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cerca la pace.jpgVimala Thakar, recentemente scomparsa, era un’attivita sociale Indiana che univa la visione spirituale a quella sociale e politica. In questo articolo si chiede perché la razza umana non ha avuto successo nell’eliminare le tendenze violente? Sembra che ci manchi un approccio globale alla vita. Dopo aver sviluppato i sistemi economici e politici della società, ella ritiene che abbiamo fatto un passo falso creando il concetto di stato e di sovranità nazionali. Da un lato abbiamo abbandonato il tribalismo, dall’altro ne abbiamo creato uno più sofisticato in nome degli stati-nazione.

Cos’è la natura umana? É qualcosa di statico o ha una qualche duttilità e flessibilità? É cambiata con l’evoluzione della cultura, della civiltà, della scienza, della tecnologia, della letteratura, della filosofia, dei sistemi d’educazione? É cambiata, diventando più matura, o è qualcosa di assolutamente statico, incapace di cambiamenti qualitativi?

Dal modo di vivere che l’umanità ha seguito nel corso dei secoli, mi sembra che ci sia una paura istintiva incorporata nel cervello umano e nel sistema neurochimico. Questa paura istintiva, o il bisogno di continuità da parte dell’organismo fisico, ha provocato la spinta verso l’autoaffermazione, il possesso, l’accumulo e l’oppressione, generando idee come quelle di vittoria e sconfitta, di dominatori e dominati, etc. Così ciò che è istintivo può essere definito “naturale”.

Se la razza umana avesse considerato il desiderio istintivo di difesa e di aggressione come qualcosa di naturale e desiderabile, di naturale e quindi da proteggere ed esaltare; se la razza umana avesse considerato desiderabili, naturali e degni di gloria la difesa e l’aggressione, non saremmo passati dalla vita tribale alla nascita di una società; non avremmo creato in quest’ultima il principio della legalità; non avremmo educato i suoi membri a comprenderne le leggi, le norme e i regolamenti; non avremmo insegnato loro i principi delle strutture economiche e dei sistemi amministrativi; non li avremmo istruiti e messi in grado di adattare il loro comportamento alle regole dell’economia e delle strutture politiche. Non avremmo fatto tutto questo; avremmo sostenuto che l’aggressione o la violenza sono naturali, quindi bisogna lottare.

Litigi, dispute e massacri avrebbero ricevuto approvazione morale; ma così non è stato. Sono stati fatti sforzi per tenere a freno le tendenze aggressive e contenere l’inclinazione alla violenza, cercando vie alternative alle guerre e ai conflitti per risolvere i dissidi d’ordine socioeconomico o politico, le sfide e i problemi. Se leggiamo la storia umana, troviamo sforzi coscienti e organizzati per contenere, dominare e controllare questa tendenza all’autoaffermazione, alla violenza e all’aggressività. Osserva la direzione verso cui la razza umana si è mossa collettivamente.

Nonostante gli sforzi di molti secoli, non ha avuto alcun successo; infatti, sembrano esserci degli anelli mancanti, delle contraddizioni che richiedono di essere risolte, dei difetti che vanno eliminati; ma la direzione della civiltà umana non procede dalla violenza a una violenza maggiore, bensì dalla violenza verso una violenza minore, verso l’assenza della violenza e la pace. La direzione del cammino umano, quindi, non indica che la razza umana sia soddisfatta della violenza istintiva che contiene in sé.

Perché la razza umana non ha avuto successo nell’eliminare le tendenze violente, sebbene, in larga misura, sia riuscita a contenerle? Sembra che ci manchi un approccio globale e olistico alla vita. Dopo aver creato la società e sviluppato i sistemi economici e politici, penso che abbiamo fatto un passo falso creando il concetto di stato e di sovranità nazionali. Da un lato abbiamo abbandonato il tribalismo, dall’altro ne abbiamo creato uno più sofisticato in nome degli stati-nazione e delle sovranità nazionali. Naturalmente, uno stato sovrano richiede un’economia nazionale. Come un individuo ha ambizioni e comportamenti personali, così le nazioni hanno sviluppato economie, strutture e sistemi politici personali, cioè incentrati sul concetto di nazione.

Trasformazione psichica Vimala.jpg

Ebbene, se tu e io, in quanto esseri umani centrati su se stessi, fossimo sempre ansiosi di preservare l’entità del sé – l’«io» – gratificando ogni suo desiderio e ambizione, tra noi ci sarebbe la guerra. Ognuno vuole dominare, possedere, accumulare; tutti si abbandonano alla gelosia e al sospetto. Le relazioni umane diventano invisibili campi di battaglia dove gli scontri sono fatti di occhiate, parole, silenzi, indifferenza e insensibilità. Le famiglie soffrono di guerre fredde e paci roventi: non è forse questa la nostra esperienza quotidiana?

Allo stesso modo, la convivenza di entità centrate su se stesse e desiderose di relazionarsi alle proprie condizioni conduce a tensioni, conflitti e scontri. Da un lato create la scienza e la tecnologia, mezzi di comunicazione e di trasporto, dall’altro volete entità centrate su se stesse e basate sul principio di sovranità. Poi le economie si scontrano, gli interessi economici degli stati-nazione sovrani entrano in conflitto. Il desiderio di espansione economica e ideologica provoca conflitti e tensioni; dopodiché create, mettete in piedi una cosa come le Nazioni Unite, dove gli stati sovrani mandano i loro rappresentati (non i rappresentanti del popolo, ma i rappresentanti degli stati, degli stati-nazione sovrani) a dibattere e contrattare, per poi ritornare dal governo e riferire che i loro interessi sono stati tutelati a scapito di quelli di qualcun altro.

Non vedi le battaglie che si scatenano tra i paesi in via di sviluppo e quelli sviluppati? Non scorgi i conflitti economici, le lotte ideologiche tra i paesi comunisti, quelli comunisti ortodossi e quelli non comunisti? Così, io penso che l’aspirazione alla pace, all’amore e alla compassione come stile di vita, l’aspirazione alla libertà, alla fraternità e all’uguaglianza non sono state coordinate con l’esistenza degli stati-nazione sovrani. O ci liberiamo dalla teoria degli stati-nazione e dall’idea della sovranità degli stati, o dobbiamo affermare che la pace del mondo non è possibile. La pace nel mondo richiede un’economia a livello mondiale, un approccio globale alle tematiche politiche.

C’è stata, quindi, storicamente parlando, un’anomalia: l’aspirazione alla pace, all’amore, alla compassione, alla fratellanza, all’amicizia etc., e l’insistenza sugli stati-nazione come unità sovrane e completamente indipendenti, coesistenti con altre unità sovrane simili.

In secondo luogo, l’aggressività, la tendenza alla violenza, è stata condannata dalle religioni, dalla spiritualità. Le cosiddette religioni organizzate e istituzionalizzate hanno detto di porgere l’altra guancia, hanno parlato della non violenza del Buddha e Mahaveda, e cosi via. Queste religioni organizzate, predicatrici di spiritualità, proponenti etiche umanitarie, etc. hanno riferito tutto ciò alla vita individuale, ma non si sono mai preoccupate di collegare questo discorso sulla non violenza, sulla pace o sull’amore ai rapporti economici che costituiscono il nostro vivere quotidiano dalla mattina alla sera.

La struttura economica che abbiamo creato dopo la Rivoluzione Industriale tende allo sfruttamento da parte del produttore sul consumatore, forse non nella nazione del produttore, ma dove troviamo dei mercati. I governi degli stati-nazione sono diventati imprese commerciali, perciò la preoccupazione principale dell’economia nazionale è trovare mercati per una produzione che, grazie alla tecnologia, è diventata velocissima e rapidissima. Così continuate a produrre e, poiché volete un mercato, il controllo di quest’ultimo diventa oggetto di competizione: una nuova competizione dove formate blocchi di potere politico ed economico.

Così la competizione, il confronto e la tensione proseguono. O l’economia assumerà la forma di un’economia globale – condividendo le risorse e distribuendo i prodotti secondo principi di uguaglianza, libertà etc. – o non ci sarà pace, ma solo tensioni e conflitti combattuti a livello economico. In tali conflitti economici non avviene spargimento di sangue, ma qualcosa di peggio. Così, per favore, considerate insieme a me come la pace consista in un modo olistico di vivere.

Non potete frammentare la vita e dire: «Parleremo della pace, dell’amore e della compassione nelle riunioni religiose, nelle chiese, nelle sinagoghe, nei templi, nelle moschee, ma per quanto riguarda l’economia, la produzione, la ricerca del profitto e il mercato, tutto ciò non ha niente a che vedere con l’amore, la compassione, la libertà, l’amicizia, etc.». Queste cose avranno la loro etica, che è ciò che oggi sta facendo la Mafia economica internazionale. La pace mondiale richiede un nuovo approccio alle relazioni economiche, ai beni o alle risorse, alla proprietà dei mezzi e degli strumenti di produzione, e non in un solo paese, ma a livello globale.

Se continuate a sviluppare la scienza e la tecnologia, dovete tenere d’occhio la struttura psicologica e fare attenzione che non rimanga rigida, consacrata alle idee logore dei secoli passati. Se la struttura psicologica rimane impastoiata in logore ideologie che hanno perso importanza nel contesto del ventunesimo secolo, ovviamente la pace non è possibile. Quest’ultima rimarrà un’Utopia finché sarà considerata soltanto un oggetto di patti e accordi tra governi, anziché uno stile globale di vita. Essa è un modo di vivere nuovo, olistico e integrale che coinvolge tutta la popolazione del globo. Non qualcosa con cui si trastullano i governi, non un festival di questi ultimi, ma qualcosa che coinvolge la vita delle persone, la loro psicologia.

Per cui, come vedete, l’aggressività istintiva non è stata approvata né lodata. Le razze umane hanno compiuto un poderoso sforzo comune per contenerla e limitarla. Hanno cercato di trattenerla con la religione, ma le religioni organizzate e istituzionalizzate hanno dimenticato il loro scopo e sono andate fuori strada. Hanno parlato d’inferno e paradiso, di ricompense e punizioni, di dei e di dee. Anziché persuadere la gente a portare il paradiso in terra, hanno favorito la paura della punizione e la brama della ricompensa. In tal modo, l’etica è stata corrotta dalle fondamenta.

Le religioni, anziché rendere più pacifiche la vita sulla Terra e le relazioni umane, hanno creato una classe privilegiata che fugge dalla vita di tutti i giorni in nome della religione e della rinuncia, trasformandosi in una classe parassitaria. Poiché sei diventato religioso, non devi lavorare, ma ti puoi ritirare nei monasteri, nei templi, nelle moschee. Per questo le religioni non sono state di aiuto.

Pensavamo di porre un limite e un freno con l’educazione, ma i sistemi educativi si sono adattati ai bisogni degli stati-nazione e hanno cominciato a istruire gli individui in modo da favorirne l’inserimento nelle strutture economiche e politiche che i governanti stavano costruendo. Così questo è diventato un nuovo genere di servitù e non è stato d’aiuto.

In tal modo la pace è rimasta un’Utopia, nonostante la grande aspirazione di tutta la famiglia umana, perché ci sono stati degli anelli mancanti che andranno colmati. L’aspirazione alla pace è connessa alle strutture economiche, ai sistemi politici, a quelli amministrativi, ai sistemi d’educazione e così via: quando esiste tale correlazione e gli sforzi sono coordinati, la pace non sarà più necessariamente un’Utopia.

Se le scuole e le famiglie insegnassero ai bambini a dare importanza all’aspirazione verso l’amicizia, la condivisione e la cooperazione, anziché alimentare l’aggressività e il desiderio di autoaffermazione, i bambini non cresceranno con la psicologia della rivalità, ma con quella dell’amicizia e della cooperazione. Oggi l’intero sistema dell’istruzione ci riporta indietro a un modello di relazioni basato sull’autodifesa. Attento: qualcuno potrebbe ingannarti o raggirarti psicologicamente. Per questo hai dei meccanismi difensivi e le relazioni psicologiche assomigliano a un campo di battaglia.

Viene provocata una sorta di paura e al bambino si chiede continuamente di confrontarsi, competere e stare in guardia. Se il sistema dell’educazione introducesse i bambini al meccanismo della mente, alla globalità che si esprime nelle parti, aiutandoli a esplorare il mito di una mente individuale, forse la pace non rimarrebbe un’Utopia.

Perché non osservare la nostra stessa vita? Nella tua vita c’è pace solo quando non stai lottando o litigando con qualcuno? L’assenza di litigio verbale, di scontro psicologico, costituisce la pace nella tua vita? Per quanto riguarda la tua vita quotidiana, la pace ha un qualche contenuto positivo e costruttivo? A me sembra che la pace sia collegata alla consapevolezza del senso, del fine, dello scopo della vita. Finché la vita rimane un mezzo per raggiungere un fine e non un fine in se stessa, non può esserci pace nella vita di un individuo.

Andare a scuola o all’università è un mezzo per ottenere una laurea o un diploma, che è un mezzo per ottenere un lavoro; un lavoro è un mezzo per ottenere denaro; il denaro è un mezzo per acquistare sicurezza sociale, e così via all’infinito. Non siamo interessati alla vita. La qualità espressa nel meccanismo della nostra relazione con la natura, con noi stessi, con le specie consimili non umane, con i nostri simili e così via; la qualità, l’essenza è negata completamente e vivere diventa un processo volto soltanto all’acquisizione di beni materiali. È come la dipendenza dal fumo e il suo circolo vizioso.

Continua ad acquisire. Acquista, accumula, possiedi, difendi e alla fine muori sapendo che hai guadagnato tantissimo, hai avuto un’enorme ricchezza e ti stai lasciando alle spalle beni immensi. Vedi come la vita diventa un mezzo per soddisfare un fine? Come non si viva per la gioia di vivere, perché la vita è qualcosa di sacro? La vita serve per vivere; lo scopo della vita non può essere al di fuori del vivere stesso. L’atto del vivere non può diventare un mezzo per un fine, per guadagnare il favore di qualche dio o dea, per contrarre denaro, prestigio, sicurezza etc.; l’atto del vivere è la venerazione del divino, è il solo modo attraverso cui si può esprimere riconoscenza, gratitudine nei confronti della natura cosmica dove si nasce, si vive e si agisce.

Così, mi sembra che pace sia impossibile. Può darsi che non ci siano scontri, che tu sia una persona ben educata che ha coltivato l’arte di controllare le emozioni, e per questo non litighi, non ti scontri, non entri in conflitto con altri esseri umani. Ma controllare, dominare, limitare non è abbastanza; la pace richiede una prospettiva di vita diversa; richiede la purificazione dell’ideale: la vita non come un mezzo per un fine, ma come un fine in se stessa. La vita in sé è divina, è divinità, è qualcosa di sacro, e la reverenza per la vita è la fragranza della religiosità. Non esiste altra religione oltre la reverenza per la vita che è auto generata e auto sorretta.

Quindi, non può esserci pace senza questa prospettiva della vita radicalmente e qualitativamente diversa, e perciò senza un differente approccio a essa, ai temi umani, alle sfide e ai problemi. La pace, dunque, non è solo assenza di guerra o di aggressioni. É spostarsi da una prospettiva di vita frammentaria, parziale o divisa in compartimenti stagni, a una prospettiva di vita olistica. É spostarsi dalla dimensione della psicologia della competizione alla psicologia della cooperazione.

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Vimala Thakar. Il mistero del silenzio. Astrolabio. 1988. ISBN: 8834009339

Vimala Thakar. L’arte di morire vivendo. Il pellegrinaggio interiore. Astrolabio. 2001. ISBN: 8834013557

Vimala Thakar. Lo yoga oltre la meditazione. Sugli yoga sutra. Astrolabio. 2000. ISBN: 8834013506

Vimala Thakar. Pace radicale. La ricerca spirituale e il superamento della violenza. Astrolabio. 1993. ISBN: 8834011074

Vimala Thakar. Vivere. Desiderio di libertà. La meditazione. Astrolabio. 1991. ISBN: 8834010124

Copyright originale “Dynamical Psychology”, per gentile concessione, www.goertzel.org/dynapsyc/dynapsyc.html
Traduzione di Nityama Elsa Masetti. Revisione di Gagan Daniele Pietrini.
Copyright per l’edizione Italiana: Innernet.

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