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sam keen.jpgUn pioniere del movimento degli uomini chiede di andare oltre il “gioco dei generi sessuali”.

«L’idea della liberazione totale è sbagliata ed estremamente distruttiva», diceva la burbera voce dall’altro capo del telefono, aggiungendo: «Una delle cose che francamente non mi piacciono del vostro giornale è il sostegno a queste persone, apparentemente “nell’assoluto” e totalmente liberate». Anche se il nostro giornalismo di indagine ci aveva spesso portato in territori inesplorati, dovevo ammettere che stavo sentendo qualcosa di nuovo.

Non erano passati nemmeno cinque minuti di quella che doveva essere un’intervista di un’ora e mezza, e già il nostro giornale e l’aspirazione su cui si basava erano sotto accusa. Per fortuna, ho pensato tra me e me, non ho chiamato Sam Keen per chiedere la sua opinione sull’illuminazione. E avendo scoperto di persona che egli non era uomo da usare mezze parole, mi sono sentito tanto più a mio agio nel porre a questo contemporaneo maestro del mito – una delle più influenti figure nel fiorente movimento della spiritualità degli uomini – le domande che avevamo preparato sul ruolo e l’influenza del genere sessuale nella vita spirituale.

Ci eravamo imbattuti nell’opera di Keen solo pochi mesi prima, quando, cominciando la nostra indagine sui rapporti tra il genere sessuale e la spiritualità, avevamo comprato il suo libro Fire in the Belly: On Being a Man (Nel ventre dell’eroe. Viaggio alla scoperta del nuovo maschio). Siamo subito rimasti affascinati da questo libro, una ricca e quasi lirica miscellanea di aneddoti autobiografici e teoria psicologica, che nei primi anni novanta è servito da punto di riferimento per migliaia di uomini desiderosi di liberarsi dai miti della cultura maschile.

Per diverse settimane, la sauna del nostro seminterrato si è trasformata in una specie di capanna sudatoria privata, dove alla sera gli uomini della redazione si riunivano con il nostro maestro spirituale per leggere l’avvincente analisi di Keen sulle influenze sociali e culturali che hanno modellato la psiche maschile alla fine del ventesimo secolo. Poiché tutti conoscevamo solo a grandi linee il movimento degli uomini, spesso le nostre esperienze venivano efficacemente illuminate dall’esplorazione dettagliata di Keen dei riti della guerra, del lavoro e del sesso: i tre campi che, secondo lui, definiscono il concetto di virilità ai giorni nostri.

Usando il suo stesso pellegrinaggio come modello, Keen nel libro si spinge anche a descrivere quella che considera la via futura dell’uomo moderno. Non contento degli slogan popolari del movimento degli uomini, “abbracciare il nostro lato femminile” o “liberare l’uomo selvaggio interiore”, egli mira a una via di mezzo tra questi due estremi, per riindirizzare “le fiere energie del guerriero… coltivate per secoli dagli uomini… verso la creazione di un futuro più promettente e consapevole”.

Nella sua “nuova visione della virilità” c’è poco spazio per l’eterna indagine su di sé che molti associano alle cose da uomini; piuttosto, egli invoca la nascita di una nuova razza di uomini eroici, appassionati e “maschi” che si assumano la responsabilità di affrontare le crisi ecologiche e sociali dei nostri tempi.

Keen si autodefinisce “un filosofo del sacro”. Studente a Harvard e Princeton, con una sfilza di specializzazioni in filosofia e teologia, egli ha scritto più di una dozzina di libri e da anni è una figura di primo piano nel movimento americano per il potenziale umano. È stato grazie alle sue esperienze come conduttore di seminari all’Esalen Institute, come collaboratore di “Psychology Today” e come cofondatore di un gruppo di uomini chiamato SPERM (“Society for the Protection and Encouragement of Righteous Manhood”, Società per la protezione e l’incoraggiamento della giusta virilità) che ha cominciato a formulare molte delle idee contenute nei suoi libri.

Keen mi ha avvertito che all’interno del quadro generale della sua opera, Nel ventre dell’eroe. Viaggio alla scoperta del nuovo maschio si può definire, forse, la sua risposta ai dilemmi psicologici dell’uomo moderno; in quanto tale, esso non tratta principalmente della dimensione spirituale della vita. È stato solo con Hymns to an Unknown God, uscito nel 1994, che Keen si è avventurato nelle acque della ricerca spirituale, un viaggio che secondo lui è comune a entrambi i sessi e può cominciare solo dopo che “le ferite del genere sessuale” sono state guarite. Descrivendo il libro, egli dice: “È una mappa del cammino che percorriamo insieme quando ci siamo lasciati indietro tutti i problemi riguardanti la mascolinità e la femminilità, i ruoli maschili e femminili”.

L’approccio di Keen alla spiritualità – così come quello dell’analisi junghiana e di molte terapie transpersonali basate sul corpo – non si colloca tra quei sentieri spirituali miranti all’illuminazione finale, ma ricade sotto il grande ombrello di quella che oggi si definisce psicologia sacra. Cercando di dare un contesto spirituale agli ideali individualistici dell’umanesimo occidentale, Keen e altre figure autorevoli di questa scuola di pensiero sempre più diffusa indicano il significato della vita non nella resa a un Dio più grande di noi, non nello sforzo di uccidere l’ego attraverso la rinuncia agli impulsi centrati sull’io, ma nel confronto personale con le proprie questioni esistenziali e la resa dei conti con il mondo-ombra del nostro inconscio.

Keen scrive: “La mia ricerca… è guidata soprattutto da un bisogno personale-esistenziale di scoprire il mio posto nella schema delle cose, non dalla necessità di capire la posizione degli esseri umani nel cosmo. La dignità e il significato della mia vita richiedono la scoperta e la creazione della mia via, la mia verità e il mio destino”. Anche se alcuni tradizionali insegnamenti dell’illuminazione trovano espressione nell’opera di Keen, l’obiettivo finale della vita spirituale, secondo lui, non è la dissoluzione dell’io separato, ma il suo potenziamento.

Durante la nostra conversazione, avvenuta la primavera scorsa, Keen mi ha raccontato alcuni particolari del grande sforzo da lui sostenuto prima per dimostrare la sua virilità, poi per liberarsi dalle rigide nozioni su quest’ultima, che lo tenevano prigioniero. Dopo aver passato la maggior parte della vita ad andare contro la sua natura profondamente sensibile, ha raccontato Keen, è stato solo grazie all’osservazione di un terapista, secondo il quale la sua “virilità era la [sua] sensibilità”, che egli ha potuto cominciare il “viaggio oltre il genere sessuale”.

Avendo udito la descrizione delle fasi salienti della sua ricerca, mi è sembrato leggermente ironico che le sue maniere al telefono ricordassero in qualche modo quelle di John Wayne o del generale Patton. Nel corso della nostra conversazione, Keen ha detto chiaramente di non sopportare gli stupidi – o i punti di vista opposti – quando criticava tutto in modo documentato, schietto e spesso feroce, dal femminismo radicale alla psicologia junghiana, fino allo stesso movimento degli uomini cui doveva la fama.

E anche se non posso negare che ero ancora contento di non doverlo intervistare sull’illuminazione, la schiettezza (e persino la baldanza) del suo modo di parlare avevano qualcosa che non potevo fare a meno di apprezzare. Infatti, è raro incontrare persone che hanno vissuto le proprie domande come ha fatto Keen. E il suo pensiero su molti dei più importanti temi della nostra ricerca sul genere sessuale e la spiritualità dimostrava non solo una chiarezza e una precisione insoliti, ma un convincimento appassionato, una profondità ristoratrice e l’ampiezza di un senso comune difficile da raggiungere.

L’intervista

Craig Hamilton: In Nel ventre dell’eroe chiedi agli uomini di affrontare un cammino spirituale che culmini nella “celebrazione di una nuova visione della virilità”. In cosa consiste questo cammino, così come lo vedi tu?

Sam Keen: Bene, gran parte della mia opera tratta del modo in cui i miti di una cultura modellano e plasmano il modo in cui viviamo, sentiamo e pensiamo a noi stessi. Ciò che faccio in Nel ventre dell’eroe è affrontare il mito del genere sessuale, in particolare del genere maschile. Ma bisogna comprendere che quando parlo di un cammino spirituale in tale contesto, non mi riferisco a un cammino spirituale totale; sto parlando solo di un suo aspetto. Il mio messaggio fondamentale per il movimento degli uomini, o – per quel che lo riguarda – delle donne, in relazione alla spiritualità e il genere sessuale è: Facciamola finita. Infatti, il cammino spirituale comincia al di là del genere sessuale.

Adesso lasciami spiegare cosa intendo con ciò, perché penso che il mio punto di vista sia diverso da quello della maggior parte delle persone. Devo partire dall’idea del mito, inteso come il software inserito in noi dalla società, dalla nostra famiglia. La natura ci dà un certo hardware; esiste un hardware maschile e uno femminile. Ma non appena nasciamo, la gente comincia a metterci dentro questo software, dicendo: “Ecco che cos’è un vero uomo. Ecco cosa vuol dire essere un uomo. Ecco cosa vuol dire essere un uomo americano”, e cose del genere. Ecco cosa sono i generi sessuali. E tali divisioni di genere, da circa quarantamila anni, ruotano soprattutto intorno alla guerra.

La divisione tra uomini e donne è stata la divisione tra guerrieri e nutrici. Il maschio è stato artificialmente condizionato a essere duro, aggressivo, ostile, a desiderare di uccidere o di morire per la tribù. Il simbolo migliore di tutto ciò è, naturalmente, la circoncisione, ovvero un modo di dire che essere maschi significa essere feriti e desiderare di essere feriti.

La femmina invece è stata condizionata a essere la serva dei guerrieri, colei che portava i bambini, la nutrice della società, e in questo senso a essere inferiore al maschio. Quindi, quando parliamo di generi sessuali, stiamo parlando per lo più di ferite inferte a persone maschili e femminili nel tentativo di perpetuare un modello di vita basato sulla guerra, l’aggressione, la dominazione e il controllo. E tutto ciò, dal punto di vista della vita dello spirito, è uno sbaglio. È da questo che dobbiamo liberarci per cominciare a capire che cos’è lo spirito.

Craig Hamilton: Diresti, allora, che il cammino spirituale è lo stesso per gli uomini e per le donne? O è diverso?

Sam Keen: Direi che è lo stesso, anche se richiede di superare illusioni diverse. Il maschio deve andare oltre le illusioni della virilità, mentre la donna deve superare quelle della femminilità. Entrambi devono andare oltre gli stereotipi culturali che li hanno modellati, comprendendo che, al livello della vita dello spirito, non esiste differenza: per noi è ugualmente difficile trascendere quelle cose, polverizzare tutte le ombre, tuffarci nell’inconscio e superare il nostro condizionamento. Ritengo che la vita dello spirito sia, in un certo senso, ciò che comincia a emergere ai confini delle mitologie che ci hanno modellato e plasmato.

Secondo i miei ricordi, la prima volta che tale questione venne sollevata fu moltissimi anni fa, quando Reinhold Niebuhr, il teologo, scrisse un saggio sull’orgoglio, dicendo che andava superato perché era un peccato capitale. E una donna, che deve essere stata una delle prime femministe teologhe, scrisse: “Aspetta un attimo: questo potrebbe essere vero per gli uomini, ma non lo è per le donne. Queste ultime, in generale, hanno un problema di scarsa autostima, di scarso orgoglio, perché questo è ciò che la cultura ha fatto loro: ha detto che sono di seconda classe”. Per cui, in questo senso, dal punto di vista emotivo le cose da fare per raggiungere la liberazione sono diverse nell’uomo e nella donna, parlando in termini generali.

Lascia che ti illustri un altro modo in cui l’argomento viene affrontato, che secondo me ti aiuterà a capire perché il mio punto di vista è diverso da quello degli altri. Naturalmente, fino a tempi recenti la spiritualità occidentale ha utilizzato metafore quasi esclusivamente maschili. La metafora di Dio Padre è forse l’esempio migliore. Ma circa venticinque anni fa arrivò Mary Daly che disse: “Questo è un grande errore. Parlare di Dio Padre è solo un modo di contrabbandare la vostra politica e il vostro senso di superiorità maschile nella teologia”.

Fu come lasciare cadere una bomba nella teologia, perché improvvisamente ti rendevi conto che queste metafore venate da pregiudizi maschili dicevano, in realtà, che le caratteristiche maschili, per esempio il controllo e la ragione, erano meglio di quelle femminili. Come tutti i maschi, all’inizio feci resistenza alle affermazioni di Mary Daly. Poi cominciai a comprendere che ella aveva assolutamente ragione. Ma il problema è che le femministe andavano avanti dicendo: “Oh, Dio Padre. È un pessimo modo di parlare. Adesso parliamo della Dea Madre. Parliamo della Dea”.

Ebbene, penso che a proposito di quest’ultima Mary Daly dovrebbe essere tanto critica quanto lo fu della nozione di Dio Padre. Non cominceremo il cammino spirituale fino a quando non andremo oltre le metafore sessiste di Dio. Per esempio, quale può mai essere il significato dell’espressione madre natura? Cosa c’è di materno in essa, nel senso di opposto a paterno o fraterno? È una metafora, ed è una metafora che ha fatto il suo tempo, per quanto mi riguarda. Io sostengo che dobbiamo andare oltre ciò e fare ritorno alle metafore molto più importanti del sapere, della compassione, dell’amore.

Il secondo libro che ho scritto si chiamava Apology for Wonder. Aristotele sostiene che la filosofia comincia dalla meraviglia. La stessa cosa è vera per la vita dello spirito. La vita dello spirito comincia con la meraviglia, la meraviglia che esiste qualcosa, il senso di gratitudine per essere in un mondo colmo di queste meraviglie. E se la vita dello spirito comincia con la meraviglia e lo stupore, che senso ha dire che è maschile o femminile? È irrilevante. La virilità e la femminilità non influiscono sul fatto fondamentale che esiste questo universo meraviglioso.

Craig Hamilton: Stavi parlando del fatto che tutti noi abbiamo salde convinzioni su cosa vuol dire essere un vero uomo o una vera donna, convinzioni che ci sono state inculcate dalla cultura. E anche se le persone di solito tendono a mettere molta energia nel tentativo di realizzare quell’ideale, gli insegnamenti della liberazione spirituale sottolineano che dobbiamo abbandonare tutte le nostre idee preconcette e vivere in uno stato di perpetua ignoranza, di genuina apertura per scoprire ciò che è.

Uno dei temi che stiamo affrontando in questo numero del giornale è il significato di questa ignoranza in relazione alla nostra identità di genere sessuale. È possibile, per esempio, che un individuo arrivi a un punto del suo sviluppo spirituale in cui è completamente libero da qualsiasi fissazione sulle differenze di genere, ma allo stesso tempo non sente il bisogno di evitare o negare le differenze che potrebbero esistere davvero?

Sam Keen: Beh, sì e no. In primo luogo, l’idea della liberazione totale è sbagliata ed estremamente distruttiva.

Craig Hamilton: Davvero?

Sam Keen: Sì, perché è qualcosa che non raggiungerai mai. Essere liberi dagli effetti menomanti del genere sessuale è una buona idea e dovremmo lavorare in quella direzione, ma stiamo anche vivendo in una società in cui queste distinzioni esistono e continuano a ferire noi e gli altri.

In parte, questo vuol dire che vivere la vita dello spirito equivale a lavorare per superare tutto ciò. Ma per quanto ti spingerai lontano, avrai sempre un inconscio, un’ombra, qualcosa che ha la tendenza a riportarti all’interno di quelle distinzioni, perché all’inizio sei stato educato così. In un certo senso, cercare di liberarsi da tali distinzioni è una sorta di azione controculturale.

Quindi, per quanto riguarda la liberazione totale, non ho la più pallida idea di cosa voglia dire. Una delle cose che francamente non mi piacciono del vostro giornale è il sostegno a queste persone, apparentemente “nell’assoluto” e totalmente liberate. Non so se ve lo ricordate, ma per molti anni sono stato colui che intervistava tutti questi guru per conto di “Psychology Today”. Quindi, mi sono fatto un po’ di esperienza con molti di loro: Chögyam Trungpa, Oscar Ichazo, Muktananda e altri.

E se questi sono tutti esempi di persone totalmente liberate, io dico: datemi la schiavitù, perché quelle erano persone enormemente illuse, e che stavano creando illusioni enormi nei loro seguaci. In generale, tutti erano molto vaghi su tre fondamentali argomenti: il sesso, i soldi e il potere. E potevano recitare la parte dei “liberati” perché avevano un’intera setta di discepoli che faceva ogni cosa per loro, eccetto pulirgli il culo (e forse pure quello). La maggior parte di loro era in un grandissimo trip di potere. Quindi, penso che l’idea della liberazione totale sia come quella della perfezione: fa più danni che altro.

Craig Hamilton: Ma nel capitolo Prendere le misure dell’uomo in Nel ventre dell’eroe scrivi delle “persone esemplari”, ovvero degli uomini e delle donne straordinari che, essendo una rara dimostrazione di “virtù fondamentali”, sono “araldi di speranza” per tutti noi che aspiriamo a una vita più vasta. Affermi che la cosa importante di questi uomini e donne è il fatto che “la loro vita è la prova più grande che gli esseri umani sono creature spirituali, che siamo in grado di trascendere il condizionamento della biologia e della cultura”. Per cui, ciò che ti chiedo è: cosa vuol dire trascendere il condizionamento biologico e culturale, soprattutto per quello che riguarda il genere sessuale?

Sam Keen: Lasciami fare uno dei miei buoni esempi: Georgia O’Keefe. Ebbene, Georgia O’Keefe, sin dall’inizio, non ha seguito la via che bisogna percorrere per essere una brava ragazza. Non era una ragazza all’acqua di rose. Non era al servizio di nessuno, né chiedeva a nessuno come comportarsi. Sin dall’inizio della sua vita aveva una visione, e la seguì. La seguì in modo tale da infrangere molti tabù della sua epoca. Quando volle sposare Stieglitz, si sposò; quando ebbe bisogno di stare nel New Mexico, andò nel New Mexico. Oggi questo non sarebbe scioccante, ma all’epoca si trattava di un comportamento molto radicale.

Craig Hamilton: Dunque, non dai alla parola trascendenza lo stesso significato delle grandi tradizioni mistiche, cioè di trascendenza assoluta, ma di una sorta di volontà di spezzare lo status quo.

Sam Keen: Beh, sì, ma riguarda anche la comprensione di sé. Però sai, potremmo considerare anche milioni di esempi “tranquilli”. In verità, faccio molta più fatica a considerare gli esempi ufficiali che quelli non ufficiali. Tutti noi rendiamo omaggio a questa specie di semi-santi ufficiali, ma, voglio dire, chissà cosa fa il Dalai Lama in privato?

Craig Hamilton: Ritornando alla domanda sulle differenze tra i generi sessuali, molti pensatori e praticanti contemporanei hanno affermato che le donne, per loro natura, sono predisposte a seguire un cammino di immanenza, che richiede una connessione profonda con il corpo e i cicli della natura, e che trova il sacro all’interno delle relazioni, mentre gli uomini tendono a cercare la trascendenza di tutto ciò che è mondano, a guardare oltre se stessi alla ricerca del mistero sacro alla fonte di tutta l’esistenza. Apparentemente a sostegno di questa idea sono certe tradizioni religiose che aderiscono a una sorta di modello tantrico in cui esistono sfere rigorosamente definite per l’uomo e la donna, che si ritiene siano state stabilite dalla divinità.

Nell’ebraismo ortodosso, per esempio, gli uomini si dedicano allo studio e alla preghiera, mentre le donne devono cercare la realizzazione spirituale nell’educazione dei bambini e nella tutela della santità della casa. Secondo questo paradigma, si può raggiungere l’unione divina e rendere manifesta la volontà di Dio sulla Terra solo quando ciascun sesso si dedica totalmente alla realizzazione di questi ruoli predefiniti, per poi unirsi nelle loro differenze. Pensi che esista davvero una distinzione tra il cammino dell’uomo e quello della donna?

Sam Keen: No. Credo che sia come dire che è innato e sancito da Dio che le donne indossino le gonne e gli uomini i pantaloni. Penso che si tratti di un condizionamento culturale simile. Cioè, fammi il piacere: basta con questa roba! Le donne sono più immanenti degli uomini? Vallo a dire a Van Gogh! Ad Audobon, a John Muir, ad Agassiz, a un poeta qualsiasi. Non so come fa la gente a fare questo tipo di generalizzazioni! Insomma: cosa vuol dire tutto ciò? Ecco, io sono seduto qua, in questo momento sto guardando fuori dalla finestra il fiume e i prati bellissimi inondati dal sole… Ne devo arguire che tutto ciò fa di me una donna?!

Quasi ogni anno porto dei gruppi nel Bhutan. È bellissimo, perché laggiù vedi uomini e donne, soprattutto nelle campagne, fare praticamente le stesse cose, gli stessi tipi di lavoro. Persino i loro corpi sembrano simili. E non c’è niente di straordinario. Ricevi la sensazione che la sessualità e tutto il resto accada molto più facilmente. Non ho mai sentito nessuno dire qualcosa che ricordasse anche alla lontana “un vero uomo fa questo e una vera donna fa quello”.

Naturalmente, nella società esistono alcune divisioni di ruolo. I monaci maschi occupano i posti più alti dell’establishment. E nella tradizione esistono delle svalutazioni della donna: per esempio, si dice che per loro l’illuminazione è più difficile e cose del genere. Ma penso che simili generalizzazioni sono repressive. E lascia che ti spieghi perché penso che sono repressive, perché sono così focoso sull’argomento.

Da piccolo, avevo una sensibilità insolita. Amavo gli uccelli, la natura, ed ero molto sensuale. A poco a poco mi accorsi che questo era qualcosa di cui mi sarei dovuto vergognare, come se fosse effeminato. Quindi, per molto tempo, rimossi tutto ciò. Durante l’adolescenza, seguii i corsi di Chalres Atlas e imparai a lottare per temprarmi e diventare un uomo. E fu solo quando cominciai a lavorare su alcune di queste idee che mi accorsi, in retrospettiva, di che razza di stronzate fossero, di quanto erano distruttivi quegli stereotipi culturali.

Cominciai a comprenderlo veramente durante una sessione di bioenergetica con Stanley Keleman. All’epoca avevo una relazione con una donna che mi stava creando molti problemi. Pensavo di non essere sufficiente maschile per lei. E Stanley un giorno mi guardò e disse: “Non lo cogli, vero? Non lo cogli. La tua virilità è la tua sensibilità”. E compresi che stavo cercando la mia forza nel posto sbagliato, che tutte queste parti femminili che ritenevo indegne di me in realtà erano il succo della mia vita, che dovevo imparare ad accettare di più, ad arrendermi, a essere più delicato e sensuale.

Quindi, penso che quelle nozioni sono davvero distruttive per gli individui. Nei miei seminari, spesso ci sono delle donne che dicono di vergognarsi profondamente perché sono aggressive, efficienti al lavoro e forse un po’ maschiacce. Dicono: “So fare questo e quest’altro, ma sai, sento che forse non sono abbastanza femminile”. Io le guardo e dico: “A me sembri una donna molto attraente. Cosa vuoi dire?”. Rispondono: “Sai, io non sono x, y, z e tutte queste altre cose”. Vedi, è insultante usare queste etichette.

Craig Hamilton: Oggi sembra pratica comune definire femminili qualità come la compassione, la ricettività, la sensibilità e l’intuizione, mentre qualità come l’aggressività, la competitività, l’ambizione sono maschili. Verso la fine di Nel ventre dell’eroe, a proposito di quello che chiami “il gioco dei generi sessuali”, ti soffermi su queste polarità vincolanti che sono diventate le nostre definizioni del genere sessuale. Scrivi: “La virilità e la femminilità sono entrambe definite da un processo di affermazione e negazione. A ogni genere viene assegnata metà dei vizi e delle virtù umane… Non sappiamo cosa diventerebbero gli esseri umani se venissero incoraggiati a sviluppare il loro potenziale innato senza il sistematico effetto rovinoso del gioco dei generi sessuali”.

Sam Keen: Sì, ma, innanzitutto, continuo dicendo che secondo me nessuna persona che abbia rispetto per sé e che abbia riflettuto su queste cose dovrebbe mai usare le parole maschile o femminile, attribuendo loro qualità o virtù generali. Queste sono stupidaggini. È tempo di liberarci da queste cose. Forse, sul cammino spirituale, sarà utile pormi questa domanda: in che modo sono stato menomato dal mio sforzo di diventare un uomo (un vero uomo) o una donna (una vera donna)? Come punto di partenza, non è una cattiva domanda. Ma esiste un interrogativo molto più importante e sottile, che è: Chi sono io? Chi è Sam Keen, cosa sperimenta, cosa ha bisogno di fare e dove sono le sue ferite?

Quindi, molto del mio lavoro consiste nello sforzo di andare al di là della mitologia, verso l’autobiografia, affrontando la mia storia e l’unicità della mia situazione, i miei doni e le mie ferite, con una specie di serietà assoluta. In altre parole, per usare una metafora, Dio non mi dà qualcosa con su scritto: “Agli interessati”, “A tutti gli uomini”, “A tutte le donne” o “Istruzioni per l’uomo del dodicesimo secolo”. No, la silenziosa, piccola voce si rivolge a me col mio nome: Sam Keen, fai questo; Sam Keen, sperimenta quello. È su misura per me, capisci. E il fatto è che il mio modo di essere uomo è probabilmente diverso dal tuo. Ed è mio compito scoprire quale sia. Sarò sempre un uomo; biologicamente, sarò sempre un uomo. Possiedo l’equipaggiamento dei maschi. Ma il significato di ciò sarà determinato dalla mia esperienza, in modo tale che forse diventerà diversissimo dal tuo.

Craig Hamilton: A questo proposito, in un altro punto scrivi: “È molto meglio restare con il mistero autentico dell’uomo e della donna che con la mistificazione della virilità e della femminilità”. Cosa intendi con “il mistero autentico dell’uomo e della donna?”.

Sam Keen: Non lo so. So qual è il falso mistero. La differenza tra un mistero falso e uno autentico è che puoi riconoscere un mistero falso, ma non sono sicuro che puoi fare altrettanto per il mistero autentico. È come quando sto con una donna che ha trasceso i limiti del genere sessuale, e io sto almeno cercando di fare altrettanto: ci fronteggiamo non più come maschile e femminile, ma come individui unici. A quel punto, c’è il mistero autentico dell’altra persona. Credo che quello che ho scritto nel libro assomigli a ciò che rispose Satchmo quando qualcuno gli chiese cosa fosse il jazz: “Ragazzo, se non lo sai, non potrò mai dirtelo”.

Craig Hamilton: La psicologia junghiana ritiene che dentro ciascuno di noi, maschio o femmina, esistono energie sia maschili che femminili, che vanno equilibrate se vogliamo diventare integri. Per esempio, Marion Woodman, nel suo libro Leaving My Father’s House, scrive: “Tutti funzioniamo grazie a queste due diverse energie. Così come la salute e la crescita dipendono sia dalla luce che dall’oscurità, allo stesso modo la maturità dipende da un equilibrio interiore tra lo yin e lo yang, Shakti e Shiva, l’essere e il fare”. Sei d’accordo con l’idea che nella psiche esiste una polarità fondamentale tra energie maschili e femminili?

Sam Keen: No, penso che sia un’idea noiosa. Potrei metterla così. Esistono due tipi di persone: quelli che dividono il mondo in due colonne e quelli che non lo fanno. Io non appartengono alla categoria di coloro che dividono in due il mondo, salvo poi dire: “Ma vedi, c’è un po’ di yin nello yang e un po’ di yang nello yin, e dobbiamo riunire le due colonne”. Bene, ma perché cominciare da due colonne? Perché iniziare facendo marciare al passo dell’oca i nostri concetti fondamentali sulla psiche umana? Penso che questa sia una tirannia intellettuale. Non serve! Per me, è utile affermare: “Ebbene, Sam, cosa stai sperimentando?”. Per me, è utile sedermi tranquillamente in meditazione e cercare di raggiungere uno spazio di osservazione, identificando i miei sentimenti e immagini. Per me, è totalmente inutile dire: “Ora devo riequilibrare il mio yin con il mio yang! Sono troppo yang o troppo yin?”. E di nuovo, etichettare queste virtù e/o vizi come maschili o femminili è parte del problema. Non cominciamo con una separazione artificiale. Pensiamo con altre categorie. Se tutto ciò cui riesco a pensare è: “Devo fare questo o quello”, se ragiono soltanto in termini di maschile o femminile, c’è da spararsi in testa. Ecco perché non mi piace la psicologia junghiana: semplicemente perché detesto l’idea degli archetipi.

Craig Hamilton: Perché? Ne esistono più di due.

Sam Keen: Okay. Prendiamo la cosa più recente. Dimmi: quali sono gli archetipi dell’uomo?

Craig Hamilton: Il re, il guerriero, l’amante e il mago.

Sam Keen: Ebbene, l’idea è che tutti dobbiamo passare attraverso questi archetipi, che sono modi diversi di strutturare le nostre esperienze. Per mostrarti l’assurdità di ciò, facciamo ritorno alla prima definizione, in occidente, di essere umano decente. Quale era? Il cittadino. Nel mondo greco, la parola idiota indicava, letteralmente, chi non era cittadino. Adesso dimmi: perché il cittadino non è tra gli archetipi? Perché gli junghiani sono apolitici, sono interessati allo psicodramma interiore. Non badano alla trasformazione del mondo. Vedi, se quelli sono i quattro archetipi, non dobbiamo preoccuparci delle guerre che stanno avvenendo nel mondo. Sono tutte cose che stanno succedendo laggiù. Non ci dobbiamo preoccupare del deterioramento del sistema educativo, perché è qualcosa di cui si curano i cittadini. Ma fammi il piacere! Il re come un archetipo?! Ecco perché siamo venuti in questo Paese: per liberarci da quegli archetipi!

L’America era tutta qua: “Fotti la monarchia! Fotti il potere!”. E il guerriero? Quello mi pare come l’alcool che si beve per lenire i postumi di una sbornia. Queste sono le cose che ci comandano da sempre. Se gli junghiani dicessero: “Esiste un numero infinito di metafore che ci aiutano a comprendere noi stessi: eccone quattro”, direi: “È un buon inizio. Adesso datemene cinque o sei. Che ne dite, per esempio di spazzino?”. Ebbene, non è un buon archetipo questo, dal momento che la metà dei problemi riguarda l’eliminazione della spazzatura dalla nostra psiche? Di sicuro lo è! Separare il grano dal loglio, capisci? E che dire del folle, il vagabondo, il girovago o l’amico? L’amico! Questo è un archetipo interessante. L’Etica nicomachea di Aristotele tratta in larga misura dell’amicizia, “philia”. Non sono un fan del pensiero junghiano perché ignora due cose: la politica e il corpo. Si tratta per lo più di un movimento disincarnato.

Craig Hamilton: La sensazione è che la maggior parte del movimento degli uomini si basi sul pensiero junghiano.

Sam Keen: È così. Quelle sono le sue basi. E non penso che siano state utili.

Craig Hamilton: In questa intervista, oltre a esplorare il rapporto tra il genere sessuale e la spiritualità, vorrei anche analizzare la relazione tra l’orientamento sessuale e il cammino verso la liberazione. Oggigiorno, esistono molti gay e lesbiche che considerano il proprio orientamento sessuale la base stessa del loro cammino spirituale, un cammino che si vale di forme particolari di pratica e adorazione. Alcuni fautori dell’esistenza di una specifica spiritualità gay hanno persino suggerito che, poiché negli omosessuali le polarità maschili e femminili sono teoricamente più integrate e bilanciate, la loro è una forma di pratica spirituale intrinsecamente superiore. Andrew Harvey, un importante sostenitore di questa idea, sostiene che “nei tempi antichi… gli omosessuali… erano considerati sacri, ovvero persone che, grazie a una misteriosa fusione tra le caratteristiche maschili e femminili, partecipavano con particolare intensità alla vita della Fonte”. Cosa pensi dell’idea secondo cui l’orientamento sessuale costituisce la base di un cammino spirituale distinto e separato?

Sam Keen: Non mi piace affatto. Penso che l’orientamento sessuale sia una cosa individuale che non va politicizzata. Né credo che va spiritualizzata. Nella vita dello spirito, il punto non è essere omosessuali o eterosessuali. Da una prospettiva spirituale, penso che la cosa sia irrilevante. Nella vita dello spirito, il punto è se ami o no, e quanto riesci a entrare in relazione con la totalità di ciò che sei. E questo costrutto teorico secondo cui le polarità sono più equilibrate nei gay e nelle lesbiche? Beh, dove sta scritto, e come è possibile fare un salto del genere? Forse loro semplicemente non hanno polarità. Già fare dei gay o delle lesbiche una categoria a parte è un peccato. È un errore e un peccato. Ho amici che sono certamente omoerotici, ma che non si definirebbero mai gay. E gli omosessuali sono tanto diversi tra loro quanto lo sono gli eterosessuali. Sono assolutamente favorevole al fatto che chiunque possa fare ciò che vuole con un adulto consenziente di entrambi i sessi, ma non consideriamo tutto ciò qualcosa di superiore. Non rendiamo l’omosessualità o l’eterosessualità spiritualmente superiori. Non è il caso.

Craig Hamilton: Nelle nostre ricerche per questo numero, ci siamo anche imbattuti nell’idea – diffusa tra gli psicologi junghiani, alcune femministe e molti pensatori spirituali contemporanei – secondo cui il nostro potenziale umano ultimo è la realizzazione di una sorta di androginia nella quale tutte le qualità umane trovano uguale espressione in ogni persona, a prescindere dal genere sessuale. Descrivendo la realizzazione del cammino spirituale come la nascita di ciò che egli chiama “l’androgino sacro”, Harvey (sempre lui) scrive: “Le principali tradizioni spirituali sono d’accordo sul fatto che un essere nuovo può venire alla luce solo attraverso un’unione lunga, difficile e sempre più consapevole tra il maschile e il femminile dentro di noi”, e che “solo tale matrimonio può dare origine al sacro, androgino, libero figlio della Fonte, esistente in potenza dentro ognuno di noi”. Sei d’accordo con il punto di vista di Harvey? La realizzazione dell’androginia è la massima espressione del nostro potenziale spirituale?

Sam Keen: Che palle! Dico: perché cercare di riportare in vita tutte le idee del passato? Perché non cercare di pensare a queste cose in modo diverso? L’idea dell’androginia non è altro che l’interiorizzazione del mito romantico. “Ragazzi, finalmente l’uomo e la donna in me stanno per unirsi e vivere felici e contenti, e io sarò integro”. Mi sembra che si stia pensando per stereotipi. Voglio dire, questa idea si è formata all’interno della tradizione alchemica, e a quei tempi era okay parlarne. Ma non è forse tempo di pensare creativamente, di creare nuove categorie, nuovi modi di pensare, invece che cercare di rispolverare queste cose vecchie?

Craig Hamilton: Prima hai parlato di Mary Daly. Lei e altre femministe radicali pensano che la maggior parte delle malattie psicologiche (se non tutte) esistenti in noi e nella società in generale sono il risultato dell’eccessiva influenza degli uomini – dei valori, atteggiamenti e modi di essere maschili – su ogni cosa, dalla struttura del governo a quella del commercio e del linguaggio. Citando i diffusi e catastrofici effetti del patriarcato non solo sulla condizione delle donne, ma sulla qualità della vita nel pianeta, esse chiedono di fare ritorno a una cultura spirituale femminile, con valori e istituzioni simili a quelli del pacifico mondo contadino di migliaia di anni fa. Ha ragione Mary Daly? Consegnare tutto il potere alle donne basterebbe a creare una cultura pacifica e armoniosa, fondata su profondi valori spirituali?

Sam Keen: Sì, sì, certo. Infatti, lo sai cosa fecero per costruire le piramidi? Si rivolsero ai sindacati chiedendo dei volontari in nome della cultura cooperativa. E in quelle culture matriarcali, anche lì “chiedevano” alla gente di fare i sacrifici umani, perché all’epoca erano una gran bella cosa. Hai presente… Il calice e il coltello.

Tutto ciò, in realtà, non è che una riscrittura tendenziosa della storia, finalizzata a criticare il maschio. Gli uomini e le donne hanno sempre camminato fianco a fianco, in queste cose. Se vuoi criticare il patriarcato, puoi portarlo fino all’era moderna e dire quanto erano brutali e orribili questi uomini che andarono in Vietnam e uccisero tante persone. Voglio dire, quelli erano ragazzini di diciannove anni che non avevano possibilità di scelta maggiori di quante ne aveva Mary Daly. Ogni volta che dai la colpa a uno dei sessi, hai reso l’altro inferiore. Se è vero che gli uomini hanno sempre dominato le donne e che queste ultime non avevano potere, probabilmente avevano bisogno di essere dominate.

Craig Hamilton: Pensi che dare la colpa agli uomini non sia altro che un’appropriazione indebita?

Sam Keen: Sì. Ma voglio anche dire che secondo me Mary Daly è una delle nostre grandi profetesse. Ho imparato tantissime cose da lei. Io sostengo la maggior parte della sua analisi, ma non la sua rabbia. Un uomo ha bisogno di molto coraggio per leggere Mary Daly e aprirsi alle sue ragioni. Molte di queste ultime rivelano una grande intelligenza e sono una cura necessaria per aiutare molti uomini a comprendere le ferite subite dalle donne in questa cultura. Ma ci sono delle femministe la cui rabbia impedisce di essere lucide.

Craig Hamilton: Penso che risponderebbero di avere molti motivi per essere arrabbiate.

Sam Keen: E li hanno. Li hanno.

Craig Hamilton: Dal tuo punto di vista, cosa vuol dire andare al di là dei generi sessuali?

Sam Keen: Di nuovo, vuol dire andare oltre! Questa questione del genere sessuale è qualcosa, in generale, di cui dobbiamo sbarazzarci, che occorre superare. Io non mi chiedo: “Sono un uomo? Sono abbastanza maschile?”. Bensì mi pongo la domanda: “Cosa sono?”. In altre parole, penso che dobbiamo smettere di pensare che la domanda “Chi sono io?” riguardi il genere sessuale.

Craig Hamilton: Cosa accadrà, secondo te, negli individui e nelle relazioni tra gli esseri umani quando “andremo oltre”, come dici tu?

Sam Keen: Beh, mi chiederei – e questa domanda è al centro del buddismo e del cristianesimo – cosa vuol dire essere saggi e compassionevoli. Questa, per me, è una domanda difficile. Nella mia vita quotidiana, in che modo sono saggio e compassionevole quando sono in conflitto con mia moglie, i bambini o gli amici? Cosa faccio per il Kosovo e il mio governo per diventare un essere umano decente? Questa è un’età in cui, come ha detto qualcuno, devi diventare eroico solo per essere decente! E non è questione di genere sessuale. Ciò che danneggia il mondo non è il genere sessuale. In America, le donne sono tanto dannose al mondo quanto gli uomini. Le donne stanno nei centri commerciali; il centro commerciale è il luogo in cui votiamo sui valori. Perché abbiamo fatto quello che abbiamo fatto in Iraq? Quindi, penso che dovremmo andare nei centri commerciali. E di nuovo, ciò che non mi piace del vostro giornale è la mancanza di veri problemi politici. In tutto questo pomeriggio, non mi hai chiesto nulla sulla politica dei generi sessuali.

Craig Hamilton: Ma il nostro è un giornale sull’illuminazione.

Sam Keen: Ecco cosa c’è di sbagliato, allora. Francamente, ecco l’errore: il narcisismo. C’è molto narcisismo spirituale, secondo me. Ora, le cose non stanno del tutto così. Voi avete il coraggio di uscire e parlare con la gente che non condivide la vostra idea fondamentale. Ma lasciami fare una domanda: perché sulla copertina, sotto il titolo “Che cos’è l’illuminazione?”, non mettete le parole: “Una definizione di persona illuminata potrebbe essere questa: colui la cui prima domanda è «Cos’è giusto? In che modo decidiamo cosa è giusto?»”. Ciò, infatti, ci porta nella dimensione politica. E l’ossessione per l’illuminazione può essere esattamente come l’ossessione per il genere sessuale. Le persone ossessionate dall’illuminazione non ci arriveranno mai.

Craig Hamilton: Questo è un argomento comune contro la ricerca dell’illuminazione. Ma io non penso che la domanda “In che modo decidiamo cosa è giusto?” sia in qualche modo estranea all’interrogativo “Che cos’è l’illuminazione?”. Se osserviamo la condizione umana, se guardiamo cosa si nasconde dietro le atrocità in Kosovo o nella Germania nazista, mi sembra che dobbiamo affrontare questo problema: come si risolveranno i problemi dell’umanità se gli individui non cambiano, non fanno luce su se stessi e le proprie motivazioni? Il nostro giornale, in realtà, si basa sull’idea che esiste una forte componente etica e morale nella liberazione dalle illusioni.

Stiamo esaminando il tema dell’identità sessuale perché, come hai detto tu, sembra che la forte identificazione con il genere sessuale, esistente nella maggior parte di noi, sia una delle strutture fondamentali alla base dei conflitti esistenti al mondo. L’idea è che se riusciamo a portare luce sufficiente su un tema tanto importante per la nostra formazione, forse potremo cominciare a scorgere un’alternativa, e anche a metterla in pratica.

Sam Keen: Bene. Trasformare il sé e la nostra società sono due aspetti della stessa medaglia. Sono necessari entrambi per costruire qualcosa di nuovo, bello e promettente.

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Sam Keen. Nel ventre dell’eroe. Viaggio alla scoperta del nuovo maschio. Frassinelli. 1993. ISBN: 887684239X
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Sam Keen. Hymns to an Unknown God : Awakening The Spirit In Everyday Life. Bantam; Reissue edition. 1995. ISBN: 0553375172

Sam Keen. Inward Bound: Exploring the Geography of Your Emotions. Bantam Doubleday Dell. 1992. ISBN: 0553353888

Marion Woodman. Leaving My Father’s House: A Journey to Conscious Femininity. Shambhala. 1993. ISBN: 0877738963

Copyright originale “What is Enlightenment” magazine, www.wie.org

Traduzione di Gagan Daniele Pietrini.
Copyright per la traduzione Italiana: Innernet.

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