di ogni giorno… Nutrono indirettamente la bontà, la gioia, la verità e la solidarietà nel loro pubblico devoto… Attraverso la loro musica non fanno nulla di meno che abbracciare la strana idea secondo cui l’arte può salvare la vita”. Non è un’ironia, allora, che Jerry non è riuscito a salvare la sua stessa vita dai demoni, qualunque essi fossero, che lo assediavano?

Phil, il compagno di Garcia nei Dead, una volta ha detto: “Siamo sulla punta della freccia della consapevolezza umana, e stiamo volando attraverso il tempo”. Forse i Grateful Dead, o almeno il loro ambivalente leader, sono caduti da quella freccia anni fa, mentre Paul l’ha trasformata in un jet, riuscendo in qualche modo a trattenere il vento nei suoi capelli. E se invece quella freccia (che entrambi hanno tirato e infiammato) volasse ancora, acquistando velocità fino quasi a spezzare la barriera del suono? All’epoca dei Trips Festival, nel ’66, e dell’uscita dell’album dei Beatles Sgt. Pepper’s, nel ’67, una rivoluzione di massa nella consapevolezza sembrava dietro l’angolo. Forse sta ancora aspettando? Non lo so.

Magari nessuno di noi lo sa. Tuttavia, la semplice possibilità mostrata da queste band (la possibilità di un accesso collettivo e più duraturo a stati più elevati di consapevolezza olistica) basta per farci riflettere due volte su chi siamo e cos’è possibile. Riflettere e provare meraviglia, mentre usciamo dall’anfiteatro sulle ultime note del bis, avvolti in una coperta o due, osservando il cielo e ponendoci domande che i Dead e i Beatles hanno reso inevitabili.

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Copyright originale “What is Enlightenment” magazine, www.wie.org
Traduzione di Gagan Daniele Pietrini.

Copyright per la traduzione Italiana: Innernet.

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