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	<title>Innernet &#187; psichedelia</title>
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	<description>Percorsi di consapevolezza e anima del mondo</description>
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		<title>Un tipo di innocenza che non avevamo mai visto</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Mar 2009 12:06:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ross Robertson</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte e Cultura]]></category>
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		<description><![CDATA[Quando grandi folle viaggiano insieme attraverso il rock and roll, dove stanno andando, e cosa vuol dire? Pensieri sui Grateful Dead, i Beatles e la Consapevolezza Collettiva. Improvvisamente le persone si spogliarono le une di fronte alle altre e facemmo tutti una grande scoperta: eravamo bellissimi. Nudi, vulnerabili e sensibili come un serpente dopo essersi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="the beatles.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/11/the-beatles.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/11/the-beatles.jpg" alt="the beatles.jpg" hspace="6" align="left" /></a>Quando grandi folle viaggiano insieme attraverso il rock and roll, dove stanno andando, e cosa vuol dire? Pensieri sui Grateful Dead, i Beatles e la Consapevolezza Collettiva.</p>
<blockquote><p>Improvvisamente le persone si spogliarono le une di fronte alle altre e facemmo tutti una grande scoperta: eravamo bellissimi. Nudi, vulnerabili e sensibili come un serpente dopo essersi spogliato della pelle, ma molto più umani di quell’incubo scintillante che aveva cigolato nella pausa precedente del corteo. Eravamo vivi e la vita era noi. Ci prendemmo per mano e danzammo a piedi nudi tra i calcinacci. Eravamo ripuliti, liberati! Non avremmo mai più indossato le vecchie armature. Ken Kesey, <em>Garage Sale.</em></p></blockquote>
<p>Immagina di stare su un pendio che domini un grande anfiteatro. Tramonto. Sotto di te, le tribù si stanno radunando da ogni dove. A migliaia entrano nel santuario suonando tamburi e bruciando incensi. È tempo per il rito del ritorno. Hai la sensazione che tra te e tutti gli altri ci siano legami di sangue. Sciogliendoti i capelli, corri incontro alla folla. I sacerdoti sugli altari attaccano i canti antichi e ognuno comincia a muoversi in modi che non hai mai visto, ma che sembrano familiari.</p>
<p>È una danza le cui origini nessuno ricorda, antica quanto la tribù stessa. Ma l’istinto vi porta a sincronizzarvi in un’improvvisa fratellanza. La musica entra in te come al rallentatore, fluendo con una pulsazione che allo stesso tempo è tua e non è tua. No, non siamo nel 15.000 a.C. al solstizio d’estate. Né è l’orgia di Zion in<em> Matrix Reloaded </em>all’inizio della battaglia finale con le macchine. Sei nell’America del ventesimo secolo: questo è un concerto dei Dead.</p>
<p>Lo storico delle religioni Mircea Eliade ha definito gli sciamani dei “tecnici dell’estasi”, e questo è esattamente ciò che furono i Grateful Dead di San Francisco, a grande scala. Le loro mani reggevano strumenti, ma ciò che suonavano era la folla, trascinandola ad altezze che potrei solo definire spirituali. Sin dall’inizio, era qualcosa che succedeva misteriosamente, per ognuno in un modo diverso.<span id="more-760"></span></p>
<p>Anche i fan dei Dead della mia generazione, che hanno mancato il bus degli anni sessanta di molti anni, hanno avuto la stessa esperienza. Il mio primo concerto l’ho visto – preparatevi – nel 1992, all’epoca del liceo. Sono cresciuto negli anni ottanta; avevo bisogno di credere in qualcosa. E i Dead erano straordinari, suonavano come Titani o dei, al di là dei confini del terreno e del quotidiano. Come per i maghi, non riuscivi a capire come facessero, ma funzionava, e volevi conoscere il segreto.</p>
<p>Maghi o sciamani che fossero, creavano un’atmosfera di meraviglia. La loro musica era una soglia verso una mente completamente diversa, con meno limiti, piena di spazio e di misteriosa creatività. A uno spettacolo dei Grateful Dead, non eri chi pensavi di essere; al tuo posto, c’era un essere sorprendente, stranamente riconoscibile. Chiudevi gli occhi e andavi dove ti portava. Quando li riaprivi, sorpresa! C’era qualcun altro accanto a te, con cui stabilivi un contatto.</p>
<p>Pensavi di stare là da solo, di goderti un’esperienza privata, ma i Dead ti dimostravano che ti sbagliavi. Se il paradiso fosse una festa dove si balla, sarebbe così. In tutta la mia vita, non avevo mai visto tanta gioia nelle persone. Semplicemente, provavi il desiderio di stare più vicino agli altri. La gioia stava là, in mezzo a tutte le altre cose; non apparteneva a nessuno, ma tutti potevano afferrarla, girarla e inseguirla a perdifiato. “Non so cos’è che possiede il nostro pubblico”, ha scritto il batterista Mickey Hart in <em>Drumming at the Edge of Magic</em>, “ma ne sento l’effetto. Dal palco puoi sentirlo. «Mente di gruppo», «possessione», chiamala come ti pare: quando si isolano dal mondo, lo senti; puoi percepire l’energia che urla attraverso di loro”.</p>
<p>Tutti l’abbiamo percepita, ed era qualcosa che non avevamo mai sentito prima. Ma cos’era? Qual era il segreto di quell’identità magica alla quale tutti prendevamo parte, di quell’eccitazione, di quella perdita di controllo quasi intollerabile? Di solito, il pensiero di perdere il controllo è terrificante. Ma i Dead rendevano facile il salto nel centro, esteso e vulnerabile.</p>
<p>Suonavano, e la nostra attenzione si allontanava da noi stessi; lì c’era un intero mondo da conoscere e esplorare. La maggior parte di noi è tanto abituata a ritenersi creature fondamentalmente indipendenti, con una psiche autonoma, che la nozione stessa di “consapevolezza collettiva” o “mente di gruppo” di solito ci fa subito cambiare subito argomento, durante una conversazione. Ma con i Dead queste domande diventavano interessanti. “Chi sono io davvero?”, dovevi chiederti quando le tue certezze cadevano a pezzi e la tradizionale pellicola di ansia e isolamento cadeva dalle tue spalle. Di cosa ho tanta paura? Di certo, anche i Dead si facevano le stesse domande. Essi erano dei normali baby-boomer (anche se un po’ al limite), dei ragazzi ribelli cui piaceva il Beat, il blues e il jazz, e che si trovavano al culmine di un’epoca. Questo fino a quando smisero di suonare nei club, per cominciare a esibirsi negli <em>Acid Test</em>.</p>
<p>Ken Kesey con il suo bus &#8220;Further&#8221;</p>
<p><a title="Un tipo di innocenza ken Kesey.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/un-tipo-di-innocenza-ken-kesey.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/un-tipo-di-innocenza-ken-kesey.jpg" alt="Un tipo di innocenza ken Kesey.jpg" hspace="6" align="left" /></a>Di fatto, i Grateful Dead cominciarono a prendere LSD prima che Ken Kesey e i Merry Pranksters organizzassero i loro famigerati Acid Test party nell’agosto 1965. Fu però come house band dei Pranksters che essi aprirono le ali e spiccarono il volo in un cielo inesplorato. Come scrive Tom Wolfe in <em>The Electric Kool-Aid Acid Test</em>, non furono i soli a decollare:</p>
<p>“Improvvisamente, l’acido e il mondofolle erano ovunque, l’organo elettrico vibrava in ogni pancia, i ragazzi ballavano non il rock, ma l’estasi; saltavano, facevano i dervisci, gettavano le mani sopra la testa come i cortigiani del reverendo Daddy Grace – Sì! Gli occhi di tutti si accendono come lampadine… i fusibili saltano, le menti urlano, le teste esplodono, i vicini chiamano la polizia, arrivano da fuori 200, 300, 400 persone… Il gruppo di persone più compatto ed euforico che si era mai visto nella storia”.</p>
<p>Furono proprio questi prototipi di rave hippie (“Aspettati l’inaspettato”), in cui a tutti coloro che arrivavano veniva offerto un cestino di Kool-Aid, che diedero ai Dead la libertà di giocare senza aspettative. Anziché continuare con assoli su un accompagnamento di sottofondo, come la maggior parte delle band dell’epoca, essi hanno fatto propria la lezione di John Coltrane e del free jazz, improvvisando tutti insieme, allo stesso tempo.</p>
<p>Per farlo bene, dovevano ascoltarsi attentamente tra loro, ognuno rispondendo spontaneamente al movimento del tutto. E fu mentre facevano jamming in questo modo – senza sapere dove stavano andando, ma intenzionati ad andarci insieme – che s’imbatterono nella fantastica percezione di un’intelligenza creativa molto più grande di loro, un’intelligenza che avvolgeva tutto il gruppo. Quando questo accadeva, ricordava il primo chitarrista Jerry Garcia, la musica “aveva l’effetto di sorprendermi con una corrente tutta sua”. Quando succedeva davvero, fluivano come una cosa sola. “Quelle connessioni sono come organismi viventi”, ha detto il bassista Phil Lesh, “come cellule nel corpo di questo organismo. Questa sembra la trasformazione che avviene negli esseri umani. Imparare a essere cellule, oltre che individui. Non solo cellule della società, ma di un organismo vivente”.</p>
<p><a title="Un tipo di innocenza Grateful Dead.gif" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/un-tipo-di-innocenza-grateful-dead.gif"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/un-tipo-di-innocenza-grateful-dead.gif" alt="Un tipo di innocenza Grateful Dead.gif" hspace="6" vspace="6" align="bottom" /></a></p>
<p>Concerto dei Grateful Dead<br />
Questa mente collettiva non conosceva limiti e creò una profonda fratellanza, non solo tra i membri della band, ma anche nel pubblico. “Il pubblico è la band, così come la band è il pubblico”, ha detto il batterista Bill Kreutzmann. “Non c’è differenza. Il pubblico andrebbe pagato; il suo contributo è pari al nostro”. Ancora più sorprendente è il fatto che i musicisti stessi non riuscivano a entrare in questo spazio se non c’era nessuno ad ascoltarli. Jerry ha confessato di non aver “mai sperimentato il click della grande musica senza un pubblico… Esistiamo per grazia sua”. È difficile capire come l’attenzione consapevole di un pubblico possa essere tanto importante per un musicista, anche se più che come musicisti i Death potrebbero essere considerati dei partecipanti chiave in eventi davvero sinergici. Così ne parlava Jerry, in un’intervista del 1972 a “Rolling Stone”:</p>
<p>“Raggiungere l’ebbrezza autentica vuol dire dimenticare se stessi. E dimenticare se stessi vuol dire vedere tutto il resto. E vedere tutto il resto vuol dire diventare una consapevole molecola in evoluzione, uno strumento conscio dell’universo. E io credo che ogni essere umano debba essere uno strumento conscio dell’universo…</p>
<p>Quando infrangi le vecchie forme e i vecchi ordinamenti, improvvisamente trovi un nuovo spazio, con una nuova forma e un nuovo ordinamento che sono più vicini alla realtà. Sono più simili a un flusso. E noi ci<em> ritroviamo</em> in quello spazio. Non abbiamo mai deciso di starci né di uscirci. Mai. Questa è una cosa che abbiamo osservato scientificamente. Abbiamo osservato cosa accade”.</p>
<p>Anche se l’LSD era stata la madre che aveva partorito questa esperienza di comunione, l’esperienza in sé divenne indipendente attraverso la musica dei Dead. Io stesso ho assistito a tantissimi spettacoli prima di prendere delle droghe, e tornavo ugualmente trasfigurato. “La musica è una cosa che ha l’ottimismo incorporato”, ha detto Jerry; “Puoi spingerti tanto in là nella musica da riempire milioni di vite”. Molte persone non conoscono mai (o solo raramente) un tale stato “di flusso” nella loro vita.</p>
<p>Questo stato, come spiegano le religioni e le tradizioni spirituali del mondo, è il riflesso estatico di un livello più elevato di consapevolezza e rappresenta l’ignoto, il potenziale addormentato in tutti noi. Ecco perché è tanto incredibile che i Grateful Dead siano riusciti a far vivere la stessa esperienza alla gente per trenta anni, fino alla morte prematura di Garcia nel 1995. Forse, oggi che sono tornati insieme per la prima volta da allora, lo stanno facendo di nuovo.</p>
<p>Ma non sono soli. Oggi esistono centinaia di cosiddette “jam band” formatesi nella scia dei Dead. La loro passione per l’improvvisazione collettiva è pari solo a quella dei loro devoti, a sua volta pari a quella dei Deadhead [<em>i fan dei Grateful Dead</em>, NdT]. “Oggi, per molte persone”, scrive lo studioso dei Grateful Dead John Dwork, “i concerti delle jam band sono… l’equivalente della chiesa, o almeno di ciò che stanno cercando. Questo è ciò di cui abbiamo bisogno nella nostra vita: comunità, danza estatica, cori appassionati, comunione con qualcosa di sacro o di speciale, un’avventura sacra, un posto in cui appendere il nostro cuore”. Ho visto trenta spettacoli dei Dead in tre anni proprio per queste ragioni: i Dead erano i miei eroi, coloro che si opponevano all’ondata di superficialità e materialismo che rischiava di travolgermi. Volevo che il mito degli anni sessanta si concretizzasse…</p>
<p>Quell’idealismo, quella sensazione di uno scopo più elevato. Desideravo credere in qualcosa, e l’ho trovato nei Dead. Giustamente, anche il famoso studioso della mitologia Joseph Campbell vi ha trovato qualcosa. Nonostante la sua estrema avversione per la cultura popolare (ha visto solo due film, non leggeva i giornali e per decenni non è andato a nessun concerto), andò a vedere i Grateful Dead e si sentì “in sintonia immediata” con loro. “Semplicemente, non sapevo che esistesse una cosa del genere”, ha detto. Qualcosa come “25.000 persone unite al livello del cuore” in un rituale mitico autenticamente contemporaneo. Questo era, per lui, “l’antidoto alla bomba atomica”.</p>
<p>Ciò che Campbell aveva scoperto era qualcosa che i Deadhead conoscevano da sempre: uno spirito archetipico di intimità e celebrazione rituale provocato dalla musica. In verità, la musica di ogni genere è nata con questo spirito, in tutte le epoche. Molte cerimonie indigene e sciamaniche si basano proprio su questa capacità del suono e del ritmo di trasportare gruppi di persone in stati straordinari di consapevolezza.</p>
<p>Gli esecutori di musica indiana classica praticano consapevolmente l’improvvisazione, cercando di incontrare – e sollevare – la mente del tutto. Persino il canto più semplice può avvicinare inesplicabilmente le persone, come nel dicembre 1914, quando in Francia i soldati tedeschi e alleati misero per un attimo da parte le armi e lasciarono le trincee per incontrarsi brevemente come amici. Tali “tregue di Natale”, come vennero chiamate, cominciarono in molti casi grazie ai canti natalizi che, da grande distanza, ognuno intonava nella propria lingua.</p>
<p>Ma fu negli anni sessanta, nell’era del rock and roll, che questo antico fenomeno raggiunse dimensioni di massa. A Watkins Glen, New York, nel 1973, i Grateful Dead suonarono davanti a circa 600.000 persone, una folla che si estendeva per oltre tre chilometri dal palco. Quell’evento resta ancora il più grande concerto rock della storia (Woodstock, al confronto, raggiunse appena le 400.000 unità). “Qui abbiamo quattro o cinque volta la folla che segue le nostre corse automobilistiche”, ha detto lo sceriffo, “ma meno della metà dei problemi. Questi ragazzi sono strepitosi”. Riesco appena a immaginare tanta gente in un solo posto, per non dire di tante persone con la mente focalizzata su un solo oggetto. Per darti un’idea, considera che uno stadio medio contiene 50.000, 60.000 persone, e moltiplicalo per dieci.</p>
<p>Quale nascosta influenza avranno avuto tali eventi gargantueschi sulla cultura in generale? La consapevolezza è una cosa cumulativa? Una persona che mediti da sola può avere un tangibile effetto su una stanza. Persino il Trips Festival all’inizio del 1966, il più grande Acid Test di sempre, vide la partecipazione di sole 3-5.000 persone.</p>
<p>Fino ad allora, ricorda Phil, “nessuno avrebbe mai pensato che potevi dare l’acido a migliaia di persone in una stanza senza che questa scoppiasse per l’energia psichica… I fili del nostro impianto stavano letteralmente saltando fuori dagli incavi nel muro”. 600.000 persone a Watkins Glen? Quale ignoto miracolo di consapevolezza deve aver fatto irruzione allora, sotterraneo e invisibile?</p>
<p>Naturalmente, i Grateful Dead non erano l’unica band che negli anni sessanta faceva miracoli. Che dire dei Beatles, i cui fan (come ammette l’addetto stampa dei Grateful Dead, Dennis McCally) facevano impallidire l’entusiasmo verso i Dead? Se i Dead potessero essere misurati sulla scala Richter della loro influenza psichica su un largo numero di persone, di certo altrettanto potrebbero fare i Beatles.</p>
<p>E da questo punto di vista, i ragazzi di San Francisco potrebbero mai sperare di competere con quelli di Liverpool? In realtà, essi non uscirono mai dal giro di una controcultura relativamente marginale. I Beatles, d’altra parte… <em>tutti</em> li amano. “C’era un alchimia nel modo in cui si misero insieme [<em>come together</em>], che faceva sì che due più due non facesse quattro, ma quaranta”, scrive il giornalista Mark Hertsgaard. Diedero all’espressione inglese “come toghether” un significato completamente nuovo.</p>
<p>Nell’estate del 1965, quando i Grateful Dead (allora noti come i Warlocks) stavano ancora facendo gavetta nei bar e i club della penisola di San Francisco, i Beatles tennero non il più grande, ma il primo concerto di sempre in uno stadio degli USA, lo Shea Stadium di Flushing, New York. Questo accadde dieci anni prima che nascessi (sì, ho dovuto guardarlo in DVD). Ma nonostante tutti i decenni che mi separano da quell’evento, non riuscivo a credere ai miei occhi: quattro ragazzi di appena venti anni al centro di una passione che allo stesso tempo li riguardava e non li riguardava. Erano nell’occhio di un ciclone culturale.</p>
<p>Come potevano quattro persone provocare una tale follia? Vedere ragazze altrimenti pudiche trasformarsi in esseri sessuali isterici (e in massa) mi avrebbe spaventato, se non avesse catturato furiosamente la mia attenzione. La cosa sensazionale era che niente di ciò sembrava toccare i Beatles, a parte John Lennon, che si lanciò in uno spericolato assolo alla tastiera. “Ci piace la follia, è salutare”, scherzò. La beatlemania raggiunse velocemente dimensioni che essi non erano più in grado di gestire, letteralmente. Ma per qualche misteriosa ragione, essi non <em>dovevano</em> gestire quella pressione, che era potente abbastanza da mandare il basso di Paul Hofner sulla luna. Semplicemente, salirono a bordo e lo guidarono al centro dell’inesplicabile. Allo Shea Stadium, vedevo che ogni barriera tra loro era caduta: e sudavano, annaspavano, cantavano, in una condizione di stupore incantato. Questo stimolava nella folla un tipo di innocenza che non avevo mai visto a un concerto dei Dead, un altro tipo di meraviglia.</p>
<p><a title="Un tipo di innocenza beatles fan.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/un-tipo-di-innocenza-beatles-fan.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/un-tipo-di-innocenza-beatles-fan.jpg" alt="Un tipo di innocenza beatles fan.jpg" hspace="6" vspace="6" align="bottom" /></a></p>
<p>Concerto dei Beatles</p>
<p>Là c’erano 55.000 persone, e urlavano tanto che i Beatles potevano a stento sentirsi mentre cantavano. Almeno i fan dei Dead ascoltavano la musica; quelli dei Beatles non riuscivano ad arrivare alla prima nota senza soccombere a una specie di virus che li faceva urlare fino a perdere la voce, come una “epidemia emozionale”. Era come se stessero facendo delle aperture nei muri tra di loro: chi può dire quale fu la profondità dell’impatto di tutto ciò? E che dire della prima volta che i Beatles suonarono all’Ed Sullivan Show nel febbraio 1964, un anno e mezzo prima? <em>Settantrè milioni di persone li guardarono</em>.</p>
<p>Vale a dire il quaranta per cento della popolazione degli Stati Uniti, praticamente tutti i televisori del Paese in quell’anno. Durante quell’ora, le stazioni di polizia in tutta la nazione registrarono il tasso di criminalità più basso in mezzo secolo: persino i ladri, i malavitosi e gli sbandati si fermarono per i Beatles. Billy Joel pensò: “Si può fare. Lo posso fare”. Aveva quindici anni. Billy Graham, quarantacinquenne, giunse a rompere il riposo del sabato per guardarli.</p>
<p>Chissà come fecero. “Probabilmente, è dall’epoca di Shakespeare che tanto intelletto non viene usato per spiegare qualcosa di tanto semplice”, scrive Robert Burt in <em>The Beatles: The Fabulous Story of John, Paul, George, and Ringo</em>. “I Beatles erano quattro ragazzi di un gruppo pop che componevano una musica felice e che per qualche anno diedero a tutti dei bei momenti”. Qualche anno? Alla fine del millennio, i Beatles erano ancora in cima alle classifiche con “1”, il loro album di singoli. Doveva esserci qualcosa di più. Come riuscivano a essere così pienamente l’uno con l’altro, in un modo tale che tutti potevano avvertirlo? Non come i Dead, non come gli sciamani o gli stregoni, ma come quattro ragazzi normali? Allo stesso tempo sublimi e terra-terra, i Beatles cavalcarono l’onda di un mutamento nella consapevolezza di massa. “Sono come bambini, da molti punti di vista”, disse il produttore George Martin; “amano tutto ciò che è magico”. E la magia dello stare insieme, con gioia insolita e fiducia rara, alimentava la loro musica di entusiasmo irrefrenabile e incessante originalità.</p>
<p>Quando evolsero e maturarono, un’intera generazione crebbe con loro. Nel processo, aiutarono a tracciare una rotta tra le correnti mutevoli di un’era turbolenta. Dal Motown al R&amp;B, dal rock puro alla psichedelia in senso lato, i Beatles concentrarono in pochi anni quelle che sembravano epoche intere, trascinandosi dietro l’emergente cultura giovanile. Tale velocità di cambiamento era quasi eccessiva, ma i giovani li seguirono, e altrettanto fecero molti genitori. “Dipendeva da te (cioè, da tutti noi) fare dei cambiamenti, e potevi farli”, scrive Hersgaard. “Quel messaggio risuonò a lungo e profondamente nella psiche di massa, perché avvicinava la gente al loro io più elevato, rendendola parte di un progetto più vasto di rinnovamento umano. I Beatles, in breve, tirarono fuori il meglio dalle persone”.</p>
<p>Qualunque fosse questo segreto, Paul McCartney ne ha ancora a iosa. “Non ho voglia di fermarmi o scrivere la parola<em> fine</em>”, ha detto recentemente, dopo il suo tour <em>Back in the U.S</em>., del 2002, il primo negli Stati Uniti dopo quasi dieci anni. E stavolta ho avuto la rara fortuna di vederlo di persona. Giunto a sessanta anni, il suo talento, il suo sfavillio e il suo equilibrio sembrano solo essere cresciuti, e oggi egli cattura nuove generazioni di fan con lo stesso incanto che rese i Beatles ciò che furono. Sembrava impossibile; ancora non riesco a crederci.</p>
<p>Persino Jerry Garcia, prode capitano di nave, ha lentamente ceduto sotto la pressione di una vita da eroe mitico, perdendo la guerra dopo quasi venti anni di dipendenza dall’eroina. Paul, al contrario, era più al comando che mai, suonando e cantando come un uomo della metà dei suoi anni. Davanti a una band che faceva faville con le sue canzoni dei Beatles e dei Wing, egli trasformava tutto ciò che toccava in una sorta di autocelebrazione, anche se non avevi mai sentito prima quelle melodie.</p>
<p>I ragazzi della cosiddetta Gen-Y [<em>la generazione del millennio</em>, NdT] esplodevano come popcorn; gli studenti universitari, i genitori e i nonni piangevano, ansimavano, ballavano e si beavano della grande abbondanza del tutto. Un fan reggeva un cartello: “NYC 1965 Shea Stadium”, e in qualche modo io, ragazzo di ventotto anni, sapevo perché: mi sentivo euforico, come nelle mani del Re Mida, come se fosse la prima volta.</p>
<p>“Ascoltare la sua musica”, dice l’attore Gen-X John Cusack nel DVD di <em>Back in the U.S</em>., “fa parte del processo del diventare consapevoli”. La cosa più sorprendente di tutte è che McCartney non è una mera nota a piè di pagina della storia, la sua musica non è una rievocazione nostalgica degli anni sessanta. Al contrario, oggi la sua influenza è ancora viva; nel 2004, è tuttora tesa verso il futuro. Proprio l’anno scorso, per esempio, egli ha portato gli abitanti di Copenaghen in uno spazio dove non erano mai stati. Un amico danese che vive nel distretto di Østerbro, vicino l’Idrætsparken in cui Paul ha tenuto il concerto, mi ha raccontato: “Dopo lo spettacolo, la città era satura di affetto; ogni angolo era pieno di energia. Non avevamo mai avuto quel tipo di esperienza in Danimarca, <em>mai</em>”.</p>
<p>Persone di ogni generazione riempivano le strade, dice. I negozianti di tutta Copenaghen, come il ciclista all’angolo della sua strada, avevano aperto il negozio, messo fuori dei tavoli e offerto birra e rinfreschi. Sembrava che la maggior parte della città fosse rimasta fuori fino alle quattro di notte, ridendo e cantando le canzoni dei Beatles. “Le persone erano attratte le une dalle altre. Si formavano gruppi, la città intera era un grande luogo di incontro”.</p>
<p>Anche se i baby boomer hanno sentito un po’ di nostalgia per i bei, vecchi tempi, nessuno ha avuto la sensazione che una volta la vita era meglio. Non si sentivano lamenti per un passato perso nella morsa del tempo, nessuno rimuginava su una caduta da uno stato di grazia. Al contrario, conclude il mio amico, “Tutto era completamente nuovo. Non c’era nulla di sbagliato, tutto era giusto. La vita è buona e l’amore è dolce”. Era come se Paul avesse reso tutti di nuovo giovani: non con l’immaginazione, ma nei fatti, trasformando ognuno nel fisico.</p>
<p>Quando avevo diciotto anni ed ero anche io un po’ più giovane, andai a cantare in Russia in una sorta di missione musicale per la pace, con il mio coro dell’Unione Metodista. All’epoca, ero già un fan dei Dead; ricordo di aver suonato “Uncle’s John Band” nella Piazza Rossa, con una chitarra russa da cinque dollari. Dieci anni dopo, nel maggio 2003, Sir Paul tenne il suo primo spettacolo in Russia, sempre nella Piazza Rossa. Secondo la CBS, incontrando l’ex Beatle prima del concerto, il presidente russo ed ex agente del KGB, Vladimir Putin, “ha confessato che all’epoca dell’Unione Sovietica i Beatles erano considerati propaganda di un’ideologia straniera”.</p>
<p>Quando gli è stato chiesto se avesse ascoltato lo stesso i Beatles, Putin ha risposto: “Sì, certo. Erano molto popolari… Erano un assaggio della libertà, una finestra sul mondo”. Sembra che la musica dei Beatles sia riuscita persino a perforare la cortina di ferro. E per centomila russi (alcuni stretti dentro il recinto quadrangolare davanti al Cremlino, altri ammassati dietro le transenne della polizia) questa era l’occasione della vita, la possibilità di vedere un eroe che, per decenni, era stato accessibile solo attraverso radio malfunzionanti o dischi pirata. “Prossima fermata, la luna”, ha detto Paul. E chi può impedirglielo?</p>
<p>“Mi piace la fama, perché grazie a essa puoi fare della filantropia”, dice Paul durante <em>Back in the U.S.</em> “E penso che se il tuo cuore è al posto giusto, puoi fare un sacco di cose buone”. Sì, di certo, e lui ne ha fatte. E per quanto riguarda Jerry, la cui creatività incandescente supererà sicuramente la prova del tempo… A essere onesti, mi vergogno di lui. “La fama è un’illusione”, si è lamentato in una delle sue ultime interviste, prima che l’isolamento di un eroinomane diventasse la tomba di un cadavere. “È molto difficile prendere la fama sul serio, e non penso che nessuno mi chieda questo. A cosa serve?”.</p>
<p>Penso che non lo sapremo mai. Ma quali sono le implicazioni morali dell’essere un eroe? Se il potere della consapevolezza può elevare a tal punto interi gruppi di persone, chi può dire che non possa spingerli altrettanto in basso? “I Dead fanno qualcosa che nessun altro musicista della loro statura o influenza può fare”, ha scritto il “Village Voice” nel 1987. “Suggeriscono la possibilità di un’utopia nella <em>vita di ogni giorno</em>… Nutrono indirettamente la bontà, la gioia, la verità e la solidarietà nel loro pubblico devoto… Attraverso la loro musica non fanno nulla di meno che abbracciare la strana idea secondo cui l’arte può salvare la vita”. Non è un’ironia, allora, che Jerry non è riuscito a salvare la sua stessa vita dai demoni, qualunque essi fossero, che lo assediavano?</p>
<p>Phil, il compagno di Garcia nei Dead, una volta ha detto: “Siamo sulla punta della freccia della consapevolezza umana, e stiamo volando attraverso il tempo”. Forse i Grateful Dead, o almeno il loro ambivalente leader, sono caduti da quella freccia anni fa, mentre Paul l’ha trasformata in un jet, riuscendo in qualche modo a trattenere il vento nei suoi capelli. E se invece quella freccia (che entrambi hanno tirato e infiammato) volasse ancora, acquistando velocità fino quasi a spezzare la barriera del suono? All’epoca dei Trips Festival, nel ’66, e dell’uscita dell’album dei Beatles <em>Sgt. Pepper’s</em>, nel ’67, una rivoluzione di massa nella consapevolezza sembrava dietro l’angolo. Forse sta ancora aspettando? Non lo so.</p>
<p>Magari nessuno di noi lo sa. Tuttavia, la semplice possibilità mostrata da queste band (la possibilità di un accesso collettivo e più duraturo a stati più elevati di consapevolezza olistica) basta per farci riflettere due volte su chi siamo e cos’è possibile. Riflettere e provare meraviglia, mentre usciamo dall’anfiteatro sulle ultime note del bis, avvolti in una coperta o due, osservando il cielo e ponendoci domande che i Dead e i Beatles hanno reso inevitabili.</p>
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<p>Copyright originale “What is Enlightenment” magazine, <a href="http://www.wie.org/">www.wie.org</a><br />
Traduzione di Gagan Daniele Pietrini.</p>
<p>Copyright per la traduzione Italiana: Innernet.</p>
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		<title>Strumenti per la maturazione dell&#8217;anima</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Aug 2008 03:08:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Almaas</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="almaas5.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/almaas5.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/almaas5.jpg" alt="almaas5.jpg" hspace="6" align="left" /></a>Un&#8217;intervista ad Almaas sulla maturazione dell&#8217;anima da parte di Toshan Ivo Quartiroli. Tra i temi dell&#8217;intervista, quali gli strumenti esteriori e interiori che catalizzano la crescita dell&#8217;anima, come la mente può essere volta a questo scopo, i possibili ruoli di fattori esterni quali le sostanze neurochimiche o i mezzi tecnologici, quando e se la ricerca di noi stessi arriva a un termine e il ruolo della sessualità sul cammino.<span id="more-406"></span></p>
<p>Toshan Ivo: Vorrei farti qualche altra domanda sul tema dell’oggettività – soggettività nella nostra cultura. Cartesio ha detto che se l’uomo fosse liberato dalla prigione del corpo, troverebbe l’idea di Dio in se stesso. Sembra che la nostra cultura occidentale si basi sulla convinzione che ciò che è soggettivo e dotato di un corpo sia viziato all’origine; apparentemente, perdiamo la nostra natura divina quando diventiamo “personali” e soggettivi. Nella teologia cristiana, il male e il peccato sono attributi del libero arbitrio dell’essere umano, almeno originariamente. Dunque, secondo questa convinzione, quando gli uomini fanno le loro scelte soggettive, vanno contro la volontà di Dio. Mi chiedo se per molto tempo la nostra cultura non ha riconosciuto il valore della soggettività a causa di questa e altre convinzioni storiche, o se lo sviluppo dell’anima per sua natura richiede stadi in cui non assegniamo alla verità soggettiva il giusto valore.</p>
<p>Hameed Ali: Innanzitutto, non sono sicuro che in Occidente la pensino come te sulla concezione occidentale del personale e del soggettivo. In realtà, è l’Oriente che storicamente ha diffidato del personale e del soggettivo, dando più importanza all’impersonale. In Occidente sembrano essere esistite due concezioni sovrapposte: una diffidente del personale e del corporeo, come osserviamo nel pensiero greco e in seguito nel Cristianesimo; l’altra che esalta il personale, il corporeo e il soggettivo, come vediamo nell’arte e nella letteratura occidentale. La nostra scienza è più influenzata dalla prima corrente, come dimostra il tentativo di Cartesio di separare il soggetto dal mondo, per poter studiare quest’ultimo oggettivamente.</p>
<p>La mia opinione è che il punto di vista della scienza sul soggettivo è esatto, ma incompleto. È esatto nel senso che la nostra soggettività tende a oscurare le nostre percezioni e la nostra conoscenza, a causa delle inclinazioni e convinzioni personali. La psicologia moderna ha ampiamente confermato ciò tramite lo sviluppo dato da Freud alla nozione dell’inconscio, il quale influenza i nostri sentimenti, comportamenti e azioni senza che ce ne accorgiamo. In questo senso, penso che le varie tradizioni che hanno diffidato del soggettivo, sia occidentali sia orientali, hanno avuto un’intuizione profonda della soggettività dell’umanità.</p>
<p>In ogni caso, si tratta di un’intuizione incompleta della soggettività umana, perché se è vero che essa valuta correttamente la consapevolezza ordinaria dell’individuo, è anche vero che non tiene conto del potenziale della soggettività umana. Tale concezione non considera che questa soggettività prevenuta è la soggettività dell’ego, e che l’anima umana può essere libera dall’ego. La cultura occidentale apprezza l’individuale, il personale e anche il soggettivo, come vediamo nelle arti, nelle scienze e nella vita quotidiana degli occidentali. Ciò potrebbe considerarsi il risultato di un riconoscimento profondo, ma inconscio, del potenziale della soggettività umana. Tuttavia, non vediamo la presenza di una soggettività così aperta e bilanciata se non in stadi molto profondi di realizzazione, in cui l’anima non soltanto è connessa alla sua natura spirituale, ma ha portato avanti questa integrazione fino a sviluppare una persona reale ed essenziale.</p>
<p>Possiamo ipotizzare che sia l’Oriente sia l’Occidente avevano diffidato del personale e del soggettivo perché la gente aveva di essi una conoscenza prevenuta e non autentica. Ciò che è davvero soggettivo e personale – ovvero, il proprio essere autentico al di là delle influenze provenienti dall’esterno – è uno sviluppo raro e dunque prezioso. Ecco perché gli antichi insegnamenti si riferiscono a esso come alla <em>perla senza prezzo.</em></p>
<p>Toshan Ivo: Il <em>Diamond Approach </em>valorizza la mente ordinaria in quanto strumento per l’«inquiry», l’indagine. Quali sono le altre tradizioni che usano la mente in questo modo, e perché molti cammini mistici e spirituali considerano la mente un ostacolo alla verità e al raggiungimento di stati più elevati?</p>
<p>Hameed Ali: Nemmeno in questo caso la verità è così semplice. Le tradizioni spirituali in generale diffidano della mente individuale, perché quest’ultima tende a ostacolare l’apertura spirituale. La mente ordinaria è solitamente il supporto dell’ego, in quanto quest’ultimo è fondamentalmente un costrutto mentale basato sulle convinzioni e le conoscenze della mente. Ciononostante, la maggior parte degli insegnamenti spirituali impiega la mente nel tentativo di comprendere la condizione umana. Non direi che il <em>Diamond Approach</em> è il solo a usare la mente ordinaria; infatti, anche la maggior parte degli insegnamenti spirituali la usa, ma generalmente non estensivamente come fa il <em>Diamond Approach</em>. Quindi, penso che sia una questione di gradi. Anche la tradizione Zen, che è la più radicale e diretta per quanto riguarda l’eliminazione della mente ordinaria, la usa quando si tratta di parlare e comunicare.</p>
<p>Credo che la situazione sia più complessa di quanto appaia. La mente ha molte parti e qualità. Alcune di queste ultime sono indispensabili per la comprensione, la comunicazione e la sopravvivenza. Ma certe parti e qualità della mente contribuiscono alla creazione e al mantenimento dell’ego stesso. Alcuni insegnamenti tendono ad aggirare, evitare o eliminare la mente, a causa della sua connessione all’ego. Tuttavia, non possono fare a meno di usarla quando si tratta di pensare e comunicare. Alcune tradizioni usano la mente anche perché fanno ricorso alla logica e alla ragione, come certe scuole buddiste, induiste e cristiane.</p>
<p>Nel <em>Diamond Approach</em> usiamo la mente in modo più esteso, perché la nostra tecnica è quella dell’indagine sull’esperienza di ogni giorno. Nel tentativo di comprendere tale esperienza, abbiamo bisogno della ragione e della razionalità della mente. Inoltre, poiché in questo processo ci imbattiamo in una grande quantità di materiale dal passato, abbiamo bisogno di usare la memoria della mente e i suoi ricordi del passato.</p>
<p>La concezione del <em>Diamond Approach </em>è che la mente è una facoltà neutrale e che dipende da noi usarla come un sostegno all’apertura spirituale o come un ostacolo a quest’ultima. Inoltre, la mente normale è l’espressione esteriore di una profonda e fondamentale facoltà dell’anima, il suo intelletto o “nous”. Il nous, quello che chiamiamo la Guida di Diamante, è l’intelletto autentico, la facoltà di discernere che l’anima umana possiede in potenza. Più questo profondo elemento della nostra anima è attivo e integrato, più esso guida e permea il funzionamento della nostra mente normale. L’inquiry è una tecnica finalizzata allo sviluppo e la concretizzazione di questa possibilità.</p>
<p>Toshan Ivo: I bambini che non ricevono amore e affetto sviluppano quasi sempre problemi fisici e cognitivi. La verità può considerarsi un bisogno primario allo stesso modo dell’affetto? Non mi riferisco alla verità assoluta, ma anche alla semplice verità di tutti i giorni. Per esempio, Gregory Bateson riconobbe il problema del “double bind”,<em> il doppio</em> <em>vincolo</em> che può contribuire a provocare disturbi mentali, nei casi in cui una persona riceveva un messaggio ambiguo, specialmente se quest’ultimo includeva aspetti emotivi. Poiché la verità libera, in che modo l’anima viene deformata quando la verità non è presente nella società e nella famiglia?</p>
<p>Hameed Ali: L’assenza della verità nell’infanzia è una delle ragioni fondamentali per cui lo sviluppo normale della consapevolezza viene dominato dall’ego. L’assenza della verità consiste fondamentalmente nell’ignoranza e nella mancanza di esperienza da parte dei genitori della vera natura e delle sue varie qualità. È la mancanza di autenticità nella presenza e nel comportamento dei genitori che esercita un’influenza negativa sul bambino. Ma ciò non vuol dire che i genitori devono raccontare al bambino la verità così come la conosce un adulto, perché ciò potrebbe creare confusione. Si tratta più che altro della necessità da parte dei genitori di essere autentici e sinceramente affettuosi. Talvolta, ciò può voler dire che la verità in tutto o in parte non viene comunicata, perché per un bambino sarebbe troppo.</p>
<p>Ma l’abitudine di mentire ai bambini finirà con l’avere un impatto negativo. Alcuni psicologi ritengono che, a seconda dello stadio di sviluppo, i bambini hanno bisogno di alcune illusioni per riuscire a sopravvivere. Penso che molte di queste cosiddette illusioni sono in effetti vere, ma gli psicologi le considerano illusioni. Per esempio: la condizione della prima infanzia in cui il bambino si sente connesso alla madre, come se formassero un campo continuo di esperienza, quella che viene chiamata <em>unità duale</em>… Gli psicologi credono che si tratti di un’unione illusoria, non autentica, ma per chi sa vedere essa non è un’illusione, bensì l’esperienza effettiva del neonato, e le cose stanno così anche per la mente non modellata dall’ego e dalle sue convinzioni.</p>
<p>Toshan Ivo: Lavorando sul mio condizionamento, e condividendo con altre persone sulla Via, noto che talvolta i condizionamenti collettivi e storici di una certa nazione o di un certo tipo possono essere più radicati di quelli individuali. Le due forme di condizionamento sono intrecciate, ma quello collettivo sembra più inconsapevole e difficile da cogliere. I due tipi di condizionamento vanno affrontati allo stesso modo o quello collettivo richiede un approccio particolare?</p>
<p>Hameed Ali: Il condizionamento collettivo non è solitamente più radicato di quello individuale, a meno che non siamo di fronte a circostanze insolite, come nel caso di una società che stia attraversando una lunga guerra. Ma ordinariamente anche il condizionamento culturale è parte di quello individuale, ovvero accade attraverso la consapevolezza individuale e fa parte del condizionamento di quest’ultima.</p>
<p>Il condizionamento culturale è solitamente sottile e fa da sfondo a quello individuale. Questo è il contesto emotivo e mentale in cui il bambino vive e cresce, e viene assorbito senza alcun riconoscimento consapevole. È più difficile da riconoscere e osservare, perché si ha la tendenza a considerarlo parte della realtà. Di solito, non occorre lavorare sul condizionamento culturale in modo particolare, né c’è bisogno di mettersi a cercarlo. Lavorando sul condizionamento individuale, la dimensione culturale comincia ad affiorare da sé, poiché fa parte dell’impalcatura del condizionamento individuale. Ordinariamente, essa non si presenta fino a quando non si è profondamente liberi dal proprio condizionamento individuale.</p>
<p>In particolare, per affrontare il condizionamento culturale, raccomando una cosa: viaggiare in culture molto diverse e fare esperienza direttamente e personalmente delle differenze.</p>
<p>Toshan Ivo: Sin dall’antichità, sembra che l’umanità abbia espresso il bisogno di andare “oltre”, non solo attraverso pratiche spirituali, ma anche attraverso l’uso di sostanze psichedeliche. Le persone che percorrono quest’ultimo cammino in un contesto sacro o talvolta anche profano, parlano di stati che sembrano molto vicini a quelli mistici, come la fusione con il tutto. Secondo te, quali sono le differenze tra gli stati prodotti dal lavoro spirituale e quelli generati dall’uso di sostanze? Esistono rischi connessi a queste ultime?</p>
<p>Hameed Ali: In generale, le sostanze psichedeliche alterano il cervello in modo da permettere di sperimentare le cose senza i filtri consueti, oppure di avere esperienze più intense e acute. Ciò vuol dire che le esperienze spirituali generate da quelle sostanze sono uguali a quelle provocate dalla pratica spirituale; in effetti, la sostanza compie il lavoro della pratica.</p>
<p>Una prima differenza non sta nel tipo di esperienza, ma nel fatto che essa accade nonostante i propri filtri, senza aver lavorato su di essi. Ciò dà una sensazione di maggiore perdita di controllo o di scelta, e può rendere l’esperienza molto più emotivamente intensa ed esplosiva.</p>
<p>Penso che un primo, possibile rischio è quello della dipendenza dalla sostanza. Usando quest’ultima, non esercitiamo né sviluppiamo i muscoli dell’anima. Ci apriamo senza diventare spiritualmente maturi, e ciò può avere conseguenze serie per il proprio cammino spirituale.</p>
<p>I rischi più noti sono i danni fisiologici al cervello o al sistema nervoso, che possono insorgere in caso di uso prolungato di alcune sostanze.</p>
<p>Toshan Ivo: Il <em>Diamond Heart</em> si basa sull’osservazione e include l’interiorità nel processo di inquiry. È possibile un nuovo metodo scientifico che includa sia l’approccio soggettivo sia quello oggettivo? Un metodo che, operando sui dati, fornisca conclusioni valide come quelle del metodo scientifico tradizionale?</p>
<p>Hameed Ali: Penso che questa sia una cosa su cui lavorare. Non c’è una risposta semplice alla tua domanda. Questo nuovo metodo può richiedere molto tempo per venire sviluppato. So che l’aiuto che la guida di diamante può darci in termini di ricerca, indagine, discernimento, analisi, sintesi e così via può essere molto utile in qualsiasi campo di ricerca; ma perché questo avvenga, il ricercatore deve integrare questa facoltà spirituale nel suo lavoro. Non importa l’area di studio, perché stiamo parlando di una migliore intelligenza, discriminazione, chiarezza, penetrazione, sintesi ecc.: tutte qualità che possono trovare applicazione in qualsiasi ramo della scienza.</p>
<p>Integrare questa facoltà richiede chiarezza e oggettività personali, ovvero bisogna riconoscere in che modo i nostri pregiudizi soggettivi influenzano le osservazioni e i pensieri. Non è facile, comunque, integrare questa facoltà in modo completo o profondo; sono necessari maturità spirituale e un lavoro costante per applicare questa facoltà.</p>
<p>Toshan Ivo: La neuroscienza e le conoscenze sul cervello si stanno espandendo. Lo stesso Dalai Lama è attivamente impegnato nello studio dei punti di contatto tra le neuroscienza e gli antichi insegnamenti tibetani sulla mente e la meditazione. Nel tuo libro <em>The Inner</em> <em>Journey Home</em> scrivi: “È anche possibile che la vita biologica sia uno degli stadi dello sviluppo dell’anima: è necessario, ma è solo uno stadio”. Hans Moravec immagina un incontro tra informatica, nanotecnologia e bioscienza in grado di cambiare la nostra definizione dell’essere umano. Prevedi che un giorno sarà possibile fare il lavoro su noi stessi con l’ausilio di sostanze biochimiche e “neurosupporti” tecnologici (per esempio, la versione futura di apparecchiature già oggi in grado di alterare le frequenze del cervello)? Lo sviluppo dell’anima può essere facilitato o guidato dalla tecnologia? Quali prevedi che saranno gli stadi della crescita?</p>
<p>Hameed Ali: Perché no? L’anima umana, che è la sede della consapevolezza e delle sue facoltà, opera attraverso il corpo, e dipende dalla condizione di quest’ultimo per funzionare. Non vedo ragioni per sostenere che il miglioramento della condizione del corpo attraverso la tecnologia non possa aiutare lo sviluppo dell’anima. Non ho idea degli stadi della crescita a questo proposito: dipenderanno dal tipo di miglioramento che le tecnologie apporteranno e da quanto incideranno sul normale funzionamento fisico. È più probabile che gli stadi saranno gli stessi, ma l’anima potrebbe riuscire ad attraversarli con più facilità, ricevendo più sostegno.</p>
<p>A ogni modo, non mi piace l’idea che la mia realizzazione accada senza che io eserciti i miei muscoli spirituali, in quanto gran parte della gioia del lavoro spirituale sta nel lavoro stesso. Sono le scoperte senza fine a costituire la vera gioia della vita e l’entusiasmante estasi del viaggio.</p>
<p>Toshan Ivo: Apparentemente, la sessualità non costituisce un “capitolo a sé” negli insegnamenti del Diamond Approach, ma sembra inclusa del modello generale dell’anima. In che modo questa potente energia – che può avere molti diversi effetti sull’anima – viene trattata nell’insegnamento, e perché a essa non viene data molta importanza?</p>
<p>Hameed Ali: Forse avrai osservato che il Diamond Approach non dà un’importanza speciale a nessuna area particolare della vita. Esso affronta i fondamenti dell’esperienza, a prescindere dalle varie aeree della vita. La sessualità, il lavoro, la creatività ecc., sono aree particolari della vita, e anche se lavoriamo con esse, non è normale per noi sottolinearne una anziché un’altra.</p>
<p>Gli insegnamenti che mettono in evidenza la sessualità, in realtà mettono in evidenza l’energia sessuale, e a un livello più fondamentale la dimensione dell’energia. La sessualità è un modo di lavorare con l’energia. Nel Diamond Approach c’è una parte dell’insegnamento dedicata alla dimensione dell’energia, quella che chiamiamo la dimensione “shakti”. In essa troviamo insegnamenti su come sperimentare, riconoscere e lavorare con la shakti, affrontando tutti gli argomenti correlati. La maggior parte degli studenti non ha familiarità con questa parte dell’insegnamento.</p>
<p>Il Diamond Approach contiene anche un insegnamento tantrico, ma è piuttosto avanzato e non è ciò che la maggior parte della gente intende per <em>tantra.</em> Esso include la sessualità, ma non si identifica esattamente con il sesso.</p>
<p>Toshan Ivo: Nel corso del “lavoro”, del cammino di auto-scoperta, possono esserci stadi in cui ci si sente lontani dall’insegnamento e dalle pratiche. Esistono insegnanti spirituali, soprattutto nell’area neo-advaita, secondo i quali “non c’è bisogno di praticare o cercare”, perché siamo già “a casa”. C’è uno stadio in cui la ricerca termina davvero? Se sì, come possiamo sapere che questa è davvero la fine della ricerca e non un trucco dell’ego per la propria sopravvivenza?</p>
<p>Hameed Ali: Nel Diamond Approach c’è uno stadio in cui la ricerca finisce. Sappiamo che quella è la fine della ricerca, perché c’è il riconoscimento certo di essere arrivati a casa. Una delle conseguenze di tale arrivo è il riconoscimento che la ricerca è finita: non c’è più bisogno di cercare alcunché, né c’è più qualcuno che stia cercando.</p>
<p>Questo in genere non accade spontaneamente; senza pratica, di solito non arriviamo a questi livelli. Può succedere, ma per la maggior parte delle persone, senza la pratica, è solo una vana speranza. È vero che questa è la nostra casa primordiale e che in un certo senso siamo già in essa, ma la nostra anima non ne è consapevole, né può esserlo se non matura. Senza maturazione, è possibile avere un bagliore della casa, ma non dimorare in essa. Conosco bene alcuni insegnamenti neo advaita, e penso che molti di essi semplicemente non conoscono il nostro potenziale spirituale. Di solito, essi colgono una dimensione della natura autentica e parlano come se essa esaurisse tutta la realtà, senza riconoscere la ricchezza del nostro potenziale. Per esempio, questi insegnamenti non conoscono o riconoscono la natura dell’anima, così come noi la intendiamo nel Diamond Approach.</p>
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<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/0936713070/innernet-20">Almaas. Work on the Superego. Diamond Books.1992. ASIN: 0936713070</a></p>
<p>Traduzione di Gagan Daniele Pietrini<br />
Copyright: Innernet.</p>
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		<title>La psichedelia e il percorso interiore</title>
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		<pubDate>Thu, 01 May 2008 16:47:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Tricycle</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il ruolo della psichedelia nel percorso di conoscenza interiore, in particolare nel buddismo, è l&#8217;oggetto di questa discussione a quattro voci tra i maestri zen Aitken Roshi e Richard Baker Roshi, l&#8217;insegnante buddista Joan Halifax e Ram Dass, guidata da Allan Hunt Badiner. Robert Aitken Roshi è uno dei più anziani e rispettati maestri zen [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2008/05/dali-raphaelesque-head-exploding.jpg"><img class="alignleft alignnone size-full wp-image-907" style="float: left; margin-left: 6px; margin-right: 6px;" title="dali-raphaelesque-head-exploding" src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2008/05/dali-raphaelesque-head-exploding.jpg" alt="Dali Raphaelesque Head Exploding" width="130" height="174" /></a>Il ruolo della psichedelia nel percorso di conoscenza interiore, in particolare nel buddismo, è l&#8217;oggetto di questa discussione a quattro voci tra i maestri zen Aitken Roshi e Richard Baker Roshi, l&#8217;insegnante buddista Joan Halifax e Ram Dass, guidata da Allan Hunt Badiner.</p>
<p>Robert Aitken Roshi è uno dei più anziani e rispettati maestri zen dell’America. Vive alle Hawaii. Richard Baker Roshi dirige una fiorente comunità zen nel Colorado, con diramazioni non ufficiali in tutta Europa.</p>
<p>Ram Dass, noto per aver scritto <em>Be Here Now</em> (“Sii qui e ora”) all&#8217;inizio degli anni &#8217;70, ha scritto un nuovo libro sugli effetti della pratica sull’invecchiamento, <em>Still Here: Embracing Aging, Changing, and Dying, (“Ancora qui: abbracciare l&#8217;invecchiamento, il cambiamento e la morte”)</em> ed è un serio studioso sia del buddismo sia delle sostanze psichedeliche. Joan Halifax è insegnante buddista “anziana” della scuola del maestro Thich Nhat Hanh, e direttrice di <em>Upaya</em> nel New Mexico.</p>
<p>Allan Hunt Badiner: Le sostanze psichedeliche sono un argomento molto vasto. Qui ci occupiamo soprattutto di estratti vegetali che, ingeriti in dosi e modi appropriati, possono contribuire a espandere la consapevolezza. È possibile che tale uso delle sostanze psichedeliche conduca all’illuminazione?</p>
<p>Joan Halifax: Nei primi tempi consideravamo la psichedelia “la mente che si manifesta”. L’opinione prevalente, soprattutto in un ricercatore dell’LSD come Stan Grof e in altre persone, era che assumendo certe sostanze si evocavano determinati domini mentali. Piante-insegnanti diverse erano chiavi che aprivano porte diverse all’interno della mente. Per esempio, la mescalina produce un tipo di visione diversa da quella della psilocibina, della yagé ecc.</p>
<p>Ram Dass: Dal mio punto di vista, il buddismo è ciò che più si avvicina all’esperienza psichedelica, almeno a quella dell’LSD. L’LSD ti catapulta al di là delle tue strutture concettuali. Ti libera. Passa sopra alla tua abitudinaria identificazione con i pensieri, portandoti molto velocemente in una dimensione non concettuale.<span id="more-563"></span></p>
<p>Allan Hunt Badiner: Cosa pensi della cosiddetta<em> pillola buddista</em>, l’MDMA, anche nota come ecstasy?</p>
<p>Ram Dass: Non la ritengo una pillola buddista. Penso che l’MDMA sia ottima per la terapia delle relazioni. Aumenta la capacità di essere compassionevoli, amorevoli, di scorgere la bellezza delle persone e tutto il resto, ma non facilita l’esperienza del vuoto o dell’assenza di forma. Di essa non mi piace la componente della velocità, la mascella serrata e quelle cose lì. Ho fatto quasi cinquanta trip con l’MDMA, e ho deciso che potevano bastare. Il mio guru, Neem Karoli Baba, una volta ha detto sulle sostanze psichedeliche: “Sono utili, ma non costituiscono il samadhi autentico. Ti permettono di andare dentro di te e avere il «darshan» con Cristo, ma puoi stare lì solo due ore. Dopo, devi andartene”. Inoltre, ha detto: “Non puoi diventare Cristo attraverso la tua medicina”. La distinzione tra<em> vedere e diventare</em>: qui è dove il buddismo entra in gioco.</p>
<p>Allan Hunt Badiner: Due ore di Cristo non sembrano niente male!</p>
<p>Ram Dass: No, infatti! Ma puoi anche restare intrappolato in un certo tipo di esperienza. E l’esperienza non è la non-esperienza. È simile, ma non uguale. È come l’<em>esperienza</em> del vuoto, piuttosto che il vuoto stesso.</p>
<p>Allan Hunt Badiner: Ram Dass, hai detto che le sostanze psichedeliche possono passare sopra le nostre abitudini. Ma è una cosa che dura poco, vero?</p>
<p>Robert Aitken: Va benissimo avere una piacevole esperienza di oblio di sé, ma dopo? La cartina di tornasole è vedere come queste cose funzionano nella vita quotidiana, in cui bisogna lavorare per sopravvivere, pagare le tasse, crescere i figli e così via.</p>
<p>Ram Dass: Tutti sono un po’ avidi di avere l’illuminazione subito. Ciò che ho osservato nella mia vita, ora che sono passati trentacinque anni dalla mia prima assunzione di droghe, è che quando torno indietro, le abitudini mi seguono. Ma quello che ho in più, ora, è il ricordo dell’esperienza, la consapevolezza che essa è possibile. Questo cambia tutta la pratica spirituale seguente, perché adesso il tuo punto di vista non è solo da <em>qui,</em> ma anche da<em> lì.</em></p>
<p>Robert Aitken: Penso che le sostanze psichedeliche rendano possibili esperienze sia negative che positive, ma credo che se vuoi affrontare seriamente la pratica buddista, te le devi lasciare alle spalle. Molta gente è arrivata alla pratica buddista grazie ad esperienze con sostanze psichedeliche. Oggi non incontro più nessuno che viene da quell’esperienza.</p>
<p>Allan Hunt Badiner: Come si comportano i “profughi” dalla psichedelia?</p>
<p>Robert Aitken: Le droghe gli hanno fatto intravedere un’esperienza religiosa, ma poi si sono accorti che il potenziale di quelle sostanze era finito e hanno cercato una pratica che li conducesse alla conoscenza religiosa. In quel periodo c’erano persone che cercavano di fare zazen e prendere droghe allo stesso tempo. In realtà, questo non funzionava affatto, perché nell’assunzione di droghe c’è una componente di assorbimento nell’io che è antitetica allo scopo della pratica.</p>
<p>Richard Baker: Eravamo a San Francisco, nel bel mezzo della “scene”, dal ’61 in poi. Quello che Suzuki Roshi e io vedevamo era che le persone che prendevano l’LSD – e una larga percentuale di studenti lo faceva – entravano nella pratica più velocemente degli altri. Non sempre, ma di solito l’LSD li apriva più velocemente alla pratica. Notavamo anche che nella maggior parte dei casi quelle persone si fermavano dopo un paio di anni e non progredivano più nella pratica zen; questo valeva soprattutto per coloro che avevano usato molto l’LSD. La mia sensazione è che le sostanze psichedeliche creano una propensione per un certo tipo di esperienza. Sembra che, poiché il loro spazio mentale è stato energicamente aperto e condizionato dall’LSD, la pratica zen dia frutti solo in relazione a questo spazio mentale. Le persone che ne avevano fatto uso massiccio, per esempio cinquanta trip, duecento trip, non andavano molto al di là di ciò che un buon praticante avrebbe raggiunto dopo due anni. Inoltre, poiché avevano familiarità con un linguaggio interiore tanto energico, quegli studenti avevano difficoltà maggiori con il linguaggio interiore più sottile della pratica zen.</p>
<p>Allan Hunt Badiner: Con lo zen non si sentivano abbastanza “fatti”?</p>
<p>Richard Baker: Si erano abituati a un certo tipo di ebbrezza spirituale e mentale, e se essa non era presente, e la mente si trovava per lo più in stati neutri, il loro interesse verso la pratica diminuiva. Gran parte dell’esperienza buddista avviene in uno spazio al di là del piacere e dell’avversione: il cosiddetto territorio neutro. La neutralità, come il non-attaccamento, è il sentimento più profondo, ma non puoi definirlo né buono né cattivo. L’esperienza psichedelica tende a essere così forte ed emozionante che può inibire il linguaggio interiore più sottile.</p>
<p>Allan Hunt Badiner: Quindi era facile distinguere chi usava sostanze psichedeliche e chi no.</p>
<p>Robert Aitken: Facilissimo. C’erano persone che in certi giorni della settimana facevano pratica nel nostro zendo, e negli altri fumavano o si facevano. Quando tornavano, avvertivo subito la differenza nei loro modi e nella qualità della loro pratica. Invece di tornare rinfrescati, erano agitati e instabili. All’epoca non ero un insegnante, ma certo ero un fratello più anziano nel dharma, e avevamo discussioni molto accese. Però loro non erano disposti ad ascoltare alcun consiglio.</p>
<p>Joan Halifax: È come un odore: puoi dire a naso chi si fa e chi no. Il mio criterio è questo: considerando la mente come un’orditura, chi usa sostanze psichedeliche non ha una trama compatta come gli altri. Io ho impiegato molto tempo per sentirmi a mio agio sul cuscino. Dopo aver smesso di prendere sostanze psichedeliche, la mia tendenza alla dispersione è definitivamente cessata, e la mia reattività è molto diminuita. Mi sento sollevata per aver scelto il cammino della meditazione.</p>
<p>Allan Hunt Badiner: Anche se per un certo tempo devi aver trovato sollievo nelle sostanze psichedeliche.</p>
<p>Joan Halifax: Su questo non ci sono dubbi. Le sostanze psichedeliche sono uno strumento estremamente potente per aprire la mente. Le considero una fase di passaggio quando stiamo cercando di diventare più autentici, genuini e sinceri. Ho come la sensazione che, rispetto alle sostanze psichedeliche, sono stata “promossa”. Tuttavia, esse sono state indubbiamente parte della mia evoluzione verso la maturità psicologica e caratteriale. Nella meditazione, però, si coltiva un tipo di mente molto diverso, le cui qualità fondamentali sono la stabilità, la gentilezza amorevole, la chiarezza e l’umiltà. La psichedelia non coltiva necessariamente queste qualità.</p>
<p>Allan Hunt Badiner: Hai mai mischiato pratica e sostanze psichedeliche?</p>
<p>Joan Halifax: Sì, naturalmente. È accaduto alla fine degli anni sessanta e negli anni settanta, quando ho cominciato a prendere l’LSD. Ma dopo un po’, francamente, non mi sembrava un esperimento di grande successo. Almeno per me.</p>
<p>Richard Baker: C’erano pochi studenti, al centro zen, che cercavano di fumare marijuana e praticare. Uno studente andò su tutte le furie e abbandonò la pratica perché gli dissi che non poteva essere mio studente se fumava marijuana.</p>
<p>Ram Dass: Molte persone sostengono che fumare l’erba aiuta la loro meditazione, ma secondo me non è vero.</p>
<p>Joan Halifax: Penso che ognuno reagisce a modo suo alle sostanze psichedeliche. La mia sensazione è che queste ultime non operano sullo stesso tipo di mente che affiora in meditazione. Col passare del tempo, lo stato mentale provocato dalle sostanze psichedeliche mi ha interessato sempre di meno. Non conosco molte persone che sono riuscite a far convivere una pratica psichedelica e una matura pratica buddista, eccetto forse Ram Dass.</p>
<p>Ram Dass: Secondo me, le sostanze psichedeliche non sono un veicolo per l’illuminazione, ma per il risveglio. Le vedo come il punto di partenza di un processo che risveglia la possibilità dell’illuminazione. Ecco perché uso la parola “risveglio”. Esse ti liberano, allo stesso modo di un trauma, un’esperienza di quasi morte e forse anni di meditazione intensiva.</p>
<p>Allan Hunt Badiner: Se hai il ricordo di un’esperienza psichedelica e cominci a usare tecniche forse più soddisfacenti a lungo termine, il tuo lavoro comincia a colmare il divario tra il ricordo della libertà e la tua esperienza concreta. Giusto?</p>
<p>Ram Dass: Sì.</p>
<p>Allan Hunt Badiner: Quindi, tu prendi ancora droghe.</p>
<p>Ram Dass: Le ho prese.</p>
<p>Allan Hunt Badiner: E le hai trovate utili?</p>
<p>Ram Dass: Sì, e ti dirò perché: ho visto che potevo rendere “sociale” qualsiasi tecnica. Potevo usare tutte le tecniche per tenere in vita il mio ego. Quando qualcuno comincia a meditare in modo davvero profondo o partecipa a un ritiro, pensa: “Oh, Dio! Sta per accadere! Ecco l’illuminazione”. A quel punto, ti metti alla ricerca di tutti gli angoli della mente dove puoi nasconderti. Quindi, uso una tecnica contro l’altra in continuazione, per portare equilibrio e per vedere dove sto ingannando me stesso.</p>
<p>Allan Hunt Badiner: Ma non puoi controllare o dirigere sempre l’esperienza, no?</p>
<p>Ram Dass: Faccio parte del club degli esploratori psichedelici fin dagli anni sessanta, e so che la natura dell’esperienza dipende dal “set and setting”, cioè dall’atteggiamento e dal contesto, e che quando faccio le mie pratiche spirituali, il mio atteggiamento muta. Quindi, prima farò due anni di pratica profonda, dopo sono curioso di vedere dove mi trovo in relazione alle sostanze psichedeliche. Oggi sono al punto che se non assumerò mai più queste ultime è OK, ma se le prenderò ancora è splendido. Non lo so e non mi interessa. Questo è un atteggiamento diverso rispetto a “Ho bisogno di esse per trovare la realtà”.</p>
<p>Robert Aitken: Tutto ciò che devi fare è prendere un buon testo buddista, e lì c’è la realtà. Non hai bisogno di prendere droghe per risvegliarti a essa. La maggior parte delle persone che vengono da me, oggi, sono risvegliate da qualche lettura. Pensano: “Oh, ci può essere qualcosa di più nella mia vita”. Ma bisogna dire che la società materialista è molto seducente e ci attira a sé. La coppia media lavora molto duramente e poi, quando torna a casa, naturalmente vuole rilassarsi. Prende un drink, guarda la TV. È una sorta di circolo vizioso. Il buddismo zen ha un bel da fare per questo. Dobbiamo trovare un modo per fare andare via la gente da casa, senza che lascino la casa.</p>
<p>Richard Baker: Anche io penso che una cultura mira a essere irresistibilmente seducente e a non lasciare alternative. Ma questo è ciò che il buddismo si trova a dover affrontare in ogni cultura: penetrare in questa cappa di pensiero comune culturale e sociale.</p>
<p>Allan Hunt Badiner: Quando si tratta della psichedelia, sembra che molti insegnanti buddisti affermino: “Fai quello che dico, non quello che ho fatto”. I giovani oggi sembrano molti sinceri nella loro ricerca, ma non paiono disposti ad accettare sulla fiducia che una tecnica è utile o no, in particolare se è controversa.</p>
<p>Robert Aitken: Non penso che le droghe abbiano aiutato qualcuno ad arrivare al punto in cui si trova. Piuttosto, è successo che per le circostanze culturali dell’epoca (anni sessanta, primi anni settanta) molte persone sono arrivate allo zen grazie all’esperienza delle droghe. In precedenza, si arrivava allo zen attraverso l’esperienza della teosofia o di altri cammini occulti; in seguito, si è arrivati allo zen attraverso la lettura o l’esperienza dello yoga, l’aikido, la pratica Theravada o cose simili. Fu singolare che l’LSD venne scoperto e si diffuse proprio in quell’epoca. La sua scoperta coincise con la disillusione per la guerra nel Vietnam, i diritti civili ecc. La gente non aveva più fiducia nella tradizione; era pronta a sperimentare. Ma questo accadde allora. Quando sento questi discorsi, mi sento tornare indietro di trenta anni. Mi pare di rivangare il passato.</p>
<p>Allan Hunt Badiner: Robert Aitken, qual è la tua esperienza con le sostanze psichedeliche?</p>
<p>Robert Aitken: Ho sperimentato l’LSD, e più di una volta la marijuana.</p>
<p>Allan Hunt Badiner: Cosa hai imparato?</p>
<p>Robert Aitken: Nessuna di queste esperienze è stata davvero soddisfacente. Le esperienze con la marijuana mi hanno dato una falsa sensazione di solidarietà con le persone con cui stavo fumando (che erano molto più giovani di me). Anne Aitken e io avevamo comprato una piccola casa alle isole Maui, che più tardi sarebbe diventata il primo zendo delle Maui. Ma prima di trasferirci, l’avevamo affittata a un gruppo di giovani che ogni tanto andavamo a trovare. Tutti fumavano la marijuana. Una volta stavamo seduti in cerchio e ci stavamo passando la sigaretta della marijuana. Provai una meravigliosa sensazione di solidarietà con il cerchio di persone. Le donne erano in cucina a preparare il cibo, e una di loro aveva un piccolo bambino molto rumoroso. Anne uscì e mi chiese se potevo badare al bambino mentre le donne cucinavano. Dissi di no. Ma poi mi chiesi: cosa mi succede? Amo i bambini e sono in grado di calmarli tutti. Che razza di solidarietà è la mia se sto escludendo il resto del mondo, per così dire? Fu così che capii i limiti della marijuana.</p>
<p>Allan Hunt Badiner: Ma questo l’hai capito mentre stavi là seduto, “fatto”?</p>
<p>Robert Aitken: Sì.</p>
<p>Allan Hunt Badiner: Hai fatto qualcosa, poi?</p>
<p>Robert Aitken: Oh, certo. Mi sono alzato, ho lasciato il gruppo e ho preso in braccio il bambino.</p>
<p>Allan Hunt Badiner: Un’illusione ragionevolmente breve. E il trip di LSD?</p>
<p>Robert Aitken: L’unico trip di LSD fu un’esperienza di illusioni. Ero sdraiato sulla schiena in mezzo all’erba alta, osservavo le nuvole e vedevo in esse legioni romane e così via.</p>
<p>Allan Hunt Badiner: Ti è piaciuto?</p>
<p>Robert Aitken: Beh, sul momento mi è quasi piaciuto, ma i postumi furono terribili: tutto sembrava brutto e fastidioso, e ogni ruga sul volto delle persone risaltava con grande chiarezza. Suppongo che sia questa esperienza che spinge la gente a riprovare le illusioni dell’LSD. Fu una sola esperienza, quindi in realtà non posso dare un giudizio su una base così limitata.</p>
<p>Allan Hunt Badiner: Richard Baker, hai avuto qualche esperienza importante in questo campo?</p>
<p>Richard Baker: Non uso sostanze psichedeliche. Né consiglierei alle mie due figlie di usarle. E anche se negli anni sessanta ho organizzato una conferenza sull’LSD a Berkeley, non ho mai preso l’LSD. Sul finire degli anni cinquanta, ho preso qualche volta alcuni germogli di peyote e di mescalina, e forse un po’ di psilocibina. Non mi piaceva la mancanza di fluidità e il modo in cui i miei stati mentali venivano, per così dire, comandati a bacchetta. Preferivo la fluidità che riuscivo a sviluppare nella concentrazione meditativa. Una volta stavo in Cile con due nativi sciamani e un amico che insegna sciamanesimo. Facevo parte del gruppo, quindi ho bevuto tutti gli infusi che preparavano. Credo che volessero mettere alla prova l’insegnante zen, per cui mi imbottirono all’eccesso. Finii che dovetti restare alzato tutta la notte e prendermi cura degli altri. Non fu granché.</p>
<p>Allan Hunt Badiner: Joan, come è stato immergersi in culture indigene più antiche, prendendo sostanze psichedeliche secondo i loro costumi?</p>
<p>Joan Halifax: Nelle cosiddette culture psichedeliche – culture dove si usano gli allucinogeni e la tecnologia psicologica è altamente sviluppata – ho osservato che l’atteggiamento religioso è molto articolato ed elaborato. E naturalmente l’assunzione di allucinogeni è culturalmente accettabile, e non ai margini della società come qui. Nel caso degli Huichol, dei Mazatechi o dei Kayapò dell’Ecuador, potevi osservare un mondo davvero in armonia con l’uso degli allucinogeni e le visioni provocate da questi ultimi.</p>
<p>Allan Hunt Badiner: Cosa pensi dell’ayahuasca, o yagè? L’ayahuasca, in particolare, sembra aver sedotto il mondo buddista, ultimamente.</p>
<p>Joan Halifax: L’ayahuasca è semplicemente una straordinaria pianta-insegnante.</p>
<p>Ram Dass: È il rito che attualmente va per la maggiore. Ma io penso che i riti tendono a mantenerti nel dualismo. I viaggi sciamanici, nella maggior parte dei casi, mi annoiano, perché di solito riguardano il bene, il male e il potere.</p>
<p>Allan Hunt Badiner: Le sostanze psichedeliche sono un ostacolo, Joan?</p>
<p>Joan Halifax: Anche porre questa domanda è un ostacolo. Capisci cosa sto dicendo? Anche il buddismo è un ostacolo. Quello che chiedo io è: che tipo di mente vuoi creare? Quali qualità pensi siano davvero di aiuto per te e per gli altri esseri nel mondo? Cosa pensi che ti servirà davvero? Cosa potrà guarirti meglio? Cerco di porre queste domande in modo da non condannare nessuna possibile scelta fatta dagli altri. In ogni caso, molti di noi non si sentirebbero a proprio agio su un cuscino se in passato non avessero assunto sostanze psichedeliche.</p>
<p>Robert Aitken: Quando ripenso alla mia prima introduzione allo zen, scritta per<em> Zen in English Literature</em> di R. H. Blyth, mi accorgo che in quel libro ci sono molti errori. Ma all’epoca per me era molto importante. Non per questo oggi suggerirei alla gente di cominciare leggendo<em> Zen in English Literature</em>. Semplicemente, è successo che quella è stata la mia esperienza nel 1943.</p>
<p>Allan Hunt Badiner: Il ven. dr. Ratanasara, monaco singalese che presiede il Congresso buddista americano, tiene a sottolineare che quando le nostre azioni sono scorrette, il danno maggiore non è fuori di noi (sotto forma di scontento divino, effetti karmici o anche delle conseguenze logiche), ma è la sensazione di disagio o squilibrio che resta nella nostra mente. È possibile che l’uso di droghe psichedeliche, a un certo livello, sia un ostacolo per il semplice fatto che sono illegali, o perché alcuni studi le ritengono nocive dal punto di vista fisico?</p>
<p>Ram Dass: La maggior parte delle informazioni negative sulle sostanze psichedeliche, come quelle sui danni cerebrali o sul fatto che condurrebbero a droghe più pesanti ecc., vengono da ricerche motivate da fini politici, e non reggono a un’analisi indipendente. Per quanto riguarda l’infrazione delle leggi, in realtà stiamo parlando della politica della consapevolezza e del controllo. Chi detiene il potere teme la destabilizzazione della società provocata da forze che non è in grado di controllare. Il desiderio di droghe non può essere posto sotto controllo. Distrugge tutte le strutture della società, sommerge i tribunali e le prigioni. La politica sulle droghe è stata un fallimento totale.</p>
<p>Allan Hunt Badiner: Cosa pensi dei “bad trip”, le esperienze negative sotto l’effetto di una droga?</p>
<p>Ram Dass: Nella maggior parte dei casi, si possono prevenire i bad trip facendo attenzione all’atteggiamento e al contesto. Naturalmente, l’illegalità dell’intera faccenda è essa stessa parte del contesto. Ma in genere i bad trip si possono dividere in quelli che chiamo gli “out” (che si hanno “uscendo”) e gli “in” (“rientrando”). Negli out, ciò che accade è che anche la più piccola struttura dell’io viene percepita in pericolo. Alcune persone che non sono preparate a questo fanno resistenza, e quando fai resistenza comincia l’intero processo della paranoia. L’energia viene distratta dalla sostanza psichedelica e si crea un inferno.</p>
<p>Allan Hunt Badiner: E nei bad trip di tipo“in”?</p>
<p>Ram Dass: Riposi nella pace, nell’equanimità, nella consapevolezza e nella beatitudine senza forma. Quando l’effetto chimico svanisce, hai la sensazione di stare ritornando in una prigione, in un mondo corrotto, e questo non ti piace, fai resistenza al rientro. Quando torni indietro e tutto è uno schifo, anche questo è un bad trip. La gente non ti piace, sembrano tutti falsi e di plastica.</p>
<p>Allan Hunt Badiner: Non è sempre bello.</p>
<p>Ram Dass: Pensare che stai facendo qualcosa contro la morale comune, che può davvero portare a brutte conseguenze per te o gli altri (prigione ecc.), non è la cosa migliore quando stai cercando di diventare più vulnerabile e sereno. Sono molto contento di aver fatto delle esperienze in altre culture. Infatti, per quanto cerchiamo di essere autentici rispetto alla nostra cultura, per quanto cerchiamo di creare il contesto migliore (in mezzo alla natura o con immagini particolari, musica, incenso, candele ecc.), c’è sempre qualcosa di insostituibile: la visione spirituale che fa parte del continuum di una società.</p>
<p>Allan Hunt Badiner: Gli occidentali potranno mai evadere dal loro condizionamento? Possono davvero partecipare e trarre beneficio da questi rituali?</p>
<p>Joan Halifax: Se vado in Giappone, in Corea o in Vietnam, mi siedo in un tempio e ho un’esperienza autentica di “samadhi” mentre faccio zazen in quel contesto, c’è qualcosa di diverso rispetto all’andare, per esempio, in Sud America o in America Centrale e avere un’epifania psichedelica in un particolare contesto culturale? Penso che le due cose siano paragonabili. La mia opinione è che possiamo attraversare questi confini. La meditazione e queste sostanze sono entrambi strumenti potenti per spostare il nostro “punto di assemblaggio” fuori dalla mentalità comune della nostra cultura in una nuova cornice di riferimento.</p>
<p>Allan Hunt Badiner: A differenza della nostra formazione psichedelica, la nuova generazione rende indistinto il confine tra le droghe cosiddette psichedeliche e pesanti. Assistiamo a molti passaggi da un campo all’altro: un po’ di LSD, un po’ di eroina, un po’ di erba, qualche pillola…</p>
<p>Ram Dass: Ma la distinzione c’è. Penso che loro sanno dire le differenze tra queste sostanze. La mia opinione è che ci troviamo di fronte, in generale, all’attrazione verso gli stati alterati, sia per l’intensità dell’esperienza sia per il brivido del rischio.</p>
<p>Allan Hunt Badiner: Ram Dass, in qualche modo tu sei responsabile di questo, non è vero? Tutti ricordiamo il grande entusiasmo con cui parlavi dell’uso di droghe.</p>
<p>Ram Dass: Sai, le droghe di evasione e quelle sacre sono davvero diverse. Oggi al mondo c’è un uso delle droghe così eccessivo che chiaramente nessuno desidera appoggiarlo. I bambini e le droghe non devono entrare in contatto, per esempio. Ho sempre detto: “Diventa qualcuno, prima di diventare un nessuno”. Ma oggi i consumatori di droghe sono psuedo-automi figli della cultura e, nel caso del crack e della cocaina, rappresentano un chiaro attestato di fallimento della mitologia culturale. Il crack è una risposta alla mancanza di opportunità nei quartieri degradati, mentre nelle classi agiate la cocaina è la risposta al fallimento del mito secondo cui il successo porta la felicità. Cioè, sei un vincitore, ma resti un perdente. Le persone che possiedono milioni di dollari si sentono in qualche modo imbrogliate. Penso che la filosofia materialista e il tentativo di mantenere la società stabile stiano creando un’atmosfera opprimente. Non mi turba il far parte di qualcosa che scuote il sistema.</p>
<p>Allan Hunt Badiner: Che dici della marijuana? Ram Dass, la fumi ancora?</p>
<p>Ram Dass: Sono un consumatore leggero di marijuana. La vedo come una sorta di ascensore per cambiare piano di consapevolezza. Questo è il modo tecnico per descrivere l’uso che ne faccio. Mi piace osservare il modo in cui funziona la mia mente – a tutti i piani, e allo stesso momento in nessuno di essi – sotto l’effetto della marijuana.</p>
<p>Allan Hunt Badiner: Uno studente buddista alle prime armi ha bisogno delle sostanze psichedeliche per progredire realmente e velocemente?</p>
<p>Ram Dass: No. Non vedo alcun motivo per farlo. Oggi le sostanze psichedeliche sono solo un’altra tecnica. Sembrano anche un anacronismo, a causa delle nostre politiche culturali sulla droga. La paranoia collegata a esse le rende molto meno utili.</p>
<p>Allan Hunt Badiner: Occorre avere un contesto spirituale per progredire sul cammino psichedelico?</p>
<p>Ram Dass: La tua vita deve avere dei contenuti, al di fuori delle droghe, che creino l’ambiente adatto. Il buddismo è un buon contesto per l’esperienza psichedelica.</p>
<p>Allan Hunt Badiner: C’è qualcosa che le sostanze psichedeliche possono insegnarci sulla morte? Esse possono aiutarci a vincere la paura della morte, imparando ad accettare quest’ultima?</p>
<p>Ram Dass: Sì, senza dubbio. I primi studi cominciano negli anni sessanta, con il lavoro di Erik Kast nell’Università di Chicago. Della sua opera mi resta in mente una citazione. È una frase pronunciata da un’infermiera che stava morendo di cancro e aveva appena preso l’LSD: “So che sto morendo di questo male incurabile, ma guardate quanto è meraviglioso l’universo”.</p>
<p>Allan Hunt Badiner: Joan, da molto tempo lavori sulla morte e il morire. Torneresti a usare sostanze psichedeliche in questo lavoro, o incoraggeresti altri a farlo?</p>
<p>Joan Halifax: Non più. Ho scoperto che l’atteggiamento interiore, la qualità della presenza che si riesce a portare a una persona morente o che si riesce ad avere per se stessi, è un conforto e un sollievo sufficiente e profondo. Ho appena avuto delle esperienze incredibili con delle persone morenti, senza la mediazione delle droghe. Nelle ultime fasi del processo della morte la gente è di solito in uno stato di consapevolezza così alterato che strafare non sembra necessario. Quella che funziona davvero è una sorta di trasmissione da cuore a cuore, un flusso d’amore, un amore e una pazienza assoluti davanti alla morte. La magia di questo essere allo stesso tempo vuoti e pieni di compassione ha un effetto incredibile, sia su chi assiste sia su chi sta morendo.</p>
<p>Allan Hunt Badiner: Richard Baker, dunque nella ciotola del Buddha della medicina non ci sono erbe o piante, ma solo sutra?</p>
<p>Richard Baker: Il buddismo è una religione e non una filosofia, perché prendi rifugio solo nel Buddha, nel Dharma, nella Sangha e in nient’altro. In questo c’è un’alchimia che non esiste se talvolta si prende rifugio nel Buddha, il Dharma e la Sangha, e talvolta in qualcos’altro. Per me, la chimica o l’alchimia del buddismo, della pratica seria, funziona davvero quando non ti concedi altre possibilità.</p>
<p>Una definizione di persona illuminata è: colui che ha sempre ciò di cui ha bisogno. A ogni istante è presente ciò che gli occorre. Egli non è alla ricerca di niente. Se stai praticando seriamente per raggiungere la libertà e la comprensione dell’illuminazione, non cercherai mai di evadere dalla situazione presente, per quanto possa essere brutta. La trasformi in ciò di cui hai bisogno. Immagini che sentire di aver bisogno di qualcosa è esattamente ciò di cui hai bisogno. Per esempio, se per una mattina non ho fatto zazen, più tardi nella giornata potrei pensare: “Dio, sarebbe stato meglio se avessi fatto zazen questa mattina”. In quel momento attribuisco a tale frase due significati: non ho fatto zazen al mattino, e ciò di cui ho bisogno dallo zazen in questo momento è il pensiero di non aver fatto lo zazen. Non cerchi di cambiare il tuo stato mentale, ma di trovare esattamente ciò di cui hai bisogno adesso. Quindi, per me, questa è una sorta di alchimia che possiede delle qualità psichedeliche. Ma la pillola è composta dagli ingredienti della tua situazione presente. Non si tratta di cambiare il tuo stato mentale, ma di cambiare attraverso il non-cambiamento.</p>
<p>Robert Aitken: Vorrei aggiungere che esiste una differenza qualitativa tra l’estasi che alcune persone sostengono di sperimentare nell’esperienza della droga e la comprensione, la realizzazione che nascono dalla pratica zen. Noi cerchiamo la comprensione, non l’estasi.</p>
<p>Ram Dass: Mi sento triste quando la società rifiuta qualcosa che può aiutarla a comprendere se stessa e a rendere più profondi i suoi valori e la sua saggezza. È come la Chiesa che non riconosce l’esperienza mistica. Non è una purificazione del buddismo; è cercare di aggrapparsi a ciò che hai, piuttosto che crescere.</p>
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<p><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1924&amp;isbn=8830804525">Ram Dass Ram, Paul Gorman. Io e gli altri. Liberare le spinte creative. Cittadelle. 1990. ISBN: 8830804525</a></p>
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<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/0938077600/innernet-20">Robert Aitken, Thich Nhat Hanh. The Dragon Who Never Sleeps: Verses for Zen Buddhist Practice. Parallax. 1992. ISBN: 0938077600</a></p>
<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/0865471584/innernet-20">Robert Aitken. Mind of Clover: Essays in Zen Buddhist Ethics. North Point Press. 1984. ISBN: 0865471584</a></p>
<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/0865470804/innernet-20">Robert Aitken. Taking the Path of Zen. North Point Press. 1985. ISBN: 0865470804</a></p>
<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/1887178406/innernet-20">Robert Aitken. The Practice of Perfection: The Paramitas from a Zen Buddhist Perspective. Counterpoint Press. 1997. ISBN: 1887178406</a></p>
<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/0804834733/innernet-20">Robert Aitken. Zen Master Raven: Sayings and Doings of a Wise Bird. Charles E Tuttle. 2002. ISBN: 0804834733</a></p>
<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/1573221104/innernet-20">Richard Baker-Roshi. Original Mind: The Practice of Zen in the West. Riverhead Books. 2004. ISBN: 1573221104</a></p>
<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/0517543052/innernet-20">Ram Dass. Be Here Now. Crown. 1971. ISBN: 0517543052</a></p>
<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/0553285726/innernet-20">Ram Dass. Journey of Awakening: A Meditator&#8217;s Guidebook. Bantam Books. 1990. ISBN: 0553285726</a></p>
<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/1573228710/innernet-20">Ram Dass. Still Here: Embracing Aging, Changing, and Dying. Riverhead Books. 2001. ISBN: 1573228710</a></p>
<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/0062503138/innernet-20">Joan Halifax. The Fruitful Darkness: Reconnecting With the Body of the Earth. Harper SanFrancisco. 1994. ASIN: 0062503138</a></p>
<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/0892816724/innernet-20">Stephen Larsen, Joan Halifax.The Shaman&#8217;s Doorway: Opening Imagination to Power and Myth. Inner Traditions. 1998. ISBN: 0892816724</a></p>
<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/0892815469/innernet-20">Janet Adler, Joan Halifax. Arching Backward: The Mystical Initiation of a Contemporary Woman. Inner Traditions. 1996. ISBN: 0892815469</a></p>
<p>Originalmente pubblicato su Tricycle magazine, <a href="http://www.tricycle.com/">www.tricycle.com,</a> per gentile concessione.<br />
Traduzione di Gagan Daniele Pietrini<br />
Copyright per l&#8217;edizione Italiana: Innernet.</p>
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		<title>Albert Hofmann, lo scopritore dell&#8217;LSD, è morto</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Apr 2008 22:57:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Toshan Ivo Quartiroli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Stati di coscienza]]></category>
		<category><![CDATA[Albert Hofmann]]></category>
		<category><![CDATA[LSD]]></category>
		<category><![CDATA[meditazione]]></category>
		<category><![CDATA[psichedelia]]></category>
		<category><![CDATA[Timothy Leary]]></category>

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		<description><![CDATA[Stanno girando notizie in rete, non ancora confermate ufficialmente al momento in cui scrivo all&#8217;una di notte, che Albert Hofmann, lo scienziato scopritore dell&#8217;LSD e ricercatore di piante psicoattive, è morto all&#8217;età di 102 anni. Aggiornamento notturno: purtroppo è ufficiale. Hofmann è autore del libro &#8220;LSD: il mio bambino difficile&#8220;, che pubblicai in Italia con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2008/04/albert-hoffman.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-906" style="float: left; margin-left: 6px; margin-right: 6px;" title="albert-hoffman LSD" src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2008/04/albert-hoffman.jpg" alt="albert hoffman LSD" width="197" height="300" /></a>Stanno girando notizie in rete, non ancora confermate ufficialmente al momento in cui scrivo all&#8217;una di notte, che Albert Hofmann, lo scienziato scopritore dell&#8217;LSD e ricercatore di piante psicoattive, è morto all&#8217;età di 102 anni. <em>Aggiornamento notturno: purtroppo è ufficiale.</em></p>
<p style="text-align: left;">Hofmann è autore del libro &#8220;<a href="http://www.urraonline.com/libri/9788850323401/scheda" target="_blank">LSD: il mio bambino difficile</a>&#8220;,  che pubblicai in Italia con Urra nel 1995 e venne recensito su ampia scala da Il Secolo d&#8217;Italia al Manifesto. Da alcuni anni viene ristampato in una nuova edizione da Feltrinelli. <a href="http://www.urraonline.com/libri/9788850323401/parte/introduzione" target="_blank">Qui l&#8217;introduzione</a>.</p>
<p style="text-align: left;">Ricordo quando lo stesso anno lo invitammo in Italia con la moglio Anita in occasione della manifestazione Starship, organizzata da Franco Bolelli, Matteo Guarnaccia e altri dove tenne magistralmente, a 89 anni, un discorso in italiano di fronte ad una sala gremita di persone.</p>
<p>Hofmann è stato uno degli ultimi rappresentanti di scienziati umanisti, filosofi e uomo di consapevolezza spirituale che ha saputo gestire con profondità una scoperta che ha rivoluzionato un&#8217;epoca. Mancherà a tutti i ricercatori della coscienza. Hofmann non ha mai consigliato l&#8217;uso di sostanze psicoattive in senso ricreativo ma si è soffermato sul ruolo iniziatico all&#8217;interno di spazi sacri e responsabili. In questo si era distanziato da Timothy Leary, che sarebbe diventato successivamente il portavoce dell&#8217;uso degli acidi nell&#8217;America degli anni &#8217;60.</p>
<p>Tra gli altri incarichi ufficiali, era membro del comitato per il Nobel. Nel 2007 è stato eletto al primo posto nell&#8217;elenco dei <a href="http://www.telegraph.co.uk/news/uknews/1567544/Top-100-living-geniuses.html" target="_blank">primi 100 geni viventi</a>. Il suo lavoro continuerà nella <a href="http://www.hofmann.org/" target="_blank">Albert Hofmann Foundation</a> che al momento in cui scrivo non ha ancora pubblicato la notizia della sua morte.</p>
<p>Alcune delle sue perle:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: left; padding-left: 30px;">La meditazione inizia ai confini della realtà oggettiva che sono stati raggiunti dalla conoscenza e dalla percezione razionale. Essa, perciò, non si pone come negazione della realtà effettuale, bensì rappresenta una penetrazione nelle dimensioni più profonde di ciò che esiste; non si tratta di una fuga verso le sfera immaginaria del sogno, ma della ricerca della verità che avvolge il mondo oggettivo, tramite la contemplazione simultanea e stereoscopica delle sue superfici e dei suoi abissi. Da ciò potrebbe nascere e svilupparsi una nuova consapevolezza, su cui costruire una nuova religiosità, non più sostenuta dal credo nei dogmi delle varie religioni ma dalla conoscenza attraverso lo &#8220;spirito della verità&#8221;. Con questo si intende una conoscenza, una lettura e una comprensione del testo direttamente &#8220;dal libro che le dita di Dio hanno scritto&#8221; (Paracelso), dalla creazione.</p>
</blockquote>
<blockquote>
<p style="text-align: left; padding-left: 30px;">E&#8217; molto probabile che il valore e l&#8217;importanza delle scienze naturali non vengano espressi principalmente dalla loro capacità di offrirci tecnologia, comodità e benessere materiale; forse il loro significato vero su scala evolutiva è la crescita della consapevolezza umana del miracolo della creazione. (Albert Hofmann. <a href="http://www.urraonline.com/libri/9788850323401/scheda " target="_blank">LSD: Il mio bambino difficile</a>. Urra/Feltrinelli. Milano).</p>
</blockquote>
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