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	<title>Innernet &#187; yoga</title>
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	<description>Percorsi di consapevolezza e anima del mondo</description>
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		<title>Drogati di emozioni</title>
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		<pubDate>Thu, 30 Oct 2008 13:22:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ivano Tivioli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Chi non conosce una persona che potrebbe definire “collerica”? Avrete sicuramente notato che &#8211; immediatamente dopo una “crisi di nervi” &#8211; questa persona apparirà calma, al punto da indurci a pensare: “Bene, ora si è sfogato! Gli è passata!”. E, purtroppo, sappiamo anche che questa calma sarà solo momentanea, non durerà che poche ore: la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2008/10/paperino-incazzato.gif"><img class="alignleft size-full wp-image-1058" style="margin-left: 6px; margin-right: 6px;" title="paperino-incazzato" src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2008/10/paperino-incazzato.gif" alt="" width="178" height="271" /></a>Chi non conosce una persona che potrebbe definire “collerica”? Avrete sicuramente notato che &#8211; immediatamente dopo una “crisi di nervi” &#8211; questa persona apparirà calma, al punto da indurci a pensare: “Bene, ora si è sfogato! Gli è passata!”.</p>
<p>E, purtroppo, sappiamo anche che questa calma sarà solo momentanea, non durerà che poche ore: la nostra esperienza con questa persona ci dice che, ben presto, la sua mente troverà qualcos’altro da giudicare “sbagliato” e su cui focalizzarsi per dare inizio ad una nuova “crisi”.</p>
<p>La stessa cosa avviene in persone solitamente depresse, tristi, ansiose, paurose &#8211; o anche con un costante senso di preoccupazione, di vergogna o con un profondo senso di colpa o di indegnità.</p>
<p>Tutto, nella loro vita, può trasformarsi in qualcosa per cui arrabbiarsi, preoccuparsi, spaventarsi, intristirsi, deprimersi, vergognarsi,&#8230; in una sorta di assuefazione ad uno o più “modelli emozionali”, vere “abitudini” negative e distruttive che controllano e dirigono pensieri e comportamenti. “Espressione” non è quindi il contrario di “repressione”: esprimere un’emozione non significa “liberarsene” lasciandola andare&#8230; tutt’altro! Se fosse vero, dopo ogni tipo di “crisi” le persone avrebbero lunghi periodi di “immunità” da queste emozioni.</p>
<p>Il parere della neuro-scienza. Il corpo umano è costituito di cellule, ed è una “macchina” che produce proteine. I capelli, la pelle, i muscoli, le ossa, gli enzimi che digeriscono il cibo, i nostri ormoni&#8230; sono proteine. Le cellule dei muscoli creano proteine dei muscoli, le cellule delle ossa proteine delle ossa. Sulla superficie delle cellule si trovano delle “porte” attraverso le quali le cellule traggono nutrimento ed informazioni, chiamati recettori. <span id="more-1057"></span></p>
<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2008/10/recettore.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1062" style="margin-left: 6px; margin-right: 6px;" title="recettore" src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2008/10/recettore.jpg" alt="" width="120" height="175" /></a>I “recettori” funzionano meccanicamente, come “chiave e serratura”; essi sono specializzati a trarre nutrimento ed informazioni in modo molto selettivo da nutrienti specifici. Così, abbiamo recettori anche per la rabbia, l’invidia e per qualsiasi stato emozionale. Quando queste sostanze chimiche arrivano all’obiettivo, vi entrano come una chiave nella serratura, e trasmettono la loro “informazione” al nucleo della cellula &#8211; e questi “messaggi” possono modificare la cellula in modo sostanziale!</p>
<p>Ogni volta che qualcosa nell’ambiente genera in noi uno stato di “stress”, le ghiandole iniziano a produrre svariate sostanze chimiche – a seconda della tipologia dello stress – per fornire al corpo una “carica di energia” supplementare – l’adrenalina prodotta dalle surrenali per “lotta o fuga” ne è un esempio. L’ipotalamo produce una sostanza chimica diversa per ogni singola emozione, impronte chimiche che corrispondono alla rabbia, all’odio, all’invidia, alla gelosia, all’indegnità&#8230; e le trasmette all’ipofisi, che le immette direttamente nel flusso sanguigno. Odio, rabbia, indegnità&#8230;. entrano e scorrono nel flusso sanguigno.</p>
<p>L’essere umano non sempre può lottare o fuggire, e tutta quell’adrenalina e tutte quelle altre impronte chimiche entrano nei muscoli e nei tessuti, un “carburante” che non viene utilizzato. Le cellule del corpo si duplicano all’incirca 50.000 volte nell’arco della nostra vita. Duplicandosi, esse si modificano adattandosi all’ambiente. Immerse in un chimismo saturo di certe “emozioni”, e poiché la natura “non spreca nulla”, le cellule svilupperanno sempre più recettori capaci e specializzati nel trarre nutrimento proprio da quel tale chimismo.</p>
<p>Ogni “scarica emozionale” liberata dalle ghiandole andrà in circolo nel nostro corpo nutrendo le nuove cellule “specializzate” per quel particolare “sapore”. Di conseguenza, quando tale “scarica” si esaurirà, le cellule cominceranno ad avere “fame” e, in una sorta di “crisi di astinenza”, lavoreranno sodo per far sì che si generi un’altra “scarica” analoga.</p>
<p>Cominciamo ad associare quella carica (o scarica) di adrenalina a quella spinta, a quella sensazione di essere vivi, a quello stress; e così, lo stress comincia a farci sentire “bene”. Le persone amano il lavoro se è stressante, amano le relazioni se sono traumatiche, amano il lutto benché dia loro così tanto dolore&#8230; non sono loro ad amarle, è il loro corpo che le ama. In queste situazioni, le persone ricevono le sostanze chimiche di cui hanno bisogno per sentirsi “vive”.  Quello che accade è che il corpo comincia a pretendere sostanze chimiche.</p>
<p>La sofferenza diventa qualcosa che dà piacere, perché porterà un qualche genere di sollievo al corpo, ed anche se per la mente non è piacevole, il corpo viene nutrito dalla chimica di cui ha bisogno. Non è diverso quando smettiamo di fumare, di bere alcool o di mangiare cioccolato. In realtà accade che ne vogliamo addirittura di più.</p>
<p>Per disintossicarsi dalle Tossine Emozionali, quindi, occorre “cambiare dieta” alle nostre cellule, fornendo loro un “nuovo” ambiente emozionale di cui cibarsi; nella loro costante duplicazione, le “vecchie” cellule creeranno “nuove” cellule adattate e specializzate a “nutrirsi” di questa nuova linfa (felicità, gioia, amore, entusiasmo).</p>
<p>Il ciclo vitale di una cellula varia a seconda della sua tipologia: da qualche ora per le cellule del fegato, a una/due settimane per le cellule che costituiscono la pelle, fino alle cellule del cuore ed ai neuroni del cervello con una longevità massima di 11 mesi. (Le analisi ai radioisotopi condotte nei “laboratori del tempo” di Oak Ridge National Lab. (USA) indicano che ogni anno si rinnovano il 98% degli atomi e delle molecole che costituiscono l’organismo.)  Così, come si dice che “non è possibile fare due volte il bagno nello stesso fiume” (perché l’acqua scorre e non è mai la stessa), possiamo affermare che “nessuno è mai più vecchio di un anno”, poiché ogni anno non c’è nemmeno più una cellula di quelle che avevamo l’anno precedente: tutte le nostre cellule si sono rinnovate almeno una volta.</p>
<p>Uno dei modi piacevoli e naturale per creare il miglior “ambiente emozionale” possibile è praticare la Respirazione Circolare e Consapevole. E’ provato che la Respirazione Circolare e Consapevole è estremamente potente e può produrre sostanziali cambiamenti nella quantità e nella specie/qualità dei neuropeptidi rilasciati dal “midollo spinale allungato” in tutto il liquido cerebrospinale, ristabilendo l&#8217;omeostasi e l&#8217;equilibrio nel corpo.</p>
<p>La maggior parte dei peptidi rilasciati con la respirazione sono le endorfine, sostanze chimiche auto-prodotte dotate di una potente attività analgesica ed eccitante. La loro azione è simile alla morfina e ad altre sostanze oppiacee. L&#8217;aspetto più affascinante ed interessante delle endorfine è la loro capacità di regolare l&#8217;umore: da un lato aiutano a sopportare meglio il dolore, dall&#8217;altro influiscono positivamente sullo stato d’animo.</p>
<p>Hanno dunque la capacità di regalarci piacere, gratificazione e felicità aiutandoci a sopportare meglio lo stress. Ne è un esempio la respirazione del dr. Lamaze, insegnata alle partorienti, con la quale si ottiene un&#8217;attenuazione del dolore ed una aumentata consapevolezza. Le “crisi da astinenza” sono assai più facilmente gestibili con l&#8217;aumento delle endorfine e con l’attenzione focalizzata sulle sensazioni fisiche – prerogative, ad esempio, di Vivation, una meditazione caratterizzata dalla pratica simultanea dei “Cinque Elementi” che la costituiscono.</p>
<p>Fondamentale, in questo metodo, è sviluppare la nostra capacità di ascoltare le sensazioni corporee per lunghi periodi di tempo (Consapevolezza nei Dettagli, Terzo Elemento), unita all’abilità di “regolare” l’intensità con cui le percepiamo – attraverso l’uso appropriato della Respirazione Circolare (Primo Elemento).<br />
Inoltre, possiamo permetterci di  ricevere il massaggio del flusso dell&#8217;Energia Vitale all&#8217;interno del corpo (Rilassamento Completo, Secondo Elemento) senza bisogno di fare nulla di “giusto” in qualche modo più o meno complicato (è sufficiente la disponibilità, Quinto Elemento).</p>
<p>Essere dipendenti da “qualcosa” – qualunque essa sia, emozioni comprese &#8211; mina alla base la nostra autostima facendoci sentire “deboli”: poiché sappiamo che questo qualcosa è “più forte” della nostra volontà e comanda a suo piacere le nostre azioni. Oltre al dilagante senso di impotenza ed alla rabbia che proviamo quando ci accorgiamo che le emozioni scelgono per noi azioni, reazioni e comportamenti, vi sono almeno altri 4 buone ragioni per cui è importante disintossicare il Corpo Emozionale.</p>
<p>La prima è che, “dipendendo” dallo stress, il sistema immunitario viene compromesso. Tra le sostanze chimiche che vengono prodotte dalle ghiandole surrenali ve ne sono alcune, i corticoidi o steroidi, che hanno lo scopo di eliminare il dolore, sono degli antinfiammatori. Così, si riceve una doppia carica: prima una scarica di adrenalina, e poi questo “cortisone” che solleva dal dolore. Ed è noto che troppo cortisone compromette il sistema immunitario.</p>
<p>La seconda è che viene compromessa la digestione. Se il sistema nervoso è sempre sotto stress, quando mangiamo qualcosa arriva poco sangue agli organi interni del metabolismo; tutto il sangue viene mandato alle estremità per la lotta o la fuga. Il problema della nostra cultura non riguarda la disponibilità di vitamine o di sostanze nutritive, ma lo stato in cui siamo quando mangiamo. Se mangiamo e il sistema della lotta o fuga è attivo, quel cibo sarà ben metabolizzato ed assorbito?</p>
<p>La terza è una costante accelerazione del battito cardiaco. Sotto stress, il cuore batte più velocemente, con conseguenti problemi cardiaci e di ipertensione. La quarta è un crollo fisiologico delle giunture, dei tessuti e dei muscoli, con un conseguente sviluppo  delle malattie croniche di questi tempi. Quello che accade è che rabbia, invidia, odio etc. riescono ad entrare nelle cellule attraverso i recettori: le stimolano, aprono il DNA e proiettano la propria immagine. Dopo, il corpo produrrà proteine che avranno dentro di sé rabbia, invidia, odio,&#8230; o meglio il codice della rabbia, dell’invidia, dell’odio&#8230;</p>
<p>Queste proteine non saranno più le proteine “sane” che producevamo prima, ma saranno modificate.<br />
Gli aminoacidi che compongono le proteine ora hanno proteine delle ossa fatte di rabbia, invidia, odio etc. che si riproducono, quindi sono proteine di qualità inferiore. La qualità, l’espressione delle nostre proteine inizierà una spirale discendente.</p>
<p>Letture consigliate sull&#8217;argomento: “Molecole di Emozioni – il perché delle Emozioni che proviamo” di Candace B. Pert (1997) – ediz. italiana Corbaccio (2000)</p>
<p>Il sito web dell&#8217;autore:   <a href="http://www.vivation.it" target="_blank">http://www.vivation.it</a><br />
Email dell’autore:  ivano.tivioli@vivation.it</p>
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		<title>Essere tutt’uno, vivere con Advaita, intervista con Madhukar</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Aug 2008 16:35:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Klein</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Madhukar, come definirebbe il Suo messaggio in poche parole? Che ogni persona, indipendentemente delle sue circostanze di vita, è libertà e pace. È allo stesso tempo anche il messaggio fondamentale di Advaita? Sì, il messaggio di Advaita è: Tu sei Questo! Essere tutt’uno, Essere qui. Il Questo comprende tutto. Nella nostra cultura e nella tradizione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2008/07/madhukar.jpg"><img class="alignleft alignnone size-full wp-image-960" style="float: left; margin-left: 6px; margin-right: 6px;" title="madhukar" src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2008/07/madhukar.jpg" alt="" width="180" height="235" /></a><strong>Madhukar, come definirebbe il Suo messaggio in poche parole?</strong></p>
<p>Che ogni persona, indipendentemente delle sue circostanze di vita, è libertà e pace.</p>
<p><strong>È allo stesso tempo anche il messaggio fondamentale di Advaita?</strong></p>
<p>Sì, il messaggio di Advaita è: Tu sei Questo! Essere tutt’uno, Essere qui. Il Questo comprende tutto. Nella nostra cultura e nella tradizione cristiana il Questo viene chiamato Dio, l’intero universo. Nella tradizione dell’Advaita il Questo viene descritto con “Sat-Chit-Ananda”. Si traduce generalmente con esistenza-coscienza-beatitudine. Secondo la mia esperienza, anche la beatitudine è solo un’apparenza di corpo e mente.</p>
<p>La pace è verità assoluta: questo è conoscenza vera. Perciò descriverei il Questo con: esistenza-coscienza-pace. Advaita è una direzione filosofica e la filosofia non può mai spiegare realmente l’Essere o l’esperienza dell’Essere, ma può solamente provare a interpretarlo. La verità assoluta è che la Divinità è già qui. Non viene da fuori, ma esiste in ognuno di noi. Non c’è separazione. Solo Essere. Non esiste dualità. Questa è l’essenza dell’Advaita. La parola del Sanscrito indo-germanico significa letteralmente “non-dualità”.</p>
<p><strong>Lei chiede alle persone che L’ascoltano di indagare sé stessi. Cos’è la sostanza dell&#8217;autoindagine? Come la si pratica?</strong></p>
<p>Non esigo niente dalla gente. Ma presuppongo che vengono nelle mie riunioni perchè vogliono sentire la verità assoluta, riconoscere chi sono. Perciò consiglio l’autoindagine. Tra l’altro la parola autoindagine secondo me è più adatta che autoricerca, perché la ricerca secondo la nostra comprensione è legata con attività.</p>
<p>Autoindagine significa due cose: per prima cosa tratta del Sé. Il Sé ha sempre a che fare con me stesso. Il Sé viene definito dalla scienza moderna come concetto per descrivere quello che è la nostra coscienza, la consapevolezza conscia. Gli scienziati, i neurologi e psicologi non sanno con certezza, se si tratta di una coscienza personale o se, in realtà esiste una coscienza assoluta, la quale viene percepita solo tramite l’identificazione del corpo e della mente come coscienza individuale. L’Advaita si riferisce al Sé già da millenni di anni.</p>
<p>In secondo luogo, l’autoindagine ha a che fare con la ricerca della sorgente dell’Essere. L’orientamento su questo non lo vedo come ricerca con la mente, ma più come un risveglio permanente dal nostro sogno quotidiano, il sogno di una realtà apparente: arrivare Qui e raggiungere la verità assoluta. Essere qui. La verità assoluta per me è qualcosa di molto naturale. Nella terminologia dell’Advaita chiamiamo questo Sahaja Samadhi, Essere naturale. E siccome so che ciascuno è Questo, è possibile per ognuno conoscerlo.<span id="more-959"></span></p>
<p><strong>Nelle antiche tradizioni di saggezza spesso mettevano condizioni per aprirsi ad una via o per praticare una via di saggezza particolare. Come funziona l’autoindagine? La possono fare tutti? Sono necessarie particolari condizioni fisiche, mentali o morali?</strong></p>
<p>Non è compito mio dire alla gente: “Dovete fare questo o quello e soltanto allora potrete riconoscere chi siete”. Non vorrei appesantire nessuno con condizioni morali o etiche. Ciascuno di noi ha già in base alla sua educazione e cultura certi concetti etici e vive conforme a questi o li contravviene. Qui però non si tratta di morale, ma di riuscire a capire, chi “è” realmente presente. Per questo non c’è bisogno di particolari presupposti.</p>
<p>È sufficiente il desiderio ardente di libertà. Se la libertà esiste veramente, deve essere qui e adesso. Se la verità esiste, deve essere qui e adesso. È dimostrato dalla storia che sia uomini non etici, che quelli che erano considerati moralmente superiori, si sono risvegliati, completamente indipendente dalla loro vita precedente.</p>
<p>Se il risveglio li ha resi uomini “migliori” – bene, però questo non è essenziale. Si tratta della conoscenza di se stessi. E questo è possibile, indipendentemente di ogni condizione.</p>
<p><strong>Evidentemente alla maggior parte degli uomini risulta difficile risvegliarsi spontaneamente. Ci sono degli ostacoli. Lei a cosa riconduce che la sola informazione non basta per il risveglio? E secondo Lei cos’è necessario per superare questi ostacoli?</strong></p>
<p>L’ostacolo è l’identificazione con il corpo e la mente. Nel caso di un neonato questa identificazione ancora non c’è. Si potrebbe dire che ci viene insegnata. E più tardi questo insegnamento diventa realtà e gli uomini pensano di essere questa persona, che in realtà non è nient’altro che un collegamento complesso di pensieri e sentimenti.</p>
<p>È utile l’autoindagine con la semplice domanda “Chi sono io?” Erroneamente si pensa che l’autoindagine sia un esercizio per arrivare ad un certo stato o che sia la meta del risveglio. In realtà però è così, che l’autoindagine serve a smascherare gli ostacoli che ci fanno pensare, che non siamo liberi. Inoltre è molto utile il contatto con un risvegliato.</p>
<p><strong>Come si distingue allora la percezione di un risvegliato da una persona normale? Percepisce il mondo che lo circonda in modo diverso?</strong></p>
<p>La differenza è nell’identificazione accennata. Il risvegliato è il Sé. Invece la persona normale si identifica completamente con la sua percezione di corpo e mente, con le sue emozioni e il suo umore. Si potrebbe addirittura dire che è dipendente dai suoi succhi corporei, prigioniera delle reazioni biochimiche del suo cervello. Anche questa persona sorge dal Cuore, però è identificata con il pensiero dell’Io. Invece il risvegliato ha realizzato senza dubbi che è Questo, l’eterno, dove tutto ha luogo. Però, non è che vada per le strade e che mi dica sempre “Sono l’eterno, nel quale tutto succede”, ma l’essere qui è del tutto naturale.<br />
Non c’è una separazione fra l’eterno e le manifestazioni della persona comune.</p>
<p>Come sappiamo, ognuno di noi vede il mondo in modo soggettivo e ciò nonostante partiamo da una realtà fissa, esistente e oggettiva. Anch’io percepisco il mondo con le sue bellezze e le sue sofferenze. Ma la coscienza dell’esistenza propria, del Sé, il quale non è influenzabile, è semplicemente più forte. La verità è di una grande chiarezza e naturalezza.</p>
<p><strong>Il risveglio è un processo o un momento? Può descrivere il prima e il dopo della Sua esperienza?</strong></p>
<p>Finché Lei pensa di essere in un processo, sembra come se fosse parte di questo processo. Tra illusione e verità, tra vita quotidiana e realtà, sonno profondo, sogno, stato di veglia, chi lo percepisce? Nel momento in cui Lei si è risvegliato, si rende conto che è sempre stato sveglio, che non è mai stato altro che questa presenza e che aveva solo orientato la Sua attenzione ad apparenze. Vorrei compararlo con la nostra percezione del sole. Come sappiamo, il sole splende sempre. In caso di una giornata nuvolosa però diciamo: “Il sole non c’è”. Peró il sole c’è sempre. Solo che tra noi e il sole si sono messe delle nuvole.</p>
<p>Quando le nuvole scompaiono, si dice: “Il sole splende”. Così diciamo anche al mattino: “Il sole sorge”. Ma in realtà la sera noi ci giriamo dall’altra parte e al mattino ci rivolgiamo di nuovo verso di esso. Anche quello che viene definito risveglio è sempre stato. In realtà non esiste un risveglio. Se esistesse un risveglio, significherebbe che prima non eravamo risvegliati. In realtà la libertà è sempre qui. Lei si rende conto che nella Sua vita è stato sveglio in molti momenti, però che non ha riconosciuto senza dubbio cos’è la realtà. Nessuno Le ha assicurato: la verità è adesso! Il vero Sé è adesso! Se si risveglia, allora riconoscerà che è sempre stato sveglio. Non esiste nient’altro.</p>
<p><strong>Come ha vissuto questo momento del risveglio? Come una conseguenza dei Suoi sforzi? Oppure a cosa ha collegato il fatto che ad un certo momento si è risvegliato?</strong></p>
<p>Io lo riconduco alla grazia. Gli sforzi sono solo apparenti. Per la persona questi sforzi magari sono stati necessari, ma non per Questo che sono io. Quello che sono non ha bisogno di nessun sforzo. Attraverso la grazia ho seguito il desiderio di libertà, ho seguito la chiamata del mio Maestro. Perché quando ho sentito il suo messaggio per la prima volta, è stato riportata da uno yoghi che parlava negativamente di Papaji, che dava un cattivo giudizio di questo Maestro a me ancora sconosciuto. Non mi sono lasciato influenzare da questa opinione, ma dal messaggio di libertà di Papaji: “Sei già libero, non devi fare niente, non devi meditare, nessun Sadhana , nessun esercizio spirituale è necessario”. Fu come un fulmine. Chiarissimo. Potevo solo dire: “Sì, sì, sì!” Perchè?</p>
<p>Anche io come molti altri, mi ero sforzato, come yoghi mi alzavo presto ogni mattina e facevo i miei esercizi, meditavo, per anni, decenni. Ho riconosciuto che tutto questo mi ha portato delle esperienze meravigliose, alle quali aspirano gli uomini spiritualmente interessati, come illuminazione, esplosioni energetiche, stati trascendentali, esperienze di morte, percezioni extracorporee, quindi varie realtà della coscienza, ecc. Però non mi era stato possibile la cognizione vera e propria di sapere chi sono. Ero stanco di esercitare, di tutta questa pratica, di questa ricerca nella cristianità, nello sciamanismo, nel buddhismo, nel tantra, nella filosofia.</p>
<p>Volevo la libertà. E se veramente Lei aspira alla libertà e sente questo messaggio di libertà, allora è un riconoscere immediato. Di conseguenza ho voluto incontrare subito questo guru. Ho preso il primo treno e ho viaggiato per 42 ore attraverso tutta l’India. Arrivato a Lucknow, mi sono reso conto che non sapevo neanche dove abitasse. Conoscevo solo il suo nome, Papaji, che non era il suo nome di famiglia, ma il titolo di onore “Padre venerando”. Ciò nonostante lo trovai in breve tempo, e al nostro primo incontro cadde da me un grande peso, tutto il passato, tutto quello che avevo imparato, tutta l’esperienza spirituale. Non l’ho considerato subito come il mio Maestro, questo diventò così poco a poco, nel praticare quello che mi consigliava, così tutto avvenne come doveva.</p>
<p><strong>Non si potrebbe dire che i Suoi sforzi anteriori sono stati proficui per il Suo risveglio, così come lo descrivono i metodi yoga tradizionali? Nella sua breve biografia ho potuto leggere che ha avuto delle esperienze Kundalini, e tradizionalmente l’illuminazione è vista come punto d’arrivo di queste esperienze.</strong></p>
<p>Nel percorso Yoga Samadhi è la meta. Esperimentare Samadhi è molto raro e meraviglioso, però si tratta ancora di stati. Ci sono dei yoghi potenti che sanno controllare il loro corpo e la loro mente, però non hanno necessariamente riconosciuto chi sono. Sembra come se gli sforzi o le cosiddette vie spirituali avessero portato al risveglio. Però in realtà è grazia e la presenza del Maestro. È ovvio che la via spirituale per molti è solo un rinvio che li ostacola nel riconoscere quello che è già qui! Le persone si sforzano, ma così la verità viene solo rinviata.</p>
<p>La verità è già qui. Perchè dobbiamo fare esercizi per questo? Perchè? Perchè pensiamo che ci sia un’impurezza nel corpo o nella mente, che questa o quella relazione debba essere ancora chiarita, che questo o quello dell’infanzia o del rapporto genitori-figli debba essere aggiustato, ecc? Fatto è: il Sé non è mai stato toccato da relazioni o esperienze. Il Sé è assolutamente intatto, assolutamente puro. Sempre qui, sempre adesso.</p>
<p><strong>Ci può essere ancora uno sviluppo per la persona quando ha riconosciuto Questo?</strong></p>
<p>Per la persona potrà esserci uno sviluppo, per il Sé no.</p>
<p><strong>Che cosa vuole dire per Lei sviluppo?</strong></p>
<p>Io penso a due saggi che hanno vissuto molto vicino, Sri Ramana Maharshi e Sri Aurobindo. Avevano realizzazioni simili, ma nella loro dottrina, se nel caso di Ramana si può parlare di una dottrina, Ramana ha vissuto il Sé come statico, mentre Aurobindo dopo il Nirvana ha riconosciuto ulteriori livelli di sviluppo della coscienza.</p>
<p>Sri Aurobindo pensa che il divino venga dall’alto, scenda verso livelli di coscienza inferiori e risalga poi di nuovo. Presuppone quindi un processo. La mia cognizione non è così, perché la verità assoluta non conosce questo processo, solo corpo e mente conoscono processi. Sarà servito a Sri Aurobindo e ai suoi praticare questo. È verità assoluta? Verità è che il divino è già qui e non viene da fuori, ma è in ognuno di noi.</p>
<p><strong>La via spirituale viene spesso paragonata con un affinamento della personalità. Avviene un cambiamento nella psiche, nella mente, quando uno si è risvegliato? </strong></p>
<p>Non si può generalizzare. Ci sono delle forme diverse: persone che dopo il loro risveglio si sono ritirate totalmente. Altri hanno trascurato il loro corpo e vissuto come selvaggi. Ramana Maharshi invece si è messo a disposizione 24 ore al giorno per le persone che venivano da lui e ha condotto una vita molto pura. Secondo la mia esperienza, se qualcosa si deve raffinare o cambiare, succede da solo. Specialmente se è ancorato nell’autoindagine.</p>
<p>Il mio Maestro mi diceva: “You don’t need to change anything” (Non devi cambiare niente). Lo sforzo di essere una persona migliore è sicuramente nobile, ma purtroppo non garantisce il risveglio. Esiste un detto di Buddha: “Per riposare nel Sé è più benefico il tempo che una formica richiede per camminare dalla punta alla radice del naso che tre vite piene di buone azioni.” Quindi anche il fondatore del buddismo, per il quale comprensione e buone azioni sono fondamentali, dichiara che il soffermarsi nel Sé è la cosa più importante.</p>
<p><strong>Qual è la sua motivazione per comunicare? Lei comunica attraverso le Sue riunioni o Satsang che hanno una struttura precisa; vorrei quasi dire che sono un rito. Perché proprio in questo modo? Ha preso questo dal suo Maestro? Le sembra efficace?</strong></p>
<p>È efficace! La grande gratitudine che molti mi esprimono per ciò che gli succede, dimostra senza ombra di dubbio: gli incontri sono benefici. Io non ho motivazione. Tutto succede semplicemente. Avvolte dico scherzando: “Io sono uno schiavo del mio Maestro”. Forse posso spiegarlo con il concetto d’onore delle antiche tradizioni di indiani e germani: se una persona ti ha salvato la vita, gli eri obbligato per tutta la vita. Originariamente non avevo il desiderio di vivere ed agire come lo sto facendo adesso.</p>
<p>Quando andai da Sri Poonjaji, avevo solo il desiderio concreto di essere libero. Tutto il resto è capitato da solo. Dopo due anni, Papaji mi ha predetto in un Satsang che molte persone, “tutto il mondo” come diceva lui, sarebbero venute da me. Se ci penso, devo dire che all’epoca mi sembrava irreale – e neanche attraente. Cos’è successo alcuni anni più tardi? Sono stato invitato a tenere Satsang da gente che si sentiva attratta da me, e ho accettato gli inviti. Così si sono sviluppate sempre di più queste tournée annuali di incontri, e migliaia di persone condividono queste riunioni con me. E mi piace così com’è.</p>
<p>Per quanto riguarda la forma del Satsang non vedo nessun motivo di cambiarla. La forma non è così importante. Quello che si rivela nel Satsang, quello che succede, è l’essenziale: meraviglioso e indescrivibile. La forma invece è molto semplice: da una parte il silenzio e dall’altra il dialogo. Il dialogo serve a chiarire domande e dubbi. È bene se le persone chiariscono i loro dubbi. La chiarezza è meravigliosa. La chiarezza è la chiave per il paradiso. Perchè il silenzio è una componente importante delle riunioni? Solo nel silenzio la verità si può rivelare.</p>
<p>Inoltre esprimo all’inizio del Satsang, secondo una tradizione antichissima, il desiderio del Gayatri-mantra: che tutta l’umanità, che tutte le creature trovino la pace. Nonostante che da migliaia di anni vediamo che il mondo non è in pace, continuiamo a desiderarlo. Prima di tutto intono un OM. Questo mantra già mi rallegrava e affascinava quando 25 anni fa venni in India per la prima volta. Secondo la sapienza vedica in questo suono si manifesta l’intero universo.</p>
<p>Nell’attuale cultura giovanile questa lettera, il logo di questo mantra, è molto popolare. Anche il mio Maestro ha cantato l’OM e ha parlato del suo grande effetto. Questo mantra è un suono universale, che suona anche nella religione cristiana in forma di un amen e nel buddismo come aum, nell’islam come amin.</p>
<p>Per il resto la forma del satsang è abbastanza libera. Certe volte può essere molto divertente e abbastanza sciolta e avvolte invece l’atmosfera è più sacra. Si balla con musica leggera, si ride, si piange, dipende. Però: un buon vino gusta meglio bevuto da un bicchiere di cristallo che da un bicchiere di plastica. Anche se la forma non è prioritaria, viene percepita superficialmente per prima. In realtà si tratta di qualcos’altro, cioè della conoscenza di sé stessi in chiarezza e amore.</p>
<p><strong>Lavora consapevolmente con una forma di energia che trasmette alle persone? Lei guarda a lungo negli occhi. Ci sono molti momenti di silenzio. Esiste un impulso consapevole in direzione delle persone per aiutarle? Riconosce se qualcuno si risveglia? Succede consapevolmente qualcosa in Lei?</strong></p>
<p>Noi tutti siamo energie. Se sa questo, non c’è più bisogno di lavoro. Aiuto e grazia scorrono senza interruzione. Non c’è l’illusione che sono io quello che aiuta. Impulsi e riflessioni sono possibili e utili per riconoscere a che “punto” si trova la persona che è davanti a me. Però sono utili per venire incontro individualmente alla persona. In realtà tutto succede da sé. Il silenzio è il mezzo migliore. In questo silenzio tutto succede da sé. Questo amore è senza forma e pure così tangibile.</p>
<p>Il sito di Madhukar è <a href="http://www.madhukar.org/" target="_blank">www.madhukar.org</a></p>
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		<title>Un semplice monaco: una personale, maliziosa e profonda intervista al Dalai Lama</title>
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		<pubDate>Sun, 18 May 2008 23:14:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Innernet</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Questa intervista con il Dalai Lama è apparsa originalmente nel 1991 sul primo numero della rivista buddista americana Tricycle. Inedita in Italia, l&#8217;intervista rivela un Dalai Lama disponibile a parlare della sua esperienza di meditazione, delle sue paure e del suo ruolo come semplice monaco buddista, divertito anche dalle domande maliziose dell&#8217;intervistatore. Spalding Gray, scrittore [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="Dalai Lama" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2008/04/dalai-lama3gif.jpg"><img style="width: 150px; height: 155px; margin-left: 6px; margin-right: 6px;" src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2008/04/dalai-lama3gif.jpg" alt="Dalai Lama" hspace="6" width="150" height="155" align="left" /></a>Questa intervista con il Dalai Lama è apparsa originalmente nel 1991 sul primo numero della rivista buddista americana <a href="http://www.tricycle.com/">Tricycle</a>. Inedita in Italia, l&#8217;intervista rivela un Dalai Lama disponibile a parlare della sua esperienza di meditazione, delle sue paure e del suo ruolo come semplice monaco buddista, divertito anche dalle domande maliziose dell&#8217;intervistatore. Spalding Gray, scrittore e uomo di teatro, è scomparso nel 2004.</p>
<p>Tenzin Gyatso, il quattordicesimo Dalai Lama, è il leader temporale e spirituale del popolo tibetano e Nobel per la Pace nel 1989. Nato da una famiglia contadina nel 1935, a nordest della provincia di Amdo, Sua Santità fu riconosciuto all&#8217;età di due anni, in conformità alla tradizione tibetana, come la reincarnazione del tredicesimo Dalai Lama e come manifestazione dell&#8217;<em>Avalokitesvara</em>, il Bodhisattva della Compassione. Nel 1959, fuggì all&#8217;invasione cinese del Tibet e vive adesso a Dharamsala, in India.</p>
<p>Il Dalai Lama, completati 18 anni di studi monastici, con un esame finale con 30 dotti in logica al mattino, con 15 dotti del Cammino di Mezzo al pomeriggio, e la sera, con 35 dotti nel Canone della disciplina monastica e nello studio della metafisica. Sua Santità il Dalai Lama è passato quindi all&#8217;impegnativo esame orale con gli onori e presto completò il <em>Geshe Lharampa </em>- ovvero il più alto livello di realizzazione erudita della filosofia buddista.</p>
<p>Spalding Gray, nato a Rhode Island nel 1941, si definisce uno scrittore ed attore che ha &#8220;girato intorno al cuscino di meditazione per quasi vent&#8217;anni&#8221;. La sua più conosciuta interpretazione è lo spettacolo e la versione cinematografica del suo monologo <em>Swimming to Cambodia</em>.</p>
<p>L&#8217;interesse di Gray per la filosofia trascendentale è iniziato con l&#8217;impatto precoce col Cristianesimo (&#8220;Mia madre, seguace della Christian Science, era estremamente radicale, non invece mio padre. La mia dialettica innata è la sintesi di mio padre, dubbioso pragmatico, e mia madre. Mia madre si è suicidata e mio padre, il materialista, è sopravissuto.&#8221;)</p>
<p>Ai tempi in cui il Dalai Lama assunse prematuramente il pieno comando politico e spirituale del Tibet di fronte al&#8217;invasione cinese, Spalding Gray veniva scacciato dal collegio, tacciato come &#8220;giovane delinquente&#8221;con &#8220;comportamento antisociale&#8221;.</p>
<p>I destini del riverito leader buddista e dell&#8217;attore d&#8217;avanguardia si incrociarono nella suite di un hotel a Santa Barbara, in California l&#8217;8 aprile 1991, in un soggiorno disneyiano esteso per quasi un chilometro di fronte all&#8217;oceano.<span id="more-899"></span></p>
<p>Con l&#8217;assistenza del traduttore Thubten Jinpa, e del segretario personale del Dalai Lama, Tenzin Geyche, Sua Santità e Gray cominciarono a confrontarsi sulla visita-maratona negli States del Dalai Lama che si estendeva da Boston alla West Coast e il tour di Spalding negli States col suo spettacolo <em>Monster in a box</em>, ottenendo pieno successo al Lincoln Center di New York.</p>
<p><strong>Spalding Gray:</strong> Abbiamo entrambi viaggiato queste ultime settimane e la faccenda più difficile che ho trovato lungo il viaggio è stato l&#8217;adattarsi in ogni località, nei diversi hotel. Non faccio le sue pratiche centranti, ho la tendenza a bere alcolici, che, come lei mi ha detto in precedenza, è l&#8217;altro modo per affrontare la disperazione e la confusione. Ho la sensazione che lei conosca altri metodi per regolarsi. Quali sono i suoi rituali di centratura e le sue abitudini quando lei entra in un nuovo hotel?</p>
<p><strong>Dalai Lama</strong>: Prima mi chiedo sempre di vedere &#8220;ciò che è&#8221;. Curiosità. Cosa posso scoprire di interessante o di nuovo. Poi faccio un bagno. E poi di solito mi siedo sul letto, a gambe incrociate, e medito. Talvolta mi distendo e dormo. Una cosa che ho notato è il cambiamento del fuso orario. Anche se sistemi il tuo orologio, il tuo tempo biologico segue una certa frequenza. Ma ora ho notato che, da quando assetto il mio orologio, mi sintonizzo nel nuovo fuso orario. Quando il mio orologio dice che sono le otto di sera, sento una sorta di sonnolenza e sento la necessità di ritirarmi e quando mi dice che dono le quattro del mattino, mi sveglio.</p>
<p><strong>Spalding Gray</strong>: Ma lei guarda costantemente l&#8217;orologio?</p>
<p><strong>Dalai Lama:</strong> Esattamente (risate).</p>
<p><strong>Spalding Gray:</strong> Lei sogna?</p>
<p><strong>Dalai Lama</strong>: Sì. Pochi giorni fa, per tre giorni consecutivi, ho fatto sogni molto chiari. Una notte in sogno ho incontrato il mio maestro di gioventù. Aveva settantacinque anni, e nel sogno vestiva abiti occidentali. E&#8217; stato qualcosa di inatteso (risate).Come sempre, era molto gentile. Un&#8217;altra notte, in sogno, mia madre col mio fratello maggiore, col minore e con me, eravamo a Dharamsala, dove vivo adesso. Ero nella mia stanza, e mia madre era lì. Aveva preparato un <em>momo</em> (un dolce tibetano). Così mi dico: &#8220;Oh mia madre ci ha donato questi <em>momo</em> fatti come ad Amdo, particolarmente deliziosi .&#8221;Amdo è la provincia ove sono nato. Come vedi, proprio un bel sogno.</p>
<p><strong>Spalding Gray</strong>: Ha mai cercato di controllare i suoi sogni?</p>
<p><strong>Dalai Lama:</strong> No, non ci riesco. In realtà, a volte, esperisco nel sogno la consapevolezza che sto sognando, come un sogno lucido.</p>
<p><strong>Spalding Gray</strong>: Ha provato a produrre ciò?</p>
<p><strong>Dalai Lama</strong>: No, non volontariamente. Talvolta, comunque, ho queste esperienze di sogno lucido, ove c&#8217;è presenza mentale che è uno stato di sogno. Certe volte dipende dalla postura fisica che assumi.</p>
<p><strong>Spalding Gray</strong>: Dormendo?</p>
<p><strong>Dalai Lama</strong>: In realtà ci sono dei metodi per esperire sogni lucidi. Non devi dimorare nel sonno profondo. Non essere sveglio, ma neanche dormire profondamente. Allora c&#8217;è la possibilità di avere un sogno lucido. E&#8217;anche collegato a ciò che mangi. Come monaco buddista, di solito non faccio pasti solidi dopo il pranzo, e non ceno. Questo è anche benefico.</p>
<p><strong>Spalding Gray</strong>: Quando, la sera scorsa sono passato dalla sua camera, ho visto sei coppe vuote di gelato fuori dalla porta.</p>
<p>Traduttore (dopo lunghe risate): Erano dei membri dell&#8217;entourage.</p>
<p><strong>Spalding Gray</strong>: Ha meditato stamane?</p>
<p><strong>Dalai Lama</strong>: Come al solito, dalle 4 circa sino alle otto di mattina.</p>
<p><strong>Spalding Gray</strong>: Dove medita, in questa stanza?</p>
<p><strong>Dalai Lama</strong>: Prima faccio un bagno, poi siedo sul letto (nell&#8217;altra stanza) a gambe incrociate.</p>
<p><strong>Spalding Gray</strong>: E quando lei medita, è simile ogni mattina?</p>
<p><strong>Dalai Lama</strong>: Simile, sì.</p>
<p><strong>Spalding Gray</strong>: E potrebbe parlarmene un po&#8217; di com&#8217;è?</p>
<p><strong>Dalai Lama</strong>: (sospira, ride) Mmmm. Dividendo per categorie &#8211; la prima parte è la recitazione di un mantra. Ci sono certi mantra che mirano a consacrare le tue parole, di modo che tutto ciò che dirai durante il giorno sarà positivo. Queste recitazioni andrebbero fatte prima di parlare. Sto in silenzio sino a che non sono finite e se qualcuno mi si avvicina, comunico a gesti. Poi cerco di sviluppare una certa motivazione &#8211; plasmandola nella mente. Cerco di sviluppare la motivazione, o determinazione che come monaco buddista, fino alla mia realizzazione come Buddha, la mia vita, le mie vite incluse quelle future, devono essere corrette, e passate in accordo a quello scopo. E che tutte le mie attività siano benefiche agli altri e che non rechino danno.</p>
<p><strong>Spalding Gray</strong>: Quanto tempo ci vuole?</p>
<p><strong>Dalai Lama</strong>: Circa dieci, quindici minuti. Dopo faccio una meditazione più profonda ove mentalmente riesamino gli interi stadi del cammino della pratica buddista. Dopo faccio pratiche che mirano ad accumulare meriti, come prostrazioni, offerte al Buddha, riflessioni sulle qualità del Buddha.</p>
<p><strong>Spalding Gray</strong>: Vi è, nel frattempo, qualche specifica visualizzazione?</p>
<p><strong>Dalai Lama</strong>: Oh sì. Vi sono processi di visualizzazione. Noi li chiamiamo <em>guru yoga</em>. Nella prima parte del <em>guru yoga</em> dedichi te stesso e la tua pratica al tuo maestro. La seconda parte è lo yoga della divinità, ove si trasforma se stessi in una particolare divinità. Lo yoga della divinità si riferisce ad un processo meditativo con cui dissolvi il tuo sé ordinario in una specie di vuoto e spazio. Da questo stato il tuo interiore &#8220;stato perfetto&#8221; potenziale è visualizzato o immaginato come essere generato in una forma divina, una meditazione sulla divinità. Segue una procedura conosciuta come meditazione dei tre kayas- <em>dharmakaya, sambhogakaya, </em>e<em> nirmanakaya</em>. Queste corrispondono all&#8217;esperienza della morte naturale, lo stato intermedio, e la rinascita come viene descritta nella letteratura buddista. Per ogni divinità, vi è un diverso mandala nella mia preghiera giornaliera. In tutto vi sono implicati circa sette mandala. Questi yoga della divinità, implicano la visualizzazione dei mandala. Si impiegano circa due ore.</p>
<p><strong>Spalding Gray</strong>: Riesce a vedere la divinità in modo chiaro nella mente ad occhi chiusi?</p>
<p><strong>Dalai Lama</strong>: Certe volte molto chiaramente, talvolta no (risate). Le mie condizioni fisiche fanno la differenza, penso. Dipende pure dal tempo che ho a disposizione. Se so che le mie preghiere devono completarsi prima delle otto, ciò influisce sulla mia consapevolezza. Se ho un‘intera mattinata libera, allora la mia concentrazione aumenta.</p>
<p><strong>Spalding Gray</strong>: Succede qualche volta nella sua meditazione che lei sta guardando faccende che non riguardano un mandala? Osserva mai il caos?</p>
<p><strong>Dalai Lama</strong>: Durante la mia pratica, fa sempre parte il dedicarmi alla meditazione sul vuoto, e il <em>mahamudra</em> che ha molti elementi di quel tipo di attenzione meditativa. Intraprendo anche una meditazione sul non-pensiero, non-concettualità.</p>
<p><strong>Spalding Gray</strong>: Considera mai le distrazioni, le invita nella sua meditazione, lascia che tutte queste donne in bikini che vede qui in piscina entrino nella sua meditazione?</p>
<p><strong>Dalai Lama</strong>: Come monaco, devo evitare quell&#8217;esperienza, anche nei sogni, in accordo alla pratica quotidiana. Certe volte nei sogni ci sono donne. E in certi casi combatto o litigo con qualcuno. Quando simili sogni mi accadono, immediatamente mi ricordo &#8220;sono un monaco&#8221;.Questa è una ragione per cui mi considero semplicemente un monaco buddista. Non mi dico mai &#8220;sono il Dalai Lama&#8221;. Mi dico solo &#8220;sono un monaco&#8221;. Non indugio mai nei sogni in donne dai modi seducenti. Realizzo immediatamente che sono un monaco.</p>
<p>Talvolta nei sogni combatto con una mitragliatrice o un coltello e immediatamente realizzo: &#8220;Sono un monaco, non posso farlo.&#8221; La qualità della presenza mentale è una delle pratiche più importanti che faccio durante il giorno. Dunque, per quel punto in particolare, circa le attrazioni, gli uomini, le donne: la meditazione analitica contrasta quell&#8217;attaccamento.</p>
<p>Per esempio, il desiderio sessuale. E&#8217;molto importante analizzare &#8220;quale ne è il reale beneficio?&#8221;. L&#8217;apparenza d&#8217;un viso o corpo meraviglioso &#8211; come descrivono molte scritture &#8211; non importa quanto lo sia, essenzialmente si decompongono in scheletro. Quando penetriamo nella carne e ossa umane, non c&#8217;è bellezza, dov&#8217;è? Una coppia durante un&#8217;esperienza sessuale è felice in quel momento. Molto presto iniziano i guai.</p>
<p><strong>Spalding Gray</strong>: Conosco quel tipo di pensiero, perché lo faccio sempre. Ma lo considero nevrotico.</p>
<p><strong>Dalai Lama</strong>: Cos&#8217;è?</p>
<p><strong>Spalding Gray</strong>: Nevrotico, ummmm. La mia malattia mentale. Poiché lo vedo come un sezionamento piuttosto che un&#8217;unità. Separa le parti. Continuo a pensare che mi piacerebbe avere una visione del tutto.</p>
<p><strong>Dalai Lama</strong>: In un certo modo, la via del Buddismo, per vincere gli attaccamenti e le attrazioni, è olistica nel senso che non vede l&#8217;esistenza di certi oggetti attraenti se non come parte di una rete più ampia che non è ne desiderabile, ne attraente. Piuttosto fa parte di una via intera dell&#8217;esistenza che va trascesa. Così, tu non puoi vedere ogni fenomeno in sé.</p>
<p>Vedi, quando contempli la mancanza di permanenza in un corpo o nella sua attrattiva, quando esamini l&#8217;essere attaccati all&#8217;attrazione, dopo osservi il tuo stesso corpo possedere quella stessa natura. Stai mirando ad uno scopo, così puoi trascendere tutte quelle tentazioni ed attaccamenti. Ci sono meditazioni che sono conosciute come di consapevolezza verso il corpo, verso i sentimenti e verso le mente.</p>
<p>Così, la procedura sta nel canalizzare l&#8217;energia nella totale attitudine mentale verso ciò che noi chiamiamo salvezza, o <em>moksha</em> o <em>nirvana</em>.</p>
<p><strong>Spalding Gray</strong>: Attenzione mentale alla mente? Quale mente è attenta a quale mente?</p>
<p><strong>Dalai Lama</strong>: Generalmente, quando diciamo &#8220;mente&#8221;, diamo l&#8217;impressione di una singola entità. Ma dentro la mente vi sono diversi aspetti ed elementi.</p>
<p>Quando parliamo di mente che esamina la mente, ci si può riferire a diversi casi. Ci si può riferire ad un&#8217;esperienza passata, che è la memoria della precedente mente.</p>
<p>Potresti esaminare lo stato presente della tua mente. Vi sono diversi elementi nella mente, in taluni casi avviene un senso di riconoscimento che contempla la tua esperienza presente. La mente non è una singola entità.</p>
<p><strong>Spalding Gray</strong>: Come esperisce il vuoto? A quale esperienza fisica assomiglia? Se ha un&#8217;esperienza del vuoto, allora non è solo &#8220;nulla&#8221;, è un&#8217;esperienza. E&#8217;qualcosa.</p>
<p><strong>Dalai Lama</strong>: Quando parliamo del concetto buddista di vuoto dovrebbe essere inteso nei termini di &#8220;vuoto da identità indipendente&#8221;. Vacuità della realtà intrinseca. Progredendo nella meditazione, arrivi ad un punto ove perdi la presa. La tua attitudine diventa più flessibile e realizzi l&#8217;assenza di una realtà intrinseca indipendente nei fenomeni.</p>
<p><strong>Spalding Gray</strong>: Accade nel suo corpo quanto nella mente? E&#8217;integrato nella fisicità? Come cambia il sentire nel suo cuore, nel suo stomaco, nel suoi occhi, quando è vicino a ciò? Comincia a sentirsi scomparire o più vicino al&#8217;essere qui?</p>
<p><strong>Dalai Lama</strong>: Non scomparire, ma naturalmente, parlo a livello personale. Quando ero trentenne, per un po&#8217; ho concentrato i miei studi sulla natura della vacuità. La chiamiamo <em>shi-ne</em>. Un giorno facevo meditazione analitica mentre stavo leggendo. Mi accadde una strana esperienza che mi portò a una nuova prospettiva. Ebbi un&#8217;esperienza profonda di vacuità. Dopo di che, le cose e gli oggetti mi apparivano normali come prima, ma c&#8217;era quella strana consapevolezza di sottofondo che gli oggetti non possedevano una realtà intrinseca.</p>
<p><strong>Spalding Gray</strong>: E&#8217;sempre in contatto col corpo e col respiro mentre ha questa esperienza?</p>
<p><strong>Dalai Lama</strong>: Non in questo tipo di meditazione. In altre meditazioni si è concentrati su certi centri nervosi o su specifici punti energetici del corpo. Questo tipo di meditazione richiede un ritiro in solitudine che è necessario intraprendere per un lungo periodo di tempo. Adesso è difficile per me trovarne il tempo.</p>
<p><strong>Spalding Gray</strong>: Recentemente ho letto un libro scritto da un&#8217;occidentale, Stephen Batchelor, intitolato &#8220;La fede nel dubbio&#8221;. Si fa diverse domande a proposito del Buddismo Tibetano. Ho scelto il libro dal titolo. E parlandole adesso, ho la sensazione che la sua identità più solida sia quella semplice d&#8217;un monaco buddista tibetano. E non ho identità, sebbene le abbia detto che io racconto storie, è il mio lavoro. Ma mi sento come un nulla, e talvolta è sconcertante, ma sto sempre nel dubbio. E sto tentando di ottenere la fede nel dubbio e a guardare il dubbio come a qualcosa sempre positiva, e non solo come angoscia esistenziale. Lei non dubita mai?</p>
<p><strong>Dalai Lama</strong>: Si possono avere vari dubbi, ma nessun dubbio esplicito. Se accetti che la mente intera è solo il prodotto del cervello, di questo corpo, dopo giungeranno nuovi domande, nuovi dubbi. Anche se accetti la teoria del big bang, dici: &#8220;Perchè accade?&#8221; &#8220;Perché tante galassie?&#8221; E in ogni momento, &#8220;perché accadono queste cose?&#8221; Tutte domande che sopraggiungono.</p>
<p>Se accetti che il big bang sia accaduto senza cause, anche questo crea quasi sconforto, ed altri dubbi sopravvengono. Con la spiegazione buddista: ci sono esseri senzienti che utilizzano queste galassie e questi mondi. Questo è un fondamento che porta al concetto buddista di rinascita o di continuità della consapevolezza.</p>
<p><strong>Spalding Gray</strong>: Così il dubbio diviene un mistero. La morte nel senso occidentale, il concetto di morte, può finalmente diventare mistero. Uno scrittore occidentale di nome Ernest Becker, che ha scritto &#8220;La negazione della morte&#8221; ha detto: &#8220;Oltre non sappiamo nulla. Dobbiamo arrenderci a quel mistero visto che non c&#8217;è modo di sapere cosa viene dopo&#8221; e la faccenda che mi ha sempre turbato ed interessato del Buddismo Tibetano è il sistema estremamente complesso di conoscenza degli stati del dopo-morte e della reincarnazione.</p>
<p><strong>Dalai Lama</strong>: La consapevolezza sottile è come un seme ed è una diversa consapevolezza rispetto a quella sviluppata da un essere fisico. Una pianta non può produrre capacità cognitiva. Ma in ogni essere umano, od essere senziente con determinate condizioni, viene sviluppata la capacità cognitiva. Consideriamo la continuità della consapevolezza essere il seme definitivo. Dopo che hai compreso questa spiegazione, la consapevolezza sottile si allontana da questo corpo &#8211; o diciamo che, la consapevolezza sottile si discosta da quella più grossolana. Oppure che quella grossolana si dissolve dentro la mente più sottile.</p>
<p>Vi sono alcuni casi, davvero autentici, evidenti, ove le persone ricordano le loro vite passate, soprattutto i molto giovani. Alcuni bambini ricordano la loro esperienza passata. Non ho forti o espliciti dubbi contro questa possibilità. Ma poiché i fenomeni come le esperienze post-morte, gli stati intermedi e così via, sono cose che stanno aldilà della nostra esperienza diretta, si lascia una minima possibilità al dubbio. Per molti anni, durante la mia pratica quotidiana, mi sono preparato verso una morte naturale. V&#8217;è una sorta d&#8217;eccitazione all&#8217;idea che la morte vera e propria sta arrivando e riesco a vivere le esperienze vere e proprie. Buona parte delle mie meditazione sono una prova di questa esperienza.</p>
<p><strong>Spalding Gray</strong>: C&#8217;è qualche paura che predomina in lei e che combatte, quali cose le fanno più paura?</p>
<p><strong>Dalai Lama</strong>: No, niente in particolare.</p>
<p><strong>Spalding Gray</strong>: Non si sente impaurito?</p>
<p><strong>Dalai Lama</strong>: A causa della situazione politica, talvolta ho paura d&#8217;essere vittima di qualche attentato terroristico. Tuttavia, per quanto concerne la mia motivazione, sento di non avere nemici. Dal mio punto di vista, siamo tutti esseri umani, fratelli e sorelle. Ma sono coinvolto in una lotta nazionale. Certe persone mi considerano l&#8217;istigatore. Quindi anche questa è una realtà (pausa). Dall&#8217;altro lato, relativamente a ciò, il mio stato mentale è piuttosto calmo, stabile.</p>
<p><strong>Spalding Gray</strong>: Come evita gli incidenti?</p>
<p><strong>Dali Lama</strong>: (ride) Come la gente comune, cerco di prendere delle precauzioni. Una cosa di cui sono certo è che non sarà vittima di incidenti per ubriachezza o uso di droghe.</p>
<p><strong>Spalding Gray</strong>: Ma lei viaggia molto in aereo, e i piloti bevono. Ho sempre paura di ciò. Mi riprometto sempre di non salire mai su di un aereo ove i piloti credono nella reincarnazione. Quando sale su di un aereo, ha paura?</p>
<p><strong>Dalai Lama</strong>: Oh sì. Sì.</p>
<p><strong>Spalding Gray</strong>: E medita durante il volo, o sente di poter aiutare l&#8217;aereo a star su? Ha più potere della persona media che vola in aereo? Talvolta io credo che, concentrandomi sopra una particolare immagine che ho in mente, il volo vada meglio.</p>
<p><strong>Dalai Lama</strong>: Prima avevo molta paura durante il volo, ora mi sto abituando. Ma quando sono ansioso o impaurito, come hai detto, recito delle preghiere o mantra e, come vedi, la conclusione finale è la fede nel karma. Se ho creato del karma per morire in un certo modo, non posso evitarlo. Sebbene faccia del mio meglio, se accade qualcosa, devo accettarla. E&#8217;possibile che non abbia nessuna forza karmica, e che quindi se l&#8217;aereo cade, io riesca a sopravvivere.</p>
<p><strong>Spalding Gray</strong>: Lei riesce ad uscirsene.</p>
<p><strong>Dalai Lama</strong>: Sì. Come vede, quella fede è un grosso aiuto. E&#8217;molto efficace.</p>
<p><strong>Spalding Gray</strong>: Leggevo prima un libro sul Tibet di John Blofeld, &#8220;Il popolo che volava&#8221;. Ha mai visto qualcuno volare in Tibet?</p>
<p><strong>Dalai Lama</strong>: No, ma una cosa mi ha sempre sorpreso. Una anziana monaca che vive ora a Dharamsala, mi raccontò che quando era giovane, passava qualche mese in una località montana vicino Lhasa. Lì incontrò un anziano praticante, un&#8217;ottantenne, che viveva in una zona molto isolata. Scoprì che era il maestro di una decina di discepoli, e vide due di questi volare in aria e allontanarsi dalla montagna. Come vedi, volavano usando questa parte (apre i lembi del mantello.)</p>
<p><strong>Spalding Gray</strong>: Come un deltaplano.</p>
<p><strong>Dalai Lama</strong>: Sì. Lei mi disse che riuscivano a volare per un chilometro, con le braccia aperte. Mi ha detto l&#8217;anno scorso che li ha visti ancora. Ero sorpreso, molto sorpreso (risate). E&#8217; mai stato in India?</p>
<p><strong>Spalding Gray</strong>: Sì, per cinque mesi nel 1972, ho girato l&#8217;India, per lo spettacolo &#8220;Mother Courage&#8221;, un pezzo dello scrittore tedesco Brecht. Mi dispiace che adesso ci tocca fermarci. Ho apprezzato il tempo che mi avete dedicate vi ringrazio.</p>
<p><strong>Dalai Lama</strong>: Ottime domande. Mi hanno divertito. Grazie molte.</p>
<p>Intervista originalmente apparsa sulla rivista Buddista <em><a href="http://www.tricycle.com/" target="_new">Tricycle</a></em><em>. Per gentile concessione.</em></p>
<p><em>Traduzione di Eckhart, revisione di Ivo Quartiroli.</em></p>
<p><em>Copyright per l&#8217;edizione Italiana: Innernet.</em></p>
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		<title>La psichedelia e il percorso interiore</title>
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		<pubDate>Thu, 01 May 2008 16:47:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Tricycle</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il ruolo della psichedelia nel percorso di conoscenza interiore, in particolare nel buddismo, è l&#8217;oggetto di questa discussione a quattro voci tra i maestri zen Aitken Roshi e Richard Baker Roshi, l&#8217;insegnante buddista Joan Halifax e Ram Dass, guidata da Allan Hunt Badiner. Robert Aitken Roshi è uno dei più anziani e rispettati maestri zen [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2008/05/dali-raphaelesque-head-exploding.jpg"><img class="alignleft alignnone size-full wp-image-907" style="float: left; margin-left: 6px; margin-right: 6px;" title="dali-raphaelesque-head-exploding" src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2008/05/dali-raphaelesque-head-exploding.jpg" alt="Dali Raphaelesque Head Exploding" width="130" height="174" /></a>Il ruolo della psichedelia nel percorso di conoscenza interiore, in particolare nel buddismo, è l&#8217;oggetto di questa discussione a quattro voci tra i maestri zen Aitken Roshi e Richard Baker Roshi, l&#8217;insegnante buddista Joan Halifax e Ram Dass, guidata da Allan Hunt Badiner.</p>
<p>Robert Aitken Roshi è uno dei più anziani e rispettati maestri zen dell’America. Vive alle Hawaii. Richard Baker Roshi dirige una fiorente comunità zen nel Colorado, con diramazioni non ufficiali in tutta Europa.</p>
<p>Ram Dass, noto per aver scritto <em>Be Here Now</em> (“Sii qui e ora”) all&#8217;inizio degli anni &#8217;70, ha scritto un nuovo libro sugli effetti della pratica sull’invecchiamento, <em>Still Here: Embracing Aging, Changing, and Dying, (“Ancora qui: abbracciare l&#8217;invecchiamento, il cambiamento e la morte”)</em> ed è un serio studioso sia del buddismo sia delle sostanze psichedeliche. Joan Halifax è insegnante buddista “anziana” della scuola del maestro Thich Nhat Hanh, e direttrice di <em>Upaya</em> nel New Mexico.</p>
<p>Allan Hunt Badiner: Le sostanze psichedeliche sono un argomento molto vasto. Qui ci occupiamo soprattutto di estratti vegetali che, ingeriti in dosi e modi appropriati, possono contribuire a espandere la consapevolezza. È possibile che tale uso delle sostanze psichedeliche conduca all’illuminazione?</p>
<p>Joan Halifax: Nei primi tempi consideravamo la psichedelia “la mente che si manifesta”. L’opinione prevalente, soprattutto in un ricercatore dell’LSD come Stan Grof e in altre persone, era che assumendo certe sostanze si evocavano determinati domini mentali. Piante-insegnanti diverse erano chiavi che aprivano porte diverse all’interno della mente. Per esempio, la mescalina produce un tipo di visione diversa da quella della psilocibina, della yagé ecc.</p>
<p>Ram Dass: Dal mio punto di vista, il buddismo è ciò che più si avvicina all’esperienza psichedelica, almeno a quella dell’LSD. L’LSD ti catapulta al di là delle tue strutture concettuali. Ti libera. Passa sopra alla tua abitudinaria identificazione con i pensieri, portandoti molto velocemente in una dimensione non concettuale.<span id="more-563"></span></p>
<p>Allan Hunt Badiner: Cosa pensi della cosiddetta<em> pillola buddista</em>, l’MDMA, anche nota come ecstasy?</p>
<p>Ram Dass: Non la ritengo una pillola buddista. Penso che l’MDMA sia ottima per la terapia delle relazioni. Aumenta la capacità di essere compassionevoli, amorevoli, di scorgere la bellezza delle persone e tutto il resto, ma non facilita l’esperienza del vuoto o dell’assenza di forma. Di essa non mi piace la componente della velocità, la mascella serrata e quelle cose lì. Ho fatto quasi cinquanta trip con l’MDMA, e ho deciso che potevano bastare. Il mio guru, Neem Karoli Baba, una volta ha detto sulle sostanze psichedeliche: “Sono utili, ma non costituiscono il samadhi autentico. Ti permettono di andare dentro di te e avere il «darshan» con Cristo, ma puoi stare lì solo due ore. Dopo, devi andartene”. Inoltre, ha detto: “Non puoi diventare Cristo attraverso la tua medicina”. La distinzione tra<em> vedere e diventare</em>: qui è dove il buddismo entra in gioco.</p>
<p>Allan Hunt Badiner: Due ore di Cristo non sembrano niente male!</p>
<p>Ram Dass: No, infatti! Ma puoi anche restare intrappolato in un certo tipo di esperienza. E l’esperienza non è la non-esperienza. È simile, ma non uguale. È come l’<em>esperienza</em> del vuoto, piuttosto che il vuoto stesso.</p>
<p>Allan Hunt Badiner: Ram Dass, hai detto che le sostanze psichedeliche possono passare sopra le nostre abitudini. Ma è una cosa che dura poco, vero?</p>
<p>Robert Aitken: Va benissimo avere una piacevole esperienza di oblio di sé, ma dopo? La cartina di tornasole è vedere come queste cose funzionano nella vita quotidiana, in cui bisogna lavorare per sopravvivere, pagare le tasse, crescere i figli e così via.</p>
<p>Ram Dass: Tutti sono un po’ avidi di avere l’illuminazione subito. Ciò che ho osservato nella mia vita, ora che sono passati trentacinque anni dalla mia prima assunzione di droghe, è che quando torno indietro, le abitudini mi seguono. Ma quello che ho in più, ora, è il ricordo dell’esperienza, la consapevolezza che essa è possibile. Questo cambia tutta la pratica spirituale seguente, perché adesso il tuo punto di vista non è solo da <em>qui,</em> ma anche da<em> lì.</em></p>
<p>Robert Aitken: Penso che le sostanze psichedeliche rendano possibili esperienze sia negative che positive, ma credo che se vuoi affrontare seriamente la pratica buddista, te le devi lasciare alle spalle. Molta gente è arrivata alla pratica buddista grazie ad esperienze con sostanze psichedeliche. Oggi non incontro più nessuno che viene da quell’esperienza.</p>
<p>Allan Hunt Badiner: Come si comportano i “profughi” dalla psichedelia?</p>
<p>Robert Aitken: Le droghe gli hanno fatto intravedere un’esperienza religiosa, ma poi si sono accorti che il potenziale di quelle sostanze era finito e hanno cercato una pratica che li conducesse alla conoscenza religiosa. In quel periodo c’erano persone che cercavano di fare zazen e prendere droghe allo stesso tempo. In realtà, questo non funzionava affatto, perché nell’assunzione di droghe c’è una componente di assorbimento nell’io che è antitetica allo scopo della pratica.</p>
<p>Richard Baker: Eravamo a San Francisco, nel bel mezzo della “scene”, dal ’61 in poi. Quello che Suzuki Roshi e io vedevamo era che le persone che prendevano l’LSD – e una larga percentuale di studenti lo faceva – entravano nella pratica più velocemente degli altri. Non sempre, ma di solito l’LSD li apriva più velocemente alla pratica. Notavamo anche che nella maggior parte dei casi quelle persone si fermavano dopo un paio di anni e non progredivano più nella pratica zen; questo valeva soprattutto per coloro che avevano usato molto l’LSD. La mia sensazione è che le sostanze psichedeliche creano una propensione per un certo tipo di esperienza. Sembra che, poiché il loro spazio mentale è stato energicamente aperto e condizionato dall’LSD, la pratica zen dia frutti solo in relazione a questo spazio mentale. Le persone che ne avevano fatto uso massiccio, per esempio cinquanta trip, duecento trip, non andavano molto al di là di ciò che un buon praticante avrebbe raggiunto dopo due anni. Inoltre, poiché avevano familiarità con un linguaggio interiore tanto energico, quegli studenti avevano difficoltà maggiori con il linguaggio interiore più sottile della pratica zen.</p>
<p>Allan Hunt Badiner: Con lo zen non si sentivano abbastanza “fatti”?</p>
<p>Richard Baker: Si erano abituati a un certo tipo di ebbrezza spirituale e mentale, e se essa non era presente, e la mente si trovava per lo più in stati neutri, il loro interesse verso la pratica diminuiva. Gran parte dell’esperienza buddista avviene in uno spazio al di là del piacere e dell’avversione: il cosiddetto territorio neutro. La neutralità, come il non-attaccamento, è il sentimento più profondo, ma non puoi definirlo né buono né cattivo. L’esperienza psichedelica tende a essere così forte ed emozionante che può inibire il linguaggio interiore più sottile.</p>
<p>Allan Hunt Badiner: Quindi era facile distinguere chi usava sostanze psichedeliche e chi no.</p>
<p>Robert Aitken: Facilissimo. C’erano persone che in certi giorni della settimana facevano pratica nel nostro zendo, e negli altri fumavano o si facevano. Quando tornavano, avvertivo subito la differenza nei loro modi e nella qualità della loro pratica. Invece di tornare rinfrescati, erano agitati e instabili. All’epoca non ero un insegnante, ma certo ero un fratello più anziano nel dharma, e avevamo discussioni molto accese. Però loro non erano disposti ad ascoltare alcun consiglio.</p>
<p>Joan Halifax: È come un odore: puoi dire a naso chi si fa e chi no. Il mio criterio è questo: considerando la mente come un’orditura, chi usa sostanze psichedeliche non ha una trama compatta come gli altri. Io ho impiegato molto tempo per sentirmi a mio agio sul cuscino. Dopo aver smesso di prendere sostanze psichedeliche, la mia tendenza alla dispersione è definitivamente cessata, e la mia reattività è molto diminuita. Mi sento sollevata per aver scelto il cammino della meditazione.</p>
<p>Allan Hunt Badiner: Anche se per un certo tempo devi aver trovato sollievo nelle sostanze psichedeliche.</p>
<p>Joan Halifax: Su questo non ci sono dubbi. Le sostanze psichedeliche sono uno strumento estremamente potente per aprire la mente. Le considero una fase di passaggio quando stiamo cercando di diventare più autentici, genuini e sinceri. Ho come la sensazione che, rispetto alle sostanze psichedeliche, sono stata “promossa”. Tuttavia, esse sono state indubbiamente parte della mia evoluzione verso la maturità psicologica e caratteriale. Nella meditazione, però, si coltiva un tipo di mente molto diverso, le cui qualità fondamentali sono la stabilità, la gentilezza amorevole, la chiarezza e l’umiltà. La psichedelia non coltiva necessariamente queste qualità.</p>
<p>Allan Hunt Badiner: Hai mai mischiato pratica e sostanze psichedeliche?</p>
<p>Joan Halifax: Sì, naturalmente. È accaduto alla fine degli anni sessanta e negli anni settanta, quando ho cominciato a prendere l’LSD. Ma dopo un po’, francamente, non mi sembrava un esperimento di grande successo. Almeno per me.</p>
<p>Richard Baker: C’erano pochi studenti, al centro zen, che cercavano di fumare marijuana e praticare. Uno studente andò su tutte le furie e abbandonò la pratica perché gli dissi che non poteva essere mio studente se fumava marijuana.</p>
<p>Ram Dass: Molte persone sostengono che fumare l’erba aiuta la loro meditazione, ma secondo me non è vero.</p>
<p>Joan Halifax: Penso che ognuno reagisce a modo suo alle sostanze psichedeliche. La mia sensazione è che queste ultime non operano sullo stesso tipo di mente che affiora in meditazione. Col passare del tempo, lo stato mentale provocato dalle sostanze psichedeliche mi ha interessato sempre di meno. Non conosco molte persone che sono riuscite a far convivere una pratica psichedelica e una matura pratica buddista, eccetto forse Ram Dass.</p>
<p>Ram Dass: Secondo me, le sostanze psichedeliche non sono un veicolo per l’illuminazione, ma per il risveglio. Le vedo come il punto di partenza di un processo che risveglia la possibilità dell’illuminazione. Ecco perché uso la parola “risveglio”. Esse ti liberano, allo stesso modo di un trauma, un’esperienza di quasi morte e forse anni di meditazione intensiva.</p>
<p>Allan Hunt Badiner: Se hai il ricordo di un’esperienza psichedelica e cominci a usare tecniche forse più soddisfacenti a lungo termine, il tuo lavoro comincia a colmare il divario tra il ricordo della libertà e la tua esperienza concreta. Giusto?</p>
<p>Ram Dass: Sì.</p>
<p>Allan Hunt Badiner: Quindi, tu prendi ancora droghe.</p>
<p>Ram Dass: Le ho prese.</p>
<p>Allan Hunt Badiner: E le hai trovate utili?</p>
<p>Ram Dass: Sì, e ti dirò perché: ho visto che potevo rendere “sociale” qualsiasi tecnica. Potevo usare tutte le tecniche per tenere in vita il mio ego. Quando qualcuno comincia a meditare in modo davvero profondo o partecipa a un ritiro, pensa: “Oh, Dio! Sta per accadere! Ecco l’illuminazione”. A quel punto, ti metti alla ricerca di tutti gli angoli della mente dove puoi nasconderti. Quindi, uso una tecnica contro l’altra in continuazione, per portare equilibrio e per vedere dove sto ingannando me stesso.</p>
<p>Allan Hunt Badiner: Ma non puoi controllare o dirigere sempre l’esperienza, no?</p>
<p>Ram Dass: Faccio parte del club degli esploratori psichedelici fin dagli anni sessanta, e so che la natura dell’esperienza dipende dal “set and setting”, cioè dall’atteggiamento e dal contesto, e che quando faccio le mie pratiche spirituali, il mio atteggiamento muta. Quindi, prima farò due anni di pratica profonda, dopo sono curioso di vedere dove mi trovo in relazione alle sostanze psichedeliche. Oggi sono al punto che se non assumerò mai più queste ultime è OK, ma se le prenderò ancora è splendido. Non lo so e non mi interessa. Questo è un atteggiamento diverso rispetto a “Ho bisogno di esse per trovare la realtà”.</p>
<p>Robert Aitken: Tutto ciò che devi fare è prendere un buon testo buddista, e lì c’è la realtà. Non hai bisogno di prendere droghe per risvegliarti a essa. La maggior parte delle persone che vengono da me, oggi, sono risvegliate da qualche lettura. Pensano: “Oh, ci può essere qualcosa di più nella mia vita”. Ma bisogna dire che la società materialista è molto seducente e ci attira a sé. La coppia media lavora molto duramente e poi, quando torna a casa, naturalmente vuole rilassarsi. Prende un drink, guarda la TV. È una sorta di circolo vizioso. Il buddismo zen ha un bel da fare per questo. Dobbiamo trovare un modo per fare andare via la gente da casa, senza che lascino la casa.</p>
<p>Richard Baker: Anche io penso che una cultura mira a essere irresistibilmente seducente e a non lasciare alternative. Ma questo è ciò che il buddismo si trova a dover affrontare in ogni cultura: penetrare in questa cappa di pensiero comune culturale e sociale.</p>
<p>Allan Hunt Badiner: Quando si tratta della psichedelia, sembra che molti insegnanti buddisti affermino: “Fai quello che dico, non quello che ho fatto”. I giovani oggi sembrano molti sinceri nella loro ricerca, ma non paiono disposti ad accettare sulla fiducia che una tecnica è utile o no, in particolare se è controversa.</p>
<p>Robert Aitken: Non penso che le droghe abbiano aiutato qualcuno ad arrivare al punto in cui si trova. Piuttosto, è successo che per le circostanze culturali dell’epoca (anni sessanta, primi anni settanta) molte persone sono arrivate allo zen grazie all’esperienza delle droghe. In precedenza, si arrivava allo zen attraverso l’esperienza della teosofia o di altri cammini occulti; in seguito, si è arrivati allo zen attraverso la lettura o l’esperienza dello yoga, l’aikido, la pratica Theravada o cose simili. Fu singolare che l’LSD venne scoperto e si diffuse proprio in quell’epoca. La sua scoperta coincise con la disillusione per la guerra nel Vietnam, i diritti civili ecc. La gente non aveva più fiducia nella tradizione; era pronta a sperimentare. Ma questo accadde allora. Quando sento questi discorsi, mi sento tornare indietro di trenta anni. Mi pare di rivangare il passato.</p>
<p>Allan Hunt Badiner: Robert Aitken, qual è la tua esperienza con le sostanze psichedeliche?</p>
<p>Robert Aitken: Ho sperimentato l’LSD, e più di una volta la marijuana.</p>
<p>Allan Hunt Badiner: Cosa hai imparato?</p>
<p>Robert Aitken: Nessuna di queste esperienze è stata davvero soddisfacente. Le esperienze con la marijuana mi hanno dato una falsa sensazione di solidarietà con le persone con cui stavo fumando (che erano molto più giovani di me). Anne Aitken e io avevamo comprato una piccola casa alle isole Maui, che più tardi sarebbe diventata il primo zendo delle Maui. Ma prima di trasferirci, l’avevamo affittata a un gruppo di giovani che ogni tanto andavamo a trovare. Tutti fumavano la marijuana. Una volta stavamo seduti in cerchio e ci stavamo passando la sigaretta della marijuana. Provai una meravigliosa sensazione di solidarietà con il cerchio di persone. Le donne erano in cucina a preparare il cibo, e una di loro aveva un piccolo bambino molto rumoroso. Anne uscì e mi chiese se potevo badare al bambino mentre le donne cucinavano. Dissi di no. Ma poi mi chiesi: cosa mi succede? Amo i bambini e sono in grado di calmarli tutti. Che razza di solidarietà è la mia se sto escludendo il resto del mondo, per così dire? Fu così che capii i limiti della marijuana.</p>
<p>Allan Hunt Badiner: Ma questo l’hai capito mentre stavi là seduto, “fatto”?</p>
<p>Robert Aitken: Sì.</p>
<p>Allan Hunt Badiner: Hai fatto qualcosa, poi?</p>
<p>Robert Aitken: Oh, certo. Mi sono alzato, ho lasciato il gruppo e ho preso in braccio il bambino.</p>
<p>Allan Hunt Badiner: Un’illusione ragionevolmente breve. E il trip di LSD?</p>
<p>Robert Aitken: L’unico trip di LSD fu un’esperienza di illusioni. Ero sdraiato sulla schiena in mezzo all’erba alta, osservavo le nuvole e vedevo in esse legioni romane e così via.</p>
<p>Allan Hunt Badiner: Ti è piaciuto?</p>
<p>Robert Aitken: Beh, sul momento mi è quasi piaciuto, ma i postumi furono terribili: tutto sembrava brutto e fastidioso, e ogni ruga sul volto delle persone risaltava con grande chiarezza. Suppongo che sia questa esperienza che spinge la gente a riprovare le illusioni dell’LSD. Fu una sola esperienza, quindi in realtà non posso dare un giudizio su una base così limitata.</p>
<p>Allan Hunt Badiner: Richard Baker, hai avuto qualche esperienza importante in questo campo?</p>
<p>Richard Baker: Non uso sostanze psichedeliche. Né consiglierei alle mie due figlie di usarle. E anche se negli anni sessanta ho organizzato una conferenza sull’LSD a Berkeley, non ho mai preso l’LSD. Sul finire degli anni cinquanta, ho preso qualche volta alcuni germogli di peyote e di mescalina, e forse un po’ di psilocibina. Non mi piaceva la mancanza di fluidità e il modo in cui i miei stati mentali venivano, per così dire, comandati a bacchetta. Preferivo la fluidità che riuscivo a sviluppare nella concentrazione meditativa. Una volta stavo in Cile con due nativi sciamani e un amico che insegna sciamanesimo. Facevo parte del gruppo, quindi ho bevuto tutti gli infusi che preparavano. Credo che volessero mettere alla prova l’insegnante zen, per cui mi imbottirono all’eccesso. Finii che dovetti restare alzato tutta la notte e prendermi cura degli altri. Non fu granché.</p>
<p>Allan Hunt Badiner: Joan, come è stato immergersi in culture indigene più antiche, prendendo sostanze psichedeliche secondo i loro costumi?</p>
<p>Joan Halifax: Nelle cosiddette culture psichedeliche – culture dove si usano gli allucinogeni e la tecnologia psicologica è altamente sviluppata – ho osservato che l’atteggiamento religioso è molto articolato ed elaborato. E naturalmente l’assunzione di allucinogeni è culturalmente accettabile, e non ai margini della società come qui. Nel caso degli Huichol, dei Mazatechi o dei Kayapò dell’Ecuador, potevi osservare un mondo davvero in armonia con l’uso degli allucinogeni e le visioni provocate da questi ultimi.</p>
<p>Allan Hunt Badiner: Cosa pensi dell’ayahuasca, o yagè? L’ayahuasca, in particolare, sembra aver sedotto il mondo buddista, ultimamente.</p>
<p>Joan Halifax: L’ayahuasca è semplicemente una straordinaria pianta-insegnante.</p>
<p>Ram Dass: È il rito che attualmente va per la maggiore. Ma io penso che i riti tendono a mantenerti nel dualismo. I viaggi sciamanici, nella maggior parte dei casi, mi annoiano, perché di solito riguardano il bene, il male e il potere.</p>
<p>Allan Hunt Badiner: Le sostanze psichedeliche sono un ostacolo, Joan?</p>
<p>Joan Halifax: Anche porre questa domanda è un ostacolo. Capisci cosa sto dicendo? Anche il buddismo è un ostacolo. Quello che chiedo io è: che tipo di mente vuoi creare? Quali qualità pensi siano davvero di aiuto per te e per gli altri esseri nel mondo? Cosa pensi che ti servirà davvero? Cosa potrà guarirti meglio? Cerco di porre queste domande in modo da non condannare nessuna possibile scelta fatta dagli altri. In ogni caso, molti di noi non si sentirebbero a proprio agio su un cuscino se in passato non avessero assunto sostanze psichedeliche.</p>
<p>Robert Aitken: Quando ripenso alla mia prima introduzione allo zen, scritta per<em> Zen in English Literature</em> di R. H. Blyth, mi accorgo che in quel libro ci sono molti errori. Ma all’epoca per me era molto importante. Non per questo oggi suggerirei alla gente di cominciare leggendo<em> Zen in English Literature</em>. Semplicemente, è successo che quella è stata la mia esperienza nel 1943.</p>
<p>Allan Hunt Badiner: Il ven. dr. Ratanasara, monaco singalese che presiede il Congresso buddista americano, tiene a sottolineare che quando le nostre azioni sono scorrette, il danno maggiore non è fuori di noi (sotto forma di scontento divino, effetti karmici o anche delle conseguenze logiche), ma è la sensazione di disagio o squilibrio che resta nella nostra mente. È possibile che l’uso di droghe psichedeliche, a un certo livello, sia un ostacolo per il semplice fatto che sono illegali, o perché alcuni studi le ritengono nocive dal punto di vista fisico?</p>
<p>Ram Dass: La maggior parte delle informazioni negative sulle sostanze psichedeliche, come quelle sui danni cerebrali o sul fatto che condurrebbero a droghe più pesanti ecc., vengono da ricerche motivate da fini politici, e non reggono a un’analisi indipendente. Per quanto riguarda l’infrazione delle leggi, in realtà stiamo parlando della politica della consapevolezza e del controllo. Chi detiene il potere teme la destabilizzazione della società provocata da forze che non è in grado di controllare. Il desiderio di droghe non può essere posto sotto controllo. Distrugge tutte le strutture della società, sommerge i tribunali e le prigioni. La politica sulle droghe è stata un fallimento totale.</p>
<p>Allan Hunt Badiner: Cosa pensi dei “bad trip”, le esperienze negative sotto l’effetto di una droga?</p>
<p>Ram Dass: Nella maggior parte dei casi, si possono prevenire i bad trip facendo attenzione all’atteggiamento e al contesto. Naturalmente, l’illegalità dell’intera faccenda è essa stessa parte del contesto. Ma in genere i bad trip si possono dividere in quelli che chiamo gli “out” (che si hanno “uscendo”) e gli “in” (“rientrando”). Negli out, ciò che accade è che anche la più piccola struttura dell’io viene percepita in pericolo. Alcune persone che non sono preparate a questo fanno resistenza, e quando fai resistenza comincia l’intero processo della paranoia. L’energia viene distratta dalla sostanza psichedelica e si crea un inferno.</p>
<p>Allan Hunt Badiner: E nei bad trip di tipo“in”?</p>
<p>Ram Dass: Riposi nella pace, nell’equanimità, nella consapevolezza e nella beatitudine senza forma. Quando l’effetto chimico svanisce, hai la sensazione di stare ritornando in una prigione, in un mondo corrotto, e questo non ti piace, fai resistenza al rientro. Quando torni indietro e tutto è uno schifo, anche questo è un bad trip. La gente non ti piace, sembrano tutti falsi e di plastica.</p>
<p>Allan Hunt Badiner: Non è sempre bello.</p>
<p>Ram Dass: Pensare che stai facendo qualcosa contro la morale comune, che può davvero portare a brutte conseguenze per te o gli altri (prigione ecc.), non è la cosa migliore quando stai cercando di diventare più vulnerabile e sereno. Sono molto contento di aver fatto delle esperienze in altre culture. Infatti, per quanto cerchiamo di essere autentici rispetto alla nostra cultura, per quanto cerchiamo di creare il contesto migliore (in mezzo alla natura o con immagini particolari, musica, incenso, candele ecc.), c’è sempre qualcosa di insostituibile: la visione spirituale che fa parte del continuum di una società.</p>
<p>Allan Hunt Badiner: Gli occidentali potranno mai evadere dal loro condizionamento? Possono davvero partecipare e trarre beneficio da questi rituali?</p>
<p>Joan Halifax: Se vado in Giappone, in Corea o in Vietnam, mi siedo in un tempio e ho un’esperienza autentica di “samadhi” mentre faccio zazen in quel contesto, c’è qualcosa di diverso rispetto all’andare, per esempio, in Sud America o in America Centrale e avere un’epifania psichedelica in un particolare contesto culturale? Penso che le due cose siano paragonabili. La mia opinione è che possiamo attraversare questi confini. La meditazione e queste sostanze sono entrambi strumenti potenti per spostare il nostro “punto di assemblaggio” fuori dalla mentalità comune della nostra cultura in una nuova cornice di riferimento.</p>
<p>Allan Hunt Badiner: A differenza della nostra formazione psichedelica, la nuova generazione rende indistinto il confine tra le droghe cosiddette psichedeliche e pesanti. Assistiamo a molti passaggi da un campo all’altro: un po’ di LSD, un po’ di eroina, un po’ di erba, qualche pillola…</p>
<p>Ram Dass: Ma la distinzione c’è. Penso che loro sanno dire le differenze tra queste sostanze. La mia opinione è che ci troviamo di fronte, in generale, all’attrazione verso gli stati alterati, sia per l’intensità dell’esperienza sia per il brivido del rischio.</p>
<p>Allan Hunt Badiner: Ram Dass, in qualche modo tu sei responsabile di questo, non è vero? Tutti ricordiamo il grande entusiasmo con cui parlavi dell’uso di droghe.</p>
<p>Ram Dass: Sai, le droghe di evasione e quelle sacre sono davvero diverse. Oggi al mondo c’è un uso delle droghe così eccessivo che chiaramente nessuno desidera appoggiarlo. I bambini e le droghe non devono entrare in contatto, per esempio. Ho sempre detto: “Diventa qualcuno, prima di diventare un nessuno”. Ma oggi i consumatori di droghe sono psuedo-automi figli della cultura e, nel caso del crack e della cocaina, rappresentano un chiaro attestato di fallimento della mitologia culturale. Il crack è una risposta alla mancanza di opportunità nei quartieri degradati, mentre nelle classi agiate la cocaina è la risposta al fallimento del mito secondo cui il successo porta la felicità. Cioè, sei un vincitore, ma resti un perdente. Le persone che possiedono milioni di dollari si sentono in qualche modo imbrogliate. Penso che la filosofia materialista e il tentativo di mantenere la società stabile stiano creando un’atmosfera opprimente. Non mi turba il far parte di qualcosa che scuote il sistema.</p>
<p>Allan Hunt Badiner: Che dici della marijuana? Ram Dass, la fumi ancora?</p>
<p>Ram Dass: Sono un consumatore leggero di marijuana. La vedo come una sorta di ascensore per cambiare piano di consapevolezza. Questo è il modo tecnico per descrivere l’uso che ne faccio. Mi piace osservare il modo in cui funziona la mia mente – a tutti i piani, e allo stesso momento in nessuno di essi – sotto l’effetto della marijuana.</p>
<p>Allan Hunt Badiner: Uno studente buddista alle prime armi ha bisogno delle sostanze psichedeliche per progredire realmente e velocemente?</p>
<p>Ram Dass: No. Non vedo alcun motivo per farlo. Oggi le sostanze psichedeliche sono solo un’altra tecnica. Sembrano anche un anacronismo, a causa delle nostre politiche culturali sulla droga. La paranoia collegata a esse le rende molto meno utili.</p>
<p>Allan Hunt Badiner: Occorre avere un contesto spirituale per progredire sul cammino psichedelico?</p>
<p>Ram Dass: La tua vita deve avere dei contenuti, al di fuori delle droghe, che creino l’ambiente adatto. Il buddismo è un buon contesto per l’esperienza psichedelica.</p>
<p>Allan Hunt Badiner: C’è qualcosa che le sostanze psichedeliche possono insegnarci sulla morte? Esse possono aiutarci a vincere la paura della morte, imparando ad accettare quest’ultima?</p>
<p>Ram Dass: Sì, senza dubbio. I primi studi cominciano negli anni sessanta, con il lavoro di Erik Kast nell’Università di Chicago. Della sua opera mi resta in mente una citazione. È una frase pronunciata da un’infermiera che stava morendo di cancro e aveva appena preso l’LSD: “So che sto morendo di questo male incurabile, ma guardate quanto è meraviglioso l’universo”.</p>
<p>Allan Hunt Badiner: Joan, da molto tempo lavori sulla morte e il morire. Torneresti a usare sostanze psichedeliche in questo lavoro, o incoraggeresti altri a farlo?</p>
<p>Joan Halifax: Non più. Ho scoperto che l’atteggiamento interiore, la qualità della presenza che si riesce a portare a una persona morente o che si riesce ad avere per se stessi, è un conforto e un sollievo sufficiente e profondo. Ho appena avuto delle esperienze incredibili con delle persone morenti, senza la mediazione delle droghe. Nelle ultime fasi del processo della morte la gente è di solito in uno stato di consapevolezza così alterato che strafare non sembra necessario. Quella che funziona davvero è una sorta di trasmissione da cuore a cuore, un flusso d’amore, un amore e una pazienza assoluti davanti alla morte. La magia di questo essere allo stesso tempo vuoti e pieni di compassione ha un effetto incredibile, sia su chi assiste sia su chi sta morendo.</p>
<p>Allan Hunt Badiner: Richard Baker, dunque nella ciotola del Buddha della medicina non ci sono erbe o piante, ma solo sutra?</p>
<p>Richard Baker: Il buddismo è una religione e non una filosofia, perché prendi rifugio solo nel Buddha, nel Dharma, nella Sangha e in nient’altro. In questo c’è un’alchimia che non esiste se talvolta si prende rifugio nel Buddha, il Dharma e la Sangha, e talvolta in qualcos’altro. Per me, la chimica o l’alchimia del buddismo, della pratica seria, funziona davvero quando non ti concedi altre possibilità.</p>
<p>Una definizione di persona illuminata è: colui che ha sempre ciò di cui ha bisogno. A ogni istante è presente ciò che gli occorre. Egli non è alla ricerca di niente. Se stai praticando seriamente per raggiungere la libertà e la comprensione dell’illuminazione, non cercherai mai di evadere dalla situazione presente, per quanto possa essere brutta. La trasformi in ciò di cui hai bisogno. Immagini che sentire di aver bisogno di qualcosa è esattamente ciò di cui hai bisogno. Per esempio, se per una mattina non ho fatto zazen, più tardi nella giornata potrei pensare: “Dio, sarebbe stato meglio se avessi fatto zazen questa mattina”. In quel momento attribuisco a tale frase due significati: non ho fatto zazen al mattino, e ciò di cui ho bisogno dallo zazen in questo momento è il pensiero di non aver fatto lo zazen. Non cerchi di cambiare il tuo stato mentale, ma di trovare esattamente ciò di cui hai bisogno adesso. Quindi, per me, questa è una sorta di alchimia che possiede delle qualità psichedeliche. Ma la pillola è composta dagli ingredienti della tua situazione presente. Non si tratta di cambiare il tuo stato mentale, ma di cambiare attraverso il non-cambiamento.</p>
<p>Robert Aitken: Vorrei aggiungere che esiste una differenza qualitativa tra l’estasi che alcune persone sostengono di sperimentare nell’esperienza della droga e la comprensione, la realizzazione che nascono dalla pratica zen. Noi cerchiamo la comprensione, non l’estasi.</p>
<p>Ram Dass: Mi sento triste quando la società rifiuta qualcosa che può aiutarla a comprendere se stessa e a rendere più profondi i suoi valori e la sua saggezza. È come la Chiesa che non riconosce l’esperienza mistica. Non è una purificazione del buddismo; è cercare di aggrapparsi a ciò che hai, piuttosto che crescere.</p>
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<p><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1924&amp;isbn=8830804525">Ram Dass Ram, Paul Gorman. Io e gli altri. Liberare le spinte creative. Cittadelle. 1990. ISBN: 8830804525</a></p>
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<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/0938077600/innernet-20">Robert Aitken, Thich Nhat Hanh. The Dragon Who Never Sleeps: Verses for Zen Buddhist Practice. Parallax. 1992. ISBN: 0938077600</a></p>
<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/0865471584/innernet-20">Robert Aitken. Mind of Clover: Essays in Zen Buddhist Ethics. North Point Press. 1984. ISBN: 0865471584</a></p>
<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/0865470804/innernet-20">Robert Aitken. Taking the Path of Zen. North Point Press. 1985. ISBN: 0865470804</a></p>
<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/1887178406/innernet-20">Robert Aitken. The Practice of Perfection: The Paramitas from a Zen Buddhist Perspective. Counterpoint Press. 1997. ISBN: 1887178406</a></p>
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<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/1573221104/innernet-20">Richard Baker-Roshi. Original Mind: The Practice of Zen in the West. Riverhead Books. 2004. ISBN: 1573221104</a></p>
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<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/1573228710/innernet-20">Ram Dass. Still Here: Embracing Aging, Changing, and Dying. Riverhead Books. 2001. ISBN: 1573228710</a></p>
<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/0062503138/innernet-20">Joan Halifax. The Fruitful Darkness: Reconnecting With the Body of the Earth. Harper SanFrancisco. 1994. ASIN: 0062503138</a></p>
<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/0892816724/innernet-20">Stephen Larsen, Joan Halifax.The Shaman&#8217;s Doorway: Opening Imagination to Power and Myth. Inner Traditions. 1998. ISBN: 0892816724</a></p>
<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/0892815469/innernet-20">Janet Adler, Joan Halifax. Arching Backward: The Mystical Initiation of a Contemporary Woman. Inner Traditions. 1996. ISBN: 0892815469</a></p>
<p>Originalmente pubblicato su Tricycle magazine, <a href="http://www.tricycle.com/">www.tricycle.com,</a> per gentile concessione.<br />
Traduzione di Gagan Daniele Pietrini<br />
Copyright per l&#8217;edizione Italiana: Innernet.</p>
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		<title>Il silenzio mentale secondo Aurobindo</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Apr 2008 17:28:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Satprem</dc:creator>
				<category><![CDATA[Maestri]]></category>
		<category><![CDATA[Tecniche dell'anima]]></category>
		<category><![CDATA[Aurobindo]]></category>
		<category><![CDATA[Co/Scienza]]></category>
		<category><![CDATA[consapevolezza]]></category>
		<category><![CDATA[meditazione]]></category>
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		<description><![CDATA[Quando ci si siede, con gli occhi chiusi – per fare il silenzio mentale – si è immediatamente invasi da un torrente di pensieri che sorgono da tutte le parti, in maniera confusa e aggressiva. Non esiste un manuale con diversi metodi per venire a capo di questo baccano infernale; non c’è che da tentare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/11/aurobindo.jpg" title="aurobindo.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/11/aurobindo.jpg" alt="aurobindo.jpg" align="left" hspace="6" /></a></p>
<p>Quando ci si siede, con gli occhi chiusi – per fare il silenzio mentale – si è immediatamente invasi da un torrente di pensieri che sorgono da tutte le parti, in maniera confusa e aggressiva.</p>
<p>Non esiste un manuale con diversi metodi per venire a capo di questo baccano infernale; non c’è che da tentare e tentare ancora, pazientemente, ostinatamente. Soprattutto non c’è da commettere l’errore di lottare mentalmente contro la mente; bisogna spostare il centro.</p>
<p>Ciascuno di noi possiede al di là della mente o ancora più in profondità, un’aspirazione; quella stessa aspirazione che ci spinse verso il sentiero dello yoga. Un bisogno intimo dell’essere, come se fosse una parola d’ordine con virtù solamente per noi, per noi soli.</p>
<p><span id="more-607"></span>Aggrappandoci a questa aspirazione, il lavoro riuscirà più facile giacché passeremo da un’attitudine negativa ad un’attitudine positiva. Più ripeteremo la nostra parola d’ordine, più essa acquisterà potenza. Ma si può ricorrere anche ad un’immagine, come per esempio: quella di un mare immenso, senza una sola increspatura, sul quale ci abbandoniamo galleggiando fino a divenire parte di quella tranquilla immensità.</p>
<p>Ci si lascia andare, dolcemente, seguendo il moto ondoso fino a che, a poco a poco, si viene assorbiti da quella tranquilla pace. Avremo in tal modo non solo il silenzio, ma anche l’allargamento della coscienza.</p>
<p>Ognuno deve trovare il metodo che più gli si addice e quanto più completo sarà l’abbandono, più presto si riuscirà.</p>
<blockquote><p>Si può cominciare con qualsiasi sistema – che normalmente richiederebbe un lungo lavoro – ed essere afferrati fin dal principio da un rapido intervento o da una manifestazione del silenzio, e ottenere effetti assolutamente sproporzionati ai mezzi utilizzati. S’incomincia con un metodo, ma il lavoro è preso in mano da una grazia proveniente dall’alto, da ciò a cui si aspira o dall’irruzione delle immensità dello Spirito. In questo modo io stesso ho trovato il silenzio assoluto della mente, inimmaginabile per me prima di aver avuto l’esperienza concreta (Sri Aurobindo, On Himself, 1953 pag. 135).</p></blockquote>
<p>Abbiamo toccato qui un punto di singolare importanza, giacché saremmo indubbiamente tentati di pensare che queste esperienze yogiche sono veramente belle e interessanti, ma che in fondo sono ben lontane dalla nostra umanità ordinaria. Com’è possibile che noi – così come siamo – possiamo arrivare fin là? L’errore consiste nel fatto che si giudica con un “sé attuale” delle possibilità che appartengono ad un altro “se stesso”.</p>
<p>Infatti, per il solo fatto di essersi messi in cammino, lo yoga sveglia automaticamente una gamma di facoltà latenti e di forze invisibili che vanno molto al di là delle possibilità esteriori del nostro essere e che possono fare per noi quello che normalmente saremmo incapaci di compiere.</p>
<blockquote><p>è necessario chiarificare il passaggio tra mente esteriore ed essere interiore&#8230; perché la coscienza yogica e i suoi poteri sono già in voi (D. K. Roy, Sri Aurobindo Came to Me, 1952, pag.219)</p></blockquote>
<p>e il miglior sistema per “chiarificare” è quello di fare il silenzio mentale. Non sappiamo ancora chi siamo e nemmeno quello di cui siamo o non siamo capaci.</p>
<p>Ma gli esercizi di meditazione, a dire il vero, non sono la vera soluzione del problema – quantunque, al principio, la loro spinta sia necessaria per dare l’impulso – perché potremmo anche arrivare ad un relativo silenzio, ma&#8230; appena messo il piede fuori dalla nostra stanza o dal luogo di isolamento scelto per la meditazione, ricadremmo ancora una volta nella ressa abituale e continuerà l’eterna separazione del ‘di dentro’ dal ‘di fuori’, della ‘vita interiore’ dalla ‘vita mondana’.</p>
<p>Noi abbiamo bisogno di una vita completa, abbiamo bisogno di vivere la verità del nostro essere, tutti i giorni, in ogni momento, non solamente qualche volta oppure nella solitudine.</p>
<blockquote><p>Rischiamo di incrostarci nella nostra reclusione spirituale&#8230; e dopo, trovar difficile proiettarci al di fuori, vittoriosamente, per applicare alla vita quello che avremo conquistato nella Natura Superiore. Quando vorremo annettere questo regno dell’esterno alle nostre conquiste interne, ci troveremo troppo abituati ad un’attività puramente soggettiva e non potremo esercitare una pressione efficace sul piano materiale. Avremo gran difficoltà a trasformare la vita esteriore e il corpo. Oppure ci accorgeremo che la nostra azione non risponde alla luce che ci illumina interiormente, ma che obbedisce ancora ai vecchi imperfetti influssi; un abisso doloroso separerà ancora la Verità che è in noi, dal meccanismo ignorante della nostra natura esteriore&#8230; come se vivessimo in un altro mondo, più vasto e più sottile, ma senza presa divina, o può darsi senza presa di nessuna specie sull’esistenza materiale e terrestre (Sri Aurobindo, The Synthesis of Yoga, 1955 pag. 105).</p></blockquote>
<p>La sola possibile soluzione è quindi di praticare il silenzio mentale nell’ambiente e nel posto dove apparentemente sembra più difficile: in strada, in metropolitana, al lavoro e ovunque. Invece di passare quattro volte al giorno per il Boulevard Saint Michel come poveracci stanchi e obbligati a camminare svelti, si può passare le stesse quattro volte coscientemente, come ricercatori.</p>
<p>Invece di vivere in un modo qualsiasi, sperduto in una moltitudine di pensieri – non solamente privi di interesse, ma che esauriscono sfibrando l’essere – si possono riunire i fili sparsi della coscienza e lavorare, lavorare su se stessi ad ogni istante. Allora la vita comincerà a prendere interesse, un interesse assolutamente inaspettato, perché le minime circostanze diventeranno l’occasione di una vittoria su se stessi.</p>
<p>Avremo allora un orientamento, sapremo dove andare invece di camminare alla cieca. Lo yoga non è una maniera di fare, ma una maniera di essere.</p>
<p>Adattato da: Satprem. <em>Sri Aurobindo. L&#8217;avventura della coscienza</em>. Galeati. Imola. 1968</p>
<p>La pubblicazione di questo estratto è stata consigliata da Paolo Imperio.</p>
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		<title>Una preghiera in un respiro, intervista sul Kriya Yoga a Ennio Nimis</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Apr 2008 20:12:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eckhart</dc:creator>
				<category><![CDATA[Percorsi di ricerca]]></category>
		<category><![CDATA[Tecniche dell'anima]]></category>
		<category><![CDATA[Babaji]]></category>
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		<description><![CDATA[Mi aggiravo vanamente su Google a cercare qualcosa come &#8220;respiro del cobra&#8221;. Nulla. Estendo allora la ricerca in tutte le lingue. Viene fuori un nome: Kriya. Intuisco di cosa può trattarsi, e la faccenda m&#8217;intriga. Cerco altre informazioni in Rete, ma si sembra un mondo blindato da chissà quale Segreto. Acquisto allora qualche testo sull&#8217;argomento, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mi aggiravo vanamente su Google a cercare qualcosa come &#8220;respiro del cobra&#8221;.  Nulla.  Estendo allora la ricerca in tutte le lingue.  Viene fuori un nome: Kriya.</p>
<p>Intuisco di cosa può trattarsi, e la faccenda m&#8217;intriga.  Cerco altre informazioni in Rete, ma si sembra un mondo blindato da chissà quale Segreto.  Acquisto allora qualche testo sull&#8217;argomento, prontamente cestinato: solo introduzioni e nessuna pratica, nonché indirizzi di grosse Organizzazioni del settore&#8230;</p>
<p>Solo allora riconosco  un nome: Yogananda, autore del classico &#8220;Autobiografia di uno yogi&#8221;. E&#8217; lui che lo ha fatto conoscere in Occidente creandone una Scuola. Ma il vero guru è Lahiri Mahasaya, dal quale si tramanda il vero filone originale solo in India, nel più fitto segreto esoterico.</p>
<p>Così un giorno, per caso,  m&#8217;imbatto in un sito italiano che non sembra la solita pubblicità: capisco da subito che non si tratta del solito miele per api. Difatti, con mia grande meraviglia, scopro  che il forziere si è aperto: Ennio Nimis ,dopo 40 anni di esperienza col Kriya, ne offre coraggiosamente sul web tutti i segreti  gelosamente nascosti da quelle &#8220;Organizzazioni&#8221;, ma soprattutto quello del lignaggio indiano di Lahiri.</p>
<p>Un libro da poter scaricare gratis che è anche tutta la sua vita spirituale e la sua vasta e profonda conoscenza sul campo: un vero atto di amore, onestà e  verità, verso ciò che non può che essere vero Patrimonio di tutti .<span id="more-886"></span></p>
<p>Eccovi l&#8217;intervista che mi ha concesso.</p>
<p><em>Allora Ennio, perché ti sei deciso a condividere sul web la tua esperienza e conoscenza del Kriya?</em><br />
Perché dalle organizzazioni, come quelle che si ispirano a Yogananda, si ricevono soltanto semplificazioni.</p>
<p>Le loro tecniche sono buone in sé e per sé ma è inaccettabile che vengano spacciate per l&#8217;insegnamento originale.  Invece di curare l&#8217;aspetto didattico del Kriya, tali scuole si dilettano nel diffondere miti e credenze non necessarie.   Insomma non si comportano seriamente.</p>
<p>Sui vari libri di Kriya scritti recentemente, non si trova un bel niente se non parole e parole.  Essi sono scritti da insegnanti che vogliono farsi pubblicità.  I loro autori continuano a ripetere fino alla nausea:  il Kriya che fai è sbagliato, vieni da me che solo io conosco quello originale!</p>
<p><em>Ma cos&#8217;è il Kriya Yoga?<br />
</em>Il Kriya è un &#8220;sentiero mistico&#8221; (ove con ciò intendo una disciplina costituita da procedure di introspezione e contemplazione).  Esso consiste nel controllo del respiro [Pranayama], Preghiera [Japa, Mantra], nel puro sforzo di entrare in sintonia con la Realtà Omkar e nel concentrarsi nella spina dorsale con i suoi Chakra.</p>
<p>Il Pranayama che calma il respiro è seguito dalla procedura del Thokar il quale guida l&#8217;energia nel Chakra del cuore, calmando l&#8217;incessante riflesso che da origine al respiro.  Quando una calma perfetta è stabilita, quando tutti i movimenti interni ed esterni cessano, il kriyaban percepisce una irradiazione di fresca energia che sostiene ogni cellula dall&#8217; interno; allora lo stato di assenza di respiro si manifesta e diventa stabile.  Quando il respiro fisico è totalmente trasceso e nel corpo avviene la circolazione di una forma sottile d&#8217;energia, si dice che il respiro è &#8220;Interiorizzato&#8221;.  Nasce un senso d&#8217;infinita sicurezza, solidità e fiducia.  La sensazione è quella di avere attraversato una barriera e di essere penetrati in uno spazio smisurato: il Kriya Yoga è un miracolo di bellezza.</p>
<p><em>E Lahiri Mahasaya? E&#8217; il lui il vero padre del Kriya?<br />
</em>Può dirsene senz&#8217;altro il Padre, in quanto lo diffuse instancabilmente, eppure il Kriya non è sua proprietà esclusiva, tantomeno dei Suoi discepoli. Come il grande mistico Kabir, il suo insegnamento fu la fusione di grandi tradizioni: lo Hatha yoga tantrico (Pranayama, vari Mudra, la percezione della realtà Omkar), l&#8217;Alchimia interiore dell&#8217;antica Cina (aspetti sottili del Pranayama, Navi Kriya, Pranayama con respirazione interna) e le pratiche più elevate dei Sufi come il Dhikr (che nella terminologia di Lahiri divenne il Thokar. )</p>
<p>Questo fatto mal si concilia con la leggenda secondo cui Lui ricevettele tecniche da Babaji. Se ciò fosse vero, non si capirebbe la ragione di tutto il suo sperimentare e come mai tanti autori indicano Lui come il padre, la fonte del Kriya Yoga.  Preferiamo supporre che ricevette solo dei principi generali che<br />
sviluppò poi gradatamente, e che attuò con l&#8217;uso di tecniche che già conosceva o che imparò a considerare in una luce nuova.</p>
<p><em>E dei presunti pericoli derivanti dal &#8220;risveglio prematuro di Kundalini&#8221; che ne pensi?<br />
</em>Kundalini non è una forza estranea a noi che prende possesso del nostro essere e sconvolge la nostra vita.  Kundalini è la nostra energia, è la nostra aspirazione, è lo stato più puro della nostra coscienza.</p>
<p>Taluni chiamano lo stato estatico del Samadhi &#8220;risveglio di Kundalini&#8221;. A mio avviso non esiste una cosa come lo spesso invocato &#8220;risveglio prematuro di Kundalini&#8221;. È il concetto di &#8220;prematuro&#8221; che non va bene.</p>
<p>Se una persona che si è bruciata il cervello con droghe di ogni tipo o che soffre di una malattia mentale ereditaria si mette a fare intensi esercizi di respirazione e perde il suo momentaneo equilibrio psichico, ottenuto con cure e medicine, non è che soffra di un &#8220;risveglio prematuro di Kundalini&#8221;, semmai soffre di un &#8220;maturo stato di marasma e disfacimento&#8221; che nulla ha a che fare con l&#8217;esperienza mistica.</p>
<p>Il problema è capire come mai si è messo a fare certi esercizi, con che speranze, con che illusioni.  Capire chi gliele ha create.  E poi capire come li ha fatti, con che stato mentale, come si è autosuggestionato e poi spaventato. . .</p>
<p>Purtroppo tutto questo succede.  Credo si possa evitare liberando il Kriya da ogni forma di pubblicità, smettendo di parlare dei suoi effetti evolutivi, ecc. .<br />
Chi ha seri problemi mentali cerca infatti solo le tecniche che promettono mari e monti.  Se gli dici che il Kriya è un semplice sentiero spirituale se ne starà ben lontano.</p>
<p><em>Come agisce in pratica, nell&#8217;essenza, il Kriya?<br />
</em>Nel Kriya prima si calma la tempesta del respiro, poi si lascia chel&#8217;energia fluisca verso i Chakra.  Quando la consapevolezza sosta per almeno mezzo minuto in ciascuno di essi, si ottiene un grandissimo stato di pace. Suoni interiori così come luce che proviene dalle loro sedi approfondisce il contatto con la dimensione Omkar.  Omkar è Om, la Realtà Divina che sostiene l&#8217;universo, la cui natura è vibrazione.</p>
<p>Colui che segue il sentiero mistico incontra infallibilmente questa manifestazione dello Spirito &#8211; qualsivoglia possa essere la sua preparazione e le sue convinzioni. Il suono è percepito con diverse varianti:  Lahiri Mahasaya lo descrive come «prodotto da molte persone che continuano a colpire il disco di una campana».  Esso è continuo «come l&#8217;olio che fluisce da un contenitore».</p>
<p>Sin dall&#8217;inizio del sentiero Kriya, non appena la mente è sufficientemente calma, il dolce suono interiore di Om afferra la consapevolezza del kriyaban e la conduce nelle profondità senza alcun pericolo che si perda</p>
<p><em>C&#8217;è qualcosa in Occidente che può essere paragonato al Kriya?<br />
</em>Certo! C&#8217;è l&#8217;esicaismo, ove il pronunciare la Preghiera è sincronizzato con il proprio respiro.  Nella tradizione esicasta troviamo scritto: «Fate che il ricordo di Gesù sia presente in ciascun respiro, e poi capirete il valore della &#8220;Hesychia&#8221;.  » Il metodo è simile al nostro Kriya Pranayama.</p>
<p>Il Mantra che usiamo nel Kriya dovrebbe essere vissuto come una Preghiera luminosa: in questo modo è possibile innamorarsene.  La sua Magia Divina si diffonderà in ogni sfaccettatura della nostra vita, sarà come uscire da una stanza scura nell&#8217;aria fresca e nella luce del sole.  Non ci saranno più problemi di aridità, mancanza di motivazione e difficoltà di concentrazione.  Come quando ci troviamo all&#8217;aria fresca noi non ci concentriamo su di essa ma la respiriamo, nello stesso modo il nostro sentiero sarà un&#8217;esperienza di pura gioia.</p>
<p><em>Le tecniche Kriya funzionano al di fuori del rapporto Maestro-discepolo?<br />
</em>Di sicuro non v&#8217;è risposta provata scientificamente.  In questo campo possiamo usare sia la fede che la ragione.  Molti discepoli si rendono conto che il Divino risiede nel loro cuore e hanno la fiducia di riuscire a trasformare le tecniche, non importa come ricevute, in &#8220;oro&#8221;.  Pensano: &#8220;Al di là di tutte le aspettative, ragionevoli o improbabili, di trovare un esperto di Kriya a mia disposizione, mi rimbocco le maniche e vado avanti!&#8221;</p>
<p>Il sito di Ennio Nimis: <a href="http://www.kriyayogainfo.net/" target="_blank">http://www.kriyayogainfo.net/</a></p>
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		<title>Illuminarsi con passione</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Feb 2008 13:52:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Miranda Shaw</dc:creator>
				<category><![CDATA[Sessualità]]></category>
		<category><![CDATA[Bhagavad Gita]]></category>
		<category><![CDATA[buddismo]]></category>
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		<category><![CDATA[illuminazione]]></category>
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		<description><![CDATA[In questa intervista di Craig Hamilton Miranda Shaw parla del tantra e della via della passione. Quando Miranda Shaw osserva le donne dei dipinti tibetani, non vede immagini a due dimensioni partorite dalla mente di un artista, ma “donne numinose nate dal cielo”, “amanti della libertà” e “incantatrici appassionate, estatiche e di feroce intensità”, riflesso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2008/02/tantra3.jpg" title="Tantra 3"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2008/02/tantra3.jpg" style="width: 90px; height: 120px; margin-left: 6px; margin-right: 6px" alt="Tantra 3" align="left" height="120" hspace="6" width="90" /></a>In questa intervista di Craig Hamilton Miranda Shaw parla del tantra e della via della passione.</p>
<p>Quando Miranda Shaw osserva le donne dei dipinti tibetani, non vede immagini a due dimensioni partorite dalla mente di un artista, ma “donne numinose nate dal cielo”, “amanti della libertà” e “incantatrici appassionate, estatiche e di feroce intensità”, riflesso radioso delle donne illuminate e piene di potere che aiutarono a dar forma al mondo del tantra buddista.</p>
<p>Tutto quello che avreste sempre voluto sapere sul tantra ma non avete mai osato chiedere.<span id="more-91"></span></p>
<p>Quando Miranda Shaw osserva le donne dei dipinti tibetani, non vede immagini a due dimensioni partorite dalla mente di un artista, ma “donne numinose nate dal cielo”, “amanti della libertà” e “incantatrici appassionate, estatiche e di feroce intensità”, riflesso radioso delle donne illuminate e piene di potere che aiutarono a dar forma al mondo del tantra buddista.</p>
<p>Scrive: “<em>Si può quasi udire il suono dei loro complicati gioielli di ossa e sentire l’aria spostata dalle loro fasce color arcobaleno, mentre si librano nel paesaggio del buddismo tantrico</em>”. Fu la vista di queste immagini, avvenuta in una mostra d’arte all’epoca del suo secondo anno di college, che catturò la sua immaginazione e stimolò quella curiosità che avrebbe alimentato il lavoro fondamentale della sua vita: una ricerca che l’avrebbe portata dall’Harvard Divinity School ai remoti altopiani tibetani per trovare una conoscenza di prima mano della storia e della pratica tantriche.</p>
<p>Educata da genitori metodisti in una piccola cittadina dell’Ohio, la Shaw si interessò per la prima volta alle religioni orientali verso i 14 anni, quando un amico di famiglia le mostrò una copia della Bhagavad Gita. Pur avendo ricevuto poca educazione religiosa, rimase ipnotizzata e incapace di abbandonare la lettura. Era l’inizio di una storia d’amore con la letteratura religiosa, le cui opere più importanti sono ancora allineate lungo i corridoi e le stanze del suo piccolo appartamento vicino all’Università di Richmond, dove adesso è insegnante di religione. Il suo interesse per gli studi religiosi, infine, l’ha spinta a seguire il programma di dottorato di Harvard, nel corso del quale, lavorando sulla sua tesi di laurea, ha trovato la propria strada all’interno delle ricerche più avanzate sul buddismo tantrico.</p>
<p>L’apice di questa ricerca è il libro Passionate Enlightenment: Women in Tantric Buddhism, ora alla sua quarta edizione. Passionate Enlightenment è stato definito un contributo innovatore allo studio della storia tantrica. Scritto grazie agli studi approfonditi dei testi tantrici basilari nella lingua originale, e anche grazie a due anni e mezzo di ricerca sul campo in India e in Nepal, il libro della Shaw offre un punto di vista rivoluzionario sulla pratica tantrica. Esso ruota intorno a un semplice assioma: il tantra, oltre a essere al servizio dell’avanzamento spirituale dell’uomo, fu anche al servizio dell’illuminazione della donna.</p>
<p>Nell’ultimo quarto di secolo si è avuta una notevole quantità di studi sul buddismo e sul tantra ma, prima del lavoro della Shaw, il punto di partenza sottinteso era sempre stato che le donne erano coinvolte nella pratica tantrica solo nella misura in cui potevano sostenere gli uomini nel raggiungimento della loro illuminazione. Mettendo da parte questo postulato e considerando in modo nuovo e approfondito sia le fonti scritte sia quelle viventi, la Shaw ha scoperto un mondo nel quale non solo le donne vivevano e praticavano allo stesso livello degli uomini per la propria trasformazione spirituale, ma in molti casi indicavano anche la strada. Infatti, la Shaw ha capito che per un vero praticante maschile del tantra, le donne andavano adorate, onorate e riverite come portatrici di energia illuminata nel mondo. Grazie a questa reinterpretazione rivoluzionaria dei testi tantrici, la Shaw è stata finalmente in grado di dare un senso a molti degli elementi apparentemente disparati di questa complessa tradizione; in tal modo, ha gettato le basi per un nuovo capitolo nello studio della teoria e della pratica tantriche.</p>
<p>Subito dopo aver letto il libro di Miranda, sapevamo che dovevamo parlare con lei. In quanto pensatrice pionieristica nel suo campo e ricercatrice dotata di un’esperienza di prima mano fra gli insegnanti tradizionali, ci è apparsa in una posizione privilegiata per aiutarci a far ordine tra la confusione del tantra contemporaneo. E, a differenza di quella di molti altri studiosi, la sua prosa ardita rivelava un interesse autentico e apparentemente personale sull’argomento. Ma ciò che ci intrigava più di ogni altra cosa era l’apparente facilità e sicurezza con la quale era stata capace di passare dalle sottigliezze del buddismo esoterico alle dettagliate descrizioni delle dimensioni più concrete della pratica sessuale tantrica, senza perdere un colpo. Miranda Shaw, abbiamo pensato, deve essere una professoressa non comune.</p>
<p>Nonostante avessi letto il suo libro e avessi parlato con lei varie volte al telefono, quando Miranda Shaw venne a prendermi all’aeroporto di Richmond, mi attendevo ancora una donna dall’aspetto accademico, piuttosto che la persona attraente e vivace che mi stava dando il benvenuto. «Non mi aspettavo che tu fossi così giovane!», mi ha detto stringendomi la mano e sorridendomi calorosamente. E quando ci siamo diretti a tutta velocità verso la città, con i pneumatici che stridevano praticamente a ogni curva, ho cominciato a capire chi era la Miranda Shaw che aveva trovato tanta ispirazione nelle immagini delle eroine dello “SkyDancing Tantra”. Più tardi, seduti nella posizione del loto nel soggiorno del suo appartamento e circondati da immagini di arte erotica classica e contemporanea, lei ha condiviso la sua comprensione della filosofia e della pratica del tantra buddista, oltre alla personale passione per questo argomento, che l’ha portata nei più lontani angoli della Terra.</p>
<p>Craig Hamilton: <em>Nel tuo libro Passionate Enlightenment descrivi come il buddismo tantrico abbia avuto inizio da un movimento rivoluzionario o da una ribellione contro la rigidità delle istituzioni tradizionali del buddismo monastico. Chi erano questi rivoluzionari?</em></p>
<p>Miranda Shaw: : I fondatori del tantra erano di estrazioni sociali diversissime tra loro. Troviamo re, aristocratici, gente comune e persone dedite a ogni tipo di commercio e arte. Ma, e questo è interessante, troviamo anche persone provenienti dai monasteri. Appena il tantra fu fondato e prese forma, alcuni monaci abbandonarono i conventi, perché non volevano ritirarsi dalla vita reale. L’impulso principale al movimento, tuttavia, venne dall’esterno dei monasteri, da coloro che definiremmo laici, cioè persone che volevano praticare lo yoga e le discipline spirituali, ma non necessariamente in un contesto monastico di celibato, né isolati dai membri del sesso opposto o fuori dalle relazioni intime e familiari.</p>
<p>Craig Hamilton: <em>Prima della comparsa del tantra, il buddismo era praticato esclusivamente in ambiente monastico: quindi, se volevi diventare un praticante serio, dovevi inevitabilmente entrare in un monastero?</em></p>
<p>Miranda Shaw: Esatto. Esistevano delle regole morali e delle semplici meditazioni praticabili dai laici, ma non costituivano una seria ricerca dell’illuminazione.</p>
<p>Craig Hamilton: <em>Quali furono gli eventi principali che provocarono questo nuovo movimento?</em></p>
<p>Miranda Shaw: Lo sviluppo del buddismo è stato segnato dall’espansione verso aree geografiche e contesti socio-culturali sempre nuovi.</p>
<p>Durante il periodo tantrico, il buddismo espande ancora una volta la propria base e raggiunge le persone più lontane come, a esempio, coloro che vivevano in isolamento sulle montagne o che occupavano i gradini più bassi della scala sociale. Non appena queste persone fecero il loro ingresso nel buddismo, portarono con sé i propri simboli, riti e forme di spiritualità. In tal modo, le loro intuizioni trovarono un punto di incontro nella filosofia del tantra buddista. Una delle pratiche rituali associate a questi gruppi è la pratica sciamanica nota come “trasformarsi nella divinità”. Pratiche come queste, poi, si fusero con l’obiettivo tantrico di ottenere la buddità in questa vita.</p>
<p>Craig Hamilton: <em>“Trasformarsi nella divinità”: cosa significa esattamente?</em></p>
<p>Miranda Shaw: Incarnare la presenza della divinità ad ogni livello del tuo essere: nel corpo, nel linguaggio e nella mente. Non si tratta semplicemente di vedere mentalmente il mondo come lo vedrebbe una divinità: cioè come armonioso, puro e perfetto alla stregua di un regno di splendore estetico (cosa che effettivamente è), ma anche di parlare come una divinità, utilizzando parole di discernimento, liberazione e compassione. Quello che ho trovato molto eccitante nella visione tantrica è il fatto che la presenza del divino viene realizzata nel tuo stesso corpo, manifestandola attraverso le azioni fisiche. Ma non si tratta solo di manifestare la presenza della divinità in modo da poterla adorare o da consentirle di operare guarigioni o di svolgere altre attività, bensì di manifestare la piena illuminazione – la buddità – nel mondo.</p>
<p>Craig Hamilton: <em>Questo, ovviamente , era qualcosa di totalmente nuovo per la pratica buddista. Cosa stava succedendo davvero, a quell’epoca?</em></p>
<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/illuminarsi-con-passione-2.jpg" title="Illuminarsi con passione 2.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/illuminarsi-con-passione-2.jpg" alt="Illuminarsi con passione 2.jpg" align="bottom" /></a></p>
<p>Miranda Shaw: La forma istituzionale del tantra seguì l’antico modello indiano dello yoga. Ovvero, un maestro offriva insegnamenti, rivelazioni e tecniche, e i discepoli che volevano praticare si raccoglievano intorno a lui, spesso arrivando a vivere con lui. Meditavano ed eventualmente andavano in pellegrinaggio insieme, formando una piccola comunità. Non esisteva un’autorità centrale che avrebbe censurato preventivamente  gli insegnamenti o selezionato chi avrebbe potuto impartirli. Questo è uno dei motivi per cui fu un periodo di straordinaria creatività.</p>
<p>Craig Hamilton: <em>Quali erano alcune delle pratiche chiave dell’approccio tantrico?</em></p>
<p>Miranda Shaw: Le tecniche base di attenzione e gli insegnamenti etici del buddismo erano già consolidati, a quel tempo. Quello che venne aggiunto, in questa epoca, fu un certo numero di tecniche yoga, di modi specifici per dirigere il respiro e le energie interne del corpo. Queste tecniche furono attinte dalla grande tradizione yogica dell’India. Furono incorporati anche molti elementi rituali, come le tecniche magiche e le</p>
<p>pratiche di danza. Tuttavia, quello che maggiormente distinse questo periodo fu probabilmente l’introduzione dello yoga dell’unione, cioè le pratiche che uomini e donne potevano fare insieme per trasformare le energie risvegliate dall’unione sessuale in stati molto raffinati di coscienza, saggezza e beatitudine.</p>
<p>Craig Hamilton: <em>Fino a quel momento non c’erano state pratiche sessuali nel buddismo, vero?</em></p>
<p>Miranda Shaw: Vero. C’erano degli insegnamenti etici sulla sessualità, ma non esistevano discipline per usare queste energie ai fini dell’illuminazione.</p>
<p>Craig Hamilton: <em>In che modo la sessualità, o la pratica dello yoga sessuale, era considerata utile ai fini dell’illuminazione?</em></p>
<p>Miranda Shaw: La sessualità è un aspetto immensamente potente, primitivo e irriducibile della natura umana. Uno dei contributi del paradigma tantrico fu l’intuizione che, in alcuni tipi di pratiche meditative, le energie sessuali andavano sprecate. I pionieri del tantra si resero conto che il celibato non significava, in realtà, aver conseguito una padronanza della propria sessualità ma, piuttosto, averla repressa o addirittura evitata per paura. In realtà, si stava rinviando a qualche vita futura il lavoro che andava fatto per integrare tutti gli aspetti del proprio essere e padroneggiare ogni forma di energia.</p>
<p>Craig Hamilton: <em>Quindi l’idea era che, se facevi voto di castità a vita, era impossibile raggiungere la padronanza dell’impulso sessuale?</em></p>
<p>Miranda Shaw: Esiste un insegnamento tantrico secondo cui, senza la pratica dell’unione sessuale e senza integrare le energie a quel livello, non è possibile raggiungere l’illuminazione in questa vita.</p>
<p>Craig Hamilton: <em>Ho letto sul tuo libro che uno dei testi tantrici si spinge così in là da sostenere persino che il Buddha non raggiunse l’illuminazione sotto l’albero della bodhi (come comunemente si crede), ma mentre praticava lo yoga sessuale nel proprio Palazzo, con sua moglie.</em></p>
<p>Miranda Shaw: Questo è esattamente l’insegnamento cui mi riferisco. Essi sostengono che sia impossibile raggiungere l’illuminazione in questa vita senza unirsi con un partner yogico. Per questo, affermano che persino Shakyamuni il Buddha ebbe una consorte con cui praticare: sua moglie, prima di lasciare il Palazzo. Se non l’avesse fatto, non avrebbe potuto ottenere l’illuminazione.</p>
<p>Craig Hamilton: <em>Nel tuo libro sostieni che, sebbene avesse già raggiunto l’illuminazione nel palazzo, il Buddha rinunciò al regno, divenne un vagabondo e si dedicò ad anni di pratiche austere per stimolare la gente a intraprendere la vita spirituale (ovviamente, solo per coloro che sarebbero rimasti colpiti da queste grandi rinunce).</em></p>
<p>Miranda Shaw: Si, raggiunse l’illuminazione nell’unione con sua moglie. Poi, per attrarre quelle persone che si sarebbero fatte impressionare dalla rinuncia e che sarebbero state destinate a seguire il sentiero dell’austerità durante questa vita, creò questa finta rappresentazione.</p>
<p>Craig Hamilton: <em>É una storia affascinante. Ma penso che i seguaci del Theravada o altri buddisti tradizionali obietterebbero che si tratta semplicemente di una riscrittura della storia per piegarla agli scopi ideologici del tantra.</em></p>
<p>Miranda Shaw: Quello che Shakyamuni fece, raggiunse e disse veramente è così perso nelle nebbie del tempo che le prime fonti scritte risalgono a centinaia di anni dopo la sua vita. Ritengo verosimile il racconto tantrico. Parlando di questo, tuttavia, voglio mettere in chiaro che i seguaci del tantra non condannarono coloro che non potevano, o non volevano, integrare le proprie energie sessuali nel cammino spirituale di questa vita; infatti, avevano capito che il celibato è karmicamente adatto per alcune persone. Ma quello che l’intuito tantrico aggiunse fu il riconoscimento che altre persone avevano un’enorme energia passionale, ovvero una personalità sensuale, sensibile, esteticamente ed emozionalmente intensa. Vollero offrire il tantra come una possibilità per queste persone di usare tale intensità senza dover sprecare tanta energia, anche perché, con tutta probabilità, non sarebbero mai riusciti ad abbandonarla o a reprimerla.</p>
<p>Craig Hamilton: <em>Sembra che tu stia affermando che ci sono cammini diversi per differenti tipi di persone, e che il tantra fu concepito per persone passionali, dotate di temperamento insolitamente acceso e ardente.</em></p>
<p>Miranda Shaw: Assolutamente. I testi lo ripetono più e più volte: il tantra è per i passionali.</p>
<p>Craig Hamilton:<em> In che modo questo concorda con ciò che hai appena detto, ovvero che l’unione tantrica è il solo modo in cui tutti possono effettivamente raggiungere la piena buddità in questa vita?</em></p>
<p>Miranda Shaw: La piena buddità in questa vita è uno scopo tantrico. Non è uno obiettivo del Mahayana o del Theravada. Ragion per cui quella visione è pienamente valida.</p>
<p>Craig Hamilton: <em>Ma in qualsiasi vita succeda, la buddità sarà sempre in questa vita. Così, alla fine, sembra che i seguaci del tantra sostengono che l’unico modo per farla accadere passa attraverso la pratica dello yoga sessuale o dell’unione tantrica.</em></p>
<p>Miranda Shaw: Giusto. Infatti, è interessante notare che, secondo loro, per raggiungere la piena illuminazione, devi contattare e liberare l’energia del cuore, che è considerato il centro, il nucleo dell’essere, della consapevolezza più profonda. È lì che immagazzini la paura, l’odio e la rabbia di molte vite. La loro opinione era che solo l’energia generata dalla pratica dell’unione con un partner può avere la forza di spazzare via i residui di centinaia di anni di comportamento egoico e di immersione nell’illusione e nella negatività, dissolvendo strati di odio e paura che dimorano nel cuore.</p>
<p>Craig Hamilton: <em>In che modo queste cose vengono “spazzate via”? Nel tuo libro, scrivi: “Si ritiene che la pratica con un partner (tantrico) renda possibile l’apertura completa del cuore a livello più profondo, liberandolo da tutti i blocchi, le costrizioni e gli oscuramenti creati da idee false ed emozioni egoiche”.</em></p>
<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/illuminarsi-con-passione-3.jpg" title="Illuminarsi con passione 3.jpg"></a></p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/illuminarsi-con-passione-3.jpg" title="Illuminarsi con passione 3.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/illuminarsi-con-passione-3.jpg" alt="Illuminarsi con passione 3.jpg" align="bottom" /></a></p>
<p>Miranda Shaw: Uno degli obiettivi degli yoga sessuali è concentrare le energie nell’area addominale del corpo, sede del fuoco interiore che i seguaci del tantra cercano di accendere e alimentare. Attraverso la pratica dell’unione sessuale, l’attenzione è concentrata in quell’area, che si trova alcuni centimetri sotto l’ombelico, nella regione dove dovrebbero formarsi le sensazioni sessuali. Ma a differenza della sessualità comune, nella quale i partner semplicemente permettono al piacere di svilupparsi secondo il suo corso, i seguaci del tantra concentrano l’energia e il pensiero in questo punto, utilizzandolo per innalzare quel fuoco interiore. Quando il fuoco è acceso e inizia a bruciare in modo vivo, sono possibili numerose meditazioni per raffinare le energie nel cuore. Una di queste è dirigere l’energia verso l’alto: grazie all’intensità di questa energia, non appena essa attraversa il cuore, scioglie spontaneamente i blocchi (come sostengono i seguaci del tantra), “scoppiando” tra questi residui. A volte, quando i residui vengono rilasciati, si farà l’esperienza dell’emozione liberata, poiché essa emerge nella consapevolezza. Se si tratta di odio, per esempio, o di qualche paura, si sperimenterà attivamente l’emozione nell’istante in cui questa viene liberata. Ci vuole molta consapevolezza per essere in grado di elaborare le emozioni che affiorano dal passato e lasciarle andare mentre emergono, piuttosto che proiettarle sull’attuale situazione.</p>
<p>Craig Hamilton: <em>Sembra che la pratica richieda molto più che la generazione di un’energia intensa. Esige anche il possesso di determinate qualità e di una certa personalità, affinché il praticante sia in grado di sopportare tutto ciò che può essere provocato da una tale intensità di energia.</em></p>
<p>Miranda Shaw: È possibile che si formi un nuovo attaccamento perché, quando si formano queste emozioni e questi potenti stati mentali, se non sei veramente pronto a distaccartene, puoi di nuovo farti coinvolgere da tali nevrosi del passato. In quel momento, esse richiedono di essere affrontate in un modo o nell’altro, e questa è la ragione per cui si dice che praticare il tantra è come procedere sul filo di una spada. Non è senza pericoli. L’intensità delle energie con cui stai lavorando e le profondità psichiche che porti alla luce sono potenzialmente pericolose per la tua tranquillità mentale.</p>
<p>Craig Hamilton: <em>Cosa si prova lavorando tanto intimamente con una persona e affrontando energie ed emozioni così potenti? Le relazioni tantriche devono essere eccezionalmente intense.</em></p>
<p>Miranda Shaw: La relazione ci dà un’opportunità per osservare noi stessi, rispecchiandoci l’uno nell’altra e lavorando con queste energie man mano che emergono. Quando questo coinvolgimento diretto è unito al potere dello yoga, tutta la relazione diventa un crogiolo di combustione interiore e di profonda trasformazione.</p>
<p>Craig Hamilton: <em>Sembrerebbe, allora, che il coinvolgimento spirituale tra due partner vada molto più in là di una semplice pratica energetica svolta insieme. Riguarda anche la sfida della convivenza e del riuscire a diventare essere umani decenti?</em></p>
<p>Miranda Shaw: Va molto al di là del diventare essere umani decenti; riguarda il modo in cui ci sosteniamo l’un l’altra nella ricerca dell’illuminazione: questo è un livello di interazione completamente diverso e potrebbe richiedere cose che, nel senso comune, non verrebbero giudicate decenti. Ecco perché è importantissimo, nella scelta di un partner tantrico, trovare qualcuno che abbia un livello paragonabile di sofisticazione emotiva, intellettuale e spirituale. Infatti, i processi che avranno luogo richiedono non soltanto un alto grado di distacco emotivo, ma anche il possesso di certe doti intellettuali, come la capacità di decostruire puntualmente i contenuti e le interpretazioni della propria esperienza.</p>
<p>Craig Hamilton: <em>Cominciare una relazione tantrica sembra una faccenda seria, che richiede di essere ben ponderata in anticipo. Tutto ciò non dà la sensazione di qualcosa che può essere semplicemente aggiunto a una relazione.</em></p>
<p>Miranda Shaw: Sarebbe più difficile aggiungere il tantra a una relazione esistente che cominciare una relazione tantrica dall’inizio. Infatti, in una relazione preesistente sono in atto già molti schemi. Quindi, oltre a tutti gli schemi delle vite passate che stiamo cercando di eliminare, dovremo affrontare anche quelli della relazione attuale. Mi piace pensare che in teoria sarebbe possibile, ma non sembra che funzioni.</p>
<p>Craig Hamilton: <em>Una delle altre pratiche che spieghi in dettaglio nel tuo libro riguarda l’unione della beatitudine con il vuoto, o il tentativo realizzare quest’ultimo per tollerare l’esperienza della beatitudine. Quando dici “beatitudine” in questo contesto, intendi semplicemente il piacere erotico, cioè il piacere che la maggioranza delle persone conosce?</em></p>
<p>Miranda Shaw: Nella pratica tantrica si va oltre il piacere. Lo si segue fino alla radice, cioè il cuore della mente, che è composto di pura beatitudine. Entri nel regno dell’estasi al di là dei sensi, ma per raggiungerlo hai usato questi ultimi. Ti sei servito della sensazione del piacere e sei sceso nelle profondità del suo nucleo. Ma una volta che ti trovi in questo profondo livello di beatitudine, è molto facile attaccarsi all’oggetto che la provoca o alla sua sorgente – cioè il tuo partner – e anche all’esperienza stessa della beatitudine, trasformandola in un altro attaccamento. Ecco perché l’esperienza della beatitudine viene accompagnata dalla meditazione sul vuoto. Nel tantra è necessario unire questa esperienza di intensa beatitudine con la realizzazione del vuoto.</p>
<p>I seguaci del tantra, a quel punto, hanno già familiarizzato con la filosofia del vuoto, con la comprensione che tutti i fenomeni sono privi di identità intrinseca, di una personalità permanente e indipendente. Così, in questo senso, viene compreso che il mondo è illusorio e di conseguenza non in grado di creare l’appagamento o la beatitudine ultima. Quello che fanno i partner tantrici, durante l’esperienza della beatitudine, è applicare questa specifica intuizione all’esperienza stessa della beatitudine e scomporla, scoprendo che non c’è alcun sé che la sta sperimentando. La beatitudine si è evoluta in una specie di spazio vuoto; nessuno la possiede né esiste una sua sorgente. L’unione della beatitudine con l’intuizione della sua natura vuota dovrebbe condurre ciascun partner in una consapevolezza vasta come il cielo e priva di un centro; ovvero, a un’esperienza di consapevolezza universale.</p>
<p>Craig Hamilton: <em>C’è un altro passaggio, nel tuo libro, dove descrivi la trasformazione del piacere sensuale in estasi spirituale.</em></p>
<p>Miranda Shaw: É esattamente quanto accade. Il piacere ordinario è trasformato in piacere trascendente grazie all’uso dell’intuizione del vuoto.</p>
<p>Craig Hamilton: <em>Ok. </em><em>Quindi c’è questa intensa esperienza di piacere erotico sulla quale siamo completamente concentrati&#8230;</em></p>
<p>Miranda Shaw: Si, e poi applichi l’intuizione del vuoto. Decostruisci l’esperienza, vedendola come vuota. Mentre attraversi questo processo, stai davvero rimuovendo ogni possibile attaccamento al suo interno, quindi ti stai portando al di fuori della beatitudine, in quanto colui che sperimenta. Elimini dalla beatitudine l’oggetto come sua causa. Cancelli l’interpretazione di tale esperienza come “beatitudine”, elimini perfino la parola stessa.</p>
<p>Quando decostruisci i differenti aspetti della beatitudine, la trasformi da ordinaria a trascendente, ovvero la rendi priva di caratteristiche e al di là di ogni descrizione.</p>
<p>Craig Hamilton: <em>È la beatitudine che cambia veramente, o sei tu che rimuovi ciò che le era stato sovrimposto, in modo da illuminare quello che esisteva già?</em></p>
<p>Miranda Shaw: Nell’analisi tantrica, rimuovi gli ostacoli per sperimentare la beatitudine nella sua pienezza. Secondo il tantra, quella beatitudine trascendente è presente in ogni momento dell’esperienza, ma è coperta da ciò che abbiamo proiettato su quest’ultima, cioè le aspettative dell’ego.</p>
<p>Craig Hamilton: <em>Uno dei principali argomenti del tuo libro è la relazione uomo-donna e il ruolo dei sessi. Tu affermi chiaramente che nella pratica dello yoga sessuale tantrico, gli uomini devono adorare le donne. Per tutto il libro, gli uomini sono definiti come “devoti”, “servi”, e perfino “schiavi” delle donne; in particolare, agli uomini è consigliato di “prendere rifugio nella vulva di una donna stimata” e perfino di “essere disposti a toccare e ingerire ogni sostanza espulsa da un corpo di donna”.</em></p>
<p>Miranda Shaw: E leccare ogni parte del suo corpo, se richiesto!</p>
<p>Craig Hamilton: <em>Ciò vuol dire un’adorazione estrema e l’accettazione di una relazione decisamente subordinata alla donna. Quest’ultima viene letteralmente trattata come una dea.</em></p>
<p>Miranda Shaw: Si, come una dea. Lo scopo della pratica tantrica è quello di trasformarsi nella divinità. Il cammino della donna consiste nel realizzare che lei è, essenzialmente, una dea o un buddha femminile. Il modo con cui l’uomo la tratta l’aiuta a realizzare la sua essenza illuminata. Se l’uomo la trattasse semplicemente come sua uguale o sua subordinata, lei dovrebbe combattere contro questa concezione e questo trattamento, in modo da realizzare la sua divinità innata. Le donne tantriche non vogliono fare questo.</p>
<p>Craig Hamilton: <em>Se l’incarnazione del divino è uno dei principali scopi del tantra, lo è anche per l’uomo?</em></p>
<p>Miranda Shaw: Oh, assolutamente.</p>
<p>Craig Hamilton: <em>Quindi, lei tratta lui come un dio?</em></p>
<p>Miranda Shaw: Anch’egli sta realizzando la propria innata divinità e buddità, ma ritiene che l’espressione della sua buddità sia onorare la divinità di lei.</p>
<p>In questa visione, il ruolo della donna è canalizzare nel mondo le energie illuminate, di trasformazione, in modo potente. Il ruolo del maschio è ricevere queste energie, onorandole insieme alla loro sorgente. Alcuni uomini possono non essere d’accordo, ma questa è la visione tantrica.</p>
<p>Craig Hamilton: <em>Nel tuo libro scrivi che, nel portare la donna all’eccitazione, “un uomo deve essere attento a suscitare il desiderio senza privarla della consapevolezza”. Come è possibile questo?</em></p>
<p>Miranda Shaw: É una questione di virtuosismo, precisione, delicatezza. Lui non può avvicinarla in modo sdolcinato o…</p>
<p>Craig Hamilton: <em>…con rudezza?</em></p>
<p>Miranda Shaw: Sì. Penso che “delicatezza” sia il termine migliore. Non deve imporre se stesso e le proprie avances, ma suscitare il piacere di lei. É un orientamento diverso. Richiede molta attenzione allo stato mentale e al livello del desiderio di lei. Preclude quel tipo di aggressività sessuale per cui l’uomo ha già in mente una serie di passi, da compiere il più velocemente possibile, per raggiungere il suo scopo.</p>
<p>Craig Hamilton:<em> Ciò la distrarrebbe dalla sua meditazione?</em></p>
<p>Miranda Shaw: Senza dubbio.</p>
<p>Craig Hamilton: <em>In precedenza, hai affermato che l’unione tantrica, o lo yoga sessuale, viene considerato una delle pratiche più elevate e avanzate. Esso richiede un’enorme preparazione, tra cui un’intensa pratica di meditazione, un senso di responsabilità universale, motivazioni compassionevoli e anche l’abbandono dell’illusione di un sé separato, isolato. Tutto ciò, solo per prepararsi alla pratica.</em></p>
<p>Miranda Shaw: Giusto. Inoltre, richiede l’isolamento. È una pratica che, nella maggior parte dei casi, viene svolta in una situazione simile a un ritiro.</p>
<p>Craig Hamilton: <em>Che genere di ritiro?</em></p>
<p>Miranda Shaw: La coppia può recarsi in una foresta, in una caverna o in una capanna di meditazione; ovvero, in qualche luogo in cui possa stare in silenzio e meditare. A causa degli stati rarefatti di consapevolezza che si ricercano, in quei momenti non si desiderano interruzioni. È necessario concentrarsi e scendere nell’esperienza molto profondamente.</p>
<p>Craig Hamilton: <em>Quindi non si trattava di una pratica che le coppie facevano di sera, dopo il lavoro o la cena?</em></p>
<p>Miranda Shaw: Una volta compresa o padroneggiata la tecnica, questo era possibile. Ma all’inizio, durante il suo sviluppo, no. Si sente parlare, a esempio, di persone che vanno in ritiro per sei mesi o un anno, praticano intensamente lo yoga sessuale e poi cercano di integrarlo nella propria vita in modo più naturale e continuativo.</p>
<p>Craig Hamilton: <em>È interessante sentire il punto di vista storico e tradizionale, perché ai nostri giorni la concezione del tantra è molto diversa. Se leggiamo le riviste spirituali, vediamo un numero infinito di seminari tantrici offerti da coppie, cui partecipano altre coppie o singoli che si mettono insieme per un “intensivo” di una o due settimane. In confronto al contesto spirituale che hai descritto e per ciò che ho visto io, questi seminari sembrano basati più che altro su un approccio terapeutico di tipo occidentale.</em></p>
<p>Miranda Shaw: Secondo me, la differenza principale tra il tantra tradizionale e alcune delle sue versioni moderne più secolarizzate e occidentali (ma questo vale anche per certe versioni indiane) è che in queste ultime il centro dell’attenzione è la relazione stessa. Pratiche ed elementi tantrici vengono introdotti per migliorare la relazione. Al contrario, nel tantra tradizionale si usano i contenuti di una relazione per raggiungere l’illuminazione. Quindi il fine, il centro dell’attenzione, è completamente diverso.</p>
<p>Craig Hamilton: <em>Quanto di quello che attualmente sta succedendo in occidente nel nome del tantra secondo te è all’altezza della serietà delle pratiche che stai descrivendo?</em></p>
<p>Miranda Shaw: In generale, sembra che gli occidentali non abbiano le basi che avrebbero i praticanti orientali. Per esempio, la pratica del tantra in India, Nepal e Tibet presume, in media, cinque anni di studio della filosofia del vuoto. Le persone che intendono praticare il tantra si chiedono l’un l’altra: «Quali filosofie del vuoto hai studiato?», «Quali testi hai usato?». Si interrogano l’un l’altra sui punti tecnici del vuoto. Quale occidentale ha mai fatto questo? La fruizione della pratica tantrica è l’unione della beatitudine e del vuoto. Se non comprendi il vuoto, non puoi destrutturare le tue emozioni, e questo è essenziale per la pratica tantrica. Cosa fai se sorgono la paura, la rabbia, il desiderio intenso o la lussuria? In che modo destrutturi queste cose, se non comprendi il vuoto? Come hai detto tu, non si tratta di psicoterapia.</p>
<p>Craig Hamilton: <em>Mi pare di capire che una pratica tantrica è anche quella di immaginare uno yoga sessuale senza disporre davvero di un partner fisico.</em></p>
<p>Miranda Shaw: Questo vale per i monaci che non vogliono tradire il loro voto di castità. Tale pratica viene considerata un momento preparatorio per quando potranno stare con un partner, nelle vite future.</p>
<p>Craig Hamilton: <em>Questa pratica di visualizzazione è qualcosa che li coinvolge, per così dire, a ogni livello? Si eccitano da soli?</em></p>
<p>Miranda Shaw: Così dovrebbe essere.</p>
<p>Craig Hamilton: <em>Dovrebbero eccitarsi mentre praticano questa visualizzazione? Anche nei monasteri?</em></p>
<p>Miranda Shaw: Alcuni lo fanno. Questo è ciò che pare di capire. Imparano a canalizzare quell’energia da soli. Non la portano al punto di rilasciarla, ma la stimolano tenendola sotto controllo.</p>
<p>Craig Hamilton: <em>Oltre agli studi sui testi tantrici, hai fatto due anni e mezzo di ricerche sul campo in Asia. Racconti di aver incontrato un certo numero di yogi e yogine. Quanti, tra quelli che hai incontrato, ritieni autentici maestri tantrici?</em></p>
<p>Miranda Shaw: Più di una dozzina. Non tutti erano insegnanti, ma tutti erano seri praticanti e maestri esperti. Ne ho incontrati anche di non autentici.</p>
<p>Craig Hamilton: <em>Cosa ti ha convinto della loro autenticità?</em></p>
<p>Miranda Shaw: Ho parlato con loro delle pratiche, ma ho anche osservato il livello di intensità della loro consapevolezza, la loro capacità di essere totalmente consapevoli nel momento presente. Si può intuire la purezza del corpo yogico di una persona anche solo parlando con lei.</p>
<p>Craig Hamilton: <em>Cosa intendi dire?</em></p>
<p>Miranda Shaw: Quanta presenza o assenza c’è nel loro sistema di residuo egoico. Lo puoi dire dal modo in cui si muovono e da come si comportano, dalla gravità, dalla dignità e dalla qualità della consapevolezza presente in loro. Puoi accorgerti se i loro movimenti sembrano quelli di un essere divino, che comunica divinità e impeccabilità totale. È stata la qualità della loro personificazione e della loro presenza che ho considerato. Ma non mi fermavo lì. Nel caso in cui pensavo di aver trovato qualcuno, lo interrogavo. È un processo molto sottile.</p>
<p>Craig Hamilton: <em>Nel tuo libro parli di Lama Jorphel, che è stato, in un certo senso, un tuo maestro. Hai avuto altri insegnanti o lui è stato l’unico?</em></p>
<p>Miranda Shaw: Ho incontrato molte persone notevoli, ma con lui ho lavorato a più stretto contatto per il periodo più lungo. Era davvero interessato al mio progetto e mi ha guidato sia a livello personale che intellettuale. In quanto insegnante tantrico, non si limitava a passare informazioni sul tantra o sullo sviluppo spirituale; il suo scopo, come insegnante, è ovviamente guidare e trasformare le persone. Poco dopo il nostro incontro, all’inizio della nostra interazione, mi chiese se avevo una pratica meditativa. A quel tempo non l’avevo. Mi disse che se volevo lavorare con lui, dovevo fare 100.000 prostrazioni a partire da quel giorno. E anche 100.000 mantra di purificazione. Risposi solo: «Va bene». Infatti, come puoi pretendere che ti vengano impartiti insegnamenti tantrici se non desideri fare alcuna pratica?</p>
<p>Craig Hamilton: <em>Nel libro descrivi anche il modo in cui egli ha lavorato progressivamente su di te, reagendo spontaneamente ai tuoi diversi stati emotivi e mentali.</em></p>
<p>Miranda Shaw: È una persona che descriverei come in possesso di una consapevolezza totale del momento presente e capace di trovare sul momento un insegnamento o una lezione che rispecchi lo stato mentale dello studente, rivelando quell’aspetto dell’ego o quelle illusioni che possono stare agendo in lui in quel momento. È stata un’interazione di tipo straordinario. Non ho mai avuto feedback così accurati da alcun terapista o counselor occidentale. Ho capito che ciò avveniva perché lui non trasferiva nella situazione alcun bisogno o proiezione dell’ego, quindi era in grado di rispecchiarla molto chiaramente.</p>
<p>Craig Hamilton: <em>Ti sei sottoposta anche a qualche training di tantra avanzato? Non ho ben capito se tu stessa prendevi parte alle pratiche dello yoga tantrico di cui stiamo parlando.</em></p>
<p>Miranda Shaw: La pratica tantrica è segreta, non puoi parlarne. Non puoi dire: «Ho fatto questo e quello». È assolutamente proibito.</p>
<p>Craig Hamilton: <em>La gente ne parla solo in astratto?</em></p>
<p>Miranda Shaw: Puoi parlarne con le persone con cui lo fai.</p>
<p>Io parlo in astratto di cose che so essere vere; questo è tutto quello che posso dire. Molto poco di quello che ho scritto viene da una prospettiva puramente teorica. O me ne sono sincerata di persona oppure ne ho parlato con qualcuno che l’aveva sperimentato.</p>
<p>Craig Hamilton: <em>Lama Jorphel ovviamente ti ha insegnato molte cose durante il tempo trascorso con lui. Puoi dirci che cosa è cambiato per te, in seguito?</em></p>
<p>Miranda Shaw: Sono cambiata profondamente a ogni livello del mio studio e della ricerca; sono mutata persino a livello cellulare. Mi sono completamente trasformata a livello fisico. Le persone che mi conoscevano prima di iniziare la mia ricerca e che poi mi hanno vista verso la fine di quel periodo non mi riconoscevano.</p>
<p>Inoltre, la mia immagine degli uomini è radicalmente cambiata. Ho scoperto che questi ultimi possono essere davvero decenti, signorili e illuminati. Che sono in grado di sostenere profondamente la spiritualità di una donna, e non solo la sua emotività. Ho scoperto un genere di celebrazione maschile della donna che non sapevo esistesse. Infine, ero circondata da immagini di divinità in forme femminili, e vedere il corpo femminile nudo in un ambito religioso (piuttosto che in uno commerciale e secolare come in occidente) è stato profondamente rassicurante per me, come donna. La mia comprensione di ciò che è possibile in una relazione uomo-donna è cambiata, e con essa la comprensione di me come donna. Dentro di me c’era molta della vergogna tipica dell’occidente, non solo quella presente a livello della cultura generale, ma anche forme particolari di vergogna che mi sono state inflitte nel corso della mia vita, e dalle quali infine sono riuscita a guarire.</p>
<p>In realtà, direi che ho incontrato il potere e la sacralità dell’essere femminile, perché l’insegnamento tantrico sostiene che le donne sono pure e sacre nell’essenza del loro essere. Stiamo parlando delle cellule stesse, dell’energia, non semplicemente di qualcosa che puoi raggiungere, ma di un fatto ontologico. Questo muta la direzione del tuo viaggio.</p>
<p>Craig Hamilton: <em>Ci sono stati molti casi di abusi di potere da parte di autorità spirituali negli ultimi venti anni, in particolare molti abusi sessuali a opera di insegnanti buddisti che si spacciavano per praticanti del tantra. Spesso, sembra che la parola “tantra” venga usata per giustificare ciò che di solito non è nulla di più che il raggiungimento di una personale gratificazione sessuale, molte volte a spese del discepolo. Ora si sa che anche il grande Kalu Rimpoche, riverito come uno dei più grandi maestri buddisti dell’era moderna e considerato da molti il Milarepa del ventesimo secolo e un buddha vivente, ha avuto una relazione sessuale segreta con la sua giovane traduttrice occidentale, June Campbell, che afferma, con prove convincenti, di essere stata minacciata affinché mantenesse segreta la relazione.</em></p>
<p>Miranda Shaw: Non ho dubbi che sia stato così. Lei è stata costretta emotivamente a subire uno sfruttamento sessuale. Sfortunatamente, la parola “tantra” fornisce uno scudo dietro il quale può nascondersi la rapacità sessuale. Ma quando effettivamente indaghi a fondo in tali relazioni sessuali, scopri che la pratica tantrica non era il fine della relazione. Per esempio, nella relazione raccontata da June Campbell non esiste nulla di neanche lontanamente tantrico. Il fine non era la ricerca reciproca dell’illuminazione, ma si trattava di una situazione di puro sfruttamento. Questo non è tantra.</p>
<p>Sono stata avvicinata da persone che mi hanno detto qualcosa come: «Fai sesso con me e diventerai più illuminata!». Questo, di sicuro, non è tantra. Se qualcuno viene avvicinato da un insegnante spirituale e gli viene detto (come fu detto a June Campbell e ad altre persone) che è per il beneficio dell’insegnante, bisogna sapere immediatamente che non siamo di fronte al tantra. Infatti, nel tantra non ti è permesso di utilizzare l’altra persona a nessun livello. Deve essere una cosa completamente volontaria. Nel tantra non è consentita alcuna forma di costrizione. Penso che i seguaci del tantra avessero previsto questo tipo di abusi, perché crearono una regola secondo la quale l’uomo non può chiedere direttamente a una donna di entrare in una relazione tantrica. Egli deve avvicinarsi alla donna e offrirsi in modo sottile, indiretto, attraverso il linguaggio del corpo, usando certi segnali e un particolare linguaggio segreto da loro usato.</p>
<p>In occidente, abbiamo bisogno di questo tipo di chiarezza, perché la vita delle donne, la loro serenità mentale e persino la loro pratica spirituale sono rovinate dalla rapacità comune. Questi non sono altro che abusi in salsa orientale. Spero che opere come la mia, interviste come la tua e questo numero del giornale aiutino a chiarire cosa è il tantra, in modo che la gente non possa più nascondersi dietro questa etichetta.</p>
<p>Craig Hamilton: <em>Esaminando l’argomento nel suo complesso, mi sembra che il fatto che tanti grandi maestri non siano riusciti ad avere un rapporto illuminato con la propria sessualità riveli anche qualcos’altro. Non stiamo parlando solo di ciarlatani. Tutte le persone da me conosciute che hanno incontrato Kalu Rinpoche affermano che egli era un essere umano incredibilmente bello, un esempio raro e autentico di purezza e umanità.</em></p>
<p>Miranda Shaw: Era una persona incredibile.</p>
<p>Craig Hamilton: <em>Per cui, la mia domanda è: se anche un uomo simile, che aveva raggiunto un tale livello nella pratica, all’interno di una tradizione dove esiste un insegnamento così elaborato sulla sessualità, è incapace di vivere con integrità e decenza il suo impulso sessuale, quanto può essere saggio raccomandare di intraprendere la pratica sessuale come via all’illuminazione?</em></p>
<p>Miranda Shaw: Questi abusi e aberrazioni alla fine giustificano l’intuizione e l’intento originale del tantra, secondo il quale, se non lavori direttamente con la tua sessualità – se semplicemente la reprimi o cerchi di ignorarla senza averne padronanza – non puoi diventare pienamente illuminato. Non è qualcosa che si risolve da sé o che sparirà praticando una vita di celibato. Ciò che vediamo in atto, anche nel caso di un importante maestro, è questo: se la sessualità viene trascurata e allo stesso tempo si sviluppano aspetti della personalità come la brama di potere e di dominio, le energie sessuali verranno utilizzate dal lato incolto, e magari corrotto, della personalità. Questo è il punto chiave del tantra: illumina la tua sessualità insieme a tutto il resto!</p>
<p>Craig Hamilton: <em>Perché se non lo fai, se non l’affronti, essa rispunterà inevitabilmente da qualche parte?</em></p>
<p>Miranda Shaw: Sì, affiorerà come parte della dimensione non illuminata della tua personalità, ed emergerà in modo tale da provocare dolore a te stesso e agli altri. Lo scopo della via all’illuminazione è smettere di soffrire e cessare di essere causa di sofferenza per gli altri. Casi come questo dimostrano semplicemente che, per quanto tu possa essere illuminato, devi fare attenzione anche alla tua sessualità.<br />
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<p>Copyright originale “What is Enlightenment” magazine <a href="http://www.wie.org/">www.wie.org</a><br />
Traduzione di Nityama Masetti. Revisione di Gagan Daniele Pietrini.<br />
Copyright per la traduzione italiana: Innernet.</p>
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