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Ritratto di una saggia contemporanea

“Sono una persona semplice, un essere umano che ha amato la vita, considerandola divina. Sono stata innamorata della vita, pazzamente innamorata della divinità della vita umana!”

La sua voce è profonda e sicura di sé, vibrante di una passione soffusa. Pronuncia chiaramente e senza esitazione ogni parola, dando l’impressione di una persona che affronta la vita a testa alta, senza cercare scuse e in modo totalmente presente. I suoi occhi sono dolci e senza paura. Siede sul bordo della sedia, attenta e china verso di noi, vestita con un sari bianco, fresco e pulito.

Perfettamente immobile, dotata di un’innegabile potere, in un attimo diventa gentile e premurosa nel servirci il the. Questa è il nostro primo incontro con Vimala Thakar, la nota figura spirituale che ha viaggiato il mondo insegnando per più di trenta anni. Ho atteso con impazienza questo momento, l’opportunità di parlare e intervistare questa donna insolita. Una volta la sentii parlare a Londra, venti anni fa, e le sue parole lasciarono in me un’impressione duratura. È stato il ricordo della sua integrità e intelligenza che recentemente mi ha fatto decidere di rincontrarla. È la sola persona, per quanto ne sappia, alla quale J.Krishnamurti, il grande rivoluzionario spirituale, abbia mai chiesto di andare a insegnare.

Insieme al mio vecchio amico Shanti Adams, sono venuto a cercare Vimala Thakar qui sul Monte Abu, una stazione collinare nel remoto angolo meridionale dello stato desertico Indiano del Rajasthan, dove trascorre i mesi invernali. La casa, che le è stata donata, è tranquilla e immersa nelle enormi formazioni rocciose che intercalano il paesaggio. Vimala ci incontra puntualmente alle 9.30 del mattino in un piccolo studio accanto all’atrio della casa, e le rammento l’intervista proposta. Mi sento mancare il cuore quando ci dice di essere più che felice di dialogare con noi, ma che non desidera essere pubblicata e fotografata. «Sono socialmente morta», aggiunge.

Per noi è un gran sollievo quando, dopo un’ulteriore conversazione, molto cortesemente fa un’eccezione e ci consente di intervistarla per “What is enlightenment?”. Mi sovviene che la sua avversione alla pubblicità è una ragione per la quale non è molto conosciuta nei circoli spirituali. Non ho mai visto una sua intervista o un articolo su di lei, malgrado abbia viaggiato e insegnato in trentacinque paesi, abbia studenti e amici in tutti i continenti e abbia pubblicato molti libri in numerose lingue.

Nel 1991 decise di interrompere i viaggi fuori dalla nativa India. A 74 anni, però, è ancora impegnata a incontrare singoli o gruppi che vengono da lei sul monte Abu o a Dalhousie, ai piedi dell’Himalaya, dove vive durante i mesi estivi. Conduce gruppi di ricerca e campi di meditazione con persone da tutto il mondo, tra cui insegnanti di yoga, buddisti, industriali e pacifisti Indo-Pachistani.

«Lasciatemi vivere come un’insegnante invisibile, non come un maestro, ma come un’insegnante», dice Vimala con una voce che cattura la nostra attenzione. «Ho cercato di creare un modello di rapporto tra il ricercatore e l’illuminato che fosse fondato su basi egualitarie. Si tratta di un tentativo rivoluzionario. Tutta la mia vita è stata una condivisione, come membro di una famiglia spirituale, sulle basi dell’amicizia e della collaborazione».

Le sue parole, pronunciate molto distintamente e senza esitazione, sembrano intensificare l’atmosfera di silenzio che percepisco nella stanza. Sono consapevole di un passero sull’orlo della finestra e del suo costante cinguettio di sottofondo.

La storia di Vimala Thakar è straordinaria. Ci racconta della sua infanzia e di come la sua ricerca spirituale sia iniziata insolitamente presto, all’età di cinque anni. Nata da una famiglia bramina in India, vedeva la madre venerare Dio e si chiedeva: «Come può Dio essere quella cosa minuscola, una statua?». Interrogò al riguardo la nonna, che le disse che Dio viveva nella foresta. Vimala fuggì da casa verso la foresta, cercando Dio e implorandolo di rivelarsi.

Attribuisce il suo approccio non autoritario alla spiritualità al padre, un razionalista convinto. Egli, fin dalla più tenera età di lei, capì che la sua vita sarebbe stata dedicata alla Liberazione. Quando aveva sette anni, le disse che la sua devozione verso la spiritualità non gli importava granché, ma le chiese di promettergli di non accettare mai nessun essere umano come autorità assoluta, dal momento che la luce della verità era nel suo stesso cuore. La incoraggiò ad andare negli ashram e a visitare tutte le più note figure spirituali; lui stesso organizzava questi viaggi. In famiglia, la spiritualità era accettata: suo nonno era stato un grande amico del famoso Swami Vivekananda.

Per qualche tempo visse nelle grotte, facendo dei ritiri, sperimentando la concentrazione e altre pratiche. Da giovane, entrò nel Bhoodan Movement – il “Movimento del dono della terra” di Vinoba Bhave, che incoraggiava i ricchi proprietarie terrieri a condividere volontariamente la terra con i poverissimi. Girò l’India in lungo e in largo, tenendo incontri pubblici per un certo numero di anni. Fu durante uno di questi viaggi, nel gennaio del 1956, a Rajghat, nella città di Kashi, che un amico la invitò ad andare ad una serie di tre discorsi di J. Krishnamurti, la rinomata figura spirituale indiana.

I discorsi ebbero un effetto molto potente su di lei, che comprese all’istante ogni sua parola. Non aveva la sensazione di stare ascoltando dei discorsi, perché si sentiva trasportata alla sorgente stessa della vita. In seguito, frequentò i suoi discorsi a Madras ed ebbe colloqui privati con lui; questi ultimi influenzarono profondamente la sua coscienza, facendola cadere in un silenzio profondo.

A proposito del suo incontro con Krishnamurti, ci ha raccontato: «Ero molto felice che una celebrità di livello mondiale confermasse quello che avevo imparato. Krishnamurti non disse niente di nuovo per me, quando lo sentii per la prima volta. Era una conferma della verità che avevo compreso, ed ero molto felice di aver incontrato una tale persona. La conferma veniva dalla sua vita, dalla sua comunicazione». Come risultato di questo incontro, si sentì spinta ad abbandonare il suo lavoro con il “Movimento del dono della terra”.

Il piccolo libro autobiografico di Vimala On an Eternal Voyage, scritto nel 1966, contiene una bella e toccante descrizione dei suoi incontri e delle sue esperienze con Krishnamurti. Nel 1959, cominciò ad avere terribili e insopportabili dolori a un orecchio, con perdita di sangue e febbri. Un’operazione chirurgica non portò risultati, e verso la fine del 1960 era pronta e rassegnata a morire, sebbene allo stesso tempo si sentisse stranamente e impenetrabilmente calma.

La sua ultima speranza era un viaggio in Inghilterra per consultare degli specialisti sull’orecchio. A questo punto incontrò di nuovo Krishnamurti, che le offrì il suo aiuto. Le raccontò come, secondo sua madre, egli avesse un potere curativo nelle mani. A questa offerta, lei ebbe reazioni contrastanti: infatti, pensava che, se si fosse sentita obbligata nei suoi confronti, avrebbe potuto in qualche modo rovinare la purezza della reverenza e dell’affetto che nutriva per il suo insegnante. Ma, dopo aver riflettuto, accettò l’offerta e l’imposizione delle sue mani le portò un immediato sollievo. La febbre e la perdita di sangue cessarono e si sentì finalmente libera dal dolore. Egli le dette più sessioni e il suo udito tornò alla normalità.

Vimala si recò ugualmente in Inghilterra, dove gli specialisti dell’orecchio confermarono la sua guarigione, quindi passò la convalescenza in Svizzera, su invito di Krishnamurti. Trascorse del tempo con lui nella dimora estiva di Gstaad. Voleva comprendere cosa fosse accaduto nel processo di guarigione. Allo stesso tempo, stava sperimentando un cambiamento radicale nella coscienza. Scrisse: «Qualcosa interiormente si era allentato e non poteva sopportare più alcun confine… L’irruzione di una nuova consapevolezza, irresistibile e incontrollabile…aveva spazzato via ogni cosa».

Sentiva che questo cambiamento era associato anche alla guarigione e si sentì a disagio per essere in debito con Krishnamurti. Egli dovette convincerla che le due cose non erano collegate e che lui stesso non aveva idea di come la guarigione fosse avvenuta. Disse: «Sei stata ad ascoltare i discorsi; hai una mente seria. I discorsi sono penetrati nel tuo essere e hanno continuato a operare per tutto il tempo. Un giorno, hai realizzato la verità. Che cosa ho fatto io?… Perché farne un argomento di discussione?».

Scrisse una lettera aperta ai suoi amici e colleghi del “Movimento del dono della terra” per spiegare i motivi che l’avevano indotta ad andarsene: “Non ci sono parole per descrivere l’intensità e la profondità dell’esperienza che sto attraversando. Tutto è cambiato, sono rinata. Non si tratta di un’illusione né di una reazione sentimentale alla guarigione. È un fenomeno stupefacente…Tutto quello che è stato trasmesso alle nostre menti attraverso i secoli deve essere scartato…L’ho conosciuto bene e so che va abbandonato.”

Vimala andò a Benares per incontrare Krishnamurti nel 1961. Le chiese che cosa avesse fatto, e lei rispose che aveva passato la maggior parte del tempo parlando della sua vita con alcuni amici.

«Questo è naturale», egli replicò; «ma perché non esplodi? Perché non metti delle bombe sotto tutte queste vecchie persone che seguono il percorso sbagliato? Perché non vai in giro per l’India? C’è forse qualcuno che lo fa? Se ce ne fosse una mezza dozzina, non ti direi una parola. Ma non lo fa nessuno…C’è così tanto da fare. Non c’è tempo…Vai e urla dai tetti delle case: “Siete sul sentiero sbagliato! Questa non è la via per la pace!”…Vai e infiammali! Non c’è nessuno che lo sta facendo. Neanche uno…Che cosa aspetti?».

Questa conversazione la colpì profondamente, ma sentiva anche che “mettere le bombe sotto la gente” non era tutto. Certo, si rese conto, bisogna anche mostrare alla gente la giusta linea d’azione ed evidenziare il modo di ricostruire la casa. I successivi colloqui con lui la convinsero e fugarono i dubbi che la stavano trattenendo; per esempio, l’idea che avrebbe dovuto avere uno stile oratorio personale prima di affrontare il pubblico, oppure la paura di fare errori. Questo fu un momento importantissimo, in cui, per usare le sue parole: “Le ceneri ardenti si trasformarono in fiamme”.

Da quel momento cominciò a viaggiare e tenere discorsi nei vari paesi d’Europa dove fu invitata. Presto incontrò dell’opposizione sia da parte di coloro cui non piaceva il fatto che lei parlasse sulla propria autorità e non come messaggera di Krishnamurti, sia da parte di quelli che l’accusavano di plagio. Krishnamurti fu di sostegno: «Conosco tutto il gioco; l’hanno fatto anche con me. Vogliono l’autorità.

Forse che il mondo non è malato? Temevo che avresti dovuto passare per tutto questo. Speravo che non succedesse… Non è facile stare in piedi da soli, è estremamente difficile. E tuttavia il mondo ha bisogno di tali sannyasin, veri bramini che si reggono in piedi da soli, che si ergono per la verità. Sai, se avessi avuto dei soldi, te ne avrei dati. Ma non ne ho. Vado dappertutto come ospite; non ho neanche un luogo mio».

Da allora, s’incontrò con Krishnamurti di quando in quando, ma avvertì che il bisogno di passare del tempo con lui era finito, “come se volessi solo incontrare una persona lontana”. Fin dal 1962 aveva percepito la presenza di Krishnamurti dentro di sé. Da quel momento in poi, trascorse la vita viaggiando in tutto il mondo, tenendo discorsi, insegnando dovunque fosse invitata, fino al 1991, quando decise di fermarsi in un posto. Ora preferisce condurre campi di meditazione piuttosto che tenere dei discorsi, in quanto ritiene che lo stare a lungo in compagnia delle persone sia un modo più efficace di condividere la sua comprensione.

Mentre sorseggio il the al limone che ci ha servito, mi sento leggermente insicuro sulla modalità di intervistare questa donna piena di potere, ma la sua naturalezza e il suo calore disperdono velocemente i miei dubbi. Vimala è totalmente disponibile a ogni domanda, così mi faccio avanti.

«Vimalji», dico, «di questi tempi, molte persone sono interessate alla spiritualità; tuttavia, sembra che solo in pochi avvenga una radicale trasformazione della coscienza e della vita».

Vimala risponde immediatamente: «Mio caro amico, essi non dedicano la vita alla verità che hanno compreso. Desiderano i piaceri mondani, il riconoscimento del mondo. La spiritualità è uno dei desideri. Non è la priorità assoluta. Comincia a vivere immediatamente la verità che hai compreso! Intellettualmente, le persone possono aspirare all’emancipazione o all’illuminazione, ma emotivamente amano essere circondate da piccole schiavitù. Vanno avanti a tessere la rete delle schiavitù. Vogliono appartenere emozionalmente a qualcosa, come la famiglia o la religione.

Nel nome della sicurezza, creano questi vincoli emozionali e un senso di appartenenza esclusiva, mentre intellettualmente aspirano all’assoluta libertà, all’illuminazione. Come possono le due cose stare insieme? Sono incompatibili, ma gli esseri umani che diventano sadhakas, ricercatori, vivono una doppia vita. Non sono disonesti; mi riferisco a una divisione interiore. Si accontentano di sapere che la liberazione esiste, di leggere qualcosa al riguardo e di immaginarla. Sono soddisfatti di questo perché la parola “liberazione” ha una sua tossicità, l’emozione connessa al significato di questa parola è intossicante. E loro vivono di questa intossicazione, senza avere realizzato nulla di concreto. Questa divisione interiore, quindi, causa quella penosa sensazione di trovarsi a mani vuote sul finire della vita. Hanno soltanto gli involucri delle parole, non la sostanza interiore della liberazione».

Le sue parole inequivocabili mi arrestano di colpo. Pronunciate da qualcuno in profonda intimità con la condizione attuale degli esseri umani, posseggono il sapore della verità,.

«Cosa può fare una persona se riconosce da sola questa condizione di divisione?». Chiedo, ansioso di scoprire quale soluzione abbia per questo argomento fondamentale.

«Bisogna educare se stessi. Prima si scopre la divisione dentro di sé, poi, per eliminare questa divisione, deve avvenire una purificazione grazie all’educazione, perché l’impurità è il solo squilibrio. Educare, sensibilizzare, raffinare e purificare gli aspetti biologici e psicologici del nostro essere… A quel punto, credo che la divisione interiore scompaia». Il suo consiglio è che i ricercatori dedichino un minimo di tre, preferibilmente quattro ore al giorno alla propria pratica spirituale.

Ci spostiamo sul tema degli attaccamenti e osservo che spesso le persone possono avere una comprensione della verità, ma rimanere ancora fortemente attaccate a certe cose. Vimala mi ferma nel mezzo del discorso.

«Se l’attaccamento non può essere dissolto dalla comprensione della verità, tale comprensione è solo verbale. Se l’hai ottenuta, come può esserci attaccamento?».

Insisto per chiarire il mio punto di vista: «Ti ho sentito dire che tutti gli attaccamenti cadono senza sforzo quando si comprende la verità, ma spesso accade che qualcuno abbia avuto una comprensione o una realizzazione autentiche della verità, senza per questo abbandonare immediatamente e completamente gli attaccamenti e i condizionamenti».

«Non importa», dice Vimala, mettendo in disparte la mia obiezione. «Anche dopo aver compreso la verità, alcuni possono rimanere attaccati alle falsità per amore del piacere o della sicurezza. La gente ha paura di vivere, ha paura di morire. L’aspirazione intellettuale alla verità c’è, ma esiste anche questa paura della vita e della morte. Ecco perché non ne consegue l’abbandono degli attaccamenti.

In quel caso, la persona dovrebbe almeno essere cosciente della presenza di una dualità in lui o in lei; dovrebbe comprendere che la verità è presente a un livello, ma che esiste anche l’attaccamento. Se c’è un desiderio autentico di dissolvere ed eliminare l’attaccamento, se c’è questa coscienza, essa funzionerà come un pungolo. Lo terrà sveglio. Ci sarà l’attaccamento, egli agirà a partire dall’attaccamento, ma poi si sentirà dispiaciuto per questo. Ciò va avanti per un certo tempo; sarà qualcosa di graduale. Dipende dalla serietà».

Cito il fatto che vari insegnamenti spirituali sembrano considerare lo scopo ultimo della vita spirituale come un prendere dimora nell’Assoluto, trascurando il mondo del tempo e dello spazio, le relazioni con la gente. Una volta scoperta l’assenza di limiti, come si può continuare a vivere dentro questi ultimi, relazionandosi agli altri e al mondo?

Mi risponde con passione: «Anche dopo questa scoperta continui a essere nel corpo, non è vero? Devi nutrirlo e vestirlo, vivendo nel mondo. Così, dopo la scoperta, la comprensione, c’è la consapevolezza. In base a tale consapevolezza, vivi nel mondo limitato. Alcune persone parlano di fuggire dal mondo, di ritirarsi, ma anche dopo esserti ritirato, hai bisogno di un luogo in cui vivere».

Dopo la scoperta della verità… con quel profumo interiore della consapevolezza costante che la vita è una danza tra il manifesto e il non-manifesto, il limitato e l’illimitato, il misurabile e l’incommensurabile, ti relazioni con entrambi. Tramite la consapevolezza, sei in rapporto con l’assoluto; tramite il corpo, la mente e il pensiero, sei in rapporto con il relativo. Il relativo e l’assoluto non sono opposti, non c’è dicotomia.

Il mondo limitato e la verità assoluta insieme formano la totalità della vita. La vita è indivisibile, non puoi frammentarla né dividerla. Non c’è problema, quindi, a relazionarsi con il mondo limitato. La deformità, la violenza le vedi come sono e ci entri in relazione. Non devi cooperare con la violenza, ma scoraggiare l’odio, la possessività, il dominio. Devi incoraggiare la psicologia della condivisione, l’attitudine alla cooperazione, il valore dell’amicizia. Lo fai con la tua vita, lo fai vivendo».

Le chiedo di dirmi qualcosa sulle relazioni con gli altri. Vimala ha questo da dire: «La verità deve essere vissuta nella dinamica delle relazioni, non può essere vissuta nell’isolamento fisico. Quest’ultimo può essere apprezzato, se ne può parlare, ma non è la vita. Vivere è essere in relazione, e quando a quella verità è permesso di esprimersi senza paura, senza ambizione, senza il desiderio di asserire e dominare, quando alla verità è permesso di fluire nelle dinamiche delle relazioni, avviene il compimento che chiami illuminazione. È il completamento. È facile percepire la verità, ma è molto difficile permetterle di consumarsi nella nostra vita. È come un matrimonio non consumato». Ride liberamente e in modo profondo, non sono sicuro se spontaneamente o perché è stupita dalle sue stesse, inconsuete analogie.

Apprendo con interesse che molti suoi studenti vivono in casa con lei e che questa è una sistemazione ufficiale, formale; loro hanno chiesto di vivere lì e lei considera il fatto di averli accettati come un impegno da onorare. «Gli impegni sono un’opportunità molto preziosa. Per esempio, dire di sì a qualcuno, permettergli di venire a vivere con te. Poi devi comprendere le persone, quello che piace e non piace loro, le loro debolezze e i loro meriti».

«Una volta compresi i punti di forza e le debolezze dei tuoi studenti, è parte del tuo compito di insegnante agire in base a ciò che vedi in loro?», chiedo, curioso di scoprire fino a quale punto sia coinvolta personalmente con gli studenti.

«Mio caro, una volta visto il potenziale inesauribile contenuto in loro (del quale possono non essere affatto consapevoli) agisci di conseguenza, colpendo i loro punti deboli affinché la personalità ne sia libera. Cerchi di creare delle situazioni nelle quali il meglio di loro venga fuori. Il ruolo dell’insegnante, quindi, e l’impegno da onorare, richiedono che (alla luce della mia comprensione) io colpisca o cooperi quando è necessario, che a loro piaccia o meno. Se a loro non piace, se ne vanno, perché non c’è alcun vincolo.

Mi hai rivolto una domanda molto importante, grazie. Infatti, qualche volta devi essere molto severa. Lo scopo che li ha fatti venire va onorato. Non vengono soltanto perché vogliono cambiare luogo; vengono come ricercatori. La relazione tra l’insegnante e lo studente è qualcosa di sacro. Mi coinvolgo quanto basta per correggere i loro scompensi. Non mi coinvolgo se piangono; semplicemente, ignoro le loro lacrime. Se il loro ego è ferito, non ci bado. Mi coinvolgo quel tanto che è sufficiente a non far dimenticare loro lo scopo per il quale sono venuti. È uno splendido modo di vivere».

Commento che, mentre alcuni lo apprezzerebbero, sono sicuro che ad altri non piacerebbe. «Alcuni si isolano, altri vanno via, e hanno il diritto di farlo. La gente non ama fare affidamento su se stessa. Quando li riporto a se stessi, a molti non piace, non lo reggono. Sono venuti per la sicurezza. E dico: “Guarda, se fai così, se fai quello, questo è il risultato. Ora scegli. Prendi la tua decisione”.

«Il riflesso che dai rivela quanto sia autentico l’interesse di quella persona per la verità», mi trovo a dire, più come un commento spontaneo che come una domanda.

Dopo una pausa, lei dice con solennità e sentimento: «Sì, e se ne avvicini due o tre che sono autentici, hai vissuto la tua vita. Non è il numero che ha importanza».

L’atmosfera nella stanza è vibrante. Frammista al nostro dialogo si è manifestata una tangibile corrente di meditazione e la stanza pulsa di silenzio. È un’esperienza rara essere con una persona così presente e disponibile, oltre che con un’enorme profondità da condividere.

Discutiamo il valore di una sangha, cioè di una comunità di ricercatori, basata su ciò che sta dicendo. Parliamo di quanto si possa imparare in un tale ambito, mentre da soli non possiamo ricevere dagli altri un riflesso accurato. In questo modo, suggerisco, una comunità spirituale può diventare un veicolo molto potente per l’evoluzione.

«Direi il solo», dice all’improvviso, sbalordendomi con la sua assolutezza. Prima che possa considerare le implicazioni di questa affermazione, aggiunge: «Andrei ancora un passo avanti visto che qui, in India, l’isolamento fisico e il ritiro sono stati enfatizzati al massimo. I ritiri e la solitudine fisica sono utili e rilevanti nel processo educativo. Sono necessari, ma non come dimensione in cui vivere».

Suggerisco che se in una comunità si riuniscono degli individui dotati di un’autentica passione per la verità, esiste un altro modo di relazionarsi, e non solo quello basato su una volontà di fuga o su un sostenersi a vicenda perché non si è abbastanza forti da affrontare la vita.

«Giusto», aggiunge con passione; «se ricercatori ed esploratori vivono insieme, ognuno stimola l’altro. Sei vulnerabile ed esposto, quindi resti attento tutto il tempo e non c’è auto-inganno.

La verità non è una teoria, ma un fatto della vita. La verità vibra nelle dinamiche delle relazioni. La fragranza della pace può divenire presente quando sei con gli altri. Ho passato mesi da sola in una grotta; so che cosa significa quel tipo di pace. Ma quando sediamo insieme, la fragranza della pace ha una qualità diversa. È viva.

Nella spiritualità non c’è niente da acquisire; c’è solo da comprendere e vivere la verità. Quando indaghi con onestà, la verità si rivela. L’Io ha tutto da perdere e nulla da guadagnare. E in quel sacro nulla e nessuno, la totalità viene rivelata. Così se i ricercatori (coloro che vivono insieme in una sangha) realizzano che la spiritualità non è un movimento volto al possesso, ma un meccanismo di apprendimento, tutto diventa facile. Questo approccio alla spiritualità determinerà nuove dinamiche nelle relazioni umane».

Il mattino è passato in quelli che sembrano pochi momenti; all’improvviso divento consapevole di ciò che mi circonda, della brillante luce del sole sui muri della piccola stanza. Realizzo quanto sia rimasto incantato e, volgendo lo sguardo al mio compagno, comprendo che non sono l’unico ad avere avuto questa esperienza. Quello che Vimala Thakar ha appena detto sul profumo della pace avvertibile nello stare insieme, è vero e palpabile. E, certamente, è vivo.

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Vimala Thakar. Il mistero del silenzio. Astrolabio. 1988. ISBN: 8834009339

Vimala Thakar. L’arte di morire vivendo. Il pellegrinaggio interiore. Astrolabio. 2001. ISBN: 8834013557

Vimala Thakar. Lo yoga oltre la meditazione. Sugli yoga sutra. Astrolabio. 2000. ISBN: 8834013506

Vimala Thakar. Pace radicale. La ricerca spirituale e il superamento della violenza. Astrolabio. 1993. ISBN: 8834011074

Vimala Thakar. Vivere. Desiderio di libertà. La meditazione. Astrolabio. 1991. ISBN: 8834010124

Jiddu Krishnamurti, David Bohm. Dove il tempo finisce. Astrolabio.1986. ISBN: 8834008472

Jiddu Krishnamurti. La prima ed ultima libertà. Astrolabio. 1969. ISBN: 8834003977

Jiddu Krishnamurti. La ricerca della felicità. Rizzoli. 1999. ISBN: 8817115932

Jiddu Krishnamurti. Su Dio. Astrolabio. 2002. ISBN: 8834014065

Jiddu Krishnamurti. Sulla verità. Astrolabio. 2002. ISBN: 8834014030

Jiddu Krishnamurti. Verso la liberazione interiore. Guanda. 1998. ISBN: 888246007X

Copyright originale “What is Enlightenment” magazine www.wie.org
Traduzione di Nityama Masetti. Revisione di Toshan Ivo Quartiroli.
Copyright per la traduzione italiana: Innernet.

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