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	<title>Innernet &#187; spiritualità</title>
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	<description>Percorsi di consapevolezza e anima del mondo</description>
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		<title>Come trovare un genuino maestro spirituale?</title>
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		<comments>http://www.innernet.it/come-trovare-un-genuino-maestro-spirituale/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 12 May 2010 13:19:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mariana Caplan</dc:creator>
				<category><![CDATA[Percorsi di ricerca]]></category>
		<category><![CDATA[discepolo]]></category>
		<category><![CDATA[guru]]></category>
		<category><![CDATA[Maestri]]></category>
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		<description><![CDATA[Pochi argomenti nel campo della spiritualità contemporanea suscitano tante difficoltà, controversie e discussioni come il ruolo dell’insegnante spirituale. Grazie a carismatici ciarlatani che scorrazzano nel mondo spirituale, entrando in tutte le case attraverso i periodici a larga tiratura e gli spettacoli televisivi, termini come “guru” e insegnante spirituale sono entrati nel nostro vocabolario di tutti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="due loto.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/due-loto.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/due-loto.jpg" alt="due loto.jpg" hspace="6" align="left" /></a>Pochi argomenti nel campo della spiritualità contemporanea suscitano tante difficoltà, controversie e discussioni come il ruolo dell’insegnante spirituale. Grazie a carismatici ciarlatani che scorrazzano nel mondo spirituale, entrando in tutte le case attraverso i periodici a larga tiratura e gli spettacoli televisivi, termini come “guru” e insegnante spirituale sono entrati nel nostro vocabolario di tutti i giorni.</p>
<p>Tuttavia, nonostante le campagne pubblicitarie New Age, restiamo avvolti nella confusione e nell’ignoranza per tutto quello che riguarda il valore e la funzione dell’<em>insegnante spirituale</em>. Mentre prima, giustamente, affrontavamo l’argomento dei maestri spirituali con la dovuta cautela, oggi tutti pensano di sapere che cos’è un guru o un maestro spirituale, e come relazionarsi a lui o lei.</p>
<p>La varietà dei cosiddetti maestri spirituali è grande. A un estremo abbiamo individui capaci di guadagnare 50.000 dollari per un fine settimana in cui insegnano alle coppie pratiche sessuali tantriche vecchie di quattromila anni (Asra Nomani, <em>Naked Ambition</em>, “The Wall Street Journal”, 7 dicembre 1998); dall’altro, grandi maestri e leader spirituali di indiscutibile onestà come il Karmapa, il Dalai Lama e santi orientali e occidentali meno conosciuti.</p>
<p>Ma i ricercatori spirituali alle prime armi etichettano tutti come “guru” e nutrono per essi un’adorazione infantile o un grande scetticismo. Tali giudizi derivano per lo più da informazioni molto superficiali raccolte nell’ambiente sociale, nei media o in chiesa.</p>
<p>Uno dei nostri principali compiti di ricercatori spirituali è imparare l’esercizio della discriminazione. Potremmo pensare che il nostro primo compito sia svuotare la mente, rilassarci nella beatitudine onnipresente e prendere dimora nel Sé autentico, ma se affrontiamo il cammino spirituale con serietà, comprendiamo presto di avere altre priorità. Arrancando nelle paludi dell’ego, una delle qualità più preziose è imparare a distinguere ciò che è reale da ciò che non lo è.</p>
<p>Prima di imparare a discriminare tra un insegnante falso e uno autentico, è necessario sapere cosa vogliamo da un insegnante. Se vogliamo imparare a rilassare la mente o a migliorare la relazione con il coniuge o i figli, probabilmente qualsiasi psicoterapeuta spirituale andrà bene.</p>
<p>Se vogliamo percorrere un cammino tradizionale con un certo grado di rigore e serietà, avremo bisogno di una guida o un insegnante di buona preparazione e onestà. Se quello che vogliamo è realizzare il nostro potenziale più elevato di esseri umani, allora non dobbiamo trovare solo un insegnante: dobbiamo trovare qualcuno che sappiamo (ai limiti delle nostre possibilità) essere capace e disponibile ad aiutarci in questo scopo.<span id="more-413"></span></p>
<p>Non c’è dubbio che molte persone si volgono a un maestro spirituale nel tentativo inconscio di risolvere conflitti psicologici rimasti in sospeso con i genitori. Il guru maschile o femminile rappresenta il <em>genitore spirituale</em> assoluto, colui che alla fine ci darà l’amore incondizionato che abbiamo tanto implorato da bambini.</p>
<p>Se però ci volgiamo all’insegnante con l’atteggiamento di un bambino, anche se le nostre motivazioni sono inconsce, lo stiamo implorando di tirare fuori tutti i latenti desideri di potere o di conferma che restano in lui.</p>
<p>Tenderemo anche a dare un’interpretazione molto distorta di lui, osservando ogni cosa che dice e fa dal punto di vista dei desideri infantili insoddisfatti. “Non esiste peccato, esiste solo l’infantilismo”, sostiene il maestro spirituale francese Arnauld Desjardins. Riconoscere di avere una relazione infantile con il cammino e il maestro spirituali è essenziale per riuscire a cogliere fino in fondo l’opportunità che ci viene offerta.</p>
<p>Quando andiamo al mercato spirituale, occorre essere consapevoli della grande differenza di qualità tra i tantissimi insegnanti disponibili. Il settore dei maestri spirituali non è ciò che appare al primo sguardo, e prima di fare un acquisto impulsivo, è necessario un approfondito studio della mercanzia.</p>
<p>Un altro fattore critico è la difficoltà di tradurre dall’oriente all’occidente la funzione dell’insegnante spirituale. Se è vero che nella tradizione occidentale esistono esempi di relazione insegnante-studente (i nativi americani, i rabbini ebrei, i preti cattolici), la cultura contemporanea è per lo più influenzata da una religione dogmatica (o addirittura meccanica) che fornisce pochi precedenti a una relazione con un maestro spirituale. Importare semplicemente le tradizioni orientali nella cultura occidentale, senza considerare le grandi differenze psicologiche e culturali, non funziona.</p>
<p>Da una parte abbiamo i maestri delle tradizioni monastiche asiatiche che sono venuti in occidente e sono crollati di fronte alle lusinghe della ricchezza, del potere e del sesso; da un’altra, i numerosi aspiranti maestri occidentali, dai nomi sanscriti e dalle tuniche stravaganti, che cercano disperatamente di creare monasteri tradizionali in una cultura che non è pronta per essi; da un’altra parte ancora, coloro che cercano di prendere il meglio da tutte le tradizioni per creare la loro personale spiritualità eclettica, dove tutti e tutto – inclusi gli alberi, le montagne e le stelle – fungono da insegnanti.</p>
<p>Come il pittore che mischia tutti i colori in una tavolozza e ottiene il grigio, quando mischiamo le tradizioni a nostro piacimento, il risultato è una spiritualità New Age estremamente confusa.</p>
<p>Abbiamo di fronte a noi il difficile compito di preservare il senso e il contesto del tradizionale rapporto insegnante-studente, ma anche di operare i necessari adattamenti alla nostra psicologia e cultura occidentali. Sebbene il compito è certamente difficile e gli errori sono inevitabili, questo deve restare l’obiettivo.</p>
<p>Una delle principali difficoltà che incontriamo quando abbracciamo la nozione orientale dell’insegnante spirituale, è l’aspettativa che quest’ultimo sia perfetto. Le traduzioni delle scritture orientali definiscono l’insegnante “trascendente”, “essere perfetto”, “angelico” e “al di là dell’al di là”. Il rigido perfezionismo della tradizione occidentale, unito alla nostra ingenuità spirituale, interpreta tutto ciò nel senso che l’insegnante è una sorta di Superman o di Wonder Woman cosmici. Non comprendiamo che per le leggi dell’incarnazione umana tutti gli esseri umani sono semplicemente questo: umani.</p>
<p>Anche se hanno trasceso l’attaccamento alla forma umana, sono ancora incarnati in un corpo soggetto alla malattia, con una mente che può essere libera o meno da disfunzioni o aberrazioni psicologiche.</p>
<p>Molti studenti hanno provato disillusione di fronte a un insegnante che, nella circostanza di un terribile dolore fisico, non è riuscito a “trascendere il corpo”. Desjardins racconta che una volta il suo maestro, Swami Prajnanpad, era gravemente malato. A un certo punto chiamò uno studente, un noto medico, chiedendogli degli antidolorifici.</p>
<p>Tale evento provocò enorme sconcerto in molti studenti di Swami Prajnanpad. “Se è un maestro autentico”, pensarono, “perché non riesce a trascendere il dolore fisico?”; “Se è oltre il corpo, come ha potuto ammalarsi?”. Ma forse questo episodio rivela, in realtà, un fraintendimento su ciò che è un maestro autentico. È possibile che l’idea occidentale di perfezione non sia identica a quella suggerita dalle antiche scritture.</p>
<p>Un argomento ancora più delicato, soprattutto tra gli insegnanti spirituali occidentali, è quello dei difetti psicologici. Per gli occidentali, percorrere un cammino spirituale con insegnanti occidentali è molto vantaggioso. Non solo questi ultimi parlano la stessa lingua, ma (fatto più importante) hanno una comprensione della psicologia occidentale di cui molti insegnanti orientali comprensibilmente non dispongono.</p>
<p>Comunque, data la situazione attuale della cultura occidentale (una cultura in cui quasi nessuno supera l’infanzia senza qualche disfunzione psicologica), è improbabile che anche i migliori insegnanti occidentali siano immuni da nevrosi, nonostante i loro risultati spirituali. Se non riusciamo ad accettare questo fatto (o se nelle nostre iniziali, ingenue proiezioni sull’insegnante non riusciamo a vederlo), al primo segno di comportamento in contrasto con le nostre aspettative (una relazione extraconiugale, una sgridata ai figli, delle vacanze dispendiose), proviamo spesso disillusione non solo verso l’insegnante, ma verso tutti gli insegnanti e gli insegnamenti spirituali.</p>
<p>Abbiamo di fronte a noi una grande responsabilità non solo nella scelta di un maestro spirituale, ma anche nella creazione di un rapporto soddisfacente e produttivo con quest’ultimo/a. Non dobbiamo allontanarci dagli insegnamenti per qualche secondario problema psicologico di un insegnante, ma allo stesso tempo non dobbiamo ignorare evidenti tendenze all’abuso. In modo simile, dobbiamo imparare (spesso dopo molti anni) a distinguere tra la psicologia del nostro insegnante e gli insegnamenti che lui o lei è in grado di trasmettere davvero, nonostante tale psicologia. A prescindere dall’autenticità dell’insegnante, dobbiamo essere onesti con noi stessi riguardo ciò che possiamo imparare vivendo con lui.</p>
<p>Criteri pratici, fissi, per valutare l’autenticità di un dato maestro hanno poco valore, ma possono tornare di qualche utilità. Il limite ovvio è che criteri sviluppati da una consapevolezza terrena non possono essere completamente affidabili per giudicare colui che per definizione è al di là di tale consapevolezza. È come chiedere a un arbitro di baseball che non ha mai visto una partita di calcio di arbitrare i campionati mondiali.</p>
<p>Anche se molte rispettabili istituzioni spirituali hanno cercato di stilare liste di criteri, se dobbiamo attenerci strettamente a una di esse (per quanto raffinata), potremmo farci sfuggire alcuni dei più grandi maestri del nostro tempo, in quanto spesso tali maestri ricadono all’esterno del dominio dei parametri prestabiliti.</p>
<p>Molte persone sostengono che non occorre essere “illuminati” per essere validi insegnanti spirituali, e che un valido studente può imparare anche da un pessimo insegnante.</p>
<p>Un insegnante zen contemporaneo scoprì, mentre stava studiando con il suo maestro in Giappone, che in zona esisteva un “roshi” molto migliore. Quando lasciò l’insegnante più debole per quello più forte, venne molto criticato dal giapponese, secondo il quale era dovere di un valido studente restare con un insegnante debole, per aiutare quest’ultimo a migliorare.</p>
<p>Anche se i criteri per valutare gli insegnanti spirituali possono essere utili, è molto facile – troppo facile, in effetti – criticare insegnanti famosi e far risaltare i loro difetti. Molto più difficile è giudicare se stessi in quanto discepoli. “I guru non sono molto comuni, ma non lo sono nemmeno i discepoli”, afferma Desjardins. Il compianto Swami Muktananda disse che il mercato dei falsi insegnanti era in crescita, perché era in crescita il mercato dei discepoli falsi e ignoranti. Quando cominciamo a considerare i falsi insegnanti dal punto di vista del nostro discepolato incerto, ci sfidiamo ad abbracciare una prospettiva molto più ampia di quella della comune critica spirituale.</p>
<p>Tutte le antiche scritture sostengono che quando il discepolo è pronto, il maestro appare. A molti studenti spirituali piace lamentarsi: “Per me non è vero. Il maestro non è apparso”. Ma è molto probabile che essi non siano pronti per il maestro, e che devono insistere nella loro disciplina spirituale fino a quando il maestro apparirà.</p>
<p>Lo scrittore e insegnante Gilles Farcet suggerisce che, invece di chiederci: “Sarà questo il maestro adatto a me?”, dovremmo piuttosto domandarci: “Quali sono le mie qualità di discepolo?”. Cosa abbiamo da <em>offrire</em> al nostro cammino spirituale e all’insegnante spirituale? Come occidentali, siamo condizionati a credere che tutto ci debba essere offerto su un vassoio a prezzo di saldo. Ma le leggi sul rapporto maestro-discepolo sono comparse molto prima della nostra complicata psiche, e anche se siamo in un nuovo millennio, l’appagamento spirituale e un maestro genuino hanno un “prezzo” non inferiore a quello che avevano nel passato o che avranno nel futuro.</p>
<p>“Hai ciò che meriti”, commenta lo psicologo transpersonale Charles Tart. Questo è un punto di vista impopolare, ma resta il fatto che se ci ritroviamo con un insegnante che compie abusi, un ciarlatano o qualcuno che ci “lava il cervello”, siamo noi stessi a esserci messi in quella situazione. Possiamo incolpare l’insegnante di tutto ciò che vogliamo per i suoi difetti, e le nostre accuse possono anche essere vere, ma siamo sempre noi che abbiamo abboccato all’amo.</p>
<p>Nella nostra ingenuità spirituale è probabile che a volte ci ritroveremo nelle mani di tali ciarlatani, ma non dovremmo giudicarci “cattivi” o “sbagliati” per questo. Il processo naturale per sviluppare la discriminazione spirituale ci farà spesso incontrare falsi insegnanti, mettendoci di fronte alle nostre illusioni sul cammino spirituale.</p>
<p>Nel mondo della spiritualità contemporanea, i falsi insegnanti sono chiaramente in numero maggiore di quelli autentici, e in misura sconfortante. “Ma perché preoccuparsi di un insegnante?”, potremmo chiederci, dal momento che molti testi New Age ci garantiscono spesso e volentieri che il maestro sta dentro di noi ed è il nostro sé autentico, e che quindi non abbiamo bisogno di aiuti esterni.</p>
<p>La risposta è: sì, il guru interiore è vivo e vegeto dentro di noi, ma altrettanto lo è l’ego nella sua infinita varietà di forme, costumi e maschere. Anche se alla fine scopriamo che il maestro è semplicemente il nostro sé autentico, abbiamo bisogno dell’aiuto della guida esterna che ci faccia da specchio per ciò che non vogliamo vedere, ma che è assolutamente necessario conoscere. L’ego non provocherà mai la sua distruzione: per lui è illegittimo e impossibile agire così. Perciò, contrariamente a ogni aspettativa, ci volgiamo – con occhi aperti e facoltà di discriminazione intatta – all’insegnante spirituale qualificato, affinché ci aiuti a scoprire ciò che cerchiamo nella vita spirituale.</p>
<p>Il sito web dell&#8217;autrice è <a href="if(confirm('http://www.realspirituality.com/  \n\nThis file was not retrieved by Teleport Pro, because it is addressed on a domain or path outside the boundaries set for its Starting Address.  \n\nDo you want to open it from the server?'))window.location='http://www.realspirituality.com/'">http://www.realspirituality.com/</a></p>
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<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/0934252807/innernet-20">Mariana Caplan. Untouched: The Need for Genuine Affection in an Impersonal World. Hohm Press.1998. ASIN: 0934252807</a></p>
<p><!--[if !supportEmptyParas]--> <!--[endif]--></p>
<p>Originalmente apparso sulla rivista Parabola: The Magazine of Myth and Tradition <a href="http://www.parabola.org/">www.parabola.org</a><a href="http://www.innernet.it/geoxml/www.parabola.org"><br />
</a>Traduzione di Gagan Daniele Pietrini<br />
Copyright per la traduzione Italiana: Innernet.</p>
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		<title>Cerca la verità, dovunque essa ti conduca</title>
		<link>http://www.innernet.it/cerca-la-verita-dovunque-essa-ti-conduca/</link>
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		<pubDate>Tue, 12 Jan 2010 15:21:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>David Peat</dc:creator>
				<category><![CDATA[Co/Scienza]]></category>
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		<description><![CDATA[La vita di molti scienziati fu influenzata dal grande insegnante spirituale J. Krishnamurti, ma nessuno di loro ebbe un rapporto intimo e duraturo con lui come lo ebbe David Bohm. Bohm e Krishnamurti si incontrarono la prima volta nel 1961 e la loro amicizia si protrasse fino alla morte di Krishnamurti, nel 1986 (anche se [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La vita di molti scienziati fu<a title="Cerca la verita Bohm Krishnamurti.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/cerca-la-verita-bohm-krishnamurti.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/cerca-la-verita-bohm-krishnamurti.jpg" alt="Cerca la verita Bohm Krishnamurti.jpg" hspace="6" align="left" /></a> influenzata dal grande insegnante spirituale J. Krishnamurti, ma nessuno di loro ebbe un rapporto intimo e duraturo con lui come lo ebbe David Bohm.</p>
<p>Bohm e Krishnamurti si incontrarono la prima volta nel 1961 e la loro amicizia si protrasse fino alla morte di Krishnamurti, nel 1986 (anche se nel 1984 entrò in crisi).</p>
<p>Bohm iniziò la carriera come pupillo di J. Robert Oppenheimer, il direttore del Manhattan Project, il progetto finalizzato alla realizzazione della bomba atomica, durante la seconda guerra mondiale. All’epoca del suo primo incontro con Krishnamurti, Bohm si era già guadagnato una grande e discussa fama come uno dei più brillanti fisici teoretici della nostra era. Egli aveva sviluppato la teoria del plasma – il quarto stato conosciuto della materia, dopo quello solido, liquido e gassoso – e la sua analisi del comportamento plasmatico degli elettroni nei metalli aveva posto le fondamenta per gran parte della fisica degli stati solidi.</p>
<p>Bohm, inoltre, esercitò un ruolo centrale nel dibattito sulla teoria dei quanti (ancora in corso ai giorni nostri), e fu l’autore di molte, provocatorie “interpretazioni” del quanto. Durante gli anni del suo insegnamento a Princeton, divenne amico di Albert Einstein, il quale, dopo aver trascorso vari anni cercando, senza successo, un’alternativa alla versione generalmente accettata della meccanica quantica, sembra aver indicato in Bohm il suo “successore intellettuale”, affermando: «Se qualcuno potrà riuscirci, questi è Bohm».</p>
<p>Ma David Bohm forse è più conosciuto, specialmente tra chi non è scienziato, per una teoria che è allo stesso tempo il frutto di una ricerca spirituale lunga una vita e il risultato di una profonda intuizione scientifica. Si tratta della teoria <em>dell’ordine sottinteso</em>, fondata su una visione globale, totale, nella quale la materia e la coscienza sono unite.</p>
<p>Bohm sembra essere stato ossessionato, sin da piccolo, dall’idea secondo cui viviamo in un universo nel quale la materia e il significato sono inseparabili; si dice che la parola “totalità”, da egli impiegata nel primo incontro con Krishnamurti per descrivere il suo lavoro scientifico, fece balzare quest’ultimo dalla sedia per dare un abbraccio a Bohm.<span id="more-702"></span></p>
<p>Leggendo <em>Wholeness and the Implicate Order </em>di David Bohm (in italiano <em>Universo, mente, materia</em>, RED edizioni), ho avuto spesso dei sentimenti simili. L’ampiezza e l’integrità della sua visione è efficacemente riflessa nella sua esposizione, che è allo stesso tempo lucida, ampia, precisa e profondamente, misteriosamente toccante. Leggendo Bohm, si rimane molto spesso sbalorditi dalla sua abilità nel connettere fenomeni di ordine radicalmente diverso, oltre che dalla sua passione per scoprire l’interrelazione e la coesione dinamica di un mondo generalmente considerato una forma di caos meccanizzato nel quale gli esseri umani sono destinati a svolgere una piccola parte.</p>
<p>Una volta abbandonata la vantaggiosa posizione di isolamento e distacco, l’essere umano si scopre profondamente inserito in un universo indivisibile che è allo stesso tempo reale ed eternamente misterioso; un unico evento multidimensionale senza inizio o fine.</p>
<p>Per molti colleghi di Bohm, comunque, la sua insistenza sul fatto che l’universo fosse da un lato intrinsecamente ordinato, dall’altro impossibile da comprendere appieno, era irritante piuttosto che fonte di ispirazione. Rievocando una frustrante intervista con Bohm nel libro <em>The End of Science: Facing the Limits of Knowledge in the Twilight of the Scientific Age</em> (<em>La fine della scienza: a tu per tu con i limiti della conoscenza nel crepuscolo dell’Era Scientifica</em>), lo scrittore di scienza John Horgan scrive: “Bohm anelava a conoscere, a scoprire il segreto di ogni cosa, sia attraverso la fisica… sia attraverso la conoscenza mistica. Tuttavia, insisteva sul fatto che la realtà era inconoscibile, perché, credo, provava repulsione verso l’idea della finalità”.</p>
<p>La premessa da cui parte Horgan, non insolita al giorno d’oggi, è che nel giro di venti anni la scienza avrà risposto a tutte le domande più importanti dell’uomo. Ma quello che Bohm riesce a comunicare in modo piuttosto chiaro durante quella intervista, è la sua concezione secondo cui le risposte finali non sono poi così importanti quanto il cercare di conoscere il mondo nel quale viviamo senza idee o conclusioni fisse. Fu caratteristico di Bohm insistere sul fatto che le idee fisse che sottintendono le ipotesi scientifiche non sono di aiuto, ma di ostacolo, e che una metodologia che unisca il rigore all’apertura mentale è la migliore per restare al passo della verità, man mano che essa si rivela nel corso dell’indagine scientifica.</p>
<p>Ma Bohm trovava ugualmente inadeguata la flessibilità senza il rigore, così comune nella vita spirituale. In un’intervista rilasciata per la rivista <em>ReVision</em> nel 1981, egli disse: “Dal momento in cui il mistico sceglie di parlare della sua esperienza… deve seguire le regole che governano il mondo ordinario, il che significa che deve essere ragionevole, logico e chiaro”.</p>
<p>E questo Bohm non lo chiedeva solo ai mistici, ma soprattutto ai fisici quantici contemporanei, molti dei quali, alla luce delle paradossali scoperte sul regno subatomico, si erano sentiti dispensati dalla necessità di offrire spiegazioni concrete o avevano sviluppato teorie e persino cosmologie più mistificanti delle visioni di uomini religiosi o spirituali. Ironicamente, fu proprio la richiesta di Bohm di spiegazioni puramente fisiche dei fenomeni quantici che lo portò a essere evitato da molti suoi colleghi.</p>
<p>Tuttavia, coloro che approvavano questo invito nutrivano per Bohm una grande fedeltà. Uno di questi è lo scrittore e fisico F. David Peat, che da giovane ascoltò catturato le spiegazioni di Bohm sulla meccanica quantica alla radio “BBS”, senza sapere che diversi anni più tardi avrebbe incontrato il suo eroe, apparentemente per caso, che sarebbero diventati amici e colleghi, che avrebbero scritto un libro insieme (<em>Science, Order and Creativity</em>), e che lui stesso avrebbe scritto alla fine la biografia di Bohm, <em>Infinite Potential: The Life and Times of David Bohm</em>.</p>
<p>Autore di molti libri, Peat è un uomo dai molteplici interessi, che l’hanno portato a girare tutto il mondo: tra questi la fisica moderna, le arti visive, la psicologia junghiana e la spiritualità dei nativi americani. La nostra intervista è stata condotta telefonicamente da Pari, il paese vicino a Siena dove egli vive attualmente. E’ stato un piacere parlare di David Bohm con qualcuno che lo conobbe intimamente e i cui ricordi sono ancora vivi nella sua memoria. Come si intuisce dalla nostra conversazione, il pensiero di Peat è stato influenzato, sotto molti aspetti, da Bohm.</p>
<p><em>Infinite Potential</em> è un ritratto completo e imparziale. La maggior parte del lavoro di Bohm è una straordinaria fonte di ispirazione, frutto di una grande integrità, ma Peat ha ben presenti anche i difetti del suo amico. “Bohm visse per il trascendente”, scrive Peat, “sognava una luce universale… Ma la sua vita fu caratterizzata da una grande sofferenza e da periodi di grave depressione. Durante la sua vita, non raggiunse mai la completezza; tutto ciò che conquistò, e di cui ancora avvertiamo i benefici, fu raggiunto solo al prezzo di grandi sacrifici”.</p>
<p>Simeon Alev: Perché pensa che fosse importante scrivere una biografia di David Bohm, in questo momento?</p>
<p>David Peat: Penso che sia un libro utile perché aiuta a mettere la vita di Dave in prospettiva e perché riunisce tutta la sua opera, cosa che non è mai stata fatta prima. Dave aveva fatto cenno al proposito di scrivere un’autobiografia – da solo o con l’aiuto di qualcuno – e dopo la sua morte, nel 1992, ne parlai con le persone che gli erano state più vicini. Tutti eravamo preoccupati dal fatto che un’altra persona avrebbe potuto improvvisare una biografia, per cui decidemmo che forse avremmo dovuto farne una noi, e subito.</p>
<p>Vede, sembra che il lavoro di Dave abbia molti aspetti diversi: in esso troviamo, per esempio, le ricerche giovanili sul plasma, la teoria delle variabili nascoste, l’ordine sottinteso e la ricerca di nuovi ordini nella fisica; inoltre, la collaborazione con Krishnamurti e le ricerche sulla coscienza e sul significato del soma. Ma quando si considera la sua vita come un tutto, ci si accorge che questi sono aspetti dello stesso modo di vedere l’universo, e quindi non sono diversi. Ho pensato che sarebbe stata una buona cosa che la gente sapesse ciò, particolarmente coloro che, nel mondo della fisica, hanno cominciato a selezionare le idee di Dave, scegliendone alcune piuttosto di altre. Ho pensato che sarebbe stato utile presentarle tutte insieme, in modo che le persone possano rendersi conto del loro livello di integrazione, cosa che non comprendono del tutto nemmeno coloro che conobbero abbastanza bene Bohm.</p>
<p>Simeon Alev: La sua vita e il suo lavoro furono un tutt’uno coerente.</p>
<p>David Peat: Sì, mi sembra che ogni cosa sia legata al resto; semplicemente, non puoi estrarne una parte.</p>
<p>Simeon Alev: Dunque, sembra che la vita e il lavoro di Bohm contengano un messaggio globale per l’umanità?</p>
<p>David Peat: Beh, in un certo senso il messaggio è questa stessa visione dell’interezza… Che naturalmente non è nuova; è contenuta in molte altre filosofie e se ne parla da tempo. Ma credo che ogni volta che qualcuno ne parla, la rinnova o la reinventa, riportandola in vita per il tempo presente. E io penso che David lo abbia fatto per la nostra epoca. Egli, inoltre, evidenziò il fatto che la scienza si era scissa sia all’interno di se stessa sia dalle tematiche spirituali e dalla riflessione sulla coscienza e il sé. E nella biografia è possibile vedere come queste idee si esprimessero attraverso la sua lotta. La sua vita fu allo stesso tempo l’intuizione di qualcosa di trascendente e una lotta per raggiungere questa condizione di integrità. E oggi il suo lavoro appare sempre più rilevante.</p>
<p>Simeon Alev: In che modo, secondo lei, la scienza e la spiritualità si incontrano nel suo lavoro?</p>
<p>David Peat: E’ certo che nei primi tempi nutrì dei sospetti nei confronti delle religioni organizzate, in particolare durante il suo periodo marxista – ma anche dopo – perché si era reso conto che esse non stavano aiutando la razza umana. Allo stesso tempo, però, fu sempre presente in lui un senso del numinoso, del trascendente – dalle sue precoci fantasie adolescenziali di una dissoluzione nello spazio fino alle visioni di luce, dell’illuminazione – un’intensità mentale, come se la mente potesse raggiungere una qualche verità che si sempre trova oltre il limite, che al di là di qualche sorta di frontiera ci sia una verità più profonda da scoprire.</p>
<p>Credo, quindi, che da questo punto di vista il suo lavoro fu una ricerca spirituale; qualcosa di più vicino, forse, alla ricerca dell’illuminazione, della luce, della verità. Diceva spesso che devi cercare la verità, ovunque essa ti porti; qualunque aspetto abbia, la dovrai affrontare. E a questo proposito penso che dovrei anche menzionare la sensazione che aveva durante la sua attività scientifica: egli sentiva spesso che l’universo era dentro il suo corpo, come se lui fosse un microcosmo all’interno del macrocosmo. Bohm intuiva che poteva raggiungere la verità all’interno del suo corpo, che era possibile rivolgere lo sguardo sia all’esterno che all’interno. Per tutta la sua vita fu presente questa sensazione di connessione diretta con il cosmo.</p>
<p>Simeon Alev: Sembra anche che abbia avuto la sensazione che gruppi più vasti di persone avrebbero potuto sperimentare la vita insieme in quel modo.</p>
<p>David Peat: Sì, parlava spesso delle diverse dimensioni dell’essere umano – l’individuale, la cosmica e la sociale – e, soprattutto verso la fine della sua vita, sentiva che esse dovevano integrarsi, e che forse ciò avrebbe potuto dar vita a una coscienza collettiva di qualche tipo. Talvolta faceva l’esempio di un fiume inquinato. Puoi cercare di eliminare l’inquinamento intorno alla città, ma la cosa importante è trovare la fonte dell’inquinamento, e in questo processo puoi scoprire un ordine di nuovo tipo. Sentiva che parte di quell’inquinamento era dovuto al linguaggio e che avremmo dovuto andare alle radici, alle origini del linguaggio, cosa possibile solo nell’ambito di un gruppo, attraverso una sorta di dialogo.</p>
<p><strong>Bohm e Krishnamurti</strong></p>
<p>Simeon Alev: Nonostante il fatto che Bohm era profondamente interessato a collaborare con gli altri, sembra che molti dei suoi rapporti di lavoro si siano conclusi tra i malintesi. Il suo rapporto con Krishnamurti è uno di questi. Come descriverebbe il ruolo di Krishnamurti nella vita di Bohm? Fu una delle sue relazioni più importanti?</p>
<p>DavidPeat: Credo che David Bohn avrebbe risposto di sì. Di certo, ha detto che i due incontri più importanti della sua vita furono con Einstein e Krishnamurti. Avvertiva qualcosa di simile tra i due: l’intensità, l’onestà e l’enorme energia che entrambi possedevano. Con entrambi instaurò una relazione di profonda amicizia , ma a un livello impersonale piuttosto che personale. Penso che ambedue furono molto importanti per lui, ma certamente i dialoghi che intrattenne con Krishnamurti si spinsero molto, molto in profondità.</p>
<p>D’altra parte, ho incontrato persone secondo le quali il pensiero di Bohm non fu profondamente influenzato da Krishnamurti, che le sue idee e il suo lavoro furono sempre dello stesso genere, che la frequentazione di Krishnamurti gli dava semplicemente incoraggiamento e ispirazione, e lo aiutò ad attraversare un periodo molto oscuro, in cui dubitava del valore in generale della scienza. Secondo queste persone, in quel periodo Krishnamurti fu importante per Dave, ma i gruppi di dialogo di quest’ultimo, tutto ciò che è a essi collegato, e le sue idee sulla coscienza collettiva non provenivano da Krishnamurti.</p>
<p>Si tratta di un argomento molto difficile e forse solo il tempo sarà in grado di dirci di più, quando vedremo le cose in prospettiva. Infatti, così come molte persone discutono di David Bohm, molte altre lo fanno a proposito di Krishnamurti, fuori e dentro la Krishnamurti Foundation. È in atto una rivalutazione di Krishnamurti, ci si incomincia a chiedere chi fosse e quale fu il significato della sua vita. E’ stato difficile per me, quindi, ricevere delle risposte chiare su Krishnamurti e Bohm.</p>
<p>Simeon Alev:Lei ha mai incontrato Krishnamurti di persona?</p>
<p>David Peat: Sì. Dave organizzò due incontri di scienziati con Krishnamurti e partecipai a entrambi.</p>
<p>Simeon Alev: Nella biografia lei approfondisce alcuni dettagli sulla loro relazione in generale, affrontandone anche la conclusione. Potrebbe riassumerci come e perché la loro relazione si ruppe?</p>
<p>David Peat: Nella biografia dovevo soltanto riferire ciò che la gente mi aveva raccontato, ma anche io avevo parlato molto con Dave di questo argomento. Penso che i loro incontri fossero molto intensi. Quando si sedevano insieme, in modo aperto e onesto, c’era una profonda intensità tra di loro, e Dave disse che riusciva a vedere alcune delle cose di cui Krishnamurti parlava; cioè, le sperimentava direttamente, non si trattava di una conoscenza di seconda mano.</p>
<p>D’altra parte, era disturbato dall’immagine di Krishnamurti creata dalle persone intorno a quest’ultimo. Sebbene Krishnamurti dicesse: «La verità è un territorio senza sentieri. Non ascoltate i guru, compreso colui che parla in questo momento», le persone lo trattavano e si comportavano come se lui fosse un guru. E credo che questo infastidì Dave. Sentì che c’era qualcosa di incompatibile in questo, di paradossale. Cominciò a chiedersi in che misura Krishnamurti fosse stato condizionato dalla sua stessa educazione e pose delle domande su questo argomento.</p>
<p>Penso che avesse anche dei dubbi sul modo in cui operavano le scuole di Krishnamurti, perché all’interno di queste ultime sembravano esserci molti conflitti. Se si riteneva che le persone potessero lavorare senza tutti questi condizionamenti, perché c’erano tanti problemi? Quindi, aveva molte domande dentro di sé. Penso che almeno durante un incontro con Krishnamurti si trovasse in questo stato d’animo. Allo stesso tempo, credo che avesse delle domande sulla propria vita e il proprio lavoro; forse si stava avvicinando uno dei suoi periodi di depressione.</p>
<p>Krishnamurti, dal canto suo, cominciò a chiedere perché David Bohm, se aveva capito tanto profondamente le cose di cui parlava Krishnamurti, fosse ancora tanto dipendente dagli altri; infatti, sembrava molto attaccato alla moglie e a Krishnamurti stesso.</p>
<p>Dunque, in realtà, si trattò di un confronto; Krishnamurti chiedeva a Dave di guardare la totalità della sua natura, mentre Dave aveva a sua volta dei dubbi su Krishnamurti. Alla fine, sembrò crearsi una rottura tra i due; per Dave essa fu, secondo me, dolorosa. Egli non riuscì a comprendere chiaramente cosa fosse successo, e perché. Anche se in seguito continuarono a vedersi, non discussero più con la profondità del passato.</p>
<p>Simeon Alev: Pensa che i loro incontri, fino a quel momento, fossero stati soprattutto intellettuali, o tra i due c’era una certa profondità spirituale, simile a quella che si può riscontrare tra un guru e un discepolo?</p>
<p>David Peat: Ho parlato con molte persone presenti a quegli incontri, e ho il massimo rispetto delle loro parole. Alcune di loro non avrebbero mai usato l’immagine del guru e del discepolo, ma quella di due persone impegnate in un’esplorazione comune, a un livello paritario. Dave contribuiva con un intelletto molto brillante e con profonde intuizioni provenienti dalla fisica, Krishnamurti interveniva dal suo punto di vista. In definitiva, si trattava di due uomini che discutevano dello stesso argomento. In molti casi, David Bohm aiutava Krishnamurti a chiarire non tanto le sue intuizioni – cosa che non avrebbe potuto fare – quanto il modo in cui Krishnamurti le presentava, il linguaggio che usava e l’andamento della discussione. Talvolta Krishnamurti faceva delle generalizzazioni su cui Dave balzava subito, sollecitandolo ad affinarle.</p>
<p>Ma non erano soltanto incontri tra due menti energeticamente elevate; secondo Dave, almeno, c’erano anche molto calore e affetto. Questo avvertì in Krishnamurti: il calore. Non si trattava, quindi, della tradizionale relazione tra guru e discepolo, ma della relazione tra due amici o colleghi. Dave disse di aver provato la stessa sensazione con Einstein: entrambi conducevano una ricerca comune, senza che qualcuno sembrasse superiore all’altro. Credo che la stessa cosa sia stata avvertita anche da molte persone che hanno lavorato con Dave. Naturalmente, eri consapevole che Dave era molto più intelligente di te – ti batteva su tutta la linea – ma quando lavoravi con lui, non avevi la sensazione che Dave fosse il capo, bensì che stavate indagando qualcosa in comune. Suppongo che la relazione con Krishnamurti fosse qualcosa di simile.</p>
<p>Allo stesso tempo, altre persone avevano la sensazione che, quando loro due erano insieme, si avvertiva una certa atmosfera spirituale; di fatto, la gente spesso diceva che si sentiva di qualcosa di potente nella stanza. E certamente questi dialoghi pubblici furono di grande aiuto a molti occidentali per riuscire ad avvicinare Krishnamurti: infatti, David Bohm li affrontava in maniera più occidentale di Krishnamurti.</p>
<p>Simeon Alev: Ho accennato alla relazione guru-discepolo a causa di un passaggio della biografia nel quale lei racconta come Krishnamurti, dopo quindici anni, avesse cominciato a esercitare su Bohm una certa pressione affinché egli cominciasse a cambiare: cosa che, normalmente, sarebbe sembrata consona al suo ruolo di maestro spirituale. Ma, poiché anche lei suggerisce che Bohm nutrì delle riserve per ciò che vedeva accadere intorno a Krishnamurti, forse si trattò più che altro di uno scambio di accuse.</p>
<p>David Peat: Di nuovo, è difficile da dire. Ho parlato con persone che erano nella cerchia intima di Krishnamurti, secondo le quali questo tipo di rottura si era verificata più volte. È come se le persone frequentassero Krishnamurti per molti anni, fino a quando lui sembrava quasi attaccarle e provocarle. A un certo punto, Krishnamurti sentiva il bisogno di provocare anche persone con cui si sentiva a suo agio e cui permetteva di stargli vicino. In questo senso, quando sfidò Dave su se stesso e i suoi condizionamenti, la cosa probabilmente assomigliò molto a una relazione guru-discepolo; all’improvviso tutto era cambiato.</p>
<p>Simeon Alev: Questo deve essere stato piuttosto sconvolgente per David Bohm.</p>
<p>David Peat: Secondo le informazioni raccolte, sì. Ma sono cose difficile da determinare con certezza, perché tutti coloro che li circondavano avevano dei forti interessi. Secondo alcuni, Dave era molto importante per Krishnamurti; altri, invece, sarebbero stati più felici se Dave non avesse avuto nulla a che fare con lui. Questi ultimi avevano la sensazione che egli stesse in un certo senso contaminando l’immagine di Krishnamurti, che lo stava spingendo a parlare in maniera troppo occidentale, intellettuale e razionale, a scapito della poesia. Alcuni sentirono questo: che la poesia si stava perdendo. Ma forse non vedevano la poesia insita in David Bohm.</p>
<p><strong>La scienza di Bohm</strong></p>
<p>Simeon Alev: Quali erano alcune delle principali idee di Bohm che lo resero una figura di primo piano nel processo di avvicinamento tra la scienza e la spiritualità?</p>
<p>David Peat: Dave avvertiva che la scienza non doveva staccarsi dalla vita di tutti i giorni, diventando qualcosa di astratto che aveva a che fare soltanto con la meccanica. Sentiva, piuttosto, che l’universo stesso è in certo senso uno specchio delle nostre strutture basilari come esseri umani e della nostra relazione con il trascendente. Questa fu la chiave di tutto il suo pensiero. Così, quando cominciò a sviluppare la sua teoria dell’ordine sottinteso, sentì che essa non riguardava soltanto la struttura della materia, ma anche quella della coscienza, perché ogni cosa riflette se stessa.</p>
<p>Persino il suo primo lavoro sul plasma sopraggiunse non tanto attraverso lo studio degli atomi e degli elettroni – cosa che naturalmente fece – quanto grazie al dilemma fondamentale dell’individuo e della collettività: può un individuo essere libero all’interno una società, portandovi allo stesso tempo il suo contributo? Anche qui, vide che i dilemmi di base degli esseri umani riguardo il libero arbitrio e gli obblighi verso la società sono, in qualche modo, riflessi nella struttura stessa dell’universo. A questo proposito, egli ebbe una visione (credo mentre viveva in Brasile): l’universo era un insieme di sfere di argento, ognuna delle quali rifletteva le altre, inclusa se stessa; una sorta di infinita riflessività dell’universo nella quale ogni parte era contenuta in tutte le altre.</p>
<p>Simeon Alev: A partire dal lavoro sul plasma, sembra che il pensiero di Bohm acquisisse una dimensione sempre più cosmica.</p>
<p>David Peat: Sì, anche se possiamo dire che fu sempre così. Persino quando frequentava ancora la scuola, tentò di sviluppare una teoria sul cosmo che comprendesse la coscienza; quindi, fin dall’inizio intuì che ogni teoria dell’universo doveva comprendere l’essere umano; l’osservatore umano doveva essere parte della teoria. Non avrebbe potuto essere una teoria obiettiva nel senso convenzionale del termine, cioè qualcosa di esterno ai fenomeni, che non tiene conto di noi, non considera la realtà esistenziale del nostro essere. Il suo pensiero fu sempre cosmico e onnicomprensivo.</p>
<p>Simeon Alev: Perché sembra che ancora oggi tanti scienziati hanno problemi ad accettare o rifiutare le sue idee?</p>
<p>David Peat: Beh, suppongo che in alcuni casi sia perché alla gente piacciono i lavori di dimensioni limitate: i “risultatini”, come li chiamava David; non i risultati, ma i “risultatini”. Quando Dave lavorava, affrontava idee e concetti molto generali; al contrario, la moda attuale nella fisica contemporanea è che tutto deve essere iper-matematico, mentre lui non ebbe mai fiducia nella matematica. Per lui, la matematica era un buono strumento, ma niente di più. Il problema della matematica, anche di quella più bella ed elegante, è che da qualche parte nasconde molti presupposti.</p>
<p>Quando parliamo insieme, usando il linguaggio comune, è più semplice scoprire quali siano questi presupposti. La matematica tende a nascondere molte cose. Bohm aveva dubbi anche su altri aspetti della fisica: per esempio, sulla tendenza della fisica delle particelle a frammentare, piuttosto che a unire. Vede, Dave si era reso conto che, in questo secolo, si era verificata una rivoluzione fondamentale nella fisica e nella meccanica quantica, ma che il nostro pensiero non ne aveva tenuto il passo.</p>
<p>Nel vecchio ordine, potevi frammentare le cose e definirle secondo una griglia cartesiana di spazio e tempo. Ora, avevamo bisogno di un ordine interamente nuovo, e l’ordine sottinteso, che è intrinsecamente infinito, era uno degli elementi su cui Bohm lavorò. Questo, però, equivale certamente a chiedere troppo dai fisici. A loro piace vedere le cose piccole e finite, mentre Dave fu un pensatore troppo globale, credo, per molti di loro… A parte i migliori, che simpatizzarono con Dave perché si resero conto che era necessario qualcosa di nuovo.</p>
<p>Simeon Alev: Ma alla maggior parte degli scienziati non sembrava che egli si fosse spinto oltre i confini della scienza?</p>
<p>David Peat: Sì. E appare ironico che ora, dopo la sua morte, il suo lavoro sulle variabili nascoste – quello che causò più controversie – è stato adottato dai fisici come un modello di calcolo. Per Dave, si trattava di un modo completamente nuovo di considerare la meccanica quantistica, ma ora viene usato solamente come un modello di calcolo. Hanno messo da parte il contorno, mantenendo l’essenziale.</p>
<p>Simeon Alev: La chiamano “la meccanica Bohmiana”?</p>
<p>David Peat: Sì, la meccanica Bohmiana, esatto. Dave sarebbe rimasto molto scioccato. È ironico che questo è ciò che hanno estratto dalla sua teoria. Ma in passato sono successe cose simili. Basil Hiley e lui, a un certo punto, si accorsero che il nuovo ordine che stavano cercando era già stato anticipato da matematici quali Grassman, Hamilton e Clifford. E anche in quel caso, quello che era successo fu che la gente aveva lasciato da parte i contenuti più profondi per conservare soltanto un semplice modello di calcolo; le idee veramente importanti sono sempre state ignorate.</p>
<p>Simeon Alev: Potrebbe essere utile per contestualizzare tutte queste informazioni fare una coincisa panoramica di alcune delle più importanti teorie di Bohm.</p>
<p>David Peat: Bene, una era la teoria delle variabili nascoste, che ho appena menzionato. Lui credeva che l’universo si componesse di un’infinità di livelli e che non potesse mai essere interamente compreso dal pensiero umano. In questo si differenziò molto da Einstein, con il quale ebbe un lungo scambio epistolare sull’argomento. Per Einstein, alla fine doveva esistere un solo livello unificato che avrebbe spiegato tutto, mentre Bohm credeva che ogni livello raggiunto ne avrebbe nascosto un altro dietro di sé, e che quindi non avremmo mai raggiunto la fine.</p>
<p>Questa idea rappresentava anche un’alternativa al riduzionismo, perché in quest’ultimo scopri, diciamo, delle molecole; queste le spieghi in termini di atomi, gli atomi in termini di particelle elementari e così via; ti addentri, via via, in componenti sempre più elementari. Ma per Bohm li livello superiore e quello inferiore potrebbero condizionarsi a vicenda. Quindi, non si trattava in realtà di livelli indipendenti, allo stesso modo con cui il corpo umano è fatto di organi e cellule, ma le cellule, a loro volta, sono specificate dall’intero ordine del corpo. Così, ciò che sta in alto condiziona ciò che sta in basso, e viceversa.</p>
<p>Perciò, intuì che la meccanica quantica, basata sull’idea di casualità e indeterminatezza a livello subatomico, era solo un primo passo verso una teoria più profonda che avrebbe incluso queste variabili nascoste. Come Einstein, Bohm voleva conservare l’idea che ci fosse un grado di oggettività a livello subatomico, che le cose non hanno bisogno di osservatori umani per accadere; e si interessò anche al fatto che la meccanica quantica non offre alcuna reale spiegazione sul modo in cui gli eventi quantici avvengono. Sviluppò, quindi, una teoria che all’inizio chiamò l’«interpretazione causale» e poi “ontologica” di questi eventi. Essenzialmente, si trattava di un tentativo di spiegare le cose in modo più razionale: sebbene nel 1950 esse non ebbero successo, recentemente la gente è arrivata ad accettarle come un modo diverso di considerare la meccanica quantica.</p>
<p>Poi c’era la teoria dell’ordine sottinteso. Dave definiva Il mondo dove sembriamo vivere – il mondo degli oggetti classici, della fisica newtoniana – come il mondo dell’«ordine manifesto». Sentiva che quella che consideriamo come realtà è solo uno specifico livello o una percezione dell’ordine. Sotto di esso si trova ciò che definiva “l’ordine sottinteso”, “ripiegato”, nel quale le cose sono ripiegate le une sulle altre e profondamente interconnesse, e dal quale l’ordine manifesto si rivela. Si potrebbe dire che il manifesto è come la schiuma del latte, mentre l’ordine sottinteso è molto più profondo; esso include non solo la materia, ma anche la coscienza; è solo nell’ordine manifesto che tendiamo a dividerli, a vederli come due entità separate. Dave trascorse parecchio tempo, negli ultimi decenni della sua vita, a cercare di trovare un’espressione matematica per questa intuizione della realtà.</p>
<p>Avvertì anche la necessità di reintrodurre il <em>tempo </em>nella fisica. Naturalmente, il tempo era sempre esistito come parametro, ma non come una reale entità dinamica, capace di muovere le cose. A questo lavorava negli ultimi giorni della sua vita. L’altra attività di quel periodo, con i gruppi di dialogo, non era qualcosa di diverso perché, di nuovo, avvertiva che la sua teoria doveva includere tanto la coscienza quanto la materia; ciò condusse all’idea che doveva esistere un campo di informazioni.</p>
<p>Dalla sua interpretazione ontologica della teoria quantica si ricava la nozione secondo cui la materia risponde sempre a un campo del genere. Fino a quel momento, erano presenti due livelli in natura: la materia e l’energia. Adesso Bohm, con la sua interpretazione ontologica, ne introdusse un terzo, che chiamò “informazione attiva”, cioè l’informazione come un’attività in natura. Gli elettroni si muovono e si comportano nel loro modo bizzarro perché rispondono a un campo di informazioni, un campo attivo. Ma anche il corpo umano risponde a un campo attivo: in questo modo opera il sistema immunitario. Dunque, egli introdusse il concetto dell’informazione attiva come qualcosa di inerente sia alla materia che alla coscienza, un fenomeno collettivo non localizzato al quale la coscienza individuale umana – o il cervello – è in grado di rispondere.</p>
<p>Bohm credeva fosse possibile sviluppare una qualche forma di collettività se la gente vi avesse lavorato per un certo periodo di tempo; ecco perché creò i gruppi di dialogo, basandosi sull’idea che sarebbe stato possibile, grazie a questa informazione attiva, produrre una trasformazione nella coscienza umana. Forse avrà pensato che la stessa cosa accadeva alla presenza di Krishnamurti, cioè che quando quest’ultimo incontrava un gruppo di persone, si verificavano dei cambiamenti di coscienza.</p>
<p>Simeon Alev: Questo era ciò che stava cercando di fare da solo, dopo la rottura con Krishnamurti.</p>
<p>David Peat: Sì, esatto, tramite il lavoro con questi gruppi. Qualche volta si sentiva molto incoraggiato da essi, altre volte, no. Ma ci credeva davvero: poiché in fisica non è sempre necessaria una grande quantità di energia per produrre un notevole cambiamento, forse anche questi piccoli gruppi sarebbero riusciti a influire sulla coscienza umana.</p>
<p><strong>L’ignoto</strong></p>
<p>Simeon Alev: Come obiettivo, potrebbe sembrare piuttosto ambizioso, ma una delle cose che più mi hanno colpito di Bohm, fin dalla prima volta che lo lessi, è il fatto che, a dispetto della sua importanza, egli sembra essere stato una persona molto umile. La sensazione è che avesse un rispetto profondo per ciò che non conosceva.</p>
<p>David Peat: Sì, questo fu certamente vero. Naturalmente, c’era anche l’altra faccia della medaglia. Discuteva abbastanza animosamente con le persone; quando gli altri facevano un errore, li perseguitava. Per il resto: sì, sentiva che, di fronte alla totalità dell’universo, conosciamo davvero poco.</p>
<p>Simeon Alev: Lei crede che questa umiltà abbia avuto un ruolo nel suo lavoro?</p>
<p>David Peat: Rese sicuramente le cose più facili per coloro che volevano lavorare con lui. Semplicemente, ci si sedeva insieme e si affrontava un problema, oppure si discuteva un argomento. Lo stesso atteggiamento, probabilmente, gli permise di parlare con Krishnamurti a un livello paritario. La maggior parte delle persone che incontravano Krishnamurti erano consapevoli di essere alla presenza di un guru, la qual cosa rendeva loro difficile la conversazione. E la sua umiltà probabilmente gli facilitò anche la conversazione con Einstein.</p>
<p>Simeon Alev: E per quanto riguarda il suo pensiero? Lei pensa che questa umiltà lo aiutò anche ad arrivare alle sue conclusioni o ad avere la sua prospettiva?</p>
<p>David Peat: Sa, c’è sempre una via di scampo, non è vero? Potresti prendere le tue idee e dire: «Le presenterò in modo piacevole per il pubblico»; oppure: «Non mi spingerò troppo in là». Puoi andare in cerca di approvazioni o di elogi , cioè quel genere di cose che conducono inevitabilmente al compromesso. Se vuoi avere successo, devi cercare un piccolo campo di lavoro e approfondirlo. Ma Dave non volle mai fare questo. Ebbe l’onestà e la modestia di fare quello che voleva veramente, ovvero formulare le domande più importanti. Mi spiego, che cosa rende possibile formulare le domande più importanti? O una grande arroganza o la franca ammissione della propria ignoranza.</p>
<p>Simeon Alev: In che modo il suo rapporto con lui ha influito su di lei come persona e come scienziato?</p>
<p>David Peat: Beh, probabilmente mi ha aiutato ad abbandonare la scienza!</p>
<p>Questo rapporto è arrivato nel momento giusto, quando stavo mettendo in discussione me stesso rispetto a un sacco di cose e volevo veramente andare fino in fondo a ciò che stavo facendo. Durante un anno sabbatico, venni a Londra per lavorare con Roger Penrose. Incontrai David Bohm quasi per caso e cominciai a conversare con lui. In realtà, quello che successe fu forse simile a ciò che avvenne tra Bohm e Krishnamurti: Dave non mi rivelò nulla di nuovo, ma confermò i dubbi che già avevo. Probabilmente, avrei preferito affrontare da solo tutte quelle profonde questioni, ma non ne avevo il coraggio, oppure pensavo che non fosse pratico o possibile.</p>
<p>Però, quando vidi che Bohm lo stava facendo, pensai: «Perché non possiamo farlo anche noi?». Forse, Krishnamurti non ha detto niente di nuovo a David Bohm, ma si è limitato a sostenerlo nelle sue indagini. Nel mio caso, il fatto cruciale fu sentire il sostegno di Dave per un certo numero di anni. Non che egli pensasse di starmi sostenendo in modo attivo; bastava la sua semplice presenza.</p>
<p>Inoltre, egli rifiutava l’idea del “genio”; sosteneva che non è necessario essere dei geni. Chiunque abbia l’energia per fare domande, per fronteggiare le cose e lavorare con costanza, può farcela. Questa è una cosa importante. Altrimenti, tanta gente lascerebbe perdere, dicendo: «Tanto non sono un genio». Questo è ciò che mi fu detto quando facevo il ricercatore: «Beh, non sei un genio: perché ti preoccupi di queste cose? Scegli qualcosa di modesto». Al contrario, Dave sosteneva che chiunque poteva fare questo lavoro. Naturalmente, devi avere qualche formazione, ma la cosa più importante è continuare a porsi quelle domande. E chiunque può farlo.</p>
<p>Simeon Alev: Questo suggerimento che le fu dato riguardo il fatto di non essere un genio… È normale per gli studenti di fisica sentirsi dire cose del genere?</p>
<p>David Peat: Sì. Sì, lo è. Succede spesso. Un altro consiglio che ricevetti fu: «Trova un settore molto, molto ristretto della fisica e pubblica all’incirca dieci o quindici articoli al proposito; così ti guadagnerai una reputazione». Solo dopo puoi cominciare a fare queste altre cose. Infatti – un altro piccolo aneddoto – quando andai a trascorrere un anno sabbatico con Bohm, in Inghilterra, un fisico molto importante mi chiese di fargli visita per qualche giorno.</p>
<p>Una sera mi portò a cena fuori e in modo molto paterno mi disse che voleva darmi qualche consiglio. Raccontò di essere al corrente del fatto che collaboravo con Bohm, aggiungendo che quella probabilmente non era la cosa migliore che potessi fare. In realtà, era una cosa che mi danneggiava e avrei dovuto cercare di staccarmi da lui per tornare a occuparmi di settori ben limitati della fisica. «Occupati di problemi modesti», mi disse; «questo è il modo in cui la fisica si evolve: grazie a persone che fanno piccole cose».</p>
<p>Un’altra persona mi confessò che la sua ambizione più grande era quella di diventare una nota a piè di pagina di un libro. Ebbene, Dave non ha mai ragionato così. Egli riteneva che quando le persone si esprimevano in tal modo, si trattava, in fondo in fondo, di falsa modestia; per lui, l’unica cosa veramente importante era porsi gli interrogativi fondamentali. Altrimenti, a che pro occuparsi di fisica? Penso che questa idea sia ben espressa in una delle lettere tra Bohm ed Einstein. Einstein scrisse: «Se così stanno le cose, non c’è motivo che continui a occuparmi di fisica».</p>
<p>Simeon Alev: Quali direzioni ha preso il suo lavoro che non sarebbero state possibili senza Bohm?</p>
<p>David Peat: Più che altro, si trattava di ampliare il campo di indagine. Una volta, David Bohm mi raccontò che la cosa più significativa che Krishnamurti gli avesse detto era: «Comincia dall’ignoto». Ebbene, Krishnamurti non aveva molto tempo per studiare fisica con Dave – né credo che ci pensasse molto – ma questo fu il suo consiglio: «Comincia dall’ignoto». Credo che da qui vengano le mie lunghe discussioni con i nativi americani, nel tentativo di comprendere il loro mondo. E negli anni passati ho anche discusso molto con vari artisti – scultori, pittori – per cercare di comprendere ciò che vogliono realizzare, che ha a che fare con la ricerca di un nuovo ordine; ho notato incredibili somiglianze tra tutto ciò e quello gli scienziati stanno cercando in fisica. Di base, sto cercando di porre gli interrogativi più grandi possibili. Forse è questa l’eredità di Dave.</p>
<p>Simeon Alev: Lei avrà un’idea di cosa intendesse Krishnamurti quando affermò: «Comincia dall’ignoto»…</p>
<p>David Peat: Penso che Krishnamurti sentiva che procedere dal noto verso l’ignoto non era il giusto modo di lavorare. Devi cominciare dall’ignoto, da ciò che non si conosce: e nell’ignoto scopri un’energia infinita per penetrare le cose, che non trovi quando lavori continuamente con il noto. David stesso una volta ha detto a qualcun altro: «Tra dove sei ora e dove vorresti essere c’è una specie di barriera, o un baratro, e talvolta è una buona idea immaginare di trovarsi già dall’altra parte del baratro, così che puoi cominciare dalla parte sconosciuta».</p>
<p><strong>Nuovi indirizzi della scienza</strong></p>
<p>Simeon Alev: Ho letto un suo articolo nel quale evidenzia il bisogno di un paradigma completamente nuovo per la scienza occidentale, e dove descrive le sue ricerche sulle filosofie e le cosmologie dei nativi americani. In che modo lei concilia queste tendenze che, agli occhi della maggioranza, possono sembrare molto distanti?</p>
<p>David Peat: Dunque, penso che quando stavo con alcuni nativi americani molto anziani cercando di comprenderne la visione del mondo – ma non è che al riguardo ebbi più di qualche barlume – alcune delle cose che dicevano sembravano corrispondere… Ma, vede, non ho mai voluto fare o scrivere qualcosa che assomigliasse al <em>Tao della Fisica</em> perché non sono certo di credere a tutta quella roba.</p>
<p>Quello che si può dire, tuttavia, è che tra i nativi americani esiste una certa percezione del cosmo, o della nostra relazione con esso, che è una visione della natura in divenire: tutto è movimento, flusso, trasformazione. Entriamo in relazione con questo flusso, ma la realtà di base è trasformazione e cambiamento. Dall’altro lato, per diverse centinaia di anni, gli scienziati hanno creato strutture e ordini fissi, fino a quando la meccanica dei quanti ha rivoluzionato tutto. In seguito, la teoria del caos ha creato un’altra rivoluzione.</p>
<p>Si potrebbe quindi sostenere che la fisica occidentale rifletteva il desiderio umano di un certo tipo di ordine – classico o platonico – che ora è stato rovesciato. E’ come se la natura ci avesse rivelato che non possiamo più procedere in quella direzione e che la modalità successiva, la teoria quantica o un’altra qualsiasi, corrisponde in qualche modo alle intuizioni che ho avuto parlando con i nativi americani. Può vedere che questi due modi di vedere le cose non sono così distanti. I nativi americani vedono l’universo come un flusso, un processo o un rapporto di energie. E quando chiedi ai fisici quantici: «Cosa sono queste cose, cosa sono le molecole?», ti risponderanno: «Sono rapporti di energie». Per esempio, David Bohm concepiva una particella elementare come un processo: una particella sta sempre collassando all’interno o espandendosi all’esterno.</p>
<p>Allo stesso modo, anche noi oggi abbiamo a che fare con flussi, processi e relazioni, il che è molto simile alla metafisica dei nativi americani. Rimasi molto colpito da questa scoperta. Suppongo che rimasi colpito anche dal fatto che essi avevano sviluppato un linguaggio che li rendeva in grado di vivere in quel tipo di mondo. Uno dei problemi chiave della meccanica quantica, come evidenziò Niels Bohr, è che i linguaggi indo-europei riguardano concetti e interazioni fra oggetti statici: per questo, non sembrano adeguati al mondo dei quanti. Sembra che siamo tagliati fuori da quel mondo a causa del nostro linguaggio.</p>
<p>Simeon Alev: Non abbiamo un linguaggio adeguato per esprimere queste verità.</p>
<p>David Bohm: Esatto, perché il nostro linguaggio è basato sui nomi, così tendiamo a vedere un mondo fatto di oggetti e interazioni. E poiché abbiamo un linguaggio basato sui nomi, tendiamo a vedere categorie e concetti, a sistemare le cose in categorie. Così, dal linguaggio che parliamo deriva un certo modo di pensare, una certa logica. Ma alcuni gruppi di nativi americani non hanno questo tipo di linguaggio; come risultato, non hanno categorie in cui incasellare le cose, quindi non hanno i nostri problemi. Vede, in questo c’è qualcosa di liberatorio: dando un’occhiata al loro mondo e facendo ritorno al mio, mi rendo conto che la mia esperienza del mondo è condizionata dalla mia cultura e non è inevitabile; capisco che potrebbero esserci altri punti di vista. Ecco cosa ho trovato di così prezioso in quel contatto.</p>
<p>Per rispondere alla sua domanda, quindi, non ho visto alcuna incompatibilità tra il mio interesse per la scienza e quello per i nativi americani. In questi giorni, per ragioni simili, discuto molto con gli artisti: infatti, ritengo che l’altro grande cambiamento che deve verificarsi nella fisica riguarda il nostro concetto di spazio, argomento con cui hanno a che fare tutti gli artisti con i quali ho parlato. Può darsi che avvicinandosi al millennio, stiamo tutti cominciando a porci le stesse domande, ognuno attraverso la sua disciplina; oppure, che la rigidità della mente occidentale sia arrivata alla fine e sta lasciando spazio a qualcosa di più flessibile. Forse la scienza sarà mitigata da cose come l’intuizione e la compassione, valori che non erano presenti prima.</p>
<p>Simeon Alev: Da un certo punto di vista, la scienza è sempre stata innovativa, ma allo stesso tempo gli scienziati sono spesso molto orgogliosi del rigore e della razionalità della propria metodologia. In questi tempi invece, molti tra gli scienziati più importanti dell’odierna generazione stanno seguendo direzioni molto affascinanti, anche se, da un certo punto di vista, apparentemente bizzarre. Rupert Sheldrake, per esempio, sta facendo ricerche sulla “fisica degli angeli”.</p>
<p>David Peat: Oh, davvero? Allora se ne è uscito con questo…</p>
<p>Simeon Alev: Sì, ha appena pubblicato un libro su questo argomento. E mi è venuto in mente che la gente potrebbe considerarlo, comprensibilmente, al di là del rigore necessario per l’indagine scientifica.</p>
<p>David Peat: Sono sicuro che è quello che pensano molte persone.</p>
<p>Ma, vede, io sto vivendo in questo paese, in Italia, dove pago un affitto molto basso, il vino è assai economico e tutto il cibo è coltivato localmente. Non devo più soddisfare nessuno, per cui la cosa non m’importa granché. E quando parlo ai nativi americani vedo che queste persone hanno un’incredibile disciplina nella loro vita e nel modo in cui lavorano –molto più di quella che abbiamo noi, direi – e anche gli artisti che ho conosciuto studiano a lungo e profondamente i loro materiali e il proprio lavoro: in tutto ciò, io scorgo un grande rigore. Mi interessa il rigore in questo senso. Forse dovremmo tornare all’idea di David Bohm, secondo cui bisogna cercare la verità dovunque essa ti porti, senza compromessi, senza cercare di mitigare le cose. Le persone che lo fanno sono quelle che rispetto.</p>
<p>Ora, come lei sa, esiste ogni genere di personaggi folli e bizzarri, sia dentro che fuori la comunità scientifica, ma la cosa non mi interessa.</p>
<p>Simon Alev: In questo caso, per esempio, si può considerare la fisica degli angeli un argomento molto creativo e rischioso, nel quale Sheldrake si inoltra da solo per esplorare qualcosa in cui crede profondamente.</p>
<p>David Peat: Mi sta chiedendo di commentare qualcosa di cui non sono molto al corrente. Ma forse potrei metterla in questo modo, sperando di non sembrare ipocrita: se ottocento anni fa, in Europa, alcune delle menti più filosofiche come Dionigi il Certosino e San Tommaso d’Aquino dibattevano e studiavano molto profondamente certi argomenti attinenti al modo in cui percepivano la realtà, arrivando alla fine a delle conclusioni, penso che valga la pena prenderli seriamente. Ebbene, quando cerchi di trasferire ciò alla meccanica quantica, per esempio, di solito ottieni qualcosa di molto stravagante, stupido e new age.</p>
<p>Quindi, devi trovare un linguaggio molto creativo col quale esprimere queste cose per il mondo moderno, restando però fedele alle idee originarie. Penso che qui stia la difficoltà: è un atto di traduzione. Infatti, dopo tutto, Nicola di Cusa (mi pare fosse lui) sviluppò un’idea molto simile all’ordine sottinteso, ma era impossibile trasferire Nicola di Cusa nella meccanica quantica. Non avrebbe funzionato. Ci voleva qualcuno come David Bohm per riscoprire quell’idea, porla in un nuovo contesto e tradurla in un diverso linguaggio. Penso che, in parte, le cose stiano così. E se Rupert Sheldrake riesce a portare il rispetto intellettuale del mondo moderno verso l’Aquinate, Dionigi e tutti gli altri, ha compiuto qualcosa di molto creativo. Non ho letto il suo libro e ne ho solo parlato brevemente con lui.</p>
<p>Simeon Alev: Penso di essere d’accordo, ma non intendevo chiederle di commentare Sheldrake, bensì di dirmi qualcosa sul fatto che questi argomenti sono diventati oggetto della scienza contemporanea.</p>
<p>David Peat: Vada per gli angeli. Ma che dire dei dischi volanti, i rapimenti degli extraterrestri e cose simili? Sono appena tornato da una conferenza dell’Istituto di Arti Contemporanee a Londra, la scorsa settimana, dove si parlava di dischi volanti, rapimenti da parte di alieni, dosi enormi di droghe, Timothy Leary che moriva nell’Internet… cose del genere. Insomma, le cose stanno diventando un po’ troppo stravaganti.</p>
<p>Simeon Alev: Quando fa queste distinzioni, come traccia la linea di confine?</p>
<p>David Peat: E’ molto difficile. Dipende dalle persone coinvolte. Penso che sia possibile individuare una persona insincera con molta facilità. Ma credo anche che se incontri una persona e hai per lei un certo rispetto, se questa ti dice delle cose che ti sembrano un po’ bizzarre, devi approfondirle, parlarne e investigarle insieme a lei. Questo è sempre possibile, anche se quello che senti all’inizio ti sembra decisamente folle. Voglio dire, quando senti dire che Swedenborg andò su altri pianeti e cose simili, si tratta ovviamente di fatti bizzarri; personalmente, non credo che Swedenborg sia andato su altri pianeti.</p>
<p>Ma se ipotizzi che Swedenborg intuì qualche verità e cercò di esprimerla nel solo linguaggio che conosceva a quel tempo, la cosa diventa più accettabile e puoi sostenere: «Approfondiamo questo Swedenborg, perché sembra un pensatore molto intelligente e profondo. Che cosa sta dicendo?». Forse questa è l’unica cosa che puoi fare, a livello personale. È possibile che all’inizio devi cercare di non farti scoraggiare dal linguaggio utilizzato (che si parli di dischi volanti, di angeli o di qualsiasi altra cosa) e dovrai dunque chiederti: «E se fosse una metafora, un’immagine? Bene, a cosa si riferisce quest’immagine?».</p>
<p>Alcune persone vedono dischi volanti, altre, angeli, ma cosa c’è dietro? I nativi americani direbbero: «Vediamo i guardiani dello spirito». E se solleciti spiegazioni, chiedendo: «Cosa sono i guardiani dello spirito?», risponderebbero: «Sono energie». Allora dici: «Va bene, se stai parlando di energie, stiamo usando lo stesso linguaggio, che si riferisce a relazioni di energie». Si tratta di trovare un linguaggio comune e discutere rispettandosi a vicenda.</p>
<p>Simeon Alev: Quindi, dal suo punto di vista, questi sono linguaggi ugualmente validi o modi diversi di descrivere la stessa cosa?</p>
<p>David Peat: Quello che intendo dire è che quando hai a che fare con una cultura esistente da molto tempo, come quella dei nativi americani (o anche dell’Europa medievale che discuteva degli angeli) devi averne molto rispetto. Non è la stessa cosa che rispettare i dischi volanti, il magico bambino interiore, il tuo animale superiore o cose del genere, come fa la gente in California. Non si tratta di queste cose. Voglio chiarire la mia posizione.</p>
<p>Simeon Alev: La distinzione fatta da alcuni autori che ho avuto modo di leggere – Ken Wilber e Huston Smith, per esempio – non verte tanto sul fatto che queste non siano tutte strade valide per studiare e descrivere la nostra esperienza, quanto sul fatto che potrebbe verificarsi una sorta di errore di classificazione. Secondo questa tesi, il dominio della scienza è quello di una realtà empirica fisicamente verificabile, mentre il dominio spirituale (ma anche quello razionale-filosofico) si rivolge a una dimensione completamente diversa dell’esperienza umana. Naturalmente, tutte queste dimensioni sono correlate, ma ciononostante, non si dovrebbe pensare che l’affermazione fatta in un dominio valga anche per un altro.</p>
<p>David Peat: Sì, questi sono ragioni forti, me ne rendo conto.</p>
<p>Sa, c’è un aneddoto riguardo Pasteur. Egli si trovava nel suo laboratorio, quando qualcuno venne a intervistarlo, chiedendogli: «Pasteur, signore, dottore, lei quando prega?». Ed egli, guardando al microscopio, rispose: «In questo momento, sto pregando». Nella vita dell’individuo – quella di David Bohm, per esempio – potrebbe non esserci distinzione tra quando si smette di essere uno scienziato e si diventa qualcos’altro. Egli non avrebbe potuto compiere questa frammentazione del proprio essere.</p>
<p>Con un nativo indiano anziano, avviene la stessa cosa: egli è sempre in preghiera e in profonda relazione spirituale con la natura. Personalmente, quindi, non vedo come una persona possa smettere di essere una cosa e all’improvviso diventare un’altra. E penso che per alcuni scienziati l’impulso di base sia di tipo religioso, o spirituale: cioè un senso del numinoso, di qualche ordine profondo o qualche qualità trascendentale dell’universo. Lei troverà che ciò è sempre vero in questi scienziati, anche dopo aver distinto la loro onestà e la loro volontà di affrontare la verità dal loro lavoro e dal linguaggio che utilizzano per esprimere le loro idee.</p>
<p>Ma credo che sia pericoloso usare la scienza per dimostrare o dare credibilità alla religione. Mi riferisco a libri del tipo <em>God and the New Physics</em>. Ritengo che sia un’operazione rischiosa.</p>
<p>Simeon Alev: Prima ha citato Il Tao della Fisica. Ritiene che il lavoro di Fritjof Capra appartenga a tale categoria?</p>
<p>David Peat: A essere onesti, non l’ho mai letto. Devo essere una delle poche persone sul pianeta che non lo ha ancora letto, quindi non so che dirle. Può appartenervi o meno, non so. Ma penso che ci siano un sacco di analogie deboli: per esempio, quando sostieni che la meccanica quantica produce uno stato di vuoto, che è uno stato di infinita energia potenziale, e poi da lì salti ad affermare: «Questo è Dio». Tutto ciò è molto stupido e superficiale.</p>
<p>Simeon Alev: Per finire, riprendiamo un filo del discorso che ci siamo lasciati alle spalle, e che ha a che fare con il suo modo di vedere le cose: qual è per lei la cosa più importante nella vita?</p>
<p>David Peat: Hmm…Una domanda facile! La cosa più importante nella vita…Sa, forse non ci penso. Mi spiego, è stato bello trovare un villaggio sulla cima di una collina, circondato dalla bellezza, dove le persone vivono in modo tradizionale e puoi condurre una vita bilanciata fatta di passeggiate, buon cibo, calore… Suppongo che… riuscire a esprimersi creativamente, forse questa è la cosa importante. Di qualunque cosa si tratti: scrittura, pittura, qualsiasi cosa… E relazionarsi con le persone…</p>
<p>Non lo so, non lo so. Non è qualcosa che mi preoccupa. Forse, se mi preoccupassi, non starei facendo questo. In passato, mi preoccupavo di più. Forse non sono preoccupato adesso… ma niente dura per sempre!</p>
<p>Informazioni sulle attività e i seminari di David Peat al sito <a href="http://www.paricenter.com">www.paricenter.com</a></p>
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<p><!--[if !supportEmptyParas]--> <!--[endif]-->David Bohm. Universo, mente, materia. RED edizioni. 1996. ISBN: 8870310523. <a href="http://www.red-edizioni.it/">http://www.red-edizioni.it/</a></p>
<p><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1924&amp;isbn=8834008472">Jiddu Krishnamurti, David Bohm. Dove il tempo finisce. Astrolabio.1986. ISBN: 8834008472</a></p>
<p><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1924&amp;isbn=8845906892">Fritjof Capra. Il Tao della fisica. Adelphi.1989. ISBN: 8845906892</a></p>
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<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/0553061747/innernet-20">John Horgan. The End of Science: Facing the Limits of Knowledge in the Twilight of the Scientific Age. Broadway Books. 1997. ISBN: 0553061747</a></p>
<p><!--[if !supportEmptyParas]--> <!--[endif]--></p>
<p>Copyright originale “What is Enlightenment” magazine <a href="http://www.wie.org/">www.wie.org</a><br />
Traduzione di Nityama Masetti. Revisione di Gagan Daniele Pietrini.<br />
Copyright per la traduzione italiana: Innernet.</p>
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		<title>&#8220;Il dito e la luna&#8221;, dove teatro, ricerca e spiritualità si incontrano</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Jul 2009 05:00:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nitya Cristiana Allievi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte e Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[arte]]></category>
		<category><![CDATA[ricerca]]></category>
		<category><![CDATA[spiritualità]]></category>
		<category><![CDATA[Sufi]]></category>
		<category><![CDATA[sufismo]]></category>
		<category><![CDATA[teatro]]></category>

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		<description><![CDATA[Andrea Abdullah Failla, 43 anni, è attore teatrale, doppiatore, insegnante di recitazione e ricercatore spirituale. Lo spunto di questa intervista nasce dal suo ultimo spettacolo, Il dito e la luna, ideato per festeggiare il prossimo 7 luglio, giorno di luna piena molto speciale che in India si celebra col nome di Guru Purnima. È la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Andrea Abdullah Failla, 43 anni, è attore teatrale, doppiatore, insegnante di recitazione e ricercatore spirituale. Lo spunto di questa intervista nasce dal suo ultimo spettacolo, <em>Il dito e la luna</em>, ideato per festeggiare il prossimo 7 luglio, giorno di luna piena molto speciale che in India si celebra col nome di Guru Purnima. È la luna piena del mese di Ashada, un momento che si dice essere mille volte più potente del resto dell’anno per il progresso spirituale di un ricercatore.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><strong>Come nasce </strong><em><strong>Il dito e la luna</strong></em><strong>?</strong> «L’idea è quella di festeggiare il giorno di Guru Purnima, che si ricorda per l’illuminazione del Buddha: lo spettacolo vuole celebrare la luna di tutti i maestri. Mi sta a cuore sottolineare quanto l’arte sia importante per la ricerca spirituale, e viceversa».</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><strong>Quindi a cosa hai pensato?</strong> «Alla convergenza di quattro arti. Ci saranno testi inediti di un poeta che si è ispirato al tema, a una danzatrice che ha creato una coreografia lunare- Moon embrace- due musicisti che propongono improvvisazioni che evocano l’illuminazione. E un pianista professionista classico che suonerà <em>Al chiaro di luna</em> di Debussy».</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><strong>Cosa lega questi elementi?</strong> «Lo farò io, con monologhi tratti da <em>Il contrabbasso</em>, di Suskin, magnifica storia  di un contrabbassista che subisce il fascino di una cantante dalla voce profondamente spirituale. Quando lui la ascolta parlare è come se sentisse il paradiso, quindi ritorna il tema della musica come elemento che aiuta ad elevarsi. Leggerò anche altri brani poetici ispirati ai 100 canti di Kabir».</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><strong>Cosa ti piace particolarmente di Kabir?</strong> «Il fatto che mette insieme due mondi diversi. È conteso sia dagli indu sia dai musulmani, perché nasce indu però crescendo si accosta al Sufismo. Dice, in una poesia, “Sono figlio di Rama ma anche di Allah, e se guardi nel tuo cuore, troverai entrambi”».</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><strong>La creatività cosa ha a che fare con la spiritualità, nella tua visione?</strong> «Una frase dello spettacolo dice “è quando tu non ci sei che dio compare”. Questa è la creatività, farsi da parte e lasciare che qualcosa accada, e celebrare la luna dei maestri mi sembra un buon modo per ricordarselo».<span id="more-1168"></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><strong>In che cos’altro sei impegnato, in questo momento?</strong> «Sto portando in giro per l’Italia, insieme a un amico musicista e a un derviscio mevlevi, <em>Un giro intorno al cuore</em>, spettacolo liberamente ispirato a <em>Monsieur Ibrahim e i fiori del corano</em>, il romanzo di Eric Emmanuel Schmitt».</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><strong>Il sufismo ha una parte importante, nella tua arte. </strong>«Ho incontrato un maestro circa 10 anni fa, lo seguo tutt’ora. È stato un incontro casuale, un’amica mi ha detto che ci sarebbe stato un seminario con Burhanudin: ho visto la sua foto e mi ha colpito il suo sorriso. Poi ho capito che dietro di lui c’era un altro maestro, Shayk Nazim. Ha quasi 80 anni e abita a Cipro, è un turco dalla vita avventurosa, per alcuni aspetti sempre in contrasto con l’ortodossia&#8230;».</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><strong>I Sufi non sono ben visti dai “fanatici”&#8230;</strong> «Sono la parte mistica dell’Islam, potremmo dire i San Francesco dell’Islam. C’era Bonifacio VIII ma c’era anche San Francesco, con cui hanno molti punti in comune».</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><strong>Se ti guardi indietro, e ripercorri quello che hai incontrato, cosa ti ha colpito, all’inizio?</strong> «Un grande abbraccio, un sorriso, direi un grande sì».</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><strong>E come ti ha cambiato?</strong> «I passaggi sono complessi e a volte molto delicati. La comprensione, forse, è che tutto ciò che facciamo è determinato, ma c’è anche uno spazio per la libera interpretazione, per una scelta. L’equilibrio tra questi due aspetti è ciò che più mi ha colpito».</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><strong>Quindi il muoversi verso il divino, oltre al divino che viene da te&#8230;</strong> «Si può dire anche così. Ciò che ho sentito, nel viaggio, a volte è facile da dire, a volte impossibile. Ci sono momenti di meditazione, anche durante lo Zikr (<em>una preghiera dei Sufi</em>, ndr), che sono unici, inspiegabili, una verità che senti molto profonda».</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><strong>Prima di questo incontro eri già un attore professionista. </strong>«Ho frequentato l’Accademia dei Filodrammatici, a Milano, che ho finito a 25 anni. Ho fatto l’attore, ma a un certo punto ho chiuso».</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><strong>Con cosa?</strong> «Mi sembrava che non avesse più valore andare in giro, fare provini, propormi, cercavo un senso diverso. Poi, con <em>Il</em> <em>re muore</em>, un testo di Lionesco, è iniziata una nuova fase. Ho iniziato a collaborare con il teatro Libero di Palermo, con cui o lavorato fino al 2002».</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><strong>Come è cambiato, invece, il tuo modo di lavorare e di vedere l’arte, dopo l’incontro col Sufismo?</strong> «È cambiato molto, forse sono cambiato io, c’è stata una evoluzione. Prima di ogni spettacolo mi fermo sempre per farmi questa domanda: “perché lo sto facendo, per chi lo sto facendo”? Per me stesso? Per l’ambizione? Per i soldi? Per il prestigio? Oppure sono semplicemente a servizio di qualcosa?».</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><strong>La domanda te la fai prima di scegliere un lavoro o prima di entrare in scena?</strong> «Prima di recitare. Mi aiuta a riposizionarmi, a dare la giusta dimensione. Se sei spinto da piccoli interessi non vai molto lontano, se invece in quello che proponi c’è una verticalità, il respiro e lo spazio cambiano. In questo senso mi ha aiutato il mio percorso».</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><strong>Che risposte dai alle domande che dicevi? </strong>«Mi piace pensare di farmi da parte, di lasciare spazio a qualcosa di più grande di noi, che va celebrato».</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><strong>Quindi spettacolo come celebrazione divina.</strong> «E anche momento per far arrivare qualcosa: come attore, al di là del messaggio, delle emozioni, della riflessione e del sorriso, mi interessa che arrivino onestà e verità».</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><strong>Con </strong><em><strong>Il dito e la luna</strong></em><strong>, si allude alla verita.</strong> «Il titolo rimanda alla parabola in cui lo sciocco anziché guardare dritto la luna, si ferma al dito che la indica».</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><strong>Mai metafora fu più contemporanea.</strong> «L’invito a non soffermarsi sul dito è molto valido&#8230; Troppo spesso siamo impegnati a seguire le nostre ambizioni, sogni, potere&#8230; Spostare l’attenzione verso qualcosa di più alto aiuta ad allargare la prospettiva, ad avere spazi di comprensione più profondi. L’invito dello spettacolo è questo».</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><strong>Cosa farai, dopo?</strong> «Mi piacerebbe approfondire la storia di Ibn Battuta, il Marco Polo arabo del 1200: a 20 anni ha compiuto un viaggio lungo 25 anni tra Asia, India, Africa. Alcuni sostengono che Polo si sia ispirato al suo libro, <em>Viaggi</em>, per scrivere <em>Il milione».</em></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><strong>E dal punto di vista dell’insegnamento?</strong><em> </em>«Da ottobre sarò impegnato in due corsi, al centro Shantisaburi di Milano e al centro Opale di Gallarate. Lavorerò con attori professionisti e non, in cicli da 10 incontri. Ci focalizzeremo su una parte di training fisico e di espressività corporea, poi di lavoro sui testi testi e di recitazione vera e propria. Il teatro è uno strumento straordinario per indagare, conoscersi e soprattutto per relazionarsi agli altri».</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">
<p style="margin-bottom: 0cm;"><em><strong>Il dito e la luna andrà in scena il 7 luglio a Milano, presso il centro di meditazione Shantisaburi (cena ore 20, inizio spettacolo ore 21). Info e prezzi ai numeri 02 36564469 e 333 4397776).</strong></em></p>
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		<title>Destino e debolezze della spiritualità contemporanea</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Jun 2009 09:54:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mariana Caplan</dc:creator>
				<category><![CDATA[Percorsi di ricerca]]></category>
		<category><![CDATA[ego]]></category>
		<category><![CDATA[illuminazione]]></category>
		<category><![CDATA[misticismo]]></category>
		<category><![CDATA[new age]]></category>
		<category><![CDATA[ricerca spirituale]]></category>
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		<description><![CDATA[Negli ultimi quaranta anni, l’occidente è stato travolto da un’ondata di informazioni spirituali che ha inondato i quotidiani, la televisione e i periodici a maggiore tiratura. Classi di meditazioni sono offerte alle Nazioni Unite, Hillary Clinton usa tecniche di visualizzazione e rilassamento, lo yoga viene insegnato in molte delle più grandi aziende mondiali e la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="mariana caplan.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/mariana-caplan.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/mariana-caplan.jpg" alt="mariana caplan.jpg" hspace="6" align="left" /></a>Negli ultimi quaranta anni, l’occidente è stato travolto da un’ondata di informazioni spirituali che ha inondato i quotidiani, la televisione e i periodici a maggiore tiratura. Classi di meditazioni sono offerte alle Nazioni Unite, Hillary Clinton usa tecniche di visualizzazione e rilassamento, lo yoga viene insegnato in molte delle più grandi aziende mondiali e la vita spirituale di celebrità come Richard Gere, John Travolta e Tom Cruise è data in pasto a un pubblico di fan spiritualmente affamati o di voraci cercatori di pettegolezzi.</p>
<p>La spiritualità non solo ha acquistato molta popolarità, ma è diventata un grande affare. La New Age è un’industria multimiliardaria, e alcuni degli insegnanti spirituali e dei guru più famosi si sono arricchiti considerevolmente grazie al commercio della Verità. Tuttavia, restano le domande essenziali: che cos’è la spiritualità? Lo spirito umano si sta davvero evolvendo?</p>
<p>Nella cultura spirituale dell’occidente sta succedendo qualcosa di realmente nuovo o la nostra attrazione per i seminari New Age, lo yoga e la meditazione non sono altro che masturbazioni spirituali? Come possiamo utilizzare il caos e le opportunità che abbiamo di fronte per dare un aiuto significativo all’umanità?</p>
<p>Stando ai media, la spiritualità può essere di tutto: una lezione di yoga in palestra, una lettura astrologica improvvisata o la camminata sul fuoco durante un seminario di fine settimana. I seguaci della New Age ci sollecitano ad accettare tranquillamente un cammino personale e su misura verso il benessere, chiamandolo “verità” e incoronando come “spirituale” tutto ciò che contiene il colore viola, include la parola “meditazione” o ha il ginseng nell’elenco degli ingredienti.</p>
<p>Giardini di pietra Zen sono in vendita negli aeroporti o a <em>Discovery Channel</em>, mentre è possibile comprare per un quarto di dollaro i <em>mala</em>, le collane della preghiera un tempo considerate sacre, nei grandi magazzini. Se non fossero pieni di vuoto, gli antichi Maestri Zen si starebbero certamente rivoltando dentro le loro urne cinerarie! La realtà è che, in aggiunta a tutto ciò che essa già rappresenta, la spiritualità è diventata un capriccio. È un vocabolo familiare, un bene comprato e venduto a caro prezzo, un’identità,<span id="more-460"></span> un club cui appartenere, una fuga immaginaria. Le autorità spirituali fungono da mamma e papà, sono delle icone, dei saggi favolosi, degli amanti proiettati, dei confessori e delle guide che renderanno la nostra vita migliore e più piacevole. Il Dalai Lama viene definito “carino” e “pacifico” –come fosse una stella del cinema – mentre attori come Richard Gere e Steven Segal sono talvolta riveriti come dei modelli esemplari di figure spirituali o addirittura dei <em>tulku</em>.</p>
<p><a title="Destino e debolezze 1.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/destino-e-debolezze-1.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/destino-e-debolezze-1.jpg" alt="Destino e debolezze 1.jpg" hspace="6" align="left" /></a>Mettere l’etichetta di “spirituale” a ogni fenomeno o individuo che sia anche solo leggermente straordinario migliora le entrate e aumenta l’autostima, il potere e lo status di persona legata al guru più alla moda o alla tecnica più seguita. Ma ciò crea confusione inutile al ricercatore neofita e sincero, che spesso all’inizio non riesce a distinguere tra un autentico tulku tibetano o un cristalloterapeuta.</p>
<p>Inoltre, buffonate del genere spesso allontanano i profani già scettici e critici, che vedono uomini e donne intelligenti (oltre che dotati di grandi ego) arricchirsi cooptando fantasie di salvezza ultraterrena da parte di individui più deboli; in tal modo, concludono che tutto il mondo della spiritualità manca di intelligenza e spirito critico. Laddove la spiritualità autentica trascende di gran lunga categorie così superficiali, in una cultura moderna priva delle basi per distinguere le sottili differenze tra le varie esperienze e guide spirituali, è spesso difficile comprendere il valore effettivo della “merce” spirituale in vendita.</p>
<p><strong>Svalutare il linguaggio della spiritualità<br />
</strong><br />
Non è necessario essere un linguista per rendersi conto di quanto il vocabolario delle tradizioni sacre sia stato screditato. Una volta che termini come “illuminazione” o “risveglio” sono entrati a far parte del linguaggio comune occidentale, hanno perso inevitabilmente la sacralità del loro significato essenziale. La cultura spirituale popolare non solo finge di comprendere il linguaggio dell’“illuminazione”, della “liberazione” o del “risveglio”, ma presume che i suoi membri concordino sul significato di parole un tempo riservate alle più preziose e sottili realizzazioni del genere umano. Sono parole che i praticanti delle principali tradizioni non osavano sussurrare (e tanto meno presumevano di capire) senza decenni di pratica e studio intensi.</p>
<p>In una cultura in cui la parola “illuminazione” esce dalle nostre labbra tanto facilmente quanto “caffelatte”, è ovvio che il termine abbia perso significato. Alla fine, ciò che la parola “illuminazione” indica non perde né acquista valore; quello che va perduto è il senso di preziosità e fragilità connesse a quelle che restano le possibilità più sacre della coscienza umana.</p>
<p>Se solo potessimo dire, onestamente e senza vergogna: “Pratico la spiritualità come un hobby” o “Desidero una pratica spirituale che mi doni una certa pace mentale, ma senza discipline né impegni” o “Vorrei che la spiritualità sia la mia amante, ma che il comfort e la sicurezza siano mia moglie” o “Voglio essere considerato un uomo o una donna spirituale, perché ciò mi renderà più attraente”; se potessimo semplicemente ammettere: “Sono un seguace della New Age”, “Sono un buddista alla moda”, “Sono un finto hindu”, “Sono un aspirante guru” o “Sono un mistico in erba”; se usassimo definizioni più semplici e dirette, come: “Sono un serio aspirante spirituale”, “Sono un ricercatore dall’interesse moderato” o “Sono un turista spirituale part-time, casuale”…</p>
<p>Ma la nostra tendenza egoica, inconscia e automatica, è elevare le nostre attività ordinarie a qualcosa di spiritualmente significativo. Tuttavia, se ci accontentiamo di falsi, contribuiamo a svalutare il prezzo dei diamanti spirituali; ci basta fare sfoggio di gioielli da bigiotteria. Non è che desideriamo consciamente investire in un bene fraudolento; piuttosto, questa identificazione egoica è quello che si ottiene quando si cerca di vivere una vita spiritualmente significativa all’interno di una cultura occidentale capitalista e psicologicamente ferita.</p>
<p>Se non riusciamo a distinguere chiaramente ciò che vogliamo e per cui siamo disposti a pagare – cosa nella quale la cultura spirituale occidentale nel suo insieme finora ha decisamente fallito –, il risultato è un mix confuso di termini antichi e ruoli contemporanei, la svalutazione della funzione del maestro (o del guru) spirituale autentico e il discredito generale della spiritualità contemporanea. Fare queste nette distinzioni, anche se poco lusinghiere per l’ego, ci permette di riconoscere senza vergogna dove siamo <em>in</em> <em>questo</em> <em>momento</em>. E non c’è bisogno di ricordare come, secondo Ram Dass, “l’essere qui e ora” sia l’unica possibilità per una trasformazione autentica.</p>
<p><strong>La ricerca di esperienze mistiche<br />
</strong><br />
Anche di fronte al fatto, evidente e incontrovertibile, che per la grande maggioranza delle persone la psichedelia e i seminari di un week-end operano ben poche trasformazioni durature (se mai ne operano qualcuna), tutti noi desideriamo ancora qualcosa di forte. Vogliamo l’esperienza, e crediamo ancora che essa voglia dire qualcosa. Forse ora cerchiamo l’Ayahuasca invece dell’LSD, lo pseudo-tantra invece dell’amore libero, le erbe cinesi invece del valium, ma nell’insieme pensiamo ancora che se riusciamo a raggiungere il giusto stato di alterazione, in qualche modo riusciremo a conservarlo, oppure ad avere quella rivelazione finale che ci permetterà di trasformare permanentemente tutte le nostre abitudini negative in quelle di un bodhisattva.</p>
<p>Tuttavia, anche se critico la ricerca di forti esperienze spirituali, riconosco che esistono molte persone che traggono enorme beneficio da esperienze mistiche, che queste ultime provengano dal sesso, dalla droga, dalla meditazione, dallo yoga o dalla musica.</p>
<p>Le esperienze mistiche hanno il loro posto nello sviluppo spirituale, soprattutto in una cultura scettica di tutto ciò che si trova al di fuori del nostro condizionamento cognitivo. Ma, nella maggior parte dei casi, i nostri trionfi spirituali ricadono nella categoria: “Una volta ho avuto un’esperienza”.</p>
<p>Quando le esperienze mistiche diventano la nostra ossessione e cambiamo seminari, insegnanti e tradizioni spirituali alla ricerca della prossima esperienza forte, abbiamo compiuto una lunga deviazione dai bisogni della nostra cultura. Viviamo in una cultura ossessionata dalla chiarezza, ma che svaluta le sottigliezze; infatuata dell’eccesso, ma che disprezza la semplicità; che onora l’egoismo e non apprezza l’altruismo.</p>
<p>La nostra cultura ha un grande bisogno di individui che, contrariamente a ogni aspettativa, vogliano ardentemente rianimare il suolo dell’occidente con l’energia della Verità; individui che desiderino vivere semplicemente, facendo i necessari sacrifici e andando contro la tendenza comune del materialismo spirituale.</p>
<p>È mia convinzione (o un mio desiderio) che stiamo lentamente arrivando alla comprensione del fatto che non esistono scorciatoie alla maturità spirituale. Lo sviluppo spirituale autentico accade dopo anni di disciplina esteriore e interiore, di implacabile onestà con se stessi e di auto-osservazione. Accade permettendosi di sperimentare le gioie e i dolori della vita, in modo tale che alla fine comincerà a emergere una compassione genuina verso gli altri.</p>
<p><strong>Il mito della New Age<br />
</strong><br />
Grazie a Dio – o alla Dea, o a Gaia, o al nome più politicamente corretto utilizzato oggi – stiamo mettendo da parte il mito della New Age, secondo cui siamo una esclusiva progenie di esseri umani selezionati per vivere in questa epoca unica, ricevendo attenzioni e benedizioni speciali. È tempo di superare il narcisismo occidentale secondo cui siamo in qualche modo più speciali di tutti gli altri esseri umani esistiti sul pianeta negli ultimi sei miliardi di anni. Quando a un seminario sento per l’ennesima volta un gruppo proclamare con innocente meraviglia che ci troviamo in una configurazione “unica e speciale”, devo soffocare l’istinto di vomitare.</p>
<p>Sono sempre esistiti profeti e profezie, e chiunque abbia sofferto in questa vita (o in un’altra) desidera fortemente sentirsi speciale e quindi specialmente amato. Postulato numero uno di Psicologia Sociale: si prenda un insieme di esseri umani maltrattati dalle famiglie, dai governi e dalle scuole, troppo distaccati dal corpo e dal cuore per poter donare loro amore autentico, e il risultato sarà un gruppo di uomini che proclamerà di essere speciale, eccezionale ed eterno. Ecco l’Età dell’Acquario.</p>
<p>Se proprio dovessimo distinguere il nostro tempo dalle epoche precedenti, forse faremmo meglio sottolineare il fatto che non siamo mai stati così vicini all’auto-distruzione. Ironicamente, è proprio perché le cose sono messe tanto male che è possibile l’affiorare di un bisogno collettivo di auto-coscienza.</p>
<p>Molti di noi si sono resi conto che siamo motivati più dall’auto-conservazione che dall’altruismo, più dalla paura che dall’amore. Man mano che la minaccia dell’estinzione umana si fa più consistente e le forze dell’avidità, dell’egoismo e dell’ambizione sono più diffuse, emerge un desiderio collettivo di comprendere la follia della situazione presente. Nel contesto della spiritualità occidentale, la spinta complessiva verso la trasformazione appare comprensibilmente più potente nei paesi dove la sofferenza è maggiore. Anche se il desiderio di liberazione nasce dalla volontà di superare il dolore, un’autentica pratica spirituale può trasformare e includere anche delle motivazioni nevrotiche. Se c’è qualcosa di vero nella New Age, penso che abbia a che fare con il bisogno (sempre più pressante) di una soluzione al nostro dolore che sia migliore di una relazione virtuale o delle diete dimagranti; inoltre, godiamo (almeno in alcune occasioni) di un certo margine di libertà, per cui possiamo praticare la nostra ricerca senza venire etichettati come perfide streghe o hippy idealisti.</p>
<p><strong>La sindrome del “tagliare la legna, portare l’acqua dal pozzo”<br />
</strong><br />
Sempre più persone, nel mondo occidentale, ritengono che la vita spirituale debba consistere di cose ordinarie. Vivere in una caverna, per un occidentale, è poco pratico; né possiamo risolvere i problemi dell’infanzia o i disturbi sessuali seduti in una grotta nell’emisfero orientale, cercando di trascendere la vita. Come hanno suggerito Jack Kornfeld e altre guide spirituali del nostro tempo, è inutile essere rapiti dall’estasi se non siamo capaci di lavare decentemente il bucato. Ma, per molti di noi, quest’ultimo è il compito più difficile.</p>
<p>Comunque, conformemente alla tendenza della psicologia occidentale verso una mentalità da fast food, abbiamo cominciato a utilizzare adattamenti moderni di insegnamenti antichi, come “tagliare la legna, portare l’acqua dal pozzo” (un insegnamento che ci spinge a scoprire la pratica spirituale nella vita di ogni giorno) come alibi per indulgere negli eccessi che preferiamo, senza impegnarci in una vita di seria disciplina spirituale. Pertanto, ogni volta che facciamo il bucato ci convinciamo che stiamo “praticando”; ogni volta che facciamo l’amore che stiamo facendo del tantra; ogni volta che portiamo il bambino a scuola o alla lezione di yoga, che siamo dei genitori consapevoli.</p>
<p>Anche se i maggiori insegnanti del nostro tempo incoraggiano i loro studenti a esercitare la pratica spirituale nel contesto della vita quotidiana – come in effetti dovrebbe essere – questo non vuol dire che ogni cosa, in quest’ultima, sia particolarmente spirituale. Leggere qualcosa sulla consapevolezza, in ufficio, non ci assicura un buon karma solo perché ci siamo fatti vivi al posto di lavoro. La disciplina spirituale riguarda lo stato d’animo, l’attenzione e la presenza che portiamo in ogni attività, ma spesso siamo capaci di mantenere questa concentrazione solo grazie a una disciplina interiore di molti anni. Quando insistiamo a definire tutto ciò che facciamo come “spirituale”, solo perché un insegnante famoso ci ha detto che Dio è nelle piccole cose, siamo ricaduti nella trappola familiare dell’auto-inganno e della letargia spirituale.</p>
<p>Percorrere la via di mezzo vuol dire prendere la nostra vita per quello che è e considerare i suoi eventi come le circostanze della nostra pratica spirituale. La via di mezzo non è la via facile; per gli occidentali attratti dagli estremi, potrebbe essere la più difficile in assoluto. La via di mezzo non è né la castità né la sessualizzazione di tutti e tutto; non si tratta né di una dieta fissa di hamburger e Coca-Cola né di un austero regime macrobiotico; non è né lo stacanovismo delle varie “dotcom” né la fuga dal sistema “perché non ne facciamo parte”. Piuttosto, è il camminare sul filo del rasoio costituito dal mantenere la consapevolezza e l’integrità in una cultura che ci invita a fuggire in una realtà fantastica paradisiaca o infernale.</p>
<p><strong>La questione dell’insegnante spirituale</strong></p>
<p><a title="Destino e debolezze 2.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/destino-e-debolezze-2.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/destino-e-debolezze-2.jpg" alt="Destino e debolezze 2.jpg" hspace="6" align="right" /></a>L’argomento dell’insegnante spirituale, o guru, è ricco di insidie e di tesori allo stesso tempo; qui lo affronterò solo da un punto di vista generale. Per approfondire l’argomento, si veda il mio articolo <em>Questioning Authority</em>, in “Parabola”, autunno 2000 e il mio libro <em>Do</em> <em>You Need a Guru</em>? (“Hai bisogno di un guru?”). Molte persone, in occidente, continuano ad avere una comprensione immatura sia del ruolo dell’insegnante spirituale, o guru, sia di se stesse come studenti o discepoli.</p>
<p>Poiché siamo cresciuti in una cultura dove la maggior parte, se non la totalità, dei nostri modelli (i genitori, gli insegnanti, i governanti) sono dominati dall’ignoranza e dall’egoismo, non meraviglia la scarsa fiducia che nutriamo verso le nostre autorità spirituali (né meraviglia il fatto che spesso queste ultime si dimostrano indegne di fiducia, nonostante le migliori intenzioni).</p>
<p>Negli ultimi quaranta anni, abbiamo oscillato tra la prostrazione cieca ai piedi di guru orientali e di maestri Zen, e l’ostinata, totale autonomia da tutti i sistemi tradizionali e le autorità spirituali come fonti di guida. A un estremo, abbiamo uomini e donne asiatici vestiti di tuniche, turbanti e sari, ignari di psicologia occidentale al punto di sfruttare in modo imperdonabile (finanziariamente, sessualmente, psicologicamente e psichicamente), consapevolmente o meno, la nostra debolezza culturale.</p>
<p>Molti di noi, nel nostro disperato bisogno di amore, accettazione ed emancipazione (e in mancanza di elementi per distinguere un insegnante autentico da uno fraudolento), hanno spesso scelto falsi maestri cui si sono relazionati attraverso una serie di proiezioni psicologiche che hanno eliminato le peggiori qualità di questi ultimi. Poi li incolpiamo per essere ciò che li abbiamo aiutati a diventare.</p>
<p>All’altro estremo, siamo così illusi sul nostro potere, tanto ostinati nel voler restare indipendenti in ogni campo e così scettici e timorosi di venire sfruttati un’altra volta da una figura materna o paterna proiettata, da avere completamente eliminato il valore dell’autorità spirituale dalla nostra vita. Pubblichiamo libri sul cammino diretto verso Dio, senza intermediari, o sulla superiorità del guru, del sé e del bambino interiori, in tal modo rassicurandoci sul fatto che possiamo trovare la via verso il cuore dell’universo senza alcun aiuto umano esterno.</p>
<p>Le probabilità del nostro successo sono praticamente uguali a quelle di una segretaria di Wall Street che voglia scalare l’Everest in minigonna e tacchi a spillo, senza una guida. È possibile che ci riesca, ma è molto più verosimile che venga uccisa da una frana e che nessuno senta mai più parlare di lei, o che ritorni a valle dopo il primo chilometro, lamentandosi perché tutte le guide erano troppo patriarcali, oltre che emotivamente e fisicamente violente (a ogni modo, lei si sentiva più adatta allo sci di fondo).</p>
<p>Molti di noi hanno bisogno di un insegnante, però non sappiamo come sceglierlo o come relazionarci a lui/lei in modo maturo, una volta trovatolo/la. Una risposta a questo problema è stata la stesura di un rigido codice etico-morale per gli insegnanti spirituali. Se il ruolo di maestro dell’anima contemplasse un insegnamento ordinario e lineare, non sarebbe una cattiva idea. Ma se pretendiamo che gli individui che dovranno istruirci sui misteri dell’universo debbano agire secondo una morale convenzionale, è come se li stessimo ammanettando, limitandone l’ampiezza dell’insegnamento, oltre che del nostro apprendimento.</p>
<p>Un approccio più maturo al problema è, secondo me, trovare la nostra via per diventare studenti e discepoli adulti; ovvero, sviluppare l’auto-coscienza e l’equilibrio psicologico essenziali per rivolgerci agli insegnanti con le giuste motivazioni. Dobbiamo avere aspettative realistiche e comprendere come la nostra inadeguatezza di studenti abbia una parte significativa nel creare le difficoltà che incontriamo nella relazione insegnante-studente. In tal modo, possiamo apprezzare l’aiuto degli insegnanti nel donare profondità alla nostra anima e chiarezza alla nostra visione, senza idealizzarli né sentirci vittime ogni volta che essi non soddisfano i nostri bisogni spirituali.</p>
<p><strong>Il destino della letteratura spirituale</strong></p>
<p>Se posso insistere nella mia sfuriata ancora un poco, vorrei aggiungere che il mondo della letteratura spirituale, secondo me, sta sprofondando nell’inferno. In ogni sua forma: riviste, libri ecc. Non perché non esista una letteratura spirituale di primo ordine: quest’ultima viene scritta tutti i giorni, ed è caratterizzata da grande fervore e integrità. Ancora una volta, accade che la migliore letteratura non regga la competizione con le alternative false e più appariscenti.</p>
<p>La buona letteratura spesso non arriva nelle librerie di larga diffusione; quando ciò avviene, raramente è messa in bella vista. E così non vende. Gli autori di questo tipo di letteratura non sono quasi mai interessati all’auto-promozione, né gli editori possono permettersi di pubblicizzare libri che parlano di una realtà difficile da accettare. I libri che ci fanno sentire meglio sono, semplicemente, più benvenuti.</p>
<p>Una volta, scrissi una lettera alla direttrice di uno dei più brillanti giornali New Age dell’occidente, suggerendo che la rivista aveva sfacciatamente compromesso l’integrità dei suoi fini capitolando all’ignoranza spirituale del mercato moderno; nel far ciò, mi addentrai nei particolari più truculenti. La direttrice mi telefonò personalmente per dirmi che la mia lettera era la più significativa che avessero ricevuto da molti anni in qua, ma… Il “ma” era che la direzione (ovvero, le persone il cui stipendio dipendeva dalla vendibilità del loro prodotto) non l’avrebbe pubblicata.</p>
<p>La direttrice si scusò, da parte della sua coscienza. Questo accadde un’altra volta con un’altra rivista spirituale, il cui direttore mi disse che la mia lettera era troppo provocatoria, poi con un’altra rivista ancora ecc. Sembra che, da qualche parte, sia stata dichiarata una moratoria a tutte le pubblicazioni che non rafforzino l’ego o non siano sdolcinate.</p>
<p>Non possiamo tralasciare il fatto che i libri spirituali più venduti sono scritti da fondamentalisti cristiani o da venditori professionisti come James Redfield, Jack Canfield e Deepak Chopra, ovvero da persone che hanno un desiderio genuino di fornire un prodotto valido, ma che sono anche – per loro stessa ammissione – uomini d’affari ambiziosi e di successo. Gli scrittori più potenti, o quelli con maggiore desiderio di gloria e ricchezze, vincono. Così funziona il gioco.</p>
<p>Dopo aver frequentato per anni la <em>New Age Book Fair</em> e la <em>BookExpo America</em> – una tra le maggiori fiere del libro al mondo – e aver chiesto agli editori cosa cercassero nei libri spirituali, le mie speranze sono molto più esigue. Una volta ogni tanto, libri come <em>When Things Fall Apart</em> di Pema Chodron si insinuano nelle fessure e diventano best seller. Ma, in generale, la tendenza è verso libri brevi che abbiano poche parole su ogni pagina, con ghiottonerie di saggezza che promettano una felicità senza fine. “La gente non vuole più scendere in profondità”, mi ha detto un direttore di una delle più importanti case editrici del Paese. “E soprattutto”, aggiungono editori e direttori, “per favore, non menzionare la parola ‘guru’: spaventa la gente”. Il mio prossimo libro non avrà successo.</p>
<p><strong>Siamo arrivati da qualche parte?</strong></p>
<p>Penso che finalmente siamo arrivati al punto in cui possiamo comprendere che gran parte di ciò che abbiamo fatto non ha funzionato. Molti di coloro che hanno cominciato negli anni ’60, mettendosi con tutto il cuore alla ricerca dell’illuminazione, della rinuncia e della beatitudine infinita, oggi hanno attraversato almeno un decennio di terapia, sono diventati più umili dopo essersi sposati e aver fatto dei figli (spesso, anche dopo aver divorziato) e forse sono un po’ più saggi. I fanatici dei seminari, dopo aver imparato a trascendere la mente e a distaccarsi dalle nevrosi a ogni fine settimana, adesso (dopo venti anni) si rendono conto che un weekend da 300 euro, anche se forse dona un assaggio dell’illuminazione, non è duraturo. Questo disincanto è una buona cosa.</p>
<p><a title="Destino e debolezze 3.gif" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/destino-e-debolezze-3.gif"><img class="alignleft" style="margin-left: 6px; margin-right: 6px;" src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/destino-e-debolezze-3.gif" alt="Destino e debolezze 3.gif" hspace="6" width="172" height="117" align="bottom" /></a>La via del disincanto è una delle più potenti e istruttive che possiamo percorrere. È la via della compassione attraverso l’umiltà. Ram Dass ha detto che, quando comprendiamo davvero che la sofferenza è una grazia divina, ci sembra di essere ingannati. Il grande mistico persiano Hafiz ha scritto che la sofferenza e la disperazione fermentano l’anima come pochi ingredienti umani o divini riescono a fare. Solo quando finalmente ammettiamo il nostro fallimento – cioè la nostra disperazione, secondo il linguaggio dei buddisti – diventa possibile qualcosa di autentico e reale.</p>
<p>Quando ci permettiamo di diventare profondamente disillusi dai nostro progressi spirituali (o dalla loro assenza), senza tuttavia rinunciare alla nostra passione per Dio, la Verità o la Vita, forse stiamo arrivando da qualche parte. Le sacre scritture sanscrite ci offrono l’insegnamento del <em>neti neti</em>: “Né questo né quello”. Peliamo strato a strato ciò che è irreale, continuando a scendere sempre più in profondità. Se cominciamo a essere sufficientemente severi con noi stessi per cominciare a vedere ciò che abbiamo sempre rifiutato di considerare; per riconoscere un’altra menzogna che abbiamo creato nella nostra vita; per restare testimoni della natura ingannevole dell’ego e sostenere la nostra bontà essenziale: allora, avremo la forza di morire con dignità a ciò che è irreale, lasciando che il reale si manifesti. Questa è una possibilità straordinaria per l’evoluzione umana.</p>
<p><strong>E ora?</strong></p>
<p>Anche se posso sembrare cinica riguardo il mondo della spiritualità contemporanea, la possibilità che la nostra cultura possa evolvere, dal punto di vista spirituale, dall’infanzia e dall’adolescenza verso la maturità, è qualcosa che mi appassiona totalmente. Se, come praticanti e ricercatori spirituali, creiamo una caricatura sufficientemente potente di noi stessi nella Disneyland spirituale di nostra invenzione, a un certo punto scoppieremo a ridere e cominceremo a porci in una prospettiva più giusta e rispettosa tanto dei nostri difetti quanto della nostra bellezza.</p>
<p>L’universo ci offre una miniera d’oro di risorse interiori ed esteriori: è sufficiente imparare a estrarle. Siamo fortunati a vivere nel mondo occidentale in un’epoca in cui possiamo affermare ciò che ci piace, che sappiamo e che vogliamo scoprire senza venire bruciati sul rogo; in cui basta un volo in aereo per raggiungere alcuni dei più grandi insegnanti (se non addirittura un click su Internet); in cui abbiamo accesso a testi sacri un tempo custoditi dentro templi e piramidi, a disposizione solo di coloro che avevano rinunciato a ogni bene terreno in cambio di un pezzettino dei loro insegnamenti.</p>
<p>Tutto è, letteralmente, a portata di mano; l’unico problema è trovare il coraggio, la forza e l’intelligenza per utilizzare una situazione tanto preziosa quanto precaria. Nessuno può mettersi una mano sulla coscienza e assicurarci che tutto andrà bene; chiunque lo faccia, sta mentendo. Il destino della spiritualità occidentale contemporanea dipende totalmente dalla nostra integrità e responsabilità, in ogni momento e nei semi che piantiamo attraverso l’integrità e l’intelligenza (o attraverso la loro mancanza) della nostra partecipazione al processo.</p>
<p>A prescindere dalla direzione presa da ciascuno di noi, tra le tantissime possibili nel mondo spirituale, è vero che stiamo facendo del nostro meglio e che abbiamo davanti a noi una lunga strada. È davvero una strada senza fine, soprattutto se consideriamo che la cultura spirituale in occidente è appena agli inizi. Così, mentre i mountain-biker della New Age procedono sbandando attraverso i fasti e le luci delle mode spirituali, molti di noi restano indietro nella polvere della loro scia, chiedendosi dove porta tutto ciò, se mai porta da qualche parte.</p>
<p>Mariana Caplan è scrittrice, consulente e assistente per aspiranti scrittori. Vive a San Francisco, Bay Area, dove tiene conferenze al <em>California Institute of Integral Studies</em> (CIIS) e offre seminari basati sulla sua ricerca e i suoi scritti. Gli articoli della Caplan sono apparsi su<em> Kindred Spirit</em>, <em>Parabola </em>e <em>Massage</em> e <em>Bodywork</em>. Tra i suoi libri, ricordiamo: <em>The Way of Failure</em>: <em>Winning Through Losing</em> (<em>La via della sconfitta: Vincere tramite la perdita</em>), <em>Halfway up the Mountain: the Error of Premature Claims to Enlightenment (A metà strada verso la montagna: l’errore di dichiararsi illuminati prematuramente), Untouched: the Need for Genuine Affection in an Impersonal World (Intoccabile: il bisogno di affetto autentico inmondo impersonale) , e Do You Need a Guru? Understanding the Student-Teacher Relationship in an Era of False Prophets (Hai bisogno di un Guru? Comprendere la relazione maestro-studente in un’era di falsi profeti).</em></p>
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Mariana Caplan. Do You Need a Guru?: Understanding the Student -Teacher Relationship in an Era of False Prophets. Thorsons. 2002. ISBN: 0007118651</a></p>
<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/0934252912/innernet-20%20%3CIMG%20SRC=">Mariana Caplan. Halfway Up the Mountain: The Error of Premature Claims to Enlightenment. Hohm Press. 1999. ISBN: 0934252912</a></p>
<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/1890772100/innernet-20%20%3CIMG%20SRC=">Mariana Caplan. The Way of Failure: Winning Through Losing. Hohm Press. </a><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/1890772100/innernet-20%20%3CIMG%20SRC=">2001. ISBN: 1890772100</a></p>
<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/0934252807/innernet-20%20%3CIMG%20SRC=">Mariana Caplan. Untouched: The Need for Genuine Affection in an Impersonal World. Hohm Press.1998. ASIN: 0934252807</a></p>
<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/1570623449/innernet-20%20%3CIMG%20SRC=">Pema Chodron. When Things Fall Apart. Shambhala Publications. 2000. ISBN: 1570623449</a></p>
<p>Copyright originale Helen Dwight Reid Educational Foundation. Pubblicato originalmente su “ReVision” magazine volume 24 n.2, fall 2001, pg. 51, edito da Heldref Publications, 1319 Eighteenth St., NW, Washington, DC 20036-1802 <a href="http://www.heldref.org/html/rev.html" target="_blank">http://www.heldref.org/html/rev.html</a></p>
<p><a href="http://www.heldref.org/html/rev.html"> </a>Traduzione di Gagan Daniele Pietrini<br />
Copyright per l’edizione italiana Innernet.</p>
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		<title>La rinascita supernatural di Carlos Santana</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Mar 2009 04:52:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Santana</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#8220;Poiché la musica scende più in profondità del bisturi, sento che per noi è importante meditare e connetterci all&#8217;origine del nostro dono: la guida divina. Ci fa piacere l&#8217;entusiasmo del pubblico, perché la musica è molto emozionante, ma chiediamo agli angeli di proteggere l&#8217;esperienza, in modo che nessuno si faccia male.&#8221; Intervista di Zannah. La [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="Santana.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/11/santana.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/11/santana.jpg" alt="Santana.jpg" hspace="6" align="left" /></a>&#8220;Poiché la musica scende più in profondità del bisturi, sento che per noi è importante meditare e connetterci all&#8217;origine del nostro dono: la guida divina. Ci fa piacere l&#8217;entusiasmo del pubblico, perché la musica è molto emozionante, ma chiediamo agli angeli di proteggere l&#8217;esperienza, in modo che nessuno si faccia male.&#8221; Intervista di Zannah.</p>
<p>La fama del carattere gentile di  Carlos Santana, altruista e generoso è stata confermata da chi ne è stato testimone o ne ha tratto beneficio. Si dice che egli non sia solo in queste manifestazioni di bontà; gli angeli circondano i suoi sforzi, accompagnandolo in ogni sua fase espressiva. Abbiamo anche appreso che, prima di ogni spettacolo musicale, invoca gli angeli. Non sorprende che il titolo di uno degli album più ascoltati negli ultimi anni sia: <em>Supernatural</em>.</p>
<p>In che modo invochi la benedizione degli angeli, prima di ogni concerto?</p>
<p>Carlos Santana: Considero la mia preparazione a un concerto uguale a quella di un chirurgo che, prima di un’operazione, si lava le mani. Poiché la musica scende più in profondità del bisturi, sento che per noi è importante meditare e connetterci all’origine del nostro dono: la guida divina. Ci fa piacere l’entusiasmo del pubblico, perché la musica è molto emozionante, ma chiediamo agli angeli di proteggere l’esperienza, in modo che nessuno si faccia male. Non c’è nulla di sbagliato nell’entusiasmo, ma bisogna imbrigliarlo con delicatezza, in modo che l’esperienza possa piacere a tutti. Circa quindici minuti prima dell’inizio, andiamo dietro le quinte: qui meditiamo, visualizziamo e facciamo la nostra richiesta agli angeli. Per includere il pubblico, entriamo in scena annunciando: “È una grande gioia essere insieme a voi. Vogliamo che sappiate che, in questo stesso momento, Michele, Raffaele e Gabriele sono presenti. Vi consigliamo di invitarli nella vostra vita, in modo che anche voi possiate osservare dei cambiamenti incredibili”.</p>
<p>All’inizio, il pubblico risponde chiedendo: “Di che state parlando?”. Ma noi continuiamo incoraggiandoli a usare le proprie ali. Queste ali sono la tua intuizione e ispirazione. Stringi amicizia con le tue ali, piuttosto che con la frustrazione e la depressione. Per molti anni ho fatto così, senza spiegare praticamente nulla al di fuori dei concerti. Alla fine, circa sette anni fa, ho deciso che avevo bisogno di rivolgermi alla gente a un altro livello; sentivo che dovevo far sapere loro che stavano entrando in un’era di splendore. Lo splendore può essere interiorizzato solo quando le persone si risvegliano alla propria assolutezza, a tutto ciò che sono. Io sono irlandese, comanche, apache; sono ogni cosa. Non posso permettermi di essere solo messicano. Bisogna diventare universali. Se abbracciamo la nostra assolutezza, indeboliamo il razzismo.</p>
<p>Cosa ti ha spinto a condividere l’annuncio di questo splendore? Una formazione religiosa, un’esperienza straordinaria o entrambe?<span id="more-768"></span></p>
<p>Carlos Santana: Entrambe. Molto tempo fa, mia madre mi parlava degli angeli, ma io pensavo a loro come un bambino della mia generazione avrebbe pensato a Babbo Natale. Per un bambino o un teenager, è difficile capire gli angeli, a meno che non ne abbia bisogno nei momenti di crisi. Ma, intorno all’88, cominciai a cambiare opinione. Mentre realizzavo un album con Alice Coltrane, ci rivolgemmo agli angeli dell’aria, del sole e dell’acqua. La cosa mi interessò, ma rimase una vibrazione insolita fino a quando non andai in tour con Wayne Shorter, quello stesso anno.</p>
<p>Comprai a poco prezzo un libro su una donna di Budapest che spiegava la gerarchia del Dio supremo in modo per me comprensibile. Mi venne alla mente l’immagine di uno splendido lampadario, le cui lampadine più fulgide rappresentavano Allah, Cristo, Buddha e Krishna; i cristalli appesi, di dimensioni minori, ne catturavano la luce e diffondevano il riflesso; essi simboleggiavano gli angeli. Ero contento ed emozionato per aver scoperto questa spiegazione “terra terra” rivolta a un non credente che non aveva ancora udito il messaggio degli angeli.</p>
<p>Sei soddisfatto della musica che componi adesso? Ci sono delle canzoni all’altezza dell’ispirazione degli angeli?</p>
<p>Carlos Santana: Ancora oggi, penso che “Europa” sia il pezzo orchestrato nel modo più divino. Questo accade perché in esso è presente un richiamo a dirigersi verso la luce. A livello fisico, la cosa ha funzionato molto bene: infatti, abbiamo avuto notizia di molte donne che, stando a quel che si dice, hanno concepito mentre ascoltavano questa musica. Ciò non mi ha sorpreso, perché la spiritualità e la sensualità, in realtà, sono una cosa sola. Mi piace credere che la stessa cosa accade con la musica che suono, che si tratti di <em>Louie, Louie o A Love Supreme</em>. Tonalità spirituali esistono a tutti i livelli di ogni arrangiamento musicale, se quest’ultimo nasce da un processo di pensiero che le attira. Il punto è cosa stai pensando mentre suoni la canzone; il divino arriva attraverso di ciò.</p>
<p>Qual è una persona che stimi molto e che ritieni ispirata dal divino? Cosa pensi dell’ispirazione?</p>
<p>Carlos Santana: Probabilmente, John Coltrane è tuttora uno dei più grandi musicisti di questo secolo. Il suo stile sembra davvero mettere il guinzaglio al diavolo. Il suo dono viene direttamente dalla mente di Dio, ed è molto potente. Poi ci sono altre persone i cui principi, secondo me, devono essere ispirati da Dio: Nelson Mandela, Harry Belafonte, Madre Teresa… Tutti quegli individui che sono più grandi di ciò che rappresentano.</p>
<p>C’è qualcos’altro che metti nella tua musica e che ha a che vedere con i tuoi sentimenti verso la vita in questo universo, così come noi la conosciamo?</p>
<p>Carlos Santana: Al centro del mio universo ci sono le mie due figlie, mio figlio e mia moglie. Quando suono, uso questo centro; immagino le cose che mi danno grande piacere quando sto a casa. La felicità che provo quando pettino i capelli della mia figlia più piccola o memorizzo la fragranza della pelle pulita di un bambino appena lavato. Ho come la sensazione di essere davanti a Dio. I muscoli delle mie dita conservano il ricordo di tutte le volte che ho toccato coloro che amo. Quando un assolo mi viene bene, di solito è perché sto pensando di abbracciare i miei figli o di condividere un momento di tenerezza con mia moglie; non suono come un egocentrico che ha bisogno dell’applauso degli altri per andare avanti.</p>
<p>Quello che mi stimola è quando il pubblico e la musica diventano una cosa sola; quando il ritmo soffia tra le persone come il vento in un campo di erba alta. La gente comincia a danzare come fili di erba, tutti allo stesso tempo. Io mantengo il ritmo pensando a cose pure; all’inizio immagino mia figlia, le sue piccole mani e i suoi occhi… non c’è nulla di così puro come un bambino. A questo punto, di solito, interviene qualcos’altro e comincia una nuova musica. Spesso mi chiedono: “Hey, a cosa stavi pensando? Perché ti sei messo a suonare una musica diversa?”.</p>
<p>Ovviamente ti trovavi in un altro spazio.</p>
<p>Carlos Santana: Sì. In questo, devi aver fiducia negli angeli. Se ti sforzi di essere in vena, loro vigileranno affinché tutti ne traggano beneficio.</p>
<p>Ora che le tue performance sono arrivate a livelli così elevati, come vedi il futuro della tua musica? Dove pensi che si stia dirigendo?</p>
<p>Carlos Santana: Sono convinto che esistono delle musiche con dei valori. Tempo fa, durante una meditazione, gli angeli chiesero che usassi la mia musica per risvegliare gli altri in questi anni 2000, in cui il bene e il male stanno dormendo, perché avessero accesso a tutto ciò che è immagazzinato nel nostro DNA, nella memoria e nella struttura cellulare. È tempo di svegliarsi ed entrare nella quinta dimensione. Nella terza dimensione abbiamo il bene e il male, ciò che è giusto e sbagliato; nella quinta abbiamo una risonanza di luce e splendore. Questo rende capaci di comunicare con la Terra. Quando la Terra sente che siamo felici, non trema. Allora noi, in quanto abitanti della quinta dimensione, possiamo sfatare le apocalittiche previsioni degli aborigeni, degli indiani americani, di Nostradamus e della Bibbia. Abbiamo il potere, grazie a Dio, di modificare il corso della storia.</p>
<p>Questo può essere fatto soprattutto con due cose: il Suono e il Colore. Questi due elementi hanno un effetto immediato sul cuore di una persona. Le donne possono elevarsi a un altro livello, eccitandosi molto. Gli altri passano a un altro livello danzando, piangendo e spesso ridendo; qualche volta, anche facendo tutte queste cose insieme. Nelle chiese dei neri, tutte le domeniche, si raggiungono questi livelli cantando gospel. Qualcuno pronto a dare giudizi direbbe che sono degli invasati, ma un individuo evoluto penserebbe che stanno accogliendo lo Spirito Santo o che sono in contatto diretto con la fonte della loro energia.</p>
<p>Questo lo metterebbe in grado di accostarsi a loro, e in seguito di stimolare il progresso di qualcun altro verso il livello successivo, semplicemente condividendo il modo divino con cui cucinano o scrivono poesie. Siamo tutti artisti, e il nostro compito è stimolarci e incoraggiarci l’un l’altro, provocando una reazione a catena che alla fine raggiunga le masse. Questa è una benedizione suprema. Tutti sanno che la vita dovrebbe essere così, tuttavia alcuni non vogliono prendersene la responsabilità.</p>
<p>A proposito di responsabilità, tu sei molto stimato nell’industria della musica; hai l’ottima reputazione di essere una persona molto gentile e spirituale. Sapendo che molti ti ammirano, come vivi questa responsabilità, nata con il successo?</p>
<p>Carlos Santana: La restituisco. Ci sono molti modi per farlo. Altre persone, per esempio Bill Cosby, Oprah e Sting, fanno la stessa cosa. Esistono molti individui, noti e meno noti, che restituiscono alla società ciò che ricevono. Io e mia moglie siamo impegnati nelle adozioni a distanza sin dal nostro matrimonio, nel 1972. A un certo punto avevamo più o meno diciassette bambini di tutte le nazionalità, sparsi per il mondo. Sosteniamo anche il Larkin Street Center per i giovani sbandati, un’associazione che fornisce riparo, libri, infermieri e dentisti ventiquattro ore su ventiquattro. Inoltre, finanziamo la Città dei bambini a Tijuana.</p>
<p>Durante la mia ultima visita, sono rimasto impressionato dalla pulizia: si sarebbe potuto mangiare sul pavimento. Dedicano gran parte del tempo ai bambini vittime di abusi familiari o sociali. Tra i loro compiti c’è anche insegnare alle ragazze come essere delle buone madri. Infine, lavoro con gli artisti della <em>Bay Area</em>. Come puoi vedere, in questa stanza sono esposti due artisti. Uno stile rappresenta l’interpretazione romana degli angeli, l’altro quella di Rio. Entrambi sanno come usare il colore per dare significato al processo.</p>
<p>In tutto ciò, spero di dare un messaggio ai giovani di oggi. Il mio consiglio è: gioca al centro, stai in guardia e non ti spezzeranno le gambe. Con “stare in guardia” intendo stare lontani dalle droghe e dalle sensazioni fisiche. Ricorda, l’uomo produce le droghe; Madre Natura crea la medicina. Quest’ultima ha molte forme: le erbe, l’amore, i colori, la musica, e può guarirti dal tuo senso di separazione. In Germania ho trovato un dizionario che definiva la guarigione come l’“essere sani e integri”.</p>
<p>A quali responsabilità e attività dai la priorità per poter condurre una vita “sana e integra”?</p>
<p>Carlos Santana: Nell’ordine, metterei: Dio, la famiglia e la musica.</p>
<p>Scrivi personalmente i testi delle tue canzoni? Quanto si deve al contributo degli altri?</p>
<p>Carlos Santana: Qualche volta scrivo i testi da solo, altre volte Dio vuole una partecipazione in più e fa venire qualcuno con la melodia o le parole giuste; in quel caso, è qualcun altro a fare da ponte. Come membri di una band, siamo molto rispettosi gli uni degli altri. Ascoltiamo e solleviamo critiche in modo professionale. Questo è un business, e affinché abbia successo, ci deve essere il rispetto. La chiave del successo dietro un business di lunga durata sono il rispetto e l’onore. Gli indiani d’America lo sapevano meglio di tutti. Onoravano la Madre Terra: quando un albero veniva sradicato, ne piantavano un altro per sostituirlo.</p>
<p>Tutti dovrebbero assumere questo atteggiamento, che rivela una comprensione profonda della natura. Sembra che ti piaccia studiare la filosofia, la metafisica e la religione. C’è qualche autore che ritieni degno di attenzione?</p>
<p>Carlos Santana: Chiunque parli dal cuore; chiunque abbia passione per il bene sommo di tutte le persone. Non sento il bisogno di guru, swami o maestri. Penso che se vuoi andare alla Sorgente a ascoltare le tue istruzioni, devi semplicemente chiudere la bocca e andare dentro: in pochi secondi, riceverai una guida illuminata. L’unico maestro autentico sono la Madre e il Padre supremi di tutti. Se non sei in grado di avvertire o di capire ciò, parla con gli angeli. Loro occupano una posizione intermedia e sono pronti ad accompagnarti.</p>
<p>Poiché molte persone, nel tentativo di arrivare a Dio, si imbattono in sette più o meno distruttive, che consiglio hai per coloro che stanno cercando la forza e la chiarezza dentro di sé?</p>
<p>Carlos Santana: Ci sono quattro cose che Dio vuole da noi ogni giorno: Pace, Luce, Amore e Gioia. Le ripeto accompagnandole con un’invocazione a Michele, Raffaele, Gabriele e Ariel. Per me, è molto più facile restare felice se faccio così. È tempo di cambiare il modus operandi delle persone, che oggi attira l’infelicità e dà il benvenuto alla paura, il dolore e la sofferenza. Chiedo a tutti di invitare gli angeli a condurli fino a Dio, alla Pace, la Luce, l’Amore e la Gioia. E di ricordarsi di usare le ali dell’intuizione e dell’interpretazione.</p>
<p>Zannah è scrittore e presidente di <em>The Reel Foundation Inc.</em></p>
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<p>Copyright originale “Magical Blend” magazine <a href="http://www.magicalblend.com/">www.magicalblend.com</a>, per gentile concessione<br />
Traduzione di Gagan Daniele Pietrini.<br />
Copyright per l&#8217;edizione Italiana: Innernet.</p>
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		<title>Ego e natura essenziale</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Jan 2009 02:06:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Faisal</dc:creator>
				<category><![CDATA[Maestri]]></category>
		<category><![CDATA[Mente ed Ego]]></category>
		<category><![CDATA[ego]]></category>
		<category><![CDATA[essenza]]></category>
		<category><![CDATA[Feisal]]></category>
		<category><![CDATA[spiritualità]]></category>

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		<description><![CDATA[In questa intervista di Bo Heimann, Faisal Muqaddam ci parla dell&#8217;ego, dell&#8217;essenza e della loro relazione. &#8220;C&#8217;è un essere, un essere individuale, che sei tu nella tua unicità, irripetibile e che non andrà mai perduto. Quando ti illumini questo essere non si dissolve. Si dissolvono le limitazioni della mente, le limitazioni della falsa personalità. Ma [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="Faisal.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/faisal.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/faisal.jpg" alt="Faisal.jpg" hspace="6" align="left" /></a>In questa intervista di Bo Heimann, Faisal Muqaddam ci parla dell&#8217;ego, dell&#8217;essenza e della loro relazione. &#8220;C&#8217;è un essere, un essere individuale, che sei tu nella tua unicità, irripetibile e che non andrà mai perduto. Quando ti illumini questo essere non si dissolve. Si dissolvono le limitazioni della mente, le limitazioni della falsa personalità. Ma la personalità essenziale rimane e diventa sempre più illuminata e più matura.&#8221;</p>
<p>Bo: Nei tuoi insegnamenti parli della necessità di distinguere la falsa personalità (o identità dell’ego) da quella che chiami ‘natura essenziale’. Puoi spiegare per favore cosa sia la natura essenziale?</p>
<p>Faisal: La natura essenziale è una personalità vera. È fatta di molte belle qualità, come l’amore, la gioia, la chiarezza, il calore, l’entusiasmo, la libertà. È un essere. E questo essere è fatto di elementi molto preziosi, che chiamiamo ‘essenza’. Queste qualità hanno consistenza, hanno colore. Non sono energia, bensì sono la sorgente dell’energia. Sono sostanze reali, palpabili, dotate di più consistenza, di più sostanza.</p>
<p>Bo: E l’essenza è qualcosa che ci accompagna dalla nascita?</p>
<p>Faisal: L’essenza è qualcosa che ci accompagna dalla nascita, è la nostra vera natura. Quando si parla di vera natura, si parla in genere di quella natura fondamentale così semplice e indifferenziata da essere la semplicità stessa, un po’ come la natura illuminata, che è semplicissima. Per me la natura essenziale ha il potenziale di differenziarsi in moltissime qualità: ma in genere nella spiritualità si parla della natura di Buddha, della vera natura, senza soffermarsi su come possa differenziarsi.</p>
<p>Vedi, la natura fondamentale è come l’oceano, che contiene pesci, contiene coralli. Questa natura fondamentale si differenzia in molte qualità e queste qualità sono sostanze. Alcune di queste sostanze sono molto delicate, altre molto dense, altre ancora sono dure come roccia. E il veggente ne percepisce anche i colori. Vede che hanno colori diversi. Alcune splendono come argento, altre come oro, altre sono come ambra, o come acqua, o come diamanti, o come perle. Queste qualità della pura natura non sono al cento percento assolute, bensì sono una differenziazione della natura assoluta.</p>
<p>Ciascuna di esse ci dà qualcosa. Questo è molto importante. Una qualità ci dà la capacità di sentirci radicati, solidi, fiduciosi, un’altra qualità ci dà l’energia della vitalità, della forza, della giocosiatà, un’altra ancora ci dà la tenerezza; ci sono molte qualità.<span id="more-540"></span></p>
<p>Bo: Ogni singolo individuo ha le stesse qualità?</p>
<p>Faisal: Potenzialmente le abbiamo tutte.</p>
<p>Bo: Che cosa allora determina le differenze?</p>
<p>Faisal: Io non credo che siamo gocce d’acqua separate dall’oceano, gocce che ritornano all’oceano per sciogliersi in esso. Un tempo lo credevo. Credevo che una parte di noi fosse destinata a sciogliersi nell’oceano &#8211; ma un’altra parte in realtà resta per sempre. Questa parte non la perdiamo. Questa è la nostra anima unica, la nostra identità unica, il nostro sé unico. L’essere unico che tu sei è diverso da me. Ciascuno di noi è un essere del tutto unico. Pur essendo tutti quanti fatti di oceano, siamo unici. Pesci di colori diversi nell’oceano. La maggior parte dei cammini spirituali trascurano i pesci. Cercano di arrivare direttamente all’oceano.</p>
<p>Bo: Dal mondo all’assoluto?</p>
<p>Faisal: Dal mondo all’assoluto, sì, e trascurano nel mezzo la sfera dell’essenza e del sé essenziale. Nello spazio essenziale che abbraccia tutte queste qualità c’è anche un sé, un’identità. Alcuni lo chiamano ‘anima’, altri lo chiamano ‘sé superiore’, altri ‘spirito’, ha molti nomi.</p>
<p>C’è un essere, un essere individuale, che sei tu nella tua unicità, irripetibile e che non andrà mai perduto. Quando ti illumini questo essere non si dissolve. Si dissolvono le limitazioni della mente, le limitazioni della falsa personalità. Ma la personalità essenziale rimane e diventa sempre più illuminata e più matura. Allora diventi veramente un essere umano adulto. L’essere resta per sempre, in eterno. Nessuno muore, cambiamo solo abito.</p>
<p>Gran parte della spiritualità ha un atteggiamento scettico nei confronti dell’ego. L’ego, in qualsiasi forma lo si identifichi, è visto come diavolo o angelo, questo o quello, reale o irreale. Sono state date tante definizioni dell’ego. Ma per lo più nella spiritualità lo si considera come qualcosa di cui occorre sbarazzarsi, come qualcosa di negativo. Nessuno si chiede: da dove viene l’ego? perché esiste? qual è la sua funzione?</p>
<p>Bo: Per favore spiegamelo questo!</p>
<p>Faisal: Sì! Per me l’ego contiene il sé essenziale. Quando la gente parla, è questa parte che chiamiamo l’ego a parlare. E questo ego ha in sé un senso di identità. Sentiamo dire continuamente: “Io dico, io guardo, io voglio, io, io, io, io…” Da dove viene questo senso di un “io”?</p>
<p>Se siamo l’oceano, l’oceano non ha identità, l’oceano è l’oceano. L’assoluto è l’assoluto. L’assoluto non dice mai “io”, non c’è “io” nell’assoluto. C’è un essere individuale, ma non un’identità. Nessuna individualità. Il senso di identità viene dal fatto che abbiamo un sé unico, abbiamo un’anima unica.</p>
<p>Il bambino quando nasce è quest’anima individuale. Non è un ego. È un essere particolare fin dal primo giorno. Quando guardi un bambino vedi che è un po’ diverso da ogni altro bambino. Anche se tutti i bambini sembrano pura essenza, tuttavia ciascuno ha una vibrazione un po’ diversa, ha una presenza un po’ diversa. Perché dentro ciascuno di loro c’è un essere unico, un essere individuale, un’anima individuale che viaggia nel tempo e nello spazio, che si reincarna e dura per sempre. Questo essere unico è quello che chiede consiglio, che cerca di comunicare, che sta crescendo.</p>
<p>Poi, per ignoranza, a poco a poco costringiamo il bambino a separarsi da questo essere, da questo sé più alto, che esiste nella dimensione della luce e nell’essere assoluto. Glielo nascondiamo al punto che dovrà lottare nel corso degli anni per mantenere una qualità dopo l’altra. Ci battiamo contro il loro amore, contro la loro chiarezza, contro la loro gioia. Sai quello che succede ai bambini… tutti li controllano, tutti impediscono loro di vivere il loro potenziale. In questa lotta essi perdono una dopo l’altra le qualità della loro essenza. E a un certo punto si separano dalla loro stessa anima, tagliano via la loro identità.</p>
<p>Quando questa separazione avviene, la loro coscienza cerca di ricordare il sé e il senso di un’identità. In mancanza di un’identità vera, ti aggrappi a una sensazione di cosa possa essere questa identità o a un’immagine di questa identità. Perciò l’ego è un ricordo, è come un’immagine dell’essenza.</p>
<p>Dunque l’ego è una parte della psiche molto precisa, è quella parte della nostra anima che cerca di conservare l’immagine del sé superiore e cerca la via per ritornare a esso. È completamente coinvolta in questa ricerca del sé superiore. Non si preoccupa dell’assoluto. L’assoluto non risponde alla ricerca perché non è l’assoluto che l’ego cerca.</p>
<p>Possiamo pensare l’assoluto come Dio: tutti cercano Dio. Ma perché in realtà? Perché sperano che Dio li farà star bene di nuovo! Che dirà loro: “Oh, tu sei il mio figliolo unigenito, la mia figliola unigenita, puoi tornare ad essere una stella splendente!” Nessuno vuole Dio per amor di Dio stesso! Se Dio non offrisse loro il sé, si rivolgerebbero al diavolo! Tutti in realtà cercano il sé. Alcuni lo cercano nell’Himalaya e, se non lo trovano lì, vanno a cercarlo a Las Vegas!</p>
<p>Cosa cercano? Il loro desiderio è ritrovare se stessi. L’assoluto è la nostra natura, la nostra dimora &#8211; ma non è questo sé unico che noi siamo. È questo sé unico che l’ego cerca di ritrovare. Ne porta in sé un ricordo. Ha in sé un senso di qualcosa di unico… siccome siamo tutti narcisisti, non c’è nessuno su questa terra che non sia narcisista, di nascosto o apertamente. Questa presenza del sé nell’ego non è stata capita da molte tradizioni spirituali. Vogliono solo uccidere l’ego e passare subito allo stato illuminato.</p>
<p><em>Il libro contenente questa intervista con Faisal sarà parte di un’antologia contenente contributi di maestri come Richard Moss, Ekchart Tolle, Shakti Gawain, Chris Griscom e Dan Millman, che parleranno della loro comprensione di cosa sia l’ego.</em></p>
<p><em>Copyright originale Bo Heimann</em> <a href="http://www.boheimann.com/">www.boheimann.com</a><em>, originalmente apparso sul sito di Faisal <a href="http://www.diamondlogos.com/">http://www.diamondlogos.com<br />
</a>Traduzione di Shantena Sabbadini</em><br />
<em>Copyright per l’edizione italiana Innernet</em></p>
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		<title>Trasformazione emozionale e trascendenza</title>
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		<pubDate>Wed, 31 Dec 2008 02:48:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mark Epstein</dc:creator>
				<category><![CDATA[Esperienze]]></category>
		<category><![CDATA[Psicologia e spirito]]></category>
		<category><![CDATA[Buddha]]></category>
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		<description><![CDATA[Nella cultura psicologica si parla di espressione delle emozioni oppure della loro manifestazione, comunque la direzione è verso il disfarsene. L&#8217;idea del conoscere semplicemente l&#8217;emozione avviene piuttosto raramente. Senza agire le emozioni, ma neanche reprimendole, abbiamo l&#8217;occasione di conoscere le identificazioni che ne sono alla base. Ricordo che non molti anni fa stavo seduto nell’ufficio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="mark epstein.gif" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/mark-epstein.gif"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/mark-epstein.gif" alt="mark epstein.gif" hspace="6" align="left" /></a>Nella cultura psicologica si parla di espressione delle emozioni oppure della loro manifestazione, comunque la direzione è verso il disfarsene. L&#8217;idea del conoscere semplicemente l&#8217;emozione avviene piuttosto raramente. Senza agire le emozioni, ma neanche reprimendole, abbiamo l&#8217;occasione di conoscere le identificazioni che ne sono alla base.</p>
<p>Ricordo che non molti anni fa stavo seduto nell’ufficio del mio terapista e gli raccontavo la discussione avuta con una persona a me cara. Oggi i particolari mi sfuggono, ma avevo fatto qualcosa che aveva addolorato la mia amica, la quale si era arrabbiata in un modo che mi sembrava sproporzionato e ingiustificato. Ricordo che mentre raccontavo i fatti, mi sentivo frustrato e turbato.</p>
<p>“Tutto quello che posso fare è amarla di più in quei momenti”, insistevo con una certa mestezza, facendo ricorso agli anni di pratica meditativa e alla sincerità dei miei sentimenti più profondi.</p>
<p>“Questo non funzionerà mai”, tagliò corto il terapista, e fu come venire colpiti dal bastone di un maestro zen. Mi guardò con una certa aria canzonatoria, quasi fosse meravigliato dalla mia stupidità. “Cosa c’è di sbagliato nell’essere arrabbiati?”, chiese.</p>
<p>Questo scambio di battute mi è rimasto impresso per anni, perché, in un certo senso, cristallizza le difficoltà che ci troviamo di fronte quando cerchiamo di integrare l’approccio psicologico occidentale con quello del buddismo. Il buddismo ci dà un messaggio ambivalente sulle emozioni: da un lato dice che dobbiamo sforzarci di eliminarle, dall’altro insegna ad accettare tutto ciò che sorge. <em>C’è </em>qualcosa di sbagliato nell’essere arrabbiati? <em>Possiamo</em> liberarci di questo sentimento? Cosa vuol dire <em>venirne a capo</em>? Nel mio lavoro di terapista, devo affrontare in continuazione queste domande. <span id="more-481"></span></p>
<p>Oggi mi è chiaro che venire a capo di un’emozione come la rabbia, spesso, vuol dire qualcosa di diverso dalla sua mera eliminazione. Infatti, come nel buddismo si ripete più volte, è la prospettiva di colui che soffre a determinare se una data esperienza perpetua la sofferenza o è un veicolo per il risveglio. <em>Venire a capo</em> di qualcosa vuol dire cambiare il proprio punto di vista; se invece cerchiamo di cambiare l’emozione, nel breve termine potremmo avere successo, ma resteremmo prigionieri dell’attaccamento e dell’avversione per il sentimento stesso da cui vogliamo liberarci.</p>
<p>Naturalmente, il desiderio di cambiare i miei sentimenti difficili con il loro opposto non era un’idea originale. Nel mio caso, ciò veniva dalla psicologia buddista dell’<em>abhidharma</em>, i primi scritti psicologici del buddismo. La maggior parte di noi vuole essere libera dalla pressione delle emozioni, cerca di eliminare i limiti della nostra vita emozionale e di sostituire i sentimenti problematici con i loro opposti meno conflittuali. Nella sfera delle emozioni esiste una tendenza universale allo svilimento, sembra. Diamo per scontato che l’unico modo per liberarci dal dolore è sbarazzarci completamente di esso.</p>
<p>Questo intenso desiderio di quiescenza emotiva ha avuto una grossa influenza sul modo in cui pratichiamo il buddismo. Gli insegnamenti stessi sembrano talvolta suggerire che questo è il modello che dobbiamo cercare di raggiungere. Certe emozioni sono nocive, insegna l’abhidharma. Dobbiamo fare tutto ciò che possiamo per ridurre la loro influenza sulla nostra mente. Di conseguenza, quando leggiamo le storie di insegnanti buddisti che esprimono liberamente la loro rabbia o tristezza, restiamo confusi. Queste storie contraddicono gli insegnamenti più formali del buddismo e ci costringono a rivedere i nostri pregiudizi secondo cui le emozioni sono sbagliate.</p>
<p>La nostra propensione a credere in un modello nel quale non ci sia posto per le emozioni deriva, in parte, dalla volontà inconscia di separare le emozioni dal resto della nostra esperienza, e di fare di esse le colpevoli della nostra situazione difficile. Se solo riuscissimo a sradicare e distruggere la nostra natura emotiva, pensiamo, potremmo seguire le orme del Buddha.</p>
<p>Tale desiderio di distruggere le emozioni negative è molto comune anche tra coloro che praticano la psicoterapia. Così come molti meditatori pensano che la giusta meditazione consista nell’avere sentimenti meno intensi, molte persone in psicoterapia demonizzano quelle stesse emozioni indesiderate che le spingono a cercare aiuto. Dopo la rottura di un matrimonio che durava da dieci anni, per esempio, un mio buon amico ha cominciato la psicoterapia in una clinica di salute mentale. Il suo unico desiderio, disse alla nuova terapista, era liberarsi da ciò che stava provando. La implorò dunque di levargli il dolore, liberandolo da queste emozioni sgradite.</p>
<p>Ma la sua terapista aveva appena lasciato una comunità zen, dove aveva vissuto per tre anni. Quando il mio amico si rivolse a lei, ella lo spinse a restare semplicemente con i suoi sentimenti, per quanto fossero spiacevoli. Non cercò di rassicurarlo né di aiutarlo a cambiare ciò che stava provando. Quando lui si lamentava della sua ansia o della sua solitudine, lei lo incoraggiava a sentire tutto ciò con più intensità. Anche se non si sentiva affatto meglio, il mio amico fu incuriosito dall’approccio di questa terapista e cominciò a praticare la meditazione. Un momento fondamentale della sua meditazione fu, secondo lui, quando la depressione cominciò a schiarirsi.</p>
<p>Terribilmente a disagio con i pruriti, le irrequietezze e i dolori della pratica, e incapace di restare semplicemente con le sensazioni, egli ricorda che alla fine riuscì a osservare l’insorgere, l’aumentare e lo scomparire di un prurito, senza mai grattarsi. In tal modo, egli dice, comprese improvvisamente quello che intendeva la terapista quando gli consigliava di restare con il suo stato emotivo, e da quell’istante la sua depressione cominciò a sparire. I suoi sentimenti cominciarono a cambiare solo quando smise di desiderare un cambiamento.</p>
<p>Esistono scuole di pensiero – sia all’interno del buddismo che della psicoanalisi – che non ammettono tanto facilmente la possibilità di una trasformazione emotiva come quella sperimentata dal mio amico. Sia gli psicoanalisti ortodossi che i fondamentalisti buddisti vedono le emozioni come forze coercitive che sono, per loro natura, minacciose, destabilizzanti e potenzialmente schiaccianti. Il massimo che si può fare con queste passioni è, secondo tale concezione, controllarle, padroneggiarle o – almeno secondo la filosofia buddista – estinguerle. Il denominatore comune è che le passioni sono considerate forze oscure, dotate di una loro volontà, che vanno severamente controllate. Secondo questa concezione, una persona che ha terminato con successo l’analisi è quella che ha portato alla scoperto tutte le proprie emozioni primitive, facendo sì che esse non impediscano più il raggiungimento delle soddisfazioni di una persona matura.</p>
<p>Un praticante buddista di successo, dal canto suo, viene immaginato come qualcuno le cui emozioni non disturbano più una grande equanimità. Ecco perché siamo così perplessi quando leggiamo di Marpa che piange la morte del figlio. Perché egli non ha trasceso la sua emozione?</p>
<p>Tuttavia, all’interno sia del buddismo sia della psicoanalisi, esiste un altro punto di vista sulle emozioni, secondo il quale è possibile non tanto la trascendenza, quanto la trasformazione. In tale concezione le emozioni non sono considerate necessariamente un nemico, ma un cugino da lungo tempo perduto. Lasciandole entrare nella consapevolezza, le emozioni non sono più percepite come forze aliene, bensì come una parte inseparabile di un tutto più grande. In tal modo, alle emozioni viene permesso di maturare spontaneamente, un processo di cui il mio amico ha colto un bagliore nella sua meditazione.</p>
<p>Freud ha descritto questo processo parlando della “sublimazione”, che egli ha definito come il mezzo attraverso cui “l’energia dei desideri impulsivi infantili non viene eliminata, ma resta disponibile all’uso; lo scopo inutilizzabile dei vari impulsi viene sostituito da uno più elevato, e forse non più di natura sessuale”. La sublimazione, per Freud, offriva la possibilità di fare a meno delle richieste impossibili degli “infiniti desideri impulsivi”, ma non significava che le passioni in sé erano pericolose. Ascoltate, per esempio, la descrizione che Freud fa di Leonardo da Vinci: “I suoi affetti erano controllati…; egli non amava né odiava, ma si interrogava sull’origine e il significato dell’amore e dell’odio. Così, era inevitabile che all’inizio apparisse indifferente al bene e al male, alla bellezza e alla bruttezza…</p>
<p>In realtà, Leonardo non era privo di passione… Semplicemente, aveva trasformato la sua passione in una sete di conoscenza… Quando, all’apice di una scoperta, riusciva a vedere il nesso di ciò che stava cercando, era sopraffatto dall’emozione, e con parole estatiche celebrava lo splendore di quella parte della creazione che aveva studiato, o – per usare una fraseologia religiosa – la grandezza del Creatore”.</p>
<p>Tutte le qualità solitamente attribuite al Buddha sono presenti nella descrizione freudiana di Leonardo da Vinci: il controllo degli affetti, la trasformazione dell’amore e dell’odio in interesse intellettuale, il primato dell’indagine, persino il climax dell’ode alla grandezza del Creatore. L’esclamazione del Buddha nell’istante della sua illuminazione rende più forti queste somiglianze:</p>
<blockquote><p>“Per innumerevoli vite ho vagato<br />
cercando invano il costruttore di questa casa.<br />
Doloroso invero è continuare a rinascere.<br />
Oh, costruttore!</p>
<p>Ora ti ho trovato.<br />
Non costruirai più questa casa.</p>
<p>Tutte le tue assi sono rotte,<br />
La trave di colmo è spezzata.<br />
La mia mente ha raggiunto la libertà suprema<br />
Estinto è ogni desiderio”.</p></blockquote>
<p>Nella concezione buddista, che enfatizza le trasformazione piuttosto che l’estinzione della passione, la trasformazione si ottiene non cercando di eliminare i sentimenti problematici, ma “osservandoli saggiamente”. Anche nelle culture buddiste, questo è sempre stato un concetto difficile da trasmettere. Quando Hung-jen, il quinto patriarca zen vissuto nella Cina del settimo secolo, chiese ai suoi seguaci di comporre dei versi che dimostrassero la loro comprensione degli insegnamenti del Buddha, i suoi studenti migliori diedero delle risposte che rinforzavano la concezione secondo cui le emozioni inquinano il corpo e la mente. Shen-hsiu diede la seguente risposta:</p>
<blockquote><p>“Il corpo è l’albero della Bodhi,<br />
La mente è come uno specchio limpido.<br />
Abbi cura di pulirlo sempre,<br />
Affinché nessun granello di polvere vi si depositi”.</p></blockquote>
<p>Nei versi di Shen-hsiu è considerato una virtù l’avere una mente vuota e riflettente, pulita da ogni impurità. Oggi gli psicoanalisti potrebbero considerare Shien-hsiu una persona bloccata allo stadio anale. Possiamo immaginare che egli lavasse via le emozioni con la stessa velocità con cui si materializzavano. Un illetterato garzone della cucina, Hui-neng (638-713), colse l’imperfezione della risposta di Shen-hsiu e diede la seguente alternativa:</p>
<blockquote><p>“Il corpo non è un albero,<br />
Lo specchio limpido non è in alcun luogo.<br />
Fondamentalmente, nulla esiste;<br />
Dove si depositerà mai un granello di polvere?”.</p></blockquote>
<p>La poesia di Hui-neng evitava la trappola dell’idealizzazione, in cui era invece caduta quella di Shen-hsiu. Non abbiamo bisogno di pulire la mente e il corpo, sosteneva Hui-neng, dobbiamo solo imparare a vedere in modo appropriato.</p>
<p><a title="Trasformazione emozionale e trascendenza.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/trasformazione-emozionale-e-trascendenza.jpg"></a></p>
<p style="text-align: center"><a title="Trasformazione emozionale e trascendenza.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/trasformazione-emozionale-e-trascendenza.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/trasformazione-emozionale-e-trascendenza.jpg" alt="Trasformazione emozionale e trascendenza.jpg" hspace="6" align="bottom" /></a></p>
<p>Come terapista, mi è spesso capitato di aiutare qualcuno a scoprire un sentimento difficile come la rabbia, e poi sentirmi chiedere: “Non capisco. Cosa dovrei fare con questa rabbia? Andare a casa e infuriarmi?”. Come Shen-hsiu, non riusciamo a fare a meno di pensare che dobbiamo eliminare la rabbia dal nostro essere. Nella cultura psicologica odierna, parliamo di <em>esprimere </em>o di portare fuori le nostre emozioni, ma spesso l’impulso è ancora quello di sbarazzarsi di esse. Se non riusciamo a farlo, abbiamo la sensazione che in qualche modo stiamo ingannando noi stessi. Una volta che il sentimento è recuperato, ci sentiamo responsabili verso di esso. Ma ciò equivale ancora a considerare il sentimento come un’entità indipendente. L’idea di limitarci a <em>conoscere</em> il sentimento, spesso, non ci viene nemmeno in mente.</p>
<p>In una situazione del genere, spesso rispondo con una frase come: “Non <em>devi</em> fare alcunché. Lascia che sia la cosa a fare te!”.</p>
<p>“Questa è una risposta molto zen”, mi ha risposto un paziente, recentemente. “Ma come posso farlo, in concreto?”.</p>
<p>Il Buddha, naturalmente, ha fatto di questo il centro dei suoi insegnamenti. La sua idea era che la consapevolezza fosse il motore della sublimazione; la sua coltivazione permetteva una tecnica di lavoro sulle emozioni che altrimenti non sarebbe stata possibile. Nella concezione del Buddha non occorre che le emozioni istintive, una volta rese consapevoli, vengano condannate; piuttosto, bisogna esaminare attentamente l’implicita identificazione che le accompagna. Mettendo questa identificazione al centro dell’attenzione, l’approccio buddista leva alle emozioni reattive il terreno sotto i piedi, aprendo al contempo una via per venirne a capo. Spostando l’attenzione dall’emozione all’<em>identificazione</em> con l’emozione, sperimentiamo quest’ultima in modo nuovo. È come cercare di vedere una stella lontana a occhio nudo: distogliendo appena lo sguardo, in realtà la scorgiamo meglio.</p>
<p>Quando meditiamo con l’idea di sbarazzarci delle nostre emozioni, stiamo di fatto rafforzando ciò da cui vogliamo fuggire. D’altra parte, quando riusciamo a utilizzare il sorgere dell’emozione per esaminare la nostra implicita identificazione con essa, utilizziamo il potenziale di trasformazione della sublimazione. Anziché sentirci colpevoli ogni volta che sperimentiamo un’emozione, possiamo usare l’opportunità che l’emozione ci dà per conoscere le nostre identificazioni fondamentali. Poi, come il Leonardo da Vinci freudiano, è possibile che anziché ritrovarci privi di passione, potremo fare esperienza di quella che Freud ha chiamato “la persistenza, la costanza e la perspicacia che derivano dalla passione”. Dopo tutto, il Buddha non ha parlato di sé come di una persona che avesse assopito la propria vita emotiva; ha parlato di sé come di un risvegliato.</p>
<p>Estratto da <em>Thoughts Without a Thinker</em>: <em>Psychotherapy From a Buddhist Perspective</em>, di Mark Epstein.</p>
<p>Mark Epstein, praticante buddista e psicoterapeuta a New York, è collaboratore di “Tricycle”.</p>
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<p>Originalmente pubblicato su Tricycle magazine, <a href="http://www.innernet.it/geoxml/getcontent/www.tricycle.com">www.tricycle.com</a><br />
Copyright originale Mark Epstein, per gentile concessione.<br />
Traduzione di Gagan Daniele Pietrini<br />
Copyright per l&#8217;edizione Italiana: Innernet.</p>
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		<title>Dio nel cervello</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Dec 2008 05:06:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gord Allen</dc:creator>
				<category><![CDATA[Co/Scienza]]></category>
		<category><![CDATA[buddismo]]></category>
		<category><![CDATA[neuroscienza]]></category>
		<category><![CDATA[Newberg]]></category>
		<category><![CDATA[spiritualità]]></category>

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		<description><![CDATA[Le teorie di Newberg, spiegata nei dettagli in &#8220;Dio nel cervello&#8221;, sono numerose: spaziano dal perché il nostro innato cervello spirituale è sopravvissuto all&#8217;evoluzione, fino alla speculazione sulle radici biologiche del fondamentalismo religioso. L&#8217;esperienza mistica in accordo al suo pensiero può essere considerata una normale funzione dell&#8217;attività cerebrale. Il Dott. Andrew Newberg è, come lui [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1096" class="wp-caption alignleft" style="width: 270px"><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2008/12/mershberger-god-brain.jpg"><img style="margin-left: 6px; margin-right: 6px;" title="mershberger-god-brain" src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2008/12/mershberger-god-brain.jpg" alt="FL Mershberger (1990). Una intepretazione della Creazione di Michelangelo basata sulla neuroanatomia." width="260" height="242" /></a><p class="wp-caption-text">FL Mershberger (1990). Un&#39;intepretazione della Creazione di Michelangelo.</p></div>
<p>Le teorie di Newberg, spiegata nei dettagli in &#8220;Dio nel cervello&#8221;, sono numerose: spaziano dal perché il nostro innato cervello spirituale è sopravvissuto all&#8217;evoluzione, fino alla speculazione sulle radici biologiche del fondamentalismo religioso. L&#8217;esperienza mistica in accordo al suo pensiero può essere considerata una normale funzione dell&#8217;attività cerebrale.</p>
<p>Il Dott. Andrew Newberg è, come lui stesso afferma ridendo, “bloccato” tra la spiritualità e la scienza. Fin dalla pubblicazione del suo libro,<em> Dio nel cervello (Why God Won’t Go Away</em> in edizione originale), il professore dell’Università della Pennsylvania ha tenuto conferenze sulla scienza agli uomini di religione, e agli scienziati sugli uomini di religione. Si è fatto ammiratori e critici su entrambi i versanti del dibattito scientifico-religioso, ed è in grado di parlare facilmente a tutti e due, perché nemmeno lui è sicuro di ciò in cui crede.</p>
<p>Durante i trentacinque anni della sua giovane vita ha valutato le alternative a sua disposizione: dalla spiritualità della sua famiglia Ebrea riformista, alla scienza che, per il suo splendore, lo ha spinto a entrare nel mondo accademico. La sua disponibilità a entrambe – la scienza e la spiritualità – lo collocano nel numero sempre maggiore di pensatori che stanno avvicinando questi mondi distinti.</p>
<p>Oltre ai grandi interrogativi esistenziali, Newberg possiede solide convinzioni, la più salda delle quali al momento è la certezza di aver scoperto qualcosa di enormi proporzioni: le ragioni biologiche per cui gli esseri umani sono predisposti al pensiero religioso, per cui i nostri cervelli “si rivolgono a Dio”. Egli ha fiducia anche nel suo metodo, che fonde il rispetto per ciò che la scienza può rivelarci sul mondo con la comprensione che essa “non può accompagnarti fino in fondo alla strada”.</p>
<p>Dieci anni fa, questo atteggiamento equilibrato condusse Newberg a stringere una relazione di lavoro con un certo Eugene d’Aquili, una specie di antropologo che aveva studiato l’attività del cervello dei partecipanti a rituali religiosi. I due cominciarono a chiedersi come avrebbero potuto ottenere dei dati quantificabili relativi all&#8217;esperienza spirituale. La loro risposta fu di riprendere delle immagini dei cervelli dei meditatori del buddismo tibetano e delle monache francescane nel culmine dell’estasi spirituale.<span id="more-716"></span></p>
<p>Newberg e D’Aquili (che morì nel 1998) chiesero ai buddisti e alle suore di lasciare i loro santuari e di meditare in una stanza oscura all&#8217;University of Pennsylvania Hospital. Coloro che accettarono si sedettero in una stanza illuminata da poche candele, con una cordicella d’aquilone legata alle dita e una flebo fissata nel braccio. Essi avrebbero iniziato a pregare o a meditare. Dopo circa un’ora, al momento in cui si stava verificando un picco di trascendenza, i soggetti avrebbero strattonato la cordicella. Collegato all’altro capo del filo c’era il Dott. Newberg, seduto in una stanza adiacente. Questa era l’indicazione per Newberg di somministrare del liquido radioattivo attraverso la flebo. Qualche momento più tardi il soggetto pregante, con il liquido radioattivo nel cervello, sarebbe stato velocemente mandato al Nuclear Medicine Department dell’Università e fotografato da una potente macchina fotografica sensibile alla radioattività.</p>
<p>Newberg e D’Aquili lessero attentamente le immagini cercando delle forme ricorrenti. I ricercatori non erano interessanti tanto alla radioattività in sé, quanto all’attività neurologica indicata dai movimenti della radioattività. Buddista dopo buddista, suora dopo suora, si ebbero dei risultato coerenti. Primo, ma non a sorpresa, l’area del cervello associata con la concentrazione, la Attention Association Area (AAA) [Area dell’Associazione e dell’Attenzione], mostrava un’accresciuta attività nei soggetti preganti, in confronto ai non preganti. Ma la scoperta che provocò la maggiore eccitazione fu che le informazioni neurologiche dirette verso l’Oirentation Association Area (OAA) [Area dell’Associazione e dell’Orientamento] si erano grandemente ridotte, o “deafferentizzate”.</p>
<p>La OAA, situata in cima alla sezione posteriore del cervello, è quella parte responsabile dell’orientamento del corpo nello spazio fisico. Uno dei modi con cui tale orientamento viene determinato è definire chiaramente i limiti del corpo di un individuo, cioè distinguere il “te” dal “non-te”. Se quest’area non disponesse di alcuna informazione sensoriale per svolgere il suo compito, la logica conseguenza sarebbe che l’individuo non potrebbe determinare dove finisce lui – o lei – e comincia il resto del mondo.</p>
<p>Newberg e D’Aquili reputarono questa mancanza del senso fisico di sé molto simile a ciò che avevano letto a proposito dell’unione mistica con il Divino, senza parlare della testimonianza resa dai soggetti meditanti sul loro sentirsi “tutt’uno” con l&#8217;universo. Newberg e D&#8217;Aquili credettero di aver scoperto la radice fisica dell’ego, e il modo con cui i loro soggetti di laboratorio ne sospendevano l’attività.</p>
<p>Dopo questa gigantesca scoperta, Newberg e D’Aquili cominciarono a valutarne le innumerevoli implicazioni. Le loro teorie, spiegate nei dettagli in <em>Dio nel cervello</em>, sono numerose: spaziano dal perché il nostro innato cervello spirituale è sopravvissuto all’evoluzione, fino alla speculazione sulle radici biologiche del fondamentalismo religioso. Inoltre, loro sono convinti che tali scoperte rendano impossibile liquidare l’esperienza spirituale come il prodotto di una mente ingannevole o di un modo di pensare fantasioso, come sostengono i “materialisti razionali”. Al contrario, l’esperienza mistica può essere considerata una normale funzione dell’attività cerebrale.</p>
<p>Non appena il libro è arrivato in libreria, Newberg ha cominciato a viaggiare e a tenere conferenze a vari gruppi di persone sul continuum scienza/spiritualità (in cui un polo era rappresentato dal materialismo razionalista, l’altro dalla fede totale nel Divino). Le interpretazioni delle sue scoperte sono state variegate quanto i gruppi cui si è rivolto. Molte persone, all’interno delle chiese tradizionali e dei gruppi new age, sentono che la sua scoperta conferma la loro convinzione secondo cui, quando stanno pregando o meditando, qualcosa di fisico accade effettivamente all’interno della loro testa. Altri non ne sono così entusiasti. Io stesso all’inizio rimasi un po’ freddo di fronte al pensiero che le meravigliose sensazioni di unità che provavo intonando dei mantra fossero possibili solo grazie al “soffocamento” di una parte del mio cervello. Il processo sembrava troppo meccanico, come se io fossi un robot.</p>
<p>La pratica semplicità del processo mi spinse a chiedere a Newberg se in questo mondo della chirurgia cosmetica e della clonazione produrremo, un giorno, esperienze spirituali grazie alla chirurgia cerebrale specializzata. Newberg pensa di no, e per dimostrare il suo punto di vista fa riferimento agli sciamani che usano sostanze psicoattive allo scopo di raggiungere stati visionari. Il contesto culturale in cui operano questi sciamani è, secondo lui, una componente essenziale nel raggiungimento di tali stati. Inoltre, le persone che hanno ricevuto dei danni alla loro OAA non mostrano alcun segno di esperienze di unità con Dio. La scienza può arrivare solo fino ad un certo punto. La sacralità culturale delle tradizioni spirituali – i riti – sono necessari.</p>
<p>Mentre le persone inclini alla spiritualità sono giunte a interpretazioni che spaziano da una maggiore convinzione nel potere della preghiera alla mia ansia nei confronti delle scoperte scientifiche, certi pensatori atei si rallegrano, sostenendo che Newberg e D’aquili abbiano rinforzato la loro tesi secondo cui Dio non esiste, dal momento che sensazioni di unione non sembrano pervenire da un potere più alto, ma dal risultato di un processo neurologico, una OAA “temporaneamente accecata”, come la definisce Newberg. Quando gli chiedo spiegazioni su questa interpretazione, Newberg mi racconta ridendo il dialogo con alcuni di questi atei: «Spesso sono molto più veementi delle persone religiose».</p>
<p>Newberg è entusiasta del dibattito sul suo lavoro condotto da ogni tipo di persone, ma pensa che la negazione sostenuta dagli atei della realtà dell’esperienza spirituale – solo perché quest’ultima può essere localizzata nel cervello – dia troppa importanza alle sue foto del cervello, ignorando ciò che egli chiama la “la prospettiva fenomenologica”; ovvero, il riconoscimento che i suoi soggetti di laboratorio credono di aver sperimentato l’unione. Benché l’esperienza dell’unione da parte di una persona non possa essere misurata (il che è la condizione richiesta dalla scienza per ammettere l’esistenza di qualcosa), per Newberg essa è un dato “reale”.</p>
<p>Egli cita, come esempio parallelo, un amante dell’opera che ascolta Puccini. Una scansione del cervello mostrerà un certo modello d’impulso sensorio, ma non può mostrare la risposta emotiva percepita dall’ascoltatore. Questo significa che l’emozione non è “reale”? «Ovviamente, la scienza non ti porta necessariamente a questa conclusione. Abbiamo osservato il fenomeno dell’esperienza in sé e per sé, e quando lo facciamo e vediamo che queste esperienze sono percepite come se fossero più reali delle nostre esperienze quotidiane, ciò rovescia tutto».</p>
<p>Accettando la possibilità che gli stati mistici siano “più reali” dei nostri stati di veglia quotidiani, Newberg sta aprendo il dibattito sulla vera natura della realtà, sfidando ciò che non solo la scienza, ma anche il nostro cervello definisce “reale”. «Siamo estremamente limitati da ciò che accade nel nostro cervello. Se quest’ultimo accoglie tutte le nostre informazioni sensoriali – ed è così che sviluppiamo la consapevolezza – siamo in un certo senso bloccati all’interno del nostro cervello. Il solo modo di conoscere veramente che cosa ci sia all’esterno è uscire in qualche maniera dal cervello stesso. Questo è impossibile dal punto di vista della scienza, ma da una prospettiva spirituale esiste almeno una possibilità di farlo».</p>
<p>Anche se di solito usano un linguaggio più fiorito, i saggi hanno sempre pensato che siamo bloccati dentro il nostro cervello, che Dio non può farsi conoscere attraverso l’argomentare della mente razionale. Quando per la prima volta incontrai il Dott. Newberg, mi trovavo per caso nel mezzo della rilettura di <em>Bodhisattva of Compassion</em> di John Blofelds, un piccolo, meraviglioso libro sulla dea cinese Kuanyin. Dopo aver avuto una visione della dea compassionevole, Blofelds percorre la Cina chiedendo alle monache e ai monaci buddisti la loro opinione se ciò che ha visto sia “reale”. Più e più volte è gentilmente rimproverato di pensare troppo, di lasciare alla mente razionale il potere di svalutare la sua esperienza. Le facoltà razionali devono essere messe da parte, essi dicono, rimosse dall’equazione. Forse è necessario spegnere qualcosa. Forse quella cosa è la OAA.</p>
<p>Quando Newberg parla del potere della spiritualità nel superare i limiti del cervello, è facile supporre che sia un devoto del Divino.Tuttavia, egli continuerà a sostenere l’esistenza di Dio soltanto fino a che il suo lavoro ne appoggerà la “possibilità razionale”. Newberg non sa se Dio esiste oppure no. Usa la ricerca scientifica associata a “una vita contemplativa” per cercare di giungere a una conclusione che valga per lui stesso. La sua ricerca è stata salutata sia come la prova, sia come la negazione dell’esistenza di Dio, ma egli sostiene che non ha realmente alterato il suo modo di vedere il mondo: quest’ultimo è ancora un luogo misterioso la cui natura autentica può essere conosciuta attraverso mezzi scientifici e spirituali, in cui il mistero coesiste con i processi razionali.</p>
<p>Fui piuttosto sorpreso dall&#8217;ammissione di Newberg che le sue scoperte non avevano cambiato la sua visione del mondo, finché compresi che non avevano cambiato neanche la mia. Le sensazioni di pace, chiarezza e unione che mi derivano dalla pratica spirituale sono per me reali, che io sia o meno consapevole delle basi neurologiche di ciò. In quel senso, l’“analisi fenomenologia” della mia stessa esperienza è più importante per me di una scientifica. In aggiunta, la conoscenza del modello della OAA “attiva-inattiva” non riguarda gli effetti della pratica spirituale che rimangono molto dopo aver finito il canto dei mantra. Anche se l’esperienza mistica dona un’estasi di breve durata, molti praticanti spirituali meditano o pregano per raggiungere un senso di consapevolezza che possa uscire dai loro santuari privati ed entrare nella vita quotidiana.</p>
<p>Come afferma uno dei soggetti di laboratorio di Newberg: «Medito per sentirmi più connesso alla mia vita. Quando mia moglie ha bisogno che l’ascolti e che sia presente, posso farlo con più facilità; quando gioco con mio figlio, è una cosa più sentita». Il dono di un’esperienza spirituale è qualcosa di più di una sensazione di unione con il tutto: riguarda anche l’essere nel mondo e il mettere in pratica quel sentimento. Non è possibile sapere se la scienza rivelerà mai appieno il mistero di tale sentimento, ma è difficile per me negare che esista, dovunque possa trovarsi fisicamente.</p>
<p><em>Gord Allen è uno scrittore freelance, musicista elettronico e DJ che vive a Toronto. Mentre scriveva questo articolo, stava preparando un libro provvisoriamente intitolato: “Why Gord Won’t Go Away”. </em></p>
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<p>Copyright originale Ascent magazine <a href="http://www.ascentmagazine.com/">www.ascentmagazine.com</a>, per gentile concessione.<br />
Traduzione di Nityama Elsa Masetti. Revisione di Gagan Daniele Pietrini.<br />
Copyright per l&#8217;edizione Italiana: Innernet.</p>
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		<title>Strumenti per la maturazione dell&#8217;anima</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Aug 2008 03:08:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Almaas</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un&#8217;intervista ad Almaas sulla maturazione dell&#8217;anima da parte di Toshan Ivo Quartiroli. Tra i temi dell&#8217;intervista, quali gli strumenti esteriori e interiori che catalizzano la crescita dell&#8217;anima, come la mente può essere volta a questo scopo, i possibili ruoli di fattori esterni quali le sostanze neurochimiche o i mezzi tecnologici, quando e se la ricerca [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="almaas5.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/almaas5.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/almaas5.jpg" alt="almaas5.jpg" hspace="6" align="left" /></a>Un&#8217;intervista ad Almaas sulla maturazione dell&#8217;anima da parte di Toshan Ivo Quartiroli. Tra i temi dell&#8217;intervista, quali gli strumenti esteriori e interiori che catalizzano la crescita dell&#8217;anima, come la mente può essere volta a questo scopo, i possibili ruoli di fattori esterni quali le sostanze neurochimiche o i mezzi tecnologici, quando e se la ricerca di noi stessi arriva a un termine e il ruolo della sessualità sul cammino.<span id="more-406"></span></p>
<p>Toshan Ivo: Vorrei farti qualche altra domanda sul tema dell’oggettività – soggettività nella nostra cultura. Cartesio ha detto che se l’uomo fosse liberato dalla prigione del corpo, troverebbe l’idea di Dio in se stesso. Sembra che la nostra cultura occidentale si basi sulla convinzione che ciò che è soggettivo e dotato di un corpo sia viziato all’origine; apparentemente, perdiamo la nostra natura divina quando diventiamo “personali” e soggettivi. Nella teologia cristiana, il male e il peccato sono attributi del libero arbitrio dell’essere umano, almeno originariamente. Dunque, secondo questa convinzione, quando gli uomini fanno le loro scelte soggettive, vanno contro la volontà di Dio. Mi chiedo se per molto tempo la nostra cultura non ha riconosciuto il valore della soggettività a causa di questa e altre convinzioni storiche, o se lo sviluppo dell’anima per sua natura richiede stadi in cui non assegniamo alla verità soggettiva il giusto valore.</p>
<p>Hameed Ali: Innanzitutto, non sono sicuro che in Occidente la pensino come te sulla concezione occidentale del personale e del soggettivo. In realtà, è l’Oriente che storicamente ha diffidato del personale e del soggettivo, dando più importanza all’impersonale. In Occidente sembrano essere esistite due concezioni sovrapposte: una diffidente del personale e del corporeo, come osserviamo nel pensiero greco e in seguito nel Cristianesimo; l’altra che esalta il personale, il corporeo e il soggettivo, come vediamo nell’arte e nella letteratura occidentale. La nostra scienza è più influenzata dalla prima corrente, come dimostra il tentativo di Cartesio di separare il soggetto dal mondo, per poter studiare quest’ultimo oggettivamente.</p>
<p>La mia opinione è che il punto di vista della scienza sul soggettivo è esatto, ma incompleto. È esatto nel senso che la nostra soggettività tende a oscurare le nostre percezioni e la nostra conoscenza, a causa delle inclinazioni e convinzioni personali. La psicologia moderna ha ampiamente confermato ciò tramite lo sviluppo dato da Freud alla nozione dell’inconscio, il quale influenza i nostri sentimenti, comportamenti e azioni senza che ce ne accorgiamo. In questo senso, penso che le varie tradizioni che hanno diffidato del soggettivo, sia occidentali sia orientali, hanno avuto un’intuizione profonda della soggettività dell’umanità.</p>
<p>In ogni caso, si tratta di un’intuizione incompleta della soggettività umana, perché se è vero che essa valuta correttamente la consapevolezza ordinaria dell’individuo, è anche vero che non tiene conto del potenziale della soggettività umana. Tale concezione non considera che questa soggettività prevenuta è la soggettività dell’ego, e che l’anima umana può essere libera dall’ego. La cultura occidentale apprezza l’individuale, il personale e anche il soggettivo, come vediamo nelle arti, nelle scienze e nella vita quotidiana degli occidentali. Ciò potrebbe considerarsi il risultato di un riconoscimento profondo, ma inconscio, del potenziale della soggettività umana. Tuttavia, non vediamo la presenza di una soggettività così aperta e bilanciata se non in stadi molto profondi di realizzazione, in cui l’anima non soltanto è connessa alla sua natura spirituale, ma ha portato avanti questa integrazione fino a sviluppare una persona reale ed essenziale.</p>
<p>Possiamo ipotizzare che sia l’Oriente sia l’Occidente avevano diffidato del personale e del soggettivo perché la gente aveva di essi una conoscenza prevenuta e non autentica. Ciò che è davvero soggettivo e personale – ovvero, il proprio essere autentico al di là delle influenze provenienti dall’esterno – è uno sviluppo raro e dunque prezioso. Ecco perché gli antichi insegnamenti si riferiscono a esso come alla <em>perla senza prezzo.</em></p>
<p>Toshan Ivo: Il <em>Diamond Approach </em>valorizza la mente ordinaria in quanto strumento per l’«inquiry», l’indagine. Quali sono le altre tradizioni che usano la mente in questo modo, e perché molti cammini mistici e spirituali considerano la mente un ostacolo alla verità e al raggiungimento di stati più elevati?</p>
<p>Hameed Ali: Nemmeno in questo caso la verità è così semplice. Le tradizioni spirituali in generale diffidano della mente individuale, perché quest’ultima tende a ostacolare l’apertura spirituale. La mente ordinaria è solitamente il supporto dell’ego, in quanto quest’ultimo è fondamentalmente un costrutto mentale basato sulle convinzioni e le conoscenze della mente. Ciononostante, la maggior parte degli insegnamenti spirituali impiega la mente nel tentativo di comprendere la condizione umana. Non direi che il <em>Diamond Approach</em> è il solo a usare la mente ordinaria; infatti, anche la maggior parte degli insegnamenti spirituali la usa, ma generalmente non estensivamente come fa il <em>Diamond Approach</em>. Quindi, penso che sia una questione di gradi. Anche la tradizione Zen, che è la più radicale e diretta per quanto riguarda l’eliminazione della mente ordinaria, la usa quando si tratta di parlare e comunicare.</p>
<p>Credo che la situazione sia più complessa di quanto appaia. La mente ha molte parti e qualità. Alcune di queste ultime sono indispensabili per la comprensione, la comunicazione e la sopravvivenza. Ma certe parti e qualità della mente contribuiscono alla creazione e al mantenimento dell’ego stesso. Alcuni insegnamenti tendono ad aggirare, evitare o eliminare la mente, a causa della sua connessione all’ego. Tuttavia, non possono fare a meno di usarla quando si tratta di pensare e comunicare. Alcune tradizioni usano la mente anche perché fanno ricorso alla logica e alla ragione, come certe scuole buddiste, induiste e cristiane.</p>
<p>Nel <em>Diamond Approach</em> usiamo la mente in modo più esteso, perché la nostra tecnica è quella dell’indagine sull’esperienza di ogni giorno. Nel tentativo di comprendere tale esperienza, abbiamo bisogno della ragione e della razionalità della mente. Inoltre, poiché in questo processo ci imbattiamo in una grande quantità di materiale dal passato, abbiamo bisogno di usare la memoria della mente e i suoi ricordi del passato.</p>
<p>La concezione del <em>Diamond Approach </em>è che la mente è una facoltà neutrale e che dipende da noi usarla come un sostegno all’apertura spirituale o come un ostacolo a quest’ultima. Inoltre, la mente normale è l’espressione esteriore di una profonda e fondamentale facoltà dell’anima, il suo intelletto o “nous”. Il nous, quello che chiamiamo la Guida di Diamante, è l’intelletto autentico, la facoltà di discernere che l’anima umana possiede in potenza. Più questo profondo elemento della nostra anima è attivo e integrato, più esso guida e permea il funzionamento della nostra mente normale. L’inquiry è una tecnica finalizzata allo sviluppo e la concretizzazione di questa possibilità.</p>
<p>Toshan Ivo: I bambini che non ricevono amore e affetto sviluppano quasi sempre problemi fisici e cognitivi. La verità può considerarsi un bisogno primario allo stesso modo dell’affetto? Non mi riferisco alla verità assoluta, ma anche alla semplice verità di tutti i giorni. Per esempio, Gregory Bateson riconobbe il problema del “double bind”,<em> il doppio</em> <em>vincolo</em> che può contribuire a provocare disturbi mentali, nei casi in cui una persona riceveva un messaggio ambiguo, specialmente se quest’ultimo includeva aspetti emotivi. Poiché la verità libera, in che modo l’anima viene deformata quando la verità non è presente nella società e nella famiglia?</p>
<p>Hameed Ali: L’assenza della verità nell’infanzia è una delle ragioni fondamentali per cui lo sviluppo normale della consapevolezza viene dominato dall’ego. L’assenza della verità consiste fondamentalmente nell’ignoranza e nella mancanza di esperienza da parte dei genitori della vera natura e delle sue varie qualità. È la mancanza di autenticità nella presenza e nel comportamento dei genitori che esercita un’influenza negativa sul bambino. Ma ciò non vuol dire che i genitori devono raccontare al bambino la verità così come la conosce un adulto, perché ciò potrebbe creare confusione. Si tratta più che altro della necessità da parte dei genitori di essere autentici e sinceramente affettuosi. Talvolta, ciò può voler dire che la verità in tutto o in parte non viene comunicata, perché per un bambino sarebbe troppo.</p>
<p>Ma l’abitudine di mentire ai bambini finirà con l’avere un impatto negativo. Alcuni psicologi ritengono che, a seconda dello stadio di sviluppo, i bambini hanno bisogno di alcune illusioni per riuscire a sopravvivere. Penso che molte di queste cosiddette illusioni sono in effetti vere, ma gli psicologi le considerano illusioni. Per esempio: la condizione della prima infanzia in cui il bambino si sente connesso alla madre, come se formassero un campo continuo di esperienza, quella che viene chiamata <em>unità duale</em>… Gli psicologi credono che si tratti di un’unione illusoria, non autentica, ma per chi sa vedere essa non è un’illusione, bensì l’esperienza effettiva del neonato, e le cose stanno così anche per la mente non modellata dall’ego e dalle sue convinzioni.</p>
<p>Toshan Ivo: Lavorando sul mio condizionamento, e condividendo con altre persone sulla Via, noto che talvolta i condizionamenti collettivi e storici di una certa nazione o di un certo tipo possono essere più radicati di quelli individuali. Le due forme di condizionamento sono intrecciate, ma quello collettivo sembra più inconsapevole e difficile da cogliere. I due tipi di condizionamento vanno affrontati allo stesso modo o quello collettivo richiede un approccio particolare?</p>
<p>Hameed Ali: Il condizionamento collettivo non è solitamente più radicato di quello individuale, a meno che non siamo di fronte a circostanze insolite, come nel caso di una società che stia attraversando una lunga guerra. Ma ordinariamente anche il condizionamento culturale è parte di quello individuale, ovvero accade attraverso la consapevolezza individuale e fa parte del condizionamento di quest’ultima.</p>
<p>Il condizionamento culturale è solitamente sottile e fa da sfondo a quello individuale. Questo è il contesto emotivo e mentale in cui il bambino vive e cresce, e viene assorbito senza alcun riconoscimento consapevole. È più difficile da riconoscere e osservare, perché si ha la tendenza a considerarlo parte della realtà. Di solito, non occorre lavorare sul condizionamento culturale in modo particolare, né c’è bisogno di mettersi a cercarlo. Lavorando sul condizionamento individuale, la dimensione culturale comincia ad affiorare da sé, poiché fa parte dell’impalcatura del condizionamento individuale. Ordinariamente, essa non si presenta fino a quando non si è profondamente liberi dal proprio condizionamento individuale.</p>
<p>In particolare, per affrontare il condizionamento culturale, raccomando una cosa: viaggiare in culture molto diverse e fare esperienza direttamente e personalmente delle differenze.</p>
<p>Toshan Ivo: Sin dall’antichità, sembra che l’umanità abbia espresso il bisogno di andare “oltre”, non solo attraverso pratiche spirituali, ma anche attraverso l’uso di sostanze psichedeliche. Le persone che percorrono quest’ultimo cammino in un contesto sacro o talvolta anche profano, parlano di stati che sembrano molto vicini a quelli mistici, come la fusione con il tutto. Secondo te, quali sono le differenze tra gli stati prodotti dal lavoro spirituale e quelli generati dall’uso di sostanze? Esistono rischi connessi a queste ultime?</p>
<p>Hameed Ali: In generale, le sostanze psichedeliche alterano il cervello in modo da permettere di sperimentare le cose senza i filtri consueti, oppure di avere esperienze più intense e acute. Ciò vuol dire che le esperienze spirituali generate da quelle sostanze sono uguali a quelle provocate dalla pratica spirituale; in effetti, la sostanza compie il lavoro della pratica.</p>
<p>Una prima differenza non sta nel tipo di esperienza, ma nel fatto che essa accade nonostante i propri filtri, senza aver lavorato su di essi. Ciò dà una sensazione di maggiore perdita di controllo o di scelta, e può rendere l’esperienza molto più emotivamente intensa ed esplosiva.</p>
<p>Penso che un primo, possibile rischio è quello della dipendenza dalla sostanza. Usando quest’ultima, non esercitiamo né sviluppiamo i muscoli dell’anima. Ci apriamo senza diventare spiritualmente maturi, e ciò può avere conseguenze serie per il proprio cammino spirituale.</p>
<p>I rischi più noti sono i danni fisiologici al cervello o al sistema nervoso, che possono insorgere in caso di uso prolungato di alcune sostanze.</p>
<p>Toshan Ivo: Il <em>Diamond Heart</em> si basa sull’osservazione e include l’interiorità nel processo di inquiry. È possibile un nuovo metodo scientifico che includa sia l’approccio soggettivo sia quello oggettivo? Un metodo che, operando sui dati, fornisca conclusioni valide come quelle del metodo scientifico tradizionale?</p>
<p>Hameed Ali: Penso che questa sia una cosa su cui lavorare. Non c’è una risposta semplice alla tua domanda. Questo nuovo metodo può richiedere molto tempo per venire sviluppato. So che l’aiuto che la guida di diamante può darci in termini di ricerca, indagine, discernimento, analisi, sintesi e così via può essere molto utile in qualsiasi campo di ricerca; ma perché questo avvenga, il ricercatore deve integrare questa facoltà spirituale nel suo lavoro. Non importa l’area di studio, perché stiamo parlando di una migliore intelligenza, discriminazione, chiarezza, penetrazione, sintesi ecc.: tutte qualità che possono trovare applicazione in qualsiasi ramo della scienza.</p>
<p>Integrare questa facoltà richiede chiarezza e oggettività personali, ovvero bisogna riconoscere in che modo i nostri pregiudizi soggettivi influenzano le osservazioni e i pensieri. Non è facile, comunque, integrare questa facoltà in modo completo o profondo; sono necessari maturità spirituale e un lavoro costante per applicare questa facoltà.</p>
<p>Toshan Ivo: La neuroscienza e le conoscenze sul cervello si stanno espandendo. Lo stesso Dalai Lama è attivamente impegnato nello studio dei punti di contatto tra le neuroscienza e gli antichi insegnamenti tibetani sulla mente e la meditazione. Nel tuo libro <em>The Inner</em> <em>Journey Home</em> scrivi: “È anche possibile che la vita biologica sia uno degli stadi dello sviluppo dell’anima: è necessario, ma è solo uno stadio”. Hans Moravec immagina un incontro tra informatica, nanotecnologia e bioscienza in grado di cambiare la nostra definizione dell’essere umano. Prevedi che un giorno sarà possibile fare il lavoro su noi stessi con l’ausilio di sostanze biochimiche e “neurosupporti” tecnologici (per esempio, la versione futura di apparecchiature già oggi in grado di alterare le frequenze del cervello)? Lo sviluppo dell’anima può essere facilitato o guidato dalla tecnologia? Quali prevedi che saranno gli stadi della crescita?</p>
<p>Hameed Ali: Perché no? L’anima umana, che è la sede della consapevolezza e delle sue facoltà, opera attraverso il corpo, e dipende dalla condizione di quest’ultimo per funzionare. Non vedo ragioni per sostenere che il miglioramento della condizione del corpo attraverso la tecnologia non possa aiutare lo sviluppo dell’anima. Non ho idea degli stadi della crescita a questo proposito: dipenderanno dal tipo di miglioramento che le tecnologie apporteranno e da quanto incideranno sul normale funzionamento fisico. È più probabile che gli stadi saranno gli stessi, ma l’anima potrebbe riuscire ad attraversarli con più facilità, ricevendo più sostegno.</p>
<p>A ogni modo, non mi piace l’idea che la mia realizzazione accada senza che io eserciti i miei muscoli spirituali, in quanto gran parte della gioia del lavoro spirituale sta nel lavoro stesso. Sono le scoperte senza fine a costituire la vera gioia della vita e l’entusiasmante estasi del viaggio.</p>
<p>Toshan Ivo: Apparentemente, la sessualità non costituisce un “capitolo a sé” negli insegnamenti del Diamond Approach, ma sembra inclusa del modello generale dell’anima. In che modo questa potente energia – che può avere molti diversi effetti sull’anima – viene trattata nell’insegnamento, e perché a essa non viene data molta importanza?</p>
<p>Hameed Ali: Forse avrai osservato che il Diamond Approach non dà un’importanza speciale a nessuna area particolare della vita. Esso affronta i fondamenti dell’esperienza, a prescindere dalle varie aeree della vita. La sessualità, il lavoro, la creatività ecc., sono aree particolari della vita, e anche se lavoriamo con esse, non è normale per noi sottolinearne una anziché un’altra.</p>
<p>Gli insegnamenti che mettono in evidenza la sessualità, in realtà mettono in evidenza l’energia sessuale, e a un livello più fondamentale la dimensione dell’energia. La sessualità è un modo di lavorare con l’energia. Nel Diamond Approach c’è una parte dell’insegnamento dedicata alla dimensione dell’energia, quella che chiamiamo la dimensione “shakti”. In essa troviamo insegnamenti su come sperimentare, riconoscere e lavorare con la shakti, affrontando tutti gli argomenti correlati. La maggior parte degli studenti non ha familiarità con questa parte dell’insegnamento.</p>
<p>Il Diamond Approach contiene anche un insegnamento tantrico, ma è piuttosto avanzato e non è ciò che la maggior parte della gente intende per <em>tantra.</em> Esso include la sessualità, ma non si identifica esattamente con il sesso.</p>
<p>Toshan Ivo: Nel corso del “lavoro”, del cammino di auto-scoperta, possono esserci stadi in cui ci si sente lontani dall’insegnamento e dalle pratiche. Esistono insegnanti spirituali, soprattutto nell’area neo-advaita, secondo i quali “non c’è bisogno di praticare o cercare”, perché siamo già “a casa”. C’è uno stadio in cui la ricerca termina davvero? Se sì, come possiamo sapere che questa è davvero la fine della ricerca e non un trucco dell’ego per la propria sopravvivenza?</p>
<p>Hameed Ali: Nel Diamond Approach c’è uno stadio in cui la ricerca finisce. Sappiamo che quella è la fine della ricerca, perché c’è il riconoscimento certo di essere arrivati a casa. Una delle conseguenze di tale arrivo è il riconoscimento che la ricerca è finita: non c’è più bisogno di cercare alcunché, né c’è più qualcuno che stia cercando.</p>
<p>Questo in genere non accade spontaneamente; senza pratica, di solito non arriviamo a questi livelli. Può succedere, ma per la maggior parte delle persone, senza la pratica, è solo una vana speranza. È vero che questa è la nostra casa primordiale e che in un certo senso siamo già in essa, ma la nostra anima non ne è consapevole, né può esserlo se non matura. Senza maturazione, è possibile avere un bagliore della casa, ma non dimorare in essa. Conosco bene alcuni insegnamenti neo advaita, e penso che molti di essi semplicemente non conoscono il nostro potenziale spirituale. Di solito, essi colgono una dimensione della natura autentica e parlano come se essa esaurisse tutta la realtà, senza riconoscere la ricchezza del nostro potenziale. Per esempio, questi insegnamenti non conoscono o riconoscono la natura dell’anima, così come noi la intendiamo nel Diamond Approach.</p>
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<p>Traduzione di Gagan Daniele Pietrini<br />
Copyright: Innernet.</p>
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		<title>Essere tutt’uno, vivere con Advaita, intervista con Madhukar</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Aug 2008 16:35:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Klein</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Madhukar, come definirebbe il Suo messaggio in poche parole? Che ogni persona, indipendentemente delle sue circostanze di vita, è libertà e pace. È allo stesso tempo anche il messaggio fondamentale di Advaita? Sì, il messaggio di Advaita è: Tu sei Questo! Essere tutt’uno, Essere qui. Il Questo comprende tutto. Nella nostra cultura e nella tradizione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2008/07/madhukar.jpg"><img class="alignleft alignnone size-full wp-image-960" style="float: left; margin-left: 6px; margin-right: 6px;" title="madhukar" src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2008/07/madhukar.jpg" alt="" width="180" height="235" /></a><strong>Madhukar, come definirebbe il Suo messaggio in poche parole?</strong></p>
<p>Che ogni persona, indipendentemente delle sue circostanze di vita, è libertà e pace.</p>
<p><strong>È allo stesso tempo anche il messaggio fondamentale di Advaita?</strong></p>
<p>Sì, il messaggio di Advaita è: Tu sei Questo! Essere tutt’uno, Essere qui. Il Questo comprende tutto. Nella nostra cultura e nella tradizione cristiana il Questo viene chiamato Dio, l’intero universo. Nella tradizione dell’Advaita il Questo viene descritto con “Sat-Chit-Ananda”. Si traduce generalmente con esistenza-coscienza-beatitudine. Secondo la mia esperienza, anche la beatitudine è solo un’apparenza di corpo e mente.</p>
<p>La pace è verità assoluta: questo è conoscenza vera. Perciò descriverei il Questo con: esistenza-coscienza-pace. Advaita è una direzione filosofica e la filosofia non può mai spiegare realmente l’Essere o l’esperienza dell’Essere, ma può solamente provare a interpretarlo. La verità assoluta è che la Divinità è già qui. Non viene da fuori, ma esiste in ognuno di noi. Non c’è separazione. Solo Essere. Non esiste dualità. Questa è l’essenza dell’Advaita. La parola del Sanscrito indo-germanico significa letteralmente “non-dualità”.</p>
<p><strong>Lei chiede alle persone che L’ascoltano di indagare sé stessi. Cos’è la sostanza dell&#8217;autoindagine? Come la si pratica?</strong></p>
<p>Non esigo niente dalla gente. Ma presuppongo che vengono nelle mie riunioni perchè vogliono sentire la verità assoluta, riconoscere chi sono. Perciò consiglio l’autoindagine. Tra l’altro la parola autoindagine secondo me è più adatta che autoricerca, perché la ricerca secondo la nostra comprensione è legata con attività.</p>
<p>Autoindagine significa due cose: per prima cosa tratta del Sé. Il Sé ha sempre a che fare con me stesso. Il Sé viene definito dalla scienza moderna come concetto per descrivere quello che è la nostra coscienza, la consapevolezza conscia. Gli scienziati, i neurologi e psicologi non sanno con certezza, se si tratta di una coscienza personale o se, in realtà esiste una coscienza assoluta, la quale viene percepita solo tramite l’identificazione del corpo e della mente come coscienza individuale. L’Advaita si riferisce al Sé già da millenni di anni.</p>
<p>In secondo luogo, l’autoindagine ha a che fare con la ricerca della sorgente dell’Essere. L’orientamento su questo non lo vedo come ricerca con la mente, ma più come un risveglio permanente dal nostro sogno quotidiano, il sogno di una realtà apparente: arrivare Qui e raggiungere la verità assoluta. Essere qui. La verità assoluta per me è qualcosa di molto naturale. Nella terminologia dell’Advaita chiamiamo questo Sahaja Samadhi, Essere naturale. E siccome so che ciascuno è Questo, è possibile per ognuno conoscerlo.<span id="more-959"></span></p>
<p><strong>Nelle antiche tradizioni di saggezza spesso mettevano condizioni per aprirsi ad una via o per praticare una via di saggezza particolare. Come funziona l’autoindagine? La possono fare tutti? Sono necessarie particolari condizioni fisiche, mentali o morali?</strong></p>
<p>Non è compito mio dire alla gente: “Dovete fare questo o quello e soltanto allora potrete riconoscere chi siete”. Non vorrei appesantire nessuno con condizioni morali o etiche. Ciascuno di noi ha già in base alla sua educazione e cultura certi concetti etici e vive conforme a questi o li contravviene. Qui però non si tratta di morale, ma di riuscire a capire, chi “è” realmente presente. Per questo non c’è bisogno di particolari presupposti.</p>
<p>È sufficiente il desiderio ardente di libertà. Se la libertà esiste veramente, deve essere qui e adesso. Se la verità esiste, deve essere qui e adesso. È dimostrato dalla storia che sia uomini non etici, che quelli che erano considerati moralmente superiori, si sono risvegliati, completamente indipendente dalla loro vita precedente.</p>
<p>Se il risveglio li ha resi uomini “migliori” – bene, però questo non è essenziale. Si tratta della conoscenza di se stessi. E questo è possibile, indipendentemente di ogni condizione.</p>
<p><strong>Evidentemente alla maggior parte degli uomini risulta difficile risvegliarsi spontaneamente. Ci sono degli ostacoli. Lei a cosa riconduce che la sola informazione non basta per il risveglio? E secondo Lei cos’è necessario per superare questi ostacoli?</strong></p>
<p>L’ostacolo è l’identificazione con il corpo e la mente. Nel caso di un neonato questa identificazione ancora non c’è. Si potrebbe dire che ci viene insegnata. E più tardi questo insegnamento diventa realtà e gli uomini pensano di essere questa persona, che in realtà non è nient’altro che un collegamento complesso di pensieri e sentimenti.</p>
<p>È utile l’autoindagine con la semplice domanda “Chi sono io?” Erroneamente si pensa che l’autoindagine sia un esercizio per arrivare ad un certo stato o che sia la meta del risveglio. In realtà però è così, che l’autoindagine serve a smascherare gli ostacoli che ci fanno pensare, che non siamo liberi. Inoltre è molto utile il contatto con un risvegliato.</p>
<p><strong>Come si distingue allora la percezione di un risvegliato da una persona normale? Percepisce il mondo che lo circonda in modo diverso?</strong></p>
<p>La differenza è nell’identificazione accennata. Il risvegliato è il Sé. Invece la persona normale si identifica completamente con la sua percezione di corpo e mente, con le sue emozioni e il suo umore. Si potrebbe addirittura dire che è dipendente dai suoi succhi corporei, prigioniera delle reazioni biochimiche del suo cervello. Anche questa persona sorge dal Cuore, però è identificata con il pensiero dell’Io. Invece il risvegliato ha realizzato senza dubbi che è Questo, l’eterno, dove tutto ha luogo. Però, non è che vada per le strade e che mi dica sempre “Sono l’eterno, nel quale tutto succede”, ma l’essere qui è del tutto naturale.<br />
Non c’è una separazione fra l’eterno e le manifestazioni della persona comune.</p>
<p>Come sappiamo, ognuno di noi vede il mondo in modo soggettivo e ciò nonostante partiamo da una realtà fissa, esistente e oggettiva. Anch’io percepisco il mondo con le sue bellezze e le sue sofferenze. Ma la coscienza dell’esistenza propria, del Sé, il quale non è influenzabile, è semplicemente più forte. La verità è di una grande chiarezza e naturalezza.</p>
<p><strong>Il risveglio è un processo o un momento? Può descrivere il prima e il dopo della Sua esperienza?</strong></p>
<p>Finché Lei pensa di essere in un processo, sembra come se fosse parte di questo processo. Tra illusione e verità, tra vita quotidiana e realtà, sonno profondo, sogno, stato di veglia, chi lo percepisce? Nel momento in cui Lei si è risvegliato, si rende conto che è sempre stato sveglio, che non è mai stato altro che questa presenza e che aveva solo orientato la Sua attenzione ad apparenze. Vorrei compararlo con la nostra percezione del sole. Come sappiamo, il sole splende sempre. In caso di una giornata nuvolosa però diciamo: “Il sole non c’è”. Peró il sole c’è sempre. Solo che tra noi e il sole si sono messe delle nuvole.</p>
<p>Quando le nuvole scompaiono, si dice: “Il sole splende”. Così diciamo anche al mattino: “Il sole sorge”. Ma in realtà la sera noi ci giriamo dall’altra parte e al mattino ci rivolgiamo di nuovo verso di esso. Anche quello che viene definito risveglio è sempre stato. In realtà non esiste un risveglio. Se esistesse un risveglio, significherebbe che prima non eravamo risvegliati. In realtà la libertà è sempre qui. Lei si rende conto che nella Sua vita è stato sveglio in molti momenti, però che non ha riconosciuto senza dubbio cos’è la realtà. Nessuno Le ha assicurato: la verità è adesso! Il vero Sé è adesso! Se si risveglia, allora riconoscerà che è sempre stato sveglio. Non esiste nient’altro.</p>
<p><strong>Come ha vissuto questo momento del risveglio? Come una conseguenza dei Suoi sforzi? Oppure a cosa ha collegato il fatto che ad un certo momento si è risvegliato?</strong></p>
<p>Io lo riconduco alla grazia. Gli sforzi sono solo apparenti. Per la persona questi sforzi magari sono stati necessari, ma non per Questo che sono io. Quello che sono non ha bisogno di nessun sforzo. Attraverso la grazia ho seguito il desiderio di libertà, ho seguito la chiamata del mio Maestro. Perché quando ho sentito il suo messaggio per la prima volta, è stato riportata da uno yoghi che parlava negativamente di Papaji, che dava un cattivo giudizio di questo Maestro a me ancora sconosciuto. Non mi sono lasciato influenzare da questa opinione, ma dal messaggio di libertà di Papaji: “Sei già libero, non devi fare niente, non devi meditare, nessun Sadhana , nessun esercizio spirituale è necessario”. Fu come un fulmine. Chiarissimo. Potevo solo dire: “Sì, sì, sì!” Perchè?</p>
<p>Anche io come molti altri, mi ero sforzato, come yoghi mi alzavo presto ogni mattina e facevo i miei esercizi, meditavo, per anni, decenni. Ho riconosciuto che tutto questo mi ha portato delle esperienze meravigliose, alle quali aspirano gli uomini spiritualmente interessati, come illuminazione, esplosioni energetiche, stati trascendentali, esperienze di morte, percezioni extracorporee, quindi varie realtà della coscienza, ecc. Però non mi era stato possibile la cognizione vera e propria di sapere chi sono. Ero stanco di esercitare, di tutta questa pratica, di questa ricerca nella cristianità, nello sciamanismo, nel buddhismo, nel tantra, nella filosofia.</p>
<p>Volevo la libertà. E se veramente Lei aspira alla libertà e sente questo messaggio di libertà, allora è un riconoscere immediato. Di conseguenza ho voluto incontrare subito questo guru. Ho preso il primo treno e ho viaggiato per 42 ore attraverso tutta l’India. Arrivato a Lucknow, mi sono reso conto che non sapevo neanche dove abitasse. Conoscevo solo il suo nome, Papaji, che non era il suo nome di famiglia, ma il titolo di onore “Padre venerando”. Ciò nonostante lo trovai in breve tempo, e al nostro primo incontro cadde da me un grande peso, tutto il passato, tutto quello che avevo imparato, tutta l’esperienza spirituale. Non l’ho considerato subito come il mio Maestro, questo diventò così poco a poco, nel praticare quello che mi consigliava, così tutto avvenne come doveva.</p>
<p><strong>Non si potrebbe dire che i Suoi sforzi anteriori sono stati proficui per il Suo risveglio, così come lo descrivono i metodi yoga tradizionali? Nella sua breve biografia ho potuto leggere che ha avuto delle esperienze Kundalini, e tradizionalmente l’illuminazione è vista come punto d’arrivo di queste esperienze.</strong></p>
<p>Nel percorso Yoga Samadhi è la meta. Esperimentare Samadhi è molto raro e meraviglioso, però si tratta ancora di stati. Ci sono dei yoghi potenti che sanno controllare il loro corpo e la loro mente, però non hanno necessariamente riconosciuto chi sono. Sembra come se gli sforzi o le cosiddette vie spirituali avessero portato al risveglio. Però in realtà è grazia e la presenza del Maestro. È ovvio che la via spirituale per molti è solo un rinvio che li ostacola nel riconoscere quello che è già qui! Le persone si sforzano, ma così la verità viene solo rinviata.</p>
<p>La verità è già qui. Perchè dobbiamo fare esercizi per questo? Perchè? Perchè pensiamo che ci sia un’impurezza nel corpo o nella mente, che questa o quella relazione debba essere ancora chiarita, che questo o quello dell’infanzia o del rapporto genitori-figli debba essere aggiustato, ecc? Fatto è: il Sé non è mai stato toccato da relazioni o esperienze. Il Sé è assolutamente intatto, assolutamente puro. Sempre qui, sempre adesso.</p>
<p><strong>Ci può essere ancora uno sviluppo per la persona quando ha riconosciuto Questo?</strong></p>
<p>Per la persona potrà esserci uno sviluppo, per il Sé no.</p>
<p><strong>Che cosa vuole dire per Lei sviluppo?</strong></p>
<p>Io penso a due saggi che hanno vissuto molto vicino, Sri Ramana Maharshi e Sri Aurobindo. Avevano realizzazioni simili, ma nella loro dottrina, se nel caso di Ramana si può parlare di una dottrina, Ramana ha vissuto il Sé come statico, mentre Aurobindo dopo il Nirvana ha riconosciuto ulteriori livelli di sviluppo della coscienza.</p>
<p>Sri Aurobindo pensa che il divino venga dall’alto, scenda verso livelli di coscienza inferiori e risalga poi di nuovo. Presuppone quindi un processo. La mia cognizione non è così, perché la verità assoluta non conosce questo processo, solo corpo e mente conoscono processi. Sarà servito a Sri Aurobindo e ai suoi praticare questo. È verità assoluta? Verità è che il divino è già qui e non viene da fuori, ma è in ognuno di noi.</p>
<p><strong>La via spirituale viene spesso paragonata con un affinamento della personalità. Avviene un cambiamento nella psiche, nella mente, quando uno si è risvegliato? </strong></p>
<p>Non si può generalizzare. Ci sono delle forme diverse: persone che dopo il loro risveglio si sono ritirate totalmente. Altri hanno trascurato il loro corpo e vissuto come selvaggi. Ramana Maharshi invece si è messo a disposizione 24 ore al giorno per le persone che venivano da lui e ha condotto una vita molto pura. Secondo la mia esperienza, se qualcosa si deve raffinare o cambiare, succede da solo. Specialmente se è ancorato nell’autoindagine.</p>
<p>Il mio Maestro mi diceva: “You don’t need to change anything” (Non devi cambiare niente). Lo sforzo di essere una persona migliore è sicuramente nobile, ma purtroppo non garantisce il risveglio. Esiste un detto di Buddha: “Per riposare nel Sé è più benefico il tempo che una formica richiede per camminare dalla punta alla radice del naso che tre vite piene di buone azioni.” Quindi anche il fondatore del buddismo, per il quale comprensione e buone azioni sono fondamentali, dichiara che il soffermarsi nel Sé è la cosa più importante.</p>
<p><strong>Qual è la sua motivazione per comunicare? Lei comunica attraverso le Sue riunioni o Satsang che hanno una struttura precisa; vorrei quasi dire che sono un rito. Perché proprio in questo modo? Ha preso questo dal suo Maestro? Le sembra efficace?</strong></p>
<p>È efficace! La grande gratitudine che molti mi esprimono per ciò che gli succede, dimostra senza ombra di dubbio: gli incontri sono benefici. Io non ho motivazione. Tutto succede semplicemente. Avvolte dico scherzando: “Io sono uno schiavo del mio Maestro”. Forse posso spiegarlo con il concetto d’onore delle antiche tradizioni di indiani e germani: se una persona ti ha salvato la vita, gli eri obbligato per tutta la vita. Originariamente non avevo il desiderio di vivere ed agire come lo sto facendo adesso.</p>
<p>Quando andai da Sri Poonjaji, avevo solo il desiderio concreto di essere libero. Tutto il resto è capitato da solo. Dopo due anni, Papaji mi ha predetto in un Satsang che molte persone, “tutto il mondo” come diceva lui, sarebbero venute da me. Se ci penso, devo dire che all’epoca mi sembrava irreale – e neanche attraente. Cos’è successo alcuni anni più tardi? Sono stato invitato a tenere Satsang da gente che si sentiva attratta da me, e ho accettato gli inviti. Così si sono sviluppate sempre di più queste tournée annuali di incontri, e migliaia di persone condividono queste riunioni con me. E mi piace così com’è.</p>
<p>Per quanto riguarda la forma del Satsang non vedo nessun motivo di cambiarla. La forma non è così importante. Quello che si rivela nel Satsang, quello che succede, è l’essenziale: meraviglioso e indescrivibile. La forma invece è molto semplice: da una parte il silenzio e dall’altra il dialogo. Il dialogo serve a chiarire domande e dubbi. È bene se le persone chiariscono i loro dubbi. La chiarezza è meravigliosa. La chiarezza è la chiave per il paradiso. Perchè il silenzio è una componente importante delle riunioni? Solo nel silenzio la verità si può rivelare.</p>
<p>Inoltre esprimo all’inizio del Satsang, secondo una tradizione antichissima, il desiderio del Gayatri-mantra: che tutta l’umanità, che tutte le creature trovino la pace. Nonostante che da migliaia di anni vediamo che il mondo non è in pace, continuiamo a desiderarlo. Prima di tutto intono un OM. Questo mantra già mi rallegrava e affascinava quando 25 anni fa venni in India per la prima volta. Secondo la sapienza vedica in questo suono si manifesta l’intero universo.</p>
<p>Nell’attuale cultura giovanile questa lettera, il logo di questo mantra, è molto popolare. Anche il mio Maestro ha cantato l’OM e ha parlato del suo grande effetto. Questo mantra è un suono universale, che suona anche nella religione cristiana in forma di un amen e nel buddismo come aum, nell’islam come amin.</p>
<p>Per il resto la forma del satsang è abbastanza libera. Certe volte può essere molto divertente e abbastanza sciolta e avvolte invece l’atmosfera è più sacra. Si balla con musica leggera, si ride, si piange, dipende. Però: un buon vino gusta meglio bevuto da un bicchiere di cristallo che da un bicchiere di plastica. Anche se la forma non è prioritaria, viene percepita superficialmente per prima. In realtà si tratta di qualcos’altro, cioè della conoscenza di sé stessi in chiarezza e amore.</p>
<p><strong>Lavora consapevolmente con una forma di energia che trasmette alle persone? Lei guarda a lungo negli occhi. Ci sono molti momenti di silenzio. Esiste un impulso consapevole in direzione delle persone per aiutarle? Riconosce se qualcuno si risveglia? Succede consapevolmente qualcosa in Lei?</strong></p>
<p>Noi tutti siamo energie. Se sa questo, non c’è più bisogno di lavoro. Aiuto e grazia scorrono senza interruzione. Non c’è l’illusione che sono io quello che aiuta. Impulsi e riflessioni sono possibili e utili per riconoscere a che “punto” si trova la persona che è davanti a me. Però sono utili per venire incontro individualmente alla persona. In realtà tutto succede da sé. Il silenzio è il mezzo migliore. In questo silenzio tutto succede da sé. Questo amore è senza forma e pure così tangibile.</p>
<p>Il sito di Madhukar è <a href="http://www.madhukar.org/" target="_blank">www.madhukar.org</a></p>
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		<title>Il Rebirthing come percorso di crescita</title>
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		<pubDate>Wed, 07 May 2008 22:19:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanna Visini</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal">Nel corso della sua storia il Rebirthing e la respirazione che ne costituisce la tecnica fondamentale, sono stati associati soprattutto alla possibilità di rivivere la propria nascita o al raggiungimento di stati ampliati di coscienza. Questi ultimi potevano riferirsi, senza precise distinzioni, sia alle dimensioni “prepersonali” dell’inconscio collettivo, cioè ai contenuti attinenti alla storia psichica dell’umanità, sia all’inconscio superiore, più propriamente transpersonale o spirituale.</p>
<p class="MsoNormal">Nessuna delle due visioni permette di comprendere in modo adeguato la complessità, la profondità e l’efficacia terapeutica di quel viaggio di integrazione della personalità e di autoconoscenza che il Rebirthing Transpersonale permette di intraprendere.</p>
<p class="MsoNormal">Propongo quindi di utilizzare, come referente teorico, la metafora del “percorso di crescita” che permette di includere in una visione dinamica ed evolutiva le molteplici esperienze che emergono nelle sedute. Il cammino, il <em>percorso</em>, parte dal luogo e dal momento in cui la persona si trova e si inoltra per territori non prestabiliti che si rivelano nel corso delle sedute, secondo tempi e modi spontanei e adeguati alle esigenze di chi si rivolge a questo metodo. Il termine<em> crescita</em> si riferisce al potenziale evolutivo di ciascuno di noi, alle intrinseche capacità e risorse che ogni essere umano ha in se stesso e che tendono sempre a un’espressione più completa, creativa, autonoma delle proprie potenzialità, di chi si è veramente, aldilà dei condizionamenti e delle risposte difensive ai vari eventi e sofferenze della vita.</p>
<p class="MsoNormal">Si tratta, dunque, di un contesto interpretativo molto flessibile e che si adatta facilmente sia ai bisogni di chi è alla ricerca di soluzione e sollievo per i propri disturbi psicosomatici ed esistenziali, sia ai vissuti che emergono nelle sedute e che possono provenire da diverse “aree” dell’organismo bio-psico-spirituale, senza la rigidità di voler imbrigliare le esperienze perché si adattino a uno schema precostituito.</p>
<p class="MsoNormal">Il percorso di crescita è un cammino di trasformazione, un viaggio che ci porta in contatto con il nucleo più profondo di noi stessi. Il tema del viaggio è un archetipo che accompagna da sempre l’umanità, da Ulisse a Dante, dalla ricerca del Graal al viaggio sciamanico e iniziatico di morte e rinascita, dal simbolismo alchemico alle fiabe e alla letteratura. Durante qualsiasi viaggio una mappa è necessaria per orientarsi. Sappiamo che le mappe non sono il territorio, per questo devono essere flessibili, devono essere spesso ridefinite, aggiornate, ridisegnate, man mano che il territorio reale si rivela e si dispiega davanti ai nostri occhi. Man mano che diventiamo più capaci di percorrerlo e di decifrarlo.<span id="more-914"></span></p>
<p class="MsoNormal">Nell’utilizzare questo schema di riferimento (il percorso, il viaggio, il cammino) possiamo avvalerci di validi modelli di evoluzione della coscienza che ci consentono di precisare meglio i contorni di quello che incontriamo e d’inquadrare (e quindi integrare) le esperienze molteplici che si schiudono quando la respirazione, praticata nel Rebirthing, apre l’accesso alle varie dimensioni della coscienza. Mi riferisco in particolare ai modelli (simili) elaborati da Ken Wilber e dalla Psicosintesi di Roberto Assagioli.</p>
<p class="MsoNormal">K. Wilber parla di uno sviluppo dalla dimensione prepersonale (che include in gran parte l’inconscio collettivo archetipico studiato da C.G. Jung), alla dimensione personale e al transpersonale. R. Assagioli, suddivide il suo modello della psiche (l’ovoide assagioliano; vedi sotto la figura) in inconscio inferiore, inconscio medio e inconscio superiore con l’inconscio collettivo (inteso come la psiche di massa, in un senso che lo differenzia parzialmente da Jung) che circonda l’ovoide con cui è in continua osmosi.</p>
<p class="MsoNormal">Inoltre, quest’approccio considera fondamentale dare attenzione ai temi psicodinamici e alla realizzazione di una psicosintesi personale intorno al centro dell’Io, pur mantenendo costantemente la visione dell’essere umano come un Sé spirituale (la sorgente dell’Io). Questa visione è la bussola che guida, come la stella cometa dei Magi, verso il dischiudersi della dimensione superconscia e verso una psicosintesi transpersonale. Anche Wilber insiste nel vedere il livello dell’io e il senso di identità e di consapevolezza individuale come tappe essenziali dell’evoluzione della coscienza: dalla unione Io/Universo inconscia e prepersonale, all’identità personale separata, all’unione conscia Io/Universo transpersonale.</p>
<p class="MsoNormal"><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2008/05/rebirthing-ovoide.jpg"><img class="size-full wp-image-915" style="vertical-align: middle;" title="rebirthing-ovoide" src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2008/05/rebirthing-ovoide.jpg" alt="rebirthing-ovoide" width="218" height="336" /></a></p>
<p class="MsoNormal">Da quanto precede e ai nostri fini, ci interessa sottolineare due aspetti importanti che costituiscono una guida imprescindibile per orientarci sul nostro percorso: il primo è la distinzione tra inconscio inferiore o prepersonale e inconscio superiore o transpersonale.</p>
<p class="MsoNormal">Nell’inconscio inferiore, seguendo Assagioli, troviamo: la coordinazione delle funzioni fisiologiche, tendenze e impulsi primitivi, molti complessi psichici a forte tonalità emotiva che sono resti del passato prossimo o remoto, individuale, ereditario e atavico, manifestazioni morbose come fobie, pensieri ossessivi, ecc. e anche facoltà parapsicologiche spontanee e non dominate.</p>
<p class="MsoNormal">Nella dimensione transpersonale, che, come dice Wilber, si riferisce al futuro evolutivo dell’essere umano e non al suo passato, risiedono, allo stato latente o potenziale, le energie superiori dello Spirito e i poteri supernormali di tipo elevato. Da esso provengono anche le intuizioni e le ispirazioni superiori, gli imperativi etici, gli slanci altruistici.<span> </span></p>
<p class="MsoNormal">L’altro aspetto che ci interessa si riferisce all’importanza che è necessario attribuire alla risoluzione delle problematiche che attengono alla sfera personale, al superamento degli aspetti conflittuali e al raggiungimento di una soddisfacente integrazione dei vari aspetti della personalità e di una sufficiente autonomia psicologica, anche in presenza di un’apertura verso la sfera transpersonale.</p>
<p class="MsoNormal">Questo ben si integra con la visione wilberiana (non presente in modo esplicito e dettagliato<span> </span>nella Psicosintesi) che distingue i <em>livelli</em> o <em>stadi</em> di evoluzione della coscienza dagli <em>stati</em> di coscienza, e in particolare dagli stati ampliati, in cui si entra in contatto con dimensioni non personali, sia prepersonali sia transpersonali, questi ultimi spesso chiamati “esperienze delle vette” (<em>peak experiences</em>).</p>
<p class="MsoNormal">Dice Wilber:</p>
<blockquote>
<p class="MsoNormal">Ci sono differenti <em>stati di coscienza</em>. Stati ordinari, stati alterati, stati meditativi, stati ipnotici, stati di sogno, stati sciamanici, stati senza forma, stati non duali, stati ipnagogici, stati prodotti dalla sincronizzazione delle onde cerebrali, esperienze di vetta, stati di flusso (<em>flow states</em>), stati risvegliati. (…)<span> </span>Differenti stati di coscienza dischiudono mondi del tutto differenti, e l’esplorazione di questi mondi differenti è cominciata. Poiché la maggior parte degli stati di coscienza e delle esperienze di vetta sono variazioni dei tre o quattro stati naturali di veglia, sogno, sonno profondo senza sogni e unità, essi sono stati spesso raggruppati in quelle quattro categorie generali e chiamati: <em>stati grossolani</em> (veglia), <em>sottili </em>(sogno), <em>causali </em>(senza forma) e <em>non duali </em>(unità).</p>
</blockquote>
<blockquote>
<p class="MsoNormal">Oltre agli <em>stati</em> di coscienza, ci sono gli <em>stadi</em> di coscienza. Qual è la differenza? Gli <em>stati</em> sono temporanei, gli <em>stadi </em>sono permanenti. … Gli stadi (o livelli) sono il modo in cui l’evoluzione catapulta tutti i fenomeni fuori dal caos verso sfere di sempre maggior organizzazione e inclusione. Un esempio semplice e chiaro: dagli atomi alle molecole alle cellule agli organismi. Ognuno di essi è uno stadio, e ogni stadio trascende e include gli stadi precedenti, così che l’evoluzione si presenta come una serie di sfere “annidate”, incluse, una nell’altra, o <em>oloni</em> – un tutto che è parte di un tutto più grande, e questo, a quanto pare, all’infinito. Quindi l’evoluzione presenta una sua intrinseca direzionalità, dagli atomi alle molecole alle cellule: non troverete mai molecole che emergono prima degli atomi, o cellule prima delle molecole. Non si conoscono eccezioni in nessuna parte dell’universo, quindi “stadi”, “evoluzione” e “crescita” sono di fatto sinonimi. (Tratto dall’Introduzione a “<a href="http://www.rebirthing-milano.it/translucent.htm" target="_blank">The Translucent Revolution</a>” da me tradotta).</p>
</blockquote>
<blockquote>
<p class="MsoNormal">Qual è l’esatta natura di questi livelli nella psiche umana? Essi sono fondamentalmente, <em>livelli di coscienza</em>, che sembrano estendersi lungo l’intero spettro della coscienza stessa, dal subconscio, al conscio al superconscio.<span style="font-size: 10pt; color: red;"> </span>Questo spettro globale della coscienza è ben conosciuto dalle più importanti tradizioni di saggezza del mondo, dove una versione di esso appare come la Grande Catena dell’Essere che, viene affermato, spazia dalla materia al corpo alla mente all’anima e allo spirito. Grande Catena è, forse, una definizione non del tutto appropriata. Non si tratta, infatti, di una catena lineare, ma di una serie di sfere racchiuse una nell’altra: viene detto che lo spirito trascende ma include l’anima, che trascende ma include la mente, che trascende ma include il corpo, che trascende ma include la materia. In accordo con questa visione, è più accurato utilizzare la definizione “Grande Campo dell’Essere.</p>
<p class="MsoNormal"><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2008/05/rebirthing-essere.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-916" title="rebirthing-essere" src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2008/05/rebirthing-essere.jpg" alt="rebirthing-essere" width="390" height="288" /></a></p>
</blockquote>
<blockquote>
<p class="MsoNormal">Io utilizzo spesso nove o dieci <em>livelli di base</em> o onde della coscienza (che sono variazioni di materia, corpo, mente, anima e spirito), poiché le prove suggeriscono che queste onde di base sono ampiamente universali o generalmente simili nelle loro caratteristiche profonde dovunque esse appaiano (per esempio, la mente umana, in qualsiasi luogo appaia, ha la capacità di formare immagini, simboli e concetti. I contenuti di queste immagini e simboli variano da cultura a cultura, ma la capacità in quanto tale è universale. …. Si assume che i processi psicologici di base siano comuni alla specie, caratteristiche umane condivise, ma che la cultura introduca delle variazioni in queste similarità basiche sottostanti). <span> </span>(Tratto dalla mia traduzione di un testo di K.Wilber: “<a href="http://www.rebirthing-milano.it/betkenwilber13.htm" target="_blank">Lineamenti di una Psicologia Integrale</a>&#8220;.)</p>
</blockquote>
<p class="MsoNormal">Le problematiche di tipo psicosomatico e psicodinamico, le tematiche legate al trauma della nascita e i contenuti relativi all’inconscio collettivo attengono essenzialmente ai livelli che Wilber chiama materia, corpo/vita e mente. Le aspirazioni transpersonali attengono naturalmente ai due livelli di anima e Spirito. Ricordiamo che, nell’approccio integrale, la dimensione spirituale non è soltanto un livello più elevato o più profondo da raggiungere, ma anche il fondamento e il presupposto sempre presente dell’intera evoluzione e della coscienza. Nella Psicosintesi, il Sé è la sorgente dell’Io ed è l’autore del progetto esistenziale.</p>
<p class="MsoNormal">Se pur non in modo lineare, anzi spesso con un movimento a spirale, nel Rebirthing si dipana un cammino che ha come prima tappa quella di una necessaria riorganizzazione, integrazione o superamento di sensazioni, emozioni, impulsi, desideri, complessi, subpersonalità, schemi mentali obsoleti e preconcetti su se stessi e sul mondo, condizionamenti subiti e interiorizzati che tiranneggiano la coerente espressione della personalità e delle proprie potenzialità. La progressiva disidentificazione da questi contenuti psichici consente l’autoidentificazione con quel centro dotato di volontà e consapevolezza che è l’Io.</p>
<p class="MsoNormal">Diventa, allora, possibile scoprire un nuovo senso di identità e dare un nuovo e più profondo significato alla nostra esistenza. Pur accettando i nostri limiti, riconosciamo anche che abbiamo la possibilità di scegliere. Emerge una maggiore assunzione di responsabilità che ci aiuta a diventare “soggetti” della nostra vita, o come dice la Psicosintesi a “co-creare” la nostra vita e non più sentirci come esseri passivi, spettatori impotenti o addirittura vittime, che credono di essere completamente in balia dei vissuti interiori e delle condizioni esteriori.</p>
<p class="MsoNormal">Nel Rebirthing Transpersonale intraprendiamo un cammino attraverso la “selva oscura” della confusione, dell’ansia, del panico, dell’incapacità di fare scelte, dell’insicurezza, del sentirsi inadeguati, della vergogna, del senso di colpa, ecc.. Queste sensazioni, emozioni, pensieri li percepiamo meglio, li circoscriviamo, ne delineiamo la storia. Quello che prima sembrava sopraffarmi, adesso posso osservarlo da una certa distanza. Cominciamo a percepire il centro della coscienza, l’Io, e, approfondendo il processo, la luminosa sorgente transpersonale, il Sé. <span style="color: navy;">L</span>a psicosintetista A. M. Finotti in un brano (disponibile sul mio sito) intitolato “La Metafora della Via” parla di una progressiva trasformazione che avviene in noi, sul cammino di crescita, da vagabondi confusi e trascinati dagli eventi, in viandanti sul cammino, in pellegrini verso una meta e poi, quando si apre il cuore, in servitori della vita e degli altri esseri.</p>
<p class="MsoNormal">La disidentificazione, pietra miliare della Psicosintesi, con la respirazione avviene in modo semplice e naturale: sono l’io che respira e allo stesso tempo sento l’emozione salire, il vissuto emergere: sono, ad esempio, quel bambino o quella bambina non visti, non abbastanza amati, non riconosciuti, sono quel ragazzo o quella ragazza impauriti che si consideravano brutti e inadeguati, sono quell’adulto che ha vissuto una perdita, che non ha superato separazione e lutto, fallimento e delusione.</p>
<p class="MsoNormal">Le situazioni emotive non integrate rimangono nel nostro inconscio e ci influenzano, anche se non ne abbiamo il ricordo o le abbiamo razionalizzate. Quel bambino o quella bambina sono ancora con noi, con le loro paure, con la loro fame d’amore, con le loro richieste insoddisfatte. Diventano delle vere “subpersonalità”. E nelle sedute di Rebirthing, non importa l’età della persona, emerge spesso insieme al pianto quell’invocazione sconsolata che abbiamo serbato dentro di noi per anni: “Mamma, dove sei?” Oppure, in un insight folgorante, ci appare chiaro quello schema di comportamento che ci ha condizionato da sempre. Vederlo significa iniziare a disidentificarci e quindi a non esserne più condizionati. Comincia a sciogliersi la rigidità di un comportamento stereotipato, non adatto, inefficace, diventiamo più flessibili e possiamo cambiare la nostra visione della realtà.</p>
<p class="MsoNormal">Quel modello di comportamento poteva, per esempio, rispondere a un certo tipo di messaggio ricevuto dai genitori in modo esplicito o non verbale che l’Analisi Transazionale (AT) ha schematizzato nei cinque “messaggi spinta”: sii perfetto, sii forte, sforzati, sbrigati, compiaci. A questi potremmo aggiungere quelle che l’AT<span> </span>chiama “ingiunzioni”: non crescere, non riuscire, non essere te stesso, non sentire, non pensare, non riuscire, non essere un bambino, ecc. Il bambino o la bambina interiorizzano questi messaggi e cercano di adeguarsi, di rispondere e corrispondere con gli strumenti esigui a loro disposizione. Sanno intuitivamente che solo così saranno accettati, amati e potranno… sopravvivere.</p>
<p class="MsoNormal">In una seduta un uomo rivive la scena: la madre è malata, è malata da tanto tempo, lui è lì, bambino, vicino a lei, la guarda, lei non lo guarda, concentrata su se stessa. Si sente solo, piange nella seduta. E dà voce a quella che era la sua emozione di allora, la esplicita, la rende intellegibile : “Mamma, voglio che stai bene, che tu sia felice. Sarò forte, me la caverò da solo, sarò bravo, sarai contenta di me.” Ora è chiaro cosa c’è alla base di quel suo modo di sentire la vita come un’immane fatica. Sempre troppo responsabile, aveva negato le sue esigenze e i suoi bisogni, si era sempre fatto carico di tutto e di tutti. Portava il mondo intero sulle su spalle. Il risultato è la tensione permanente, l’insonnia e l’ansia che lo sveglia nel cuore della notte come una mano che gli stringe il collo e non lo fa respirare, gli occhi smarriti nel buio.</p>
<p class="MsoNormal">La potenza della respirazione (riconosciuta dai tempi più antichi in tutte le tradizioni orientali e occidentali) è tale che riattiva quelle aree del nostro corpo-mente che ci “trasportano” letteralmente in quelle situazioni, così che possiamo finalmente integrare quei vissuti e pacificare il nostro passato. Non c’è solo una comprensione razionale, ma uno scioglimento di quel nodo intricato fatto di tensioni fisiche, emozioni, pensieri, idee, alla luce di una consapevolezza che può integrare il passato e, finalmente, chiudere le porte che vanno chiuse.</p>
<p class="MsoNormal">E’ stato detto che<span> </span>il Rebirthing è una forma di “meditazione” adatta agli Occidentali. In effetti, porta rapidamente a risultati che certamente si avvicinano a quelli della meditazione prolungata, proprio perché accelera la presa di distanza dai contenuti interiori, sempre cangianti e spesso caotici, e ci fa sperimentare quel centro di “pura consapevolezza” che è anche la meta della Psicosintesi. Progressivamente si consolida la dimensione transpersonale del “testimone”.</p>
<p class="MsoNormal">In quello stato le dimensioni si ampliano, non più impauriti e contratti, non più barricati dietro le strutture difensive che abbiamo eretto e che ci fanno rifiutare ciò che accade, diventa allora possibile per noi l’apertura alla dimensione trascendente, poiché diventiamo capaci di collaborare con la vita. Superiamo i confini fittizi che abbiamo creato e ci hanno relegato in un luogo così angusto che non possiamo più respirare. Tutto può essere, allora, un’occasione di crescita e di conoscenza, non siamo più attaccati a ciò che ci dà sicurezza e che amiamo, non rifuggiamo più, come prima, ciò che temiamo e ci fa soffrire. Nella nostra accresciuta capacità di accettare ciò che è, ci sentiamo parte di un Tutto più vasto, la nostra volontà si allea a una Volontà più grande, la nostra musica ritrovata si accorda alla grande sinfonia dell’Universo.</p>
<p class="MsoNormal">E’ evidente che se una persona decide di avvicinarsi<span> </span>a questo metodo per risolvere malesseri e disagi fisici e psicologici, saranno necessari l’accoglienza e l’ascolto empatico che riconoscono, in prima istanza, lo stato di sofferenza della persona senza negarlo o minimizzarlo; segue l’accompagnamento e l’integrazione delle tensioni, resistenze e blocchi fisici, emotivi e mentali che emergono nelle sedute. Successivamente, proprio a partire dallo stato di pace interiore, gioia, ottimismo e<span> </span>benessere psicofisico che si può manifestare fin dalla prima seduta, si potrà riflettere insieme sul significato dei due stati differenti sperimentati, le onde tumultuose del funzionamento psicofisico e la calma incommensurabile della profondità dell’essere. <span> </span></p>
<p class="MsoNormal">Un aspetto importante da richiamare qui è quella caratteristica dell’inconscio studiata<span> </span>da S. Grof (lo psichiatra cecoslovacco che opera in America e che, dopo aver utilizzato per anni l’acido lisergico o LSD, ha creato il metodo, simile al Rebirthing, chiamato Respirazione Olotropica). Egli ha dimostrato che l’inconscio tende a conservare i ricordi dei nostri vissuti, antichi e recenti, assemblandoli in “pacchetti” che hanno lo stesso tipo di tonalità emotiva o lo stesso tema in comune. Grof usa il termine di sistemi COEX, cioè “sistemi di esperienze compresse”.</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">Questo significa che se, per esempio, noi abbiamo una serie di esperienze che hanno un tema o un tipo di emozione in comune, come sentirci umiliati, sentirci incapaci, senso di colpa, rabbia, ecc., queste tendono ad aggregarsi nell’inconscio con altre esperienze simili, stratificandosi (qualcosa di simile sia ai “complessi” junghiani che alle subpersonalità della Psicosintesi). Nelle sedute assistiamo spesso all’emersione dei vari elementi che compongono un sistema COEX e che appartengono a diverse epoche della vita. Nel corso del tempo si sono sempre più energizzati rafforzandosi. Districare il viluppo è fondamentale al fine di liberare la personalità dalla presa e dal controllo esercitato da questi meccanismi inconsci.</p>
<p class="MsoNormal">Grof ha anche dato un enorme contributo all’elaborazione di una cartografia della coscienza capace di inquadrare le molteplici esperienze che vengono vissute grazie al potere della respirazione e che possono provenire da molte zone differenti di questo continente infinito che è la psiche umana. Egli ha anche analizzato<span> </span>quell’evento fondamentale nella vita di ciascuno di noi, e troppo a lungo trascurato dalla psicologia, che è la nascita, descrivendo in modo dettagliato le quattro “matrici perinatali” che corrispondono alle quattro fasi principali del processo della nascita.</p>
<p class="MsoNormal">Nel Rebirthing si rivive spesso la propria nascita e questa rappresenta una delle esperienze più significative e efficaci dal punto di vista terapeutico che avvengono grazie alla respirazione sul percorso di crescita. Questo non significa, come a volte si sostiene, che tutti i vissuti che emergono nelle sedute debbano essere fatti risalire a una delle fasi della nascita, compresi quelli che hanno un carattere chiaramente transpersonale. La natura regressiva di questa concezione è stata anche sottoposta a un esame critico da Ken Wilber nel suo libro <em>The Eye of Spirit</em> e attiene a quella confusione tra prepersonale e transpersonale che può essere molto dannosa quando si opera in questo campo. (Ho sviluppato questo argomento nell’articolo pubblicato sul mio sito: “<a href="http://www.rebirthing-milano.it/traumanascita.htm">Il Rebirthing e il Trauma della Nascita</a>”).</p>
<p class="MsoNormal">Avviene anche, naturalmente, che emergano ricordi ed emozioni positive. A una signora è accaduto di rivivere, con una fortissima emozione, la scena di lei neonata in braccio alla mamma, ne sentiva il calore e l’odore, vedeva la stanza e come era illuminata dal sole che entrava dalla finestra aperta. Era una sensazione di grande felicità, bellissima e commovente (la madre è morta qualche anno fa). Ma come sono possibili queste straordinarie esperienze?</p>
<p class="MsoNormal">La neurologia e la neurofisiologia, a partire dal grande neurologo canadese W. Penfield (morto nel 1976), ha dimostrato che l’origine di queste esperienze è localizzata nei lobi temporali. Mediante una stimolazione elettrica (<em>stereotassi)</em> dei punti della corteccia corrispondenti, quando in occasioni di interventi chirurgici, essa veniva esposta in pazienti pienamente coscienti, egli riusciva a “evocare” all’istante quelle che ancora venivano definite “allucinazioni” di melodie, persone e scene che venivano esperite, vissute come se fossero assolutamente reali, in uno stato di doppia coscienza.</p>
<p class="MsoNormal">Penfield spiegava questa “doppia coscienza” come, da una parte, uno stato di coscienza quasi-parassitario (stato di sogno) e, dall’altra, resti di coscienza normale. Egli dimostrò che si tratta sempre ricordi reali, quanto mai precisi e vividi, accompagnati dalle stesse emozioni che avevano accompagnato le esperienze originarie. Egli ipotizzò che il cervello contenesse la registrazione quasi perfetta di tutte le esperienze della vita, che l’intero flusso di coscienza fosse conservato nel cervello e potesse essere sempre evocato.</p>
<p class="MsoNormal">Oltre a questo, al fine di spiegare fenomeni non immediatamente riconducibili al funzionamento cerebrale e fisiologico, dobbiamo tenere conto di un altro grande campo di ricerca e conoscenza cui, in questo contesto, posso solo accennare. Mi riferisco alle nostre concezioni sulla mente e sulla materia. Noi siamo ancora condizionati a pensare in termini newtoniani. Consideriamo, cioè, lo spazio come vuoto e distinto dagli oggetti che lo abitano, l’universo e gli esseri umani come meccanismi misurabili, gli atomi come mattoni che formano gli oggetti, i fenomeni determinati sempre e comunque dalla legge di causa ed effetto. Ma la fisica moderna ha rivoluzionato questo visione: non parla più di esistenza o non esistenza delle particelle subatomiche, ma di tendenza a esistere, non si parla di evento ma di tendenza all’evento. Non si parla di materia solida ma di onde di probabilità. Il modello dello scienza dell’osservatore esterno (il “fantasma nella macchina”), il soggetto, cioè, che osserva la realtà come se non ne facesse parte, ha lasciato il posto alla consapevolezza che l’osservatore è parte integrante di ciò che osserva e contribuisce a configurarlo.</p>
<p class="MsoNormal">Oggi il cosmo è percepito come un campo continuo di densità variabile e non come una serie di entità separate da spazi vuoti. Per la fisica moderna la materia è intercambiabile con l’energia, la teoria della relatività ha rivoluzionato i concetti di spazio e tempo. La coscienza diventa parte integrante del tessuto universale e non si limita alle attività che avvengono nella nostra testa. G. Bateson, il famoso biologo e antropologo inglese, diceva che la mente non è soltanto un attributo umano, ma una caratteristica della natura. Nella sua sintesi di varie discipline come la cibernetica, l’informazione, la teoria dei sistemi, la psicologia, l’antropologia e altre ancora, ha messo in evidenza che la mente e la natura formano un’unità indivisibile.</p>
<p class="MsoNormal">La visione integrale di K. Wilber, ci fa comprendere come la coscienza costituisca l’intrinseca interiorità di qualsiasi fenomeno e di come sia necessario considerare i vari livelli evolutivi della coscienza in forma intimamente connessa con l’evoluzione degli altri aspetti, l’evoluzione della materia, l’evoluzione biologica, culturale e socio-economica. Un suo fondamentale contributo è stato l’integrazione della comprensione orientale del Grande Campo dell’Essere con la conoscenza occidentale circa i processi evolutivi, sintetizzati nel suo modello dei Quattro Quadranti.</p>
<p class="MsoNormal"><span> </span>[Nella<span> </span>figura i livelli materia, vita, mente, anima, spirito sono inseriti sui quadranti che schematizzano l’evoluzione dei quattro aspetti fandamentali dell’Universo, coscienza individuale (io), coscienza plurale intersoggettiva (noi), realtà esterna individuale (ciò) e sociale (essi)].</p>
<p class="MsoNormal"><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2008/05/rebirthing-wilber.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-917" style="vertical-align: middle;" title="rebirthing-wilber" src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2008/05/rebirthing-wilber.jpg" alt="rebirthing-wilber" width="388" height="263" /></a></p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">In un Universo visto come un gigantesco campo universale, non ci sono confini reali, tutte le parti sono interdipendenti e tutto è in contatto con tutto. Anche noi esseri umani non siamo entità separate e statiche, ma processi in divenire immersi in un cosmo in movimento che tende evolutivamente verso una sempre maggiore integrazione e trascendenza.</p>
<p class="MsoNormal">Tutto l’Universo, come ci spiega K. Wilber, ha una direzionalità nel senso di una crescente complessità dove complessità è sinonimo di coscienza. Dalla materia, alla vita, alla mente, all’anima, allo Spirito, c’è un progressivo<span> </span>aumento di complessità e di coscienza.. Nell’essere umano questa direzionalità si esplicita nell’aspirazione al benessere psicofisico che è, a sua volta, espressione dell’aspirazione più profonda a sentirsi interiormente “unificati”, a sentirsi e essere finalmente se stessi. Diventare se stessi è la bussola che guida tutta la Psicologia Umanistico-Esistenziale.</p>
<p class="MsoNormal">Il Rebirthing Transpersonale (la Scuola e l’Associazione sono state fondate da F. Falzoni Gallerani) si inserisce nel grande filone della Psicologia Umanistico-Esistenziale. Esso integra, inoltre, molti contributi che vengono dalle tradizioni filosofiche e spirituali dell’Oriente e dell’Occidente e ha come principale riferimento teorico l’opera di Ken Wilber.</p>
<p class="MsoNormal">Un precursore della nuova visione dell’essere umano come tendente a realizzare potenzialità che andavano oltre l’Io e la consapevolezza di tipo egoigo-razionale (in senso wilberiano), è stato C. G. Jung la cui psicologia analitica ha uno dei suoi fondamenti nel “processo di individuazione”. C. Rogers, uno dei padri della Psicologia Umanistica, parla di “tendenza attualizzante” nell’essere umano, la Gestalt afferma che l’organismo umano funziona per crescere e autorealizzarsi, Wilber chiama questa spinta, Eros. Abraham Maslow nella sua gerarchia evolutiva dei bisogni insegna che dopo i bisogni fisiologici, di sicurezza e protezione, di appartenenza, di stima e prestigio, ci sono il bisogno di autorealizzazione, cioè la realizzazione della propria identità, di una<span> </span>personalità armonica, coerente e autonoma, e infine il bisogno di autrascendenza che apre verso la dimensione spirituale.</p>
<p class="MsoNormal">Spesso i sintomi, il malessere psicosomatico e il disagio interiore sono segnali che ci avvertono che qualcosa è profondamente disarmonico in noi, che forse stiamo trascurando un aspetto importante a cui non abbiamo finora potuto permettere di esprimersi, o forse non stiamo ascoltando la voce del nostro <em>daimon</em>, per usare l’espressione di J. Hillman, che ci sussurra che abbiamo dimenticato il nostro progetto esistenziale e che è necessario rimetterci in cammino, cercare la strada maestra, intraprendere un cambiamento importante nella nostra vita.</p>
<p class="MsoNormal">Una signora che soffriva di attacchi di panico era una professionista di successo che aveva dedicato tutto il suo impegno alla carriera professionale, avendo interiorizzato il tacito monito del padre a diventare come lui e non come la madre verso cui non manifestava una grande considerazione. Alla soglia dei quarant’anni gli attacchi di panico le stavano segnalando che c’era un problema. Da dove veniva quella paura, quel senso di smarrimento, quella vertigine? Cosa la faceva ansimare alla ricerca di aria con il cuore che sembrava volesse uscire dal petto?</p>
<p class="MsoNormal">Nel corso delle sedute emerge progressivamente la consapevolezza che nell’abbracciare e identificarsi in modo così totale al modello maschile e paterno di riuscita sociale si era allontanata da ciò che credeva che la madre rappresentasse, cioè passività, mancanza di ambizione, incapacità, poca intelligenza. Aveva, oltre tutto, esteso questo giudizio negativo alla femminilità in generale. Lei aveva negato il suo stesso essere donna e<span> </span>la possibilità di un’espressione più vera e genuina di se stessa.<span> </span>Una revisione, una conversione non era più rimandabile. Iniziò così il suo percorso di crescita che la portò a ritrovare anche la sua creatività artistica e, cosa per lei molto importante, a riavvicinarsi alla madre.</p>
<p class="MsoNormal">Una più genuina e autonoma espressione di se stessi è un risultato importante raggiunto sul percorso di crescita. A volte, in quel momento della vita di una persona,<span> </span>questo è sufficiente; a volte invece nel corso del viaggio si sono aperte possibilità di altro tipo. E’ sorta un’aspirazione che non si accontenta delle realizzazioni nella sfera personale. La domanda “Chi sono io?” vuole spingersi più avanti, più in alto.</p>
<p class="MsoNormal">Questo avviene anche perché, come abbiamo detto, in ogni momento è possibile nelle sedute avere esperienze che attengono alla sfera transpersonale e spirituale e queste attivano la spinta verso la trascendenza di cui abbiamo parlato. Si tratta<span> </span>di <em>stati</em> e non di <em>stadi</em>, perché non sono stabilizzati; solo la pratica prolungata di tecniche e metodi adatti e il continuo lavoro su di sé permette di consolidare in veri e propri livelli di coscienza l’emersione di queste dimensioni più profonde o più elevate. Esse esprimono il potenziale evolutivo che non è ancora diventato patrimonio dell’insieme dell’umanità, ma solo da un certo numero di individui (Wilber la chiama “l’avanguardia evolutiva”) che, nella nostra epoca, sembra stiano diventando, per nostra fortuna, sempre più numerosi. (Sul tema dei livelli di coscienza che sono ormai accessibili a tutti i bambini che nascono, e sui livelli che invece non sono ancora diventati “abitudini dell’Universo”, vedi sul mio sito varie traduzioni di scritti di K. Wilber, e i dialoghi con A. Cohen.)</p>
<p class="MsoNormal">Pur nella loro temporaneità, l’emersione di stati transpersonali di coscienza, in particolare lo stato del “testimone”, costituiscono una delle esperienze più profondamente trasformative e acceleratrici del processo di crescita. Innanzitutto confermano l’esistenza di sfere che trascendono l’Io e la storia personale, fanno sperimentare condizioni di pace, di gioia e di amore mai provate, aiutano a intravedere un significato diverso da dare alla nostra vita, meno superficiale e legato alla risoluzione delle contingenze quotidiane, permettono di percepire la nostra vicenda umana come strettamente connessa a Tutto più ampio che si manifesta come buono, vero e bello; contribuiscono a integrare gli opposti come se, guardando da una prospettiva più ampia, cogliessimo l’insieme del paesaggio e ci rendessimo conto che luce e ombra sono entrambe necessarie per l’armonica tessitura dell’Universo. In questi stati possono sorgere intuizioni che illuminano i problemi della nostra vita mostrandoci la soluzione o anche l’irrilevanza di quello che ci era sembrato un ostacolo insormontabile; possiamo ricaricarci di positività, senso dell’umorismo, ottimismo ed energia per affrontare la vita con più accettazione, comprensione e compassione.</p>
<p class="MsoNormal">Al fine di orientarci meglio sul nostro percorso di crescita oltre la sfera personale, è fondamentale introdurre qualche elemento in più circa quello che viene definito genericamente “transpersonale&#8221; e, nella Psicosintesi, Superconscio. Poiché anche questo è un territorio che ha bisogno di una mappa.</p>
<p class="MsoNormal">Ken Wilber ha identificato quattro principali <strong>stati</strong> di coscienza traspersonale e le esperienze che emergono con la respirazioni possono attenere all’uno o all’altro di essi: lo stato <em>psichico</em> è un tipo di <em>misticismo della natura</em>, in cui gli individui riferiscono un’esperienza fenomenologica di essere uno con l’intero mondo naturale e sensoriale; (per esempio, Thoreau, Whitman). E’ chiamato “psichico”, non perché vi accadano eventi paranormali – anche se esistono prove che questo succede – ma perché sembra che vi sia una comprensione accresciuta del fatto che ciò che appare come un mondo puramente fisico è di fatto un mondo psicofisico, dove le capacità consce, psichiche o noetiche fanno intrinsecamente parte del tessuto dell’universo, e questo spesso risulta in una concreta esperienza fenomenologica di unità con il mondo naturale.</p>
<p class="MsoNormal">Lo stato <em>sottile</em> è un tipo di <em>misticismo della divinità</em>,<em> </em>in cui le persone riferiscono l’esperienza di essere uno con la <em>fonte</em> o il <em>fondamento</em> divino del mondo naturale sensoriale (per esempio, S.ta Teresa d’Avila, Hildegarda di Bingen). Lo stato <em>causale </em>è un tipo di <em>misticismo senza forma,</em><strong> </strong>in cui emerge l’esperienza della cessazione, o immersione nella coscienza non manifesta e senza forma (per esempio, Meister Eckhart). Lo stato <em>non duale</em> è un tipo di <em>misticismo integrale</em> che è sperimentato come l’unione di manifesto e non manifesto, o l’unione di Forma e Vuoto (per esempio, Sri Ramana Maharshi).</p>
<p class="MsoNormal">Wilber ha mostrato che ogni grande <em>stato</em> di coscienza può contenere molte differenti livelli di coscienza. Questi livelli, coprono l’intero spettro evolutivo, e corrispondono a molti di quei livelli o stadi che sono stati studiati in modo approfondito dagli psicologi evolutivi occidentali, come gli stadi dello sviluppo cognitivo, morale, dell’ego.</p>
<p class="MsoNormal">Riconoscere la differenza tra stati di coscienza e strutture/livelli di coscienza ci permette di capire in che modo una persona, a qualsiasi stadio di sviluppo, possa nondimeno avere una profonda “esperienza delle vette” di stati più elevati e transpersonali. Tuttavia, i modi in cui le persone fanno esperienza e interpretano<em> </em>questi stati e dimensioni più elevati dipenderà largamente dal livello (o struttura) del loro sviluppo.</p>
<p class="MsoNormal">Wilber spiega come segue la relazione tra stati e stadi:</p>
<blockquote>
<p class="MsoNormal">Sembra che tutte le <em>strutture </em>della coscienza si dispieghino generalmente in una sequenza evolutiva o a stadi, e, come sostengono praticamente tutti gli studiosi dei processi evolutivi, <em>gli stadi in quanto tali non possono essere saltati</em>. Per esempio, nella linea cognitiva, troviamo gli stadi sensorio/motorio, preoperativo, operativo concreto, operativo formale, visione-logica o pensiero integrale, ecc. I ricercatori concordano in modo unanime che nessuno di quegli stadi può essere saltato, perché ognuno incorpora i suoi predecessori nella sua stessa costituzione (così come le cellule contengono le molecole che contengono gli atomi, e non si può passare dagli atomi alle cellule saltando le molecole).</p>
<p class="MsoNormal">Ma i tre grandi <em>stati</em> (di veglia, sogno e sonno profondo) rappresentano <em>dimensioni </em>o<em> regni generali</em> di essere e conoscenza cui è possibile accedere praticamente in ogni stadio di sviluppo – per la semplice ragione che l’individuo veglia, sogna e dorme, anche nel periodo prenatale. Quindi, gli <em>stati</em> di coscienza grossolano, sottile e causale (e non duale) sono disponibili qualunque sia il livello di coscienza.</p>
<p class="MsoNormal">Le prove attestano che, generalmente in caso di prolungate pratiche contemplative, una persona può convertire questi stati <em>temporanei</em> in tratti o strutture <em>permanenti</em>, che significa che essi hanno accesso a queste grandi dimensioni in un modo più o meno <em>continuo</em> e <em>conscio</em>. (…) Quelle grandi dimensioni (psichica, sottile, causale, non duale) non sono più sperimentate semplicemente come <em>stati</em>, ma sono invece diventate modelli o strutture della coscienza permanentemente disponibili – e questa è la ragione per cui, quando esse diventano una competenza permanente, il termine usato è quello di livello/stadio (struttura o onda) psichico, sottile, causale e non duale. L’uso di questi quattro termini (psichico, sottile, causale, non duale) può coprire <em>sia</em> le strutture/stadi <em>sia </em>gli stati. (…)</p>
<p class="MsoNormal">Lo <em>sviluppo integrale </em>o complessivo è, quindi, un processo continuo di conversione di stati temporanei in tratti o strutture permanenti, e in questo sviluppo integrale, non è possibile evitare nessuna struttura o livello, o non vi sarà, per definizione, sviluppo integrale. (Queste citazioni si riferiscono ad alcune parti liberamente estrapolate dalla mia traduzione del testo di Wilber: “<a href="http://www.rebirthing-milano.it/betkenwilber13.htm" target="_blank">Lineamenti di una Psicologia Integrale</a>”)</p>
</blockquote>
<p class="MsoNormal">
<p>E’ importante familiarizzarci con questi concetti perché esiste ormai un’ampia letteratura, e Wilber ne è l’esponente più autorevole, che può aiutarci a comprendere meglio lo sviluppo della coscienza, integrando la sfera transpersonale come una dimensione disponibile, anche se potenziale, per tutti gli esseri umani. La possibilità di evoluzione non si arresta al livello dell’Io, della visione razionale o anche integrale, ma può aprirsi verso nuovi continenti, ancora inesplorati per i più, in cui possiamo cominciare a inoltrarci grazie a tecniche e metodi che contemplano questi territori nelle loro mappe e che ne fanno lo sfondo necessario e la meta, più o meno esplicita, di ogni percorso di crescita.</p>
<p class="MsoNormal">C. G. Jung diceva, da vero pioniere, spesso mal compreso: “la sofferenza è dovuta a un ristagno spirituale, a una sterilità psichica …fede, speranza, amore e conoscenza è ciò di cui<span> </span>ha bisogno il paziente per vivere … nessuno guarisce veramente se non riesce a raggiungere un atteggiamento religioso”. Negli ultimi decenni, grazie al contributo di tante ricerche, studi, tecniche, pratiche e metodi che integrano discipline occidentali e saggezza orientale, questa visione è diventata patrimonio di un crescente<span> </span>numero di persone che operano nel campo dell’ascolto, dell’accompagnamento e della cura del disagio fisico e psichico, come anche nel campo della crescita personale.</p>
<p class="MsoNormal">Tuttavia, come è evidente per chiunque sia coinvolto su un cammino spirituale, la dimensione transpersonale, pur essendo sempre presente e accessibile, è anche difficile da raggiungere stabilmente. Sul percorso di crescita è necessario un atteggiamento rigoroso, non semplicistico e approssimativo. Non basta aver sperimentato un’esperienza delle vette per dirsi “realizzato”. La trasformazione profonda della coscienza, il raggiungimento stabile di livelli più elevati sul piano della consapevolezza richiedono coraggio, impegno e dedizione. E’ un percorso arduo sul quale dobbiamo verificare costantemente i nostri sentimenti, la nostra capacità di accettazione di noi stesi e degli altri, la nostra gentilezza compassionevole, la pace che proviamo nel nostro cuore. Il metro della nostra crescita è la nostra sempre maggiore capacità di essere in contatto con il centro della nostra personalità, che, nel silenzio della disidentificazione, è chiaramente percepito come il riflesso luminoso e trasparente della nostra anima spirituale.</p>
<p class="MsoNormal">Metterci in cammino, o meglio sentirci in cammino, costituisce di per sé un cambiamento radicale nella nostra visione di noi stessi e della Vita. E soltanto dopo un lungo viaggio ci è permesso scoprire<span> </span>che non ci siamo mai mossi, che siamo da sempre quello che abbiamo cercato, che il tempo è solo il momento presente senza tempo,<span> </span>la meta è il luogo da dove siamo partiti.</p>
<p>“Come un cielo terso non ha confini,<br />
Tuttavia è proprio QUI, sempre sereno e limpido.<br />
Quando tenti di raggiungerlo, non riesci a vederlo.<br />
Non puoi possederlo,<br />
Ma neppure perderlo.”<br />
(Yung-chia)</p>
<p>Giovanna Visini<br />
ARAT (Associazione Rebirthing ad Approccio Transpersonale)<br />
<a href="http://www.rebirthing-milano.it" target="_blank">www.rebirthing-milano.it</a></p>
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		<title>Pecunia non olet</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Mar 2008 06:20:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Varda</dc:creator>
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		<description><![CDATA[C&#8217;è un soggetto che occupa costantemente i pensieri del 90% delle persone. Un soggetto che spesso diventa un chiodo fisso. Un soggetto sul quale la maggior parte dell&#8217;umanità non riesce a tenere un atteggiamento neutro ed imparziale. Stiamo parlando del denaro. Un soggetto controverso, spinoso e difficile da maneggiare. Senza eccezioni, neanche quando il denaro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2008/03/dollari-usa.jpg" title="dollari-usa.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2008/03/dollari-usa.jpg" style="width: 121px; height: 115px; margin-left: 6px; margin-right: 6px" alt="dollari-usa.jpg" align="left" height="115" hspace="6" width="121" /></a>C&#8217;è un soggetto che occupa costantemente i pensieri del 90% delle persone. Un soggetto che spesso diventa un chiodo fisso. Un soggetto sul quale la maggior parte dell&#8217;umanità non riesce a tenere un atteggiamento neutro ed imparziale.</p>
<p>Stiamo parlando del denaro. Un soggetto controverso, spinoso e difficile da maneggiare. Senza eccezioni, neanche quando il denaro viene usato come scambio per servizi di natura spirituale, anzi.</p>
<p>Chi chiede soldini per fornire un più o meno efficace ausilio spirituale o, come è in voga dire oggi, di &#8220;crescita personale&#8221;  tocca, anche involontariamente, tante corde scoperte nel potenziale cliente e mette in gioco una serie di convinzioni tale da innescare le reazioni più svariate. È come scoperchiare un Vaso di Pandora. <span id="more-854"></span>C&#8217;è chi giudica le richieste pecuniarie, spesso inconsciamente, una sorta di garanzia di validità. Più si spende e migliore è il corso. E c&#8217;è chi invece, in maniera altrettanto irrazionale e automatica, diventa sospettoso e scettico sulla veridicità delle affermazioni, sulle buone intenzioni e sulla rettitudine morale del richiedente, tacciandolo sovente di avidità.</p>
<p>In questo secondo caso spesso il potenziale cliente cerca capziosamente il pelo nell&#8217;uovo per cogliere in qualche modo in fallo l&#8217;offerente. Un atteggiamento che ha molto a che vedere con una duplice sfaccettatura dell&#8217;ego (anzi con <em>la </em>duplice sfaccettatura dell&#8217;ego) : paura &#8211; avidità. In altre parole mettere in dubbio dà diritto a sostenere:  &#8220;Visto come sono in gamba? Ho trovato qualcosa che non va&#8221; (avidità di importanza personale) Di conseguenza si è &#8220;autorizzati&#8221; a non farsi coinvolgere e a starsene tranquilli fuori dalla mischia (paura).</p>
<p>Sono entrambi atteggiamenti che <em>originano da </em>sensazioni di e che <em>creano </em>separazione. Ma perché quando troviamo del tutto naturale che un panettiere, un idraulico o un impiegato alle poste debbano essere retribuiti, di fronte al ricompensare una persona che ha speso energie, soldi, tempo e impegno per acquisire una conoscenza spesso più profonda e  pervasivamente benefica di quella dei rispettabilissimi lavoratori suddetti storciamo il naso? Quando è giusto essere retribuiti? E può esistere un concetto di &#8220;giustizia&#8221; in questo senso?</p>
<p>Mi spiego meglio. Tutti noi quando diveniamo competenti in qualcosa grazie al nostro impegno, studio, applicazione, dedizione ecc&#8230;concordiamo sul fatto che meritiamo di essere retribuiti. <em>Quanto</em> ce lo dicono tutta una serie di fattori, non ultimo il &#8220;mercato&#8221; vale a dire la considerazione che il mondo dà alla nostra attività. Questo elemento, soprattutto in alcuni campi, ad esempio quello artistico, è assai variabile, e soggetto a fattori spesso totalmente indipendenti dalla qualità del prodotto offerto. Il rocker Ligabue adesso, dopo la pubblica consacrazione, chiede per le sue apparizioni una cifra totalmente differente, pur facendo sostanzialmente la stessa attività, rispetto a quando era semisconosciuto.</p>
<p><em>Perché nel mondo spirituale i criteri dovrebbero essere diversi? </em>Perché quando una persona studia, cerca, investe denaro in formazione, medita o prega con impegno e costanza, si confronta con conoscenze e tradizioni vastissime e antiche provenienti da tutto il mondo, insomma dedica buona parte della sua vita e delle sue energie allo sviluppo della componente spirituale insita dentro di sé, non deve avere un corrispettivo quando mette ciò che ha imparato al servizio degli altri? E perché questo corrispettivo non deve essere guidato dalle normali leggi di mercato?</p>
<p>Una persona come Deepak Chopra, divenuto popolare grazie alle sue intuizioni e alla sua costante ricerca o, un altro nome a caso, Maharishi Maheesh Yogi , che ha avuto la &#8220;fortuna&#8221; di aver avuto a suo tempo seguaci come Lennon e Co., non avrebbero dovuto adeguare il loro compenso alla notorietà, al riconoscimento e alle conseguenti numerose richieste di aiuto che ne derivano?</p>
<p>Avventuriamoci ulteriormente in questo terreno infido&#8230;</p>
<p>Il fatto che venga attribuita una valenza negativa alla retribuzione di servizi spirituali deriva quasi esclusivamente dall&#8217;indottrinamento ricevuto dalla nostra tradizione giudaico-cristiana. Si tratta di un imprinting genetico nefasto e fuorviante che manda, spesso irrimediabilmente, fuori carreggiata tutta la nostra vita, conferendo al denaro una valenza del tutto distorta. Nella nostra tradizione si è affermato col tempo il concetto, divenuto poi una sorta di postulato, secondo la quale l&#8217;aiuto di tipo spirituale tendenzialmente non deve essere remunerato, se non tramite libera offerta. Questo grazie all&#8217;esempio della figura del Cristo tramandatoci dalle scritture e soprattutto, come mette in evidenza Stuart Wilde, alla tradizione cattolica che ha creato un assioma sul quale non ci fermiamo neanche a riflettere: i poveri e i bisognosi vanno aiutati, sempre e gratis.</p>
<p>Sia ben chiaro: lungi da noi l&#8217;idea di mettere in dubbio la bellezza dell&#8217;aiuto disinteressato agli altri. Quando lo facciamo davvero, dal profondo del cuore e con naturalezza, tutti avvertiamo una profonda soddisfazione, che in certe circostanze e per certe persone diventa <em>beatitudine</em>, qualcosa che viene da un luogo più elevato&#8230; sono momenti talvolta magici, in cui ci sentiamo improvvisamente connessi a tutto e a tutti in maniera naturale, senza sforzo, semplicemente perché abbiamo aperto la nostra vita e il nostro cuore.</p>
<p>Altra cosa è l&#8217;istituzionalizzazione di questa pratica. Tornando al cristianesimo, storicamente nei primi tempi questa politica del dar da mangiare agli affamati e da bere agli assetati aveva la funzione, pienamente riuscita, di attirare masse di possibili convertiti. Alle classi abbienti, forti dei loro privilegi, non interessava affatto aderire a questo nuovo credo: si sa, gli adepti si possono raccogliere solo tra chi è scontento. Tra parentesi <em>attirare seguaci </em>è ancor oggi una linea-guida di tutte le religioni, segnatamente di quelle monoteistiche, fatto che innesca tutta una serie di perniciose deviazioni e che è all&#8217;origine di tanto conflitti che il mondo odierno si trova a dover faticosamente gestire.</p>
<p>L&#8217; istituzionalizzazione del dare incondizionato è una <em>mistificazione </em>con uno scopo sotteso, che incorpora un insidioso (perché nascosto) vizio energetico di base.<br />
Questo bel &#8220;pacchetto di convinzioni&#8221; produce anche l&#8217;equazione inversa: il dare spirituale a pagamento è disonesto, da approfittatori o comunque <em>sbagliato</em>.<br />
Questo assioma ha pervaso, come occidentali, tutto il nostro modo di essere , giusto o errato che sia l&#8217;assunto stesso. Questa è un&#8217;anomalia che va tranquillamente smascherata e messa da parte, se vogliamo riportare il tema denaro, e di conseguenza sanare una parte importantissima di noi stessi, ad una condizione neutra. D&#8217;altronde se analizziamo invece le civiltà orientali, ci accorgiamo che spesso</p>
<p>A) era semplicemente <em>naturale</em> che il guru o l&#8217;illuminato venisse ricompensato dai discepoli.<br />
B) non c&#8217;è mai stato questo eccessivo porre l&#8217;accento sull&#8217;aiuto agli altri.</p>
<p>Perché? Semplicemente perché l&#8217;oriente era, ed è ancora, spiritualmente più evoluto. E&#8217; incontestabile che in occidente si sia sviluppato il progresso materialistico e in oriente l&#8217;introspezione. Esterno e interno. Yang e Yin. Due visioni complementari che potrebbero (e ci sentiamo di scommettere che in prospettiva cosmica lo faranno) confluire in un fecondo estuario sinergico.</p>
<p>La vera evoluzione spirituale comporta un&#8217;assai minore attenzione a &#8220;fare numero&#8221; e a convertire nuovi adepti (e quindi all&#8217;essere &#8220;riconosciuti&#8221; dal mondo in forza delle cifre, atteggiamento fondamentalmente infantile) e un porre l&#8217;accento invece sul <em>permettere agli altri completa libertà di espressione e di ricerca</em> nel rispetto reciproco. Comporta anche una <em>minore o nulla enfasi sull&#8217;importanza del denaro </em>in quanto il timore di non sopravvivere in modo ottimale come corpo fisico, fonte di questa attenzione a volte maniacale, ha una rilevanza assai minore di quello che ha sull&#8217;uomo non illuminato.</p>
<p>Il vero maestro non è chi ti converte al suo pensiero, è colui che ti invita ad essere solo te stesso, a non seguire nessuno, ad abbandonare infine anche lui. Il vero maestro è colui che ti dà la possibilità di imparare dalle sue parole, ma anche di &#8220;sentire&#8221; la sua vita e la sua qualità energetica, affinché tu possa renderti conto che esistono stati vitali più alti, per stimolarti a  sperimentarli in prima persona e vivere la <em>tua</em> illuminazione, la <em>tua</em> vera essenza che sarà sicuramente diversa dalla sua.</p>
<p>Si narra che le ultime parole del Buddha ai suoi discepoli siano state &#8220;Siate una luce a voi stessi&#8221;. Di fronte a persone che si corrucciavano perché la sua luce stava spegnendosi &#8220;per sempre&#8221; , lui incoraggiava gli altri a trovare la loro propria luce, non a identificarsi con la sua. Seguire la strada di un altro ti porta a chi è lui, non a chi sei tu, sottolinea Harry Palmer.</p>
<p>È questa maggiore maturità, tipica dell&#8217;oriente, che dovremmo fare nostra. Le religioni monoteistiche, che sono le più diffuse, (probabilmente perché l&#8217;uomo occidentale ha fatto il <em>suo</em> Dio a <em>sua</em> immagine e somiglianza e quindi è più facile per le masse identificarvisi) hanno fatto e stanno facendo esattamente quello che elenca Richard Dawkins : guerre, massacri, ingiustizie, in nome del principio esplicito &#8220;il mio Dio è migliore del tuo&#8221;  e della sua implicita, e ancor più ingombrante estensione, &#8220;Il mio Dio è migliore del tuo, perché se io affermo questo, ciò mi dà il diritto a sentirmi superiore, a conquistarti, sfruttarti e importi il mio volere. Se invece ammetto che non è così e ti do pari dignità, questo mi rende vulnerabile e mi espone ad un contatto più intimo con te. E chissà cosa potrebbe succedere allora, potresti approfittarti di me!&#8221;</p>
<p>Toh, siamo ritornati a occuparci di paura e avidità! E di separazione. Le religioni monoteistiche sono in ultima analisi una <em>difesa da</em> e un <em>attacco nei</em> confronti dell&#8217;altro, del diverso;  riflettono l&#8217;incapacità di cogliere in noi l&#8217;Uno che tutti ci unisce di cui scrive appropriatamente il dr. Angelo Bona. Sono, in ultima analisi, una <em>corazza contro noi stessi. </em>Il credere in qualcosa ci impedisce di percepire quel qualcosa, di <em>sentirlo</em>. Questa sorta di &#8220;anestetico spirituale&#8221; ci tranquillizza, con i suoi paradisi, le sue costruzioni teologiche complesse e inattaccabili.</p>
<p>È una fortezza che protegge dalle insidie dell&#8217;ignoto e dell&#8217;instabilità, ma che pretende un prezzo altissimo: velare la comprensione dell&#8217;essenza, del tutto. In oriente invece solitamente le diversità sono viste come potenziale fonte di crescita, giocosità e prosperità per tutti.<br />
Ritornando al tema quattrini, questa impostazione separatista dal tutto si esplicita (e non potrebbe essere diversamente) con una forte avversione a spenderli, a farli circolare. Riassumiamone i motivi:</p>
<p>A)	<em>Tradizione giudaico-cristiana</em> con postulato annesso &#8220;Non bisogna chiedere compensi per cose spirituali&#8221;<br />
B)	<em>Materialismo inveterato</em>. Se spendiamo volentieri soldi per cose che possiamo vedere, odorare, toccare, gustare, annusare, siamo al contrario geneticamente più perplessi a privarcene per cose impalpabili. Nella stragrande maggioranza dei casi l&#8217;occidentale deve ancora fare l&#8217;esperienza dell&#8217;Uno, della vera natura dell&#8217;essere umano, dell&#8217;onda, diversa da tutte le altre, ma indissolubilmente legata all&#8217;oceano e, in ultima analisi, parte di esso. Finché questo non diventerà un vissuto reale, e non una mera astrazione concettuale, resteremo perplessi in eterno<br />
C)	<em>Il valore distorto che intrinsecamente diamo al denaro</em>, che per la maggioranza delle persone è il Dio pagano, sul cui altare vengono immolate talora vite intere.</p>
<p>Questo non significa ovviamente spendere soldi senza il minimo criterio per servizi &#8220;spirituali&#8221;. Così facendo ci troveremo prima o poi con un bel &#8220;pacco&#8221; inutilizzabile tra le mani e forse con danni interiori di vario tipo.</p>
<p>L&#8217;avidità fa parte della natura umana e, come in tutti i campi, ci sono persone, associazioni e organizzazioni che si fanno pagare per quello che valgono e altre che imbrogliano. Quello che ribadiamo è che se qualcuno ha studiato e si è dato da fare per acquisire competenze e le trasmette ha diritto, se lo desidera, di essere retribuito <em>quanto vuole</em>. Sta poi all&#8217;eventuale fruitore decidere se è il caso di aderire o meno all&#8217;offerta.</p>
<p>In effetti è arduo e fondamentalmente <em>arbitrario</em> stabilire un giusto prezzo. Chi segue i vari corsi difficilmente ad esperienza conclusa considera la richiesta eccessiva o si dichiara pentito, anzi!! Spesso invece è sinceramente entusiasta e afferma di aver ricevuto benefici che non hanno prezzo. È vero che talvolta ci sono persone che dichiarano di essere state truffate, che hanno seguito un corso e non è cambiato nulla ecc. Ma qui, oltre alla bontà dell&#8217;insegnante, bisogna anche esaminare quali sono lo spirito e l&#8217;attitudine con cui lo hanno fatto: aprire la propria vita (foss&#8217;anche solo per poche ore) al nuovo, allo sconosciuto o per noia e curiosità epidermica, rimanendo tenacemente arroccati alle proprie idee, giudizi e pregiudizi?</p>
<p>Se tieni le porte chiuse o appena accostate nessuno può entrare! Inoltre occorre considerare qual era il livello di consapevolezza delle persone in questione. Le cose vanno fatte per gradi ed introdurre qualcuno a certi livelli di percezione o di conoscenza può essere impossibile se non ci sono le basi.<br />
Inoltre, chi insegna ha il diritto, se lo desidera, di farsi pagare, unicamente per giustizia: si tratta di una forma di rispetto per il suo impegno, le sue realizzazioni e le sue competenze. Infine l&#8217;universo vuole uno scambio.</p>
<p>Il denaro, in quanto simbolo di energia convertibile, può assolvere benissimo al compito. Altrimenti l&#8217;equilibrio energetico si può ovviamente raggiungere in mille altri modi: doni, servizi ecc., non necessariamente rivolti alla persona in questione. L&#8217;importante è sapere che la bilancia va mantenuta in pareggio, pena scompensi di ogni tipo.</p>
<p>Chiediamoci infine: meglio dare soldi ad un Chopra o a un Maharishi o  a chi intossica noi e il pianeta con veleni emotivi, rifiuti inquinanti, alimenti spazzatura, paccottiglia letteraria o televisiva? Chi riceve denaro per servizi spirituali, se è una persona corretta, li utilizzerà per incoraggiare e far crescere, oltre al suo portafoglio, quelle attività che contribuiscono al patrimonio spirituale del mondo. E l&#8217;universo sa quanto ce ne sia bisogno.</p>
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		<title>Risveglio al Prozac</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Mar 2008 05:16:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mark Epstein</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#8220;Nonostante dieci anni di pratica spirituale e cinque di psicoterapia, Leslie era ancora infelice. Incapace di controllare la frustrazione quando avvertiva un rifiuto, si chiudeva in sé piena di rabbia, mangiava fino a sentirsi male e si metteva a letto. Quando il suo terapista le consigliò di prendere l&#8217;antidepressivo Prozac, si sentì offesa, pensando che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/11/prozac-detersivo.jpg" title="prozac detersivo.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/11/prozac-detersivo.jpg" alt="prozac detersivo.jpg" align="left" hspace="6" /></a>&#8220;Nonostante dieci anni di pratica spirituale e cinque di psicoterapia, Leslie era ancora infelice. Incapace di controllare la frustrazione quando avvertiva un rifiuto, si chiudeva in sé piena di rabbia, mangiava fino a sentirsi male e si metteva a letto. Quando il suo terapista le consigliò di prendere l&#8217;antidepressivo Prozac, si sentì offesa, pensando che una simile azione sarebbe andata contro i suoi precetti buddisti.&#8221;</p>
<p>Mark Epstein è praticante buddista, psichiatra e autore di diversi libri sul buddismo e la psicologia. In questo articolo costruisce un ponte tra i mondi generalmente distanti della meditazione e della pratica psichiatrica.  <span id="more-645"></span></p>
<p><strong>I farmaci e la pratica<br />
</strong><br />
Nonostante dieci anni di pratica spirituale e cinque di psicoterapia, Leslie era ancora infelice. A chi la conosceva superficialmente non appariva depressa, ma per gli amici intimi e le persone che amava aveva un carattere difficilissimo. Soggetta a minacciosi attacchi d’ira quando si sentiva anche minimamente trascurata, Leslie si era alienata la maggior parte delle persone che le erano state vicine durante la vita. Incapace di controllare la frustrazione quando avvertiva un rifiuto, si chiudeva in sé piena di rabbia, mangiava fino a sentirsi male e si metteva a letto. Quando il suo terapista le consigliò di prendere l’antidepressivo Prozac, si sentì offesa, pensando che una simile azione sarebbe andata contro i suoi precetti buddisti.</p>
<p>Negli antichi testi buddisti si racconta come il re di Kosala dicesse al Buddha che, a differenza dei seguaci delle altre religioni, dall’aspetto macilento, rude, pallido ed emaciato, i discepoli del Buddha sembravano “gioiosi ed esultanti, giubilanti ed euforici, felici della vita spirituale, dalle facoltà soddisfatte, liberi dall’ansia, sereni, tranquilli e con la mente di una gazzella”. L’idea che gli insegnamenti del Buddha debbano provocare uno stato mentale altrettanto piacevole è ancora molto diffusa negli ambienti buddisti di oggi.</p>
<p>Per molte persone, la meditazione buddista ha tutto ciò che occorre per essere una psicoterapia alternativa, compresa l’aspettativa che una pratica intensa deve riuscire a trasformare qualsiasi esperienza emotiva sgradevole. Ma la verità non detta è che molti studenti avanzati del dharma, come Leslie, hanno scoperto che sentimenti inabilitanti di depressione, agitazione o ansia resistono anche a un lungo periodo di pratica buddista. Questa angoscia è spesso aggravata da un senso di colpa riguardo la persistenza della depressione, oltre che dalla sensazione di aver “fallito” come studenti del dharma.</p>
<p>Tale situazione è analoga a quella di un seguace della medicina naturale che – nonostante i cibi naturali, gli esercizi, la meditazione, le erbe e le vitamine – si ammalasse di cancro. Come ha detto Treya Wilber in un articolo scritto prima della sua scomparsa prematura dovuta a un cancro al seno, l’idea che dovremmo assumerci la responsabilità di tutte le nostre malattie ha i suoi limiti.</p>
<p>«Perché hai scelto di darti il cancro?» è la domanda che molti amici “New Age” le rivolsero, provocando in lei sensi di colpa e recriminazioni simili a quelli che spesso provano gli studenti del dharma malati di depressione. Amici più sensibili le si avvicinarono con la domanda leggermente meno sgradevole: «In che modo hai intenzione di usare questo cancro?». Una domanda che, secondo le sue parole, la fece sentire “investita di potere, sostenuta e sfidata in modo positivo”.</p>
<p>In presenza di una malattia fisica, forse, è un po’ più facile realizzare questo cambiamento; con una malattia mentale, l’identificazione è sovente così grande che è estremamente difficile riuscire a creare un distacco, vedendola come un sintomo di una malattia curabile anziché come un’evocazione della condizione umana.</p>
<p>Naturalmente, la Prima Nobile Verità sostiene l’universalità della <em>dukkha</em>, della sofferenza o, per usare una traduzione migliore, dell’inappagamento universale. La disperazione della depressione, il dolore dell’ansia o il disagio della disforia (depressione leggera) sono semplici manifestazioni della dukkha, o facciamo torto a noi stessi e al dharma aspettandoci che qualsiasi tipo di dolore mentale si dissolva una volta divenuto oggetto di consapevolezza meditativa?</p>
<p>La grande forza del buddismo sta nell’affermazione secondo cui tutti i contenuti della mente nevrotica possono trasformarsi in cibo per l’illuminazione, e la liberazione della mente è possibile senza la risoluzione di tutte le sue nevrosi. Questo punto di vista provoca un sollievo immediato in molti occidentali, che così si sentono accettati dai loro insegnanti del dharma per ciò che sono. Inoltre, l’accettazione e l’amore incondizionati provocano una gratitudine e un apprezzamento profondi.</p>
<p>Questo è un contributo inestimabile della psicologia buddista: la capacità di trasformare quello che spesso è un punto morto nella psicoterapia, cioè quando il nucleo nevrotico è stato portato alla luce, ma non si riesce a fare nulla per sradicarlo.</p>
<p>La situazione di Eden esemplifica tutto ciò. Scrittrice, dall’età di ventinove anni ella cominciò a provare sensazioni opprimenti di vuoto o vacuità. Avendo già alle spalle dieci anni di psicoterapia intensiva, aveva compreso che la sua sensazione di intorpedimento e i suoi bisogni provengono da carenze emozionali della sua giovinezza. Suo padre, uno scienziato freddo e distaccato, evitava i figli ritirandosi nel rarefatto mondo intellettuale della ricerca scientifica, mentre la madre era molto amorevole e protettiva, ma indiscriminata nelle sue attenzioni: elogiava Eden per qualsiasi cosa, provocando in quest’ultima dubbi sul suo affetto.</p>
<p>Eden era arrabbiata ed esigente nelle relazioni: perdeva la pazienza per qualsiasi difetto o incapacità del partner di soddisfare tutti i suoi bisogni. Grazie alla psicoterapia, aveva riconosciuto l’origine del problema, ma non ne aveva trovato sollievo. Continuava a idealizzare e poi svalutare i suoi uomini, senza riuscire a stringere con essi una relazione intima.</p>
<p>Il vuoto interiore di Eden era un buon esempio di quello che lo psicoanalista Michael Balint ha definito il “rammarico del difetto basilare”: “Il rammarico o il rincrescimento che ho in mente riguardano la realtà incancellabile di un difetto o di una imperfezione che, di fatto, allunga la sua ombra su tutta la vita, e i cui effetti negativi non possono mai essere completamente trasformati in positivi. Anche se l’imperfezione può guarire, la sua cicatrice resterà per sempre; cioè, alcuni dei suoi effetti saranno sempre dimostrabili”.</p>
<p>Nel caso di Eden, nessun antidepressivo si rivelò efficace. Per trovare sollievo, ella dovette affrontare direttamente la sua sensazione interiore di vuoto, rendendosi conto che ciò che stava desiderando ardentemente non l’avrebbe più appagata. Poiché da bambina non aveva goduto delle necessarie attenzioni, si accorse che se qualcuno cercava di prestarle attenzione nella sua vita adulta, si sentiva oppressa e soffocata. Solo grazie alla tranquilla stabilizzazione della meditazione, riusciva ad affrontare l’ansia di questa sensazione interiore di vuoto senza reagire violentemente a essa.</p>
<p>Questo illustra l’approccio buddista. Una persona deve trovare il coraggio o l’equilibrio mentale per affrontare il proprio nucleo nevrotico o “difetto basilare” attraverso la disciplina della consapevolezza meditativa. Nella concezione buddista, tutti gli elementi della personalità hanno il potenziale di trasformarsi in veicoli per l’illuminazione; tutte le onde della mente non sono altro che un’espressione dell’oceano della grande mente.</p>
<p>La malattia mentale non è un concetto molto sviluppato nel pensiero buddista, se non forse in senso esistenziale, dove troviamo un’analisi squisita. I testi buddisti parlano dei due mali: uno interiore, consistente nella convinzione di un sé permanente ed eterno, e uno esteriore, consistente nel desiderio di un oggetto reale. L’oggetto dell’attenzione, nella psicologia buddista, è sempre la condizione esistenziale dell’ego soggettivo, espressa particolarmente bene da Richard De Martino nel classico <em>Psicoanalisi e buddhismo zen</em> (1960; in collaborazione con Erich Fromm e D. T. Suzuki): “Condizionato e dipendente dagli oggetti, l’ego è anche ostruito da questi ultimi.</p>
<p>Nella soggettività in cui è consapevole di se stesso, l’ego è allo stesso tempo separato e isolato da se stesso. Non può mai, in quanto ego, contattare, conoscere o avere se stesso nella piena e genuina individualità. Qualsiasi tentativo in questo senso lo rimuove come soggetto in perenne arretramento dalla sua stessa presa, lasciando semplicemente un oggetto immagine di se stesso. Continuamente elusivo a se stesso, l’ego ha se stesso meramente come oggetto. Diviso e dissociato nel suo centro, è al di là della sua stessa portata, ostruito, rimosso e alienato da sé. Nell’avere se stesso, non ha se stesso”.</p>
<p>È a questa aspirazione esistenziale verso il significato o la completezza, e alle sensazioni interiori di vuoto, mancanza, isolamento, paura, ansia o incompletezza, che la psicologia buddista si rivolge più direttamente. La depressione, in quanto entità critica, viene raramente considerata. I cinquantadue fattori mentali dell’<em>Abhidhamma</em> (i testi psicologici del buddismo tradizionale), per esempio, contengono un compendio di emozioni afflittive come l’avidità, l’odio, la vanità, l’invidia, il dubbio, la preoccupazione, l’inquietudine e l’avarizia, ma non includono la tristezza, eccetto che come un sentimento spiacevole in grado di tingere altri stati mentali. La depressione non è menzionata.</p>
<p>Nel tradizionale Abhidhamma, la mente viene descritta come un organo di senso, o “facoltà”, allo stesso modo dell’occhio, l’orecchio, il naso, la lingua o il corpo, che percepisce concetti o altri dati mentali, controlla gli altri organi di senso ed è soggetta a “oscuramenti”, veli di emozioni afflittive che oscurano la natura autentica della mente. La facoltà della mente e la consapevolezza prodotta da essa vengono considerate la fonte primaria della sensazione “io sono”, che è quindi presupposta reale.</p>
<p>Ma nella letteratura buddista non esiste un’analisi approfondita della propensione della mente a dissesti cui non è possibile porre rimedio con la sola pratica spirituale. Man mano che il buddismo si è evoluto, la sua attenzione si è concentrata ancora di più sulla scoperta della “natura autentica” della mente, piuttosto che sull’analisi della malattia mentale. Tale “natura autentica” è la mente rivelatasi naturalmente vuota, chiara e senza ostacoli. Il senso della pratica della meditazione è diventato l’esperienza della mente in questo stato naturale.</p>
<p>“Parlando in termini assoluti”, ha scritto il compianto maestro di meditazione tibetana Kalu Rinpoche, “le cause del samsara sono prodotte dalla mente, e la mente è ciò che ne sperimenta le conseguenze. Null’altro che la mente crea l’universo, e null’altro che essa lo sperimenta. Tuttavia, sempre parlando in termini assoluti, la mente è fondamentalmente vuota; in sé e per sé non esiste. La comprensione che la mente, creatrice e sperimentatrice del samsara, non è reale in sé, può certo rappresentare un grande sollievo. Se la mente non è fondamentalmente reale, non lo sono neanche le situazioni da essa sperimentate.</p>
<p>La scoperta della natura vuota della mente e il rifugio in tale scoperta possono essere fonte di grande sollievo e rilassamento nel tumulto, nella confusione e nella sofferenza che costituiscono il mondo”. Un bagliore di questa verità può provocare, da un punto di vista psicoterapeutico, una grande trasformazione, ma essa è piuttosto sfuggente per coloro la cui mente non riesce a prendere rifugio nel proprio stato naturale a causa di un’ansia, una depressione e uno squilibrio mentale profondi.</p>
<p>Timothy era un fotografo di successo la cui vita andò improvvisamente a pezzi. Il terapista che da quattro anni lo seguiva morì improvvisamente per un attacco di cuore, alla moglie venne diagnosticato un cancro al seno che necessitava contemporaneamente di un intervento chirurgico e di chemioterapia, mentre la sua gallerista fallì improvvisamente e chiuse la sua attività senza versare a Timothy le migliaia di dollari che gli doveva. Il suo studio sembrava contaminato dalle ansiose ore passate al telefono con la moglie e i dottori di lei; non vi riusciva più a prendere rifugio, e d’altra parte, a che pro andarci se nessuno gli vendeva le opere?</p>
<p>Nulla aveva più senso, gli sembrava di essere immerso nella morte e nell’angoscia, e cominciò a essere ossessionato dalla propria salute. Non essendo un attivo praticante spirituale, Timothy non disponeva di un contesto in cui collocare il dolore che l’aveva improvvisamente travolto; non sapeva come restare in quest’ultimo continuando la vita di tutti i giorni, e come essere presente al dramma della moglie. Controvoglia, andò con lei a un seminario di Jon Kabat-Zinn su come affrontare le malattie gravi; qui nacque il suo interesse verso la pratica buddista.</p>
<p>Lentamente, riscoprì la sua vitalità e tornò a prendere possesso dello studio; inoltre, imparò a relazionarsi con la moglie in un modo che l’ansia non esaminata gli aveva impedito. Ma la cosa più importante fu che la pratica del dharma sembrava dargli un metodo per sperimentare l’agonia mentale senza soccombere all’incredibile dolore da essa prodotto.</p>
<p>Quella di Timothy era una situazione in cui la medicina sarebbe stata fuori luogo. La sua crisi era esistenziale o spirituale, oltre che un caso di angoscia inesplorata; ed egli riuscì a trovare un po’ di quel sollievo cui fa riferimento Kalu Rinpoche.</p>
<p>Il desiderio che la meditazione possa, in sé e per sé, rivelarsi una sorta di panacea per tutte le sofferenze mentali è diffuso e certamente comprensibile. Lo psichiatra Roger Walsh ricorda un ritiro di tanti anni fa, in cui ebbe l’opportunità di osservare Ram Dass alle prese con un giovane che aveva avuto una crisi psicotica durante la pratica. «Oh, bene», si ricorda di aver pensato; «adesso vedrò Ram Dass affrontare in modo spirituale uno psicotico». Dopo aver osservato Ram Dass salmodiare insieme al giovane tentando di creare in lui una centratura meditativa, Walsh notò che fu necessario trattenere il giovane, a causa della sua agitazione e violenza crescenti.</p>
<p>A un certo punto, il ragazzo morse Ram Dass sullo stomaco, provocando un’immediata richiesta di Torazina, un potente farmaco anti-psicotici. Il desiderio di evitare la medicina con la pratica spirituale, di affrontare la mente nel suo stato primitivo, è certamente nobile, ma non sempre realistico.</p>
<p>Negli ambienti del dharma, la cura farmaceutica dell’ansia mentale continua a essere vista con diffidenza; esistono dei pregiudizi contro l’uso di medicine per correggere gli squilibri psichici. Così come alla malata di cancro viene chiesto di assumersi la responsabilità di qualcosa che potrebbe non dipendere da lei, allo studente depresso del dharma si dà troppo spesso il messaggio che nessun dolore è troppo grande per non poter essere affrontato sul cuscino di meditazione, che la depressione è l’equivalente della debolezza o stanchezza mentale, che il problema è nella qualità della pratica e non nel corpo. Ricordo quei pregiudizi quando studiavo psichiatria.</p>
<p>Ero molto diffidente verso tutti i farmaci psicotropi, e ponevo sullo stesso livello il litio e gli anti-psicotici come la Torazina, che mascherano o reprimono i sintomi psicotici senza correggere la condizione schizofrenica di base. Una delle poche cose concrete che è valso la pena imparare in quegli anni di studio, fu che esistono davvero molti stati psichiatrici che è possibile curare o prevenire con l’uso di farmaci, e che la negazione di tale cura è una follia.</p>
<p>Ciò non vuol dire che sia sempre chiaro quando un problema è chimico, psicologico o spirituale. Non esistono esami del sangue per la depressione, a esempio. Tuttavia, certe costellazioni di sintomi mostrano invariabilmente la presenza di una situazione curabile che difficilmente si risolverà grazie alla sola pratica spirituale.</p>
<p>Peggy arrivò alla pratica del dharma poco dopo aver compiuto venti anni, mentre attraversava un periodo di profonda depressione. Sperduta nella controcultura, disaffezionata alla madre divorziata, alcolizzata e prepotente, esilmente legata al padre introverso e indulgente, stava prendendo in considerazione il suicidio quando si imbatté nel suo primo insegnante del dharma, a San Francisco. Sentendosi “scoperta” da quell’insegnante, abbandonò l’idea del suicidio e si tuffò nella pratica del dharma per i successivi diciassette anni.</p>
<p>Ma quando cominciò a conoscere da vicino un insegnante dopo l’altro, perse la capacità di idealizzarli come aveva fatto in principio, e gradualmente si disilluse. Successivamente, la madre si ammalò di cancro, una relazione che durava da cinque anni finì e, allo scoccare dei quaranta anni, la sua migliore amica ebbe un figlio. Allora Peggy diventò sempre più chiusa e ansiosa. Si sentiva stanca e nervosa, debole e letargica (ma incapace di dormire), piena di pensieri ossessivi e carichi d’odio, incapace di concentrarsi sul lavoro o sulla pratica del dharma.</p>
<p>Si mise a letto, perse interesse negli amici e cominciò a pensare di essere già morta. I suoi amici la portarono in una comunità spirituale, da molti guaritori e da diversi autorevoli insegnanti buddisti che alla fine l’indirizzarono verso le cure psichiatriche. Come si scoprì, dalla parte materna della sua famiglia esistevano casi precedenti di depressione. Peggy era convinta di essere condannata a ripetere il declino di sua madre; si sentiva un fallimento come buddista, e tuttavia era restia a considerare la sua depressione una condizione che giustificava la cura medica.</p>
<p>Dopo quattro mesi di assunzione di antidepressivi, cominciò a sentirsi meglio; continuò tale cura per un anno, e da allora non ne ha più avuto bisogno. Durante la depressione, era semplicemente incapace di trovare la concentrazione necessaria per meditare efficacemente. Il “punto di vista assoluto” che descrive Kalu Rinpoche non era alla portata della sua consapevolezza.</p>
<p>La tradizione psichiatrica con più esperienza nella distinzione tra malattia mentale esistenziale e biologica, è probabilmente quella tibetana, formatasi in una cultura e una società completamente immerse nella teoria e pratica del buddismo. Le autorità mediche tibetane riconoscono diverse “malattie mentali” per le quali consigliano interventi farmaceutici e non meditativi; tra esse, molte corrispondono alle diagnosi occidentali di depressione, malinconia, panico, depressione maniacale e psicosi. Non solo la meditazione non viene sempre consigliata come primo trattamento, ma si riconosce che spesso essa può aggravare tali condizioni.</p>
<p>In realtà, è ben noto che la meditazione, in sé, può provocare una patologia psichiatrica, uno stato di ansia ossessiva che è un risultato diretto del tentativo di concentrare la mente in modo rigido e inflessibile sull’oggetto di consapevolezza. Come scrive la compianta Terry Clifford nel suo libro <em>Tibetan Buddhist Medicine and Psychiatry</em>, secondo la tradizione tibetana questi insegnamenti medici furono esposti dal Buddha nella manifestazione di Vaidurya, all’interno del paradiso mistico della medicina chiamato <em>Tanatuk</em>, il cui significato letterale è: “Ciò che dà piacere quando lo si osserva”.</p>
<p>Qui, si dice che Vaidurya abbia detto che “tutte le persone che desiderano meditare, raggiungere il nirvana e godere di buona salute, lunga vita e felicità, dovrebbero imparare la scienza della medicina”. Le cure per le malattie mentali non sono antitetiche alla pratica del dharma; anzi, sembra che gli insegnamenti tibetani sostengano che esse possono essere venerate come manifestazioni del Buddha della Medicina stesso.</p>
<p>Tuttavia, oggigiorno molti studenti del dharma afflitti da tali malattie mentali hanno difficoltà a identificare le cure efficaci come manifestazioni del Buddha della Medicina. Sembra che preferiscano considerare i loro sintomi come manifestazioni della Buddha-mente. Per esempio, di recente ho avuto un paziente di nome Gideon, brillante matematico teorico, professore universitario e persona orgogliosa, caparbia e creativa, che durante gli studi universitari si è avvicinato alla pratica buddista. In quegli anni, egli ebbe un “esaurimento nervoso”: per sei mesi fu inquieto e agitato, sperimentava fiammate di energia creativa, nella mente frenetica i pensieri si accavallavano uno sull’altro, i suoi stati d’animo erano labili e lacrime e risate si succedevano in breve tempo; inoltre, aveva molta difficoltà a dormire.</p>
<p>Alla fine crollò e passò una settimana all’ospedale, ma nei successivi cinque anni non ebbe più problemi. Dai trenta ai quaranta anni ebbe molte crisi depressive; la sua produttività al lavoro diminuì, si sentiva triste e chiuso, e si ritirò in una sorta di penosa solitudine. Essendo fortemente contrario alle cure mediche, superava quelle depressioni chiudendosi nel suo appartamento e restando sdraiato nel buio della sua stanza. Poi le crisi finirono e Gideon riuscì a tornare al lavoro.</p>
<p>Dopo i quaranta anni ebbe una serie di crisi, molto simili all’esaurimento nervoso della gioventù, ma questa volta divenne anche paranoico: udiva messaggi speciali che gli venivano inviati attraverso la televisione e la radio, e che lo mettevano in guardia contro una cospirazione. Il ricovero psichiatrico fu richiesto dopo che venne indotto a cercare riparo in Central Park.</p>
<p>La malattia di Gideon era maniaco-depressiva: un disturbo episodico del carattere che di solito comincia a manifestarsi nella prima età adulta e che può provocare depressioni ricorrenti, euforia o una combinazioni di tutte e due. Caratteristica di questa malattia è che le crisi vanno e vengono, e tra l’una e l’altra il soggetto ritorna allo stato normale. Molte persone affette da tale malattia ritengono che le crisi siano prevenibili o almeno fortemente ridotte dall’assunzione quotidiana di sali di litio. Gideon opponeva una grande resistenza all’idea di avere questa malattia e all’assunzione di litio.</p>
<p>Citava il dharma della “mente che prende rifugio nel suo stato naturale” per giustificare il rifiuto di prendere medicine. Dopo i quaranta anni, le crisi maniacali colpirono ripetutamente Gideon, con frequenza di quasi una all’anno, compromettendo seriamente la sua carriera accademica. Per un certo periodo di tempo, la famiglia cercò di mettergli a sua insaputa le medicine nel cibo, ma ciò servì solo ad accrescere la sua paranoia.</p>
<p>A tutt’oggi, egli si rifiuta di assumere volontariamente medicine. Gideon resta un uomo orgoglioso e dall’intelligenza vivace, capace di lavorare produttivamente tra una crisi e l’altra, ma la malattia lo sta destabilizzando inesorabilmente.</p>
<p>Attraverso questi episodi, intendo chiarire che né la meditazione né la medicazione sono uniformemente benefiche in tutti i casi di sofferenza mentale. La pratica della meditazione può essere di grandissimo aiuto o può contribuire a rafforzare il rifiuto. Negli ambienti del dharma esiste ancora molta ignoranza sui benefici del trattamento psichiatrico, così come nell’ambiente psichiatrico esiste un’ignoranza corrispondente sui benefici della pratica meditativa.</p>
<p>In aggiunta, nella storia della psicoanalisi c’è uno spiacevole parallelo all’attuale pregiudizio degli ambienti del dharma contro le cure farmaceutiche. Il primo gruppo di seguaci di Freud era costituito dagli intellettuali radicali dell’epoca. La fiducia e l’entusiasmo verso questo nuovo e profondo metodo di cura li portò a considerarlo una panacea, in modo molto simile a ciò che l’avanguardia di oggi sta facendo con la pratica buddista</p>
<p>La figlia di Luis Comfort Tiffany, Dorothy Burlingham, figura di spicco nella New York del primo novecento, lasciò il marito maniaco-depresso a causa delle sue continue e incessanti crisi, e nel 1925 portò a Vienna i suoi quattro figli per cominciare un’analisi con Freud. Dopo essersi trasferita nell’appartamento sottostante a quello di Freud, Dorothy Burlingham cominciò una relazione con la famiglia Freud, che la portò a vivere con Anna Freud per il resto della sua vita (morì nel 1979).</p>
<p>Anna Freud divenne l’analista dei suoi figli, ma almeno uno di essi, Bob, sembra aver ereditato la depressione maniacale del padre. La tragica storia è stata raccontata dal nipote di Dorothy, Michael John Burlingham, nel libro <em>The Last Tiffany</em>: Bob soffrì di inconfondibili crisi maniaco-depressive e morì alla giovane età di cinquantaquattro anni. Ma così grande era la fede di Anna Freud nella psicoanalisi, che anche quando fu scoperta l’efficacia del litio nel trattamento profilattico, non ne prese mai in considerazione l’uso. Bob poteva essere curato solo con ciò che ricadeva nei parametri dell’ideologia freudiana, notoriamente inefficace per la sua malattia.</p>
<p>Senza dubbio, esistono dei praticanti del dharma che si stanno danneggiando allo stesso modo, per una fede simile nell’universalità della loro ideologia. Queste persone farebbero bene a ricordare gli insegnamenti del Buddha sulla via di mezzo, e soprattutto il suo consiglio contro la ricerca della felicità attraverso l’automortificazione delle diverse forme di ascetismo, da lui definite “dolorose, senza valore e prive di beneficio”.</p>
<p>Ostinarsi a soffrire per una malattia psichiatrica, quando la cura è misericordiosamente disponibile, non è altro che una pratica ascetica contemporanea. Il Buddha stesso tentò queste pratiche ascetiche, ma le abbandonò. Il suo consiglio è degno di essere tenuto in considerazione.</p>
<p>Nota: Tutti i nomi, i dettagli e le caratteristiche che possono permettere un’identificazione dei casi trattati in questo articolo, sono stati cambiati.</p>
<p>Mark Epstein è praticante buddista e psichiatra con studio privato a New York.</p>
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<p><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1924&amp;isbn=8827206078">Terry Clifford. Medicina tibetana del corpo e della mente. Mediterranee. 1991. ISBN: 8827206078</a></p>
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<p>Originalmente pubblicato su Tricycle magazine, <a href="http://www.tricycle.com/">www.tricycle.com</a><br />
Copyright originale Mark Epstein, per gentile concessione.<br />
Traduzione di Gagan Daniele Pietrini<br />
Copyright per l&#8217;edizione Italiana: Innernet.</p>
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		<title>Consapevolezza politica</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Feb 2008 18:25:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Toshan Ivo Quartiroli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Coscienza del mondo]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Da qualche settimana si è aperto un dibattito tra alcuni blogger italiani sugli strumenti per l&#8217;informazione e la partecipazione politica su Internet e sui problemi dell&#8217;agenda setting, ossia sulle priorità dei temi di discussione da parte dei media. Sono stato presente a questo dibattito più che altro commentando sul blog di <a href="http://blog.debiase.com/" target="_blank">Luca De Biase</a> che si è fatto promotore del tema e con spirito di inclusione sta tenendo le fila del dibattito. Dal suo articolo del 15 febbraio:</p>
<blockquote><p>La democrazia non è definita solo dalla libertà di votare (perché si vota anche sotto una dittatura), ma anche e soprattutto dalla libertà e dalla qualità dell&#8217;informazione politica e del dibattito sulle decisioni da prendere [...] Blogger e social network stanno già sviluppando una forma di scambio di notizie che si potrebbe chiamare &#8220;informazione di mutuo soccorso&#8221; per ovviare alle carenze dell&#8217;informazione ufficiale.</p></blockquote>
<p>La necessità di una definizione dell&#8217;agenda politica che parta dal basso viene sentita in particolar modo da parte del popolo della Rete. In Italia la situazione mediatica è particolarmente preoccupante. Il rapporto mondiale sulla libertà di stampa di <em>Reporters sans frontières</em> vede l&#8217;Italia al 40esimo posto, superata tra gli altri dal Mali, Panama, il Ghana, Bosnia Herzegovina.<span id="more-840"></span></p>
<p>La maggior parte dei grandi media italiani sono fortemente legati agli schieramenti politici e ai grandi gruppi economici che definiscono sia i temi di discussione che la direzione degli stessi. La particolarità italiana, dove una singola persona detiene il maggior potere economico, il maggior potere mediatico e forse anche il più forte potere politico rendono la situazione particolarmente grave.</p>
<p>La democrazia è intrinsecamente incompatibile con l&#8217;accentramento dei diversi poteri in una sola mano. I pochi poteri rimasti autonomi, quali la magistratura, sono stati delegittimati e attaccati ripetutamente. Inoltre, un potere tira l&#8217;altro: avendo a disposizione televisioni, riviste e giornali è certamente più facile accrescere il proprio potere economico e politico. Poichè alla brama di potere dell&#8217;ego non c&#8217;è fine, è ovvio che vi debbano essere leggi opportune che limitino tali espansioni.</p>
<p>Condivido quindi i bisogni dei blogger nella creazione di una forma di partecipazione e definizione del dibattito politico che parta dal basso e che sia condivisa e verificata. Tra le diverse idee uscite finora dal dibattito vi sono la <a href="http://www.wikidemocracy.org/wiki/" target="_blank">Wikidemocracy</a> ideata da <a href="http://blog.quintarelli.it" target="_blank" title="Quinta 's weblog : Il Blog di Stefano Quintarelli: Perche' non comprero' un Kindle e gia' che ci sono passero' da Amazon a Barnes And Noble">Quintarelli</a>, <a href="http://www.openpolis.it/" target="_blank">Openpolis</a> e l&#8217;uso di Twitter per aggregare le discussioni di politica.</p>
<p>Nella mia vita mi sono occupato di politica al liceo, poi di tecnologie come programmatore e scrittore di libri di informatica, quindi sono stato editore di libri di informatica con Apogeo, poi editore di libri di spiritualità e di culture alternative con Urra. Durante questo tempo, da circa 18 anno sto percorrendo parallelamente un cammino spirituale di consapevolezza in cui ho incontrato diversi approcci esperienziali verso la ricerca del vero (tecniche corpo-mente, psicologia, meditazione, Buddismo, Osho, Almaas, maestri Advaita Vedanta ecc&#8230;).</p>
<p>Occuparmi di politica, che intendo come visione sociale partecipativa, lo sento come una forma di responsabilità per condividere e dare il mio apporto alla consapevolezza collettiva. I percorsi spirituali danno valore al vero, alla realtà, alla interdipendenza e alla crescita della consapevolezza. Questi valori rimangono sterili se vengono applicati solamente alla nostra condizione personale.</p>
<p>La consapevolezza collettiva, e pure l&#8217;inconscio collettivo, come il riscaldamento globale o i messaggi dei media, ci coinvolgono tutti quanti, chi più chi meno, a prescindere dalla nostra condizione personale. Gautama il Buddha parlò per tutta la vita di interdipendenza come condizione universale mentre Fromm disse che anche i pensatori più rivoluzionari dipendono dal contesto intellettuale e spirituale in cui si trovano,</p>
<p>Nel percorso spirituale ho dato meno peso alle ideologie e in generale alle idee, facendo talvolta esperienza di stati che sono al di là della mente concettuale che consciamente o inconsciamente determinano e limitano la nostra identità. Ho compreso come molte delle &#8220;idee&#8221; a favore o contro questo o quello solo spesso proiezioni o parti di noi stessi non riconosciute o accettate. Ho pure compreso come i cosiddetti principi sono spesso bisogni di controllo di noi stessi e del prossimo e come il voler cambiare le cose abbia spesso all&#8217;origne l&#8217;incapacità di accettare la realtà come tale e di fluire con &#8220;ciò che è&#8221;.</p>
<p>Inoltre, non credo di essere presuntuoso se come ricercatore affermo che ho avuto meglio da fare che stare dietro al dibattito politico italiano, che quando va bene provoca noia.</p>
<p>Tuttavia, una volta ripuliti (perlomeno sgrossati) dalle motivazioni psicologiche per cui si odia, si ha timore e/o si rincorre il potere, ritengo che coloro che si occupano di consapevolezza, come molti dei lettori di Innernet, sentano il bisogno di condividere anche su un piano politico ciò che hanno metabolizzato interiormente.</p>
<p>Condivisione, non proselitismo o ideologia, semplicemente essere se stessi e in quanto tali includere la comunicazione del proprio sentire profondo anche nei confronti della società. Vivere la vita seconda la propria comprensione e portare se stessi nell&#8217;azione divengono parte del percorso di crescita.</p>
<p>Quindi rimbalzo il dibattito anche sul canale Innernet, appena rinnovato in forma di blog, perchè nessun ricercatore nel 2008 si isola sulla montagna per meditare e comunque oramai anche lì i danni ambientali e politici si fanno sentire.</p>
<p>Nel dibattito tra i blogger si è anche parlato di accountability del politici, che ha a che fare con la trasparenza, la coerenza, l&#8217;assunzione di responsabilità e la valutazione dei risultati sulla base dei programmi. Credo che nessuno possa negare l&#8217;importanza di tali parametri.</p>
<p>Ma l&#8217;accountability funziona se la coerenza e il vero sono qualità sentite nella popolazione, cioè se sono valori diffusi e se vi è abbastanza capacità di attenzione per tracciare falsità e incoerenze. I blogger sono probabilmente già abbastanza orientati ad una visione critica della realtà ed a non ingurgitare ogni boccone mediatico, ma parliamo di una piccolissima nicchia in relazione alla totalità dei media.</p>
<p>La mia impressione è che in generale in Italia la manipolazione delle informazioni sia arrivata ad un livello molto esteso, dove le capacità di discriminazione delle stesse da parte dei fruitori, le capacità di attenzione focalizzata e di amore per il vero sono scese a livelli preoccupanti. Livello molto lontano dalla società della consapevolezza ipotizzata da Peter Russell ne &#8220;<a href="http://www.urraonline.com/libri/9788873036449/scheda">Il risveglio della mente globale</a>&#8221; che pubblicai con Urra a metà degli anni &#8217;90 (purtroppo ho preso atto che il libro non è più disponibile da parte di Feltrinelli, a cui ho ceduto l&#8217;attività nel 2001).</p>
<p>Su questo calo delle capacità di attenzione diffusa i politici giocano in casa. Ascoltiamo quotidianamente dichiarazioni e il loro contrario, falsificazioni evidenti della realtà e promesse mai mantenute come se niente fosse. I media, in cui includo anche i grandi siti informativi in Rete, sono perlopiù parte di questa tendenza, in un&#8217;orgia di informazioni dove passa tutto e il suo contrario, rendendo ardua la comprensione di &#8220;ciò che è&#8221;.</p>
<p>Ma ciò che più preoccupa è che sta avvenendo una peculiare <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Sindrome_di_Stoccolma">sindrome di Stoccolma</a> nei confronti dei nostri colonizzatori della consapevolezza. Iniziamo ad accettarli nelle loro bugie, nelle loro meschinità, nelle loro corruzioni. C&#8217;è una rassegnazione diffusa che è più forte delll&#8217;indignazione oppure ci diverte il teatrino della politica come fosse un&#8217;opera di Pirandello o un film di Sordi. Troviamo così il modo di tollerare la devastazione come un meccanismo di difesa di fronte all&#8217;inevitabile. I politici e le varie caste sembrano inamovibili e ci dimentichiamo che sono e rimangono tigri di carta, piccoli esseri impauriti che cercano nel potere la sicurezza che non trovano in loro stessi.</p>
<p>Trasmettere un&#8217;informazione alternativa tramite soluzioni tecniche in rete quali gli aggregatori ha sicuramente la sua importanza, ma il rischio è quello di parlare sempre alle solite persone. Per il popolo dei blogger probabilmente l&#8217;agenda è già profondamente diversa da quella dei media tradizionali. Si sfonda una porta aperta.</p>
<p>Mi sembra che nella ricerca di questi metodi vi sia un tocco di razionalismo e di visione scientifica della vita che si basa sulla centralità dell&#8217;oggettività e della coerenza intellettuale. Ottimi principi ma l&#8217;essere umano è molto di più e allo stesso tempo molto meno del livello razionale. Senza dubbio la verità trionfa sempre,  ma il trionfo avviene solamente su un piano ultimo, piano a cui ci si può connettere tramite un percorso di consapevolezza. Sul piano politico e sociale la volontà d&#8217;illusione e la manipolazione sono più forti.</p>
<p>La colonizzazione delle consapevolezze avviene ad un livello precedente allo sviluppo della razionalità, intesa sia come evoluzione psicologica dell&#8217;individuo che come evoluzione collettiva. Se vogliamo utilizzare il modello dei chakra (piuttosto che i modelli psicologi di Piaget, un modello vale l&#8217;altro, basta capirsi), la manipolazione mediatica/politica fa leva prevalentemente sul primo chakra, legato alla sopravvivenza e alle paure (le armi di distruzione di massa, i terroristi, la delinquenza, gli extracomunitari, i comunisti, le tasse, la disoccupazione, i salari), sul secondo chakra legato alle emozioni accattivanti e seduttive (simpatia-antipatia, immagine, vittimismo, seduzione, tette e culi ovunque, varie distrazioni di massa) e sul terzo chakra (potere personale e di gruppo, rivalsa, conflitto, odio, io-tu, noi-voi, nord-sud, bianchi-neri, giovani-vecchi). I media di massa e la politica spesso sono fermi su questi circuiti.</p>
<p>E&#8217; facile fare campagne elettorali su queste basi, ogni essere umano in quanto tale viene scosso da tali temi. In Italia, ma non solo qui, i voti non si prendono sulla base della coerenza dei programmi o sulla verità delle proprie affermazioni, ma sulle base delle suggestioni mediatiche e sulla ripetizione dei messagi fino a che &#8220;una bugia ripetuta molte volte diviene una verità&#8221;, come ogni dittatura ben conosce.</p>
<p>L&#8217;informazione alternativa sul piano sociale deve far leva senza dubbio sulla coerenza dei messaggi e sulla verifica degli stessi, ma anche sulla trasmissione di canali interiori più integrali rispetto a quelli che sono possibili in rete. Canali dove scorre il contatto umano vero, dove si trasmettono qualità autentiche, metabolizzate e integrate nella persona e non limitate ad un piano prevalentemente mentale (vedi mio articolo &#8220;<a href="http://www.indranet.org/is-internet-empowering-us/">Internet aumenta davvero il nostro potere?</a>&#8220;).</p>
<p>La conoscenza deve diventare organica altrimenti come cantava Gaber &#8220;Un&#8217;idea, un concetto, un&#8217;idea, finché resta un&#8217; idea, è soltanto un&#8217;astrazione, se potessi mangiare un&#8217;idea avrei fatto la mia rivoluzione.&#8221; Uno sguardo sincero e poche parole che giungono dal profondo trasformano interiormente più di tanti articoli nei blog.</p>
<p>Grillo vede correttamente il ripartire dalla mobilitazione dal basso dei cittadini la condizione per la rinascita della politica. Ciò che mi lascia distante sono i suoi toni, che a loro volta fanno leva su semplificazioni ad alto impatto emotivo e su una conflittualità diretta a 360 gradi, quindi prevalentemente sugli stessi canali interiori dei media tradizionali. Certo, quando il sonno è profondo è necessaria una sveglia ad alti decibel ma le urla continue creano un gran polverone che offusca le sottili distinzioni, analogamente a come avviene nei talk show. Trovo comunque sia le iniziative di Grillo che le idee di De Biase, nella loro diversità, importanti per la fase in cui si trova il paese.</p>
<p>I blog per loro natura sono improntati alla provvisorietà, l&#8217;enfasi viene portata sul momento, sull&#8217;ultimo articolo, portando a ricercare la novità e dando meno peso alla memoria storica. L&#8217;architettura dei blog, anche di Innernet, è verso la transitorietà e questo poco aiuta la riflessione profonda e la metabolizzazione delle informazioni verso la saggezza e la metamorfosi interiore.  Gli aggregatori tecnici che si sono ipotizzati andrebbero intesi mi auguro anche come coesione di articoli in termini temporali più ampi rispetto alla notizia del giorno che verrà puntualmente dimenticata, smentita oppure oscurata.</p>
<p>Vi sono blogger che pubblicano libri e altri che coinvolgono le persone fuori dalla rete, entrambi modi per dare più spessore alla comunicazione.</p>
<p>Alcuni analisti affermano che i diversi media non sono in conflitto e che c&#8217;è bisogno di un&#8217;integrazione nella Rete piuttosto che una sostituzione di un medium con un altro. Questo mi trova d&#8217;accordo a parte un singolo medium: la televisione. Sono stati fatti oramai troppi studi che ci dicono che, a <em>prescindere</em> dai contenuti della televisione, l&#8217;effetto sulla psiche è, per usare un&#8217;unica parola, di <em>rincoglionimento</em>. Tanto peggio quando i contenuti sono quelli che sappiamo.</p>
<p>Neppure ritengo che i video in Rete siano una soluzione. Siti come YouTube o Current.tv sono importanti per creare informazione dal basso ma ritengo che la <a href="http://www.indranet.org/words-and-silences/">parola scritta</a> o trasmessa dal vivo sia tutt&#8217;ora il medium migliore per l&#8217;elaborazione della consapevolezza.</p>
<p>Il progetto politico di Forza Italia in questo senso ha agito abilmente come un retrovirus. Prima ha indebolito le difese immunitarie mentali degli Italiani con le televisioni (e altri media) quindi ha avuto facile accesso ad altri canali della consapevolezza. Il canale si cui ha fatto leva non è certo quello razionale, piuttosto sono stati attivati i piani emotivi e primordiali che ho menzionato sopra. E hanno anche attivato la passione e l&#8217;entusiasmo che sono mancati dall&#8217;altra parte.</p>
<p>La trasformazione delle consapevolezze potrà avvenire a mio avviso in parte in Rete ma soprattutto fuori. C&#8217;è un livello che è comprensibile da tutti a prescindere dalle capacità intellettuali o dalle diverse visioni ideali, quello del cuore. Il cuore inteso inteso in senso esteso, non sto parlando di sentimentalismo o di essere &#8220;buoni&#8221;.</p>
<p>Cuore inteso come amore per la verità, come vitalità interiore, come onestà verso se stessi e il prossimo e come coraggio di esprimere se stessi. Il chakra del cuore è l&#8217;unico che nella visione spirituale è in gradi di espandersi e di includere tutti gli altri, i quali mantengono la loro natura ma con la qualità del cuore.</p>
<p>Allora per ritornare al modello dei chakra (mi preme ripetere che potrebbe essere usato qualsiasi altro modello al suo posto), il livello del primo chakra della sopravvivenza e delle paure può diventare la sicurezza che si trova in un sociale solidale dove i singoli si responsabilizzano nei confronti del collettivo (è dura in Italia eh?). Il secondo chakra della manipolazione emozionale diventa la libera espressione delle emozioni che vengono integrate nell&#8217;essere se stessi e nella veracità.</p>
<p>Il terzo chakra della conflittualità e del potere settario (io-tu, noi-voi) diventa il <em>vero</em> potere personale degli individui che possono esprimere le loro potenzialità supportati da una rete sociale che valorizza la creatività e l&#8217;iniziativa, in una logica &#8220;vinco io e vinci anche tu&#8221;. Un cuore che trasforma in questo modo gli altri tre chakra è il migliore &#8220;aggregatore&#8221; che possiamo avere. Aggrega le nostre parti interiori e vibra per simpatia con gli altri.</p>
<p>La risposta ai media che falsificano, banalizzano e impongono l&#8217;agenda collettiva sta nello sviluppo di qualità umane che valorizzano il vero, supportate anche da soluzioni mediatiche o tecnologiche. Le stesse qualità poi si potranno <em>anche</em> esprimere tramite i media.</p>
<p>Mi dispiacerebbe vedere tante buone intenzioni rinchiudersi prevalentemente nelle tecnologie della rete e poi sentire qualcuno dire &#8220;Tenetevi la vostra democrazia partecipativa in rete che io mi tengo i voti&#8221;.</p>
<p>Sarebbe anche interessante capire qual è l&#8217;agenda politica delle persone che si occupano di ricerca spirituale e consapevolezza. Quali sono le priorità? Le prime che mi vengono in mente:</p>
<p>- smettere di dar importanza alla crescita economica e pianificare una decrescita felice, decrescita comunque inevitabile. ll pianeta semplicemente non ce la fa più, abbiamo bruciato le sue risorse in poche generazioni</p>
<p>- promuovere radicalmente la produzione di energie alternative con forti incentivi economici anche per le piccole installazioni come avviene in Germania e in alcuni paesi nordeuropei. Se ce la fanno alle loro latitudini tanto meglio potremo produrre energia solare in Italia</p>
<p>- insegnare nelle scuole l&#8217;intelligenza emozionale e come relazionarsi con il prossimo. Insegnare anche ad apprezzare il silenzio e la riflessione profonda come spiritualità laica. Insegnare ad analizzare criticamente le notizie.</p>
<p>- trasformare l&#8217;intera struttura del trasporto potenziando fortemente il trasporto pubblico, le piste ciclabili, il car sharing e il telelavoro</p>
<p>- regolamentare i media in modo compatibile con uno stato democratico, senza accentramenti o monopoli</p>
<p>- incentivare le medicine alternative e una cultura olistica di cura del corpo che privilegi la prevenzione e il benessere inteso non solo come assenza di malattia. Promuovere nelle scuole e tramite i media la vera cultura della vita come cultura del sesso sicuro.</p>
<p>- liberalizzare le professioni, ma sul serio</p>
<p>- incentivare la piccola imprenditoria in particolare giovanile semplificando radicalmente gli obblighi contabili e le burocrazie</p>
<p>- dare dignità ai bambini e agli anziani creando degli ambienti urbani più a misura d&#8217;uomo. Lavorare di meno ed avere più tempo per dare ai bimbi la direzione che altrimenti avrebbero solo dalle televisioni e dalle tecnologie</p>
<p>- valorizzare l&#8217;anima dei luoghi, le tradizioni locali e le particolarità (cibi, vini, luoghi, architetture, storia, artigianato di qualità) che rendono l&#8217;Italia straordinaria, risorsa che ci connette con le nostre radici e allo stesso tempo espande la nostra immagine nel mondo</p>
<p>- dare spazio a luoghi non commerciali dove i giovani possono incontrarsi, suonare, esprimere la propria creatività. Non ci sono solo i videogame ed Internet</p>
<p>- e poi, ciò che già gira in rete da tempo, quale l&#8217;elezione diretta dei candidati, rimozione dei parlamentari condannati ecc..</p>
<p>In definitiva sono banalità e sono azioni che sono già state intraprese altrove. Ma in Italia per qualsiasi cambiamento si impasta tutto in modo quasi inestricabile. Forse ripartire da una riorganizzazione delle idee e soprattutto dalle intenzioni di ognuno è un primo passo per uscire dalla caverna.</p>
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		<title>Una spiritualità che trasforma, parte 2</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Feb 2008 23:38:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ken Wilber</dc:creator>
				<category><![CDATA[Percorsi di ricerca]]></category>
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		<description><![CDATA[Secondo Ken Wilber La religione ha sempre svolto due funzioni importantissime e molto diverse. Una è di dare un senso al sé individuale. Al sé viene semplicemente offerto un nuovo modo di pensare o percepire la realtà. Tuttavia, a un certo punto del nostro processo di maturazione, questa traslazione, per quanto adeguata e salda, cessa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/ken-wilber.jpg" title="ken wilber.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/ken-wilber.jpg" alt="ken wilber.jpg" align="left" hspace="6" /></a>Secondo Ken Wilber La religione ha sempre svolto due funzioni importantissime e molto diverse. Una è di dare un senso al sé individuale. Al sé viene semplicemente offerto un nuovo modo di pensare o percepire la realtà. Tuttavia, a un certo punto del nostro processo di maturazione, questa traslazione, per quanto adeguata e salda, cessa di consolare. Nessun nuovo credo, mito, idea o paradigma tamponerà l&#8217;affiorare dell&#8217;ansia. L&#8217;unico sentiero utile non è un nuovo credo per il sé, ma la trascendenza di quest&#8217;ultimo.<span id="more-467"></span></p>
<p><strong>Chi vuole davvero trasformarsi?</strong></p>
<p>È credenza diffusa che l’oriente trabocchi letteralmente di spiritualità trasformativa e autentica, mentre l’occidente – sia storicamente che nell’odierna “New Age” – non ha niente altro da offrire che varie forme di spiritualità orizzontale, traslatoria, meramente legittima e quindi debole. In questo c’è qualcosa di vero, ma la realtà è molto più cupa, tanto per l’oriente quanto per l’occidente.</p>
<p>Innanzitutto, anche se è generalmente vero che l’oriente ha prodotto un numero più grande di ricercatori autentici, l’effettiva percentuale della popolazione orientale impegnata nell’autentica spiritualità trasformativa è, ed è sempre stata, miserevolmente bassa. Una volta chiesi a Katigiri Roshi, con cui ebbi la mia prima esperienza di risveglio (non di crollo, si spera) quanti autentici grandi maestri di ch’an e di zen fossero esistiti. Senza esitazioni, egli mi rispose: «Forse un migliaio in tutto». A un altro maestro zen chiesi quanti maestri zen autenticamente illuminati – profondamente illuminati – fossero vivi nel Giappone odierno, e lui rispose: «Non più di una dozzina».</p>
<p>Assumiamo, per amore della discussione, che queste siano solo risposte vaghe. Esaminiamo i numeri. Anche se affermiamo che in tutta la storia sono esistiti solo un miliardo di cinesi (una stima estremamente bassa), ciò vuol dire che solo mille persone su un miliardo hanno raggiunto una spiritualità autentica e trasformativa. Per chi tra voi non ha una calcolatrice, questo equivale allo 0,0000001 della popolazione totale.</p>
<p>E questo vuol dire, indubbiamente, che il resto della popolazione era (ed è) dedita, al massimo, a vari tipi di religione orizzontale, traslatoria e meramente legittima: pratiche magiche, credenze mitiche, preghiere consistenti in petizioni egoiche e così via. In altre parole, a vie traslatorie per dare senso al sé individuale, una funzione traslatoria che è stata (come stavamo dicendo) il maggiore collante sociale della cultura cinese (e di tutte le altre) fino a oggi.</p>
<p>Quindi, senza volere in alcun modo sminuire il contributo davvero straordinario delle grandi tradizioni orientali, la realtà è semplicissima: la spiritualità radicale e trasformativa è estremamente rara, in qualsiasi tempo e in ogni area geografica (per l’occidente, i numeri sono ancora più deprimenti. Non aggiungo altro).</p>
<p>Dunque, anche se possiamo giustamente lamentarci del numero esiguo di occidentali alla ricerca di una realizzazione spirituale autentica e radicalmente trasformativa, non commettiamo l’errore di affermare che in epoche precedenti o in altre culture le cose erano molto diverse. In certi momenti, in occidente è andata un po’ meglio di adesso, ma il fatto rimane: la spiritualità autentica è un uccello incredibilmente raro, in qualsiasi luogo e tempo. Quindi, cominciamo dal fatto incontrovertibile che la spiritualità autentica, verticale e trasformativa è uno dei gioielli più preziosi dell’intera tradizione umana, precisamente perché, come tutti i gioielli preziosi, è straordinariamente raro.</p>
<p>Secondo, anche se io e te siamo profondamente convinti del fatto che la più importante funzione che possiamo svolgere è offrire un’autentica spiritualità trasformativa, la realtà è che molto di ciò che dobbiamo fare – nella nostra capacità di portare una spiritualità decente nel mondo – è offrire <em>modi di traslazione più utili e benevoli</em>. In altre parole, anche se stiamo praticando, od offrendo, un’autentica spiritualità trasformativa, gran parte di ciò che dobbiamo <em>innanzitutto</em> fare è fornire alla gente un modo più adeguato di traslare la sua condizione. <em>Dobbiamo cominciare con utili traslazioni, prima di poter offrire efficacemente autentiche trasformazioni.</em></p>
<p>La ragione è questa: se un individuo (o una cultura) viene privato troppo rapidamente, bruscamente o maldestramente della traslazione, il risultato (ancora una volta) non è il risveglio, ma il crollo; non la liberazione, ma il collasso. Lasciatemi fare due brevi esempi.</p>
<p>Quando Chögyam Trungpa Rinpoche, un grande (anche se controverso) maestro tibetano, venne per la prima volta in America, divenne famoso perché, alla domanda sul significato di <em>Vajrayana</em>, rispondeva sempre: “Esiste solo Ati”. In altre parole, esiste solo la mente illuminata, ovunque tu rivolga lo sguardo. L’ego, il samsara, maya, le illusioni… Non dobbiamo liberarci di alcuno di essi, perché in realtà non esistono: in qualsiasi punto dell’esistenza c’è solo Ati, lo Spirito, Dio, la Consapevolezza non duale.</p>
<p>In pratica, nessuno lo capì; nessuno era pronto a questa comprensione radicale e autentica dell’onnipresente verità. Quindi, alla fine Trungpa introdusse un’intera serie di pratiche “minori” che conducevano a questa estrema e radicale “non-pratica”. Propose le nove <em>Yana</em> come base della pratica; ovvero, nove stadi o livelli della pratica culminanti nella “non-pratica” finale dell’onnipresente Ati.</p>
<p>Molte di queste pratiche erano semplicemente traslatorie, e alcune erano ciò che potremmo definire “pratiche trasformative minori”: trasformazioni in scala ridotta che rendevano il corpo-mente più aperto all’illuminazione radicale già esistente. Queste pratiche traslatorie e minori conducevano alla “pratica perfetta” della non-pratica, o alla comprensione radicale, istantanea e autentica che, sin dall’inizio, esiste solo Ati. Quindi, anche se la trasformazione finale era il primo obiettivo e il fondamento onnipresente, Trungpa dovette introdurre delle tecniche traslatorie e minori per preparare la gente all’ovvietà di ciò che è.</p>
<p>Esattamente la stessa cosa successe con Adi Da, un altro influente (e ugualmente controverso) esperto della materia (ma stavolta americano). Egli, all’inizio, non insegnava altro che “la via della comprensione”: non un cammino per conseguire l’illuminazione, ma un’indagine sui motivi per i quali, in primo luogo, si desidera raggiungerla. Il desiderio stesso di <em>cercare</em> l’illuminazione, in realtà, non è altro che una manifestazione dell’avidità dell’ego, e quindi è la ricerca stessa dell’illuminazione a impedire quest’ultima. La “pratica perfetta” non è la ricerca dell’illuminazione, ma un’indagine sui motivi della ricerca stessa. Ovviamente, sei alla ricerca per evitare il presente, ma è solo il presente a contenere la risposta: una ricerca eterna vuol dire mancare il punto per sempre. Poiché sei già sempre lo Spirito illuminato, ricercare quest’ultimo equivale semplicemente a negarlo. Non puoi conseguire lo Spirito più di quanto non puoi ottenere i tuoi piedi o acquisire i tuoi polmoni.</p>
<p>Nessuno lo capì. E così Adi Da, esattamente come Trungpa, introdusse un’intera serie di pratiche traslatorie e meno trasformative – di fatto, sette stadi di pratica – in grado di portarti al punto in cui potevi fare a meno di qualsiasi ricerca, aprendoti all’onnipresente verità della tua condizione eterna e senza tempo, completamente e totalmente presente sin dall’inizio, ma brutalmente ignorata nel frenetico desiderio della ricerca.</p>
<p>Ebbene, qualsiasi cosa tu possa pensare di questi due esperti, resta il fatto: essi misero in atto forse i primi due grandi <em>esperimenti</em> in questo paese per introdurre il concetto “Esiste solo Ati”, c’è solo lo Spirito. Di conseguenza, la ricerca dello Spirito è esattamente ciò che impedisce la realizzazione. Ed entrambi scoprirono che, per quanto noi si sia presenti ad Ati, alla verità <em>trasformativa</em> di questo momento, pratiche <em>traslatorie</em> e meno trasformative sono quasi sempre un prerequisito per quella trasformazione finale e totale.</p>
<p>Il mio secondo punto, allora, è che, oltre a offrire una trasformazione radicale e autentica, dobbiamo essere sensibili e attenti alle numerose e benefiche varietà delle pratiche minori e traslatorie. Questo atteggiamento più generoso richiede quindi un “approccio integrale” alla trasformazione complessiva, un approccio che onori e incorpori molte pratiche traslatorie e meno trasformative – coprendo l’aspetto fisico, emotivo, mentale, culturale e comunitario dell’essere umano – come preparazione ed espressione della trasformazione finale nello stato onnipresente.</p>
<p>E quindi, pur criticando giustamente la religione meramente traslatoria (e tutte le forme minori di trasformazione), dobbiamo anche comprendere che un approccio integrale alla spiritualità unisce il meglio dell’orizzontale e del verticale, del traslatorio e del trasformativo, del legittimo e dell’autentico. Indirizziamo dunque i nostri sforzi verso una concezione generale sana ed equilibrata della situazione umana.</p>
<p><strong>Saggezza e compassione</strong></p>
<p>Ma questo mio punto di vista non è terribilmente elitario? Buon Dio, spero di sì. Quando vai a una partita di basket, speri di vedere me o Michael Jordan? Quando ascolti musica pop, stai pagando per sentire me o Bruce Springsteen? Quando vuoi un buon libro, preferisci me o Tolstoy per una lettura serale? Quando paghi 64 milioni di dollari per un quadro, quest’ultimo sarà dipinto da me o da Van Gogh?</p>
<p>Qualsiasi eccellenza è elitaria. Ciò include anche l’eccellenza spirituale. Ma quest’ultima è un’eccellenza alla quale siamo tutti invitati. Prima ci dirigiamo dai grandi maestri: Padmasambhava, Santa Teresa d’Avila, Gautama il Buddha, Lady Tsogyal, Emerson, Eckhart, Maimonide, Shankara, Sri Ramana Maharshi, Bodhidharma, Garab Dorje. Ma il loro messaggio è <em>sempre</em> lo stesso: lascia che questa consapevolezza che è in me sia anche in te. Si comincia elitari e si finisce egalitari, sempre.</p>
<p>Ma nel mezzo c’è l’irosa saggezza che urla dal cuore: dobbiamo, tutti, avere sempre di mira l’obiettivo radicale e totalmente trasformativo. Quindi, qualsiasi tipo di spiritualità integrale o autentica implicherà sempre una critica intensa e occasionalmente polemica dal campo trasformativo a quello meramente traslatorio.</p>
<p>Se usiamo le percentuali del ch’an cinese come esempio generale, esse mostrano che se lo 0,0000001 della popolazione pratica la spiritualità genuina e autentica, lo 0,9999999 coltiva una fede non-trasformativa, non-autentica, meramente traslatoria od orizzontale. E questo vuol dire – ebbene sì – che la spiritualità della stragrande maggioranza di “ricercatori spirituali” in questo paese (e altrove) è assai poco autentica. È sempre stato così ed è così anche adesso. Questo paese non fa eccezione.</p>
<p>Ma nell’America di oggi, ciò dà molto più fastidio, perché la grande maggioranza di praticanti spirituali spesso crede di rappresentare la “prima linea” della trasformazione spirituale, il “nuovo paradigma” che muterà il mondo, la “grande trasformazione” di cui essi sono l’avanguardia. Ma molto spesso, essi non sono affatto trasformativi; sono meramente, ma aggressivamente, traslatori. Non offrono mezzi efficaci per smantellare profondamente il sé, bensì semplici modi di farlo pensare diversamente; non percorsi di trasformazione, ma nuove vie per traslare. In realtà, ciò che la maggior parte di loro offre non è una pratica o una serie di pratiche, la <em>sadhana</em>, il <em>satsang</em>, il <em>shikan-taza </em>o lo <em>yoga</em>. Ciò che la maggior parte di loro offre è semplicemente il consiglio: leggi il mio libro sul nuovo paradigma. Tutto ciò è molto disturbato e profondamente disturbante.</p>
<p>Pertanto, le autentiche realtà spirituali hanno l’anima e il cuore delle grandi tradizioni religiose, ma faranno sempre due cose allo stesso momento: apprezzeranno e praticheranno le pratiche traslatorie e minori (dalle quali di solito dipende il loro successo), ma grideranno anche con tutto il cuore che la traslazione da sola non è sufficiente.</p>
<p>E dunque, tutti coloro ai quali la trasformazione autentica ha inciso profondamente l’anima devono, credo, vedersela con il profondo obbligo morale di proclamare dal cuore – forse in modo calmo e tranquillo, con lacrime di riluttanza; forse con passione infuocata e irosa saggezza; forse con un’analisi ponderata e precisa; forse con un indiscutibile esempio pubblico – ma in un modo o nell’altro, l’<em>autenticità</em> pone sempre e assolutamente una <em>richiesta</em> e un <em>obbligo</em>: parlare a voce alta, al massimo delle tue capacità, scuotendo l’albero spirituale e indirizzando il tuo fascio di luce negli occhi di chi si sente appagato. Devi lasciare che quella realizzazione radicale rimbombi nelle tue vene e scuota chi ti circonda.</p>
<p>Ahimè! Se non farai così, starai tradendo la tua autenticità e nascondendo la tua vera condizione. Non vuoi turbare gli altri perché non vuoi turbare te stesso. Stai agendo in malafede, stai propendendo verso la malvagità.</p>
<p>Perché, vedi, il fatto allarmante è che qualsiasi profonda realizzazione comporta un peso enorme. A chi è consentito vedere, viene allo stesso tempo imposto l’obbligo di<em> comunicare</em> tale visione in modo chiaro. Questo è l’accordo. Ti è stato permesso di vedere la verità a patto di comunicarla agli altri (ecco il significato fondamentale del voto del bodhisattva). E quindi, se hai visto, devi semplicemente dirlo chiaro e forte. Parla con compassione, con irosa saggezza o con abilità oratoria, ma parla.</p>
<p>Questo è davvero un peso terribile, orribile, perché non c’è posto per la timidezza. Il fatto che potresti avere torto non è, semplicemente, una scusa. Nella tua comunicazione potresti avere torto o ragione, ma questo non importa. Ciò che conta, come Kierkegaard ce lo ha ricordato tanto bruscamente, è che solo esprimendo la tua visione con passione, la verità può alla fine, in un modo o nell’altro, fare breccia nella riluttanza del mondo. Solo la tua <em>passione</em> dimostrerà se hai torto o ragione. È tuo dovere far conoscere quella scoperta – in un modo o nell’altro – e quindi esprimerla con tutto il coraggio e la passione che puoi trovare nel cuore. Devi urlare, in un modo qualsiasi.</p>
<p>Il mondo volgare sta già urlando, e con un astio così rauco che le voci più autentiche si odono a mala pena. Il mondo materialista è già pieno di pubblicità e attrattive, adescamenti e richiami commerciali, saluti di benvenuto e inviti ad avvicinarsi. Non voglio essere duro qui, perché dobbiamo rispettare tutte le attività minori. Ciononostante, avrai notato che la parola “anima” è, in questo momento, quella che vende meglio sulla copertina dei libri; e ciò che “anima” vuol dire, nella maggior parte di questi libri, è semplicemente l’ego sotto mentite spoglie. La parola “anima” ormai denota, in questa frenesia traslatoria, non ciò che in te è senza tempo, ma ciò che si agita producendo più rumore. “Cura dell’anima”, incomprensibilmente, non vuol dire altro che una concentrazione intensa sul sé fieramente individuale. In modo simile, “spirituale” è sulle labbra di tutti, ma di solito tutto ciò che indica è un’intensa sensazione egoica, così come “cuore” è finito con il significare qualsiasi sincero sentimento di autocontrazione.</p>
<p>Tutto ciò, in verità, è solo il vecchio gioco traslatorio, vestito a festa per andare in città. Queste cose potrebbero essere più che accettabili se non fosse per l’allarmante fatto che tali manovre traslatorie vengono aggressivamente definite “di trasformazione”, quando, naturalmente, non sono altro che una nuova serie di abili traslazioni. In altre parole, sembra esserci (ahimè!) una profonda ipocrisia dietro il gioco di prendere qualsiasi nuova traslazione e definirla “la grande trasformazione”. E il mondo in generale – oriente od occidente, nord o sud – è, ed è sempre stato, per la maggior parte, totalmente sordo a questa calamità.</p>
<p>E quindi, stante la misura della tua autentica realizzazione, stavi davvero pensando di sussurrare educatamente all’orecchio di quel mondo mezzo sordo? No, amico mio, devi urlare. Urla dal cuore ciò che hai visto, urla in qualsiasi modo ti viene.</p>
<p>Ma non indiscriminatamente. Usiamo attentamente questo urlo trasformativo. Lasciamo che piccole sacche di spiritualità autenticamente trasformativa, di vera spiritualità, concentrino i loro sforzi e trasformino i propri studenti. E lasciamo che queste sacche comincino a estendere la loro influenza lentamente, attentamente, responsabilmente e umilmente, abbracciando un’<em>assoluta tolleranza</em> per tutti i punti di vista, ma cercando sempre di sostenere una spiritualità vera, autentica e integrale. Per esempio, con la radiosità, il sollievo naturale, l’incontestabile liberazione che essa provoca. Lasciamo che queste sacche di trasformazione persuadano gentilmente il mondo e i suoi ego riluttanti, sfidandone la legittimità, le traslazioni limitate e offrendo un risveglio dall’intorpidimento generale.</p>
<p>Cominciamo qui e ora, da noi, da me e te. Impegniamoci a respirare nell’infinito fino a quando quest’ultimo sarà l’unica realtà che il mondo riconoscerà. Lasciamo che i nostri volti risplendano di una trasformazione radicale; che dal nostro cuore e dal nostro cervello ruggisca e risuoni una semplice, ovvia realtà: tu, nell’immediatezza della tua consapevolezza presente, sei di fatto il mondo intero, in tutti i suoi alti e bassi, in tutta la sua gloria e grazia, in tutti i suoi trionfi e lacrime. Non vedi il sole, sei il sole; non ascolti la pioggia, sei la pioggia; non senti la terra, sei la terra. E in tale contesto, semplice, chiaro e indubitabile, la traslazione è cessata in tutti i campi: ti sei trasformato nel Cuore stesso del Cosmo. Là, proprio là, molto semplicemente e in silenzio, tutto è disfatto.</p>
<p>A quel punto, la meraviglia e il rimorso, il sé e gli altri ti saranno ugualmente estranei; l’esteriore e l’interiore non avranno alcun significato. E nello shock di tale indubitabile riconoscimento – in cui il mio maestro è il sé, il sé è il cosmo in generale e quest’ultimo è la mia anima – camminerai con grande levità nella foschia di questo mondo, trasformandolo interamente senza fare nulla.</p>
<p>E allora, allora e solo allora, scriverai distintamente, attentamente e in modo compassionevole, sulla pietra tombale di un sé mai esistito: “Esiste solo Ati”.</p>
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<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/0394555376/innernet-20">Ken Wilber. Up from Eden : The Atman Project. Shambhala. 1999. ISBN: 1570625026</a></p>
<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/0394555376/innernet-20">Ken Wilber, Jack Engler, Daniel P. Brown. Transformations of Consciousness: Conventional and Contemplative Perspectives on Development. New Science Library. 1986. ASIN: 0394555376</a></p>
<p>Copyright originale “What is Enlightenment” magazine <a href="http://www.wie.org/">www.wie.org</a><br />
Traduzione di Gagan Daniele Pietrini.<br />
Copyright per la traduzione italiana: Innernet.</p>
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