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	<title>Innernet &#187; Relazioni</title>
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	<description>Percorsi di consapevolezza e anima del mondo</description>
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		<title>Il fidanzato Zen</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Jan 2010 10:11:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mariana Caplan</dc:creator>
				<category><![CDATA[Esperienze]]></category>
		<category><![CDATA[Sessualità]]></category>
		<category><![CDATA[Relazioni]]></category>
		<category><![CDATA[zen]]></category>

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		<description><![CDATA[Un’aspirante dea che cerchi l’amore tra un mare di ragazzi che si trastullano con giocattoli spirituali, non ha di fronte a sé un compito facile. La maggior parte delle donne scopre che a un certo punto del cammino i ragazzi normali, palestrati, sicuri di sé, “non-essere-troppo-profonda-con-me”, non vanno più bene. Ma anche la versione spirituale [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="medita buffo.gif" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/medita-buffo.gif"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/medita-buffo.thumbnail.gif" alt="medita buffo.gif" hspace="6" align="left" /></a>Un’aspirante dea che cerchi l’amore tra un mare di ragazzi che si trastullano con giocattoli spirituali, non ha di fronte a sé un compito facile. La maggior parte delle donne scopre che a un certo punto del cammino i ragazzi normali, palestrati, sicuri di sé, “non-essere-troppo-profonda-con-me”, non vanno più bene. Ma anche la versione spirituale di tali ragazzi è ugualmente problematica, per non parlare degli orribili rammolliti New Age.</p>
<p>Se a tutto questo aggiungiamo il fatto che probabilmente ciò che ti ha condotto sul cammino è stata la tua angoscia psicologica di tipo nevrotico, e che l’abbandono emotivo subito nell’infanzia ti fa provare attrazione verso ciò che per te è irraggiungibile, è verosimile che ti ritroverai dentro un paio di manette New Age di argento puro.</p>
<p>A un tale stadio del mio sviluppo spirituale (uno stadio che, sfortunatamente, per alcune di noi sembra prolungarsi per decenni!), ho cominciato ad attrarre una nuova razza di uomini (o forse era sempre la stessa razza, ma camuffata sotto nuove vesti). Col tempo, ho imparato a chiamarli i “ragazzi zen”. Uso liberamente il termine “zen”, perché un uomo non deve necessariamente essere un buddista zen per fare parte di questa categoria.</p>
<p>Potrebbe essere un buddista tibetano, un sufi o persino un praticante di qualche oscura scuola yoga. Più è rigida la tradizione, meglio è per questo tipo. Ciò che permette di identificare un “ragazzo zen” è il modo in cui usa le idee e le pratiche spirituali per evitare di entrare in una relazione autentica con una donna. Egli è allo stesso tempo troppo identificato con le sue palle per diventare un monaco celibe, ma anche troppo poco identificato con esse per assumersene tutte le responsabilità. Risultato: un presuntuoso, freddo e intelligentissimo sostituto di un uomo vero.<span id="more-484"></span></p>
<p>Andrew era un esempio eccellente di ragazzo zen. Alto, brillante, affascinante e singolarmente attraente, era creativo, espertissimo di testi spirituali, ottimo cuoco e straordinariamente divertente… Ma non riusciva a lasciarsi andare con una donna, se da questo dipendeva la sua vita.</p>
<p>Così si svolgeva una tipica mattina tra Andrew e me. Alle 4:30 del mattino suona la sua sveglia (non la sveglia normale, ma uno squillo schizofrenico simile a uno stridere di cicale).</p>
<blockquote><p>«Andrew, la tua sveglia sta suonando.»<br />
«Spegnila.»</p></blockquote>
<p>Obbedisco. Poi, alle 4:38, suona ancora.</p>
<blockquote><p>«Andrew, svegliati!»<br />
«Sono troppo stanco.»</p></blockquote>
<p>Al quarto squillo ero completamente sveglia, mentre lui dormiva come un neonato tra le braccia della madre. Quando alla fine apriva gli occhi, intorno alle 5:30, avevo una rabbia assai poco spirituale. Senza dire una parola né guardare nella mia direzione, Andrew usciva dal letto e andava in bagno. Sempre più arrabbiata, lo sentivo fare gargarismi con le sue erbe cinesi, eseguire un’ora di tai chi sul pavimento scricchiolante di legno, quindi sistemarsi sullo “zafu” per meditare.</p>
<p>Spesso mi alzavo e meditavo anche io, ma poiché non praticavo il suo stesso tipo di meditazione, diceva che non potevamo praticare insieme. Alla fine, poco prima delle 8 – circa tre e ore e mezza dopo che la sveglia aveva suonato per la prima volta – entrava e mi diceva che stava preparando la colazione. Urrà. Durante la colazione, la sua regola era il silenzio, affinché potesse leggere il giornale sopra i chicchi di avena organici e il tè alla menta, entrambi senza zucchero.</p>
<p>La discussione era sempre lo stessa:</p>
<blockquote><p>«Perché metti la sveglia, se non ti alzi?»<br />
«È importante avere sempre l’intenzione di alzarsi presto. L’energia per la meditazione è più forte dalle tre alle cinque del mattino.»<br />
«Se è così forte, perché non la fai mai?»</p></blockquote>
<p>E poi:</p>
<blockquote><p>«Andrew, per me sarebbe molto importante se tu dicessi almeno “Buongiorno” quando ti alzi.»<br />
«Voglio che la mia meditazione sorga direttamente dalle onde delta che si attivano durante il sonno, e parlare sarebbe di disturbo.»<br />
«Anche due parole: “buon” e “giorno”?»<br />
«Sì, anche due parole.»<br />
«Allora, perché non mi dai un abbraccio?»<br />
«È la stessa cosa.»<br />
«Ma l’acqua fredda sul viso e lo sciacquone del gabinetto non eliminano le onde delta?»<br />
«Ho bisogno di spazio. Fine della conversazione.»</p></blockquote>
<p>Gli uomini hanno bisogno di spazio; tutte le donne lo sanno. Ma alcuni uomini hanno bisogno di uno spazio doppio di quello dedicato all’intimità, o anche dieci volte tanto. Andrew e altri ragazzi zen, invece, sembravano volere il 98 per cento di spazio e il 2 per cento di intimità. Quella con cui desiderano davvero avere una relazione è una divinità di pietra, non una donna.</p>
<p>La situazione con Andrew non giovava a nessuno di noi due. È una domanda interessante chiedersi perché volevo, in primo luogo, che la nostra relazione andasse tanto male, ma io sono una donna, e più un uomo si ritira in se stesso, più una donna lo assilla perché venga fuori. Andrew mi ha detto che la nostra relazione non funzionava perché non ero abbastanza spirituale. Che fanfaronata! Si lamentava perché non ero un’esperta meditatrice e perché i miei tre anni di meditazione non mi avevano permesso di capire la mia mente così come lui aveva capito la sua; per questo, non ero adatta a una “relazione spirituale”. Quando si lamentò perché meditavo solo mezz’ora al giorno mentre lui meditava un’ora, cominciai diligentemente a meditare per un’ora. Quando si lamentò perché avevo studiato il buddismo vipassana e non quello zen, e quindi non ero in grado di comprendere il suo vero scopo, cominciai a leggere lo zen e a cambiare la mia meditazione. Alla fine disse che, sì, stavo cominciando a percorrere il sentiero dello zen, ma la sua insegnante lo insegnava in modo particolare, diverso da quello di tutte le altre scuole zen. Però, quando gli dissi che volevo incontrare la sua insegnante, mi rispose che avevo già preso troppo dalla sua vita, e che aveva il diritto di tenere per sé ciò che considerava più prezioso: la sua insegnante (anche se quest’ultima insegnava pubblicamente in tutta la California).</p>
<p>La nostra relazione finì un weekend invernale in un appartamento affittato sul Lago Tahoe, dove c’era anche sua madre. Avrei dovuto capire prima che, per alcuni uomini, avere la ragazza e la madre nella stessa casa è più di quanto possano sopportare.</p>
<p>Cominciammo a litigare per il suo particolare coltello zen, come se quello fosse il vero motivo. Egli aveva un coltello di acciaio inossidabile comprato da qualche samurai giapponese cuoco, che usava per tagliare la frutta e la verdura. Il coltello andava tenuto in un modo particolare, con una certa angolazione, e doveva toccare il tagliere il meno possibile. Egli era orgoglioso del suo coltello, e poiché ero la sua ragazza, mi aveva concesso il permesso speciale di usarlo. Quella domenica mattina, scese le scale mentre stavo preparando un’insalata di frutta con un normale coltello per sbucciare.</p>
<blockquote><p>«Puoi usare il mio coltello, se fai attenzione.»</p></blockquote>
<p>Annuii e continuai a tritare le noci.</p>
<blockquote><p>«Beh, non lo usi?»<br />
«No.»<br />
«Beh, e perché no?», ribatté, senza compassione zen nella voce.</p></blockquote>
<p>A quel punto, alzai lo sguardo: «Ci sono troppe regole del cavolo su quel coltello, e preferisco usare un coltello di plastica da picnic, piuttosto che affrontare le conseguenze di un uso sbagliato del coltello».</p>
<p>Mi disse una volta per tutte che non ero abbastanza Yin per armonizzarmi con il suo Yang, al che risposi che la sua spiritualità era gravemente distorta e la relazione finì lì, sebbene lui mi sia mancato tantissimo per mesi.</p>
<p>Jake era un altro di questi ragazzi spaventati che si nascondono dietro la spiritualità. Quando lo conobbi, era un buddista zen, ma quando ci lasciammo era diventato un seguace del Vedanta non-dualista, che è la stessa cosa di un “ragazzo zen”, se non peggio. Ci incontrammo a un seminario narcisista tipo “salviamo-la-Terra”, ma questa è un’altra storia.</p>
<p>Due giorni dopo il seminario, mentre guidavo lungo il Golden Gate Bridge verso la strada 101 per tornare a casa, dopo una giornata in cui avevo visto molti pazienti di terapia, vidi a lato della strada un uomo alto, in cima a un malconcio furgoncino Volkswagen, che batteva un tamburo. Mi sembrava di conoscerlo, ma non potevo essere sicura. Imboccai l’uscita della Mill Valley, ripercorsi all’indietro la strada, girai un’altra volta e mi accostai al furgoncino. Sicuro, era Jake. Mi disse che il seminario gli aveva ispirato una nuova forma di eco-protesta. Una volta a settimana aveva intenzione di salire sul tetto del suo furgoncino a leggere ad alta voce la lista di specie in via di estinzione, suonando il tamburo. Quando gli chiesi cosa sperasse di ottenere in questo modo, mi disse che non lo sapeva, ma si sentiva ispirato a fare così. Per quanto possa sembrare strano, rimasi impressionata.</p>
<p>Mi chiese un appuntamento. La prima sera mangiammo lasagne vegetariane, <em>Caesar salad</em> e gelati <em>Haagen Daz</em>, a lume di candela nel suo salotto. Poi ci spostammo sul terrazzino, dove restammo per ore mentre Mickey Hart suonava dallo stereo e Sausalito [villaggio californiano, NdT] danzava ai nostri piedi. La mattina dopo, egli mi disse di aver bisogno di spazio. E in tal modo, si sviluppò la nostra relazione zen, nei piccoli intervalli tra i grandi spazi di tempo.</p>
<p>Alla fine, Jake partì per l’India (una fuga spirituale dall’intimità che io stessa avrei preso a modello, in seguito), ritornando un anno e mezzo dopo, vestito come un monaco, in abiti indiani di cotone bianco e uno scialle color avorio. I lunghi capelli erano stati tagliati all’altezza delle spalle ed erano diventati bianchi, la pelle sembrava aver acquisito un’abbronzatura perenne e piccole rughe erano spuntate agli angoli degli occhi. Disse di aver pensato molto a me e… Perché non andavamo fuori a cena? Poiché ero senza ragazzo (di nuovo) e lui ero piuttosto attraente nel suo nuovo aspetto da guru, accettai.</p>
<p>Jake pensava di essersi illuminato, anche se non aveva il coraggio di dirlo. Era diventato studente di uno di quegli insegnanti indiani che riescono a provocare esperienze mistiche nei seguaci eliminando momentaneamente i loro blocchi psicologici e dichiarando che tale esperienza li aveva resi illuminati. In una tale situazione, il maestro diventa molto presuntuoso e acquista la reputazione di persona capace di illuminare gli altri. Migliaia di hippy occidentali che hanno paura di vivere credono di aver trasceso i loro problemi, e cominciano a elargire lo stesso dono agli altri, senza che nessuno glielo chieda.</p>
<p>Jake era un esempio vivente di ciò. La prima notte andò tutto bene, nei limiti di un ragazzo zen. Mi divertii a sentire le sue avventure bevendo un cappuccino, provando solo irritazione ogni tanto, quando accennava di “aver scorto la vera natura della realtà” o di “essere divenuto uno con il tutto”. Naturalmente, all’inizio della sera aveva bisogno di spazio, ma questo c’era da aspettarselo.</p>
<p>Tuttavia, il giorno seguente, mentre camminavamo nel parco di <em>Muir Woods</em>, cercò di fare la sua solita tirata spirituale con me. Per sintetizzare le sue idee spirituali in una frase, il non-dualismo si basa sul tacito riconoscimento dell’unità – o non-separazione – di tutte le cose. Vuol dire che io non esisto separatamente da te o da qualsiasi altro essere animato o inanimato: tutto è uno. Però c’è una grande differenza tra il riuscire a pronunciare queste frasi (come ho appena fatto) e il vivere come una persona che si attenga eternamente alla verità di questa realtà.</p>
<p><em>«Jake, se dobbiamo stare insieme, ho bisogno di sentire che tu sei davvero qui con me, e non sempre così distaccato», ruppi il ghiaccio.<br />
«Ma chi è questo “tu” che vuole stare con “me”?»<br />
«Io sono “io” e tu sei “tu”!»<br />
«Non c’è differenza, quindi non possiamo mai essere davvero divisi o insieme. Tutto è uguale.»<br />
«Sei pieno di merda.»<br />
«Ma chi pensi che sia il “me” pieno di merda?»<br />
«Penso che sei TE!»<br />
«Chi si sta arrabbiando?»<br />
«Io mi sto arrabbiando.»<br />
«Guarda nei miei occhi, cosa vedi?»<br />
«Te.»<br />
«Guarda più profondamente. Ora cosa vedi?»<br />
«Vedo un uomo solo che pensa di essere illuminato.»</em></p>
<p>Estremamente frustrata e con le lacrime agli occhi, me ne andai a sedermi su un tronco accanto al fiume, cercando di capire perché era così importante per me cercare di comunicare con lui. «Perché sei venuta fin qui a piangere?», si sedette vicino a me, credendo fino in fondo alla sua innocenza.</p>
<p>Mi voltai verso di lui con il tipico sguardo “fine-della-relazione”: «Perché non c’è nessuno che mi sostenga mentre piango, e per me è uguale piangere da sola o con nessuno.»</p>
<p>E così andò con un altro paio di ragazzi zen. Ma alla fine non do la colpa a loro, bensì a me stessa. Infatti, per quanto essi fossero arroganti, distanti, presuntuosi e spaventati, ero io che li sceglievo, che cercavo di aprili nei modi in cui volevo si aprissero, e che ricreavo gli schemi della mia infanzia mettendomi in relazioni in cui non ricevevo amore. Dopo tutto, sarei potuta benissimo uscire con un bel ragazzo ebreo.</p>
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<p>Copyright originale Mariana Caplan, per gentile concessione. Il sito web dell&#8217;autrice è <a href="http://www.realspirituality.com/">http://www.realspirituality.com/</a><br />
Traduzione di Gagan Daniele Pietrini<br />
Copyright per l’edizione italiana Innernet.</p>
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		<title>Spiritualità e relazioni intime: monogamia, poligamia e oltre</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Dec 2008 05:00:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Jorge N. Ferrer</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dharma e dintorni]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2008/07/tantra-group-240.jpg"><img class="alignleft alignnone size-full wp-image-962" style="float: left; margin-left: 6px; margin-right: 6px;" title="tantra-group-240" src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2008/07/tantra-group-240.jpg" alt="" width="240" height="272" /></a>Nel buddismo, la gioia compassionevole (mudita) è vista come una dei “quattro stati incommensurabili” o qualità dell’essere illuminato-gli altri tre sono: la gentilezza amorevole (metta) la compassione (karuna) e l’equanimità (upeksha). La gioia compassionevole si riferisce alla capacità umana di partecipare alla gioia degli altri e sentirsi felici quando gli altri lo sono.</p>
<p>Anche se con diversa enfasi, tale comprensione può essere ritrovata negli insegnamenti alla contemplazione di molte altre tradizioni religiose, come la Kabbalah, il Cristianesimo o il Sufismo, che nei loro rispettivi linguaggi, si riferiscono alla gioia compassionevole, per esempio, in termini di apertura dell’“occhio del cuore”.</p>
<p>Stando a queste e altre tradizioni, il coltivare la gioia compassionevole, può squarciare l’ultimo lembo di falsa dualità tra sé e gli altri, ed essere, pertanto, un potente aiuto nel cammino verso il superamento dell’egocentrismo ed ottenerne la liberazione.</p>
<p>Sebbene l’obiettivo ultimo di molte pratiche religiose sia lo sviluppo della gioia compassionevole verso tutti gli esseri senzienti, le relazioni intime offrono agli esseri umani &#8211; che siano o no praticanti di spiritualità &#8211; una preziosa opportunità di assaggiare il suo sapore esperienziale. Molti individui per natura equilibrati, condividono in certa misura la felicità dei loro partner.</p>
<p>La beatitudine e la gioia possono facilmente emergere dentro di noi nel sentire la gioia in un ballo estatico col partner, nel godimento di una spettacolo artistico, nel gustare il piatto preferito, o nella contemplazione serena di uno splendido tramonto. E questa innata capacità per la gioia compassionevole nelle relazioni intime, spesso raggiunge il suo picco emotivo nelle esperienze emozionali profondamente condivise, nello scambio sensuale e nel fare l’amore. Quando siamo innamorati, la gioia rappresentata dall’amato diventa molto contagiosa.</p>
<p>E se la gioia sessuale ed emotiva del partner non dovesse sorgere in relazione a noi, ma verso altri? Per la maggior parte della gente, la reazione immediata probabilmente non sarebbe di apertura e amore, quanto piuttosto di paura contratta, rabbia e forse anche violenza. Il cambiamento di una singola variabile ha rapidamente trasformato l’appagamento disinteressato della gioia compassionevole nel “il mostro dagli occhi verdi” della gelosia, come Shakespeare chiama questa emozione compulsiva.<span id="more-961"></span></p>
<p>Forse a causa della sua diffusione, la gelosia è ampiamente accettata come “normale” nella maggior parte delle culture, e molte delle sue violente conseguenze, sono state spesso considerate come comprensibili, moralmente giustificabili, e persino legalmente permesse. (Vale la pena ricordare, come alla fine degli anni ’70, le leggi di Stati come il Texas, l’Utah e il New Mexico, consideravano “ragionevole” l’omicidio del partner adultero, se colto sul fatto!).</p>
<p>Sebbene ci siano circostanze in cui la consapevole espressione di una giusta rabbia (non violenta), possa essere una risposta adeguata contemporanea -ad esempio, nel caso di rottura di adulteri all’interno di impegni monogamici – la gelosia spesso fa la sua comparsa in situazioni interpersonali in cui il tradimento non è avvenuto o quando razionalmente sappiamo che non esiste una minaccia reale (per esempio, guardando il nostro compagno ballare con una bella persona ad un party).  In generale, il risveglio di gioia e simpatia osservando la felicità del nostro partner in un rapporto con una persona percepita come rivale è una perla estremamente rara da trovare. Nel contesto delle relazioni romantiche, la gelosia funziona come ostacolo alla gioia simpatetica.</p>
<p>Quali sono le radici di questa diffusa difficoltà nel vivere la gioia simpatetica nelle arene delle esperienze amorose e sessuali?  In ultima analisi, cosa c’è in agguato dietro un tale comportamento apparentemente defilato come la gelosia?  La gelosia può essere trasformata attraverso una più ampia espressione di gioia compassionevole all’interno dei nostri rapporti intimi?  Che risposta emotiva può prendere il posto della gelosia?  E, nel trasformare la gelosia, quali sono le implicazioni per le nostre scelte spirituali nelle relazioni?  Per cominciare ad approfondire queste domande, dobbiamo passare alle scoperte della moderna psicologia evolutiva.</p>
<p>La mappa dell’evoluzione e la funzione della gelosia è stata tracciata con chiarezza dagli psicologi evoluzionisti, da antropologi e zoologi. Nonostante il suo tragico impatto nel mondo moderno (la schiacciante maggioranza mondiale di partner maltrattati e di omicidi nell’ambito matrimoniale è causata dalla violenza generata da gelosia), essa è emersa molto probabilmente intorno a 3 milioni e mezzo di anni fa, nei nostri antenati ominidi, come risposta d’adattamento vitale per ambedue i sessi. Mentre il ricorrere in modo decisivo alla gelosia, per i maschi rappresentava la certezza della paternità e per evitare lo spreco di risorse a supporto dei figli di altri , per le femmine si è evoluto come meccanismo volto a garantire la protezione e le risorse per i figli biologici. In breve: avendo un partner fisso, la gelosia emerse nei nostri antenati a protezione, nei maschi dal “calo sessuale” e nelle femmine dall’essere abbandonate.</p>
<p>E’ per questo che ancora oggi l’uomo tende a vivere dei sentimenti più intensi di gelosia che non la donna, quando si sospetta un’infedeltà sessuale, mentre la donna si sente più minacciata, quando il suo partner si sente attratto da un’altra donna e spende con lei tempo e soldi. La moderna ricerca dimostra come questa “logica evolutiva” in relazione agli schemi di genere sessuale specifici alla gelosia, opera largamente in culture e paesi diversi: dalla Svezia alla Cina, dal Nord America e Olanda, al Giappone e Corea.</p>
<p>Il problema, naturalmente è che, molte reazioni istintive che avevano un significato evolutivo in tempi remoti, non hanno molto senso nel nostro mondo moderno. Ci sono oggi ,ad esempio, molte madri single che non necessitano o desiderano supporto finanziario – o anche emozionale &#8211; dai padri dei loro figli, che ancora oggi si ingelosiscono quando i loro ex-partner hanno attenzioni verso altre donne. La maggior parte degli uomini e delle donne soffrono di gelosia indipendentemente se hanno figli o programmano di averli. Come presenta lo psicologo evoluzionista nel suo acclamato“The evolution of Desire”, molti esseri umani associano meccanismi e risposte come fossero attuali “fossili viventi” forgiati dalle pressioni genetiche della nostra storia evolutiva.</p>
<p>Approfondendo, le radici genetiche della gelosia sono esattamente le stesse di quelle che sottostanno al desiderio di esclusività sessuale (o di possessività) che abbiamo chiamato “monogamia”. In contrasto all’uso convenzionale, comunque , il termine monogamo significa semplicemente “un coniuge” e non necessariamente concerne la fedeltà sessuale. In ogni evento, mentre la gelosia non è esclusività dei legami monogami (anche scambisti e poligami avvertono la gelosia), le origini della gelosia e della monogamia sono intimamente connesse nel nostro passato primitivo.</p>
<p>In verità, la psicologia evolutiva ce lo dice:la gelosia emerge come meccanismo di difesa sensibile contro il disastro geneticamente possibile di avere un partner sfuggito alla monogamia. Nelle antiche savane per le donne era imperativo assicurarsi un partner stabile che provvedesse al cibo e proteggesse i loro figli dai predatori, mentre per gli uomini era sicuro che non stavano investendo tempo ed energia per le progenie di qualcun altro. Ponendoci semplicemente da un punto di vista evolutivo, lo scopo principale della monogamia e della gelosia, è di provvedere all’inseminazione di DNA.</p>
<p>In un contesto di aspirazione spirituale, che punti ad una graduale scoperta e alla trasformazione di crescenti forme sottili di autocentratura, possiamo forse riconoscere che la gelosia, alla fine, serve come forma di egotismo che potremmo chiamare “egoismo genetico” &#8211; da non confondere con la teoria dell’”gene egoista” di Richard Dawkins, che riduce gli esseri umani allo stato di macchine viventi al servizio della replica genetica. L’egoismo genetico è così arcaico, pandemico, e profondamente immerso nella natura umana che invariabilmente non fa notizia tanto nella cultura contemporanea quanto nei circoli spirituali. Un esempio può aiutare a rivelare l’elusiva natura dell’egoismo genetico.</p>
<p>Nel film “Cinderella Man” un ufficiale della compagnia d’elettricità è sul punto di tagliare l’energia elettrica nella casa di tre bambini che potrebbero addirittura morire senza il riscaldamento &#8211; è un inverno a New York ai tempi della Grande Depressione. Quando la madre dei tre bambini si appella alla compassione dell’ufficiale, scongiurandolo di non togliere l’energia elettrica, egli risponde che i suoi bambini patiranno lo stesso destino se non farà il suo lavoro. Guardandomi intorno nella sala di proiezione, ho notato tanti tra gli spettatori, annuire con la testa in stato di commovente comprensione.</p>
<p>Possiamo tutti compatire la posizione dell’ufficiale. Dopotutto, chi non farebbe lo stesso in simili circostanze? Non è umanamente incontestabile e moralmente giustificabile favorire la sopravvivenza delle nostre progenie piuttosto che quella di altri? Dovendo salvare solo il nostro bambino, condanneremmo a morire tre o quattro bambini di qualcun altro? Il numero ha qualche significato in queste decisioni? In queste situazioni estreme, quale azione è più allineata con la compassione universale? Qualsiasi sforzo nell’ottenere una risposta generica a queste domande è probabilmente errato; ogni situazione concreta richiede un’attenta indagine del contesto, della varietà di prospettive, e dei sistemi di conoscenza. Il mio obbiettivo nel sollevare queste questioni non è quello di offrire delle soluzioni, ma soltanto trasmettere come tacitamente l’egoismo genetico, nella condizione umana, venga incarnato come “seconda natura”.</p>
<p>La discussione sulle stesse origini evolutive della gelosia e della monogamia solleva altre domande: la gelosia può davvero essere trasformata? Quale risposta emozionale può rimpiazzare la gelosia nell’esperienza umana? Come può influire la trasformazione della gelosia sulle nostre scelte relazionali?<br />
Per mia conoscenza, contrariamente agli altri stati emozionali, la gelosia non ha opposti in qualsiasi linguaggio umano. E’ probabilmente per questo che la comunità di Kerista – un gruppo poligamo di San Francisco, sciolto nei primi anni novanta &#8211; ha coniato il termine “comparsione” riferendosi alla risposta emozionale opposta alla gelosia.</p>
<p>I Kerista definirono comparsione “il sentimento di portare gioia nella gioia degli altri che amano condividerla.” Da quando il termine emerse nel contesto della pratica della “polifedeltà” (per molti infedeltà), la gioia dei sensi vi fu inclusa, ma la comparsione veniva coltivata solo quando una persona amava i legami con tutto il gruppo annesso. Comunque, il sentimento di comparsione può essere esteso ad ogni situazione nella quale il nostro partner senta gioia emozionale-/sensuale per altri in modo sano e costruttivo. In queste situazioni possiamo gioire della gioia del nostro partner, sempre che ci teniamo nascosto il “terzo incomodo”.</p>
<p>Con l’esperienza, la comparsione può essere avvertita come una presenza tangibile nel cuore, il cui risveglio può accompagnarsi a onde di calore, piacere, e riconoscenza, all ’idea che il nostro partner ami altri e sia riamato in modo sano e reciprocamente benefico. In questa luce, suggerisco che la comparsione possa essere vista come una nuova estensione della gioia compassionevole nel regno delle relazioni intime e, in particolare, alle situazioni interpersonali che convenzionalmente rievocano sentimenti di gelosia.</p>
<p>Il lettore che conosce il Buddismo Vajrayana potrebbe chiedersi se si tratta semplicemente di un romanzo. La trasformazione della gelosia in gioia compassionevole non è forse stata descritta nella letteratura tantrica? Beh, sì e no. Nel Buddismo Vajrayana, la gelosia è considerata un’imperfezione (klesha) di attaccamento legato all’egocentrismo che si è trasmutato in gioia compassionevole, equanimità, e saggezza dal Signore del Karma, Amoghasiddhi, uno dei cinque Buddha Dhyani (i Buddha visualizzati in meditazione). Dal suo corpo verde Amoghasiddhi emana la sua consorte, la dea Verde Tara che si dice abbia anche il potere di tramutare la gelosia in abilità a rimescolare la felicità altrui .</p>
<p>A prima vista, sembra come se gli dei e le dee verdi del panteon Buddista abbiano sconfitto il mostro dagli occhi verdi della gelosia. Analizzando meglio, comunque diventa chiaro che questa percezione necessita di correzioni. Il problema è che i termini buddisti tradotti come “gelosia – come issa (pali), phrag dog (tibetano), o irshya (sanscrito) – vanno letti con più precisione come “invidia”. Nelle varie descrizioni buddiste di “gelosia”, generalmente vi troviamo immagini di amarezza e risentimento verso la felicità, il talento, o fortuna, ma molto raramente, quasi mai di paura contratta e rabbia come risposta ad unioni emozionali o sessuali del partner verso altri.</p>
<p>Nel’Abhidhamma, ad esempio, la gelosia (issa) è considerata uno stato mentale immorale caratterizzato da sentimenti di scarsa accettazione verso il successo e la prosperità altrui. La descrizione del reame “dei gelosi” (asura-loka) supporta anche questa affermazione. Benché sia comunemente detta “gelosia”, gli asura dicono di essere invidiosi degli dei del regno dei cieli (devas) e posseduti da sentimenti di ambizione, odio, e paranoia.</p>
<p>Discutendo il mandala samsarico, Chögyam Trungpa scrive ne ”L’ordine nel caos “: “Non è esattamente gelosia, non esiste il termine appropriato nella lingua inglese. E’ un’attitudine paranoide di confronto piuttosto che vera gelosia… un senso di competizione. Sarebbe ovvio che tutte queste descrizioni si riferiscano all’”invidia” che il Dizionario d’Inglese di Oxford definisce come: “Sentirsi dispiaciuti e inermi alla superiorità altrui riguardo felicità, successo, reputazione o possesso di qualcosa di desiderabile” e non alla “gelosia” che è una risposta alla reale o immaginata minaccia di perdere il partner o che la relazione includa terzi. Da quando gli insegnamenti buddisti sulla gelosia furono indirizzati a monaci per i quali non era previsto che sviluppassero attaccamenti emozionali (persino quelli coinvolti in atti sessuali tantrici), la mancanza di riflesso sistematico nel Buddismo di gelosia romantica non fu certo una sorpresa.</p>
<p>Esploriamo adesso le conseguenze nel trasformare la gelosia nelle nostre relazioni intime. Segnalo che la trasformazione della gelosia nel coltivare la gioia compassionevole rafforza il risveglio del cuore . Dissolvendosi la gelosia, la compassione universale e l’amore senza condizioni diventano più disponibili all’individuo. La compassione umana è universale nell’abbracciare tutti gli esseri senzienti, senza distinzioni. L’amore umano è anche onnicomprensivo ed incondizionato – un amore libero dalla tendenza al possesso e che non vuole niente in cambio.</p>
<p>Sebbene amare senza condizioni sia generalmente più facile nel caso d’amore fraterno e spirituale, segnalo come nel guarire lo strappo tra amore spirituale (agape) ed amore sensuale (eros), lo spiegarsi della gioia compassionevole a più ampie forme d’amore, ne diventi il suo naturale sviluppo. E quando l’amore incarnato si è emancipato dalla possessività, emerge organicamente una gamma più ricca di relazioni spiritualmente legittimate. Mentre le persone diventano più integre e libere da certe paure di base (es. abbandono, indegnità), si spalancano per l’amore incarnato delle nuove possibilità d’espressione, come sentimento naturale, sicuro e sano piuttosto che indesiderabile, minacciato, o moralmente discutibile.</p>
<p>Per esempio, una volta che la gelosia si trasforma in gioia compassionevole e l’amore sensuale e spirituale sono integrati, una coppia potrebbe sentirsi attirata ad estendere l’amore verso altri oltre la struttura del legame di coppia. In breve, una volta che la gelosia allenta la presa sul sé, l’amore umano può raggiungere una dimensione più ampia, incorporabile nella vita di ognuno, che può naturalmente portare all’attenzione verso connessioni intime più omogenee.</p>
<p>Anche se attenta ed aperta, l’inclusione di altre connessioni amorose nel contesto di un sodalizio può suscitare le due classiche obiezioni alla nonmonogamia (o poligamia): primo, in pratica non funziona,secondo, porta alla distruzione del rapporto. (Non ho qui considerato la profonda e radicata opposizione morale all’idea della poligamia legata all’eredità della Cristianità nell’Occidente.) Come obiezione, sebbene la poligamia maschile sia ancora prevalente nel mondo &#8211; su 853 culture umane conosciute, l’84 per cento permette la poligamia maschile &#8211; sembra innegabile che a parte qualche moderna eccezione che spinge verso una maggiore uguaglianza sessuale &#8211; i legami aperti non abbiano avuto molto successo.</p>
<p>Tuttavia lo stesso si potrebbe dire a proposito della monogamia. Dopotutto, la storia della monogamia è la storia dell’adulterio. Come ha scritto H.H. Munro, “ la monogamia è l’usanza occidentale di una moglie e raramente senza alcuna amante”. Valutando la disponibile evidenza, David Buss stima che approssimativamente dal 20 al 40 per cento delle donne americane e dal 30 al 50 per cento degli uomini americani, hanno almeno una relazione durante il matrimonio, “e recenti indagini suggeriscono che il caso che un membro di una coppia moderna commetta infedeltà durante il matrimonio può raggiungere il 76 per cento &#8211; numeri che aumentano ogni anno. Sebbene la maggior parte delle persone della nostra cultura si considerino &#8211; o credano di essere &#8211; monogami, indagini anonime rivelano che lo sono socialmente ma non biologicamente.</p>
<p>In altre parole, la monogamia sociale, in un sempre più significativo numero di coppie, maschera frequentemente la poligamia biologica. Nel suo “Anatomia di un amore” l’illustre antropologo Helen Fisher suggerisce che il desiderio umano per il sesso clandestino extraconiugale è geneticamente fondato sui vantaggi evolutivi nel procurarsi altri partner per ambo i sessi, nei tempi antichi: ulteriori opportunità per spargere DNA per gli uomini, ed ulteriore protezione e risorse ad acquisire sperma potenzialmente migliore per le femmine.</p>
<p>Può anche essere importante notare che il paradigma prevalente nelle relazioni del moderno occidente non è più la monogamia a vita (finché morte non ci separi) ma una monogamia seriale (molti partner in sequenza), spesso costellata da adulterio. La monogamia seriale con adulterio clandestino è in molti punti non tanto diversa dalla poligamia, escluso forse il fatto che il secondo è più onesto, etico, e convincentemente meno dannoso . In questo contesto l’attenta esplorazione della poligamia (praticata con piena cognizione ed approvazione di tutto ciò che concerne) può aiutare ad alleviare la sofferenza causata dall’incredibile numero di relazioni clandestine nella nostra cultura moderna.</p>
<p>Inoltre, potrebbe essere poco saggio trascurare uno sviluppo culturale potenzialmente emancipatorio poiché le sue prime manifestazioni non sono riuscite perfettamente. Riguardando la storia dei movimenti di emancipazione nell’occidente &#8211; dal femminismo all’abolizione degli schiavi, alla conquista dei diritti civili da parte degli americani-africani &#8211; possiamo osservarle come le prime ondate del prometeo impulso che frequentemente porta problemi e distorsioni che solo più tardi saranno riconosciuti e risolti.</p>
<p>Questo non è il luogo per esaminare la sua storica evidenza, ma congedare la poligamia per i suoi precedenti fallimenti può equivalere all’aver scritto contro il femminismo nei luoghi ove le prime mogli fallirono nel reclamare i valori genuini della femminilità o delle donne libere dal patriarcato (diventando mascoline “superdonne” capaci di avere successo in un mondo patriarcale).</p>
<p>Ma aspettate un attimo. Le relazioni diadiche sono già abbastanza difficili. Perché complicarle ulteriormente aggiungendo altre parti all’equazione? Risposta: da un punto di vista spirituale, una relazione intima può essere vista come una struttura attraverso la quale gli esseri umani possono imparare ad esprimere e ricevere amore in diverse forme. Sebbene esiterei a considerare la poligamia più spirituale ed evoluta della monogamia, è chiaro che se una persona non ha imparato le lezioni e le sfide della struttura diadica, lui o lei non sarà pronto a portare quelle sfide in forme più complesse di relazioni. Dunque l’obiezione di impraticabilità può essere valida in molti casi.</p>
<p>La seconda tipica obiezione alla poligamia è che risulta nella dissoluzione del vincolo della coppia. La ragione è che il contatto intimo con altri aumenta le possibilità che un membro della coppia abbandoni l’altro e fugga col partner più attraente. La faccenda è comprensibile, ma di fatto la gente che ha relazioni, si innamora e abbandona il partner nel contesto dei voti monogami. Come abbiamo visto l’adulterio va di pari passo con la monogamia, e la monogamia a vita è stata spesso rimpiazzata con la monogamia seriale ( o poligamia sequenziale) nella nostra cultura.</p>
<p>Tra parentesi, i voti di una vita monogama creano spesso aspettative irrealistiche che aggiungono sofferenza al dolore implicato prodotto da una relazione al termine &#8211; e si potrebbero quasi sollevare questioni riguardo la bontà dei bisogni psicologici di sicurezza e garanzia che tali voti normalmente incontrano. In ogni caso, sebbene possa suonare non intuitivo all’inizio, la minaccia di abbandono può essere ridotta nella poligamia, dato che il legame d’amore che il nostro partner può sviluppare con un’altra persona, non necessariamente significa che lui o lei debbano scegliere tra loro e noi (o mentirci).</p>
<p>In modo più positivo, le nuove qualità e passioni che le nuove connessioni intime riescono a risvegliare dentro una persona possono anche apportare un rinnovato senso di dinamismo creativo alla vita emozionale/sessuale della coppia, la cui frequente stasi dopo tre quattro anni (sette in alcuni casi) è la causa principale delle relazioni clandestine e di separazioni. Come dimostrano recenti studi, il numero di coppie che oltrepassano il cosiddetto prurito dal quarto al settimo anno, decresce ogni anno.</p>
<p>Un’attenta poligamia può anche offrire un’alternativa alla solita inesauribile natura della tipica monogamia seriale in quelle persone che cambiano partner spesso negli anni, beneficiando di profondità emozionali e spirituali che può essere dato solo da un legame stabile con un altro essere umano. In un contesto di crescita psicospirituale, solo l’esplorazione può creare opportunità uniche allo sviluppo della maturità emozionale, la trasmutazione della gelosia in gioia compassionevole, l’emancipazione dell’amore incarnato dalla possessività e dall’esclusività, e l’integrazione tra amore dei sensi e spirituale.</p>
<p>Come sosteneva il mistico cristiano Riccardo di St. Victor , l’amore maturo tra l’amante e l’amato si estende naturalmente aldilà di se stesso verso una terza realtà, e questa apertura, sostengo, potrebbe essere in alcuni casi cruciale sia a superare tendenze coodipendenti che a migliorare la salute, la vitalità creativa, e forse anche la longevità delle relazioni intime.</p>
<p>Evidenzio le obiezioni alla poligamia poiché la monogamia per tutta la vita o quella seriale (insieme al celibato) sono ampiamente considerati gli unici o i più “spiritualmente corretti” stili di relazione nel moderno occidente. In aggiunta alle prescrizioni cristiane di una vita monogama, molti influenti maestri buddisti contemporanei in occidente fanno simili raccomandazioni. Consideriamo, per esempio, la lettura del precetto buddista del “trattenersi da una cattiva condotta sessuale” di Thich Nhat Hanh. Originariamente questo precetto significava, per i monaci, di evitare di intraprendere qualsiasi atto sessuale e, per i laici di non impegnarsi in “inappropriati” comportamenti sessuali che avessero a che fare con specifiche parti del corpo, luoghi e tempi.</p>
<p>In “In futuro sarà possibile”, Thich Nhat Hanh spiega che i monaci del suo ordine seguono le regole del celibato tradizionale per usare l’energia sessuale come catalizzatore per aprire un varco spirituale. Per i praticanti laici comunque, Thich Nhat Hanh legge i precetti come modo per evitare tutti i contatti umani a meno che non siano nel contesto di un “impegno a lungo termine tra due persone”, poiché c’è incompatibilità tra amore e sesso causale (il matrimonio monogamo è una pratica comune per i laici del suo ordine).</p>
<p>In questa lettura, Thich Nhat Hanh reinterpreta i precetti buddisti come prescrizione per monogamia a lungo termine, escludendo la possibilità non solo di sane relazioni poligame, ma anche di intimi incontri spiritualmente edificanti (è importante notare, comunque che , “impegno a lungo termine” non equivale a monogamia, poiché è perfettamente fattibile considerare un impegno a lungo termine con più di un partner intimi.)</p>
<p>Ne “L’arte della felicità”, il Dalai Lama presuppone una struttura monogama come contenitore per il sesso appropriato nelle relazioni intime. Poiché la riproduzione è il fine biologico delle relazioni sessuali, ci dice, l’impegno a lungo termine e la sessualità esclusiva sono desiderabili per la salute delle relazioni d’amore.</p>
<p>Nonostante il grande rispetto che nutro nei confronti di questi ed altri maestri buddisti che parlano in modo simile, devo confessare la mia perplessità. Queste valutazioni d’espressione di sesso appropriato, divenute linee guida d’influenza per molti buddisti occidentali contemporanei, sono spesso offerte ad individui celibi la cui esperienza sessuale è limitata, se non quasi inesistente. Se c’è qualcosa che abbiamo imparato dallo sviluppo psicologico, è che un individuo ha bisogno di realizzare diversi “lavori di sviluppo” per ottenere competenza (e buonsenso) in vari contesti: cognitivi, emozionali, sessuali, e così via.</p>
<p>Spesso, quando offerti con le migliori intenzioni, i consigli offrono aspetti della vita nei quali non si è realizzata una competenza di sviluppo come nella diretta esperienza, e saranno illusori e discutibili. Quando questi consigli sono offerti da figure culturalmente venerate come autorità spirituali, la situazione può divenire ancora più problematica.<br />
C’è di più, nel contesto della prassi spirituale, che queste asserzioni possano argutamente essere viste come incongruenti rispetto all’enfasi data alla diretta conoscenza, caratteristica del Buddismo.</p>
<p>Vale la pena ricordare che il Buddha stesso incoraggiava la poligamia piuttosto che la monogamia in certi casi. Nello Jakata (storie sulle incarnazioni precedenti del Buddha), un bramino chiede al Buddha dei consigli a proposito di quattro pretendenti che corteggiavano le sue quattro figlie. Dice il bramino: “Uno è bello e forte, un altro è un po’avanti negli anni, il terzo un uomo di nobile famiglia, e il quarto è buono.”<br />
“Ci saranno sempre bellezza e buone qualità”, rispose il Buddha, “un uomo va disdegnato se scarseggia in virtù. Quindi la forma non è la misura di un uomo, quelle che mi piacciono sono le virtù”. Ascoltato ciò, il bramino donò tutte le sorelle al virtuoso pretendente.</p>
<p>Come illustrano i consigli del Buddha, diverse forme di relazioni possono considerarsi spiritualmente sane (nel significato buddista di guida alla liberazione) accordandosi a varie caratteristiche umane e situazioni. Storicamente, il Buddismo ha sempre fortemente considerato lo stile di un legame in modo più integrale di altri per i laici ed è stato incline a supportare diversi stili di relazione a seconda dei fattori culturali e karmici.</p>
<p>Dalla prospettiva buddista degli abili mezzi (upaya) e della natura salvifica della sua etica, ne consegue che la chiave etica che valuta l’appropriatezza di ogni intima connessione – potrebbe non essere la sua forma, ma piuttosto la sua forza nello sradicare la sofferenza da sè e dagli altri. Credo che oggigiorno ci sia tanto da imparare dagli approcci non dogmatici e pragmatici del buddismo storico verso le relazioni intime, un approccio che non era collegato a nessuna specifica struttura di relazione ma era guidato essenzialmente da una enfasi radicale verso la liberazione.</p>
<p>Come si sa, il Giudaismo permetteva e spesso incoraggiava la poligamia maschile, per secoli sino a Rabbeinu Gershom (c.960-1028) con l’emanazione di un editto contro lo sposare più di una moglie, a meno che non fosse permesso per motivi speciali da almeno 100 rabbini di tre diverse regioni. In maniera interessante, come spiega Rav Yaakov Emden, la ragione del divieto non fu morale ma sociale. L’editto era una reazione al pericolo che poteva portare agli ebrei nell’avere più di una moglie, in un’Europa sempre più dominata dalla Cristianità, che stava tentando di abolire dal 600 D.C. al 900 D.C.</p>
<p>In breve, lo scopo dell’editto era proteggere il popolo ebraico dall’essere attaccato o massacrato dai Cristiani fondamentalisti pieni di risentimento. Inoltre, in accordo con le autorità, il divieto si supponeva avesse validità sino alla fine del quinto millennio del calendario ebraico, così non ha mai avuto la forza di un divieto sino all’anno 1240 D.C., sebbene continuasse come costume in molti posti. (Originariamente, la proibizione fu limitata geograficamente a certe regioni e paesi europei.)</p>
<p>Se la Torah e la legge biblica permetteva la poligamia, se la logica per la proibizione era contestuale, e se la validità della proibizione fu considerata solo sino alla fine dell’anno 1240 D.C.,dopo, per l’attuale osservazione del rabbino Cherem Gershom, sembrò ingiustificata. Naturalmente, alla luce della moderna ricostruzione del Giudaismo attuata dal rabbino Michael Lerner ed altri, gli Ebrei contemporanei possono guardare all’adesione tradizionale della poligamia e alla proibizione di quella femminile, come un costume “sessista” dell’antico Giudaismo e, conseguentemente poter voler esplorare creativamente ulteriori forme egualitarie di poligamia.</p>
<p>Per varie ragioni storiche ed evolutive, la poligamia ha un “letto a torchio” nella cultura occidentale e nei circoli spirituali &#8211; essendo automaticamente legati, per esempio, alla promiscuità, l’irresponsabilità, l’inaffidabilità e spesso l’edonismo narcisistico. Aperta la crisi corrente della monogamia nella nostra cultura, si potrebbe comunque valutare di esplorare seriamente il potenziale sociale di forme responsabili di nonmonogamia. E rivelato il potenziale spirituale di tale esplorazione, potrebbe essere anche importante espandere la portata delle scelte relazionali spiritualmente legittimate che come individui possiamo creare in diversi nodi karmici della nostra vita.</p>
<p>Spero che questo saggio spalanchi vie di dialogo e di ricerca nei circoli spirituali a proposito della trasformazione delle relazioni intime. Spero anche che contribuisca all’estensione delle virtù spirituali, come la gioia compassionevole, verso tutte le aree della vita, in particolare a coloro che per ragioni storiche, culturali e forse evolutive, sono stati tradizionalmente esclusi o non hanno considerato temi quali la sessualità e l’amore romantico.</p>
<p>L’opinione culturalmente prevalente &#8211; supportata da molti maestri spirituali contemporanei &#8211; che le uniche opzioni sessuali spiritualmente corrette siano il celibato o la monogamia è un mito che può causare sofferenza superflua e che sia necessario, quindi, che tale bisogno sia messo a riposo. E’ perfettamente plausibile sostenere simultaneamente più di un amante o legame sessuale in un contesto di attenzione ,integrità etica, e crescita spirituale, per esempio, lavorando alla trasformazione della gelosia in gioia compassionevole e all’integrazione di amore sensuale e spirituale.</p>
<p>Aggiungerei giustamente che, in ultimo, credo che la più alta espressione di libertà spirituale nelle relazioni intime, non si nasconde in pignole rigorosità verso un particolare stile di vita &#8211; sia monogamo che poligamo &#8211; ma piuttosto in una radicale apertura al dinamico svelarsi della vita che elude una struttura fissa o predeterminata delle relazioni. Sarebbe ovvio, per esempio, che si possa seguire uno stile specifico di legame come di “giusto” (che accresce la vita) o “sbagliato” (basato sulla paura); tutti questi stili di relazione possono ugualmente limitare le ideologie spirituali; e le diverse condizioni interne ed esterne ci possono richiamare ad intraprendere diversi stili di relazione in varie circostanze della vita.</p>
<p>E’ in questo spazio aperto catalizzato dal movimento oltre la poligamia e la monogamia, io credo che possa emergere una posizione esistenziale profondamente armonizzata alla visuale dello Spirito. Nonostante ciò, accrescendo la consapevolezza delle nostre origini, soprattutto quelle arcaiche, la natura degli impulsi evolutivi che dirige la nostra risposta sessuale/emozionale e le scelte relazionali possono autorizzarci a creare consapevolmente un futuro nelle quali forme espanse di libertà spirituale possono avere una maggiore opportunità per sbocciare.</p>
<p>Chissà, forse estendendo la pratica spirituale alle relazioni intime, nuovi petali di liberazione sboccerebbero non emancipando solo le nostre menti, i nostri cuori e la consapevolezza, ma anche i nostri corpi ed il mondo istintuale. Possiamo intravedere un “voto integrale di bodhisattva” in cui la mente consapevole rinunci alla piena liberazione finché il corpo ed il mondo primario possano essere completamente liberi?</p>
<p>L&#8217;articolo è stato originariamemte pubblicato su <span><em><a href="http://www.tikkun.org/" target="_blank">Tikkun</a>: Culture, Spirituality, Politics</em> (2007, Jan/Feb), pp. 37-43, 60-62.</span></p>
<p>Traduzione di <a href="http://www.innernet.it/author/eckhart/" target="_blank">Eckhart</a>, revisione di Silvia Passone e <a href="http://www.innernet.it/author/toshan-ivo-quartiroli/" target="_blank">Toshan Ivo Quartiroli</a></p>
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		<title>Sesso e intimità</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Sep 2008 15:11:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Krishnananda e Amana</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2008/07/flower-intimacy-220.jpg"><img class="alignleft alignnone size-full wp-image-964" style="float: left; margin-left: 6px; margin-right: 6px;" title="flower-intimacy-220" src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2008/07/flower-intimacy-220.jpg" alt="" width="220" height="236" /></a>Da molti anni conduciamo seminari nei quali insegniamo come amare &#8211; se stessi e gli altri. Uno degli argomenti che molto spesso emerge, soprattutto con coppie che sono insieme da tempo, è come riuscire a mantenere attiva la propria sessualità. Molte coppie osservano che più stanno insieme, più è difficile mantenere lo stesso interesse nel fare l’amore.</p>
<p>La vita stressante, la crescente familiarità e la carenza di comunicazione possono stemperare il desiderio di fare l’amore. Forse desiderano ardentemente ritornare ai primi tempi, nei quali non vedevano l’ora di andare a letto insieme per condividere eccitante e appassionato sesso. O forse aspirano a raggiungere una più profonda unione attraverso la sessualità.</p>
<p>Il sesso si trasforma quando l’intimità diviene più profonda. Ma, a meno che non ci rendiamo disponibili a imparare ad adattarci al cambiamento, rischiamo di non sapere come averci a che fare. Il sesso è un aspetto significativo dello stare insieme; se manca, può compromettere la relazione. E se manca, diveniamo facilmente irrequieti o carichi di risentimento.</p>
<p>Possiamo cominciare ad avere delle relazioni o a rassegnarci, a diventare amareggiati e/o depressi. O possiamo ritrovarci totalmente immersi in altre cose come il computer, la televisione, il lavoro, lo sport o altri hobby e non prenderci nemmeno il tempo di stabilire una connessione con il partner.</p>
<p>Quando diventiamo intimi con qualcuno, diveniamo più vulnerabili e questa vulnerabilità solitamente si associa a maggiori paure ed insicurezze. Il sesso è uno degli ambiti in cui meglio queste paure ed insicurezze vengono alla luce. Se non abbiamo esplorato, compreso o accettato le nostre paure e insicurezze, in modo particolare rispetto alla nostra sessualità, rischiamo di non sapere più cosa fare quando queste si manifestano. Finiamo col credere che ci sia qualcosa di sbagliato in noi o nella relazione. Possiamo tentare di compensare queste paure buttandoci in un sesso che non sentiamo &#8220;appropriato&#8221;.<span id="more-963"></span></p>
<p>Quando ci sentiamo spaventati o insicuri nel fare l’amore, questo incide drasticamente sul modo in cui rispondiamo nel farlo e nel modo stesso in cui lo desideriamo fare. Nel fare l’amore, soprattutto se siamo diventati molto intimi con l’altra persona diventa sempre più difficile sentirsi al sicuro.</p>
<p>Quando due persone si mettono insieme, all’inizio è spesso più facile lasciarsi andare alla passione e all’intensità nel fare l’amore. Ma come l’intimità cresce e diventiamo più vulnerabili, diveniamo anche più sensibili. Desideriamo che il sesso rimanga invariato o persino migliori, ma questo non accade. Può peggiorare. Può accadere che sparisca del tutto. Possiamo mettercela proprio tutta o possiamo finire con l’allontanarci. Possiamo diventare glaciali o distanti mentre facciamo l’amore. Possiamo manifestare disfunzioni sessuali. Tutto questo accade perché abbiamo paura e non lo sappiamo. A complicare le cose, raramente accade lo stesso ad entrambi i partner.</p>
<p>Abbiamo scoperto, sia all’interno della nostra stessa relazione sia in quelle di coloro con cui abbiamo lavorato, che gli amanti che hanno raggiunto un’intimità più profonda, hanno bisogno di scoprire nuovi modi di fare l’amore. Devono capire che la paura e l’insicurezza aumentano con l’aprirsi l’un l’altro e come tutto questo influenzerà la loro vita sessuale. Devono anche imparare a comunicare la propria esperienza sul sesso, in particolar modo le loro vulnerabilità. Spesso proprio la vulnerabilità è la cosa più difficile da confessare, specialmente se riguarda il sesso.</p>
<p>È del tutto naturale, e persino sano, che quel tipo di eccitazione che provavamo nel periodo della luna di miele della relazione svanisca. L’eccitazione è un elemento che compare facilmente quando abbiamo rapporti sessuali con qualcuno appena conosciuto. E possiamo mantenerlo vivo per un po’. Ma a causa della familiarità, del vivere assieme e di una serie di altri motivi che esploreremo, svanisce col tempo. Possiamo allora provare a mantenere viva l’eccitazione in qualche modo. Ma qualunque metodo alla fine risulta artificiale e artefatto.</p>
<p>La soluzione a questo problema sta nello scoprire qualcosa di più profondo e di maggior supporto, che possa prendere il posto del nostro bisogno di perpetua eccitazione. L’eccitazione di per sé non può essere la forza di sostentamento della nostra sessualità all’interno di una relazione a lungo termine.<br />
Nel momento in cui stiamo scrivendo questo libro, stiamo insieme già da quattordici anni. Ciò che tentiamo di condividere qui è il frutto di quello che abbiamo imparato in tutti questi anni di convivenza come amanti, ma anche di quello che abbiamo imparato dal lavoro svolto con i partecipanti ai nostri seminari. La prima volta che c’incontrammo fu in India, dove entrambi stavamo facendo pratica meditativa e vivendo in una comune spirituale.</p>
<p>Uno degli aspetti della comune era un intenso programma di seminari di crescita. All’inizio della nostra storia di coppia, decidemmo di frequentare un seminario di due settimane sul Tantra. Il corso insegnava un modo per integrare la meditazione con la sessualità attraverso un approccio specifico e una tecnica per fare l’amore che ci attrasse. (Descriveremo questo approccio in dettaglio<br />
in un capitolo più avanti.)</p>
<p>Nel periodo in cui seguimmo questo seminario, io (Krish) ero anche alla ricerca di un cambiamento nel modo in cui facevo l’amore. Una delle ragioni era che stavo cercando una forma di connessione nel sesso più profonda, più tenera e più meditativa. Ma c’era anche un’altra ragione. Nel fare l’amore, avevo paura di raggiungere l’orgasmo troppo presto, quando sia io sia la mia compagna eravamo eccitati. Mi vergognavo tremendamente quando accadeva, e non riuscivo più a rilassarmi veramente a causa di questa paura. Il metodo che imparammo dava più importanza alla connessione che non alla prestazione, e insegnava a fare l’amore in un modo così rilassato e senza sforzo che qualcosa dentro di me si rilassò profondamente.</p>
<p>Notai che quando mi prendevo il tempo di rilassarmi e concentrarmi di più sulla connessione che non sull’eccitazione, per me qualcosa cambiava. La totale assenza di pressione e aspettative mi ha aiutato a superare la mia insicurezza e la disfunzione stessa. Abbiamo infatti scoperto che questa assenza di pressione e pretese nel sesso è uno dei più importanti ingredienti che consentono alle coppie di mantenere vivi amore e vita sessuale.</p>
<p>Scoprire che fare l’amore può essere così rilassante e profondamente soddisfacente, senza in realtà fare niente, arricchì molto anche me (Amana). Mi resi conto che proprio attraverso la connessione e il permettere ai corpi di fondersi con le energie, accadeva qualcosa di molto più profondo di quanto accada facendo sesso molte volte. Di fatto, questo seminario preparò la nostra relazione ad un modo diverso di stare insieme, dove il fare l’amore non dipendeva più dall’eccitazione o dalla soddisfazione sessuale, ma piuttosto dalla connessione.</p>
<p>Ma per una sana relazione sessuale all’interno di una coppia che sta insieme da molto tempo, non basta imparare a fare l’amore in modo più ricettivo. Dobbiamo anche mantenere la nostra sfera emozionale libera e lavorare nel rendere più profondo l’amore che c’è tra noi. C’erano dodici coppie che frequentarono il seminario con noi.</p>
<p>Ma per quanto ne sappiamo, di quelle dodici, noi siamo l’unica coppia sopravvissuta. E la ragione per cui queste relazioni sono finite è stata, nella maggioranza dei casi, perché conflitti emozionali irrisolti hanno logorato la fibra del loro amore. Noi siamo stati in grado di mantenere il nostro amore e la nostra sessualità molto vitali in parte perché, fin dall’inizio, abbiamo fatto in modo che fosse una priorità affrontare tutto ciò che generava distanza e ferite tra di noi.</p>
<p>La nostra intimità è tale che possiamo avvertire ogni volta che qualcosa disturba il nostro profondo legame. Abbiamo imparato, dal lavoro fatto su noi stessi, che quando ci sentiamo facili allo scatto, irritabili o distanti l’uno dall’altro, è principalmente perché qualche vecchia ferita è stata riaperta ed è ancora molto dolorosa. L’altra persona è un pretesto, non la causa alla radice della nostra insofferenza. Sapere ciò ci aiuta a non incolpare l’altro.</p>
<p>Per di più, nella maggior parte dei casi, le nostre reazioni e la nostra insofferenza hanno poco o nulla a che fare con l’altra persona. Hanno invece a che vedere con la carenza di spazio interiore in quel momento specifico e col sentirsi sopraffatti dalla vita. Quando veniamo provocati, spesso tutto quello che desideriamo fare è prendercela con qualcuno o trovare qualcosa (o qualcuno) che possa farci sentire meglio. E quando abbiamo questa carenza di spazio interiore anche la cosa più insignificante che l’altra persona fa, o qualsiasi altra fonte di stress della vita, delusione o  frustrazione, può facilmente scatenare l’agitazione e le paure, e indurci a prendercela l’un con l’altro.</p>
<p>Quando ci irritiamo a vicenda, ogni volta che ci sentiamo stressati, il sesso è spesso il primo a subirne le conseguenze. Col passare del tempo, una coppia che desidera mantenere la propria sessualità attiva, pulsante e nutriente, deve trovare anche il modo per rendere più profondo l’amore, l’intimità e la fiducia, perché ci vuole profondità per rimpiazzare l’eccitazione iniziale dello stare insieme, specialmente per quanto riguarda il sesso.</p>
<p>Dedicheremo alcuni capitoli nel tentativo di rendervi partecipi di alcuni specifici strumenti che abbiamo scoperto per approfondire l’amore. Nella nostra relazione sessuale, affrontiamo sfide continue riguardo a paure e insicurezze in cui ci capita d’imbatterci, e ci lavoriamo sopra. Man mano che si va in profondità, si trovano nuovi strati di paura e d’insicurezza.</p>
<p>Per di più, in quasi tutte le relazioni profonde, le ferite dell’uno trovano il modo di stuzzicare quelle dell’altro. Ciascuno deve affrontare in modo profondo le dinamiche che inconsciamente e automaticamente lo spingono ad allontanare il partner e a nascondersi. E in seguito a tirarsi indietro dal fare l’amore.</p>
<p>Nel nostro caso specifico, le paure di Krish di sentirsi sopraffatto da una donna forte (causate da una madre troppo autorevole e opprimente) possono entrare in rotta di collisione con l’esperienza di Amana di un uomo non presente (originate da un padre alcolista che alla fine si suicidò). Con amore e consapevolezza, siamo riusciti a far fronte a questa dinamica in un modo creativo.</p>
<p>Grazie a una maggiore intimità, siamo maggiormente esposti ai modi in cui la nostra sessualità viene influenzata dalla paura, dalla vergogna e dall’insicurezza. Eppure la vulnerabilità è anche la via d’accesso alle più recondite e preziose parti di noi stessi, ai tesori della nostra anima e al cuore dell’intimità. Secondo la nostra esperienza, non possiamo sperare di conoscere noi stessi, né tantomeno cosa sia l’amore, se non esploriamo le profondità della nostra vulnerabilità.</p>
<p>Con questo libro, offriremo un percorso per metter insieme il sesso e la vulnerabilità, affinché questo divenga un modo per approfondire ed arricchire l’intimità. E, nel corso del libro, vi porteremo esempi tratti dalla nostra vita, ma anche da quella di persone con le quali abbiamo lavorato. Naturalmente, per proteggere la riservatezza di coloro di cui discutiamo, ometteremo di menzionare i nomi o li cambieremo.</p>
<p>Tratto da “<a href="http://www.urraonline.com/libri/9788850327881/scheda" target="_blank">Sesso e intimità</a>”,  di Krishnananda e Amana, pubblicato da <a href="http://www.urraonline.com/Home" target="_blank">Apogeo/Urra</a>, per gentile concessione dell’editore.</p>
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		<title>Io sono&#8230; mamma Tv</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Mar 2008 03:35:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giusy Figliolini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Coscienza del mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Percorsi di ricerca]]></category>
		<category><![CDATA[autoconsapevolezza]]></category>
		<category><![CDATA[condizionamenti]]></category>
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		<description><![CDATA[Ricordo un cartone animato dell&#8217;intramontabile Gatto Silvestro dove un piccolo papero scambia il simpatico gatto per la sua mamma. Mentre lui ha l&#8217;acquolina in bocca e prepara un buon soffritto nella padella prima di cucinarlo, il povero paperino ignaro lo segue fiducioso, con gli occhi pieni d&#8217;amore, continuando a ripetere: &#8220;Tu sei la mia mamma! [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="left">Ricordo un cartone animato dell&#8217;intramontabile Gatto Silvestro dove un piccolo papero scambia il simpatico gatto per la sua mamma.</p>
<p align="left">Mentre lui ha l&#8217;acquolina in bocca e prepara un buon soffritto nella padella prima di cucinarlo, il povero paperino ignaro lo segue fiducioso, con gli occhi pieni d&#8217;amore, continuando a ripetere: &#8220;Tu sei la mia mamma! &#8220;</p>
<p align="left">Un esempio divertente di come la nostra mente può interpretare un&#8217;immagine esterna in modo scorretto rispetto a quel che realmente può essere.</p>
<p align="left"><span id="more-868"></span>Questi errori di interpretazione ci fanno saltare dalla brace alla padella, parafrasando la storiella del Gatto Silvestro.</p>
<p align="left">Nel mio precedente articolo &#8220;Attenti al colpo di coda&#8221; accennavo ai condizionamenti ricevuti dai genitori, alla predisposizione all&#8217;imitazione che noi abbiamo e come siamo capaci di riprodurre inconsapevolemente un certo comportamento sotto la falsa riga di un altro pur non essendo esso veramente conforme al nostro reale bisogno.</p>
<p align="left">Credo che anche in questo nuovo caso che riporterò di seguito c&#8217;entri una certa predisposizione genetica: in realtà se osserviamo gli animali, in particolare i primati, notiamo quanto siano portati ad imitarsi tra di loro nei comportamenti.</p>
<p align="left">A tal proposito sono stati addirittura ipotizzati fenomeni extrasensoriali, mi riferisco per esempio a quanto riportato dallo scrittore inglese Lyall Watson sul fatto che alcune scimmie,  dopo aver imparato a lavare della patate, fossero state imitate da altre scimmie lontane kilometri dalle prime.</p>
<p align="left">Lo stesso <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Fenomeno_della_centesima_scimmia" target="_blank">Lyall Watson</a>  smentì successivamente questa sua teoria della formazione di una &#8220;massa critica&#8221;  alla centesima scimmia.</p>
<p align="left">Tuttavia è stato comunque ben osservato che effettivamente le scimmie dello stesso clan avevano iniziato ad imitarsi rendendo un&#8217;abitudine acquisita quella piccola conquista &#8220;civile&#8221; della prima scimmia pioniera, facendola nel tempo diventare un&#8217;usanza comune.</p>
<p align="left">Questo esempio sulle abitudini all&#8217;imitarsi dei macachi spiega quanto è radicata questa predisposizione all&#8217;imitazione nei primati e credo sia corretto dire che anche gli uomini sono soggetti a questa spinta; tutto questo fa parte della naturale evoluzione di una razza e nasce per sviluppare un effetto positivo in termini di sopravvivenza e benessere.</p>
<p align="left">Le cose però per quanto riguarda noi umani non sono più cosi elementari come per le scimmie.</p>
<p align="left">C&#8217;è, per esempio, una figura comportamentale che aleggia su tutti noi, una specie di &#8220;grande madre&#8221; piena zeppa di esempi comportamentali, di modi di pensare, di modalità di comunicare, una sorta di megapersonalità che incombe ogni giorno nelle nostre case: quello scatolone ormai appiattito al minimo in uno schermo al plasma che noi chiamiamo la TV.</p>
<p align="left">Sono consapevole che molto è stato già detto in merito all&#8217;argomento Televisione e quanto sia già piuttosto evidente il bombardamento continuo della pubblicità, nata e studiata proprio per condizionare le nostre scelte a vantaggio della casa produttrice di turno.</p>
<p align="left">Oppure di quello politico atto ad influenzare un nostro indirizzo e una preferenza in tal senso, mai come in questo periodo evidente sotto l&#8217;influsso della campagna pre-elezioni in atto.</p>
<p align="left">Purtroppo quella che dovrebbe essere una fonte di informazione diventa sovente una forma subdola di coercizione psicologica, una sorta di ipnosi alla quale veniamo sottoposti non casualmente ma con intenzione mirata di chi tira i fili dall&#8217;altra parte del plasma.</p>
<p align="left">Tuttavia anche se non ci fosse questa volontà condizionante  sono tante le sfaccettature della questione che a mio parere non sono state ancora ben visualizzate.</p>
<p align="left">Recentemente osservavo come la comunicazione tra le persone abbia preso una strana piega: le persone tendono in generale nella relazione con le altre a una comunicazione unipolare, dove chi comunica è l&#8217;emittente di certe notizie e l&#8217;altro soggetto viene ridotto alla passività dell&#8217;ascoltatore</p>
<p align="left">Esse si alternano in questo ruolo credendo di stare comunicando tra di loro, ma in realtà non avviene alcuna fusione tra i due dialoghi, il risultato dello scambio è semplicemente una sorta di notiziario di sé all&#8217;altro e viceversa.</p>
<p align="left">Spesso l&#8217;oggetto attivo, chi sta comunicando, non si preoccupa nemmeno di constatare se l&#8217;altro sta realmente recependo la sua comunicazione, gli basta sapere di avere uno spettatore utile alla sua performance che gli garantisce un minimo di odiens, pronto generosamente a ricambiare il favore..</p>
<p align="left">Ho visto fioccare conversazioni di questo tipo che possono durare dai pochi minuti, scambiati accanto alla macchinetta del caffè in ufficio, a diverse ore.</p>
<p align="left">La modalità è sempre la stessa: qualcuno inizia il proprio TG personale e altri fanno da spettatori.</p>
<p align="left">Gli argomenti possono essere di varia natura: dai figli, alla moda, alla salute, quest&#8217;ultima molto gettonata, seguita a ruota dall&#8217;ever green &#8220;le previsioni del tempo&#8221;, che più che previsione si tratta di constatazioni ovvie dell&#8217;aspetto meteorologico del momento: &#8220;Oggi piove e tira vento!&#8221;, quasi come se gli altri che ascoltano arrivassero dall&#8217;altro emisfero o da un altro pianeta.</p>
<p align="left">Insomma nella comunicazione osservo una variegata gamma di programmi a tema, tutti trasmessi all&#8217;esterno in una forma di relazione sterile con l&#8217;esterno stesso.</p>
<p align="left">La visione di insieme è al quanto apocalittica, mi sembra di vedere girare per le strade tante Tv viventi pronte ad accendersi al minimo interesse di un malcapitato spettatore.</p>
<p align="left">Tutto questo modo di comunicare si presenta sotto forma di una falsa relazione con il nostro interlocutore di turno, tutto questo non può che essere frutto di un sorta di rimbambimento generale del quale molti non sembrano esserne consapevoli.</p>
<p align="left">Mi sono chiesta da dove potesse nascere questo bisogno di comunicare in modo pedissequo le news della nostra piccola esistenza, senza percepire più la necessità di interagire con il nostro interlocutore in un dialogo che fosse anche un reale incontro, dialogo che presupporrebbe  ben altri scambi che la semplice comunicazione sterile delle proprie notizie.</p>
<p align="left">Alla domanda: chi stiamo imitando?</p>
<p align="left">Una delle possibili risposte che ho trovato è stata la televisione: mamma televisione che mostra da ormai più di 50 anni questo tipo di comunicazione.</p>
<p align="left">Mamma Tv ci parla senza nessun tipo di possibile interscambio da parte nostra con lei, ci mostra un esempio costante di rapporto tra un polo emittente e un polo ricevente.</p>
<p align="left">Verosimilmente è possibile che inconsapevolmente stiamo assorbendo questa forma di comportamento: mamma tv appare alla nostra mente come un&#8217;unica persona, un&#8217;unica entità piena di cose; in questo siamo alla stregua del paperino che scambia il gatto che vuole mangiarlo per la sua mamma.</p>
<p align="left">Iniziamo così nel tempo a codificare la modalità comunicativa della Tv per poi riprodurla all&#8217;esterno.</p>
<p align="left">Questo fenomeno spiegherebbe anche la grande spinta che molte persone, soprattutto giovani, hanno attualmente ad &#8220;entrare&#8221; dentro la Tv, vedi il grande proliferare di trasmissioni dove i protagonisti diventano gli ex spettatori, felici di essere  finalmente fagocitati.</p>
<p align="left">E&#8217; possibile che essi percepiscano una spinta ad entrare in relazione con questa &#8220;grande madre&#8221; onnipresente nella loro vita spesso fin dalla nascita, ma con la quale non possono mai entrare in contatto, se non illusoriamente, passando dall&#8217;altro lato dello schermo, diventando loro stessi la Tv; garantendosi allo stesso tempo la possibilità di essere visti ed ascoltati all&#8217;esterno.</p>
<p align="left">Sia che entriamo effettivamente nel mondo televisivo, che imitiamo quel tipo di comunicazione nel rapporto con gli altri, stiamo mettendo in gioco una delle tante identificazioni del nostro ego:</p>
<p align="left"><em>io sono mamma Tv</em> e gli altri gli spettatori.</p>
<p align="left">Oppure io sono uno spettatore e mamma Tv comunica.</p>
<p align="left">Due facce della stessa medaglia, della stessa identificazione che non portano ad un reale incontro ed ascolto tra le persone.</p>
<p align="left">In questa aberrazione imitativa ci illudiamo di avere continui scambi di relazione con gli altri e di essere comunicativi e aperti all&#8217;esterno, salvo però percepire un fastidioso senso di mancanza e vuoto appena si spegne la Tv.</p>
<p align="left">Così la Tv resta sempre accesa, quella vera in casa perché ci fa compagnia anche quando non la guardiamo o quella surrogata realizzata e riprodotta da noi.</p>
<p align="left">Salvi così da quel &#8220;silenzio&#8221; che ci porterebbe ben altre news e ben altre forme di &#8220;trasmissioni&#8221; con sé stessi e con gli altri.</p>
<p align="left"><u></u></p>
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