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psalmody.jpgIl canto dei salmi è entrato nella hit parade. Ma forse la cosa migliore che puoi fare è cominciare a cantarli a tua volta. La sveglia suona alle 3:09 del mattino, ben tre ore prima che l’alba sorga sulla Colorado Mountain Valley. Infilo i vestiti e guido fino al monastero di St. Benedict’s, distante circa un chilometro e mezzo…

La sveglia suona alle 3:09 del mattino, ben tre ore prima che l’alba sorga sulla Colorado Mountain Valley. Infilo i vestiti e guido fino al monastero di St. Benedict’s, distante circa un chilometro e mezzo. Prendo il mio posto nella cappella alle 3:29, appena in tempo per partecipare alla veglia dei monaci, il tradizionale uffizio notturno.

A parte la fiamma di una candela sotto un’icona e la vetrata istoriata illuminata in controluce sul muro di fondo, la cappella è al buio. I monaci, nelle loro tuniche bianche, sono seduti in silenzio sugli scanni in fondo alla chiesa. Non appena l’orologio a parete dà un rintocco, fratello Thomas intona il versetto dei salmi: “Oh Signore, apri le mie labbra”, e i fratelli rispondono: “E la mia bocca proclami la tua lode”. Poi, cantando all’unisono il salmo 134 (“Ecco, benedite il Signore, / voi tutti, servi del Signore”), i fratelli camminano nella cappella, di tanto in tanto catturando con le bianche tuniche la luce della candela o della finestra. È come se la luce emergesse e scomparisse a tratti nel buio: silenziosa, misteriosa.

Il rito religioso si svolge senza fretta, seguendo un ritmo antico. C’è un salmo, una lettura dalle scritture, una pausa di silenzio per tre o quattro minuti. Poi un altro salmo, una lettura da un commentario antico o moderno, e un altro periodo di silenzio. Quindi, un salmo cantato, uno parlato, la lettura del vangelo e una benedizione dell’abate. Infine, i monaci si disperdono silenziosamente, verso il refettorio per una tazza di caffè prima della meditazione di un’ora che comincerà alle 4:30, o verso le celle per la preghiera individuale e la “lectio divina”, una lettura meditativa e una riflessione sulle scritture.

I quattordici fratelli del monastero di St. Benedict’s, e i pochi coraggiosi ospiti che si uniscono a loro, proseguono una tradizione antica, che è stata tramandata nella forma attuale dalla Regola di S. Benedetto, risalente al sesto secolo. In tutti gli altri monasteri benedettini del mondo i monaci fanno la stessa cosa, alzandosi nel cuore della notte per il “lavoro notturno”, che trova le sue origini nel salmo 130: “L’anima mia attende il Signore / più che la sentinella l’aurora”. Durante il giorno, i monaci si riuniscono ancora a intervalli regolari per ritemprarsi con la preghiera e la salmodia. Al monastero di St. Benedict’s questo avviene all’alba, prima e subito dopo il pranzo, e la sera subito prima di andare a letto. Si chiama Ufficio Divino, ed è la chiave di volta della vita monastica benedettina.

Il culto monastico dei salmi è senza uguali. S. Romualdo, il fondatore dell’ordine benedettino camaldolese vissuto nell’undicesimo secolo, lo ha affermato nel modo più incisivo che conosca: “Il cammino che devi seguire sono i Salmi: non lasciarlo mai” (vedi nota 1). Oppure, mi tornano in mente gli antichi monaci celtici, in particolare il “Viaggio di S. Brendano” del nono secolo, che racconta le avventure di questo abate marinaio alla ricerca della “terra promessa ai santi” (vedi nota 2). In quasi tutte le isole che visita, S. Brendano è accompagnato nell’Ufficio Divino da monaci, eremiti, in un luogo perfino da uccelli; questo, apparentemente, è dovuto al linguaggio universale della sua ricerca, oltre che al principio ordinatore del racconto stesso. Ancora oggi, in luoghi come il monastero di St. Benedict’s, il canto quotidiano dei salmi è il centro intorno al quale ruota il resto della giornata, creando quel ritmo tra preghiera e lavoro (“ora et labora”) che è la chiave per comprendere la vita interiore benedettina.

Questa adorazione monastica per i salmi è in netta controtendenza rispetto all’oblio in cui sono generalmente caduti nella celebrazione domenicale cristiana. Nella mia confessione, la Chiesa Episcopale, i salmi o vengono letti freneticamente per arrivare in fondo il prima possibile, oppure un coro ecclesiastico li declama in modo virtuosistico ma privo di vita. Fuori dal monastero è pressoché impossibile trovare la tradizionale salmodia semplice, partecipatoria e contemplativa; i testi dei salmi vengono lasciati alla mercé di revisionisti che ne alterano il linguaggio, perché in disaccordo con la violenza di certe immagini. Secondo loro, la chiesa moderna non deve “proclamare” sentimenti che non siano politicamente corretti.

Questo articolo è uno sforzo di colmare tale divario, riflettendo sui motivi che portano i monaci ad alzarsi tre ore prima dell’alba e che hanno fatto dire a S. Romualdo: “Il cammino che devi percorrere sono i Salmi”. A prescindere dalla correttezza politica e dalla rilevanza per il mondo contemporaneo, resta il fatto che per il cristiano contemplativo (cioè, per il cristiano sul cammino della trasformazione interiore), i salmi sono stati e continuano a essere un elemento irrinunciabile. Se li mettiamo da parte, questo avviene a nostro rischio e pericolo.

Chiaramente, la realtà deve essere più profonda di quella che appare a prima vista. Cosa c’è di tanto importante per il risveglio spirituale nell’intonare 150 poesie, per lo più brevi, scritte 3000 anni fa in una cultura diversissima dalla nostra? C’è una saggezza nascosta nell’Ufficio Divino, e se sì, come possiamo renderla accessibile alla nostra cultura non monastica?

Vorrei cercare di rispondere a queste domande da un punto di vista storico, ma soprattutto dalla dimensione interiore. Cosa succede interiormente quando a un lavoro di silenzio e preghiera contemplativi si aggiunge la salmodia?

Le parole usate da Cristo

Padre Teofane, maestro del coro a St. Benedict’s, ha una risposta pronta a chi gli chiede perché i monaci sono tanto affezionati alla salmodia: “Mi piace pensare che sto pregando con le stesse parole usate da Cristo”.

I salmi sono attribuiti al re Davide, così come il canto gregoriano è attribuito al papa Gregorio Magno: si tratta di un’unione tra storia e mito. Quando il giovane Gesù imparò i salmi, questi facevano già parte di una tradizione che aveva mille anni. La salmodia ha certamente costituito una parte importante nella sua conoscenza di sé. Molto spesso egli ha risposto a domande e situazioni citando i salmi. Questo è avvenuto nel modo più commovente sulla croce: “Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?” (Salmi, 22:1), e in Luca, “Padre, nelle tue mani affido il mio spirito” (Salmi, 31:5).

La tradizione della salmodia monastica era già affermata nel terzo secolo d.C., quando si alza il sipario sui Padri e le Madri del deserto, i cui esperimenti ascetici nel deserto dell’Egitto e della Siria rappresentano la più grande e prolungata esplorazione del cammino interiore avvenuta nel cristianesimo. Grazie alle recenti, ottime traduzioni di Benedicta Ward, Armand Veilleux e altri, oggi conosciamo meglio la pratica spirituale di questi primi asceti (vedi nota 3).

La tradizionale ripetizione dei salmi uno dopo l’altro (a memoria, naturalmente, in quanto all’epoca scarseggiavano sia i testi sia la capacità di leggere) era accompagnata da lavori semplici, come l’intreccio di corde. A seconda del tipo di organizzazione monastica (solitaria, semisolitaria o in comunità organizzate), questa salmodia individuale poteva ampliarsi in assemblee periodiche. Sappiamo che la recitazione prevedeva almeno talvolta una forma di canto, in quanto leggiamo tra i detti del padre del deserto Evagrio: “È un’ottima cosa pregare senza distrarsi, ma è ancora meglio cantare i salmi senza distrarsi” (345-400).

Grazie alle parole di Evagrio, sappiamo che i salmi erano anche una pratica meditativa fondamentale, un contenere la mente all’interno delle parole della salmodia. Giovanni Cassiano, l’interprete del quinto secolo che ha raccolto e tramandato in occidente la tradizione del deserto, raccomanda la ripetizione di questo versetto, dal salmo 70:1, per raggiungere un’attenzione costante nella preghiera: “Oh Dio, vieni in mio aiuto; Signore, vieni presto ad aiutarmi”. Descrivendola come una pratica “che ci è stata tramandata dai più antichi padri del deserto”, egli sottolinea la sua efficacia e il suo potere: “Questo versetto è un muro inespugnabile, una corazza impenetrabile e uno scudo ben sicuro per tutti coloro che sostengono gli attacchi dei demoni” (vedi nota 5).

In queste primitive tradizioni monastiche, dunque, i salmi (intonati in solitudine o nell’assemblea) erano il fondamento non solo della celebrazione e della proclamazione, ma anche della preghiera contemplativa, in quanto focalizzavano la mente sulle loro parole. Questo era il cuore della tradizione del deserto, così come è stata raccolta e trasmessa da Cassiano al monachesimo benedettino dell’occidente.

A quei tempi, il conseguimento di tale attenzione interiore non era più facile di adesso. Ma in tutta la tradizione troviamo sia il riconoscimento delle difficoltà sia l’incoraggiamento a persistere; in realtà, i salmi sembrano il mezzo “par excellence” attraverso cui l’attenzione interiore viene lentamente e dolorosamente conseguita. Come avrebbe consigliato in seguito S. Romualdo: “Usa ogni opportunità per cantare i salmi nel tuo cuore e comprenderli nella tua mente. E se durante la lettura la mente divaga, non desistere; torna indietro e applica la mente alle parole un’altra volta”.

“Una scuola al servizio del Signore”

Questi primi germogli monastici sono giunti a splendida fioritura nel sesto secolo, con la Regola di S. Benedetto, che è alla base dell’identità monastica benedettina ancora oggi.

Sappiamo relativamente poco del suo autore. Nacque intorno al 480 nella regione di Norcia, a nordest di Roma. Dopo un’educazione accademica, ebbe una profonda conversione che culminò in tre anni di isolamento, al termine dei quali cominciò a creare numerosi monasteri nell’area intorno Roma. Tra questi, l’illustre comunità di Monte Cassino, dove morì verso la metà del sesto secolo.

Lo spirito di Benedetto vive davvero nella sua Regola, la quale, fedele alla consegna dell’anonimato che caratterizza tutta la sua vita, non è tanto una creazione originale, quanto una raccolta e un consolidamento di regole già esistenti della tradizione monastica. La scuola di Benedetto, “al servizio del Signore”, come egli la definiva, si fonda su una vita comune di preghiera e lavoro. E come era già stato stabilito da secoli di esperienze precedenti, la preghiera monastica si basa sulla salmodia.

Con la Regola di S. Benedetto, l’Ufficio Divino fa il suo debutto ufficiale. Tredici dei 73 capitoli della Regola sono dedicati all’elaborazione della salmodia liturgica benedettina; in essi si indicano anche i salmi per ciascun servizio. Oltre alla veglia, l’ufficio notturno, vengono stabiliti altri sette uffici durante il giorno, ispirati dal salmo 119:164: “Sette volte al giorno ti ho lodato”. Essi sono le lodi (all’alba), la prima, la terza, la sesta, la nona, i vespri (al tramonto) e compieta (subito prima di coricarsi). Le quattro “ore piccole” (in latino si chiamano “ora prima”, “terza”, “sesta” e “nona”) corrispondono pressappoco alle sei del mattino, le nove, mezzogiorno e le tre del pomeriggio. Ognuno di questi uffici notturni deve cominciare con il versetto: “Oh Dio, vieni in mio aiuto”, definito da Giovanni Cassiano “una corazza impenetrabile”. La veglia deve cominciare con “Oh Signore, apri le mie labbra” (Salmi, 51:15), lo stesso versetto che fratello Thomas intona nel monastero di St. Benedict’s 1500 anni dopo, per rompere il silenzio della notte. Il filone della tradizione prosegue ricco e profondo (vedi nota 6).

La regola assegna salmi a ognuno di questi uffici, ammettendo una certa flessibilità “a condizione che l’intero corpo dei 150 salmi venga scrupolosamente recitato ogni settimana”. I monaci che nell’arco di una settimana non pronunciano l’intero salterio, aggiunge Benedetto, “tradiscono un’estrema indolenza e mancanza di devozione nel loro servizio. Leggiamo, dopo tutto, che i nostri santi padri, energici come erano, facevano tutto ciò in un solo giorno” (vedi nota 7).

Riaffermando che la tradizione della salmodia è essenzialmente preghiera di meditazione, Benedetto aggiunge: “Consideriamo come dovremmo comportarci alla presenza di Dio e dei suoi angeli, e cantiamo i salmi in modo tale che la nostra mente sia in armonia con la loro voce” (vedi nota 8).

Sui tralci dell’Ufficio Divino è cresciuto il grande vino del canto gregoriano.

In un certo senso, questa analogia è pericolosamente semplicistica. È più esatto dire che il canto e l’Ufficio Divino ebbero una storia parallela, con le radici nelle stesse pratiche primitive di adorazione cristiana (vedi nota 9). Ma in qualche modo erano destinati a trovarsi, così come Benedetto e Gregorio stessi (papa Gregorio I, padre e patrono del canto, è anche l’unico biografo di Benedetto, ed è a lui che dobbiamo gli scarsi particolari noti sulla vita di quest’ultimo). Al di là delle melodie sublimi e delle ossessive progressioni modali, il canto gregoriano è in realtà la base musicale delle varie parti della messa e dell’Ufficio Divino. Quando ascoltiamo la registrazione di un canto gregoriano, come i famosi Canti dei monaci benedettini di Santo Domingo de Silos, stiamo in realtà ascoltando frammenti dell’Ufficio Divino. In una versione latina più elaborata, i monaci di Silos stanno facendo la stessa cosa dei monaci di St. Benedict’s e dei monasteri benedettini di tutte le epoche e i luoghi: cantare i salmi.

Salmi “sandwich”

Prima di terminare questo velocissimo tour della salmodia monastica, devo aggiungere un altro fatto riguardo il modo monastico di cantare un salmo. Un salmo, nella comune interpretazione monastica, è in realtà un “salmo sandwich”. Il testo del salmo viene cantato con semplice tono recitativo, assai monotono. Ma all’inizio e alla fine abbiamo una melodia tonale molto più complessa, nota come antifona o ritornello. Il testo dell’antifona può essere un versetto dello stesso salmo, di un altro salmo o di una parte delle scritture completamente diversa. Il famoso cantico Puer Natus che apre l’album di Silos è un buon esempio di ciò. Il sinuoso Puer Natus è un’antifona il cui testo è preso da Isaia 9:6: “Un bambino ci è nato, un figlio ci è stato dato”. Il testo stesso del salmo, “Cantate Domino canticum novum”, viene dal salmo 98, “Cantate al Signore un canto nuovo”. Il salmo e l’antifona sono, in tale contesto, l’appropriato introito (inno di apertura) della messa di Natale.

I monaci di New Camaldoli a Big Sur, in California, eredi di S. Romualdo, seguono questa stessa pratica nel loro salterio. Per esempio, il salmo 93 (“Il Signore regna, si ammanta di splendore”) è accompagnato da una mezza dozzina di antifone. Nelle lodi di Natale, esso è introdotto dalla melodia tonale: “Egli è il Principe della Pace, il Desiderato dalle nazioni; / tutti i popoli della Terra cercano il suo volto. / Un’umile vergine ha partorito un re: sue erano le gioie di una madre. / Mai prima di allora si vide una tale meraviglia!”.

A Pasqua, l’antifona viene dal vangelo della resurrezione secondo Luca: “Al primo giorno della settimana / le donne andarono alla tomba, / alleluia!”.

Potete immaginare l’effetto. Che si tratti del sublime latino del canto gregoriano o di una lingua moderna, lo scopo è lo stesso. Tenendo fissi i salmi e variando le antifone, si ottengono sempre sottili riferimenti incrociati: alla stagione liturgica, ad altre parti delle scritture, all’interazione tra il Nuovo e l’Antico Testamento, facendo capire implicitamente che le aspirazioni espresse nei salmi trovano la loro realizzazione in Gesù Cristo. I più esperti possono dire in quale parte dell’anno liturgico ci troviamo semplicemente dalla salmodia: ogni stagione ha il suo colore, i suoi testi e la sua atmosfera musicale.

La geografia interiore

Oggi molte persone non distinguono la tradizione monastica dal canto gregoriano, e lamentano il disuso in cui è caduto quest’ultimo come una catastrofe, la perdita di un’intera tradizione. Ma non è così. Ricordiamoci che né Gesù né i padri del deserto conoscevano il canto gregoriano, e che quest’ultimo, per quanto sublime, era al servizio di qualcosa di molto più importante per la trasformazione interiore.

Questo qualcosa si coglie ancora nelle moderne comunità contemplative come St. Benedict’s e New Camaldoli, ed è alla portata anche di coloro che non fanno parte di comunità monastiche, ma desiderano fare spazio nella propria vita alle stesse dinamiche. La salmodia cristiana contemplativa non fa affidamento sulla musica o sul latino, ma su una intenzionalità più profonda. Sul cammino cristiano della trasformazione interiore, il vero scopo della salmodia è facilitare la formazione dell’immaginazione unitiva, la capacità di comprendere le scritture a livelli sempre più profondi del proprio essere.

La tradizione contemplativa benedettina si basa sulla pratica della “lectio divina”, la lettura divina di un brano delle scritture con attenzione e introversione sempre maggiori. Quando i monaci di St. Benedict’s finiscono la veglia e la meditazione, le due ore seguenti sono dedicate alla lectio. Usando un procedimento in quattro fasi che risale almeno al dodicesimo secolo, essi leggono attentamente e lentamente il testo. La lectio, una lettura lenta e deferente, dà origine alla “meditatio”, o visualizzazione, ovvero l’uso dell’immaginazione per simulare un dialogo vivo con il testo. A tempo debito, la meditatio si trasforma nell’«oratio», una preghiera spontanea e affettiva, e quindi nella “contemplatio”, in cui ogni attività mentale ed emotiva cessa e si riposa semplicemente alla presenza di Dio. A questo livello entra in scena l’inconscio e il testo comincia a risuonare con l’immaginazione archetipica.

Ciò, a sua volta, determina la progressione attraverso quelli che i primi esegeti medievali chiamavano “i quattro sensi delle scritture”. Il senso letterale cede il passo a quello morale, in cui il testo viene udito come un appello personale ad agire. Poi viene il senso allegorico, in cui le parole cominciano a penetrare nell’inconscio e si rivela un significato più profondo e interiore. Infine, abbiamo il livello unitivo (o anagogico), che segna l’integrazione del testo nel proprio essere. Secondo Giovanni Cassiano, un’indicazione di questa comprensione unitiva delle scritture è quando “canti i salmi come se li stessi componendo” (vedi nota 10). Il proprio essere e quello delle scritture sono totalmente fusi: la Parola vive interiormente come il centro di tutto ciò che è visto e sperimentato; per usare le parole del salmo 36:9, “nella sua luce vediamo la luce”.

Credo che questo sia il vero “business” dell’«impresa» monastica: non la fuga dal mondo, ma la coltivazione di quelle dimensioni della geografia interiore in cui i significati interiori, l’interconnessione essenziale di tutte le cose, possono entrare nella nostra vita e la trasformazione interiore può cominciare correttamente.

Il genio nascosto del cammino cristiano, scopriamo a poco a poco, è che tutte le istruzioni provengono da questo livello; è impossibile penetrare il cuore del Mistero Cristiano senza avere accesso ai significati allegorici e unitivi delle scritture. A livello letterale, elementi della tradizione come la nascita da una vergine o il difficile simbolismo del libro della Rivelazione non hanno alcun senso; ma per l’immaginazione unitiva risvegliata, essi sono precise guide sul cammino della trasformazione, la cui esattezza viene confermata nella misura in cui cresce il nostro silenzio interiore.

Adesso consideriamo il ruolo della salmodia monastica all’interno di questo quadro. Di notte, e per sette volte al giorno, i versetti dei salmi entrano nell’essere della persona. Non si tratta di lunghi testi che stimolerebbero il pensiero concettuale, ma di brevi frasi e immagini: “Come la cerva anela ai corsi d’acqua, / così l’anima mia anela a te, o Dio” (salmo 42:1); “Oh Signore, apri le mia labbra”; “L’anima mia attende il Signore / più che la sentinella l’aurora”. Esse cadono direttamente nell’inconscio, ancorate e rinforzate dalla preghiera e dal silenzio interiori. È come una fleboclisi intravenosa di salmodia, una costante infusione di queste antiche immagini e suppliche.

La musica aumenta notevolmente questo effetto. Come sa chiunque abbia cantato in un coro, la melodia fa scendere le parole a un livello in cui è sempre possibile richiamarle alla mente, a differenza di quanto viene semplicemente mandato a memoria, che col passare del tempo si dimentica. Se ricordi una melodia, ricordi anche le sue parole. Quando qualcosa toccherà o stimolerà l’inconscio, la melodia tornerà alla memoria, e con essa, gradualmente, le parole.

È interessante il modo in cui questi versetti ci tornano alla mente durante il giorno. Una triste sera nevosa di tardo novembre stavo cercando di riparare la mia pompa dell’acqua, perché un tubo rotto aveva disperso tutta la riserva. Dopo tre o quattro tentativi, con l’acqua ghiacciata sulle ginocchia e le mani, riuscii a far funzionare la vecchia pompa. Con un ronzio essa tornò alla vita e l’indicatore di pressione cominciò a salire. Improvvisamente mi ritrovai a cantare una piccola antifona udita durante una di quelle buie funzioni della prima mattina: “Con gioia attingerai l’acqua dalla fonte della salvezza”. Ero infangata e intirizzita dal freddo, ma d’acchito la mia lotta con la pompa aveva trovato un contesto più vasto: la risata in cui proruppi esprimeva qualcosa di più che la soddisfazione per un lavoro ben fatto.

Vita metaforica

Cosa accade quando l’Ufficio Divino diventa la struttura portante della vita quotidiana? Esteriormente si crea una situazione che Charles Baudelaire descrive vividamente nella sua poesia “Correspondances”: una tensione dinamica o un dialogo tra il mondo interiore e quello esteriore creato dal potere di queste immagini (vedi nota 11). Gli eventi della giornata e quei frammenti “ingeriti” di salmi si toccano e si mescolano, come è accaduto a me lavorando alla pompa. Quello non era più soltanto un lavoro sgradevole e spiacevole in una giornata ugualmente sgradevole e spiacevole, ma un momento di gioia in cui il mio attingere acqua si era intrecciato alla “fonte della salvezza”.

Possiamo chiamarla vita metaforica. I versi del salmo, assorbiti nell’inconscio, riaffiorano spontaneamente negli eventi della vita quotidiana, creando gradualmente una realtà diversa in cui vivo e cammino. La mia vita comincia a diventare un luogo di magiche “corrispondenze” in cui sono attratta nel Mistero e faccio l’esperienza di me stessa nei suoi termini.

Lo stesso processo è largamente all’opera, immagino, nel “Viaggio di San Brendano”, quando gli uccelli scendono a precipizio per unirsi alla salmodia, o quando, approdando all’«isola della pecora» (presumibilmente una delle Faroes) viene scoperto “un agnello immacolato”, usato per celebrare la solennità della pasqua. Gli studiosi hanno cercato di ridurre questa tensione: il viaggio di Brendano è una cronaca “vera” di un’antica esplorazione celtica del Nord Atlantico, o “solo” un’allegoria? Ma quando la vita viene vissuta secondo le metafore dei salmi, questa tensione diventa fondamentale: la geografia interiore ancorata a questi cantici è una geografia diversa, un luogo completamente differente. Come scrive Sally McFague nel suo ottimo libro Speaking in Parables, “La metafora è, per gli esseri umani, quello che è l’andare a tastoni per il resto dell’universo: il potere di passare da qui a lì” (vedi nota 12).

Ebbene, assumendo che la metafora sia questo “potere di passare da qui a lì” e che i salmi forniscono un insieme di antiche e venerate metafore per il viaggio, dove ci portano davvero tali metafore? Giovanni Cassiano ci dà un suggerimento prezioso quando spiega il potere del versetto “Oh Dio, vieni in mio aiuto; Signore, vieni presto ad aiutarmi”:

“Non senza buoni motivi questo versetto è stato scelto tra tutte le scritture. Esso riflette tutti i sentimenti di cui può essere capace la natura umana… Questo versetto contiene l’invocazione a Dio di fronte a tutte le difficoltà, l’umiltà di una pia confessione, la vigilanza in vista di ogni sollecitudine e timore, il sentimento della nostra debolezza, la fiducia di essere esauditi, la certezza di un aiuto sempre presente e disponibile… Questo versetto contiene l’ardore dell’amore e della carità, ha la visione delle insidie e la paura dei nemici, dai quali l’anima, osservando se stessa, ammette giorno e notte di non poter essere liberata senza l’aiuto del proprio protettore” (vedi nota 13).

In altre parole, i salmi, con i loro vari umori e colori, quando sono assorbiti in modo contemplativo, forniscono le immagini degli stati emotivi, le esperienze e gli atteggiamenti che rendono riconoscibile e tollerabile il cammino attraverso le terre oscure dell’inconscio. Guidano alla comprensione dei sensi unitivi e allegorici delle scritture, e sono essi stessi ancorati a questi livello. Ecco perché la critica revisionista contemporanea, che interpreta i salmi in senso letterale e non approva la violenza delle immagini, si sbaglia. I salmi sono strumenti psicologici. Descrivono le guerre, la desolazione, le ombre e la trasfigurazione interiori. Recitando i salmi in modo contemplativo, questo diventa evidente.

La “saggezza segreta” della tradizione monastica è in realtà molto semplice. I salmi sono indispensabili perché il cuore, nel silenzio, comprenderà il messaggio che vi è codificato. Esso è sottile; stiamo affrontando ciò che G. I. Gurdjieff avrebbe chiamato “il centro emotivo superiore”. Ma in ultima analisi è attraverso questo centro che il cammino cristiano si fa strada e rivela tutto il suo potere nell’unione tra illuminazione e adorazione.

Un monaco irlandese medievale lo ha detto bene in una poesia intitolata “A un antico libro dei salmi”:

Alla ricerca di un Dio sfuggente
spesso ci smarriamo, ma troviamo la strada
seguendo le potenti melodie che tramite te
risuonano in tutto il mondo.

Mai silenzioso, porti il mondo di Dio
a tutti coloro che dimorano nel mondo presente;
e poi, attraverso di te, attraverso la più fine delle reticelle,
la sincera preghiera dell’uomo a Dio è purificata (vedi nota 14).

Cynthia Bourgeault, PhD in letteratura e musicologia medievale, è prete eremita a Snowmass, nel Colorado, dove offre corsi sulla preghiera di centratura e la tradizione contemplativa cristiana. Sta collaborando alla fondazione della Scuola di cristianesimo interiore di Snowmass. La sua rappresentazione teatrale, Il viaggio di S. Brendano, moderno dramma liturgico che include parti del nuovo salterio camaldolese, debutterà nella Columbia Britannica la prossima primavera.

Seguendo la contemporanea convenzione liturgica, i riferimenti ai salmi usati in questo articolo seguono le versioni ebraica e protestante della Bibbia; le versioni cattoliche, che seguono la numerazione della Septuaginta, possono essere leggermente diverse.

Per cominciare a cantare i salmi.

La tradizione della salmodia cantata si è conservata grazie ai monasteri, ma non è affatto una loro esclusiva proprietà. Io stessa, tutte le mattine e le notti, canto i salmi del salterio camaldolese, talvolta accompagnandomi con una piccola arpa irlandese. Non occorre una voce musicalmente istruita, ma un minimo senso della tonalità e una buona volontà. Per semplificare al massimo, il canto dei salmi non è altro che una lettura ad alta voce di un testo. Puoi cantare un verso in un semplice tono recitativo, oppure aggiungere delle semplici cadenze di chiusura:

“Solo in Dio riposa l’anima mia; / da lui la mia sal – vèz – za” (salmo 62:1).

Grazie a questa profonda semplicità, scoprirai anche gli elementi fondamentali del buon stile di canto. L’accento naturale della parola dà il ritmo del verso. Per evitare di sillabare eccessivamente le parole, è essenziale avere in mente sia il senso delle parole sia quello del verso. La voce va mantenuta chiara e leggera, senza vibrato o altri effetti vocali, e il canto non deve essere più alto di quanto basti affinché il tono resti fermo. Come diceva un monaco, ricordando gli anni di apprendimento nel coro monastico: “Se non riesci a udire la voce di chi ti sta accanto, stai cantando troppo forte”.

Per quanto riguarda il canto di gruppo, è impossibile ignorare il potente, ipnotico effetto dei canti Taizè. I partecipanti cantano un solo, ripetitivo versetto di un salmo o di un altro testo delle scritture, e gradualmente cadono in uno profondo spazio contemplativo, che un mio amico musicista ha definito un’«icona musicale». Esistono anche molti semplici e adorabili arrangiamenti contemporanei per la partecipazione congregazionalista: in genere si tratta di un solista che intona il salmo, mentre i fedeli si uniscono per l’antifona. Ma ricordiamoci che le parti soliste e l’orchestrazione elaborata ci allontanano da quella comprensione interiore che è il cuore della salmodia.

Il canto dei salmi cambia davvero la qualità della preghiera contemplativa? Al proposito, ho fatto degli esperimenti con un gruppo di meditatori esperti, la maggior parte dei quali praticava già da anni la preghiera di centratura di Thomas Keating. Questa estate, durante un seminario, ho insegnato loro alcuni semplici cantici del salterio camaldolese, e prima della meditazione cantavamo i vespri. L’effetto è stato quantomeno sensazionale. Come ha detto una partecipante: “Penso di aver finalmente capito cos’è l’adorazione”.

Note

1. Da The Brief Rule of St. Romuald, esposta al ritiro di New Camaldoli Hermitage, di Big Sur, in California.

2. The Voyage of Saint Brendan, trad. John J. O’Meera (Buckinghamshire, Inghilterra: Colin Smythe Ltd., 1991).

3. The Sayings of the Desert Fathers, trad. Benedicta Ward (Kalamazoo, Mich.: Cistercian Publications, 1984); Pachomian Koinonia, ed. Armand Veilleux (Kalamzoo: Cistercian Pubblications, 1980), tre volumi.

4. Ward, p. 64.

5. John Cassian, Conferences, trad. Colm Luibheid (Mahwah, N.J.: Paulist Press, 1985), p. 133.

6. Gradualmente si è giunti a celebrare la messa tutti i giorni, come accade nella maggior parte dei monasteri contemplativi benedettini. L’ora varia, ma più spesso avviene al mattino presto, dopo le lodi o la prima, o subito prima di pranzo, dopo la sesta.

7. The Rule of S. Benedict (Collegeville, Minn.: The Liturgical Press, 1980), p. 215.

8. Ibid., p. 217.

9. Per un’ottima introduzione a questo argomento complesso e molto tecnico, si vedano i capitoli 3 e 4 (Latin Chant bifore St. Gregory e Gregorian Chant, di Bigini Angles) in The New Oxford History of Music (London: Oxford University Press, 1967), vol. 2.

10. Citato da Thomas Keating, Intmacy with God (New York: Crossroads, 1994), p. 49.

11. “La Nature est un temple où de vivants piliers

Laissent parfois sortir de confuses paroles;

L’homme y passe à travers des forêts de symboles

Qui l’observent avec des regards familiers.”

Da Charles aire, “Correspondances”, in Le Fleurs du Mal (Paris: Librarie Gallimard, 1951).

12. Sallie McFague, Speaking in Parables (Philadelphia: Fortress Press, 1975), p. 56.

13. John Cassian, p. 133. [traduzione italiana liberamente tratta da: http://digilander.libero.it/benparker/PADRI/giovanni_cassiano.htm]

14. Da Medieval Irish Lyrics, trad. James Carney (Dublin: Dolmen Press, 1967).

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Cynthia Bourgeault. Mystical Hope: Trusting in the Mercy of God. Cowley Publications. 2001. ISBN: 1561011932

Cynthia Bourgeault. Singing the Psalms: How to Chant in the Christian Contemplative Tradition. Sounds True. 1998. ISBN: 1564555755

Cynthia Bourgeault. The Wisdom Way of Knowing : Reclaiming An Ancient Tradition to Awaken the Heart. John Wiley & Sons. 2003. ISBN: 078796896X

John J. O’Meara. Voyage of Saint Brendan: Journey to the Promised Land. Dufour Editions. 1981. ISBN: 0851055044

Benedicta Ward. The Sayings of the Desert Fathers. Cistercian Publications. 1987. ISBN: 0879079592

Thomas Keating. Intimacy With God. Crossroad/Herder & Herder. 1996. ISBN: 0824515889

Sallie McFague. Speaking in Parables. Scm Press. 2002. ISBN: 0334028744

James Carney. Medieval Irish Lyrics. Dolmen Press. 1999. ISBN: 0851053602

Copyright originale Cynthia Bourgeault, per gentile concessione.
Traduzione di Gagan Daniele Pietrini.
Copyright per l’edizione Italiana: Innernet.

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