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	<title>Innernet &#187; Aurobindo</title>
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	<description>Percorsi di consapevolezza e anima del mondo</description>
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		<title>Il silenzio mentale secondo Aurobindo</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Apr 2008 17:28:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Satprem</dc:creator>
				<category><![CDATA[Maestri]]></category>
		<category><![CDATA[Tecniche dell'anima]]></category>
		<category><![CDATA[Aurobindo]]></category>
		<category><![CDATA[Co/Scienza]]></category>
		<category><![CDATA[consapevolezza]]></category>
		<category><![CDATA[meditazione]]></category>
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		<description><![CDATA[Quando ci si siede, con gli occhi chiusi – per fare il silenzio mentale – si è immediatamente invasi da un torrente di pensieri che sorgono da tutte le parti, in maniera confusa e aggressiva. Non esiste un manuale con diversi metodi per venire a capo di questo baccano infernale; non c’è che da tentare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/11/aurobindo.jpg" title="aurobindo.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/11/aurobindo.jpg" alt="aurobindo.jpg" align="left" hspace="6" /></a></p>
<p>Quando ci si siede, con gli occhi chiusi – per fare il silenzio mentale – si è immediatamente invasi da un torrente di pensieri che sorgono da tutte le parti, in maniera confusa e aggressiva.</p>
<p>Non esiste un manuale con diversi metodi per venire a capo di questo baccano infernale; non c’è che da tentare e tentare ancora, pazientemente, ostinatamente. Soprattutto non c’è da commettere l’errore di lottare mentalmente contro la mente; bisogna spostare il centro.</p>
<p>Ciascuno di noi possiede al di là della mente o ancora più in profondità, un’aspirazione; quella stessa aspirazione che ci spinse verso il sentiero dello yoga. Un bisogno intimo dell’essere, come se fosse una parola d’ordine con virtù solamente per noi, per noi soli.</p>
<p><span id="more-607"></span>Aggrappandoci a questa aspirazione, il lavoro riuscirà più facile giacché passeremo da un’attitudine negativa ad un’attitudine positiva. Più ripeteremo la nostra parola d’ordine, più essa acquisterà potenza. Ma si può ricorrere anche ad un’immagine, come per esempio: quella di un mare immenso, senza una sola increspatura, sul quale ci abbandoniamo galleggiando fino a divenire parte di quella tranquilla immensità.</p>
<p>Ci si lascia andare, dolcemente, seguendo il moto ondoso fino a che, a poco a poco, si viene assorbiti da quella tranquilla pace. Avremo in tal modo non solo il silenzio, ma anche l’allargamento della coscienza.</p>
<p>Ognuno deve trovare il metodo che più gli si addice e quanto più completo sarà l’abbandono, più presto si riuscirà.</p>
<blockquote><p>Si può cominciare con qualsiasi sistema – che normalmente richiederebbe un lungo lavoro – ed essere afferrati fin dal principio da un rapido intervento o da una manifestazione del silenzio, e ottenere effetti assolutamente sproporzionati ai mezzi utilizzati. S’incomincia con un metodo, ma il lavoro è preso in mano da una grazia proveniente dall’alto, da ciò a cui si aspira o dall’irruzione delle immensità dello Spirito. In questo modo io stesso ho trovato il silenzio assoluto della mente, inimmaginabile per me prima di aver avuto l’esperienza concreta (Sri Aurobindo, On Himself, 1953 pag. 135).</p></blockquote>
<p>Abbiamo toccato qui un punto di singolare importanza, giacché saremmo indubbiamente tentati di pensare che queste esperienze yogiche sono veramente belle e interessanti, ma che in fondo sono ben lontane dalla nostra umanità ordinaria. Com’è possibile che noi – così come siamo – possiamo arrivare fin là? L’errore consiste nel fatto che si giudica con un “sé attuale” delle possibilità che appartengono ad un altro “se stesso”.</p>
<p>Infatti, per il solo fatto di essersi messi in cammino, lo yoga sveglia automaticamente una gamma di facoltà latenti e di forze invisibili che vanno molto al di là delle possibilità esteriori del nostro essere e che possono fare per noi quello che normalmente saremmo incapaci di compiere.</p>
<blockquote><p>è necessario chiarificare il passaggio tra mente esteriore ed essere interiore&#8230; perché la coscienza yogica e i suoi poteri sono già in voi (D. K. Roy, Sri Aurobindo Came to Me, 1952, pag.219)</p></blockquote>
<p>e il miglior sistema per “chiarificare” è quello di fare il silenzio mentale. Non sappiamo ancora chi siamo e nemmeno quello di cui siamo o non siamo capaci.</p>
<p>Ma gli esercizi di meditazione, a dire il vero, non sono la vera soluzione del problema – quantunque, al principio, la loro spinta sia necessaria per dare l’impulso – perché potremmo anche arrivare ad un relativo silenzio, ma&#8230; appena messo il piede fuori dalla nostra stanza o dal luogo di isolamento scelto per la meditazione, ricadremmo ancora una volta nella ressa abituale e continuerà l’eterna separazione del ‘di dentro’ dal ‘di fuori’, della ‘vita interiore’ dalla ‘vita mondana’.</p>
<p>Noi abbiamo bisogno di una vita completa, abbiamo bisogno di vivere la verità del nostro essere, tutti i giorni, in ogni momento, non solamente qualche volta oppure nella solitudine.</p>
<blockquote><p>Rischiamo di incrostarci nella nostra reclusione spirituale&#8230; e dopo, trovar difficile proiettarci al di fuori, vittoriosamente, per applicare alla vita quello che avremo conquistato nella Natura Superiore. Quando vorremo annettere questo regno dell’esterno alle nostre conquiste interne, ci troveremo troppo abituati ad un’attività puramente soggettiva e non potremo esercitare una pressione efficace sul piano materiale. Avremo gran difficoltà a trasformare la vita esteriore e il corpo. Oppure ci accorgeremo che la nostra azione non risponde alla luce che ci illumina interiormente, ma che obbedisce ancora ai vecchi imperfetti influssi; un abisso doloroso separerà ancora la Verità che è in noi, dal meccanismo ignorante della nostra natura esteriore&#8230; come se vivessimo in un altro mondo, più vasto e più sottile, ma senza presa divina, o può darsi senza presa di nessuna specie sull’esistenza materiale e terrestre (Sri Aurobindo, The Synthesis of Yoga, 1955 pag. 105).</p></blockquote>
<p>La sola possibile soluzione è quindi di praticare il silenzio mentale nell’ambiente e nel posto dove apparentemente sembra più difficile: in strada, in metropolitana, al lavoro e ovunque. Invece di passare quattro volte al giorno per il Boulevard Saint Michel come poveracci stanchi e obbligati a camminare svelti, si può passare le stesse quattro volte coscientemente, come ricercatori.</p>
<p>Invece di vivere in un modo qualsiasi, sperduto in una moltitudine di pensieri – non solamente privi di interesse, ma che esauriscono sfibrando l’essere – si possono riunire i fili sparsi della coscienza e lavorare, lavorare su se stessi ad ogni istante. Allora la vita comincerà a prendere interesse, un interesse assolutamente inaspettato, perché le minime circostanze diventeranno l’occasione di una vittoria su se stessi.</p>
<p>Avremo allora un orientamento, sapremo dove andare invece di camminare alla cieca. Lo yoga non è una maniera di fare, ma una maniera di essere.</p>
<p>Adattato da: Satprem. <em>Sri Aurobindo. L&#8217;avventura della coscienza</em>. Galeati. Imola. 1968</p>
<p>La pubblicazione di questo estratto è stata consigliata da Paolo Imperio.</p>
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		<title>Un canto infinito</title>
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		<pubDate>Tue, 05 Feb 2008 13:30:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Beatrice Bruteau</dc:creator>
				<category><![CDATA[Co/Scienza]]></category>
		<category><![CDATA[Percorsi di ricerca]]></category>
		<category><![CDATA[Aurobindo]]></category>
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		<description><![CDATA[Sono cinquanta anni che Beatrice Bruteau ha aperto una particolarissima via attraverso il mondo della scienza, della filosofia, della matematica, della teoria evolutiva, del misticismo. Diventata praticante cattolica, si ispira a Teilhard de Chardin e ad Aurobindo creando un&#8217;originale sintesi tra l&#8217;approccio scientifico e quello spirituale. Intervista di Amy Edelstein ed Ellen Daly. Il campo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/tanaka-ichi-en-so.jpg" title="tanaka. ichi en so.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/tanaka-ichi-en-so.jpg" alt="tanaka. ichi en so.jpg" align="left" hspace="6" /></a>Sono cinquanta anni che Beatrice Bruteau ha aperto una particolarissima via attraverso il mondo della scienza, della filosofia, della matematica, della teoria evolutiva, del misticismo. Diventata praticante cattolica, si ispira a Teilhard de Chardin e ad Aurobindo creando un&#8217;originale sintesi tra l&#8217;approccio scientifico e quello spirituale. Intervista di Amy Edelstein ed Ellen Daly.<span id="more-404"></span></p>
<p>Il campo della spiritualità evolutiva non è precisamente sovrappopolato. Anche se negli ultimi anni è aumentato l’interesse sui legami tra l’evoluzione e l’illuminazione, sono ancora pochissime le persone che hanno indagato sia le verità eterne dello spirito sia il mondo perennemente mutevole della natura. Ecco perché lo scorso autunno abbiamo provato una vera emozione nello scoprire l’opera di Beatrice Bruteau. Sono ormai cinquanta anni che Beatrice Bruteau ha aperto una particolarissima via attraverso il mondo della scienza, della filosofia, della matematica, della teoria evolutiva, del misticismo, dell’oriente e dell’occidente. “Tutto è cominciato”, ci ha spiegato una sera dal suo ufficio nella Carolina del nord, “quando ho trovato un libro su Ramakrishna nella Carnegie Public Library di Pittsburgh”. La Bruteau stava lavorando per il master combinato di secondo livello in matematica, filosofia e religione. “Mi sedevo sul grande ponte di pietra nera dietro la scuola e lasciavo dondolare le gambe all’infuori, avvinta dalla filosofia di Ramakrishna. Essa mi parlava”. Un amico gli raccontò della missione di Ramakrishna a New York City, e subito dopo la fine del master, Bruteau si trasferì a Manhattan, accanto alla Missione. Cominciò a studiare il Vedanta e intanto conseguiva un dottorato in filosofia alla Fordham University. “Gli anni ‘50”, ricorda Beatrice Bruteau, “furono un’epoca magica per New York. Ho incontrato fratello David Steindl-Rast, che aveva appena cominciato a studiare con Tai Shimano Roshi; rabbi Gelberman, che era in contatto con l’ashram di swami Muktananda in India; swami Satchidananda e molti altri. Amavo il Vedanta, e amavo i mistici cristiani, che ho cominciato a leggere contemporaneamente. E sai cosa mi hanno detto nella classe alla Missione? Che il cattolicesimo era il Vedanta in veste europea”.</p>
<p>Diventata praticante cattolica, Beatrice Bruteau ha creato un’originale sintesi tra l’approccio scientifico e quello spirituale: ella ricerca il mistico nel materiale e la grande creatività di Dio nello svolgimento temporale del cosmo. Ciò che la contraddistingue è il fatto di aver studiato a fondo sia l’opera di Teilhard de Chardin sia quella di Sri Aurobindo (i grandi pionieri novecenteschi della spiritualità evolutiva), sui quali ha scritto diversi libri.</p>
<p>Come Teilhard de Chardin, Bruteau crede che siamo a una congiuntura della storia in cui, per la prima volta, l’evoluzione non sarà tanto fisica quanto noetica; ovvero, avverrà una trasformazione o mutazione della consapevolezza. E gli esseri umani hanno un ruolo fondamentale. Per fare il prossimo passo nella scala dell’evoluzione, dice Bruteau, dobbiamo davvero diventare partecipanti consapevoli del processo evolutivo. È a questa “Grande Opzione” che lei ci invita, a questo grande momento del destino umano, in cui l’universo “progredirà creando unità di livello più elevato o ricadrà nell’omogeneità dispersa della massima entropia. Tutto dipende”, scrive Bruteau, “da cosa scegliamo di fare”.</p>
<p>Ella vive attualmente nella piccola comunità di Pfafftown, nella Carolina del Nord. Cura l’edizione del trimestrale “American Vedantist”, sovrintende a due ordini cristiani contemplativi e lavora per quello che sarà il suo tredicesimo libro. All’età di settantadue anni, la sua energia creativa sembra inesauribile; all’università parlava come se avessimo avuto tutto il tempo dell’universo per conoscerci reciprocamente, riflettere sull’umana avventura e lasciare che il grande mistero dell’evoluzione si manifestasse a poco a poco.</p>
<p><strong>Intervista</strong></p>
<p>Amy Edelstein ed Ellen Daly: Ci proponiamo di indagare l’evoluzione spirituale e la relazione tra illuminazione ed evoluzione. Tu sei una pioniera della spiritualità evolutiva, e il fine del tuo lavoro è introdurre un’ottica evolutiva nella vita contemplativa cristiana. Nel tuo libro, <em>God’s Ecstasy</em>, hai scritto: “L’evoluzione fa parte della vita religiosa. La creatività si inserisce nel mondo naturale. E il Divino è il principio creatore”. Puoi spiegare cosa vuoi dire?</p>
<p>Beatrice Bruteau: In profondità dentro di noi c’è un’aspirazione mistica, una brama dell’assoluto, e quindi abbiamo bisogno di vedere tutto il mondo in tale contesto. Per fare questo al giorno d’oggi, ci occorre una nuova teologia del cosmo, radicata nella migliore scienza dei giorni nostri. Sarà una teologia nella quale Dio sarà presente esattamente in tutte le dinamiche e i modelli dell’ordine creato. Una teologia dell’evoluzione deve considerare Dio profondamente immerso nel processo evolutivo del mondo. Dio sta creando il mondo attraverso l’evoluzione. E il processo evolutivo, a sua volta, è considerato diretto verso Dio. Quindi, vedi, Dio si sta auto-esprimendo e auto-strutturando nell’evoluzione.</p>
<p>Tutte le meravigliose creature che vediamo sono nate da pochi e semplici principi, oltre che da una manciata di particelle elementari. La creatività all’origine del mondo è intrinseca a quest’ultimo, in quanto è la sua stessa essenza. E in tale mondo auto-creantesi c’è la qualità più simile a Dio, la <em>consapevolezza</em>, che si sta sviluppando gradualmente. La complessità cosmica ha sostenuto lo sviluppo della consapevolezza, e ora possiamo sapere, comprendere e contemplare questo bellissimo e meraviglioso universo. Sempre più le creature sanno cosa stanno facendo, apprezzano il loro ambiente e <em>scelgono</em> le loro azioni. Venendo agli esseri umani, la consapevolezza sa di essere consapevole. Cerchiamo di capire da dove viene la consapevolezza, come funziona, in che modo possiamo manipolarla. Al livello umano, la consapevolezza sta cercando di creare nuove forme di consapevolezza. Abbiamo sviluppato pratiche e assunto droghe capaci di alterare la coscienza. Ora stiamo persino producendo macchine capaci di fare cose che ritenevamo esclusiva del cervello. Pertanto, la consapevolezza si sta evolvendo oltre se stessa.</p>
<p>Amy Edelstein ed Ellen Daly: Puoi spiegare che cos’è esattamente il movimento o processo evolutivo?</p>
<p>Beatrice Bruteau: L’evoluzione è il mutamento collegato del mondo. Nella natura esiste una spinta fondamentale verso la crescita, l’espansione e il rinnovamento. Potremmo persino affermare che il significato stesso dell’essere vivi è diventare costantemente nuovi. Ciò accade a piccola scala in ogni forma biologica che conosciamo, e a scala più vasta nell’universo come un tutto. C’è almeno un filone di pensiero, nel mondo contemporaneo, che considera il cosmo un vasto, dinamico essere in evoluzione, che attraversa una serie di stadi in cui le sue forme e relazioni interne assumono schemi sempre nuovi. Alcuni teorici dell’evoluzione sostengono che a ogni stadio dello sviluppo la complessità degli schemi aumenta. Per cui, l’evoluzione è il passaggio da forme di organizzazione semplici ad altre più complesse; questo provoca un aumento di consapevolezza, cioè la sensazione dell’unità nell’entità organizzata.</p>
<p>Ebbene, di solito si pensa che questo processo sia diviso in piccoli passi, ma talvolta accade il “Grande Passo”. Quest’ultimo si verifica quando l’organizzazione cosmica passa a un altro livello di complessità, unendo elementi del livello precedente. Il gesuita e paleontologo francese Teilhard de Chardin le chiamava “unioni creative”: esse portano alla luce qualcosa<em> che non è mai esistito prima</em>. L’Essere Nuovo affiora dalle connessioni e le interazioni delle unità componenti, e costituisce un nuovo livello di unione e integrazione.</p>
<p><strong>Unione Creativa</strong></p>
<p>Amy Edelstein ed Ellen Daly: Puoi dire qualcos’altro sull’idea di Teilhard di una progressione evolutiva verso stadi sempre maggiori di unità?</p>
<p>Beatrice Bruteau: Come ho detto, secondo la concezione di Teilhard tutta l’evoluzione si è svolta attraverso una serie di unioni creative. Esseri più complessi e consapevoli si formano attraverso l’unione di elementi meno complessi e consapevoli. Le particelle subatomiche si uniscono per formare atomi, gli atomi si uniscono per formare molecole, le molecole si uniscono per formare cellule e le cellule si uniscono per formare organismi. A ognuno di questi livelli si verifica l’unione di elementi meno complessi e consapevoli per creare qualcosa di nuovo, più complesso e consapevole. Poiché nel passato vediamo questo schema ripetersi continuamente, Teilhard lo ritiene generalizzabile e proiettabile nel futuro, verso un’altra unione creativa della quale <em>noi </em>saremo gli elementi componenti.</p>
<p>Amy Edelstein ed Ellen Daly: Come si sono formate queste “unioni creative”?</p>
<p>Beatrice Bruteau: Secondo Teilhard, ogni volta che esse accadono c’è uno scambio di “energia caratteristica” tra gli elementi componenti. Per esempio, l’energia caratteristica degli atomi è quella elettrica. È attraverso la <em>condivisione</em> di questa energia che gli atomi si trasformano in molecole. Gli atomi sono capaci di creare<em> connessioni</em> tra loro, e quindi di interagire formando l’unione. Dunque, affinché gli esseri umani si uniscano formando la prossima unione creativa (secondo lo stesso modello seguito prima di noi dagli atomi, le molecole e le cellule), dobbiamo condividere le nostre energie caratteristiche. È la condivisione di energia che forma il legame. L’energia caratteristica, al livello che abbiamo raggiunto adesso, è l’energia<em> umana</em>. E cos’è l’energia umana? Non è solo l’energia fisica, chimica o biologica. È l’energia del pensiero (o della conoscenza) e dell’amore (o della volontà). Quella che dobbiamo utilizzare per la nuova unione è questa nostra energia intima. In altre parole, ci viene chiesto di donare noi stessi <em>in quanto persone </em>per creare un Nuovo Essere di livello superiore. Il dubbio, tuttavia, è se gli esseri umani riusciranno davvero a creare il livello successivo dell’evoluzione cosmica.</p>
<p>Quindi, a questo punto l’evoluzione è in una situazione senza precedenti: gli elementi componenti, nel nostro caso, sono agenti liberi. La nostra unione non sarà automatica, provocata da una mera affinità naturale. Poiché ognuno di noi è libero, possiamo scegliere se fare parte o meno di questa unione proposta. In tal modo l’unione, il Nuovo Essere, il passo successivo dell’evoluzione, avverrà solo con il nostro libero consenso, perché lo scambio stesso di energia che forma il legame dell’organizzazione cosmica di nuovo livello consiste di azioni volontarie. Ecco perché Teilhard afferma che l’intera «impresa» cosmica ora dipende dalle nostre decisioni: <em>noi siamo l’evoluzione.</em></p>
<p>Amy Edelstein ed Ellen Daly: Quindi, gli esseri umani occupano una posizione molto particolare, e abbiamo una grossa responsabilità sulle nostre spalle. Si potrebbe dire che l’evoluzione sta attraversando un momento cruciale.</p>
<p>Beatrice Bruteau: Sì, è così. E per apprezzare fino in fondo l’importanza del ruolo umano, consideriamo il modo in cui gli elementi di un dato livello dell’organizzazione cosmica formano<em> l’unità</em> all’origine di un nuovo tipo di interezza nel mondo. Non esiste l’intervento di una forza esterna; si tratta di una potenzialità intrinseca agli elementi componenti. Essi agiscono in virtù della loro capacità caratteristica. Ogni livello dell’essere cosmico ha una data attitudine a comunicare e unirsi con gli altri elementi del suo livello per formare qualcosa di più grande. Questo è lo schema che si ripete nel corso dell’evoluzione.</p>
<p>E da qui, dunque, possiamo capire il ruolo dell’uomo nel prossimo stadio dell’evoluzione cosmica. Gli esseri umani possono comunicare in modo molto migliore degli atomi. Se lo schema si ripete al nostro livello, dobbiamo esercitare quella capacità per formare un nuovo tipo di Essere, un Essere nato dalla nostra unione volontaria per fare ciò che da soli ci è impossibile.</p>
<p><strong>La scelta umana</strong></p>
<p>Amy Edelstein ed Ellen Daly: Anche tutti i maggiori pensatori evolutivi hanno sostenuto che il libero arbitrio, l’esercizio intelligente della libera volontà o della volizione, è ciò che distingue gli esseri umani dalle altre creature. Puoi dire qualcosa di più sull’importanza del libero arbitrio?</p>
<p>Beatrice Bruteau: Vedi, finora l’evoluzione è avvenuta attraverso il caso e la selezione naturale. L’animale individuale non sceglie la propria evoluzione. Invece, l’essere umano individuale può farlo; attraverso la nostra comune volontà possiamo creare qualcosa che prima non esisteva. Se dobbiamo creare questo mutamento per favorire la nascita di un Nuove Essere, dovremo ri-dirigere le nostre correnti di energia. E ci vorrà energia anche solo per creare questa opzione. Vedi, le nostre correnti di energia sono egocentriche: nascono dall’ego, prendono ciò che va bene a esso e tornano indietro. Tale modello di energia non può formare un’unione creativa, perché cerca di assimilare tutti gli altri esseri all’essere dell’ego. Ecco perché è importante compiere un grande sforzo per realizzare il Sé Autentico, altrimenti continueremo all’infinito a sfruttare e dominare, atteggiamenti che stanno distruggendo il mondo.</p>
<p>Amy Edelstein ed Ellen Daly: È per questo che nel tuo libro affermi che l’auto-realizzazione, o illuminazione, è “il fondamento dell’evoluzione”? Vuoi dire che affinché l’evoluzione compia il prossimo passo, dobbiamo trascendere le nostre motivazioni egoiche, quegli impulsi che fondamentalmente ci tengono separati gli uni dagli altri?</p>
<p>Beatrice Bruteau: Sì. L’autorealizzazione è la condizione per formare la prossima unione creativa, in quanto dobbiamo portare l’energia umana caratteristica a un punto in cui possiamo condividerla intenzionalmente. Per formare un autentico Essere <em>Nuovo</em>, per compiere un altro Grande Passo nell’evoluzione, dobbiamo unire le energie più profonde e importanti della consapevolezza. Attualmente, nella maggior parte di noi, tale profondità è nascosta. Tuttavia, sentiamo che è lì in attesa di essere portata alla luce, e quindi facciamo varie pratiche spirituali nella speranza di diventare pienamente consapevoli della nostra realtà profonda.</p>
<p>Amy Edelstein ed Ellen Daly: Cosa intendi con “realtà profonda”?</p>
<p>Beatrice Bruteau: La realtà profonda è quel luogo al centro del nostro essere in cui facciamo esperienza della nostra esistenza in modo illimitato. Il sé profondo non è definito né descritto da alcuna qualità del nostro corpo o della nostra personalità, dal nostro passato o dalle posizioni sociali, dal nostro lavoro o dalla nostra religione. Questo è piuttosto difficile da comprendere. Pensiamo a noi stessi, ci presentiamo agli altri e crediamo che questi ultimi ci vedano sulla base di tali qualità. Nella meditazione e nelle pratiche associate tentiamo di concentrarci sulla percezione della nostra esistenza, senza identificarci con queste caratteristiche. Nella misura in cui ci abituiamo a questo, possiamo comportarci spontaneamente in modo nuovo.</p>
<p>Puoi vedere da ciò in che modo la nostra energia viene influenzata. Quando ci definiamo sulla base delle nostre qualità, dobbiamo rivolgere la nostra energia alla protezione di esse e al tentativo di acquisirne di più preziose: più bellezza, personalità, ricchezza, potere, status sociale. Ma se ci liberiamo da tali identità, tutta quell’energia diventa disponibile per irradiare benevolenza sugli altri. Abbiamo compreso di essere il Sé che afferma <em>Io sono</em>, senza un predicato seguente; cioè,<em> </em>né<em> io sono questo</em> né <em>io ho questa qualità</em>. Solo <em>io sono</em>, illimitato e assoluto.</p>
<p>E la cosa interessante è che non appena fai esperienza di te stesso in questo modo, ti ritrovi subito a dire a tutto il mondo: “Lascia che sia!”. Sembra che la natura di <em>io sono</em> sia dire “Lascia che sia”. Questo è l’amore che viene chiamato <em>agape</em>. L’agape è l’amore che ricerca l<em>’essere</em>, il ben-essere, l’essere sempre più pieno dell’amato. È un amore che non è una <em>reazione</em> all’amato, ma una prima azione, un’azione che comincia in te, che sorge dal centro del tuo essere in virtù della sua natura. Questa energia d’amore è inesauribile. Non va messa da parte, ripartita o usata economicamente. È abbondante, copiosa ed enorme. È un’attività, un’energia in efflusso dinamico. È sempre in moto e si sta sempre irradiando, come una stella. Scorre da noi in tutti i modi possibili. Il Sé Autentico in noi sta sempre irradiando questa bontà volontaria.</p>
<p><strong>Un nuovo essere</strong></p>
<p>Amy Edelstein ed Ellen Daly: A volte hai definito l’agape o l’«amore creativo» come un movimento volto al futuro o, potremmo dire, evolutivo. Il suo scopo sarebbe, come hai detto, “portare alla luce qualcosa di nuovo”.</p>
<p>Beatrice Bruteau:<em> È</em> una volontà di essere. Si tratta dell’energia assoluta di Dio, se vogliamo chiamarla così. Questa volontà di <em>condividere l’essere è agape</em>. Ed è centrale, è originale, è la Fonte. Quando la scopri, capisci che <em>tu sei quello</em>, quello è il tuo sé più vero. Questo è ciò che accade alle persone quando sperimentano quella che viene chiamata l’Auto-realizzazione. Ed è un’energia senza limiti. Il Sé centrale o Autentico che è la verità del nostro essere è in contatto con la Fonte Divina di tutta la realtà. Naturalmente, esso è teso verso il futuro. Il suo scopo è che ci sia più essere, perché la sua natura è il dono dell’essere. Il sé autentico si dona a ogni essere. Donarsi, espandersi e irradiarsi è il suo piacere. È la nostra partecipazione alla “gloria di Dio” che “colma il mondo intero”.</p>
<p>È così che noi – facendo la nostra pratica spirituale, arrivando all’Auto-realizzazione, all’illuminazione – rendiamo possibile il gradino successivo dell’evoluzione umana, cioè dell’evoluzione cosmica, cioè dell’Auto-manifestazione di Dio. La Bontà nascosta in noi esce alla scoperto e si mostra per ciò che è, esultando nella verità dell’Essere.</p>
<p>Amy Edelstein ed Ellen Daly: Parlando del prossimo stadio evolutivo, sottolinei l’importanza della comunità collettiva o umana. Perché la natura e la formazione di questo collettivo sono tanto importanti?</p>
<p>Beatrice Bruteau: Perché il collettivo è un’operazione integrativa. Vedi, il collettivo è il mezzo attraverso cui l’unicità si forma dalla diversità, proteggendo e trascendendo allo stesso tempo quest’ultima. È una specie di gioco della cavallina, attraverso cui l’evoluzione progredisce. Quindi, una molecola è una sorta di comunità; una cellula è una sorta di comunità. Le molecole sono comunità di atomi, le cellule sono comunità di molecole e così via. Ebbene, noi stiamo seguendo questo stesso schema evolutivo, cioè <em>unirsi per creare</em>. La nuova comunità umana sarà una sorta di entità, di Essere, allo stesso modo in cui l’organismo è un collettivo di molecole e la molecola è un collettivo di atomi. Se riusciamo a far sì che gli uomini condividano la loro caratteristica energia umana (cioè l’agape, la conoscenza, l’altruismo, la creatività, l’inventività e ogni sorta di altra energia tipicamente umana), tale scambio di energie ci unirà in una comunità. E quando l’intera comunità sperimenta e pratica questo tipo di amore, le energie incrociantisi formano una rete, e quest’ultima è il Nuovo Essere che può fare ciò che è impossibile ai suoi singoli individui componenti.</p>
<p>Amy Edelstein ed Ellen Daly: Nei tuoi scritti parli del ruolo dell’integrazione e della differenziazione, due elementi centrali della teoria evolutiva sia scientifica sia spirituale. Abbiamo parlato abbastanza del processo dell’integrazione; ora potresti dire qualcosa sul ruolo e il valore della differenziazione nella creazione di questo nuovo ordine, o di ciò che hai appena chiamato “Nuovo Essere”?</p>
<p>Beatrice Bruteau: Sì. La diversità è assolutamente essenziale per l’unità dell’essere composto. Maggiori sono le diversità, meglio è; più grande la varietà delle relazioni e delle interazioni tra le entità componenti, più complessa sarà l’unità risultante. Pensa a un quadro con cinquanta diverse sfumature di colore, e a uno con solo tre. Oppure a un’orchestra con cinquanta strumenti diversi invece di uno solo: i vari suonatori interagiscono tra loro, accrescendo la ricchezza e la bellezza dell’insieme. Ogni volta che l’evoluzione cosmica compie un altro Grande Passo, le differenze all’interno del Nuovo Essere e nelle interazioni tra il nuovo insieme e gli altri nuovi insiemi sono molto maggiori. È come aggiungere un’altra dimensione: quanto volume in più c’è in uno spazio, piuttosto che in una superficie!</p>
<p><strong>Nondualismo complesso</strong></p>
<p>Amy Edelstein ed Ellen Daly: Molte tradizioni orientali sostengono che il vertice del potenziale umano è la realizzazione della nondualità. L’unione di cui stai parlando è forse simile a questa definizione dell’illuminazione?</p>
<p>Beatrice Bruteau: Sì, ma è un nondualismo che non si riduce a un monismo. Vale a dire, le nostre energie personali non<em> si fondono</em> né si<em> cancellano</em> in un tutto amorfo. Non c’è una sensazione oceanica di venire inghiottiti in un grande Tutto. È vero il contrario: soggettivamente, la sensazione è di un’<em>intensificazione</em> dell’individualità, dell’auto-consapevolezza o dell’auto-realizzazione. Forse potremmo chiamarla <em>nondualismo complesso</em>.</p>
<p>Amy Edelstein ed Ellen Daly: Pensi che alcune filosofie nondualiste potrebbero essere antitetiche a una prospettiva evolutiva? Per esempio, la tradizionale definizione orientale di illuminazione è la cessazione finale, o la fine di ogni divenire. Qual è la relazione tra l’illuminazione, così come è tradizionalmente concepita, e la tua concezione del risveglio spirituale come base di un progresso evolutivo verso gradi di integrazione sempre più elevata?</p>
<p>Beatrice Bruteau: La risposta a questa domanda mette insieme due cose di cui ho parlato. Quando scopri che l<em>’io sono</em> è il centro del tuo sé, questa è la parte della cessazione. Ma una volta fatta questa scoperta, ti rendi conto che essa è finalizzata al divenire; e questa è la parte evolutiva.</p>
<p>Amy Edelstein ed Ellen Daly: Quindi, la definizione tradizionale di illuminazione come fine del divenire può essere in realtà un ostacolo alla realizzazione del nostro potenziale evolutivo?</p>
<p>Beatrice Bruteau: Se pensiamo davvero che questo sia lo scopo finale e che non ci sia nulla al di là, potrebbe essere così.</p>
<p>Amy Edelstein ed Ellen Daly: Molti insegnanti spirituali la pensano così. Sentiamo spesso dire che quando ti risvegli, comprendi che questo mondo è solo un’illusione e che quindi nulla in esso ha importanza!</p>
<p>Beatrice Bruteau: Oh sì, lo so. Ma se ti risvegli davvero, l<em>’esperienza stessa</em> dovrebbe farti capire che questa non è la fine. Credo che fu il saggio e filosofo indiano Sri Aurobindo a dire che Shankara descrisse solo mezza verità. Il vedanta tradizionale sostiene che questo mondo è in realtà Brahman, o l’Assoluto, ma sembra Maya, o l’illusione. Ebbene, Aurobindo sentiva che Shankara si era fermato a metà strada perché non aveva approfondito questo aspetto, dicendo: “Ciò che Brahman sta facendo è manifestarsi<em> in</em> <em>quanto mondo</em>. E ciò vuol dire che il mondo è santo e va incoraggiato a manifestarsi ulteriormente”. Ciò che abbiamo di fronte è l’attività creativa di Brahman. Questo è l’Assoluto, e l’Assoluto si manifesta in termini di relatività. Il relativo e l’Assoluto, l’Infinito e il finito sono entrambi reali. Sei una miniatura della stessa struttura. Il Sé profondo in te è l’Assoluto, l’Infinito, l’Eterno, il Divino che si sta manifestando nel particolare essere umano da te personificato nel momento presente. Quindi, direi che esistono due poli: un polo mistico, che è ciò a cui ci invita Shankara, e un polo creativo, che è questo intero processo evolutivo.</p>
<p>Amy Edelstein ed Ellen Daly: Quindi, diresti che un punto di vista che riconoscesse solo la validità dell’<em>Essere</em> e non del <em>divenire </em>sarebbe incompleto?</p>
<p>Beatrice Bruteau: Direi che un nondualismo che alla fine rifiuta o evita l’intera sfera della manifestazione priva il processo del suo valore intrinseco. Il nondualimo complesso ci chiede di non rifiutare la fase manifesta per perfezionare quella immanifesta. Piuttosto, la posizione cercata è riposare nell’Immanifesto ed esprimersi nel Manifesto, non alternativamente, ma simultaneamente e per mutua implicazione.</p>
<p>L’Immanifesto, essendo la natura dell’agape, irradia necessariamente l’Essere, esprimendosi quindi come Manifesto. E il Manifesto, comprendendo che la sua natura profonda è essere l’espressione dell’Immanifesto, fa esperienza di se stesso in quanto Tale. L’evoluzione della nostra consapevolezza è finalizzata a questa complessa Auto-realizzazione e illuminazione. Le nostre pratiche spirituali servono per condurci a tale realizzazione.</p>
<p><strong>Ciò Che Sta Succedendo<br />
</strong><br />
Amy Edelstein ed Ellen Daly: Vedi un punto di arrivo (o, come avrebbe detto Teilhard, “un punto omega”) alla fine della traiettoria dell’evoluzione?</p>
<p>Beatrice Bruteau: Tendo a restare con l’idea di un universo in espansione; non ho un omega. Non penso che esista un punto finale di arrivo; credo che ci troviamo di fronte a un canto infinito. Noi non intoniamo una canzone per arrivare alla fine; l’Auto-espressione divina non sta cercando di completarsi. Sovrapponiamo questa idea perché generalmente facciamo le cose con un obiettivo definito, ma qui abbiamo a che fare con l’infinito, che non ha uno scopo finito o limitato. Il punto è cercare di esprimere l’Infinito attraverso i vari strumenti della finitudine. Direi che la vita raggiunge il suo scopo (diventa ciò che deve diventare, si realizza) proprio non arrivando mai a una fine. Se mai arrivasse a una fine cui non seguisse alcuna novità, non ci sarebbe più vita; sarebbe la morte.</p>
<p>Quindi, vedi, è molto importante partecipare a questo, perché questo è Ciò Che Sta Succedendo. Questa è la realtà. All’inizio rispondiamo a essa a livello individuale, perché è lì che stiamo attualmente sperimentando noi stessi. E<em> tutti</em> dobbiamo farlo, perché tutti esistiamo e nessuno può essere lasciato fuori. Ognuno è assolutamente necessario e infinitamente prezioso. Poiché il processo della formazione del prossimo Grande Passo dell’evoluzione (che è la manifestazione dell’Infinito) richiede che costruiamo volontariamente, consciamente e intenzionalmente quelle interazioni che costituiscono gli scambi di energia alla base del Nuovo Essere, tutti abbiamo l’onore e la responsabilità di vivere e creare l’espressione di Dio<em> in quanto mondo</em>.</p>
<p>Ogni piccolo particolare è importante, perché tutto è reale e fa parte del quadro. Nulla è un’eccezione, niente è marginale. Ogni cosa fa la sua differenza, e nessuno è mai fuori dal Dio-processo. Ma accade solo ciò che vogliamo noi; niente ci costringe. Noi siamo i promotori. Quindi, non vi sarà progresso a meno che noi non progrediamo. Ecco perché siamo tutti così importanti. Non possiamo aspettare che cambi il mondo, che mutino i tempi e noi con essi, che arrivi la rivoluzione portandoci nel suo nuovo corso. Le forze evolutive della natura non ci spingeranno più, nel loro modo confuso, verso il prossimo punto critico, in un nuovo stato dell’Essere. Da ora in poi, se avremo un futuro, <em>dobbiamo creare quel futuro da noi</em>. Noi stessi siamo il futuro e la rivoluzione.</p>
<p>Questa intervista è stata finanziata dal <em>Trust for The Meditation Process,</em> una fondazione filantropica che sostiene la riscoperta delle pratiche contemplative cristiane e incoraggia il dialogo e la cooperazione tra tutte le tradizioni contemplative.</p>
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<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/0835602168/innernet-20">Beatrice Bruteau. Evolution Toward Divinity: Teilhard De Chardin and the Hindu Traditions. Theosophical Publishing House. 1974. ISBN: 0835602168</a></p>
<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/0824516834/innernet-20">Beatrice Bruteau. God&#8217;s Ecstasy: The Creation of a Self-Creating World. Crossroad/Herder &amp; Herder. 1997. ISBN: 0824516834</a></p>
<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/1591810019/innernet-20">Beatrice Bruteau. Radical Optimism. Sentient Publications. 2002. ISBN: 1591810019</a></p>
<p>Copyright originale “What is Enlightenment” magazine <a href="http://www.wie.org/">www.wie.org</a><br />
Traduzione di Gagan Daniele Pietrini.<br />
Copyright per l&#8217;edizione italiana: Innernet.</p>
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		<title>L&#8217;evoluzione dell&#8217;illuminazione, parte 2</title>
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		<pubDate>Thu, 31 Jan 2008 23:57:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrew Cohen - Ken Wilber</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Andrew Cohen, insegnante spirituale e Ken Wilber, il più noto filosofo integrale del mondo, si incontrano, &#8220;guru&#8221; e &#8220;pandit&#8221;, cuore a cuore e mente a mente, per tracciare il profilo di una nuova spiritualità, pienamente contemporanea. Andrew Cohen: C’è un altro aspetto, in tutto questo, che volevo affrontare. Molti mesi fa, in un gruppo di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/wilber-cohen.jpg" title="wilber cohen.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/wilber-cohen.jpg" alt="wilber cohen.jpg" align="left" hspace="6" /></a>Andrew Cohen, insegnante spirituale e Ken Wilber, il più noto filosofo integrale del mondo, si incontrano, &#8220;guru&#8221; e &#8220;pandit&#8221;, cuore a cuore e mente a mente, per tracciare il profilo di una nuova spiritualità, pienamente contemporanea.<span id="more-398"></span></p>
<p>Andrew Cohen: C’è un altro aspetto, in tutto questo, che volevo affrontare. Molti mesi fa, in un gruppo di miei studenti si è verificato più volte un evento straordinario. Essi sono stati testimoni e hanno direttamente sperimentato la discesa spontanea di un’energia cosmica, una potente presenza conscia – interiore ed esteriore – in grado di illuminare istantaneamente. In altre parole, ogni individuo ha sperimentato, nella sua consapevolezza, l’innata libertà e l’illimitato potenziale che il cuore e la mente liberati provano quando l’universo vivente ci chiama a partecipare incondizionatamente al suo svolgimento. I seguenti brani sono tratti da alcune delle lettere che mi hanno mandato per descrivere l’evento: “L’altra notte abbiamo letteralmente raggiunto una massa critica e siamo esplosi. Davanti ai nostri occhi si succede una rivelazione dietro l’altra, portandoci a comprendere la più dolce delle perfezioni. La nuova presenza è un mistero che non può mai essere conosciuto. Tutto ciò che essa riconosce è l’Uno, ed è impegnata in una missione «cerca e distruggi» contro ogni separazione. Eravamo in ginocchio di fronte a questo fenomeno miracoloso: l’illuminazione impersonale. Nessuno di noi ha idea di dove stiamo andando, ma siamo consumati nel calore bianco di una comunione perfetta”.</p>
<p>“Ho finalmente compreso che quella che si manifesta tra noi è davvero l’illuminazione. Non si è mai sentito di un gruppo di persone non illuminate che desiderano abbandonare le preoccupazioni incentrate sull’io, e che cominciano a sperimentare ed ESSERE la visione illuminata. È sorprendente quanto sembrasse facile, proprio come uno stato naturale… Adesso capisco perché la chiami <em>Evoluzione</em>!”</p>
<p>“Questa gigantesca esplosione ha definitivamente indirizzato la nostra attenzione verso una presenza vasta e insondabile. È come se questo nuovo Essere cosmico parlasse come noi, attraverso di noi, manifestando il fine sommo che Esso solo scorge.”</p>
<p>Sembra che l’apparizione di questa consapevolezza sia stata possibile tanto grazie alla natura collettiva dell’evento, quanto grazie alla volontà degli individui di essere testimoni di ciò che si stava rivelando. Questo è successo diverse volte, in molti miei gruppi di studenti, e ho compreso che questa espressione dell’illuminazione al di là del personale era in realtà lo scopo dei miei insegnamenti degli ultimi sedici anni. Non avevo mai sentito nulla di simile, finché non ho letto Sri Aurobindo parlare della discesa della “supermente” (nota 1), un concetto molto simile a ciò che i miei studenti stavano sperimentando. Volevo sapere se questa cosa ti suona familiare.</p>
<p>Ken Wilber: Beh, sì. Non ero presente al fenomeno da te descritto, ma penso di averlo compreso abbastanza bene. In realtà, esso si ricollega a ciò che stavamo dicendo prima. In un certo senso, la realizzazione non-duale, che all’inizio del secolo è divenuta una realtà concreta almeno per un certo numero di persone, tra cui Sri Aurobindo, si sta ancora manifestando. Cioè, il mondo della forma continua a svilupparsi, a evolversi – l’auto-espressione dello spirito continua a svilupparsi – e questo accade, per quanto possiamo dire, sulla base di ciò che ha costruito il giorno prima, ed è per questo che l’evoluzione è davvero un evento che si rivela nel mondo della forma. Per cui, poiché questa non-dualità incarnazionale, questa stessa estatica non-dualità tantrica, ha cominciato a rivelarsi, e le sue forme di manifestazione hanno cominciato a rivelarsi, scopri che quando arrivi a persone come Sri Aurobindo, esiste una comprensione pienamente personificata di tale processo. Anche se alcuni saggi precedenti erano in definitiva illuminati per la loro epoca, in alcuni di questi saggi recenti c’è una ricchezza, uno sviluppo, una risonanza della comprensione incarnazionale dello spirito semplicemente entusiasmanti.</p>
<p>Andrew Cohen: Wow. Dunque, stai parlando dell’evoluzione dell’illuminazione stessa.</p>
<p>Ken Wilber: Sì. Se parliamo dell’illuminazione come dell’unione tra il vuoto e la forma, il puro vuoto non cambia, perché non entra nel flusso del tempo, ma la forma cambia, e le due realtà sono inestricabilmente unite. Quindi, in questo senso, esiste un’evoluzione dell’illuminazione. E ciò che troviamo in alcuni di questi sapienti, in particolare nell’era moderna, quando l’evoluzione stessa è stata compresa (cioè, quando l’evoluzione è divenuta parte della consapevolezza della manifestazione dello spirito) è una sempre maggiore trasparenza dell’illuminazione che si manifesta nel mondo della forma. In tali circostanze, il tipo di discesa di cui parlava Sri Aurobindo, la discesa della supermente, è qualcosa che, secondo lui, sarebbe certamente divenuta più frequente con il progredire dell’evoluzione. E io penso che sia vero. Il fenomeno che hai descritto <em>assomiglia </em>di certo a un esempio in miniatura di ciò.</p>
<p>La nozione di stati più elevati che per così dire discendono, afferrano le persone dove si trovano e le sollevano, è in sé una nozione antica. E credo che esistano molti esempi di stati minori che, in un certo senso, discendono sulle persone. Puoi essere nello stato egoico e sperimentare la discesa di una realtà sottile, per esempio. Ma io penso che siccome il mondo si è già aperto alla realizzazione non-duale incarnazionale, vedremo che col tempo queste cose diventeranno sempre più profonde e complete.</p>
<p>Andrew Cohen: Ma per Aurobindo la supermente non era un’idea astratta? Voglio dire, per quello che ne so, egli non riuscì a farla accadere come avrebbe voluto, cioè a renderla manifesta nel mondo.</p>
<p>Ken Wilber: Sì, è giusto. Ed è per questo che dico che è difficile sapere cosa stava accadendo esattamente nel tuo gruppo, senza aver avuto la possibilità di dare una rapida occhiata, per così dire.</p>
<p>Andrew Cohen: Certo. Naturalmente. Ma penso che la cosa importante sia che è avvenuto un incontro molto potente al di là del personale. C’era questa consapevolezza: “Sto andando al di là del personale insieme a molti altri”. In altre parole, era in atto una realizzazione simultanea della non-differenza tra l’Uno e i molti, sostenuta dalla comprensione estatica che <em>questo è ogni cosa</em>. E, allo stesso tempo, nell’individuo e nel collettivo c’era la pressante compulsione a donarsi completamente alla possibilità più grande che esista.</p>
<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/evoluzione-lluminazione-4-quadranti.jpg" title="Evoluzione lluminazione 4 quadranti.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/evoluzione-lluminazione-4-quadranti.jpg" alt="Evoluzione lluminazione 4 quadranti.jpg" align="bottom" /></a></p>
<p>Nella mappa “integrale” dell’esistenza, di Ken Wilber, ogni essere nella realtà manifesta viene considerato in possesso di almeno quattro dimensioni: una individuale interiore (soggettivo, “io”), una individuale esteriore (oggettivo, “esso”), una collettiva interiore (culturale, “noi”) e una collettiva esteriore (interoggettivo o sociale, “esso”). Qualsiasi modello di realtà che non prenda in considerazione tutte e quattro queste dimensioni, secondo Wilber, non può essere completo.</p>
<p>Ken Wilber: Sì. Posso dirti cosa penso che fosse, lasciando da parte la questione se si trattasse o no della supermente di Aurobindo. La mia opinione personale è che ciò che stava succedendo era fondamentalmente un perfetto esempio di un evento non-duale di tipo “all-quadrant”, cioè inclusivo di tutti i quadranti. Come sai, nel mio modello i quadranti rappresentano l’«io», il “noi” e l’«esso» (“It”) [vedi diagramma]. E l’idea generale è che questi aspetti dell’esperienza sono inestricabilmente interconnessi, che noi lo si comprenda o no. Quindi, talvolta qualcuno può enfatizzare l’«io», ma nello sfondo restano sempre il “noi” e l’«esso», che egli ne sia consapevole o no. E la mia convinzione fondamentale – l’ho enunciata nei libri teorici, ma credo che vada anche messa in pratica – è che una spiritualità integrale includa tutti i quadranti e i livelli. <em>Tutti i livelli</em> vuol dire, naturalmente, che stiamo coprendo l’intero spettro. Non ci stiamo fermando all’immersione nella natura, all’ascesa nel paradiso o al puro e semplice nirvana; stiamo anche abbracciando il non-duale, così che copriamo l’intero spettro della consapevolezza. E allora, ciò si manifesta in modo simultaneo, pieno e trasparente in tutti e quattro i quadranti, o nell’«io», il “noi” e l’«esso». Penso che il fatto che tu abbia una “sangha”, una piccola comunità dove la gente può lavorare insieme su questi temi per un lungo periodo di tempo, ha permesso (nel caso da te descritto) una manifestazione “a quattro quadranti” di quella realizzazione non-duale. Quindi, questa è la parte positiva. La parte negativa di tutte queste cose è che, naturalmente, si tratta di un processo caotico. E ogni volta che accade qualcosa di notevole, come in questo caso, dopo seguono i contraccolpi, gli effetti collaterali e le ombre.</p>
<p>Andrew Cohen: Proprio così. C’è l’arretramento egoico, la ribellione contro la natura sacra di ciò che si è rivelato e il terrore profondo per ciò che è richiesto.</p>
<p>Ken Wilber: È sempre difficile. È qui che la saggezza discriminante diventa molto importante. E la cosa più problematica è che, in un certo senso, in questo campo siamo tutti dei pionieri. È un tipo di evento relativamente nuovo: la forma moderna e quella postmoderna della non-dualità incarnazionale. E poiché esistono pochissimi precedenti, la saggezza discriminante è più difficile da ottenere.</p>
<p>Andrew Cohen: Sì, lo so, perché è tutto molto nuovo.</p>
<p>Ken Wilber: Giusto. È tutto molto nuovo, quindi non puoi basarti sui vecchi punti di riferimento. Nessuno può essere <em>davvero</em> sicuro di avere assolutamente ragione, anche se questi stati non-duali portano sempre con sé un certo senso di certezza. Voglio dire, questa è semplicemente la loro natura: vieni introdotto a ciò che è, e ciò che è, è. Punto. Non ci sono dubbi. La sua concreta manifestazione, invece, è quanto mai imprevedibile. È davvero difficile separare, in questo, gli aspetti che sono indubitabili da quelli che sono semplicemente dovuti alla mia pigrizia, disinformazione, egoismo, paura, stupidità ecc.</p>
<p>Andrew Cohen: Questo non è sempre vero quando ci si trova in una situazione al limite? O quando si va oltre il limite, per così dire?</p>
<p>Ken Wilber: Sì. Ma la differenza è che se fai parte di una tradizione in cui i pionieri hanno già compiuto questo lavoro, consegnandolo poi alla tradizione (come nel buddismo zen, per esempio), puoi fare affidamento su un lignaggio e una tradizione. Essi hanno già studiato le trappole di questa realizzazione particolare, e in questo senso penso che le tradizioni e i lignaggi siano ottime cose. Ma ogni volta che nascono nuovi tipi di realizzazione (e ciò vuol dire, di nuovo, ogni volta che il mondo della forma si è tanto evoluto e trasformato che hai bisogno di un diverso tipo di illuminazione evolutiva o di non-dualità incarnazionale), devi riscrivere daccapo il manuale delle istruzioni. E per questo tutti facciamo delle cazzate!</p>
<p>Andrew Cohen: Il punto è che, come hai detto, le tradizioni possono stabilire un modello, ma allo stesso tempo, dal punto di vista dell’evoluzione stessa, almeno in relazione a ciò di cui stiamo parlando, possono anche <em>impedire</em> l’evoluzione.</p>
<p>Ken Wilber: Oh, certo. È una vecchia storia. Qualunque forma creeremo oggi, ostacoleremo quella del futuro. Anche noi faremo lo stesso errore. Ma questo non deve impedirci di essere critici oggi.</p>
<p>Andrew Cohen: Certo.</p>
<p>Ken Wilber: Posso farti un esempio assai preciso in un campo in cui sto lavorando molto, cioè lo sforzo di integrare alcune scoperte della psicologia occidentale con alcune tradizioni dotate di una genuina comprensione del vuoto e della non-dualità all’interno del loro mondo della forma. Quello Vajrayana, per esempio, è un sistema meravigliosamente completo… per il Tibet feudale. Questo non vuol dire che i livelli che descrivono non esistono più. Esistono ancora. La loro realizzazione del vuoto è probabilmente insuperata. Ma il mondo della forma è cambiato. E o sali su quel treno – il treno dell’evoluzione dello spirito – o ti trasformi in ciò che ostacola l’evoluzione. Questa è una delle difficoltà maggiori.</p>
<p>A quel punto, come dici tu, la tradizione, che è servita a consolidare delle conoscenze importanti, è diventata ciò che impedisce un nuovo sviluppo. E tutto questo diventa molto pericoloso, naturalmente, perché a quel punto devi essere molto attento a ciò che stai facendo. Quindi, molti problemi che gli ordini contemplativi di questo Paese si trovano di fronte – mi riferisco ai buddisti, i cristiani, i seguaci del Vedanta – potrebbero essere di gran lunga facilitati grazie alla semplice introduzione, nel mondo della forma, delle conoscenze della psicologia evolutiva. Ma essi non vogliono farlo, perché pensano che questo equivalga ad ammettere che la loro tradizione è incompleta, insufficiente o ha qualcosa di sbagliato. Ma in realtà non stiamo dicendo che c’è qualcosa di sbagliato nella loro realizzazione; stiamo solo affermando che possiamo migliorare il veicolo, il mondo della forma, dicendo loro cose che abbiamo scoperto nel mondo della forma e che non erano note mille anni fa. Ma se essi non le includeranno nelle loro conoscenze, la loro realizzazione non-duale sarà inadeguata, perché non sarà all’altezza del mondo della forma.</p>
<p>Andrew Cohen: Oggi che nel mondo stanno avvenendo tanti cambiamenti a così grande velocità, sembra che molte tradizioni stiano attraversando un momento difficile. Il mondo della forma in cui stiamo vivendo cambia troppo velocemente e radicalmente. Grazie alle nuove forme di comunicazione, il mondo sta diventando molto più piccolo, e mi chiedo se le tradizioni riusciranno a tenere il passo dei nuovi bisogni delle persone interessate alla spiritualità, senza invece bloccarle in un modo o nell’altro. Ma le persone che vogliono davvero andare oltre i limiti del potenziale umano sono pochissime, quindi forse questo non è molto importante.</p>
<p>Ken Wilber: Beh, è una domanda fastidiosa per quelle sei persone che fanno così, Andrew! Di nuovo, per mantenere il delicato equilibrio dobbiamo riconoscere che le tradizioni possiedono un patrimonio di conoscenze e di strumenti di trasformazione assolutamente prezioso e inestimabile. E io, ripeto, non sto affermando che ci sia qualcosa di sbagliato in esso; sto solo dicendo che oggi è necessario aggiungere altri strumenti. E quando lo fai, ottieni un quadro diverso. Non è solo “Ecco alcuni strumenti di trasformazione in grado di integrare quelli che già usi”; otteniamo anche un tipo di non-dualità incarnazionale più pieno, grazie alla quale, in un certo senso (e penso che questo è ciò che stavi dicendo) viene eliminato ogni sentore di evasione, di mero trascendentalismo o di atteggiamento tipo “uscire-dalla-ruota” che tende a essere presente in alcune tradizioni.</p>
<p>Andrew Cohen: Sembra che quando si compie un serio investimento emotivo in un particolare cammino spirituale, la fiducia nel fatto che quest’ultimo possa condurre alla perfetta liberazione si basi di solito sulla convinzione che il cammino sia in sé perfetto e totale. Ma quando si incomincia a pensare che forse il cammino o la tradizione scelti non possiedono le risposte a tutte le domande, specialmente per questo mondo in evoluzione nel quale viviamo, per il praticante può arrivare il momento di una spiacevole resa dei conti.</p>
<p>Ken Wilber: Una volta sono stato intervistato da un importante giornale buddista, e l’intervistatore aveva dato un’occhiata al mio libro <em>A Brief History of Everything</em>. Aveva visto i quattro quadranti, notando che il Buddha era nel quadrante superiore sinistro e non negli altri. Quindi, ero già nei guai. Egli mi chiese: «Stai dicendo che il buddismo non è completo? Cosa puoi fare tu che il Buddha non ha fatto?». Ho risposto: «Posso guidare una jeep!». Era una risposta frivola, ma era una risposta. Voglio dire, non puoi trovare nulla sulla chirurgia del cuore nel tantra o nei sutra, per esempio. Quindi, dobbiamo davvero adattarci al mondo della forma, e parte dell’attuale mondo della forma è il fatto che viviamo in un universo evolutivo. Questo fa parte della nostra conoscenza di noi stessi. E abbiamo tutte queste straordinarie informazioni e conoscenze che vengono dalla psicologia occidentale. Anche se stiamo vivendo nel mondo del samsara, comprendiamo quest’ultimo molto meglio di una persona che stia meditando in una caverna. Quindi, perché non combinare le due cose?</p>
<p>Andrew Cohen: Ho notato che dal punto di vista dello sviluppo e dell’evoluzione spirituali (e penso che questo fatto sia stato dimostrato), per la maggior parte degli esseri umani esiste una tendenza all’omeostasi. In altre parole, sembra che la tendenza umana sia resistere al cambiamento, creare l’illusione della sicurezza in un universo insicuro e, soprattutto, evitare a tutti i costi di affrontare la terrificante e illimitata natura della vita stessa. Ma la realtà è che in questo mondo in cui stiamo vivendo, in questo universo in evoluzione, tutto cambia continuamente. E quindi, per riuscire a rispondere a questo mondo perennemente mutevole in modo da esprimere la libertà della consapevolezza illuminata nel tempo, per riuscire a essere davvero, diciamo così, una cosa sola con l’universo in evoluzione, occorre certamente liberarsi dalla tendenza naturale all’omeostasi. Per la maggior parte di noi, quest’ultima rappresenta il cieco attaccamento dell’ego alla falsa sicurezza in questo mondo insicuro. Ebbene, nello stato illuminato, come io lo intendo, si dimora nel fondamento eterno e immanifesto dell’essere. E se si è davvero liberi, se davvero si è radicati in quel fondamento senza mai spostarsi, allora nel mondo del tempo e della forma, nel caso più ideale, si è liberi dall’attaccamento dell’ego a ciò che è falso, e l’espressione di tale liberazione dovrebbe essere l’emancipazione da una relazione statica con il tempo. In altre parole, è possibile avere certe abitudini, come bere il caffè tutte le mattine o preferire il riso alla pasta, ma la relazione <em>fondamentale</em> con il tempo è idealmente una coerente espressione della libertà dinamica e della creatività del mondo. Quindi, ripeto, per essere liberi in un universo in evoluzione, occorre di sicuro liberarsi da questa inclinazione naturale all’omeostasi.</p>
<p>Ken Wilber: Penso che sia giusto. E penso anche, un’altra volta, che ciò di cui stai parlando è il paradosso della non-dualità incarnazionale. Infatti, esso è un paradosso, e per questo è stupefacente. Da una parte c’è la comprensione che sei l’eternità infinita in ogni momento dell’esistenza, ventiquattro ore al giorno, in tutte le dimensioni dell’universo. Questa è una verità incrollabile, indubbia, inconfondibile, innegabile. <em>Inoltre,</em> sei questo individuo particolare, una porzione della manifestazione che guarda verso l’esterno, verso il resto della manifestazione. Entrambe queste realtà sono autentiche. E nel mondo della forma, che è sempre in sviluppo, in evoluzione e in processo dinamico, diventa allora molto interessante <em>in che modo</em> la tua individualità “urta” contro il resto della tua manifestazione. Infatti, è qui che accade questo grande, misterioso processo: nel punto in cui, da un lato, sei in ogni momento totalmente liberato, e dall’altro hai l’obbligo, il dovere di “spingere” quelle parti del mondo che non condividono la tua libertà e la tua pienezza.</p>
<p>Quindi, come hai detto tu, esiste quasi una sorta di divina ossessione per aggiustare la tua manifestazione. Questo è il paradosso. E tenere in mente queste due realtà è difficile per chiunque abbia una realizzazione non-duale. È come creare una statua bellissima e poi cominciare a colpirla con un martello perché non te ne piacciono alcune parti. Noi manifestiamo questo straordinario universo e poi ci lagniamo di alcune sue parti, cercando di aggiustarle. Ma questo è il gioco. Questo è lo straordinario paradosso di questa cosa. E io penso che una delle prime cose che devi fare è sintonizzare quel veicolo individuale con il resto del processo della manifestazione, e questo implica un mutamento dinamico e costante. E nella misura in cui ti trattieni o eviti di fare ciò, non sei nel Sé (con la S maiuscola). Stai nell’ego, spaventato da questo e da quello.</p>
<p>Andrew Cohen: Esattamente. Precisamente. Essere davvero nel Sé vorrebbe dire vivere in modo tale da abbracciare totalmente, completamente e assolutamente il processo-vita.</p>
<p>Ken Wilber: Sarebbe certamente un bel giorno!</p>
<p>Andrew Cohen: Di sicuro. Come insegnante, è per me interessante continuare a osservare, nei miei studenti, come la tendenza naturale della maggior parte degli individui (ma questo è ancora più vero in un collettivo) sia l’omeostasi. Voglio dire, una cosa è riuscire a far sì che un individuo abbandoni ciò che gli impedisce di cominciare ad abbracciare la vita con quella totalità di cui hai appena parlato; un’altra cosa, infinitamente più complessa, è far accadere lo stesso in un collettivo. Di fatto, è quasi impossibile, ma spero che non lo sia del tutto.</p>
<p>Ken Wilber: A proposito di ciò che stai dicendo, una delle cose che riformulerei in modo leggermente diverso è che sì, l’omeostasi è una forte tendenza nell’individuo, ma esiste anche un’altra tendenza, ugualmente forte, e questa è Eros o Agape: la tendenza che, in un modo o nell’altro, ti porta al di là di te stesso. E quello che ti sento dire è che spesse volte segui la spinta espansiva, ma poi è come se dicessi: “OK, ho fatto abbastanza. Basta! È tempo di contrarsi. Allontanati da me!”.</p>
<p>Andrew Cohen: Esattamente. È tempo di crogiolarsi nell’autocompiacimento.</p>
<p>Ken Wilber: “Hey, mi sono espanso di due centimetri, adesso non rompere più il cazzo!”</p>
<p>Andrew Cohen: Giusto. “L’ho fatto, l’ho fatto”. Sai, è dura per le persone comprendere che in verità non potranno mai averlo fatto. Non accadrà mai… Non se lo faremo <em>davvero</em>!</p>
<p>Ken Wilber: Beh, l’intero processo spirituale, come sai, è finalizzato a lasciare striature su tutto l’ego. Questo è il vero punto. Ed è tanto piacevole quanto partorire un bambino.</p>
<p>Andrew Cohen: Beh, non credo che al giorno d’oggi la gente sia molto interessata alla morte dell’ego.</p>
<p>Ken Wilber: Oh no, in nome del cielo! Questo provocherebbe emarginazione, sarebbe crudele, cattivo e non onorerebbe la pluralità degli esseri umani!</p>
<p>Andrew Cohen: Ken, c’è una situazione interessante di cui sono diventato consapevole durante questa indagine sull’evoluzione e il suo rapporto con l’illuminazione. Da un lato, oggi esistono molte persone che si infiammano in nome dell’evoluzione, e questo è fantastico, perché tale passione si esprime sempre, in un modo o nell’altro, in un ispirato interesse verso la salute e il benessere del mondo in via di sviluppo. Ma poiché il loro interesse non è rivolto anche al trascendente, a quel mistero che si trova al di là del mondo, spesso essi non sembrano molto consapevoli di ciò che io definirei <em>il sacro</em>. Dall’altro lato, per molte persone appartenenti alle tradizioni non-duali, sinceramente appassionate alla trascendenza e per le quali l’illuminazione della propria consapevolezza è una questione di primaria importanza, il benessere del mondo in via di sviluppo non sembra una questione importante.</p>
<p>Ken Wilber: Giusto. E questo è un altro aspetto del tema che stiamo affrontando. Si tratta ancora una volta di una nozione semplicistica, ma il samsara, il nirvana e la loro non-dualità esistono. E talvolta, ironicamente, le persone che hanno, diciamo, una profonda e accurata comprensione del samsara, e sono nobilmente motivate all’interno del samsara, possono essere più utili al mondo di coloro che si limitano a cercare il nirvana, anche se quest’ultimo, in un certo senso, potrebbe essere uno stato più elevato. Ed è molto strano vedere persone che non sono in contatto con il sacro fare un ottimo lavoro nel mondo, mentre coloro che professano di essere in contatto con il sacro fondamentalmente ignorano, denunciano o rinunciano al mondo, in tal modo accrescendone le sofferenze.</p>
<p>Andrew Cohen: Che mondo folle! Sai, è difficile sapere dove siamo davvero diretti, ma quando certe tradizioni parlano degli stadi più elevati dell’evoluzione umana, spesso sembrano fare riferimento a una sorta di assoluta trascendenza e di controllo della forma fisica. Alcune definiscono ciò come il conseguimento del “corpo luminoso”. Le tradizioni yogiche, tibetane e cristiane sono tutte variazioni di questo concetto. Pensi che sia davvero possibile, come affermano alcuni, conseguire attraverso la pratica spirituale quello che viene chiamato “il corpo di luce”, e grazie a ciò avere un tale controllo sul mondo fisico da poter letteralmente governare le proprie cellule?</p>
<p>Ken Wilber: Beh, io penso, come è spesso il caso in queste faccende, che in quello che hai detto ci sia un seme, o molti semi, di verità. Ma penso anche che ancorate a queste cose ci siano inevitabilmente diverse fantasie, speranze, desideri e paure. Da un lato, dietro la nozione di corpo luminoso vi sono alcune cose positive, ma per approfondirle occorrono, per così dire, delle complicate psicologie e ontologie dell’esoterico. Il modo più semplice per affrontare l’argomento è dire che quando il “dharmakaya”, o il vuoto, infonde la “rupakaya”, o la forma, di libertà estatica e gioiosa, quella stessa forma tende ad assumere una qualità trasparente o luminosa. E questa è un’altra variante dell’idea generale della non-dualità: le cose che vengono ritenute “spirituali” e appartenenti a qualche altra dimensione “superiore” possono, in realtà, essere presenti in questo corpo materiale, trasfigurandolo. In questo, sotto molti punti di vista, c’è molta verità, e penso che dobbiamo onorare tale verità. Dall’altro lato, questa nozione è fatta su misura per fantasie egoiche di onnipotenza. E le tradizioni yogiche non ne sono immuni. Cioè, una parte dello yoga era davvero ciò che potremmo chiamare uno yoga “superiore”, ovvero la realizzazione del sé trascendente, come nelle arti marziali, i cui livelli superiori erano spesso infusi delle conoscenze zen sulla non-azione, la spontaneità e la non-mente, da praticare nel mezzo del combattimento. Ma una vasta parte della tradizione yogica, quella “inferiore”, per così dire, era fondamentalmente paura egoica e controllo dei processi naturali. Per cui, esiste davvero l’idea che se sei totalmente illuminato, puoi controllare totalmente il samsara. Ma questo non ha molto senso.</p>
<p>Andrew Cohen: Sai, quando insegnavo a Bodhgaya, in India, ho incontrato molti tibetani, e tutti, quasi senza eccezioni, erano convinti che una persona completamente illuminata era non solo onnipotente e onnisciente, ma anche incapace di soffrire a qualsiasi livello, incluso quello fisico.</p>
<p>Ken Wilber: Esiste uno strano miscuglio tra l’antico ideale della via meramente ascendente del “nirvikalpa” o del nirvana, e l’ideale tantrico della non-dualità. La tendenza classica, sia nei sutra di Patanjali che nella tradizione Theravada, è davvero quella di accedere a tale cessazione immanifesta. E in quello stato è possibile non provare alcun dolore. Letteralmente, non esiste sofferenza. Ancora una volta, è qualcosa di molto simile allo stato di sonno profondo e senza sogni in cui la gente si immerge ogni notte. Non esiste dolore, ego, sofferenza ecc. Tutto ciò è molto affine allo stato nirvanico. E se riesci a fare ciò consapevolmente, puoi fare quello che hanno fatto alcuni monaci vietnamiti: cospargerti di benzina, darti fuoco e non sbattere mai le palpebre. Questo è “nirvikalpa”; non è la non-dualità. La parte spiacevole della realizzazione non-duale è che non diventi meno sensibile al dolore, ma<em> più</em>. Infatti, non puoi evadere nel “nirvikalpa”. In ogni situazione resti un testimone, e quindi noti tutto ciò che accade, momento dopo momento. Ciò vuol dire dolore, sofferenza, ferite ecc. Semmai, percepisci tutto ciò con più intensità, perché non esistono filtri. Non esiste protezione egoica. È impossibile dire: “OK, fine. Dov’è la morfina?”. Quindi, anche questa parte è paradossale, perché il dolore sorge in un mare di estasi, senza andarsene. Per cui, la nozione che l’illuminazione totale sia il controllo egoico delle proprie cellule non funziona, penso!</p>
<p>Andrew Cohen: Sai, nella tradizione dello yoga integrale di Sri Aurobindo, che di sicuro afferma di integrare l’illuminazione e l’evoluzione in un modo che poche vie non-duali hanno tentato precedentemente, sembra che si parli molto di questo genere di cose. Parlano letteralmente dell’«illuminazione delle cellule» come dell’espressione più elevata dell’evoluzione spirituale.</p>
<p>Ken Wilber: Lo so. Pensano che la vera “discesa della supermente” sia una trasfigurazione in un corpo fisico di luce. Francamente, penso che si tratti di un’immagine preliminare dello stadio di non-dualità incarnazionale che sta emergendo, e credo che tra cento o mille anni, esso avrà una forma completamente diversa. Sai, forse vivremo all’interno di fibre ottiche, e tutta la nostra consapevolezza non sarà altro che dei luminosi pezzettini digitali sparpagliati per l’eternità. Non conosciamo quale sarà la sua forma. Penso che questa sia solo un’immagine illuminata di ciò cui un “rupakaya”, trasformato e imbevuto di “dharmakaya”, assomiglierà. Ma è solo una possibilità, e penso che con il progredire dei decenni e dei secoli avremo delle conoscenze molto migliori. Non sono sicuro che avverrà esattamente quello che pensava Sri Aurobindo, ma potrebbe anche essere. Sto solo dicendo che sarebbe interessante vedere cosa si svilupperà davvero nel mondo della forma.</p>
<p>1: Nella filosofia di Sri Aurobindo, la “supermente” indica una forza dinamica e un piano di consapevolezza superiori alla mente che sperimenta l’Unità Assoluta di tutta l’esistenza all’interno della sfera della diversità, e che libera un grande potenziale trasformativo quando discende nel mondo manifesto.</p>
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<p class="MsoNormal"><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/1570625026/innernet-20"><span lang="DE">Ken Wilber. </span><span lang="EN-GB">Up from Eden : The Atman Project. Shambhala. 1999. ISBN: 1570625026</span></a><span lang="EN-GB"><o:p></o:p></span></p>
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<p class="MsoNormal"><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/188392930X/innernet-20"><span lang="EN-GB">Andrew Cohen. Living Enlightenment: A Call for Evolution Beyond Ego. Moksha Press. 2002. ISBN: 188392930X</span></a><span lang="EN-GB"><o:p></o:p></span></p>
<p class="MsoNormal"><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/1883929075/innernet-20"><span lang="EN-GB">Andrew Cohen. My Master Is My Self: The Birth of a Spiritual Teacher. Moksha Press.1995. ISBN: 1883929075</span></a><span lang="EN-GB"><o:p></o:p></span></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="EN-GB"><!--[if !supportEmptyParas]--> <!--[endif]--><o:p></o:p></span></p>
<p class="p11"><span class="t4"><span lang="EN-GB">Copyright originale “What is Enlightenment” magazine </span></span><a href="http://www.wie.org/"><span lang="EN-GB">www.wie.org</span></a><span lang="EN-GB"><br />
<span class="t4">Traduzione di Gagan Daniele Pietrini.</span><br />
</span><span class="t6">Copyright per l&#8217;edizione italiana: Innernet.<o:p></o:p></span></p>
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		<title>L&#8217;evoluzione dell&#8217;illuminazione, parte 1</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Jan 2008 12:18:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrew Cohen - Ken Wilber</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/wilber-cohen.jpg" title="wilber cohen.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/wilber-cohen.jpg" alt="wilber cohen.jpg" align="left" hspace="6" /></a>Andrew Cohen, insegnante spirituale e Ken Wilber, il più noto filosofo integrale del mondo, si incontrano, &#8220;guru&#8221; e &#8220;pandit&#8221;, cuore a cuore e mente a mente, per tracciare il profilo di una nuova spiritualità, pienamente contemporanea.<span id="more-399"></span></p>
<p><strong>Dialogo tra Andrew Cohen e Ken Wilber</strong></p>
<p>Andrew Cohen, insegnante spirituale e Ken Wilber, il più noto filosofo integrale del mondo, si incontrano, “guru” e “pandit”, cuore a cuore e mente a mente, per superare i limiti della loro (e nostra) esperienza e comprensione, e per tracciare il profilo di una nuova spiritualità, pienamente contemporanea.</p>
<p>Il termine pandit non è solo una strana pronuncia di “pundit”, parola che in inglese indica i caustici intellettuali dalla battuta pronta che affollano l’etere. Un pandit autentico è uno studioso; non qualcuno che si isola in una torre di avorio, ma una persona profondamente preparata e immersa nella saggezza spirituale. Quindi, stiamo ricorrendo all’antico significato sanscrito di “pandit” e, per quello che conta, di guru, come punto di partenza per un’interazione che ha il potenziale di trascendere e includere (per usare una tipica espressione wilberiana) il vecchio, facendoci entrare in qualcosa di radicalmente nuovo.</p>
<p>Per cui, mentre recuperiamo e trascendiamo gli antichi termini spirituali, proviamo a guardare con occhi nuovi la figura del guru, che in sanscrito vuol dire letteralmente <em>colui che scaccia le tenebre</em>, una persona che insegna la liberazione spirituale grazie alla sua esperienza o realizzazione diretta. Andrew Cohen ha cercato di portare alla luce il senso e il significato dell’illuminazione per la nostra epoca. E Andrew, cosa che qualcuno dei nostri lettori potrebbe ignorare, ha lottato contro l’avversione del mondo postmoderno per l’idea di autorità, abbracciando le esigenze tradizionali del principio del guru e facendosi campione della relazione studente-insegnante come di una “partnership” radicale per l’evoluzione umana. Fieramente indipendente, Andrew sta creando dalla sua esperienza una nuova spiritualità – che egli chiama l’«illuminazione evolutiva» – basata sul misticismo profondo delle tradizioni orientali dell’illuminazione e sulla passione occidentale per il potenziale evolutivo collettivo e individuale dell’umanità.</p>
<p>Ken Wilber dice spesso: “Sono un pandit, non un guru”. La nostra rivista ha già avuto l’onore di pubblicare le sue bellissime e ardenti parole, espressione della saggezza di un pandit autentico che ha infiammato i nostri cuori e affinato le nostre menti, portandoci a riflettere profondamente sulla vita umana in generale e stimolandoci a raggiungere profondità più grandi. Per usare le parole di Ken, “un pandit è un praticante spirituale che ha anche un’inclinazione per l’accademico, lo scolastico o l’intellettuale, e quindi diventa un insegnante del Divino, una persona atta ad articolare e difendere il dharma, un samurai intellettuale”. Vero e proprio guerriero della parola, egli ha scritto più di diciotto volumi (ed è stato tradotto in più di venti lingue) in cui trova espressione la sua “teoria del tutto”, in continua evoluzione. In un’epoca in cui la frammentazione e il relativismo postmoderni portano l’accademia contemporanea pericolosamente vicino al nichilismo, la voce indipendente di Ken chiede a gran voce una sintesi integrale, sana e profondamente spirituale tra i modelli orientali di trascendenza e la filosofia e la psicologia evolutiva occidentali.</p>
<p>Cosa accadrebbe, ci siamo chiesti, se questi due idealisti senza paura e lontani dai compromessi si incontrassero per parlare del futuro di Dio? Quello che è accaduto, come vedrete, è un entusiasmante esempio dell’alchimia che può avere luogo grazie a un dialogo aperto e autentico. Andrew e Ken – il guru del terzo millennio e il pandit del ventunesimo secolo – in bilico tra passato e futuro, cavalcano la nuova onda spirituale interrogandosi sull’evoluzione dell’illuminazione stessa.</p>
<p>Andrew Cohen: Non ho mai avuto un interesse particolare per l’evoluzione. All’inizio, dopo il mio risveglio nel 1986, insegnavo nello stesso modo in cui il mio insegnante aveva insegnato a me. Questa era la mia esperienza: che tutto era semplicemente così come era. Non c’era nessun posto dove andare e niente da fare. In quell’insegnamento, tutto quello che occorreva fare era comprendere questo. Inizio e fine della storia. In realtà, all’epoca ero tanto sicuro di questo insegnamento che mettevo seriamente in dubbio qualsiasi dottrina che implicasse il tempo, il futuro o il divenire. Diffidavo anche di ogni insegnante che dicesse di fare qualcosa che implicasse il futuro, il tempo e il divenire.</p>
<p>Dopo un po’, tuttavia, ho cominciato a notare che nonostante il fatto che molti miei studenti avessero avuto esperienze di risveglio molto potenti, nella maggior parte dei casi si perdevano ancora, a volte, nel narcisismo, nell’avidità e in ossessioni nevrotiche. Erano smarriti in impulsi meschini e profondamente condizionati.</p>
<p>Quindi, ho cominciato a fare sempre più attenzione al bisogno di <em>trasformare</em> veramente l’essere umano. Trasformarlo affinché diventasse un’espressione vivente del vuoto e della purezza di motivi che si scoprono nell’esperienza spirituale. Per cui, ho gradualmente cominciato a mettere più attenzione sullo sviluppo della capacità di personificare e manifestare quella bellezza, perfezione e integrità <em>in quanto</em> costituenti la nostra umanità, piuttosto che sulla sola esperienza estatica del puro Essere.</p>
<p>Dunque, questo è stato l’inizio. Poi, dopo qualche anno, nel mio insegnamento è cominciato a emergere qualcosa di nuovo. E la prima volta che ne sono diventato consapevole è stato quando ho cominciato a tenere ritiri in India. Una mattina, mentre tenevo un discorso, qualcosa è semplicemente esploso in me. Non sapevo da dove venisse. Una passione sfrenata è sgorgata spontaneamente da me, chiedendo che questo miracolo, questo mistero al di là del tempo si manifestasse in questo stesso mondo come <em>noi stessi.</em> Essa ha scioccato e ispirato molte persone, e ha scioccato e ispirato anche me. Ciò è avvenuto più di dieci anni fa.</p>
<p>E col tempo, ho cominciato a comprendere sempre di più che questa passione è in realtà una passione per qualcosa di più che la semplice illuminazione nel senso tradizionale od orientale, che vuol dire un’elevazione verticale, l’uscita dalla ruota del divenire e l’assoluta trascendenza di questo mondo, senza lasciare tracce. Ciò che enfatizzo, oggi, è radicalmente diverso. Adesso lo scopo, per quanto possa sembrare audace, è non solo trascendere il mondo, ma trasformarlo, diventare un agente dello stesso impulso evolutivo. Di fatto, nell’arrendere il proprio ego a questo, ci si sente letteralmente inondati da un’energia luminosa e divina, oltre che da una passione per la trasformazione del mondo e dell’universo intero per una causa che non ha nulla a che fare con se stessi.</p>
<p>Questo cambiamento di atteggiamento, molti anni fa, è stato anche uno dei motivi per cui mi sono allontanato dal mio insegnante. Ogni volta che egli mi sentiva dire che c’era qualcos’altro da fare oltre a uscire dalla ruota del divenire e semplicemente ESSERE, pensava che stavo corrompendo e alterando i suoi insegnamenti. Quindi, a un certo punto, ho concluso che dovevano esserci diversi <em>tipi</em> di illuminazione, diversi tipi di risveglio, che di fatto portavano a risultati diversi.</p>
<p>Alla fine, ho cominciato a chiamare questo insegnamento <em>illuminazione evolutiva o illuminazione evolutiva impersonale</em>. In tale insegnamento, l’enfasi non è solo sulla realizzazione del vuoto e del puro Essere, ma anche sul bisogno di diventare un essere umano radicalmente e profondamente trasformato, in grado di manifestare nel mondo il nostro potenziale evolutivo più elevato. In precedenza non mi ero mai imbattuto in qualcosa del genere. Solo recentemente, grazie alle inchieste del nostro giornale, ho conosciuto gli insegnamenti di Sri Aurobindo e Teilhard de Chardin, nei quali ho cominciato ad avvertire un’eco della mia passione: la passione per l’illuminazione evolutiva, per il risveglio alla verità di ciò che siamo, avendo poi il coraggio di permetterci di sperimentare l’urgenza che la rende manifesta in questo mondo con tutto il nostro essere.</p>
<p>Per cui, volevo cominciare la mia conversazione con te da questa domanda: cos’è l’illuminazione? Penso che sia una questione importante, perché oggi moltissime persone si interessano alla spiritualità. E credo, strano a dirsi, che la nozione tradizionale di illuminazione non sia adeguata ai bisogni del mondo in evoluzione nel quale viviamo.</p>
<p>Ken Wilber: Sono fondamentalmente d’accordo con tutto ciò che hai detto; ho solo una prospettiva diversa, ovviamente, su alcuni punti. Hai accennato a molti concetti importantissimi. Forse potremmo cominciare dall’ultimo, quello sui diversi tipi di illuminazione. All’inizio, questa potrebbe sembrare un’idea strana, perché l’illuminazione è evidentemente onnicomprensiva, eterna, onnipervasiva, immutevole, atemporale ecc., ed è difficile immaginare due modalità diverse di una qualsiasi di queste qualità. Ma in realtà, anche nella tradizione si trovano almeno due concezioni fondamentali e molto diverse dell’illuminazione. Una era prevalente durante il periodo assiale, all’incirca dal 2000 a.C. al 100 d.C. Probabilmente, essa ha trovato la sua espressione migliore nella prima tradizione buddista, quella Theravada, soprattutto nel concetto di nirvana o “nirvikalpa”, che di base indica l’immersione in una dimensione senza forma, dove non esistono manifestazioni e non sorgono oggetti. È uno stato di consapevolezza profondamente libero dal mutamento, il tempo, lo spazio, l’io e l’inquietudine. L’analogia classica, per coloro che non hanno avuto tale esperienza, è il sonno profondo senza sogni. Entri in uno stato di consapevolezza priva di forma. Tale stato di nirvana veniva ritenuto la forma più elevata di realizzazione e si pensava che fosse totalmente separato dal samsara. Il mondo del vuoto era completamente distinto da quello della forma. Il vuoto era trascendente e privo di tempo, mentre la forma era temporale: sofferenza, dolore, illusione ecc. E lo scopo, senza dubbio, era uscire dal samsara, “dalla ruota”, per accedere al nirvana.</p>
<p>Penso che la vera rivoluzione spirituale sia avvenuta intorno a quell’epoca, grazie in particolare al genio di Nagarjuna, in oriente, e di Plotino, in occidente. Quello fu l’importante passo in avanti verso ciò che potremmo chiamare <em>l’illuminazione o la realizzazione</em> <em>non-duale</em>, che è una comprensione profonda del nirvana, o del vuoto, dell’eterno e del trascendente. Ma è anche un’unione, perché è una realizzazione sposata all’intero mondo della forma, al mondo del samsara. Per cui, l’idea delle tradizioni non-duali non era che accedevi a uno stato di cessazione privo di manifestazioni e di forme, ma che quell’assenza di forme o quel vuoto erano una cosa sola con tutte le forme esistenti, momento dopo momento. E quello stato non-duale, o “sahaj”, era, in un certo senso, sia il fondamento del voto del bodhisattva sia l’inizio delle tradizioni tantriche. L’idea era che il mondo del samsara e del nirvana dovevano in qualche modo procedere mano nella mano; altrimenti, il tuo essere non era davvero pieno, completo o, se preferisci, integro.</p>
<p>Quindi, è ancora vero che il “dharmakaya”, o il vuoto, o la dimensione perfettamente priva di forma non rientrano nel flusso del tempo. Ma, d’altro canto, questa è solo mezza verità. L’altra metà è che il flusso del tempo, il mutamento, l’evoluzione, lo svolgimento, la trasformazione esistono. E la chiave autentica di questa discussione, penso, è comprendere che l’unico modo per realizzare permanentemente e completamente il vuoto è trasformare, evolvere o sviluppare il tuo veicolo nel mondo della forma. I veicoli che vogliono realizzare il vuoto devono essere adeguati al compito. Questo significa che vanno sviluppati; devono essere trasformati e resi idonei alla realizzazione spirituale. Questo significa che il trascendente e l’immanente devono, per così dire, insaporirsi l’uno dell’altro.</p>
<p>Andrew Cohen: Nel veicolo?</p>
<p>Ken Wilber: Esattamente.</p>
<p>Andrew Cohen: Quindi, stai affermando che il veicolo va perfezionato.</p>
<p>Ken Wilber: Sì. Talvolta, quello che accade è che le persone si immergono, per così dire, nel vuoto. Sperimentano una realizzazione radicale di questa consapevolezza infinita e priva di confini che è la loro identità. Ma in seguito, come stavi dicendo, la realizzazione si affievolisce e le persone ritornano nello stesso veicolo egoico. Sono lo stesso io contratto, e non sanno cosa è successo. Tuttavia, non vogliono cominciare una pratica autentica o fare sforzi per rendere il loro veicolo capace di trattenere quella realizzazione in modo più pieno e duraturo. Questa è una disgrazia perché in quel caso, come hai detto, essi si stanno separando dal mondo del tempo, rifiutandosi di entrare in esso e di fare ciò che è necessario per diventare un veicolo trasparente dell’eterno.</p>
<p>La cosa più bella di una realizzazione integrale o non-duale è che fondamentalmente dobbiamo lavorare su entrambe le dimensioni. Dobbiamo affinare la nostra capacità, in un certo senso, di realizzare completamente il vuoto, momento per momento. Ma è il vuoto di tutte le forme quello che sorge momento per momento. Quindi, dobbiamo abbracciare radicalmente il mondo del samsara, come il veicolo e l’espressione del nirvana stesso. Sfortunatamente, penso che hai ragione anche quando affermi che la maggior parte delle scuole non è all’altezza di ciò.</p>
<p>La gente tende a sbagliare da una parte o dall’altra dell’equazione. O si immerge totalmente nel samsara e nel dominio sensorio-motorio (la natura è spirito, qualsiasi oggetto manifesto viene interpretato come spirito ecc.), o si immerge nella dimensione senza forma della cessazione. Ma io penso che ciò che interessa a noi – di certo, ciò di cui tu e io stiamo parlando – è una realizzazione che includa <em>sia </em>il vuoto <em>sia </em>la forma. E lasciami aggiungere che l’evoluzione accade nel mondo della forma, non in quello del vuoto. Ciò vuol dire che l’evoluzione è metà dell’equazione. E quindi, se non ti impegni a portare avanti l’evoluzione, non stai realizzando pienamente il vuoto che sei.</p>
<p>Andrew Cohen: Fantastico. Adesso vorrei spingermi oltre. Infatti, nella tua descrizione della concezione non-duale in cui questa distinzione tra nirvana e samsara scompare, in tale interpretazione dell’illuminazione (almeno per quello che posso vedere), l’idea è ancora raggiungere la liberazione da questo mondo, andarsene da qui.</p>
<p>Ken Wilber: Capisco.</p>
<p>Andrew Cohen: OK, quindi sto analizzando la domanda “Che cos’è l’illuminazione” in relazione al mondo del tempo e del divenire. Quello che sto cercando di isolare è ciò che chiamo l’«impulso evolutivo». Come ho detto prima, si tratta di una misteriosa ed estatica compulsione a trasformare il mondo. Ebbene, questa compulsione è diversa, io credo, da quella che viene tradizionalmente associata al voto del bodhisattva. Infatti, almeno secondo me, il bodhisattva è qualcuno che vuole restare indietro il tempo sufficiente a liberare tutti gli esseri senzienti da questo mondo. In altre parole, per aiutarli a uscire da qui. Ma nell’estatico impulso evolutivo di cui sto parlando, la liberazione viene in realtà scoperta attraverso la resa a questo imperativo di evolversi <em>nel </em>mondo.</p>
<p>Ken Wilber: Non attraverso l’uscita da esso.</p>
<p>Andrew Cohen: Giusto. In questa interpretazione dell’illuminazione, tutta la consapevolezza e l’energia vengono usate al servizio della creazione stessa, al di là dell’ego. In altre parole, il proprio veicolo va usato per questo grande e impegnativo scopo. E la propria illuminazione, la propria quotidiana liberazione estatica viene scoperta e sperimentata direttamente e consapevolmente solo attraverso una resa profonda e perfetta a tale scopo. Quindi, almeno nel caso ideale, se una cosa del genere è possibile, non restano motivi egoici e si è costantemente infiammati per una causa che possiamo afferrare solo parzialmente, diciamo, perché il suo culmine esiste sempre nel futuro.</p>
<p>Ken Wilber: OK, sì, concordo col senso generale di ciò che stai dicendo, ma vorrei formularlo in un altro modo. Come ho già detto, nelle primitive religioni assiali che enfatizzavano la pura e semplice ascesi, trascendenza e cessazione, avvenne un grande cambiamento. Questo cambiamento (verso le tradizioni non-duali) fu epocale, perché il vuoto non era più separato dalla forma. Come recita il Sutra del cuore, <em>il vuoto non era distinto dalla forma, e la forma non era distinta dal vuoto</em>. Ebbene, questo mutamento, che ha condotto al Mahayana e alla fine al buddismo Vajrayana, fu importante, perché indicava una comprensione profonda che era diversa da quella delle principali religioni esistenti in precedenza. La prima di tali religioni riteneva che il mondo del samsara fosse lo spirito. Questa, fondamentalmente, non è altro che l’immersione nella pura e semplice manifestazione della pura e semplice natura. Poi venne il periodo assiale, che diceva: “No, il trascendente è la sola realtà spirituale. L’unica realtà è ciò che è ascensionale, al di là del tempo”. Ma il non-duale diceva: “Aspettate un attimo, avete ragione <em>entrambi</em>. Quello che dobbiamo fare è trovare un modo per conciliare le vostre idee”.</p>
<p>Ebbene, l’originale voto del bodhisattva recitava: “Faccio voto di raggiungere l’illuminazione al più presto, per il beneficio di tutti gli altri”. Infatti, come era solito sottolineare Kalu Rinpoche: “Idiota, se rimandi la tua illuminazione, come puoi salvare qualcuno?”. Questo si è evoluto nella concezione tantrica. Entrambi avevano in comune, almeno implicitamente, la nozione che il nirvana e il samsara, il vuoto e la forma, il senza tempo e il mondo del tempo, l’essere e il divenire, erano parte di una realizzazione integrale. Ed entrambe quelle componenti vanno abbracciate. Ora, penso che hai ragione, in un certo senso, quando sostieni che le tradizioni non sono sempre state all’altezza di ciò. E penso anche che esiste un altro significato, o una comprensione più profonda, della realizzazione non-duale, che implica un impulso evolutivo nel mondo della forma in evoluzione.</p>
<p>Andrew Cohen: Sì, questo è ciò di cui sto parlando!</p>
<p>Ken Wilber: E penso che il motivo per cui questo è vero si può trovare in ciò che abbiamo appena detto: un sapiente – diciamo di mille anni fa – poteva avere una profonda realizzazione del “dharmakaya” o del puro vuoto – una profonda realizzazione del “nirvikalpa samadhi” – e poi anche una profonda esperienza di unione con tutte le forme. Per cui, questo sapiente avrebbe avuto una realizzazione tanto del vuoto <em>quanto</em> del mondo della forma, comprendendo che essi erano intrinsecamente la stessa cosa. Sorgono momento dopo momento come il vuoto di tutte le forme che stanno nascendo estaticamente. Ciononostante, quel sapiente perfettamente illuminato, nel senso “sahaj”, nel senso non-duale, poteva essere tutt’uno solo con il mondo della forma esistente al suo tempo. E in quel mondo della forma non esistevano le conoscenze che oggi abbiamo riguardo lo stesso mondo della forma.</p>
<p>Andrew Cohen: Vuoi dire riguardo l’evoluzione?</p>
<p>Ken Wilber: In particolare, riguardo l’evoluzione: la sua natura esatta, cosa significa davvero, cosa accadrà nel mondo della forma. Nel mondo della forma stiamo osservando una tendenza innegabile verso livelli di differenziazione, integrazione, complessità e unificazione sempre maggiori. E questa è una comprensione profonda, perché vuol dire che il nostro veicolo nel mondo della forma sta diventando più trasparente ai processi che sono nel mondo della forma. Ciò cambia tutto. Non importa quanto profondamente fosse illuminata una persona mille anni fa: il mondo della forma non includeva quella comprensione. Quindi, <em>essa</em> non faceva parte della loro realizzazione, anche se la loro realizzazione del vuoto era completa esattamente quanto può esserlo la nostra oggi, poiché il vuoto è il vuoto, non cambia, non ha parti in movimento ecc. Quindi, non stiamo togliendo nulla al sapiente che ha vissuto mille anni fa. Tuttavia, abbiamo una cosa in più rispetto lui: noi siamo vivi<em> adesso</em>. E tra mille anni, la gente guarderà il<em> nostro</em> mondo della forma e riderà istericamente per quanto eravamo idioti. Ma, nel frattempo, dobbiamo continuare a incorporare in <em>questo </em>mondo della forma il vuoto radicale, e il risultato è, sì, un tipo di vuoto evolutivo. Oppure di “illuminazione evolutiva”, sicuro.</p>
<p>Andrew Cohen: E in questa illuminazione evolutiva, l’elemento importante, almeno a mio parere, è arrendersi a una compulsione illuminata a partecipare con tutto il cuore al processo evolutivo, <em>per il bene dell’evoluzione stessa</em>. L’illuminazione evolutiva è tutta qua. Non si tratta semplicemente di conseguire la liberazione o la personale trascendenza di questo mondo.</p>
<p>Ken Wilber: Sì, sono d’accordo.</p>
<p>Andrew Cohen: Ed è questo cambiamento di accento ciò che in realtà sto evidenziando. È questo cambiamento che in ultima analisi è importante, secondo me, per definire l’illuminazione nella nostra epoca. Infatti, oggi tantissime persone si chiedono che cos’è e cosa significa l’illuminazione, ma nel novanta per cento dei casi (se non di più) si sentono rispondere che essa è la trascendenza, la trascendenza <em>individuale</em>. E anche se di solito questa risposta è accompagnata da un’esortazione all’altruismo e alla compassione, non siamo quasi mai di fronte a quella sbrigliata passione rivoluzionaria per la trasformazione totale del mondo, che sorge nel cuore spirituale quando quest’ultimo viene <em>davvero</em> liberato dal mondo. Cioè, molto spesso l’illuminazione è una sorta di strano miscuglio tiepido, composto da antiche nozioni sull’illuminazione e da idee emotive di stampo “new age” sulla compassione. Di certo, essa non viene dall’autentico fuoco della liberazione.</p>
<p>Ken Wilber: Abbiamo anche uno stranissimo miscuglio di questi tre fondamentali orientamenti religiosi. Uno è l’immersione pagana nel samsara; un altro è la fuga idealista e trascendentale nel mondo della cessazione immanifesta; e il terzo è una sorta di non-dualismo che include i due precedenti. E la realizzazione non-duale, nel mondo di oggi, assume necessariamente la forma della non-dualità evolutiva. Talvolta, la gente è infastidita dalla nozione di evoluzione. Pensa: “Tutte queste fesserie sugli stadi evolutivi, non ci credo. Si creano gerarchie, emarginazione. Non mi piace”. Oppure, se la persona è incline alla spiritualità, pensa ciò che pensava il tuo insegnante, cioè che qualsiasi discussione sul mondo del tempo dimostra che non hai davvero compreso l’Essere, o l’eterno. È strano, ma la tua realizzazione non-duale viene giudicata inferiore rispetto a uno di questi stati fratturati.</p>
<p>Andrew Cohen: Oh, certo.</p>
<p>Ken Wilber: Il che è davvero bizzarro! Ma in ogni caso è comprensibile che la gente rimanga un po’ turbata dalla nozione di stadi evolutivi, o di cose che devono elevarsi sempre di più.</p>
<p>Andrew Cohen: Perché, Dio non voglia, forse loro devono andare ancora avanti, forse c’è qualcosa da<em> fare </em>qui!</p>
<p>Ken Wilber: Naturalmente, io non affermerei mai qualcosa di così cattivo… Ma questa è certamente una delle ragioni per cui le persone sono turbate dall’evoluzione. Comunque, penso che quando entriamo in una discussione davvero profonda sulla differenza tra gli <em>stati</em> e gli <em>stadi</em> di consapevolezza, potremo riuscire a comprendere meglio alcuni di questi argomenti.</p>
<p>Andrew Cohen: Questo avviene perché, come hai detto, l’evoluzione graduale verso <em>stadi</em> più elevati di sviluppo della consapevolezza è indispensabile per riuscire a sostenere e interpretare accuratamente l’esperienza degli <em>stati</em> più elevati di consapevolezza?</p>
<p>Ken Wilber: Sì, esattamente. Una delle ragioni per cui le persone accettano con difficoltà la nozione degli stadi o dello sviluppo evolutivo è il fatto che loro stesse hanno sperimentato <em>stati</em> molto profondi di consapevolezza, che talvolta sono di natura non-duale. E quindi non credono all’idea che devi in qualche modo evolverti di stadio in stadio per accedere al non-duale. Ma non è questo ciò che stiamo dicendo. Il non-duale, o il puro vuoto stesso, è lo stato onnipresente di ogni singolo stadio dello sviluppo. È totalmente presente negli atomi, nelle carote, nei cani, nei bambini, negli adulti ecc. Persino i bambini più piccoli possono avere uno stato alterato temporaneo di natura sottile, causale o non-duale, per la semplice ragione che tutti gli esseri umani conoscono la veglia, il sogno e il sonno profondo. Vedi, i tre<em> stati</em> principali di consapevolezza (veglia, sogno e sonno) corrispondono alle tre grandi<em> dimensioni</em> dell’essere (grossolana, sottile e causale). Nello stato di veglia, sei consapevole della dimensione grossolana; quando sogni, di quella sottile; nel sonno profondo, di quella causale. Il non-duale è quel testimone onnipresente che esiste attraverso <em>tutti</em> i mutevoli stati. Per cui, tutti gli esseri umani hanno a loro disposizione, ventiquattro ore al giorno, stati grossolani, sottili e causali. Essi hanno a disposizione ventiquattro ore al giorno anche il fondamento non-duale e onnipresente. Quindi chiunque, in qualsiasi stadio dello sviluppo, può sperimentare uno stato alterato di realtà grossolane, sottili, causali o non-duali. Ma affinché tali stati temporanei diventino <em>tratti</em> permanenti, occorre evolversi attraverso gli stadi di purificazione del veicolo, nella dimensione della forma, in modo che esso possa estaticamente, continuamente e permanentemente abbracciare questi stati più elevati.</p>
<p>Andrew Cohen: È qui che la gente incontra delle difficoltà. Infatti, come hai ben spiegato in <em>Boomeritis</em>, l’ego, l’io narcisista, vuole essere lasciato solo, vuole violentemente essere lasciato solo, e resiste aggressivamente all’idea di non essere già perfetto e di dover cambiare.</p>
<p>Ken Wilber: Esattamente. E la semplice risposta a queste persone è: “Ottimo. Se pensi davvero di essere già illuminato, sono felice per te. Se non vuoi perfezionare il tuo veicolo attraverso le trasformazioni evolutive, perché sei già estaticamente una cosa sola con il divino ventiquattro ore al giorno, sono contento per te. Ma se non è così, apri gli occhi!”.</p>
<p>Andrew Cohen: E saresti d’accordo nel sostenere che, grazie a tale purificazione del veicolo, si forma gradualmente, per così dire, un senso profondo del dovere o un’estatica compulsione a dare tutto il nostro cuore e la nostra energia al processo evolutivo, in modo che lo splendore liberato della nostra natura assoluta emerga come <em>noi stessi</em>, in questo mondo?</p>
<p>Ken Wilber: Assolutamente. Può essere detto molto semplicemente; ovviamente è qualcosa di molto difficile da mettere in pratica. Ma la regola fondamentale è: “riposando sul vuoto, abbraccia l’intero mondo della forma”. E il mondo della forma è in evoluzione, in sviluppo, in maturazione. Quindi, riposando sul vuoto estatico, abbraccia estaticamente e “spingi” il mondo della forma, come se fosse un dovere.</p>
<p>Andrew Cohen: Giusto, “spingi”. Questa è la parte importante.</p>
<p>Ken Wilber: Sì, assolutamente.</p>
<p>Andrew Cohen: Infatti, in relazione alla domanda sul significato dell’illuminazione, l’idea di “spingere” il mondo della forma, o l’inerzia del mondo, verso l’illuminazione, è una cosa che molte persone trovano troppo impegnativa e persino antitetica alla propria idea di “spiritualità”.</p>
<p>Ken Wilber: Di nuovo, posso capire alcune esitazioni e difficoltà in proposito. Ma penso che dobbiamo semplicemente guardare la realtà in modo molto più profondo. Osserviamo i vari tipi di stati a nostra disposizione; in particolare, osserviamo gli ultimi trenta anni, durante i quali questa generazione ha fatto molti esperimenti attraverso vie e pratiche diverse, e vediamo quali sono stati i risultati. Penso che oggi stiamo arrivando a comprendere che è necessaria una sorta di pratica integrale, ovvero una pratica che sottolinei tanto l’immanenza dello spirito, in termini di manifestazione presente, quanto la sua natura trascendente. Una pratica che sia, in un certo senso, la loro misteriosa unione: il non-duale. Ed <em>è </em>misteriosa: si tratta di una storia d’amore. È una storia d’amore tra Shiva e Shakti. Come tutte le storie d’amore, non capisci mai cosa sta avvenendo, ma il tuo cuore è immerso nel mistero. Il mistero è che sei radicalmente l’unica cosa che esiste in tutto l’universo, ciononostante queste forme stanno sorgendo dentro di te. E le forme più dense non sono altro, per così dire, che il tuo piede sinistro più lento. Ma devi spingere la tua stessa “densità” nel mondo manifesto per riuscire a penetrarlo con la consapevolezza che eternamente sei. È questa parte in cui si “spinge”… Se le persone non riescono a impegnarsi davvero in essa, ho paura che restano semplicemente bloccate in stati di mera quiete o cessazione, o di mera immersione nelle manifestazioni sensorie.</p>
<p>Andrew Cohen: Non pensi che in ultima analisi questo sia il motivo per cui siamo qui: liberarci da un’identità meramente relativa e da qualsiasi attaccamento a una prospettiva non illuminata, per poterci impegnare nel processo della vita nel modo più perfetto possibile?</p>
<p>Ken Wilber: Esatto, concordo pienamente. Voglio aggiungere che, come sai, l’unica possibilità di espressione che abbiamo individualmente passa attraverso questo particolare veicolo individuale a nostra disposizione. Ecco il motivo per cui vuoi migliorarlo!</p>
<p>Andrew Cohen: È vero. E la cosa emozionante è che, come dico spesso alle persone, quando si comprende questo, avviene una rivelazione estatica. Si scopre che <em>l’essere esattamente ciò che già si è </em>– non soltanto l’io eterno, ma anche la personalità incarnata e individuata, con tutto il suo retroterra storico e culturale – è il veicolo <em>perfetto</em> per quell’impegno totale. E in tale riconoscimento si sperimenta una liberazione estatica da tutte le vecchie preoccupazioni nevrotiche incentrate sull’io.</p>
<p>Ken Wilber: Penso che sia giustissimo. Una delle ragioni per cui alcuni insegnanti spirituali sembrano non comprendere cosa significhi “spingere” il mondo, è il fatto che tale spinta arriva sull’altro lato della grande liberazione. Tale radicale libertà esiste già con la realizzazione del vuoto che pervade ogni forma. Quindi, stai spingendo il mondo non perché senti che manca qualcosa, ma per un senso del <em>dovere.</em></p>
<p>Andrew Cohen: Esattamente! E per estasi, amore e compulsione.</p>
<p>Ken Wilber: Proprio così. Se qualcuno dice le cose hai appena detto, la gente pensa che ti manca qualcosa. Non hai ancora realizzato…</p>
<p>Andrew Cohen: …o forse non sto accettando le cose così come sono. Forse ho dei desideri personali.</p>
<p>Ken Wilber: O forse non si sono ancora spinti in profondità nella non-dualità incarnazionale.</p>
<p>Andrew Cohen: “Non-dualità incarnazionale”: giusto. Ecco cos’è esattamente l’illuminazione evolutiva!</p>
<p>Ken Wilber: Passando alla pratica concreta, tu (come chiunque altro) sai benissimo che non si tratta di esercizi del tipo “one-step, two-step” (<em>passo uno, passo due</em>). In realtà, è qualcosa di molto caotico e disordinato. Alle volte sei immerso paganamente nel samsara, in altre occasioni sei assorbito nella non-esistenza Theravada. E altre volte ancora scopri le tue cellule misteriosamente, miracolosamente innamorate del vuoto e della forma allo stesso tempo. Che la tua evoluzione avvenga verso l’alto o verso il basso, per così dire, va sempre bene.</p>
<p>Andrew Cohen: Finché dura. E hai ragione: l’emersione estatica è qualcosa di caotico e spesso doloroso.</p>
<p>Ken Wilber: Sì, molto.</p>
<p>Andrew Cohen: Altrettanto si può dire dell’evoluzione materiale, organica. Tutto è molto caotico, come nell’evoluzione spirituale. Anche se, in ultima analisi, si tratta di un evento estatico.</p>
<p>Ken Wilber: Esattamente.</p>
<p>Fine prima parte.</p>
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<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/188392930X/innernet-20">Andrew Cohen. Living Enlightenment: A Call for Evolution Beyond Ego. Moksha Press. 2002. ISBN: 188392930X</a></p>
<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/1883929075/innernet-20">Andrew Cohen. My Master Is My Self: The Birth of a Spiritual Teacher. Moksha Press.1995. ISBN: 1883929075</a></p>
<p>Copyright originale “What is Enlightenment” magazine <a href="http://www.wie.org/">www.wie.org</a><br />
Traduzione di Gagan Daniele Pietrini.<br />
Copyright per l&#8217;edizione italiana: Innernet.</p>
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