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	<title>Innernet &#187; illuminazione</title>
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	<description>Percorsi di consapevolezza e anima del mondo</description>
	<lastBuildDate>Fri, 03 Feb 2012 10:17:51 +0000</lastBuildDate>
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		<title>La ricerca di sé e gli inganni dell’io</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Apr 2011 04:26:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Filippo Falzoni Gallerani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Percorsi di ricerca]]></category>
		<category><![CDATA[ego]]></category>
		<category><![CDATA[illuminazione]]></category>

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		<description><![CDATA[Se la luna, mentre completa il suo eterno viaggio intorno alla terra, ricevesse il dono dell’autocoscienza, sarebbe certamente convinta di stare viaggiando secondo la propria decisione lungo la sua strada con la forza di una decisione presa una volta per tutte. Allo stesso modo un Essere dotato d’intuizione superiore e una più perfetta intelligenza, che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>Se la luna, mentre completa il suo eterno viaggio intorno alla terra, ricevesse il dono dell’autocoscienza, sarebbe certamente convinta di stare viaggiando secondo la propria decisione lungo la sua strada con la forza di una decisione presa una volta per tutte. Allo stesso modo un Essere dotato d’intuizione superiore e una più perfetta intelligenza, che osservasse l’uomo e le sue azioni, sorriderebbe dell’illusione umana che lo spinge a credere di poter agire secondo il proprio libero arbitrio. (Albert Einstein)</p>
<p>Tutti gli esseri animati e inanimati di cui è composto l’universo, che ha la forma di un cerchio ininterrotto, sono permeati dal Brahman che è al di là di questi. M&#8217;inchino a questa suprema realtà. OM (Skanda Purana)</p>
<p>Il significato del termine religioso è: riunire tutte le proprie energie per comprendere la natura del pensiero, riconoscerne i limiti e andare oltre. (J. Krishnamurti)</p></blockquote>
<p>Immaginate che l&#8217;oceano sia la vita, e che i singoli individui siano le onde. Allo stesso modo in cui l&#8217;uomo s&#8217;identifica con la personalità, la mente e il corpo come qualcosa di separato dalla vita e dal cosmo, immaginiamo che l&#8217;onda sia dotata di autocoscienza e percepisca se stessa come individualità separata dall&#8217;oceano. Percependosi come onda si rende conto della propria piccolezza rispetto all&#8217;immenso oceano e attraverso la riflessione sarà spinta prima o poi a confrontarsi con il problema della morte.</p>
<p>Lo spazio che la separa dalla costa finirà nel tempo, perché il suo moto tende inesorabilmente verso la riva che rappresenta la sua fine ineluttabile. Sa che un giorno andrà a sfracellarsi contro la scogliera, dopo di che sarà risucchiata dalla risacca che distruggerà la sua forma e la farà scomparire nell&#8217;ignoto, oppure si dovrà dissolvere in una morte prematura prima ancor di aver raggiunto la riva, per una bonaccia inaspettata.<span id="more-1391"></span></p>
<p>Dal terrore del <em>non essere</em>, sono nate meravigliose fantasie compensatorie di vita eterna, di resurrezione e va sempre molto di moda la reincarnazione<em>. </em></p>
<p><em>&#8220;Dato che in questa vita sono stata un&#8217;onda qualunque non ammirata da alcuno, nella prossima vita verranno a fare i surf su di me e finirò in televisione</em>&#8220;, dice l&#8217;ondella frustrata.  Una dice:<em> &#8220;Spero che le onde morte dall&#8217;aldilà m&#8217;inviino qualche messaggio che sia di guida al mio cammino&#8221;</em>. Un&#8217;altra onda crede che se si sforzerà abbastanza a lungo nella pratica della meditazione potrà fermare i continui <em>alti e bassi</em> del suo vivere e forse persino raggiungere l&#8217;immortalità, congelata in un arco perfetto. L&#8217;onda narcisista spera solo che altri la ammirino, e nel suo scrosciare spumoso dopo un&#8217;impennata dovuta al Maestrale, si sente molto brava e crede forse di aver imparato la danza di Shiva (le magie dell&#8217;oceano Indiano).</p>
<p>Un&#8217;altra si preoccupa tutto il tempo che altre onde non la sovrastino e se qualcuna interferisce con il suo percorso, intralciando il suo fluire negli spazi sconfinati della superficie marina si arrabbia molto. Un&#8217;altra intuisce che la sua origine appartiene a qualcosa di più grande e immagina che se un giorno potrà conoscere il Creatore, diventerà l&#8217;onda altissima che ha sempre sognato essere, come quelle che in Oriente si dice raggiungano altezze vertiginose.</p>
<p>Queste onde meravigliose e antiche, a chi le interroga dicono che vanno così in alto senza alcuno sforzo, e son così grazie all&#8217;oceano (per grazia del Creatore) e non per merito loro. Onde giganti e armoniche che rinascono di anno in anno durante il monsone. L&#8217;onda meschina pensa: &#8220;<em>quelli sono i maestri che dobbiamo imitare e si reincarnano di vita in vita solo per dare insegnamenti, loro non hanno attaccamenti e sono così umili da dire che non sono nessuno, che non fanno nulla</em>&#8220;. Invero non hanno ascoltato né capito il messaggio sempre ripetuto che più o meno è sempre questo: &#8220;<em>non sono io, ma il Padre mio che agisce in me</em>, <em>non sono diversa da voi perché non esiste nessun io, condividiamo la stessa natura, solo il mare esiste, la nostra è un&#8217;apparenza transitoria, la verità immutabile è il mare con il suo immutabile mutamento, arrenditi alla volontà del cielo, ecc.&#8221;. </em>Ma nessuno comprende, anzi tutti continuano a tessere miti sui poteri miracolosi delle onde dell&#8217;oceano indiano.</p>
<p>Le onde meno narcisiste, rare di questi tempi, invece di farsi prendere dalla competizione con le loro simili, cercheranno di dirigere i loro sforzi alla ricerca dell&#8217;anima, a una serenità stabile che liberi dai continui <em>alti e bassi </em>della vita.</p>
<p>L&#8217;onda più matura intuisce la profondità dell&#8217;oceano, ma immagina, suggestionata dalle illusioni che popolano la superficie chiassosa delle acque inquinate da superstizioni e fantasie di onnipotenza, che quando avrà trovato la propria anima potrà diventare un&#8217;onda che ha un&#8217;alta cresta e nessuna valle, con un grande potere di controllare il destino e realizzare i desideri</p>
<p>Ogni sforzo di diventare un&#8217;onda più saggia ed equilibrata si dimostra frustrante perché le maree, i venti e i terremoti sono forze incontrollabili. Ed è chiaro, soprattutto, che un&#8217;onda che abbia una cresta e non una valle non esisterà mai.</p>
<p>Gli improvvisi uragani che la innalzano verso il cielo non dipendono dal numero di mantra che l&#8217;onda ha recitato durante il suo passaggio sulla <em>superficie</em> dell&#8217;Oceano Indiano, né le deprimenti bonacce sono punizioni per i suoi atti impuri.</p>
<p>Onde più intelligenti capiscono che la soluzione consiste nella riunione del loro ego individuale con il Sé (il mare), ma anche lo sforzo in questa direzione conduce inutili fatiche sino a che l&#8217;onda <em>identifica il suo destino mortale con la vita</em>. A questo punto alcune onde giungono a pensare che forse era meglio vivere come fanno quelle onde che non cercano alcuna liberazione, forse meglio vivere alla giornata, tanto che cos&#8217;è la vita? Non ha alcun senso, si muore e tutto finisce… arraffa quel che puoi, sottometti le onde più piccole e c&#8217;è sempre qualcuno più piccolo da dominare, goditela fin che puoi.</p>
<p>L&#8217;onda che ha preso una piega spirituale non può tornare indietro, sente che c&#8217;è in lei stessa qualcosa di più grande e intuisce profondità abissali. Dopo aver tentato a lungo e invano di trovare un proprio sè stabile, quando comprende che non ci può essere una cresta senza una valle, né alcun metodo efficace per tirarsi su nei momenti di bonaccia, libera da queste illusioni a un tratto ricorda come un&#8217;eco lontana che, tanto tempo prima, al momento del suo nascere, si sentiva oceano. Allora non aveva un io e una storia, la vita scorreva attimo per attimo, spontaneamente, ma poi questa sensazione è scomparsa nello <em>sforzo </em>di creare un personaggio secondo gli ideali delle onde che l&#8217;avevano generata e di quelle che la circondavano.</p>
<p>Il cammino spirituale che gli avevano suggerito i numerosi gruppi di onde New Age, consisteva nel mettere in pratica degli stratagemmi mentali per trovare l&#8217;amore e vincere la paura. Si diceva che onde sagge avevano tramandato queste conoscenze in secoli lontani, ma che la fonte originaria fosse il Creatore stesso e oggi finalmente queste informazioni erano state riscoperte da autori di bestseller.</p>
<p>Stratagemmi che purtroppo si mostravano, alla prova dei fatti, del tutto inefficaci e che, alla luce di un&#8217;analisi più profonda risultavano non essere stati ispirati da Dio (o dal mare), bensì essere solo una versione distorta delle intuizioni dei saggi, diffusa a livello planetario da onde molto spaventate dalla morte e dal confronto con la vita, ansiose di diventare sante (<em>e senza valle</em>). Erano certe che con questi metodi sarebbero state protette, evitato le bonacce, raggiunto l&#8217;illuminazione e che dopo la morte sarebbero rinate in <em>mari felici</em>.</p>
<p>Queste tradizioni erano state tramandate in una forma che ne stravolgeva il messaggio, da onde che offrivano all&#8217;io illusori sostegni per aiutarlo a sfuggire l&#8217;inconcepibile idea di <em>non essere</em>.</p>
<p>Le onde veramente sagge, che riconoscono di essere una cosa sola con il mare, non sentono il bisogno di cambiare nessuno e parlano poco, perché sanno che quando parlano vengono sempre fraintese. Se non lascia l&#8217;identificazione con l&#8217;io separato, l&#8217;onda non può che interpretare ogni cosa da una prospettiva illusoria che distorce anche le più profonde verità.</p>
<p>L&#8217;onda, (l&#8217;uomo) non vuole veder morire l&#8217;illusione dell&#8217;io, seppure sia questa l&#8217;unica via alla <em>vita eterna</em>. Aborrisce la trascendenza di sé che pretende di cercare, vorrebbe liberarsi dalle colpe e dai peccati, ma non dai meriti. Non vuol rinunciare alle proiezioni illusorie che hanno costruito il teatro samsarico della vita; quindi persiste nel conflitto che nasce dal compito impossibile di diventare ciò che non si è, vittima d&#8217;insaziabili desideri di automiglioramento.</p>
<p>Un bel giorno l&#8217;onda riflettendo sull&#8217;inutilità di ogni sforzo si arrende e accetta di essere com&#8217;è. &#8220;<em>Sia</em> <em>come il mare vuole,&#8221; &#8220;Sia fatta la tua volontà&#8221;, &#8220;OM Namah Shivay&#8221;,</em> queste frasi diventano improvvisamente un&#8217;azione interiore e non soltanto uno slogan da ripetere rimanendo ben saldi nel senso di separazione. Di colpo con infinito sollievo scopre che da sempre non c&#8217;era mai stata alcuna separazione tra sé e il mare e che quest&#8217;unione non implica smettere di essere contemporaneamente un&#8217;onda. Riconosce che, se si abbandona alla Vita, la sua vita andrà comunque come deve. Ciò che accade è inevitabile. Una lucidità mentale prima sconosciuta svela l&#8217;inganno dell&#8217;io e pone fine al dualismo, io-mondo, micro e macro, alto e basso, bene e male, che ora coesistono nell&#8217;interdipendenza e non nella contrapposizione. Ecco finalmente la liberazione.</p>
<p>Invero non è cambiato nulla. La cresta e la valle ci sono come prima, né questa consapevolezza innalza la statura dell&#8217;onda. E&#8217; solo la fine del conflitto interiore. Senza alcuno sforzo si è dissolto il problema del divenire, della morte e del tempo. Eterno movimento delle onde, eterni abissi silenziosi e immobili. Misteriose creature abitano in noi e delfini giocano sulle nostre spalle. Tutto è Uno. La vacuità di cui parla il Buddha, il Brahman degli Hindù, lo Spirito Santo dei cristiani, l&#8217;impensabile vuoto quanto-meccanico dei fisici, che il pensiero e la fantasia non possono neppure sfiorare, permea la realtà apparente.</p>
<p>Il piccolo io si identifica con l&#8217;onda, il grande io con il mare, quando l&#8217;io scompare, scompare sia l&#8217;onda sia l&#8217;oceano. Ciò che rimane è lo <em>stato naturale,</em> prima di cadere nel sogno del pensiero da cui deriva l&#8217;illusione dello spazio e del tempo..</p>
<blockquote><p>Quando si hanno solo sensazioni, percezioni e impulsi, il mondo è arcaico. Quando aggiungi la capacità di formare immagini e simboli, il mondo appare magico. Quando aggiungi concetti regole e ruoli il mondo diventa mitico. Quando emergono capacità riflessive formali, il mondo appare razionale. Con il pensiero sintetico integrato si vede il mondo esistenziale. Quando il sottile emerge, il mondo diventa divino. Quando emerge il causale l’io diventa divino. Quando emerge il non duale, il mondo e l’io sono realizzati come lo Spirito uno.(Ken Wilber)</p>
<p>Lo scopo principale della psicoterapia non è quello di portare il paziente a un impossibile stato di felicità, bensì di insegnargli a raggiungere stabilità e pazienza filosofica nel sopportare il dolore. Il compimento e la pienezza della vita richiedono equilibrio tra gioia e dolore. Spesso dietro la nevrosi si nasconde tutto il dolore naturale e necessario che non siamo disposti a tollerare. (C.G. Jung)</p>
<p>La coscienza in te e la coscienza in me, apparentemente due, sono in realtà una sola, cercano l’unità e questo è amore. Il tuo maestro supremo è il tuo &#8220;sé&#8221;. Il maestro esteriore è solo una pietra miliare. E&#8217; solo il tuo maestro interiore che ti accompagnerà alla meta, perché egli stesso è la meta. (Nisargadatta Maharaj)</p></blockquote>
<p><em> </em></p>
<blockquote><p>Il modo in cui noi umani siamo,<br />
è una casa per gli ospiti.<br />
Ogni mattino un nuovo arrivo.</p>
<p>Una gioia, una depressione, una cattiveria,<br />
una momentanea consapevolezza<br />
viene come un ospite inatteso.</p>
<p>Dai loro il benvenuto, ed intrattienili tutti.<br />
Anche se sono una folla di dolori<br />
che violentemente spazzano via<br />
tutti i mobili della tua casa.</p>
<p>Tratta ugualmente ogni ospite con onore.<br />
Forse ti sta ripulendo per prepararti<br />
a qualche nuova delizia.</p>
<p>Il pensiero oscuro, la vergogna, la malizia.<br />
Incontrali sulla porta ridendo<br />
ed invitali a entrare.</p>
<p>Sii grato a chiunque venga<br />
perché ciascun ospite ti è stato mandato<br />
come guida dall&#8217;al di là. (Rumi)</p></blockquote>
<p>I siti del dott. Filippo Falzoni Gallerani: <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.filippofalzoni.com/">www.filippofalzoni.com<br />
</a></span></p>
<p><a href="http://www.rebirthing-italia.com/">www.rebirthing-italia.com</a></p>
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		<title>Dal Big Bang all’illuminazione: meditazione e fisica quantistica</title>
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		<pubDate>Sun, 03 Apr 2011 17:30:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matthieu Ricard e Trinh Xuan Thuan</dc:creator>
				<category><![CDATA[Co/Scienza]]></category>
		<category><![CDATA[buddhismo]]></category>
		<category><![CDATA[cosmologia]]></category>
		<category><![CDATA[Dalai Lama]]></category>
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		<category><![CDATA[illuminazione]]></category>
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		<description><![CDATA[Il dialogo fra uno scienziato occidentale, diventato monaco buddista, e di un buddhista orientale, diventato scienziato… la scienza e la spiritualità rischiarano entrambe la vita degli uomini: non potrebbero essere complementari? Sono davvero troppo estranee l’una all’altra perché il loro confronto possa essere diverso da un dialogo tra sordi? L’universo ha un inizio? La sorprendente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2011/04/dal-big-bang-allilluminazione.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1385" style="margin: 6px;" title="dal big bang all'illuminazione" src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2011/04/dal-big-bang-allilluminazione.jpg" alt="" width="150" height="220" /></a>Il dialogo fra uno scienziato occidentale, diventato monaco buddista, e di un buddhista orientale, diventato scienziato… la scienza e la spiritualità rischiarano entrambe la vita degli uomini: non potrebbero essere complementari? Sono davvero troppo estranee l’una all’altra perché il loro confronto possa essere diverso da un dialogo tra sordi?</p>
<p>L’universo ha un inizio? La sorprendente sintonia dell’universo è forse un segno che, nel nostro mondo, è all’opera un “principio della creazione”? E in tal caso, significa che esiste un Divino Creatore? L’interpretazione radicale della realtà offerta dalla fisica quantistica è conforme al concetto di realtà buddhista, o no?</p>
<p>Matthieu Ricard (ex ricercatore biologo del prestigioso Isitituo Pasteur, e da trent’anni monaco buddhista in Nepal) e Trinh Xuan Thuan (astrofisico, professore all’università della Virginia) dimostrano che questo antagonismo, quando è animato da sincero desiderio di comprensione reciproca, pian piano si dissolve a profitto delle convergenze e di una riconciliazione durevole.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Ha senso un dialogo tra la scienza e il buddhismo? Può il buddhismo portare un contributo valido là dove i limiti della scienza lasciano un vuoto da colmare? Ed è in grado la fisica moderna di fornire al buddhismo degli elementi per la sua esplorazione della realtà?</strong></p>
<p>Matthieu: È impressionante che tu sia passato dal Vietnam a una vita da astrofisico negli Stati Uniti. Che cos’è che ti ha spinto verso la scienza?</p>
<p>Thuan: Gli anni Sessanta sono stati l’età d’oro dell’astrofisica. La radiazione fossile (il calore residuo del big bang) e i quasar (astri di una favolosa luminosità situati ai confini dell’universo, che emettono l’energia di una galassia intera in un volume poco più grande di quello del sistema solare) erano appena stati scoperti. Al mio arrivo negli Stati Uniti l’esplorazione del sistema solare grazie ai satelliti spaziali aveva raggiunto il culmine. […] Al centro di questo fermento intellettuale, era inevitabile che diventassi astrofisico. […]</p>
<p>E tu? Che cosa non ti soddisfaceva nella tua carriera scientifica? Lasciare un laboratorio di biologia a Parigi per un monastero tibetano in Nepal è perlomeno un percorso insolito!</p>
<p>M. – Per me, questa evoluzione si è svolta in una continuità naturale, nel corso di una ricerca sempre più entusiasmante del senso dell’esistenza. […]</p>
<p>Come condurre la mia esistenza? Come vivere in mezzo agli altri? Che cosa mi è possibile conoscere? Sono i tre interrogativi sui quali l’umanità si è arrovellata nel corso dei secoli. L’ideale sarebbe vivere in modo da conseguire un senso di pienezza che ispiri ogni istante e ci consenta d’essere senza rimpianti al momento della morte. Vivendo in mezzo agli altri dovremmo sviluppare un senso di responsabilità universale. Il nostro sapere dovrebbe rivelarci la natura del mondo che ci circonda e quella della nostra mente.</p>
<p>Questi stessi interrogativi sono al centro della scienza, della filosofia, della politica, dell’arte, dell’azione sociale e della spiritualità. <em>Chiudere in modo artificiale in compartimenti stagni queste attività, come accade spesso ai giorni nostri, significa inevitabilmente restringere la nostra visione dell’esistenza.</em> […]<span id="more-1382"></span></p>
<p>Dal XVII secolo, l’epoca della rivoluzione scientifica, fino ai nostri giorni, un crescente numero di persone ha considerato la scienza come sinonimo di sapere. La crescita esponenziale di informazioni che si accumulano, alimentata dalla scienza, non accenna a rallentare. Parallelamente, la pratica religiosa ha subìto un declino all’interno delle società laiche e democratiche e si è spesso radicalizzata nelle società rette da religioni di Stato. […] Sia che avessero carattere dogmatico o esperienziale, le grandi tradizioni spirituali offrivano, oltre alle loro concezioni metafisiche, regole etiche che costituivano punti di riferimento, talvolta illuminanti, talvolta vincolanti. Al giorno d’oggi, essendosi a poco a poco attenuati questi riferimenti, la maggior parte degli uomini non fonda più i propri pensieri né i propri atti su precetti religiosi, anche se, per tradizione, aderisce a una religione. Si fida più volentieri dei “lumi” della scienza e dell’efficacia della tecnologia, che permetterà, così spera, di risolvere tutti i problemi futuri. Alcuni ritengono tuttavia che la pretesa della scienza di conoscere tutto di tutto sia illusoria: la scienza è fondamentalmente limitata al campo di studio che essa stessa ha definito. E se la tecnologia ha portato immensi benefici, ha  provocato danni perlomeno altrettanto grandi. […]</p>
<p>Gli scienziati non sono né migliori né peggiori degli altri individui e cozzano, come tutti, contro i problemi etici sollevati dalle loro scoperte. <em>La scienza non genera saggezza</em>. Ha dimostrato di poter agire sul mondo, ma solo le qualità umane virtuose possono guidarci a far buon uso del mondo. Ora, queste qualità possono nascere solo da una “scienza spirituale”, o da ciò che qui chiameremo “spiritualità”. Una tale spiritualità non è un lusso, ma una necessità.</p>
<p>Nel corso degli ultimi vent’anni si è instaurato un dialogo tra la scienza e il buddhismo, caldeggiato dal Dalai Lama e da altri pensatori buddhisti. A partire dal 1987, per volontà dell’uomo d’affari Adam Engle e del neurobiologo Francisco Varela, sono stati organizzati periodici incontri tra il Dalai Lama ed eminenti scienziati (neurologi, biologi, psichiatri, fisici e filosofi). […]</p>
<p>La differenza più grande fra la scienza e il buddhismo risiede nelle loro finalità. Per il buddhismo, l’acquisizione di conoscenze avviene prima di tutto per uno scopo <em>terapeutico. </em>Si tratta di liberarsi dalla sofferenza, la cui causa è una forma particolare di ignoranza: una concezione erronea della realtà esterna e un asservimento al punto di vista dell’“io”, che immaginiamo risieda al centro di noi stessi. Il buddhismo pone l’accento sull’importanza di ottenere una visione chiara della natura della mente attraverso un’esperienza contemplativa diretta. […]</p>
<p>Per quanto profonde siano le scoperte del buddhismo, è importante tenere presente, leggendo quest’opera, che l’insegnamento del Buddha non è dogmatico. Si presenta piuttosto come un diario di viaggio che permette di camminare sulle orme di una guida. […]</p>
<p>Le conversazioni che seguono non hanno come obiettivo quello di imprimere alla scienza un’andatura propria del misticismo né di fornire conferme al buddhismo attraverso le scoperte della scienza. Si tratta di collocare la scienza in una concezione più vasta della vita che tenga conto del ruolo essenziale dell’esperienza soggettiva. Si tratta anche di collegare l’apparenza e l’essenza delle cose, mostrando che il buddhismo è in grado di risolvere l’opposizione tra il realismo, che ritiene che i fenomeni esistano nel modo solido e reale in cui sembrano esistere, e le scoperte della scienza moderna (soprattutto nel campo della fisica), che vanno contro questo attaccamento tenace alla realtà intrinseca delle cose. Esso può offrire, proprio da questo punto di vista, un inquadramento di pensiero e di azione coerente per il nostro tempo. […]</p>
<p>Questo dialogo riflette anche due spaccati di vita: quello di un astrofisico nato in una famiglia buddhista che desidera mettere a confronto le sue conoscenze scientifiche con le fonti filosofiche della sua tradizione, e quello di uno scienziato occidentale diventato monaco buddhista e indotto dall’esperienza personale a mettere a confronto due diversi approcci alla realtà. […]</p>
<p><strong>Uno degli interrogativi da sempre più affascinanti per la scienza, e allo stesso tempo denso di implicazioni etiche e religiose, è se l’universo abbia o meno avuto un inizio.</strong></p>
<p>Thuan: Allo stato attuale delle conoscenze, la teoria che meglio descrive l’origine dell’universo è quella del big bang. Si pensa che l’universo sia nato circa quindici miliardi di anni fa in una folgorante esplosione a partire da uno stato di inimmaginabile piccolezza, calore e densità, che avrebbe dato origine anche allo spazio e al tempo. Da allora l’universo è in espansione ed è diventato sempre meno denso e meno caldo. […]</p>
<p>All’inizio la teoria del big bang ha fatto fatica ad imporsi. Tuttavia, alcuni scienziati avevano preso sul serio l’idea di un’esplosione primordiale.</p>
<p>M. – Ma come si è prodotto un tal inizio?</p>
<p>T. – I fisici ci dicono che l’universo è nato dal vuoto. Ma non si tratta del vuoto calmo e tranquillo, privo di ogni sostanza e attività, che potremmo immaginare: il vuoto quantico è ribollente di energia, pur essendo completamente sprovvisto di materia. […]</p>
<p>M. &#8211; Un dotto amico tibetano al quale l’ho esposta, ha esclamato: «L’universo, il tempo e lo spazio che cominciano con un grande “bum”, <em>ex nihilo</em>, senza una causa? Ma così si ritorna a postulare l’esistenza di un Creatore che è causa di se stesso!»</p>
<p>Secondo il buddhismo, il tempo e lo spazio sono solo concetti legati alla nostra percezione del mondo fenomenico, e non hanno esistenza propria. In altri termini, non sono “reali”. L’idea di un inizio assoluto del tempo e dello spazio è quindi difettosa secondo il buddhismo: nulla, neppure l’inizio apparente del tempo e dello spazio, si può manifestare senza cause e condizioni, o per dirla in altro modo, nulla può cominciare ad esistere o cessare di esistere. Quindi il big bang può solo essere un episodio all’interno di un continuum senza inizio né fine.</p>
<p>T. – Sollevi la sconcertante questione di cosa sia successo “prima” del big bang. “Prima” tra virgolette, perché se il tempo è apparso con il big bang, questo concetto non era definito.</p>
<p>La scienza ci permette di risalire fino all’istante della creazione? La risposta è no. Per ora esiste un muro della conoscenza che chiamiamo il “muro di Planck”, dal nome del fisico tedesco che per primo si è dedicato ad esaminare questo problema. Il muro di Planck non costituisce un limite fondamentale alla conoscenza: è solo il segno della nostra incapacità di rendere compatibili la meccanica quantistica e la relatività. Dietro il muro di Planck si nasconde una realtà ancora sconosciuta ai fisici: alcuni pensano che la coppia spazio-tempo, così solida nel nostro mondo attuale, vada in frantumi; che il tempo cessi di esistere, e che i concetti di “prima”, “adesso” e “dopo” perdano ogni significato. Lo spazio, separato da quel suo compagno che è il “tempo”, è solo una schiuma quantica informe.</p>
<p>M. – Il buddhismo vede la realtà dell’universo in una prospettiva molto diversa, ritenendo che i fenomeni non siano veramente “nati”, nel senso di passare dall’inesistenza all’esistenza. Essi esistono solamente secondo la nostra verità “relativa”, ma sono privi di realtà ultima o assoluta. La verità relativa, o convenzionale, corrisponde alla nostra esperienza empirica del mondo, al modo ordinario in cui lo percepiamo, e cioè attribuendo alle cose una realtà oggettiva. Per il buddhismo questa percezione è ingannevole. In ultima analisi, i fenomeni sono privi di esistenza intrinseca, e questa è la “verità assoluta”. In questo caso, il problema della creazione è un falso problema, o perlomeno non si pone in termini così acuti come nel caso di una creazione <em>ex nihilo</em> di un universo dotato di esistenza propria. La creazione diventa un problema solo quando reifichiamo i fenomeni.</p>
<p>Questa posizione non esclude tuttavia il dispiegarsi del mondo dei fenomeni. È evidente che i fenomeni non sono non esistenti, ma se esaminiamo il modo in cui esistono, ci accorgiamo che non possiamo considerarli come una serie di entità autonome esistenti di per sé.</p>
<p><em>Dal punto di vista della verità assoluta, non c’è né creazione, né durata, né cessazione.</em> […]</p>
<p>Possiamo concepire il big bang come un’apparizione del mondo dei fenomeni che sorge da una potenzialità infinita ma non manifesta (che il buddhismo chiama in modo immaginifico “particelle di spazio”). Quest’espressione non designa delle entità concrete, ma una potenzialità dello “spazio”, che si potrebbe forse accostare al vuoto dei fisici, a condizione di non reificare questo vuoto. Ma non può esserci creazione <em>ex nihilo</em>. […]</p>
<p>T. – Allora quale spiegazione dà, il buddhismo, di come sia apparso l’universo? Ha una sua cosmologia?</p>
<p>M. – Sì, senza che questa descrizione sia presentata come un dogma. […]</p>
<p>È importante tenere presente che il concetto di formazione dell’universo appartiene alla verità relativa, al campo delle apparenze. In termini di verità relativa, quindi, il buddhismo parla di “particelle di spazio” intese non come oggetti, ma come potenziale di manifestazione. Si parla poi dell’espressione di questo “vuoto pieno” sotto forma di cinque “venti” o energie (<em>prana</em> in sanscrito), che si manifestano sotto forma di cinque luci colorate che si materializzano a poco a poco in cinque elementi: aria, acqua, terra, fuoco e spazio. La loro combinazione genera un “brodo”, un oceano di elementi che, scosso per effetto dell’energia iniziale, produce i corpi celesti, i continenti e le montagne, e infine gli esseri viventi. Ecco quindi come si forma un universo, nell’infinità di quelli esistenti. Non è prevista una creazione iniziale, perché l’idea di una causa unica è insostenibile.</p>
<p>T. – Nonostante il linguaggio immaginifico, questa descrizione dell’inizio del mondo ha delle risonanze sorprendenti con le idee moderne sulla nascita dell’universo. Siamo lontani da una concezione del mondo come risultato degli amori e degli odi degli dèi. Sono particolarmente incuriosito dalla somiglianza fra la nozione di “vuoto pieno” della scienza e quella del buddhismo.</p>
<p>M. – Certo, ma attenzione: c’è una differenza molto importante. La scienza parla di un universo-oggetto. Per il buddismo l’universo non è indipendente dalla coscienza, e senza cadere per questo nell’idealismo (secondo il quale il mondo sarebbe solo una proiezione della coscienza), diremo che il soggetto e l’oggetto si plasmano a vicenda.</p>
<p><strong>L’accumulazione di concetti e informazioni permette di raggiungere la conoscenza assoluta? Potrebbe, la scienza, rispondere un giorno a tutte le nostre domande sul mondo, e rivelare la “verità assoluta”? Come differisce l’approccio razionale e analitico della scienza dai metodi della scienza contemplativa buddhista? </strong></p>
<p>T.: Nella scienza, i metodi fondamentali delle scoperte sono la sperimentazione e la teoria fondata sull’analisi. Se il buddhismo certo non ignora la ragione e l’analisi, sembra tuttavia che il suo metodo principale sia la contemplazione. Puoi dirmi se la parola “conoscenza” ha lo stesso senso per un buddhista e per uno scienziato? Il tipo di conoscenza che si acquisisce con la meditazione è della stessa natura di una conoscenza razionale? Il contemplativo non deve forse abbandonare il processo analitico della conoscenza scientifica e purificare la sua mente da ogni forma di pensiero e concetto? Non deve forse ridurre il pensiero al silenzio, per arrivare a cogliere la realtà in modo non mediato?</p>
<p>M.: In base ai trattati buddhisti, il termine “logica” (<em>pramana</em> in sanscrito) significa “mezzo di conoscenza corretto”. Questa logica si impone in quasi tutti gli aspetti della conoscenza, scientifici o contemplativi. Si distingue però una conoscenza valida cosiddetta “convenzionale” da una conoscenza valida ultima, o assoluta. La prima ci informa circa l’apparenza delle cose (e ci permette di distinguere uno specchio d’acqua da un miraggio, una corda da un serpente), ma soltanto la seconda ci permette di cogliere la natura assoluta dei fenomeni (la vacuità, l’assenza di esistenza propria). Sono entrambe valide nel loro rispettivo registro.</p>
<p>La logica e la ragione sono anch’esse strumenti che vengono usati nella meditazione analitica, quando si osserva il funzionamento dei pensieri e si mettono in evidenza i meccanismi della felicità e della sofferenza. Si tratta allora di riconoscere il modo in cui funziona la mente: come procede, per percepire una cosa ed elaborarne un’immagine mentale? Quale tipo di eventi mentali favoriscono la nostra pace interiore, e aprono agli altri la nostra mente? Quali processi avranno invece un effetto distruttivo? Questa analisi ci conduce a capire come i pensieri si concatenino per, alla fine, incatenare noi. […]</p>
<p>T.: L’Illuminazione rappresenta forse un livello di conoscenza ancora più elevato?</p>
<p>M.: Vi sono diverse differenze fra l’Illuminazione e la conoscenza ordinaria. Per cominciare, l’Illuminazione non è una conoscenza della molteplicità dei fenomeni esterni e degli eventi mentali, bensì della loro natura essenziale. Anche la modalità conoscitiva è diversa: scompare il dualismo fra soggetto e oggetto, e l’intelletto raziocinante lascia il posto a una coscienza diretta, chiara e risvegliata che si mescola alla natura assoluta delle cose tanto da diventare una con essa. […]</p>
<p>Per essenza, la conoscenza assoluta (l’Illuminazione) è al di là dei concetti. Gli altri mezzi di conoscenza sono tutti incompleti. Una teoria può descrivere solo un aspetto della realtà, giacché si serve di proposizioni limitate dalla natura stessa del pensiero concettuale. Questo limite non ti ricorda il famoso teorema dell’incompletezza del matematico austriaco Kurt Gödel?</p>
<p>T.: Il teorema di Gödel implica che effettivamente esistano, se non altro in matematica, dei limiti al ragionamento razionale. In generale, questo teorema viene considerato come la più importante scoperta logica del XX secolo. […] Nel 1931, propose un teorema che è forse il più straordinario e il più misterioso di tutta la matematica. Mostrò che un sistema aritmetico coerente e non contraddittorio contiene inevitabilmente degli enunciati “su cui non si può decidere”, ossia degli enunciati matematici di cui non si può dire, fondandosi sulla logica, se sono veri o falsi. D’altra parte è impossibile dimostrare che un sistema è coerente e non contraddittorio solo sulla base di assiomi (proposizioni prime, ammesse senza dimostrazione) contenuti in quello stesso sistema. Per dimostrare la coerenza e la non contraddittorietà, bisogna “uscire dal sistema”, e imporre assiomi supplementari che sono esterni a esso. In tal senso, il sistema può solo essere incompleto in se stesso. Ecco perché il teorema di Gödel è molto spesso chiamato anche “teorema dell’incompletezza”. […]</p>
<p>M.: Il buddhismo ha spesso affermato che il pensiero lineare e la logica discorsiva hanno limiti intrinseci; la via dell’Illuminazione non rifiuta la ragione, ma ne trascende i limiti. La ragione non basta per esprimere la verità assoluta, giacché i limiti inerenti alla struttura del ragionamento impediscono una conoscenza diretta dell’assoluto. Per avere una comprensione reale della natura della mente, bisogna spezzare il guscio dei nostri costrutti mentali. L’Illuminazione trascende il pensiero discorsivo che funziona nell’ambito di una dualità soggetto-oggetto.</p>
<p>T.: Lo straordinario risultato di Gödel ha dimostrato che c’è un limite naturale nella conoscenza scientifica; per trascendere questo limite, credo che dovremo fare appello ad altri modi di conoscenza, come quelli che stai descrivendo. […]</p>
<p>T.: La scienza non è effettivamente così obiettiva nell’analisi quanto la descrizione ideale del metodo scientifico potrebbe lasciarci credere. Lo scienziato lavora all’interno di una società e di una cultura e, consciamente o no, è influenzato dalle visioni metafisiche di questa società e di questa cultura. Nell’interpretare i risultati, è influenzato dalla sua formazione professionale: l’apprendistato a fianco dei suoi maestri, le interazioni con i colleghi, la lettura delle opere pubblicate. Dunque, una volta realizzate le osservazioni del mondo esterno e gli esperimenti, l’analisi e l’interpretazione avvengono alla luce dell’universo interiore, fatto di concetti e di teorie, proprio di ogni scienziato. […]</p>
<p>Ma i pregiudizi scientifici non sono tutti negativi. Possono anche essere una grande fonte di ispirazione per il lavoro di uno scienziato. Effettivamente, senza opinione preconcetta, in assenza di qualsiasi paradigma, come potrebbe scegliere, lo scienziato, fra le molteplici informazioni che la Natura gli invia, e decidere quali sono più cariche di significato, quali sono più probabilmente capaci di rivelare leggi e principi nuovi? Questo smistamento della realtà costituisce una tappa essenziale nell’approccio scientifico. I più grandi scienziati sono quelli che hanno saputo esercitare meglio quest’arte, in modo di andare all’essenziale e trascurare ciò che è insignificante. […]</p>
<p>Per uno scienziato, la felicità intellettuale nata dalla scoperta, quando un piccolo lembo del velo che nasconde i segreti della natura si solleva, rivelando aspetti dell’universo fino a quel momento sconosciuti, è molto stimolante. Ma questo non basta a riempire una vita umana. Quegli istanti in cui la verità si svela sono folgoranti, ma brevissimi. Fin dalla nascita della scienza moderna, nel XVI secolo, la nostra conoscenza ha conosciuto una crescita esponenziale, ma non ci ha resi più saggi. La scienza contemplativa può aiutarci ad acquisire questa saggezza. La situazione è urgentissima, perché ora l’uomo ha il potere di disturbare l’equilibrio ecologico del pianeta intero, e persino quello di autodistruggersi; i problemi etici oggi si pongono in modo molto più acuto (soprattutto nel campo della genetica), mentre la differenza fra i poveri e i ricchi non fa che aumentare…</p>
<p>Estratto dall’omonimo libro</p>
<p>Di Matthieu Ricard e Trinh Xuan Thuan</p>
<p><a href="http://www.amrita-edizioni.com/">Edizioni Amrita</a>, 2009, per gentile concessione dell’editore.</p>
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		<title>Dieci malattie spiritualmente trasmesse</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Feb 2011 07:21:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mariana Caplan</dc:creator>
				<category><![CDATA[Maestri]]></category>
		<category><![CDATA[Percorsi di ricerca]]></category>
		<category><![CDATA[Caplan]]></category>
		<category><![CDATA[illuminazione]]></category>
		<category><![CDATA[percorso spirituale]]></category>

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		<description><![CDATA[Viviamo in una giungla, e la vita spirituale non fa eccezione. Davvero pensiamo che solo perché qualcuno ha meditato cinque anni, o fatto yoga dieci anni, sarà meno nevrotico di un altro? Nel migliore dei casi, sarà solo un po’ più consapevole delle sue nevrosi. Appena un po’. È per questa ragione che ho trascorso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Viviamo in una giungla, e la vita spirituale non fa eccezione. Davvero pensiamo che solo perché qualcuno ha meditato cinque anni, o fatto yoga dieci anni, sarà meno nevrotico di un altro? Nel migliore dei casi, sarà solo un po’ più consapevole delle sue nevrosi. Appena un po’.</p>
<p>È per questa ragione che ho trascorso gli ultimi quindici anni della mia vita a studiare e scrivere sull’importanza del discernimento nelle aree più insidiose del cammino spirituale – potere, sesso, illuminazione, guru, scandali, psicologia, nevrosi – nonché sulle vere motivazioni, talvolta confuse e inconsapevoli, che ci spingono su tale cammino. Io e il mio partner (lo scrittore e insegnante Marc Gafni) stiamo creando una nuova serie di libri, corsi e pratiche finalizzati a portare più chiarezza su questi temi.</p>
<p>Molti anni fa, ho lavorato per un’estate in Sud Africa. Sin dall’arrivo, mi resi conto della cruda realtà: ero nel Paese con il più elevato tasso di omicidi al mondo, gli stupri erano all’ordine del giorno e metà della popolazione (uomini e donne, gay ed etero indifferentemente) era positiva all’HIV.</p>
<p>Poiché grazie al mio lavoro e ai miei viaggi ho conosciuto centinaia di maestri e migliaia di praticanti spirituali, ho osservato che le nostre idee, concezioni ed esperienze spirituali si “infettano” con “contaminanti concettuali” – non ultimo un rapporto confuso e immaturo con complessi principi spirituali – sempre allo stesso modo e con la medesima facilità con cui un’invisibile e insidiosa malattia sessualmente trasmessa si diffonde.</p>
<p>Le seguenti dieci categorie non vanno intese come definitive, ma solo come uno strumento per diventare consapevoli di alcune delle più comuni malattie spiritualmente trasmesse.</p>
<p>1.  <em> La spiritualità “fast-food”</em>: Coniuga la spiritualità a una cultura che celebri la velocità, il multitasking e la gratificazione istantanea, e il risultato più probabile sarà la spiritualità “fast-food”. Quest’ultima è il prodotto dell’illusione, comune e comprensibile, che la liberazione dal dolore proprio della condizione umana possa essere facile e immediata. Tuttavia, una cosa è certa: la trasformazione spirituale non si può ottenere in un batter di occhi.</p>
<p>2.    <em>La finta spiritualità</em>. La finta spiritualità consiste nella tendenza a parlare, vestirsi e comportarsi come immaginiamo farebbe una persona spirituale. È una sorta di spiritualità imitativa che mima la realizzazione spirituale, così come la finta pelle leopardata imita quella autentica.</p>
<p>3.    <em>Motivazioni confuse</em>. Benché il nostro desiderio di evolverci sia puro e genuino, spesso è contaminato da motivazioni secondarie come il desiderio di essere amati, di appartenere a un gruppo, di riempire il nostro vuoto interiore; la speranza che il cammino spirituale elimini la nostra sofferenza e la nostra ambizione spirituale stessa; il desiderio di essere speciali, migliori, straordinari.</p>
<p>4.   <em> Identificazione con esperienze spirituali</em>. In questa malattia, l’ego si identifica con la nostra esperienza spirituale e la considera come sua; cominciamo a credere di essere la personificazione vivente di certe intuizioni sorte in noi in determinati momenti. Nella maggior parte dei casi, tale malattia non dura all’infinito, benché tenda a prolungarsi maggiormente in coloro che si ritengono illuminati e/o si comportano da insegnanti spirituali.</p>
<p>5.   <em> L’ego spiritualizzato</em>. Questa malattia si verifica quando la struttura stessa della personalità egoica si imbeve di idee e concetti spirituali. Il risultato è una struttura egoica “a prova di proiettile”. Quando l’ego si spiritualizza, siamo impermeabili a ogni aiuto, a nuove idee o feedback costruttivi. Diventiamo esseri umani impenetrabili e la nostra crescita spirituale si blocca (in nome della spiritualità stessa).</p>
<p>6.    <em>Produzione di massa di insegnanti spirituali.</em> Vi sono molte correnti spirituali alla moda che sfornano una dietro l’altra persone che si ritengono a un livello di illuminazione spirituale ben al di là di quello effettivo. Questa malattia funziona come una sorta di nastro trasportatore spirituale: assorbi questa luce, abbi quell’intuizione e – bam! – sei illuminato e pronto a illuminare gli altri allo stesso modo. Il problema non è tanto che tali persone insegnino, quanto che si presentino come maestri spirituali.</p>
<p>7.    <em>Orgoglio spirituale</em>. L’orgoglio spirituale sorge quando il praticante, attraverso anni di sforzi intensi, ha effettivamente raggiunto un certo livello di saggezza, ma usa questo risultato per chiudere le porte a qualsiasi nuova esperienza. La sensazione di “superiorità spirituale” è un altro sintomo di questa malattia spiritualmente trasmessa. Si manifesta sottilmente attraverso la sensazione “Io sono migliore, più saggio e superiore agli altri, perché sono spirituale”.</p>
<p>8.   <em> Mentalità di gruppo</em>. Anche nota come pensiero di gruppo, mentalità settaria o malattia degli ashram, la mentalità di gruppo è un virus insidioso che contiene molti elementi tradizionali della co-dipendenza. Un gruppo spirituale decide in modo invisibile e inconscio quali siano i modi giusti di pensare, parlare, vestirsi e comportarsi. I gruppi e gli individui infettati dalla “mentalità di gruppo” rifiutano le persone, gli atteggiamenti e le circostanze che non rispettano le regole, spesso tacite, del gruppo.</p>
<p>9.  <em> Il complesso degli Eletti</em>. Il complesso degli Eletti non riguarda solo gli ebrei. Consiste nella convinzione che “il nostro gruppo è il più spiritualmente evoluto, potente e illuminato; in poche parole, è il migliore di tutti”. C’è una grande differenza tra il pensare di avere scoperto la via, l’insegnante o la comunità migliori per sé, e il pensare di aver scoperto “il meglio in assoluto”.</p>
<p>10.    <em>Il virus mortale: “Sono arrivato”</em>. Questa malattia è tanto potente da essere potenzialmente mortale per la nostra evoluzione spirituale. Consiste nella convinzione di “essere arrivati” alla fine del cammino spirituale. Il progresso spirituale termina ogni qual volta questa convinzione si cristallizzi nella nostra psiche, poiché quando pensiamo di aver raggiunto la fine, ogni ulteriore crescita è impedita.</p>
<p>“L’essenza dell’amore è la percezione”, insegna Marc Gafni, “quindi l’essenza dell’amore di sé è la percezione di sé. Puoi innamorarti solo di qualcuno che riesci a vedere chiaramente, e questo vale anche per te stesso. Amare vuol dire avere occhi per vedere. È solo quando vedi chiaramente te stesso che cominci ad amarti”.</p>
<p>Nello spirito degli insegnamenti di Marc, ritengo fondamentale, in un cammino spirituale, individuare le malattie dell’ego e dell’auto-inganno comuni a tutti noi. È qui che abbiamo bisogno di sense of humour e del sostegno di autentici amici spirituali. Quando sul nostro cammino spirituale ci imbattiamo in ostacoli, a volte è facile cadere nella disperazione, perdendo fiducia nel cammino e stima in se stessi. Dobbiamo mantenere la fede, in noi stessi e negli altri, per poter davvero fare una differenza in questo mondo.</p>
<p>Tratto da <a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/1591797322/innernet-20" target="_blank">“Eyes Wide Open: Cultivating Discernment on the Spiritual Path”</a> (<a href="http://www.soundstrue.com" target="_blank">Sounds True</a>) per gentile concessione.</p>
<p>Il sito di Mariana Caplan:<a href="http://realspirituality.com/" target="_blank"> realspirituality.com</a></p>
<p>Mariana contribuisce anche a<a href="http://www.centerforworldspirituality.com/" target="_blank">l Center for World Spirituality </a></p>
<p>Copyright per la traduzione italiana: Innernet.</p>
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		<title>&#8220;Io sono quello&#8221; di Nisargadatta Maharaj, recensione</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Nov 2010 16:16:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Toshan Ivo Quartiroli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#8220;Io sono quello&#8221; è probabilmente il libro che ha contribuito maggiormente alla diffusione della filosofia non-duale Advaita negli ultimi decenni. Nisargadatta Maharaj descrive in modo instancabile cosa significa trovarsi nel suo stato di illuminazione rispondendo alle domande dei visitatori nella sua casa di Bombay. &#8220;Io sono quello&#8221; è diventato un classico della spiritualità moderna, oltre [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="Nisargadatta maharaj.io sono quello.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/nisargadatta-maharajio-sono-quello.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/nisargadatta-maharajio-sono-quello.jpg" alt="Nisargadatta maharaj.io sono quello.jpg" hspace="6" align="left" /></a>&#8220;Io sono quello&#8221; è probabilmente il libro che ha contribuito maggiormente alla diffusione della filosofia non-duale Advaita negli ultimi decenni. Nisargadatta Maharaj descrive in modo instancabile cosa significa trovarsi nel suo stato di illuminazione rispondendo alle domande dei visitatori nella sua casa di Bombay.</p>
<p>&#8220;Io sono quello&#8221; è diventato un classico della spiritualità moderna, oltre quattrocento pagine, un concentrato di saggezza e di filosofia non-duale. La lentezza forzata della lettura incoraggia la riflessione e il metabolismo di concetti poco familiari alla mente.</p>
<p>E’ un libro da leggere e da riprendere di tanto in tanto; le immagini illusorie e gli attaccamenti alle nostre identificazioni saranno lentamente liberate di pari passo al distacco delle pagine dalla rilegatura, che perlomeno nella mia edizione non era delle migliori (1) . <em>Io sono quello</em> è probabilmente il libro che ha contribuito maggiormente alla diffusione della filosofia non-duale Advaita negli ultimi decenni.</p>
<p>Nisargadatta Maharaj, il cui nome di battesimo è Maruti, è nato a Bombay nel 1897 da una famiglia povera. Suo padre si diresse verso la campagna per coltivare un pezzetto di terra in un villaggio del Maharashtra. Alla morte del padre, Maruti tornò a Bombay con il fratello maggiore alla ricerca di sostentamento per la madre e gli altri fratelli. <span id="more-503"></span></p>
<p>Aprì un piccolo negozio che vendeva vestiti per bambini, tabacco e beedie (pronunciato “bidi”), le tipiche sigarettine indiane. Per questo motivo Nisargadatta Maharaj è anche conosciuto con l&#8217;appellativo di “beedie baba”.</p>
<p><a title="Io sono quello Nisargadatta.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/io-sono-quello-nisargadatta.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/io-sono-quello-nisargadatta.jpg" alt="Io sono quello Nisargadatta.jpg" hspace="6" align="left" /></a>All’età di 34 anni è stato introdotto al suo guru, Sri Siddharameshwar Maharaj. Questi fece in tempo a dare poche istruzioni a Maruti prima di morire. Gliene diede una in particolare: gli disse di portare unicamente attenzione al senso di “Io sono”. Maruti obbedì e funzionò! Dopo circa tre anni si realizzò e prese il nome Nisargadatta.</p>
<p>Dopo un breve periodo di ascetismo nei monti dell’Himalaya, tornò a Bombay a vendere sigarette ed a ricevere i ricercatori nella sua casa. Morì nel 1981 a 84 anni, non prima di aver passato il testimone a Ramesh Balsekar che ha proseguito  l’insegnamento della tradizione Advaita fino alla sua morte nel 2009.</p>
<p><em>Io sono quello</em> è la trascrizione di conversazione avvenute tra Nisargadatta Maharaj e i visitatori nella sua casa di Bombay, nella classica forma di domande e risposte. In ogni domanda possiamo riconoscere la nostra domanda anche se non ancora pienamente cosciente. Sguardo penetrante, beedie perennemente attaccato alla bocca ed indole irascibile, tutto questo avveniva alla superficie di Nisargadatta Maharaj; in profondità non vi era alcuno che potesse alterarsi.</p>
<p>Nisargadatta descrive in modo instancabile cosa significa trovarsi nel suo stato di illuminazione. Parla con una profondità concettuale e una sorprendente capacità dialettica nonostante la sua condizione di semianalfabetismo. Le sue parole escono dall&#8217;esperienza diretta e personale, senza alcuna citazione né da &#8220;colleghi&#8221; mistici né dalle sacre scritture. Le mappe dell’essere, del testimone, della consapevolezza, della Coscienza universale e dell’Assoluto sono presentate in <em>Io sono quello </em>da un maestro che risiede contemporaneamente nell’Assoluto e nell’ordinario.</p>
<p>Tra le migliaia di risposte, il messaggio a cui sempre torna Nisargadatta è di rimanere presenti con il senso di “Io sono”, di immergersi in esso, finché la mente e le emozioni diventano una cosa sola con esso. Quando gli fu chiesto perché il ricordo di sé dovrebbe portare alla realizzazione, rispose che “sono due aspetti dello stesso stato. Il ricordo di sé è nella mente, la realizzazione di sé è oltre la mente. L’immagine nello specchio è del volto che sta al di là dello specchio”, enfatizzando in questo modo il ruolo della mente nel percorso di liberazione, poiché “dopotutto è la mente che crea l’illusione ed è la mente che se ne libera. Le parole possono aggravare l’illusione ma anche contribuire a dissiparla. Non c’è niente di male nel ripetere continuamente la stessa verità finché non diventa una realtà” (quest&#8217;ultima frase purtroppo funziona anche nel caso di menzogne ripetute).</p>
<p>La mente va usata come strumento di investigazione,  seppur inadeguata a contenere l’accecante Verità, è fondamentale per asportare gli ostacoli che si intromettono nel percorso verso la realizzazione: “Non cercare di conoscere la verità, poiché la conoscenza intellettuale non è vera conoscenza. Però puoi sapere che cosa non è vero, il che è sufficiente a liberarti dal falso.” L’idea stessa di possedere la verità è pericolosa “perché ti tiene imprigionato nella mente”. E’ solo quando si è coscienti di non sapere che si è liberi di indagare, e la mancanza di ricerca secondo Nisargadatta è la principale causa della nostra prigionia.</p>
<p>Nota 1: Dopo aver ricevuto una email da parte dell&#8217;editore Astrolabio, dicendomi che  &#8220;ci stupisce alquanto.  Apprendere che ai nostri volumi  si staccano le pagine, dato che sono tra i pochi nel panorama  nazionale a essere rilegati ancora con il filo di refe anziché con  paginazione a sola incollatura, è notizia degna di rilievo. E&#8217; la  rilegatura più solida possibile, anche più del volume cartonato. Ci piace pensare che lei lo abbia letto e riletto talmente tante volte  da danneggiarlo seriamente, viceversa che sia un&#8217;edizione abilmente  contraffatta e quindi non di nostra produzione. Talvolta ci è capitato di incontrarne sul mercato.&#8221;</p>
<p>L&#8217;articolo l&#8217;avevo scritto tempo addietro, il volume è originale e alcune pagine si staccavano. Ma effettivamente dire che l&#8217;edizione non era ben rilegata non è stato da parte mia corretto. Da ex-editore di libri so che possono capitare di tanto in tanto copie con alcuni difetti. Forse questo era il caso, oppure, più verosimilmente, il volume non è stato da me conservato con la dovuta cura mentre mi faceva compagnia tra un viaggio e l&#8217;altro.</p>
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<p><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1924&amp;isbn=88834013632">Nisargadatta Maharaj. Io sono quello. Astrolabio. 2001. ISBN: 8834013638</a></p>
<p><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1924&amp;isbn=888093001X">Nisargadatta maharaj (jean dunn curatore). Semi di consapevolezza. La saggezza di Nisargadatta Maharaj. Il punto d&#8217;Incontro. 1994. ISBN: 888093001X</a></p>
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		<title>Il risveglio della kundalini e la trasformazione della coscienza</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Aug 2010 15:48:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rick NurrieSearns</dc:creator>
				<category><![CDATA[Esperienze]]></category>
		<category><![CDATA[illuminazione]]></category>
		<category><![CDATA[Kundalini]]></category>
		<category><![CDATA[meditazione]]></category>

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		<description><![CDATA[La storia della trasformazione di Rick NurrieSearns, editore della rivista Personal Transformation. &#8220;Mi svegliavo improvvisamente e percepivo un&#8217;energia che si espandeva e risaliva dalle anche nella mia area lombare più bassa. All&#8217;epoca, quell&#8217;energia mi incuriosiva e spaventava allo stesso tempo.&#8221; Su ogni numero del periodico “Personal Transformation” pubblicavamo due o tre storie di potenti trasformazioni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="kundalini2.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/kundalini2.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/kundalini2.jpg" alt="kundalini2.jpg" hspace="6" align="left" /></a>La storia della trasformazione di Rick NurrieSearns, editore della rivista Personal Transformation. &#8220;Mi svegliavo improvvisamente e percepivo un&#8217;energia che si espandeva e risaliva dalle anche nella mia area lombare più bassa. All&#8217;epoca, quell&#8217;energia mi incuriosiva e spaventava allo stesso tempo.&#8221;</p>
<p>Su ogni numero del periodico “Personal Transformation” pubblicavamo due o tre storie di potenti trasformazioni personali sperimentate da vari individui.</p>
<p>Negli anni trascorsi a pubblicare ed esaminare storie altrui, non avrei mai sognato che io stesso avrei scritto una storia di trasformazione personale sulla mia vita. Né avrei mai sognato che la mia trasformazione personale avrebbe messo fine alla rivista che avevo fondato nove anni prima. Ma questo è proprio ciò che accadde. Ecco la storia della mia trasformazione.</p>
<p>Sono trascorsi più di due anni da quando chiusi le porte dell’ufficio della nostra casa editoriale. L’ultimo giorno di apertura liquidammo tutta la nostra attrezzatura d’ufficio e me ne andai con una gran quantità di libri e scatole di documenti che riempirono la mia auto.</p>
<p>Mentre guidavo verso casa, quel giorno dopo la svendita, mi colpì il fatto di non essere addolorato dalla fine della rivista per la quale avevo lavorato molti anni. Stavo sperimentando una gioia e una leggerezza che non erano turbate dal dramma esterno della fine di un’attività. La gioia scaturiva da una calma e da una presenza interiori, un&#8217;accettazione di “ciò che è” non influenzata da aspettative sul futuro o dai ricordi del passato. Io ero, semplicemente.<span id="more-487"></span></p>
<p>Avevo cominciato la mia ricerca spirituale circa ventiquattro anni prima. Praticavo regolarmente la meditazione seduta, ma avevo smesso di farla più o meno sette anni prima degli eventi che vi sto per raccontare. Avevo smesso di praticare la meditazione seduta perché avevo cominciato a sperimentare un&#8217;energia travolgente vicino alla base della spina dorsale.</p>
<p>Ero molto confuso su quell’energia e non sapevo se stessi facendo qualcosa di giusto o sbagliato. Mi consultai con un certo numero di amici che meditavano e con un paio di insegnanti di meditazione, ma nessuno sapeva realmente quello che stava accadendo e i loro suggerimenti non furono di aiuto.</p>
<p>Decisi di abbandonare la meditazione seduta e di concentrarmi di più su un lavoro di tipo psicologico. Comunque, continuai ogni giorno la mia pratica della camminata meditativa, cercando nel contempo di rimanere centrato e attento a quello che facevo durante la giornata. Cominciai anche a integrare la meditazione con le cose che facevo normalmente, come lavare i piatti, tagliare l&#8217;erba, andare a dormire e pulire la casa.</p>
<p><a title="Il risveglio della kundalini 1.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/il-risveglio-della-kundalini-1.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/il-risveglio-della-kundalini-1.jpg" alt="Il risveglio della kundalini 1.jpg" hspace="6" align="left" /></a>Iniziai a partecipare a gruppi di crescita personale e seminari con mia moglie. Poiché lei era una psicoterapeuta professionista, doveva frequentare molti training all’anno per mantenere la licenza statale. Fortunatamente durante gli anni ‘90 venivano offerti molti intensivi, gruppi di lavoro e seminari di qualità.</p>
<p>Frequentavamo dai tre ai quattro intensivi e seminari ogni anno, entrando in contatto con molti validi insegnanti e con diversi autori di opere sulla crescita personale e spirituale. Alcuni dei gruppi di lavoro più utili per me miravano a integrare le parti inconsce del sé. Capii che dentro di me c’erano persone e aspetti diversi che spesso si sabotavano a vicenda, provocandomi molto stress inutile, ansia e dispersione d’energia. Frequentammo anche alcuni utili gruppi di psicoterapia centrati sul corpo, che mi aiutarono a entrare in contatto con quest’ultimo.</p>
<p>Cominciai ad andare in psicoanalisi e dopo aver provato con diversi terapeuti, trovai qualcuno col quale fui in grado di connettermi. Riuscii a smuovere qualcosa e a integrare parti di me che erano più congelate e rigide. Cominciai anche a trascrivere giornalmente i miei sogni e presi parte a un gruppo di lavoro sul sogno.</p>
<p>Continuavo a sperimentare un&#8217;energia potente alla base della spina dorsale, ma questo accadeva solamente nel mezzo della notte, quando dormivo da un paio di ore. Mi svegliavo improvvisamente e percepivo un’energia che si espandeva e risaliva dalle anche nella mia area lombare più bassa. All’epoca, quell’energia mi incuriosiva e spaventava allo stesso tempo. Provai a lasciarmi andare in essa, ma quando lo facevo l&#8217;energia aumentava bruscamente e il mio corpo si scuoteva in modo incontrollabile; contemporaneamente, percepivo una strana rigidità nei muscoli.</p>
<p>Raccontai la mia esperienza a un’amica e lei mi disse che poteva trattarsi di uno spirito che cercava d’impossessarsi di me. Preoccupato e spaventato, per mesi provai vari sistemi di purificazione e protezione nel tentativo di respingere l&#8217;esperienza. Nulla sembrò allontanarla e, dopo averci riflettuto, sentii che si trattava di qualcosa di interno piuttosto che di esterno a me. Nei mesi seguenti mi abituai a svegliarmi in quell’energia travolgente e non mi impensierivo più di tanto.</p>
<p>A metà degli anni ‘90 l&#8217;energia subì una trasformazione: quando mi svegliavo nel mezzo della notte, cominciavo a sperimentarla come energia sessuale. Sperimentare sessualmente l&#8217;energia era molto più piacevole rispetto allo scuotimento e alla tensione muscolare precedenti, ma mi sentivo ancora a disagio, in quanto quell’energia era incontrollabile. Inoltre, mi spaventava sperimentare qualcosa di così intenso e primordiale.</p>
<p>Un paio di anni più tardi l&#8217;energia sessuale primordiale divenne sempre più intensa e in certe occasioni cominciò a manifestarsi durante il giorno. Quando l&#8217;energia emergeva, mi sentivo sessualmente carico al punto da essere consumato da un fuoco impetuoso di lussuria. Era un‘energia totalmente al di là del pensiero e priva di discriminazione etica o morale, quindi molto primordiale.</p>
<p>Cominciai a preoccuparmi del fatto che, se questa energia si fosse manifestata mentre mi trovavo lontano da casa a uno dei molti seminari, gruppi di lavoro o conferenze che stavo frequentando, molto probabilmente avrei potuto tradurla in pratica sessuale con una persona diversa da mia moglie. Essendo legato a un vincolo di fedeltà e desiderando rispettarlo, ciò divenne molto angosciante.</p>
<p>Al ritorno da un intensivo di dieci giorni sulla crescita personale, compresi che se non avessi affrontato quello che stava accadendo, potevo facilmente divenire vittima del manifestarsi di quell’energia. Chiamai un insegnante spirituale che conoscevo e gli raccontai la storia del risveglio dell’energia. Lui mi suggerì di avere un rapporto sessuale con un&#8217;altra donna come modo di esplorare l&#8217;energia, aggiungendo che, se non l’avessi utilizzata, non avrei mai assaporato la vita fino in fondo. Tuttavia, se l’avessi utilizzata, avrei messo probabilmente a dura prova la mia relazione con Mary.</p>
<p>Utilizzare quell’energia mi sembrava sensato, ma altrettanto non potevo dire dell’avere intenzionalmente un rapporto sessuale. Mi sentivo in conflitto sul perché quella persona mi aveva dato un tale consiglio sapendo che sarebbe stato così devastante per la mia relazione con Mary. Valutai questo consiglio per diversi giorni, riconoscendo che dovevo utilizzare quell&#8217;energia per andare avanti nella vita, ma ritenni sbagliato sacrificare la mia relazione con Mary.</p>
<p>La mia riflessione su come impiegare l&#8217;energia divenne un intenso dilemma personale che mi assorbì completamente. Era, per me, come un koan Zen senza risposta; sembrava non esserci soluzione logica. Mentre una mattina guidavo verso l’ufficio, riflettevo su come impiegare appieno questa energia, ma rimanendo integro nella mia relazione. Sentivo che se l’avessi utilizzata al massimo della sua pienezza, mi sarei trovato sessualmente senza controllo. Sembrava un dilemma irrisolvibile.</p>
<p>Mentre meditavo profondamente su questa domanda, improvvisamente fui sommerso da un’erotica e potente sensualità, come se il mio corpo e il mio essere si stessero unendo a un’energia femminile vasta, dinamica ed elettrizzante. La mia visione si intensificò con il riconoscimento di una spaziosità immensa insieme a una consapevolezza quasi microscopica che tutto era energeticamente vivo. La consapevolezza si espanse, si acuì e mi sentii come se fossi in fiamme. L&#8217;esperienza sommerse il mio intero essere, in modo molto più potente e gioioso di quanto avessi mai sperimentato.</p>
<p>Quella mattina d’autunno del 1999 riuscii a stento a guidare per gli ultimi chilometri che mi separavano dal lavoro. Qui non potei fare altro che stendermi sul pavimento. Feci uno sforzo per scrivere qualcosa sulla mia esperienza, ma il meglio che riuscii a fare furono pochi versi di una poesia. Nonostante fossi mentalmente molto lucido e consapevole, la mia capacità di scrivere, leggere e conversare era grandemente indebolita. L&#8217;energia era estaticamente dolce, ma ero anche mentalmente spossato, dato che mi trovavo con i tempi di produzione stretti per la rivista ed ero completamente incapace di lavorare.</p>
<p>Dopo diversi giorni, la mia esperienza dell&#8217;energia mutò. Sperimentai l&#8217;energia come una corrente impersonale di beatitudine, il che vuol dire che non aveva più una connotazione sessuale e sensuale. Ero così sopraffatto dall’energia che quando cessai di resistervi e mi lasciai andare a essa, mi trovai completamente incapace di intendere e di volere, colmo di timore riverenziale e di beatitudine per il resto della giornata.</p>
<p>Guidare, lavorare al computer e conversare divennero attività molto difficili, perché quell’esperienza era molto travolgente. Dopo diversi giorni cominciai a sentirmi angosciato, visto che ero ancora incapace di lavorare. Chiamai un paio di insegnanti spirituali di mia conoscenza per avere la loro opinione su quello che stava accadendo.</p>
<p>Uno mi dette un elenco di cose che avrei potuto fare per soffocare l&#8217;esperienza, all’altro sembrava che io stessi resistendo e fossi impaurito; secondo lui, l&#8217;energia che si stava manifestando poteva essere una parte di me che cercava di esprimersi. Il secondo suggerimento mi sembrò sensato, visto che avevo tentato di tutto per controllare o trasformare quell&#8217;energia, ma senza alcun risultato.</p>
<p>Un paio di notti dopo rimasi alzato fino a tardi nel tentativo di organizzare il mio lavoro per la rivista, usando ogni briciola di energia per portare a termine il compito. Fu un momento molto difficile, visto che quella notte l&#8217;energia era particolarmente potente.</p>
<p>Esausto, mi distesi a riposare; l&#8217;energia si amplificò al punto da assomigliare a una gigantesca onda marina pronta a sommergermi. Il fiotto mi stava avvolgendo così completamente che, qualunque cosa avessi fatto, non avrei potuto fermarlo. L&#8217;energia che si era sollevata sembrava che stesse quasi per annichilirmi e conclusi che stavo entrando nel processo della morte.</p>
<p><a title="Il risveglio della kundalini 2.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/il-risveglio-della-kundalini-2.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/il-risveglio-della-kundalini-2.jpg" alt="Il risveglio della kundalini 2.jpg" hspace="6" align="left" /></a>Essendo curioso di osservare la mia morte, decisi di rimanere aperto e consapevole, senza tirarmi indietro di fronte a ciò che stava per accadere. A quel punto mi arresi accettando totalmente e senza condizioni la mia morte.</p>
<p>L&#8217;onda di energia mi lavò trasformandomi in luce assoluta. Non mi portò nella luce, ma mi trasformò nella luce stessa. La parola &#8220;luce&#8221; rende solo in piccola parte ciò che “essa” è. “Essa” è molto di più che luce, è essenza, coscienza ed energia infinite, fuse insieme. In verità è oltre ogni pensiero e descrizione. C&#8217;era una coscienza lucida ma nessuno &#8220;io&#8221;, nessuno soggetto né oggetto. L&#8217;esperienza di essere &#8220;quello&#8221; era profondamente estatica.</p>
<p>La mia consapevolezza si ritirò e si librò, in senso figurato, al limite di &#8220;quello”. Vidi che il nulla e il vuoto circondavano l’essenza assoluta. Permisi alla mia consapevolezza di trasferirsi nuovamente in &#8220;quello&#8221;.</p>
<p>Quando la mia consapevolezza si ritirò di nuovo, divenni consapevole che anche al limite ultimo di questa essenza infinita non potevo trattenere completamente &#8220;quello&#8221; nella mia coscienza. Solamente essendo “quello” potevo afferrarlo completamente.</p>
<p>Di nuovo permisi alla consapevolezza di trasferirsi in &#8220;quello&#8221; e tentai di guardare più in profondità. Ma lo sforzo di guardare più in profondità mi allontanò dall&#8217;essere &#8220;quello&#8221;. Abbandonai ogni sforzo e di nuovo mi unii più profondamente con &#8220;quello&#8221;.</p>
<p>Quando la mia consapevolezza emerse e tornai volontariamente all’autocoscienza della mia mente, cercai di non perdere la consapevolezza di “quello”. Sentii come se mi stessi ristabilendo sempre più profondamente nella pesantezza e nella “massa” della mia personalità egoica. Vidi come ciò che avevo identificato come Rick, con i suoi ricordi e le sue preferenze, era tutto basato su una falsa nozione e percezione del sé.</p>
<p>Provai disappunto nello sperimentare il peso della personalità. Ciò che Rick era stato sembrava senza valore, vuoto, insignificante e pesante. Mi sedetti e guardai l&#8217;orologio: erano passate quasi due ore.</p>
<p>Quella mattina fui in uno stato di meraviglia profonda. Sperimentare la coscienza senza soggetto né oggetto annullò il terreno e il fondamento dell’identità personale. Per colui che avevo pensato di essere, l&#8217;esperienza fu un terremoto sconvolgente. Vedere il sé personale come immaginario e privo di sostanza mi lasciò ammutolito e in uno stato di choc.</p>
<p>Mi sentivo completamente travolto e non riuscivo a occuparmi del lavoro. Il semplice essere vivo era una gioia intensa, immediata, estatica e incredibile.</p>
<p><strong>Appunti dal mio diario, 30 giugno 2002<br />
</strong><br />
Negli ultimi sei mesi, dopo aver scritto la storia del mio risveglio, ho voluto aggiungere qualcosa su quella che è stata la mia esperienza dal momento dell’illuminazione, accaduta tre anni fa. Quindi ho sfogliato il mio diario quotidiano e ho messo insieme temi e commenti che pensavo sarebbero stati interessanti.</p>
<p><strong>Fisico</strong></p>
<p>Quando l&#8217;energia (la kundalini) risalì nel mio corpo, quella notte del risveglio, cambiò la forma del mio cranio. Lungo la sutura sagittale si era formata una prominenza nell&#8217;osso del cranio dalla corona alla fronte. Nei primi mesi, mentre sedevo in meditazione, il cranio si ammorbidiva e lo sentivo flessibile come la testa di un neonato. L&#8217;osso del cranio cambiava forma col flusso e il riflusso dell&#8217;energia.</p>
<p>Un giorno di novembre del 1999, andando al lavoro, m’imbattei nei miei genitori e raccontai la mia esperienza di beatitudine, menzionando anche il cambiamento di forma del mio cranio. Mi guardarono convinti che avessi un tumore al cervello o qualcosa di grave, visto che la beatitudine non è una cosa normale. Quando riferii a mia moglie Mary che secondo loro avrei dovuto vedere un dottore, anche lei si preoccupò. Dopo diversi giorni di fastidiose discussioni, acconsentii a vedere un dottore per scoprire se ci fosse davvero qualcosa di sbagliato a livello fisico.</p>
<p>Un mio amico dottore mi prescrisse una risonanza magnetica e una radiografia, ma entrambe esclusero la presenza di qualsiasi disfunzione. L’infermiera del laboratorio radiografico fu quella che mi venne maggiormente in aiuto quando commentò: “Caro, probabilmente qui non troverai nessuna risposta”.</p>
<p>Più tardi, scoprii che l&#8217;agopuntura era molto utile per favorire l’adattamento del corpo a un’energia così elevata. Anche il lavoro fisico, lo yoga e le passeggiate nella natura furono di grande aiuto.</p>
<p><strong>Dolore</strong></p>
<p>Per alcuni giorni dopo il risveglio, provai dolore per la morte di colui che ero stato, per la vita che era finita. Era come se soffrissi per la morte di un grande amico (me stesso). Questo dolore era anche piuttosto strano, in quanto allo stesso tempo mi sentivo pieno di gioia.</p>
<p><strong>“Essere la strada”</strong></p>
<p>Diversi giorni dopo il risveglio mi feci coraggio e guidai fino in città per prendere la corrispondenza all’ufficio postale locale. Guidare una macchina con elevata consapevolezza fu una nuova sfida, dato che essere consapevole di molte cose allo stesso tempo era assai impegnativo e ostacolava la mia capacità di guida.</p>
<p>Di solito, quando guido, non sono consapevole di certe funzioni e opero piuttosto meccanicamente. Quella mattina tutto era presente nella mia consapevolezza. Momento dopo momento, facevo nuova esperienza dei sensi del tatto, della vista, dell’odorato e dell’udito insieme alla consapevolezza del respiro e dei miei pensieri. Le esperienze si accatastavano l’una sull’altra, tutte nuove e simultanee.</p>
<p>Quando entrai nella macchina, potei sentire la pelle della schiena che toccava la maglietta e il sedile. Percepii il calzino a contatto con il piede non appena pigiai la scarpa sull’acceleratore. Quando partii, vedevo allo stesso tempo il tachimetro, sentivo il piede sul pedale, tenevo la corsia corretta, facevo attenzione al traffico e ricordavo dove mi stavo dirigendo.</p>
<p>Era una bellissima giornata con il cielo di un blu cristallino, sentivo l&#8217;aria che passava dal finestrino aperto e percepivo il sole sulle braccia. Il massimo che potei fare fu tenere una velocità di 70 chilometri l’ora, visto che c’erano troppe cose da assimilare. Per fortuna, quel giorno c&#8217;erano poche macchine sulla strada. Non appena cominciai a guidare, tutto divenne molto vivo e movimentato; infatti, stavo vedendo molte più inquadrature al secondo rispetto al normale. In particolare, mentre guidavo osservavo la strada di fronte a me: la grana, il colore, il modo in cui la luce faceva splendere un poco l’asfalto.</p>
<p>Mentre assimilavo l’esperienza della guida in tutte le sue sfumature, notai delle crepe sulla strada davanti a me; esse formavano delle rientranze increspate che costituivano l’inizio di una buca. Mentre osservavo le fessure, divenni improvvisamente tutt’uno con la strada, perdendo consapevolezza di qualsiasi altra cosa: c&#8217;era soltanto la strada.</p>
<p>Un momento o due più tardi, sussultai ricordandomi che stavo guidando la macchina, e la mia coscienza ritornò immediatamente alla guida dell’automobile. Il proseguimento del viaggio in macchina quella mattina fu carico di tensione: lottavo per mantenere la consapevolezza in modo da non sentirmi una cosa sola con alcunché, rischiando di fare un incidente.</p>
<p><strong>Il Karma cancellato</strong></p>
<p>Dopo il risveglio, i vecchi desideri, le antipatie e le ossessioni non avevano più alcuna influenza su di me. Mi resi conto che erano in grado di influenzarmi solamente se vi investivo intenzionalmente dell’energia. Le abitudini accumulate dall’inizio della vita furono cancellate.</p>
<p>Una delle tendenze abituali che sparirono dalla mia vita fu l&#8217;attrazione per il sesso opposto. Fin dalla pubertà avevo sviluppato l&#8217;abitudine di osservare il corpo di donne che mi attraevano, ma stavo anche attento a non perdermi in tale osservazione. Sia il guardare sia lo sforzo di non perdermi nell’osservazione assorbivano molta energia.</p>
<p>L’abbandonare questa preoccupazione fu liberatorio, in quanto rilasciò una notevole energia. Nei tre anni seguenti al mio risveglio ho avuto modo di osservare che quando indulgo di nuovo alle vecchie abitudini, inconsapevolmente o consapevolmente, l&#8217;esperienza dell’energia estatica diminuisce e ho la sensazione di essermi contratto in uno spazio più piccolo.</p>
<p><strong>Patologia</strong></p>
<p>Alcune settimane dopo il risveglio, preso dall’entusiasmo, parlai con alcuni parenti e amici della mia esperienza. Imparai rapidamente come ci sia, nella nostra società, una forte tendenza a interpretare in modo patologico le esperienze spirituali. Questo mi apparve vero soprattutto quando parlai ad altri dell&#8217;esperienza del &#8220;non-sé&#8221;.</p>
<p>Dapprima ero sconcertato dalla reazione altrui, poiché quello che sperimentavo era di gran lunga più vero e appagante di qualsiasi cosa avessi conosciuto prima, ma gli sguardi che ricevevo esprimevano scetticismo, dubbio, incredulità e lasciavano capire che doveva esserci qualcosa di sbagliato in me.</p>
<p>Personalmente, posso capire tali dubbi e scetticismo. In passato, come editore, avevo utilizzato lo stesso scetticismo quando leggevo centinaia di storie di trasformazioni personali. In molti casi sembrava che i protagonisti stessero impazzendo, piuttosto che ampliando la comprensione.</p>
<p>Dopo i primi due mesi, un amico esperto sia di filosofia orientale sia di psicologia occidentale mi disse un proverbio cinese: “La differenza tra un uomo saggio e uno sciocco è che l&#8217;uomo saggio sa quando è il momento di parlare e quando no”. Dopo avere sentito il proverbio, feci più attenzione alle persone cui raccontare le mie esperienze.</p>
<p><strong>Emozioni</strong></p>
<p>Un mese o due dopo il risveglio, scoprii di aver sviluppato una personalità cupa per mascherare la mia gioia esuberante e l’esperienza della beatitudine. Mascheravo la gioia per cercare di evitare interpretazioni patologiche da parte di amici e parenti. Cominciai a pensare che nella nostra società la depressione o la malinconia fossero più accettate della spensieratezza e dell’allegria.</p>
<p>Scoprii quella personalità una mattina, quando mi sentivo completamente stressato perché non ero riuscito a terminare il lavoro e stavo indietro con i tempi di pubblicazione. Mi sedetti a considerare la mia situazione. Riportai con parole il disagio a me stesso: “Sono stressato perché sono completamente sommerso dalla gioia e dalla beatitudine, e quindi incapace di lavorare”. Dopo essermi detto questo a voce alta, scoppiai a ridere, perché il più grande lamento della mia vita sembrava decisamente assurdo.</p>
<p><strong>Gioia e beatitudine</strong></p>
<p>Ci volle del tempo per rilassarmi nell’esperienza di queste grandi energia, gioia e beatitudine. In precedenza, mi accontentavo di un’energia molto inferiore. Dopo l&#8217;apertura, compresi quante strategie avevo messo in atto per abbassare il livello della mia energia. In passato, quando la mia energia cominciava a salire, mangiavo, dormivo, facevo sesso, mi impegnavo in lavori faticosi, stavo alzato fino a tardi, lavoravo più a lungo, facevo docce calde, diventavo malinconico, preoccupato, leggevo, guardavo la tivù, ecc.</p>
<p>Sono passati quasi tre anni dal risveglio e la beatitudine è diventata un’esperienza normale. Nel primo anno dopo il risveglio ero completamente trascinato da quell’energia di beatitudine, e talvolta ciò ancora accade. Questa esperienza, però, si è ridotta in modo significativo da quando sono diventato capace di essere più presente, senza identificarmi o separarmi da essa. Generalmente, essere beatitudine vuol dire essere ciò che &#8220;è.&#8221;</p>
<p>Ci sono altri momenti in cui penso di essere in beatitudine e mi identifico con l&#8217;esperienza. In quelle occasioni sono un passo indietro dall’unione con la beatitudine, e ne divengo separato come qualcuno che stia avendo un’esperienza.</p>
<p>Negli ultimi due anni, l’energia della beatitudine è stata molto difficile da sperimentare durante i momenti di estremo dolore fisico (come quando accidentalmente mi colpii il dito con un martello da fabbro). Da un anno non è più così: infatti, ora sperimento la beatitudine e il dolore alla stesso tempo. Ho scoperto che tutto dipende da dove poniamo l’attenzione. I momenti dolorosi ai quali mi riferisco non erano della gravità del taglio di una gamba o dell’essere inchiodato a una croce, ma so che l’essere profondamente radicato in questa capacità di mantenere la consapevolezza è il mio margine di crescita.</p>
<p><strong>Alla ricerca di una definizione</strong></p>
<p>Dopo il risveglio, passarono diversi mesi prima che fossi capace di tornare a leggere normalmente; infatti, tutto ciò che era scritto era molto difficile da decifrare. Al lavoro mi ci volle circa un&#8217;ora per scrivere una frase. Impiegavo meno tempo per leggere, ma era ancora difficile usare quella parte del mio cervello.</p>
<p>Una volta tornato in grado di leggere, trascorsi molto tempo a studiare libri sulla coscienza e l’illuminazione nello sforzo di capire quello che era successo. Presi contatto con molti insegnanti e autori spirituali cercando delle risposte. L’obiettivo della mia ricerca era capire che cosa fare, dal momento che sentivo di avere un piede nella sfera mondana e uno in quella spirituale.</p>
<p>Non mi sentivo totalmente in nessuna delle due. Anche se una parte di me sapeva che tutto andava bene, un’altra si sentiva scossa. Inoltre, avevo la curiosità intellettuale e il bisogno di capire, verificare e dare un nome a ciò che avevo sperimentato.</p>
<p>Essere un editore mi fu di grande aiuto nel contattare degli insegnanti spirituali. Poiché pubblicavamo periodicamente le loro opere, ero stato in contatto con molti di loro. L&#8217;insegnante spirituale al quale mi sentii più vicino apparteneva alla tradizione Zen. La sua capacità di rispecchiare il mio stato di coscienza, verificando e confermando la mia esperienza di illuminazione, mi aiutò moltissimo.</p>
<p>Attraverso i miei studi sulla filosofia orientale, imparai che l&#8217;esperienza della coscienza senza oggetto né soggetto è chiamata <em>nirvikalpa-samadhi</em>, illuminazione o risveglio. L&#8217;esperienza della beatitudine estatica è chiamata <em>nirvana</em>. Mi sentii sollevato nel dare un nome alla mia esperienza, e provai gioia perché sapevo e capivo quello di cui i saggi stavano parlando.</p>
<p><strong>La pratica della meditazione</strong></p>
<p>Alcuni mesi dopo il risveglio, un amico spirituale mi suggerì di riprendere a meditare, così cominciai a sedere ogni mattina per un paio d’ore. Piuttosto che assumere l&#8217;atteggiamento di chi ha raggiunto la meta, sentii che ora avevo realmente qualcosa su cui affondare i denti. Cominciai la mia pratica meditativa con la mente di un principiante e la sensazione che stavo appena iniziando un viaggio spirituale.</p>
<p>All&#8217;inizio dovetti imparare a tenere gli occhi aperti durante la meditazione per evitare di sparire nel nulla. Quando chiudevo gli occhi, sprofondavo in un vuoto in cui non c’era né &#8220;io&#8221; né altro. Lasciai andare tutte le idee precedenti su quello che pensavo fosse la meditazione o su cosa dovesse essere. All’inizio, lasciando andare il tentativo di fare qualcosa, ebbi dei momenti difficili. Ognuno dei moti più profondi della mia meditazione sopraggiungeva quando mi lasciavo andare e mi arrendevo completamente, senza tentare di fare qualcosa.</p>
<p>Gli insegnanti di meditazione precedenti mi avevano insegnato a osservare il respiro durante la meditazione, ma nella mia nuova pratica questo non mi sembrava più di alcuna utilità. Mi accorgevo ora che osservare il respiro teneva la mente impegnata e che era di gran lunga più utile lasciare che la mia attenzione si posasse su una sensazione piacevole nel corpo.</p>
<p>Era meno probabile che questo attivasse il processo del pensiero. La maggior parte delle volte, dopo aver mantenuto l’attenzione sulla sensazione piacevole per un po&#8217; di tempo, essa diveniva una cosa sola con le sensazioni, portandomi a stati meditativi più profondi.</p>
<p>Questa meditazione, adatta al mio temperamento, era affiorata dal mio interno quando mi ero liberato dalle idee preconcette sulla meditazione. Dopo alcuni mesi di pratica della &#8220;mia meditazione&#8221;, una mattina, alla ricerca di ispirazione, presi casualmente dalla mia libreria il libro &#8220;Who is My Self&#8221; di Ayya Khema. Fui sorpreso di scoprire che la meditazione che era affiorata era effettivamente una meditazione buddhista descritta nel libro di Khema.</p>
<p>Dopo un paio di mesi di pratica meditativa, scoprii che ero in grado di tenere gli occhi aperti e di sperimentare allo stesso tempo il mondo dei fenomeni e il vuoto. La mia esperienza non riguardava né l’uno né l&#8217;altro, ma ambedue, il vuoto e il mondo dei fenomeni. Osservarli come se fossero una cosa sola fu un’esperienza di grande meraviglia per me: tutto esisteva e non esisteva allo stesso tempo. Questa esperienza spontanea e simultanea di ciò che è manifesto e di ciò che è invisibile viene definita <em>sahaja-samadhi</em>.</p>
<p><strong>Il tafano</strong></p>
<p>Circa un anno dopo il risveglio, mi accorsi che la meditazione avveniva senza sforzo e che profondi stati meditativi si verificano spontaneamente durante il giorno e la notte.</p>
<p>Un caldo pomeriggio, dopo aver lavorato nel cortile, mi sentivo esausto al punto che non riuscivo più a lavorare fisicamente. Quindi decisi di rientrare per finire del lavoro di contabilità sul computer, che avevo lasciato interrotto da molto tempo. Non appena mi sedetti di fronte al computer, notai che nel mio corpo l’energia della beatitudine si accrebbe e trovai sempre più difficile portare la consapevolezza sulla contabilità o su qualsiasi altra cosa. Nella casa mi sentivo in qualche modo prigioniero, per cui uscii a sedermi all’ombra del portico.</p>
<p>Quando mi rilassai sulla sedia precipitai in un profondo stato meditativo. Tutto sembrò rallentare e percepii la consapevolezza espandersi oltre il mio corpo verso l&#8217;ambiente circostante. Ogni cosa era di un colore vibrante e vivido, l’aria sembrava spessa e piena d’energia. Gli uccelli stavano cantando, le foglie degli alberi frusciavano dolcemente nella brezza e le libellule volavano in cerchio intorno alla fontana del giardino. Mi rilassai e sprofondai nella presenza.</p>
<p>Un tafano volò intorno all&#8217;angolo della casa, volando come fanno i tafani, così veloce da essere appena visibile. Ma non appena questo tafano si avvicinò, vidi le sue ali muoversi lentamente su e giù, come se lo stessi guardando attraverso una macchina fotografica che riprende innumerevoli inquadrature al secondo.</p>
<p>Quando il tafano volteggiò ad alcuni metri dal mio corpo, il mio punto di osservazione sembrava essere a due centimetri da esso. Notai la cresta del suo capo alla sinistra e vidi il suo occhio a più lenti mandare innumerevoli riflessi, come se lo stessi guardando attraverso una lente di ingrandimento.</p>
<p>In un altro momento si registrò nella consapevolezza che c&#8217;era soltanto il tafano e nient’altro. L&#8217;immediatezza e l&#8217;intimità del tafano mi sgomentarono e tornai di nuovo indietro alla consapevolezza della mia mente; in quello stesso istante, il tafano zoomò via riprendendo la consueta velocità.</p>
<p>Questi stati di samadhi (l&#8217;assorbimento totale in un oggetto) sono accaduti spontaneamente in relazione ad altri oggetti, persone ed animali. Quando accadono, c&#8217;è una conoscenza diretta e totale di ciò che è percepito. Esprimere quello che si prova è una sfida simile al tentare di tradurre in parole una montagna di conoscenza.</p>
<p><strong>“Essere il cielo”</strong></p>
<p>Una mattina, mentre lavoravo nel cortile per costruire una fontana, meditavo sulla natura della coscienza e delle esperienze meditative che mi stavano succedendo. Per buona parte della giornata, mi chiesi come sarebbe stato vivere dallo spazio della mia più profonda consapevolezza. Poiché mi servivano dei ricambi per le tubature della fontana, decisi di andare in città a prenderli.</p>
<p>Mentre guidavo e valutavo come sarebbe stato vivere dalla mia più profonda consapevolezza, quest’ultima si espanse spontaneamente. Era come se mi trovassi 500 metri sopra la macchina e potessi vedere ogni cosa contemporaneamente – sopra, sotto e tutt’intorno – rimanendo allo stesso tempo consapevole della guida. Vedevo la strada dall’interno dell’automobile e contemporaneamente da un’altezza di 500 metri; ero consapevole in tutte le direzioni. Vedevo gli alberi, il vento, il cielo, l&#8217;odore delle foglie, la ghiaia sulla strada. Poi, veloce come era arrivata, l’espansione se ne andò lasciandomi a guidare la macchina lungo la strada.</p>
<p><strong>Sonno</strong></p>
<p>Dopo il risveglio, il sonno è stato uno dei cambiamenti più sconcertanti nella mia vita quotidiana. Per più di un anno e mezzo dopo il risveglio, non persi mai la consapevolezza. La notte, dopo essere andato a letto, rimanevo coscientemente desto. Stavo disteso e meditavo o semplicemente osservavo la mente che pensava e sognava.</p>
<p>Per mesi ne fui disturbato e compresi com’ero attaccato alla coscienza del sonno. Al mattino mi sentivo sempre riposato e rilassato, mentre molto raramente provavo stanchezza durante il giorno. Uno dei piacevoli effetti collaterali della consapevolezza costante era la dilatazione del tempo. Da quando dormivo poco, ero libero di fare ciò che desideravo durante la notte. Di solito, andavo a fare delle passeggiate coi nostri cani o sedevo a guardare il cielo notturno.</p>
<p>Dopo essermi fatto male al fondo schiena lavorando sul tetto, provavo dolore a sdraiarmi. Un effetto collaterale di questo dolore fu che, per sentirlo di meno, cercavo di perdere coscienza durante il sonno. Dopo tale infortunio, il mio sonno è cambiato: qualche volta sono consapevole e qualche volta no.</p>
<p>Tre anni dopo, retrospettivamente, ho compreso che le mie idee su quanto sonno sia necessario entravano in conflitto con la realtà. Mi era stato insegnato, e ci avevo creduto, che avevo bisogno di almeno otto ore di sonno a notte e che, se non dormivo abbastanza, c’era qualcosa di sbagliato.</p>
<p>Il mio desiderio di incoscienza nel sonno è direttamente collegato all’identificazione con la mia personalità e all’attaccamento con le emozioni e i pensieri della giornata. Quando mi identifico con la preoccupazione, il dolore, la rabbia o la tristezza, la mia energia si dissipa e sento il bisogno di un sonno più inconscio.</p>
<p><strong>Illuminazione</strong></p>
<p>Per spiegare che cosa sia l’illuminazione, vi racconterò una storia della mia infanzia.</p>
<p>Quando ero in quarta, la mia famiglia si trasferì a Big Spring, nel Texas. Mio papà aveva una piccola società specializzata nella costruzione di ferrovie. Viaggiavamo di città in città, restando in una scuola per un semestre o due, poi ci spostavamo di nuovo. Big Spring era una cittadina costruita intorno a una base dell’Aeronautica militare, in mezzo al nulla.</p>
<p>Uno dei momenti più belli della vita a Big Spring era lo spettacolo del sabato mattina al cinema locale. Una società produttrice di latte patrocinava quegli spettacoli diurni, che erano gratuiti se si portavano cinque cartoni di latte vuoti. Io e Tommy, un mio amico del condominio, ci incontravamo nel vicolo dietro casa ogni sabato mattina alle 9:00.</p>
<p>Percorrevamo il vicolo fino al teatro passando tra i bidoni dell’immondizia e raccogliendo i cartoni di latte in modo da poter vedere gratuitamente il film. Qualche volta il cinema dava dei film fantastici sui mostri, ma la maggior parte delle volte i film erano così-così. In realtà, né io né Tommy ci preoccupavamo di quale fosse il film; il divertimento stava solo nell’andare al cinema.</p>
<p>Mi ricordo che stavo guardando un film così coinvolgente che ero completamente preso e avvinto. A circa tre quarti del film, quando il protagonista e la protagonista stavano per rivelare il segreto che avrebbe impresso una svolta drammatica al film, la pellicola improvvisamente rallentò. Un momento più tardi essa si fermò su una sola inquadratura che lasciava l’immagine dell&#8217;eroe e dell’eroina sullo schermo. In un attimo l&#8217;immagine si dissolse e prese fuoco.</p>
<p>Nell’istante seguente la pellicola si ruppe, lasciando nient’altro che una forte e accecante luce che illuminava uno schermo bianco. Fui temporaneamente accecato dalla luce e ritornai in me qualche attimo più tardi, quando sentii il chiasso di un cinema pieno di bambini che gridavano all’operatore di riparare il film.</p>
<p>Rimasi scioccato nel rendermi conto che stavo solo guardando un film; infatti, prima che la pellicola si rompesse, ero stato così assorbito dalla storia da dimenticare la mia vita. Dovettero passare 10 minuti prima che il film riprendesse. Quando ricominciò, non fui così catturato come in precedenza. I personaggi sembravano attori che interpretavano una parte, più che vere persone.</p>
<p>La mia esperienza dell’illuminazione fu simile sotto molti aspetti alla visione di quel film da bambino, un sabato mattina. Sotto al dramma esterno della vita e del vivere c’è l&#8217;esperienza diretta di dio e della beatitudine (per usare una metafora: lo schermo bianco del film)</p>
<p><strong>Conclusione</strong></p>
<p>Quanto è scritto sopra non riporta che un lato della mia storia: l&#8217;ascesa. Questa narrazione sarebbe incompleta se non menzionassi l&#8217;altra metà della storia, la discesa negli aspetti più pesanti e opachi della personalità, e la difficoltà a integrare l’esperienze di espansione nella vita quotidiana.</p>
<p>Il titolo del libro di Jack Kornfield, A<em>fter the Ecstasy, the Laundry</em> (“Dopo l&#8217;estasi, il bucato&#8221;) dice chiaramente che, dopo il risveglio, la vita va ancora vissuta. L’illuminazione non paga l’ipoteca, non risolve magicamente i problemi di salute o di ordine pratico nella vita.</p>
<p>Dal risveglio ho imparato che viviamo solamente una piccola frazione di quello che è possibile.</p>
<p>L’illuminazione è proprio qui e ora. Non c&#8217;è alcun bisogno di guardare al di fuori di noi stessi, dal momento che è l’essenza stessa del nostro essere.</p>
<p>Una delle domande che mi condussero al risveglio fu: “Cosa mi sta chiedendo la vita?”. Questo interrogativo mi aiutò ad ascoltare da un luogo più profondo dentro di me, un luogo dove l’ego gode di meno considerazione.</p>
<p>Le mie raccomandazioni sono: medita, prenditi del tempo per stare senza far niente, contempla la vita, siedi alla presenza di insegnanti spirituali, lavora sulla tua psiche, osserva i tuoi sogni, pratica lo yoga, segui una dieta semplice, limita le dispersioni di energia, segui il tuo cuore.</p>
<p>Tutto ciò cui diamo spazio nella vita, lo nutriamo.<br />
Ciò che nutriamo nella vita è ciò che raccogliamo.<br />
Nutri il risveglio.</p>
<p>Sankara (commenti di Raphael). Vivekacudamani. Asram Vidya. <a href="http://www.edizioniasramvidya.it/">http:</a><a href="//./">//www.edizioniasramvidya.it/</a><a href="http://www.edizioniasramvidya.it/"><br />
</a>Un’eccellente esposizione della filosofia non duale Vedanta</p>
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<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/0877739803/innernet-20%20%3CIMG%20SRC=">The Encyclopedia of Eastern Philosophy and Religion: Buddhism, Hinduism, Taoism, Zen. Shambhala. 1994. ISBN: 0877739803</a></p>
<p>Copyright originale Rick NurrieStearns, per gentile concessione della rivista Personal Transformation <a href="http://www.personaltransformation.com/">www.personaltransformation.com</a><a href="http://www.innernet.it/geoxml/getcontent/www.personaltransformation.com"><br />
</a>Traduzione di Nityama Elsa Masetti. Revisione di Gagan Daniele Pietrini.<br />
Copyright per l’edizione italiana Innernet.</p>
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		<title>Euforico nichilismo, intervista con Ramesh Balsekar</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Dec 2009 04:31:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Chris Parish</dc:creator>
				<category><![CDATA[Maestri]]></category>
		<category><![CDATA[advaita]]></category>
		<category><![CDATA[Balsekar]]></category>
		<category><![CDATA[illuminazione]]></category>

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		<description><![CDATA[Immagina, se vuoi, che un mattino ti svegli in un altro mondo. Appena ti stropicci gli occhi per abituarti alla luce splendente del sole, vedi che sotto molti aspetti non è un mondo molto diverso da questo. Sei circondato da creature che, ai tuoi occhi, appaiono identiche agli esseri umani con cui di solito condividi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Immagina, s<a title="Euforico nichilismo 1.gif" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/euforico-nichilismo-1.gif"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/euforico-nichilismo-1.gif" alt="Euforico nichilismo 1.gif" hspace="6" align="left" /></a>e vuoi, che un mattino ti svegli in un altro mondo. Appena ti stropicci gli occhi per abituarti alla luce splendente del sole, vedi che sotto molti aspetti non è un mondo molto diverso da questo. Sei circondato da creature che, ai tuoi occhi, appaiono identiche agli esseri umani con cui di solito condividi il mondo.</p>
<p>Li osservi mentre si muovono nelle loro attività giornaliere, vivono le loro vite, s’intrattengono a conversare con gli altri, prendendo le miriadi di scelte e decisioni inerenti alle richieste della vita. Il quadro sembra rassicurante, familiare e normale.</p>
<p>Ma presto scopri che in questo mondo le cose <em>non</em> sono necessariamente come appaiono. Perché questi non sono esseri umani. No, questi sono “organismi corpo/mente” che, a differenza delle loro controparti umane, non hanno la facoltà di scegliere tra più possibilità o di prendere decisioni. Infatti, questi organismi non hanno niente che assomigli lontanamente a quello che chiameremmo libero arbitrio. Le trame delle loro vite furono scritte sulla pietra, molto tempo prima che nascessero, lasciando loro solo la possibilità di compiere meccanicamente degli atti per rappresentare la loro programmazione.</p>
<p>Questi, in apparenza delle creature umane, sembrerebbe, non sono diversi dalle macchine. Mentre apparentemente sembrano comportarsi come normali individui dal pensiero libero, indaffarati nelle loro attività quotidiane, stranamente quando gli viene chiesto, sostengono che non stanno facendo proprio niente. Infatti, in questo mondo peculiare, affermano che non ci sono “coloro i quali agiscono”.</p>
<p>Per di più, nessuno in questo mondo è mai ritenuto responsabile di qualcosa. Anche quando sembra che uno di questi esseri faccia del male ad un altro, non viene percepito nessun rimorso e non viene assegnata nessuna colpa. Se ti capitasse di chiedere a uno di questi organismi corpo/mente qualcosa a proposito, la risposta sarebbe che non c’era nessuno che aveva fatto niente. <span id="more-538"></span></p>
<p>L’etica è un concetto sconosciuto da queste parti. Le leggi di natura non sembrano applicabili in questo mirabile nuovo mondo. O forse qui sono state riscritte, dal momento in cui gli esseri sembrano osservare alcune strane leggi. Ti chiedi in quale luogo della Terra potresti essere. Ma non sei sulla Terra, sei atterrato sul Pianeta Advaita.</p>
<p>Sono venuto a Bombay a intervistare Ramesh Balsekar (recentemente scomparso, n.d.r.), uno dei più conosciuti insegnanti dell’Advaita Vedanta. Vive nel cuore di questa vasta, caotica città, in un’esclusiva zona di fronte al mare, che, mi ha informato il mio tassista, è dove abitano molti vip. Il portiere della sua casa, deducendo automaticamente che come occidentale dovessi essere venuto a visitare Ramesh Balsekar, mi diresse ad un piano superiore, dove c’è la spaziosa e ben ammobiliata residenza di Balsekar. Balsekar fu un padrone di casa molto cortese, accogliendomi calorosamente, nel suo immacolato, tradizionale abbigliamento indiano. Il suo atteggiamento era raggiante e vivace, e mi è stato difficile credere che avesse ottant’anni.</p>
<p>Ramesh Balsekar proviene da un ambiente insolito per un guru indiano. Istruito in occidente, ebbe una carriera di successo come dirigente e andò in pensione dalla sua carica di presidente della Banca dell’India all’età di sessant’anni. E mentre afferma di essere sempre stato incline a credere nel destino, fu solo dopo il suo ritiro dal lavoro che iniziò la sua ricerca spirituale, una ricerca che lo condusse velocemente dal suo guru – il rinomato maestro di Advaita Vedanta Sri Nisargadatta Maharaj.</p>
<p>Nisargadatta era un’insegnante impetuoso che divenne famoso in Occidente negli anni ’70 quando fu pubblicata una traduzione inglese dei suoi dialoghi intitolata <em>I Am That (Io sono quello</em>, Astrolabio, Milano, 2001) – un libro che è diventato un classico spirituale moderno. Entro meno di un anno dall’incontro con Nisargadatta, accadde improvvisamente a Balsekar quello che lui ha definito <em>“la comprensione finale”</em> –<em> l’illuminazione</em> – mentre stava traducendo per conto del suo guru.</p>
<p>Secondo il racconto di Balsekar, Nisargadatta lo autorizzò ad insegnare appena prima di morire, e da allora, ha costantemente condiviso il suo messaggio come successore di questo maestro molto rispettato. Balsekar ha pubblicato molti libri dei suoi insegnamenti ed ha insegnato in Europa, negli Stati Uniti e in India. Tiene <em>satsang</em> [udienze con un maestro spirituale] ogni mattina nel suo appartamento, e un flusso costante di ricercatori quasi esclusivamente occidentali va a Bombay per vederlo.</p>
<p>All’inizio volevamo intervistare Balsekar, sia perché è un popolare e influente insegnante Advaita – adesso ha autorizzato dei suoi studenti all‘insegnamento – e sia perché è considerato, da molti, il successore di uno dei più riconosciuti insegnanti Advaita dell’era moderna. Nello studiare gli scritti di Balsekar, abbiamo presto realizzato che stava insegnando una forma dell’Advaita insolita e possibilmente eccentrica che induceva, francamente, a nostro parere, a conclusioni opinabili e perfino disturbanti.</p>
<p>Sebbene il pensiero indiano sia stato a lungo criticato per le sue inclinazioni deterministiche, sembrava che Balsekar avesse portato questo fatalismo a un estremo senza precedenti. Fu sia un desiderio di esplorare questi spazi inquietanti, sia di proseguire con il nostro interesse soprattutto per gli insegnamenti Advaita, che alla fine mi portò a Bombay a parlare con lui. E mentre arrivai immaginandomi un incontro impegnativo, guardando a posteriori, mi è chiaro che, mentre ci fu offerto il caffè e ci sistemammo comodamente nel suo soggiorno, non avrei avuto nessuna possibilità di prepararmi al dialogo che stava iniziando.</p>
<p>Chris Parish: Sei sempre più noto come insegnante dell&#8217;Advaita Vedanta sia in India sia in Occidente. Puoi descriverci cosa insegni?</p>
<p>Ramesh Balsekar: Posso davvero dirlo con una sola frase. La frase su cui si basa il mio intero insegnamento è: “Sia fatta la tua volontà”. O come lo dicono i Musulmani, <em>Inshallah</em> –“Il volere di Dio.” O nelle parole di Buddha: “Gli eventi accadono, le azioni sono compiute, non c’è alcun individuo che agisce”. Vedi, il conflitto di base nella vita è: “Faccio sempre tutto nel modo giusto quindi mi aspetto la mia ricompensa; egli o ella fanno sempre qualcosa di sbagliato e quindi dovrebbero essere puniti”. Questa è la vita, non è cosi?</p>
<p>Chris Parish: Certamente, accade spesso.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Questa è la base di ciò che ho osservato. L’intero problema sorge perché qualcuno dice: “<em>Io</em> ho fatto qualcosa e <em>mi </em>merito una ricompensa, o <em>egli</em> ha fatto qualcosa e perciò <em>lo </em>voglio punire per quello che ha fatto”.</p>
<p>Chris Parish: Come conduci le persone a questo – che “non c’è colui che agisce”?</p>
<p>Ramesh Balsekar: È molto semplice. Se analizzi ciascuna azione che consideri la <em>tua</em> azione, scoprirai che è una reazione del cervello ad un evento esterno sul quale non hai alcun controllo. Un pensiero arriva – non hai controllo sul pensiero in arrivo. Qualcosa viene visto e udito – non hai controllo su ciò che vedrai e udrai in seguito. Tutti questi eventi accadono senza il tuo controllo. E poi che succede? Il cervello reagisce al pensiero o alla cosa vista, udita, gustata, odorata, o toccata. La reazione del cervello è ciò che chiami “la tua azione”. Ma, di fatto, è solamente un concetto.</p>
<p>Chris Parish: Qual è la differenza, quindi, fra i pensieri, le sensazioni e le azioni di una persona illuminata e di una non illuminata?</p>
<p>Ramesh Balsekar: Succede la stessa cosa. La sola differenza è che il saggio capisce che quello è ciò che sta accadendo. Perciò sa che non c’è niente che <em>egli</em> stia facendo – <em>semplicemente le cose accadono</em>. Il saggio sa che “io non sto facendo niente”. Ma l’uomo comune dice: “Io faccio delle cose e loro fanno delle cose. Perciò voglio la mia ricompensa e voglio che loro siano puniti”. La ricompensa o la punizione derivano dal fatto che io, lui, o lei facciamo delle cose.</p>
<p>Chris Parish: Posso capire attraverso la mia esperienza che non abbiamo controllo sui pensieri e le emozioni che affiorano. Ma qualche volta un’azione segue e talaltra no, e mi sembra che c’è una grande differenza tra quando un pensiero si manifesta solamente e quando viene intrapresa un’azione che coinvolge un’altra persona.</p>
<p><a title="Euforico nichilismo 2.gif" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/euforico-nichilismo-2.gif"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/euforico-nichilismo-2.gif" alt="Euforico nichilismo 2.gif" hspace="6" align="right" /></a>Ramesh Balsekar: L’azione che accade è il risultato della reazione del cervello al pensiero. Se si è soltanto testimoni del pensiero e il cervello non reagisce a quel pensiero, allora non c’è azione.</p>
<p>Chris Parish: Ma, se come tu dici, non c’è nessuno che decide come rispondere, chi è che causa il manifestarsi o meno di un’azione?</p>
<p>Ramesh Balsekar: Un’azione accade se è nel volere di Dio che accada. Se non è nel suo volere, non accade.</p>
<p>Chris Parish: Vuoi dire che ogni azione che si manifesta è per il volere di Dio?</p>
<p>Ramesh Balsekar: Sì – è il volere di Dio.</p>
<p>Chris Parish: Che agisce attraverso una persona?</p>
<p>Ramesh Balsekar: Sì, attraverso una persona.</p>
<p>Chris Parish: Sia che questa persona sia illuminata oppure no? Attraverso ognuno, in altre parole?</p>
<p>Ramesh Balsekar: Esatto. La sola differenza, come ho detto, è che l’uomo comune pensa: “ È la <em>mia</em> azione”, laddove il saggio sa che è l’azione di <em>nessuno</em>. Il saggio sa che “le azioni sono compiute, gli eventi accadono, ma non c’è un colui individuale che agisce”. Per quanto mi riguarda questa è l’<em>unica</em> differenza. La<em> sola </em>differenza tra un saggio e una persona comune è che la persona comune crede che ogni individuo <em>fa</em> ciò che accade attraverso quell’organismo del corpo/mente. Così dal momento che il saggio sa che non esiste azione che <em>egli</em> compia, se si produce un’azione che ferisce qualcuno, farà tutto ciò che gli è possibile per aiutare quella persona – ma non ci sarà nessun senso di colpa.</p>
<p>Chris Parish: Vuoi dire che se un individuo agisce in modo da ferirne un altro, la persona che l’ha compiuto, o, come dici, l’”organismo corpo/mente” che l’ha agito, non è responsabile?</p>
<p>Ramesh Balsekar: Quello che sto dicendo è che sai che: ”io” non l’ho fatto. Non dico che non sei dispiaciuto di aver ferito qualcuno. Il fatto che qualcuno è stato ferito indurrà un sentimento di compassione e il sentimento di compassione risulterà nel mio tentativo di fare il possibile per lenire la ferita. Ma non ci sarà senso di colpa: <em>io non l’ho fatto!</em> L’altra faccia della medaglia è che accade un’azione lodata dalla società che mi premia per questo. Non dico che non ci sarà felicità causata dalla ricompensa. Così come la compassione si è manifestata a causa della ferita, un sentimento di soddisfazione o felicità può sorgere a causa di una ricompensa. Però, non ci sarà orgoglio.</p>
<p>Chris Parish: Ma intendi letteralmente dire che se io vado a colpire qualcuno, non sono io a farlo? Voglio semplicemente essere chiaro a questo proposito.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Il fatto iniziale, il concetto originario, rimane ancora: tu hai colpito qualcuno. Sorge il concetto aggiuntivo che qualsiasi cosa accada è il volere di Dio, e la volontà di Dio relativa ad ogni organismo corpo/mente è il <em>destino</em> di quell’organismo corpo/mente.</p>
<p>Chris Parish: Quindi potrei soltanto dire: “Beh, ho agito per volontà di Dio, non è colpa mia”.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Certo. Un atto accade perché è nel destino di quest’organismo corpo/mente, e perché è il volere di Dio. E le <em>conseguenze</em> di quell’azione sono<em> anch’esse</em> il destino di quell’organismo corpo/mente. Se accade una buona azione, quello è il destino. Per esempio, prendiamo Madre Teresa. L’organismo corpo/mente conosciuto come Madre Teresa era stato così programmato affinché accadessero solo buone azioni. Quindi il manifestarsi di buone azioni era il destino dell’organismo corpo/mente chiamato Madre Teresa e le conseguenze furono un premio Nobel, ricompense, onorificenze e donazioni per le varie cause.</p>
<p>Tutto questo era il destino di quell’organismo corpo/mente chiamato Madre Teresa. Dall’altro lato c’è un organismo psicopatico che è programmato in modo tale &#8211; dalla stessa Sorgente – che accadano solo azioni cattive o perverse. La manifestazione di queste cattive azioni perverse è il destino di un organismo corpo/mente che la società chiama psicopatico. Ma lo psicopatico non ha <em>scelto</em> di essere tale. Infatti,<em> non c’è uno psicopatico</em>; c’è solo un organismo corpo/mente psicopatico, il cui destino è produrre azioni cattive e perverse. E anche le conseguenze di tali azioni sono il destino di quell’organismo corpo/mente.</p>
<p>Chris Parish: Ritieni che tutto sia predestinato? Che tutto sia programmato dalla nascita?</p>
<p>Ramesh Balsekar: Sì. Uso la parola “programmare” in riferimento alle caratteristiche inerenti all’organismo corpo/mente. La “programmazione” per me significa i geni più i condizionamenti ambientali. Non hai potuto scegliere i tuoi genitori, perciò non hai avuto scelta per quanto riguarda i tuoi geni. Allo stesso modo, non hai avuto voce in capitolo riguardo all’ambiente di nascita. Perciò non hai avuto scelta riguardo i condizionamenti dell’infanzia che hai ricevuto in quell’ambiente, che include i condizionamenti a casa, nella società, a scuola e in chiesa.</p>
<p>Gli psicologi affermano che la somma dei condizionamenti ricevuti entro i tre, quattro anni d’età è il condizionamento di base. Ci saranno condizionamenti ulteriori, ma il condizionamento di base che crea la personalità è la somma dei geni più il condizionamento ambientale. La chiamo programmazione. Ogni organismo corpo/mente è programmato in un modo unico. Non ci sono due organismi corpo/mente uguali.</p>
<p>Chris Parish: Sì, ma non è forse vero che due persone possono avere un assortimento di condizionamenti simile eppure essere completamente diverse l’una dall’altra?</p>
<p>Ramesh Balsekar: Certo. Per questo motivo uso due termini: uno è la <em>programmazione</em> dell’organismo corpo/mente stesso; l’altro è il <em>destino</em>. Il destino è il volere di Dio riguardo a quell’organismo corpo/mente, impresso al momento del concepimento. Il destino di un concepito può essere di non nascere affatto – nel qual caso sarà abortito. Tutto questo è un concetto, non ti sbagliare. Questo è il mio concetto.</p>
<p><a title="Euforico nichilismo. Ramesh" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/ramesh-balsekar.jpg"></a></p>
<p style="text-align: center"><a title="Euforico nichilismo. Ramesh" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/ramesh-balsekar.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/ramesh-balsekar.jpg" alt="Euforico nichilismo. Ramesh" /></a></p>
<p>Chris Parish: Affermi che questo è un concetto e, di sicuro tutte le parole sono concetti, ma come facciamo a sapere che questo concetto rappresenta la verità? Tendo a pensare che ognuno abbia delle responsabilità individuali e che, sebbene ci sia una certa quantità di condizionamenti che ereditiamo, possiamo tuttavia scegliere la risposta. Un individuo può trascendere gli aspetti del suo condizionamento, mentre un altro può rimanerci bloccato tutta la vita. Dal momento che questo accade, direi che è dovuto alla volontà dell’individuo di trascendere i condizionamenti, e di aver successo.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Ma se questo accade può accadere se non è nella volontà di Dio? Supponiamo che ci siano due persone: una cerca di superare i suoi limiti e ce la fa; l’altra non ce la fa. Quello che intendo è: sia colui che ha successo, sia colui che fallisce lo fa perché quello è il destino del suo organismo corpo/mente – che è la volontà di Dio.</p>
<p>Chris Parish: Ma non potremmo più semplicemente dire che è nella volontà di Dio dare ad ogni individuo la libera scelta di prendere le sue decisioni?</p>
<p>Ramesh Balsekar: No. Vedi, la mia domanda è: quale delle due volontà prevale? Quella dell’individuo o quella di Dio? Secondo la tua esperienza fino a che punto il tuo libero arbitrio ha prevalso?</p>
<p>Chris Parish: Penso che, a volte, la volontà dell’individuo possa certamente prevalere.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Nei confronti della volontà di Dio? Quando vuoi qualcosa e ti dai da fare per averlo e lo ottieni, lo ottieni perché la tua volontà <em>coincide</em> con quella di Dio.</p>
<p>Chris Parish: Prendiamo l’esempio di un individuo che diventa un tossicodipendente e rimane tale tutta la vita. Uno, può altrettanto facilmente argomentare, che ha fatto questa scelta per andare contro la volontà di Dio e ha avuto successo – precisamente perché c’è il libero arbitrio.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Ma sia che tu lo accetti o no<em> di per sé</em> è la volontà di Dio, non lo vedi? Che tu accetti la volontà di Dio o che tu non accetti la volontà di Dio, è<em> la stessa</em> volontà di Dio!</p>
<p>Chris Parish: Affermare che tutto è programmato anticipatamente, che tutto è destino, che non c’è libera scelta, sembra una forma molto estrema di riduzionismo. Secondo questa visione gli esseri umani sono come computer; tutto ciò che ci riguarda è completamente predisposto.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Sì, precisamente.</p>
<p>Chris Parish: Ma questa mi sembra una visione senza cuore. Allora siamo soltanto delle macchine – tutto ci accade. Non c’è niente che possiamo agire, niente che possiamo cambiare.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Sì, esattamente.</p>
<p>Chris Parish: Ma questo potrebbe facilmente condurre ad una profonda indifferenza verso la vita.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Sì, e se accadesse, allora sarebbe ottimo!</p>
<p>Chris Parish: <em>Davvero?</em></p>
<p>Ramesh Balsekar: Ma questo è il punto! Certo. Poi puoi dire che qualsiasi cosa accada viene <em>accettata</em>. Allora non c’è infelicità; non c’è miseria, non c’è colpa, orgoglio, odio, invidia. Che c’è di sbagliato in questo? E come già ti ho detto, le azioni accadono attraverso questo organismo corpo/mente, e se questo individuo scopre che un atto ha ferito qualcuno, nasce la compassione.</p>
<p>Chris Parish: Ma non appare un po’ strano prima ferire qualcuno e poi provare compassione? Non sarebbe meglio, in primo luogo, non ferirlo?</p>
<p>Ramesh Balsekar: Ma non è sotto il tuo controllo! Se lo fosse stato, in primo luogo non lo avresti mai fatto.</p>
<p>Chris Parish: Ma se uno crede di poter esercitare il controllo opponendosi alla credenza che afferma il contrario, potrebbe scegliere di non farlo.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Allora perché l’essere umano non esercita il controlla su ogni azione che si manifesta? Lascia che ti faccia una domanda. È evidente che l’essere umano possegga un intelletto straordinario, un intelletto tale che un piccolo essere umano è stato capace di spedire un uomo sulla luna.</p>
<p>Chris Parish: Sì, è vero.</p>
<p>Ramesh Balsekar: E ha anche l’intelletto per comprendere che se fa certe cose, altre cose terribili accadranno. <em>Ha </em>l’intelletto per sapere che se produce armamenti nucleari o armi chimiche, poi saranno usate e succederanno cose terribili nel mondo. Ha l’intelletto – dunque se possiede il libero arbitrio, allora perché lo fa? Se possiede il libero arbitrio, perché ha ridotto il mondo in queste condizioni?</p>
<p>Chris Parish: Ammetto che la situazione che descrivi è ovviamente malsana. Ma suggerirei che dipenda dal fatto che le persone hanno una volontà debole. E credo che possano cambiare se lo vogliono – se ci tengono.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Allora perché non l’hanno fatto?</p>
<p>Chris Parish: Alcune persone cambiano, ma, come ho detto, sfortunatamente sembra che i più abbiano una volontà debole. Il libero arbitrio da solo non ci assicura che agiremo con intelligenza. Come nell’esempio che hai appena portato, è chiaro che la gente spesso scelga di fare delle cose abbastanza dannose.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Se dici che abbiamo il libero arbitrio di distruggere il mondo, significa, in altre parole, che stiamo distruggendo il mondo perché lo <em>vogliamo</em> – sapendo benissimo che il mondo sarà distrutto! Il libero arbitrio significa che <em>vuoi</em> farlo.</p>
<p>Chris Parish: Penso che il problema stia più nel fatto che le persone, di solito, non si assumano le conseguenze delle loro azioni. Spesso pensano solo a loro stesse, senza considerare dove possano condurre le loro azioni.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Ma l’essere umano è straordinariamente intelligente. Perché <em>non</em> pensa nei modi che tu proponi? La mia risposta è – perché non è previsto che lo faccia.</p>
<p>Chris Parish: Quando dici “non è previsto”, che significa?</p>
<p>Ramesh Balsekar: Non è nella volontà di Dio che gli esseri umani pensino in questi termini. Non è nella volontà di Dio che gli esseri umani siano perfetti. La differenza tra il saggio e la persona comune è che il saggio accetta<em> che sia</em> come Dio vuole, ma – e questo è importante – che ciò non gli impedisca di<em> fare quello che crede che debba essere fatto</em>. E quello che ritiene di dover fare è basato sulla programmazione.</p>
<p>Chris Parish: Ma perché il saggio ”farebbe quello che crede debba essere fatto” se, come hai già spiegato, sa che, in primo luogo, non è lui a pensare?</p>
<p>Ramesh Balsekar: Vuoi dire, come accade l’azione? La risposta è che l’energia all’interno dell’organismo corpo/ mente compie l’azione secondo la programmazione.</p>
<p>Chris Parish: Quindi l’azione, come tu la descrivi, si manifesta solo <em>attraverso</em> la persona.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Sì, fluisce. L’azione accade. Pertanto, questo è il punto di ciò che dico – tornando indietro, di nuovo, alle parole del Buddha: “Gli eventi accadono, le azioni sono compiute”.</p>
<p>Chris Parish: Da quello che conosco sul pensiero del Buddha, anch’egli sentiva fortemente che gli individui erano personalmente responsabili delle loro azioni. Non è questa la base del suo intero insegnamento sul karma, sulla causa ed effetto?</p>
<p>Ramesh Balsekar: Non il Buddha!</p>
<p align="center"><a title="Euforico nichilismo 4.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/euforico-nichilismo-4.jpg"></a></p>
<p style="text-align: center"><a title="Euforico nichilismo 4.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/euforico-nichilismo-4.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/euforico-nichilismo-4.jpg" alt="Euforico nichilismo 4.jpg" /></a></p>
<p>Chris Parish: È la mia impressione che Buddha insegnò un bel po’ la “retta azione”. Sembrava che gli stesse molto a cuore quello che la gente faceva, e poneva molta enfasi sulle persone che s’impegnano in modo appropriato per cambiare se stesse.</p>
<p>Ramesh Balsekar: <em>Questa è un’interpretazione successiva </em>del Buddismo. Le parole del Buddha sono molto chiare. Chi ha il controllo di ciò che accade? Dio ha il controllo! Questa è la base di <em>tutte</em> le religioni, come abbiamo visto. E perché ci sono delle guerre religiose se questa è la base di tutte le religioni? Sono coloro che interpretano, la causa di queste guerre! E, ancora, come potrebbe succedere se non fosse nella volontà di Dio?</p>
<p>Chris Parish: È chiaro che tu creda che tutto quello che facciamo, lo facciamo a causa della volontà di Dio. Mi sembra, però, che questo abbia un senso soltanto nel caso di un individuo che sia giunto alla fine del suo cammino spirituale – che abbia concluso con l’ego – perché le azioni di questa persona non sono al servizio di se stessa, e quindi, non ci sarebbe nessuna <em>deformazione</em> della volontà di Dio.</p>
<p>Ma fino a quel punto, se un individuo agisce male verso un altro, potrebbe essere solo una reazione compulsiva perché si sente egoista. Se quella fosse la causa, allora ciò che dici potrebbe effettivamente essere usato come una giustificazione per un comportamento spiacevole o aggressivo. Potrebbero semplicemente dire: “Tutto è volontà di Dio. Non ha importanza!”</p>
<p>Ramesh Balsekar: Lo so, ma quella è la<em> verità</em>. La tua vera domanda è: “Perché Dio ha creato il mondo in questo modo?”. Vedi, però, un essere umano è solo un<em> oggetto creato</em> che è parte della totalità della manifestazione che è stata generata dalla Sorgente. Così la mia risposta è: “Un oggetto creato non può in alcun modo conoscere il suo creatore!”. Lascia che ti porti una metafora. Immaginiamo che dipingi un quadro, e in quel quadro dipingi una figura. Poi quella figura vuole conoscere, numero uno, perché tu, quale pittore, hai dipinto quel particolare quadro, e, numero due, perché hai fatto la figura così brutta! Vedi, come può un oggetto creato arrivare mai, in alcun modo, a conoscere la volontà del suo creatore? Comunque il mio punto di vista è che questo non t’impedisce di fare ciò che pensi vada fatto! Accettando che niente accada senza la volontà di Dio non impedisce a nessuno di fare ciò che crede vada fatto. <em>Puoi </em>fare altrimenti?</p>
<p>Chris Parish: Ma basandomi su questa linea di ragionamento, come ho già detto, penserei che sarebbe piuttosto facile concludere: “D’accordo è tutto nella volontà di Dio; non ha importanza quello che accade”. E poi semplicemente lasciar perdere tutto quanto.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Vuoi dire: “Allora perché non stare a letto tutto il giorno”?</p>
<p>Chris Parish: Appunto, perché continuare a fare degli sforzi?</p>
<p>Ramesh Balsekar: La risposta è che l’energia all’interno di questo organismo corpo/mente non permetterà a questo organismo corpo/mente di rimanere inattivo neanche per un momento. L’energia continuerà a produrre qualche azione, fisica o mentale, ogni attimo, secondo la programmazione dell’organismo corpo/mente e il destino dell’organismo corpo/mente, <em>che è la volontà di Dio</em>. Ma questo non t’impedisce, pensando ancora di essere un individuo, di fare ciò che credi vada fatto. Per cui quello che dico, di fatto, è: “Ciò che tu pensi che dovresti fare in ogni situazione, in quel particolare momento, è precisamente ciò che Dio <em>vuole </em>che tu pensi vada fatto! In definitiva l’accettare la volontà di Dio non t’impedisce di fare ciò che pensi vada fatto. Vedi? Infatti, <em>non puoi fare a meno di farlo!</em></p>
<p>Chris Parish: Ho letto qualcosa su un opuscolo scritto da numerosi tuoi studenti che sembra rilevante a questo proposito. Dice: “Quello che ti piace può essere solo ciò che Dio vuole che ti piaccia. Niente può accadere senza la Sua volontà”. L’opuscolo aggiunge anche: “Non sentirti in colpa neanche se accade un adulterio. Tu, la Sorgente, sei sempre puro”.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Questo l’ha detto Ramana Maharshi.</p>
<p>Chris Parish: La Sorgente può essere sempre pura, ma, di nuovo, mi sembra che questo potrebbe essere facilmente preso come il permesso di agire senza coscienza. Potresti dire: “Non ha importanza se commetto un adulterio, non ha importanza se faccio del male ai miei amici, perché quell’azione semplicemente <em>accade</em>”. Può essere facilmente preso come il permesso di agire secondo il desiderio, solo perché mi succede di avere quel desiderio.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Ma non è proprio quello che accade?</p>
<p>Chris Parish: Accade, certamente, ma…</p>
<p>Ramesh Balsekar: Vuoi dire che succederebbe<em> più di frequente</em>?</p>
<p>Chris Parish: Potrebbe, con facilità, succedere più spesso. Potrei dire: “Ecco, non ha importanza quel che faccio adesso. Non devo far caso a frenarmi se sento un desiderio”. Ti è chiaro quel che intendo?</p>
<p>Ramesh Balsekar: La domanda comunemente formulata è: “Se in realtà io non faccio niente, che cosa mi impedisce di prendere una mitragliatrice e andare fuori ad uccidere venti persone?”. Questo è ciò che intendi chiedere, non è così?</p>
<p>Chris Parish: Beh, questo è un esempio estremo</p>
<p>Ramesh Balsekar: Sì, prendiamo un esempio estremo!</p>
<p>Chris Parish: Ma io credo sia più interessante prendere in considerazione l’esempio dell’adulterio, perché molte persone non farebbero davvero un gesto così estremo come mitragliare delle altre.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Va bene. È la stessa cosa quando parliamo del commettere adulterio. Ho letto che gli psicologi e i biologi, basandosi sulle loro ricerche, sono giunti alla conclusione che se inganni tua moglie, non dovresti fartene una colpa. Sempre di più gli scienziati stanno arrivando alla conclusione che i mistici hanno sempre sostenuto – che qualsiasi azione accada sia rintracciabile nella programmazione.</p>
<p><a title="Euforico nichilismo 5.gif" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/euforico-nichilismo-5.gif"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/euforico-nichilismo-5.gif" alt="Euforico nichilismo 5.gif" hspace="6" align="left" /></a></p>
<p>Chris Parish: Mi rendo conto che in alcuni casi questo potrebbe essere vero, ma diciamo, per esempio, che ho l’urgenza di commettere un adulterio. Potrei dire: “Deve essere nella volontà di Dio che accada, quindi lo farò”. Oppure, potrei trattenermi e non causare un bel po’ di sofferenza ai miei amici. Non sarebbe meglio se mi trattenessi?</p>
<p>Ramesh Balsekar: Allora, chi è che ti impedisce di trattenerti? Fai quello che ti pare! Che cosa t’impedisce di trattenerti? Trattieniti!</p>
<p>Chris Parish: Il mio punto di vista è che è meglio fare così!</p>
<p>Ramesh Balsekar: Anche il mio.</p>
<p>Chris Parish: Ma secondo la tua visione, potrei altrettanto facilmente dire: “Se sento un desiderio è in virtù del volere di Dio”. E poi <em>non </em>trattenermi.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Affermi che sai che dovresti trattenerti – allora perché non ti trattieni? Se un organismo corpo/mente è programmato per non ingannare la moglie, qualsiasi cosa dicano gli altri non lo farà. Se sei programmato per non alzare una mano su nessuno, cominceresti ad uccidere le persone? Ora, se ci fosse una legge che ti permettesse di picchiare tua moglie senza correre alcun rischio, cominceresti a picchiare tua moglie? No, senza che l’organismo corpo/mente sia programmato per farlo, e se è programmato per farlo, succederebbe in ogni caso. Così come ho detto, accettare la volontà di Dio non t’impedirà di fare qualsiasi cosa pensi che vada fatta. Falla! Fai esattamente quello che pensi che debba essere fatto!</p>
<p>Chris Parish: Alla fine, tuttavia, come possiamo dire che <em>sappiamo</em> che si tratta del destino o della volontà di Dio? Tutto quello che sappiamo è che certi eventi si manifestano. In seguito, possiamo rivedere ciò che abbiamo fatto e ammettere: “È successo, semplicemente”. E se ci piace possiamo chiamarlo destino. Ma non è più accurato dire che in realtà non sappiamo se si tratti del destino oppure no? Dire che non lo sappiamo è diverso dal dire che: “Sappiamo che è il volere di Dio”. È diverso dal dire che sappiamo che tutto è già predestinato. Vedi, mi sembra che tu voglia affermare che<em> sai</em> che tutto è nella volontà di Dio.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Non lo sappiamo, e questo è il dato di fatto; così se preferisci, puoi abbandonare il concetto di destino e dire che nessuno, in realtà sa niente su nulla. Bene. Non c’è bisogno del concetto di destino. Dopotutto, se accetti che qualsiasi cosa accada non sia nelle tue mani, poi chi rimane a preoccuparsi del destino?</p>
<p>Chris Parish: Dal momento che molti ricercatori spirituali vengono da te per ricevere consiglio sul cammino spirituale, vorrei chiederti, quale valore vedi, se ce n’è, nella pratica spirituale come strumento verso l’illuminazione?</p>
<p>Ramesh Balsekar: Se la<em> sadhana</em> [la pratica spirituale] è necessaria, un organismo corpo/mente è programmato per fare <em>sadhana.</em></p>
<p>Chris Parish: In altre parole se deve accadere accade?</p>
<p>Ramesh Balsekar: Giusto. Le persone talvolta mi chiedono: “Se niente è nella mie mani (se non posso intervenire su niente), dovrei meditare oppure non dovrei?”. La mia risposta è molto semplice. Se ti piace meditare, medita; se non ti piace, non forzarti a farlo.</p>
<p>Chris Parish: La ricerca spirituale, allora, è un ostacolo all’illuminazione?</p>
<p>Ramesh Balsekar: Sì, ricercare è il più grande ostacolo a causa della presenza del ricercatore. Il ricercatore è l’ostacolo – non il ricercare; il ricercare accade da solo. Il ricercare accade perché l’organismo corpo/mente è programmato per ricercare. Così se il ricercare l’illuminazione accade, allora l’organismo corpo/mente è stato programmato per ricercare. L’ostacolo è il ricercatore che dice: “Voglio l’illuminazione”.</p>
<p>Chris Parish: Allora perché tanti saggi hanno parlato dell’importanza del ricercare? Ramana Maharshi ha detto che il ricercatore deve volere l’illuminazione così intensamente come un uomo che sta annegando vuole l’aria – con tale livello di concentrazione e sincerità.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Certo. Quello che vuole dire, quindi, è che ci debba essere quel tipo d’intensità nel ricercare. Ma ha anche detto: “Se vuoi fare uno sforzo, devi fare uno sforzo; ma se è destino che lo sforzo non debba essere fatto, lo sforzo non sarà fatto”. Ramana ha detto questo. Così, vedi, se uno ricerca o non ricerca non è sotto il suo controllo. Se la ricerca di Dio o la ricerca del denaro accade, non è né un tuo merito né una tua colpa.</p>
<p>Chris Parish: In uno dei tuoi libri hai scritto che uno ha raggiunto una certa profondità di comprensione quando può dire: “Non m’importa se l’illuminazione accade o non accade a questo organismo corpo/mente”.</p>
<p>Ramesh Balsekar: È vero. Quando raggiunge quello stadio, allora significa che il ricercatore non c’è più. È estremamente vicino all’illuminazione perché se non c’è nessuno ad interessarsene, allora non c’è più nessun ricercatore.</p>
<p>Chris Parish: Ma il risultato non potrebbe essere soltanto un’indifferenza straordinariamente profonda – che <em>non</em> è l’illuminazione?</p>
<p>Ramesh Balsekar: Quello potrebbe condurre all’illuminazione!</p>
<p>Chris Parish: Ho ancora una domanda. Spesso affermi che dovremmo “solo accettare ciò che è”</p>
<p>Ramesh Balsekar: Sì, se ti è possibile farlo – e questo non è sotto il tuo controllo!</p>
<p><a title="Euforico nichilismo 6.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/euforico-nichilismo-6.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/euforico-nichilismo-6.jpg" alt="Euforico nichilismo 6.jpg" /></a></p>
<p><strong>Epilogo</strong></p>
<p>Mentre passai barcollando accanto al portiere e uscii nelle strade affollate di Bombay la mia mente vacillava. Come poteva essere, mi chiesi mentre mi facevo largo tra la folla, che un uomo intelligente ed educato come Ramesh Balsekar potesse veramente credere che ogni cosa è predestinata, che prima di essere nati, il nostro destino è già inciso in una sorta di granito etereo? Poteva essere veramente serio nella sua insistenza che la nostra intera vita, con il suo apparente flusso senza fine di scelte e decisioni, di precarie opportunità per sistemarne il corso per il meglio o per il peggio, sia veramente, dal primo respiro, un destino? Mentre traversavo il marciapiede alla ricerca di un caffè nel quale trovare ristoro dal caos, i difficili passaggi del nostro breve dialogo mi vorticavano in testa.</p>
<p>Si, “Così sia” è l’essenza della maggior parte delle religioni, pensavo tra me e me, ma per i più grandi mistici e saggi che avevano fatto queste affermazioni nella storia, l’arrendersi alla volontà di Dio ha significato molto di più del semplice accettare che non c’è nulla che si possa fare per influenzare le circostanze della vita. Certamente quello che tradizionalmente è stato riportato come “volontà di Dio” è quello che uno scopre quando ha completamente abbandonato l’ego, quando tutte le motivazioni egoistiche sono state bruciate, lasciandolo completamente arreso ad eseguire la volontà di Dio, qualsiasi essa sia!</p>
<p>Per un Gesù, o un Ramakrishna o un Ramana Maharshi dire che si era arreso alla volontà di Dio era un fatto. Ma dire che questo sia vero per tutti sembrava riflettere, al momento, una forma pericolosa e particolare di pazzia e di un tipo che poteva essere usato per giustificare le più estreme forme di comportamento. L’affermazione di Balsekar “Quello che pensi di dover fare in ogni situazione… è precisamente ciò che Dio <em>vuole</em> che tu pensi che debba essere fatto” significa che per lui il Buddha illuminato non sta facendo in misura maggiore la volontà di Dio, di un serial killer che sta attaccando la sua prossima vittima.</p>
<p>Ero venuto all’intervista aspettandomi qualche disaccordo, ma in qualche modo perfino i libri di Balsekar sui quali tutte queste idee sono ripetutamente e chiaramente espresse, non mi avevano preparato all’incontro con l’uomo stesso. Come gli erano venute queste idee? Mi chiedevo. E perché?</p>
<p>I miei pensieri giravano e rigiravano, richiamando ogni fatto della sua rabbrividente affermazione che perfino quando facciamo del male a qualcuno, non abbiamo bisogno di sentirci in colpa, perché non siamo responsabili delle nostre azioni &#8211; “che perfino Hitler fu un mero strumento attraverso cui gli orribili eventi che dovettero accadere accaddero” &#8211; alla sua dichiarazione, che andava oltre il buon senso, che non abbiamo il potere di controllare il nostro comportamento o perfino di influenzare quello degli altri. E tutto ciò nel contesto della sua descrizione fantascientifica di tutti noi come degli “organismi corpo/mente” che recitano la loro ”programmazione”.</p>
<p>Improvvisamente la benvenuta vista di un the shop apparve tra lo smog, e mentre mi facevo largo per entrare, provai sollievo nel trovare quel tipo di oasi quieta nella quale avevo sperato. Fu lì, a uno dei molti tavolini vuoti, mentre il primo sorso di tè al latte dal sapore dolce e vellutato scivolava tra le mie labbra, che, in un flash, mi colpì. Non stavo bevendo quel tè! Non ero seduto a quella tavola! Infatti, non ero quello che era entrato nel the-shop. E non ero quello che si era appena tormentato per un’ora discutendo con un uomo che in quel momento cominciava ad assomigliare ad un individuo sano. Infatti, non avevo fatto nulla. Era come se un peso che avevo portato per tutta la vita si fosse sollevato improvvisamente nel cielo grazie ad un pallone (ad aria calda), spedito lontano, per non ritornare più.</p>
<p>Tutti quegli anni avevo combattuto per diventare un essere umano migliore, più onesto e generoso – tutto quello sforzo che avevo fatto per rinunciare alle mie inclinazioni di superiorità, egoismo e aggressività – sono stati tutti una folle impresa, tutti stupidamente e senza necessità basati sull’idea importante che avevo un qualche controllo sul mio destino, e la meschina presunzione che quello che facevo importasse agli “altri”. Come avevo potuto essere così fuori strada?</p>
<p>Ma aspetta, non ero io neppure colui che fu condotto fuori strada! Come se si separassero le nuvole, all’improvviso ora vedo chiaramente, che quello che avevo pensato come “la mia vita” era stato solo un processo meccanico. La persona che pensavo di essere era solo una macchina. Ed il mondo nel quale pensavo di vivere non era, come avevo dedotto, un mondo di complessità umana, ma uno di meccanicistica semplicità, di ordine perfetto, un matematico svolgersi di programmi in movimento dall’inizio del tempo.</p>
<p>Come la clinica perfezione del piano scientifico di Dio iniziò ad aprirsi davanti a me, l’estatico trillo della libertà assoluta – dalla preoccupazione, dall’occuparsi, dall’obbligo, dalla colpa – iniziò a correre attraverso le mie vene come un torrente di fiumi senza argini. E con quello sopraggiunse una pace avvolgente, risuonante, un’assoluta mancanza di tensione, nel riconoscimento che non importa quale ambiguità apparente o quale incertezza potessi incontrare da lì in poi, non importa quali decisioni apparentemente difficili potessi incontrare, potevo sempre riposare con la certezza che qualsiasi scelta facessi era esattamente la scelta che Dio voleva che io facessi. Il misterioso senso di uno Sconosciuto che mi aveva trascinato per così tanto tempo era evaporato.</p>
<p>Gli altri nel caffè voltarono la testa mentre ridevo rumorosamente, una lunga risata di pancia, e riflettevo tra me e me che gioco fantastico sarebbe la vita se tutti capissero come va veramente, se ognuno potesse avere almeno un bagliore di come saremmo liberi, se vivessimo tutti sul Pianeta Advaita.</p>
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<p><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1924&amp;isbn=8834013638">Nisargadatta Maharaj. Io sono quello. Astrolabio. 2001. ISBN: 8834013638</a></p>
<p><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1924&amp;isbn=8834012038">Ramesh Balsekar. La coscienza parla. Astrolabio. 1996. ISBN: 8834012038</a></p>
<p><!--[if !supportEmptyParas]--> <!--[endif]--></p>
<p>Copyright originale “What is Enlightenment” magazine <a href="http://www.wie.org/">www.wie.org<br />
</a>Traduzione di Nityama Elsa Masetti. Revisione di Toshan Ivo Quartiroli.<br />
Copyright per l&#8217;edizione italiana Innernet</p>
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		<title>Destino e debolezze della spiritualità contemporanea</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Jun 2009 09:54:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mariana Caplan</dc:creator>
				<category><![CDATA[Percorsi di ricerca]]></category>
		<category><![CDATA[ego]]></category>
		<category><![CDATA[illuminazione]]></category>
		<category><![CDATA[misticismo]]></category>
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		<description><![CDATA[Negli ultimi quaranta anni, l’occidente è stato travolto da un’ondata di informazioni spirituali che ha inondato i quotidiani, la televisione e i periodici a maggiore tiratura. Classi di meditazioni sono offerte alle Nazioni Unite, Hillary Clinton usa tecniche di visualizzazione e rilassamento, lo yoga viene insegnato in molte delle più grandi aziende mondiali e la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="mariana caplan.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/mariana-caplan.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/mariana-caplan.jpg" alt="mariana caplan.jpg" hspace="6" align="left" /></a>Negli ultimi quaranta anni, l’occidente è stato travolto da un’ondata di informazioni spirituali che ha inondato i quotidiani, la televisione e i periodici a maggiore tiratura. Classi di meditazioni sono offerte alle Nazioni Unite, Hillary Clinton usa tecniche di visualizzazione e rilassamento, lo yoga viene insegnato in molte delle più grandi aziende mondiali e la vita spirituale di celebrità come Richard Gere, John Travolta e Tom Cruise è data in pasto a un pubblico di fan spiritualmente affamati o di voraci cercatori di pettegolezzi.</p>
<p>La spiritualità non solo ha acquistato molta popolarità, ma è diventata un grande affare. La New Age è un’industria multimiliardaria, e alcuni degli insegnanti spirituali e dei guru più famosi si sono arricchiti considerevolmente grazie al commercio della Verità. Tuttavia, restano le domande essenziali: che cos’è la spiritualità? Lo spirito umano si sta davvero evolvendo?</p>
<p>Nella cultura spirituale dell’occidente sta succedendo qualcosa di realmente nuovo o la nostra attrazione per i seminari New Age, lo yoga e la meditazione non sono altro che masturbazioni spirituali? Come possiamo utilizzare il caos e le opportunità che abbiamo di fronte per dare un aiuto significativo all’umanità?</p>
<p>Stando ai media, la spiritualità può essere di tutto: una lezione di yoga in palestra, una lettura astrologica improvvisata o la camminata sul fuoco durante un seminario di fine settimana. I seguaci della New Age ci sollecitano ad accettare tranquillamente un cammino personale e su misura verso il benessere, chiamandolo “verità” e incoronando come “spirituale” tutto ciò che contiene il colore viola, include la parola “meditazione” o ha il ginseng nell’elenco degli ingredienti.</p>
<p>Giardini di pietra Zen sono in vendita negli aeroporti o a <em>Discovery Channel</em>, mentre è possibile comprare per un quarto di dollaro i <em>mala</em>, le collane della preghiera un tempo considerate sacre, nei grandi magazzini. Se non fossero pieni di vuoto, gli antichi Maestri Zen si starebbero certamente rivoltando dentro le loro urne cinerarie! La realtà è che, in aggiunta a tutto ciò che essa già rappresenta, la spiritualità è diventata un capriccio. È un vocabolo familiare, un bene comprato e venduto a caro prezzo, un’identità,<span id="more-460"></span> un club cui appartenere, una fuga immaginaria. Le autorità spirituali fungono da mamma e papà, sono delle icone, dei saggi favolosi, degli amanti proiettati, dei confessori e delle guide che renderanno la nostra vita migliore e più piacevole. Il Dalai Lama viene definito “carino” e “pacifico” –come fosse una stella del cinema – mentre attori come Richard Gere e Steven Segal sono talvolta riveriti come dei modelli esemplari di figure spirituali o addirittura dei <em>tulku</em>.</p>
<p><a title="Destino e debolezze 1.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/destino-e-debolezze-1.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/destino-e-debolezze-1.jpg" alt="Destino e debolezze 1.jpg" hspace="6" align="left" /></a>Mettere l’etichetta di “spirituale” a ogni fenomeno o individuo che sia anche solo leggermente straordinario migliora le entrate e aumenta l’autostima, il potere e lo status di persona legata al guru più alla moda o alla tecnica più seguita. Ma ciò crea confusione inutile al ricercatore neofita e sincero, che spesso all’inizio non riesce a distinguere tra un autentico tulku tibetano o un cristalloterapeuta.</p>
<p>Inoltre, buffonate del genere spesso allontanano i profani già scettici e critici, che vedono uomini e donne intelligenti (oltre che dotati di grandi ego) arricchirsi cooptando fantasie di salvezza ultraterrena da parte di individui più deboli; in tal modo, concludono che tutto il mondo della spiritualità manca di intelligenza e spirito critico. Laddove la spiritualità autentica trascende di gran lunga categorie così superficiali, in una cultura moderna priva delle basi per distinguere le sottili differenze tra le varie esperienze e guide spirituali, è spesso difficile comprendere il valore effettivo della “merce” spirituale in vendita.</p>
<p><strong>Svalutare il linguaggio della spiritualità<br />
</strong><br />
Non è necessario essere un linguista per rendersi conto di quanto il vocabolario delle tradizioni sacre sia stato screditato. Una volta che termini come “illuminazione” o “risveglio” sono entrati a far parte del linguaggio comune occidentale, hanno perso inevitabilmente la sacralità del loro significato essenziale. La cultura spirituale popolare non solo finge di comprendere il linguaggio dell’“illuminazione”, della “liberazione” o del “risveglio”, ma presume che i suoi membri concordino sul significato di parole un tempo riservate alle più preziose e sottili realizzazioni del genere umano. Sono parole che i praticanti delle principali tradizioni non osavano sussurrare (e tanto meno presumevano di capire) senza decenni di pratica e studio intensi.</p>
<p>In una cultura in cui la parola “illuminazione” esce dalle nostre labbra tanto facilmente quanto “caffelatte”, è ovvio che il termine abbia perso significato. Alla fine, ciò che la parola “illuminazione” indica non perde né acquista valore; quello che va perduto è il senso di preziosità e fragilità connesse a quelle che restano le possibilità più sacre della coscienza umana.</p>
<p>Se solo potessimo dire, onestamente e senza vergogna: “Pratico la spiritualità come un hobby” o “Desidero una pratica spirituale che mi doni una certa pace mentale, ma senza discipline né impegni” o “Vorrei che la spiritualità sia la mia amante, ma che il comfort e la sicurezza siano mia moglie” o “Voglio essere considerato un uomo o una donna spirituale, perché ciò mi renderà più attraente”; se potessimo semplicemente ammettere: “Sono un seguace della New Age”, “Sono un buddista alla moda”, “Sono un finto hindu”, “Sono un aspirante guru” o “Sono un mistico in erba”; se usassimo definizioni più semplici e dirette, come: “Sono un serio aspirante spirituale”, “Sono un ricercatore dall’interesse moderato” o “Sono un turista spirituale part-time, casuale”…</p>
<p>Ma la nostra tendenza egoica, inconscia e automatica, è elevare le nostre attività ordinarie a qualcosa di spiritualmente significativo. Tuttavia, se ci accontentiamo di falsi, contribuiamo a svalutare il prezzo dei diamanti spirituali; ci basta fare sfoggio di gioielli da bigiotteria. Non è che desideriamo consciamente investire in un bene fraudolento; piuttosto, questa identificazione egoica è quello che si ottiene quando si cerca di vivere una vita spiritualmente significativa all’interno di una cultura occidentale capitalista e psicologicamente ferita.</p>
<p>Se non riusciamo a distinguere chiaramente ciò che vogliamo e per cui siamo disposti a pagare – cosa nella quale la cultura spirituale occidentale nel suo insieme finora ha decisamente fallito –, il risultato è un mix confuso di termini antichi e ruoli contemporanei, la svalutazione della funzione del maestro (o del guru) spirituale autentico e il discredito generale della spiritualità contemporanea. Fare queste nette distinzioni, anche se poco lusinghiere per l’ego, ci permette di riconoscere senza vergogna dove siamo <em>in</em> <em>questo</em> <em>momento</em>. E non c’è bisogno di ricordare come, secondo Ram Dass, “l’essere qui e ora” sia l’unica possibilità per una trasformazione autentica.</p>
<p><strong>La ricerca di esperienze mistiche<br />
</strong><br />
Anche di fronte al fatto, evidente e incontrovertibile, che per la grande maggioranza delle persone la psichedelia e i seminari di un week-end operano ben poche trasformazioni durature (se mai ne operano qualcuna), tutti noi desideriamo ancora qualcosa di forte. Vogliamo l’esperienza, e crediamo ancora che essa voglia dire qualcosa. Forse ora cerchiamo l’Ayahuasca invece dell’LSD, lo pseudo-tantra invece dell’amore libero, le erbe cinesi invece del valium, ma nell’insieme pensiamo ancora che se riusciamo a raggiungere il giusto stato di alterazione, in qualche modo riusciremo a conservarlo, oppure ad avere quella rivelazione finale che ci permetterà di trasformare permanentemente tutte le nostre abitudini negative in quelle di un bodhisattva.</p>
<p>Tuttavia, anche se critico la ricerca di forti esperienze spirituali, riconosco che esistono molte persone che traggono enorme beneficio da esperienze mistiche, che queste ultime provengano dal sesso, dalla droga, dalla meditazione, dallo yoga o dalla musica.</p>
<p>Le esperienze mistiche hanno il loro posto nello sviluppo spirituale, soprattutto in una cultura scettica di tutto ciò che si trova al di fuori del nostro condizionamento cognitivo. Ma, nella maggior parte dei casi, i nostri trionfi spirituali ricadono nella categoria: “Una volta ho avuto un’esperienza”.</p>
<p>Quando le esperienze mistiche diventano la nostra ossessione e cambiamo seminari, insegnanti e tradizioni spirituali alla ricerca della prossima esperienza forte, abbiamo compiuto una lunga deviazione dai bisogni della nostra cultura. Viviamo in una cultura ossessionata dalla chiarezza, ma che svaluta le sottigliezze; infatuata dell’eccesso, ma che disprezza la semplicità; che onora l’egoismo e non apprezza l’altruismo.</p>
<p>La nostra cultura ha un grande bisogno di individui che, contrariamente a ogni aspettativa, vogliano ardentemente rianimare il suolo dell’occidente con l’energia della Verità; individui che desiderino vivere semplicemente, facendo i necessari sacrifici e andando contro la tendenza comune del materialismo spirituale.</p>
<p>È mia convinzione (o un mio desiderio) che stiamo lentamente arrivando alla comprensione del fatto che non esistono scorciatoie alla maturità spirituale. Lo sviluppo spirituale autentico accade dopo anni di disciplina esteriore e interiore, di implacabile onestà con se stessi e di auto-osservazione. Accade permettendosi di sperimentare le gioie e i dolori della vita, in modo tale che alla fine comincerà a emergere una compassione genuina verso gli altri.</p>
<p><strong>Il mito della New Age<br />
</strong><br />
Grazie a Dio – o alla Dea, o a Gaia, o al nome più politicamente corretto utilizzato oggi – stiamo mettendo da parte il mito della New Age, secondo cui siamo una esclusiva progenie di esseri umani selezionati per vivere in questa epoca unica, ricevendo attenzioni e benedizioni speciali. È tempo di superare il narcisismo occidentale secondo cui siamo in qualche modo più speciali di tutti gli altri esseri umani esistiti sul pianeta negli ultimi sei miliardi di anni. Quando a un seminario sento per l’ennesima volta un gruppo proclamare con innocente meraviglia che ci troviamo in una configurazione “unica e speciale”, devo soffocare l’istinto di vomitare.</p>
<p>Sono sempre esistiti profeti e profezie, e chiunque abbia sofferto in questa vita (o in un’altra) desidera fortemente sentirsi speciale e quindi specialmente amato. Postulato numero uno di Psicologia Sociale: si prenda un insieme di esseri umani maltrattati dalle famiglie, dai governi e dalle scuole, troppo distaccati dal corpo e dal cuore per poter donare loro amore autentico, e il risultato sarà un gruppo di uomini che proclamerà di essere speciale, eccezionale ed eterno. Ecco l’Età dell’Acquario.</p>
<p>Se proprio dovessimo distinguere il nostro tempo dalle epoche precedenti, forse faremmo meglio sottolineare il fatto che non siamo mai stati così vicini all’auto-distruzione. Ironicamente, è proprio perché le cose sono messe tanto male che è possibile l’affiorare di un bisogno collettivo di auto-coscienza.</p>
<p>Molti di noi si sono resi conto che siamo motivati più dall’auto-conservazione che dall’altruismo, più dalla paura che dall’amore. Man mano che la minaccia dell’estinzione umana si fa più consistente e le forze dell’avidità, dell’egoismo e dell’ambizione sono più diffuse, emerge un desiderio collettivo di comprendere la follia della situazione presente. Nel contesto della spiritualità occidentale, la spinta complessiva verso la trasformazione appare comprensibilmente più potente nei paesi dove la sofferenza è maggiore. Anche se il desiderio di liberazione nasce dalla volontà di superare il dolore, un’autentica pratica spirituale può trasformare e includere anche delle motivazioni nevrotiche. Se c’è qualcosa di vero nella New Age, penso che abbia a che fare con il bisogno (sempre più pressante) di una soluzione al nostro dolore che sia migliore di una relazione virtuale o delle diete dimagranti; inoltre, godiamo (almeno in alcune occasioni) di un certo margine di libertà, per cui possiamo praticare la nostra ricerca senza venire etichettati come perfide streghe o hippy idealisti.</p>
<p><strong>La sindrome del “tagliare la legna, portare l’acqua dal pozzo”<br />
</strong><br />
Sempre più persone, nel mondo occidentale, ritengono che la vita spirituale debba consistere di cose ordinarie. Vivere in una caverna, per un occidentale, è poco pratico; né possiamo risolvere i problemi dell’infanzia o i disturbi sessuali seduti in una grotta nell’emisfero orientale, cercando di trascendere la vita. Come hanno suggerito Jack Kornfeld e altre guide spirituali del nostro tempo, è inutile essere rapiti dall’estasi se non siamo capaci di lavare decentemente il bucato. Ma, per molti di noi, quest’ultimo è il compito più difficile.</p>
<p>Comunque, conformemente alla tendenza della psicologia occidentale verso una mentalità da fast food, abbiamo cominciato a utilizzare adattamenti moderni di insegnamenti antichi, come “tagliare la legna, portare l’acqua dal pozzo” (un insegnamento che ci spinge a scoprire la pratica spirituale nella vita di ogni giorno) come alibi per indulgere negli eccessi che preferiamo, senza impegnarci in una vita di seria disciplina spirituale. Pertanto, ogni volta che facciamo il bucato ci convinciamo che stiamo “praticando”; ogni volta che facciamo l’amore che stiamo facendo del tantra; ogni volta che portiamo il bambino a scuola o alla lezione di yoga, che siamo dei genitori consapevoli.</p>
<p>Anche se i maggiori insegnanti del nostro tempo incoraggiano i loro studenti a esercitare la pratica spirituale nel contesto della vita quotidiana – come in effetti dovrebbe essere – questo non vuol dire che ogni cosa, in quest’ultima, sia particolarmente spirituale. Leggere qualcosa sulla consapevolezza, in ufficio, non ci assicura un buon karma solo perché ci siamo fatti vivi al posto di lavoro. La disciplina spirituale riguarda lo stato d’animo, l’attenzione e la presenza che portiamo in ogni attività, ma spesso siamo capaci di mantenere questa concentrazione solo grazie a una disciplina interiore di molti anni. Quando insistiamo a definire tutto ciò che facciamo come “spirituale”, solo perché un insegnante famoso ci ha detto che Dio è nelle piccole cose, siamo ricaduti nella trappola familiare dell’auto-inganno e della letargia spirituale.</p>
<p>Percorrere la via di mezzo vuol dire prendere la nostra vita per quello che è e considerare i suoi eventi come le circostanze della nostra pratica spirituale. La via di mezzo non è la via facile; per gli occidentali attratti dagli estremi, potrebbe essere la più difficile in assoluto. La via di mezzo non è né la castità né la sessualizzazione di tutti e tutto; non si tratta né di una dieta fissa di hamburger e Coca-Cola né di un austero regime macrobiotico; non è né lo stacanovismo delle varie “dotcom” né la fuga dal sistema “perché non ne facciamo parte”. Piuttosto, è il camminare sul filo del rasoio costituito dal mantenere la consapevolezza e l’integrità in una cultura che ci invita a fuggire in una realtà fantastica paradisiaca o infernale.</p>
<p><strong>La questione dell’insegnante spirituale</strong></p>
<p><a title="Destino e debolezze 2.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/destino-e-debolezze-2.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/destino-e-debolezze-2.jpg" alt="Destino e debolezze 2.jpg" hspace="6" align="right" /></a>L’argomento dell’insegnante spirituale, o guru, è ricco di insidie e di tesori allo stesso tempo; qui lo affronterò solo da un punto di vista generale. Per approfondire l’argomento, si veda il mio articolo <em>Questioning Authority</em>, in “Parabola”, autunno 2000 e il mio libro <em>Do</em> <em>You Need a Guru</em>? (“Hai bisogno di un guru?”). Molte persone, in occidente, continuano ad avere una comprensione immatura sia del ruolo dell’insegnante spirituale, o guru, sia di se stesse come studenti o discepoli.</p>
<p>Poiché siamo cresciuti in una cultura dove la maggior parte, se non la totalità, dei nostri modelli (i genitori, gli insegnanti, i governanti) sono dominati dall’ignoranza e dall’egoismo, non meraviglia la scarsa fiducia che nutriamo verso le nostre autorità spirituali (né meraviglia il fatto che spesso queste ultime si dimostrano indegne di fiducia, nonostante le migliori intenzioni).</p>
<p>Negli ultimi quaranta anni, abbiamo oscillato tra la prostrazione cieca ai piedi di guru orientali e di maestri Zen, e l’ostinata, totale autonomia da tutti i sistemi tradizionali e le autorità spirituali come fonti di guida. A un estremo, abbiamo uomini e donne asiatici vestiti di tuniche, turbanti e sari, ignari di psicologia occidentale al punto di sfruttare in modo imperdonabile (finanziariamente, sessualmente, psicologicamente e psichicamente), consapevolmente o meno, la nostra debolezza culturale.</p>
<p>Molti di noi, nel nostro disperato bisogno di amore, accettazione ed emancipazione (e in mancanza di elementi per distinguere un insegnante autentico da uno fraudolento), hanno spesso scelto falsi maestri cui si sono relazionati attraverso una serie di proiezioni psicologiche che hanno eliminato le peggiori qualità di questi ultimi. Poi li incolpiamo per essere ciò che li abbiamo aiutati a diventare.</p>
<p>All’altro estremo, siamo così illusi sul nostro potere, tanto ostinati nel voler restare indipendenti in ogni campo e così scettici e timorosi di venire sfruttati un’altra volta da una figura materna o paterna proiettata, da avere completamente eliminato il valore dell’autorità spirituale dalla nostra vita. Pubblichiamo libri sul cammino diretto verso Dio, senza intermediari, o sulla superiorità del guru, del sé e del bambino interiori, in tal modo rassicurandoci sul fatto che possiamo trovare la via verso il cuore dell’universo senza alcun aiuto umano esterno.</p>
<p>Le probabilità del nostro successo sono praticamente uguali a quelle di una segretaria di Wall Street che voglia scalare l’Everest in minigonna e tacchi a spillo, senza una guida. È possibile che ci riesca, ma è molto più verosimile che venga uccisa da una frana e che nessuno senta mai più parlare di lei, o che ritorni a valle dopo il primo chilometro, lamentandosi perché tutte le guide erano troppo patriarcali, oltre che emotivamente e fisicamente violente (a ogni modo, lei si sentiva più adatta allo sci di fondo).</p>
<p>Molti di noi hanno bisogno di un insegnante, però non sappiamo come sceglierlo o come relazionarci a lui/lei in modo maturo, una volta trovatolo/la. Una risposta a questo problema è stata la stesura di un rigido codice etico-morale per gli insegnanti spirituali. Se il ruolo di maestro dell’anima contemplasse un insegnamento ordinario e lineare, non sarebbe una cattiva idea. Ma se pretendiamo che gli individui che dovranno istruirci sui misteri dell’universo debbano agire secondo una morale convenzionale, è come se li stessimo ammanettando, limitandone l’ampiezza dell’insegnamento, oltre che del nostro apprendimento.</p>
<p>Un approccio più maturo al problema è, secondo me, trovare la nostra via per diventare studenti e discepoli adulti; ovvero, sviluppare l’auto-coscienza e l’equilibrio psicologico essenziali per rivolgerci agli insegnanti con le giuste motivazioni. Dobbiamo avere aspettative realistiche e comprendere come la nostra inadeguatezza di studenti abbia una parte significativa nel creare le difficoltà che incontriamo nella relazione insegnante-studente. In tal modo, possiamo apprezzare l’aiuto degli insegnanti nel donare profondità alla nostra anima e chiarezza alla nostra visione, senza idealizzarli né sentirci vittime ogni volta che essi non soddisfano i nostri bisogni spirituali.</p>
<p><strong>Il destino della letteratura spirituale</strong></p>
<p>Se posso insistere nella mia sfuriata ancora un poco, vorrei aggiungere che il mondo della letteratura spirituale, secondo me, sta sprofondando nell’inferno. In ogni sua forma: riviste, libri ecc. Non perché non esista una letteratura spirituale di primo ordine: quest’ultima viene scritta tutti i giorni, ed è caratterizzata da grande fervore e integrità. Ancora una volta, accade che la migliore letteratura non regga la competizione con le alternative false e più appariscenti.</p>
<p>La buona letteratura spesso non arriva nelle librerie di larga diffusione; quando ciò avviene, raramente è messa in bella vista. E così non vende. Gli autori di questo tipo di letteratura non sono quasi mai interessati all’auto-promozione, né gli editori possono permettersi di pubblicizzare libri che parlano di una realtà difficile da accettare. I libri che ci fanno sentire meglio sono, semplicemente, più benvenuti.</p>
<p>Una volta, scrissi una lettera alla direttrice di uno dei più brillanti giornali New Age dell’occidente, suggerendo che la rivista aveva sfacciatamente compromesso l’integrità dei suoi fini capitolando all’ignoranza spirituale del mercato moderno; nel far ciò, mi addentrai nei particolari più truculenti. La direttrice mi telefonò personalmente per dirmi che la mia lettera era la più significativa che avessero ricevuto da molti anni in qua, ma… Il “ma” era che la direzione (ovvero, le persone il cui stipendio dipendeva dalla vendibilità del loro prodotto) non l’avrebbe pubblicata.</p>
<p>La direttrice si scusò, da parte della sua coscienza. Questo accadde un’altra volta con un’altra rivista spirituale, il cui direttore mi disse che la mia lettera era troppo provocatoria, poi con un’altra rivista ancora ecc. Sembra che, da qualche parte, sia stata dichiarata una moratoria a tutte le pubblicazioni che non rafforzino l’ego o non siano sdolcinate.</p>
<p>Non possiamo tralasciare il fatto che i libri spirituali più venduti sono scritti da fondamentalisti cristiani o da venditori professionisti come James Redfield, Jack Canfield e Deepak Chopra, ovvero da persone che hanno un desiderio genuino di fornire un prodotto valido, ma che sono anche – per loro stessa ammissione – uomini d’affari ambiziosi e di successo. Gli scrittori più potenti, o quelli con maggiore desiderio di gloria e ricchezze, vincono. Così funziona il gioco.</p>
<p>Dopo aver frequentato per anni la <em>New Age Book Fair</em> e la <em>BookExpo America</em> – una tra le maggiori fiere del libro al mondo – e aver chiesto agli editori cosa cercassero nei libri spirituali, le mie speranze sono molto più esigue. Una volta ogni tanto, libri come <em>When Things Fall Apart</em> di Pema Chodron si insinuano nelle fessure e diventano best seller. Ma, in generale, la tendenza è verso libri brevi che abbiano poche parole su ogni pagina, con ghiottonerie di saggezza che promettano una felicità senza fine. “La gente non vuole più scendere in profondità”, mi ha detto un direttore di una delle più importanti case editrici del Paese. “E soprattutto”, aggiungono editori e direttori, “per favore, non menzionare la parola ‘guru’: spaventa la gente”. Il mio prossimo libro non avrà successo.</p>
<p><strong>Siamo arrivati da qualche parte?</strong></p>
<p>Penso che finalmente siamo arrivati al punto in cui possiamo comprendere che gran parte di ciò che abbiamo fatto non ha funzionato. Molti di coloro che hanno cominciato negli anni ’60, mettendosi con tutto il cuore alla ricerca dell’illuminazione, della rinuncia e della beatitudine infinita, oggi hanno attraversato almeno un decennio di terapia, sono diventati più umili dopo essersi sposati e aver fatto dei figli (spesso, anche dopo aver divorziato) e forse sono un po’ più saggi. I fanatici dei seminari, dopo aver imparato a trascendere la mente e a distaccarsi dalle nevrosi a ogni fine settimana, adesso (dopo venti anni) si rendono conto che un weekend da 300 euro, anche se forse dona un assaggio dell’illuminazione, non è duraturo. Questo disincanto è una buona cosa.</p>
<p><a title="Destino e debolezze 3.gif" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/destino-e-debolezze-3.gif"><img class="alignleft" style="margin-left: 6px; margin-right: 6px;" src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/destino-e-debolezze-3.gif" alt="Destino e debolezze 3.gif" hspace="6" width="172" height="117" align="bottom" /></a>La via del disincanto è una delle più potenti e istruttive che possiamo percorrere. È la via della compassione attraverso l’umiltà. Ram Dass ha detto che, quando comprendiamo davvero che la sofferenza è una grazia divina, ci sembra di essere ingannati. Il grande mistico persiano Hafiz ha scritto che la sofferenza e la disperazione fermentano l’anima come pochi ingredienti umani o divini riescono a fare. Solo quando finalmente ammettiamo il nostro fallimento – cioè la nostra disperazione, secondo il linguaggio dei buddisti – diventa possibile qualcosa di autentico e reale.</p>
<p>Quando ci permettiamo di diventare profondamente disillusi dai nostro progressi spirituali (o dalla loro assenza), senza tuttavia rinunciare alla nostra passione per Dio, la Verità o la Vita, forse stiamo arrivando da qualche parte. Le sacre scritture sanscrite ci offrono l’insegnamento del <em>neti neti</em>: “Né questo né quello”. Peliamo strato a strato ciò che è irreale, continuando a scendere sempre più in profondità. Se cominciamo a essere sufficientemente severi con noi stessi per cominciare a vedere ciò che abbiamo sempre rifiutato di considerare; per riconoscere un’altra menzogna che abbiamo creato nella nostra vita; per restare testimoni della natura ingannevole dell’ego e sostenere la nostra bontà essenziale: allora, avremo la forza di morire con dignità a ciò che è irreale, lasciando che il reale si manifesti. Questa è una possibilità straordinaria per l’evoluzione umana.</p>
<p><strong>E ora?</strong></p>
<p>Anche se posso sembrare cinica riguardo il mondo della spiritualità contemporanea, la possibilità che la nostra cultura possa evolvere, dal punto di vista spirituale, dall’infanzia e dall’adolescenza verso la maturità, è qualcosa che mi appassiona totalmente. Se, come praticanti e ricercatori spirituali, creiamo una caricatura sufficientemente potente di noi stessi nella Disneyland spirituale di nostra invenzione, a un certo punto scoppieremo a ridere e cominceremo a porci in una prospettiva più giusta e rispettosa tanto dei nostri difetti quanto della nostra bellezza.</p>
<p>L’universo ci offre una miniera d’oro di risorse interiori ed esteriori: è sufficiente imparare a estrarle. Siamo fortunati a vivere nel mondo occidentale in un’epoca in cui possiamo affermare ciò che ci piace, che sappiamo e che vogliamo scoprire senza venire bruciati sul rogo; in cui basta un volo in aereo per raggiungere alcuni dei più grandi insegnanti (se non addirittura un click su Internet); in cui abbiamo accesso a testi sacri un tempo custoditi dentro templi e piramidi, a disposizione solo di coloro che avevano rinunciato a ogni bene terreno in cambio di un pezzettino dei loro insegnamenti.</p>
<p>Tutto è, letteralmente, a portata di mano; l’unico problema è trovare il coraggio, la forza e l’intelligenza per utilizzare una situazione tanto preziosa quanto precaria. Nessuno può mettersi una mano sulla coscienza e assicurarci che tutto andrà bene; chiunque lo faccia, sta mentendo. Il destino della spiritualità occidentale contemporanea dipende totalmente dalla nostra integrità e responsabilità, in ogni momento e nei semi che piantiamo attraverso l’integrità e l’intelligenza (o attraverso la loro mancanza) della nostra partecipazione al processo.</p>
<p>A prescindere dalla direzione presa da ciascuno di noi, tra le tantissime possibili nel mondo spirituale, è vero che stiamo facendo del nostro meglio e che abbiamo davanti a noi una lunga strada. È davvero una strada senza fine, soprattutto se consideriamo che la cultura spirituale in occidente è appena agli inizi. Così, mentre i mountain-biker della New Age procedono sbandando attraverso i fasti e le luci delle mode spirituali, molti di noi restano indietro nella polvere della loro scia, chiedendosi dove porta tutto ciò, se mai porta da qualche parte.</p>
<p>Mariana Caplan è scrittrice, consulente e assistente per aspiranti scrittori. Vive a San Francisco, Bay Area, dove tiene conferenze al <em>California Institute of Integral Studies</em> (CIIS) e offre seminari basati sulla sua ricerca e i suoi scritti. Gli articoli della Caplan sono apparsi su<em> Kindred Spirit</em>, <em>Parabola </em>e <em>Massage</em> e <em>Bodywork</em>. Tra i suoi libri, ricordiamo: <em>The Way of Failure</em>: <em>Winning Through Losing</em> (<em>La via della sconfitta: Vincere tramite la perdita</em>), <em>Halfway up the Mountain: the Error of Premature Claims to Enlightenment (A metà strada verso la montagna: l’errore di dichiararsi illuminati prematuramente), Untouched: the Need for Genuine Affection in an Impersonal World (Intoccabile: il bisogno di affetto autentico inmondo impersonale) , e Do You Need a Guru? Understanding the Student-Teacher Relationship in an Era of False Prophets (Hai bisogno di un Guru? Comprendere la relazione maestro-studente in un’era di falsi profeti).</em></p>
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<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/1890772100/innernet-20%20%3CIMG%20SRC=">Mariana Caplan. The Way of Failure: Winning Through Losing. Hohm Press. </a><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/1890772100/innernet-20%20%3CIMG%20SRC=">2001. ISBN: 1890772100</a></p>
<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/0934252807/innernet-20%20%3CIMG%20SRC=">Mariana Caplan. Untouched: The Need for Genuine Affection in an Impersonal World. Hohm Press.1998. ASIN: 0934252807</a></p>
<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/1570623449/innernet-20%20%3CIMG%20SRC=">Pema Chodron. When Things Fall Apart. Shambhala Publications. 2000. ISBN: 1570623449</a></p>
<p>Copyright originale Helen Dwight Reid Educational Foundation. Pubblicato originalmente su “ReVision” magazine volume 24 n.2, fall 2001, pg. 51, edito da Heldref Publications, 1319 Eighteenth St., NW, Washington, DC 20036-1802 <a href="http://www.heldref.org/html/rev.html" target="_blank">http://www.heldref.org/html/rev.html</a></p>
<p><a href="http://www.heldref.org/html/rev.html"> </a>Traduzione di Gagan Daniele Pietrini<br />
Copyright per l’edizione italiana Innernet.</p>
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		<title>Illuminazione, prima, durante e dopo</title>
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		<pubDate>Thu, 07 May 2009 08:36:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Esperienze]]></category>
		<category><![CDATA[Percorsi di ricerca]]></category>
		<category><![CDATA[ego]]></category>
		<category><![CDATA[illuminazione]]></category>
		<category><![CDATA[Osho]]></category>
		<category><![CDATA[ricerca spirituale]]></category>

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		<description><![CDATA[Ogni ricercatore vuole l’illuminazione. Gran parte delle persone la sente come uno stato di continua beatitudine e unità e crede che una volta raggiunto questo, la vita sarà per sempre facile e semplice, a causa di quest’eterna espansione nell’oltre. Mentre è vero che esiste quello che si definisce «l’esperienza dell’illuminazione» che possiede tutte queste caratteristiche, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="The age of enlightenment.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/the-age-of-enlightenment.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/the-age-of-enlightenment.jpg" alt="The age of enlightenment.jpg" hspace="6" align="left" /></a>Ogni ricercatore vuole l’illuminazione. Gran parte delle persone la sente come uno stato di continua beatitudine e unità e crede che una volta raggiunto questo, la vita sarà per sempre facile e semplice, a causa di quest’eterna espansione nell’oltre.</p>
<p>Mentre è vero che esiste quello che si definisce «l’esperienza dell’illuminazione» che possiede tutte queste caratteristiche, la vera vita illuminata è qualcosa di molto diverso. La beatitudine non è l’esperienza emozionale che conosciamo attraverso l’ego. E’ al di là di questa.</p>
<p>La verità è rivelata per così dire in tempi supplementari, pezzo per pezzo, in relazione alla nostra graduale presa di coscienza di che cosa siamo e alla perdita della nostra identità legata all’ego. Alcune parti del processo sono garantite: dobbiamo per primo riconoscere che siamo al di là del corpo-mente fino al momento in cui accade un cambiamento di prospettiva, di situazione, però in seguito dobbiamo precipitare e scendere dal picco dell’illuminazione.</p>
<p>Dobbiamo avere il coraggio di ammettere che ogni esperienza si decolora <em>anche dopo qualche anno</em>, che possiamo di nuovo perdere la chiarezza e che l’identificazione con la mente può ritornare. Nulla è permanente e per raggiungere vette più alte dobbiamo passare da diverse vallate.</p>
<p>L’insuccesso è una parte essenziale del sentiero. Quando otteniamo un successo spirituale, il nostro ego cresce in proporzione, quando abbiamo un insuccesso, esso diminuisce ed è triturato.</p>
<p>L’esperienza dell’illuminazione è la fine della ricerca, ma sicuramente l’inizio del cammino. (O come dico spesso la ricerca si muove dalla dimensione orizzontale a quella verticale.) Spesso è necessaria la perdita dell’esperienza per essere veramente impegnati nella disciplina della vita spirituale.<span id="more-431"></span></p>
<p>Ciò che rimane è che siamo confrontati costantemente con le nostre mancanze, paure, attaccamenti e disperazioni. Dobbiamo aprirci e aprirci in profondità nel dolore e nella paura, perché ci cuocia, ci spezzi e ci polverizzi, in modo che possiamo sparire come sè separato.</p>
<p>Se non abbiamo la giusta comprensione, il giusto contesto, le vallate sono difficili da percorrere. Quanto segue è il mio proprio percorso in questo processo. Possa essere di aiuto ad altri viaggiatori in cammino.</p>
<p>Negli anni novanta la vita sembrava quella che avevo voluto. Almeno esternamente. Vivevo in India in una zona molto bella fuori città. Ero un membro rispettato dell’ashram di cui facevo parte. Amavo il lavoro che facevo come terapeuta, la relazione affettiva in cui mi trovavo era bellissima, allegra e gratificante. Almeno è quanto raccontavo a me stessa. La casa che avevamo costruito era splendida: avevamo collaboratori domestici, gatti, cani e pesci nella vasca ecc.</p>
<p>Vivevamo la vita felice dei neo-sannyasin. La meditazione giornaliera era piacevole; potevo adagiarmi nel conforto di sapere come abbandonare la mente ed esperimentare la beatitudine. Avevo trovato un rifugio dal dolore. Cosa potevo chiedere di più?</p>
<p>Mi dicevo che ero appagata, negando il fatto che mi sentivo inferiore al mio compagno perché partecipavo con meno denaro, che ero profondamente insicura sulle mie capacità di terapeuta e vari altri fatti minori.</p>
<p>In fondo il diniego era diventato quasi un modo di vivere e posso vedere retrospettivamente che lo sapevo da sempre in modo vago, ma era troppo pericoloso ammetterlo a me stessa. La compensazione era un’arte in cui ero molto abile sin dalla tenera infanzia.</p>
<p>Poi un bel giorno il mio amante mi lasciò. Profondo fu il buco in cui caddi; mi sembrava anche che ogni volta che vi cadevo, diventava sempre più profondo. Determinata a finirla una volta per tutte (l’ego pensa sempre in termini di soluzioni permanenti) mi buttai a capofitto in questo abisso per circa un anno, facendo un’intensa terapia, finché scoprii il gruppo di consapevolezza intensiva. In questo gruppo ti chiedi il koan: «Chi sono io?» dal mattino presto fino a tarda sera. I risultati furono sorprendenti.</p>
<p>Durante l’anno successivo participai ad ognuno di questi gruppi di tre o sette giorni. Di solito mi ci volevano 24 ore di intensa lotta prima di esplodere in un’altra dimensione, nel regno dell’unità, della chiarezza e della pace. Divenni una drogata di questi stati trascendenti perché mi sollevavano immediatamente lontano dal mio dolore irrisolto. Imparai come «ottenerlo». I koan esplosivi divennero la mia specialità.</p>
<p>Per qualche tempo questi stati duravano finché frequentavo il gruppo, ma poi cominciai a notare che questi stati rimanevano. La chiarezza non mi lasciava più e la pace era più o meno sempre presente. In altre parole avevo accumulato una gran quantità di energia (shakti).</p>
<p>Vennero poi grosse rivelazioni e squarci di intuizioni. Ero finalmente libera da ogni mia sofferenza! Mi ricordo anche di frasi immediatamente respinte del tipo:«Ora non dovrò più preoccuparmi per i soldi, ho tutto quel che desidero». «Ora non devo più agitarmi riguardo al sesso e alle relazioni perché sono al di là di tutto questo!»</p>
<p>L’ego era sempre accanto in agguato e in un certo modo lo sapevo, ma ero troppo ignorante dei veri meccanismi della mente, per realizzare quello che significava. Mi dicevo che ero libera dall’ego poiché ne ero consapevole.</p>
<p>Consultai quello che Osho descrive al riguardo, per capire la mia situazione, ma non trovai molto. Forse non sapevo come formulare la domanda perché credevo di essere già illuminata, ma comunque non trovai nulla di veramente utile.</p>
<p>Mi sentivo molto sola e pensai che era quello che egli voleva dire quando affermava che alla fine sei solo e così decisi di fidarmi della mia esperienza. Per qualche tempo incontrai una donna che sosteneva di essere illuminata e che mi aiutò a chiarire qualche dubbio. Per di più mi diede tutte le conferme su quanto stavo cercando! (Questo è esattamente quello che la mente vuole: conferme, e così inconsciamente cerchiamo qualcuno che ce le possa dare)</p>
<p>Comunque l’esperienza dominante era la gioia e la pace. La trasformazione era evidente e profonda. Volevo immediatamente comunicarla a chi la volesse ascoltare. Vi era in me il senso genuino ed ingenuo di aiutare gli altri a liberarsi dal dolore. Per quanto potessi vedere, l’intenzione era pulita ed innocente. Non sapevo che finché c’è un ego l’intenzione non è mai pura al 100%.</p>
<p>Qualcuno poi descrisse la gente che dichiara prematuramente la loro illuminazione, come bambine che si vestono con gli abiti della madre e mettono i tacchi alti facendo finta di essere adulte. Ora, guardando indietro vedo che era quello, in fondo. Ero una bambina con un sacchetto di caramelle che volevo distribuire.</p>
<p>Ed anche se gli amici mi evitavano come la peste, qualcuno cominciava a presentarsi per ascoltare quanto avevo da dire. Molti ricercatori oggi (come io prima) vogliono solo una cosa: trovare una scorciatoia per liberarsi in fretta dalla sofferenza, ed io ne avevo di scorciatoie da proporre!</p>
<p>Naturalmente mi mostravano rispetto e riverenza: generavo una quantità d’energia cosmica; nella stanza chiunque poteva sentirla e la persona a cui rivolgevo la parola o lo sguardo, si trovava per un pò in uno stato al di là della mente. Anch’io mi sentivo volar via. Ero ammirata e riverita. E in fondo mi sentivo degna di questo amore.</p>
<p>L’orgoglio cominciò ad insinuarsi. Dopo tutto una persona che era stata tanto umiliata (io) ce l’aveva fatta ed era diventata qualcuno. Vedevo l’orgoglio, ma dicevo che dal momento che lo notavo, non aveva importanza. Tutto avveniva nell’UNO e quindi era temporaneo.</p>
<p>La mia fama crebbe, sempre più gente veniva ai satsang e aveva delle esperienze di risveglio. Era la prova che ero nel giusto ed il mio ego si gonfiava un pò di più.</p>
<p>Ogni tanto la vecchia insicurezza bussava alla mia porta, ma non volevo aprire. Non volevo riconoscere che esisteva ancora.  Devi capire la grande sottigliezza della situazione. Senti che hai trasceso la sofferenza, che era il motivo della tua ricerca. Realizzare però che non è vero, non è facile. L’ego lo combatte. L’anima ha un impronta di protezione dell’ego che ha secoli di vita. Non cede così facilmente.</p>
<p>Per molti anni nel nostro cammino, tutto ciò che desideriamo è di essere liberi dalla sofferenza. Solo più tardi la nostra intenzione diventa abbastanza pura per desiderare solo <em>quello che</em> <em>è</em>, per quanto sia penoso e scomodo.</p>
<p>Così mi sentivo molto espansa, perché il risveglio era forte e potevo incanalare enormi quantità di energia, ma non sapevo che erano temporanee e colorate dall’ego. Tutto il tempo il mio ego si allargava al di là delle più incredibili fantasie, senza che me ne accorgessi. Divenne sempre più trasparente, accorto e spirituale, raccontava a se stesso che non era nessuno e che non c’era nemmeno!! Riusciva veramente bene nell’intento di prendere in giro perfino se stesso.</p>
<p>L’ego è molto abile. Dal momento che condividevo con i miei studenti ogni trabocchetto, pensavo di esserne libera. E non vedevo che il fatto di condividere le esperienze non era sufficiente ad abbattere l’ego. E’ necessaria un’assoluta dedizione e la volontà di essere vigile costantemente. Credevo che il fatto di condividere era di per sè essere onesto e vigile. E in un certo modo era anche vero.</p>
<p>L’esperienza dell’illuminazione è sempre un misto di intenzione chiara ed onesta e di un ego affamato di potere. Se non abbiamo un maestro vivente al momento del risveglio, siamo nei pasticci. In quei momenti non possiamo viaggiare da soli; precisamente perché possiamo vedere a mala pena l’ego da soli.</p>
<p>La mia fama cresceva e viaggiavo per tutto il pianeta senza sosta, pensando di fare qualcosa di molto valido per l’umanità. Ora vedo che era di nuovo la vecchia storia antica: avevo bisogno di aiutare tutti quelli che soffrivano altrimenti non avevo il diritto di vivere.</p>
<p>Dopo due anni di questa vita ero esausta. Il corpo era affranto e fui sconvolta scoprendo che il primo pensiero che mi venne, quando il dottore mi disse che dovevo riposare, fu: «Chi mi amerà adesso?»</p>
<p>In un certo modo fu l’inizio della caduta. Naturalmente, onesta com’ero, condividevo tutto questo con gli studenti durante il satsang, mostrando loro quanto ego accompagna l’esperienza del risveglio. Condivisi la mia sofferenza ed i miei errori, ma trovai con meraviglia che non molti volevano ascoltare la verità a meno che non fosse beatificante.</p>
<p>Durante i quattro anni del mio insegnamento, trovai pochi disposti ad ascoltare la verità. Molti vengono ai satsang per trovare delle scorciatoie o per adorare qualcuno. Non molti vogliono ascoltare quel che riguarda il diligente lavoro di purificazione della mente e la guarigione delle nostre ferite.</p>
<p>Infatti durante i nuovi satsang, come li chiamo, circolano numerose storielle sul lavoro su se stessi. La bellezza ed anche la difficoltà dei nostri tempi è che per la conoscenza spirituale ed i suoi segreti basta solo cliccare con un mouse. Tutti gli scritti sono pubblici. In passato questo non era possibile, l’informazione veniva data a seconda dell’avanzamento e della pratica spirituale del discepolo/studente.</p>
<p>Ora non dobbiamo praticare la meditazione o fare qualche lavoro per ricevere l’insegnamento e quindi il pericolo è che l’assorbiamo solo intellettualmente. Nel frattempo trovai una nuova relazione affettiva (con proteste iniziali da parte mia) e questo fu per me un altro modo di verificare la realtà delle cose.</p>
<p>Presi un anno sabbatico e affrontai molte vecchie sofferenze legate all’infanzia e alla solitudine attuale. Prima i miei vecchi amici mi avevano disprezzato, ma ero stata accolta a braccia aperte dalla comunità del neo-satsang, ora però la comunità del satsang mi aveva respinta.</p>
<p>Non avrei dovuto provar dolore ed essere onesta su questo. Alla fine tuttavia, fui capace di accettarlo e viverlo senza ulteriori manipolazioni. Passai qualche mese in silenzio e sentii di nuovo il bisogno di meditare. (naturalmente negli anni in cui non ero nessuno, non c’era nessuno che meditava). Eppure durante tutto il tempo assaporai la beatitudine e la pace di essere in unità con tutto.</p>
<p>Poi venne il colpo duro. Alla mia migliore amica e partner fu diagnosticato il cancro. Per qualche mese ci siamo fatte coraggio dicendo che era ok, che non sentivamo nè paura nè sofferenza, che morire era altrettanto buono quanto vivere e che ciò che viene se ne va un giorno. Poi siamo crollate entrambe. Passai le ultime settimane al suo fianco curandola, finché morì tra le mie braccia.</p>
<p>Questo fatto mi fece a pezzi. C’era troppo dolore. Ero sopraffatta, consumata, senza aiuto e non pretesi più nulla, nemmeno di poter offrire la benché minima scorciatoia o miracolo. Naturalmente venne sempre meno gente. Mi resi conto lentamente che rimaneva solo un pugno di cercatori sinceri ai quali potevo offrire solo la mia amicizia, una limitata esperienza e un pò di saggezza.</p>
<p>Realizzai che avevo bisogno di una guida. Cercai dappertutto tra le antiche e moderne saggezze, finché trovai il mio nuovo maestro Aziz. I suoi colpi duri alla zen erano dolorosi e non li apprezzavo, ma col tempo capii e ricevetti una mappa della realtà che era in risonanza con me.</p>
<p>Il mio vecchio maestro era stato troppo aperto, troppo ricco di indicazioni perché io potessi discernere un sentiero chiaro e pratico. Parlava di tante pratiche e mi lasciava scegliere. Questo mi aveva portato dov’ero adesso. Provavo rispetto e gratitudine per lui, ma avevo bisogno di qualcosa di più.</p>
<p>Avevo bisogno di una guida vivente. Ora avevo trovato questo insegnamento preciso che risuonava nella mia anima come un riflesso della realtà. Egli mi guidò nella mia pratica e m’insegnò un metodo totalmente nuovo di meditazione. Mi disse di smettere di insegnare, ma avevo paura perché era il solo reddito che avevo.</p>
<p>Credevo di aver bisogno di soldi, avevo bisogno di essere riconosciuta e di mantenere una posizione (più per me che per gli altri). Ma soprattutto avevo bisogno di <em>non</em> informare me stessa <em>che era tutto finito</em>. Che avevo avuto un’apertura immensa ed un’esperienza d’illuminazione, durata anni, ma che ora questa stava spegnendosi poco alla volta.</p>
<p>Poco alla volta compresi che la corruzione è in tutti noi e che non è possibile essere totalmente incorrotti. Dopo tutto, quello che facciamo, lo facciamo quasi sempre per noi stessi. Continuando i miei insegnamenti ed incontri con i ricercatori, avrei potuto nascondermi che non tutto era finito. Avrei continuato a sognare ancora un pò e raccontarmi che sarebbe ricominciato come prima. O peggio avrei potuto criticare la poca motivazione dei ricercatori se non fossi stata più richiesta.</p>
<p>Ma la vita è generosa se l’intenzione è onesta. Pregavo quotidianamente per la verità e le preghiere sincere sono sempre ascoltate. Partii per l’occidente, ritornai al mio paese natale, ma trovai difficile riadattarmi a quella cultura dopo 16 anni in India. Ci fu un momento in cui i soldi erano finiti. Amici e familiari ci aiutavano a sopravvivere. Crollai. Tutto il lato ombra della mia personalità apparve.</p>
<p>L’ego era diventato più forte (cresce in concomitanza alle nostre realizzazioni; più potenti diventiuamo e più forte diventa l’ego.) Il super-ego ritornò con la sua vendetta. L’autotortura e l’autoaccusa assunsero le forme di un tornado. L’Ombra era presente e si manifestava chiaramente e a voce alta. Pensavo di aver trovato la mia ombra tanti anni prima, ma non in quella profondità. Mi resi conto che l’ombra si rivela rispetto alla quantità di luce, più c’è luce e più forte è l’ombra.</p>
<p>Tutt’a un tratto fui di nuovo identificata con ogni singolo pensiero. Ero emotiva dalla mattina alla sera tranne quando meditavo. E meditavo, eccome! e pregavo e mi muovevo per tenere a bada la depressione finché fu impossibile impedirla. Ero in un inferno e capii che la guarigione doveva avvenire proprio qui nell&#8217;inferno.</p>
<p>Non c’erano più soldi, trovai un impiego come donna delle pulizie ed ero pronta a trovare qualsiasi lavoro, sempre con la segreta speranza che dopo questa prova tutto era finito, che un miracolo sarebbe avvenuto e sarei stata di nuovo innalzata nell’empireo. La vita sarebbe stata per sempre felice. Ma la verità non vive alla presenza della speranza.</p>
<p>Abbandonare le nostre speranze è uno dei prezzi da pagare per la perla senza prezzo. L’ego gridava, urlava. Non voleva separarsi dai tempi gloriosi. Tutta la mia vita con le sue sofferenze non digerite e negate, ritornò in superficie per un altro giro. Pensieri di suicidio divennero i miei compagni.</p>
<p>Senza l’aiuto del mio partner e di alcuni cari amici, familiari ed un buon terapista, sarebbe stato più difficile. L’amore che ricevevo mi sosteneva e mi curava. Tuttavia mi sentivo persa, non sapevo bene cosa stava succedendo. Avevo bisogno di aiuto.</p>
<p>Una cosa era certa. Non c’era una via d’uscita ma solo una via <em>dentro e attraverso</em>, il mio solo interesse fu di <em>rimanere presente</em> nel dolore e in qualunque emozione si presentasse. Mi sentivo sottoterra come non ero mai stata. In seguito cominciò a balenarmi l’idea che il fatto di scendere così in basso in realtà ci faceva salire in alto.</p>
<p>Fui grata ad Aziz di essere venuto in occidente per un altro ritiro silenzioso! Ma alla fine della settimana annunciò che sarebbe andato a vivere in solitudine e che non sarebbe più stato disponibile come guida ed insegnante! Di nuovo mi ritrovavo da sola e non sapendo cosa stava succedendo pregai per avere aiuto.</p>
<p>Ebbi allora la fortuna di trovare per caso un libro intitolato «Halfway up the mountain» («A metà strada verso la montagna») di Mariana Caplan. Esso mi procurava i pezzi mancanti alla mia comprensione. Era un libro che parlava di me. La mia storia nei dettagli. Inquel libro lessi tutto quello che riguardava i tranelli in cui ero caduta. Mi diede una visione chiara del processo e del contesto in cui mi trovavo.</p>
<p>Leggere quel libro fu come ritrovarsi in un ritiro. Mi ricordò più volte che vi era una forza di guarigione in questa crisi. Era quello che volevo. La mia dignità fu risanata quando cominciai a capire che essa era una risposta meccanica della mente e non una sconfitta o impresa personale. La mia sofferenza fu più dignitosa.</p>
<p>Capii che la disillusione è non solo necessaria sul cammino, ma un vero dono della grazia divina. E’ come essere svezzati dal seno di Dio e aver il permesso di camminare. Per forza barcolli a destra e a sinistra, come ogni bambino ai primi passi, ma alla fine trovi il tuo equilibrio e cammini. La caduta dal paradiso sembra parte integrante del processo d’illuminazione. Infatti molti insegnanti affermano che devi guadagnartelo per meritarlo.</p>
<p>Quando realizziamo che il sentiero sul quale camminiamo non è quello che credevamo e che la realtà è qualcosa di completamente diverso dalle fantasie che avevamo su di essa, siamo sconvolti. Non è una transizione facile da farsi. E’ estremamente dolorosa e sembra di essere spellati vivi. Eppure questa sofferenza ci apre magicamente la profondità di quello che veramente siamo.</p>
<p>L’illuminazione avviene quando abbracciamo la nostra oscurità allo stesso modo. Realizziamo che la nostra realtà umana ci sarà sempre, che la sofferenza è parte integrante della vita umana. Soffriamo sia consciamente che inconsciamente. Realizziamo che la libertà che avevamo pensato di trovare nella beatitudine e gioia del picco dell’Illuminazione, non è affatto la vera libertà. E’ più profonda. Significa accettare veramente quello che E’.</p>
<p>Non appena giunta alla fine del libro lasciai del tutto la presa, l’abbandono fu completo. Rinunciai a tutte le attività d’insegnmento, annullai il biglietto per l’India ed ora sono pronta per un nuovo capitolo in quest’avventura chiamata vita. Questa volta può capitare proprio qui dove sono. E sinceramente non so proprio dove mi porterà.</p>
<p>Nessuna speranza, nessun progetto.</p>
<p>Om shanti</p>
<p>Rani</p>
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<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/0007118651/innernet-20">Mariana Caplan. Do You Need a Guru?: Understanding the Student -Teacher Relationship in an Era of False Prophets. Thorsons. 2002. ISBN: 0007118651</a></p>
<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/0934252912/innernet-20">Mariana Caplan. Halfway Up the Mountain: The Error of Premature Claims to Enlightenment. Hohm Press. 1999. ISBN: 0934252912</a></p>
<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/1890772100/innernet-20">Mariana Caplan. The Way of Failure: Winning Through Losing. Hohm Press. </a><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/1890772100/innernet-20">2001. ISBN: 1890772100</a></p>
<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/0934252807/innernet-20">Mariana Caplan. Untouched: The Need for Genuine Affection in an Impersonal World. Hohm Press.1998. ASIN: 0934252807</a></p>
<p><!--[if !supportEmptyParas]--> <!--[endif]--></p>
<p>Copyright: Rani.<br />
Traduzione di Isabella di Soragna.<br />
Copyright per la traduzione italiana: Innernet.</p>
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		<title>Compassione in azione: Roshie Bernie Glassman e Ma Jaya Sati Bhagavati</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Apr 2009 06:43:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrew Cohen</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Che forma ha la compassione in azione? Qual è la reazione di un illuminato a una crisi e una sofferenza terribili? Due risposte a questa domanda sono Roshie Bernie Glassman e Ma Jaya Sati Bhagavati. Strano a dirsi, entrambi sono nati in una famiglia ebrea, nella stessa parte di Brooklyn e a distanza di meno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="donna bimbo terra.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/11/donna-bimbo-terra.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/11/donna-bimbo-terra.jpg" alt="donna bimbo terra.jpg" hspace="6" align="left" /></a>Che forma ha la compassione in azione? Qual è la reazione di un illuminato a una crisi e una sofferenza terribili? Due risposte a questa domanda sono Roshie Bernie Glassman e Ma Jaya Sati Bhagavati. Strano a dirsi, entrambi sono nati in una famiglia ebrea, nella stessa parte di Brooklyn e a distanza di meno di un anno. Ora, più di sessanta anni dopo, lui – maestro buddista zen – e lei – incarnazione di Kali, manifestazione della Divina Madre dell’induismo – sono diventati due straordinari esempi di risposta con tutto il proprio essere all’ingiustizia, la sfortuna e il dolore che esistono al mondo, e che la maggior parte di noi non ha nemmeno il coraggio di cominciare ad affrontare.</p>
<p><a title="Compassione in azione Roshi Glassman.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/compassione-in-azione-roshi-glassman.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/compassione-in-azione-roshi-glassman.jpg" alt="Compassione in azione Roshi Glassman.jpg" hspace="6" align="left" /></a>Roshi Glassman è diventato un avido studente zen mentre lavorava come ingegnere aerospaziale alla McDonnel-Douglas, a metà degli anni sessanta. Grazie alla straordinaria profondità del suo interesse, nel 1970 è stato ordinato prete “zen soto”, e dopo poco tempo è diventato direttore dello<em> zen center</em> di Los Angeles.</p>
<p>Qui, su richiesta del suo insegnante Taizen Maezumi Roshi, ha cominciato a insegnare. Nel 1979 ha fondato la sua comunità a New York, diventando ben presto una figura controversa nei circoli zen, poiché negli insegnamenti metteva enfasi sul lavoro e gli affari come pratiche zen, anziché sulla tradizionale “zazen” (<em>meditazione seduta</em>). “Puoi diventare uno «zen freak», <em>un fanatico dello zen</em>”, egli afferma, “ma non riuscire mai ad aprirti, e questo provoca un problema più grande, perché ti attacchi alla forma. E la forma diventa un sostituto della vita”.</p>
<p>Per finanziare la sua neonata comunità, Glassman ha avviato un’impresa zen, la <em>Greystone Bakery</em> (la<em> Panetteria Greystone</em>), che col tempo è diventata un’attività di successo, capace di guadagnare milioni di dollari. Il suo interesse per lo zen come business si è evoluto in quello per lo zen come azione sociale. E anche se questo ha provocato l’allontanamento di molti suoi primi studenti, col tempo ha spinto diverse altre persone, in vari modi, a una vita di devoto servizio, o alla compassione in azione.</p>
<p>Tale compassione in azione si manifesta in quello che oggi viene chiamato il <em>Greyston Mandala</em>, una rete di comunità evolutive ispirate ai valori buddisti. Il<em> Greyston Mandala</em> svolge molte attività nello Yonkers sudoccidentale, nello Stato di New York. La Greyston Bakery offre e insegna un lavoro agli abitanti del circostante quartiere a basso reddito; la <em>Greyston Family</em> Inn amministra appartamenti ristrutturati per individui già senza tetto e famiglie di lavoratori poveri; la <em>Greystone Health Services</em> fornisce case a persone malate di HIV/AIDS, oltre che assistenza medica e consulenza riabilitativa.<span id="more-807"></span></p>
<p>Spinto dalla sua esperienza con le famiglie di barboni, Glassman ha voluto provare in prima persona cosa significasse essere un mendicante. Per questo, all’inizio degli anni novanta, ha cominciato quella che per lui è diventata una tradizione annuale, gli “<em>street retreat</em>”, i <em>ritiri sulla strada</em>, i cui partecipanti vivono sulla strada per cinque giorni e mendicano cibo per capire cosa significa dipendere completamente dalla generosità altrui.</p>
<p>Roshi Glassman conduce anche ritiri ad Auschwitz dove, a ogni novembre, 150 persone “fanno testimonianza” dell’inimmaginabile orrore dell’olocausto.</p>
<p>Nell’inverno del 1994, Glassman ha celebrato il suo cinquantacinquesimo compleanno passando cinque giorni sotto la neve, seduto sui gradini della sede del Congresso americano, ponendosi una domanda: “Cosa posso fare per l’accattonaggio, l’AIDS e la violenza di questo Paese?”. Il risultato è stato la creazione di un ordine di praticanti zen dediti alla causa della pace, chiamato “The Zen Peacemaker Order” (<em>L’ordine zen dei costruttori della pace</em>). Questa idea si è sviluppata fino a divenire una rete internazionale e interreligiosa finalizzata a integrare la pratica spirituale con l’azione sociale.</p>
<p>“In un monastero zen, tutto è attentamente e scrupolosamente studiato per portare i monaci in uno stato di non-sapere, facendo loro sperimentare l’unità della vita”, Glassman scrive nel suo libro <em>Testimoniare,</em> “ma io ho scelto di non vivere in un monastero. Mi sono dedicato agli affari, l’azione sociale e l’impegno per la pace. Quindi, per me la domanda è diventata: «Quali attività economiche, sociali e a favore della pace possono aiutarci a realizzare l’unità della società e a scorgere l’interdipendenza della vita?».</p>
<p>Tutta la mia vita di insegnante è stata finalizzata alla creazione di nuove condizioni ambientali, strutture, attività economiche e forme sociali che portassero ognuno di noi alla comprensione e la pratica della via illuminata, la quale non è altro che la creazione della pace”.</p>
<p><a title="Compassione in azione Ma Jaja Sati" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/compassione-in-azione-ma-jaja-sati.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/compassione-in-azione-ma-jaja-sati.jpg" alt="Compassione in azione Ma Jaja Sati" hspace="6" align="left" /></a>L’eccentrica Ma Jaya Sati Bhagavati si chiamava in origine Joyce Green ed è nata in una famiglia operaia ebrea; all’età di tredici anni, sua madre morì in un ospedale statale. Educata sulle strade di Brighton Beach, a quindici anni ha sposato “un grosso, stupendo stallone italiano”, di nome Sal Di Fiore, e ben presto ha avuto due figlie. Dopo dieci anni di vita suburbana, la storia della sua leggendaria trasformazione personale è cominciata con l’iscrizione a una classe di yoga presso un centro di benessere “Jack LaLanne”, invogliata dalla promessa di perdere peso attraverso esercizi di respirazione yogica.</p>
<p>Poiché gli avevano detto che cinque minuti di respirazione al giorno avrebbero provocato una perdita di mezzo chilo alla settimana, pensò che ore di pratica avrebbero prodotto risultati sensazionali. Così fu. Con sua sorpresa, cominciò ad avere straordinari stati estatici, visioni di Gesù Cristo e visite da parte di guru famosi, tra cui Swami Nityananda e Neem Karoli Baba. Quando abbandonò la vita di moglie e madre, ricevette guida e supporto dalla compianta maestra spirituale Hilda Charlton, e ben presto divenne a sua volta un guru.</p>
<p>Nel 1976 si trasferì con i suoi studenti nella Florida centrale, dove fondò ufficialmente il <em>Neem Karoli Baba Kashi Ashram</em>, una comunità spirituale interreligiosa. Ma Jaya è divenuta la difensore dei malati di AIDS di tutto il mondo, e il suo ashram è la sede di molti, diversi progetti. Tra essi, il <em>River Fund</em>, che offre supporto fisico, emotivo, spirituale ed educativo ai malati di AIDS e di altre malattie; la <em>River House</em>, un ospizio dove gli adulti possono morire con dignità; la <em>Mary’s House</em>, che accoglie e si prende cura dei neonati non voluti e malati di AIDS; la <em>Ma Jaya River School</em>, che fornisce istruzione secondaria e non settaria ai “bambini di Ma Jaya”, cioè ai bambini non voluti o vittime di violenze, che in seguito entrano nelle migliori università del paese.</p>
<p>I suoi progetti globali a scala mondiale riguardano “township” e orfanotrofi in Sud Africa, Uganda e Messico. In California, i suoi studenti svolgono un programma chiamato<em> Sotto i ponti e sulle strade</em>, nell’ambito del quale visitano ospedali e ospizi, dando cibo e conforto a persone bisognose. A New York, la River Fund si occupa dei malati di AIDS e di coloro che sono affetti da malattie fisiche e psichiche; inoltre, fornisce vestiti e duemila pasti al mese agli affamati e ai senza tetto. Ma Jaya è membro del consiglio d’amministrazione del Parlamento delle Religioni Mondiali, e nel 1998, con l’appoggio del Dalai Lama, ha creato la giornata mondiale per il Tibet, un evento annuale celebrato in cinquantuno città e dieci Paesi, per aumentare la consapevolezza sulla situazione dei tibetani. Ella è un tornado umano di compassione in azione; la sua via è conseguire la realizzazione spirituale attraverso il servizio disinteressato nel mondo.</p>
<p>“Mi siedo sempre ai piedi del mio guru, il Signore Shiva”, dice; “chiedo a essi di darmi la forza di non sbriciolarmi, non lasciare che il mondo mi consumi. E poi ogni notte, naturalmente, entro in meditazione. Senza questa straordinaria possibilità di liberarmi di tutto ciò che raccolgo durante la giornata, non riuscirei a vivere” (Da <em>The Selfless Life of Serving Siva in All,</em> di Lavina Melwani, “Hinduism Today”, Febbraio 1999.).</p>
<p><strong>Sono io che sanguino?<br />
Intervista a Roshi Bernie Glassman</strong></p>
<p>Andrew Cohen: Questo è un momento delicato nella storia del Pianeta Terra. La sovrappopolazione, l’inquinamento ambientale e le moderne armi tecnologiche di distruzione di massa minacciano la sopravvivenza non solo della nostra specie, ma di tutta la vita sul pianeta. Duane Elgin, scienziato sociale e pensatore evolutivo, afferma: “Quella che ci troviamo di fronte, in realtà, è la convergenza di molti importanti fattori: cambiamenti climatici, estinzioni delle specie, aumento della povertà e crescita della popolazione. Tutti questi fattori potrebbero svilupparsi in modo indipendente, ma caratteristico della nostra epoca è il fatto che il mondo è diventato un sistema chiuso.</p>
<p>Non esistono luoghi dove scappare, e tutti questi fattori stanno cominciando a sommarsi tra loro, alimentandosi reciprocamente. La nostra situazione è simile a quella di un elastico che viene allungato fino al limite, ovvero fino al punto di rottura. Allora accadrà qualcosa di molto potente; oggi possiamo impedirlo, ma tra venti anni la crisi del sistema sarà una realtà inesorabile che dovremo affrontare”.</p>
<p>E lo storico delle culture <em>Thomas Berry</em>, nel suo libro <em>The Great Work</em>, afferma: “Ci ritroviamo con carenze dal punto di vista etico proprio quando, per la prima volta, abbiamo di fronte a noi l’emergenza, la distruzione irreversibile del funzionamento della Terra e dei suoi principali sistemi viventi. Le nostre tradizioni culturali sanno come affrontare il suicidio, l’omicidio e persino il genocidio, ma diventano completamente impotenti quando si tratta di affrontare il biocidio, ovvero l’estinzione dei vulnerabili sistemi viventi della Terra, e il geocidio, la devastazione della Terra stessa”.</p>
<p>Roshi Glassman, tu sei un attivista zen, un ardente attivista zen. Da molti anni offri risposte molto pratiche alle enormi sofferenze che hai visto nel mondo intorno a te. Eticamente e spiritualmente, come affronteresti questa crisi? Qual è secondo te il giusto atteggiamento che dovremmo avere per fronteggiare l’emergenza che Elgin e Berry descrivono così vividamente?</p>
<p>Bernie Glassman: Sai, Andrew, io sono fondamentalmente una persona semplice. Il mio modo di affrontare i temi che hai menzionato, che sono temi planetari, è riportarli al nostro corpo. La mia comprensione è che siamo tutti interconnessi. Ma non è facile pensare in questo modo; quindi, vorrei parlare di questo argomento dal punto di vista del corpo. Infatti, in un certo senso, tutti quei temi di cui hai parlato riguardo il pianeta avvengono a ogni istante dentro di noi, nel nostro corpo. Io soffro di diabete e di una malattia alla prostata, e se ci penso, questa cosa può schiacciarmi. Cioè, potrei dire: “Beh, non posso farci niente”.</p>
<p>Tuttavia, se non facciamo nulla al riguardo, moriamo. Quindi, in realtà, noi facciamo qualcosa al riguardo! Facciamo qualcosa nella misura in cui riusciamo a vedere con chiarezza. Se la mia mano sanguina, non mi siedo a guardarla dicendo: “Non so cosa accidenti fare”. Se la tua mano sanguina, farai qualcosa. Se non hai una benda, forse dovrai succhiare il sangue con le labbra oppure strappare un lembo della tua T-shirt per usarlo come benda. Farai qualcosa. Di certo, non ti siedi a pensare: “Sono io che sanguino?”. Fai qualcosa.</p>
<p>Quindi, per esempio, se vedo me stesso come un senza tetto per strada o come qualcuno che sta distruggendo la foresta, dico: “Sono io che sto facendo questo, quindi cosa posso fare?”. Farò quello che posso. Questa è la mia sola risposta. Non ho soluzioni, perché non so. Ecco il primo principio della nostra <em>Peacemaker Community</em>. Abbiamo molti strumenti – la conoscenza, il linguaggio, il bagaglio culturale ecc. – ma affrontiamo ogni situazione dalla posizione di colui che non sa. Ciò vuol dire essere completamente aperti, <em>in ascolto</em>. E, quindi, fare tutto ciò che possiamo. Non vuol dire affermare: “Non ho abbastanza soldi. Non sono abbastanza istruito. Non sono sufficientemente illuminato. Non sono ecc.”, bensì: “Questo è ciò che posso fare”, e quindi agire al meglio delle proprie possibilità. Ecco cosa mi spinge a continuare a lavorare in tutti questi campi. Quando indietreggiamo, possiamo dire semplicemente: “È troppo, sai. Andrà tutto a pezzi”. Sì, andrà tutto a pezzi. Ma nel frattempo, questo è ciò che io farò.</p>
<p>Andrew Cohen: Quindi diresti: “Prendi dimora nel non-sapere e agisci al meglio delle tue possibilità?”.</p>
<p>Bernie Glassman: Sì, affronta la situazione da uno stato di non-sapere. Quindi, <em>siine un testimone</em>. Cerca di diventare un testimone, e da ciò, io credo, sorgeranno automaticamente le azioni giuste. Tali azioni sono amorevoli tanto quanto il cercare di fermare la perdita di sangue dalla mia mano. Cioè, sorgeranno <em>automaticamente.</em></p>
<p>Andrew Cohen: Stai dicendo che se siamo testimoni, se affrontiamo la sofferenza, se l’affrontiamo <em>davvero</em>, avverrà una risposta naturale?</p>
<p>Bernie Glassman: Ne sono sicuro. L’ho visto succedere continuamente. Ma se cerchiamo di<em> risolvere</em> i problemi, siamo in trappola.</p>
<p>Andrew Cohen: Perché non siamo capaci di farlo?</p>
<p>Bernie Glassman: Sì. Il nostro ruolo è solo una piccola parte nel quadro generale, e questo è tutto ciò che possiamo fare. Esiste la storia di un bodhisattva che trova un pozzo vuoto e vede una montagna coperta di neve. Quindi, scala la montagna con un cucchiaio in mano, prende un cucchiaio di neve, torna giù, lo versa nel pozzo e risale la montagna. Questo lo fa non per riempire il pozzo di acqua, ma semplicemente perché è ciò che è necessario fare. Io predico l’attivismo. Quello a cui cerco di incoraggiare le persone è fare tutto il possibile con ciò che hanno.</p>
<p>Andrew Cohen: E come dovremmo reagire all’emergenza di cui parla Berry, che è in grado di sopraffarci perché potenzialmente comporta la fine della vita così come la conosciamo?</p>
<p>Bernie Glassman: In un certo senso, il punto non è la grande o piccola scala. Chi può intervenire a grande scala lo farà, mentre chi può operare a scala più piccola farà quello che può. Definisco l’illuminazione come la profondità alla quale vediamo l’unità della vita, l’interconnessione della vita. E il grado della tua illuminazione si può misurare dalle tue azioni.</p>
<p>Andrew Cohen: Come possiamo restare consapevoli della gravità della crisi senza venire sopraffatti dalla paura e dalla disperazione?</p>
<p>Bernie Glassman: Penso che esse ci sopraffanno solo a causa della nostra aspettativa di riuscire a risolvere il problema.</p>
<p>Andrew Cohen: Vedo. Dunque, questa è la chiave.</p>
<p>Bernie Glassman: Passo dopo passo, prima vediamo le cose dal punto di vista più ampio possibile, poi facciamo ciò che possiamo, senza aspettative.</p>
<p>Andrew Cohen: Senza l’aspettativa di risolvere completamente il problema?</p>
<p>Bernie Glassman: Sì. Senza l’aspettativa nemmeno di <em>contribuire</em> alla soluzione del problema. Stai facendo ciò che puoi, e qualcosa accadrà. Chi diavolo lo sa.</p>
<p>Andrew Cohen: Nel tuo libro <em>Bearing Wintess</em> affermi: “Nella pratica zen… facciamo la nostra meditazione seduta non per noi stessi, ma per il mondo”. Nelle attuali circostanze, pensi che sia ancora possibile fare la pratica spirituale al di fuori del contesto di questa crisi straordinaria? In altre parole, è ancora possibile per un individuo cercare l’illuminazione o la trasformazione personali solo per il suo bene? O forse oggi per un individuo sincero non ha più senso cercare il risveglio spirituale se tale ricerca non è l’espressione di una relazione profondamente impegnata con la vita in generale?</p>
<p>Bernie Glassman: Esistono molte metafore secondo le quali l’illuminazione è valida solo per noi stessi. Penso che siano metafore vecchie. Credo che oggi ci siamo evoluti al punto in cui l’unità della vita è parte della nostra consapevolezza; non importa se stiamo cercando la trasformazione individuale o no. E se uso il monaco come una metafora… Oggigiorno penso che la metafora riguardi la ricerca dell’illuminazione per la trasformazione del mondo, non soltanto dell’io individuale. Che noi lo si comprenda o no, credo che in qualche modo abbiamo nella nostra consapevolezza la nozione di non essere soltanto individui, ma il mondo, una parte del tutto. E le pratiche per l’illuminazione, penso, devono condurre all’azione nel mondo.</p>
<p>Andrew Cohen: Dunque, stai dicendo che oggi non è possibile cercare l’illuminazione solo per se stessi?</p>
<p>Bernie Glassman: Penso di no. E coloro che sono ancora prigionieri dell’idea che si può essere fuori dal mondo, per così dire, si ritroveranno frustrati. Concordo con ciò che hai detto prima: il mondo è un sistema chiuso e tutto ciò che vi accade ha un’influenza su tutto il pianeta. Sì, ogni nostra azione influisce su tutto il mondo; non esistono azioni che fanno eccezione. Nemmeno le pratiche per la trasformazione o l’illuminazione.</p>
<p>Andrew Cohen: In <em>Testimoniare</em> descrivi il punto di vista illuminato come uno stato di non-sapere. Affermi: “Quando viviamo nel sapere, piuttosto che nel non-sapere, viviamo in uno stato rigido nel quale… le nostre idee di ciò che dovrebbe accadere ci impediscono di vedere ciò che accade davvero. Rimaniamo sconvolti se le nostre aspettative non si realizzano… La verità è che… nonostante ciò che possiamo pensare, non controlliamo mai le cose, che accadono come accadono.</p>
<p>Ma in uno stato di non-sapere viviamo, in realtà, senza attaccamenti a idee preconcette. Non esiste aspettativa di guadagno, né di perdita”. Quindi, quello che volevo chiederti è: qual è la relazione tra tale stato di non-sapere, in cui non esistono aspettative di perdita o guadagno, e il risveglio della coscienza spirituale, quella coscienza che ci spinge a trascendere l’ego e l’egoismo, facendoci vivere non solo per il nostro bene, ma anche per quello degli altri? Come possiamo essere liberi dall’aspettativa che le cose cambieranno in meglio e tuttavia sentirci ancora spinti a operare, a reagire all’ignoranza e la sofferenza che scorgiamo nel mondo intorno a noi?</p>
<p>Bernie Glassman: Penso che se siamo davvero in quello stato, <em>quello stato di non-sapere</em>, faremo la migliore cosa possibile. E le nostre azioni saranno “curative”, anche se non sono sicuro che questo sia il termine migliore per descriverle.</p>
<p>Andrew Cohen: Ma potresti dire qualcosa di più sulla relazione tra il non-sapere, il non avere aspettative e il risveglio della compassione, cioè della passione di dare una risposta all’ignoranza e la sofferenza che vediamo nel mondo intorno a noi?</p>
<p>Bernie Glassman: Penso che il desiderio di rispondere sia più ardente quando viene dallo stato di non-sapere che dal sapere.</p>
<p>Andrew Cohen: Perché?</p>
<p>Bernie Glassman: Perché è più immediato. Nello stato di non-sapere, la sofferenza che vediamo diventa parte di me, quindi devo prendermi cura di essa. Infatti, <em>io</em> sto soffrendo; non è qualcosa di separato da me. Ma se ho delle idee preconcette su <em>come </em>devo rispondere, ho creato una separazione dall’esperienza stessa, dalla cosa stessa. E a quel punto resto intrappolato nel “devo” e “non devo” della mia comprensione; non sento più l’esperienza e non reagisco più <em>direttamente</em> a essa.</p>
<p>Andrew Cohen: Dici: “La giusta risposta accadrà”, e io ti credo e sono d’accordo con te. Tuttavia, voglio chiederti, dal punto di vista del dharma, qual è esattamente la relazione tra quello stato di non-sapere e il risveglio della coscienza che trascende l’ego.</p>
<p>Bernie Glassman: Penso che siano lo stesso stato. Ma non si tratta di una condizione passiva, bensì molto attiva. E in tale condizione attiva si è testimoni. Questo è il mio modo di affrontare l’argomento. Piuttosto che aspettare che succeda qualcos’altro, diciamo: “In questo istante, io, al meglio delle mie possibilità, affronterò questa situazione dallo stato di non-sapere”. Penso che questo sia il modo migliore di fare qualcosa. Dà alla gente il permesso di fare qualcosa dal loro stato di illuminazione.</p>
<p>E ciò vuol dire fare testimonianza della sofferenza; non scappare da essa. Fare testimonianza è davvero importante. Fare testimonianza vuol dire “sedersi” con ciò che c’è… E con “sedersi” non intendo tanto l’atto fisico dello stare seduti, quanto lo <em>stare</em> con ciò che c’è, cercando allo stesso tempo di venire sempre da quello spazio di non-sapere. Resta con quello che c’è e fanne testimonianza: a quel punto, puoi <em>fare</em> qualcosa.</p>
<p>Ebbene, ognuno di noi ha gli attaccamenti che ha, ed è per questo che sostengo che <em>il grado della nostra illuminazione è il grado della passione che avremo per tutto il mondo</em>. Questa passione sorgerà. Resta con essa. Fai testimonianza di ciò che sta sorgendo. Da ciò, l’azione deve avvenire.</p>
<p>Andrew Cohen: Sei un maestro zen e un insegnante di meditazione. Nella meditazione buddista, l’obiettivo è comprendere e sperimentare la natura vuota dell’io. Qual è la relazione tra la comprensione del vuoto e il risveglio della compassione?</p>
<p>Bernie Glassman: Definisco la compassione il funzionamento di quello stato vuoto. Per cui, di nuovo, uso il non-sapere in modo simile al termine “sunyata”, o vuoto. E nello zen, è come se costringessimo la gente ad andare verso quella che chiamiamo la radice del vuoto, la sua<em> essenza</em>, che in realtà è lo stato di non-sapere. Infatti, mi basta usare la parola sunyata che essa diventa…</p>
<p>Andrew Cohen: Un concetto.</p>
<p>Bernie Glassman: Qualcosa di mentale, sì. Ma il <em>funzionamento</em> di quello stato è ciò che chiamerei compassione.</p>
<p>Andrew Cohen: Perché?</p>
<p>Bernie Glassman: Perché la mia comprensione di esso è che quando si viene da quello spazio di vuoto, si è colmi di questa passione per la vita e per la fine delle sofferenze. E le azioni che sorgono da tale vuoto saranno azioni che cercheranno di ridurre la sofferenza.</p>
<p>Andrew Cohen: Diresti che ciò avviene perché in quel vuoto c’è libertà dall’ego e dall’egoismo, e quando siamo in uno stato di assenza di ego, o di libertà dall’egoismo, la compassione affiorerà inevitabilmente?</p>
<p>Bernie Glassman: Sì. Ma, sai, <em>ego</em> è un termine ingannevole. Io uso la parola ego in riferimento all’insieme di condizionamenti che nascono dalla nostra idea di noi stessi. Mettiamola così: non ho mai incontrato nessuno – per quanto egli affermi di essere illuminato o il mondo sostenga che lo sia – che non abbia un certo numero di condizionamenti o qualche struttura egoica.</p>
<p>Andrew Cohen: E se invece considerassimo l’ego l’orgoglio, il senso della propria importanza o il bisogno profondamente condizionato di vedere il proprio io come separato o distinto dal tutto?</p>
<p>Bernie Glassman: Se questa è la definizione, sarei d’accordo con te. In quel caso, l’ego sparirebbe.</p>
<p>Andrew Cohen: Quindi, diresti che il vuoto è sinonimo o equivalente a tale scomparsa, e che, come risultato di quest’ultima, la compassione sorgerebbe spontaneamente?</p>
<p>Bernie Glassman: Sì.</p>
<p>Andrew Cohen: E questo farebbe parte del miracolo di chi siamo realmente e del risveglio stesso?</p>
<p>Bernie Glassman: Sì. E personalmente mi sento portato più verso “l’amore” che verso la “compassione”. Infatti, la compassione, per me, porta con sé un po’ di giudizio. Ciò che intendiamo con compassione e non-compassione è diverso per ognuno di noi. Io vedo che lo stato dell’amore sorge da quella condizione priva di ego, e questa in genere viene chiamata compassione, ma non sempre.</p>
<p>Andrew Cohen: Quindi, diresti che l’amore, nel modo in cui lo stai definendo, non è personale?</p>
<p>Bernie Glassman: Sì. Dei nostri tre principi della <em>Peacemaker Community</em>, il primo è il non-sapere, il secondo il fare testimonianza e per il terzo uso il termine<em> guarigione</em>, che, ripeto, non mi piace molto. Tale parola avrebbe potuto essere<em> compassione</em>; penso che sia il più tipico termine buddista utilizzabile. In un certo senso, queste sono solo questioni semantiche, ma io sono incline a parlare della guarigione del proprio io e del mondo come del terzo principio che sorge naturalmente dai primi due.</p>
<p>Questo è davvero uno stato d’amore, e da quell’amore sorge l’azione. E penso che le azioni stesse, che sono la funzione di quell’amore, potremmo definirle compassione. L’amore nasce e le azioni compassionevoli accadono. Ma questo non vuol dire necessariamente che risolveremo la situazione. Infatti, sento che in ogni momento il mondo è perfetto <em>così come è</em>. Non è qualcosa di guasto che devo riparare. Ma lavorerò per creare una situazione più amorevole.</p>
<p>Andrew Cohen: Questa che stai facendo è una distinzione molto sottile.</p>
<p>Bernie Glassman: Lo è.</p>
<p>Andrew Cohen: Perché questa è la sfida dell’illuminazione. Da una parte, tutto è già pieno, perfetto e intrinsecamente libero così come è, ma allo stesso tempo…</p>
<p>Bernie Glassman: Sì, ma se ti attacchi a ciò è possibile che poi non agirai più.</p>
<p>Andrew Cohen: Ma non sono vere entrambe le cose? Forse che tutto non è già pieno, completo e libero? E allo stesso tempo non esiste un’enorme quantità di sofferenza cui bisogna dare urgentemente una risposta, a ogni momento?</p>
<p>Bernie Glassman: Esattamente. Alcune persone sperimentano quel primo stadio e si bloccano là. Pensano: “Non c’è nulla da fare”.</p>
<p>Andrew Cohen: Sì. E potrebbero persino utilizzare ciò come una<em> scusa</em> per non fare nulla. È così che molte persone soffocano l’espressione della propria coscienza e della propria umanità. È una situazione molto brutta.</p>
<p>Bernie Glassman: Pressappoco, questo è il punto da dove ho incominciato: cercare di incoraggiare le persone a non fermarsi lì. Nello zen giapponese esiste uno stato che viene chiamato “la caverna di Satana”: è quel luogo in cui stai senza fare niente, perché non c’è nulla da fare. Quello stato può essere un’esperienza che ti sopraffà, ma occorre tirare fuori la persona da quella caverna.</p>
<p>Andrew Cohen: È un luogo di compiacimento e auto-soddisfazione.</p>
<p>Bernie Glassman: Ho avuto quell’esperienza una volta, nel 1969, durante un “sesshin”, un ritiro di meditazione. Stavo lavorando con un insegnante di nome Koryu Roshi; era uno degli insegnanti di Maezumi Roshi. Stavo lavorando al mio primo koan con Koryu Roshi, e sono entrato in uno stato molto, molto profondo. Non volevo uscirne, ma Maezumi Roshi me ne ha spinto fuori.</p>
<p>Andrew Cohen: Era uno spazio molto estatico?</p>
<p>Bernie Glassman: Molto estatico.</p>
<p>Andrew Cohen: C’è stato qualcosa di preciso che ti ha detto sui motivi per i quali dovevi uscirne?</p>
<p>Bernie Glassman: No. Quando mi vide, in qualche modo lo sapeva. Naturalmente, aveva parlato con Koryu Roshi, quindi sapeva dove mi trovavo, ma lo vedeva anche dai miei movimenti e da tutto il resto. Semplicemente, mi fece scappare da lì. Mentre sedevo in meditazione, si mise dietro di me e urlò. In tal modo, mi spinse fuori da quello stato per farmi entrare in uno spazio molto più profondo, uno spazio di azione.</p>
<p>Andrew Cohen: Qui potremmo probabilmente trovare un contrasto con alcune interpretazioni del Vedanta, dove potrebbe sembrare che lo scopo non è altro che…</p>
<p>Bernie Glassman: Entrare in una trance profonda.</p>
<p>Andrew Cohen: Sì. Uscire da<em> qui</em>.</p>
<p>Bernie Glassman: Talvolta, abbiamo usato l’espressione “samadhi freaks”, <em>fanatici del samadhi</em>, per le persone che vogliono entrare in quello stato, perché può essere davvero splendido. Invece, per altre può essere terrificante.</p>
<p>Andrew Cohen: Perché è troppo?</p>
<p>Bernie Glassman: Sì.</p>
<p>Andrew Cohen: Se oggi il Buddha fosse vivo, pensi che sarebbe ancora favorevole a un’intensa pratica di meditazione e di rinuncia al mondo per sperimentare la trascendenza e il nirvana? Alla luce della crisi attuale, non pensi che sarebbe piuttosto favorevole alla pratica della meditazione al servizio di un attivismo sociale appassionato e impegnato, come fai tu?</p>
<p>Bernie Glassman: Beh, sai, da un punto di vista egocentrico, risponderei “Certo”. Quello che sappiamo di lui – o almeno quello che ricaviamo dai testi – è che era certamente una persona di larghe vedute. Includeva tutte le cose e le tradizioni che accadevano nel suo tempo.</p>
<p>Andrew Cohen: Ma i suoi insegnamenti sembravano porre molto rilievo sull’abbandono del mondo.</p>
<p>Bernie Glassman: Beh, questo faceva parte della cultura indiana del tempo. La mia sensazione – ma questo posso dirlo solo perché io sono ciò che sono – è che oggi egli sarebbe stato nel mondo. Come Sua Santità il Dalai Lama… Penso che lui sia un bellissimo esempio.</p>
<p>Andrew Cohen: Qual è la fonte dell’amore, della passione, del coraggio e dell’impegno profondi e straordinari che metti nell’alleviare la sofferenza degli altri?</p>
<p>Bernie Glassman: Non li considero “gli altri”. È piuttosto egocentrico… Voglio solo che ci sia meno sofferenza!</p>
<p><strong>Non chiedere perché; fai qualcosa!<br />
Intervista a Ma Jaya Sati Bhagavati</strong></p>
<p>Andrew Cohen: Stiamo vivendo in un periodo straordinario nella storia del nostro pianeta, un’epoca senza precedenti per la nostra specie. Gli esperti ci dicono che, come risultato della globalizzazione, della sovrappopolazione, della povertà opprimente, dell’inquinamento, per non parlare della diffusione delle armi di distruzione di massa, se non cambiamo molto rapidamente lo stato delle cose, entreremo in quella che il teorico evolutivo Duane Elgin chiama “l’era oscura dell’evoluzione”. In realtà, alcuni sostengono che abbiamo già raggiunto il punto di non ritorno.</p>
<p>Volevo chiederti non tanto di parlare del tuo lavoro – anche se personalmente traggo molta ispirazione dal tuo esempio – ma piuttosto, poiché sei un’attivista spirituale la cui stessa vita è una chiara espressione di una risposta appassionata all’enorme dolore e sofferenza che accadono quotidianamente nel mondo – qual è secondo te la risposta più appropriata a questa crisi che stiamo attraversando.</p>
<p>Ma Jaya: La “kali yuga” [<em>l’era oscura</em>] è come una moltitudine di flagelli. E il mondo, Andrew, ha bisogno di una parola, e quella parola è<em> consapevolezza</em>. Se vivi e agisci in stato di ignoranza, chi si prenderà cura dei figli dei figli? Dove correranno? Dove cammineranno i loro piedi? Io non posso essere separata dal mio lavoro. Io sono il mio lavoro e il mio lavoro sono io. Ho il privilegio di avere un orfanotrofio nel cuore della giungla dell’Uganda. Lì ho duecento bambini.</p>
<p>Se non avessi quella consapevolezza e i miei “chelas” [<em>discepoli</em>] che sanno che tutto il mio cammino è fatto di altruismo, forse questi bambini non mangerebbero. Certamente avrebbero sofferto di più, a causa dell’AIDS. Quindi, è tutto connesso, come un loto gigantesco, e il centro stesso del loto è la consapevolezza. Vado in tutto il mondo a toccare le persone con l’AIDS. È una questione di consapevolezza.</p>
<p>Tu parli dell’ambiente, del mondo. Io ho sessanta anni, e pratico il servizio da trenta. Non ho mai, mai sentito tanto dolore per l’ambiente quanto adesso. Le foreste pluviali sono scomparse. Credo che il tuo giornale possa raggiungere le persone che hanno bisogno della massima consapevolezza: non l’uomo medio, ma il leader spirituale. Stai raggiungendo i ricercatori, e anche questo è bene. Ma io voglio parlare ai leader. Queste sono le persone che devono aprire le loro porte.</p>
<p>L’estate scorsa sono stata delegata alle Nazioni Unite, per i leader spirituali, al Summit della Pace. Sono rimasta scioccata. C’era un seminario sulla povertà cui mi è stato chiesto di partecipare; si parlava degli affamati, dei bisognosi. E un hindu si è alzato e ha cominciato a urlare a un prete cattolico che i cristiani avevano rubato la loro religione. La cosa è finita sui giornali, è successa davvero. Ero scioccata, Andrew. E il prete si è girato e ha risposto: «Non c’era alcuna religione da rubare!». Allora mi sono alzata e ho detto: «Scusatemi. Avete mai visto la luce andare via dagli occhi di un bambino che non aveva nulla da mangiare e si è lasciato morire?».</p>
<p>E questo ha posto fine alla discussione. Il bisogno di avere ragione (e loro non hanno ragione, anche se pensano il contrario) elimina la consapevolezza dalla Terra, una Terra che sta dirigendosi sempre più velocemente verso il nulla. Ho visto troppo, Andrew. Ho visto troppo, e il mondo non è mai stato in un tale caos. Se posso andare a un seminario sulla povertà alle Nazioni Unite e trovarci due religiosi che litigano, che sta succedendo? Tutti siamo debitori verso questo nostro mondo, questo nostro, magnifico mondo. Dobbiamo prenderci cura di esso.</p>
<p>Andrew Cohen: So che sei membro del consiglio di amministrazione del Parlamento delle religioni mondiali.</p>
<p>Ma Jaya: Sì, e se i leader spirituali non vanno là e non toccano con mano questi problemi, perderemo tutto. Non ci sarà più nulla. I seguaci smettono di seguire, sai. La gente si disillude. Ma cosa accadrebbe se ognuno prendesse un granello di questa Terra e lo facesse suo, prestando attenzione a tutto ciò che vi è sopra? Cosa accadrebbe se gli altri leader dicessero: “Bene, prendiamo una città e sosteniamola. Prendiamo un edificio. Prendiamo una casa. Prendiamo una persona”. Sai, automaticamente cominci a fertilizzare la tua terra con l’amore. Per cui, quando dici che ammiri il mio lavoro… Non voglio essere ammirata; voglio essere <em>copiata</em>. A ogni modo, tutti possono fare ciò che faccio io.</p>
<p>Sto qui, nel mio ashram della Florida, da venticinque anni. Vengono leader musulmani, cristiani, ebrei, hindu. E dico loro: “Cosa state facendo? Quanto a lungo riuscite a pregare? Prendete quelle mani che tenete unite in un “pranam” [<em>gesto di riverenza</em>] <em>e fate </em>qualcosa. Accarezzate un bambino”. Questo è il mio messaggio: <em>fai </em>qualcosa. Comincia da ciò che ti sta di fronte. La capacità di prendersi cura in modo sincero di un altro essere umano rende possibile la trasformazione di una piccola parte della Terra, quella che ti sta di fronte.</p>
<p>Credo in questo con tutto il cuore, perché se non riusciamo a prenderci cura gli uni degli altri come esseri umani, come potremo prenderci cura della Terra? Andrew, adesso stiamo condividendo. Tu vuoi qualcosa, non solo per il tuo giornale… Vuoi qualcosa per il mondo. Anche io lo voglio. Lo desidero così fortemente da farmi venire le lacrime agli occhi. Posso sentirlo. E in questo momento, entrambi siamo consapevoli. Cosa accadrà? Non appena avrò finito di parlare con te, farò nuovamente voto di servire ancora di più. Perché ciò che dico, devo farlo. Metto alla prova le mie parole. E forse, chi lo sa? Forse tu vorrai aiutare qualcuno malato di AIDS.</p>
<p>Andrew Cohen: Cosa diresti all’individuo che affermasse: “Non riesco a farlo. Quello che stai chiedendo è tanto difficile psicologicamente, emotivamente e spiritualmente, che non riesco a farlo. Quando comincio ad affrontarlo, non ce la faccio, perché è troppo impegnativo”.</p>
<p>Ma Jaya: È qualcosa di così schiacciante che rimani paralizzato. Non riesci a fare nulla. Quindi, io direi di cominciare dalle piccole cose. Guarda cosa si prova a prendersi cura e a nutrire qualcosa, facendolo maturare. Sì, ti senti schiacciare. Ma io ho tanta passione per ciò che si potrebbe fare! E se crolliamo, crolliamo. Almeno, crolliamo perché ci abbiamo provato. Crolliamo sapendo di non aver sprecato il nostro amore e la nostra vita. Se sprechi il tuo amore e la tua vita, cosa accadrà? Indirizzali <em>verso</em> qualcosa. È un essere umano? Una foresta del Brasile? Mio nipote ha studiato in Argentina; dice: “Ma, non sai la distruzione che è in atto laggiù”. Avviene in tutto il mondo, <em>ed</em> è direttamente davanti ai nostri occhi. Quando sono tornata dall’Africa, ho visto che a mezz’ora da dove sto in Florida, ci sono persone che vivono in piccole baracche di lamiera. Quindi, questo riguarda tutto il mondo, ma abbiamo bisogno di fermarci un momento, guardare cosa abbiamo di fronte e prendercene cura. E se restiamo schiacciati, c’è il sollievo che abbiamo donato qualcosa. Abbiamo partorito un momento di amore.</p>
<p>Andrew Cohen: L’altro giorno, ho discusso di questo argomento con Roshi Bernie Glassman. Egli parla molto del “fare testimonianza”, del riuscire ad affrontare direttamente la crisi senza idee preconcette su come dovremmo risolverla. Egli sostiene che grazie al fare testimonianza, al semplice desiderio di affrontare la crisi direttamente, accadrà una risposta giusta o appropriata. Ciò richiede molto coraggio.</p>
<p>Ma Jaya: Ci vuole coraggio. Ma ci vuole davvero coraggio per diventare ciò che siamo? È davvero una cosa coraggiosa essere in quel momento? Quel momento porta liberazione, illuminazione.</p>
<p>Andrew Cohen: Perché questo essere testimoni provoca l’illuminazione?</p>
<p>Ma Jaya: Essere testimoni è un altro modo di definire la consapevolezza. Se sei fisicamente in questo momento – poiché tu sei in questo momento – non puoi evitare le difficoltà. <em>Poiché</em> sei in questo momento, davanti a te hai tanto le difficoltà quanto la possibilità di superarle. È lo stesso momento. Esiste la reazione al momento e l’azione. Non domani; nello stesso momento. Per cui, quando fai testimonianza del tuo respiro, stai guardando intorno a te. Puoi farlo in questo stesso istante, e puoi vedere. “Guarda cosa ho notato!” E qualunque cosa tu stia guardando, diventa più grande e bella, e quando fai testimonianza, <em>tu </em>diventi più bello. E hai gli strumenti per correggere la situazione, per quanto possano essere sottili.</p>
<p>Andrew Cohen: E come definiresti tale strumento?</p>
<p>Ma Jaya: Lo definirei la grande consapevolezza del momento. È una grande consapevolezza. Perché è grande? Perché non solo viene affrontato tutto ciò che ti sta di fronte, per quanto sia schiacciante – infatti, cominci dalle cose molto piccole – ma, indovina un po’? Ritorni alla fonte. Ritorni, come mi ha insegnato Swami Nityananda, al luogo da cui sei venuto.</p>
<p>Andrew Cohen: Quale è la relazione tra consapevolezza e compassione?</p>
<p>Ma Jaya: Grazie alla consapevolezza, acquisti un improvviso distacco. A quel punto, una grande sorgente, una grande sorgente di compassione fluisce attraverso di te. Quando sei consapevole, comprendi che nella tua vita non c’è posto per l’attaccamento.</p>
<p>Andrew Cohen: Perché?</p>
<p>Ma Jaya: Quando sei consapevole, sai che tutto ciò che abbiamo è impermanente. Swami Nityananda mi ha insegnato il “chidakash”, lo spazio del cuore al di là della testa. E io vado in questo spazio. In questo spazio scompaio. Esso non ha nulla a che vedere con me. E dunque la compassione, che mi sono sempre vantata di avere, comincia a fluire ancora di più, e comprendo: “Mio Dio! Avrei potuto avere un miliardo di volte di più”. La consapevolezza conduce al distacco, che conduce alla massima compassione. E quando dico “distacco”, non intendo disinteresse. Al contrario, mi riferisco a un altruismo più grande, bello e profondo.</p>
<p>Andrew Cohen: Se la consapevolezza porta al distacco, qual è, allora, il rapporto tra distacco e compassione?</p>
<p>Ma Jaya: Nel distacco, poiché le cose non mi toccano, <em>devo</em> avere compassione per gli altri esseri umani. Posso parlare solo della mia esperienza. Ricevo una chiamata che c’è una ragazza con AIDS conclamato che sta partorendo per strada. Lei sta per strada, e sta chiamando Ma. Io vado in strada. Quel giorno ho già avuto una tragedia personale. Okay? Cosa potrò dare? Cosa mi resta da dare? Come devo prendere questo bambino? Il dolore di lei aderisce al mio.</p>
<p>Quindi, vado nel distacco. <em>Non</em> si tratta di me. E sono qui per una giovane ragazza, senza giudizio. La compassione può essere data solo senza giudizio, perché non si tratta di me. E l’ho tenuta vicino al mio seno fino a quando è arrivata l’ambulanza e l’ha portata via. In quel momento, ero scomparsa, perché non sono nel mio dolore. E se non ho dolore, sono così aperta al suo che la compassione fluisce.</p>
<p>Andrew Cohen: Il motivo per cui ti pongo questa domanda è che alcune persone hanno paura del distacco, perché temono che se si permettono questa esperienza, proveranno disinteresse verso gli altri.</p>
<p>Ma Jaya: Lo so. La maggior parte delle persone ha paura del distacco. Ma io lo sto vivendo. Non solo lo sto vivendo <em>io</em>, ma anche migliaia di miei studenti. In California ho un piccolo ashram dove c’è un programma chiamato <em>Sotto i ponti e sulle strade.</em> Vengono nutrite migliaia di persone al giorno. Poiché i miei studenti sono distaccati, quello che vedono li stimola a servire ancora di più.</p>
<p>Okay, ho un’altra storia. Non è bella. Quindi, ascolta quello che devo dire.</p>
<p>Andrew Cohen: Sto ascoltando.</p>
<p>Ma Jaya: C&#8217;è una giovane figlia. Quando aveva sei anni, era una bellissima bambina. E il padre l’ha costretta a bere Drano, acido per lavandini.</p>
<p>Andrew Cohen: Oh, mio Dio.</p>
<p>Ma Jaya: Ti avevo avvertito. Se non fossi andata nel distacco, pensi che sarei riuscita a entrare in quella stanza, pochi giorni dopo l’episodio? Dovevo andare in quello spazio dove non provavo attaccamento. E la compassione è fluita. Lei aveva sei anni, andava a scuola; era senza malizia. Una bellissima bambina, e ora stava morendo. Dall’attaccamento cosa viene? La rabbia. E se fossi stata arrabbiata, come avrei potuto aiutare questa bambina?</p>
<p>Andrew Cohen: Quanti anni ha adesso?</p>
<p>Ma Jaya: Tredici. Questo è distacco. Ciò vuol dire che non li amo? Potrei raccontare storie che ti farebbero raddrizzare i capelli in testa. E tutto questo perché? Per l’attaccamento delle persone. “Sono attaccato al mio spazio. Ho la mia palizzata dipinta di bianco. Ho mio marito, i miei bambini. Lo vedo alla TV, ma non voglio vederlo affatto”. E io sto dicendo: “Sii distaccato, ma prenditi cura di ragazze come Melissa, il cui padre ha versato Drano nella gola”. Se avessi degli attaccamenti, non sarei riuscita a fare ciò che sto facendo nemmeno in un milione di anni; sarei collassata. Sarei piombata nella palude dell’autocommiserazione.</p>
<p>Andrew Cohen: In questo c’è un mistero, perché – come hai detto tu, e come hanno insegnato molti grandi maestri – è attraverso il lasciarsi andare che troviamo l’amore e l’altruismo.</p>
<p>Ma Jaya: Esattamente. E ragazzi, fa paura. È spaventoso. Quando ti lasci andare, emerge la compassione autentica dell’amore, perché stai vivendo esattamente nel momento. All’improvviso, i tuoi figli ti sono vicini, le persone che ami ti sono vicine, perché non hai i tuoi artigli nel loro collo. Io non ti possiedo; godo della tua presenza. E non mi guardo indietro per vedere chi sta prendendo il mio amore. Questo è il mistero più grande. Lo ritengo un mistero molto maggiore del Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Infatti, devi davvero lavorare sul tuo essere.</p>
<p>Andrew Cohen: Cosa intendi?</p>
<p>Ma Jaya: Devi lavorare sul tuo essere per poter lavorare su quello degli altri. Non puoi semplicemente arrabbiarti e dire: “Quel figlio di puttana ha dato il Drano alla bambina!”. Così, lasceresti quest’ultima senza speranza. Devi dire: “Posso andare al di là di questo. Posso essere abbastanza distaccata per osservare ciò”. Prima di tutto, devi guardarlo; poi, devi prenderti cura della situazione. La tua responsabilità non diminuisce in alcun modo, e questo è il mistero. E qualcuno arriverà alla prossima vita pieno di amore, perché quando è morto non è stato lasciato solo nell’agonia e nella sofferenza. Il mistero è che ognuno di noi, non importa chi siamo, ha la possibilità di essere distaccato e di prendersi cura di ciò di cui occorre prendersi cura.</p>
<p>Andrew Cohen: Qual è la fonte della tua passione e compassione?</p>
<p>Ma Jaya: Beh, mia madre, morta nell’ospedale di Coney Island in un reparto per indigenti, mi ha davvero mostrato come prendermi cura della gente. Un giorno le ho chiesto: «Mamma, perché stai soffrendo tanto?». Una mammella rimossa, l’altra pure, il rene e un polmone idem… Si era alla fine degli anni quaranta. Si girò e mi diede uno schiaffo, dicendo: «Non chiedere mai perché!». Allora l’ho guardata in faccia e lo ho chiesto: «Perché?». Lei si è messa a ridere e mi ha dato un altro schiaffo. Ha risposto: «Perché nessuno ti risponderà. Chi ti darà una risposta?».</p>
<p>Questo me lo sono ricordato tutta la vita, ed è ciò che insegno. Invece di chiedere perché, <em>agisci</em>. Siamo <em>tutti </em>capaci di agire. Non sto su un palco improvvisato. Se ci fossi, non avrei tempo per fare tutto ciò che ho fatto in vita. Vedi, io voglio il <em>cambiamento</em>. Voglio vedere un cambiamento negli occhi annebbiati dal dolore di un bambino. So che se aiutiamo un essere umano, ciò toccherà tutto il mondo. È inevitabile. Non so come, ma accadrà. Sto <em>agendo</em>, e tutti quelli che stanno con me stanno agendo. È stato incredibile vedere quanti bambini stanno crescendo non grazie all’aiuto di <em>una </em>persona, ma perché ho insegnato a <em>molte</em> persone ad aiutare. E se io morissi in questo secondo, in questo giorno, dopo di me verranno molti, molti bambini, studenti e chelas che si prenderanno cura degli altri. Non mi nasconderò. Non farò semplicemente testimonianza. Vengo da Brooklyn, e cadrò combattendo.</p>
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<p>Copyright originale “What is Enlightenment” magazine <a href="http://www.wie.org/">www.wie.org</a><br />
Traduzione di Gagan Daniele Pietrini.<br />
Copyright per l&#8217;edizione italiana: Innernet.</p>
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		<title>Il coraggio di essere liberi dal passato</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Mar 2009 03:07:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>U.G. Krishnamurti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Maestri]]></category>
		<category><![CDATA[Percorsi di ricerca]]></category>
		<category><![CDATA[illuminazione]]></category>
		<category><![CDATA[Krishnamurti]]></category>
		<category><![CDATA[u.g.]]></category>

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		<description><![CDATA[U.G., iconoclasta e maestro-non-maestro anticonvenzionale, colpisce al nucleo delle credenze di chi è su un percorso di ricerca. La ricerca delle soluzioni da parte del ricercatore come barriera alla ricerca stessa e l&#8217;importanza di essere in contatto con la rabbia affinché questa &#8220;bruci se stessa esattamente là dove si origina e agisce&#8221;. D: Qual è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="u g krishnamurti3.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/u-g-krishnamurti3.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/u-g-krishnamurti3.jpg" alt="u g krishnamurti3.jpg" hspace="6" align="left" /></a>U.G., iconoclasta e maestro-non-maestro anticonvenzionale, colpisce al nucleo delle credenze di chi è su un percorso di ricerca. La ricerca delle soluzioni da parte del ricercatore come barriera alla ricerca stessa e l&#8217;importanza di essere in contatto con la rabbia affinché questa &#8220;bruci se stessa esattamente là dove si origina e agisce&#8221;.</p>
<p>D: Qual è il tuo consiglio quando abbiamo un problema?</p>
<p>U.G.: Voi non potete fare altro che creare i problemi. Prima di tutto create il problema e poi non siete per nulla interessati a guardare i problemi. Non affrontate i problemi. Siete molto più interessati alle soluzioni che ai problemi. Questo vi rende difficile osservare il problema.</p>
<p>Io vi suggerisco “Guardate bene, voi non avete alcun problema”. Voi asserite con tutta l’enfasi che potete, e con grande animosità “Guarda, io ho un problema”.</p>
<p>Va bene, avete un problema. Qualcosa vi assilla e dite “Ecco questo è il problema”. I dolori fisici sono reali. In quel caso andate dal medico, lui vi dà una medicina, che può essere più o meno buona, più o meno tossica, e questa produce qualche sollievo, anche se di breve durata. Ma le terapie che questa gente vi sta fornendo intensificano solo un problema che non esiste. State solo cercando le soluzioni. Se ci fosse qualche cosa di vero in queste soluzioni che vi vengono offerte, il problema dovrebbe essersene andato, dovrebbe scomparire. In realtà, il problema è ancora presente, ma voi non mettete mai in discussione le soluzioni che questa gente vi sta offrendo come sollievo o come qualcosa che può liberarvi dai problemi.</p>
<p>Se voi metteste in discussione le soluzioni che vi sono offerte da quelli che vendono queste cose nel nome della santità, dell’illuminazione, della trasformazione, trovereste che in effetti non sono le soluzioni. Se lo fossero, avrebbero dovuto produrre i risultati voluti ed avrebbero dovuto liberarvi dal problema. Ma non lo fanno.</p>
<p>Ma voi non mettete in discussione le soluzioni perché credete che chi vi propone queste cose non possa ingannarvi, non possa essere un mascalzone. Per voi egli è un illuminato o un dio che cammina sulla superficie della terra. Magari però quel dio può illudersi, e autodistruggersi, magari indulge nel suo auto-inganno e continua a vendervi questa robaccia, questa merce scadente.<span id="more-432"></span></p>
<p>Voi non mettete in discussione le soluzioni, perché in quel caso dovreste mettere in discussione anche coloro che vi forniscono queste soluzioni. Ma voi siete convinti che non possano essere disonesti, un santo non può essere disonesto.</p>
<p>Eppure, dovete mettere in discussione le soluzioni perché non stanno risolvendo il problema. Perché non le mettete in discussione e non testate la loro validità? Quando vi rendete conto che non funzionano, dovete gettarle via, buttarle nella spazzatura, fuori dalla finestra. Ma non lo fate perché c’è la speranza che in qualche modo quelle soluzioni vi daranno il sollievo che cercate. Lo strumento che state usando, cioè il pensiero, è lo stesso che ha creato questo problema, quindi non accetterà mai e poi mai la possibilità che quelle soluzioni siano una fregatura. Ma esse non sono affatto la soluzione.</p>
<p>La speranza vi fa andare avanti. Tutto ciò vi rende difficile osservare il problema. Se una soluzione fallisce, voi andate da qualche altra parte e adottate un’altra soluzione. Se anche questa ultima fallisce, ne cercate un’altra ancora… Continuate a comprare soluzioni e neanche per un momento vi domandate: “Qual è il problema?”.</p>
<p>Io non vedo nessun problema. Vedo solo che voi siete interessati alle soluzioni e venite qui e ponete la stessa richiesta: “Vogliamo un’altra soluzione”. E io vi dico: “Queste soluzioni non vi hanno aiutato per nulla, quindi perché ne cercate un’altra?”. Ne aggiungereste solo un’altra alla vostra lista, per trovarvi alla fine esattamente al punto di partenza. Se vedete l’inutilità di una, le avete viste tutte. Non dovreste provarne una dopo l’altra.</p>
<p><a title="Il coraggio di essere liberi UG.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/il-coraggio-di-essere-liberi-ug.jpg"></a></p>
<p style="text-align: center"><a title="Il coraggio di essere liberi UG.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/il-coraggio-di-essere-liberi-ug.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/il-coraggio-di-essere-liberi-ug.jpg" alt="Il coraggio di essere liberi UG.jpg" align="bottom" /></a></p>
<p>Quanto sto suggerendo è che se una di quelle fosse stata la soluzione, avrebbe dovuto liberarvi dal problema. Se quella non è la soluzione, allora non c’è nulla che possiate fare; e poi il problema non esiste nemmeno. Quindi, non avete alcun interesse a risolvere il problema, perché ciò sarebbe la vostra fine. In realtà volete che il problema rimanga. Volete che la fame rimanga perché se non aveste fame non andreste a cercare questo tipo di cibo da tutti questi santoni. Quello che loro vi danno sono solo degli scarti, pezzetti di cibo, e voi siete soddisfatti. Poniamo per un istante che questi leader spirituali, questi terapisti possano darvi tutto il pane, cosa che peraltro non possono fare perché non ce l’hanno, che ve lo promettessero, ma lo tenessero qui, nascosto da qualche parte… solo promesse. Ve lo darebbero solo pezzetto dopo pezzetto. In questo modo non trattate direttamente con il problema della fame, piuttosto che farlo siete molto più interessati ad ottenere un pezzetto in più da quel tizio che vi promette le soluzioni.</p>
<p>Quindi, voi non state trattando il problema della vostra fame, siete molto più interessati ad ottenere altre briciole da quel tizio, piuttosto che affrontare il vostro dilemma.</p>
<p>D: È come andare a vedere un film per scappare dalla realtà.</p>
<p>U.G.: Voi non guardate mai il problema. Qual è il problema? La rabbia per esempio. Non voglio discutere tutte queste sciocchezze che sono state dibattute per secoli. La rabbia. Dov’è quella rabbia? Potete separarla dal funzionamento di questo corpo? È come un’onda nell’oceano. Potete separare le onde dall’oceano? Potete solo sedervi ad aspettare che le onde cessino, così potrete nuotare nell’oceano, come il Re Canute che sedette per anni e anni sperando che le onde sparissero in modo da poter fare un tuffo in un mare assolutamente calmo. Ma ciò non accadrà mai. Voi potete sedervi ed imparare tutto sulle onde e sulle maree, l’alta marea e la bassa marea (gli scienziati ci hanno dato tutti i tipi di spiegazioni), ma il conoscere quelle cose non vi sarà di nessun aiuto. Voi non state assolutamente trattando con la vostra rabbia.</p>
<p>Prima di tutto, dove sentite quella rabbia? Dove sentite tutti i vostri cosiddetti problemi da cui volete liberarvi? &#8230;I desideri, i desideri brucianti? Il desiderio vi brucia. La fame vi brucia. Ma le vostre soluzioni e i mezzi che adottate per realizzare i desideri rendono impossibile a quei desideri e a quella rabbia di consumarsi da soli.</p>
<p>Dove sentite la paura? La sentite lì, alla bocca dello stomaco. È parte del vostro corpo. Il corpo non può sopportare quelle ondate di energia e voi cercate di sopprimerla per ragioni spirituali o sociali. Ma non ci riuscirete.</p>
<p>La rabbia è energia, un tremendo scoppio di energia. E cercando di distruggere quell’energia con ogni mezzo, state distruggendo l’espressione della vita stessa. Diventa un problema solo quando cercate di intromettervi con questa energia. Se la rabbia venisse assorbita dal sistema fisiologico, non vi comportereste come pensate che fareste se la rabbia fosse lasciata libera di agire seguendo il suo corso naturale. In realtà non siete in contatto con la vostra rabbia, ma con la vostra frustrazione. Così, per evitare quella situazione che vi ha creato problemi nelle vostre relazioni o nella comprensione di voi stessi, volete essere preparati ad affrontarla se si ripresenterà in futuro.</p>
<p>Lo strumento che usate è quello che avete sempre usato per ogni scoppio di rabbia. Ma non vi ha ancora aiutato a liberarvene. Voi non volete usare nient’altro, neanche di straordinario, se non questo strumento, che avete usato per tutti questi anni. E sperate che in qualche modo possa un domani aiutarvi nel liberarvi dalla rabbia. È sempre la solita vecchia speranza.</p>
<p>D: Ma se qualcuno è molto arrabbiato può diventare violento.</p>
<p>U.G.: Quella violenza viene assorbita dal corpo.</p>
<p>D: Ma può diventare una minaccia.</p>
<p>U.G.: Per chi?</p>
<p>D: Per le altre persone.</p>
<p>U.G.: Sì. E quindi? Cosa può fare?</p>
<p>D: Può andare in giro con un coltello…</p>
<p>U.G.: Che altro?</p>
<p>D: Uccidere qualcuno.</p>
<p>U.G.: Sì. Ma pensa alle guerre dove si uccidono migliaia e migliaia di persone, senza che loro ne abbiano alcuna colpa. Perché limiti la condanna ad una reazione che è naturale, e non condanni le nazioni che scagliano addosso quegli ordigni tremendi a gente indifesa? Le chiami civili? Entrambe le due azioni sono sorte dalla stessa fonte. Più a lungo cercate di sopprimere la vostra rabbia qui, più voi indulgerete in queste atrocità e le giustificherete, perché sono il solo mezzo per proteggere il vostro modo di vivere e di pensare. Queste due cose vanno assieme. Perché giustifichi una cosa del genere? È folle.</p>
<p>Quell’uomo arrabbiato non vi sta attaccando direttamente, ma minaccia il vostro modo di vivere. Il pericolo che rappresenta quell’uomo è quello che vi porti via le cose che considerate preziose. È per questo che cercate di fermare quest’uomo dall’agire quando è in preda ad uno scoppio di rabbia. Le religioni hanno detto che un uomo arrabbiato diventa antisociale.</p>
<p>Ma anche se cercherà di praticare la virtù, resterà un antisociale perché le sue azioni saranno caratterizzate dalla rabbia. Quando quella meta che la società vi ha imposto, quando quello stesso obiettivo che voi avete adottato come ideale da raggiungere verrà tolto di mezzo, voi non danneggerete più nessuno, né individualmente, né a livello di nazione.</p>
<p>Dovete guardare in faccia la rabbia. Ma voi state trattando con cose che non hanno nessun rapporto con la rabbia, non le permettete mai di bruciare se stessa esattamente là dove si origina e agisce. Fare le vostre terapie, prendere a calci un cuscino, colpire questo, quello o quell’altro, è soltanto una presa in giro. Non libera una volta e per tutte l’uomo dalla rabbia.</p>
<p>Il presente articolo è tratto dal libro Il coraggio di essere liberi dal passato, di U.G. Krishnamurti, edito dalla Jubal edizioni, <a href="http://www.innernet.it/wp-admin/if%28confirm%28%27http://www.jubaleditore.net/%20%20%5Cn%5CnThis%20file%20was%20not%20retrieved%20by%20Teleport%20Pro,%20because%20it%20is%20addressed%20on%20a%20domain%20or%20path%20outside%20the%20boundaries%20set%20for%20its%20Starting%20Address.%20%20%5Cn%5CnDo%20you%20want%20to%20open%20it%20from%20the%20server?%27%29%29window.location=%27http://www.jubaleditore.net/%27">www.jubaleditore.net</a> per gentile concessione.</p>
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<a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1924&amp;isbn=8888985212">U.G. Krishnamurti. Il coraggio di essere liberi dal passato. Jubal, 2004. ISBN: 8888985212</a></p>
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		<title>Un&#8217;esperienza personale di risveglio spirituale</title>
		<link>http://www.innernet.it/unesperienza-personale-di-risveglio-spirituale/</link>
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		<pubDate>Tue, 03 Mar 2009 04:30:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vajra Karuna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dharma e dintorni]]></category>
		<category><![CDATA[Esperienze]]></category>
		<category><![CDATA[Percorsi di ricerca]]></category>
		<category><![CDATA[dharma]]></category>
		<category><![CDATA[illuminazione]]></category>
		<category><![CDATA[meditazione]]></category>
		<category><![CDATA[satori]]></category>
		<category><![CDATA[zen]]></category>

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		<description><![CDATA[Comunemente, si ritiene che lo zen sia un sistema spirituale il cui obiettivo ideale sia portare i seguaci a uno stato di illuminazione. Ma se questo ideale è davvero ciò che sta alla base dello zen, la maggior parte delle persone non avrebbe interesse per esso. La realtà è che moltissimi praticanti zen probabilmente non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="buco nel muro con cielo.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/buco-nel-muro-con-cielo.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/buco-nel-muro-con-cielo.jpg" alt="buco nel muro con cielo.jpg" hspace="6" align="left" /></a>Comunemente, si ritiene che lo zen sia un sistema spirituale il cui obiettivo ideale sia portare i seguaci a uno stato di illuminazione. Ma se questo ideale è davvero ciò che sta alla base dello zen, la maggior parte delle persone non avrebbe interesse per esso. La realtà è che moltissimi praticanti zen probabilmente non raggiungeranno mai questo nobile ideale; nemmeno coloro, tra noi, che vi hanno dedicato gran parte della propria vita.</p>
<p>Ciò, tuttavia, non invalida lo Zen, in quanto il suo obiettivo ideale è largamente superato da un altro più pratico: offrire alle persone una comprensione più profonda della propria unità con se stesse, gli altri e il mondo, e soprattutto renderle in grado di affrontare creativamente, e forse persino di apprezzare, le vicissitudini della vita. Ora vorrei portare all’attenzione la mia esperienza personale a proposito di quest’ultimo, molto pratico obiettivo.</p>
<p>Lo zen, come tutte le tradizioni spirituali, cerca di rendere spiritualmente sani i suoi praticanti. Per i piccoli dolori e sofferenze della vita, andrà bene una medicina facile da mandare giù e dal sapore non troppo sgradevole: per questo, sono appropriate le semplici pratiche di meditazione zen. Ma per coloro che hanno sofferenze spirituali più profonde, è necessario qualcosa di più forte. Nello zen, questa medicina più potente si chiama risveglio o <em>kensho</em>. Il significato di quest’ultimo verrà chiarito, si spera, nelle pagine seguenti.</p>
<p>Come per molte altre persone, la mia ricerca spirituale cominciò con l’educazione ricevuta durante l’infanzia. Sono cresciuto in una famiglia alcolizzata e violenta, e durante i primi anni della mia vita patii alcuni gravi problemi di salute. Inoltre, a causa dell’irresponsabile condotta economica della mia famiglia, non era mai certo se avremmo mangiato o dove avremmo dormito. Tutto ciò significò che frequentai la scuola con molta irregolarità, e quindi non ebbi amici coetanei.</p>
<p>Inoltre, la relazione di amore-odio che avevo sviluppato verso la famiglia mi rendeva confuso e insicuro delle emozioni mie e altrui. Ciò provocò non solo una bassa stima nei miei confronti, ma anche verso gli altri. All’inizio dell’adolescenza, la consapevolezza di avere un orientamento sessuale diverso dagli altri non fece che aggravare il senso di alienazione da me stesso, gli altri e il mondo.<span id="more-477"></span></p>
<p>Il risultato di tutto ciò furono alcune tristi domande esistenziali del tipo: «Cosa c’è di sbagliato in me?» e «Cosa ho fatto per meritarmi questa infelicità?». Poiché non c’erano in vista risposte soddisfacenti, pensai più volte al suicidio. In un’occasione mi spinsi fino a incidermi i polsi con un rasoio; per fortuna, la vista del sangue mi dissuase dal proseguire.</p>
<p>A metà dell’adolescenza, cominciai a cercare risposte attraverso la religione. Poiché la mia famiglia non era religiosa, non avevo inclinazioni verso il cristianesimo, cosa che mi impedì di venire in contatto con l’idea del peccato. D’altra parte, la mia famiglia era profondamente interessata all’arte orientale, sicché avevo familiarità con la figura del Buddha e mi trovavo facilmente d’accordo con l’insegnamento buddista secondo cui siamo venuti in questo mondo come esseri sofferenti, non come peccatori.</p>
<p>Ben presto, l’università mi costrinse ad abbandonare gran parte della mia ricerca spirituale. Ma una volta finita l’università, la ricerca riprese più intensamente che mai. Andai molte volte avanti e indietro tra il buddismo e varie scuole cristiane, perché tutti avevano qualcosa che mi attraeva e allo stesso tempo mi alienava ulteriormente. Il buddismo mi permetteva di dare un senso intellettuale alla mia alienazione, ma rinforzava tale condizione insegnando che i comuni sentimenti di lussuria, rabbia e avidità trasformavano una persona in un essere umano di seconda classe, in confronto ai Buddha e agli <em>arhata </em>(santi).</p>
<p>Il cristianesimo, con tutta la sua sfiducia verso l’umanità peccatrice, almeno insegnava che eravamo tutti ugualmente sbagliati, e che quindi non esisteva un’elite spirituale che trascendeva la comune natura umana, facendo sentire inferiore il resto di noi. Alla fine, tuttavia, la realtà di un mondo sofferente era troppo in dissidio con l’idea cristiana di un Dio giusto e amorevole.</p>
<p>Non molto tempo dopo aver compreso profondamente questo, mi imbattei nell<em>’International Buddhist Meditation Center </em>(IBMC) e, grazie a esso, riscoprii lo Zen. Ho detto “riscoprii” perché da adolescente avevo guardato Alan Watts alla TV e avevo letto tutti i suoi libri; ma, a parte questo, lo zen per me era rimasto senza volto fino a quando non incontrai la Rev. Karuna Dharma. Fu lei a rendermi consapevole che lo zen accettava la mia natura umana per quello che era. Ciò, credo, fu una catarsi almeno intellettuale, anche se non ancora quella profondamente emotiva che avrei sperimentato in seguito.</p>
<p>Dopo alcuni anni di frequentazione dell’IBMC, il partner con cui stavo insieme da sedici anni si ammalò; per i successivi due anni, passai la maggior parte del tempo ad assisterlo, finché morì. Fu a quel punto che i miei anni di ricerca spirituale diedero tutti i loro frutti. Nei giorni immediatamente successivi alla scomparsa del mio amato, la mia esistenza era così assorbita dai dettagli pratici della sua morte che non ebbi tempo per piangere. Ma poi venne il giorno dopo il funerale, quando tutto ciò che era necessario fare era stato fatto.</p>
<p>Quella mattina mi risvegliai in ciò che posso solo descrivere come un attacco di panico che minacciava la mia sanità mentale. Ero convinto che i muri, il soffitto, perfino il pavimento, si stessero chiudendo e mi avrebbero schiacciato. Sentivo che dovevo scappare da tutto ciò che era familiare, e per disperazione guidai fino alla mia agenzia di viaggi, augurandomi che potessero darmi un biglietto aereo per un posto qualsiasi.</p>
<p>Quando arrivai all’agenzia, il panico aveva raggiunto il livello massimo. Dopo mesi di assistenza al morente di notte, e di insegnamento alla scuola elementare di giorno, ero fisicamente ed emotivamente esausto. In breve, l’ego al controllo era al collasso. Pensavo che nulla avesse importanza, nemmeno la mia stessa esistenza. Sperimentai ciò che posso solo descrivere come una morte temporanea del sé. Tale stato non durò più di tre o quattro minuti, quando improvvisamente mi accorsi che l’intero universo si stava aprendo a me, riconoscendomi come un essere dal valore puro e incondizionato.</p>
<p>Mai, prima di allora, avevo avvertito un tale senso di assoluta libertà e connessione totale a ogni cosa esistente. Tutti gli anni di intenso conflitto con i miei dubbi esistenziali, la mia rabbia e la mia alienazione dagli altri e dal mondo, improvvisamente svanirono. Tutto l’incessante, continuo sforzo di trovare una risposta alle mie domande perenni, così come la certezza o la fiducia che una risposta era disponibile, raggiunse il culmine. In termini zen, ciò che stavo sperimentando era la grande morte dell’ego, seguita dalla grande liberazione nell’assenza dell’ego. In breve,<em> kensho o satori</em>.</p>
<p>Non lo riconobbi subito come <em>satori</em>; avevo fatto troppa pratica zen per questo. Troppo spesso ai praticanti zen accadono esperienze euforiche che a un primo momento sembrano il <em>satori</em>, ma che si rivelano semplicemente brevi e intense esperienze “di vetta”. La prova di un <em>satori</em> genuino è il fatto che il precedente io-sé alienato non fa ritorno. Se lo fa, tutto ciò che si è sperimentato è una temporanea, estatica tregua. Ma poiché la mia condizione precedente, dopo 14 anni, non è riaffiorata, e poiché personalmente ho molta familiarità con la natura temporanea delle esperienze “di vetta”, ho compreso che si trattò di un risveglio autentico.</p>
<p>Non vorrei dare l’idea che questo risveglio fosse un’esperienza così completa da non aver bisogno di essere rifinito e rinvigorito da una pratica molto diligente. Il risveglio iniziale e i successivi, meno profondi <em>satori</em>, mi fecero capire chiaramente la necessità di una pratica continua e più intensa. Di fatto, questo è il motivo per cui, dopo aver impiegato molti anni per riadattarmi a una vita solitaria, alla fine ho deciso di formalizzare il mio sentimento di integrità diventando un prete zen.</p>
<p>Prima di chiudere, vorrei chiarire una cosa. Un’esperienza di <em>satori</em>, mentre da un lato crea un grande senso di libertà, integrazione e pace personali, non è uguale all’esperienza dell’illuminazione, qualunque cosa ciò significhi. Io sono un prete zen e un insegnante del dharma che ha ricevuto la trasmissione clericale, nulla di più. Ricevere la trasmissione dell’insegnante del dharma equivale a riconoscere che la comprensione e la fede negli insegnamenti sono abbastanza avanzati da qualificare colui che riceve come insegnante.</p>
<p>Nello zen, per essere considerati totalmente illuminati, bisogna ricevere una trasmissione da mente a mente, ovvero il riconoscimento che il ricevente ha raggiunto lo stesso livello di illuminazione o satori del proprio maestro zen, che in teoria è lo stesso conseguito dal Buddha Shakyamuni. È importante osservare che l’essere semplicemente in grado di insegnare il dharma non garantisce che l’insegnante sia completamente illuminato, così come la piena illuminazione non garantisce la capacità di insegnare il dharma. Per cui, la trasmissione da mente a mente non qualifica automaticamente una persona come insegnante zen (o del dharma).</p>
<p>Rev. Vajra è un insegnante di Zen Dharma all’International Buddhist Meditation Center, <a href="http://www.ibmc.info/">www.ibmc.info</a>, per gentile concessione.<br />
Traduzione di Gagan Daniele Pietrini.<br />
Copyright per l’edizione italiana Innernet.</p>
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		<title>L&#8217;illuminazione di un divino giullare</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Feb 2009 17:23:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lee Lozowick</dc:creator>
				<category><![CDATA[Maestri]]></category>
		<category><![CDATA[darshan]]></category>
		<category><![CDATA[illuminazione]]></category>
		<category><![CDATA[Lozowick]]></category>
		<category><![CDATA[pazza saggezza]]></category>

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		<description><![CDATA[Lee Lozowick insegna da 25 anni, un periodo nel quale sono comparsi e spariti molti altri insegnanti. Il fatto che lui e la sua comunità vadano ancora forte dipende, in larga parte, dalla sua sincerità e dedizione nei confronti degli studenti. Poiché è un esponente della pazza saggezza, non sorprende che i suoi insegnamenti sembrino [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="lee lozowick5.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/lee-lozowick5.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/lee-lozowick5.jpg" alt="lee lozowick5.jpg" hspace="6" align="left" /></a>Lee Lozowick insegna da 25 anni, un periodo nel quale sono comparsi e spariti molti altri insegnanti. Il fatto che lui e la sua comunità vadano ancora forte dipende, in larga parte, dalla sua sincerità e dedizione nei confronti degli studenti. Poiché è un esponente della pazza saggezza, non sorprende che i suoi insegnamenti sembrino abbondare di contraddizioni. Intervista di Hal Blacker .</p>
<p><strong>Il Rock’n’Roll, la pazza saggezza &amp; la schiavitù al divino</strong></p>
<p>È venerdì notte nel Lizard’s Lounge, a Prescott, in Arizona. La folla è un imprecisato amalgama di lavoratori che bevono birre enormi, uomini dai capelli lunghi con cappellini da baseball decorati con insegne di macchine agricole, e collegiali di entrambi i sessi con anelli infilzati in certi posti che farebbero rabbrividire tua madre. Mi ha portato qui Matt, uno studente di Lee Lozowick (“Mister Lee” per gli amici e i discepoli). Era venuto a prendermi all’aeroporto di Phoenix, dove ero arrivato per trascorrere il fine settimana come ospite di Mister Lee, presso l’ashram “Hohm Community”.</p>
<p>Uno dei gruppi musicali blues della comunità, chiamato Shri, che vanta una cantante dalla straordinaria somiglianza con la prima Janis Joplin, terrà un concerto stanotte (il gruppo rock di Mister Lee, <em>Liars, Gods and Beggars,</em> suonerà nella sala del Club 4H questo week-end). Mentre cammino tra il fumo delle sigarette oltre il bar affollato e i tavoli da biliardo, spio Mister Lee e alcuni suoi studenti, seduti a un tavolo del retro durante un intervallo, intenti a osservare la scena.</p>
<p>Mi ci vuole un momento per ambientarmi, ma presto inizio a vedere che, all’interno di questa famiglia di bevitori, è possibile distinguere i residenti della Hohm Community dagli stranieri naturalizzati. Sono quelli con gli occhi chiari, i modi gentili e semplici, e una bottiglia di bevanda analcolica al malto in mano. Qui la saggia pazzia ha le sue virtù e i suoi parametri, penso tra me e me.</p>
<p>Mister Lee insegna da venticinque anni, un periodo nel quale sono comparsi e spariti molti altri insegnanti. Il fatto che lui e la sua comunità vadano ancora forte dipende, in larga parte, dalla sua sincerità e dedizione nei confronti degli studenti. Poiché è un esponente della pazza saggezza, non sorprende che Mister Lee e i suoi insegnamenti sembrino abbondare di contraddizioni reali e apparenti. Già insegnante di “Silva Mind Control”, egli si è risvegliato spontaneamente e ha iniziato a insegnare nel New Jersey; oggi si considera un “Baul Occidentale”, facendo riferimento ai musici itineranti tantrici Baul, provenienti dal Bengala, in India.<span id="more-530"></span></p>
<p>É anche un devoto del defunto Yogi Ramsuratkumar, un santo mendicante dell’India meridionale. La dieta del suo ashram è strettamente vegetariana, anche se in certe occasioni, come la All Fools’ Celebration [la festa del primo aprile, NdT] in questa fine settimana, sono disponibili carni al barbecue e altre leccornie simili quasi a ogni pasto. Generalmente in disparte e dal carattere gentile, Mister Lee è capace di improvvise e irriverenti esplosioni di impetuosa passione e limpida chiarezza.</p>
<p>Questo “pazzo divino”, come lui stesso si descrive, scoraggia i suoi studenti dal fumare, bere alcolici, usare droghe e avere relazioni sessuali al di fuori di una relazione stabile. Ammiratore di insegnanti controversi come il defunto Trungpa Rinpoche, i suoi costumi e il suo stile di vita, benché più moderati sotto molti aspetti, non sono convenzionali da alcun punto di vista e ben gli valgono la reputazione di “saggio-pazzo”.</p>
<p>Durante la mia permanenza nell’ashram, sono sorte molte domande sull’insegnamento e le attività di Lee. Al momento della partenza, molte di queste domande erano ancora senza risposta. Malgrado le pazienti risposte di Mister Lee e dei suoi studenti, parevo proprio capitato in un luogo dove le contraddizioni erano lasciate vaghe o irrisolte, cosa che non sembrava preoccupare né Mister Lee né i suoi studenti. Tuttavia, una cosa mi colpì più volte, entrando nella mia coscienza e alla fine scendendo profondamente nel mio cuore.</p>
<p>In quel posto sembrava mancare qualsiasi finzione o aggressività nei rapporti tra le persone. In contrasto agli atteggiamenti di potere, seduzione, orgoglio, comuni perfino tra le persone più spirituali (almeno in forme sottili), sia Mister Lee che i suoi studenti erano sorprendentemente gentili, umili e sinceri. In loro compagnia mi scoprii rilassato e leggero. L’intensità di questa esperienza mi spinse a porre varie domande ai residenti di Hohm, oltre che a Lee stesso, sulla dolcezza che, senza alcun dubbio, pervadeva l’ashram. Senza eccezioni, ognuno di loro mi rispose: «É il risultato di anni e anni di duro lavoro». Qualsiasi cosa Mister Lee abbia fatto, sembra avere un effetto profondo.</p>
<p>Sono venuto nell’ashram Hohm Community a intervistare Lee per la rivista “What is Enlightenment?”; durante questa fine settimana sono stato trattato con estrema gentilezza, generosità e rispetto sia Lee, sia dai residenti dell’ashram. Nel corso della visita, egli mi dette l’insolito suggerimento di tenere l’intervista durante la <em>darshan</em>, l’udienza con il guru, che è l’evento principale alla fine della All Fools’ Celebration. Mister Lee, vestito all’indiana, è apparso rilassato e radioso nel corso della conversazione che segue, avvenuta davanti a circa novanta ospiti e residenti della Hohm Community.</p>
<p><a title="Illuminazione di un divino giullare Lee.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/illuminazione-di-un-divino-giullare-lee.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/illuminazione-di-un-divino-giullare-lee.jpg" alt="Illuminazione di un divino giullare Lee.jpg" hspace="6" align="left" /></a>Hal Blacker: So che una mattina di circa venticinque anni fa, dopo esserti letteralmente svegliato dal sonno, ti successe qualcosa che ti trasformò. Che tipo di esperienza fu, e come accadde?</p>
<p>Lee Lozowick: É qualcosa di cui non parlo mai. Definire l’esperienza vuol dire creare nelle persone l’aspettativa di qualcosa di simile, il che è molto fuorviante. Di conseguenza, mi sono sforzato di non parlarne; l’unica cosa che ho spiegato è che fu quell’evento a catalizzare la mia attività di insegnante, o il mio rappresentare l’influenza divina nel mondo. La descrizione vera e propria sarebbe troppo specifica e particolare per poter significare qualcosa a qualcun altro. Quello che posso dire è che stavo facendo una <em>sadhana</em> (pratica spirituale) molto rigorosa. Non che la <em>sadhana</em> in sé fu responsabile dell’evento che provocò questi cambiamenti, anche se c’è un legame, paradossalmente. La persona con cui avevo una relazione era in viaggio, quindi vivevo da solo. Era veramente la prima volta che riuscivo ad avere del tempo per fare un ritiro, e utilizzai a tal fine quella settimana. L’intensificazione della sadhana non fu ciò che accelerò l’evento, anche se un intenso campo di energia creato dalla pratica e dalla volontà (una volontà reale ed esclusiva, nel senso che non c’era nulla che desiderassi maggiormente che servire e realizzare Dio, entrando in comunione con lui e comprendendolo) fu cruciale.</p>
<p>Hal Blacker: Quindi ritieni che la cosa che ti ha più preparato per ciò che avvenne fu quel tipo di volontà?</p>
<p>Lee Lozowick: Non penso che ci sia stato nulla che mi abbia preparato. Non avevo idea delle responsabilità in gioco. Mi spiego, vedevo gli altri insegnanti e una delle mie motivazioni era certamente quella di venire adulato allo stesso modo. La mia idea del risveglio era questa: ti svegli, sei libero e fai più o meno quello che vuoi. Per diversi anni avevo insegnato il Silva Mind Control, un metodo di lavoro basato sui sogni e l’auto-motivazione, per cui mi ero guadagnato una certa autorità. La mia idea del risveglio e dell’essere un insegnante spirituale consisteva semplicemente nell’acquisire una posizione di maggiore autorità, nient’altro.</p>
<p>Nel Silva Mind Control, di fatto non avevo responsabilità. Facevo una sessione e la gente tornava a casa; se non praticava, non mi riguardava. Era un modo per guadagnare e io avevo intenzione di far soldi in quella maniera. Stabilivo il mio calendario e viaggiavo quando volevo. Il tempo era mio. Così, immaginavo che un insegnante spirituale avesse semplicemente queste cose in misura ancora maggiore. Non avevo idea dell’assoluta mancanza di libertà che comporta l’insegnamento spirituale. Esso ti priva completamente della libertà. Sei così impegnato a comunicare quello che ti ispira che non puoi selezionare e scegliere. Non puoi dire: «Questa fine settimana insegnerò, ma non quella prossima, quando farò questo, quello e altre cose ancora».</p>
<p>Hal Blacker: Cos’è che hai realizzato?</p>
<p>Lee Lozowick: Credo di poter dire che ho realizzato la natura della realtà. Dopo quella realizzazione, la natura della realtà ha cominciato ad articolarsi in modo tale da far avvicinare altre persone a questo lavoro, da comunicare i suoi fondamenti e, almeno in piccola parte, i suoi confini intellettuali.</p>
<p>Hal Blacker: Hai affermato che, prima di risvegliarti, non sapevi quali responsabilità comportasse il ruolo di insegnante. In che modo ne sei diventato consapevole?</p>
<p>Lee Lozowick: Prima di risvegliarmi, pensavo che tutto fosse beatitudine, che ti univi con Dio e restavi in estasi per tutto il tempo. Esattamente in coincidenza con l’evento che precipitò questo lavoro, si sviluppò una consapevolezza tacita, momento per momento, di cosa questo lavoro comportasse. Così, a ogni istante, so quello che ho bisogno di sapere. Se quello che ho bisogno di sapere è che sono responsabile in questo e quel modo, lo so. Questa è stata una costante negli ultimi venticinque anni. Qualsiasi cosa abbia bisogno di sapere riguardo le mie responsabilità o la comunicazione in un dato luogo – di qualunque cosa si tratti – ne sono a conoscenza. Così tutto è tacitamente ovvio. Dopo quell’evento, nella mia vita hanno continuato ad esserci dei catalizzatori, come la lettura di un libro, l’ascolto di un discorso o persino un evento casuale nella natura. Tutto era già tacitamente compreso, ma non sempre attraverso il linguaggio, e i diversi catalizzatori che continuo a incrociare sollecitano un’articolazione chiara.</p>
<p>Hal Blacker: Secondo la tua esperienza, cos’è l’illuminazione?</p>
<p>Lee Lozowick: É un impegno instancabile, irrevocabile e non sempre desiderato a servire quello che chiamo il grande processo dell’evoluzione divina. Di base, si tratta di Dio, e noi articoliamo ciò che è il processo di Dio in modo molto complesso. Ma l’illuminazione è una schiavitù incessante e irrevocabile al servizio di ciò che è Dio, il Divino, in qualsiasi modo il Divino intenda tale servizio.</p>
<p>Hal Blacker: Stai dicendo che, dopo il risveglio, sai che tipo di servizio vuole Dio?</p>
<p>Lee Lozowick: Non esiste una conoscenza intellettuale di ciò che è voluto nel momento. C’è solo l’azione in risposta a ciò che è voluto nel momento. Poi, in retrospettiva, posso definire, discutere o considerare qual era la volontà di Dio. Ma sul momento c’è solo una risposta organica. Così, definisco “schiavitù spirituale” l’essenza del mio lavoro di insegnante. E uno degli elementi chiave della schiavitù spirituale è che non devi capire; infatti, se ti arrendi alla volontà di Dio, sei attivo, esplicito e stimolato. Se capisci (come piacerebbe alla maggior parte di noi, perché siamo creature raziocinanti e curiose), va bene; ma la comprensione non è un requisito per agire in maniera illuminata.</p>
<p>Hal Blacker: Quale ruolo svolge la discriminazione nella vita spirituale, se mai ne svolge uno?</p>
<p>Lee Lozowick: Ritengo che la discriminazione svolga un ruolo primario, soprattutto in questo senso: migliore è la qualità del cibo che mangi, più il tuo sistema è in salute. E ciò si applica a ogni livello, compresi libri che leggiamo, i film che guardiamo e perfino le persone con cui parliamo. Se siamo privi di discernimento riguardo i campi di energia con cui entriamo in contatto, è molto improbabile che riusciremo a sviluppare un veicolo abbastanza forte e chiaro per creare un’apertura. Così, credo che sia importante quello che il Buddha ha detto sul giusto stile di vita, la giusta compagnia, il retto discorso e via di seguito. Penso che la discriminazione sia molto importante. Credo che dovremmo essere sensibili a quello che mettiamo in bocca, nella mente, a chi sta fisicamente in nostra compagnia e a cose del genere, se siamo in grado di farlo. Talvolta non lo siamo.</p>
<p>All’inizio, la discriminazione dello studente deve essere, in un certo senso, semplicemente uno sforzo di educazione; con il passare del tempo, diventa più istintiva. Nel mio caso, la discriminazione è essa stessa un gesto spontaneo.</p>
<p><a title="Illuminazione di un divino giullare Ramsuratkumar.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/illuminazione-di-un-divino-giullare-ramsuratkumar.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/illuminazione-di-un-divino-giullare-ramsuratkumar.jpg" alt="Illuminazione di un divino giullare Ramsuratkumar.jpg" hspace="6" align="left" /></a>Hal Blacker: Nel 1976 sei andato in India, dove alla fine hai incontrato Ramsuratkumar, che hai riconosciuto come il tuo guru. La maggior parte delle persone che vanno in India per ragioni spirituali cercano l’illuminazione, ma tu sei andato quando il tuo risveglio era già accaduto. Per quale ragione sei andato?</p>
<p>Lee Lozowick: Molti dei cambiamenti principali avvenuti nel mio lavoro di insegnante – il primo viaggio in india, andare a vivere con gli studenti, stabilirmi qui in Arizona e cose del genere – non hanno una ragione, sebbene potrei sempre tirarne fuori una, con un minimo di intelligenza. Le ragioni che addussi per il mio primo viaggio in India furono la volontà di rendere omaggio alle fonti di ciò che sentivo essere la mia inclinazione, la mia risonanza culturale; visitare vari insegnanti, incluse quelle persone con cui avvertivo una risonanza molto potente, come Ramana Maharshi; visitare gli ashram e offrire preghiere e gratitudine.</p>
<p>Queste erano le ragioni dichiarate della mia partenza. Ovviamente, la ragione reale fu un istinto pre-conscio di cominciare un diverso livello di coinvolgimento con Yogi Ramsuratkumar, anche se ci vollero molti anni affinché questo si palesasse. Di nuovo, tutto questo lo affermo in retrospettiva. All’epoca, andai in India con alcuni studenti pensando di portare a compimento certe cose… Sai, partire, conoscere le mie radici e rendere gli omaggi dovuti. Vai, e la cosa è fatta. Non sapevo che avrei trovato ciò che trovai.</p>
<p>Hal Blacker: Quando hai incontrato per la prima volta Yogi Ramsuratkumar, l’hai riconosciuto come il tuo maestro?</p>
<p>Lee Lozowick: No. Ci volle il primo viaggio, poi il secondo, tre anni più tardi, quindi, dopo circa un anno, cominciai a considerarlo il mio maestro; ma, perfino allora, con poco impegno. É stato, forse, tre o quattro anni dopo, all’inizio degli anni ottanta, che veramente mi sono consacrato a lui come al mio maestro; naturalmente, senza neanche sapere se mi avrebbe accettato come studente o cosa sarebbe successo.</p>
<p>Hal Blacker: Hai affermato che Yogi Ramsuratkumar è stata la sorgente del tuo risveglio, avvenuto un anno prima del vostro incontro. In che modo qualcuno può essere la sorgente del risveglio di un altro, se non lo ha mai incontrato?</p>
<p>Lee Lozowick: Per un maestro spirituale non esistono cose come il passato, il presente o il futuro. Per noi, tutto succede in modo molto lineare. Nel 1975, mi accadde questo cambiamento di contesto; nel 1976, incontrai Yogi Ramsuratkumar; nel 1983, mi consacrai totalmente a lui come al mio maestro. Ma per lui, la nascita di Gesù sarebbe potuta avvenire tra cinquanta anni, nel futuro. E alcune persone che per noi non sono ancora nate, per lui erano vive in carne e ossa. Il tempo è completamente malleabile. Quindi, per un maestro come Yogi Ramsuratkumar, il passato, il presente e il futuro sono totalmente intercambiabili. Egli era in grado di spostarli secondo la sua volontà. Sono certo che queste cose sono possibili, anche se non posso descriverle secondo le leggi fisiche. È così.</p>
<p>Hal Blacker: Yogi Ramsuratkumar ha mai riconosciuto il tuo risveglio?</p>
<p>Lee Lozowick: Non linearmente. Mi spiego: non che è che si sia seduto e ne abbia parlato in questi termini. Prima di tutto, la mia relazione con lui era fatta per il 200 per cento di ricettività, quindi non gli ho mai chiesto niente; non gli ho mai posto domande. Di tanto in tanto, avevo qualche curiosità, ma per principio non gli avrei chiesto niente, a parte ogni cosa. Quando mi trovavo in sua presenza, non avrei richiamato la sua attenzione in alcun modo. Quindi, non ho mai chiesto cosa pensasse di tutto ciò; tuttavia, egli disse ai suoi devoti indiani delle cose che mi sono servite da feedback. Ho avuto dei riscontri, ma mai in modo diretto. E sapevo che se avessi fatto una domanda diretta, non mi avrebbe dato mai, in ogni caso, una rispetta diretta.</p>
<p>Hal Blacker: La maggior parte della gente direbbe che dopo l’illuminazione non c’è più bisogno di un guru. Invece, tu sei entrato in una relazione maestro-discepolo dopo il tuo risveglio, quando avevi già alcuni studenti. Significa che in qualche modo sentivi che mancava qualcosa nella tua realizzazione?</p>
<p>Lee Lozowick: No, non sentivo proprio alcuna mancanza. La mia visione della cosa è che mi trovavo in una relazione guru-devoto prima ancora del mio cambiamento di contesto – cioè, del cambiamento di contesto, dal momento che non fu <em>mio</em> – e questo fu, di fatto, ciò che condusse proprio a tale cambiamento di contesto. La mia relazione con lui non nacque perché mi sentivo incompleto e in qualche modo lui mi avrebbe dato ciò che mi mancava. Tutto ciò era già stato fatto, era concluso. Fu una storia d’amore, tutto qua.</p>
<p>Hal Blacker: Qual è lo scopo della relazione guru-discepolo? Qual è il ruolo di questa storia d’amore?</p>
<p>Lee Lozowick: In realtà, non è la <em>sadhana</em> che produce il risveglio, ma l’assimilazione. Per assimilare qualcosa, devi essere nel suo campo, nella sua aura. Il guru è grazia, grazia vivente, e la reale essenza della<em> sadhana </em>è l’assimilazione della grazia. Quando il discepolo si risveglia, è perché ha assimilato la grazia del guru, non perché ha praticato la <em>sadhana</em>. Paradossalmente, bisogna fare la <em>sadhana</em> per creare quel tipo di risonanza che permette l’assimilazione. La <em>sadhana</em> è come preparare il terreno ma, in realtà, esiste solo la grazia. E per ricevere la grazia, devi essere in relazione con essa. Non bisogna essere necessariamente alla sua presenza fisica, sebbene ciò produca dei benefici.</p>
<p>Puoi riceverla dovunque, per tutto il tempo in cui resti in contatto con essa. Ma il guru è il legame, la sorgente. Tanta gente dice: «Perché non posso andare direttamente da Dio?». Non possiamo andare direttamente da Dio perché il veicolo umano, cioè il guru, è fondamentalmente l’unico disponibile. Ebbene, ci sono dei casi, come Anandamayi Ma e Ramana Maharshi, che apparentemente non ebbero un guru. Ma nessuno di loro è vivo per parlarne, e io penso che sarebbe stato possibile far loro riconoscere la necessità di un medium umano attraverso il quale connettersi alla grazia.</p>
<p>Hal Blacker: Quando sento parlare di grazia o devozione, mi chiedo quale sia il ruolo della comprensione.</p>
<p>Lee Lozowick: La devozione non deve necessariamente manifestarsi nell’unica forma della <em>bhakti</em> (lo yoga della devozione); essa può presentarsi come<em> jnana yoga</em> (lo yoga della saggezza). Pertanto la grazia, in se stessa, non è qualcosa di romantico, delicato e frivolo. Si potrebbe sostenere, per esempio, che Nisargadatta Maharaj fu uno strumento di trasmissione della grazia, anche se egli non era certo incline alla devozione. Non avrebbe tollerato alcun tipo di devozione intorno a sé. Di conseguenza, non si dovrebbe identificare la grazia esclusivamente con la tradizione <em>bhakti</em>, perché essa è disponibile in innumerevoli diverse tradizioni. Anche in una scuola<em> bhakti</em> – se è un’autentica scuola <em>bhakti </em>e non qualcosa di sentimentale – l’amore è un fuoco, un’esplosione grande e selvaggia. Non è quella cosa piagnucolosa dove tutti vanno in giro dicendo: «Oh, il mio guru è tanto gentile e io lo amo tanto ». Se telefoni a una scuola e la persona all’altro capo si esprime in questo modo, devi dubitare di quella scuola.</p>
<p>Hal Blacker: Che cosa impedisce alla<em> bhakti</em> di essere soltanto un sentimentalismo, trasformandola in qualcosa di appassionato?</p>
<p>Lee Lozowick: È un’energia che trasforma, in senso assoluto. Una metafora potrebbe essere quella di uno schiacciasassi che si trasforma in una farfalla. L’alterazione della struttura è così grande e profonda che non può aver luogo senza una crisi. Spesso, un elemento della crisi sarà questo enorme fuoco, fervore o <em>tapas</em>.</p>
<p>Hal Blacker: Qual è la natura di questa <em>tapas</em> o crisi?</p>
<p>Lee Lozowick: In parte, è il tradizionale confronto con l’identificazione autonoma dell’ego con le illusioni, scambiate per la realtà, e la necessità di smantellare questa dittatura. Ma il primo requisito, in ogni tipo di guarigione, è riconoscere l’esistenza della malattia. Quindi, il primo passo è riconoscere in qualche modo la malattia dell’identificazione con il corpo come se questo fosse tutta la realtà. Ciò richiede onestà e padronanza degli aspetti nevrotici del comportamento che l’ego ha assunto come indispensabile protezione per se stesso. Tali aspetti possono includere la vergogna, l’orgoglio, tutte le forme di narcisismo e avidità, e così via. Abbiamo vissuto venti, trenta, quaranta, cinquanta anni, e ammettere che in tutto questo tempo ogni cosa che abbiamo fatto è stata prodotta da egocentrismo, egotismo e narcisismo, richiede una grandissima disciplina e attenzione, oltre a un lavoro di base molto duro.</p>
<p>Teoricamente, potremmo entrare in questo fuoco e renderci conto del fatto che siamo stati egoisti; questa potrebbe essere una cosa importante. Potremmo semplicemente ammettere: «Oh no, non voglio più vivere in quel modo», e allontanarcene. Ma, in realtà, la maggior parte delle persone non ha la volontà di farlo. La conclusione è che ci vuole moltissima buona volontà per lasciare andare tutto ciò che pensiamo di avere accumulato in cinquanta anni.</p>
<p>É come prendere questo immenso conto bancario e semplicemente darlo via. Oppure, è come se tu fossi un ebreo russo o tedesco, in determinate epoche storiche, e avessi una stanza blindata piena di oro e contemporaneamente l’opportunità di saltare su una barca con nient’altro che i tuoi vestiti e scappare. Sceglieresti la vita o l’oro? La maggior parte delle persone ha scelto l’oro ed è morta in circostanze orribili. É la stessa analogia. Qualcuno potrebbe partecipare a questo lavoro e realizzare la realtà dell’illusione, per poi scegliere la vita. Ma i più vogliono tenersi l’oro. In realtà, l’oro è merda, ma è qualcosa di familiare e in passato è stato molto utile.</p>
<p>Hal Blacker: Cos’è che porta una persona al punto di voler scegliere la vita, anche se ciò significa lasciar andare tutto ciò che ha accumulato, conosciuto e fatto?</p>
<p>Lee Lozowick: Personalmente, penso che sia l’amore. E, che esso si manifesti all’interno di una tradizione della devozione o della saggezza, non è mai qualcosa di piagnucoloso, sentimentale, sdolcinato e pieno di sospiri. L’amore è l’essenza vitale della creazione. Penso che se lo desideriamo fortemente o ci impegniamo a servirlo con la necessaria profondità, a un certo punto proveremo il desiderio di andare oltre i nostri limiti illusori, che abbiamo sempre accettato.</p>
<p>Hal Blacker: Ho sentito dire che parli di te stesso come di un insegnante della pazza saggezza, di un divino giullare e di un folle di Dio.</p>
<p>Lee Lozowick: Mi piace considerarmi un <em>sottile</em> insegnante di pazza saggezza.</p>
<p>Hal Blacker: Cosa intendi?</p>
<p>Lee Lozowick: Mi definisco un sottile insegnante di pazza saggezza perché, parlando in generale, le mie manifestazioni sono estremamente conservatrici. Alcuni dei miei studenti dicono: «Oh, ma la tua energia è estremamente rivoluzionaria». Ciò è bene e buono, e nel primo periodo della scuola facevo molte più cose con gli studenti, come andare a ballare o combinare cose strane. Ma negli ultimi dieci anni mi piace restare dentro l’ashram, seguendo lo stesso programma giornaliero e mangiando la mia insalata. Apparentemente, un insegnante di pazza saggezza è qualcuno che agisce in modo pazzo per provocare o scioccare gli studenti fino a produrre un certo cambiamento di contesto. Ormai lo faccio così raramente che ritengo molto carino il fatto che i miei studenti mi definiscano ancora un insegnante di pazza saggezza. In realtà, è ciò che sono, ma personalmente credo che sia qualcosa di così sottile che sono sempre sorpreso quando qualcuno se ne accorge.</p>
<p>Hal Blacker: Che cos’è la pazza saggezza?</p>
<p>Lee Lozowick: Uno degli aspetti primari della pazza saggezza è che i suoi insegnanti sono disposti a qualsiasi comportamento, non importa quanto scioccante, irriverente o disturbante, se (e solo se) tale comportamento contiene una probabilità molto alta di provocare un cambiamento nello studente, aumentandone la profondità. Naturalmente, di questi tempi, grazie all’industria della comunicazione, si sente parlare di ogni sorta di idiota, in tutto il mondo, il cui ego si crede un insegnante di pazza saggezza e utilizza tecniche scioccanti a piacimento, senza badare alla scelta del momento opportuno. Ma il momento opportuno è tutto.</p>
<p>Gurdjieff fu un maestro al riguardo: egli non creava uno shock soltanto per curiosità, per vedere cosa sarebbe successo. Lo creava solo quando c’era una probabilità molto alta che risultasse efficace, dal punto di vista dell’approfondimento della relazione dello studente con il Divino. Non funzionava sempre, perché restava comunque una probabilità, ma non lo faceva mai a caso. Quegli insegnanti di oggi, che io definisco ciarlatani, fanno un uso del potere e delle manifestazioni folli assolutamente irresponsabile. Considero insegnante di pazza saggezza colui che può usare qualsiasi espediente, ma non è mai arbitrario né segue mai i propri capricci. Il suo uso di elementi drammatici e scioccanti è limitato a circostanze specifiche e avviene esattamente al momento opportuno. È come l’arte di sfaccettare un diamante: se non capisci la struttura della pietra e la colpisci a caso con un cesello, tutto ciò che ottieni è polvere di diamante.</p>
<p>Devi conoscere esattamente la struttura del diamante per poterlo colpire lungo un particolare punto di frattura. Se lo colpisci nel mezzo di due punti di frattura, invece di ottenere un gioiello perfettamente sfaccettato, spacchi la pietra. Gli esseri umani sono uguali. Hanno quelle che potremo chiamare “linee della rivelazione”, per così dire, o “linee dell’illuminazione”. Un insegnante di pazza saggezza è un maestro della sfaccettatura; un ciarlatano è qualcuno che prende semplicemente martello e cesello e colpisce alla cieca, sperando di ottenere dei buoni risultati (o forse non è nemmeno interessato ai risultati, perché gli piace semplicemente l’euforia dell’esercizio del potere e la gente che striscia ai suoi piedi).</p>
<p>Hal Blacker: Stai descrivendo la pazza saggezza come una scienza molto precisa.</p>
<p>Lee Lozowick: Il punto è, comunque, che in questo caso lo scienziato è totalmente spontaneo e istintivo. Non si tratta di una scienza della mente, ma della funzione.</p>
<p>Hal Blacker: Penso che una concezione popolare della pazza saggezza sia che, poiché non siamo in grado di comprendere la Realtà con l’intelletto, l’insegnante di pazza saggezza agisce in modo tale da sconvolgere, in qualche maniera, la mente concettuale.</p>
<p>Lee Lozowick: Questa è una delle rivelazioni che può approfondire la relazione di uno studente con il Divino. È possibile fare delle cose, in circostanze specifiche, per ottenere la rivelazione della non-linearità della realtà. Ordinariamente, però, non si può agire tutto il tempo in questo modo solo per dimostrare tale punto; è qualcosa che andrebbe fatto solo quando lo studente è proprio al limite della conoscenza, sulla linea di confine. Un’altra importante considerazione da fare è che quel tipo di comportamento che vorrebbe dimostrare l’assurdità della linearità non dovrebbe essere violento o lasciare il segno sulla psiche di una persona.</p>
<p>Hal Blacker: Molti insegnanti di pazza saggezza di cui si sente parlare non traccerebbero linee di demarcazione come questa. So che certe volte vieni considerato oltraggioso, provocatorio e imprevedibile, e questo ti fa rientrare, in un certo senso, nel campo della pazza saggezza. Ma so anche che tra i tuoi studenti ci sono regole e protocolli precisi. Per esempio, in genere la gente deve essere celibe o monogama; non permetti promiscuità.</p>
<p>Lee Lozowick: Non direi che non permettiamo la promiscuità, ma che non la raccomandiamo. Se qualcuno la pratica, non vuol dire necessariamente che non è più uno studente o che verrà espulso dalla scuola. Nella scuola c’è pochissima promiscuità perché il mio atteggiamento è molto vittoriano. Ma le regole non sono tali da escludere le persone che non le seguono.</p>
<p>Hal Blacker: Allo stesso modo, penso che raccomandi di non bere alcool, almeno nell’ashram.</p>
<p>Lee Lozowick: Né di fumare o bere caffè. Dico, nessun divertimento! Niente sesso, alcool, caffeina, tabacco o droghe. Ecco perché andiamo a vedere tanti film.</p>
<p>Hal Blacker: Ma quando pensi a gente come Trungpa Rinpoche od Osho, la scena cambia completamente. Così, sembra che la tua collocazione nel campo della pazza saggezza non sia, per così dire, molto appropriata. Sembri diverso dalla maggior parte delle persone che vengono definite in quel modo.</p>
<p>Lee Lozowick: Questo fa parte del mio stile di pazza saggezza. É buffo, visto ho la massima considerazione di Trungpa. Per me, egli non poteva fare errori, sebbene abbia fatto qualche puttanata. Ci sono altri insegnanti che le combinano molto meno grosse di Trungpa, ma cui io non attribuirei alcun valore, anzi, li definirei illusi e ciarlatani. Chi rispetto e chi no, è qualcosa di puramente istintivo. Non è un fatto lineare, perché ci sono certi insegnanti che vengono fatti rientrare nella pazza saggezza a causa del loro comportamento, ma che per me sono pazzi e basta: non sono certo degli insegnanti. Tuttavia, Trungpa, il cui comportamento era al massimo della sfrenatezza, lo tengo assolutamente nella più alta considerazione.</p>
<p>Hal Blacker: Non c’è dubbio che per molte persone Trungpa avesse raggiunto un alto livello di realizzazione. Esercitava una grande influenza su molte persone. E il tipo di pazza saggezza che i suoi studenti gli attribuiscono è precisa come il taglio di un diamante, naturalmente. Nonostante ciò, il risultato di alcuni suoi comportamenti non sembra essere stato così straordinario. Basti considerare lo scandalo sull’AIDS e il sesso capitato al suo successore, Osel Tendzin. E Osel Tendzin e altri studenti, per esempio, sono diventati alcolizzati. Penso che gli studenti tendano a imitare i loro insegnanti assumendone in vari modi, forse inconsciamente, comportamenti e atteggiamenti. Così, quando c’è di mezzo qualcuno come Trungpa, che agisce nel modo in cui ha agito, penso sia prevedibile che alcuni suoi studenti facciano cose simili.</p>
<p>Lee Lozowick: Questo è un pericolo, e penso che non c’è modo di evitarlo. Un insegnante davvero in gamba cercherà di scoraggiare questo comportamento negli studenti, ma c’è poco da fare. Gli studenti copieranno l’insegnante; in alcuni casi lo faranno con integrità, ma la maggior parte delle volte, no. Quindi, quella che tu vedi è la maggioranza dei casi in cui non viene portata integrità in questo tipo di comportamento. Il fatto che gli studenti imitino l’insegnante e quest’ultimo non possa impedirlo, non è necessariamente un difetto dell’insegnante, secondo me. Ogni studente che arriva nella mia scuola deve imparare una lezione: «Fai come dico, non come faccio». Di conseguenza, scoraggio grandemente gli studenti dall’imitare il mio comportamento.</p>
<p>Hal Blacker: Tu non applichi quelle regole che vorresti vedere rispettate dai tuoi studenti?</p>
<p>Lee Lozowick: Assolutamente no.</p>
<p>Hal Blacker: Perché?</p>
<p>Lee Lozowick: Potrei darti una buona giustificazione, ma forse non sarebbe quella giusta. Il modo in cui insegno è progettato d’istinto per ottimizzare la possibilità dei miei studenti a duplicare il mio stato di coscienza, e il comportamento non ha niente a che vedere con questo. Quindi, scoraggio molto gli studenti dall’imitare il mio comportamento. A ogni modo, alcuni lo fanno, in misura più o meno maggiore. La funzione dell’insegnante è progettata per ottimizzare la duplicazione del suo stato di coscienza, non necessariamente per produrre una copia carbone di se stesso.</p>
<p>Hal Blacker: Ma sembrerebbe che il comportamento è importante per esaudire quella condizione da te descritta come schiavitù spontanea alla volontà di Dio. E questo è il tipo di comportamento che vorresti vedere nei tuoi studenti.</p>
<p>Lee Lozowick: Beh, no. La mia funzione è diversa da quella dei miei studenti. Io devo portare gli studenti in sintonia con la volontà di Dio; dopo di ciò, la loro funzione dipende da quella volontà. Non ha niente a che vedere con me o con loro; non sto formando degli insegnanti. Se uno o più dei miei studenti si risveglia, può diventare un insegnante oppure no: dipende dalla volontà divina. Non ha niente a che fare con il mio o il loro desiderio. Non penso che chiunque si risvegli, diventi un insegnante.</p>
<p>Hal Blacker: Ammesso che sia così, sembra che debba esserci un modo essenziale, per quanto indefinibile o capace di mille diverse manifestazioni, di come il risveglio funziona nel mondo.</p>
<p>Lee Lozowick: Io sono integro nel mio lavoro. Quindi, a prescindere dalle manifestazioni della mia attività, se la gente riesce a vedere l’integrità del mio lavoro, è qualcosa che può imparare; diventa un modello. Per cui, penso che si possa dire che esistono aspetti sottili o interiori del mio lavoro che operano come modelli, ma non la mia attività. L’integrità del mio impegno con il lavoro, con il mio maestro, cose di questo genere, insomma.</p>
<p>Hal Blacker: Una delle tue principali attività è dirigere un gruppo rock. Per quanto ne sappia, sei l’unico insegnante spirituale che lo fa.</p>
<p>Lee Lozowick: Lo spero. Non vorrei che la cosa si diffondesse.</p>
<p>Hal Blacker: Consideri il tuo gruppo rock, <em>Liars, Gods and Beggars </em>(Bugiardi, Dei e Mendicanti), come un mezzo per comunicare i tuoi insegnamenti, possibilmente su larga scala?</p>
<p>Lee Lozowick: Penso che i Liars, Gods and Beggars abbiano il potenziale di comunicare qualcosa dell’essenza dell’insegnamento su larga scala, anche se in modo sottile. Tuttavia, non arriverei mai a pensare che il lavoro vero e lo yoga dell’insegnamento possano essere comunicati su larga scala, in nessuna circostanza. Penso che i Liars, Gods and Beggars siano una sorta di sottile virus spirituale che può contaminare un grande numero di persone, ma la verità è che le grandi folle non sono mai attratte dal tipo di pratica che produce gli effetti ricercati da questo genere di lavoro.</p>
<p>Hal Blacker: Cos’è che fa di qualcuno un praticante veramente serio?</p>
<p>Lee Lozowick: Essere disposto a sacrificare tutto ciò che è richiesto per la realizzazione del Divino.</p>
<p>Hal Blacker: Dopo venticinque anni di insegnamento, sei felice dei risultati?</p>
<p>Lee Lozowick: Sono relativamente felice dei risultati. Non posso esserlo completamente, perché essi sono relativi. Suppongo che ciò che mi renderebbe obbiettivamente felice sarebbe vedere duplicata la mia funzione in uno o più studenti. Finora non è successo. Ho avuto studenti che sono stati mesi interi nello stato di risveglio, ma in qualche modo le loro qualità non sono ancora rifinite al cento per cento. Sono contento dei risultati in confronto a quelli di altre comunità, dal punto di vista dell’assorbimento dell’insegnamento da parte degli studenti e dalla loro capacità di ritrasmetterlo, ma è una felicità relativa. C’è ancora tanto lavoro da fare. E sai, anche se il lavoro di uno studente è finito, ci sono sempre nuove persone che cominciano. Quindi, penso che la felicità e la soddisfazione non siano il punto. Sono indaffarato al massimo; il lavoro non manca.</p>
<p>Hal Blacker: Qual è il risultato più grande che ti piacerebbe vedere raggiunto in questa comunità?</p>
<p>Lee Lozowick: Mi piacerebbe vedere che tutte le persone vivono una relazione felice e armoniosa. Sai, amarsi gli uni gli altri, totalmente liberi dalla violenza e dalla competizione: basterebbe questo. Oppure anche al di fuori della relazione, ma per scelta. Insomma, che si sia o meno in una relazione, mi piacerebbe vedere vite ricche e libere da violenze e manipolazioni.</p>
<p>Uno dei principali cambiamenti avvenuti in questi venticinque anni è il mio modo di usare il linguaggio. All’inizio tutto era: «Sveglia, Sveglia, Sveglia!». Ora, la grazia richiesta per il risveglio sembra succedere nel processo stesso della nostra vita in comune. Non abbiamo bisogno di pensare al risveglio, eccetto che come a un’ovvia ragione del nostro stare insieme; non saremmo qui se quella non fosse la ragione, quindi non dobbiamo pensarci troppo. Quello a cui dobbiamo pensare è all’essere gentili in generale gli uni con gli altri, oltre a sviluppare un’intimità libera da promiscuità, flirt, giochetti e cosi via. Questo è quanto basta.</p>
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<p class="MsoNormal"><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/0934252629/innernet-20"><span lang="EN-GB">Lee Lozowick. The Alchemy of Transformation. Hohm Press. 1996. ISBN: 0934252629</span></a></p>
<p class="MsoNormal"><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/1890772348/innernet-20"><span lang="EN-GB">M. Young. Yogi Ramsuratkumar. Hohm Press. 2003. ISBN: 1890772348</span></a><span class="t7"></span></p>
<p><span class="t7"><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Times New Roman';">Copyright originale “What is Enlightenment” magazine </span></span><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Times New Roman';"><a href="http://www.wie.org/"><span lang="EN-GB">www.wie.org</span></a></span><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Times New Roman';"><br />
<span class="t9">Traduzione di Nityama Masetti. </span></span><span class="t7"><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Times New Roman';">Revisione di Gagan Daniele Pietrini.</span></span><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Times New Roman';"><br />
<span class="t7">Copyright per la traduzione italiana: Innernet.</span></span></p>
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		<title>Il buddismo tibetano in occidente funziona?</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Feb 2009 03:46:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alan Wallace</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dharma e dintorni]]></category>
		<category><![CDATA[Percorsi di ricerca]]></category>
		<category><![CDATA[Budda]]></category>
		<category><![CDATA[buddismo]]></category>
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		<description><![CDATA[In Asia, come prima cosa, i monaci anziani interrogano colui che ha espresso il desiderio di prendere gli ordini, esaudendo la richiesta solo se pensano che la persona sia sufficientemente preparata ed esiste un luogo in cui possa ricevere un&#8217;adeguata formazione monastica. In occidente viviamo in una società profondamente non-monastica e non-contemplativa. Cominciare profonde pratiche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="tibetan_bell.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/tibetan_bell.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/tibetan_bell.jpg" alt="tibetan_bell.jpg" hspace="6" align="left" /></a>In Asia, come prima cosa, i monaci anziani interrogano colui che ha espresso il desiderio di prendere gli ordini, esaudendo la richiesta solo se pensano che la persona sia sufficientemente preparata ed esiste un luogo in cui possa ricevere un&#8217;adeguata formazione monastica. In occidente viviamo in una società profondamente non-monastica e non-contemplativa. Cominciare profonde pratiche contemplative e adottare lo stile di vita monastico senza un contesto adeguato provoca molti problemi.</p>
<p>B. Alan Wallace ha studiato per dieci anni in monasteri buddisti in India e Svizzera. Insegna teoria e pratica buddista in Europa e in America dal 1976, e ha fatto da interprete a numerosi insegnanti tibetani, tra cui Sua Santità il Dalai Lama. Autore del libro <em>Buddhism with an Attitude </em>(<em>Snow Lion Publication</em>), Wallace ha collaborato a più di trenta libri sul buddismo, la medicina, il linguaggio e la cultura tibetani. Attualmente insegna al Dipartimento di Studi Religiosi dell’Università della California, a Santa Barbara. Questa intervista, fatta da Brian Hodel, è stata già pubblicata in forma ridotta su “Snow Lion”, la newsletter della casa editrice <em>Snow Lion</em>.</p>
<p>Brian Hodel: I maestri buddisti tibetani hanno dovuto fare dei cambiamenti per adattarsi alla fiorente comunità di studenti occidentali?</p>
<p>Alan Wallace: In Asia – in India, nel Nepal, nel Sikkim e nel Bhutan, per esempio – alla fine degli anni sessanta, o dei primi anni settanta, i lama hanno cominciato a tenere pubblici insegnamenti rivolti innanzitutto alla comunità tibetana, ma dove gli occidentali sono sempre stati benvenuti, a meno che gli insegnamenti non fossero molto elevati, come, per esempio, quelli tantrici. Ma anche in quel caso, se gli occidentali avevano i requisiti necessari, se avevano ricevuto le iniziazioni appropriate o erano stati invitati a partecipare dai loro stessi lama, erano benvenuti. Esistono molti monasteri tibetani, nel sud dell’India, dove l’insegnamento è aperto agli occidentali.</p>
<p>Brian Hodel: E in occidente?<span id="more-456"></span></p>
<p>Alan Wallace: In occidente, quando i lama tibetani offrono insegnamenti, il formato è diverso, perché spesso questi lama sono in viaggio. Per loro è frequente tenere seminari di una fine settimana o conferenze di una sera. Oppure, se si fermano più a lungo in un luogo, concedono un ritiro di una o due settimane. Ma nella maggior parte dei casi, gli eventi hanno durata limitata. Poi, ci sono dei lama residenti in determinati centri, dove vengono offerti corsi prolungati.</p>
<p>Brian Hodel: Nell’ambiente monastico, gli insegnamenti seguono un ordine coerente. Qual è l’effetto degli insegnamenti, al di fuori di questo contesto?</p>
<p>Alan Wallace: In occidente, è molto comune che un lama arrivi in una città e dia un’iniziazione al buddismo tantrico e un weekend di insegnamenti esoterici sulle pratiche di visualizzazione o sui modi per sperimentare uno stato di pura consapevolezza. Nella gran parte dei casi, ciò che manca è il contesto profondo: il contesto teorico, della fede, di una matura comunità spirituale. Questi insegnamenti sono perfettamente tradizionali, ma vengono inseriti in un contesto radicalmente non tradizionale. E ciò, penso, ha condotto in molte occasioni a un enorme fraintendimento e a molta inutile inquietudine, confusione, sofferenza e conflittualità.</p>
<p>Brian Hodel: Per <a title="Il buddismo tibetano in occidente 1.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/il-buddismo-tibetano-in-occidente-1.jpg"><img class="alignleft" style="margin-left: 6px; margin-right: 6px;" src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/il-buddismo-tibetano-in-occidente-1.jpg" alt="Il buddismo tibetano in occidente 1.jpg" hspace="6" width="250" height="214" align="left" /></a>esempio?</p>
<p>Alan Wallace: Verso la fine degli anni settanta, alcuni ottimi lama sono venuti negli Stati Uniti per tenere degli insegnamenti avanzati. Diversi occidentali, ragazzi e ragazze, sono rimasti entusiasti di questi lama, e in parecchi hanno preso i voti in quel momento, su due piedi, al di fuori di qualsiasi contesto: ovvero senza un monastero, un abate e un procuratore che spiegasse loro il significato dei voti, aiutandoli ad assimilarli e applicarli nella vita quotidiana. Penso che la grande maggioranza di loro, se non tutti, alla fine ha abbandonato i voti, perché non esisteva il contesto giusto e perché li avevano presi senza sapere bene cosa stavano facendo.</p>
<p>Brian Hodel: Se un gruppo di persone avesse voluto prendere gli ordini su due piedi in Asia, i lama avrebbero acconsentito? Mi sembra una cosa sbagliata, in entrambi i contesti.</p>
<p>Alan Wallace: In Asia, come prima cosa, i monaci anziani interrogano colui che ha espresso il desiderio di prendere gli ordini, esaudendo tale richiesta solo se pensano che il futuro monaco o la futura monaca è sufficientemente preparato/a ed esiste un luogo in cui i novizi possono ricevere un’adeguata formazione monastica. Qui, in occidente, viviamo in una società profondamente non-monastica e non-contemplativa. E quindi, cominciare queste profonde ed esoteriche pratiche contemplative e adottare lo stile di vita monastico senza un contesto adeguato provoca molti problemi. E non sono sicuro che questo fatto sia stato ponderato a sufficienza da molti lama che di fatto vivono in Asia e occasionalmente vengono in occidente per qualche settimana. Sembra che essi pensino che, siccome ciò che stanno dando fa parte della tradizione, verrà ricevuto in modo tradizionale. Ma in molti casi, semplicemente non è così.</p>
<p>Brian Hodel: Stai dicendo che questo gruppo di lama che ha dato l’ordinazione non era consapevole del fatto che quelle persone non disponevano di alcun contesto?</p>
<p>Alan Wallace: Che il contesto non esistesse, era abbastanza ovvio. Quindi, su quale fondamento logico questi lama hanno concesso gli ordini e impartito insegnamenti avanzati sulla meditazione? Ho sentito alcuni lama dire: “Sto gettando semi, ed è meglio che la gente conosca il buddismo imperfettamente, che non lo conosca affatto”. E, per riprendere una parabola evangelica, alcuni semi cadranno sulle rocce e saranno mangiati dagli uccelli, mentre altri cadranno sul terreno, riceveranno nutrimento e germoglieranno. Potrebbe trattarsi di una piccola minoranza di coloro che seguono gli insegnamenti, ma per alcune persone questi ultimi getteranno i semi di una pratica spirituale appagante e prolungata, che li farà maturare e porterà beneficio a loro stessi e gli altri. E per quanto riguarda le altre persone e il fondamento logico dei lama, ho sentito alcuni di loro dire che almeno queste persone erano entrate in contatto con il dharma.</p>
<p>Brian Hodel: Esistono altri esempi più recenti di questo problema?</p>
<p>Alan Wallace: La mia sensazione è che le iniziazioni, le pratiche e i voti del buddismo tantrico vengono spesso concessi troppo indiscriminatamente. Tutte queste pratiche comportano un serio impegno, e se persone con poca o nessuna conoscenza di base del buddismo prendono tali voti, è possibile che provino disincanto o confusione.</p>
<p>Brian Hodel: Perché non attenersi semplicemente agli insegnamenti basilari, fondamentali? Perché gli insegnamenti elevati vengono impartiti addirittura a mo’ di introduzione?</p>
<p>Alan Wallace: Penso che la risposta sia molto semplice: se i lama si limitassero a insegnare argomenti come la disciplina etica, la rinuncia e la pratica della gentilezza amorevole e della compassione, poca gente sarebbe attratta. Prima di partire, i lama chiedono spesso che tipo di insegnamenti vogliono sentire gli occidentali, e frequentemente la risposta è: quelli avanzati. Per esempio, sullo dzogchen o il mahamudra, che trattano l’esplorazione della natura della consapevolezza pura e concettualmente non strutturata, o della propria interiore natura di Buddha. Per compassione e per desiderio di esaudire i desideri altrui, molti lama accondiscendono. Forse la loro logica è che le persone trarranno probabilmente più beneficio ascoltando qualcosa cui sono davvero interessate, piuttosto che nell’ascoltare preziosi insegnamenti verso cui non hanno interesse. In questo ultimo caso, è probabile che le persone non verrebbero affatto.</p>
<p>Quindi, abbiamo una situazione commerciale di domanda e offerta, molto diversa dalla scena del dharma in Asia. In occidente, gli insegnamenti sono pubblicizzati e se ne ricava un profitto. Quindi, che ci piaccia o no, nella grande maggioranza dei casi c’è un aspetto commerciale negli insegnamenti. E anche se i lama hanno ricchi benefattori che si prendono cura di loro, qualcuno deve ancora pagare le spese di viaggio e l’uso del luogo di insegnamento. Questo è tutto quello che si può dire.</p>
<p>Brian Hodel: Ma non viene esercitato un richiamo verso l’ego? Io potrei richiedere gli insegnamenti più elevati perché voglio conseguire la realizzazione il prima possibile. Che valore hanno, però, gli insegnamenti più elevati se non ho assorbito quelli fondamentali? Non è come gettare semi sulle rocce?</p>
<p>Alan Wallace: Nella mia esperienza, i lama che desiderano impartire questi insegnamenti avanzati sottolineeranno molto l’importanza degli insegnamenti e delle pratiche fondamentali, per esempio quelli che riguardano l’esercizio della rinuncia e della compassione. Uno dei miei insegnanti, Gyatrul Rinpoche, ha spesso impartito insegnamenti avanzati sul mahamudra e lo dzogchen, ma ripetendo in continuazione questo messaggio: “Sì, questi sono gli insegnamenti profondi. Sì, possono essere molto utili per la vostra pratica. Allo stesso tempo, non tralasciate gli insegnamenti fondamentali, perché questi ultimi sono quelli che con più probabilità, ora, provocheranno un miglioramento nella vostra mente e nella vostra vita”. Gyatrul Rinpoche ha insegnato per più di due decenni negli Stati Uniti. Egli sottolinea ancora l’importanza degli insegnamenti fondamentali, ma a volte gli studenti si lamentano di conoscerli già e di non volerli più sentire. In molti casi, anche se questi studenti non hanno compreso gli insegnamenti fondamentali attraverso la pratica, li hanno uditi e più o meno compresi intellettualmente. Ma a causa della consuetudine hanno perso interesse in tali insegnamenti e non desiderano più praticarli; vogliono qualcosa di nuovo, di profondo, che prometta quel tipo di trasformazione spirituale che non hanno ancora raggiunto.</p>
<p>Come Gyatrul Rinpoche ha spesso detto, non è che i lama non vogliono farci ascoltare o praticare questi insegnamenti più elevati. Semplicemente, non vogliono che li facciamo <em>al</em> <em>posto</em> degli insegnamenti fondamentali, perché in quel caso non ne trarremo beneficio. E poiché allo stesso tempo trascuriamo le pratiche basilari, non impariamo davvero nulla. Il consiglio che ho udito e fatto mio è che dobbiamo tenere i piedi sulla terra degli insegnamenti fondamentali, raggiungendo il cielo grazie agli insegnamenti più avanzati.</p>
<p>Brian Hodel: Se molti studenti occidentali ricevono gli insegnamenti più elevati all’inizio, ma dopo devono tornare a quelli fondamentali, non è controproducente?</p>
<p>Alan Wallace: Può esserlo di sicuro!</p>
<p>Brian Hodel: Non sembra qualcosa di molto efficiente.</p>
<p><a title="Il buddismo tibetano in occidente 2.gif" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/il-buddismo-tibetano-in-occidente-2.gif"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/il-buddismo-tibetano-in-occidente-2.gif" alt="Il buddismo tibetano in occidente 2.gif" hspace="6" align="left" /></a>Alan Wallace: Nel complesso, non penso che ci sia molta efficienza nel modo in cui gli insegnamenti vengono impartiti o praticati in occidente, anche se noi, essendo una società consumista e orientata sugli affari, diamo una grande importanza all’efficienza. Inoltre, in occidente, molti lama dei vari ordini del buddismo tibetano passano da una città all’altra tenendo eventi di una fine settimana. Questo vuol dire che in un weekend hai la possibilità di venire in contatto con un miscuglio di insegnamenti e iniziazioni, e la tua conoscenza del buddismo si fa episodica. È come andare a un buffet: prendi ciò che trovi, senza ordine, continuità né sviluppo progressivo. È qualcosa di estremamente inefficiente. Questo può fare di molte persone dei dilettanti, perché dà loro un assaggio del buddismo e le fa passare da un’esperienza all’altra, senza acquisire competenza in nulla.</p>
<p>Questa mancanza di continuità è dovuta, in parte, a una mancanza di pazienza. Poiché siamo una società consumista, vogliamo risultati rapidi. In certa misura, è questo che intendiamo con <em>efficienza</em>. Se ascoltiamo un insegnamento, vogliamo vedere i risultati entro un weekend, o almeno entro una settimana! E alcuni insegnanti vogliono venire incontro a questo tipo di mentalità. Ho persino visto pubblicità di eventi di buddismo tibetano che assomigliano alle aggressive pubblicità di Madison Avenue.</p>
<p>Il risultato è che molti lama in genere considerano gli occidentali – con poche, ottime eccezioni – impazienti, superficiali e incostanti. E nella società tibetana, l’incostanza è considerata uno dei vizi peggiori, mentre l’affidabilità, l’integrità, la credibilità e la perseveranza sono tenute in altissima considerazione. Per cui, oggi, alcuni dei lama migliori si rifiutano perfino di venire in occidente, perché preferiscono insegnare ai tibetani in Asia o andare semplicemente in ritiro a meditare. Alcuni ritengono – data la brevità e la preziosità della vita umana – che dedicare il tempo a gente tanto incostante e di poca fede vorrebbe dire sprecarlo.</p>
<p>Brian Hodel: Oltre all’inefficienza di questi “insegnamenti-buffet”, non c’è anche il rischio che la gente scelga pezzi qui e là per costruirsi una “scala per il paradiso” di proprio gradimento?</p>
<p>Alan Wallace: C’è questo pericolo, sì. Ma credo che bisogna sempre trovare il giusto mezzo. Un estremo è quello che hai appena suggerito, l’individualismo: “So cosa va bene per me! Sceglierò quello che mi piace”. Questo è come un bambino che va al ristorante e dice: “Prendo solo quello che ha un buon sapore”.</p>
<p>Il problema di questo atteggiamento è che, dopotutto, ci stiamo volgendo al dharma perché non siamo illuminati, non perché lo siamo già. Se non siamo illuminati, vuol dire che viviamo nell’illusione: questo è il tema centrale del buddismo. E quindi, una persona ignorante e vittima delle illusioni dice: “Mi metto al di sopra della tradizione, delle sue regole e della sequenza di pratiche che gli esseri illuminati offrono da molte generazioni”.</p>
<p>L’altro estremo è un dogmatismo che prescinde totalmente dall’esperienza concreta della pratica del dharma. Generazioni di tibetani hanno elaborato strategie, insegnamenti, rituali e sequenze di pratiche specificatamente per i tibetani. Non si sono limitati a replicare il buddismo indiano. Sono sicuro che hanno conservato il nucleo, l’essenza di quest’ultimo. Ma la loro è anche una tradizione che si è modificata nei secoli per adattarsi meglio alla mentalità, l’ambiente e i costumi tibetani. Ebbene, quello che conta sono i fatti, e il risultato è stato una generazione dietro l’altra di grandi maestri tibetani. Pensiamo a Padmasambhava, Sakya Pandita, Milarepa, Tsong-kha-pa, fino al ventesimo secolo: la tradizione ha funzionato!</p>
<p>Davanti a tale successo, si può concludere che, poiché hanno funzionato per i tibetani, noi occidentali dobbiamo fare nostre le tradizioni e gli insegnamenti <em>puri</em> del Tibet, introducendoli a Los Angeles o New York City esattamente come vengono insegnati laggiù. Ma la ragione per cui quegli insegnamenti vengono considerati <em>puri</em> è perché hanno funzionato in Tibet. La domanda è: funzioneranno ancora? Se quegli stessi insegnamenti, nello stesso formato, senza adattamenti per l’occidente, vengono trapiantati in Europa o in America, ignorando le differenze del contesto culturale e senza vedere se producono gli stessi meravigliosi effetti e trasformazioni nei praticanti occidentali, il risultato può essere qualcosa di rigido, fondamentalista e dogmatico.</p>
<p>Se non producono gli stessi benefici… Se dopo trenta anni di buddismo tibetano in occidente, non abbiamo persone che sono ascese sul cammino dell’illuminazione, sviluppando stati di profonda concentrazione meditativa, intuizione contemplativa e intensa compassione, e scoprendo le molte meravigliose risorse della consapevolezza stessa, forse dobbiamo porci la domanda: gli insegnamenti che hanno funzionato per i tibetani sono ugualmente efficaci per gli occidentali? Oggi abbiamo adepti occidentali paragonabili ai venticinque discepoli principali di Padmasambhava, che raggiunse stati straordinari di realizzazione spirituale?</p>
<p>Se i discepoli occidentali contemporanei, che apparentemente stanno facendo le stesse pratiche dei loro predecessori tibetani, non stanno conseguendo una realizzazione paragonabile, bisogna chiedersi in che modo questi insegnamenti e pratiche vanno cambiati nel formato, la sequenza e il contesto. Fino a che punto le teorie devono avviare un dialogo con le idee occidentali? Portare le idee, la meditazione e lo stile di vita buddista a dialogare con le concezioni scientifiche e filosofiche dell’occidente, con i suoi valori e punti di vista: questo è qualcosa che relativamente pochi lama tibetani stanno facendo, in misura significativa.</p>
<p>Dopo tutto, in occidente esiste una civiltà. E venire qui come se non avessimo alcuna civiltà, come se gli insegnamenti andassero calati su una “tabula rasa” culturale, non è ragionevole. Questo è l’altro estremo, in cui gli insegnanti proclamano: “Noi abbiamo gli insegnamenti puri!”, senza nemmeno chiedersi se quei cosiddetti “insegnamenti puri” producono davvero buoni risultati, o se stanno solo creando fondamentalisti rigidi, arroganti ed elitari, che dichiarano: “Noi possediamo l’unica via!”. Per le proporzioni che questo fenomeno sta assumendo in occidente, mi sembra che il buddismo si stia rapidamente trasformando in un pezzo da museo, o peggio.</p>
<p>Brian Hodel: In quali proporzioni sta succedendo?</p>
<p><a title="Il buddismo tibetano in occidente 3.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/il-buddismo-tibetano-in-occidente-3.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/il-buddismo-tibetano-in-occidente-3.jpg" alt="Il buddismo tibetano in occidente 3.jpg" hspace="6" align="left" /></a>Alan Wallace: Temo che sia qualcosa di piuttosto comune, specialmente negli ambienti del dharma in cui gli studenti devono ascoltare silenziosamente gli insegnamenti del lama, accettandoli e mettendoli in atto senza discutere. Quando agli studenti viene data l’idea che il lama è infallibile e che qualsiasi problema o incertezza è solo colpa loro, abbiamo una ricetta per il fondamentalismo. Ho sentito alcuni avidi studenti del dharma rispondere a qualsiasi obiezione sull’ortodossia del loro centro del dharma con la frase: “Ma il lama dice…”, come se questa fosse la soluzione a tutti i problemi.</p>
<p>Brian Hodel: Cosa c’è tra questi estremi, allora?</p>
<p>Alan Wallace: Una soluzione è un dialogo ravvicinato e rispettoso tra discepoli occidentali e insegnanti tibetani. Se questi ultimi non conoscono già l’occidente, bisogna cercare di informarli sul luogo in cui stanno venendo, su quali valori, stili di vita e concezioni del mondo sono considerate la norma, qui. E dove c’è resistenza a ricevere i tradizionali insegnamenti tibetani, occorre cercare di capire perché c’è questa resistenza, se tali insegnamenti possono essere modificati o se gli occidentali hanno bisogno di insegnamenti preliminari prima di affrontare quelli più tradizionali. Occorre davvero molta creatività.</p>
<p>Prima delle radicali trasformazioni causate dall’invasione cinese nel 1949, i cambiamenti nella società tibetana avvenivano a un ritmo molto più lento che nell’occidente moderno. Lì esisteva una tradizione spirituale che stava producendo un elevato numero di contemplativi e studiosi di tutto rispetto, per cui non c’era bisogno di molte innovazioni. In quella situazione, si poneva l’accento sulla preservazione della tradizione, piuttosto che sull’ingegnosità. Ma ora che per il buddismo il contesto sociale in Asia sta cambiando tanto drammaticamente e rapidamente, per non parlare del buddismo in occidente, c’è bisogno di molto più equilibrio tra la preservazione e l’adattamento intelligente, e i tibetani e gli occidentali devono discutere insieme di queste cose.</p>
<p>Brian Hodel: I lama tibetani in occidente parlano di queste cose? Fanno domande sull’efficacia dei loro insegnamenti?</p>
<p>Alan Wallace: Devono esserci degli insegnanti – sia lama tibetani che buddisti occidentali – che prestano attenzione a ciò. Ma non ho sentito grandi dibattiti in proposito; questo è un argomento delicato. Se gli studenti non ricevono benefici profondi dalla pratica buddista, così come è stata loro insegnata secondo la tradizione tibetana, gli viene detto che il difetto è in loro e non negli insegnamenti, i quali sono puri e infallibili. Un’alternativa è non concludere che il buddha-dharma è difettoso, ma chiedere: all’interno della vasta gamma delle pratiche insegnate dal Buddha e successivamente dagli insegnanti indiani e tibetani, quali e in che sequenza possono essere insegnate agli studenti occidentali affinché questi ultimi ne ricavino il massimo beneficio?</p>
<p>Per rispondere a questa domanda, dobbiamo reintrodurre una dose massiccia di empirismo e pragmatismo, che sono perfettamente coerenti con gli insegnamenti del Buddha. E cosa aiuta davvero a purificare la mente, in modo che le afflizioni mentali diminuiscano, provocando appagamento, serenità, saggezza e compassione più grandi? Cosa funziona davvero?</p>
<p>Brian Hodel: Una volta hai detto che per la salute di una religione, specialmente del buddismo, è essenziale produrre continuamente contemplativi di professione, ovvero persone totalmente dedite alla vita contemplativa. Perché questo è importante?</p>
<p>Alan Wallace: Il Dalai Lama ha detto, in un’occasione, che nel buddismo esistono affermazioni straordinarie sul potenziale della consapevolezza umana e sui risultati raggiunti dai contemplativi del passato, tra cui la concentrazione meditativa, le intuizioni contemplative e una vasta gamma di capacità paranormali culminanti nell’illuminazione stessa. Il Dalai Lama ha paragonato questi racconti alla cartamoneta, che ha valore se la gente crede che dietro di essa esiste un sistema aureo. Il “sistema aureo” della cartamoneta di tali affermazioni buddiste è che le persone dell’attuale generazione raggiungano simili stati di realizzazione. Anche se solo un decimo dell’uno per cento della popolazione buddista conseguisse tale profonda realizzazione, vorrebbe dire che in ogni generazione esistono almeno alcuni individui che hanno raggiunto il “sistema aureo” degli insegnamenti. Se in una comunità buddista hai mezza dozzina di persone che hanno conseguito il samadhi profondo, mostrando notevoli capacità come risultato delle loro realizzazioni contemplative e raggiungendo alla morte il “corpo di arcobaleno”, lasciandosi dietro solo i capelli e le unghie, beh, è qualcosa di molto affascinante! Quindi, se vogliamo risvegliare l’aspirazione a conseguire queste realizzazioni elevate, abbiamo bisogno di esempi viventi. Non abbiamo molti esempi di occidentali, e possiamo chiederci se qualcuno di essi abbia mai raggiunto questi stati avanzati di realizzazione. E man mano che i lama anziani muoiono, ci si può chiedere anche se oggi esistono contemplativi <em>asiatici</em> che hanno raggiunto quegli stati. Altrimenti, la cartamoneta del buddismo sembrerà sempre più priva di valore.</p>
<p>Per conservare gli insegnamenti buddisti nella loro integrità, abbiamo bisogno sia di studiosi di professione che di contemplativi, ovvero di persone che si dedicano totalmente, con motivazioni pure, allo studio prolungato e alla pratica meditativa. E non solo per qualche mese, ma per tutta la vita. Inoltre, il laicato buddista deve dedicarsi al mantenimento dei monaci, delle monache e dei seri praticanti laici che desiderano assumersi tale impegno. Questo è stato un elemento chiave della fioritura del buddismo in Asia, ed è un errore pensare che in occidente possa avvenire altrettanto senza un impegno simile da parte degli insegnanti, gli studenti e la comunità buddista in generale.</p>
<p>Brian Hodel: A questo punto, secondo te, cosa può funzionare?</p>
<p>Alan Wallace: Come ho detto prima, in occidente viviamo in una società non-contemplativa in cui non esiste alcun contesto teorico, pratico o sociale per una profonda pratica buddista. Ma molte persone sono interessate ad approfondire la conoscenza sul buddismo, e naturalmente vorrebbero farlo nel modo più efficiente possibile. Secondo me, questo dimostra la necessità di centri educativi che offrano un’istruzione rigorosa e prolungata sui vari elementi della filosofia, la psicologia, l’etica, la meditazione ecc. del buddismo. Ma tali insegnamenti devono essere accompagnati da un dialogo con la civiltà occidentale, o almeno devono mostrare sensibilità nei suoi riguardi.</p>
<p>Secondo: occorrono centri di formazione contemplativa pensati per offrire un ambiente favorevole a una pratica lunga e rigorosa. E in tali centri potremmo anche fare ricorso a elementi della nostra tradizione occidentale, come la psicologia ecc., per vedere se la pratica sta dando quei benefici per cui è stata concepita. Se è così, ottimo! Altrimenti, in stretto dialogo con gli insegnanti tibetani, dobbiamo vedere in che modo può essere modificata per produrre negli occidentali le intuizioni e le trasformazioni desiderate. Possiamo cominciare questa impresa con uno spirito di avventura. Se vogliamo, possiamo accettare per fede le affermazioni straordinarie degli insegnanti buddisti sulla natura e il potenziale della consapevolezza. Ma a quel punto, invece di fare della nostra fede un credo dogmatico, possiamo usarla come un’ipotesi di lavoro e metterla alla prova dell’esperienza. Quale avventura è più grande dell’esplorazione delle profondità della consapevolezza?</p>
<p>Brian Hodel: Dove pensi che porterà tutto ciò?</p>
<p>Alan Wallace: Se la commercializzazione del buddismo continua, e con essa la perdita di gran parte del suo straordinario rigore intellettuale e contemplativo, il buddismo tibetano corre il pericolo di perdere la sua integrità in occidente e farsi assimilare totalmente in un’amorfa cultura New Age. D’altra parte, tra molti buddisti tibetani in oriente e in occidente scorgo una grande apertura, sincerità e spirito di ricerca: ciò mi fa sperare che questa tradizione sta attraversando un rinascimento vitale. Forse il suo momento migliore sta nel futuro. Come si svilupperà, resta da vedere. Dipende da noi.</p>
<p><strong>Fede</strong></p>
<p>Tratto dal libro <em>Buddhism with an Attitude</em> di B. Alan Wallace</p>
<blockquote><p>Il Buddha stesso, così come i veri insegnanti buddisti di oggi, non si presenta come un’autorità indiscutibile sulla natura della realtà, né come un maestro infallibile che ci insegna a vivere. Questi insegnanti si offrono a noi anzitutto come amici, in particolare come amici spirituali, e come guide di un viaggio esperienziale alla ricerca della conoscenza e della trasformazione personali. Ma quando li incontriamo per la prima volta, sono degli sconosciuti, ed è perfettamente appropriato reagire ai loro insegnamenti con scetticismo e agnosticismo. Dopotutto, quando assumiamo un atteggiamento agnostico, stiamo realisticamente riconoscendo di non sapere: il primo passo verso la saggezza! E assumendo una posizione di agnosticismo, stiamo in effetti dicendo: “Dubito che anche tu sappia qualcosa”. Considerando la vasta gamma di affermazioni categoriche oggi esistenti su ogni cosa, dalla natura della consapevolezza agli UFO, in molti casi questo scetticismo appare ben fondato.</p>
<p>Ma se vogliamo fare scoperte autentiche su quelle che per noi sono questioni di vita o di morte, dobbiamo andare oltre l’agnosticismo. Se siamo fermamente convinti che nessuno ha scoperto ciò che vogliamo conoscere, non possiamo fare affidamento su altri che noi stessi. Se dobbiamo essere scettici, sicuramente dovremmo cominciare dallo scetticismo verso ciò che crediamo di sapere sugli altri! Se sono davvero agnostico, devo cominciare da questa premessa: non so se hai fatto delle scoperte importanti che mi sono sfuggite. In modo simile, solo perché la nostra civiltà è ignorante in certi campi, sarebbe sciocco assumere che nessuna altra civiltà vi abbia mai fatto importanti scoperte.</p>
<p>Quando si tratta del sapere, la civiltà occidentale ha compiuto dei passi da gigante, soprattutto dopo la rivoluzione scientifica. Possiamo essere orgogliosi e soddisfatti delle tantissime scoperte sul mondo che ci circonda. Ma un dominio della realtà in cui restiamo ancora scientificamente all’oscuro è la dimensione della consapevolezza. Semplicemente, questo non è il punto forte della scienza. Ma precisamente laddove la scienza è più debole, la tradizione buddista fa le sue affermazioni più forti e straordinarie. L’unico modo in cui conosciamo l’esistenza della consapevolezza è attraverso l’esperienza in prima persona, e la tradizione buddista ha inventato molte tecniche ingegnose per rinforzare e affinare questa modalità della percezione, così che possiamo sondare più profondamente la natura, le origini e il potenziale della consapevolezza. In qualsiasi racconto antico della vita e degli insegnamenti del Buddha, è ovvio che egli affermava di avere fatto scoperte indubitabili basate sulla sua esperienza. Leggendo le sue affermazioni su gran parte della metafisica dell’epoca, è chiaro che egli non era il tipo da adottare a scatola chiusa le credenze dei contemporanei.</p>
<p>Per esempio, nelle più antiche cronache della sua illuminazione è scritto chiaramente che le sue affermazioni sulla realtà e la continuazione della consapevolezza individuale dopo la morte erano basate su una conoscenza diretta. Possiamo dargli ragione o torto, ma non c’è nulla che ci autorizza a credere che egli fosse agnostico o che avesse preso queste concezioni da qualcun altro. A quell’epoca, non esisteva nulla di simile alle sue idee sulla rinascita e il karma. Una sua importante affermazione, inizialmente ispirata da altri contemplativi, è quella secondo cui la vastità e la precisione della percezione mentale possono essere molto migliorate dalla pratica della concentrazione meditativa. In senso generale, egli sosteneva che le nostre afflizioni mentali – per esempio, l’ostilità, l’avidità, l’ansia e l’illusione – non sono immutabili. È possibile attenuarle grazie a una determinata pratica, fino a eliminarle completamente. Come sappiamo se conosceva ciò di cui stava parlando? Per essere chiari: non lo sappiamo.</p>
<p>Noi cominciamo come agnostici. Se vogliamo scoprire qualcosa, l’unico modo è mettere la pratica alla prova dell’esperienza. Questo non è il momento dello scetticismo, ma di una fede intelligente.</p>
<p>Quando per la prima volta incontriamo il Buddha indirettamente (attraverso i suoi insegnamenti), o un insegnante buddista contemporaneo direttamente, abbiamo di fronte uno sconosciuto. Ma se approfondiamo la relazione, col tempo, l’insegnante diventa un amico cui possiamo rivolgerci per questioni che attualmente sono al di là della nostra comprensione. Dopo aver conosciuto un particolare insegnante buddista, se lo troviamo inutile o non degno di fiducia, siamo liberi di sceglierne un altro. Molti miei lama, alla fine di una pubblica lezione, hanno detto: “Se trovate questi insegnamenti utili e validi, metteteli in pratica con tutti i mezzi. Altrimenti, continuate a cercare!”.</p>
<p>Allo stesso tempo, dobbiamo mettere alla prova questi insegnamenti con grande intelligenza. Esistono discutibili affermazioni buddiste che vanno contro la ragione o l’evidenza empirica? O vanno semplicemente contro le supposizioni nostre e di chi ci circonda? Cosa sappiamo veramente, e quali sono le supposizioni e i preconcetti non dimostrati che abbiamo ereditato dalla nostra società? Questo è il momento dello scetticismo su noi stessi. E se mettiamo in pratica gli insegnamenti e li troviamo inefficaci, dove sta l’inefficacia: negli insegnamenti o nel modo in cui li viviamo? Per esempio, il Buddha e molti contemplativi buddisti posteriori affermano di aver conseguito una libertà irreversibile da diverse afflizioni mentali. Se noi non ci riusciamo, cosa abbiamo dimostrato? Che non ci riuscirono neanche loro o semplicemente che non abbiamo praticato con la diligenza e l’intelligenza sufficienti?</p>
<p>Il Buddha è simile a una persona che esca a nuoto per venirci incontro e mostrarci la direzione della spiaggia. Lui afferma di essere stato là, e che molte scoperte ci attendono, sulla terraferma, se ci staccheremo dalla boa della nostra incertezza, la nostra debolezza e il nostro scetticismo. Naturalmente, non c’è nulla che ci obblighi a fidarci di lui o di un insegnante buddista posteriore. Possiamo restare agnostici e scettici finché vogliamo. Ma se accettiamo la sfida del cammino buddista di esplorazione contemplativa, dobbiamo abbandonare le nostre insicurezze e tuffarci nella pratica. Per fare questo, dobbiamo accettare alcune affermazioni del Buddha come ipotesi di lavoro. La tradizione buddista parla di tre tipi di fede, e questo è il primo: la fede nella credenza.</p></blockquote>
<p>Riprodotto su licenza della <em>Snow Lion Publications</em>.</p>
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<p>Originalmente pubblicato su Tricycle magazine, <a href="http://www.tricycle.com/">www.tricycle.com</a><br />
Copyright originale B. Alan Wallace, per gentile concessione.<br />
Traduzione di Gagan Daniele Pietrini.<br />
Copyright per l&#8217;edizione Italiana: Innernet.</p>
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		<title>Il bambino incarnato, la storia del Dalai Lama</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Feb 2009 12:49:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lobsang Lhalungpa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dharma e dintorni]]></category>
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		<description><![CDATA[Con gli auguri di pronta guarigione per il ricovero del Dalai Lama,  presentiamo la storia della sua incarnazione. I tibetani sono affascinati dalle storie dei bambini incarnati, come si può vedere dalla letteratura tibetana e della tradizione orale. Il primo bambino incarnato fu il principe Siddharta, il Buddha storico. Tra tutte le storie di incarnazioni, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="dalai lama bimbo.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/dalai-lama-bimbo.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/dalai-lama-bimbo.jpg" alt="dalai lama bimbo.jpg" hspace="6" align="left" /></a>Con gli auguri di pronta guarigione per il ricovero del Dalai Lama,  presentiamo la storia della sua incarnazione. I tibetani sono affascinati dalle storie dei bambini incarnati, come si può vedere dalla letteratura tibetana e della tradizione orale. Il primo bambino incarnato fu il principe Siddharta, il Buddha storico. Tra tutte le storie di incarnazioni, le più affascinanti e interessanti sono quelle che riguardano i Dalai Lama.</p>
<p>Il concetto della reincarnazione del creatore e della rinascita delle sue creature è molto antico. Sebbene la reincarnazione e la rinascita condividono lo stesso principio del ritorno all’esistenza, esse differiscono per quanto riguarda i livelli del loro essere, lo scopo e le funzioni.</p>
<p>La teologia hindu parla delle dieci incarnazioni del Dio (Vishnu) come degli operatori dello schema divino per riindirizzare quelle creature che tendono ad allontanarsi ulteriormente dal loro creatore. Le incarnazioni, quindi, provengono dalla fonte più elevata, il Dio, le cui creature non possiedono tale capacità.</p>
<p>Per quanto riguarda la tradizione buddista, le incarnazioni hanno origine dalle Menti Illuminate che, a loro volta, vengono dal comune intelletto umano. Come dice il proverbio: “Il burro nasce dal latte, i Buddha dagli esseri senzienti”. Le incarnazioni sono il risultato dell’elevazione della consapevolezza dell’uomo e della padronanza delle facoltà spirituali. Si crede che ogni uomo o donna incarnati siano predestinati ad avere un ruolo nel destino spirituale dell’umanità.</p>
<p>La storia delle incarnazioni in Tibet è parte essenziale di quello che la tradizione descrive come uno schema cosmico di Menti Illuminate. Dal loro stato psicologico supremo provengono manifestazioni spirituali e incarnazioni umane che mettono in moto una tale infinita fissione.<span id="more-529"></span></p>
<p>Ciononostante, gli esseri umani non possono e non devono restare spettatori impotenti, perché anche loro sono capaci di raggiungere simili risultati e ruoli. Tutti gli uomini e le donne possiedono un potenziale spirituale più elevato. La sedazione dell’autoillusione e della distorsione interiore attraverso la disciplina morale e la trasformazione intellettuale sono i concreti passi base per la realizzazione della saggezza trascendente e della compassione illimitata.</p>
<p>Tali processi di illuminazione vanno ulteriormente estesi al servizio agli esseri senzienti, nei limiti della propria capacità e del proprio livello di realizzazione. Gli esseri senzienti cosmici vanno considerati da ogni iniziato come una sfida cui lavorare, attraverso una grande aspirazione e sempre nuovi tentativi.</p>
<p>Prima di affrontare le incarnazioni nei bambini, è forse necessario spiegare brevemente il concetto buddista di rinascita, l’omologo esistenziale della teoria della reincarnazione. Fondamentale nel credo della rinascita è l’idea di una consapevolezza individuale. In quanto flusso incessante di energia spirituale primaria, essa agisce come un legame concorrente con il nuovo corpo nell’utero della madre. La natura della rinascita è strettamente legata ai pensieri e le azioni passate (o ne è l’effetto).</p>
<p>La rinascita è quindi una parte essenziale della legge naturale della causalità. Anche le reincarnazioni sono soggette al ciclo della nascita, decadenza, malattia e morte. A differenza dei comuni esseri senzienti, si ritiene che le incarnazioni siano capaci di realizzare il proprio destino prestabilito e di compiere i propri obblighi spirituali.</p>
<p>I tibetani sono affascinati dalle storie dei bambini incarnati, come si può vedere dalla letteratura tibetana e della tradizione orale. Il primo bambino incarnato fu il principe Siddharta, il Buddha storico. Secondo la tradizione buddista, la fonte di questa incarnazione era un bodhisattva che, attraverso molte successive incarnazioni, aveva cercato di liberare gli esseri senzienti dalla loro infelicità esistenziale. Il suo immediato predecessore era stato Dampa Togkar, un sovrano celestiale del Paradiso Gioioso in questo “Universo Intrepido” (“Mejik Jigten”). Forse vale la pena ripetere la storia tradizionale, sia per il suo significato spirituale che per le sue implicazioni cosmiche.</p>
<p>Il sovrano celestiale aveva previsto l’epoca in cui reincarnarsi in forma umana per poter realizzare il suo voto passato di guidare l’umanità verso l’emancipazione spirituale, durante l’età di crisi e conflitti. Dampa Togkar proclamò il Bodhisattva Maitreya – il suo compagno celeste – reggente.</p>
<p>Dampa Togkar rinacque come principe Siddharta nella terra dell’albero della melarosa (“Zambudippa”) in una notte di luna piena (563 avanti Cristo). Un vecchio asceta interpretò i segni corporei del bambino: “Egli sarà uno straordinario monarca se sceglierà di seguire la vita mondana. Oppure sarà un grande insegnante dell’umanità che mostrerà il cammino della pace interiore”. Questo era il Buddha!</p>
<p>Il piccolo principe Siddharta dimostrò molte qualità insolite. La sua compassione abbracciava non solo l’umanità, ma tutti gli esseri senzienti. Egli era molto turbato non solo dalle condizioni della vita umana, ma anche dall’illusione interiore dell’uomo. La sua percezione e creatività intellettuali erano focalizzate sulle radici più profonde dell’infelicità esistenziale.</p>
<p>Da allora, un grande numero di uomini e donne insigni è stato riconosciuto come reincarnazioni di vari Buddha e Bodhisattva.</p>
<p>La reincarnazione come istituzione cominciò nel Tibet, all’inizio del dodicesimo secolo, con Dusum Khenpa, il primo Karmapa (1110-1193) e il primo dei lama incarnati (“Tulku”). Fino a oggi ci sono state sedici successive reincarnazioni di questo lama; il sedicesimo Karmapa vive adesso in India.</p>
<p>Dusum Khenpa nacque durante un periodo di rinascimento buddista nel Tibet, quando monasteri maschili e femminili si formavano dappertutto. Era un momento quanto mai opportuno per rinforzare il lignaggio sempre più vasto di insegnanti straordinari.</p>
<p>Nel 1110, l’anno del ferro e della tigre, una coppia profondamente religiosa del Tibet orientale partorì un bambino. Crescendo, quest’ultimo stupì tutti per l’intelligenza, la compassione e le percezioni extracorporee. Era in grado di descrivere eventi del passato o del futuro. Riconoscendo il suo grande potenziale spirituale, i genitori decisero che doveva ricevere un’educazione monastica. Nel corso dei suoi studi religiosi, divenne discepolo di molti grandi lama.</p>
<p>Dopo non molto tempo, venne considerato non solo un grande insegnante, ma anche l’incarnazione vivente del Bodhisattva Avaloketesvara (la personificazione della compassione illimitata). Essendo il discepolo principale dell’Incomparabile Gampopa, divenne il fondatore della scuola Karma Kagyu del buddismo tibetano. Dusum Khenpa lasciò un testamento segreto in cui rivelava i dettagli della sua incarnazione, in modo che i suoi discepoli potessero trovarlo senza dubbi o difficoltà. Morì all’età di ottantaquattro anni.</p>
<p>Questa pratica di predire il luogo di nascita, i nomi dei genitori ecc. si ripeté per ogni Karmapa seguente, fino al quindicesimo. L’attuale Karmapa è stato scoperto in base alle esatte predizioni del suo predecessore.</p>
<p>Ogni bambino incarnazione dei Karmapa ha qualità sublimi. Tra le loro caratteristiche comuni c’erano straordinari poteri spirituali e il conseguimento dell’illuminazione e della visione. Il presente sedicesimo Karmapa è l’incarnazione vivente di tutto ciò.</p>
<p>Tra tutte le storie di incarnazioni, le più affascinanti e interessanti sono quelle che riguardano i Dalai Lama. La prima di quattordici incarnazioni successive fu quella del grande Gedundrub (1391-1474), uno dei principali discepoli dell’Incomparabile Tsongkapa (1357-1419), il fondatore dell’ordine Gelukpa.</p>
<p>Ogni bambino-Dalai Lama è stato scoperto grazie a un testamento profetico, una guida oracolare e l’osservazione di straordinarie qualità personali. Il processo di ricerca si diversificò all’epoca della scoperta del tredicesimo e del quattordicesimo Dalai Lama. Le visioni profetiche nel lago sacro di Chokhorgyal e la capacità di ciascun bambino candidato di ricordare la sua vita passata (in vari modi) cominciarono a svolgere un ruolo cruciale.</p>
<p>Così, per esempio, il tredicesimo Dalai Lama (1876-1933) fece alcune cose strane prima di morire, ma all’epoca sembravano tanto normali che nessuno si accorse del loro significato profetico in relazione alla morte di Sua Santità e all’insediamento della sua seguente incarnazione.</p>
<p>Nel 1920, dodici anni prima di morire, il Dalai Lama ordinò all’artista di Palazzo di dipingere un uccello blu sul muro occidentale del Palazzo del Potala, e un dragone bianco su quello orientale. Tra le due mura c’erano delle scale che portavano alle sue stanze private. Gli ufficiali e gli artisti impegnati nella ristrutturazione del Palazzo del Potala ritennero molto strana questa idea. Secondo loro, queste immagini non avevano attinenza né con il tema artistico né con lo schema formale delle mura. Dopo circa venti anni, il significato profetico cominciò a rivelarsi, quando eventi di grande importanza cominciarono ad avere luogo davanti ai loro occhi.</p>
<p>L’uccello blu venne interpretato come la raffigurazione dell’anno dell’acqua e dell’uccello (1933), in cui morì il tredicesimo Dalai Lama. Il muro occidentale simboleggia la direzione ovest – quella del Palazzo Norbu Lingka – dove egli morì; il colore blu indica l’acqua. Il dragone bianco indicava l’anno del ferro e del dragone (1940), quello dell’insediamento ufficiale nel Palazzo del Potala della sua reincarnazione, il quattordicesimo Dalai Lama. Il muro orientale sembrava suggerire che il nuovo Dalai Lama sarebbe nato nel Tibet orientale.</p>
<p>La prima fase delle ricerche del suo successore cominciò con un lungo periodo di preghiere nazionali nei monasteri maschili e femminili, nei templi privati e pubblici, e infine nelle case. Una preghiera speciale venne composta dal reggente Reding, un grande lama incarnato. La direzione generale in cui cercare la nuova incarnazione venne individuata attraverso la consultazione di grandi lama e di oracoli di stato. Anche i componenti delle varie squadre di ricerca vennero scelti attraverso la divinazione e l’oracolo. Ogni gruppo era guidato da un grande lama, che era accompagnato da molti ufficiali. E ogni squadra di ricerca inviò informazioni preliminari su possibili ragazzi-candidati. Sin dall’inizio, i candidati provenienti dal sud vennero considerati “possibilità remote”, perché il governo aveva avuto molti segni e indicazioni che la vera direzione sarebbe stata l’oriente.</p>
<p>Adesso gli sforzi erano rivolti all’individuazione di una regione, un luogo e una famiglia specifici. In un contesto già misterioso come la ricerca di un bambino-Dalai Lama, esisteva una tradizione ancora più misteriosa, come la ricerca di un’ispirazione profetica presso un lago sacro chiamato “L’anima della Dea” (“Lhamoi Latsho”), situato a Chokhorgyal, nel Tibet sudorientale, a circa sei giorni di viaggio da Lhasa. Il lago era stato consacrato da Gedun Gyatsho, il secondo Dalai Lama (1476-1542). Esso aveva un’importanza tanto grande che lo stesso lama reggente si persuase a compiere il viaggio. Il reggente era stato lui stesso uno straordinario esempio di incarnazione in un bambino che aveva dato straordinarie dimostrazioni di poteri mentali.</p>
<p>Per molti giorni, i lama celebrarono funzioni religiose in onore di Palden Lhamo, la guardiana della fede buddista, mentre il reggente stesso era in meditazione e osservava il lago. Ciò che vide fu trascritto in appunti segreti personali che vennero fatti leggere al governo e al primo ministro.</p>
<p>Apparentemente, le immagini osservate erano chiare come i riflessi su uno specchio. Il reggente aveva visto tre lettere tibetane: “a”, “ka” e “ma”. La visione successiva fu quella di un monastero di tre piani, con un tetto dalle tegole blu e una decorazione dorata. Dal lato est del monastero una strada bianca andava direttamente verso la base di una collina e una casetta dal tetto blu.</p>
<p>La lettera “a” fu interpretata come la regione “Amdo” del Tibet (dove bisognava cercare il bambino-incarnazione), “ka” sembrava indicare il monastero Kubhum nel Tibet orientale, e “Ma” indicava un altro famoso monastero nelle vicinanze.</p>
<p>La squadra di ricerca riuscì a identificare questo monastero con la grande lamasseria di Kubhum e la casetta dal tetto blu come la casa della famiglia Taktsher, nella regione Amdo del Tibet orientale. Il figlio di questa famiglia sarebbe stato riconosciuto come il quattordicesimo Dalai Lama.</p>
<p>I quattro membri di una squadra di ricerca, travestiti, vennero ospitati da questa famiglia, secondo la tradizione di accogliere i monaci e i pellegrini. Ketsang, il lama capo dal monastero Sera, vestito come un servo e alloggiato nell’appartamento della servitù, portava al collo il rosario personale del tredicesimo Dalai Lama. Il figlio di due anni della famiglia Taktsher si sedette vicino a lui, salutandolo con tanto entusiasmo come se lo avesse sempre conosciuto.</p>
<p>Toccando il rosario, disse: “Mi piacerebbe averlo”. Il servo rispose: “Te lo darò se mi dirai chi sono”. Allora il bambino disse: “Sei un lama del (monastero di) Sera”, dopodiché recitò il mantra “Mani mani”, versione ridotta di “Om mani padme hum”. Questo è il mantra più popolare del bodhisattva della compassione, la cui principale incarnazione si ritiene sia quella del Dalai Lama. Al che, il lama capo disse: “Dimmi chi è il signore nella stanza accanto”. “È Tsedrung Lozang”, fu la risposta, corrispondente alla realtà (il termine “tsedrung” indica un monaco ufficiale del Palazzo del Potala). Il bambino poi proseguì identificando la guida come Kalzang e la quarta persona come un monaco di Sera. La squadra era molto meravigliata dalla scoperta della straordinaria mente del bambino. Questo fu il momento cruciale della lunga, delicata e difficile missione che scoprì il bambino-Dalai Lama.</p>
<p>La squadra di ricerca mandò un messaggio in codice al governo di Lhasa, chiedendo il permesso di sottoporre il bambino a un esame personale che avrebbe dovuto provare o meno la sua autenticità. Nella capitale, il successo dell’esame preliminare venne confermato dall’Oracolo di Stato principale, il Neychung Chokyong.</p>
<p>Seguì il passo più importante di questo complicato esame personale. La squadra di ricerca tornò a casa Taktsher. A entrambi i genitori venne chiesto il permesso di mettere alla prova il bambino in questa maniera: oggetti appartenuti al tredicesimo Dalai Lama, ognuno con una copia o una replica, vennero disposti su un tavolo di legno. I quattro membri della squadra di ricerca si sedettero ai lati. Il bambino venne fatto entrare e il lama capo, mostrandogli due rosari, gli chiese quale desiderava.</p>
<p>Senza esitazioni, il bambino afferrò quello vero, appartenuto al tredicesimo Dalai Lama, e se lo mise al collo. Poi gli vennero mostrati due bastoni da passeggio, di canna. All’inizio, il bambino prese la copia di quello vero. Pensando che il bambino adesso stava compiendo un errore, la missione di ricerca rimase per un attimo scioccata, ma senza mostrare la propria delusione. Il bambino, dopo aver esaminato la punta e il manico dei due bastoni, lasciò cadere la copia e prese quello vero, come se fosse sempre stato suo. Più tardi, si scoprì che il “falso” bastone era stato inizialmente usato dal tredicesimo Dalai Lama, ma era stato offerto al lama Drupkhang Rinpoche. Alla fine era diventato proprietà del capo della missione di ricerca. Quindi, in realtà, non si trattava di un falso.</p>
<p>Adesso veniva l’ultima prova, che riguardava due tamburelli. Il loro bordo era fatto di avorio, e uno aveva una maniglia. L’altro, una copia creata appositamente, aveva una striscia d’oro e un fiocco di broccato multicolore che lo rendevano molto più attraente. La squadra guardava nervosamente, temendo che il bambino potesse prendere il tamburello sbagliato, che era più bello.</p>
<p>Ma di nuovo il bambino prese quello vero, senza la minima esitazione. Suonando il tamburello, egli guardò intensamente ogni membro della squadra. Tutti erano così commossi dal prodigioso spettacolo di questo bambino dalla mente di un grande lama, che abbandonarono l’idea di condurre esami simili su molti altri bambini-candidati. Così, il piccolo figlio dei Taktsher venne proclamato il quattordicesimo Dalai Lama (che ora vive in India). La fede dei tibetani in lui come in un Bodhisattva vivente è stata incrollabile!</p>
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<p><!--[if !supportEmptyParas]--> <!--[endif]-->Originalmente apparso sulla rivista Parabola: The Magazine of Myth and Tradition <a href="http://www.parabola.org/">www.parabola.org</a></p>
<p>Traduzione di Gagan Daniele Pietrini</p>
<p>Copyright per la traduzione Italiana: Innernet.</p>
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		<title>Increspature sulla superficie dell&#8217;Essere, un&#8217;intervista con Eckhart Tolle</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Jan 2009 03:33:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrew Cohen</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Eckhart Tolle è emerso come uno degli insegnanti spirituali più originali degli anni recenti. Il suo insegnamento non fa parte di alcuna religione o tradizione, ma nello stesso tempo non esclude nessun percorso. Il suo messaggio enfatizza l&#8217;essere nel momento. E&#8217; autore del best seller &#8220;Il Potere di Adesso&#8221;, qui intervistato da Andrew Cohen. Andrew [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="eckhart tolle3.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/eckhart-tolle3.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/eckhart-tolle3.jpg" alt="eckhart tolle3.jpg" hspace="6" align="left" /></a>Eckhart Tolle è emerso come uno degli insegnanti spirituali più originali degli anni recenti. Il suo insegnamento non fa parte di alcuna religione o tradizione, ma nello stesso tempo non esclude nessun percorso. Il suo messaggio enfatizza l&#8217;essere nel momento. E&#8217; autore del best seller &#8220;Il Potere di Adesso&#8221;, qui intervistato da Andrew Cohen.</p>
<p>Andrew Cohen: Eckhart, com’è la tua vita? Ho sentito parlare di te un po&#8217; come di un recluso che trascorre molto tempo in solitudine. È vero?</p>
<p>Eckhart Tolle: Questo era vero in passato, prima che fosse pubblicato il mio libro <em>Il potere di adesso</em>.. Per molti anni sono stato un recluso. Dopo l&#8217;uscita del libro, però, la mia vita è cambiata drasticamente. Ora insegno e viaggio molto. E le persone che mi conoscevano prima dicono: “È sorprendente. Eri un eremita ed ora sei nel mezzo della società”. Tuttavia, sento che niente è cambiato dentro di me. Mi sento, esattamente, lo stesso di prima. C&#8217;è ancora un senso di pace continuo, e mi sono arreso al fatto che a livello esterno c’è stato un cambiamento totale. Così, in realtà, non è più vero che sono un eremita.</p>
<p>Ora sono proprio l&#8217;opposto di un eremita. Può darsi che questo sia un ciclo. Può pure darsi che ad un certo punto questo finisca e che io ad essere un eremita. Al momento, però, sono arreso al fatto che sono quasi costantemente in uno stato interattivo. Ogni tanto mi prendo del tempo per stare da solo. Tra un insegnamento e l&#8217;altro, è necessario.</p>
<p>Andrew Cohen: Perché hai bisogno di stare da solo e cosa accade in quei momenti di solitudine?</p>
<p>Eckhart Tolle: Quando sono con la gente sono un maestro spirituale. Questa è la funzione, ma non è la mia identità. Dal momento che sono da solo, la mia gioia più profonda è nell’essere nessuno, nel lasciare andare la funzione dell’insegnante. È una funzione temporanea. Diciamo che incontro un gruppo di persone. Nel momento in cui se ne vanno, non sono più un maestro spirituale. Non c’è più alcun senso di un’identità esteriore. Semplicemente, entro in modo più profondo nella quiete. Il luogo che amo di più è la quiete. Non che la quiete vada perduta quando parlo o quando insegno, dato che le parole sorgono dalla quiete. Nel momento in cui le persone se ne vanno, però, quello che rimane è solo la quiete. E la amo cosi tanto.<span id="more-527"></span></p>
<p>Andrew Cohen: Potresti affermare che la preferisci?</p>
<p>Eckhart Tolle: Non si tratta di preferenza. Nella mia vita, ora, c’è un equilibrio, che probabilmente prima non c&#8217;era. Nel momento in cui, molti anni fa, accadde la trasformazione interiore, si sarebbe potuto dire, quasi, che l&#8217;equilibrio andò perduto. Era così appagante e così traboccante di beatitudine<em> essere</em>, semplicemente, che avevo perso ogni interesse nel <em>fare</em> o nell&#8217;interagire. Per un bel po&#8217; d’anni mi sono perso nell’Essere. Avevo quasi completamente abbandonato il fare, solo quel tanto che bastava per tenermi in vita e perfino quello era un miracolo. Avevo perso ogni interesse nel futuro. E, poi, gradualmente, si è ristabilito un equilibrio. Non si è completamente ristabilito fino a che non ho cominciato a scrivere il libro. Il modo in cui mi sento, ora, è che nella mia vita c’è un equilibrio fra lo stare da solo e l&#8217;interagire con le persone, fra l&#8217;Essere ed il fare, mentre prima, il fare era stato abbandonato e c’era solo l&#8217;Essere. Profondamente beato, meraviglioso! Da un punto di vista esterno, però, molta gente ha pensato che fossi diventato matto o fossi squilibrato. Qualcuno ha pensato che fossi pazzo ad aver lasciato tutte le cose del mondo che avevo &#8220;raggiunto&#8221;. Non avevano capito, che io non le volevo, che non ne avevo più bisogno.</p>
<p>Ora, l&#8217;equilibrio, è fra la solitudine e l&#8217;incontro con le persone. E va bene così. Sto piuttosto attento che l&#8217;equilibrio non vada perduto. Al momento è presente una tendenza all’aumento del fare. Le persone mi vogliono a parlare di qui o di là, ci sono richieste continue. So che, ora, devo fare attenzione, affinché non vada perso l&#8217;equilibrio e a non perdermi nel fare. Non credo che potrebbe mai accadere, ma richiede una certa dose di vigilanza.</p>
<p>Andrew Cohen: Cosa significherebbe perdersi nel fare?</p>
<p>Eckhart Tolle: In teoria significherebbe che, continuamente, viaggerei, insegnerei e sarei in contatto con la gente. Se questo accadesse, forse, ad un certo punto il flusso, la quiete, potrebbero non esserci più. Oppure potrebbero esserci sempre, non lo so. Oppure potrebbe insorgere una spossatezza fisica. Ora, però, sento che ho bisogno di tornare periodicamente alla pura quiete. E anche quando avviene l&#8217;insegnamento, lascio proprio che sorga dalla quiete. Di conseguenza l&#8217;insegnamento e la quiete sono strettamente connessi. L&#8217;insegnamento sorge dalla quiete. Dal momento in cui sono solo, però, c&#8217;è solo la quiete e questo è il mio luogo favorito.</p>
<p>Andrew Cohen: Quando sei da solo, passi molto tempo stando fisicamente fermo?</p>
<p>Eckhart Tolle: Sì, a volte posso stare seduto per due ore in una stanza quasi senza alcun pensiero. Solo in completa quiete. A volte, quando vado a passeggiare, anche allora vi è una quiete completa, senza attribuire mentalmente dei nomi alle percezioni dei sensi. C&#8217;è semplicemente un senso di profonda maestosità o di meraviglia o di apertura, e questo è magnifico.</p>
<p>Andrew Cohen: Nel tuo libro<em> Il potere di adesso</em> affermi che &#8220;lo scopo definitivo del mondo non sta nel mondo, ma nella sua trascendenza&#8221;. Puoi spiegare, per favore, cosa significa?</p>
<p>Eckhart Tolle: Trascendere il mondo non vuol dire ritirarsi, non intraprendere più azioni o smettere di interagire con le persone. La trascendenza del mondo è agire ed interagire senza ricercare se stessi. In altre parole significa agire senza cercare di rafforzare il proprio senso di sé attraverso le proprie azioni o i propri contatti con le persone. Alla fin fine vuol dire non aver più bisogno del futuro per la propria realizzazione oppure per un senso del sé o dell&#8217;essere. Non c&#8217;è più un ricercare attraverso il fare, un ricercare, nel mondo, un senso di un sé più forte, più appagato o più grande. Quando non c&#8217;è più questo ricercare, allora puoi essere nel mondo, ma non del mondo. Non sei più alla ricerca di qualcosa con cui identificarti, là fuori.</p>
<p>Andrew Cohen: Intendi che uno ha rinunciato ad una relazione egocentrica e materialista con il mondo?</p>
<p>Eckhart Tolle: Sì, significa smettere di cercare per ottenere un senso del sé, un senso del sé più profondo o migliore. Dato che, nello stato normale di coscienza, quello che le persone cercano, attraverso le loro attività, è di essere più completamente se stesse. Il rapinatore di banche sta in qualche modo cercando questo. Pure la persona che si sta sforzando di raggiungere l&#8217;illuminazione, sta cercando questo, poiché sta cercando di ottenere, in un qualche momento nel futuro, uno stato di perfezione, una condizione di completamento, uno stato di completezza. C’è un tentativo di ottenere qualcosa attraverso le proprie attività. Stanno cercando la felicità ma fondamentalmente stanno cercando se stessi, o puoi dire Dio, in realtà è lo stesso. Stanno cercando se stessi e cercano Ia dove non potrà mai essere trovato, nel normale, non illuminato stato di coscienza, perché lo stato non illuminato di coscienza utilizza sempre la modalità del ricercare. Questo significa che essi sono <em>del</em> mondo &#8211; <em>nel</em> mondo e<em> del</em> mondo.</p>
<p>Andrew Cohen: Vuoi dire che stanno guardando avanti, nel tempo.</p>
<p>Eckhart Tolle: Sì. Il mondo ed il tempo sono intrinsecamente connessi. Quando cessa la ricerca del sé nel tempo, allora puoi essere nel mondo senza essere del mondo.</p>
<p>Andrew Cohen: Ma cosa intendi esattamente quando dici che lo scopo del mondo sta nel trascenderlo?</p>
<p>Eckhart Tolle: Il mondo, in qualche modo promette una realizzazione nel tempo, e c&#8217;è uno sforzarsi per quella realizzazione, nel tempo. Molte volte le persone percepiscono: “Sì, ora sono proprio arrivato”. E poi si rendono conto che non è vero, non sono ancora arrivati e quindi lo sforzo continua. Viene espresso in modo molto bello nel “A Course in Miracles” (<em>Un corso in miracoli</em>, Armenia, Milano, 1999.) quando si dice che il principio dell&#8217;ego è &#8220;cercare ma non trovare&#8221;. Le persone si rivolgono al futuro cercando la salvezza, ma il futuro non giunge mai.</p>
<p>Così, in effetti, la sofferenza ha origine in questo: nel non trovare. Ed è l&#8217;inizio di un risveglio, quando si profila la realizzazione che &#8220;forse questo non è il modo. Forse non arriverò mai dove mi sto sforzando di arrivare, forse non si trova nel futuro&#8221;. Dopo essersi perduti nel mondo, improvvisamente, sotto la pressione della sofferenza, si giunge alla realizzazione che le risposte è possibile che non si trovino al di fuori, nei risultati mondani e nel futuro.</p>
<p>Questo è, per molte persone, un punto importante da raggiungere. Questo senso di crisi profonda, nella quale il mondo ed il senso del sé che hanno conosciuto ed identificato con il mondo, perde di significato. Questo è ciò che mi accadde. Ero proprio sull&#8217;orlo del suicidio e poi successe qualcos&#8217;altro: una morte del mio senso del sé che viveva attraverso le identificazioni, le identificazioni con la mia storia, con le cose intorno a me, con il mondo.</p>
<p>Qualcosa nacque, in quel momento, che aveva un senso di profonda ed intensa quiete e di vitalità, un senso dell’essere. Successivamente l&#8217;ho chiamata Presenza. Ho compreso, al di là delle parole, che<em> quello </em>è ciò che io sono. Questa comprensione, però, non era un processo mentale. Ho compreso che questa profonda quiete viva e vibrante è ciò che io sono.</p>
<p>Anni dopo, ho compreso che potremmo chiamarla “pura coscienza”, mentre qualsiasi altra cosa è la coscienza condizionata. La mente umana è la coscienza condizionata che ha acquisito la forma del pensiero. La coscienza condizionata è l’intero mondo creato dalla mente condizionata. Tutto quanto è la nostra coscienza condizionata; persino gli oggetti lo sono. La coscienza condizionata nasce come forma e poi diventa il mondo. Così, perdersi nel condizionato, sembra necessario per gli esseri umani. Sembra parte del loro cammino perdersi nel mondo, perdersi nella mente, che è la coscienza condizionata.</p>
<p>Poi, grazie alla sofferenza, generata dall&#8217;essersi perduti, tu trovi l&#8217;incondizionato: te stesso. E questo è il motivo per cui abbiamo bisogno del mondo per trascendere il mondo. Di conseguenza sono infinitamente grato di essermi perduto.</p>
<p>Alla fin fine, lo scopo del mondo per te, è di perdertici dentro. Lo scopo del mondo per te è di soffrire, di creare la sofferenza che sembra essere ciò che è necessario affinché avvenga il risveglio. E poi una volta che avviene il risveglio, con quello arriva la comprensione che la sofferenza, ora, non è più necessaria. Sei giunto alla fine della sofferenza perché hai trasceso il mondo. Hai raggiunto il luogo che è libero da sofferenza.</p>
<p>Sembra essere il cammino di tutti. Forse non è il cammino di tutti in questa vita. Sembra essere, però, un cammino universale. Credo che alla fine ci arriveranno tutti, anche senza un insegnamento spirituale o un insegnante spirituale. In questo caso, però, potrebbe prendere del tempo.</p>
<p>Andrew Cohen: Molto tempo&#8230;</p>
<p>Eckhart Tolle: Molto di più. Un maestro spirituale è li per risparmiare tempo. Il messaggio di base dell&#8217;insegnamento è che non hai bisogno ancora di altro tempo, che non hai più bisogno di nessuna sofferenza. Lo dico alle persone che vengono da me: “Dal momento che lo stai ascoltando, sei pronto a sentirtelo dire. Ci sono ancora milioni di persone là fuori che non lo ascoltano. Hanno ancora bisogno di tempo. Ma non sto parlando a loro. Tu puoi sentirti dire che non hai più bisogno di tempo e che non hai più bisogno di soffrire. Sei andato cercando nel tempo e sei andato cercando ulteriore sofferenza”. E, improvvisamente, per qualcuno, sentirsi dire che non ha più bisogno di ciò, può essere un momento di trasformazione.</p>
<p>Quindi la bellezza dell&#8217;insegnamento spirituale è che ti fa risparmiare vite di…</p>
<p>Andrew Cohen: Sofferenza inutile.</p>
<p>Eckhart Tolle: Sì, così è bene che le persone siano perse nel mondo. Mi piace molto andare a New York ed a Los Angeles, dove sembra che le persone siano <em>totalmente</em> coinvolte. A New York stavo guardando fuori dalla finestra. Stavamo facendo un gruppo d’incontro vicino all&#8217;Empire State Building. E tutti per strada andavano di fretta, quasi correndo. Tutti sembravano essere in uno stato d’intensa tensione nervosa, d’ansietà. In realtà è uno stato di sofferenza, ma non viene riconosciuto come tale. E ho pensato: dov&#8217;è che stanno correndo tutti? E ovviamente tutti stanno correndo verso il futuro. Hanno bisogno di andare da qualche parte, che non è qui. È un punto nel tempo: non ora, nel <em>poi</em>. Stanno correndo verso un <em>poi</em>. Stanno soffrendo, ma neanche si rendono conto. Ma per me guardare a questo è stato gioioso. Non ho sentito di dire: “Dovrebbero rendersi conto meglio”. Sono sul loro percorso spirituale. Al momento,<em> questo</em> è il loro cammino spirituale, e funziona benissimo.</p>
<p>Andrew Cohen: Spesso la parola &#8220;illuminazione&#8221; è interpretata come la fine della divisione all&#8217;interno del sé e la scoperta simultanea di una prospettiva o di un modo di vedere globale, completo o libero dalla dualità. Coloro che hanno sperimentato questa prospettiva sostengono che la realizzazione definitiva è che non c&#8217;è differenza fra il mondo e Dio o l&#8217;Assoluto, fra il <em>samsara</em> ed il <em>nirvana</em>, fra il manifesto e il non-manifesto. Ma altri sostengono che, di fatto, la realizzazione definitiva è che il mondo in realtà non esiste per niente, che il mondo è solo un’illusione, senza alcun senso, significato o realtà. Nella tua esperienza, il mondo è reale? È irreale? È entrambi?</p>
<p>Eckhart Tolle: Anche quando interagisco con le persone o sto passeggiando in una città, sbrigando delle cose ordinarie, la maniera in cui percepisco il mondo è: piccole increspature sulla superficie dell&#8217;Essere. Al di sotto del mondo della percezione dei sensi e quello delI&#8217;attività mentale, c&#8217;è la vastità delI&#8217;Essere. C&#8217;è un&#8217;ampia spaziosità. C&#8217;è una vasta quiete e c&#8217;è una piccola attività, un’increspatura sulla superficie, che non è separata, proprio come le increspature non sono separate dall&#8217;oceano.</p>
<p>Il modo in cui lo percepisco, è che non c&#8217;è separazione. Non c&#8217;è separazione fra l&#8217;Essere ed il mondo manifesto, fra il manifesto ed il non-manifesto. Ma il non-manifesto è tanto più vasto, più profondo e più grande di quello che accade nel manifesto. Qualsiasi fenomeno del manifesto ha una vita così breve e così fugace che, sì, si potrebbe quasi affermare che dal punto di vista del non-manifesto &#8211; I&#8217;Essere senza tempo o Presenza &#8211; tutto quello che avviene nel regno del manifesto in realtà sembra come un gioco d’ombre. Sembra come vapore o nebbia in cui nuove forme continuamente sorgono e scompaiono, sorgono e scompaiono. Così per chi è profondamente radicato nel non-manifesto, il manifesto può essere chiamato molto facilmente irreale. Io non lo chiamo irreale, perché non lo vedo separato.</p>
<p>Andrew Cohen: É reale quindi?</p>
<p>Eckhart Tolle: Tutto ciò che è reale è l&#8217;essere stesso. La Coscienza è tutto quello che c&#8217;è. Pura Coscienza.</p>
<p>Andrew Cohen: Intendi che la definizione di “reale” sarebbe ciò che è libero da nascita e morte?</p>
<p>Eckhart Tolle: Sì, è cosi.</p>
<p>Andrew Cohen: Di conseguenza solo ciò che non è mai nato e che non può morire sarebbe reale. E dato che, secondo quello che dici, il mondo manifesto non è separato dal non-manifesto, alla fine uno dovrebbe dire che il mondo manifesto è reale.</p>
<p>Eckhart Tolle: Sì. Ed anche che dentro ogni forma che è soggetta a nascita e morte, c’è l&#8217;assenza di morte. L&#8217;essenza di ogni forma è l&#8217;assenza di morte. Perfino l&#8217;essenza di un filo d&#8217;erba è assenza di morte. Ed ecco perché il mondo delle forme è sacro. Non è che il regno del sacro sia esclusivamente l&#8217;Essere o il non-manifesto. Io vedo come sacro anche il mondo delle forme.</p>
<p>Andrew Cohen: Se qualcuno ti chiedesse semplicemente: “Il mondo è reale o irreale?”, risponderesti che è reale o dovresti specificare l&#8217;affermazione?</p>
<p>Eckhart Tolle: Probabilmente specificherei l&#8217;affermazione.</p>
<p>Andrew Cohen: Dicendo cosa?</p>
<p>Eckhart Tolle: Che è una manifestazione temporanea del reale.</p>
<p>Andrew Cohen: Se il mondo è una manifestazione temporanea del reale, qual è la relazione dell&#8217;<em>illuminato </em>con il mondo?</p>
<p>Eckhart Tolle: Per un non illuminato, il mondo è tutto quel che c&#8217;è. Non c’è nient’altro. Questo modo di essere della coscienza legata al tempo dipende, per la sua esistenza, dal passato e ha disperatamente bisogno del mondo per la sua felicità e soddisfazione. Di conseguenza per la coscienza non illuminata, il mondo contiene un&#8217;enorme promessa ed allo stesso tempo un’alta minaccia. Questo è il dilemma di una coscienza non illuminata, combattuta fra il cercare la realizzazione nel e attraverso il mondo, e sentirsi da quello stesso mondo, continuamente minacciata. Sperano di trovare se stessi nel mondo e nello stesso tempo sanno che il mondo li ucciderà. Questo è lo stato di continuo conflitto a cui è condannata la coscienza non illuminata, I&#8217;essere combattuta continuamente fra il desiderio e la paura. È un destino spaventoso.</p>
<p>La coscienza illuminata è radicata nel non-manifesto ed essenzialmente è una con questo. Sa di essere quello. Si potrebbe quasi dire che è il non-manifesto che guarda fuori. Anche con una semplice cosa, come il percepire visivamente una forma &#8211; un fiore o un albero &#8211; se lo percepisci in uno stato di totale attenzione e di profonda quiete, libero dal passato e dal futuro, in quel momento c’è già il non-manifesto. In quel momento non sei più una persona. Il non-manifesto percepisce se stesso nelle forme. E, in quella percezione c&#8217;è sempre un senso di benessere.</p>
<p>Allora ogni azione che si origina da quello ha una qualità completamente diversa dall&#8217;azione che invece si origina dalla coscienza non illuminata, che ha <em>bisogno</em> di qualcosa e cerca di proteggere se stessa. Qui è dove, realmente, compaiono quelle qualità intangibili e preziose che chiamiamo amore, gioia e pace. Esse sono un tutt&#8217;uno con il non-manifesto. Hanno origine da quello. Un essere umano che vive in connessione con questo e da questo agisce ed interagisce, diviene una benedizione sul pianeta. Mentre un essere umano non illuminato, è molto gravoso per il pianeta. C’è della pesantezza sulla coscienza non illuminata. E, il pianeta soffre per la presenza di milioni d’esseri umani non illuminati. Il carico sul pianeta è fin quasi troppo da reggere. Qualche volta ho come la sensazione che il pianeta dica: “Oh basta, per favore!”.</p>
<p>Andrew Cohen: Incoraggi le persone a meditare, quello che tu chiami &#8220;riposare nella Presenza dell&#8217;Adesso&#8221;, il più possibile. Credi che una pratica spirituale possa mai diventare veramente profonda ed avere il potere di liberazione a meno che uno non abbia già rinunciato al mondo, almeno fino ad un certo livello?</p>
<p>Eckhart Tolle: Non direi che la pratica in sé abbia il potere di liberare. È soltanto quando c&#8217;è una completa resa all&#8217;Adesso, a<em> quello</em> che è, che è possibile la liberazione. Non credo che una pratica possa portarti ad una completa resa. Una resa totale di solito avviene vivendo. La vita stessa è il terreno dove questo avviene. Può essere che ci sia una resa parziale e di conseguenza un’apertura, e poi puoi iniziare delle pratiche spirituali. Ma sia che la pratica spirituale abbia inizio ad un certo grado di comprensione o che la pratica spirituale avvenga di per sé, la pratica da sola non basterà.</p>
<p>Andrew Cohen: Qualcosa che ho potuto vedere nel mio stesso lavoro di insegnante, è che, a meno che non si sia visto il mondo fino ad un certo livello, ed a meno che non ci sia una volontà di lasciarlo andare, basata su ciò che si è visto, I&#8217;esperienza spirituale, non importa quanto sia forte, non ti porterà a nessun tipo di liberazione.</p>
<p>Eckhart Tolle: Sì, è vero, e la volontà di lasciar andare<em> è </em>l&#8217;arrendersi. La chiave resta questa. In sua assenza, non importa quanta pratica si è fatta o perfino quante esperienze spirituali si sono avute, non succederà.</p>
<p>Andrew Cohen: Sì, molte persone dicono di voler meditare o fare delle pratiche spirituali, ma le loro aspirazioni spirituali non sono fondate sulla volontà di lasciar andare niente di sostanziale.</p>
<p>Eckhart Tolle: No, in realtà può essere proprio l&#8217;opposto. La pratica spirituale può essere una maniera per cercare di trovare qualcosa di nuovo con cui identificarsi.</p>
<p>Andrew Cohen: Alla fine intenderesti dire che la vera pratica spirituale o la vera esperienza spirituale hanno il senso di condurci a lasciare andare il mondo, alla trascendenza del mondo, all&#8217;abbandono dell&#8217;attaccamento al mondo?</p>
<p>Eckhart Tolle: Sì. Qualche volta le persone chiedono: “Come si arriva a questo? Sembra meraviglioso, ma come si arriva a questo?”. In termini di concretezza, alla base, significa semplicemente dire “sì” a questo momento. Questo è lo stato dell&#8217;arrendersi: un “sì” totale a ciò che è. Non il “no” interiore a ciò che è. E il “sì” totale a ciò che è, è la trascendenza del mondo. È così semplice, una totale apertura a qualsiasi cosa si manifesti in questo momento. Lo stato usuale di coscienza è quello di resistere, di scappar via, di negare, di non guardare ciò che è.</p>
<p>Andrew Cohen: Quindi, quando dici: un “sì” a ciò che è, vuoi dire di non evitare niente e di affrontare ogni cosa?</p>
<p>Eckhart Tolle: Giusto. Il dare il benvenuto a questo momento, I&#8217;abbracciare questo momento, questo è lo stato dell&#8217;arrendersi. In verità è tutto quello che è necessario. La sola differenza fra un Maestro e un non Maestro, è che il Maestro abbraccia ciò che è, totalmente. Dal momento in cui non c’è resistenza a ciò che è, allora arriva la pace. Il portale è aperto, il non manifesto è presente. Questa è la via più potente. Non si può chiamarla pratica perché non coinvolge il tempo.</p>
<p>Andrew Cohen: Secondo la maggior parte della gente coinvolta nell’esplosione spirituale dell’incontro tra est e ovest, che accade sempre più rapidamente in questo periodo, sia Gautama il Buddha sia Ramana Maharshi – uno dei Vedanta più rispettati dell’era moderna – emergono come esempi impareggiabili di illuminazione piena, e nonostante ciò, è interessante notare, a proposito della domanda sulla giusta relazione con il mondo dell’aspirante spirituale, che i loro insegnamenti divergono in modo sostanziale.</p>
<p>Il Buddha, colui che rinuncia al mondo, incoraggiava i più onesti a lasciare il mondo e a seguirlo in modo da vivere una vita santa, liberi dagli affanni e dalle preoccupazioni della vita familiare. Ramana Maharshi sconsigliò i suoi discepoli a lasciare la vita familiare per andare in cerca di una concentrazione spirituale più grande e più intensa. Infatti sconsigliò <em>ogni</em> atto esteriore di rinuncia e invece incoraggiò l’aspirante a guardarsi dentro e a trovare il motivo dell’ignoranza e della sofferenza al suo interno. Infatti molti, nel crescente numero dei suoi devoti, oggi dicono che il desiderio di rinuncia è in realtà un’espressione dell’ego, quella stessa parte del sé che intendiamo abbandonare se vogliamo essere liberi. Naturalmente il Buddha dette molta importanza alla necessità della rinuncia, del distacco, della diligenza e della limitazione come le stesse fondamenta su cui può sorgere un’introspezione liberatoria.</p>
<p>Perciò, perché pensi che le vie di questi due luminari spirituali divergano così tanto? Perché pensi che Buddha incoraggiasse i suoi discepoli a lasciare il mondo mentre Ramana Maharshi li incoraggiava a restarvi?</p>
<p>Eckhart Tolle: Non c’è soltanto una via. Epoche differenti hanno determinati approcci che possono essere efficaci per una certa epoca e non esserlo più per un&#8217;altra. Il mondo in cui viviamo ha in sé una densità molto maggiore, è molto più invadente. E quando dico mondo, includo in esso la mente umana. La mente umana è cresciuta dal tempo di Buddha, da 2500 anni fa. La mente umana è più rumorosa e più invadente ad un livello profondo e gli ego sono più sviluppati. In queste migliaia d’anni, c&#8217;è stata una crescita dell&#8217;ego che sta toccando un punto di follia, e l&#8217;estrema follia è stata raggiunta nel ventesimo secolo. Basta solo leggere la storia del ventesimo secolo per vedere il culmine della follia umana, se lo si misura in termini di violenza umana inflitta ad altri esseri umani.</p>
<p>Così, nel mondo d’oggi, non possiamo più evitare il mondo, non possiamo neppure più evitare la mente. Abbiamo bisogno di entrare nella resa mentre siamo nel mondo. Questo sembra essere il cammino effettivo <em>nel</em> mondo in cui adesso viviamo. Può darsi che al tempo di Buddha ritirarsi fosse molto, ma molto più facile di quello che potrebbe essere ora. A quel tempo, la mente umana non era ancora così opprimente.</p>
<p>Andrew Cohen: Ma il motivo per cui il Buddha predicava di intraprendere una vita senza dimora, fu perché sentiva che quella domestica era piena di preoccupazioni, attenzioni e interessi, e che, in quel contesto, sarebbe stato difficile fare ciò che era necessario per vivere una vita santa. Quindi, riguardo a ciò che affermi sul rumore e sulla distrazione del mondo, questo era esattamente quello che lui intendeva ed il perché lui stesso ha condotto una vita senza dimora, incoraggiando anche gli altri a fare lo stesso.</p>
<p>Eckhart Tolle: Bene, avrà avuto le sue ragioni, ma, in definitiva, noi non sappiamo perché Buddha pose l&#8217;enfasi sul lasciare il mondo invece di dire, come ha detto Ramana Maharshi: “Fallo nel mondo”. Mi sembra, però, da quanto ho osservato, che la via più efficace ora per le persone sia quella d’arrendersi <em>nel</em> mondo, invece di tentare di distaccarsene, creando una struttura che renda più facile l&#8217;arrendersi. C’è già una contraddizione in questo perché stai creando una struttura per rendere più facile la resa. Perché non arrendersi ora? Non avete bisogno di creare qualcosa che renda più facile la resa, perché in questo caso non è più un vero arrendersi. Sono stato nei monasteri buddisti, e posso vedere come sia facile lasciare il nome ed adottarne uno nuovo, rasarsi la testa ed indossare tuniche.</p>
<p>Andrew Cohen: Vuoi dire che è stato lasciato un mondo per un altro. Un’identificazione è stata abbandonata per lasciar posto ad un’altra; un ruolo è caduto e ne è stato assunto un altro. Niente è stato realmente abbandonato.</p>
<p>Eckhart Tolle: Giusto. Perciò, fallo dove sei, proprio qui, proprio adesso. Non c’è bisogno di cercare qualche altro posto o qualche altra condizione o situazione e poi farlo lì. Fallo proprio qui e ora. Dovunque tu sia è il posto per arrendersi. Qualsiasi sia la situazione in cui sei, puoi dire “si” a ciò che è, e questa è poi la base per tutte le azioni che seguono.</p>
<p>Andrew Cohen: Ci sono oggi molti insegnanti e altrettanti insegnamenti che spiegano come il desiderio stesso di rinunciare al mondo sia un&#8217;espressione dell&#8217;ego. Qual è la tua visione?</p>
<p>Eckhart Tolle: Il desiderio di rinunciare al mondo è ancora una volta il desiderio di raggiungere un certo stato che, ora, non hai. C&#8217;è una proiezione mentale di uno stato desiderabile da raggiungere: lo stato di rinuncia. È una ricerca di sé nel futuro. In questo senso è ego. La vera rinuncia non è il desiderio di rinunciare, ma si manifesta come una resa. Non puoi avere il desiderio di arrenderti perché quello stesso desiderio è non-resa. Qualche volta l&#8217;arrendersi sorge spontaneamente in persone che non hanno neppure il termine per definirlo. E so che, ora, in molte persone, c&#8217;è già I&#8217;apertura. Tante persone che vengono da me, hanno una vasta apertura, che qualche volta richiede soltanto poche parole per provocare un assaggio, un barlume della resa, che può non essere duratura, ma l&#8217;apertura è presente.</p>
<p>Andrew Cohen: Cosa ne pensi del richiamo spontaneo del cuore a lasciare tutto ciò che è falso ed illusorio, tutto ciò che è basato sulla relazione materialistica dell’ego verso la vita? Per esempio, quando il Buddha decise: “Devo lasciare la mia casa” – sarebbe probabilmente difficile dire che fu un desiderio egoistico, osservando i risultati. E Gesù disse: “Vieni e seguimi. Lasciate che i morti seppelliscano i loro morti”.</p>
<p>Eckhart Tolle: Questo è riconoscere il falso come falso, che è principalmente qualcosa di interiore – riconoscere le false identificazioni, riconoscere il rumore mentale, e vedere la falsità di quella che è stata l’identificazione con immagini mentali come l’entità di un “me”. Questo riconoscere è stupendo. Poi l’azione può sorgere dal riconoscimento del falso, forse puoi vedere il falso riflesso nelle circostanze della tua vita e puoi allora lasciartelo alle spalle – oppure no. Il riconoscere e l’abbandonare tutto ciò che è falso e illusorio è prima di tutto un processo interiore.</p>
<p>Andrew Cohen: Questi due tipi, il Buddha e Gesù, sarebbero esempi di potenti manifestazioni esteriori di quel riconoscimento interiore.</p>
<p>Eckhart Tolle: Giusto. Non c’è modo di prevedere ciò che accadrà come conseguenza di quel riconoscimento interiore. Nel caso del Buddha, ovviamente, accadde perché era già adulto quando all’improvviso realizzò che gli esseri umani muoiono, si ammalano ed invecchiano. Questa presa di coscienza fu così potente che si guardò dentro e affermò che niente ha significato se quello è tutto ciò che esiste.</p>
<p>Andrew Cohen: Poi, però, dovette lasciare, abbandonare il regno. Da un certo punto di vista avrebbe potuto dire: “Tutto è qui ora, e ciò che devo fare è arrendermi senza condizioni qui e ora”. Quindi credo che il risultato avrebbe potuto essere completamente diverso, magari avrebbe potuto essere un re illuminato!</p>
<p>Eckhart Tolle: Ma, a quel punto non sapeva che tutto ciò che era necessario fare era arrendersi.</p>
<p>Andrew Cohen: Tuttavia, quando Gesù invitò i pescatori a lasciare le loro famiglie e il loro tipo di vita per seguirlo e, in modo simile, quando il Buddha passava di città in città e invitava gli uomini a lasciare ogni cosa, il loro arrendersi si dimostrò nella partenza vera e propria, nel dire “si” a Gesù o al Buddha e abbandonare i loro affetti mondani. Ovviamente ci sarebbero stati anche i loro affetti interiori da abbandonare. In questi casi, il lasciar andare non era solo una <em>metafora</em> per la trascendenza interiore; significava anche, <em>letteralmente</em>, lasciar andare tutto.</p>
<p>Eckhart Tolle: Per alcuni è parte del cammino. Possono lasciare i loro posti abituali o le attività, ma ciò che cambia è chiedersi se hanno già visto dentro loro stessi il falso. Se non l’hanno visto, il lasciar andare sul piano esteriore sarebbe una forma mascherata di ricerca di sé.</p>
<p>Andrew Cohen: Con la mia ultima domanda vorrei chiederti a proposito della relazione tra la tua comprensione dell’illuminazione, o l’esperienza di consapevolezza non duale, e l’impegno col mondo.</p>
<p>Nel Giudaismo, l’impegnarsi completamente nel mondo e nella vita umana è visto come l’esaudirsi della chiamata religiosa. Dicono, infatti, che è <em>solo</em> vivendo totalmente i comandamenti che il potenziale spirituale della razza umana può manifestarsi sulla terra. Lo studioso ebraico David Ariel scrive: “Noi concludiamo il lavoro della creazione…Dio ha ancora bisogno del nostro aiuto perché solo noi possiamo perfezionare il mondo”.</p>
<p>Molti insegnamenti illuminati, o non duali, come il tuo, enfatizzano l’illuminazione dell’individuo. La trascendenza del mondo sembra essere la cosa importante. I nostri fratelli ebrei sembra ci invitino a qualcosa di molto diverso – la spiritualizzazione del mondo attraverso la partecipazione totale e devota dell’uomo e della donna nel mondo. É vero che gli insegnamenti riguardanti l’illuminazione non duale privano il mondo della nostra totale partecipazione nei suoi confronti? È la nozione stessa di trascendenza che depriva il mondo dalla realizzazione del nostro potenziale di renderlo spirito in quanto figli di Dio?</p>
<p>Eckhart Tolle: No, perché la giusta azione può scaturire solo da tale stato di trascendenza del mondo. Ogni altra attività è indotta dall’ego, e perfino il fare del bene, se indotto dall’ego, avrà delle conseguenze karmiche. ”Indotta dall’ego” significa che c’è un motivo conseguente. Per esempio, se il sentirti più spirituale migliora la tua propria immagine; o un altro esempio sarebbe attendersi una ricompensa futura in un’altra vita o in paradiso. Perciò se ci sono motivazioni conseguenti, non è pura. Se non c’è stata la trascendenza del mondo, nelle tue azioni non può fluire il vero amore, perché non sei connesso con il regno dal quale sorge l’amore.</p>
<p>Andrew Cohen: Intendi dire un’azione pura, non macchiata dall’ego?</p>
<p>Eckhart Tolle: Sì, in ordine d’importanza. Prima viene la realizzazione e la liberazione, poi da queste lasci fluire l’azione – e sarà pura, immacolata, priva di karma. Altrimenti, non importa quanto siano elevati i tuoi ideali, rafforzeranno l’ego attraverso le buone azioni. Sfortunamente, non puoi soddisfare i comandamenti a meno che tu sia senza ego – e molto pochi lo sono – come hanno scoperto tutti quelli che hanno cercato di praticare gli insegnamenti di Cristo. “Ama il prossimo tuo come te stesso” è uno degli insegnamenti più importanti di Gesù, e non puoi seguire quel comandamento, non importa quanto ci provi, se non sai chi sei al livello più profondo. Ama il tuo prossimo come te stesso significa che il tuo prossimo <em>sei </em>tu, e quel riconoscimento di unità è amore.</p>
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<p>Copyright originale “What is Enlightenment” magazine <a href="http://www.wie.org/">www.wie.org</a><br />
Traduzione di Nityama Masetti. Revisione di Toshan Ivo Quartiroli<br />
Copyright per la traduzione italiana Innernet.</p>
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