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	<title>Innernet &#187; compassione</title>
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	<description>Percorsi di consapevolezza e anima del mondo</description>
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		<title>Ricerche in collaborazione fra buddisti e scienziati</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Jun 2009 09:18:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mind and Life Institute</dc:creator>
				<category><![CDATA[Co/Scienza]]></category>
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		<description><![CDATA[Un progetto di ricerca per acquisire nuove conoscenze sull&#8217;impatto che la meditazione può avere sulle funzioni affettive e cognitive fondamentali e sui meccanismi cerebrali sottostanti a tali processi. Alcuni degli attributi mentali positivi intenzionalmente coltivati nelle pratiche contemplative buddiste, per esempio la compassione, non sono mai stati inclusi nello studio neuroscientifico occidentale delle emozioni. Addestrare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="meditatore eeg.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/meditatore-eeg.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/meditatore-eeg.jpg" alt="meditatore eeg.jpg" hspace="6" align="left" /></a>Un progetto di ricerca per acquisire nuove conoscenze sull&#8217;impatto che la meditazione può avere sulle funzioni affettive e cognitive fondamentali e sui meccanismi cerebrali sottostanti a tali processi. Alcuni degli attributi mentali positivi intenzionalmente coltivati nelle pratiche contemplative buddiste, per esempio la compassione, non sono mai stati inclusi nello studio neuroscientifico occidentale delle emozioni.</p>
<p><strong>Addestrare e studiare la mente: verso un’integrazione delle pratiche contemplative buddiste e delle neuroscienze</strong><br />
<em>Scopi generali del progetto di ricerca</em></p>
<p>Lo scopo generale di questo progetto di ricerca è acquisire nuove conoscenze sull’impatto che la meditazione può avere sulle funzioni affettive e cognitive fondamentali e sui meccanismi cerebrali sottostanti a tali processi. La ricerca mira inoltre a favorire un approfondimento della conoscenza della natura dell’esperienza cosciente. Alcuni degli attributi mentali positivi intenzionalmente coltivati nelle pratiche contemplative buddiste, per esempio la compassione, non sono mai stati inclusi nello studio neuroscientifico occidentale delle emozioni (<em>vedi</em> Davidson, 2002).</p>
<p>La presente ricerca intende sottoporre questi attributi mentali positivi a uno studio scientifico. Inoltre, combinando il rigoroso esame diretto dell’esperienza cosciente coltivato dalle pratiche contemplative buddiste con l’esplorazione neuroscientifica occidentale delle manifestazioni neurali e somatiche degli stati coscienti, è possibile acquisire nuove prospettive sulla natura fondamentale della coscienza (<em>vedi</em> Varela 1996; Lutz et al., 2002).<span id="more-590"></span></p>
<p><strong>Descrizione del progetto di ricerca<br />
</strong><br />
Il progetto comporta la misurazione dell’attività funzionale del cervello con metodi di <em>imaging </em>su praticanti buddisti avanzati in vari stati meditativi. Questi studi sono attualmente in corso nel Keck Laboratory dell’Università di Madison, Wisconsin, e nel laboratorio LENA (CNRS, UPR 640), all’ospedale della Salpêtrière a Parigi.</p>
<p>La ricerca si concentra su quattro stati mentali ben documentati nella psicologia buddista, detti rispettivamente attenzione focalizzata, attenzione aperta (o pura consapevolezza), visualizzazione e generazione della compassione. Queste tecniche meditative coltivano varie facoltà mentali, alcune delle quali hanno ricevuto scarsa attenzione nella letteratura scientifica moderna.</p>
<p>L’<strong>attenzione focalizzata</strong> (<em>Samatha</em>) o ‘concentrazione univoca’ comporta il mantenere l’attenzione focalizzata su un singolo oggetto senza distrazione.</p>
<p>L’<strong>attenzione aperta</strong> (<em>Rigpa</em>) è uno stato di totale apertura, in cui la mente non è focalizzata su alcunché. In questo stato la mente è indifferente e imperturbata nei confronti di percezioni, ricordi o fantasie, benché non vi sia alcuna intenzione di bloccare o impedire tali esperienze.</p>
<p>La <strong>visualizzazione</strong> consiste nel costruire e nel contemplare mentalmente immagini visive altamente dettagliate.</p>
<p>La <strong>compassione</strong> consiste nel coltivare intenzionalmente uno stato affettivo positivo che i praticanti buddisti ritengono essenziale per controbilanciare le tendenze egocentriche. È uno stato in cui l’amore e la compassione occupano completamente la mente, senza altra considerazione, ragionamento o pensiero discorsivo.</p>
<p>Nei nostri studi-pilota preliminari abbiamo esaminato questi stati mentali sia in assenza di stimoli esterni, sia durante la presentazione di immagini visive. Sono state usate tre tecniche non invasive di <em>imaging</em> del cervello: l’elettroencefalografia ad alta densità (EEG), la magnetoencefalografia (MEG) e <em>l’imaging</em> funzionale tramite risonanza magnetica (fMRI). EEG (Figura 1) e MEG (Figure 2 e 3) sono tecniche complementari che misurano rispettivamente i potenziali elettrici nel cuoio capelluto e l’induzione magnetica intorno alla testa prodotti dall’attività elettrica di gruppi di cellule neurali.</p>
<p><a title="Ricerche in collaborazione fig 1.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/ricerche-in-collaborazione-fig-1.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/ricerche-in-collaborazione-fig-1.jpg" alt="Ricerche in collaborazione fig 1.jpg" hspace="6" vspace="6" align="left" /></a></p>
<p><span class="didascalia">Figura 1: EEG</span></p>
<p><a title="Ricerche in collaborazione fig 2.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/ricerche-in-collaborazione-fig-2.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/ricerche-in-collaborazione-fig-2.jpg" alt="Ricerche in collaborazione fig 2.jpg" hspace="6" vspace="6" align="left" /></a></p>
<p>Figura 2: MEG</p>
<p><a title="Ricerche in collaborazione fig 3.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/ricerche-in-collaborazione-fig-3.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/ricerche-in-collaborazione-fig-3.jpg" alt="Ricerche in collaborazione fig 3.jpg" hspace="6" vspace="6" align="left" /></a></p>
<p>Figura 3: Processo che dà origine a variazioni localizzate nel campo elettromagnetico per effetto dell’attivazione neurale (immagine tratta da Baillet S. et al., 2001).</p>
<p>Queste due tecniche hanno un’eccellente risoluzione temporale, dell’ordine del millisecondo, che ci consente di esplorare la dinamica temporale fine dei processi neurali in questi stati meditativi. La fMRI ha una scala temporale molto più lenta (dell’ordine del centinaio di millisecondi), ma offre una risoluzione spaziale che può andare fino a 1-3 mm. Questa tecnica registra i cambiamenti emodinamici legati ai processi neurali. Quando i neuroni si attivano, essi producono mutamenti localizzati di flusso sanguigno e livello di ossigenazione, la cui immagine fornisce un correlato dell’attività neurale. La fMRI ci fornisce dunque informazioni anatomiche e funzionali sulle strutture corticali e subcorticali che si attivano in un particolare stato mentale (Figure 4 e 5).</p>
<p><a title="Ricerche in collaborazione fig 4a.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/ricerche-in-collaborazione-fig-4a.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/ricerche-in-collaborazione-fig-4a.jpg" alt="Ricerche in collaborazione fig 4a.jpg" hspace="6" vspace="6" align="left" /></a></p>
<p>Figura 4a: Scanner per la risonanza magnetica</p>
<p><a title="Ricerche in collaborazione fig 4b.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/ricerche-in-collaborazione-fig-4b.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/ricerche-in-collaborazione-fig-4b.jpg" alt="Ricerche in collaborazione fig 4b.jpg" hspace="6" vspace="6" align="bottom" /></a></p>
<p>Figura 4b: immagine della struttura del cervello.</p>
<p><a title="Ricerche in collaborazione fig 5.gif" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/ricerche-in-collaborazione-fig-5.gif"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/ricerche-in-collaborazione-fig-5.gif" alt="Ricerche in collaborazione fig 5.gif" hspace="6" vspace="6" align="left" /></a></p>
<p>Figura 5: Esempi di attivazione funzionale (in arancione e rosso) sovrapposti a immagini della struttura del cervello ottenute con fMRI.</p>
<p>Combinando le risoluzioni spaziale e temporale di queste tecniche, speriamo di riuscire a identificare le strutture neurali attivate durante questi stati meditativi e a caratterizzare l’impronta neurale del loro coordinamento dinamico. È un fatto largamente accettato che ogni processo mentale complesso (come la percezione, l’azione, l’immaginazione, l’emozione…) sia caratterizzato dall’attività simultanea di regioni cerebrali variamente distribuite, funzionalmente specializzate e costantemente interagenti. Ogni ipotesi relativa al sostrato di un certo stato di coscienza deve perciò render conto del coordinamento di queste varie componenti, necessarie a produrre un’attività cerebrale globale transitoriamente unificata.</p>
<p>Un meccanismo possibile di questo coordinamento è la sincronia neurale, per via del suo presunto ruolo nel costituire i circuiti transitori che integrano processi cerebrali diffusi generando funzioni cognitive altamente ordinate (<em>vedi </em>la rassegna di Engel et al., 2001, e di Varela et al., 2001). Tali configurazioni temporali coerenti potrebbero rappresentare la controparte neurale dell’esperienza soggettiva e possono essere valutate con metodi matematici recenti a partire dai dati ottenuti mediante EEG/MEG (Figura 6). Le nostre ipotesi di lavoro sono perciò, in primo luogo, che stati meditativi specifici possano essere correlati con specifiche impronte dinamiche neurali rappresentate da configurazioni sincroniche; in secondo luogo, che il perdurare di tale configurazioni sincroniche durante uno stato meditativo possa influire in maniera sostanziale sulla struttura temporale delle risposte neurali agli stimoli sensoriali.</p>
<p><a title="Ricerche in collaborazione fig 6.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/ricerche-in-collaborazione-fig-6.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/ricerche-in-collaborazione-fig-6.jpg" alt="Ricerche in collaborazione fig 6.jpg" hspace="6" vspace="6" align="left" /></a></p>
<p>Figura 6: Il colore rosso indica un’intensificata sincronia locale registrata da un singolo elettrodo sul cuoio capelluto (potenza emessa in una data frequenza). Le linee nere corrispondono invece a sincronie di fase a distanza fra popolazioni neurali, registrate da elettrodi lontani oscillanti con una relazione di fase costante per un certo numero di cicli (Lachaux et al., 1999). In questa ricerca lo studio della sincronia e della dinamica non lineare si servirà di vari algoritmi sviluppati al laboratorio LENA, CNRS UPR 640, Parigi. Per ulteriori informazioni in merito contattare Jean-Philippe Lachaux, dell’équipe neurodinamica.</p>
<p><strong>Ricercatori scienziati e buddisti:</strong></p>
<p>Richard J. Davidson, Direttore, W.M. Keck Laboratory for Functional Brain Imaging and Behavior, University of Wisconsin-Madison<br />
Antoine Lutz, Post-doctoral fellow, W.M. Keck Laboratory for Functional Brain Imaging and Behavior, University of Wisconsin-Madison<br />
Matthieu Ricard, Shechen Monastery, Katmandu, Nepal<br />
Francisco Varela, PhD (1946-2001) è stato profondamente coinvolto nel dar vita a questo progetto: alla sua memoria è dedicato il nostro lavoro.</p>
<p><em>Bibliografia</em><br />
Davidson, R.J. (2002). “Toward a biology of positive affect and compassion”. In R.J. Davidson and A. Harrington, (Eds.), <em>Visions of Compassion: Western Scientists and Tibetan Buddhists Examine Human Nature</em>. New York: Oxford University Press.<br />
Engel, A.K., Fries, P., and Singer, W. (2001). <em>Dynamic predictions: oscillations and synchrony in top-down processing</em>. Nat Rev Neurosci, 2: 704-16.<br />
Lutz, A., Lachaux, J.P., Martinerie, J., and Varela, F.J. (2002). <em>Guiding the study of brain dynamics by using first-person data: Synchrony patterns correlate with ongoing conscious states during a simple visual task</em>. Proc Natl Acad Sci U S A, 99: 1586-91.<br />
Varela, F. 1996. <em>Neurophenomenology : A Methodological Remedy to the Hard Problem.</em> Journal of Consciousness Studies, 3: 330-50.<br />
Varela, F., Lachaux, J.P., Rodriguez, E., and Martinerie, J. (2001). <em>The brainweb: phase synchronization and large-scale integration</em>. Nat Rev Neurosci, 2: 229-39.</p>
<p>Copyright originale Mind &amp; Life Institute <a href="http://www.mindandlife.org" target="_blank">www.mindandlife.org</a><br />
Traduzione di Shantena Sabbadini.<br />
Copyright per l&#8217;edizione Italiana: Innernet.</p>
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		<title>Gli Arhat e la via della compassione</title>
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		<pubDate>Fri, 01 May 2009 08:54:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniel Goleman</dc:creator>
				<category><![CDATA[Co/Scienza]]></category>
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		<description><![CDATA[Han Shan piange quando muore una persona che ha conosciuto e amato. Ryokan versa una lacrima per la sorte di un adolescente testardo. Queste sono lacrime di compassione, non di rabbia, ira o tradimento. Infatti, davanti ai travagli della vita, questi esseri sono essenzialmente imperturbabili: i loro cuori possono ancora spezzarsi alla vista delle sofferenze [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="Maitreya.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/maitreya.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/maitreya.jpg" alt="Maitreya.jpg" hspace="6" align="left" /></a>Han Shan piange quando muore una persona che ha conosciuto e amato. Ryokan versa una lacrima per la sorte di un adolescente testardo. Queste sono lacrime di compassione, non di rabbia, ira o tradimento. Infatti, davanti ai travagli della vita, questi esseri sono essenzialmente imperturbabili: i loro cuori possono ancora spezzarsi alla vista delle sofferenze degli altri, ma le loro lacrime sono prive di attaccamento. Questi sono gli arhat.</p>
<p><a title="Gli Arhat e la via della compassione 1.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/gli-arhat-e-la-via-della-compassione-1.jpg"><img class="alignleft" style="margin: 6px;" src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/gli-arhat-e-la-via-della-compassione-1.jpg" alt="Gli Arhat e la via della compassione 1.jpg" hspace="6" width="283" height="515" align="left" /></a>Han Shan piange quando muore una persona che ha conosciuto e amato. Ryokan versa una lacrima per la sorte di un adolescente testardo. Queste sono lacrime di compassione, non di rabbia, ira o tradimento. Infatti, davanti ai travagli della vita, questi esseri sono essenzialmente imperturbabili: i loro cuori possono ancora spezzarsi alla vista delle sofferenze degli altri, ma le loro lacrime sono prive di attaccamento.</p>
<p>Tale è la vita emotiva degli “arhat”, i “Nobili” del buddismo, coloro che hanno estinto ogni passione. La loro è un’equanimità oltremondana; il canone Pali, i testi classici del buddismo Theravada, descrivono gli arhat come esseri così rilassati da poter facilmente “sopportare il caldo, il freddo, la fame, la sete, la puntura delle zanzare e dei tafani, le creature dell’aria e della terra, il linguaggio offensivo, le sensazioni fisiche dolorose, pungenti, dure, brutte, fastidiose e mortali”.</p>
<p>Questi sereni santi buddisti sono un modello prezioso, fonte di ispirazione per il meditatore comune. Ma, in un certo senso, sono problematici. Il loro aspetto sereno rappresenta un tipo ideale, la pace alla fine del cammino… Che però sembra qualcosa di remoto e irraggiungibile dalla limacciosa realtà dei praticanti.</p>
<p>Potrei citare un numero infinito di casi in cui, qualche settimana, giorno od ora dopo essere tornato da un ritiro in un ottimo stato d’animo (che mi piacerebbe definire, in qualche modo, “da arhat”), mi sono improvvisamente ritrovato d’umore brutto e irritabile. Per colpa del traffico, di un assegno falso, delle zanzare, dei tafani, di un linguaggio offensivo… Le diecimila seccature della vita. A un arhat non accadrebbe mai. Ma alcune recenti scoperte sulla neurofiosiologia delle emozioni mi fanno provare più comprensione per me stesso, in questi momenti.<span id="more-589"></span></p>
<p>Una parte del cervello, una struttura chiamata l’amigdala, è stata identificata come la sede dei ricordi emotivi intensi: in essa sono immagazzinati i traumi, le ferite, la paura, la rabbia ecc. Di fatto, i ricordi amari e pungenti vi sono conservati con una forza particolare: gli stessi ormoni che spingono il corpo a lottare o fuggire segnalano all’amigdala di codificare questi ricordi nel modo più indelebile possibile.</p>
<p>A lungo si è pensato che l’amigdala venisse allertata sulla natura emotiva degli eventi da segnali provenienti dal cervello razionale, che prima vi rifletteva sopra. Ma adesso i neuroscienziati hanno scoperto che l’amigdala ha un accesso diretto all’area che decifra nel linguaggio del cervello i segnali sensoriali provenienti dall’occhio e dall’orecchio. Questa via di accesso aggira completamente il cervello ed è in grado di provocare una reazione emotiva prima che abbiamo il tempo di pensarci.</p>
<p>Una vasta rete di circuiti parte dall’amigdala verso tutte le aree del cervello, rendendola capace di provocare in noi una reazione di rabbia o paura in meno di un secondo. Questo vuol dire che l’amigdala funge da irascibile e nervosa sentinella, intenta a esaminare tutto ciò che ci accade per vedere se può collegarla a qualche minaccia del passato. Se è così (e il “legame” può essere alquanto impreciso), essa suona un allarme, “sequestrandoci” emotivamente prima che la mente razionale abbia avuto letteralmente tempo di capire cosa stia succedendo.</p>
<p>Questo sequestro ha la forma di un arco: raggiunge un picco di intensità e reattività emotiva, poi gradualmente decresce. La domanda è: quando comincia il sequestro, quanto tempo impieghiamo a tornare in noi? Propongo che un’indicazione del progresso sul cammino consista in un più veloce tempo di recupero dai nostri sequestri emotivi.</p>
<p>Gli arhat, naturalmente, non hanno mai queste reazioni, anche se i dettagli delle loro dinamiche emotive dipendono dal livello e dal tipo di arhat (ed esistono tanti tipi di arhat quante sono le scuole di buddismo). Alcuni sostengono che un arhat può avere un’inclinazione passeggera verso un sentimento afflittivo, ma mai la piena emozione; come ha detto una fonte: “Gli arhat possono scivolare, ma mai cadere”. Secondo altre scuole, gli arhat hanno sradicato il minimo segno di emozioni disturbanti, in quanto “hanno vinto il nemico” – “kilesas”, o tendenze negative – “che offusca e disturba la mente”. Piuttosto, la gamma delle loro emozioni è trascendente: compassione, gentilezza amorevole, equanimità. Quando piangono, le loro lacrime sono motivate da questi sentimenti superiori, non dall’attaccamento.</p>
<p>Consideriamo alcuni tratti emotivi distintivi dell’arhat (secondo un elenco compilato dallo studioso svedese Rune Johanssen, ricavato da fonti Pali sulla vita di uomini e donne che divennero arhat più o meno all’epoca del Buddha): gli arhat non provano ansia, risentimento o rabbia; non hanno paure di alcun tipo e in loro non esiste lussuria o desiderio di piaceri sensoriali; non provano la minima avversione verso condizioni come la sconfitta, l’infamia e il disonore; non desiderano niente che non sia lo stretto necessario e non hanno alcun desiderio consumistico.</p>
<p><a title="Gli Arhat e la via della compassione 2.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/gli-arhat-e-la-via-della-compassione-2.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/gli-arhat-e-la-via-della-compassione-2.jpg" alt="Gli Arhat e la via della compassione 2.jpg" hspace="6" align="right" /></a>Allo stesso tempo, l’arhat mostra una percettività rapida e intensamente operante, oltre a un’acuta capacità di attenzione; inoltre, ogni esperienza è per lui fonte di un tranquillo piacere (non importa quanto mondana o noiosa). Gli arhat sono l’opposto di una persona goffa e maldestra: ogni loro attività è caratterizzata da compostezza e maestria. Oltre a ciò, gli arhat personificano qualità trascendentali: l’equanimità in ogni circostanza, l’imparzialità verso gli altri, la compassione e la gentilezza amorevole.</p>
<p>Per i meditatori moderni, il problema è che le virtù degli arhat sembrano incredibili. Forse è comprensibile. L’arhat è il prototipo buddista del santo, un prototipo che spicca nei moderni sistemi di pensiero per la sua assenza. La radicale trasformazione dell’essere rappresentata dall’arhat oltrepassa gli obiettivi e i sogni più grandi delle nostre filosofie e psicoterapie; da un punto di vista moderno, l’arhat è troppo bello per essere vero.</p>
<p>Per noi, meditatori comuni, la distanza tra la squallida realtà delle nostre emozioni e i luminosi standard dell’arhat sembra insormontabile. È come se questi ultimi fossero caduti da qualche galassia vicina, forse da Alpha Centauri.</p>
<p>Paragonarsi a un arhat vuol dire favorire la demoralizzazione. Piuttosto, proporrei un modello più accettabile per misurare i progressi emotivi dei meditatori. Anziché usare come metro di paragone i più grandi campioni olimpici di tutti i tempi, potrebbe essere utile valersi di una scala di misura più modesta.</p>
<p>Nella classica psicologia buddista, i “fattori mentali” – le qualità della mente che si combinano “aromatizzando” e definendo i nostri stati mentali di momento in momento – determinano la realtà dell’osservatore. Come dice un proverbio zen: “Per l’amante, una donna bellissima è un piacere; per un monaco, una distrazione; per un lupo, un pasto”. Questo sistema psicologico distingue le qualità mentali “pure” e sane da quelle nocive o “afflittive”. La regola pratica fondamentale alla base di questa lista è se una qualità della mente aiuta od ostacola la meditazione.</p>
<p><a title="Gli Arhat e la via della compassione 3.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/gli-arhat-e-la-via-della-compassione-3.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/gli-arhat-e-la-via-della-compassione-3.jpg" alt="Gli Arhat e la via della compassione 3.jpg" hspace="6" align="left" /></a>La principale qualità nociva è l’illusione, un offuscamento percettivo; tale ignoranza fondamentale viene considerata la radice della sofferenza. Tra le altre qualità percettive di una mente non sana vi sono la perplessità, che riempie di dubbi una persona, e l’impudicizia, che porta a ignorare i propri valori morali. Una terza è il narcisismo. Le restanti qualità nocive sono di natura emotiva: l’agitazione, la preoccupazione, l’avidità, l’avarizia, l’invidia, l’avversione, la contrazione e il torpore. Questa lista, ovviamente, non è solo del buddismo: chiunque abbia studiato il catechismo durante l’infanzia vi riconoscerà alcuni dei “peccati mortali” del cattolicesimo.</p>
<p>La principale qualità sana è l’intuizione, la chiara percezione delle cose così come sono. Una seconda è l’attenzione, che sostiene tale chiarezza. Queste due qualità, da sole, sopprimono tutte quelle negative. Un gruppo – la modestia, la discrezione, la rettitudine – è di supporto alla vita etica. Un altro – l’elasticità, la flessibilità, l’adattabilità e la bravura – dona agli arhat scioltezza naturale, serenità e maestria in ciò che fanno. Il resto – il non-attaccamento, la non-avversione, l’imparzialità e la compostezza – riflettono quella tranquillità fisica e mentale che è il “marchio di autenticità” della vita emotiva degli arhat, in quanto tali. Nella mente degli arhat non sorge alcuna qualità nociva.</p>
<p>Per quanto riguarda il resto di noi, queste qualità mentali costituiscono una “lista di controllo” grazie alla quale possiamo misurare i nostri cambiamenti di umore. Nella misura in cui il nostro stato mentale tende gradualmente alle qualità della lista sana – o si distacca più rapidamente dagli stati negativi – la pratica sta procedendo nella giusta direzione: verso una leggerezza dell’essere.</p>
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<p><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1924&amp;isbn=8817844683">Daniel Goleman. Intelligenza emotiva. Che cos&#8217;è, perché può renderci felici. Rizzoli. 1996. ISBN: 8817844683</a></p>
<p><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1924&amp;isbn=881710762X">Daniel Goleman. La forza della meditazione. Rizzoli. 2003. ISBN: 881710762X</a></p>
<p><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1924&amp;isbn=8817112194">Daniel Goleman. Menzogna, autoinganno, illusione. Rizzoli. 1998. ISBN: 8817112194</a></p>
<p><!--[if !supportEmptyParas]--> <!--[endif]--></p>
<p>Originalmente pubblicato su Tricycle magazine, <a href="http://www.tricycle.com/">www.tricycle.com</a><br />
Copyright originale Daniel Goleman, per gentile concessione.<br />
Traduzione di Gagan Daniele Pietrini<br />
Copyright per l&#8217;edizione Italiana: Innernet.</p>
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		<title>Compassione in azione: Roshie Bernie Glassman e Ma Jaya Sati Bhagavati</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Apr 2009 06:43:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrew Cohen</dc:creator>
				<category><![CDATA[Coscienza del mondo]]></category>
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		<description><![CDATA[Che forma ha la compassione in azione? Qual è la reazione di un illuminato a una crisi e una sofferenza terribili? Due risposte a questa domanda sono Roshie Bernie Glassman e Ma Jaya Sati Bhagavati. Strano a dirsi, entrambi sono nati in una famiglia ebrea, nella stessa parte di Brooklyn e a distanza di meno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="donna bimbo terra.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/11/donna-bimbo-terra.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/11/donna-bimbo-terra.jpg" alt="donna bimbo terra.jpg" hspace="6" align="left" /></a>Che forma ha la compassione in azione? Qual è la reazione di un illuminato a una crisi e una sofferenza terribili? Due risposte a questa domanda sono Roshie Bernie Glassman e Ma Jaya Sati Bhagavati. Strano a dirsi, entrambi sono nati in una famiglia ebrea, nella stessa parte di Brooklyn e a distanza di meno di un anno. Ora, più di sessanta anni dopo, lui – maestro buddista zen – e lei – incarnazione di Kali, manifestazione della Divina Madre dell’induismo – sono diventati due straordinari esempi di risposta con tutto il proprio essere all’ingiustizia, la sfortuna e il dolore che esistono al mondo, e che la maggior parte di noi non ha nemmeno il coraggio di cominciare ad affrontare.</p>
<p><a title="Compassione in azione Roshi Glassman.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/compassione-in-azione-roshi-glassman.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/compassione-in-azione-roshi-glassman.jpg" alt="Compassione in azione Roshi Glassman.jpg" hspace="6" align="left" /></a>Roshi Glassman è diventato un avido studente zen mentre lavorava come ingegnere aerospaziale alla McDonnel-Douglas, a metà degli anni sessanta. Grazie alla straordinaria profondità del suo interesse, nel 1970 è stato ordinato prete “zen soto”, e dopo poco tempo è diventato direttore dello<em> zen center</em> di Los Angeles.</p>
<p>Qui, su richiesta del suo insegnante Taizen Maezumi Roshi, ha cominciato a insegnare. Nel 1979 ha fondato la sua comunità a New York, diventando ben presto una figura controversa nei circoli zen, poiché negli insegnamenti metteva enfasi sul lavoro e gli affari come pratiche zen, anziché sulla tradizionale “zazen” (<em>meditazione seduta</em>). “Puoi diventare uno «zen freak», <em>un fanatico dello zen</em>”, egli afferma, “ma non riuscire mai ad aprirti, e questo provoca un problema più grande, perché ti attacchi alla forma. E la forma diventa un sostituto della vita”.</p>
<p>Per finanziare la sua neonata comunità, Glassman ha avviato un’impresa zen, la <em>Greystone Bakery</em> (la<em> Panetteria Greystone</em>), che col tempo è diventata un’attività di successo, capace di guadagnare milioni di dollari. Il suo interesse per lo zen come business si è evoluto in quello per lo zen come azione sociale. E anche se questo ha provocato l’allontanamento di molti suoi primi studenti, col tempo ha spinto diverse altre persone, in vari modi, a una vita di devoto servizio, o alla compassione in azione.</p>
<p>Tale compassione in azione si manifesta in quello che oggi viene chiamato il <em>Greyston Mandala</em>, una rete di comunità evolutive ispirate ai valori buddisti. Il<em> Greyston Mandala</em> svolge molte attività nello Yonkers sudoccidentale, nello Stato di New York. La Greyston Bakery offre e insegna un lavoro agli abitanti del circostante quartiere a basso reddito; la <em>Greyston Family</em> Inn amministra appartamenti ristrutturati per individui già senza tetto e famiglie di lavoratori poveri; la <em>Greystone Health Services</em> fornisce case a persone malate di HIV/AIDS, oltre che assistenza medica e consulenza riabilitativa.<span id="more-807"></span></p>
<p>Spinto dalla sua esperienza con le famiglie di barboni, Glassman ha voluto provare in prima persona cosa significasse essere un mendicante. Per questo, all’inizio degli anni novanta, ha cominciato quella che per lui è diventata una tradizione annuale, gli “<em>street retreat</em>”, i <em>ritiri sulla strada</em>, i cui partecipanti vivono sulla strada per cinque giorni e mendicano cibo per capire cosa significa dipendere completamente dalla generosità altrui.</p>
<p>Roshi Glassman conduce anche ritiri ad Auschwitz dove, a ogni novembre, 150 persone “fanno testimonianza” dell’inimmaginabile orrore dell’olocausto.</p>
<p>Nell’inverno del 1994, Glassman ha celebrato il suo cinquantacinquesimo compleanno passando cinque giorni sotto la neve, seduto sui gradini della sede del Congresso americano, ponendosi una domanda: “Cosa posso fare per l’accattonaggio, l’AIDS e la violenza di questo Paese?”. Il risultato è stato la creazione di un ordine di praticanti zen dediti alla causa della pace, chiamato “The Zen Peacemaker Order” (<em>L’ordine zen dei costruttori della pace</em>). Questa idea si è sviluppata fino a divenire una rete internazionale e interreligiosa finalizzata a integrare la pratica spirituale con l’azione sociale.</p>
<p>“In un monastero zen, tutto è attentamente e scrupolosamente studiato per portare i monaci in uno stato di non-sapere, facendo loro sperimentare l’unità della vita”, Glassman scrive nel suo libro <em>Testimoniare,</em> “ma io ho scelto di non vivere in un monastero. Mi sono dedicato agli affari, l’azione sociale e l’impegno per la pace. Quindi, per me la domanda è diventata: «Quali attività economiche, sociali e a favore della pace possono aiutarci a realizzare l’unità della società e a scorgere l’interdipendenza della vita?».</p>
<p>Tutta la mia vita di insegnante è stata finalizzata alla creazione di nuove condizioni ambientali, strutture, attività economiche e forme sociali che portassero ognuno di noi alla comprensione e la pratica della via illuminata, la quale non è altro che la creazione della pace”.</p>
<p><a title="Compassione in azione Ma Jaja Sati" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/compassione-in-azione-ma-jaja-sati.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/compassione-in-azione-ma-jaja-sati.jpg" alt="Compassione in azione Ma Jaja Sati" hspace="6" align="left" /></a>L’eccentrica Ma Jaya Sati Bhagavati si chiamava in origine Joyce Green ed è nata in una famiglia operaia ebrea; all’età di tredici anni, sua madre morì in un ospedale statale. Educata sulle strade di Brighton Beach, a quindici anni ha sposato “un grosso, stupendo stallone italiano”, di nome Sal Di Fiore, e ben presto ha avuto due figlie. Dopo dieci anni di vita suburbana, la storia della sua leggendaria trasformazione personale è cominciata con l’iscrizione a una classe di yoga presso un centro di benessere “Jack LaLanne”, invogliata dalla promessa di perdere peso attraverso esercizi di respirazione yogica.</p>
<p>Poiché gli avevano detto che cinque minuti di respirazione al giorno avrebbero provocato una perdita di mezzo chilo alla settimana, pensò che ore di pratica avrebbero prodotto risultati sensazionali. Così fu. Con sua sorpresa, cominciò ad avere straordinari stati estatici, visioni di Gesù Cristo e visite da parte di guru famosi, tra cui Swami Nityananda e Neem Karoli Baba. Quando abbandonò la vita di moglie e madre, ricevette guida e supporto dalla compianta maestra spirituale Hilda Charlton, e ben presto divenne a sua volta un guru.</p>
<p>Nel 1976 si trasferì con i suoi studenti nella Florida centrale, dove fondò ufficialmente il <em>Neem Karoli Baba Kashi Ashram</em>, una comunità spirituale interreligiosa. Ma Jaya è divenuta la difensore dei malati di AIDS di tutto il mondo, e il suo ashram è la sede di molti, diversi progetti. Tra essi, il <em>River Fund</em>, che offre supporto fisico, emotivo, spirituale ed educativo ai malati di AIDS e di altre malattie; la <em>River House</em>, un ospizio dove gli adulti possono morire con dignità; la <em>Mary’s House</em>, che accoglie e si prende cura dei neonati non voluti e malati di AIDS; la <em>Ma Jaya River School</em>, che fornisce istruzione secondaria e non settaria ai “bambini di Ma Jaya”, cioè ai bambini non voluti o vittime di violenze, che in seguito entrano nelle migliori università del paese.</p>
<p>I suoi progetti globali a scala mondiale riguardano “township” e orfanotrofi in Sud Africa, Uganda e Messico. In California, i suoi studenti svolgono un programma chiamato<em> Sotto i ponti e sulle strade</em>, nell’ambito del quale visitano ospedali e ospizi, dando cibo e conforto a persone bisognose. A New York, la River Fund si occupa dei malati di AIDS e di coloro che sono affetti da malattie fisiche e psichiche; inoltre, fornisce vestiti e duemila pasti al mese agli affamati e ai senza tetto. Ma Jaya è membro del consiglio d’amministrazione del Parlamento delle Religioni Mondiali, e nel 1998, con l’appoggio del Dalai Lama, ha creato la giornata mondiale per il Tibet, un evento annuale celebrato in cinquantuno città e dieci Paesi, per aumentare la consapevolezza sulla situazione dei tibetani. Ella è un tornado umano di compassione in azione; la sua via è conseguire la realizzazione spirituale attraverso il servizio disinteressato nel mondo.</p>
<p>“Mi siedo sempre ai piedi del mio guru, il Signore Shiva”, dice; “chiedo a essi di darmi la forza di non sbriciolarmi, non lasciare che il mondo mi consumi. E poi ogni notte, naturalmente, entro in meditazione. Senza questa straordinaria possibilità di liberarmi di tutto ciò che raccolgo durante la giornata, non riuscirei a vivere” (Da <em>The Selfless Life of Serving Siva in All,</em> di Lavina Melwani, “Hinduism Today”, Febbraio 1999.).</p>
<p><strong>Sono io che sanguino?<br />
Intervista a Roshi Bernie Glassman</strong></p>
<p>Andrew Cohen: Questo è un momento delicato nella storia del Pianeta Terra. La sovrappopolazione, l’inquinamento ambientale e le moderne armi tecnologiche di distruzione di massa minacciano la sopravvivenza non solo della nostra specie, ma di tutta la vita sul pianeta. Duane Elgin, scienziato sociale e pensatore evolutivo, afferma: “Quella che ci troviamo di fronte, in realtà, è la convergenza di molti importanti fattori: cambiamenti climatici, estinzioni delle specie, aumento della povertà e crescita della popolazione. Tutti questi fattori potrebbero svilupparsi in modo indipendente, ma caratteristico della nostra epoca è il fatto che il mondo è diventato un sistema chiuso.</p>
<p>Non esistono luoghi dove scappare, e tutti questi fattori stanno cominciando a sommarsi tra loro, alimentandosi reciprocamente. La nostra situazione è simile a quella di un elastico che viene allungato fino al limite, ovvero fino al punto di rottura. Allora accadrà qualcosa di molto potente; oggi possiamo impedirlo, ma tra venti anni la crisi del sistema sarà una realtà inesorabile che dovremo affrontare”.</p>
<p>E lo storico delle culture <em>Thomas Berry</em>, nel suo libro <em>The Great Work</em>, afferma: “Ci ritroviamo con carenze dal punto di vista etico proprio quando, per la prima volta, abbiamo di fronte a noi l’emergenza, la distruzione irreversibile del funzionamento della Terra e dei suoi principali sistemi viventi. Le nostre tradizioni culturali sanno come affrontare il suicidio, l’omicidio e persino il genocidio, ma diventano completamente impotenti quando si tratta di affrontare il biocidio, ovvero l’estinzione dei vulnerabili sistemi viventi della Terra, e il geocidio, la devastazione della Terra stessa”.</p>
<p>Roshi Glassman, tu sei un attivista zen, un ardente attivista zen. Da molti anni offri risposte molto pratiche alle enormi sofferenze che hai visto nel mondo intorno a te. Eticamente e spiritualmente, come affronteresti questa crisi? Qual è secondo te il giusto atteggiamento che dovremmo avere per fronteggiare l’emergenza che Elgin e Berry descrivono così vividamente?</p>
<p>Bernie Glassman: Sai, Andrew, io sono fondamentalmente una persona semplice. Il mio modo di affrontare i temi che hai menzionato, che sono temi planetari, è riportarli al nostro corpo. La mia comprensione è che siamo tutti interconnessi. Ma non è facile pensare in questo modo; quindi, vorrei parlare di questo argomento dal punto di vista del corpo. Infatti, in un certo senso, tutti quei temi di cui hai parlato riguardo il pianeta avvengono a ogni istante dentro di noi, nel nostro corpo. Io soffro di diabete e di una malattia alla prostata, e se ci penso, questa cosa può schiacciarmi. Cioè, potrei dire: “Beh, non posso farci niente”.</p>
<p>Tuttavia, se non facciamo nulla al riguardo, moriamo. Quindi, in realtà, noi facciamo qualcosa al riguardo! Facciamo qualcosa nella misura in cui riusciamo a vedere con chiarezza. Se la mia mano sanguina, non mi siedo a guardarla dicendo: “Non so cosa accidenti fare”. Se la tua mano sanguina, farai qualcosa. Se non hai una benda, forse dovrai succhiare il sangue con le labbra oppure strappare un lembo della tua T-shirt per usarlo come benda. Farai qualcosa. Di certo, non ti siedi a pensare: “Sono io che sanguino?”. Fai qualcosa.</p>
<p>Quindi, per esempio, se vedo me stesso come un senza tetto per strada o come qualcuno che sta distruggendo la foresta, dico: “Sono io che sto facendo questo, quindi cosa posso fare?”. Farò quello che posso. Questa è la mia sola risposta. Non ho soluzioni, perché non so. Ecco il primo principio della nostra <em>Peacemaker Community</em>. Abbiamo molti strumenti – la conoscenza, il linguaggio, il bagaglio culturale ecc. – ma affrontiamo ogni situazione dalla posizione di colui che non sa. Ciò vuol dire essere completamente aperti, <em>in ascolto</em>. E, quindi, fare tutto ciò che possiamo. Non vuol dire affermare: “Non ho abbastanza soldi. Non sono abbastanza istruito. Non sono sufficientemente illuminato. Non sono ecc.”, bensì: “Questo è ciò che posso fare”, e quindi agire al meglio delle proprie possibilità. Ecco cosa mi spinge a continuare a lavorare in tutti questi campi. Quando indietreggiamo, possiamo dire semplicemente: “È troppo, sai. Andrà tutto a pezzi”. Sì, andrà tutto a pezzi. Ma nel frattempo, questo è ciò che io farò.</p>
<p>Andrew Cohen: Quindi diresti: “Prendi dimora nel non-sapere e agisci al meglio delle tue possibilità?”.</p>
<p>Bernie Glassman: Sì, affronta la situazione da uno stato di non-sapere. Quindi, <em>siine un testimone</em>. Cerca di diventare un testimone, e da ciò, io credo, sorgeranno automaticamente le azioni giuste. Tali azioni sono amorevoli tanto quanto il cercare di fermare la perdita di sangue dalla mia mano. Cioè, sorgeranno <em>automaticamente.</em></p>
<p>Andrew Cohen: Stai dicendo che se siamo testimoni, se affrontiamo la sofferenza, se l’affrontiamo <em>davvero</em>, avverrà una risposta naturale?</p>
<p>Bernie Glassman: Ne sono sicuro. L’ho visto succedere continuamente. Ma se cerchiamo di<em> risolvere</em> i problemi, siamo in trappola.</p>
<p>Andrew Cohen: Perché non siamo capaci di farlo?</p>
<p>Bernie Glassman: Sì. Il nostro ruolo è solo una piccola parte nel quadro generale, e questo è tutto ciò che possiamo fare. Esiste la storia di un bodhisattva che trova un pozzo vuoto e vede una montagna coperta di neve. Quindi, scala la montagna con un cucchiaio in mano, prende un cucchiaio di neve, torna giù, lo versa nel pozzo e risale la montagna. Questo lo fa non per riempire il pozzo di acqua, ma semplicemente perché è ciò che è necessario fare. Io predico l’attivismo. Quello a cui cerco di incoraggiare le persone è fare tutto il possibile con ciò che hanno.</p>
<p>Andrew Cohen: E come dovremmo reagire all’emergenza di cui parla Berry, che è in grado di sopraffarci perché potenzialmente comporta la fine della vita così come la conosciamo?</p>
<p>Bernie Glassman: In un certo senso, il punto non è la grande o piccola scala. Chi può intervenire a grande scala lo farà, mentre chi può operare a scala più piccola farà quello che può. Definisco l’illuminazione come la profondità alla quale vediamo l’unità della vita, l’interconnessione della vita. E il grado della tua illuminazione si può misurare dalle tue azioni.</p>
<p>Andrew Cohen: Come possiamo restare consapevoli della gravità della crisi senza venire sopraffatti dalla paura e dalla disperazione?</p>
<p>Bernie Glassman: Penso che esse ci sopraffanno solo a causa della nostra aspettativa di riuscire a risolvere il problema.</p>
<p>Andrew Cohen: Vedo. Dunque, questa è la chiave.</p>
<p>Bernie Glassman: Passo dopo passo, prima vediamo le cose dal punto di vista più ampio possibile, poi facciamo ciò che possiamo, senza aspettative.</p>
<p>Andrew Cohen: Senza l’aspettativa di risolvere completamente il problema?</p>
<p>Bernie Glassman: Sì. Senza l’aspettativa nemmeno di <em>contribuire</em> alla soluzione del problema. Stai facendo ciò che puoi, e qualcosa accadrà. Chi diavolo lo sa.</p>
<p>Andrew Cohen: Nel tuo libro <em>Bearing Wintess</em> affermi: “Nella pratica zen… facciamo la nostra meditazione seduta non per noi stessi, ma per il mondo”. Nelle attuali circostanze, pensi che sia ancora possibile fare la pratica spirituale al di fuori del contesto di questa crisi straordinaria? In altre parole, è ancora possibile per un individuo cercare l’illuminazione o la trasformazione personali solo per il suo bene? O forse oggi per un individuo sincero non ha più senso cercare il risveglio spirituale se tale ricerca non è l’espressione di una relazione profondamente impegnata con la vita in generale?</p>
<p>Bernie Glassman: Esistono molte metafore secondo le quali l’illuminazione è valida solo per noi stessi. Penso che siano metafore vecchie. Credo che oggi ci siamo evoluti al punto in cui l’unità della vita è parte della nostra consapevolezza; non importa se stiamo cercando la trasformazione individuale o no. E se uso il monaco come una metafora… Oggigiorno penso che la metafora riguardi la ricerca dell’illuminazione per la trasformazione del mondo, non soltanto dell’io individuale. Che noi lo si comprenda o no, credo che in qualche modo abbiamo nella nostra consapevolezza la nozione di non essere soltanto individui, ma il mondo, una parte del tutto. E le pratiche per l’illuminazione, penso, devono condurre all’azione nel mondo.</p>
<p>Andrew Cohen: Dunque, stai dicendo che oggi non è possibile cercare l’illuminazione solo per se stessi?</p>
<p>Bernie Glassman: Penso di no. E coloro che sono ancora prigionieri dell’idea che si può essere fuori dal mondo, per così dire, si ritroveranno frustrati. Concordo con ciò che hai detto prima: il mondo è un sistema chiuso e tutto ciò che vi accade ha un’influenza su tutto il pianeta. Sì, ogni nostra azione influisce su tutto il mondo; non esistono azioni che fanno eccezione. Nemmeno le pratiche per la trasformazione o l’illuminazione.</p>
<p>Andrew Cohen: In <em>Testimoniare</em> descrivi il punto di vista illuminato come uno stato di non-sapere. Affermi: “Quando viviamo nel sapere, piuttosto che nel non-sapere, viviamo in uno stato rigido nel quale… le nostre idee di ciò che dovrebbe accadere ci impediscono di vedere ciò che accade davvero. Rimaniamo sconvolti se le nostre aspettative non si realizzano… La verità è che… nonostante ciò che possiamo pensare, non controlliamo mai le cose, che accadono come accadono.</p>
<p>Ma in uno stato di non-sapere viviamo, in realtà, senza attaccamenti a idee preconcette. Non esiste aspettativa di guadagno, né di perdita”. Quindi, quello che volevo chiederti è: qual è la relazione tra tale stato di non-sapere, in cui non esistono aspettative di perdita o guadagno, e il risveglio della coscienza spirituale, quella coscienza che ci spinge a trascendere l’ego e l’egoismo, facendoci vivere non solo per il nostro bene, ma anche per quello degli altri? Come possiamo essere liberi dall’aspettativa che le cose cambieranno in meglio e tuttavia sentirci ancora spinti a operare, a reagire all’ignoranza e la sofferenza che scorgiamo nel mondo intorno a noi?</p>
<p>Bernie Glassman: Penso che se siamo davvero in quello stato, <em>quello stato di non-sapere</em>, faremo la migliore cosa possibile. E le nostre azioni saranno “curative”, anche se non sono sicuro che questo sia il termine migliore per descriverle.</p>
<p>Andrew Cohen: Ma potresti dire qualcosa di più sulla relazione tra il non-sapere, il non avere aspettative e il risveglio della compassione, cioè della passione di dare una risposta all’ignoranza e la sofferenza che vediamo nel mondo intorno a noi?</p>
<p>Bernie Glassman: Penso che il desiderio di rispondere sia più ardente quando viene dallo stato di non-sapere che dal sapere.</p>
<p>Andrew Cohen: Perché?</p>
<p>Bernie Glassman: Perché è più immediato. Nello stato di non-sapere, la sofferenza che vediamo diventa parte di me, quindi devo prendermi cura di essa. Infatti, <em>io</em> sto soffrendo; non è qualcosa di separato da me. Ma se ho delle idee preconcette su <em>come </em>devo rispondere, ho creato una separazione dall’esperienza stessa, dalla cosa stessa. E a quel punto resto intrappolato nel “devo” e “non devo” della mia comprensione; non sento più l’esperienza e non reagisco più <em>direttamente</em> a essa.</p>
<p>Andrew Cohen: Dici: “La giusta risposta accadrà”, e io ti credo e sono d’accordo con te. Tuttavia, voglio chiederti, dal punto di vista del dharma, qual è esattamente la relazione tra quello stato di non-sapere e il risveglio della coscienza che trascende l’ego.</p>
<p>Bernie Glassman: Penso che siano lo stesso stato. Ma non si tratta di una condizione passiva, bensì molto attiva. E in tale condizione attiva si è testimoni. Questo è il mio modo di affrontare l’argomento. Piuttosto che aspettare che succeda qualcos’altro, diciamo: “In questo istante, io, al meglio delle mie possibilità, affronterò questa situazione dallo stato di non-sapere”. Penso che questo sia il modo migliore di fare qualcosa. Dà alla gente il permesso di fare qualcosa dal loro stato di illuminazione.</p>
<p>E ciò vuol dire fare testimonianza della sofferenza; non scappare da essa. Fare testimonianza è davvero importante. Fare testimonianza vuol dire “sedersi” con ciò che c’è… E con “sedersi” non intendo tanto l’atto fisico dello stare seduti, quanto lo <em>stare</em> con ciò che c’è, cercando allo stesso tempo di venire sempre da quello spazio di non-sapere. Resta con quello che c’è e fanne testimonianza: a quel punto, puoi <em>fare</em> qualcosa.</p>
<p>Ebbene, ognuno di noi ha gli attaccamenti che ha, ed è per questo che sostengo che <em>il grado della nostra illuminazione è il grado della passione che avremo per tutto il mondo</em>. Questa passione sorgerà. Resta con essa. Fai testimonianza di ciò che sta sorgendo. Da ciò, l’azione deve avvenire.</p>
<p>Andrew Cohen: Sei un maestro zen e un insegnante di meditazione. Nella meditazione buddista, l’obiettivo è comprendere e sperimentare la natura vuota dell’io. Qual è la relazione tra la comprensione del vuoto e il risveglio della compassione?</p>
<p>Bernie Glassman: Definisco la compassione il funzionamento di quello stato vuoto. Per cui, di nuovo, uso il non-sapere in modo simile al termine “sunyata”, o vuoto. E nello zen, è come se costringessimo la gente ad andare verso quella che chiamiamo la radice del vuoto, la sua<em> essenza</em>, che in realtà è lo stato di non-sapere. Infatti, mi basta usare la parola sunyata che essa diventa…</p>
<p>Andrew Cohen: Un concetto.</p>
<p>Bernie Glassman: Qualcosa di mentale, sì. Ma il <em>funzionamento</em> di quello stato è ciò che chiamerei compassione.</p>
<p>Andrew Cohen: Perché?</p>
<p>Bernie Glassman: Perché la mia comprensione di esso è che quando si viene da quello spazio di vuoto, si è colmi di questa passione per la vita e per la fine delle sofferenze. E le azioni che sorgono da tale vuoto saranno azioni che cercheranno di ridurre la sofferenza.</p>
<p>Andrew Cohen: Diresti che ciò avviene perché in quel vuoto c’è libertà dall’ego e dall’egoismo, e quando siamo in uno stato di assenza di ego, o di libertà dall’egoismo, la compassione affiorerà inevitabilmente?</p>
<p>Bernie Glassman: Sì. Ma, sai, <em>ego</em> è un termine ingannevole. Io uso la parola ego in riferimento all’insieme di condizionamenti che nascono dalla nostra idea di noi stessi. Mettiamola così: non ho mai incontrato nessuno – per quanto egli affermi di essere illuminato o il mondo sostenga che lo sia – che non abbia un certo numero di condizionamenti o qualche struttura egoica.</p>
<p>Andrew Cohen: E se invece considerassimo l’ego l’orgoglio, il senso della propria importanza o il bisogno profondamente condizionato di vedere il proprio io come separato o distinto dal tutto?</p>
<p>Bernie Glassman: Se questa è la definizione, sarei d’accordo con te. In quel caso, l’ego sparirebbe.</p>
<p>Andrew Cohen: Quindi, diresti che il vuoto è sinonimo o equivalente a tale scomparsa, e che, come risultato di quest’ultima, la compassione sorgerebbe spontaneamente?</p>
<p>Bernie Glassman: Sì.</p>
<p>Andrew Cohen: E questo farebbe parte del miracolo di chi siamo realmente e del risveglio stesso?</p>
<p>Bernie Glassman: Sì. E personalmente mi sento portato più verso “l’amore” che verso la “compassione”. Infatti, la compassione, per me, porta con sé un po’ di giudizio. Ciò che intendiamo con compassione e non-compassione è diverso per ognuno di noi. Io vedo che lo stato dell’amore sorge da quella condizione priva di ego, e questa in genere viene chiamata compassione, ma non sempre.</p>
<p>Andrew Cohen: Quindi, diresti che l’amore, nel modo in cui lo stai definendo, non è personale?</p>
<p>Bernie Glassman: Sì. Dei nostri tre principi della <em>Peacemaker Community</em>, il primo è il non-sapere, il secondo il fare testimonianza e per il terzo uso il termine<em> guarigione</em>, che, ripeto, non mi piace molto. Tale parola avrebbe potuto essere<em> compassione</em>; penso che sia il più tipico termine buddista utilizzabile. In un certo senso, queste sono solo questioni semantiche, ma io sono incline a parlare della guarigione del proprio io e del mondo come del terzo principio che sorge naturalmente dai primi due.</p>
<p>Questo è davvero uno stato d’amore, e da quell’amore sorge l’azione. E penso che le azioni stesse, che sono la funzione di quell’amore, potremmo definirle compassione. L’amore nasce e le azioni compassionevoli accadono. Ma questo non vuol dire necessariamente che risolveremo la situazione. Infatti, sento che in ogni momento il mondo è perfetto <em>così come è</em>. Non è qualcosa di guasto che devo riparare. Ma lavorerò per creare una situazione più amorevole.</p>
<p>Andrew Cohen: Questa che stai facendo è una distinzione molto sottile.</p>
<p>Bernie Glassman: Lo è.</p>
<p>Andrew Cohen: Perché questa è la sfida dell’illuminazione. Da una parte, tutto è già pieno, perfetto e intrinsecamente libero così come è, ma allo stesso tempo…</p>
<p>Bernie Glassman: Sì, ma se ti attacchi a ciò è possibile che poi non agirai più.</p>
<p>Andrew Cohen: Ma non sono vere entrambe le cose? Forse che tutto non è già pieno, completo e libero? E allo stesso tempo non esiste un’enorme quantità di sofferenza cui bisogna dare urgentemente una risposta, a ogni momento?</p>
<p>Bernie Glassman: Esattamente. Alcune persone sperimentano quel primo stadio e si bloccano là. Pensano: “Non c’è nulla da fare”.</p>
<p>Andrew Cohen: Sì. E potrebbero persino utilizzare ciò come una<em> scusa</em> per non fare nulla. È così che molte persone soffocano l’espressione della propria coscienza e della propria umanità. È una situazione molto brutta.</p>
<p>Bernie Glassman: Pressappoco, questo è il punto da dove ho incominciato: cercare di incoraggiare le persone a non fermarsi lì. Nello zen giapponese esiste uno stato che viene chiamato “la caverna di Satana”: è quel luogo in cui stai senza fare niente, perché non c’è nulla da fare. Quello stato può essere un’esperienza che ti sopraffà, ma occorre tirare fuori la persona da quella caverna.</p>
<p>Andrew Cohen: È un luogo di compiacimento e auto-soddisfazione.</p>
<p>Bernie Glassman: Ho avuto quell’esperienza una volta, nel 1969, durante un “sesshin”, un ritiro di meditazione. Stavo lavorando con un insegnante di nome Koryu Roshi; era uno degli insegnanti di Maezumi Roshi. Stavo lavorando al mio primo koan con Koryu Roshi, e sono entrato in uno stato molto, molto profondo. Non volevo uscirne, ma Maezumi Roshi me ne ha spinto fuori.</p>
<p>Andrew Cohen: Era uno spazio molto estatico?</p>
<p>Bernie Glassman: Molto estatico.</p>
<p>Andrew Cohen: C’è stato qualcosa di preciso che ti ha detto sui motivi per i quali dovevi uscirne?</p>
<p>Bernie Glassman: No. Quando mi vide, in qualche modo lo sapeva. Naturalmente, aveva parlato con Koryu Roshi, quindi sapeva dove mi trovavo, ma lo vedeva anche dai miei movimenti e da tutto il resto. Semplicemente, mi fece scappare da lì. Mentre sedevo in meditazione, si mise dietro di me e urlò. In tal modo, mi spinse fuori da quello stato per farmi entrare in uno spazio molto più profondo, uno spazio di azione.</p>
<p>Andrew Cohen: Qui potremmo probabilmente trovare un contrasto con alcune interpretazioni del Vedanta, dove potrebbe sembrare che lo scopo non è altro che…</p>
<p>Bernie Glassman: Entrare in una trance profonda.</p>
<p>Andrew Cohen: Sì. Uscire da<em> qui</em>.</p>
<p>Bernie Glassman: Talvolta, abbiamo usato l’espressione “samadhi freaks”, <em>fanatici del samadhi</em>, per le persone che vogliono entrare in quello stato, perché può essere davvero splendido. Invece, per altre può essere terrificante.</p>
<p>Andrew Cohen: Perché è troppo?</p>
<p>Bernie Glassman: Sì.</p>
<p>Andrew Cohen: Se oggi il Buddha fosse vivo, pensi che sarebbe ancora favorevole a un’intensa pratica di meditazione e di rinuncia al mondo per sperimentare la trascendenza e il nirvana? Alla luce della crisi attuale, non pensi che sarebbe piuttosto favorevole alla pratica della meditazione al servizio di un attivismo sociale appassionato e impegnato, come fai tu?</p>
<p>Bernie Glassman: Beh, sai, da un punto di vista egocentrico, risponderei “Certo”. Quello che sappiamo di lui – o almeno quello che ricaviamo dai testi – è che era certamente una persona di larghe vedute. Includeva tutte le cose e le tradizioni che accadevano nel suo tempo.</p>
<p>Andrew Cohen: Ma i suoi insegnamenti sembravano porre molto rilievo sull’abbandono del mondo.</p>
<p>Bernie Glassman: Beh, questo faceva parte della cultura indiana del tempo. La mia sensazione – ma questo posso dirlo solo perché io sono ciò che sono – è che oggi egli sarebbe stato nel mondo. Come Sua Santità il Dalai Lama… Penso che lui sia un bellissimo esempio.</p>
<p>Andrew Cohen: Qual è la fonte dell’amore, della passione, del coraggio e dell’impegno profondi e straordinari che metti nell’alleviare la sofferenza degli altri?</p>
<p>Bernie Glassman: Non li considero “gli altri”. È piuttosto egocentrico… Voglio solo che ci sia meno sofferenza!</p>
<p><strong>Non chiedere perché; fai qualcosa!<br />
Intervista a Ma Jaya Sati Bhagavati</strong></p>
<p>Andrew Cohen: Stiamo vivendo in un periodo straordinario nella storia del nostro pianeta, un’epoca senza precedenti per la nostra specie. Gli esperti ci dicono che, come risultato della globalizzazione, della sovrappopolazione, della povertà opprimente, dell’inquinamento, per non parlare della diffusione delle armi di distruzione di massa, se non cambiamo molto rapidamente lo stato delle cose, entreremo in quella che il teorico evolutivo Duane Elgin chiama “l’era oscura dell’evoluzione”. In realtà, alcuni sostengono che abbiamo già raggiunto il punto di non ritorno.</p>
<p>Volevo chiederti non tanto di parlare del tuo lavoro – anche se personalmente traggo molta ispirazione dal tuo esempio – ma piuttosto, poiché sei un’attivista spirituale la cui stessa vita è una chiara espressione di una risposta appassionata all’enorme dolore e sofferenza che accadono quotidianamente nel mondo – qual è secondo te la risposta più appropriata a questa crisi che stiamo attraversando.</p>
<p>Ma Jaya: La “kali yuga” [<em>l’era oscura</em>] è come una moltitudine di flagelli. E il mondo, Andrew, ha bisogno di una parola, e quella parola è<em> consapevolezza</em>. Se vivi e agisci in stato di ignoranza, chi si prenderà cura dei figli dei figli? Dove correranno? Dove cammineranno i loro piedi? Io non posso essere separata dal mio lavoro. Io sono il mio lavoro e il mio lavoro sono io. Ho il privilegio di avere un orfanotrofio nel cuore della giungla dell’Uganda. Lì ho duecento bambini.</p>
<p>Se non avessi quella consapevolezza e i miei “chelas” [<em>discepoli</em>] che sanno che tutto il mio cammino è fatto di altruismo, forse questi bambini non mangerebbero. Certamente avrebbero sofferto di più, a causa dell’AIDS. Quindi, è tutto connesso, come un loto gigantesco, e il centro stesso del loto è la consapevolezza. Vado in tutto il mondo a toccare le persone con l’AIDS. È una questione di consapevolezza.</p>
<p>Tu parli dell’ambiente, del mondo. Io ho sessanta anni, e pratico il servizio da trenta. Non ho mai, mai sentito tanto dolore per l’ambiente quanto adesso. Le foreste pluviali sono scomparse. Credo che il tuo giornale possa raggiungere le persone che hanno bisogno della massima consapevolezza: non l’uomo medio, ma il leader spirituale. Stai raggiungendo i ricercatori, e anche questo è bene. Ma io voglio parlare ai leader. Queste sono le persone che devono aprire le loro porte.</p>
<p>L’estate scorsa sono stata delegata alle Nazioni Unite, per i leader spirituali, al Summit della Pace. Sono rimasta scioccata. C’era un seminario sulla povertà cui mi è stato chiesto di partecipare; si parlava degli affamati, dei bisognosi. E un hindu si è alzato e ha cominciato a urlare a un prete cattolico che i cristiani avevano rubato la loro religione. La cosa è finita sui giornali, è successa davvero. Ero scioccata, Andrew. E il prete si è girato e ha risposto: «Non c’era alcuna religione da rubare!». Allora mi sono alzata e ho detto: «Scusatemi. Avete mai visto la luce andare via dagli occhi di un bambino che non aveva nulla da mangiare e si è lasciato morire?».</p>
<p>E questo ha posto fine alla discussione. Il bisogno di avere ragione (e loro non hanno ragione, anche se pensano il contrario) elimina la consapevolezza dalla Terra, una Terra che sta dirigendosi sempre più velocemente verso il nulla. Ho visto troppo, Andrew. Ho visto troppo, e il mondo non è mai stato in un tale caos. Se posso andare a un seminario sulla povertà alle Nazioni Unite e trovarci due religiosi che litigano, che sta succedendo? Tutti siamo debitori verso questo nostro mondo, questo nostro, magnifico mondo. Dobbiamo prenderci cura di esso.</p>
<p>Andrew Cohen: So che sei membro del consiglio di amministrazione del Parlamento delle religioni mondiali.</p>
<p>Ma Jaya: Sì, e se i leader spirituali non vanno là e non toccano con mano questi problemi, perderemo tutto. Non ci sarà più nulla. I seguaci smettono di seguire, sai. La gente si disillude. Ma cosa accadrebbe se ognuno prendesse un granello di questa Terra e lo facesse suo, prestando attenzione a tutto ciò che vi è sopra? Cosa accadrebbe se gli altri leader dicessero: “Bene, prendiamo una città e sosteniamola. Prendiamo un edificio. Prendiamo una casa. Prendiamo una persona”. Sai, automaticamente cominci a fertilizzare la tua terra con l’amore. Per cui, quando dici che ammiri il mio lavoro… Non voglio essere ammirata; voglio essere <em>copiata</em>. A ogni modo, tutti possono fare ciò che faccio io.</p>
<p>Sto qui, nel mio ashram della Florida, da venticinque anni. Vengono leader musulmani, cristiani, ebrei, hindu. E dico loro: “Cosa state facendo? Quanto a lungo riuscite a pregare? Prendete quelle mani che tenete unite in un “pranam” [<em>gesto di riverenza</em>] <em>e fate </em>qualcosa. Accarezzate un bambino”. Questo è il mio messaggio: <em>fai </em>qualcosa. Comincia da ciò che ti sta di fronte. La capacità di prendersi cura in modo sincero di un altro essere umano rende possibile la trasformazione di una piccola parte della Terra, quella che ti sta di fronte.</p>
<p>Credo in questo con tutto il cuore, perché se non riusciamo a prenderci cura gli uni degli altri come esseri umani, come potremo prenderci cura della Terra? Andrew, adesso stiamo condividendo. Tu vuoi qualcosa, non solo per il tuo giornale… Vuoi qualcosa per il mondo. Anche io lo voglio. Lo desidero così fortemente da farmi venire le lacrime agli occhi. Posso sentirlo. E in questo momento, entrambi siamo consapevoli. Cosa accadrà? Non appena avrò finito di parlare con te, farò nuovamente voto di servire ancora di più. Perché ciò che dico, devo farlo. Metto alla prova le mie parole. E forse, chi lo sa? Forse tu vorrai aiutare qualcuno malato di AIDS.</p>
<p>Andrew Cohen: Cosa diresti all’individuo che affermasse: “Non riesco a farlo. Quello che stai chiedendo è tanto difficile psicologicamente, emotivamente e spiritualmente, che non riesco a farlo. Quando comincio ad affrontarlo, non ce la faccio, perché è troppo impegnativo”.</p>
<p>Ma Jaya: È qualcosa di così schiacciante che rimani paralizzato. Non riesci a fare nulla. Quindi, io direi di cominciare dalle piccole cose. Guarda cosa si prova a prendersi cura e a nutrire qualcosa, facendolo maturare. Sì, ti senti schiacciare. Ma io ho tanta passione per ciò che si potrebbe fare! E se crolliamo, crolliamo. Almeno, crolliamo perché ci abbiamo provato. Crolliamo sapendo di non aver sprecato il nostro amore e la nostra vita. Se sprechi il tuo amore e la tua vita, cosa accadrà? Indirizzali <em>verso</em> qualcosa. È un essere umano? Una foresta del Brasile? Mio nipote ha studiato in Argentina; dice: “Ma, non sai la distruzione che è in atto laggiù”. Avviene in tutto il mondo, <em>ed</em> è direttamente davanti ai nostri occhi. Quando sono tornata dall’Africa, ho visto che a mezz’ora da dove sto in Florida, ci sono persone che vivono in piccole baracche di lamiera. Quindi, questo riguarda tutto il mondo, ma abbiamo bisogno di fermarci un momento, guardare cosa abbiamo di fronte e prendercene cura. E se restiamo schiacciati, c’è il sollievo che abbiamo donato qualcosa. Abbiamo partorito un momento di amore.</p>
<p>Andrew Cohen: L’altro giorno, ho discusso di questo argomento con Roshi Bernie Glassman. Egli parla molto del “fare testimonianza”, del riuscire ad affrontare direttamente la crisi senza idee preconcette su come dovremmo risolverla. Egli sostiene che grazie al fare testimonianza, al semplice desiderio di affrontare la crisi direttamente, accadrà una risposta giusta o appropriata. Ciò richiede molto coraggio.</p>
<p>Ma Jaya: Ci vuole coraggio. Ma ci vuole davvero coraggio per diventare ciò che siamo? È davvero una cosa coraggiosa essere in quel momento? Quel momento porta liberazione, illuminazione.</p>
<p>Andrew Cohen: Perché questo essere testimoni provoca l’illuminazione?</p>
<p>Ma Jaya: Essere testimoni è un altro modo di definire la consapevolezza. Se sei fisicamente in questo momento – poiché tu sei in questo momento – non puoi evitare le difficoltà. <em>Poiché</em> sei in questo momento, davanti a te hai tanto le difficoltà quanto la possibilità di superarle. È lo stesso momento. Esiste la reazione al momento e l’azione. Non domani; nello stesso momento. Per cui, quando fai testimonianza del tuo respiro, stai guardando intorno a te. Puoi farlo in questo stesso istante, e puoi vedere. “Guarda cosa ho notato!” E qualunque cosa tu stia guardando, diventa più grande e bella, e quando fai testimonianza, <em>tu </em>diventi più bello. E hai gli strumenti per correggere la situazione, per quanto possano essere sottili.</p>
<p>Andrew Cohen: E come definiresti tale strumento?</p>
<p>Ma Jaya: Lo definirei la grande consapevolezza del momento. È una grande consapevolezza. Perché è grande? Perché non solo viene affrontato tutto ciò che ti sta di fronte, per quanto sia schiacciante – infatti, cominci dalle cose molto piccole – ma, indovina un po’? Ritorni alla fonte. Ritorni, come mi ha insegnato Swami Nityananda, al luogo da cui sei venuto.</p>
<p>Andrew Cohen: Quale è la relazione tra consapevolezza e compassione?</p>
<p>Ma Jaya: Grazie alla consapevolezza, acquisti un improvviso distacco. A quel punto, una grande sorgente, una grande sorgente di compassione fluisce attraverso di te. Quando sei consapevole, comprendi che nella tua vita non c’è posto per l’attaccamento.</p>
<p>Andrew Cohen: Perché?</p>
<p>Ma Jaya: Quando sei consapevole, sai che tutto ciò che abbiamo è impermanente. Swami Nityananda mi ha insegnato il “chidakash”, lo spazio del cuore al di là della testa. E io vado in questo spazio. In questo spazio scompaio. Esso non ha nulla a che vedere con me. E dunque la compassione, che mi sono sempre vantata di avere, comincia a fluire ancora di più, e comprendo: “Mio Dio! Avrei potuto avere un miliardo di volte di più”. La consapevolezza conduce al distacco, che conduce alla massima compassione. E quando dico “distacco”, non intendo disinteresse. Al contrario, mi riferisco a un altruismo più grande, bello e profondo.</p>
<p>Andrew Cohen: Se la consapevolezza porta al distacco, qual è, allora, il rapporto tra distacco e compassione?</p>
<p>Ma Jaya: Nel distacco, poiché le cose non mi toccano, <em>devo</em> avere compassione per gli altri esseri umani. Posso parlare solo della mia esperienza. Ricevo una chiamata che c’è una ragazza con AIDS conclamato che sta partorendo per strada. Lei sta per strada, e sta chiamando Ma. Io vado in strada. Quel giorno ho già avuto una tragedia personale. Okay? Cosa potrò dare? Cosa mi resta da dare? Come devo prendere questo bambino? Il dolore di lei aderisce al mio.</p>
<p>Quindi, vado nel distacco. <em>Non</em> si tratta di me. E sono qui per una giovane ragazza, senza giudizio. La compassione può essere data solo senza giudizio, perché non si tratta di me. E l’ho tenuta vicino al mio seno fino a quando è arrivata l’ambulanza e l’ha portata via. In quel momento, ero scomparsa, perché non sono nel mio dolore. E se non ho dolore, sono così aperta al suo che la compassione fluisce.</p>
<p>Andrew Cohen: Il motivo per cui ti pongo questa domanda è che alcune persone hanno paura del distacco, perché temono che se si permettono questa esperienza, proveranno disinteresse verso gli altri.</p>
<p>Ma Jaya: Lo so. La maggior parte delle persone ha paura del distacco. Ma io lo sto vivendo. Non solo lo sto vivendo <em>io</em>, ma anche migliaia di miei studenti. In California ho un piccolo ashram dove c’è un programma chiamato <em>Sotto i ponti e sulle strade.</em> Vengono nutrite migliaia di persone al giorno. Poiché i miei studenti sono distaccati, quello che vedono li stimola a servire ancora di più.</p>
<p>Okay, ho un’altra storia. Non è bella. Quindi, ascolta quello che devo dire.</p>
<p>Andrew Cohen: Sto ascoltando.</p>
<p>Ma Jaya: C&#8217;è una giovane figlia. Quando aveva sei anni, era una bellissima bambina. E il padre l’ha costretta a bere Drano, acido per lavandini.</p>
<p>Andrew Cohen: Oh, mio Dio.</p>
<p>Ma Jaya: Ti avevo avvertito. Se non fossi andata nel distacco, pensi che sarei riuscita a entrare in quella stanza, pochi giorni dopo l’episodio? Dovevo andare in quello spazio dove non provavo attaccamento. E la compassione è fluita. Lei aveva sei anni, andava a scuola; era senza malizia. Una bellissima bambina, e ora stava morendo. Dall’attaccamento cosa viene? La rabbia. E se fossi stata arrabbiata, come avrei potuto aiutare questa bambina?</p>
<p>Andrew Cohen: Quanti anni ha adesso?</p>
<p>Ma Jaya: Tredici. Questo è distacco. Ciò vuol dire che non li amo? Potrei raccontare storie che ti farebbero raddrizzare i capelli in testa. E tutto questo perché? Per l’attaccamento delle persone. “Sono attaccato al mio spazio. Ho la mia palizzata dipinta di bianco. Ho mio marito, i miei bambini. Lo vedo alla TV, ma non voglio vederlo affatto”. E io sto dicendo: “Sii distaccato, ma prenditi cura di ragazze come Melissa, il cui padre ha versato Drano nella gola”. Se avessi degli attaccamenti, non sarei riuscita a fare ciò che sto facendo nemmeno in un milione di anni; sarei collassata. Sarei piombata nella palude dell’autocommiserazione.</p>
<p>Andrew Cohen: In questo c’è un mistero, perché – come hai detto tu, e come hanno insegnato molti grandi maestri – è attraverso il lasciarsi andare che troviamo l’amore e l’altruismo.</p>
<p>Ma Jaya: Esattamente. E ragazzi, fa paura. È spaventoso. Quando ti lasci andare, emerge la compassione autentica dell’amore, perché stai vivendo esattamente nel momento. All’improvviso, i tuoi figli ti sono vicini, le persone che ami ti sono vicine, perché non hai i tuoi artigli nel loro collo. Io non ti possiedo; godo della tua presenza. E non mi guardo indietro per vedere chi sta prendendo il mio amore. Questo è il mistero più grande. Lo ritengo un mistero molto maggiore del Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Infatti, devi davvero lavorare sul tuo essere.</p>
<p>Andrew Cohen: Cosa intendi?</p>
<p>Ma Jaya: Devi lavorare sul tuo essere per poter lavorare su quello degli altri. Non puoi semplicemente arrabbiarti e dire: “Quel figlio di puttana ha dato il Drano alla bambina!”. Così, lasceresti quest’ultima senza speranza. Devi dire: “Posso andare al di là di questo. Posso essere abbastanza distaccata per osservare ciò”. Prima di tutto, devi guardarlo; poi, devi prenderti cura della situazione. La tua responsabilità non diminuisce in alcun modo, e questo è il mistero. E qualcuno arriverà alla prossima vita pieno di amore, perché quando è morto non è stato lasciato solo nell’agonia e nella sofferenza. Il mistero è che ognuno di noi, non importa chi siamo, ha la possibilità di essere distaccato e di prendersi cura di ciò di cui occorre prendersi cura.</p>
<p>Andrew Cohen: Qual è la fonte della tua passione e compassione?</p>
<p>Ma Jaya: Beh, mia madre, morta nell’ospedale di Coney Island in un reparto per indigenti, mi ha davvero mostrato come prendermi cura della gente. Un giorno le ho chiesto: «Mamma, perché stai soffrendo tanto?». Una mammella rimossa, l’altra pure, il rene e un polmone idem… Si era alla fine degli anni quaranta. Si girò e mi diede uno schiaffo, dicendo: «Non chiedere mai perché!». Allora l’ho guardata in faccia e lo ho chiesto: «Perché?». Lei si è messa a ridere e mi ha dato un altro schiaffo. Ha risposto: «Perché nessuno ti risponderà. Chi ti darà una risposta?».</p>
<p>Questo me lo sono ricordato tutta la vita, ed è ciò che insegno. Invece di chiedere perché, <em>agisci</em>. Siamo <em>tutti </em>capaci di agire. Non sto su un palco improvvisato. Se ci fossi, non avrei tempo per fare tutto ciò che ho fatto in vita. Vedi, io voglio il <em>cambiamento</em>. Voglio vedere un cambiamento negli occhi annebbiati dal dolore di un bambino. So che se aiutiamo un essere umano, ciò toccherà tutto il mondo. È inevitabile. Non so come, ma accadrà. Sto <em>agendo</em>, e tutti quelli che stanno con me stanno agendo. È stato incredibile vedere quanti bambini stanno crescendo non grazie all’aiuto di <em>una </em>persona, ma perché ho insegnato a <em>molte</em> persone ad aiutare. E se io morissi in questo secondo, in questo giorno, dopo di me verranno molti, molti bambini, studenti e chelas che si prenderanno cura degli altri. Non mi nasconderò. Non farò semplicemente testimonianza. Vengo da Brooklyn, e cadrò combattendo.</p>
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<p>Copyright originale “What is Enlightenment” magazine <a href="http://www.wie.org/">www.wie.org</a><br />
Traduzione di Gagan Daniele Pietrini.<br />
Copyright per l&#8217;edizione italiana: Innernet.</p>
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		<title>Spiritualità e relazioni intime: monogamia, poligamia e oltre</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Dec 2008 05:00:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Jorge N. Ferrer</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2008/07/tantra-group-240.jpg"><img class="alignleft alignnone size-full wp-image-962" style="float: left; margin-left: 6px; margin-right: 6px;" title="tantra-group-240" src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2008/07/tantra-group-240.jpg" alt="" width="240" height="272" /></a>Nel buddismo, la gioia compassionevole (mudita) è vista come una dei “quattro stati incommensurabili” o qualità dell’essere illuminato-gli altri tre sono: la gentilezza amorevole (metta) la compassione (karuna) e l’equanimità (upeksha). La gioia compassionevole si riferisce alla capacità umana di partecipare alla gioia degli altri e sentirsi felici quando gli altri lo sono.</p>
<p>Anche se con diversa enfasi, tale comprensione può essere ritrovata negli insegnamenti alla contemplazione di molte altre tradizioni religiose, come la Kabbalah, il Cristianesimo o il Sufismo, che nei loro rispettivi linguaggi, si riferiscono alla gioia compassionevole, per esempio, in termini di apertura dell’“occhio del cuore”.</p>
<p>Stando a queste e altre tradizioni, il coltivare la gioia compassionevole, può squarciare l’ultimo lembo di falsa dualità tra sé e gli altri, ed essere, pertanto, un potente aiuto nel cammino verso il superamento dell’egocentrismo ed ottenerne la liberazione.</p>
<p>Sebbene l’obiettivo ultimo di molte pratiche religiose sia lo sviluppo della gioia compassionevole verso tutti gli esseri senzienti, le relazioni intime offrono agli esseri umani &#8211; che siano o no praticanti di spiritualità &#8211; una preziosa opportunità di assaggiare il suo sapore esperienziale. Molti individui per natura equilibrati, condividono in certa misura la felicità dei loro partner.</p>
<p>La beatitudine e la gioia possono facilmente emergere dentro di noi nel sentire la gioia in un ballo estatico col partner, nel godimento di una spettacolo artistico, nel gustare il piatto preferito, o nella contemplazione serena di uno splendido tramonto. E questa innata capacità per la gioia compassionevole nelle relazioni intime, spesso raggiunge il suo picco emotivo nelle esperienze emozionali profondamente condivise, nello scambio sensuale e nel fare l’amore. Quando siamo innamorati, la gioia rappresentata dall’amato diventa molto contagiosa.</p>
<p>E se la gioia sessuale ed emotiva del partner non dovesse sorgere in relazione a noi, ma verso altri? Per la maggior parte della gente, la reazione immediata probabilmente non sarebbe di apertura e amore, quanto piuttosto di paura contratta, rabbia e forse anche violenza. Il cambiamento di una singola variabile ha rapidamente trasformato l’appagamento disinteressato della gioia compassionevole nel “il mostro dagli occhi verdi” della gelosia, come Shakespeare chiama questa emozione compulsiva.<span id="more-961"></span></p>
<p>Forse a causa della sua diffusione, la gelosia è ampiamente accettata come “normale” nella maggior parte delle culture, e molte delle sue violente conseguenze, sono state spesso considerate come comprensibili, moralmente giustificabili, e persino legalmente permesse. (Vale la pena ricordare, come alla fine degli anni ’70, le leggi di Stati come il Texas, l’Utah e il New Mexico, consideravano “ragionevole” l’omicidio del partner adultero, se colto sul fatto!).</p>
<p>Sebbene ci siano circostanze in cui la consapevole espressione di una giusta rabbia (non violenta), possa essere una risposta adeguata contemporanea -ad esempio, nel caso di rottura di adulteri all’interno di impegni monogamici – la gelosia spesso fa la sua comparsa in situazioni interpersonali in cui il tradimento non è avvenuto o quando razionalmente sappiamo che non esiste una minaccia reale (per esempio, guardando il nostro compagno ballare con una bella persona ad un party).  In generale, il risveglio di gioia e simpatia osservando la felicità del nostro partner in un rapporto con una persona percepita come rivale è una perla estremamente rara da trovare. Nel contesto delle relazioni romantiche, la gelosia funziona come ostacolo alla gioia simpatetica.</p>
<p>Quali sono le radici di questa diffusa difficoltà nel vivere la gioia simpatetica nelle arene delle esperienze amorose e sessuali?  In ultima analisi, cosa c’è in agguato dietro un tale comportamento apparentemente defilato come la gelosia?  La gelosia può essere trasformata attraverso una più ampia espressione di gioia compassionevole all’interno dei nostri rapporti intimi?  Che risposta emotiva può prendere il posto della gelosia?  E, nel trasformare la gelosia, quali sono le implicazioni per le nostre scelte spirituali nelle relazioni?  Per cominciare ad approfondire queste domande, dobbiamo passare alle scoperte della moderna psicologia evolutiva.</p>
<p>La mappa dell’evoluzione e la funzione della gelosia è stata tracciata con chiarezza dagli psicologi evoluzionisti, da antropologi e zoologi. Nonostante il suo tragico impatto nel mondo moderno (la schiacciante maggioranza mondiale di partner maltrattati e di omicidi nell’ambito matrimoniale è causata dalla violenza generata da gelosia), essa è emersa molto probabilmente intorno a 3 milioni e mezzo di anni fa, nei nostri antenati ominidi, come risposta d’adattamento vitale per ambedue i sessi. Mentre il ricorrere in modo decisivo alla gelosia, per i maschi rappresentava la certezza della paternità e per evitare lo spreco di risorse a supporto dei figli di altri , per le femmine si è evoluto come meccanismo volto a garantire la protezione e le risorse per i figli biologici. In breve: avendo un partner fisso, la gelosia emerse nei nostri antenati a protezione, nei maschi dal “calo sessuale” e nelle femmine dall’essere abbandonate.</p>
<p>E’ per questo che ancora oggi l’uomo tende a vivere dei sentimenti più intensi di gelosia che non la donna, quando si sospetta un’infedeltà sessuale, mentre la donna si sente più minacciata, quando il suo partner si sente attratto da un’altra donna e spende con lei tempo e soldi. La moderna ricerca dimostra come questa “logica evolutiva” in relazione agli schemi di genere sessuale specifici alla gelosia, opera largamente in culture e paesi diversi: dalla Svezia alla Cina, dal Nord America e Olanda, al Giappone e Corea.</p>
<p>Il problema, naturalmente è che, molte reazioni istintive che avevano un significato evolutivo in tempi remoti, non hanno molto senso nel nostro mondo moderno. Ci sono oggi ,ad esempio, molte madri single che non necessitano o desiderano supporto finanziario – o anche emozionale &#8211; dai padri dei loro figli, che ancora oggi si ingelosiscono quando i loro ex-partner hanno attenzioni verso altre donne. La maggior parte degli uomini e delle donne soffrono di gelosia indipendentemente se hanno figli o programmano di averli. Come presenta lo psicologo evoluzionista nel suo acclamato“The evolution of Desire”, molti esseri umani associano meccanismi e risposte come fossero attuali “fossili viventi” forgiati dalle pressioni genetiche della nostra storia evolutiva.</p>
<p>Approfondendo, le radici genetiche della gelosia sono esattamente le stesse di quelle che sottostanno al desiderio di esclusività sessuale (o di possessività) che abbiamo chiamato “monogamia”. In contrasto all’uso convenzionale, comunque , il termine monogamo significa semplicemente “un coniuge” e non necessariamente concerne la fedeltà sessuale. In ogni evento, mentre la gelosia non è esclusività dei legami monogami (anche scambisti e poligami avvertono la gelosia), le origini della gelosia e della monogamia sono intimamente connesse nel nostro passato primitivo.</p>
<p>In verità, la psicologia evolutiva ce lo dice:la gelosia emerge come meccanismo di difesa sensibile contro il disastro geneticamente possibile di avere un partner sfuggito alla monogamia. Nelle antiche savane per le donne era imperativo assicurarsi un partner stabile che provvedesse al cibo e proteggesse i loro figli dai predatori, mentre per gli uomini era sicuro che non stavano investendo tempo ed energia per le progenie di qualcun altro. Ponendoci semplicemente da un punto di vista evolutivo, lo scopo principale della monogamia e della gelosia, è di provvedere all’inseminazione di DNA.</p>
<p>In un contesto di aspirazione spirituale, che punti ad una graduale scoperta e alla trasformazione di crescenti forme sottili di autocentratura, possiamo forse riconoscere che la gelosia, alla fine, serve come forma di egotismo che potremmo chiamare “egoismo genetico” &#8211; da non confondere con la teoria dell’”gene egoista” di Richard Dawkins, che riduce gli esseri umani allo stato di macchine viventi al servizio della replica genetica. L’egoismo genetico è così arcaico, pandemico, e profondamente immerso nella natura umana che invariabilmente non fa notizia tanto nella cultura contemporanea quanto nei circoli spirituali. Un esempio può aiutare a rivelare l’elusiva natura dell’egoismo genetico.</p>
<p>Nel film “Cinderella Man” un ufficiale della compagnia d’elettricità è sul punto di tagliare l’energia elettrica nella casa di tre bambini che potrebbero addirittura morire senza il riscaldamento &#8211; è un inverno a New York ai tempi della Grande Depressione. Quando la madre dei tre bambini si appella alla compassione dell’ufficiale, scongiurandolo di non togliere l’energia elettrica, egli risponde che i suoi bambini patiranno lo stesso destino se non farà il suo lavoro. Guardandomi intorno nella sala di proiezione, ho notato tanti tra gli spettatori, annuire con la testa in stato di commovente comprensione.</p>
<p>Possiamo tutti compatire la posizione dell’ufficiale. Dopotutto, chi non farebbe lo stesso in simili circostanze? Non è umanamente incontestabile e moralmente giustificabile favorire la sopravvivenza delle nostre progenie piuttosto che quella di altri? Dovendo salvare solo il nostro bambino, condanneremmo a morire tre o quattro bambini di qualcun altro? Il numero ha qualche significato in queste decisioni? In queste situazioni estreme, quale azione è più allineata con la compassione universale? Qualsiasi sforzo nell’ottenere una risposta generica a queste domande è probabilmente errato; ogni situazione concreta richiede un’attenta indagine del contesto, della varietà di prospettive, e dei sistemi di conoscenza. Il mio obbiettivo nel sollevare queste questioni non è quello di offrire delle soluzioni, ma soltanto trasmettere come tacitamente l’egoismo genetico, nella condizione umana, venga incarnato come “seconda natura”.</p>
<p>La discussione sulle stesse origini evolutive della gelosia e della monogamia solleva altre domande: la gelosia può davvero essere trasformata? Quale risposta emozionale può rimpiazzare la gelosia nell’esperienza umana? Come può influire la trasformazione della gelosia sulle nostre scelte relazionali?<br />
Per mia conoscenza, contrariamente agli altri stati emozionali, la gelosia non ha opposti in qualsiasi linguaggio umano. E’ probabilmente per questo che la comunità di Kerista – un gruppo poligamo di San Francisco, sciolto nei primi anni novanta &#8211; ha coniato il termine “comparsione” riferendosi alla risposta emozionale opposta alla gelosia.</p>
<p>I Kerista definirono comparsione “il sentimento di portare gioia nella gioia degli altri che amano condividerla.” Da quando il termine emerse nel contesto della pratica della “polifedeltà” (per molti infedeltà), la gioia dei sensi vi fu inclusa, ma la comparsione veniva coltivata solo quando una persona amava i legami con tutto il gruppo annesso. Comunque, il sentimento di comparsione può essere esteso ad ogni situazione nella quale il nostro partner senta gioia emozionale-/sensuale per altri in modo sano e costruttivo. In queste situazioni possiamo gioire della gioia del nostro partner, sempre che ci teniamo nascosto il “terzo incomodo”.</p>
<p>Con l’esperienza, la comparsione può essere avvertita come una presenza tangibile nel cuore, il cui risveglio può accompagnarsi a onde di calore, piacere, e riconoscenza, all ’idea che il nostro partner ami altri e sia riamato in modo sano e reciprocamente benefico. In questa luce, suggerisco che la comparsione possa essere vista come una nuova estensione della gioia compassionevole nel regno delle relazioni intime e, in particolare, alle situazioni interpersonali che convenzionalmente rievocano sentimenti di gelosia.</p>
<p>Il lettore che conosce il Buddismo Vajrayana potrebbe chiedersi se si tratta semplicemente di un romanzo. La trasformazione della gelosia in gioia compassionevole non è forse stata descritta nella letteratura tantrica? Beh, sì e no. Nel Buddismo Vajrayana, la gelosia è considerata un’imperfezione (klesha) di attaccamento legato all’egocentrismo che si è trasmutato in gioia compassionevole, equanimità, e saggezza dal Signore del Karma, Amoghasiddhi, uno dei cinque Buddha Dhyani (i Buddha visualizzati in meditazione). Dal suo corpo verde Amoghasiddhi emana la sua consorte, la dea Verde Tara che si dice abbia anche il potere di tramutare la gelosia in abilità a rimescolare la felicità altrui .</p>
<p>A prima vista, sembra come se gli dei e le dee verdi del panteon Buddista abbiano sconfitto il mostro dagli occhi verdi della gelosia. Analizzando meglio, comunque diventa chiaro che questa percezione necessita di correzioni. Il problema è che i termini buddisti tradotti come “gelosia – come issa (pali), phrag dog (tibetano), o irshya (sanscrito) – vanno letti con più precisione come “invidia”. Nelle varie descrizioni buddiste di “gelosia”, generalmente vi troviamo immagini di amarezza e risentimento verso la felicità, il talento, o fortuna, ma molto raramente, quasi mai di paura contratta e rabbia come risposta ad unioni emozionali o sessuali del partner verso altri.</p>
<p>Nel’Abhidhamma, ad esempio, la gelosia (issa) è considerata uno stato mentale immorale caratterizzato da sentimenti di scarsa accettazione verso il successo e la prosperità altrui. La descrizione del reame “dei gelosi” (asura-loka) supporta anche questa affermazione. Benché sia comunemente detta “gelosia”, gli asura dicono di essere invidiosi degli dei del regno dei cieli (devas) e posseduti da sentimenti di ambizione, odio, e paranoia.</p>
<p>Discutendo il mandala samsarico, Chögyam Trungpa scrive ne ”L’ordine nel caos “: “Non è esattamente gelosia, non esiste il termine appropriato nella lingua inglese. E’ un’attitudine paranoide di confronto piuttosto che vera gelosia… un senso di competizione. Sarebbe ovvio che tutte queste descrizioni si riferiscano all’”invidia” che il Dizionario d’Inglese di Oxford definisce come: “Sentirsi dispiaciuti e inermi alla superiorità altrui riguardo felicità, successo, reputazione o possesso di qualcosa di desiderabile” e non alla “gelosia” che è una risposta alla reale o immaginata minaccia di perdere il partner o che la relazione includa terzi. Da quando gli insegnamenti buddisti sulla gelosia furono indirizzati a monaci per i quali non era previsto che sviluppassero attaccamenti emozionali (persino quelli coinvolti in atti sessuali tantrici), la mancanza di riflesso sistematico nel Buddismo di gelosia romantica non fu certo una sorpresa.</p>
<p>Esploriamo adesso le conseguenze nel trasformare la gelosia nelle nostre relazioni intime. Segnalo che la trasformazione della gelosia nel coltivare la gioia compassionevole rafforza il risveglio del cuore . Dissolvendosi la gelosia, la compassione universale e l’amore senza condizioni diventano più disponibili all’individuo. La compassione umana è universale nell’abbracciare tutti gli esseri senzienti, senza distinzioni. L’amore umano è anche onnicomprensivo ed incondizionato – un amore libero dalla tendenza al possesso e che non vuole niente in cambio.</p>
<p>Sebbene amare senza condizioni sia generalmente più facile nel caso d’amore fraterno e spirituale, segnalo come nel guarire lo strappo tra amore spirituale (agape) ed amore sensuale (eros), lo spiegarsi della gioia compassionevole a più ampie forme d’amore, ne diventi il suo naturale sviluppo. E quando l’amore incarnato si è emancipato dalla possessività, emerge organicamente una gamma più ricca di relazioni spiritualmente legittimate. Mentre le persone diventano più integre e libere da certe paure di base (es. abbandono, indegnità), si spalancano per l’amore incarnato delle nuove possibilità d’espressione, come sentimento naturale, sicuro e sano piuttosto che indesiderabile, minacciato, o moralmente discutibile.</p>
<p>Per esempio, una volta che la gelosia si trasforma in gioia compassionevole e l’amore sensuale e spirituale sono integrati, una coppia potrebbe sentirsi attirata ad estendere l’amore verso altri oltre la struttura del legame di coppia. In breve, una volta che la gelosia allenta la presa sul sé, l’amore umano può raggiungere una dimensione più ampia, incorporabile nella vita di ognuno, che può naturalmente portare all’attenzione verso connessioni intime più omogenee.</p>
<p>Anche se attenta ed aperta, l’inclusione di altre connessioni amorose nel contesto di un sodalizio può suscitare le due classiche obiezioni alla nonmonogamia (o poligamia): primo, in pratica non funziona,secondo, porta alla distruzione del rapporto. (Non ho qui considerato la profonda e radicata opposizione morale all’idea della poligamia legata all’eredità della Cristianità nell’Occidente.) Come obiezione, sebbene la poligamia maschile sia ancora prevalente nel mondo &#8211; su 853 culture umane conosciute, l’84 per cento permette la poligamia maschile &#8211; sembra innegabile che a parte qualche moderna eccezione che spinge verso una maggiore uguaglianza sessuale &#8211; i legami aperti non abbiano avuto molto successo.</p>
<p>Tuttavia lo stesso si potrebbe dire a proposito della monogamia. Dopotutto, la storia della monogamia è la storia dell’adulterio. Come ha scritto H.H. Munro, “ la monogamia è l’usanza occidentale di una moglie e raramente senza alcuna amante”. Valutando la disponibile evidenza, David Buss stima che approssimativamente dal 20 al 40 per cento delle donne americane e dal 30 al 50 per cento degli uomini americani, hanno almeno una relazione durante il matrimonio, “e recenti indagini suggeriscono che il caso che un membro di una coppia moderna commetta infedeltà durante il matrimonio può raggiungere il 76 per cento &#8211; numeri che aumentano ogni anno. Sebbene la maggior parte delle persone della nostra cultura si considerino &#8211; o credano di essere &#8211; monogami, indagini anonime rivelano che lo sono socialmente ma non biologicamente.</p>
<p>In altre parole, la monogamia sociale, in un sempre più significativo numero di coppie, maschera frequentemente la poligamia biologica. Nel suo “Anatomia di un amore” l’illustre antropologo Helen Fisher suggerisce che il desiderio umano per il sesso clandestino extraconiugale è geneticamente fondato sui vantaggi evolutivi nel procurarsi altri partner per ambo i sessi, nei tempi antichi: ulteriori opportunità per spargere DNA per gli uomini, ed ulteriore protezione e risorse ad acquisire sperma potenzialmente migliore per le femmine.</p>
<p>Può anche essere importante notare che il paradigma prevalente nelle relazioni del moderno occidente non è più la monogamia a vita (finché morte non ci separi) ma una monogamia seriale (molti partner in sequenza), spesso costellata da adulterio. La monogamia seriale con adulterio clandestino è in molti punti non tanto diversa dalla poligamia, escluso forse il fatto che il secondo è più onesto, etico, e convincentemente meno dannoso . In questo contesto l’attenta esplorazione della poligamia (praticata con piena cognizione ed approvazione di tutto ciò che concerne) può aiutare ad alleviare la sofferenza causata dall’incredibile numero di relazioni clandestine nella nostra cultura moderna.</p>
<p>Inoltre, potrebbe essere poco saggio trascurare uno sviluppo culturale potenzialmente emancipatorio poiché le sue prime manifestazioni non sono riuscite perfettamente. Riguardando la storia dei movimenti di emancipazione nell’occidente &#8211; dal femminismo all’abolizione degli schiavi, alla conquista dei diritti civili da parte degli americani-africani &#8211; possiamo osservarle come le prime ondate del prometeo impulso che frequentemente porta problemi e distorsioni che solo più tardi saranno riconosciuti e risolti.</p>
<p>Questo non è il luogo per esaminare la sua storica evidenza, ma congedare la poligamia per i suoi precedenti fallimenti può equivalere all’aver scritto contro il femminismo nei luoghi ove le prime mogli fallirono nel reclamare i valori genuini della femminilità o delle donne libere dal patriarcato (diventando mascoline “superdonne” capaci di avere successo in un mondo patriarcale).</p>
<p>Ma aspettate un attimo. Le relazioni diadiche sono già abbastanza difficili. Perché complicarle ulteriormente aggiungendo altre parti all’equazione? Risposta: da un punto di vista spirituale, una relazione intima può essere vista come una struttura attraverso la quale gli esseri umani possono imparare ad esprimere e ricevere amore in diverse forme. Sebbene esiterei a considerare la poligamia più spirituale ed evoluta della monogamia, è chiaro che se una persona non ha imparato le lezioni e le sfide della struttura diadica, lui o lei non sarà pronto a portare quelle sfide in forme più complesse di relazioni. Dunque l’obiezione di impraticabilità può essere valida in molti casi.</p>
<p>La seconda tipica obiezione alla poligamia è che risulta nella dissoluzione del vincolo della coppia. La ragione è che il contatto intimo con altri aumenta le possibilità che un membro della coppia abbandoni l’altro e fugga col partner più attraente. La faccenda è comprensibile, ma di fatto la gente che ha relazioni, si innamora e abbandona il partner nel contesto dei voti monogami. Come abbiamo visto l’adulterio va di pari passo con la monogamia, e la monogamia a vita è stata spesso rimpiazzata con la monogamia seriale ( o poligamia sequenziale) nella nostra cultura.</p>
<p>Tra parentesi, i voti di una vita monogama creano spesso aspettative irrealistiche che aggiungono sofferenza al dolore implicato prodotto da una relazione al termine &#8211; e si potrebbero quasi sollevare questioni riguardo la bontà dei bisogni psicologici di sicurezza e garanzia che tali voti normalmente incontrano. In ogni caso, sebbene possa suonare non intuitivo all’inizio, la minaccia di abbandono può essere ridotta nella poligamia, dato che il legame d’amore che il nostro partner può sviluppare con un’altra persona, non necessariamente significa che lui o lei debbano scegliere tra loro e noi (o mentirci).</p>
<p>In modo più positivo, le nuove qualità e passioni che le nuove connessioni intime riescono a risvegliare dentro una persona possono anche apportare un rinnovato senso di dinamismo creativo alla vita emozionale/sessuale della coppia, la cui frequente stasi dopo tre quattro anni (sette in alcuni casi) è la causa principale delle relazioni clandestine e di separazioni. Come dimostrano recenti studi, il numero di coppie che oltrepassano il cosiddetto prurito dal quarto al settimo anno, decresce ogni anno.</p>
<p>Un’attenta poligamia può anche offrire un’alternativa alla solita inesauribile natura della tipica monogamia seriale in quelle persone che cambiano partner spesso negli anni, beneficiando di profondità emozionali e spirituali che può essere dato solo da un legame stabile con un altro essere umano. In un contesto di crescita psicospirituale, solo l’esplorazione può creare opportunità uniche allo sviluppo della maturità emozionale, la trasmutazione della gelosia in gioia compassionevole, l’emancipazione dell’amore incarnato dalla possessività e dall’esclusività, e l’integrazione tra amore dei sensi e spirituale.</p>
<p>Come sosteneva il mistico cristiano Riccardo di St. Victor , l’amore maturo tra l’amante e l’amato si estende naturalmente aldilà di se stesso verso una terza realtà, e questa apertura, sostengo, potrebbe essere in alcuni casi cruciale sia a superare tendenze coodipendenti che a migliorare la salute, la vitalità creativa, e forse anche la longevità delle relazioni intime.</p>
<p>Evidenzio le obiezioni alla poligamia poiché la monogamia per tutta la vita o quella seriale (insieme al celibato) sono ampiamente considerati gli unici o i più “spiritualmente corretti” stili di relazione nel moderno occidente. In aggiunta alle prescrizioni cristiane di una vita monogama, molti influenti maestri buddisti contemporanei in occidente fanno simili raccomandazioni. Consideriamo, per esempio, la lettura del precetto buddista del “trattenersi da una cattiva condotta sessuale” di Thich Nhat Hanh. Originariamente questo precetto significava, per i monaci, di evitare di intraprendere qualsiasi atto sessuale e, per i laici di non impegnarsi in “inappropriati” comportamenti sessuali che avessero a che fare con specifiche parti del corpo, luoghi e tempi.</p>
<p>In “In futuro sarà possibile”, Thich Nhat Hanh spiega che i monaci del suo ordine seguono le regole del celibato tradizionale per usare l’energia sessuale come catalizzatore per aprire un varco spirituale. Per i praticanti laici comunque, Thich Nhat Hanh legge i precetti come modo per evitare tutti i contatti umani a meno che non siano nel contesto di un “impegno a lungo termine tra due persone”, poiché c’è incompatibilità tra amore e sesso causale (il matrimonio monogamo è una pratica comune per i laici del suo ordine).</p>
<p>In questa lettura, Thich Nhat Hanh reinterpreta i precetti buddisti come prescrizione per monogamia a lungo termine, escludendo la possibilità non solo di sane relazioni poligame, ma anche di intimi incontri spiritualmente edificanti (è importante notare, comunque che , “impegno a lungo termine” non equivale a monogamia, poiché è perfettamente fattibile considerare un impegno a lungo termine con più di un partner intimi.)</p>
<p>Ne “L’arte della felicità”, il Dalai Lama presuppone una struttura monogama come contenitore per il sesso appropriato nelle relazioni intime. Poiché la riproduzione è il fine biologico delle relazioni sessuali, ci dice, l’impegno a lungo termine e la sessualità esclusiva sono desiderabili per la salute delle relazioni d’amore.</p>
<p>Nonostante il grande rispetto che nutro nei confronti di questi ed altri maestri buddisti che parlano in modo simile, devo confessare la mia perplessità. Queste valutazioni d’espressione di sesso appropriato, divenute linee guida d’influenza per molti buddisti occidentali contemporanei, sono spesso offerte ad individui celibi la cui esperienza sessuale è limitata, se non quasi inesistente. Se c’è qualcosa che abbiamo imparato dallo sviluppo psicologico, è che un individuo ha bisogno di realizzare diversi “lavori di sviluppo” per ottenere competenza (e buonsenso) in vari contesti: cognitivi, emozionali, sessuali, e così via.</p>
<p>Spesso, quando offerti con le migliori intenzioni, i consigli offrono aspetti della vita nei quali non si è realizzata una competenza di sviluppo come nella diretta esperienza, e saranno illusori e discutibili. Quando questi consigli sono offerti da figure culturalmente venerate come autorità spirituali, la situazione può divenire ancora più problematica.<br />
C’è di più, nel contesto della prassi spirituale, che queste asserzioni possano argutamente essere viste come incongruenti rispetto all’enfasi data alla diretta conoscenza, caratteristica del Buddismo.</p>
<p>Vale la pena ricordare che il Buddha stesso incoraggiava la poligamia piuttosto che la monogamia in certi casi. Nello Jakata (storie sulle incarnazioni precedenti del Buddha), un bramino chiede al Buddha dei consigli a proposito di quattro pretendenti che corteggiavano le sue quattro figlie. Dice il bramino: “Uno è bello e forte, un altro è un po’avanti negli anni, il terzo un uomo di nobile famiglia, e il quarto è buono.”<br />
“Ci saranno sempre bellezza e buone qualità”, rispose il Buddha, “un uomo va disdegnato se scarseggia in virtù. Quindi la forma non è la misura di un uomo, quelle che mi piacciono sono le virtù”. Ascoltato ciò, il bramino donò tutte le sorelle al virtuoso pretendente.</p>
<p>Come illustrano i consigli del Buddha, diverse forme di relazioni possono considerarsi spiritualmente sane (nel significato buddista di guida alla liberazione) accordandosi a varie caratteristiche umane e situazioni. Storicamente, il Buddismo ha sempre fortemente considerato lo stile di un legame in modo più integrale di altri per i laici ed è stato incline a supportare diversi stili di relazione a seconda dei fattori culturali e karmici.</p>
<p>Dalla prospettiva buddista degli abili mezzi (upaya) e della natura salvifica della sua etica, ne consegue che la chiave etica che valuta l’appropriatezza di ogni intima connessione – potrebbe non essere la sua forma, ma piuttosto la sua forza nello sradicare la sofferenza da sè e dagli altri. Credo che oggigiorno ci sia tanto da imparare dagli approcci non dogmatici e pragmatici del buddismo storico verso le relazioni intime, un approccio che non era collegato a nessuna specifica struttura di relazione ma era guidato essenzialmente da una enfasi radicale verso la liberazione.</p>
<p>Come si sa, il Giudaismo permetteva e spesso incoraggiava la poligamia maschile, per secoli sino a Rabbeinu Gershom (c.960-1028) con l’emanazione di un editto contro lo sposare più di una moglie, a meno che non fosse permesso per motivi speciali da almeno 100 rabbini di tre diverse regioni. In maniera interessante, come spiega Rav Yaakov Emden, la ragione del divieto non fu morale ma sociale. L’editto era una reazione al pericolo che poteva portare agli ebrei nell’avere più di una moglie, in un’Europa sempre più dominata dalla Cristianità, che stava tentando di abolire dal 600 D.C. al 900 D.C.</p>
<p>In breve, lo scopo dell’editto era proteggere il popolo ebraico dall’essere attaccato o massacrato dai Cristiani fondamentalisti pieni di risentimento. Inoltre, in accordo con le autorità, il divieto si supponeva avesse validità sino alla fine del quinto millennio del calendario ebraico, così non ha mai avuto la forza di un divieto sino all’anno 1240 D.C., sebbene continuasse come costume in molti posti. (Originariamente, la proibizione fu limitata geograficamente a certe regioni e paesi europei.)</p>
<p>Se la Torah e la legge biblica permetteva la poligamia, se la logica per la proibizione era contestuale, e se la validità della proibizione fu considerata solo sino alla fine dell’anno 1240 D.C.,dopo, per l’attuale osservazione del rabbino Cherem Gershom, sembrò ingiustificata. Naturalmente, alla luce della moderna ricostruzione del Giudaismo attuata dal rabbino Michael Lerner ed altri, gli Ebrei contemporanei possono guardare all’adesione tradizionale della poligamia e alla proibizione di quella femminile, come un costume “sessista” dell’antico Giudaismo e, conseguentemente poter voler esplorare creativamente ulteriori forme egualitarie di poligamia.</p>
<p>Per varie ragioni storiche ed evolutive, la poligamia ha un “letto a torchio” nella cultura occidentale e nei circoli spirituali &#8211; essendo automaticamente legati, per esempio, alla promiscuità, l’irresponsabilità, l’inaffidabilità e spesso l’edonismo narcisistico. Aperta la crisi corrente della monogamia nella nostra cultura, si potrebbe comunque valutare di esplorare seriamente il potenziale sociale di forme responsabili di nonmonogamia. E rivelato il potenziale spirituale di tale esplorazione, potrebbe essere anche importante espandere la portata delle scelte relazionali spiritualmente legittimate che come individui possiamo creare in diversi nodi karmici della nostra vita.</p>
<p>Spero che questo saggio spalanchi vie di dialogo e di ricerca nei circoli spirituali a proposito della trasformazione delle relazioni intime. Spero anche che contribuisca all’estensione delle virtù spirituali, come la gioia compassionevole, verso tutte le aree della vita, in particolare a coloro che per ragioni storiche, culturali e forse evolutive, sono stati tradizionalmente esclusi o non hanno considerato temi quali la sessualità e l’amore romantico.</p>
<p>L’opinione culturalmente prevalente &#8211; supportata da molti maestri spirituali contemporanei &#8211; che le uniche opzioni sessuali spiritualmente corrette siano il celibato o la monogamia è un mito che può causare sofferenza superflua e che sia necessario, quindi, che tale bisogno sia messo a riposo. E’ perfettamente plausibile sostenere simultaneamente più di un amante o legame sessuale in un contesto di attenzione ,integrità etica, e crescita spirituale, per esempio, lavorando alla trasformazione della gelosia in gioia compassionevole e all’integrazione di amore sensuale e spirituale.</p>
<p>Aggiungerei giustamente che, in ultimo, credo che la più alta espressione di libertà spirituale nelle relazioni intime, non si nasconde in pignole rigorosità verso un particolare stile di vita &#8211; sia monogamo che poligamo &#8211; ma piuttosto in una radicale apertura al dinamico svelarsi della vita che elude una struttura fissa o predeterminata delle relazioni. Sarebbe ovvio, per esempio, che si possa seguire uno stile specifico di legame come di “giusto” (che accresce la vita) o “sbagliato” (basato sulla paura); tutti questi stili di relazione possono ugualmente limitare le ideologie spirituali; e le diverse condizioni interne ed esterne ci possono richiamare ad intraprendere diversi stili di relazione in varie circostanze della vita.</p>
<p>E’ in questo spazio aperto catalizzato dal movimento oltre la poligamia e la monogamia, io credo che possa emergere una posizione esistenziale profondamente armonizzata alla visuale dello Spirito. Nonostante ciò, accrescendo la consapevolezza delle nostre origini, soprattutto quelle arcaiche, la natura degli impulsi evolutivi che dirige la nostra risposta sessuale/emozionale e le scelte relazionali possono autorizzarci a creare consapevolmente un futuro nelle quali forme espanse di libertà spirituale possono avere una maggiore opportunità per sbocciare.</p>
<p>Chissà, forse estendendo la pratica spirituale alle relazioni intime, nuovi petali di liberazione sboccerebbero non emancipando solo le nostre menti, i nostri cuori e la consapevolezza, ma anche i nostri corpi ed il mondo istintuale. Possiamo intravedere un “voto integrale di bodhisattva” in cui la mente consapevole rinunci alla piena liberazione finché il corpo ed il mondo primario possano essere completamente liberi?</p>
<p>L&#8217;articolo è stato originariamemte pubblicato su <span><em><a href="http://www.tikkun.org/" target="_blank">Tikkun</a>: Culture, Spirituality, Politics</em> (2007, Jan/Feb), pp. 37-43, 60-62.</span></p>
<p>Traduzione di <a href="http://www.innernet.it/author/eckhart/" target="_blank">Eckhart</a>, revisione di Silvia Passone e <a href="http://www.innernet.it/author/toshan-ivo-quartiroli/" target="_blank">Toshan Ivo Quartiroli</a></p>
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		<title>Il Dalai Lama sul contributo individuale alla pace nel mondo</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jun 2008 15:25:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dalai Lama</dc:creator>
				<category><![CDATA[Coscienza del mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Dharma e dintorni]]></category>
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		<description><![CDATA[Questo sempre attuale discorso del Dalai Lama è tratto dal libro Il mio Tibet Libero, in pubblicazione per Apogeo/Urra a Luglio, in anteprima per gentile concessione. Quando ci alziamo la mattina e ascoltiamo la radio o leggiamo il giornale ci troviamo davanti sempre le stesse notizie tragiche: violenza, crimini, guerre e catastrofi naturali. Non riesco [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2008/05/978-88-503-2828-4.jpg"><img class="alignleft alignnone size-full wp-image-945" style="float: left; margin-left: 6px; margin-right: 6px;" title="Dalai Lama Tibet Libero Urra" src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2008/05/978-88-503-2828-4.jpg" alt="Dalai Lama Tibet Libero Urra" width="250" height="354" /></a>Questo sempre attuale discorso del Dalai Lama è tratto dal libro <em><span style="font-style: italic;">Il mio Tibet Libero</span></em>, in pubblicazione per <a href="http://www.urraonline.com" target="_blank">Apogeo/Urra</a> a Luglio, in anteprima per gentile concessione.</p>
<p>Quando ci alziamo la mattina e ascoltiamo la radio o leggiamo il giornale ci troviamo davanti sempre le stesse notizie tragiche: violenza, crimini, guerre e catastrofi naturali. Non riesco a ricordare nemmeno un giorno in cui non abbia sentito parlare di qualche sciagura nel mondo.</p>
<p>Anche nella nostra epoca moderna è evidente che quel bene prezioso che è la vita di un individuo non è affatto al sicuro. Nessuna generazione precedente ha dovuto confrontarsi con così tante notizie tragiche come noi oggi; queste paura e tensione costanti dovrebbero portare qualsiasi individuo sensibile e compassionevole a dubitare seriamente dei progressi raggiunti dal mondo moderno.</p>
<p class="Body">Ironicamente i problemi più seri originano dalle società più avanzate a livello industriale. La scienza e la tecnologia hanno compiuto miracoli in molti settori, tuttavia i problemi fondamentali dell’uomo sono sempre i medesimi. Oggi molte più persone di un tempo sanno leggere e scrivere, eppure l’istruzione universale non sembra aver reso gli individui più buoni, ma, al contrario, solo più inquieti e insoddisfatti.</p>
<p class="Body">Senza dubbio dobbiamo riconoscere enormi progressi a livello materiale e tecnologico, ma per certi aspetti questo non è sufficiente, poiché non siamo ancora riusciti a creare pace e felicità e a vincere la sofferenza. Da tutto questo possiamo solo dedurre che c’è qualcosa di veramente sbagliato nel nostro progresso e sviluppo, e se non lo scopriamo in tempo potrebbe avere conseguenze disastrose per il futuro dell’umanità.</p>
<p class="Body">Non sono assolutamente contrario alla scienza e alla tecnologia: hanno contribuito enormemente a migliorare la vita dell’uomo, gli hanno messo a disposizione comodità e benessere materiale e gli hanno fatto conoscere meglio il mondo in cui vive. Se però le sopravvalutiamo, rischiamo di perdere il contatto con quegli aspetti della coscienza e dell’intelligenza umana che aspirano alla lealtà e all’altruismo.<span id="more-944"></span></p>
<p class="Body">La scienza e la tecnologia sono in grado di creare benessere materiale incalcolabile, ma non di sostituire i valori secolari spirituali e umanitari che hanno fortemente contraddistinto la nostra civiltà in ogni sua forma nazionale, come la conosciamo oggi.</p>
<p class="Body">Nessuno può negare i benefici materiali, senza precedenti, che la scienza e la tecnologia ci hanno messo a disposizione, ma i problemi fondamentali dell’essere umano sono ancora gli stessi; siamo ancora costretti a confrontarci con le stesse sofferenze, paure e tensioni, se non addirittura più di prima. Pertanto, l’unica soluzione logica è cercare di trovare un equilibrio tra sviluppo materiale da una parte, e sviluppo spirituale e dei valori umani dall’altra. Per riuscirci dobbiamo ritornare ai nostri valori umanitari.</p>
<p class="Body">Sono sicuro che molte persone condividono la mia preoccupazione per la crisi morale attualmente diffusa in tutto il mondo e che si uniranno al mio appello indirizzato a tutti gli operatori umanitari e i religiosi, altrettanto impegnati a rendere le nostre società più sensibili ai problemi del prossimo, più corrette ed eque. Non parlo da buddista, né da Tibetano. Non parlo nemmeno da esperto di politica internazionale (pur essendo costretto a farvi riferimento).</p>
<p class="Body">Parlo semplicemente come essere umano, come difensore di quei valori umanitari che sono il fondamento non solo del buddismo Mahayana, ma di tutte le maggiori religioni mondiali. Da questa prospettiva desidero condividere con voi le mie opinioni sull’argomento. Sono convinto di quanto segue:</p>
<p>1.<span> </span>l’umanitarismo universale è essenziale per risolvere i problemi dell’uomo;</p>
<p>2.<span> </span>la compassione rappresenta la colonna portante della pace mondiale;</p>
<p>3.<span> </span>tutte le religioni del mondo sono già a favore di una pace globale in tal senso, così come lo è chi si dedica all’impegno umanitario, indipendentemente dalla personale ideologia;</p>
<p>4.<span> </span>ogni individuo ha la responsabilità universale di contribuire alla creazione di istituzioni utili al soddisfacimento dei bisogni dell’uomo.</p>
<p class="Body"><strong>Risolvere i problemi dell’umanità tramite un atteggiamento rinnovato</strong></p>
<p class="Body">Dei tanti problemi che ci troviamo oggi ad affrontare, alcuni sono calamità naturali e devono essere accettati e affrontati con spirito equanime. Altri, invece, li abbiamo creati noi stessi, o sono il risultato di equivoci, e devono essere corretti. Quest’ultimo tipo di problemi nasce dal conflitto di ideologie, politiche o religiose, quando gli individui entrano in conflitto gli uni con gli altri per inseguire meschini interessi personali e perdono di vista i valori umani fondamentali che fanno di tutti noi i membri di un’unica famiglia.</p>
<p class="Body">Dobbiamo ricordare che le diverse religioni, ideologie e i sistemi politici del mondo sono stati creati per portare più felicità nella vita degli esseri umani. Teniamo sempre presente questo scopo fondamentale e non anteponiamo mai i mezzi al fine: l’umanità deve sempre avere priorità sulle finalità materiali e ideologiche.</p>
<p class="Body">Il pericolo più serio in assoluto per il genere umano – o meglio, per ogni forma vivente del nostro pianeta – è la minaccia di distruzione nucleare. Non c’è bisogno che mi dilunghi su questo pericolo, ma desidero rivolgere un appello a tutti i leader delle potenze nucleari, poiché il futuro del mondo è letteralmente nelle loro mani, agli scienziati e ai tecnici che continuano a creare queste terribili armi di distruzione, e a tutti coloro che, in ogni parte del mondo, hanno la possibilità di influenzare gli uomini di potere.</p>
<p class="Body">Vi prego affinché facciate ricorso alla ragione per iniziare a smantellare e a distruggere tutte le armi nucleari. Sappiamo che nel caso di un conflitto nucleare nessuno sarà vincitore, in quanto non vi saranno sopravvissuti.</p>
<p class="Body">Non è già di per sé terribile l’ipotesi di una distruzione così spietata e disumana? E non è più logico rimuovere la causa di questa eventuale distruzione, visto che la conosciamo e abbiamo sia il tempo sia i mezzi per farlo? Spesso non possiamo risolvere i problemi perché non ne conosciamo l’origine, oppure, una volta individuata, non siamo in grado di eliminarla. Nel caso della minaccia nucleare la situazione è diversa.</p>
<p class="Body">Sia che appartengano a specie più evolute (come quella umana), sia ad altre più semplici (come quelle animali), tutte le creature di questo mondo desiderano in primo luogo pace, benessere e sicurezza. La vita sta a cuore agli animali quanto a noi esseri umani, anche se loro non sono in grado di esprimerlo; anche il più minuscolo insetto cerca di proteggersi dai pericoli che minacciano la sua sopravvivenza. Proprio come ognuno di noi desidera vivere e non vuole morire, così accade a tutte le altre creature dell’universo. Quanto siano in grado di farlo è un’altra questione.</p>
<p class="Body">In generale possiamo affermare che esistono due tipi di felicità e di sofferenza: quella psicologica e quella fisica. Delle due credo che la felicità e la sofferenza psicologiche siano le più intense. È per questo che invito sempre ad allenare lo spirito a sopportare meglio il dolore e a raggiungere una condizione di felicità più durevole. In ogni caso, io ho anche un’idea più generale e concreta della felicità: una combinazione di pace interiore, sviluppo economico e, soprattutto, di pace a livello globale.</p>
<p class="Body">Per raggiungere questi obiettivi ritengo sia necessario sviluppare un senso di responsabilità universale e una profonda partecipazione nei confronti del prossimo, indipendentemente dal credo, dal colore, dal sesso o dalla nazionalità.</p>
<p class="Body">Dietro questa idea di responsabilità universale vi è il semplice fatto che, in termini generali, tutti desideriamo le stesse cose. Ogni creatura desidera la felicità e vuole evitare il dolore. Se noi, in quanto esseri umani dotati di intelletto, non accettiamo questo fatto, su questo pianeta vi sarà sempre più sofferenza. Se adottiamo un approccio individuale alla vita e cerchiamo continuamente di sfruttare il prossimo per il nostro tornaconto personale, forse otterremo vantaggi temporanei, ma non riusciremo mai a essere veramente felici, e la pace del pianeta sarà del tutto impossibile.</p>
<p class="Body">Nella loro ricerca della felicità gli esseri umani hanno adottato metodi differenti, molti dei quali si sono rivelati crudeli e ripugnanti. Agendo in un modo che va contro la loro stessa natura, essi infliggono sofferenza ad altri esseri umani e creature viventi per scopi egoistici. Alla fine, però, questo comportamento poco accorto reca dolore a se stessi e agli altri.</p>
<p class="Body">Essere nati come esseri umani è già di per sé un evento eccezionale, quindi dovremmo utilizzare il nostro potenziale nel modo più efficace e intelligente possibile. Dobbiamo adottare una prospettiva più corretta, che tenga conto dell’universalità del processo della vita e ci impedisca di perseguire la felicità e la stima di un individuo o di un gruppo a discapito di altri.</p>
<p class="Body">Tutto questo richiede un nuovo approccio ai problemi globali. Il mondo diventa ogni giorno più piccolo e interdipendente in seguito ai rapidi progressi tecnologici, all’ampliamento del commercio internazionale e di altre relazioni tra un Paese e l’altro. Oggi siamo tutti fortemente dipendenti gli uni dagli altri.</p>
<p class="Body">Nell’antichità i problemi riguardavano per lo più la famiglia o il clan, infatti erano affrontati a livello familiare, ma oggi la situazione è cambiata. Siamo ormai così interdipendenti, così strettamente connessi gli uni agli altri, che senza un senso di responsabilità globale, di fratellanza universale e la consapevolezza di essere veramente parte di un’unica famiglia, non possiamo sperare di superare i pericoli della nostra esistenza – per non parlare di creare pace e felicità.</p>
<p class="Body">I problemi di una nazione non si possono risolvere in modo soddisfacente a livello nazionale, poiché dipendiamo troppo dagli interessi, dal comportamento e dalla cooperazione di altri Stati. Un approccio umanitario ai problemi del mondo sembra essere l’unica base logica per la pace a livello mondiale.</p>
<p class="Body">Cosa significa questo? Se ci rifacciamo all’osservazione precedente secondo la quale tutte le creature viventi aspirano alla felicità e vogliono evitare la sofferenza, capiamo che diventa eticamente scorretto e poco saggio in termini concreti perseguire solo la felicità del singolo senza tenere conto dei sentimenti e delle aspirazioni di tutti gli altri componenti dell’unica, grande famiglia di esseri umani.</p>
<p class="Body">La via più sensata è ricordarsi anche della felicità del prossimo quando cerchiamo di realizzare la nostra. Così facendo si perseguirebbe quello che io chiamo un “saggio interesse individuale”, che idealmente dovrebbe trasformarsi in un “interesse individuale aperto al compromesso”, o meglio, un “interesse reciproco”.</p>
<p class="Body">Nonostante si possa ipotizzare che la crescente interdipendenza tra le nazioni generi più solidarietà e collaborazione, è difficile riuscire ad adottare un tale spirito finché si rimane indifferenti ai sentimenti e alla felicità del prossimo. Quando la gente è spinta soprattutto dall’avidità e dalla gelosia, non riesce a vivere in armonia. Un approccio spirituale non riuscirà probabilmente a risolvere i problemi politici generati dall’egoismo imperante, ma a lungo termine riuscirà a superare la base dei problemi che oggi ci assillano.</p>
<p class="Body">Dall’altro lato, se l’umanità continua a voler risolvere i problemi considerando solo i vantaggi immediati, le generazioni future si troveranno ad affrontare enormi difficoltà. La popolazione globale è in aumento e le risorse che abbiamo a disposizione si esauriscono rapidamente. Basta guardare le foreste. Nessuno conosce esattamente quali disastrose conseguenze potrà avere il disboscamento massiccio sul clima, sul suolo e sull’ecologia mondiale in generale.</p>
<p class="Body">Ci troviamo di fronte a problemi perché la gente si concentra unicamente sui vantaggi personali immediati, senza ricordare che siamo tutti membri di un’unica famiglia. Non pensiamo alla Terra e alle conseguenze a lungo termine sulla vita in generale. Se noi, che rappresentiamo la generazione attuale, non cominciamo subito a riflettere su tutto questo, le generazioni future potrebbero non essere più in grado di risolvere tali problemi.</p>
<p class="Body"><strong>La compassione come sostegno della pace global</strong>e</p>
<p class="Body"><span style="letter-spacing: -0.05pt;">Secondo la psicologia buddista, i problemi che ci troviamo di fronte sono, per la maggior parte conseguenza del nostro desiderio passionale e del nostro attaccamento nei confronti di cose che consideriamo erroneamente entità durevoli. Questa tendenza ci porta a ricorrere all’aggressione e alla competizione, che riteniamo strumenti di sicuro successo. Si tratta di un atteggiamento psicologico che trova velocemente applicazione nella pratica e ha come logica conseguenza la tendenza sempre più diffusa all’aggressione. </span></p>
<p class="Body"><span style="letter-spacing: -0.05pt;">Sono schemi psicologici connaturati alla psiche umana, ma che soprattutto in epoca moderna hanno trovato applicazione pratica. Cosa possiamo fare per controllare e regolare “veleni” come la delusione, l’invidia e l’aggressività? È importante capirlo, poiché sono proprio loro all’origine di tutti i problemi del mondo.</span></p>
<p class="Body">In quanto persona educata secondo la tradizione del buddismo Mahayana credo che l’amore e la compassione siano il tessuto morale di cui è fatta la pace globale. Permettetemi di chiarire cosa intendo per “compassione”. Quando proviamo pietà o compassione per qualcuno molto povero gli dimostriamo solidarietà per la sua condizione; in tal caso la nostra compassione è basata su considerazioni altruistiche. Dall’altro lato, l’amore per il partner, per i figli o gli amici cari è solitamente basato sull’attaccamento.</p>
<p class="Body">Quando l’attaccamento cambia, cambia anche la gentilezza verso gli altri, tanto che in alcuni casi può arrivare a sparire. Questo non è vero amore. Il vero amore non è basato sull’attaccamento, ma sull’altruismo. In questo caso la compassione continuerà a essere una reazione umana alla sofferenza finché gli esseri umani continueranno a soffrire.</p>
<p class="Body">È questo tipo di compassione che dobbiamo sforzarci di coltivare in noi, facendola crescere all’infinito. Una compassione indiscriminata, spontanea e illimitata per ogni essere senziente non è esattamente l’amore che si prova per un amico o per un famigliare, che si mescola invece a ignoranza, desiderio e attaccamento. Il tipo di amore che dovremmo sviluppare è un amore più esteso, che si può provare anche per qualcuno che ci ha fatto del male, vale a dire il nostro nemico.</p>
<p class="Body">La motivazione logica della compassione è il fatto che ciascuno di noi desidera evitare la sofferenza e raggiungere la felicità. Questo, a sua volta, origina da una legittima coscienza di sé, che determina il desiderio universale di felicità. In effetti tutti gli esseri nascono con desideri simili e dovrebbero avere lo stesso diritto di realizzarli. Se mi confronto con altri esseri, che sono innumerevoli, sento che sono più importanti di me, perché loro sono tanti, mentre io una persona sola.</p>
<p class="Body">La tradizione del buddismo tibetano ci insegna inoltre a considerare tutti gli esseri senzienti come nostre madri e a dimostrare gratitudine nei loro confronti attraverso il nostro amore. Secondo la teoria buddista, infatti, noi nasciamo e rinasciamo un numero infinito di volte, pertanto risulta del tutto concepibile l’ipotesi che ogni essere sia stato prima o poi nostra madre. In base a questa visione tutte le creature dell’universo sono legate fra loro come membri di un’unica famiglia.</p>
<p class="Body">Sia che si creda alla religione o meno, non esiste individuo che non apprezzi l’amore e la compassione. Fin dal momento della nascita godiamo dell’amore e delle cure dei nostri genitori; più avanti nella vita, quando siamo costretti ad affrontare le sofferenze legate alle malattie e alla vecchiaia, dipendiamo ancora dalla benevolenza degli altri. Se quindi siamo così legati alla bontà del prossimo sia all’inizio sia alla fine della nostra vita, perché non dovremmo dimostrarci buoni verso gli altri durante la vita?</p>
<p class="Body">Sviluppare un animo gentile (nel senso di sentirsi vicini e obbligati nei confronti del prossimo) non implica quella religiosità che di norma associamo a pratiche di culto convenzionali. Non è un compito riservato a coloro che credono in una religione, ma è accessibile a tutti, indipendentemente dalla etnia o dal credo politico o religioso.</p>
<p class="Body">È possibile per chiunque consideri se stesso in primo luogo come membro della grande famiglia comune a tutti noi e veda le cose da questa prospettiva più ampia e duratura. È una sensazione potente, che dovremmo coltivare e tradurre nella pratica; spesso invece la trascuriamo, soprattutto nel fiore degli anni, in cui sperimentiamo un falso senso di sicurezza.</p>
<p class="Body">Se prendiamo in considerazione un punto di vista più esteso, ossia il fatto che tutti noi desideriamo raggiungere la felicità ed evitare la sofferenza, e teniamo presente che risultiamo insignificanti rispetto al numero incalcolabile di altri individui, possiamo giungere alla conclusione che vale la pena di condividere ciò che abbiamo con il prossimo.</p>
<p class="Body">Se vi esercitate ad adottare questa prospettiva, riuscirete a sviluppare anche un autentico senso della compassione – vero amore e rispetto per gli altri. A quel punto la felicità individuale non sarà più una costante ricerca di se stessi, ma diventerà una conseguenza automatica e superiore dell’intero processo di amore e di servizio verso il prossimo.</p>
<p class="Body">Un’altra conseguenza dell’evoluzione spirituale, più che mai utile nella vita di ogni giorno, è la calma e la presenza di spirito. La nostra vita è in continuo movimento e ci presenta molte difficoltà. Se le affrontiamo con mente libera e tranquilla, riusciamo a risolverle.</p>
<p class="Body">Quando invece l’odio, l’egoismo, la gelosia e la rabbia ci fanno perdere il controllo sui nostri pensieri, perdiamo anche la capacità di giudizio. Il nostro spirito è come accecato e in quei momenti può accadere di tutto, persino scoppiare una guerra. Pertanto la pratica della compassione e della saggezza è utile a tutti, soprattutto a chi ha la responsabilità di dirigere una Nazione e ha il potere e l’opportunità di creare le basi per la pace globale.</p>
<p class="Body"><strong>Le religioni del mondo per la pace universale</strong></p>
<p class="Body">I principi finora discussi concordano con l’insegnamento etico di tutte le religioni mondiali. Buddismo, cristianesimo, confucianesimo, induismo, islam, jainismo, ebraismo, religione sik, taoismo e zoroastrismo condividono gli stessi ideali di amore e si propongono tutte di aiutare i seguaci attraverso la pratica spirituale e fare di loro esseri umani migliori. Tutte le religioni insegnano precetti morali che puntano a perfezionare il livello<span> </span>spirituale, fisico e linguistico.</p>
<p class="Body">Tutte ci insegnano a non mentire, a non rubare o a non uccidere, e via dicendo. Lo scopo comune a tutti i precetti morali formulati per iscritto dai grandi maestri dell’umanità è l’altruismo. Essi hanno sempre cercato di convincere i seguaci ad abbandonare la via delle cattive azioni, causate dall’ignoranza, e di far loro intraprendere quella della bontà.</p>
<p class="Body">Tutte le religioni riconoscono la necessità di esercitare un controllo sulla mente indisciplinata, che nutre l’egoismo e altre cause di sofferenza, e ognuna indica una strada che conduce a una condizione spirituale di pace, disciplina, moralità e saggezza. È in questo senso che credo che tutte le religioni trasmettano essenzialmente lo stesso messaggio.</p>
<p class="Body">Le differenze dogmatiche possono essere la conseguenza di diverse epoche, circostanze e ambiti culturali in cui ciascuna di loro si è sviluppata. Se consideriamo solo l’aspetto metafisico della religione, possiamo continuare a discutere all’infinito. È invece molto più utile cercare di applicare alla vita quotidiana i precetti comuni a tutte le religioni e finalizzati a rendere l’uomo più buono, anziché limitarsi a discutere su irrilevanti differenze tra i vari approcci.</p>
<p class="Body">Vi sono molte religioni differenti che si propongono di guidare l’essere umano verso il benessere e la felicità, esattamente come esistono particolari medicine per determinate malattie. Ogni religione, infatti, a modo suo, cerca di aiutare le persone a evitare la sofferenza e a raggiungere la felicità. Nonostante possiamo preferire per particolari ragioni determinate interpretazioni di verità religiose, vi sono molti più motivi per considerarle un’unica entità, che origina dal cuore dell’essere umano.</p>
<p class="Body">Ogni religione opera in un modo tutto proprio per combattere la sofferenza umana e contribuire alla civiltà. Non si tratta di convertire. Io, per esempio, non cerco di convertire altri al buddismo, né di promuovere la causa buddista. Piuttosto, in quanto buddista impegnato a livello umanitario, mi chiedo in che modo possa contribuire alla felicità dell’umanità.</p>
<p class="Body">Sottolineando le principali affinità tra le varie religioni del mondo non ne sostengo una in particolare rispetto alle altre, né sono alla ricerca di una nuova “religione mondiale”. Tutte le varie religioni del mondo sono necessarie per arricchire l’esperienza umana e la civilizzazione. Lo spirito di ciascun individuo, proprio perché diverso da tutti gli altri, richiede un differente approccio per trovare la strada verso la pace e la felicità.</p>
<p class="Body">È come con il cibo. Alcuni si sentono attratti dal cristianesimo, altri preferiscono il buddismo, perché non prevede un dio creatore e fa dipendere ogni cosa dalle azioni individuali. Possiamo avanzare argomentazioni simili per quasi tutte le altre religioni. Il punto della questione è comunque chiaro: l’umanità ha bisogno di religioni diverse, poiché diversi sono gli stili di vita, le esigenze spirituali e le tradizioni culturali di ciascun Paese.</p>
<p class="Body">È da questa prospettiva che accolgo con gioia ogni sforzo proveniente da ogni parte del mondo a favore di una maggiore comprensione tra le varie religioni. In questo momento è più che mai urgente. Se tutte le religioni si ponessero come principale obiettivo il miglioramento dell’essere umano, riuscirebbero facilmente a collaborare in armonia per la pace nel mondo.</p>
<p class="Body">La comprensione tra le diverse religioni favorirà l’unità necessaria per poter lavorare in comune accordo. Questo rappresenterebbe davvero un passo avanti importante, ma non dobbiamo dimenticare che non esistono soluzioni rapide e immediate.</p>
<p class="Body">Non possiamo nascondere le differenze delle varie dottrine religiose, né sperare di sostituire le religioni esistenti con un nuovo credo universale. Ogni religione deve dare il proprio diverso contributo e ognuna, a modo suo, è adatta per un particolare popolo, in base al suo particolare modo di concepire la vita. Pertanto il mondo ha bisogno di tutte le religioni.</p>
<p class="Body">I religiosi praticanti impegnati nel promuovere la pace mondiale hanno due compiti fondamentali da svolgere. Prima di tutto si deve promuovere una maggiore comprensione tra le varie religioni, in modo da creare una base comune sulla quale lavorare. Possiamo riuscire a farlo, in parte, rispettando la fede altrui e contribuendo maggiormente al benessere dell’umanità. In secondo luogo dobbiamo trovare un accordo accettabile, basato su valori spirituali fondamentali e in grado di raggiungere il cuore di ognuno e recare più felicità al genere umano. Questo significa che dobbiamo sottolineare il comune denominatore di tutte le religioni, vale a dire gli ideali umanitari. Queste due mosse ci permetteranno di agire sia individualmente, sia insieme, per creare le condizioni spirituali necessarie alla pace nel mondo.</p>
<p class="Body">Noi che pratichiamo religioni differenti possiamo lavorare insieme per favorire la pace mondiale, se guardiamo alle nostre religioni come semplici strumenti per rendere il nostro cuore più buono e in tal modo favorire l’amore e il rispetto per il prossimo e un vero senso di comunione. La cosa più importante è concentrarsi sull’obiettivo della religione, e non sui dettagli della teologia e della metafisica, che possono farci perdere in meandri concettuali.</p>
<p class="Body">Credo che tutte le principali religioni del mondo possano contribuire alla pace mondiale e lavorare insieme a vantaggio dell’umanità, se mettiamo da parte le sottili differenze metafisiche che all’interno di ciascuna costituiscono davvero l’interesse principale.</p>
<p class="Body">Nonostante la progressiva secolarizzazione attuata dalla modernizzazione globale, e nonostante i ripetuti tentativi in alcune zone del mondo, di annientare i valori spirituali, l’ampia maggioranza dell’umanità continua a credere in una religione o in un’altra. L’eterna fede nella religione, evidente persino all’interno di sistemi politici laici, dimostra chiaramente il potere da essa esercitato. Questa energia e questo potere spirituale possono essere impiegati per realizzare le condizioni spirituali necessarie per una pace globale. I capi religiosi e umanitari di tutto il mondo hanno un ruolo speciale da svolgere a tale proposito.</p>
<p class="Body">Sia che riusciamo o meno a realizzare la pace nel mondo, non abbiamo altra strada se non provare a raggiungere tale obiettivo. Se il nostro spirito è dominato dall’ira, non possiamo beneficiare della parte migliore dell’intelletto umano: la saggezza, la capacità di distinguere ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Nella nostra epoca, l’ira è uno dei problemi più gravi del mondo.</p>
<p class="Body"><strong>Impegno individuale per l’organizzazione delle istituzioni</strong></p>
<p class="Body">L’ira gioca un ruolo non indifferente nei conflitti attualmente in corso, come quelli nel Medio Oriente, nel Sud-Est asiatico, il problema tra Nord e Sud, e via dicendo. Essi sono il risultato della nostra incapacità di comprendere che anche i nostri nemici sono esseri umani. Non è con il dispiegamento e l’impiego di ulteriori forze militari, né con la corsa agli armamenti che si potranno risolvere. La soluzione di tali conflitti non può avvenire a livello puramente politico né tecnologico, ma va ricercata a livello spirituale, nel senso che quello che serve è una consapevole presa di coscienza della condizione di essere umano comune a tutti noi.</p>
<p class="Body">L’odio e la lotta non rendono felici nessuno, nemmeno i vincitori delle battaglie. La violenza genera sempre sofferenza, pertanto si rivela sempre controproducente. È quindi ora che i leader mondiali imparino a guardare oltre la differenza di etnia, cultura e ideologia e comincino a considerare il prossimo nell’ottica della comune situazione di esseri umani. Se ci riuscissero, ne trarrebbero vantaggio i singoli individui, le comunità, le Nazioni e infine il mondo nella sua globalità.</p>
<p class="Body">Le attuali tensioni a livello internazionale sembrano essere dovute al conflitto tra “blocco orientale” e “blocco occidentale” risalente all’epoca della Seconda Guerra Mondiale. Ciascuno dei due blocchi tende a considerare e a rappresentare l’altro sotto una luce del tutto sfavorevole. Questa continua e assurda lotta è alimentata dalla mancanza di rispetto e affetto verso l’altro, poiché non lo si considera un essere umano nostro pari. Quelli del blocco orientale dovrebbero smettere di provare odio nei confronti del blocco occidentale, poiché anch’esso è costituito da esseri umani – uomini, donne e bambini.</p>
<p class="Body">Allo stesso modo, l’Occidente dovrebbe moderare l’odio nei confronti dell’Oriente, poiché anche lì vivono esseri umani. I leader mondiali possono giocare un ruolo rilevante nel promuovere questo processo. Prima di tutto, però, devono riconoscere per primi la loro umanità di fondo, così come quella dell’ipotetico avversario. Senza questa indispensabile presa di coscienza non è possibile ridurre in modo considerevole l’avversione organizzata nei confronti dell’altro.</p>
<p class="Body">Se per esempio il capo degli Stati Uniti d’America e quello dell’Unione Sovietica si incontrassero casualmente su un’isola deserta, sono sicuro che si accetterebbero spontaneamente l’un l’altro, in quanto esseri umani nella stessa condizione. Eppure, non appena si riconoscessero come “Presidente degli Stati Uniti” e “Segretario Generale dell’URSS”, tornerebbe a emergere un muro di sospetto e di malintesi.</p>
<p class="Body">Un maggiore contatto umano, sotto forma di più incontri informali non previsti in agenda, favorirebbe una maggiore intesa tra loro; imparerebbero a considerarsi entrambi esseri umani alla pari e, su tale base, potrebbero provare a risolvere i problemi internazionali. Un clima di sospetto e di odio reciproco non permette alcun dialogo costruttivo tra le due parti, tanto meno se hanno alle spalle una storia di forte antagonismo.</p>
<p class="Body">Suggerisco ai leader mondiali di riunirsi circa una volta l’anno in una piacevole località senza particolari scopi, se non quello di conoscersi meglio l’un l’altro in quanto esseri umani. Più avanti potranno organizzare altri incontri per discutere problemi bilaterali e a livello mondiale. Sono certo che altri condividano questo mio desiderio di vedere i leader mondiali seduti alla tavola di conferenze in un’atmosfera di rispetto reciproco e di comprensione della comune condizione di esseri umani.</p>
<p class="Body">Per favorire in generale il contatto tra gli individui dei vari Paesi, auspico un maggiore sostegno al turismo internazionale. I mass media, in particolare quelli delle società democratiche, possono contribuire in larga misura alla pace nel mondo, dando sempre più spazio a tematiche di interesse umanistico, che riflettano la fondamentale uguaglianza tra le genti. Con l’ascesa di poche grandi potenze nella scena internazionale si è cominciato a evitare o a ignorare il ruolo umanitario delle organizzazioni internazionali.</p>
<p class="Body">Spero che questo smetta di accadere e che tutte le organizzazioni internazionali, prima fra tutte l’Organizzazione delle Nazioni Unite, possano svolgere un ruolo più attivo ed efficace nell’assicurare i massimi benefici all’umanità e nel promuovere la comprensione a livello internazionale. Sarebbe davvero tragico se<span> </span>le poche potenze mondiali continuassero ad abusare di organi internazionali come l’ONU per i propri interessi unilaterali.</p>
<p class="Body">L’Organizzazione delle Nazioni Unite deve diventare uno strumento di pace a livello mondiale. Questo organo internazionale deve essere rispettato da tutti, poiché rappresenta l’unica fonte di speranza per le piccole Nazioni oppresse, e quindi per l’intero pianeta.</p>
<p class="Body">Poiché oggi tutte le Nazioni dipendono più che mai l’una dall’altra a livello economico, la tolleranza deve superare le barriere nazionali e abbracciare l’intera comunità internazionale. Infatti, se non riusciremo a creare un clima di sincera collaborazione, evitando il ricorso alle minacce o alla violenza ma favorendo la tolleranza e la partecipazione, i problemi del mondo non faranno che aumentare.</p>
<p class="Body">Se le popolazioni dei Paesi più poveri continueranno a vedersi negare la felicità e il benessere che desiderano e che si meritano, si sentiranno ovviamente sempre più frustrati e creeranno problemi ai Paesi ricchi. Se alcuni popoli continueranno a vedersi imporre forme sociali, politiche e culturali contro la propria volontà, sarà molto difficile riuscire a ottenere la pace mondiale. Se invece si cercherà di venire umanamente incontro alle loro richieste, senza dubbio la pace non tarderà ad arrivare.</p>
<p class="Body">All’interno di ogni Nazione, l’individuo dovrebbe avere il diritto alla felicità e, a livello internazionale, si dovrebbe tenere in uguale considerazione il benessere di tutte le Nazioni, anche di quelle più piccole. Con questo non sto dicendo che un sistema sia migliore di un altro e che tutti lo debbano adottare.</p>
<p class="Body">Al contrario, il fatto che esista una varietà di sistemi politici e ideologie è positivo e riflette le diverse indoli degli individui. Questa molteplicità sostiene l’essere umano nella sua continua ricerca della felicità. Pertanto, in base al principio dell’autodeterminazione, ogni comunità dovrebbe essere libera di decidere il proprio sistema politico e socioeconomico.</p>
<p class="Body">Riuscire a ottenere giustizia, armonia e pace dipende da diversi fattori. Nel valutare questi ultimi, tuttavia, dovremmo sempre tenere presente il bene dell’umanità a lungo termine piuttosto che a breve termine. Mi rendo conto che ci troviamo davanti un compito immenso, ma non vedo alternative se non quella che sto proponendo, basata sul riconoscimento della comune condizione di esseri umani. Le nazioni non hanno scelta.</p>
<p class="Body">Devono impegnarsi per il bene del prossimo, non tanto per una questione di valori morali, quanto piuttosto perché farlo è nell’interesse reciproco e futuro di tutti. Il sorgere di organizzazioni economiche locali o continentali come la Comunità Economica Europea, l’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico e altre è una dimostrazione che si sta cominciando a riconoscere questa nuova realtà. Spero che nascano altre organizzazioni transnazionali, soprattutto nelle regioni in cui lo sviluppo economico e la stabilità regionale sono ancora insufficienti.</p>
<p class="Body">Nella situazione attuale vi è senza dubbio un bisogno sempre maggiore di comprensione umana e di senso di responsabilità globale. Per riuscire a svilupparli dobbiamo coltivare bontà d’animo e gentilezza, perché senza di essi non creeremo né felicità, né pace duratura a livello mondiale. La pace non si stabilisce sulla carta. Nella realtà, se da una parte l’umanità promuove la responsabilità e la fratellanza universale, dall’altra è organizzata in entità separate che prendono il nome di Nazioni.</p>
<p class="Body">Quindi, da un punto di vista realistico, penso che siano proprio queste Nazioni a dover diventare i mattoni su cui costruire la pace mondiale. In passato si è cercato di creare società più giuste ed eque. Si sono<span> </span>fondate istituzioni con nobili principi per combattere le forze antisociali. Sfortunatamente questi intenti sono sempre stati sconfitti dall’egoismo.</p>
<p class="Body">Oggi più che mai siamo costretti a riconoscere che la morale e i nobili principi sono spesso oscurati dall’ombra degli interessi personali, in particolare nella sfera politica. Vi è una scuola di pensiero che invita addirittura a mantenere le distanze dalla politica, in quanto ormai sinonimo di amoralità.<span> </span>Una politica priva di principi etici non favorisce il bene dell’umanità, e la vita priva di morale riduce gli uomini a livello di bestie.</p>
<p class="Body">In ogni caso, la politica non è da considerarsi per forza “sporca”. Si tratta semplicemente del fatto che gli strumenti della nostra cultura politica hanno distorto gli alti ideali e i nobili concetti che si pensava avrebbero favorito il bene dell’umanità. Naturalmente gli individui con una profonda coscienza spirituale esprimono tutta la loro preoccupazione quando vedono un capo religioso che si lascia “traviare” dalla politica, poiché temono che i suoi “sporchi” interessi possano in qualche modo contaminare la religione stessa.</p>
<p class="Body">Contesto la diffusa opinione secondo la quale religione e morale non avrebbero alcun posto in politica e i religiosi si dovrebbero ritirare dal mondo come eremiti. Si tratta di una visione della religione troppo unilaterale, che non tiene in considerazione il rapporto dell’individuo con la società e il ruolo della religione nelle nostre vite. La morale è fondamentale per un politico quanto per un religioso.</p>
<p class="Body">Se i politici e i capi di Stato non fondassero più il loro agire su principi morali, dovremmo aspettarci pericolose conseguenze. Sia che crediamo in Dio, sia che crediamo al Karma, la morale è il fondamento di ogni religione.</p>
<p class="Body">Qualità umane come la moralità, la compassione, il decoro, la saggezza e via dicendo rappresentano i valori di base di tutte le civiltà. Le dobbiamo coltivare e favorire per mezzo di una sistematica educazione morale all’interno di un ambiente sociale favorevole, così da creare un mondo più umano.</p>
<p class="Body">Tali qualità devono essere insegnate ai bambini fin dalla tenera età. Non possiamo aspettare che sia la prossima generazione a operare questo cambiamento; è quella presente a dover tentare un rinnovamento fondato sui valori umani. Se c’è qualche speranza, è nelle generazioni future, ma a condizione che noi operiamo un radicale cambiamento a livello globale del nostro sistema educativo attuale. Abbiamo bisogno di una rivoluzione nel nostro rapporto teorico e pratico con i valori umani universali.</p>
<p class="Body">Non è sufficiente denunciare con fastidiose lamentele la degenerazione morale; dobbiamo agire anche concretamente. Poiché gli attuali governi non si fanno carico di queste responsabilità “religiose”, gli operatori impegnati in ambito spirituale e umanitario devono rafforzare le organizzazioni civili, sociali, culturali, pedagogiche e religiose per favorire la rinascita di valori umanitari e spirituali. Laddove necessario, dobbiamo istituire nuove organizzazioni per raggiungere questi obiettivi. Solo facendo così possiamo sperare di creare una base più stabile per la pace mondiale.</p>
<p class="Body">Poiché viviamo in una società, dobbiamo imparare a condividere la sofferenza del prossimo e praticare la compassione e la tolleranza non solo nei confronti di chi amiamo, ma anche dei nostri nemici. È questa la prova della nostra forza morale. Dobbiamo essere di esempio in prima persona, poiché non possiamo convincere gli altri del valore della religione solo a parole.</p>
<p class="Body">Dobbiamo vivere adottando gli stessi alti livelli di integrità e sacrificio che chiediamo agli altri. La finalità ultima di ogni religione è servire e fare del bene all’umanità. È questo il motivo per cui è così importante che il ricorso alla religione sia sempre finalizzato alla felicità e alla pace degli esseri umani, e non solo alla conversione.</p>
<p class="Body">Nella religione non esistono confini nazionali. La religione è a disposizione di chiunque ne tragga beneficio, società o singolo individuo. Ciò che è importante, è che chi intraprende il cammino religioso scelga la fede più adatta a sé. Abbracciare una determinata religione non significa comunque il rifiuto di un’altra o della propria comunità.</p>
<p class="Body">È anzi fondamentale che chi si converte non si estranei dalla società, ma continui a vivere al suo interno e in armonia con i sui membri. Fuggendo dalla propria comunità ci si preclude la possibilità di fare del bene al prossimo, che in ultima analisi è l’obiettivo principale di ogni religione.</p>
<p class="Body">Da questo punto di vista vi sono due cose importanti da tener presente: l’esame di coscienza e il miglioramento di se stessi. Dovremmo controllare costantemente il nostro atteggiamento verso gli altri, attuando un esame attento di noi stessi, e correggerci immediatamente nel momento in cui scopriamo di essere nel torto.</p>
<p class="Body">Per concludere, una breve riflessione sul progresso materiale. Mi giungono continuamente all’orecchio numerose lamentele sul progresso da parte degli occidentali, sebbene – paradossalmente – esso rappresenti il vero orgoglio dei loro Paesi.<span> </span>Non vedo niente di sbagliato nel progresso in sé, a condizione che non ci si dimentichi di dare sempre priorità all’essere umano. Sono fermamente convinto che per risolvere i problemi dell’umanità a tutti i livelli dobbiamo combinare e armonizzare lo sviluppo economico con la crescita spirituale.</p>
<p class="Body">È quindi importante riconoscere i limiti del progresso materiale. Le conoscenze nell’ambito della scienza e della tecnologia hanno contribuito enormemente al benessere dell’uomo; ciò nonostante esse non sono sufficienti a creare una felicità durevole.</p>
<p class="Body">In America, per esempio, dove lo sviluppo tecnologico è forse più avanzato che in ogni altro Paese, vi è ancora una grande sofferenza a livello spirituale. Questo avviene perché la conoscenza materialistica<span> </span>è solo in grado di fornire una sorta di felicità legata alle condizioni fisiche, ma non può garantire quella felicità che origina dallo sviluppo interiore e che è indipendente da fattori esterni.</p>
<p class="Body">Per favorire una rinascita dei valori umani e il raggiungimento della felicità durevole dobbiamo tenere presente il comune bagaglio di valori umanitari ereditato da ogni nazione. Mi auguro che questo saggio possa servire a ricordarci quei valori umani che legano tutti noi e ci rendono membri di un’unica, grande famiglia.</p>
<p class="Body">Ho scritto tutto questo per esprimere la mia costante preoccupazione.</p>
<p class="Body">Ogni qual volta incontro uno “straniero” provo sempre la stessa sensazione: “Sto conoscendo un altro componente della famiglia dell’umanità.” Questo atteggiamento ha reso più profondo il mio affetto e il mio rispetto per tutti gli esseri umani.</p>
<p class="Body">Che questo spontaneo desiderio<span> </span>possa essere il mio piccolo contributo alla pace nel mondo. Prego affinché la famiglia umana presente su questo pianeta sia sempre più amichevole, più attenta e più comprensiva.</p>
<p>Questo è il mio caloroso appello a tutti coloro che non amano la sofferenza e che perseguono la felicità duratura.</p>
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<p>Questo discorso è tratto dal libro <em><span style="font-style: italic;">Il mio Tibet Libero</span></em>, in pubblicazione per <a href="http://www.urraonline.com" target="_blank">Apogeo/Urra</a> a Luglio. Per gentile concessione.</p>
<p>Copyright Apogeo/Urra 2008.</p>
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