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Scientific American riporta uno studio della rivista Oncologist sui pazienti affetti da cancro. I pazienti che si sono impegnati nella scrittura espressiva appena prima della cure si sono sentiti notevolmente meglio, mentalmente e fisicamente, a confronto di altri pazienti.

Gli scienziati affermano che la ragione della diffusione della blogosfera potrebbe essere la necessità di automedicazione e si sono ripromessi di iniziare nuovi studi per capire le basi neurologiche implicate. L’atto di scrivere attiva una serie di reazioni neurologiche che sono perlopiù ancora sconosciute nei loro meccanismi. Il blogging quindi può dare spazio all’espressione della propria psiche nel rivelare le nostre interiorità ed a migliorare il nostro benessere psicosomatico, in particolare in queste condizioni di sofferenza che coinvolgono l’intera persona.

Che la riflessione e l’autoconsapevolezza nella scrittura siano atti che coinvolgono l’intera persona è noto ai contemplativi di ogni epoca.

Scrivere della propria vita interiore è un processo che ha effetto su tutti i nostri livelli perchè l’atto di riflessione profonda in sè richiede la partecipazione di tutta la persona, non è solamente un atto mentale. Chiama in causa la mente, le emozioni, le sensazioni, le visioni interiori.

Questi atti di interiorità, affinchè vadano in profondità, necessitano tipicamente di uno spazio interiore di silenzio e di vuoto che difficilmente possiamo avere mentre siamo connessi ad Internet. Non c’è bisogno di andare in una caverna di montagna a meditare, ma le distrazioni in Rete sono innumerevoli.

Riporto (di nuovo) qui una classica citazione di James Hillman, da 100 anni di psicoterapia e il mondo va sempre peggio, scritto all’inizio degli anni ’90 quando Internet era presente solo in qualche università.

Tutta quell’immensa industria dell’ipercomunicazione, del telefono portatile e del telefono cellulare, delle segreterie telefoniche, dei fax, dei cercapersone, dei modem, dei sistemi per selezionare le risposte, dei registratori attivati dalla voce, tutti quei gusci d’ostrica colorati, quei dispositivi a gettone ricoperti di plastica, che trasformano il cittadino in un professionista dell’informazione rapida in contatto con chiunque e dovunque – “sono accessibile dunque esisto” – non pongono fine, e insisto sul non, alla mia solitudine, ma anzi la intensificano. Se per esistere devo essere collegato alla rete, allora quando sono per conto mio sono fuori del circuito, fuori della comunicazione, un silenzio, un vuoto: niente. Non posso essere raggiunto. Se esistere vuol dire essere raggiungibile, allora per esistere devo rimanere collegato alla rete. Risultato: la sindrome del nostro tempo, la comunicomania.

Quando mi metto seduto a scrivere, sono uscito dal circuito. Non sono più nello schema dell’assuefazione, sono semplicemente lì, in questa gelida notte senza luna, da solo – ma non mi sento solo. C’è silenzio; appena il leggero rumore del pennino o il ronzio della macchina. Non sono sparpagliato qua e là per la rete; non sono in collegamento, ma in raccoglimento.

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