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Il plasticismo Plasticismo Evolutivo  insetto-fogliaevolutivo è una teoria neo-evoluzionistica che ipotizza che l’evoluzione delle specie viventi sia psichicamente orientata, nel senso che sarebbe dovuta a una presunta azione mutagena della psiche dei viventi sulle cellule germinali.

Essa parte da alcune osservazioni naturalistiche sugli organismi mimetici e sulla convergenza evolutiva e giunge a formulare una serie di ipotesi sui meccanismi di induzione evolutiva che coinvolgono la fisica quantistica, la neurobiologia vegetale e l’ipnologia, e che si spingono fino a sfiorare alcune concezioni olistiche del creato.

La teoria del plasticismo evolutivo, pur ammettendo l’evidenza dei processi evolutivi e l’azione della selezione naturale, non accetta l’ipotesi che la causa prima dell’evoluzione sia una mutazione casuale del DNA, poiché suppone che tale molecola sia il risultato e non la causa dell’evoluzione.

In particolare, questa ipotesi di studio, suppone che ci sia una stretta relazione tra i fenomeni rapidomimetici, il criptomimetismo e l’evoluzione di tutte le specie viventi.

È noto che alcuni animali, come le seppie e i polpi, definiti rapidomimetici, siano in grado di adeguare istantaneamente i colori del loro corpo all’ambiente nel quale vivono con lo scopo di sfuggire a possibili predatori o per risultare invisibili alle loro prede. Tale comportamento pare essere più volontario che istintivo ma, in entrambi i casi, provoca una variazione temporanea dell’aspetto del corpo degli animali.

Ebbene, il plasticismo evolutivo ritiene che il fattore scatenante di questo adattamento temporaneo sia lo stesso che ha consentito ad altri animali di assumere stabilmente una forma mimetica. In particolare, la teoria fa riferimento al mimetismo criptico dei fasmidi (Phyllium giganteum, Phyllium bioculatum, Phyllium pulchrifolium. Phyllium philippinicus, Phyllium jacobsoni, Phyllium ericoriai, ecc.): anche, in questo caso, analogamente a quanto descritto a proposito dei sepiidi (seppie), l’adattamento sarebbe causato da una volontà dell’individuo, con la sostanziale differenza che, in quest’ultimo caso, esso si fisserebbe direttamente nel DNA delle cellule germinali.

Si tratta, come si vede, di una concezione di tipo neo-lamarckista, ma basata su un’ipotesi di induzione di natura psichica e non somatica.

Perciò, l’evoluzione del lungo e caratteristico collo delle giraffe, oltre a non essere dovuta al caso (come invece sostiene la teoria darwiniana) non sarebbe dovuto neppure al noto principio lamarckista dell’uso e non uso (secondo il quale le specie sviluppa maggiormente gli organi che sollecitano più frequentemente e intensamente poiché in essi si concentrerebbe non meglio definiti “fluidi” organici), che, per inciso non spiega neppure in quale modo le caratteristiche acquisite a livello somatico (con l’uso e il non uso) si trasmetterebbero poi alle generazioni successive. Secondo il plasticismo evolutivo, la comparsa del lungo collo delle giraffe sarebbe stato causato invece dal desiderio dei progenitori di raggiungere le foglie poste più in alto. Per cui, la spinta evolutiva sarebbe stata causata da una “volontà che prende forma”, cioè da un’azione mentale che avrebbe agito direttamente sulle cellule germinali.

Tale ipotesi spiega, tra l’altro, come si sia evoluto anche il mantello mimetico delle giraffe, sicuramente non in relazione con il principio lamarckista dell’uso e non uso.

Il plasticismo evolutivo ammette poi che gli individui presentanti una mutazione positiva (ma indotta psichicamente) avrebbero goduto di un vantaggio evolutivo e, quindi, non è affatto in contrasto con il principio della selezione naturale. Solo chiarisce che questa agisce solo dopo che la mutazione è già avvenuta e che, perciò, non può essere ritenuta la causa prima dell’evoluzione. E, facendo anche riferimento al noto dilemma di Haldane rifiuta l’ipotesi che le mutazioni evolutive siano dovute al cieco caso e ipotizza che l’evoluzione delle specie viventi sia psichicamente orientata e perciò la definisce “ideoplastica”.

Il plasticismo evolutivo propone inoltre una diversa interpretazione di alcuni fenomeni ecologici (come la convergenza evolutiva) e di alcune osservazioni naturalistiche.

Qui di seguito è riportato un estratto dal saggio divulgativo “L’evoluzione ideoplastica delle specie viventi”:

«Com’è noto, nel 1971 il prof. Eviatar Nevo immise nello scoglio dalmata di Hrid Pod Mrèaru un certo numero di esemplari di una piccola lucertola, la Podaciris sicula, per studiare come si sarebbe adattata al nuovo habitat.

Nel 2004 un team di scienziati guidato da Duncan Irschick e Anthony Herrel ritornò sull’isola e osservò che si erano verificati alcuni cambiamenti morfologici della lucertola. L’analisi del DNA mitocondriale eseguita sulle lucertole presenti sullo scoglio confermò che esse erano appartenenti alla specie Podarcis sicula ma presentavano importanti differenze: erano più grandi di quelle del continente, le loro mascelle erano diventate più robuste, avevano modificato il loro regime alimentare (che da insettivoro era diventato erbivoro) e nel loro apparato digerente era comparsa una nuova struttura: la valvola ileocecale, un favorevole adattamento al nuovo tipo di alimentazione.

Secondo i sostenitori del neo-darwinismo questo sarebbe un chiaro esempio di evoluzione. E io tendo a concordare con loro anche se, purtroppo, non si può escludere del tutto che su quell’isolotto fossero già presenti, o fossero giunte tra il 1971 e il 2004, a insaputa nostra e dei ricercatori, delle lucertole maschio portatrici del carattere “valvola ileoceale”. In tal caso queste ultime avrebbero potuto incrociarsi con le femmine delle lucertole introdotte nel 1971 e tale ipotetico incrocio non sarebbe stato evidenziato dall’esame del DNA mitocondriale, la cui trasmissione è madre-dipendente (poiché, di norma, i pochi mitocondri maschili vengono eliminati dallo zigote).

Tuttavia, se si esclude questa ipotesi, tutt’altro che improbabile, non è corretto né automatico concludere che la presunta mutazione sia stata causata da mutazioni casuali.

Anzi, è più probabile l’esatto contrario.

Infatti, lo stretto lasso di tempo (non superiore a 33 anni, ma forse anche di molto inferiore, poiché non sappiamo con certezza quando sia apparso il carattere “valvola ileocecale”) rende poco

credibile che in tale breve intervallo di tempo ci siano state tutta una serie di mutazioni casuali tra le quali poi la selezione naturale avrebbe scelto quella più adatta al nuovo habitat. Anche perché sull’isolotto non sono state osservare specie intermedie (per esempio, con valvola ileocecale abbozzata o parzialmente funzionante) o presentanti altre mutazioni “sbagliate”.

Perciò è più probabile, se mutazione c’è stata, che essa sia stata orientata dalla psiche delle lucertole, stimolata dal forzato cambiamento di regime alimentare causato dalle caratteristiche ambientali del nuovo habitat.

E tale forza ideoplastica avrebbe potuto agire, anche nello spazio limitatissimo di una sola generazione e senza necessità di ricorrere a prove ed errori casuali, direttamente sul DNA delle cellule germinali, con tre possibili modalità: o, come ipotizzo nel mio precedente saggio, attivando una “complessione genomica” già presente nell’iperspecie Podacirisi sicula; o causando una mutazione ideoplastica nel DNA; oppure accedendo alle informazioni presenti nella matrice dell’implicate order teorizzato da Bohm.

Sull’eterogenea popolazione così prodotta avrebbe poi agito la selezione naturale, eliminando le lucertole introdotte nel 1971.

Quindi, come si vede, l’ipotesi di studio da me denominata Plasticismo evolutivo, non nega affatto la stretta relazione tra le specie viventi e la genetica (nonché con l’epigenetica e con la proteomica), ma considera il DNA più il veicolo che la sorgente dell’evoluzione, in quanto ipotizza che la presunta azione ideoplastica o mutagena della psiche avrebbe come “bersaglio” ultimo proprio il complesso epigenomico e la molecola del DNA, la quale poi esplicherebbe le sue funzioni secondo le modalità studiate e validate in tutti i laboratori di genetica del mondo, e che la mia teoria accetta totalmente.»

Il plasticismo evolutivo compie, poi, un passo ulteriore per tentare di spiegare quali potrebbero essere le modalità con cui la mente agirebbe ideoplasticamente sul genoma e adduce tutta una serie di “indizi” che farebbero supporre l’effettiva azione della mente sul corpo.

Tali indizi sarebbero rappresentati, per esempio, dagli effetti placebo e nocebo, dalle somatizzazioni indotte dalla sindrome della personalità multipla nonché dalle somatizzazioni indotte dalle pratiche ipnotiche.

Il plasticismo evolutivo propone, poi, l’ipotesi che l’interfaccia mente-DNA possa essere di tipo ondulatorio e ipotizza una spiegazione di tipo quantistico. In particolare, nel saggio prima indicato si fa espresso riferimento a un’ipotesi di Pribram:

«Karl H. Pribram, insigne medico neurochirurgo austriaco, stimolato dalle teorie quantistiche di Bohm, teorizzò un modello olografico del cervello (Holonomic Brain Theory) secondo il quale le informazioni e i ricordi non sarebbero registrati nei neuroni, ma sarebbero il risultato di figure d’onda (o pattern interferenti), rappresentabili con le equazioni di Fourier, e spiegò in tal modo la capacità del cervello di immagazzinare un’enorme quantità di informazioni in uno spazio relativamente piccolo.

Ebbene io, in accordo con quanto ipotizzato da Bernstein, penso che sia collegato in maniera olografica non solamente il cervello ma l’intero corpo. Pertanto, tutte le informazioni, memoria compresa, sarebbero distribuite e memorizzate in tutto il corpo, in un campo ondulatorio di natura quantistica.

E sostengo questa ipotesi collegandomi a tre considerazioni: la presunta memoria degli organi dei trapiantati, le possibili implicazioni dell’esperimento di Valerie Hunt, e la presunta mente collettiva degli insetti sociali.

Pare, infatti, che molte delPlasticismo Evolutivo schemale persone che hanno subito il trapianto di uno o più organi, abbiano acquisito, senza aver ricevuto informazioni da altre fonti, alcune abitudini dei donatori. Come se gli organi trapiantati avessero conservato, con un meccanismo ancora sconosciuto, ma che io ipotizzo possa essere di natura olografica e ondulatoria, la memoria del donatore.

E a un campo energetico e immateriale che avvolge l’essere umano farebbe pensare anche un esperimento di Valerie Hunt.

Questa ricercatrice americana, studiando le risposte di alcuni soggetti a uno stimolo luminoso e confrontando le letture degli elettromiogrammi (EMG) e degli elettroencefalogrammi (EEG), osservò che, inaspettatamente, l’elettromiogramma registrava la risposta allo stimolo prima ancora dell’encefalogramma. Fatto questo che farebbe proprio supporre l’esistenza di un campo energetico mentale che circonderebbe il corpo e che addirittura sovrintenderebbe alle funzioni cerebrali.

E l’ipotesi che la mente possa essere costituita da un campo energetico separato dal substrato biologico ma ad esso collegato (bio-entanglement) può essere rafforzata anche dall’osservazione del

comportamento dei cosiddetti “insetti sociali” (formiche, api, termiti).

Le colonie di questi insetti vengono, infatti, spesso definite superorganismi, proprio a causa del fatto che il loro comportamento sembra essere coordinato da una “mente collettiva” che li porta a compiere azioni così complesse da non poter essere spiegate con i soli linguaggi chimici (feromoni) o mimici.

D’altra parte, l’esistenza di campi morfogenetici, capaci di modellare la forma e le funzioni di un individuo in via di sviluppo, non è un’idea nuova, ed è stata ipotizzata dai biologi fin dagli anni ‘20

del secolo scorso e, in tempi più recenti, è stata ripresa anche da altri studiosi, tra cui il più eminente è sicuramente Rupert Sheldrake.

Ed è anche il caso di precisare che l’idea che attorno al corpo umano esista un “campo” di forza, più o meno intelligente, generalmente definito “aura”, è antichissima: in India da oltre 5.000 anni viene chiamato prana; in Cina viene chiamato ch’i e la Kabalah ebraica lo definisce nefish e lo descrive come una bolla iridescente di forma ovale che circonderebbe il corpo umano e che sarebbe visibile da alcuni mistici.»

Il plasticismo evolutivo ipotizza anche che tutti gli esseri viventi siano dotati di facoltà psichiche o circondati da “campi di informazioni sottili” di tipo ondulatorio, comprese le piante. E, a sostegno ditale interpretazione, richiama gli studi sulla neurobiologia vegetale e la teoria della percezione primaria di Backster, forse frettolosamente accantonata.

Infine, per tentare di risolvere il problema di come l’individuo possa venire in possesso delle informazioni utili a indurre l’evoluzione o la comparsa di caratteristiche non presenti in natura, fa riferimento alla teoria di un altro noto fisico teorico e cioè al paradigma olografico di Bohm.

In particolare, ritiene che il vivente, essendo collegato in maniera non-locale (entangled) con il resto dell’universo, possa accedere alle informazioni contenute in quella dimensione che Bohm definisce “implicate order” per renderle attive in quella che egli definisce “esplicate order” e che corrisponde a quello che noi consideriamo il mondo reale.

In conclusione, questa ipotesi di studio sottolinea in particolare due aspetti.

Il primo consiste nella constatazione che il paradadigma olografico di Bohm pare essere un enunciato scientifico dell’iperuranio di Platone, del monismo panteistico di Giordano Bruno e dell’archivio Akashico degli indù.

Il secondo è che l’insetto foglia (Phyllium spp.) non è un enunciato teorico o filosofico, ma che esiste effettivamente e che chiunque può verificarne l’esistenza. Esso si è chiaramente evoluto per adattarsi al suo habitat e le classiche teorie evoluzionistiche non sembrano in grado di spiegare come si sia evoluto.

L’evoluzionismo ideoplastico, o plasticismo evolutivo, sembra invece in grado di fornire una spiegazione plausibile della sua esistenza e, di conseguenza, dell’evoluzione di tutti gli altri esseri viventi, mimetici e non.

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