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	<title>Innernet &#187; samsara</title>
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	<description>Percorsi di consapevolezza e anima del mondo</description>
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		<title>Il samsara è irreale</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Jul 2011 08:48:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Innernet</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte e Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Maestri]]></category>
		<category><![CDATA[buddismo]]></category>
		<category><![CDATA[Dzogchen]]></category>
		<category><![CDATA[Merigar]]></category>
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		<category><![CDATA[samsara]]></category>

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		<description><![CDATA[In occasione dei 30 anni di Merigar, Il primo nucleo della Comunità internazionale Dzogchen, fondato nel 1981 dal professore tibetano Namkhai Norbu,presentiamo questo insegnamento di Norbu. Il samsara è irreale Da un Insegnamento del Maestro Namkhai Norbu, dato il 10 novembre 2004 al centro dzogchen Tashigar del Norte (http://www.tashigarnorte.org/), Isola Margarita, Venezuela Una delle pratiche più [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In occasione dei 30 anni di Merigar, <em>Il primo nucleo della Comunità internazionale Dzogchen, fondato nel 1981 dal professore tibetano Namkhai Norbu,presentiamo questo insegnamento di Norbu.</em></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong><br />
Il samsara è irreale</strong></p>
<p><em>Da un Insegnamento del Maestro Namkhai Norbu, dato il 10 novembre 2004 al centro dzogchen Tashigar del Norte (<a href="http://www.tashigarnorte.org/">http://www.tashigarnorte.org/</a>), Isola Margarita, Venezuela</em></p>
<p>Una delle pratiche più importanti è essere consapevoli, essere presenti e quindi integrare corpo, voce e mente nello stato naturale. Inoltre quando siete presenti si manifestano i segni in maniera concreta: non sentite che la vita è pesante. Vedete, alcuni sentono di avere sempre molti problemi e tensioni. Altri mantengono tensioni accumulate da molti anni. Poi vi aggiungono più tensioni e covano dentro una specie di rabbia. Ciò è molto negativo.</p>
<p>Dovete liberarvene. Liberarvi significa sapere qual è la vostra vera condizione. Viviamo nel samsara, e Buddha ha spiegato che il samsara è irreale. Ha detto che non esiste nulla di reale. Cammino, saggezza, realizzazione… Nulla è reale, lo dicono anche gli insegnamenti sutra. Sono cose che sappiamo a livello intellettuale, ma non in pratica. E se non sappiamo che cosa significano praticamente, tutta la nostra conoscenza intellettuale non ci aiuta.<span id="more-1411"></span></p>
<p><strong>Diminuire le tensioni</strong></p>
<p>Per questa ragione nello Dzogchen abbiamo un tipo di pratica molto potente. Non si applica recitando mantra o visualizzando divinità, ma facendo qualcosa di molto semplice. Per esempio vi svegliate una mattina e immediatamente pensate: “Oh, sto sognando di svegliarmi!. Nel senso reale vi siete svegliati in quel momento; poi vi alzate e vi vestite pensando: “Sto sognando di vestirmi. Adesso sto sognando di farmi un caffè, di fare una doccia, sto sognando di andare in ufficio. Sto sognando di incontrare della gente”. Ricordate sempre di restare nel sogno fino alla sera. Poi sognate di andare a letto e dopo una pratica di Guru Yoga (nota 1) vi addormentate. Se riuscite ad avere questa presenza continuamente e a non distrarvi mai, dopo due o tre giorni osservate come diminuiscono le vostre tensioni. Lo potete davvero notare perché le tensioni sono il nostro problema. Non rendendocene conto, manteniamo tante tensioni anche quando non ce n’è motivo: considerandole importanti, sviluppiamo tensione.</p>
<p>Potete notarlo nelle discussioni: per esempio, si parla di qualcosa di insignificante come l’orzo o un altro tipo di cereale. Uno comincia a dire che quel cereale è molto buono per il fegato. Allora un altro sostiene che non è buono per il fegato, ma per qualcosa di diverso perché lo ha letto in un libro. Una terza persona dice che ha studiato queste cose per anni e sa tutto sull’argomento. Allora l’ego comincia ad affiorare e ognuno pensa che quello che sta dicendo è perfetto. La discussione continua per ore e certe volte si comincia anche a litigare. Questo è un esempio. Non vi è ragione per dare troppa importanza all’argomento della discussione, ma diventa importante perché il nostro ego è forte. Nessuno ritiene di non sapere, di non avere alcuna conoscenza. Tutti pensano di essere esperti di questo e quello. Questa è una manifestazione dell’ego ed è associata con le nostre tensioni.</p>
<p>Accumuliamo queste tensioni per anni ed anni. Naturalmente quando non le liberiamo, quando non osserviamo mai noi stessi, diventano sempre più forti e ci rendono molto nervosi. Anche parlando con gli altri diventiamo polemici e questa è la manifestazione delle tensioni.</p>
<p>Ma se siamo praticanti Dzogchen è necessario liberare le nostre tensioni, altrimenti non riceviamo molto beneficio dalla nostra pratica. E per liberarle, innanzi tutto non dobbiamo pensare che i colpevoli siano gli altri e che noi siamo innocenti. Se ci sono dei problemi, anche voi siete colpevoli, altrimenti non ne sareste coinvolti. Se sieti coinvolti con il problema, non potete essere del tutto innocenti. Ma non importa se siete innocenti o no. L’importante è che liberiate le vostre tensioni. Non potete liberare quelle degli altri. Se dite a qualcuno: “Oh, hai dei problemi, non stai osservando te stesso, sei un egoista”, di certo non lo renderete contento. Io sono un insegnante. Vi sto insegnando e sto cercando di farvi capire. Non sto dicendo che sono innocente e che non ho mai delle tensioni. Magari qualche volta ne ho anch’io. Ma anche se ne ho, non le seguo come una persona ordinaria. Noto di che tipo di tensione di tratta e ho la capacità di liberarla, così da non creare problemi.</p>
<p>Questo è ciò che vi insegno perché ognuno possa imparare e applicare.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Iniziare con il numero uno</strong></p>
<p>Parliamo della pace nel mondo. Molti amano occuparsi di questo genere di cose e sostengono che si tratta di un argomento molto interessante. Certo, possiamo parlare di pace, è un bel nome: ma come, in quale modo? Questo è il punto. Per esempio, se ci sono due persone che hanno delle tensioni tra loro, come possono liberarsene e diventare buoni amici? Come possono risolvere la situazione? Non certo accusandosi l&#8217;un l&#8217;altro di essere il colpevole e nemmeno lasciando che una terza persona decida chi è colpevole e chi innocente.</p>
<p>Non è facile, entrambi hanno l&#8217;ego. Ma se ci osserviamo, possiamo capire che tipo di limitazioni abbiamo. Innanzi tutto dobbiamo liberare noi stessi, non importa se gli altri sono liberi o meno. Anche se parliamo della società, la società è fatta di molte persone, incluso me stesso. Io sono una delle persone che formano la società. Posso considerarmi il numero uno di questa società, perché inizia da me. Pensando così, se io sono il numero uno, poi ci sono il numero due, il numero tre quattro e così via. Se pensiamo in termini di numeri, ve ne sono milioni e milioni. Ma i numeri iniziano dall&#8217;uno, poi c&#8217;è il due, il tre, il cento, e così via. Se non esiste il numero uno, non può esistere il due. Questo è un esempio di società.</p>
<p>Se cambiamo, modifichiamo, liberiamo le nostre tensioni, almeno una persona sarà libera da questo tipo di problema nella nostra grande società. Altra gente potrà allora imparare, e lo stesso accadrà a due, tre, quattro persone, eccetera. Allora può veramente esserci la pace. Se io divento consapevole, vuol dire che so come rispettare la dimensione degli altri.</p>
<p><strong>Rispettare gli altri</strong></p>
<p>Vedete, nella nostra società il problema è la mancanza di rispetto degli uni verso gli altri. Se c’è una grande nazione, ce n’è sempre una piccola assoggettata. Quando c’è una grande nazione, vi sono anche molti gruppi etnici che ne fanno parte. In senso reale, ogni gruppo etnico ha il proprio linguaggio e la propria cultura, la propria dimensione.</p>
<p>Quindi, se hai rispetto, c’è anche la possibilità di vivere in pace e collaborazione. Se non hai rispetto allora, naturalmente, ci saranno dei problemi.</p>
<p>Per esempio, anche le piccole formiche qui a Margarita, quando non le rispettate, saltano sui vostri piedi e vi mordono. Non hanno una grande energia, ma possono mordere! Allo stesso modo, se non rispettate una persona, questa, anche se debole, farà di tutto contro di voi.</p>
<p>Quindi nel mondo abbiamo bisogno di pace, di un genere di evoluzione. Se non c’è evoluzione la pace non può esistere. L’evoluzione può esserci se sempre più persone diventano realmente consapevoli. Io credo moltissimo in questo. Vi parlerò di un esempio che mi riguarda.</p>
<p>Nel 1959 ero in India e agli inizi degli anni Sessanta sono arrivato in Italia con una piccola valigia, senza nessuna idea di insegnare, né c’erano studenti o persone interessate all’insegnamento Dzogchen. Avevo avuto solo l’idea di andare lì e di lavorare con un professore per qualche anno. Poi, in seguito, ho scoperto che alcune persone erano interessate all’insegnamento. Ho lavorato con loro e uno dei nostri primi ritiri fu a Subiaco, vicino Roma. Molte persone qui presenti lo erano anche a quel ritiro, dove vennero una trentina di persone. Questo per me fu il punto di partenza per dare un piccolo insegnamento Dzogchen.</p>
<p>Da allora gradualmente ho insegnato e la gente ha imparato sempre di più. Naturalmente, anche se le persone non sono diventate dei mahasiddha, hanno la conoscenza dello Dzogchen e di come osservare se stessi e stanno crescendo sempre di più. Per esempio oggi vi sono molte migliaia di persone che seguono il mio insegnamento. Quindi secondo la mia esperienza c’è la possibilità per le persone di svilupparsi.</p>
<p>Sviluppo non significa aumento della quantità di persone che seguono il mio insegnamento. Non sono interessato al numero degli studenti, ma al fatto che qualcuno di questi capisca ciò che sto davvero comunicando, perché può essere utile per il futuro, per preservare l’insegnamento e per gli esseri senzienti. Particolarmente per gli esseri umani, affinché abbiano meno tensioni e siano più consapevoli. Quindi realmente credo che ci sia una possibilità di sviluppo e di un certo tipo di evoluzione.</p>
<p><em> Nota 1: Pratica in cui si dimora nel proprio autentico stato, che è lo stato della mente del Maestro</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>15-18 LUGLIO: MONTE AMIATA IN FESTA PER I 30 ANNI DI MERIGAR</strong></p>
<p><em>Il primo nucleo della Comunità internazionale Dzogchen, fondato nel 1981 dal professore tibetano Namkhai Norbu, propone “La Gioia di Essere Qui”: quattro giorni di eventi culturali e spettacolari tra Arcidosso, Castel del Piano e Santa Fiora (GR)</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Merigar, il primo nucleo della Comunità Internazionale Dzogchen, fondato dal professore tibetano Namkhai Norbu sulle pendici del Monte Amiata, celebra il suo Trentennale con “La Gioia di Essere Qui”, rassegna di iniziative spettacolari e culturali che si terranno tra il 15 e il 18 luglio prossimi tra Arcidosso, Castel del Piano e Santa Fiora (GR).</p>
<p>Namkhai Norbu è il più insigne studioso della storia prebuddista del Tibet e Maestro di Dzogchen, il vertice del Buddhismo, nonché tra i massimi esperti contemporanei di medicina tibetana. Su impulso del professor Norbu la Comunità Dzogchen è diventata una realtà mondiale, che conta altri sette Gar (i centri più grandi) e innumerevoli Ling (i centri minori) sparsi in tutto il pianeta. Nel suo alveo sono nati l’Istituto Shang Shung per la preservazione della cultura tibetana – tenuto a battesimo a Merigar, nel 1990, dal Dalai Lama – e ASIA, la Ong da oltre vent’anni impegnata in azioni di solidarietà in Tibet e in Oriente. Gli associati sono oltre 10.000, 2000 dei quali in Italia.</p>
<p>In questo contesto nasce “La Gioia di Essere Qui”, evento celebrativo del Trentennale.</p>
<p>Il programma prevede tre serate di spettacolo con artisti come Roberto Cacciapaglia, il Coro dei Minatori di Santa Fiora, il Circo Garuda di Praga, la concertista Daniela Manusardi; una nutrita serie di eventi culturali, tra cui mostre (da segnalare “Primo Centro” al Castello di Arcidosso, curata da Alessandra Bonomo, www.bonomogallery.com), proiezioni, mini-conferenze a tema; e poi pubbliche dimostrazioni di Yoga Tibetano e di Danza del Vajra, uno stand gastronomico di cucina internazionale guidato dalla celebre chef messicana Monica Patiño, un annullo filatelico creato per l’occasione.</p>
<p>“La Gioia di Essere Qui” avrà il suo prologo alle 19 del 14 luglio a Palazzo Nerucci di Castel del Piano con il reading di Giuseppe Cederna che segnerà l’apertura della mostra “Tibet. Art. Now.” organizzata da ASIA (www.asia-onlus.org). Venerdì 15 luglio inaugurazione del monumento “Alla Pace” – dono della Comunità Dzogchen alla cittadinanza di Arcidosso – alla presenza dell’assessore all’ambiente della Regione Toscana Annarita Bramerini, di Leonardo Marras, presidente della Provincia di Grosseto, e dei massimi rappresentanti delle istituzioni locali, tutte patrocinatrici dell’evento. Fino a domenica 17, poi, sarà un susseguirsi continuo di iniziative spettacolari e culturali. E lunedì 18 grande festa finale a Merigar, per chiudere in bellezza quello che si prefigura come uno dei principali appuntamenti dell’estate toscana.</p>
<p><em>Per ulteriori informazioni: </em></p>
<p><em>Edlin Paolone – Ufficio Comunicazione Merigar. Mobile: 338/9291527, <a href="mailto:edlin@libero.it">edlin@libero.it</a></em></p>
<p><em>Segreteria del Trentennale: Alessandra Policreti, </em><em>0564/966362</em><em> </em></p>
<p><em>Segreteria di Merigar: 0564/966837, email: <a href="mailto:office@dzogchen.it">office@dzogchen.it</a></em></p>
<p><a href="http://www.merigaranniversary.org/">www.merigaranniversary.org</a></p>
<p><a href="http://www.merigar30blog.com/">www.merigar30blog.com</a></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>I Radiohead e il Samsara</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Jul 2008 04:00:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Mati</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte e Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Chὂgyam Trungpa]]></category>
		<category><![CDATA[Lama Anagarika Govinda]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
		<category><![CDATA[Radiohead]]></category>
		<category><![CDATA[samsara]]></category>

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		<description><![CDATA[Tutti stretti sotto la pioggia, il 17 giugno all’Arena di Milano, abbiamo assistito all’apparizione di un paesaggio fatto di note e voce. Era il mondo dei Radiohead. Il mondo del Samsara, in cui tutti ci troviamo imprigionati ma dal quale tutti, in fondo in fondo, vogliamo uscire. Il Samsara? E cosa c’entra con la musica? [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2008/07/radiohead-thom-yorke.jpeg"><img class="alignleft alignnone size-full wp-image-971" style="float: left; margin-left: 6px; margin-right: 6px;" title="radiohead-thom-yorke" src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2008/07/radiohead-thom-yorke.jpeg" alt="" width="240" height="161" /></a>Tutti stretti sotto la pioggia, il 17 giugno all’Arena di Milano, abbiamo assistito all’apparizione di un paesaggio fatto di note e voce. Era il mondo dei Radiohead. Il mondo del Samsara, in cui tutti ci troviamo imprigionati ma dal quale tutti, in fondo in fondo, vogliamo uscire.</p>
<p>Il Samsara? E cosa c’entra con la musica?</p>
<p>A partire da “Ok Computer”, a detta dei critici, il gruppo di Oxford ha iniziato a tracciare una strada che in breve ha condizionato tutti i musicisti di una certa corrente, ristabilendo le regole dell’arte. Via i facili motivetti. Via i ritornelli ripetuti ad ogni strofa. Al bando la struttura tradizionale della canzone rock e giù con i paesaggi musicali più vicini alla musica classico-colta che a quella leggera.</p>
<p>Con loro si iniziano a descrivere scorci che hanno uno svolgimento lineare e non ripetitivo, nel quale cambiano i soggetti che si affacciano e i motivi s’intrecciano, tornando, a volte, a ribadire concetti, emozioni, energie come voci mischiate in un mondo che non può essere altro che contraddittorio. Questo, a mio giudizio, è il principio della musica classica filtrato dalla rivoluzione progressista. <span id="more-958"></span></p>
<p>Gli archi restano e resta anche il pianoforte, ma ora devono vedersela con i distorsori e con campionature che hanno echi industriali e alienanti, è un insieme di vecchio e nuovo che cerca una forma per esprimersi o, in fondo, pensandoci bene, è solo il suono della vita attuale, quella musica profonda e conflittuale che ci sostiene tutti e che cerca di emergere con mezzi comprensibili ai giovani di oggi.</p>
<p>Non c’è bisogno di un diploma al conservatorio per apprezzarli, i rumori e le note parlano al mondo ignorante senza mezzi termini, è comprensibile a chi ha orecchie per ascoltare. Non è un caso allora che i Radiohead siano forse il gruppo più famoso del panorama musicale. Loro piacciono in maniera trasversale e ciò è vero forse perché, a differenza di altri, sono riusciti a rappresentare la vita reale: la vita del Samsara. In cui tutti, bene o male, soffriamo.</p>
<p>Una definizione sintetica di Samsara viene data da Chὂgyam Trungpa ne <em>Il libro tibetano dei morti</em>. Chὂgyam scrive: “Samsara: ciclo dell’esistenza fondato sull’ignoranza e caratterizzato dalla sofferenza”(1), oppure viene definito anche come “grande precipizio”(2), per noi è semplicemente la vita di tutti i giorni dentro al nostro corpo; e la vita, lo sappiamo, contiene di tutto, dalla melodia dolce al rock duro, dagli archi alle chitarre elettriche, fino ai tamburelli baschi e ai rumori tecnologici di fondo.</p>
<p>Nei paesaggi musicali dei Radiohead c’è allora tutto quello che caratterizza la vita di tutti i giorni, proprio come la sentiamo quando siamo nel traffico, vicino al computer, o quando ascoltiamo il frusciare melodioso del vento tra le foglie. Per coglierlo sono però dovuti andare sotto alla superficie, dove c’è conflitto, scontro di forze, rumori che si mischiano e canti disperati di un’anima che vuole trovare la salvezza. Spesso nei loro pezzi ci sono cambi repentini di ritmo, canzoni che si mischiano ad altre canzoni, suoni cacofonici e dolci melodie, proprio come forse è il mondo che sta sotto.</p>
<p>Allora, in questo continuo ciclo di morti e rinascite condizionate dal karma, ci si trova schiacciati nel basso in continuo tormento con le cose di tutti i giorni, dove non mancano gli sconforti, le depressioni, persino le psicosi di un’anima che non ce la fa ad andare su. “Non ho idea di ciò di cui sto parlando / sono intrappolata in questo corpo e non riesco a uscire” dicono in <em>Bodysnatchers</em>(3). Fino a prospettare ipotesi nevrotiche: “li vedo, stanno arrivando / li vedo, stanno arrivando…”, ripetuto infinite volte mentre le chitarre gridano insieme alla voce di Thom Yorke.</p>
<p>Non si sa bene di chi parli veramente, ma è chiara la sensazione, quella che vede l’anima rapita dai mostri della mente dalla quale vorrebbe liberarsi e di fronte ai quali invece soggiace.</p>
<p>Un altro contributo sul concetto di Samsara lo dà Lama Anagarika Govinda: “Dopo che le forme del proprio pensiero si sono trasformate in demoni, si migra nel Samsara”(4). Chi fa meditazione lo sa. Forse con più consapevolezza di quella che esprimono loro, ma lo sa.</p>
<p>Dunque, il mondo del Samsara, ancora, visto come quell’insieme di rumori della testa, il continuo chiacchiericcio incessante e petulante della mente che fa da sfondo all’anima che vuole uscire e che cerca quell’energia che tutto rasserena. “Tu sei tutto ciò di cui ho bisogno / Tu sei tutto ciò di cui ho bisogno / Sono al centro della tua immagine / Disteso in un canneto / Sono una falena / Che vuole soltanto condividere la tua luce / Sono solo un insetto / Che tenta di sopravvivere alla notte / Mi attacco solo a te / Perchè non c’è nessun altro”. E poi va su la musica dicendo “va tutto male / va tutto male / va tutto bene…”(5), ancora più su, arrivando a sfiorare altezze che non sembrano più parlare di una condizione finita ma di quella stellare, perché lì, al di là di noi, c’è la salvezza definiva. I piatti che vibrano con insistenza producono il luccichio musicale dello spazio e l’accordo del pianoforte aiuta l’ascesa come una scala di pioli psichici.</p>
<p>Ma alla fine ce la fanno a raggiungere il nirvana? C’è da chiedersi. Ci provano o per lo meno fanno emergere il problema. Ed è in questo preciso punto che sta la loro grandezza, riuscire a descriverne il tentativo, o quantomeno la dimensione del profondo, tinta di sofferenza, in una forma comprensibile, attuale e gradevole per i più. Così, di nuovo, “Tirami fuori da questo disastro aereo / Tirami fuori dal lago / Sono il tuo supereroe / Siamo in piedi sull’orlo”(6) come un grido disperato che emerge dal suo lago dal quale vuole uscire rinnovato.</p>
<p>Tuttavia con loro si assiste anche al contrario. Come veri interpreti della contemporaneità, stando sempre sotto la superficie, hanno saputo cogliere anche la condizione schizzata dell’essere umano in base alla quale, da una parte, esiste la volontà di uscire dal Samsara e, dall’altra, la definitiva sentenza di morte quale pregiudizio che annienta ogni tentativo. È inutile, sembrano dire, quindi non provarci neppure. “Non farti venire in mente grandi idee / Non si realizzeranno / Ti dipingi di bianco / Ti senti su con il rumore / Ma ci sarà una cosa che manca / Ora che l’hai trovata, non c’è più  / Ora che la sentivi, non la senti più / Sei andato fuori dai binari / Non farti venire in mente grandi idee / Non si stanno per realizzare / Andrai all’inferno per tutto ciò che la tua sporca mente sta pensando”(7).</p>
<p>Sembra proprio la voce dell’ignoranza che vuole tenerci nel fango. E tutto ciò viene detto sopra ad un giro di accordi dolcissimo, intimo, quasi silenzioso che non sembra realizzare, al contrario del testo nero, la definitiva sconfitta, ma ancora una volta la fatica dolce di chi non cede. Quindi, da una parte, il testo rappresenta la voce demoniaca (“non ce la farai”), mentre, dall’altra, la musica rappresenta quella angelica che ha sempre speranza. La canzone finisce infatti con un acuto di Thom Yorke un po’ in delirio ma che punta comunque verso l’alto.</p>
<p>Anche in <em>Pyramid Song</em> si assiste ad uno sfondamento del fisico a vantaggio del celestiale con la batteria che segna il passo dell’ascesa e un coro sommesso che sembra disegnare i colori cangianti dello spazio, dove l’anima ritrova tutta la sua libertà. Il testo in questo caso non è contraddittorio, anzi: “Sono saltato nel fiume / Gli angeli dagli occhi neri nuotavano con me / La luna, piena di stelle… e le macchine astrali / Ho visto tutto questo […] e siamo andati in paradiso su una piccola barca a remi / Non c’era niente di cui spaventarsi e niente di cui dubitare”(8).</p>
<p>Forse ce la si può fare, allora. Oppure, se non è così, sicuramente esiste un luogo della mente in cui le tensioni si rilassano sfumandosi nella totalità dello spazio che ci contiene. Magari è quel vuoto di cui i buddisti parlano, chissà, e ovviamente si tratta solo di musica, ma se vissuto con attenzione, è probabile che ogni aspetto della vita possa essere uno squarcio verso un mondo più profondo in cui si alternano energie e concetti che in genere sfuggono alla consapevolezza. Quando lavoriamo, quando siamo in metropolitana o ci relazioniamo è possibile che sotto vibri un’intensità che in apparenza non ci riconosciamo ma che ha vita in un altrove in cui si consuma la guerra dell’anima verso la liberazione.</p>
<p>Effettivamente tale impegno non è continuativo, forse ci consuma il singhiozzo nel tenere fede ai valori, ma tuttavia presente anche quando i nostri pensieri viaggiano lontani. Perchè poi, in certi momenti, questo altro mondo emerge dagli abissi e noi ci accorgiamo che abbiamo vissuto a favore di qualcosa che veramente rappresenta un obiettivo finale dell’anima. È la parte illuminata che continua a cercare spazio nelle azioni e nei pensieri sebbene nella vita ‘diurna’ raramente riusciamo a mantenere un contatto regolare con essa, il più delle volte sembra essere solo un’idea, una chimera, anche quando è lì che grida per farsi sentire.</p>
<p>A differenza delle solite ‘canzonette’, che descrivono situazioni della vita quotidiana che sta sopra (anch’esse forse però degne di rispetto), la musica dei Radiohead rappresenta quell’altro mondo che esce dall’abisso, fatto di energie sottili ma potenti, a cavallo tra sanità mentale e insania. Spesso creano atmosfere musicali che sembrano rappresentare un’altra dimensione nella quale si alternano visioni a tunnel sonori, immagini apocalittiche ad atmosfere incantate.</p>
<p>Mi sembra a questo punto calzante il commento di Chὂgyam Trungpa sul concetto di <em>bardo</em>: “il concetto di bardo si riferisce al periodo che intercorre tra sanità e insania, o al periodo tra confusione e confusione nel momento in cui sta per trasformarsi in saggezza, e, naturalmente, può essere riferito all’esperienza del periodo tra morte e nascita. La situazione passata si è appena verificata e la situazione futura non si è ancora prodotta, c’è perciò un intervallo tra le due. Questa, in essenza, è l’esperienza del bardo”(9).</p>
<p>Sebbene sia vicina al momento della morte, questa esperienza fa parte della vita quotidiana. “Bardo significa intervallo; non solo intervallo di sospensione dopo la morte, ma anche sospensione nella situazione della vita; la morte avviene anche nella situazione della vita. L’esperienza del bardo fa parte della nostra struttura psicologica di base. Compiamo costantemente ogni sorta di esperienze di bardo…”(10).</p>
<p>Per coglierlo bisogna però spingersi un po’ più in là della dimensione quotidiana attraversando un panorama, sotto la crosta, che può anche riservare pericoli, fissazioni malsane e situazioni quantomeno inquietanti. Nelle descrizioni del bardo, vengono allora inclusi tutti i pericoli che tale condizione può portare e che possono sfociare nel bene come nel male. I Radiohead conoscono bene questa dimensione, la loro musica è musica della <em>sospensione</em>, e in essa si muovono cercando accordi di confine che stanno a cavallo tra due mondi, spesso trascesi a vantaggio di squarci fuori dall’ordinario.</p>
<p>Ovviamente, frequentando certi percorsi, si può scollinare verso la paranoia (di cui si potrebbero fare altri numerosi esempi) così come si possono incontrare atmosfere di pace più vicine al mondo celestiale che al nostro. Ascoltando <em>Paranoid Android</em> è a mio giudizio chiara la lotta contro l’ego che si frappone tra l’individuo e quello spazio luminoso della liberazione nella saggezza: “Per favore potresti far smettere questo rumore, sto cercando un po’ di riposo / a tutte queste voci nella mia testa di polli mai nati / Cos’è? (forse sono paranoico ma non sono un androide) / Cos’è? (forse sono paranoico ma non sono un androide) /</p>
<p>Quando sarò re, sarai il primo ad essere messo al muro / Con le tue opinioni che sono totalmente inutili”. La musica è cangiante come se fossero più canzoni in una, descrive atmosfere di tristezza, di violenta confusione, di sublimazione e di attesa liberazione quando la pioggia affrancatrice, che sembra poter ripulire nel profondo, viene invocata: “Pioggia scendi / Pioggia scendi / Ti prego pioggia scendi / Su di me / Da una grande altezza / Da una grande altezza…”(11).</p>
<p>“Quando sarò re…”, dice, ed è come prefigurarsi la liberazione definitiva in cui l’ego viene finalmente messo da parte. A quel punto, ma solo a quel punto, si esce dal Samsara. O in <em>Jigsaw Falling Into Place</em>, dove con ritmo incalzante descrive un disfacimento che si conclude in “Una luce che ti illumina alle spalle / I pezzi del puzzle cadono dappertutto”(12); ce lo auguriamo tutti, prima o poi. Ma come ancora dicono loro, in questa guerra dell’anima che cerca di affrancarsi dal Samsara, forse non è importante veramente farcela, “Puoi fare del tuo meglio / Il tuo meglio è già abbastanza”(13).</p>
<p>Per questa ragione chi è sul cammino del dharma(14), o semplicemente chi vive dell’entusiasmo, continua a fare del suo meglio, perché è dotato di luminosa arroganza di fronte al male, è impavido e con coraggio va avanti a combattere contro le truppe dell’ignoranza, fossero anche il “Sacro Romano Impero”: “Fatti sotto / Fatti sotto / Credi di farmi impazzire, beh / Fatti sotto / Fatti sotto / Tu e quale esercito? / Tu e i tuoi amici / Fatti sotto / Fatti sotto / Sacro Romano Impero / Fatti sotto se pensi / Fatti sotto se pensi / Di poterci affrontare / Di poterci affrontare / Tu e quale esercito? / Tu e i tuoi amici / Dimentichi così facilmente / Stanotte cavalchiamo…”(15).</p>
<p>E chi è a cavallo tra sanità mentale e insania, chi vive veramente o prova, almeno, a vivere nel Samsara mirando al Nirvana, non può che dire così: “Fatti sotto / Fatti sotto…”. Col rischio anche di perdere.<br />
Comunque vada, la guerra prima o poi finirà, così come finiscono i concerti o le piogge.</p>
<p>La melodia conclusiva dal mondo dei Radiohead riguarda allora il titolo del loro ultimo album: “In Rainbows”, noi diremmo “tra gli arcobaleni” o anche “sotto gli arcobaleni”. Govinda scrive: “L’arcobaleno è un simbolo della bellezza fugace del mondo degli uomini, nella cui transitorietà si manifestano leggi eterne che creano ininterrottamente il miracolo dell’esistenza”(16).</p>
<p>L’arcobaleno è un miracolo di bellezza che sollecita sia l’emotività che l’intelletto, e il bello è anche il fatto che sia transitorio, come la vita, che ha uno spazio limitato ma nella quale si perpetuano leggi eterne. Sembra catalizzare diversi contenuti ponendosi quale simbolo dell’unione degli opposti, quella mediazione fantasmagorica in cui si uniscono la transitorietà e l’eternità. Ma Govinda approfondisce: “L’arcobaleno è un ponte che collega il reale con l’irreale, l’afferrabile con l’inafferrabile, il visibile con l’invisibile; o una porta che conduce nel mondo dei misteri”(17).</p>
<p>Come è possibile che dove prima non c’era nulla ora c’è questa apparizione così bella? E come è possibile che ora sparisca? Forse in questo rompicapo, che aggroviglia bellezza e mistero, c’è il pertugio dal quale prima o poi usciremo tutti. In realtà, un quarto significato della lingua inglese traduce il termine arcobaleno come ‘falsa speranza’, da qui le ipotesi nichiliste dei Radiohead con le quali a tratti ci si deve relazionare. È senz’altro un risvolto negativo che non nutre chi è affamato di dharma, quindi lo teniamo solo come eventualità e lo citiamo per correttezza.</p>
<p>Ed eccoci alla fine. Sul palco dell’Arena di Milano, a fine concerto, una moltitudine di neon lunghi fino al soffitto si sono accesi all’improvviso come un canneto color arcobaleno dal quale i musicisti hanno salutato. L’ultimo ponte e stato quello che ha unito la musica al colore, quindi, nella natura illusoria di tutte le cose. Nel suo commentario ad un famoso testo buddista, Visuddhi-Magga, tramite le pagine di Govinda, scrive: “Dal corpo del maestro, quando egli nella sua onniscienza contemplò la legge, sottile e profonda, uscirono raggi di sei diversi colori, oro, rosso, bianco, ocra e un’abbagliante luce variopinta”(18).</p>
<p>Un augurio spirituale per chi tornava a casa.</p>
<p>Note:<br />
1) Chὂgyam Trungpa e Francesca Fremantle, “Il libro tibetano dei morti” &#8211; Ubaldini Editore &#8211; Roma. Glossario, p. 110.<br />
2) Ibid. P. 90.<br />
3) Album “In Rainbows”.<br />
4) Lama Anagarika Govinda, “Riflessioni sul buddismo” – Edizioni Mediterranee. P. 173.<br />
5) All I Need. Album “In Rainbows”.<br />
6) Lucky. Album “Ok Computer”.<br />
7) Nude. Album “In Rainbows”.<br />
8) Album “Amnesiac”.<br />
9) Chὂgyam Trungpa e Francesca Fremantle, “Il libro tibetano dei morti” &#8211; Ubaldini Editore – Roma &#8211; p. 25.<br />
10) Ibid.  p. 17.<br />
11) Album “Ok Computer”. Questa canzone non è stata eseguita al concerto del 17 giugno all’Arena di Milano, me è comunque significativa per descrivere il loro mondo.<br />
12) Album “In Rainbows”.<br />
13) Optimistic. Album “Kid A”.<br />
14) È l’insieme degli insegnamenti buddisti.<br />
15) You And Whose Army?. Album “Amnesiac”.<br />
16) Lama Anagarika Govinda, “Riflessioni sul buddismo” – Edizioni Mediterranee. P. 200.<br />
17) Ibid.<br />
18) Ibid. P. 201.</p>
<p>L&#8217;autore della foto è <a href="http://www.myspace.com/bubblegun1" target="_blank">Bubblegun1</a>, per gentile concessione.</p>
<p>Fabio Matichecchia<br />
Diplomato al liceo artistico, laureato in filosofia e dilettante scrittore: oggi faccio il consulente informatico per un’azienda di Milano… e dietro ai link ipertestuali, ai menu dinamici e alle funzioni di sistema, mi piace osservare l’intreccio dei concetti che si alternano nella dualità, dove il codice binario segna le nostre sorti. Prima o poi si riuscirà a fare Sintesi degli opposti (l’uno col due) unendo finalmente la sensibilità al cervello, il tu con l’io, il corpo alla mente e quell’infinito, che tutto trascende, alla nostra umile vita.<br />
In bocca al lupo a tutti!</p>
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		<title>Zen e Sessualità</title>
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		<pubDate>Wed, 28 May 2008 23:24:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vajra Karuna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sin dall&#8217;inizio, il buddismo ha sottolineato, nei suoi insegnamenti sul desiderio, che se desideriamo e non otteniamo l&#8217;oggetto del nostro desiderio, sperimentiamo l&#8217;infelicità. Se desideriamo e otteniamo ciò che vogliamo, all&#8217;inizio sperimentiamo la gioia, ma poi diventiamo ansiosi quando ci aggrappiamo all&#8217;oggetto del desiderio. E quando lo perdiamo (come è inevitabile, data l&#8217;impermanenza), sperimentiamo un&#8217;infelicità [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="tantra4.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/tantra4.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/tantra4.jpg" alt="tantra4.jpg" hspace="6" align="left" /></a>Sin dall&#8217;inizio, il buddismo ha sottolineato, nei suoi insegnamenti sul desiderio, che se desideriamo e non otteniamo l&#8217;oggetto del nostro desiderio, sperimentiamo l&#8217;infelicità. Se desideriamo e otteniamo ciò che vogliamo, all&#8217;inizio sperimentiamo la gioia, ma poi diventiamo ansiosi quando ci aggrappiamo all&#8217;oggetto del desiderio. E quando lo perdiamo (come è inevitabile, data l&#8217;impermanenza), sperimentiamo un&#8217;infelicità ancora maggiore.</p>
<p>Qual è il rapporto tra la sessualità di una persona e la sua pratica? Lo zen insegna che ogni cosa è parte di un essere universale, interconnesso e interdipendente. Questo essere è perfetto e completo in quanto tale. Inoltre, secondo lo zen tutti condividiamo questa perfezione, qui e ora. Se accetto ciò, devo ritenere che il mio valore è completo e incondizionato. “Incondizionato” vuol dire senza alcun “se” (condizione).</p>
<p>Il mio valore non dipende dal fatto che mia mamma lo riconosce, gli altri mi approvano, non mi arrabbio, non ho desideri sessuali né, tanto più, inclinazioni sessuali atipiche ecc. Il mio valore non dipende da ciò che dico e nemmeno da ciò che faccio. A prescindere da tutto il resto, il mio essere fondamentale è già il Buddha (l’illuminato). La mia pratica serve a risvegliarmi a questo.</p>
<p>In altre parole, “praticare” vuol dire realizzare la mia integrità presente e la natura non-duale del Buddha, quindi liberarmi dall’autoalienazione o da quel doloroso dualismo chiamato <em>samsara</em>. Per praticare in modo costruttivo, occorre coinvolgere tutto il proprio essere. Se ho un rapporto negativo o mi sento alienato dalla mia sessualità, non sto dando tutto me stesso alla pratica, tanto meno sto accettando il mio valore incondizionato di Buddha.</p>
<p>Nella ricerca della verità, l’importante non è con chi sto facendo o meno l’amore, ma se riconosco sempre il valore incondizionato mio e del mio partner. L’accettazione incondizionata rappresenta l’amore e la morale perfetti.<span id="more-599"></span></p>
<p>La tradizione zen affronta la sessualità all’interno della più vasta categoria dell’indulgenza sensuale. La regola generale è evitare l’abuso della sensualità; ciò include sia l’indulgenza eccessiva sia la mortificazione estrema dei sensi. La maggior parte della gente vive negli estremi. Diventiamo obesi perché mangiamo troppo, ci ammaliamo per il cibo troppo nutriente, abbreviamo la vita con l’alcol, la droga e il tabacco, ci assordiamo con la musica a tutto volume, intorpidiamo la mente con divertimenti stupidi e spesso ci stressiamo con lavori che odiamo per poterci vestire secondo l’ultima moda, guidare una nuova automobile e avere la casa più bella dell’isolato.</p>
<p>Facciamo tutto questo, insegna lo zen, perché pensiamo che così il nostro valore o la nostra autenticità aumenteranno; crediamo che queste cose cancelleranno il fatto (di cui ci rendiamo appena conto) che nulla, soprattutto noi stessi, è eterno; riteniamo che se riusciremo a tenere il corpo e la mente abbastanza occupati, non dovremo affrontare la sofferenza della vecchiaia, della malattia e della morte.</p>
<p>D’altra parte, anche privare il corpo e la mente di cose necessarie per conservare la salute o la consapevolezza è un abuso dei sensi. Sia l’edonismo che il masochismo possono essere violazioni della Via di Mezzo.</p>
<p>Comprendere davvero che possediamo già il valore incondizionato della buddità vuol dire riconoscere che il nostro bisogno e desiderio (o passione) più essenziale è già completamente appagato. In tal modo, tutti gli altri desideri vengono riconosciuti come meramente ausiliari e quindi dovremmo riuscire a parteciparvi senza attaccamenti.</p>
<p>Tuttavia, troppo spesso questo insegnamento secondo cui è possibile godere delle passioni restando illuminati è stato frainteso o volutamente distorto nella dottrina secondo cui le passioni e i desideri sono in se stessi l’illuminazione. Tale distorsione è chiamata “zen del gatto selvatico” o del “gatto folle”, ed è garantito che alla fine condurrà all’aumento delle nostre sofferenze.</p>
<p>Il grande errore dell’edonismo è che spesso è molto selettivo. Generalmente, l’edonismo conferisce al sesso uno status sacro, negando che tutte le altre funzioni del corpo siano ugualmente venerabili. Lo zen sostiene che esse sono tutte ugualmente sacre, e quindi nessuna andrebbe considerata in maniera diversa dal normale. La vita può essere adorata come un tutto, ma assegnare al sesso un valore più alto del dovuto è tipico di una falsa spiritualità. Inoltre, la maggior parte dell’edonismo culturale nasce come reazione al puritanesimo sociale o individuale, che provoca sensi di colpa o di vergogna collegati al sesso.</p>
<p>Una spiritualità fondata su una simile reazione è poco sana. Una delle ragioni per cui lo zen si è mantenuto fedele alla tradizione monastica è stata la necessità di contrastare le tendenze del “gatto selvatico”, che portano all’ulteriore illusione secondo cui io sono le mie passioni condizionate, anziché l’incondizionata natura del Buddha al di là di esse. Un’esperienza di illuminazione è un lungo e profondo sollievo dalle nostre sofferenze; l’edonismo, al massimo, non è che un’anestesia superficiale e molto temporanea del dolore.</p>
<p>A proposito della sessualità, la regola buddista tradizionale impone che un laico eviti i rapporti sessuali con i minori, con chi è sposato o fidanzato con un&#8217;altra persona e con chi è stato condannato al carcere o ricoverato in una clinica mentale. A parte ciò, la sessualità dei laici è affare loro. Ciò che lo zen chiede è esaminare attentamente le nostre relazioni alla luce degli insegnamenti sulla sofferenza e l’impermanenza. Il sesso può essere facilmente utilizzato per aumentare la sofferenza.</p>
<p>Sin dall’inizio, il buddismo ha sottolineato, nei suoi insegnamenti sul desiderio, che se desideriamo e non otteniamo l’oggetto del nostro desiderio, sperimentiamo l’infelicità. Se desideriamo e otteniamo ciò che vogliamo, all’inizio sperimentiamo la gioia, ma poi diventiamo ansiosi quando ci aggrappiamo all’oggetto del desiderio. E quando lo perdiamo (come è inevitabile, data l’impermanenza), sperimentiamo un’infelicità ancora maggiore. Non è il sesso a provocare il dolore, ma il nostro attaccamento. Solo se sappiamo perdere e ottenere in modo equanime, siamo in pace con la nostra sessualità. Lo zen ci chiede di tenere sempre a mente questo.</p>
<p>La promiscuità è un’altra attività che lo zen ci chiede di considerare attentamente. Stiamo cercando di instaurare una relazione, anche solo per una notte, o vogliamo evitare di impegnarci in un’altra? La nostra attività è una ricerca genuina del giusto partner o è un tentativo camuffato di usare l’altro per sentirci più completi, senza però preoccuparci minimamente dei suoi bisogni?</p>
<p>La prostituzione, in sé, non è condannata nello zen. Quello che una persona fa con il suo corpo è affare suo. Ma ciò che è condannato è lo sfruttamento o il danno inflitto a un’altra persona, anche se quest’ultima è apparentemente consenziente. La compassione verso gli altri non va abbandonata per amore dei desideri sessuali.</p>
<p>Lo zen non dà giudizi morali nemmeno sul sesso finalizzato al piacere, anziché alla riproduzione. Né fa distinzioni tra l’omosessualità e l’eterosessualità, o tra la sessualità cosiddetta naturale e quella innaturale. Perché dovrebbe, quando il suo scopo è provocare una consapevolezza non-duale, quindi priva di giudizio, del Sé, all’interno del quale tutte le distinzioni succitate sono prive di senso?</p>
<p>Lo zen riconosce che la vita laica, in generale, e la sessualità in particolare, possono spesso interferire con il raggiungimento di questo obiettivo: ecco perché incoraggia una stile di vita monastico per coloro che desiderano fare del raggiungimento di tale obiettivo un’attività a tempo pieno. Ma lo zen riconosce anche che la decisione di abbandonare la vita laicale non è pratica e nemmeno necessaria per la maggior parte delle persone. Quindi, lo zen afferma che la nostra relazione sessuale, qualunque essa sia, deve basarsi totalmente sull’amore e il sostegno reciproco.</p>
<p>Rev. Vajra è un insegnante di Zen Dharma all’International Buddhist Meditation Center, <a href="http://www.ibmc.info/">www.ibmc.info</a>, per gentile concessione.<br />
Traduzione di Gagan Daniele Pietrini.<br />
Copyright per l’edizione italiana Innernet.</p>
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