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allen ginsberg.jpgL’ospitalità, la generosità verso gli altri poeti e l’infaticabile impegno sociale di Allen Ginsberg raccontati da qualcuno che li ha visti da vicino.

Hum! Hum! Hum! Servitù. Servitù medievale. Quando cominciai a lavorare per Allen, certamente non consideravo la mia occupazione una forma di servitù. Venni assunto per sostituire temporaneamente il suo segretario. Ma col tempo compresi che, in un certo senso, stavo lavorando per un personaggio molto più grande del corpo che lo conteneva.

Conoscevo Allen già da prima, perché eravamo vicini di casa. A quel tempo egli viveva al 437, East 12th Street, vicino Avenue A. Lo conoscevo abbastanza bene grazie alle associazioni degli inquilini; lui e Peter erano ottimi organizzatori su questo tema. Per la proprietaria dell’edificio, che viveva nel palazzo, mostravano un’enorme compassione. D’inverno non c’era né riscaldamento né acqua calda nel condominio. Facevamo riunioni nel mio appartamento, che era direttamente sopra quello della proprietaria. La gente faceva la proprie richieste pestando i piedi sul pavimento. E Peter e Allen dicevano: “No, no, dovete avere compassione, dovete capire”.

Allen aveva un’idea del lavoro che era un incubo per gli altri, ma che funzionava. Ecco perché Ted Berrigain chiamava Allen “Il presidente della poesia”. Negli anni ’60, egli era il guru e il profeta della poesia, sapete. Ma Ted aveva ragione: Allen avrebbe dovuto fare il presidente, perché sarebbe riuscito a dare lavoro a tutti gli abitanti di questo Paese.

Era molto contento del fatto che potevo mantenere una famiglia lavorando per lui. In realtà, egli considerava importantissimo il fatto che i poeti avessero un lavoro. Il suo ufficio era praticamente un lavoro a domicilio. Questa idea l’aveva presa dall’India agli inizi degli anni ‘60.

Una delle cose che aveva più a cuore era il suo archivio. Quando teneva lezioni di poesia alle università, c’erano nastri che arrivavano ogni settimana e che andavano catalogati. Assunsi Neil Hackman, che ora è uno yogi Kundalini di nome Ravi Singh. Ted Berrigan veniva per selezionare i libri di Allen. Allen non aveva più spazio nella sua libreria, quindi Ted la esaminava da cima a fondo e poi regalavamo i libri. Quando Allen tornava, capiva immediatamente quali libri erano stati rimossi, e chiedeva sempre la restituzione di quattro o cinque di essi. Molti poeti – Greg Masters, che viveva nel palazzo, Gary Lenhart e moltissimi altri – hanno lavorato all’archiviazione dei nastri o ad altri tipi di catalogazione.

Non sarebbe esatto dire che Allen non tenesse in gran conto i soldi; egli dava loro un’enorme importanza, e lavorava duramente per guadagnarli. Quello che non gli interessava era accumularli. Innanzitutto, quando lui e Peter Orlowski giurarono di sposarsi, fecero anche voto di povertà. Poi partirono per l’India e vissero con gli assegni governativi di Peter. Durante la guerra del Vietnam, Allen cominciò a fare più soldi parlando alle università. Creò la Committee on Poetry, Inc., società non-profit cui andavano tutti i compensi per le lezioni universitarie; quei soldi venivano poi usati per aiutare scrittori amici come Gregory Corso, Herbert Huncke, Harry Smith e molti altri.

Allen non si svegliò mai nel cuore della notte chiedendosi angosciato da dove sarebbero venuti i soldi l’indomani. Non dovette mai vendere i suoi oggetti o gli archivi, perché le lezioni continuavano ad arrivare. Ed egli viveva con molta frugalità. Nei ristoranti, non aveva gusti costosi; il lusso più grande che si concedeva erano probabilmente i taxi. Uno dei motivi per cui fu molto contento di ricevere l’onore dell’iscrizione all’Accademia Americana di Arti e Lettere fu che essa aveva un fondo di emergenza per gli scrittori. Allen apriva la sua casa a molti, molti ospiti. Essa era così pubblica e aperta che accanto alla vasca da bagno i ganci avevano scritto il nome, in modo che si sapesse di chi erano gli asciugamani. Per il cibo, la regola era: puoi mangiare tutto ciò che trovi nel frigorifero, purché porti qualcosa per sostituirlo.

A casa sua era molto generoso, al punto di negarsi la privacy. Spesso Allen rinunciava al proprio letto e dormiva sul pavimento nel piccolo ripostiglio della libreria. Mi dava molto fastidio il pensiero che la gente se ne approfittasse: una persona anziana era sdraiata sul pavimento, sopra un piccolo straccio, mentre gli altri dormivano sul suo letto… Una volta regalò un furgoncino Volkswagen perché un regista ne aveva bisogno. La sua generosità si estendeva agli amici della strada. Non poteva passare davanti a un mendicante senza dare un po’ di soldi e dire “Ciao”. Poi, era impossibile andare a mangiare con lui e pagare il conto.

Prima che si trasferisse a 12th Street, visse a 10th Street, tra Avenue C e D, quando quel quartiere era ancora molto difficile. Una notte uscì e venne rapinato nei dintorni. Scrisse una poesia, “Mugging” (Aggressione con rapina), che venne pubblicata e guadagnò centinaia di dollari. Gregory Corso disse ad Allen: “Nessuno potrà mai derubarti della tua vita”. Se qualcuno gli avesse rubato sessanta dollari, egli avrebbe scritto una poesia e ne avrebbe guadagnati trecento.

A metà degli anni sessanta, probabilmente su consiglio di William Burroughs, decise di indagare sulle agenzie di polizia che vendevano droga. Quando lavoravo per lui, nel 1977, aveva quattro schedari pieni di ritagli su agenzie di polizia che vendevano droga o spacciavano marijuana. Gli schedari erano etichettati “Marijuana”, “Soprattutto marijuana”, “Soprattutto marijuana marijuana” ecc. Erano schedari divertenti, e Allen usava quelle informazioni nei suoi saggi. Tre o quattro persone che hanno scritto libri sull’LSD, l’erba, la polizia o il mercato dell’oppio e i suoi legami con la guerra del Vietnam, consultarono gli schedari di Allen.

Allen fu un intermediario per molte persone nelle cause sociali, a esempio per Chuck Culhane, rinchiuso nel braccio della morte per l’omicidio di un poliziotto a New York. Egli era un poeta e ad Allen la sua poesia piaceva. Insieme a Gary McGivern era stato condannato per aver rapinato un distributore di benzina. Durante il trasporto al penitenziario, un terzo detenuto aveva ammazzato una delle guardie ed era stato a sua volta ucciso. Culhane e McGivern furono condannati a morte.

Una cosa che sappiamo dalla politica è che per l’omicidio di un poliziotto non si viene perdonati né rilasciati sulla parola. Allen lavorò sul caso, così come William Buckley Jr. e Pete Seger. Un avvocato “pro bono”, che fa patrocinio gratuito, non si mette a chiamare tutti gli altri avvocati pro bono; ognuno si rivolgeva ad Allen e passava a lui le informazioni. Quindi le stampavamo, io correvo alla copisteria dell’angolo e spedivamo le fotocopie a tutti gli avvocati. Le informazioni arrivavano in continuazione, e poiché ci piaceva fare archivi, questi ultimi diventavano sempre più grandi.

Nel 1967, quando Amiri Baraka venne processato per trasporto di armi nel corso dei disordini di Newark, Allen aveva conservato tutto il materiale al riguardo. Alla fine degli anni ottanta o all’inizio dei novanta, Amiri ebbe bisogno di quei documenti. William Kuntsler, l’avvocato di allora, non aveva nulla in archivio, Amiri Baraka nemmeno, ma noi sì.

David Solomon era un pioniere della scena psichedelica americana che venne arrestato in Inghilterra per possesso di LSD. Nel 1978 stava scontando la pena, non gli era permesso scrivere e non aveva diritti a causa dell’Official Secrets Act britannico [la legge sul segreto d’ufficio, NdT]. Peter Orlovsky e Allen andarono a fargli visita, poi Allen mise insieme un grosso pacco di documenti che mandò all’American Pen Center, raccontando tutta la storia.

In esso era descritta la tipica giornata di David. Allen curò il testo fin nei dettagli, in modo che nessuno potesse trovare errori che screditassero il rapporto. Allen stabilì un discreto “record della pista”: Culhane venne rilasciato sulla parola dopo 26 anni, mentre David Solomon non scontò fino in fondo la condanna. Sono sicuro che Allen fu di aiuto. La cosa importante è che le autorità della prigione sappiano che ci sono persone che vigilano.

Conservavamo tutta la posta. Essa veniva divisa in categorie: posta letteraria, lettere di affari, posta-spazzatura e lettere “folli”. Queste ultime erano scritte da persone che scrivevano di getto, a caratteri minuscoli, su entrambi i lati e per otto pagine. Allen si sedeva e le leggeva. Sono sicuro che aveva imparato dalla fanciullezza a smontare le argomentazioni bislacche. Amava le lettere folli, ma non gli rispondeva (non era stupido).

Ci venne in mente che un altro lavoro per un poeta poteva essere passare al vaglio tutta la posta-spazzatura e scrivere una poesia con essa. So che Michael Scholnick lo ha fatto, e anche Simon Pettet e Ted Berrigan hanno lavorato sul tema. Non posso dire che molte di queste poesie fossero buone, ma riguardavano la posta-spazzatura. Oserei dire che eravamo l’unica impresa di New York che commissionava poesie di ogni sorta.

Allen fu un pioniere gay prima che la liberazione degli omosessuali fosse accettata come oggi. Ogni settimana arrivavano almeno una o due lettere che dicevano: “Allen, mi hai dato il coraggio di uscire allo scoperto”. In una conferenza stampa tenuta a Chicago nel 1959, una donna gli chiese: “Mr. Ginsberg, perché ci sono tante immagini omosessuali nella sua poesia?”, e lui rispose: “Perché sono una checca, madame”. Il tono con cui lo disse era sdolcinato e la risposta fece molto scalpore. Bastava dichiararsi gay per fare un’affermazione rivoluzionaria. Egli non fece mai marcia indietro.

Quando cercava di smettere di fumare, era davvero difficile stargli vicino. Diventava irritabile. Se qualcuno chiamava per parlargli e io stavo cercando gentilmente di fargli cambiare idea, Allen mi urlava nell’orecchio: “Digli che sto smettendo di fumare! È una buona scusa! È una malattia! Sto smettendo di fumare!”.

L’idea del karma e della rabbia fu un’altra lezione impartita da Allen. Egli non riusciva mai a prendersi una vacanza. Quando tornava a casa dall’estero, dava un’occhiata all’ufficio, vedeva la pila di lettere che lo aspettava e cominciava letteralmente a tirarsi i capelli, dicendo: “Oh, karma, karma”. Diceva spesso: “Ugh! Karma!”.

Allen usava molto la rabbia, ma la rabbia giusta. Poteva essere stizzoso e andare su tutte le furie. Se veniva a intervistarlo qualcuno che non sapeva di cosa stava parlando, Allen era molto duro con lui. Poi, quando tutto sembrava ormai perduto, egli cambiava radicalmente e diventava la persona più squisita e disponibile al mondo, e l’intervista riusciva perfettamente. Poiché Allen era una persona molto premurosa, cercava di mettere l’altro all’altezza della situazione…

Era davvero alla ricerca del Bodhisattva in tutte le persone che incontrava. È così che affrontava le persone più fastidiose. Faceva un inchino e cercava qualcosa che potesse apprezzare in quella persona. Ciò aveva un effetto interessante. In questo modo, egli diventava un arbitro efficace, capace di disarmare una situazione, di trovare la pace o un terreno comune… Gli abitanti del quartiere, i negozianti e i ristoratori cinesi, non sapevano nemmeno chi fosse, ma sapevano che era una persona notevole. Era la sua aura, il suo modo di trattare la gente.

Scriveva principalmente di notte sui suoi diari, e andava a letto alle cinque del mattino. Scriveva tutto a mano; raramente ha usato una macchina da scrivere e mai il computer. Molte volte questa era un’attività condivisa e molto intensa… Quando Allen leggeva, c’erano momenti in cui cominciava a improvvisare e andava in profondità dentro di sé; sembrava quasi entrare in una trance fuori dal corpo. Poteva spingersi molto lontano, mentre stava leggendo.

Verso la fine della sua vita, Allen vendette gli archivi a Stanford per circa un milione di dollari, dei quali dopo le tasse rimase circa la metà. Comprò un loft dietro l’angolo e investì dei soldi nella sua ristrutturazione. Vi visse per soli sei mesi. Aveva un ascensore, e gli piaceva molto. Mentre era ricoverato al Beth Israel Hospital, dopo aver finito di disimballare le sue casse, facemmo un banchetto per festeggiare. Ordinammo il suo cibo cinese preferito dall’altra parte della strada – pesce in padella con salsa al ginger –, quando lui chiamò dall’ospedale dicendomi che aveva un cancro incurabile. E dissi: «Oh, Allen, stiamo mangiando il tuo cibo preferito». Rispose: «Oh, il pesce?!».

In seguito, quando per lui non c’era più nulla da fare, lo riportammo a casa. Pensava che gli sarebbero rimaste ancora diverse settimane da vivere, invece sarebbero state solo poche ore. Chiesi: «Questa è una lezione sull’impermanenza?», pensando che mi avrebbe risposto con un detto buddista. Ma lui disse: «Oh, no, amerò ogni minuto qui! Adesso faccio un safari verso il raffreddatore dell’acqua, faccio questo e quell’altro”. Era tutto in tempo reale per Allen, non fu mai qualcosa di davvero impermanente. Quando stava sul letto di morte, fece moltissime telefonate. Gli piaceva soprattutto chiamare gente ricca e strappare promesse. Diceva: “È meraviglioso, non possono dirmi di no: sto morendo!”. Si divertiva un mondo. Chiamò molti amici.

Dissi al dottore che Allen aveva subito delle operazioni da bambino. All’età di dieci anni, ebbe un’appendicite. Dopo l’operazione, Allen pensava di avere un pezzo di fegato sporgente dal corpo. «Quindi, Mr. Ginsberg, questo accade quando era un bambino?», chiese il Dr. Clain. «Oh no», disse con voce acuta Allen, «non ero un bambino. Avrò avuto dieci anni». Piansi tra me e me. Allen non aveva mai avuto un’infanzia.

Allen tornò a casa dopo un paio di giorni all’ospedale, nell’aprile del 1997. Andò in coma un mattino presto. Cominciai a chiamare Gelek Rinpoche nella Ann Arbor, che arrivò con molti monaci. Erano presenti anche parecchi amici di Allen, la sua famiglia; il loft era strapieno. Artisti, amici della sangha di Shambala. Peter Orlovsky era agitato, scappava a fumare sigarette. Gregory Corso formò un piccolo cerchio di persone intorno a lui.

Rinpoche e i monaci si strinsero intorno ad Allen, poi Rinpoche rimase per un po’ da solo con lui. Dopo di ciò, cominciarono a salmodiare canti verso l’altare di Allen. La stanza risuonava delle note gravi delle scritture tibetane, accompagnate ogni tanto dal tintinnio degli strumenti. Questo giorno era il decimo anniversario della morte di Chögyam Trungpa Rinpoche. Trungpa Rinpoche era stato il secondo grande maestro nella vita di Allen. Kerouac fu il primo.

Ci riunimmo intorno al letto impietriti. I respiri di Allen si affievolivano sempre di più, e gli intervalli di tempo tra loro continuavano ad aumentare. Joel Gaidemak disse: “Questo è l’ultimo”. Ma ce ne fu un altro. Joel esitò e aspettò un secondo. Sapevamo tutti che era successo. Allen se n’era andato dal mondo materiale. Non ci fu nemmeno un brivido nel suo corpo. Il suo respiro era fuoriuscito nella stanza e non era più tornato indietro. Era l’una e trenta del mattino del 5 aprile 1997.

Questo articolo è tratto da una conferenza tenuta al New York Open Center nell’ambito di un convegno sulla storia e l’influenza dei “Beat”.

Il poeta e scrittore Bob Rosenthal, autore di Viburnum e Cleaning Up New York, opera di culto negli anni ’70, è stato il segretario personale di Allen Ginsberg per venti anni. Amministratore dell’Allen Ginsberg Trust.

Copyright originale Lapis Magazine http://www.lapismagazine.org/
Traduzione di Gagan Daniele Pietrini
Copyright per l’edizione Italiana: Innernet.

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