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bhutan mandalaIndia: dall’aeroporto alla città di Delhi. Basta un’occhiata di poche ore lungo la strada per capire qual è la causa prima dei guai del mondo: la mostruosa sovrappopolazione umana che affligge la Terra. Quindici milioni di abitanti in una sola enorme città, e ci sono ormai tante città come questa. Ogni anno, l’umanità cresce di circa settanta milioni di individui. Così si distrugge la Vita, nella sua varietà e nella sua spiritualità. Fino a quando?

Il mattino dopo, la sveglia è alle tre, per tornare in aeroporto: mi aspetto molto dal viaggio di oggi. Un volo di tre ore per raggiungere il Bhutan, piccolo regno himalayano in mezzo alle montagne. Certamente là non ci saranno simili moltitudini. Ho trovato notizie contrastanti, ma in cifra tonda c’è meno di un milione di umani in un territorio grande circa come la Svizzera. Forse è una densità ancora tollerabile.

Dopo aver visto da lontano l’Everest e il Makalu, l’aereo della Druk Air inizia la discesa e infila una verde valle himalayana: l’ala è ormai più bassa delle montagne vicine. Pochi minuti dopo atterriamo all’aeroporto di Paro. Un pulmino ci porta alla capitale, Thimphu.

Da una ventina d’anni il Bhutan ha aperto le porte ai turisti, ma con molta cautela. Il numero è limitato: attualmente sono circa 10-15000 all’anno. Solo la Druk Air atterra all’aeroporto di Paro: ha tre aerei, ma forse sono anche troppi.
Il percorso fra le montagne si snoda su una strada stretta, che attraversa il Paese da Ovest a Est, e viceversa, a quote che oscillano fra 1200 e 3500 metri. Le pitture e le decorazioni negli dzong sono bellissime e ben tenute. I bhutanesi sono molto accoglienti e gentili. Viene mantenuta l’architettura tradizionale, nessun edificio supera i tre-quattro piani: non ci sono le orribili periferie delle città occidentalizzate.

Il takin (Budorcas taxicolor) è un essere senziente che vive fra le montagne dell’Himalaya, a quote non troppo alte: sembra un misto fra uno yak, una capra e un’antilope, è un lontano parente del bue muschiato. Ne vediamo un certo numero in un vastissimo recinto, che comprende prati e boschi, nei pressi della capitale. Il re aveva ordinato di liberarli, perché tutti gli esseri senzienti hanno diritto ad una vita libera ed autonoma, ma i takin hanno preferito rientrare.

Si nota il tentativo delle Autorità di aprire con cautela il Paese al mondo cosiddetto moderno senza perdere l’identità culturale e la pace dell’animo. La cultura buddhista himalayana, di cui quella ex-tibetana era un esempio, è presente ovunque. Il Ladakh, il Tibet e il Sikkim hanno già fatto una brutta fine, fagocitati dai due giganti, India e Cina, e quindi dall’Occidente.

bhutan viewThimphu si sta espandendo anche troppo e forse presto toccherà i centomila abitanti. Questo sforzo di avvicinarsi al mondo esterno fa si che a Thimphu e dintorni ci siano un po’ troppi cantieri e troppi camion. Forse il numero di auto private è già eccessivo.

Una decina di anni fa il re del Bhutan ha avuto l’idea di adottare, come indice del benessere, non il solito P.I.L. dell’Occidente, che assai spesso è un indicatore dell’infelicità media, ma il GNH (Gross National Happiness), che tiene conto anche della salute degli ecosistemi, dello stato di preservazione della cultura tradizionale, del sistema sanitario e dell’istruzione, oltre che di uno standard di vita accettabile. Speriamo che l’idea sia esportabile.

La vita media degli abitanti è salita notevolmente negli ultimi anni e probabilmente potrà arrivare a valori di tipo occidentale solo con qualche ulteriore miglioramento del sistema sanitario e dell’istruzione di base, senza nessun bisogno di distruggere l’identità culturale con gli idoli del consumo. Il sistema scolastico è in netto miglioramento, in genere i bambini cominciano a studiare l’inglese fin dalla prima elementare.

Imparo che il Chomolhari, una montagna di 7300 metri, è una divinità femminile: mi fa piacere che qui anche le montagne hanno un’anima, non sono considerate un mucchio di roccia e di ghiaccio, o solo qualcosa “da conquistare”.

bhutan river fiumeAuguro di tutto cuore alle Autorità del Druk Yul (il nome del Bhutan nella lingua locale) di riuscire nella difficile impresa di portare nel Paese qualche vantaggio del mondo moderno senza perdere la serenità mentale e la cultura originaria, molto tesa alla spiritualità. I due pericoli maggiori sono le trasmissioni TV occidentalizzate e le auto private.

Solo dieci giorni, ma molto interessanti. Ancora l’aereo con il drago sulla coda, una sciarpa bianca come ricordo e augurio, e mi ritrovo per qualche ora nel caos e nelle moltitudini di Delhi, poi nelle città europee. Qui davvero siamo in troppi.

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