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	<title>Innernet &#187; Andrew Cohen</title>
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	<description>Percorsi di consapevolezza e anima del mondo</description>
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		<title>Compassione in azione: Roshie Bernie Glassman e Ma Jaya Sati Bhagavati</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Apr 2009 06:43:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrew Cohen</dc:creator>
				<category><![CDATA[Coscienza del mondo]]></category>
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		<description><![CDATA[Che forma ha la compassione in azione? Qual è la reazione di un illuminato a una crisi e una sofferenza terribili? Due risposte a questa domanda sono Roshie Bernie Glassman e Ma Jaya Sati Bhagavati. Strano a dirsi, entrambi sono nati in una famiglia ebrea, nella stessa parte di Brooklyn e a distanza di meno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="donna bimbo terra.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/11/donna-bimbo-terra.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/11/donna-bimbo-terra.jpg" alt="donna bimbo terra.jpg" hspace="6" align="left" /></a>Che forma ha la compassione in azione? Qual è la reazione di un illuminato a una crisi e una sofferenza terribili? Due risposte a questa domanda sono Roshie Bernie Glassman e Ma Jaya Sati Bhagavati. Strano a dirsi, entrambi sono nati in una famiglia ebrea, nella stessa parte di Brooklyn e a distanza di meno di un anno. Ora, più di sessanta anni dopo, lui – maestro buddista zen – e lei – incarnazione di Kali, manifestazione della Divina Madre dell’induismo – sono diventati due straordinari esempi di risposta con tutto il proprio essere all’ingiustizia, la sfortuna e il dolore che esistono al mondo, e che la maggior parte di noi non ha nemmeno il coraggio di cominciare ad affrontare.</p>
<p><a title="Compassione in azione Roshi Glassman.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/compassione-in-azione-roshi-glassman.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/compassione-in-azione-roshi-glassman.jpg" alt="Compassione in azione Roshi Glassman.jpg" hspace="6" align="left" /></a>Roshi Glassman è diventato un avido studente zen mentre lavorava come ingegnere aerospaziale alla McDonnel-Douglas, a metà degli anni sessanta. Grazie alla straordinaria profondità del suo interesse, nel 1970 è stato ordinato prete “zen soto”, e dopo poco tempo è diventato direttore dello<em> zen center</em> di Los Angeles.</p>
<p>Qui, su richiesta del suo insegnante Taizen Maezumi Roshi, ha cominciato a insegnare. Nel 1979 ha fondato la sua comunità a New York, diventando ben presto una figura controversa nei circoli zen, poiché negli insegnamenti metteva enfasi sul lavoro e gli affari come pratiche zen, anziché sulla tradizionale “zazen” (<em>meditazione seduta</em>). “Puoi diventare uno «zen freak», <em>un fanatico dello zen</em>”, egli afferma, “ma non riuscire mai ad aprirti, e questo provoca un problema più grande, perché ti attacchi alla forma. E la forma diventa un sostituto della vita”.</p>
<p>Per finanziare la sua neonata comunità, Glassman ha avviato un’impresa zen, la <em>Greystone Bakery</em> (la<em> Panetteria Greystone</em>), che col tempo è diventata un’attività di successo, capace di guadagnare milioni di dollari. Il suo interesse per lo zen come business si è evoluto in quello per lo zen come azione sociale. E anche se questo ha provocato l’allontanamento di molti suoi primi studenti, col tempo ha spinto diverse altre persone, in vari modi, a una vita di devoto servizio, o alla compassione in azione.</p>
<p>Tale compassione in azione si manifesta in quello che oggi viene chiamato il <em>Greyston Mandala</em>, una rete di comunità evolutive ispirate ai valori buddisti. Il<em> Greyston Mandala</em> svolge molte attività nello Yonkers sudoccidentale, nello Stato di New York. La Greyston Bakery offre e insegna un lavoro agli abitanti del circostante quartiere a basso reddito; la <em>Greyston Family</em> Inn amministra appartamenti ristrutturati per individui già senza tetto e famiglie di lavoratori poveri; la <em>Greystone Health Services</em> fornisce case a persone malate di HIV/AIDS, oltre che assistenza medica e consulenza riabilitativa.<span id="more-807"></span></p>
<p>Spinto dalla sua esperienza con le famiglie di barboni, Glassman ha voluto provare in prima persona cosa significasse essere un mendicante. Per questo, all’inizio degli anni novanta, ha cominciato quella che per lui è diventata una tradizione annuale, gli “<em>street retreat</em>”, i <em>ritiri sulla strada</em>, i cui partecipanti vivono sulla strada per cinque giorni e mendicano cibo per capire cosa significa dipendere completamente dalla generosità altrui.</p>
<p>Roshi Glassman conduce anche ritiri ad Auschwitz dove, a ogni novembre, 150 persone “fanno testimonianza” dell’inimmaginabile orrore dell’olocausto.</p>
<p>Nell’inverno del 1994, Glassman ha celebrato il suo cinquantacinquesimo compleanno passando cinque giorni sotto la neve, seduto sui gradini della sede del Congresso americano, ponendosi una domanda: “Cosa posso fare per l’accattonaggio, l’AIDS e la violenza di questo Paese?”. Il risultato è stato la creazione di un ordine di praticanti zen dediti alla causa della pace, chiamato “The Zen Peacemaker Order” (<em>L’ordine zen dei costruttori della pace</em>). Questa idea si è sviluppata fino a divenire una rete internazionale e interreligiosa finalizzata a integrare la pratica spirituale con l’azione sociale.</p>
<p>“In un monastero zen, tutto è attentamente e scrupolosamente studiato per portare i monaci in uno stato di non-sapere, facendo loro sperimentare l’unità della vita”, Glassman scrive nel suo libro <em>Testimoniare,</em> “ma io ho scelto di non vivere in un monastero. Mi sono dedicato agli affari, l’azione sociale e l’impegno per la pace. Quindi, per me la domanda è diventata: «Quali attività economiche, sociali e a favore della pace possono aiutarci a realizzare l’unità della società e a scorgere l’interdipendenza della vita?».</p>
<p>Tutta la mia vita di insegnante è stata finalizzata alla creazione di nuove condizioni ambientali, strutture, attività economiche e forme sociali che portassero ognuno di noi alla comprensione e la pratica della via illuminata, la quale non è altro che la creazione della pace”.</p>
<p><a title="Compassione in azione Ma Jaja Sati" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/compassione-in-azione-ma-jaja-sati.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/compassione-in-azione-ma-jaja-sati.jpg" alt="Compassione in azione Ma Jaja Sati" hspace="6" align="left" /></a>L’eccentrica Ma Jaya Sati Bhagavati si chiamava in origine Joyce Green ed è nata in una famiglia operaia ebrea; all’età di tredici anni, sua madre morì in un ospedale statale. Educata sulle strade di Brighton Beach, a quindici anni ha sposato “un grosso, stupendo stallone italiano”, di nome Sal Di Fiore, e ben presto ha avuto due figlie. Dopo dieci anni di vita suburbana, la storia della sua leggendaria trasformazione personale è cominciata con l’iscrizione a una classe di yoga presso un centro di benessere “Jack LaLanne”, invogliata dalla promessa di perdere peso attraverso esercizi di respirazione yogica.</p>
<p>Poiché gli avevano detto che cinque minuti di respirazione al giorno avrebbero provocato una perdita di mezzo chilo alla settimana, pensò che ore di pratica avrebbero prodotto risultati sensazionali. Così fu. Con sua sorpresa, cominciò ad avere straordinari stati estatici, visioni di Gesù Cristo e visite da parte di guru famosi, tra cui Swami Nityananda e Neem Karoli Baba. Quando abbandonò la vita di moglie e madre, ricevette guida e supporto dalla compianta maestra spirituale Hilda Charlton, e ben presto divenne a sua volta un guru.</p>
<p>Nel 1976 si trasferì con i suoi studenti nella Florida centrale, dove fondò ufficialmente il <em>Neem Karoli Baba Kashi Ashram</em>, una comunità spirituale interreligiosa. Ma Jaya è divenuta la difensore dei malati di AIDS di tutto il mondo, e il suo ashram è la sede di molti, diversi progetti. Tra essi, il <em>River Fund</em>, che offre supporto fisico, emotivo, spirituale ed educativo ai malati di AIDS e di altre malattie; la <em>River House</em>, un ospizio dove gli adulti possono morire con dignità; la <em>Mary’s House</em>, che accoglie e si prende cura dei neonati non voluti e malati di AIDS; la <em>Ma Jaya River School</em>, che fornisce istruzione secondaria e non settaria ai “bambini di Ma Jaya”, cioè ai bambini non voluti o vittime di violenze, che in seguito entrano nelle migliori università del paese.</p>
<p>I suoi progetti globali a scala mondiale riguardano “township” e orfanotrofi in Sud Africa, Uganda e Messico. In California, i suoi studenti svolgono un programma chiamato<em> Sotto i ponti e sulle strade</em>, nell’ambito del quale visitano ospedali e ospizi, dando cibo e conforto a persone bisognose. A New York, la River Fund si occupa dei malati di AIDS e di coloro che sono affetti da malattie fisiche e psichiche; inoltre, fornisce vestiti e duemila pasti al mese agli affamati e ai senza tetto. Ma Jaya è membro del consiglio d’amministrazione del Parlamento delle Religioni Mondiali, e nel 1998, con l’appoggio del Dalai Lama, ha creato la giornata mondiale per il Tibet, un evento annuale celebrato in cinquantuno città e dieci Paesi, per aumentare la consapevolezza sulla situazione dei tibetani. Ella è un tornado umano di compassione in azione; la sua via è conseguire la realizzazione spirituale attraverso il servizio disinteressato nel mondo.</p>
<p>“Mi siedo sempre ai piedi del mio guru, il Signore Shiva”, dice; “chiedo a essi di darmi la forza di non sbriciolarmi, non lasciare che il mondo mi consumi. E poi ogni notte, naturalmente, entro in meditazione. Senza questa straordinaria possibilità di liberarmi di tutto ciò che raccolgo durante la giornata, non riuscirei a vivere” (Da <em>The Selfless Life of Serving Siva in All,</em> di Lavina Melwani, “Hinduism Today”, Febbraio 1999.).</p>
<p><strong>Sono io che sanguino?<br />
Intervista a Roshi Bernie Glassman</strong></p>
<p>Andrew Cohen: Questo è un momento delicato nella storia del Pianeta Terra. La sovrappopolazione, l’inquinamento ambientale e le moderne armi tecnologiche di distruzione di massa minacciano la sopravvivenza non solo della nostra specie, ma di tutta la vita sul pianeta. Duane Elgin, scienziato sociale e pensatore evolutivo, afferma: “Quella che ci troviamo di fronte, in realtà, è la convergenza di molti importanti fattori: cambiamenti climatici, estinzioni delle specie, aumento della povertà e crescita della popolazione. Tutti questi fattori potrebbero svilupparsi in modo indipendente, ma caratteristico della nostra epoca è il fatto che il mondo è diventato un sistema chiuso.</p>
<p>Non esistono luoghi dove scappare, e tutti questi fattori stanno cominciando a sommarsi tra loro, alimentandosi reciprocamente. La nostra situazione è simile a quella di un elastico che viene allungato fino al limite, ovvero fino al punto di rottura. Allora accadrà qualcosa di molto potente; oggi possiamo impedirlo, ma tra venti anni la crisi del sistema sarà una realtà inesorabile che dovremo affrontare”.</p>
<p>E lo storico delle culture <em>Thomas Berry</em>, nel suo libro <em>The Great Work</em>, afferma: “Ci ritroviamo con carenze dal punto di vista etico proprio quando, per la prima volta, abbiamo di fronte a noi l’emergenza, la distruzione irreversibile del funzionamento della Terra e dei suoi principali sistemi viventi. Le nostre tradizioni culturali sanno come affrontare il suicidio, l’omicidio e persino il genocidio, ma diventano completamente impotenti quando si tratta di affrontare il biocidio, ovvero l’estinzione dei vulnerabili sistemi viventi della Terra, e il geocidio, la devastazione della Terra stessa”.</p>
<p>Roshi Glassman, tu sei un attivista zen, un ardente attivista zen. Da molti anni offri risposte molto pratiche alle enormi sofferenze che hai visto nel mondo intorno a te. Eticamente e spiritualmente, come affronteresti questa crisi? Qual è secondo te il giusto atteggiamento che dovremmo avere per fronteggiare l’emergenza che Elgin e Berry descrivono così vividamente?</p>
<p>Bernie Glassman: Sai, Andrew, io sono fondamentalmente una persona semplice. Il mio modo di affrontare i temi che hai menzionato, che sono temi planetari, è riportarli al nostro corpo. La mia comprensione è che siamo tutti interconnessi. Ma non è facile pensare in questo modo; quindi, vorrei parlare di questo argomento dal punto di vista del corpo. Infatti, in un certo senso, tutti quei temi di cui hai parlato riguardo il pianeta avvengono a ogni istante dentro di noi, nel nostro corpo. Io soffro di diabete e di una malattia alla prostata, e se ci penso, questa cosa può schiacciarmi. Cioè, potrei dire: “Beh, non posso farci niente”.</p>
<p>Tuttavia, se non facciamo nulla al riguardo, moriamo. Quindi, in realtà, noi facciamo qualcosa al riguardo! Facciamo qualcosa nella misura in cui riusciamo a vedere con chiarezza. Se la mia mano sanguina, non mi siedo a guardarla dicendo: “Non so cosa accidenti fare”. Se la tua mano sanguina, farai qualcosa. Se non hai una benda, forse dovrai succhiare il sangue con le labbra oppure strappare un lembo della tua T-shirt per usarlo come benda. Farai qualcosa. Di certo, non ti siedi a pensare: “Sono io che sanguino?”. Fai qualcosa.</p>
<p>Quindi, per esempio, se vedo me stesso come un senza tetto per strada o come qualcuno che sta distruggendo la foresta, dico: “Sono io che sto facendo questo, quindi cosa posso fare?”. Farò quello che posso. Questa è la mia sola risposta. Non ho soluzioni, perché non so. Ecco il primo principio della nostra <em>Peacemaker Community</em>. Abbiamo molti strumenti – la conoscenza, il linguaggio, il bagaglio culturale ecc. – ma affrontiamo ogni situazione dalla posizione di colui che non sa. Ciò vuol dire essere completamente aperti, <em>in ascolto</em>. E, quindi, fare tutto ciò che possiamo. Non vuol dire affermare: “Non ho abbastanza soldi. Non sono abbastanza istruito. Non sono sufficientemente illuminato. Non sono ecc.”, bensì: “Questo è ciò che posso fare”, e quindi agire al meglio delle proprie possibilità. Ecco cosa mi spinge a continuare a lavorare in tutti questi campi. Quando indietreggiamo, possiamo dire semplicemente: “È troppo, sai. Andrà tutto a pezzi”. Sì, andrà tutto a pezzi. Ma nel frattempo, questo è ciò che io farò.</p>
<p>Andrew Cohen: Quindi diresti: “Prendi dimora nel non-sapere e agisci al meglio delle tue possibilità?”.</p>
<p>Bernie Glassman: Sì, affronta la situazione da uno stato di non-sapere. Quindi, <em>siine un testimone</em>. Cerca di diventare un testimone, e da ciò, io credo, sorgeranno automaticamente le azioni giuste. Tali azioni sono amorevoli tanto quanto il cercare di fermare la perdita di sangue dalla mia mano. Cioè, sorgeranno <em>automaticamente.</em></p>
<p>Andrew Cohen: Stai dicendo che se siamo testimoni, se affrontiamo la sofferenza, se l’affrontiamo <em>davvero</em>, avverrà una risposta naturale?</p>
<p>Bernie Glassman: Ne sono sicuro. L’ho visto succedere continuamente. Ma se cerchiamo di<em> risolvere</em> i problemi, siamo in trappola.</p>
<p>Andrew Cohen: Perché non siamo capaci di farlo?</p>
<p>Bernie Glassman: Sì. Il nostro ruolo è solo una piccola parte nel quadro generale, e questo è tutto ciò che possiamo fare. Esiste la storia di un bodhisattva che trova un pozzo vuoto e vede una montagna coperta di neve. Quindi, scala la montagna con un cucchiaio in mano, prende un cucchiaio di neve, torna giù, lo versa nel pozzo e risale la montagna. Questo lo fa non per riempire il pozzo di acqua, ma semplicemente perché è ciò che è necessario fare. Io predico l’attivismo. Quello a cui cerco di incoraggiare le persone è fare tutto il possibile con ciò che hanno.</p>
<p>Andrew Cohen: E come dovremmo reagire all’emergenza di cui parla Berry, che è in grado di sopraffarci perché potenzialmente comporta la fine della vita così come la conosciamo?</p>
<p>Bernie Glassman: In un certo senso, il punto non è la grande o piccola scala. Chi può intervenire a grande scala lo farà, mentre chi può operare a scala più piccola farà quello che può. Definisco l’illuminazione come la profondità alla quale vediamo l’unità della vita, l’interconnessione della vita. E il grado della tua illuminazione si può misurare dalle tue azioni.</p>
<p>Andrew Cohen: Come possiamo restare consapevoli della gravità della crisi senza venire sopraffatti dalla paura e dalla disperazione?</p>
<p>Bernie Glassman: Penso che esse ci sopraffanno solo a causa della nostra aspettativa di riuscire a risolvere il problema.</p>
<p>Andrew Cohen: Vedo. Dunque, questa è la chiave.</p>
<p>Bernie Glassman: Passo dopo passo, prima vediamo le cose dal punto di vista più ampio possibile, poi facciamo ciò che possiamo, senza aspettative.</p>
<p>Andrew Cohen: Senza l’aspettativa di risolvere completamente il problema?</p>
<p>Bernie Glassman: Sì. Senza l’aspettativa nemmeno di <em>contribuire</em> alla soluzione del problema. Stai facendo ciò che puoi, e qualcosa accadrà. Chi diavolo lo sa.</p>
<p>Andrew Cohen: Nel tuo libro <em>Bearing Wintess</em> affermi: “Nella pratica zen… facciamo la nostra meditazione seduta non per noi stessi, ma per il mondo”. Nelle attuali circostanze, pensi che sia ancora possibile fare la pratica spirituale al di fuori del contesto di questa crisi straordinaria? In altre parole, è ancora possibile per un individuo cercare l’illuminazione o la trasformazione personali solo per il suo bene? O forse oggi per un individuo sincero non ha più senso cercare il risveglio spirituale se tale ricerca non è l’espressione di una relazione profondamente impegnata con la vita in generale?</p>
<p>Bernie Glassman: Esistono molte metafore secondo le quali l’illuminazione è valida solo per noi stessi. Penso che siano metafore vecchie. Credo che oggi ci siamo evoluti al punto in cui l’unità della vita è parte della nostra consapevolezza; non importa se stiamo cercando la trasformazione individuale o no. E se uso il monaco come una metafora… Oggigiorno penso che la metafora riguardi la ricerca dell’illuminazione per la trasformazione del mondo, non soltanto dell’io individuale. Che noi lo si comprenda o no, credo che in qualche modo abbiamo nella nostra consapevolezza la nozione di non essere soltanto individui, ma il mondo, una parte del tutto. E le pratiche per l’illuminazione, penso, devono condurre all’azione nel mondo.</p>
<p>Andrew Cohen: Dunque, stai dicendo che oggi non è possibile cercare l’illuminazione solo per se stessi?</p>
<p>Bernie Glassman: Penso di no. E coloro che sono ancora prigionieri dell’idea che si può essere fuori dal mondo, per così dire, si ritroveranno frustrati. Concordo con ciò che hai detto prima: il mondo è un sistema chiuso e tutto ciò che vi accade ha un’influenza su tutto il pianeta. Sì, ogni nostra azione influisce su tutto il mondo; non esistono azioni che fanno eccezione. Nemmeno le pratiche per la trasformazione o l’illuminazione.</p>
<p>Andrew Cohen: In <em>Testimoniare</em> descrivi il punto di vista illuminato come uno stato di non-sapere. Affermi: “Quando viviamo nel sapere, piuttosto che nel non-sapere, viviamo in uno stato rigido nel quale… le nostre idee di ciò che dovrebbe accadere ci impediscono di vedere ciò che accade davvero. Rimaniamo sconvolti se le nostre aspettative non si realizzano… La verità è che… nonostante ciò che possiamo pensare, non controlliamo mai le cose, che accadono come accadono.</p>
<p>Ma in uno stato di non-sapere viviamo, in realtà, senza attaccamenti a idee preconcette. Non esiste aspettativa di guadagno, né di perdita”. Quindi, quello che volevo chiederti è: qual è la relazione tra tale stato di non-sapere, in cui non esistono aspettative di perdita o guadagno, e il risveglio della coscienza spirituale, quella coscienza che ci spinge a trascendere l’ego e l’egoismo, facendoci vivere non solo per il nostro bene, ma anche per quello degli altri? Come possiamo essere liberi dall’aspettativa che le cose cambieranno in meglio e tuttavia sentirci ancora spinti a operare, a reagire all’ignoranza e la sofferenza che scorgiamo nel mondo intorno a noi?</p>
<p>Bernie Glassman: Penso che se siamo davvero in quello stato, <em>quello stato di non-sapere</em>, faremo la migliore cosa possibile. E le nostre azioni saranno “curative”, anche se non sono sicuro che questo sia il termine migliore per descriverle.</p>
<p>Andrew Cohen: Ma potresti dire qualcosa di più sulla relazione tra il non-sapere, il non avere aspettative e il risveglio della compassione, cioè della passione di dare una risposta all’ignoranza e la sofferenza che vediamo nel mondo intorno a noi?</p>
<p>Bernie Glassman: Penso che il desiderio di rispondere sia più ardente quando viene dallo stato di non-sapere che dal sapere.</p>
<p>Andrew Cohen: Perché?</p>
<p>Bernie Glassman: Perché è più immediato. Nello stato di non-sapere, la sofferenza che vediamo diventa parte di me, quindi devo prendermi cura di essa. Infatti, <em>io</em> sto soffrendo; non è qualcosa di separato da me. Ma se ho delle idee preconcette su <em>come </em>devo rispondere, ho creato una separazione dall’esperienza stessa, dalla cosa stessa. E a quel punto resto intrappolato nel “devo” e “non devo” della mia comprensione; non sento più l’esperienza e non reagisco più <em>direttamente</em> a essa.</p>
<p>Andrew Cohen: Dici: “La giusta risposta accadrà”, e io ti credo e sono d’accordo con te. Tuttavia, voglio chiederti, dal punto di vista del dharma, qual è esattamente la relazione tra quello stato di non-sapere e il risveglio della coscienza che trascende l’ego.</p>
<p>Bernie Glassman: Penso che siano lo stesso stato. Ma non si tratta di una condizione passiva, bensì molto attiva. E in tale condizione attiva si è testimoni. Questo è il mio modo di affrontare l’argomento. Piuttosto che aspettare che succeda qualcos’altro, diciamo: “In questo istante, io, al meglio delle mie possibilità, affronterò questa situazione dallo stato di non-sapere”. Penso che questo sia il modo migliore di fare qualcosa. Dà alla gente il permesso di fare qualcosa dal loro stato di illuminazione.</p>
<p>E ciò vuol dire fare testimonianza della sofferenza; non scappare da essa. Fare testimonianza è davvero importante. Fare testimonianza vuol dire “sedersi” con ciò che c’è… E con “sedersi” non intendo tanto l’atto fisico dello stare seduti, quanto lo <em>stare</em> con ciò che c’è, cercando allo stesso tempo di venire sempre da quello spazio di non-sapere. Resta con quello che c’è e fanne testimonianza: a quel punto, puoi <em>fare</em> qualcosa.</p>
<p>Ebbene, ognuno di noi ha gli attaccamenti che ha, ed è per questo che sostengo che <em>il grado della nostra illuminazione è il grado della passione che avremo per tutto il mondo</em>. Questa passione sorgerà. Resta con essa. Fai testimonianza di ciò che sta sorgendo. Da ciò, l’azione deve avvenire.</p>
<p>Andrew Cohen: Sei un maestro zen e un insegnante di meditazione. Nella meditazione buddista, l’obiettivo è comprendere e sperimentare la natura vuota dell’io. Qual è la relazione tra la comprensione del vuoto e il risveglio della compassione?</p>
<p>Bernie Glassman: Definisco la compassione il funzionamento di quello stato vuoto. Per cui, di nuovo, uso il non-sapere in modo simile al termine “sunyata”, o vuoto. E nello zen, è come se costringessimo la gente ad andare verso quella che chiamiamo la radice del vuoto, la sua<em> essenza</em>, che in realtà è lo stato di non-sapere. Infatti, mi basta usare la parola sunyata che essa diventa…</p>
<p>Andrew Cohen: Un concetto.</p>
<p>Bernie Glassman: Qualcosa di mentale, sì. Ma il <em>funzionamento</em> di quello stato è ciò che chiamerei compassione.</p>
<p>Andrew Cohen: Perché?</p>
<p>Bernie Glassman: Perché la mia comprensione di esso è che quando si viene da quello spazio di vuoto, si è colmi di questa passione per la vita e per la fine delle sofferenze. E le azioni che sorgono da tale vuoto saranno azioni che cercheranno di ridurre la sofferenza.</p>
<p>Andrew Cohen: Diresti che ciò avviene perché in quel vuoto c’è libertà dall’ego e dall’egoismo, e quando siamo in uno stato di assenza di ego, o di libertà dall’egoismo, la compassione affiorerà inevitabilmente?</p>
<p>Bernie Glassman: Sì. Ma, sai, <em>ego</em> è un termine ingannevole. Io uso la parola ego in riferimento all’insieme di condizionamenti che nascono dalla nostra idea di noi stessi. Mettiamola così: non ho mai incontrato nessuno – per quanto egli affermi di essere illuminato o il mondo sostenga che lo sia – che non abbia un certo numero di condizionamenti o qualche struttura egoica.</p>
<p>Andrew Cohen: E se invece considerassimo l’ego l’orgoglio, il senso della propria importanza o il bisogno profondamente condizionato di vedere il proprio io come separato o distinto dal tutto?</p>
<p>Bernie Glassman: Se questa è la definizione, sarei d’accordo con te. In quel caso, l’ego sparirebbe.</p>
<p>Andrew Cohen: Quindi, diresti che il vuoto è sinonimo o equivalente a tale scomparsa, e che, come risultato di quest’ultima, la compassione sorgerebbe spontaneamente?</p>
<p>Bernie Glassman: Sì.</p>
<p>Andrew Cohen: E questo farebbe parte del miracolo di chi siamo realmente e del risveglio stesso?</p>
<p>Bernie Glassman: Sì. E personalmente mi sento portato più verso “l’amore” che verso la “compassione”. Infatti, la compassione, per me, porta con sé un po’ di giudizio. Ciò che intendiamo con compassione e non-compassione è diverso per ognuno di noi. Io vedo che lo stato dell’amore sorge da quella condizione priva di ego, e questa in genere viene chiamata compassione, ma non sempre.</p>
<p>Andrew Cohen: Quindi, diresti che l’amore, nel modo in cui lo stai definendo, non è personale?</p>
<p>Bernie Glassman: Sì. Dei nostri tre principi della <em>Peacemaker Community</em>, il primo è il non-sapere, il secondo il fare testimonianza e per il terzo uso il termine<em> guarigione</em>, che, ripeto, non mi piace molto. Tale parola avrebbe potuto essere<em> compassione</em>; penso che sia il più tipico termine buddista utilizzabile. In un certo senso, queste sono solo questioni semantiche, ma io sono incline a parlare della guarigione del proprio io e del mondo come del terzo principio che sorge naturalmente dai primi due.</p>
<p>Questo è davvero uno stato d’amore, e da quell’amore sorge l’azione. E penso che le azioni stesse, che sono la funzione di quell’amore, potremmo definirle compassione. L’amore nasce e le azioni compassionevoli accadono. Ma questo non vuol dire necessariamente che risolveremo la situazione. Infatti, sento che in ogni momento il mondo è perfetto <em>così come è</em>. Non è qualcosa di guasto che devo riparare. Ma lavorerò per creare una situazione più amorevole.</p>
<p>Andrew Cohen: Questa che stai facendo è una distinzione molto sottile.</p>
<p>Bernie Glassman: Lo è.</p>
<p>Andrew Cohen: Perché questa è la sfida dell’illuminazione. Da una parte, tutto è già pieno, perfetto e intrinsecamente libero così come è, ma allo stesso tempo…</p>
<p>Bernie Glassman: Sì, ma se ti attacchi a ciò è possibile che poi non agirai più.</p>
<p>Andrew Cohen: Ma non sono vere entrambe le cose? Forse che tutto non è già pieno, completo e libero? E allo stesso tempo non esiste un’enorme quantità di sofferenza cui bisogna dare urgentemente una risposta, a ogni momento?</p>
<p>Bernie Glassman: Esattamente. Alcune persone sperimentano quel primo stadio e si bloccano là. Pensano: “Non c’è nulla da fare”.</p>
<p>Andrew Cohen: Sì. E potrebbero persino utilizzare ciò come una<em> scusa</em> per non fare nulla. È così che molte persone soffocano l’espressione della propria coscienza e della propria umanità. È una situazione molto brutta.</p>
<p>Bernie Glassman: Pressappoco, questo è il punto da dove ho incominciato: cercare di incoraggiare le persone a non fermarsi lì. Nello zen giapponese esiste uno stato che viene chiamato “la caverna di Satana”: è quel luogo in cui stai senza fare niente, perché non c’è nulla da fare. Quello stato può essere un’esperienza che ti sopraffà, ma occorre tirare fuori la persona da quella caverna.</p>
<p>Andrew Cohen: È un luogo di compiacimento e auto-soddisfazione.</p>
<p>Bernie Glassman: Ho avuto quell’esperienza una volta, nel 1969, durante un “sesshin”, un ritiro di meditazione. Stavo lavorando con un insegnante di nome Koryu Roshi; era uno degli insegnanti di Maezumi Roshi. Stavo lavorando al mio primo koan con Koryu Roshi, e sono entrato in uno stato molto, molto profondo. Non volevo uscirne, ma Maezumi Roshi me ne ha spinto fuori.</p>
<p>Andrew Cohen: Era uno spazio molto estatico?</p>
<p>Bernie Glassman: Molto estatico.</p>
<p>Andrew Cohen: C’è stato qualcosa di preciso che ti ha detto sui motivi per i quali dovevi uscirne?</p>
<p>Bernie Glassman: No. Quando mi vide, in qualche modo lo sapeva. Naturalmente, aveva parlato con Koryu Roshi, quindi sapeva dove mi trovavo, ma lo vedeva anche dai miei movimenti e da tutto il resto. Semplicemente, mi fece scappare da lì. Mentre sedevo in meditazione, si mise dietro di me e urlò. In tal modo, mi spinse fuori da quello stato per farmi entrare in uno spazio molto più profondo, uno spazio di azione.</p>
<p>Andrew Cohen: Qui potremmo probabilmente trovare un contrasto con alcune interpretazioni del Vedanta, dove potrebbe sembrare che lo scopo non è altro che…</p>
<p>Bernie Glassman: Entrare in una trance profonda.</p>
<p>Andrew Cohen: Sì. Uscire da<em> qui</em>.</p>
<p>Bernie Glassman: Talvolta, abbiamo usato l’espressione “samadhi freaks”, <em>fanatici del samadhi</em>, per le persone che vogliono entrare in quello stato, perché può essere davvero splendido. Invece, per altre può essere terrificante.</p>
<p>Andrew Cohen: Perché è troppo?</p>
<p>Bernie Glassman: Sì.</p>
<p>Andrew Cohen: Se oggi il Buddha fosse vivo, pensi che sarebbe ancora favorevole a un’intensa pratica di meditazione e di rinuncia al mondo per sperimentare la trascendenza e il nirvana? Alla luce della crisi attuale, non pensi che sarebbe piuttosto favorevole alla pratica della meditazione al servizio di un attivismo sociale appassionato e impegnato, come fai tu?</p>
<p>Bernie Glassman: Beh, sai, da un punto di vista egocentrico, risponderei “Certo”. Quello che sappiamo di lui – o almeno quello che ricaviamo dai testi – è che era certamente una persona di larghe vedute. Includeva tutte le cose e le tradizioni che accadevano nel suo tempo.</p>
<p>Andrew Cohen: Ma i suoi insegnamenti sembravano porre molto rilievo sull’abbandono del mondo.</p>
<p>Bernie Glassman: Beh, questo faceva parte della cultura indiana del tempo. La mia sensazione – ma questo posso dirlo solo perché io sono ciò che sono – è che oggi egli sarebbe stato nel mondo. Come Sua Santità il Dalai Lama… Penso che lui sia un bellissimo esempio.</p>
<p>Andrew Cohen: Qual è la fonte dell’amore, della passione, del coraggio e dell’impegno profondi e straordinari che metti nell’alleviare la sofferenza degli altri?</p>
<p>Bernie Glassman: Non li considero “gli altri”. È piuttosto egocentrico… Voglio solo che ci sia meno sofferenza!</p>
<p><strong>Non chiedere perché; fai qualcosa!<br />
Intervista a Ma Jaya Sati Bhagavati</strong></p>
<p>Andrew Cohen: Stiamo vivendo in un periodo straordinario nella storia del nostro pianeta, un’epoca senza precedenti per la nostra specie. Gli esperti ci dicono che, come risultato della globalizzazione, della sovrappopolazione, della povertà opprimente, dell’inquinamento, per non parlare della diffusione delle armi di distruzione di massa, se non cambiamo molto rapidamente lo stato delle cose, entreremo in quella che il teorico evolutivo Duane Elgin chiama “l’era oscura dell’evoluzione”. In realtà, alcuni sostengono che abbiamo già raggiunto il punto di non ritorno.</p>
<p>Volevo chiederti non tanto di parlare del tuo lavoro – anche se personalmente traggo molta ispirazione dal tuo esempio – ma piuttosto, poiché sei un’attivista spirituale la cui stessa vita è una chiara espressione di una risposta appassionata all’enorme dolore e sofferenza che accadono quotidianamente nel mondo – qual è secondo te la risposta più appropriata a questa crisi che stiamo attraversando.</p>
<p>Ma Jaya: La “kali yuga” [<em>l’era oscura</em>] è come una moltitudine di flagelli. E il mondo, Andrew, ha bisogno di una parola, e quella parola è<em> consapevolezza</em>. Se vivi e agisci in stato di ignoranza, chi si prenderà cura dei figli dei figli? Dove correranno? Dove cammineranno i loro piedi? Io non posso essere separata dal mio lavoro. Io sono il mio lavoro e il mio lavoro sono io. Ho il privilegio di avere un orfanotrofio nel cuore della giungla dell’Uganda. Lì ho duecento bambini.</p>
<p>Se non avessi quella consapevolezza e i miei “chelas” [<em>discepoli</em>] che sanno che tutto il mio cammino è fatto di altruismo, forse questi bambini non mangerebbero. Certamente avrebbero sofferto di più, a causa dell’AIDS. Quindi, è tutto connesso, come un loto gigantesco, e il centro stesso del loto è la consapevolezza. Vado in tutto il mondo a toccare le persone con l’AIDS. È una questione di consapevolezza.</p>
<p>Tu parli dell’ambiente, del mondo. Io ho sessanta anni, e pratico il servizio da trenta. Non ho mai, mai sentito tanto dolore per l’ambiente quanto adesso. Le foreste pluviali sono scomparse. Credo che il tuo giornale possa raggiungere le persone che hanno bisogno della massima consapevolezza: non l’uomo medio, ma il leader spirituale. Stai raggiungendo i ricercatori, e anche questo è bene. Ma io voglio parlare ai leader. Queste sono le persone che devono aprire le loro porte.</p>
<p>L’estate scorsa sono stata delegata alle Nazioni Unite, per i leader spirituali, al Summit della Pace. Sono rimasta scioccata. C’era un seminario sulla povertà cui mi è stato chiesto di partecipare; si parlava degli affamati, dei bisognosi. E un hindu si è alzato e ha cominciato a urlare a un prete cattolico che i cristiani avevano rubato la loro religione. La cosa è finita sui giornali, è successa davvero. Ero scioccata, Andrew. E il prete si è girato e ha risposto: «Non c’era alcuna religione da rubare!». Allora mi sono alzata e ho detto: «Scusatemi. Avete mai visto la luce andare via dagli occhi di un bambino che non aveva nulla da mangiare e si è lasciato morire?».</p>
<p>E questo ha posto fine alla discussione. Il bisogno di avere ragione (e loro non hanno ragione, anche se pensano il contrario) elimina la consapevolezza dalla Terra, una Terra che sta dirigendosi sempre più velocemente verso il nulla. Ho visto troppo, Andrew. Ho visto troppo, e il mondo non è mai stato in un tale caos. Se posso andare a un seminario sulla povertà alle Nazioni Unite e trovarci due religiosi che litigano, che sta succedendo? Tutti siamo debitori verso questo nostro mondo, questo nostro, magnifico mondo. Dobbiamo prenderci cura di esso.</p>
<p>Andrew Cohen: So che sei membro del consiglio di amministrazione del Parlamento delle religioni mondiali.</p>
<p>Ma Jaya: Sì, e se i leader spirituali non vanno là e non toccano con mano questi problemi, perderemo tutto. Non ci sarà più nulla. I seguaci smettono di seguire, sai. La gente si disillude. Ma cosa accadrebbe se ognuno prendesse un granello di questa Terra e lo facesse suo, prestando attenzione a tutto ciò che vi è sopra? Cosa accadrebbe se gli altri leader dicessero: “Bene, prendiamo una città e sosteniamola. Prendiamo un edificio. Prendiamo una casa. Prendiamo una persona”. Sai, automaticamente cominci a fertilizzare la tua terra con l’amore. Per cui, quando dici che ammiri il mio lavoro… Non voglio essere ammirata; voglio essere <em>copiata</em>. A ogni modo, tutti possono fare ciò che faccio io.</p>
<p>Sto qui, nel mio ashram della Florida, da venticinque anni. Vengono leader musulmani, cristiani, ebrei, hindu. E dico loro: “Cosa state facendo? Quanto a lungo riuscite a pregare? Prendete quelle mani che tenete unite in un “pranam” [<em>gesto di riverenza</em>] <em>e fate </em>qualcosa. Accarezzate un bambino”. Questo è il mio messaggio: <em>fai </em>qualcosa. Comincia da ciò che ti sta di fronte. La capacità di prendersi cura in modo sincero di un altro essere umano rende possibile la trasformazione di una piccola parte della Terra, quella che ti sta di fronte.</p>
<p>Credo in questo con tutto il cuore, perché se non riusciamo a prenderci cura gli uni degli altri come esseri umani, come potremo prenderci cura della Terra? Andrew, adesso stiamo condividendo. Tu vuoi qualcosa, non solo per il tuo giornale… Vuoi qualcosa per il mondo. Anche io lo voglio. Lo desidero così fortemente da farmi venire le lacrime agli occhi. Posso sentirlo. E in questo momento, entrambi siamo consapevoli. Cosa accadrà? Non appena avrò finito di parlare con te, farò nuovamente voto di servire ancora di più. Perché ciò che dico, devo farlo. Metto alla prova le mie parole. E forse, chi lo sa? Forse tu vorrai aiutare qualcuno malato di AIDS.</p>
<p>Andrew Cohen: Cosa diresti all’individuo che affermasse: “Non riesco a farlo. Quello che stai chiedendo è tanto difficile psicologicamente, emotivamente e spiritualmente, che non riesco a farlo. Quando comincio ad affrontarlo, non ce la faccio, perché è troppo impegnativo”.</p>
<p>Ma Jaya: È qualcosa di così schiacciante che rimani paralizzato. Non riesci a fare nulla. Quindi, io direi di cominciare dalle piccole cose. Guarda cosa si prova a prendersi cura e a nutrire qualcosa, facendolo maturare. Sì, ti senti schiacciare. Ma io ho tanta passione per ciò che si potrebbe fare! E se crolliamo, crolliamo. Almeno, crolliamo perché ci abbiamo provato. Crolliamo sapendo di non aver sprecato il nostro amore e la nostra vita. Se sprechi il tuo amore e la tua vita, cosa accadrà? Indirizzali <em>verso</em> qualcosa. È un essere umano? Una foresta del Brasile? Mio nipote ha studiato in Argentina; dice: “Ma, non sai la distruzione che è in atto laggiù”. Avviene in tutto il mondo, <em>ed</em> è direttamente davanti ai nostri occhi. Quando sono tornata dall’Africa, ho visto che a mezz’ora da dove sto in Florida, ci sono persone che vivono in piccole baracche di lamiera. Quindi, questo riguarda tutto il mondo, ma abbiamo bisogno di fermarci un momento, guardare cosa abbiamo di fronte e prendercene cura. E se restiamo schiacciati, c’è il sollievo che abbiamo donato qualcosa. Abbiamo partorito un momento di amore.</p>
<p>Andrew Cohen: L’altro giorno, ho discusso di questo argomento con Roshi Bernie Glassman. Egli parla molto del “fare testimonianza”, del riuscire ad affrontare direttamente la crisi senza idee preconcette su come dovremmo risolverla. Egli sostiene che grazie al fare testimonianza, al semplice desiderio di affrontare la crisi direttamente, accadrà una risposta giusta o appropriata. Ciò richiede molto coraggio.</p>
<p>Ma Jaya: Ci vuole coraggio. Ma ci vuole davvero coraggio per diventare ciò che siamo? È davvero una cosa coraggiosa essere in quel momento? Quel momento porta liberazione, illuminazione.</p>
<p>Andrew Cohen: Perché questo essere testimoni provoca l’illuminazione?</p>
<p>Ma Jaya: Essere testimoni è un altro modo di definire la consapevolezza. Se sei fisicamente in questo momento – poiché tu sei in questo momento – non puoi evitare le difficoltà. <em>Poiché</em> sei in questo momento, davanti a te hai tanto le difficoltà quanto la possibilità di superarle. È lo stesso momento. Esiste la reazione al momento e l’azione. Non domani; nello stesso momento. Per cui, quando fai testimonianza del tuo respiro, stai guardando intorno a te. Puoi farlo in questo stesso istante, e puoi vedere. “Guarda cosa ho notato!” E qualunque cosa tu stia guardando, diventa più grande e bella, e quando fai testimonianza, <em>tu </em>diventi più bello. E hai gli strumenti per correggere la situazione, per quanto possano essere sottili.</p>
<p>Andrew Cohen: E come definiresti tale strumento?</p>
<p>Ma Jaya: Lo definirei la grande consapevolezza del momento. È una grande consapevolezza. Perché è grande? Perché non solo viene affrontato tutto ciò che ti sta di fronte, per quanto sia schiacciante – infatti, cominci dalle cose molto piccole – ma, indovina un po’? Ritorni alla fonte. Ritorni, come mi ha insegnato Swami Nityananda, al luogo da cui sei venuto.</p>
<p>Andrew Cohen: Quale è la relazione tra consapevolezza e compassione?</p>
<p>Ma Jaya: Grazie alla consapevolezza, acquisti un improvviso distacco. A quel punto, una grande sorgente, una grande sorgente di compassione fluisce attraverso di te. Quando sei consapevole, comprendi che nella tua vita non c’è posto per l’attaccamento.</p>
<p>Andrew Cohen: Perché?</p>
<p>Ma Jaya: Quando sei consapevole, sai che tutto ciò che abbiamo è impermanente. Swami Nityananda mi ha insegnato il “chidakash”, lo spazio del cuore al di là della testa. E io vado in questo spazio. In questo spazio scompaio. Esso non ha nulla a che vedere con me. E dunque la compassione, che mi sono sempre vantata di avere, comincia a fluire ancora di più, e comprendo: “Mio Dio! Avrei potuto avere un miliardo di volte di più”. La consapevolezza conduce al distacco, che conduce alla massima compassione. E quando dico “distacco”, non intendo disinteresse. Al contrario, mi riferisco a un altruismo più grande, bello e profondo.</p>
<p>Andrew Cohen: Se la consapevolezza porta al distacco, qual è, allora, il rapporto tra distacco e compassione?</p>
<p>Ma Jaya: Nel distacco, poiché le cose non mi toccano, <em>devo</em> avere compassione per gli altri esseri umani. Posso parlare solo della mia esperienza. Ricevo una chiamata che c’è una ragazza con AIDS conclamato che sta partorendo per strada. Lei sta per strada, e sta chiamando Ma. Io vado in strada. Quel giorno ho già avuto una tragedia personale. Okay? Cosa potrò dare? Cosa mi resta da dare? Come devo prendere questo bambino? Il dolore di lei aderisce al mio.</p>
<p>Quindi, vado nel distacco. <em>Non</em> si tratta di me. E sono qui per una giovane ragazza, senza giudizio. La compassione può essere data solo senza giudizio, perché non si tratta di me. E l’ho tenuta vicino al mio seno fino a quando è arrivata l’ambulanza e l’ha portata via. In quel momento, ero scomparsa, perché non sono nel mio dolore. E se non ho dolore, sono così aperta al suo che la compassione fluisce.</p>
<p>Andrew Cohen: Il motivo per cui ti pongo questa domanda è che alcune persone hanno paura del distacco, perché temono che se si permettono questa esperienza, proveranno disinteresse verso gli altri.</p>
<p>Ma Jaya: Lo so. La maggior parte delle persone ha paura del distacco. Ma io lo sto vivendo. Non solo lo sto vivendo <em>io</em>, ma anche migliaia di miei studenti. In California ho un piccolo ashram dove c’è un programma chiamato <em>Sotto i ponti e sulle strade.</em> Vengono nutrite migliaia di persone al giorno. Poiché i miei studenti sono distaccati, quello che vedono li stimola a servire ancora di più.</p>
<p>Okay, ho un’altra storia. Non è bella. Quindi, ascolta quello che devo dire.</p>
<p>Andrew Cohen: Sto ascoltando.</p>
<p>Ma Jaya: C&#8217;è una giovane figlia. Quando aveva sei anni, era una bellissima bambina. E il padre l’ha costretta a bere Drano, acido per lavandini.</p>
<p>Andrew Cohen: Oh, mio Dio.</p>
<p>Ma Jaya: Ti avevo avvertito. Se non fossi andata nel distacco, pensi che sarei riuscita a entrare in quella stanza, pochi giorni dopo l’episodio? Dovevo andare in quello spazio dove non provavo attaccamento. E la compassione è fluita. Lei aveva sei anni, andava a scuola; era senza malizia. Una bellissima bambina, e ora stava morendo. Dall’attaccamento cosa viene? La rabbia. E se fossi stata arrabbiata, come avrei potuto aiutare questa bambina?</p>
<p>Andrew Cohen: Quanti anni ha adesso?</p>
<p>Ma Jaya: Tredici. Questo è distacco. Ciò vuol dire che non li amo? Potrei raccontare storie che ti farebbero raddrizzare i capelli in testa. E tutto questo perché? Per l’attaccamento delle persone. “Sono attaccato al mio spazio. Ho la mia palizzata dipinta di bianco. Ho mio marito, i miei bambini. Lo vedo alla TV, ma non voglio vederlo affatto”. E io sto dicendo: “Sii distaccato, ma prenditi cura di ragazze come Melissa, il cui padre ha versato Drano nella gola”. Se avessi degli attaccamenti, non sarei riuscita a fare ciò che sto facendo nemmeno in un milione di anni; sarei collassata. Sarei piombata nella palude dell’autocommiserazione.</p>
<p>Andrew Cohen: In questo c’è un mistero, perché – come hai detto tu, e come hanno insegnato molti grandi maestri – è attraverso il lasciarsi andare che troviamo l’amore e l’altruismo.</p>
<p>Ma Jaya: Esattamente. E ragazzi, fa paura. È spaventoso. Quando ti lasci andare, emerge la compassione autentica dell’amore, perché stai vivendo esattamente nel momento. All’improvviso, i tuoi figli ti sono vicini, le persone che ami ti sono vicine, perché non hai i tuoi artigli nel loro collo. Io non ti possiedo; godo della tua presenza. E non mi guardo indietro per vedere chi sta prendendo il mio amore. Questo è il mistero più grande. Lo ritengo un mistero molto maggiore del Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Infatti, devi davvero lavorare sul tuo essere.</p>
<p>Andrew Cohen: Cosa intendi?</p>
<p>Ma Jaya: Devi lavorare sul tuo essere per poter lavorare su quello degli altri. Non puoi semplicemente arrabbiarti e dire: “Quel figlio di puttana ha dato il Drano alla bambina!”. Così, lasceresti quest’ultima senza speranza. Devi dire: “Posso andare al di là di questo. Posso essere abbastanza distaccata per osservare ciò”. Prima di tutto, devi guardarlo; poi, devi prenderti cura della situazione. La tua responsabilità non diminuisce in alcun modo, e questo è il mistero. E qualcuno arriverà alla prossima vita pieno di amore, perché quando è morto non è stato lasciato solo nell’agonia e nella sofferenza. Il mistero è che ognuno di noi, non importa chi siamo, ha la possibilità di essere distaccato e di prendersi cura di ciò di cui occorre prendersi cura.</p>
<p>Andrew Cohen: Qual è la fonte della tua passione e compassione?</p>
<p>Ma Jaya: Beh, mia madre, morta nell’ospedale di Coney Island in un reparto per indigenti, mi ha davvero mostrato come prendermi cura della gente. Un giorno le ho chiesto: «Mamma, perché stai soffrendo tanto?». Una mammella rimossa, l’altra pure, il rene e un polmone idem… Si era alla fine degli anni quaranta. Si girò e mi diede uno schiaffo, dicendo: «Non chiedere mai perché!». Allora l’ho guardata in faccia e lo ho chiesto: «Perché?». Lei si è messa a ridere e mi ha dato un altro schiaffo. Ha risposto: «Perché nessuno ti risponderà. Chi ti darà una risposta?».</p>
<p>Questo me lo sono ricordato tutta la vita, ed è ciò che insegno. Invece di chiedere perché, <em>agisci</em>. Siamo <em>tutti </em>capaci di agire. Non sto su un palco improvvisato. Se ci fossi, non avrei tempo per fare tutto ciò che ho fatto in vita. Vedi, io voglio il <em>cambiamento</em>. Voglio vedere un cambiamento negli occhi annebbiati dal dolore di un bambino. So che se aiutiamo un essere umano, ciò toccherà tutto il mondo. È inevitabile. Non so come, ma accadrà. Sto <em>agendo</em>, e tutti quelli che stanno con me stanno agendo. È stato incredibile vedere quanti bambini stanno crescendo non grazie all’aiuto di <em>una </em>persona, ma perché ho insegnato a <em>molte</em> persone ad aiutare. E se io morissi in questo secondo, in questo giorno, dopo di me verranno molti, molti bambini, studenti e chelas che si prenderanno cura degli altri. Non mi nasconderò. Non farò semplicemente testimonianza. Vengo da Brooklyn, e cadrò combattendo.</p>
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<p>Copyright originale “What is Enlightenment” magazine <a href="http://www.wie.org/">www.wie.org</a><br />
Traduzione di Gagan Daniele Pietrini.<br />
Copyright per l&#8217;edizione italiana: Innernet.</p>
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		<title>Increspature sulla superficie dell&#8217;Essere, un&#8217;intervista con Eckhart Tolle</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Jan 2009 03:33:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrew Cohen</dc:creator>
				<category><![CDATA[Maestri]]></category>
		<category><![CDATA[Andrew Cohen]]></category>
		<category><![CDATA[consapevolezza]]></category>
		<category><![CDATA[Eckhart Tolle]]></category>
		<category><![CDATA[illuminazione]]></category>
		<category><![CDATA[Un corso in miracoli]]></category>

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		<description><![CDATA[Eckhart Tolle è emerso come uno degli insegnanti spirituali più originali degli anni recenti. Il suo insegnamento non fa parte di alcuna religione o tradizione, ma nello stesso tempo non esclude nessun percorso. Il suo messaggio enfatizza l&#8217;essere nel momento. E&#8217; autore del best seller &#8220;Il Potere di Adesso&#8221;, qui intervistato da Andrew Cohen. Andrew [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="eckhart tolle3.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/eckhart-tolle3.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/eckhart-tolle3.jpg" alt="eckhart tolle3.jpg" hspace="6" align="left" /></a>Eckhart Tolle è emerso come uno degli insegnanti spirituali più originali degli anni recenti. Il suo insegnamento non fa parte di alcuna religione o tradizione, ma nello stesso tempo non esclude nessun percorso. Il suo messaggio enfatizza l&#8217;essere nel momento. E&#8217; autore del best seller &#8220;Il Potere di Adesso&#8221;, qui intervistato da Andrew Cohen.</p>
<p>Andrew Cohen: Eckhart, com’è la tua vita? Ho sentito parlare di te un po&#8217; come di un recluso che trascorre molto tempo in solitudine. È vero?</p>
<p>Eckhart Tolle: Questo era vero in passato, prima che fosse pubblicato il mio libro <em>Il potere di adesso</em>.. Per molti anni sono stato un recluso. Dopo l&#8217;uscita del libro, però, la mia vita è cambiata drasticamente. Ora insegno e viaggio molto. E le persone che mi conoscevano prima dicono: “È sorprendente. Eri un eremita ed ora sei nel mezzo della società”. Tuttavia, sento che niente è cambiato dentro di me. Mi sento, esattamente, lo stesso di prima. C&#8217;è ancora un senso di pace continuo, e mi sono arreso al fatto che a livello esterno c’è stato un cambiamento totale. Così, in realtà, non è più vero che sono un eremita.</p>
<p>Ora sono proprio l&#8217;opposto di un eremita. Può darsi che questo sia un ciclo. Può pure darsi che ad un certo punto questo finisca e che io ad essere un eremita. Al momento, però, sono arreso al fatto che sono quasi costantemente in uno stato interattivo. Ogni tanto mi prendo del tempo per stare da solo. Tra un insegnamento e l&#8217;altro, è necessario.</p>
<p>Andrew Cohen: Perché hai bisogno di stare da solo e cosa accade in quei momenti di solitudine?</p>
<p>Eckhart Tolle: Quando sono con la gente sono un maestro spirituale. Questa è la funzione, ma non è la mia identità. Dal momento che sono da solo, la mia gioia più profonda è nell’essere nessuno, nel lasciare andare la funzione dell’insegnante. È una funzione temporanea. Diciamo che incontro un gruppo di persone. Nel momento in cui se ne vanno, non sono più un maestro spirituale. Non c’è più alcun senso di un’identità esteriore. Semplicemente, entro in modo più profondo nella quiete. Il luogo che amo di più è la quiete. Non che la quiete vada perduta quando parlo o quando insegno, dato che le parole sorgono dalla quiete. Nel momento in cui le persone se ne vanno, però, quello che rimane è solo la quiete. E la amo cosi tanto.<span id="more-527"></span></p>
<p>Andrew Cohen: Potresti affermare che la preferisci?</p>
<p>Eckhart Tolle: Non si tratta di preferenza. Nella mia vita, ora, c’è un equilibrio, che probabilmente prima non c&#8217;era. Nel momento in cui, molti anni fa, accadde la trasformazione interiore, si sarebbe potuto dire, quasi, che l&#8217;equilibrio andò perduto. Era così appagante e così traboccante di beatitudine<em> essere</em>, semplicemente, che avevo perso ogni interesse nel <em>fare</em> o nell&#8217;interagire. Per un bel po&#8217; d’anni mi sono perso nell’Essere. Avevo quasi completamente abbandonato il fare, solo quel tanto che bastava per tenermi in vita e perfino quello era un miracolo. Avevo perso ogni interesse nel futuro. E, poi, gradualmente, si è ristabilito un equilibrio. Non si è completamente ristabilito fino a che non ho cominciato a scrivere il libro. Il modo in cui mi sento, ora, è che nella mia vita c’è un equilibrio fra lo stare da solo e l&#8217;interagire con le persone, fra l&#8217;Essere ed il fare, mentre prima, il fare era stato abbandonato e c’era solo l&#8217;Essere. Profondamente beato, meraviglioso! Da un punto di vista esterno, però, molta gente ha pensato che fossi diventato matto o fossi squilibrato. Qualcuno ha pensato che fossi pazzo ad aver lasciato tutte le cose del mondo che avevo &#8220;raggiunto&#8221;. Non avevano capito, che io non le volevo, che non ne avevo più bisogno.</p>
<p>Ora, l&#8217;equilibrio, è fra la solitudine e l&#8217;incontro con le persone. E va bene così. Sto piuttosto attento che l&#8217;equilibrio non vada perduto. Al momento è presente una tendenza all’aumento del fare. Le persone mi vogliono a parlare di qui o di là, ci sono richieste continue. So che, ora, devo fare attenzione, affinché non vada perso l&#8217;equilibrio e a non perdermi nel fare. Non credo che potrebbe mai accadere, ma richiede una certa dose di vigilanza.</p>
<p>Andrew Cohen: Cosa significherebbe perdersi nel fare?</p>
<p>Eckhart Tolle: In teoria significherebbe che, continuamente, viaggerei, insegnerei e sarei in contatto con la gente. Se questo accadesse, forse, ad un certo punto il flusso, la quiete, potrebbero non esserci più. Oppure potrebbero esserci sempre, non lo so. Oppure potrebbe insorgere una spossatezza fisica. Ora, però, sento che ho bisogno di tornare periodicamente alla pura quiete. E anche quando avviene l&#8217;insegnamento, lascio proprio che sorga dalla quiete. Di conseguenza l&#8217;insegnamento e la quiete sono strettamente connessi. L&#8217;insegnamento sorge dalla quiete. Dal momento in cui sono solo, però, c&#8217;è solo la quiete e questo è il mio luogo favorito.</p>
<p>Andrew Cohen: Quando sei da solo, passi molto tempo stando fisicamente fermo?</p>
<p>Eckhart Tolle: Sì, a volte posso stare seduto per due ore in una stanza quasi senza alcun pensiero. Solo in completa quiete. A volte, quando vado a passeggiare, anche allora vi è una quiete completa, senza attribuire mentalmente dei nomi alle percezioni dei sensi. C&#8217;è semplicemente un senso di profonda maestosità o di meraviglia o di apertura, e questo è magnifico.</p>
<p>Andrew Cohen: Nel tuo libro<em> Il potere di adesso</em> affermi che &#8220;lo scopo definitivo del mondo non sta nel mondo, ma nella sua trascendenza&#8221;. Puoi spiegare, per favore, cosa significa?</p>
<p>Eckhart Tolle: Trascendere il mondo non vuol dire ritirarsi, non intraprendere più azioni o smettere di interagire con le persone. La trascendenza del mondo è agire ed interagire senza ricercare se stessi. In altre parole significa agire senza cercare di rafforzare il proprio senso di sé attraverso le proprie azioni o i propri contatti con le persone. Alla fin fine vuol dire non aver più bisogno del futuro per la propria realizzazione oppure per un senso del sé o dell&#8217;essere. Non c&#8217;è più un ricercare attraverso il fare, un ricercare, nel mondo, un senso di un sé più forte, più appagato o più grande. Quando non c&#8217;è più questo ricercare, allora puoi essere nel mondo, ma non del mondo. Non sei più alla ricerca di qualcosa con cui identificarti, là fuori.</p>
<p>Andrew Cohen: Intendi che uno ha rinunciato ad una relazione egocentrica e materialista con il mondo?</p>
<p>Eckhart Tolle: Sì, significa smettere di cercare per ottenere un senso del sé, un senso del sé più profondo o migliore. Dato che, nello stato normale di coscienza, quello che le persone cercano, attraverso le loro attività, è di essere più completamente se stesse. Il rapinatore di banche sta in qualche modo cercando questo. Pure la persona che si sta sforzando di raggiungere l&#8217;illuminazione, sta cercando questo, poiché sta cercando di ottenere, in un qualche momento nel futuro, uno stato di perfezione, una condizione di completamento, uno stato di completezza. C’è un tentativo di ottenere qualcosa attraverso le proprie attività. Stanno cercando la felicità ma fondamentalmente stanno cercando se stessi, o puoi dire Dio, in realtà è lo stesso. Stanno cercando se stessi e cercano Ia dove non potrà mai essere trovato, nel normale, non illuminato stato di coscienza, perché lo stato non illuminato di coscienza utilizza sempre la modalità del ricercare. Questo significa che essi sono <em>del</em> mondo &#8211; <em>nel</em> mondo e<em> del</em> mondo.</p>
<p>Andrew Cohen: Vuoi dire che stanno guardando avanti, nel tempo.</p>
<p>Eckhart Tolle: Sì. Il mondo ed il tempo sono intrinsecamente connessi. Quando cessa la ricerca del sé nel tempo, allora puoi essere nel mondo senza essere del mondo.</p>
<p>Andrew Cohen: Ma cosa intendi esattamente quando dici che lo scopo del mondo sta nel trascenderlo?</p>
<p>Eckhart Tolle: Il mondo, in qualche modo promette una realizzazione nel tempo, e c&#8217;è uno sforzarsi per quella realizzazione, nel tempo. Molte volte le persone percepiscono: “Sì, ora sono proprio arrivato”. E poi si rendono conto che non è vero, non sono ancora arrivati e quindi lo sforzo continua. Viene espresso in modo molto bello nel “A Course in Miracles” (<em>Un corso in miracoli</em>, Armenia, Milano, 1999.) quando si dice che il principio dell&#8217;ego è &#8220;cercare ma non trovare&#8221;. Le persone si rivolgono al futuro cercando la salvezza, ma il futuro non giunge mai.</p>
<p>Così, in effetti, la sofferenza ha origine in questo: nel non trovare. Ed è l&#8217;inizio di un risveglio, quando si profila la realizzazione che &#8220;forse questo non è il modo. Forse non arriverò mai dove mi sto sforzando di arrivare, forse non si trova nel futuro&#8221;. Dopo essersi perduti nel mondo, improvvisamente, sotto la pressione della sofferenza, si giunge alla realizzazione che le risposte è possibile che non si trovino al di fuori, nei risultati mondani e nel futuro.</p>
<p>Questo è, per molte persone, un punto importante da raggiungere. Questo senso di crisi profonda, nella quale il mondo ed il senso del sé che hanno conosciuto ed identificato con il mondo, perde di significato. Questo è ciò che mi accadde. Ero proprio sull&#8217;orlo del suicidio e poi successe qualcos&#8217;altro: una morte del mio senso del sé che viveva attraverso le identificazioni, le identificazioni con la mia storia, con le cose intorno a me, con il mondo.</p>
<p>Qualcosa nacque, in quel momento, che aveva un senso di profonda ed intensa quiete e di vitalità, un senso dell’essere. Successivamente l&#8217;ho chiamata Presenza. Ho compreso, al di là delle parole, che<em> quello </em>è ciò che io sono. Questa comprensione, però, non era un processo mentale. Ho compreso che questa profonda quiete viva e vibrante è ciò che io sono.</p>
<p>Anni dopo, ho compreso che potremmo chiamarla “pura coscienza”, mentre qualsiasi altra cosa è la coscienza condizionata. La mente umana è la coscienza condizionata che ha acquisito la forma del pensiero. La coscienza condizionata è l’intero mondo creato dalla mente condizionata. Tutto quanto è la nostra coscienza condizionata; persino gli oggetti lo sono. La coscienza condizionata nasce come forma e poi diventa il mondo. Così, perdersi nel condizionato, sembra necessario per gli esseri umani. Sembra parte del loro cammino perdersi nel mondo, perdersi nella mente, che è la coscienza condizionata.</p>
<p>Poi, grazie alla sofferenza, generata dall&#8217;essersi perduti, tu trovi l&#8217;incondizionato: te stesso. E questo è il motivo per cui abbiamo bisogno del mondo per trascendere il mondo. Di conseguenza sono infinitamente grato di essermi perduto.</p>
<p>Alla fin fine, lo scopo del mondo per te, è di perdertici dentro. Lo scopo del mondo per te è di soffrire, di creare la sofferenza che sembra essere ciò che è necessario affinché avvenga il risveglio. E poi una volta che avviene il risveglio, con quello arriva la comprensione che la sofferenza, ora, non è più necessaria. Sei giunto alla fine della sofferenza perché hai trasceso il mondo. Hai raggiunto il luogo che è libero da sofferenza.</p>
<p>Sembra essere il cammino di tutti. Forse non è il cammino di tutti in questa vita. Sembra essere, però, un cammino universale. Credo che alla fine ci arriveranno tutti, anche senza un insegnamento spirituale o un insegnante spirituale. In questo caso, però, potrebbe prendere del tempo.</p>
<p>Andrew Cohen: Molto tempo&#8230;</p>
<p>Eckhart Tolle: Molto di più. Un maestro spirituale è li per risparmiare tempo. Il messaggio di base dell&#8217;insegnamento è che non hai bisogno ancora di altro tempo, che non hai più bisogno di nessuna sofferenza. Lo dico alle persone che vengono da me: “Dal momento che lo stai ascoltando, sei pronto a sentirtelo dire. Ci sono ancora milioni di persone là fuori che non lo ascoltano. Hanno ancora bisogno di tempo. Ma non sto parlando a loro. Tu puoi sentirti dire che non hai più bisogno di tempo e che non hai più bisogno di soffrire. Sei andato cercando nel tempo e sei andato cercando ulteriore sofferenza”. E, improvvisamente, per qualcuno, sentirsi dire che non ha più bisogno di ciò, può essere un momento di trasformazione.</p>
<p>Quindi la bellezza dell&#8217;insegnamento spirituale è che ti fa risparmiare vite di…</p>
<p>Andrew Cohen: Sofferenza inutile.</p>
<p>Eckhart Tolle: Sì, così è bene che le persone siano perse nel mondo. Mi piace molto andare a New York ed a Los Angeles, dove sembra che le persone siano <em>totalmente</em> coinvolte. A New York stavo guardando fuori dalla finestra. Stavamo facendo un gruppo d’incontro vicino all&#8217;Empire State Building. E tutti per strada andavano di fretta, quasi correndo. Tutti sembravano essere in uno stato d’intensa tensione nervosa, d’ansietà. In realtà è uno stato di sofferenza, ma non viene riconosciuto come tale. E ho pensato: dov&#8217;è che stanno correndo tutti? E ovviamente tutti stanno correndo verso il futuro. Hanno bisogno di andare da qualche parte, che non è qui. È un punto nel tempo: non ora, nel <em>poi</em>. Stanno correndo verso un <em>poi</em>. Stanno soffrendo, ma neanche si rendono conto. Ma per me guardare a questo è stato gioioso. Non ho sentito di dire: “Dovrebbero rendersi conto meglio”. Sono sul loro percorso spirituale. Al momento,<em> questo</em> è il loro cammino spirituale, e funziona benissimo.</p>
<p>Andrew Cohen: Spesso la parola &#8220;illuminazione&#8221; è interpretata come la fine della divisione all&#8217;interno del sé e la scoperta simultanea di una prospettiva o di un modo di vedere globale, completo o libero dalla dualità. Coloro che hanno sperimentato questa prospettiva sostengono che la realizzazione definitiva è che non c&#8217;è differenza fra il mondo e Dio o l&#8217;Assoluto, fra il <em>samsara</em> ed il <em>nirvana</em>, fra il manifesto e il non-manifesto. Ma altri sostengono che, di fatto, la realizzazione definitiva è che il mondo in realtà non esiste per niente, che il mondo è solo un’illusione, senza alcun senso, significato o realtà. Nella tua esperienza, il mondo è reale? È irreale? È entrambi?</p>
<p>Eckhart Tolle: Anche quando interagisco con le persone o sto passeggiando in una città, sbrigando delle cose ordinarie, la maniera in cui percepisco il mondo è: piccole increspature sulla superficie dell&#8217;Essere. Al di sotto del mondo della percezione dei sensi e quello delI&#8217;attività mentale, c&#8217;è la vastità delI&#8217;Essere. C&#8217;è un&#8217;ampia spaziosità. C&#8217;è una vasta quiete e c&#8217;è una piccola attività, un’increspatura sulla superficie, che non è separata, proprio come le increspature non sono separate dall&#8217;oceano.</p>
<p>Il modo in cui lo percepisco, è che non c&#8217;è separazione. Non c&#8217;è separazione fra l&#8217;Essere ed il mondo manifesto, fra il manifesto ed il non-manifesto. Ma il non-manifesto è tanto più vasto, più profondo e più grande di quello che accade nel manifesto. Qualsiasi fenomeno del manifesto ha una vita così breve e così fugace che, sì, si potrebbe quasi affermare che dal punto di vista del non-manifesto &#8211; I&#8217;Essere senza tempo o Presenza &#8211; tutto quello che avviene nel regno del manifesto in realtà sembra come un gioco d’ombre. Sembra come vapore o nebbia in cui nuove forme continuamente sorgono e scompaiono, sorgono e scompaiono. Così per chi è profondamente radicato nel non-manifesto, il manifesto può essere chiamato molto facilmente irreale. Io non lo chiamo irreale, perché non lo vedo separato.</p>
<p>Andrew Cohen: É reale quindi?</p>
<p>Eckhart Tolle: Tutto ciò che è reale è l&#8217;essere stesso. La Coscienza è tutto quello che c&#8217;è. Pura Coscienza.</p>
<p>Andrew Cohen: Intendi che la definizione di “reale” sarebbe ciò che è libero da nascita e morte?</p>
<p>Eckhart Tolle: Sì, è cosi.</p>
<p>Andrew Cohen: Di conseguenza solo ciò che non è mai nato e che non può morire sarebbe reale. E dato che, secondo quello che dici, il mondo manifesto non è separato dal non-manifesto, alla fine uno dovrebbe dire che il mondo manifesto è reale.</p>
<p>Eckhart Tolle: Sì. Ed anche che dentro ogni forma che è soggetta a nascita e morte, c’è l&#8217;assenza di morte. L&#8217;essenza di ogni forma è l&#8217;assenza di morte. Perfino l&#8217;essenza di un filo d&#8217;erba è assenza di morte. Ed ecco perché il mondo delle forme è sacro. Non è che il regno del sacro sia esclusivamente l&#8217;Essere o il non-manifesto. Io vedo come sacro anche il mondo delle forme.</p>
<p>Andrew Cohen: Se qualcuno ti chiedesse semplicemente: “Il mondo è reale o irreale?”, risponderesti che è reale o dovresti specificare l&#8217;affermazione?</p>
<p>Eckhart Tolle: Probabilmente specificherei l&#8217;affermazione.</p>
<p>Andrew Cohen: Dicendo cosa?</p>
<p>Eckhart Tolle: Che è una manifestazione temporanea del reale.</p>
<p>Andrew Cohen: Se il mondo è una manifestazione temporanea del reale, qual è la relazione dell&#8217;<em>illuminato </em>con il mondo?</p>
<p>Eckhart Tolle: Per un non illuminato, il mondo è tutto quel che c&#8217;è. Non c’è nient’altro. Questo modo di essere della coscienza legata al tempo dipende, per la sua esistenza, dal passato e ha disperatamente bisogno del mondo per la sua felicità e soddisfazione. Di conseguenza per la coscienza non illuminata, il mondo contiene un&#8217;enorme promessa ed allo stesso tempo un’alta minaccia. Questo è il dilemma di una coscienza non illuminata, combattuta fra il cercare la realizzazione nel e attraverso il mondo, e sentirsi da quello stesso mondo, continuamente minacciata. Sperano di trovare se stessi nel mondo e nello stesso tempo sanno che il mondo li ucciderà. Questo è lo stato di continuo conflitto a cui è condannata la coscienza non illuminata, I&#8217;essere combattuta continuamente fra il desiderio e la paura. È un destino spaventoso.</p>
<p>La coscienza illuminata è radicata nel non-manifesto ed essenzialmente è una con questo. Sa di essere quello. Si potrebbe quasi dire che è il non-manifesto che guarda fuori. Anche con una semplice cosa, come il percepire visivamente una forma &#8211; un fiore o un albero &#8211; se lo percepisci in uno stato di totale attenzione e di profonda quiete, libero dal passato e dal futuro, in quel momento c’è già il non-manifesto. In quel momento non sei più una persona. Il non-manifesto percepisce se stesso nelle forme. E, in quella percezione c&#8217;è sempre un senso di benessere.</p>
<p>Allora ogni azione che si origina da quello ha una qualità completamente diversa dall&#8217;azione che invece si origina dalla coscienza non illuminata, che ha <em>bisogno</em> di qualcosa e cerca di proteggere se stessa. Qui è dove, realmente, compaiono quelle qualità intangibili e preziose che chiamiamo amore, gioia e pace. Esse sono un tutt&#8217;uno con il non-manifesto. Hanno origine da quello. Un essere umano che vive in connessione con questo e da questo agisce ed interagisce, diviene una benedizione sul pianeta. Mentre un essere umano non illuminato, è molto gravoso per il pianeta. C’è della pesantezza sulla coscienza non illuminata. E, il pianeta soffre per la presenza di milioni d’esseri umani non illuminati. Il carico sul pianeta è fin quasi troppo da reggere. Qualche volta ho come la sensazione che il pianeta dica: “Oh basta, per favore!”.</p>
<p>Andrew Cohen: Incoraggi le persone a meditare, quello che tu chiami &#8220;riposare nella Presenza dell&#8217;Adesso&#8221;, il più possibile. Credi che una pratica spirituale possa mai diventare veramente profonda ed avere il potere di liberazione a meno che uno non abbia già rinunciato al mondo, almeno fino ad un certo livello?</p>
<p>Eckhart Tolle: Non direi che la pratica in sé abbia il potere di liberare. È soltanto quando c&#8217;è una completa resa all&#8217;Adesso, a<em> quello</em> che è, che è possibile la liberazione. Non credo che una pratica possa portarti ad una completa resa. Una resa totale di solito avviene vivendo. La vita stessa è il terreno dove questo avviene. Può essere che ci sia una resa parziale e di conseguenza un’apertura, e poi puoi iniziare delle pratiche spirituali. Ma sia che la pratica spirituale abbia inizio ad un certo grado di comprensione o che la pratica spirituale avvenga di per sé, la pratica da sola non basterà.</p>
<p>Andrew Cohen: Qualcosa che ho potuto vedere nel mio stesso lavoro di insegnante, è che, a meno che non si sia visto il mondo fino ad un certo livello, ed a meno che non ci sia una volontà di lasciarlo andare, basata su ciò che si è visto, I&#8217;esperienza spirituale, non importa quanto sia forte, non ti porterà a nessun tipo di liberazione.</p>
<p>Eckhart Tolle: Sì, è vero, e la volontà di lasciar andare<em> è </em>l&#8217;arrendersi. La chiave resta questa. In sua assenza, non importa quanta pratica si è fatta o perfino quante esperienze spirituali si sono avute, non succederà.</p>
<p>Andrew Cohen: Sì, molte persone dicono di voler meditare o fare delle pratiche spirituali, ma le loro aspirazioni spirituali non sono fondate sulla volontà di lasciar andare niente di sostanziale.</p>
<p>Eckhart Tolle: No, in realtà può essere proprio l&#8217;opposto. La pratica spirituale può essere una maniera per cercare di trovare qualcosa di nuovo con cui identificarsi.</p>
<p>Andrew Cohen: Alla fine intenderesti dire che la vera pratica spirituale o la vera esperienza spirituale hanno il senso di condurci a lasciare andare il mondo, alla trascendenza del mondo, all&#8217;abbandono dell&#8217;attaccamento al mondo?</p>
<p>Eckhart Tolle: Sì. Qualche volta le persone chiedono: “Come si arriva a questo? Sembra meraviglioso, ma come si arriva a questo?”. In termini di concretezza, alla base, significa semplicemente dire “sì” a questo momento. Questo è lo stato dell&#8217;arrendersi: un “sì” totale a ciò che è. Non il “no” interiore a ciò che è. E il “sì” totale a ciò che è, è la trascendenza del mondo. È così semplice, una totale apertura a qualsiasi cosa si manifesti in questo momento. Lo stato usuale di coscienza è quello di resistere, di scappar via, di negare, di non guardare ciò che è.</p>
<p>Andrew Cohen: Quindi, quando dici: un “sì” a ciò che è, vuoi dire di non evitare niente e di affrontare ogni cosa?</p>
<p>Eckhart Tolle: Giusto. Il dare il benvenuto a questo momento, I&#8217;abbracciare questo momento, questo è lo stato dell&#8217;arrendersi. In verità è tutto quello che è necessario. La sola differenza fra un Maestro e un non Maestro, è che il Maestro abbraccia ciò che è, totalmente. Dal momento in cui non c’è resistenza a ciò che è, allora arriva la pace. Il portale è aperto, il non manifesto è presente. Questa è la via più potente. Non si può chiamarla pratica perché non coinvolge il tempo.</p>
<p>Andrew Cohen: Secondo la maggior parte della gente coinvolta nell’esplosione spirituale dell’incontro tra est e ovest, che accade sempre più rapidamente in questo periodo, sia Gautama il Buddha sia Ramana Maharshi – uno dei Vedanta più rispettati dell’era moderna – emergono come esempi impareggiabili di illuminazione piena, e nonostante ciò, è interessante notare, a proposito della domanda sulla giusta relazione con il mondo dell’aspirante spirituale, che i loro insegnamenti divergono in modo sostanziale.</p>
<p>Il Buddha, colui che rinuncia al mondo, incoraggiava i più onesti a lasciare il mondo e a seguirlo in modo da vivere una vita santa, liberi dagli affanni e dalle preoccupazioni della vita familiare. Ramana Maharshi sconsigliò i suoi discepoli a lasciare la vita familiare per andare in cerca di una concentrazione spirituale più grande e più intensa. Infatti sconsigliò <em>ogni</em> atto esteriore di rinuncia e invece incoraggiò l’aspirante a guardarsi dentro e a trovare il motivo dell’ignoranza e della sofferenza al suo interno. Infatti molti, nel crescente numero dei suoi devoti, oggi dicono che il desiderio di rinuncia è in realtà un’espressione dell’ego, quella stessa parte del sé che intendiamo abbandonare se vogliamo essere liberi. Naturalmente il Buddha dette molta importanza alla necessità della rinuncia, del distacco, della diligenza e della limitazione come le stesse fondamenta su cui può sorgere un’introspezione liberatoria.</p>
<p>Perciò, perché pensi che le vie di questi due luminari spirituali divergano così tanto? Perché pensi che Buddha incoraggiasse i suoi discepoli a lasciare il mondo mentre Ramana Maharshi li incoraggiava a restarvi?</p>
<p>Eckhart Tolle: Non c’è soltanto una via. Epoche differenti hanno determinati approcci che possono essere efficaci per una certa epoca e non esserlo più per un&#8217;altra. Il mondo in cui viviamo ha in sé una densità molto maggiore, è molto più invadente. E quando dico mondo, includo in esso la mente umana. La mente umana è cresciuta dal tempo di Buddha, da 2500 anni fa. La mente umana è più rumorosa e più invadente ad un livello profondo e gli ego sono più sviluppati. In queste migliaia d’anni, c&#8217;è stata una crescita dell&#8217;ego che sta toccando un punto di follia, e l&#8217;estrema follia è stata raggiunta nel ventesimo secolo. Basta solo leggere la storia del ventesimo secolo per vedere il culmine della follia umana, se lo si misura in termini di violenza umana inflitta ad altri esseri umani.</p>
<p>Così, nel mondo d’oggi, non possiamo più evitare il mondo, non possiamo neppure più evitare la mente. Abbiamo bisogno di entrare nella resa mentre siamo nel mondo. Questo sembra essere il cammino effettivo <em>nel</em> mondo in cui adesso viviamo. Può darsi che al tempo di Buddha ritirarsi fosse molto, ma molto più facile di quello che potrebbe essere ora. A quel tempo, la mente umana non era ancora così opprimente.</p>
<p>Andrew Cohen: Ma il motivo per cui il Buddha predicava di intraprendere una vita senza dimora, fu perché sentiva che quella domestica era piena di preoccupazioni, attenzioni e interessi, e che, in quel contesto, sarebbe stato difficile fare ciò che era necessario per vivere una vita santa. Quindi, riguardo a ciò che affermi sul rumore e sulla distrazione del mondo, questo era esattamente quello che lui intendeva ed il perché lui stesso ha condotto una vita senza dimora, incoraggiando anche gli altri a fare lo stesso.</p>
<p>Eckhart Tolle: Bene, avrà avuto le sue ragioni, ma, in definitiva, noi non sappiamo perché Buddha pose l&#8217;enfasi sul lasciare il mondo invece di dire, come ha detto Ramana Maharshi: “Fallo nel mondo”. Mi sembra, però, da quanto ho osservato, che la via più efficace ora per le persone sia quella d’arrendersi <em>nel</em> mondo, invece di tentare di distaccarsene, creando una struttura che renda più facile l&#8217;arrendersi. C’è già una contraddizione in questo perché stai creando una struttura per rendere più facile la resa. Perché non arrendersi ora? Non avete bisogno di creare qualcosa che renda più facile la resa, perché in questo caso non è più un vero arrendersi. Sono stato nei monasteri buddisti, e posso vedere come sia facile lasciare il nome ed adottarne uno nuovo, rasarsi la testa ed indossare tuniche.</p>
<p>Andrew Cohen: Vuoi dire che è stato lasciato un mondo per un altro. Un’identificazione è stata abbandonata per lasciar posto ad un’altra; un ruolo è caduto e ne è stato assunto un altro. Niente è stato realmente abbandonato.</p>
<p>Eckhart Tolle: Giusto. Perciò, fallo dove sei, proprio qui, proprio adesso. Non c’è bisogno di cercare qualche altro posto o qualche altra condizione o situazione e poi farlo lì. Fallo proprio qui e ora. Dovunque tu sia è il posto per arrendersi. Qualsiasi sia la situazione in cui sei, puoi dire “si” a ciò che è, e questa è poi la base per tutte le azioni che seguono.</p>
<p>Andrew Cohen: Ci sono oggi molti insegnanti e altrettanti insegnamenti che spiegano come il desiderio stesso di rinunciare al mondo sia un&#8217;espressione dell&#8217;ego. Qual è la tua visione?</p>
<p>Eckhart Tolle: Il desiderio di rinunciare al mondo è ancora una volta il desiderio di raggiungere un certo stato che, ora, non hai. C&#8217;è una proiezione mentale di uno stato desiderabile da raggiungere: lo stato di rinuncia. È una ricerca di sé nel futuro. In questo senso è ego. La vera rinuncia non è il desiderio di rinunciare, ma si manifesta come una resa. Non puoi avere il desiderio di arrenderti perché quello stesso desiderio è non-resa. Qualche volta l&#8217;arrendersi sorge spontaneamente in persone che non hanno neppure il termine per definirlo. E so che, ora, in molte persone, c&#8217;è già I&#8217;apertura. Tante persone che vengono da me, hanno una vasta apertura, che qualche volta richiede soltanto poche parole per provocare un assaggio, un barlume della resa, che può non essere duratura, ma l&#8217;apertura è presente.</p>
<p>Andrew Cohen: Cosa ne pensi del richiamo spontaneo del cuore a lasciare tutto ciò che è falso ed illusorio, tutto ciò che è basato sulla relazione materialistica dell’ego verso la vita? Per esempio, quando il Buddha decise: “Devo lasciare la mia casa” – sarebbe probabilmente difficile dire che fu un desiderio egoistico, osservando i risultati. E Gesù disse: “Vieni e seguimi. Lasciate che i morti seppelliscano i loro morti”.</p>
<p>Eckhart Tolle: Questo è riconoscere il falso come falso, che è principalmente qualcosa di interiore – riconoscere le false identificazioni, riconoscere il rumore mentale, e vedere la falsità di quella che è stata l’identificazione con immagini mentali come l’entità di un “me”. Questo riconoscere è stupendo. Poi l’azione può sorgere dal riconoscimento del falso, forse puoi vedere il falso riflesso nelle circostanze della tua vita e puoi allora lasciartelo alle spalle – oppure no. Il riconoscere e l’abbandonare tutto ciò che è falso e illusorio è prima di tutto un processo interiore.</p>
<p>Andrew Cohen: Questi due tipi, il Buddha e Gesù, sarebbero esempi di potenti manifestazioni esteriori di quel riconoscimento interiore.</p>
<p>Eckhart Tolle: Giusto. Non c’è modo di prevedere ciò che accadrà come conseguenza di quel riconoscimento interiore. Nel caso del Buddha, ovviamente, accadde perché era già adulto quando all’improvviso realizzò che gli esseri umani muoiono, si ammalano ed invecchiano. Questa presa di coscienza fu così potente che si guardò dentro e affermò che niente ha significato se quello è tutto ciò che esiste.</p>
<p>Andrew Cohen: Poi, però, dovette lasciare, abbandonare il regno. Da un certo punto di vista avrebbe potuto dire: “Tutto è qui ora, e ciò che devo fare è arrendermi senza condizioni qui e ora”. Quindi credo che il risultato avrebbe potuto essere completamente diverso, magari avrebbe potuto essere un re illuminato!</p>
<p>Eckhart Tolle: Ma, a quel punto non sapeva che tutto ciò che era necessario fare era arrendersi.</p>
<p>Andrew Cohen: Tuttavia, quando Gesù invitò i pescatori a lasciare le loro famiglie e il loro tipo di vita per seguirlo e, in modo simile, quando il Buddha passava di città in città e invitava gli uomini a lasciare ogni cosa, il loro arrendersi si dimostrò nella partenza vera e propria, nel dire “si” a Gesù o al Buddha e abbandonare i loro affetti mondani. Ovviamente ci sarebbero stati anche i loro affetti interiori da abbandonare. In questi casi, il lasciar andare non era solo una <em>metafora</em> per la trascendenza interiore; significava anche, <em>letteralmente</em>, lasciar andare tutto.</p>
<p>Eckhart Tolle: Per alcuni è parte del cammino. Possono lasciare i loro posti abituali o le attività, ma ciò che cambia è chiedersi se hanno già visto dentro loro stessi il falso. Se non l’hanno visto, il lasciar andare sul piano esteriore sarebbe una forma mascherata di ricerca di sé.</p>
<p>Andrew Cohen: Con la mia ultima domanda vorrei chiederti a proposito della relazione tra la tua comprensione dell’illuminazione, o l’esperienza di consapevolezza non duale, e l’impegno col mondo.</p>
<p>Nel Giudaismo, l’impegnarsi completamente nel mondo e nella vita umana è visto come l’esaudirsi della chiamata religiosa. Dicono, infatti, che è <em>solo</em> vivendo totalmente i comandamenti che il potenziale spirituale della razza umana può manifestarsi sulla terra. Lo studioso ebraico David Ariel scrive: “Noi concludiamo il lavoro della creazione…Dio ha ancora bisogno del nostro aiuto perché solo noi possiamo perfezionare il mondo”.</p>
<p>Molti insegnamenti illuminati, o non duali, come il tuo, enfatizzano l’illuminazione dell’individuo. La trascendenza del mondo sembra essere la cosa importante. I nostri fratelli ebrei sembra ci invitino a qualcosa di molto diverso – la spiritualizzazione del mondo attraverso la partecipazione totale e devota dell’uomo e della donna nel mondo. É vero che gli insegnamenti riguardanti l’illuminazione non duale privano il mondo della nostra totale partecipazione nei suoi confronti? È la nozione stessa di trascendenza che depriva il mondo dalla realizzazione del nostro potenziale di renderlo spirito in quanto figli di Dio?</p>
<p>Eckhart Tolle: No, perché la giusta azione può scaturire solo da tale stato di trascendenza del mondo. Ogni altra attività è indotta dall’ego, e perfino il fare del bene, se indotto dall’ego, avrà delle conseguenze karmiche. ”Indotta dall’ego” significa che c’è un motivo conseguente. Per esempio, se il sentirti più spirituale migliora la tua propria immagine; o un altro esempio sarebbe attendersi una ricompensa futura in un’altra vita o in paradiso. Perciò se ci sono motivazioni conseguenti, non è pura. Se non c’è stata la trascendenza del mondo, nelle tue azioni non può fluire il vero amore, perché non sei connesso con il regno dal quale sorge l’amore.</p>
<p>Andrew Cohen: Intendi dire un’azione pura, non macchiata dall’ego?</p>
<p>Eckhart Tolle: Sì, in ordine d’importanza. Prima viene la realizzazione e la liberazione, poi da queste lasci fluire l’azione – e sarà pura, immacolata, priva di karma. Altrimenti, non importa quanto siano elevati i tuoi ideali, rafforzeranno l’ego attraverso le buone azioni. Sfortunamente, non puoi soddisfare i comandamenti a meno che tu sia senza ego – e molto pochi lo sono – come hanno scoperto tutti quelli che hanno cercato di praticare gli insegnamenti di Cristo. “Ama il prossimo tuo come te stesso” è uno degli insegnamenti più importanti di Gesù, e non puoi seguire quel comandamento, non importa quanto ci provi, se non sai chi sei al livello più profondo. Ama il tuo prossimo come te stesso significa che il tuo prossimo <em>sei </em>tu, e quel riconoscimento di unità è amore.</p>
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<p><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1924&amp;isbn=8834411951">Eckhart Tolle. Il potere di adesso. Armenia. 2000. ISBN: 8834411951</a></p>
<p><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1924&amp;isbn=883441117X">Un corso in miracoli. Armenia. 1999. ISBN: 883441117X</a></p>
<p>Copyright originale “What is Enlightenment” magazine <a href="http://www.wie.org/">www.wie.org</a><br />
Traduzione di Nityama Masetti. Revisione di Toshan Ivo Quartiroli<br />
Copyright per la traduzione italiana Innernet.</p>
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		<title>Non c&#8217;è scampo dal mondo</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Dec 2008 17:02:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Joseph Goldstein</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In questo colloquio-intervista, Andrew Cohen e Joseph Goldstein si chiedono se sia necessario rinunciare al mondo per raggiungere la liberazione. La pratica spirituale riguarda la liberazione della mente dagli attaccamenti. Questa non è né indifferenza né un tirarsi indietro. Riguarda il nostro rapporto col mondo. Andrew Cohen intervista Joseph Goldstein Andrew Cohen: Joseph, sembri una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In questo colloquio-intervista, Andrew Cohen e Joseph Goldstein si chiedono se sia necessario rinunciare al mondo per raggiungere la liberazione. La pratica spirituale riguarda la liberazione della mente dagli attaccamenti. Questa non è né indifferenza né un tirarsi indietro. Riguarda il nostro rapporto col mondo.</p>
<p><strong>Andrew Cohen intervista Joseph Goldstein</strong></p>
<p>Andrew Cohen: Joseph, sembri una persona che ha voltato le spalle al mondo per dedicare la vita alla pratica della meditazione e al raggiungimento della liberazione, ma anche per fare da guida spirituale agli altri. Non sei un monaco, ma la tua vita, paragonata a quella di molta gente qui in occidente, verrebbe in realtà considerata quella di un monaco. Dal momento che hai dedicato la vita alla via del risveglio del Buddha, perché non sei diventato un monaco?</p>
<p>Joseph Goldstein: Non credo di condurre una vita di particolari rinunce, perché sono molto impegnato nel mondo. Sto lavorando con varie istituzioni, come la “Insight Meditation Society”, il “Barre Center for Buddhist Studies” e sto progettando un nuovo ritiro a lungo termine; inoltre, viaggio e insegno. Vivo anche in modo confortevole, quindi voglio dissipare ogni dubbio: non sto assolutamente conducendo una vita di rinuncia dedicata alla pratica intensiva della meditazione, anche se, ogni anno, mi concedo dei periodi per farlo.</p>
<p>AC: Ma, paragonata a quella degli altri, la tua vita è simile a quella di un monaco. Vivi lontano dal mondo, in un centro di meditazione; non hai, al momento, rapporti sessuali; e tutto ciò che ti riguarda ha a che fare con la diffusione del dharma e l’insegnamento della meditazione.</p>
<p>JG: Una delle ragioni per cui non sono mai diventato un monaco è che, quando iniziai a praticare, mi trovavo in India, che non è un paese buddista. La maggior parte dei miei primi insegnanti erano laici; quindi, anche se più tardi ho avuto degli insegnanti monaci, il modello laico è stata la forma con cui sono cresciuto. Ho preso i voti solo per un breve periodo, ma non sono mai stato particolarmente attratto dalla formalità della disciplina monastica.</p>
<p>AC: Se i tuoi primi insegnanti fossero stati dei monaci, pensi che avresti potuto prendere i voti?<span id="more-785"></span></p>
<p>JG: Avrei potuto, se avessi cominciato a praticare in Thailandia o in Birmania. Ciononostante, sento che la vita di laico mi si addice, e in qualche modo si addice a questa epoca. Penso che molto del lavoro che abbiamo fatto negli ultimi venticinque anni sia stato più facile perché l’abbiamo fatto come laici.</p>
<p>AC: Per diventare un buddista, devi “prendere rifugio” nella Triplice Gemma: il Buddha, il Dharma e la Sangha. Del Buddha si racconta che fu una persona che andò oltre, o che trascese il mondo. Il Dharma è l’insegnamento buddista della liberazione, un insegnamento che ci libera dall’attaccamento nei confronti del mondo, rendendoci capaci di uscire dalla ruota del divenire. La sangha è la comunità dei fratelli e sorelle con i quali condividiamo un legame di reciproco impegno verso l’illuminazione e la vita spirituale. La relazione con la sangha si pone in contrasto alle relazioni basate sui valori materialistici e mondani. E proprio come i monaci, anche coloro che vivevano in famiglia e seguivano gli insegnamenti del Buddha, (cioè i discepoli laici) dovevano prendere rifugio nella Triplice Gemma, pur rimanendo immersi nelle attività del mondo. Ma, poiché vi avevano preso rifugio, la loro fedeltà non era più rivolta al mondo o ai suoi valori materialistici, bensì all’illuminazione, ovvero alla trascendenza o al non-attaccamento al mondo.</p>
<p>Oggi, so che l’interpretazione della Triplice Gemma è stata resa più inclusiva da alcune persone (per esempio, il tuo antico collaboratore Jack Kornfield) in modo da poter considerare anche la vita mondana come un ottimo veicolo per la pratica spirituale, così come la vita ascetica era considerata il contesto ideale al tempo del Buddha. Nel suo libro <em>After the Ecstasy, the Laundry</em>, Kornfield dice: “I sacrifici di una famiglia sono assimilabili a quelli di ogni rigido monastero, poiché offrono esattamente la stessa pratica di rinuncia, pazienza, fermezza e generosità”. Ma in un’intervista che hai concesso qualche anno fa, hai detto: “Una volta fu chiesto a uno dei miei insegnanti: ‘È veramente necessario rinunciare al mondo per ottenere la liberazione?’. Egli rispose: ‘Anche il Buddha dovette rinunciare al mondo!’ E aveva alcune paramita! (qualità spirituali sviluppate precedentemente)”.</p>
<p>Dunque, è necessario rinunciare al mondo per raggiungere la liberazione? Penso che sia una domanda importante, perché alcune nuove visioni del dharma nate dall’incontro dell’Oriente con l’Occidente, come quelle rappresentate da Kornfield, ma anche da Elizabeth Lesser, autrice di The New American Spirituality, sembrano considerare l’esempio particolare della rinuncia del Buddha più come una metafora del non-attaccamento, che come un modello da seguire alla lettera. Era nel giusto il tuo insegnante quando ricordava che anche il Buddha dovette letteralmente abbandonare il mondo per raggiungere la liberazione? E, secondo la tua opinione, Kornfield ha ragione quando afferma che la vita familiare offre esattamente la stessa formazione di una vita monastica?</p>
<p>JG: Trovo difficile parlare con autorevolezza sulla vita familiare, perché non ne ho esperienza. Nel buddismo, si parla della via alla liberazione in termini di livelli di illuminazione, ognuno dei quali sradica diversi tipi di ostacoli o scappatoie della mente. E nei testi buddisti ci sono numerose storie di persone che hanno raggiunto livelli molto elevati di risveglio, pur vivendo in famiglia. Le persone di mia conoscenza con una vita coniugale soddisfacente, si sono impegnate moltissimo per fare della vita nel mondo la loro pratica. Possiamo dire: “La vita è la mia pratica”, ma che lo sia davvero o meno, è qualcosa che ognuno deve esaminare da sé, con attenzione. Da un certo punto di vista, la via della famiglia sembra più difficile del cammino della rinuncia, perché in essa ci sono molte più distrazioni.</p>
<p>Penso che tutti noi dobbiamo considerare onestamente quali sono le nostre autentiche aspirazioni spirituali. Non penso che si tratti di un aut-aut. La via della famiglia è possibile, ma richiede un impegno e una volontà molto forti. Ho avuto un’insegnante, una donna chiamata Dipa Ma, che era altamente illuminata e possedeva incredibili livelli di concentrazione e<em> samadhi </em>(assorbimento meditativo). Lo sviluppo della sua saggezza, della compassione e dei poteri della mente era straordinario; era una yogini incredibilmente completa. E viveva in famiglia. Aveva una figlia e un nipote, e conduceva una vita casalinga, ma lo faceva in un modo stupefacente.</p>
<p>AC: Sei d’accordo con la dichiarazione di Kornfield: “I sacrifici di una famiglia sono assimilabili a quelli di ogni rigido monastero, poiché offrono esattamente la stessa pratica di rinuncia, pazienza, fermezza e generosità”?</p>
<p>JG: La vita familiare ha la potenzialità di sviluppare queste qualità, ma non credo che <em>necessariamente</em> le sviluppi. Ovviamente, essere un genitore richiede uno straordinario sacrificio e dà l’opportunità di sviluppare l’amore, la comprensione e la pazienza, cioè molte delle<em> paramita</em>. Ma non sono sicuro di quanto effettivamente le sviluppi in profondità, trasformando la saggezza nella natura vuota e priva di sé delle cose. Essere un genitore non conduce necessariamente a <em>questo</em>. Altrimenti, la maggior parte delle persone sarebbe pienamente illuminata!</p>
<p>AC: Pensi che se qualcuno avesse avuto questa aspirazione a illuminarsi, molto difficilmente avrebbe scelto la vita familiare?</p>
<p>JG: Se l’aspirazione centrale della nostra vita è la Liberazione, persone diverse la cercheranno in modi diversi. E questo dipenderà sia dall’intensità del desiderio della liberazione, sia dal nostro condizionamento karmico, cioè dalle nostre tendenze o inclinazioni individuali. Potrei immaginare di entrare in una relazione con la <em>speranza</em> di non creare attaccamento. Ma, di nuovo, penso che sia necessaria molta onestà per farsi strada nell’inerzia dei nostri modelli abituali e vedere quali sono le nostre vere motivazioni. Infatti, sia al livello del dharma che a quello del mondo siamo trascinati da energie diverse ed è facile non capire quello che sta realmente succedendo.</p>
<p>AC: Quindi, quando il tuo insegnante diceva: “Anche il Buddha dovette rinunciare al mondo!”, cosa intendeva?</p>
<p>JG: Beh, per considerare la cosa da un altro punto di vista, è facile cadere nella trappola di pensare, come ho detto prima: “Oh si, la vita è la mia pratica”, senza però farlo davvero per le molte difficoltà, e così concludere sottovalutando l’importanza di prendersi davvero dei periodi nella propria vita in cui riposarsi e fare un passo indietro, se non addirittura di diventare monaco o monaca a vita. C’è un forte impulso a <em>non</em> farlo, così uno potrebbe lasciarsi sfuggire il potere, la forza e la chiarezza che arrivano grazie a quel tipo di rinuncia. Questa è una delle cose che la gente apprezza riguardo ai ritiri: sono un’occasione per fare un passo indietro, cosa molto rara nella nostra cultura. Penso che abbiamo bisogno di farlo, e più sono alte le nostre aspirazioni, più probabilmente avremo questa necessità.</p>
<p><em>Questo</em> è il grande esperimento del dharma in occidente. E voglio vedere se siamo in grado di creare un modello grazie al quale la gente con una forte aspirazione per la Liberazione può realizzare quest’ultima senza necessariamente diventare un monaco o una monaca. Abbiamo appena cominciato a formulare la risposta a questa domanda: forse è possibile, forse no.</p>
<p>AC: La mia prossima domanda deriva proprio da questo. Non c’è dubbio che la maggioranza degli occidentali buddisti (o comunque praticanti gli insegnamenti del Buddha sull’attenzione e la meditazione) sono laici che, pur restando pienamente immersi nella vita del mondo con i suoi interessi e preoccupazioni, manifestano un sincero interesse nell’approfondire la comprensione della natura e del significato dell’esperienza umana alla luce degli insegnamenti del Buddha. Eppure, il Buddha stesso fu un’asceta che disse: “La vita familiare è una via polverosa e piena di ostacoli, mentre la vita ascetica è come il cielo aperto. Non è facile per un uomo che vive nel mondo praticare la vita santa in tutta la sua pienezza, purezza e luminosa perfezione”. Ha detto anche: “Il pavone che vola nell’aria non si avvicinerà mai alla velocità del cigno. Similmente, l’uomo che vive in famiglia non può mai assomigliare al monaco saggio, che medita in disparte nella giungla”.</p>
<p>JG: Prenderò i voti, prenderò i voti! Dove sono le tuniche?</p>
<p>AC: (ride) È vero, ovviamente, che viviamo in tempi “più illuminati” e che per molti aspetti è difficile paragonare le circostanze storiche e culturali dell’India antica con l’Occidente contemporaneo. Tuttavia, l’attaccamento resta l’attaccamento e la libertà resta la libertà; i trabocchetti e i pericoli del cammino spirituale non sono cambiati di un millimetro negli ultimi 2500 anni. Quello che volevo chiederti, quindi, è: quando sono arrivati nell’occidente contemporaneo, materialista e narcisista, gli insegnamenti del Buddha sono stati annacquati per risultare appetibili a coloro che non oserebbero mai prendere sul serio gli insegnamenti del Buddha sulla rinuncia? O il Buddha era fuori strada e troppo estremo perché le sue indicazioni possano essere valide in ogni tempo?</p>
<p>JG: Ci troviamo in una situazione molto interessante. Oggi gli insegnamenti sono accessibili a persone che non hanno alcuna familiarità con essi; è un processo che sta avvenendo. Ma a differenza delle culture asiatiche, dove la rinuncia – anche quando non viene praticata – conserva un suo valore, qui non è apprezzata, per cui c’è una curva dell’apprendimento spirituale. E negli ultimi venti, venticinque anni di insegnamento, ho visto un numero di persone sempre maggiore che vorrebbero fare il passo successivo verso un livello di rinuncia più completo e profondo. Penso che nella gente sta maturando la comprensione del significato della rinuncia.</p>
<p>AC: Stai dicendo, quindi, che dobbiamo evolverci fino al punto in cui riconosciamo tale necessità, per poi cominciare ad agire di conseguenza?</p>
<p>JG: Si, ed essa potrebbe prendere forme diverse, che si tratti di un laico che trascorra dei periodi di rinuncia… Oppure potrei anche immaginare la crescita di una sangha monastica. Io credo, però, che è qui che si debba ricercare la profondità.</p>
<p>AC: La profondità sarà raggiunta quando le persone avranno dato tutta la loro vita per il raggiungimento della liberazione: è questo che intendi?</p>
<p>JG: Si, e poi queste persone troveranno la forma appropriata per esprimerla. Penso che un periodo in cui praticare la rinuncia sia sempre importante. Ma c’è anche la questione su cosa sia veramente la rinuncia. Nei testi buddisti si trova un esempio famoso che paragona un eremita dentro una grotta, che ha rinunciato al mondo ma è pieno di desideri, a qualcuno che vive nel lusso, ma la cui mente è libera dai desideri. La forma esteriore di rinuncia deve sostenere quella interiore; altrimenti, l’esteriorità non ha alcun significato. Dobbiamo vedere cosa favorisce la rinuncia all’avidità, all’odio, alla delusione. Cosa favorisce la rinuncia a considerare le cose come il sé? Questi, per me, sono l’interrogativo e la rinuncia fondamentali. Ed è una cosa che può essere praticata in qualsiasi circostanza. Negli ultimi anni, la mia pratica si è fatta via via più semplice. Di base, si riassume in una frase detta dal Buddha: “Nessuna cosa deve essere assunta come ‘io’ o come ‘mia’”. Questo è tutto. Questa è la pratica; qui si trova la libertà.</p>
<p>Andrew Cohen: Vorrei chiederti del rapporto tra la meditazione e la trascendenza del mondo, dove per “mondo” si intende l’attaccamento e il divenire. Può, la pratica della meditazione, scendere davvero in profondità e avere il potere di liberarci, se non si è già abbandonato il mondo dell’attaccamento e del divenire, almeno in una certa misura? In altre parole, se la pratica della meditazione non ha già radici nella rinuncia al mondo, come può avere il potere di liberarci o di renderci capaci di trascendere il mondo?</p>
<p>JG: Se per “libertà” intendiamo una mente che non considera nulla come “io” o “mio”, penso che possiamo accostarci a essa in due modi. Un approccio è focalizzare la mente sugli oggetti dell’esperienza, penetrandone il carattere illusorio, e questo provoca il lasciarsi andare. Cominciamo a scorgere l’inconsistenza di ogni cosa. Di fronte a ciò, la mente inizia a lasciar andare la presa, perché si accorge che non c’è niente di solido cui aggrapparsi. Un altro approccio è avere effettivamente un bagliore del vuoto, della natura aperta della mente che non produce attaccamento, e avere un’immediata apertura nei confronti di tale esperienza. Penso che, tradizionalmente, le due scuole siano in contrasto l’una con l’altra: “Questa via è migliore o più veloce o più eccelsa”. Ma, almeno secondo la mia esperienza, entrambe sono valide e si intrecciano costantemente. Sono pochissime le persone che, avendo avuto un bagliore di questa natura assoluta, aperta e vuota, sono arrivate alla fine, ritrovandosi totalmente libere; infatti, i modelli abituali sono molto forti.</p>
<p>Andrew Cohen: Sembra che nel buddismo in generale, e specialmente nella scuola Theravada, considerata quella allineata in modo più stretto agli insegnamenti originali del Buddha, la trascendenza del mondo sia un tema fondamentale dell’insegnamento. Tuttavia, viviamo in un’epoca nella quale molte voci influenti del mondo spirituale mettono in rilievo, con vigore, quelli che considerano i pericoli di questo tipo di visione: cioè che è patriarcale, gerarchica, contro la terra, il corpo, la sessualità e la femminilità. Il noto biologo e filosofo Rupert Sheldrake ha detto in un’intervista rilasciata per “What is Enlightenment?”:</p>
<p>JG: “È possibile considerare l’intera creazione come un grande errore, niente altro che una serie di futili e infiniti cicli di manifestazioni, nascita, morte, rinascita e nuova morte e così via all’infinito. A quel punto, la sola risposta è una specie di caduta verticale dentro il regno senza tempo dell’essere, dove dimentichi e lasci alle spalle tutto ciò. Quando vivevo in India, ho scoperto che… alcuni buddisti Theravada avevano fatto propria questa visione. Il loro unico intento era staccarsi interamente da questo mondo del divenire e spiccare il balzo verso la salvezza individuale”.</p>
<p>Inoltre, l’influente scrittore spirituale e, come lui stesso si è definito, il “mistico gay” Andrew Harvey afferma nel suo libro, <em>The Return of the Mother:<br />
</em></p>
<blockquote><p>“Le tendenze contrarie alla vita, al corpo e alla donna, presenti sia nella tradizione Therevada sia (in misura minore) nella tradizione Mahayana, sono un ostacolo. Molte scuole buddiste insegnano che non si può raggiungere l’illuminazione in un corpo di donna; il meglio che una donna può fare, se è molto fortunata, è servire i monaci. Già nelle fasi iniziale del buddismo, i monaci maschi si separarono dalla società e furono considerati superiori a essa. L’unico obbiettivo dell’incarnazione fu visto come la liberazione dal samsara. In tutto questo ci sono estremismo, paura della natura e isteria repressa; il buddismo Mahayana ha cercato di mitigare queste posizioni soprattutto con la sua concezione del servizio divino e dell’ideale del bodhisattva. Ma anche nel Mahayana le donne sono decisamente sottovalutate; il termine tibetano per donna significa letteralmente ‘nascita minore’. Un’enfasi straordinaria sull’illuminazione può condurre al distacco da questa vita e dalle sue responsabilità attive, oltre che a una radicale sottovalutazione della sacra saggezza della vita quotidiana…Non possiamo più permetterci il lusso di questo volo nella trascendenza, perché anche a causa sua nessuno è intervenuto a fermare la rovina e la devastazione della natura”.</p></blockquote>
<p>Andrew Cohen: Joseph, sei d’accordo con Sheldrake e Harvey? È vero che l’enfasi del Buddha sulla trascendenza del mondo è contraria alla vita e provoca involontariamente distruzioni e divisioni?</p>
<p>JG: Durante il ritiro, ho avuto esperienze di straordinaria pace, calma e unione, che però dall’esterno potevano venire scambiate per indifferenza, freddezza o disinteresse. Il rischio di proiezioni sui singoli praticanti e l’intera tradizione è molto grande. Penso, quindi, che sia <em>molto</em> importante non cadere in queste generalizzazioni che nulla hanno a che vedere con l’esperienza autentica dei praticanti; infatti, la loro esperienza può essere<em> completamente</em> diversa da ciò che appare dall’esterno. È molto facile rimanere impigliati nei giudizi sulle altre persone e le altre tradizioni, frutto delle nostre proiezioni, prevenzioni e punti di vista. Detto questo, penso che la tua domanda, in realtà, ruoti intorno al significato della trascendenza. Le persone usano questa parola in tanti modi diversi; secondo la mia prospettiva, gran parte del contenuto di questa domanda proviene – sarò netto e chiaro – da una limitata concezione della trascendenza o da un’idea di questa diversa dalla mia.</p>
<p>Uno dei significati della trascendenza è restare consapevoli di una dimensione “altra”, separata dalla terra, dove si è in una sorta di beatitudine. Non penso, però, che questo fosse ciò che intendesse il Buddha, né che riguardi la pratica del buddismo Theravada o di qualsiasi altra tradizione buddista da me conosciuta. La trascendenza autentica, secondo la mia comprensione, è molto più semplice. È la trascendenza del senso del sé, il quale si forma attraverso l’identificazione con i vari aspetti dell’esperienza, scambiati per il sé. È la realizzazione della vacuità del sé. Penso che la trascendenza autentica sia una funzione della saggezza, non di un qualche stato alterato o dell’essere trasportati in un’altra dimensione. La sua espressione può prendere poi molte forme. Può prendere la forma di un forte coinvolgimento nel mondo o dell’andare a vivere in una grotta sull’Himalaya; non credo che esista una gerarchia delle azioni compassionevoli.</p>
<p>Quando il Buddha, nelle sue innumerevoli vite passate, si ritirava in qualche caverna a praticare, una persona normale avrebbe potuto pensare che si fosse ritirato dal mondo. Ma considerando questi ritiri come un momento del suo cammino verso la buddhità e tutte le compassionevoli attività che ne derivarono (cioè l’illuminazione di tutti noi) non si può dire che il tempo trascorso nelle caverne sia stata una negazione del mondo. Però, quando consideriamo isolatamente un momento dell’esperienza o del cammino di una persona, otteniamo una visione molto distorta del quadro generale.</p>
<p>AC: Penso che queste citazioni evidenzino l’opinione che il mondo sia identico al samsara, il perpetuo alternarsi di nascita, morte e rinascita, e di come nella filosofia buddista (in modo specifico nel buddismo Therevada) l’unica idea sia “elevarsi”, liberare se stessi da questo infinito ciclo del divenire.</p>
<p>JG: Qualcuno potrebbe affermare che il Buddha, dopo la sua illuminazione, indugiò nel <em>samsara?<br />
</em><br />
AC: Di certo, non visse nel mondo.</p>
<p>JG: No, visse nel mondo: camminò sulla terra.</p>
<p>AC: Camminò sulla terra, ma il mondo in cui visse fu una sua creazione; era circondato dai suoi monaci, non visse una vita mondana.</p>
<p>JG: Ma questa distinzione, per me, non è il punto saliente. È possibile vivere come un monaco, un asceta, e cercare allo stesso tempo di alleviare la sofferenza del mondo, come fece il Buddha. Egli non si isolò, non si ritirò, non si staccò dal mondo. Da un certo punto di vista, era totalmente coinvolto; il punto chiave è che poté farlo da uno spazio di libertà, piuttosto che da uno di schiavitù. La pratica spirituale, anche nelle tradizioni più ortodosse, riguarda la liberazione della mente dagli attaccamenti. Questa non è né indifferenza né un tirarsi indietro. Riguarda il nostro rapporto col mondo. Ci relazioniamo da uno spazio di libertà o di non-libertà?</p>
<p>AC: Quindi non sei d’accordo con le critiche di Harvey?</p>
<p>JG: Per niente. Storicamente, esistono molte sovrapposizioni culturali, e le discussioni sui rapporti uomo-donna riguardano, io credo, più la cultura che il<em> dharma</em>, perché chiaramente dal tempo del Buddha fino a oggi sono esistite molte donne pienamente illuminate.</p>
<p>AC: Quindi, stai dicendo che sei in totale disaccordo con questa interpretazione del buddismo Therevada, secondi cui lo scopo della liberazione è “uscire” dal mondo. Si tratta di una comprensione sbagliata dell’insegnamento del Buddha?</p>
<p>JG: Di nuovo, dipende. Cosa si intende per “mondo”? Ti riferisci alla società americana consumista o al pianeta sul quale gli esseri umani camminano? Finché saremo vivi, non penso che ci sarà mai scampo dal mondo. L’obiettivo è la libertà dall’attaccamento, dalla sete del desiderio; non è la non-esistenza. Infatti, il Buddha ha detto che desiderare la non-esistenza è solo un’altra forma di brama insita nella nozione del sé.</p>
<p>AC: Ma alcune persone, da un certo punto di vista, potrebbero pensare che ciò implichi la distruzione del mondo. Infatti, se leviamo la “sete del desiderio”, potremmo provocare un disimpegno tale che l’intero mondo rischierebbe di andare in pezzi.</p>
<p>JG: Non vedo tutto ciò come disimpegno, ma come la differenza tra il non-attaccamento e il distacco. Il distacco implica il ritirarsi, il chiamarsi fuori, forse anche il disinteresse. Non vedo il cammino del Buddha come distacco, bensì come non-attaccamento, cioè essere completamente presenti senza produrre attaccamenti. E in questo, per me, risiede l’unione del vuoto e della compassione. C’è la possibilità, quindi, di essere totalmente impegnati, ma senza attaccarsi a niente.</p>
<p>AC: Questa sarebbe la miracolosa posizione dell’illuminazione.</p>
<p>JG: Sì. E persone diverse esprimeranno in modi diversi quell’illuminazione e il cammino per raggiungerla. Possono esserci periodi in cui è necessario ritirarsi dal mondo nel modo che è stato suggerito. Questo, però, è un tratto di un viaggio ben più lungo.</p>
<p>AC: Diversamente dal buddismo, nell’ebraismo e nell’islam (soprattutto nel sufismo) la rinuncia e la trascendenza del mondo (così come le ha insegnate il Buddha) non solo vengono scoraggiate, ma talvolta sono aspramente criticate come contrarie ai principi fondamentali della loro dottrina religiosa. Sheikh Tosun Bayrak dell’ordine sufi Halveti-Jerrahi ha detto in un’intervista concessa a “What is Enlightenment”:</p>
<p>“La rinuncia è un peccato. Essa significa che, quando sono assetato, Lui, Allah, mi offre un bicchiere d’acqua e io dico: ‘No, grazie’. Questo è un peccato, è estrema arroganza! Non si tratta solo della mia opinione, ma di quella di tutti i sufi. Dovresti accettare qualsiasi cosa ricevi e farne buon uso. Se non la vuoi, dalla a qualcuno che ne ha bisogno! Io possiedo, sia resa lode ad Allah, abbastanza soldi. Ma se oggi Lui mi desse un milione di dollari, non li rifiuterei. Li prenderei, li darei a coloro che ne hanno bisogno e ne serberei anche un po’ per me. Mi comprerei una nuova auto al posto della vecchia e forse un paio di scarpe da 150 dollari. Sarebbe un gran giorno!</p>
<p>Non c’è bisogno di andare nei monasteri o scalare l’Himalaya… Devi andare nel mondo e partecipare. Per esempio, il mio insegnante, Sheikh Muzzaffer, amava mangiare, gli piaceva il buon cibo. E aveva una giovane moglie che amava molto. Lui diceva spesso: i soldi dovrebbero essere tanti nelle tue tasche, ma nessuno nel tuo cuore”.</p>
<p>Anche per gli Ebrei, l’impegno totale nel mondo e nella vita è visto come l’adempimento della chiamata religiosa. Secondo loro, è solo vivendo con tutto il cuore i comandamenti che il potenziale spirituale della razza umana può realizzarsi. Lo studioso ebreo David Ariel scrive:</p>
<p>“Quando diventiamo i maestri della nostra vita e godiamo di tutto ciò che quest’ultima ci offre, abbiamo portato alla luce la divinità che è in noi. Quando aiutiamo l’evoluzione di un’altra persona, portiamo a compimento il lavoro della creazione. Quando aiutiamo lo sviluppo del potenziale umano di ciascun individuo, abbiamo portato Dio nel mondo. Dio ha bisogno del nostro aiuto, perché solo noi possiamo perfezionare il mondo”.</p>
<p>Io so che, anche se l’ideale del bodhisattva è di liberare tutti gli esseri senzienti prima di se stesso (soprattutto nella tradizione Mahayana), tale salvezza degli altri consiste soprattutto nella liberazione dalle catene del samsara, non nella “spiritualizzazione” del mondo, come sottolineano queste religioni mediorientali. Cosa rispondi tu, come importante insegnante buddhista, alle accuse dei nostri fratelli mediorientali secondo cui la tua religione non solo inibisce la realizzazione del potenziale spirituale del mondo attraverso l’uomo, ma di fatto ci spinge ad abbandonare ogni responsabilità nei suoi confronti?</p>
<p>JG: Penso che tale discussione si svolga a un livello sbagliato, perché si limita a considerare le apparenze: se uno vive nel palazzo o nella grotta, se ha una relazione o no. Non credo che queste siano le domande fondamentali. Penso che la domanda fondamentale sia: “<em>Chi </em>è che sta appagando il desiderio o vi sta rinunciando?”.</p>
<p>AC: Il punto, però, è che tu sei buddista! In quanto tale, non vuoi quindi rispondere per niente a questa domanda? Volevo soltanto che tu commentassi un poco gli insegnamenti sulla rinuncia e la trascendenza del mondo.</p>
<p>JG: Da un certo punto di vista, vivo più come un sufi che come un monaco buddista. Ma, di nuovo, non vedo la forma come l’essenza della realizzazione. Per esempio, se vai al cinema, vieni totalmente preso dalla trama del film. Potrebbe essere il film di un monaco nella grotta o di qualcuno che si gode pienamente la vita, ma se guardi in alto e vedi il fascio di luce che attraversa la sala e atterra sullo schermo, comprendi che non sta succedendo niente. È tutta apparenza! Penso che se ci blocchiamo nella ricerca di quale apparenza sia la più giusta o spirituale, perdiamo completamente di vista il fatto che la libertà non dipende dal tipo di film trasmesso; essa si trova nella mente priva di attaccamenti, qualunque essi siano.</p>
<p>AC: Certo, questa è la risposta finale a tutte le domande, e dopo di essa, naturalmente, non resta nulla da dire. Ma la ragione per la quale faccio queste domande è che anche i sufi hanno degli insegnamenti sul non-attaccamento. E se guardiamo al buddismo classico, c’è senza dubbio una grande enfasi sulla rinuncia al mondo e sul diventare monaco. Sono sicuro che i monaci buddisti tradizionali sentono fortemente il loro cammino. I sufi, però, affermano: “No, comportarsi così vuol dire fondamentalmente negare Allah o Dio”… E ne sono molto convinti! Dunque, chiarire questi interrogativi aiuta a gettare luce sull’argomento. Molti, al giorno d’oggi, usano la risposta che hai appena dato per evitare di comprendere quanto attaccamento c’è davvero in noi. E il fatto è che la maggioranza delle persone – sono certo che tu lo sai, visto che sei un insegnante – hanno profondi, radicati attaccamenti. A un livello più relativo, quindi, questi argomenti diventano davvero importanti.</p>
<p>JG: Alcuni anni fa, mi trovavo a una conferenza cristiano-buddista a Gethsemane sulle diverse tradizioni spirituali. Il Dalai Lama ripeteva continuamente: “Sapete, la mia via è giusta per me. La vostra via può essere giusta per voi”. Egli rispetta totalmente il fatto che le persone possono percorrere strade diverse in periodi diversi. Non vedo la necessità di fare generalizzazioni come: “Sì, la celebrazione della vita dei Sufi è la via” o: “No, la rinuncia Buddista è la via”. In realtà, bisogna considerare…</p>
<p>AC: &#8230;Ciò che succede effettivamente dentro l’individuo.</p>
<p>JG: Esattamente. E come abbiamo appena detto, qualcuno può vivere una vita di rinunce esteriori ma restare pieno di desideri; lo stesso, però, potrebbe succedere per chi ha una vita molto impegnata. Così, si ritorna sempre a ciò che realmente accade. Ed è qui che un insegnante può essere di grande aiuto, perché talvolta è difficile vedere le cose da soli. Come sappiamo, è molto facile rimanere intrappolati.</p>
<p>AC: OK, un ultimo tentativo…</p>
<p>JG: Per indurmi a esprimere un’opinione?</p>
<p>AC: Sì, giusto!</p>
<p>JG: “Quei tipi non vanno bene!”</p>
<p>AC: (ride) Ho un’ultima domanda. Penso si possa dire che, per la maggior parte delle persone coinvolte nell’esplosione spirituale provocata dall’incontro tra Oriente e Occidente (esplosione che oggi si manifesta con sempre maggiore velocità), Gautama il Buddha e Ramana Maharshi (uno degli studiosi del Vedanta più rispettati dell’era moderna) emergono come esempi impareggiabili di illuminazione piena. Tuttavia, è interessante notare come, a proposito della relazione che il ricercatore deve tenere con il mondo, i loro insegnamenti divergano moltissimo. Il Buddha, colui che rinuncia al mondo, incoraggiava i ricercatori più sinceri a lasciare il mondo per seguirlo in una vita santa, liberi dagli affanni e dalle preoccupazioni della vita famigliare.</p>
<p>Ma Ramana Maharshi sconsigliò ai suoi discepoli di lasciare la vita famigliare per cercare una concentrazione spirituale più grande e intensa. Di fatto, sconsigliò ogni atto esteriore di rinuncia e, invece, incoraggiò il ricercatore a cercare dentro di sé la causa dell’ignoranza e della sofferenza. Infatti, oggi molti dei suoi devoti (il cui numero è in costante crescita) affermano che il desiderio di rinuncia è in realtà un’espressione dell’ego, di quella stessa parte di sé che intendiamo abbandonare se vogliamo essere liberi. Naturalmente, il Buddha sottolineava molto la necessità della rinuncia, del distacco, della disciplina e delle regole, considerandole le fondamenta stesse da cui può nascere la liberazione. Perciò, perché pensi che le vie di questi due luminari dello spirito divergano tanto? E perché, secondo te, il Buddha incoraggiava i discepoli a lasciare il mondo mentre Ramana Maharshi li spingeva a restarvi?</p>
<p>JG: Da un certo punto di vista, c’è una risposta molto semplice a questa domanda: “Non ne ho proprio idea!”.</p>
<p>AC: Molto sincero.</p>
<p>JG: Di nuovo, però, si ritorna al significato della rinuncia. Mentre riassumevi l’insegnamento di Ramana – che incoraggia i discepoli a guardare dentro, vedendo dove sono gli attaccamenti e lasciandoli andare – non mi sembravano molto diversi da quelli del Buddha. Quest’ultimo vedeva la rinuncia come un modo per creare quelle condizioni affinché fosse possibile fare le stesse cose che diceva Ramana. Ancora una volta, quindi, non creerei questa grande divisione.</p>
<p>AC: È una domanda importante, tuttavia, perché molte persone si fanno facilmente delle idee fisse su ciò che sia l’illuminazione. Almeno con questi due uomini, i più ammettono che, qualunque cosa abbiano detto, sono degli esempi in buona fede. Il Buddha, anche se ebbe dei discepoli laici illuminati, senza dubbio pose una particolare enfasi nel lasciare il mondo, mentre Ramana non lo fece affatto. E il Buddha ebbe un sacco di guai perché molti ragazzi abbandonarono la famiglia fuggendo dalle responsabilità sociali per condurre una vita di santità. Creò un bel subbuglio e molte persone ne furono turbate. Questo, quindi, solleva la domanda: perché lo fece?</p>
<p>JG: Si tratta di abbandonare la vita laica per una vita di maggiore semplicità. Non si abbandona la vita laica per qualche motivo egoistico, ma (nella maggior parte dei casi) per sviluppare una saggezza e una compassione maggiori che possono essere di grande aiuto al mondo. Penso che nella nostra cultura la semplicità e il distacco dal lavoro (anche per brevi periodi) vengano sempre più apprezzati. Nell’India di Ramana (lo so perché io stesso vi ho trascorso un periodo di tempo) la vita era davvero semplice e tranquilla. E, sebbene ora non viva completamente in quel modo, quella via conserva per me un grande fascino. Quindi, quando penso alla vita semplice dei monaci e delle monache, come l’ha insegnata il Buddha, mi sembra deliziosa.</p>
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<p>Copyright originale “What is Enlightenment” magazine <a href="http://www.wie.org/">www.wie.org</a><br />
Traduzione di Nityama Masetti. Revisione di Gagan Daniele Pietrini.<br />
Copyright per la traduzione italiana: Innernet.</p>
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		<title>L&#8217;evoluzione dell&#8217;illuminazione, parte 2</title>
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		<pubDate>Thu, 31 Jan 2008 23:57:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrew Cohen - Ken Wilber</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Andrew Cohen, insegnante spirituale e Ken Wilber, il più noto filosofo integrale del mondo, si incontrano, &#8220;guru&#8221; e &#8220;pandit&#8221;, cuore a cuore e mente a mente, per tracciare il profilo di una nuova spiritualità, pienamente contemporanea. Andrew Cohen: C’è un altro aspetto, in tutto questo, che volevo affrontare. Molti mesi fa, in un gruppo di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/wilber-cohen.jpg" title="wilber cohen.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/wilber-cohen.jpg" alt="wilber cohen.jpg" align="left" hspace="6" /></a>Andrew Cohen, insegnante spirituale e Ken Wilber, il più noto filosofo integrale del mondo, si incontrano, &#8220;guru&#8221; e &#8220;pandit&#8221;, cuore a cuore e mente a mente, per tracciare il profilo di una nuova spiritualità, pienamente contemporanea.<span id="more-398"></span></p>
<p>Andrew Cohen: C’è un altro aspetto, in tutto questo, che volevo affrontare. Molti mesi fa, in un gruppo di miei studenti si è verificato più volte un evento straordinario. Essi sono stati testimoni e hanno direttamente sperimentato la discesa spontanea di un’energia cosmica, una potente presenza conscia – interiore ed esteriore – in grado di illuminare istantaneamente. In altre parole, ogni individuo ha sperimentato, nella sua consapevolezza, l’innata libertà e l’illimitato potenziale che il cuore e la mente liberati provano quando l’universo vivente ci chiama a partecipare incondizionatamente al suo svolgimento. I seguenti brani sono tratti da alcune delle lettere che mi hanno mandato per descrivere l’evento: “L’altra notte abbiamo letteralmente raggiunto una massa critica e siamo esplosi. Davanti ai nostri occhi si succede una rivelazione dietro l’altra, portandoci a comprendere la più dolce delle perfezioni. La nuova presenza è un mistero che non può mai essere conosciuto. Tutto ciò che essa riconosce è l’Uno, ed è impegnata in una missione «cerca e distruggi» contro ogni separazione. Eravamo in ginocchio di fronte a questo fenomeno miracoloso: l’illuminazione impersonale. Nessuno di noi ha idea di dove stiamo andando, ma siamo consumati nel calore bianco di una comunione perfetta”.</p>
<p>“Ho finalmente compreso che quella che si manifesta tra noi è davvero l’illuminazione. Non si è mai sentito di un gruppo di persone non illuminate che desiderano abbandonare le preoccupazioni incentrate sull’io, e che cominciano a sperimentare ed ESSERE la visione illuminata. È sorprendente quanto sembrasse facile, proprio come uno stato naturale… Adesso capisco perché la chiami <em>Evoluzione</em>!”</p>
<p>“Questa gigantesca esplosione ha definitivamente indirizzato la nostra attenzione verso una presenza vasta e insondabile. È come se questo nuovo Essere cosmico parlasse come noi, attraverso di noi, manifestando il fine sommo che Esso solo scorge.”</p>
<p>Sembra che l’apparizione di questa consapevolezza sia stata possibile tanto grazie alla natura collettiva dell’evento, quanto grazie alla volontà degli individui di essere testimoni di ciò che si stava rivelando. Questo è successo diverse volte, in molti miei gruppi di studenti, e ho compreso che questa espressione dell’illuminazione al di là del personale era in realtà lo scopo dei miei insegnamenti degli ultimi sedici anni. Non avevo mai sentito nulla di simile, finché non ho letto Sri Aurobindo parlare della discesa della “supermente” (nota 1), un concetto molto simile a ciò che i miei studenti stavano sperimentando. Volevo sapere se questa cosa ti suona familiare.</p>
<p>Ken Wilber: Beh, sì. Non ero presente al fenomeno da te descritto, ma penso di averlo compreso abbastanza bene. In realtà, esso si ricollega a ciò che stavamo dicendo prima. In un certo senso, la realizzazione non-duale, che all’inizio del secolo è divenuta una realtà concreta almeno per un certo numero di persone, tra cui Sri Aurobindo, si sta ancora manifestando. Cioè, il mondo della forma continua a svilupparsi, a evolversi – l’auto-espressione dello spirito continua a svilupparsi – e questo accade, per quanto possiamo dire, sulla base di ciò che ha costruito il giorno prima, ed è per questo che l’evoluzione è davvero un evento che si rivela nel mondo della forma. Per cui, poiché questa non-dualità incarnazionale, questa stessa estatica non-dualità tantrica, ha cominciato a rivelarsi, e le sue forme di manifestazione hanno cominciato a rivelarsi, scopri che quando arrivi a persone come Sri Aurobindo, esiste una comprensione pienamente personificata di tale processo. Anche se alcuni saggi precedenti erano in definitiva illuminati per la loro epoca, in alcuni di questi saggi recenti c’è una ricchezza, uno sviluppo, una risonanza della comprensione incarnazionale dello spirito semplicemente entusiasmanti.</p>
<p>Andrew Cohen: Wow. Dunque, stai parlando dell’evoluzione dell’illuminazione stessa.</p>
<p>Ken Wilber: Sì. Se parliamo dell’illuminazione come dell’unione tra il vuoto e la forma, il puro vuoto non cambia, perché non entra nel flusso del tempo, ma la forma cambia, e le due realtà sono inestricabilmente unite. Quindi, in questo senso, esiste un’evoluzione dell’illuminazione. E ciò che troviamo in alcuni di questi sapienti, in particolare nell’era moderna, quando l’evoluzione stessa è stata compresa (cioè, quando l’evoluzione è divenuta parte della consapevolezza della manifestazione dello spirito) è una sempre maggiore trasparenza dell’illuminazione che si manifesta nel mondo della forma. In tali circostanze, il tipo di discesa di cui parlava Sri Aurobindo, la discesa della supermente, è qualcosa che, secondo lui, sarebbe certamente divenuta più frequente con il progredire dell’evoluzione. E io penso che sia vero. Il fenomeno che hai descritto <em>assomiglia </em>di certo a un esempio in miniatura di ciò.</p>
<p>La nozione di stati più elevati che per così dire discendono, afferrano le persone dove si trovano e le sollevano, è in sé una nozione antica. E credo che esistano molti esempi di stati minori che, in un certo senso, discendono sulle persone. Puoi essere nello stato egoico e sperimentare la discesa di una realtà sottile, per esempio. Ma io penso che siccome il mondo si è già aperto alla realizzazione non-duale incarnazionale, vedremo che col tempo queste cose diventeranno sempre più profonde e complete.</p>
<p>Andrew Cohen: Ma per Aurobindo la supermente non era un’idea astratta? Voglio dire, per quello che ne so, egli non riuscì a farla accadere come avrebbe voluto, cioè a renderla manifesta nel mondo.</p>
<p>Ken Wilber: Sì, è giusto. Ed è per questo che dico che è difficile sapere cosa stava accadendo esattamente nel tuo gruppo, senza aver avuto la possibilità di dare una rapida occhiata, per così dire.</p>
<p>Andrew Cohen: Certo. Naturalmente. Ma penso che la cosa importante sia che è avvenuto un incontro molto potente al di là del personale. C’era questa consapevolezza: “Sto andando al di là del personale insieme a molti altri”. In altre parole, era in atto una realizzazione simultanea della non-differenza tra l’Uno e i molti, sostenuta dalla comprensione estatica che <em>questo è ogni cosa</em>. E, allo stesso tempo, nell’individuo e nel collettivo c’era la pressante compulsione a donarsi completamente alla possibilità più grande che esista.</p>
<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/evoluzione-lluminazione-4-quadranti.jpg" title="Evoluzione lluminazione 4 quadranti.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/evoluzione-lluminazione-4-quadranti.jpg" alt="Evoluzione lluminazione 4 quadranti.jpg" align="bottom" /></a></p>
<p>Nella mappa “integrale” dell’esistenza, di Ken Wilber, ogni essere nella realtà manifesta viene considerato in possesso di almeno quattro dimensioni: una individuale interiore (soggettivo, “io”), una individuale esteriore (oggettivo, “esso”), una collettiva interiore (culturale, “noi”) e una collettiva esteriore (interoggettivo o sociale, “esso”). Qualsiasi modello di realtà che non prenda in considerazione tutte e quattro queste dimensioni, secondo Wilber, non può essere completo.</p>
<p>Ken Wilber: Sì. Posso dirti cosa penso che fosse, lasciando da parte la questione se si trattasse o no della supermente di Aurobindo. La mia opinione personale è che ciò che stava succedendo era fondamentalmente un perfetto esempio di un evento non-duale di tipo “all-quadrant”, cioè inclusivo di tutti i quadranti. Come sai, nel mio modello i quadranti rappresentano l’«io», il “noi” e l’«esso» (“It”) [vedi diagramma]. E l’idea generale è che questi aspetti dell’esperienza sono inestricabilmente interconnessi, che noi lo si comprenda o no. Quindi, talvolta qualcuno può enfatizzare l’«io», ma nello sfondo restano sempre il “noi” e l’«esso», che egli ne sia consapevole o no. E la mia convinzione fondamentale – l’ho enunciata nei libri teorici, ma credo che vada anche messa in pratica – è che una spiritualità integrale includa tutti i quadranti e i livelli. <em>Tutti i livelli</em> vuol dire, naturalmente, che stiamo coprendo l’intero spettro. Non ci stiamo fermando all’immersione nella natura, all’ascesa nel paradiso o al puro e semplice nirvana; stiamo anche abbracciando il non-duale, così che copriamo l’intero spettro della consapevolezza. E allora, ciò si manifesta in modo simultaneo, pieno e trasparente in tutti e quattro i quadranti, o nell’«io», il “noi” e l’«esso». Penso che il fatto che tu abbia una “sangha”, una piccola comunità dove la gente può lavorare insieme su questi temi per un lungo periodo di tempo, ha permesso (nel caso da te descritto) una manifestazione “a quattro quadranti” di quella realizzazione non-duale. Quindi, questa è la parte positiva. La parte negativa di tutte queste cose è che, naturalmente, si tratta di un processo caotico. E ogni volta che accade qualcosa di notevole, come in questo caso, dopo seguono i contraccolpi, gli effetti collaterali e le ombre.</p>
<p>Andrew Cohen: Proprio così. C’è l’arretramento egoico, la ribellione contro la natura sacra di ciò che si è rivelato e il terrore profondo per ciò che è richiesto.</p>
<p>Ken Wilber: È sempre difficile. È qui che la saggezza discriminante diventa molto importante. E la cosa più problematica è che, in un certo senso, in questo campo siamo tutti dei pionieri. È un tipo di evento relativamente nuovo: la forma moderna e quella postmoderna della non-dualità incarnazionale. E poiché esistono pochissimi precedenti, la saggezza discriminante è più difficile da ottenere.</p>
<p>Andrew Cohen: Sì, lo so, perché è tutto molto nuovo.</p>
<p>Ken Wilber: Giusto. È tutto molto nuovo, quindi non puoi basarti sui vecchi punti di riferimento. Nessuno può essere <em>davvero</em> sicuro di avere assolutamente ragione, anche se questi stati non-duali portano sempre con sé un certo senso di certezza. Voglio dire, questa è semplicemente la loro natura: vieni introdotto a ciò che è, e ciò che è, è. Punto. Non ci sono dubbi. La sua concreta manifestazione, invece, è quanto mai imprevedibile. È davvero difficile separare, in questo, gli aspetti che sono indubitabili da quelli che sono semplicemente dovuti alla mia pigrizia, disinformazione, egoismo, paura, stupidità ecc.</p>
<p>Andrew Cohen: Questo non è sempre vero quando ci si trova in una situazione al limite? O quando si va oltre il limite, per così dire?</p>
<p>Ken Wilber: Sì. Ma la differenza è che se fai parte di una tradizione in cui i pionieri hanno già compiuto questo lavoro, consegnandolo poi alla tradizione (come nel buddismo zen, per esempio), puoi fare affidamento su un lignaggio e una tradizione. Essi hanno già studiato le trappole di questa realizzazione particolare, e in questo senso penso che le tradizioni e i lignaggi siano ottime cose. Ma ogni volta che nascono nuovi tipi di realizzazione (e ciò vuol dire, di nuovo, ogni volta che il mondo della forma si è tanto evoluto e trasformato che hai bisogno di un diverso tipo di illuminazione evolutiva o di non-dualità incarnazionale), devi riscrivere daccapo il manuale delle istruzioni. E per questo tutti facciamo delle cazzate!</p>
<p>Andrew Cohen: Il punto è che, come hai detto, le tradizioni possono stabilire un modello, ma allo stesso tempo, dal punto di vista dell’evoluzione stessa, almeno in relazione a ciò di cui stiamo parlando, possono anche <em>impedire</em> l’evoluzione.</p>
<p>Ken Wilber: Oh, certo. È una vecchia storia. Qualunque forma creeremo oggi, ostacoleremo quella del futuro. Anche noi faremo lo stesso errore. Ma questo non deve impedirci di essere critici oggi.</p>
<p>Andrew Cohen: Certo.</p>
<p>Ken Wilber: Posso farti un esempio assai preciso in un campo in cui sto lavorando molto, cioè lo sforzo di integrare alcune scoperte della psicologia occidentale con alcune tradizioni dotate di una genuina comprensione del vuoto e della non-dualità all’interno del loro mondo della forma. Quello Vajrayana, per esempio, è un sistema meravigliosamente completo… per il Tibet feudale. Questo non vuol dire che i livelli che descrivono non esistono più. Esistono ancora. La loro realizzazione del vuoto è probabilmente insuperata. Ma il mondo della forma è cambiato. E o sali su quel treno – il treno dell’evoluzione dello spirito – o ti trasformi in ciò che ostacola l’evoluzione. Questa è una delle difficoltà maggiori.</p>
<p>A quel punto, come dici tu, la tradizione, che è servita a consolidare delle conoscenze importanti, è diventata ciò che impedisce un nuovo sviluppo. E tutto questo diventa molto pericoloso, naturalmente, perché a quel punto devi essere molto attento a ciò che stai facendo. Quindi, molti problemi che gli ordini contemplativi di questo Paese si trovano di fronte – mi riferisco ai buddisti, i cristiani, i seguaci del Vedanta – potrebbero essere di gran lunga facilitati grazie alla semplice introduzione, nel mondo della forma, delle conoscenze della psicologia evolutiva. Ma essi non vogliono farlo, perché pensano che questo equivalga ad ammettere che la loro tradizione è incompleta, insufficiente o ha qualcosa di sbagliato. Ma in realtà non stiamo dicendo che c’è qualcosa di sbagliato nella loro realizzazione; stiamo solo affermando che possiamo migliorare il veicolo, il mondo della forma, dicendo loro cose che abbiamo scoperto nel mondo della forma e che non erano note mille anni fa. Ma se essi non le includeranno nelle loro conoscenze, la loro realizzazione non-duale sarà inadeguata, perché non sarà all’altezza del mondo della forma.</p>
<p>Andrew Cohen: Oggi che nel mondo stanno avvenendo tanti cambiamenti a così grande velocità, sembra che molte tradizioni stiano attraversando un momento difficile. Il mondo della forma in cui stiamo vivendo cambia troppo velocemente e radicalmente. Grazie alle nuove forme di comunicazione, il mondo sta diventando molto più piccolo, e mi chiedo se le tradizioni riusciranno a tenere il passo dei nuovi bisogni delle persone interessate alla spiritualità, senza invece bloccarle in un modo o nell’altro. Ma le persone che vogliono davvero andare oltre i limiti del potenziale umano sono pochissime, quindi forse questo non è molto importante.</p>
<p>Ken Wilber: Beh, è una domanda fastidiosa per quelle sei persone che fanno così, Andrew! Di nuovo, per mantenere il delicato equilibrio dobbiamo riconoscere che le tradizioni possiedono un patrimonio di conoscenze e di strumenti di trasformazione assolutamente prezioso e inestimabile. E io, ripeto, non sto affermando che ci sia qualcosa di sbagliato in esso; sto solo dicendo che oggi è necessario aggiungere altri strumenti. E quando lo fai, ottieni un quadro diverso. Non è solo “Ecco alcuni strumenti di trasformazione in grado di integrare quelli che già usi”; otteniamo anche un tipo di non-dualità incarnazionale più pieno, grazie alla quale, in un certo senso (e penso che questo è ciò che stavi dicendo) viene eliminato ogni sentore di evasione, di mero trascendentalismo o di atteggiamento tipo “uscire-dalla-ruota” che tende a essere presente in alcune tradizioni.</p>
<p>Andrew Cohen: Sembra che quando si compie un serio investimento emotivo in un particolare cammino spirituale, la fiducia nel fatto che quest’ultimo possa condurre alla perfetta liberazione si basi di solito sulla convinzione che il cammino sia in sé perfetto e totale. Ma quando si incomincia a pensare che forse il cammino o la tradizione scelti non possiedono le risposte a tutte le domande, specialmente per questo mondo in evoluzione nel quale viviamo, per il praticante può arrivare il momento di una spiacevole resa dei conti.</p>
<p>Ken Wilber: Una volta sono stato intervistato da un importante giornale buddista, e l’intervistatore aveva dato un’occhiata al mio libro <em>A Brief History of Everything</em>. Aveva visto i quattro quadranti, notando che il Buddha era nel quadrante superiore sinistro e non negli altri. Quindi, ero già nei guai. Egli mi chiese: «Stai dicendo che il buddismo non è completo? Cosa puoi fare tu che il Buddha non ha fatto?». Ho risposto: «Posso guidare una jeep!». Era una risposta frivola, ma era una risposta. Voglio dire, non puoi trovare nulla sulla chirurgia del cuore nel tantra o nei sutra, per esempio. Quindi, dobbiamo davvero adattarci al mondo della forma, e parte dell’attuale mondo della forma è il fatto che viviamo in un universo evolutivo. Questo fa parte della nostra conoscenza di noi stessi. E abbiamo tutte queste straordinarie informazioni e conoscenze che vengono dalla psicologia occidentale. Anche se stiamo vivendo nel mondo del samsara, comprendiamo quest’ultimo molto meglio di una persona che stia meditando in una caverna. Quindi, perché non combinare le due cose?</p>
<p>Andrew Cohen: Ho notato che dal punto di vista dello sviluppo e dell’evoluzione spirituali (e penso che questo fatto sia stato dimostrato), per la maggior parte degli esseri umani esiste una tendenza all’omeostasi. In altre parole, sembra che la tendenza umana sia resistere al cambiamento, creare l’illusione della sicurezza in un universo insicuro e, soprattutto, evitare a tutti i costi di affrontare la terrificante e illimitata natura della vita stessa. Ma la realtà è che in questo mondo in cui stiamo vivendo, in questo universo in evoluzione, tutto cambia continuamente. E quindi, per riuscire a rispondere a questo mondo perennemente mutevole in modo da esprimere la libertà della consapevolezza illuminata nel tempo, per riuscire a essere davvero, diciamo così, una cosa sola con l’universo in evoluzione, occorre certamente liberarsi dalla tendenza naturale all’omeostasi. Per la maggior parte di noi, quest’ultima rappresenta il cieco attaccamento dell’ego alla falsa sicurezza in questo mondo insicuro. Ebbene, nello stato illuminato, come io lo intendo, si dimora nel fondamento eterno e immanifesto dell’essere. E se si è davvero liberi, se davvero si è radicati in quel fondamento senza mai spostarsi, allora nel mondo del tempo e della forma, nel caso più ideale, si è liberi dall’attaccamento dell’ego a ciò che è falso, e l’espressione di tale liberazione dovrebbe essere l’emancipazione da una relazione statica con il tempo. In altre parole, è possibile avere certe abitudini, come bere il caffè tutte le mattine o preferire il riso alla pasta, ma la relazione <em>fondamentale</em> con il tempo è idealmente una coerente espressione della libertà dinamica e della creatività del mondo. Quindi, ripeto, per essere liberi in un universo in evoluzione, occorre di sicuro liberarsi da questa inclinazione naturale all’omeostasi.</p>
<p>Ken Wilber: Penso che sia giusto. E penso anche, un’altra volta, che ciò di cui stai parlando è il paradosso della non-dualità incarnazionale. Infatti, esso è un paradosso, e per questo è stupefacente. Da una parte c’è la comprensione che sei l’eternità infinita in ogni momento dell’esistenza, ventiquattro ore al giorno, in tutte le dimensioni dell’universo. Questa è una verità incrollabile, indubbia, inconfondibile, innegabile. <em>Inoltre,</em> sei questo individuo particolare, una porzione della manifestazione che guarda verso l’esterno, verso il resto della manifestazione. Entrambe queste realtà sono autentiche. E nel mondo della forma, che è sempre in sviluppo, in evoluzione e in processo dinamico, diventa allora molto interessante <em>in che modo</em> la tua individualità “urta” contro il resto della tua manifestazione. Infatti, è qui che accade questo grande, misterioso processo: nel punto in cui, da un lato, sei in ogni momento totalmente liberato, e dall’altro hai l’obbligo, il dovere di “spingere” quelle parti del mondo che non condividono la tua libertà e la tua pienezza.</p>
<p>Quindi, come hai detto tu, esiste quasi una sorta di divina ossessione per aggiustare la tua manifestazione. Questo è il paradosso. E tenere in mente queste due realtà è difficile per chiunque abbia una realizzazione non-duale. È come creare una statua bellissima e poi cominciare a colpirla con un martello perché non te ne piacciono alcune parti. Noi manifestiamo questo straordinario universo e poi ci lagniamo di alcune sue parti, cercando di aggiustarle. Ma questo è il gioco. Questo è lo straordinario paradosso di questa cosa. E io penso che una delle prime cose che devi fare è sintonizzare quel veicolo individuale con il resto del processo della manifestazione, e questo implica un mutamento dinamico e costante. E nella misura in cui ti trattieni o eviti di fare ciò, non sei nel Sé (con la S maiuscola). Stai nell’ego, spaventato da questo e da quello.</p>
<p>Andrew Cohen: Esattamente. Precisamente. Essere davvero nel Sé vorrebbe dire vivere in modo tale da abbracciare totalmente, completamente e assolutamente il processo-vita.</p>
<p>Ken Wilber: Sarebbe certamente un bel giorno!</p>
<p>Andrew Cohen: Di sicuro. Come insegnante, è per me interessante continuare a osservare, nei miei studenti, come la tendenza naturale della maggior parte degli individui (ma questo è ancora più vero in un collettivo) sia l’omeostasi. Voglio dire, una cosa è riuscire a far sì che un individuo abbandoni ciò che gli impedisce di cominciare ad abbracciare la vita con quella totalità di cui hai appena parlato; un’altra cosa, infinitamente più complessa, è far accadere lo stesso in un collettivo. Di fatto, è quasi impossibile, ma spero che non lo sia del tutto.</p>
<p>Ken Wilber: A proposito di ciò che stai dicendo, una delle cose che riformulerei in modo leggermente diverso è che sì, l’omeostasi è una forte tendenza nell’individuo, ma esiste anche un’altra tendenza, ugualmente forte, e questa è Eros o Agape: la tendenza che, in un modo o nell’altro, ti porta al di là di te stesso. E quello che ti sento dire è che spesse volte segui la spinta espansiva, ma poi è come se dicessi: “OK, ho fatto abbastanza. Basta! È tempo di contrarsi. Allontanati da me!”.</p>
<p>Andrew Cohen: Esattamente. È tempo di crogiolarsi nell’autocompiacimento.</p>
<p>Ken Wilber: “Hey, mi sono espanso di due centimetri, adesso non rompere più il cazzo!”</p>
<p>Andrew Cohen: Giusto. “L’ho fatto, l’ho fatto”. Sai, è dura per le persone comprendere che in verità non potranno mai averlo fatto. Non accadrà mai… Non se lo faremo <em>davvero</em>!</p>
<p>Ken Wilber: Beh, l’intero processo spirituale, come sai, è finalizzato a lasciare striature su tutto l’ego. Questo è il vero punto. Ed è tanto piacevole quanto partorire un bambino.</p>
<p>Andrew Cohen: Beh, non credo che al giorno d’oggi la gente sia molto interessata alla morte dell’ego.</p>
<p>Ken Wilber: Oh no, in nome del cielo! Questo provocherebbe emarginazione, sarebbe crudele, cattivo e non onorerebbe la pluralità degli esseri umani!</p>
<p>Andrew Cohen: Ken, c’è una situazione interessante di cui sono diventato consapevole durante questa indagine sull’evoluzione e il suo rapporto con l’illuminazione. Da un lato, oggi esistono molte persone che si infiammano in nome dell’evoluzione, e questo è fantastico, perché tale passione si esprime sempre, in un modo o nell’altro, in un ispirato interesse verso la salute e il benessere del mondo in via di sviluppo. Ma poiché il loro interesse non è rivolto anche al trascendente, a quel mistero che si trova al di là del mondo, spesso essi non sembrano molto consapevoli di ciò che io definirei <em>il sacro</em>. Dall’altro lato, per molte persone appartenenti alle tradizioni non-duali, sinceramente appassionate alla trascendenza e per le quali l’illuminazione della propria consapevolezza è una questione di primaria importanza, il benessere del mondo in via di sviluppo non sembra una questione importante.</p>
<p>Ken Wilber: Giusto. E questo è un altro aspetto del tema che stiamo affrontando. Si tratta ancora una volta di una nozione semplicistica, ma il samsara, il nirvana e la loro non-dualità esistono. E talvolta, ironicamente, le persone che hanno, diciamo, una profonda e accurata comprensione del samsara, e sono nobilmente motivate all’interno del samsara, possono essere più utili al mondo di coloro che si limitano a cercare il nirvana, anche se quest’ultimo, in un certo senso, potrebbe essere uno stato più elevato. Ed è molto strano vedere persone che non sono in contatto con il sacro fare un ottimo lavoro nel mondo, mentre coloro che professano di essere in contatto con il sacro fondamentalmente ignorano, denunciano o rinunciano al mondo, in tal modo accrescendone le sofferenze.</p>
<p>Andrew Cohen: Che mondo folle! Sai, è difficile sapere dove siamo davvero diretti, ma quando certe tradizioni parlano degli stadi più elevati dell’evoluzione umana, spesso sembrano fare riferimento a una sorta di assoluta trascendenza e di controllo della forma fisica. Alcune definiscono ciò come il conseguimento del “corpo luminoso”. Le tradizioni yogiche, tibetane e cristiane sono tutte variazioni di questo concetto. Pensi che sia davvero possibile, come affermano alcuni, conseguire attraverso la pratica spirituale quello che viene chiamato “il corpo di luce”, e grazie a ciò avere un tale controllo sul mondo fisico da poter letteralmente governare le proprie cellule?</p>
<p>Ken Wilber: Beh, io penso, come è spesso il caso in queste faccende, che in quello che hai detto ci sia un seme, o molti semi, di verità. Ma penso anche che ancorate a queste cose ci siano inevitabilmente diverse fantasie, speranze, desideri e paure. Da un lato, dietro la nozione di corpo luminoso vi sono alcune cose positive, ma per approfondirle occorrono, per così dire, delle complicate psicologie e ontologie dell’esoterico. Il modo più semplice per affrontare l’argomento è dire che quando il “dharmakaya”, o il vuoto, infonde la “rupakaya”, o la forma, di libertà estatica e gioiosa, quella stessa forma tende ad assumere una qualità trasparente o luminosa. E questa è un’altra variante dell’idea generale della non-dualità: le cose che vengono ritenute “spirituali” e appartenenti a qualche altra dimensione “superiore” possono, in realtà, essere presenti in questo corpo materiale, trasfigurandolo. In questo, sotto molti punti di vista, c’è molta verità, e penso che dobbiamo onorare tale verità. Dall’altro lato, questa nozione è fatta su misura per fantasie egoiche di onnipotenza. E le tradizioni yogiche non ne sono immuni. Cioè, una parte dello yoga era davvero ciò che potremmo chiamare uno yoga “superiore”, ovvero la realizzazione del sé trascendente, come nelle arti marziali, i cui livelli superiori erano spesso infusi delle conoscenze zen sulla non-azione, la spontaneità e la non-mente, da praticare nel mezzo del combattimento. Ma una vasta parte della tradizione yogica, quella “inferiore”, per così dire, era fondamentalmente paura egoica e controllo dei processi naturali. Per cui, esiste davvero l’idea che se sei totalmente illuminato, puoi controllare totalmente il samsara. Ma questo non ha molto senso.</p>
<p>Andrew Cohen: Sai, quando insegnavo a Bodhgaya, in India, ho incontrato molti tibetani, e tutti, quasi senza eccezioni, erano convinti che una persona completamente illuminata era non solo onnipotente e onnisciente, ma anche incapace di soffrire a qualsiasi livello, incluso quello fisico.</p>
<p>Ken Wilber: Esiste uno strano miscuglio tra l’antico ideale della via meramente ascendente del “nirvikalpa” o del nirvana, e l’ideale tantrico della non-dualità. La tendenza classica, sia nei sutra di Patanjali che nella tradizione Theravada, è davvero quella di accedere a tale cessazione immanifesta. E in quello stato è possibile non provare alcun dolore. Letteralmente, non esiste sofferenza. Ancora una volta, è qualcosa di molto simile allo stato di sonno profondo e senza sogni in cui la gente si immerge ogni notte. Non esiste dolore, ego, sofferenza ecc. Tutto ciò è molto affine allo stato nirvanico. E se riesci a fare ciò consapevolmente, puoi fare quello che hanno fatto alcuni monaci vietnamiti: cospargerti di benzina, darti fuoco e non sbattere mai le palpebre. Questo è “nirvikalpa”; non è la non-dualità. La parte spiacevole della realizzazione non-duale è che non diventi meno sensibile al dolore, ma<em> più</em>. Infatti, non puoi evadere nel “nirvikalpa”. In ogni situazione resti un testimone, e quindi noti tutto ciò che accade, momento dopo momento. Ciò vuol dire dolore, sofferenza, ferite ecc. Semmai, percepisci tutto ciò con più intensità, perché non esistono filtri. Non esiste protezione egoica. È impossibile dire: “OK, fine. Dov’è la morfina?”. Quindi, anche questa parte è paradossale, perché il dolore sorge in un mare di estasi, senza andarsene. Per cui, la nozione che l’illuminazione totale sia il controllo egoico delle proprie cellule non funziona, penso!</p>
<p>Andrew Cohen: Sai, nella tradizione dello yoga integrale di Sri Aurobindo, che di sicuro afferma di integrare l’illuminazione e l’evoluzione in un modo che poche vie non-duali hanno tentato precedentemente, sembra che si parli molto di questo genere di cose. Parlano letteralmente dell’«illuminazione delle cellule» come dell’espressione più elevata dell’evoluzione spirituale.</p>
<p>Ken Wilber: Lo so. Pensano che la vera “discesa della supermente” sia una trasfigurazione in un corpo fisico di luce. Francamente, penso che si tratti di un’immagine preliminare dello stadio di non-dualità incarnazionale che sta emergendo, e credo che tra cento o mille anni, esso avrà una forma completamente diversa. Sai, forse vivremo all’interno di fibre ottiche, e tutta la nostra consapevolezza non sarà altro che dei luminosi pezzettini digitali sparpagliati per l’eternità. Non conosciamo quale sarà la sua forma. Penso che questa sia solo un’immagine illuminata di ciò cui un “rupakaya”, trasformato e imbevuto di “dharmakaya”, assomiglierà. Ma è solo una possibilità, e penso che con il progredire dei decenni e dei secoli avremo delle conoscenze molto migliori. Non sono sicuro che avverrà esattamente quello che pensava Sri Aurobindo, ma potrebbe anche essere. Sto solo dicendo che sarebbe interessante vedere cosa si svilupperà davvero nel mondo della forma.</p>
<p>1: Nella filosofia di Sri Aurobindo, la “supermente” indica una forza dinamica e un piano di consapevolezza superiori alla mente che sperimenta l’Unità Assoluta di tutta l’esistenza all’interno della sfera della diversità, e che libera un grande potenziale trasformativo quando discende nel mondo manifesto.</p>
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<p class="MsoNormal"><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/1570623457/innernet-20"><span lang="EN-GB">Ken Wilber. The Eye of Spirit: An Integral Vision for a World Gone Slightly Mad. </span><span lang="DE">Shambhala. ISBN: 1570623457</span></a><span lang="DE"><o:p></o:p></span></p>
<p class="MsoNormal"><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/1570625026/innernet-20"><span lang="DE">Ken Wilber. </span><span lang="EN-GB">Up from Eden : The Atman Project. Shambhala. 1999. ISBN: 1570625026</span></a><span lang="EN-GB"><o:p></o:p></span></p>
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<p class="MsoNormal"><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/188392930X/innernet-20"><span lang="EN-GB">Andrew Cohen. Living Enlightenment: A Call for Evolution Beyond Ego. Moksha Press. 2002. ISBN: 188392930X</span></a><span lang="EN-GB"><o:p></o:p></span></p>
<p class="MsoNormal"><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/1883929075/innernet-20"><span lang="EN-GB">Andrew Cohen. My Master Is My Self: The Birth of a Spiritual Teacher. Moksha Press.1995. ISBN: 1883929075</span></a><span lang="EN-GB"><o:p></o:p></span></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="EN-GB"><!--[if !supportEmptyParas]--> <!--[endif]--><o:p></o:p></span></p>
<p class="p11"><span class="t4"><span lang="EN-GB">Copyright originale “What is Enlightenment” magazine </span></span><a href="http://www.wie.org/"><span lang="EN-GB">www.wie.org</span></a><span lang="EN-GB"><br />
<span class="t4">Traduzione di Gagan Daniele Pietrini.</span><br />
</span><span class="t6">Copyright per l&#8217;edizione italiana: Innernet.<o:p></o:p></span></p>
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		<title>L&#8217;evoluzione dell&#8217;illuminazione, parte 1</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Jan 2008 12:18:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrew Cohen - Ken Wilber</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/wilber-cohen.jpg" title="wilber cohen.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/wilber-cohen.jpg" alt="wilber cohen.jpg" align="left" hspace="6" /></a>Andrew Cohen, insegnante spirituale e Ken Wilber, il più noto filosofo integrale del mondo, si incontrano, &#8220;guru&#8221; e &#8220;pandit&#8221;, cuore a cuore e mente a mente, per tracciare il profilo di una nuova spiritualità, pienamente contemporanea.<span id="more-399"></span></p>
<p><strong>Dialogo tra Andrew Cohen e Ken Wilber</strong></p>
<p>Andrew Cohen, insegnante spirituale e Ken Wilber, il più noto filosofo integrale del mondo, si incontrano, “guru” e “pandit”, cuore a cuore e mente a mente, per superare i limiti della loro (e nostra) esperienza e comprensione, e per tracciare il profilo di una nuova spiritualità, pienamente contemporanea.</p>
<p>Il termine pandit non è solo una strana pronuncia di “pundit”, parola che in inglese indica i caustici intellettuali dalla battuta pronta che affollano l’etere. Un pandit autentico è uno studioso; non qualcuno che si isola in una torre di avorio, ma una persona profondamente preparata e immersa nella saggezza spirituale. Quindi, stiamo ricorrendo all’antico significato sanscrito di “pandit” e, per quello che conta, di guru, come punto di partenza per un’interazione che ha il potenziale di trascendere e includere (per usare una tipica espressione wilberiana) il vecchio, facendoci entrare in qualcosa di radicalmente nuovo.</p>
<p>Per cui, mentre recuperiamo e trascendiamo gli antichi termini spirituali, proviamo a guardare con occhi nuovi la figura del guru, che in sanscrito vuol dire letteralmente <em>colui che scaccia le tenebre</em>, una persona che insegna la liberazione spirituale grazie alla sua esperienza o realizzazione diretta. Andrew Cohen ha cercato di portare alla luce il senso e il significato dell’illuminazione per la nostra epoca. E Andrew, cosa che qualcuno dei nostri lettori potrebbe ignorare, ha lottato contro l’avversione del mondo postmoderno per l’idea di autorità, abbracciando le esigenze tradizionali del principio del guru e facendosi campione della relazione studente-insegnante come di una “partnership” radicale per l’evoluzione umana. Fieramente indipendente, Andrew sta creando dalla sua esperienza una nuova spiritualità – che egli chiama l’«illuminazione evolutiva» – basata sul misticismo profondo delle tradizioni orientali dell’illuminazione e sulla passione occidentale per il potenziale evolutivo collettivo e individuale dell’umanità.</p>
<p>Ken Wilber dice spesso: “Sono un pandit, non un guru”. La nostra rivista ha già avuto l’onore di pubblicare le sue bellissime e ardenti parole, espressione della saggezza di un pandit autentico che ha infiammato i nostri cuori e affinato le nostre menti, portandoci a riflettere profondamente sulla vita umana in generale e stimolandoci a raggiungere profondità più grandi. Per usare le parole di Ken, “un pandit è un praticante spirituale che ha anche un’inclinazione per l’accademico, lo scolastico o l’intellettuale, e quindi diventa un insegnante del Divino, una persona atta ad articolare e difendere il dharma, un samurai intellettuale”. Vero e proprio guerriero della parola, egli ha scritto più di diciotto volumi (ed è stato tradotto in più di venti lingue) in cui trova espressione la sua “teoria del tutto”, in continua evoluzione. In un’epoca in cui la frammentazione e il relativismo postmoderni portano l’accademia contemporanea pericolosamente vicino al nichilismo, la voce indipendente di Ken chiede a gran voce una sintesi integrale, sana e profondamente spirituale tra i modelli orientali di trascendenza e la filosofia e la psicologia evolutiva occidentali.</p>
<p>Cosa accadrebbe, ci siamo chiesti, se questi due idealisti senza paura e lontani dai compromessi si incontrassero per parlare del futuro di Dio? Quello che è accaduto, come vedrete, è un entusiasmante esempio dell’alchimia che può avere luogo grazie a un dialogo aperto e autentico. Andrew e Ken – il guru del terzo millennio e il pandit del ventunesimo secolo – in bilico tra passato e futuro, cavalcano la nuova onda spirituale interrogandosi sull’evoluzione dell’illuminazione stessa.</p>
<p>Andrew Cohen: Non ho mai avuto un interesse particolare per l’evoluzione. All’inizio, dopo il mio risveglio nel 1986, insegnavo nello stesso modo in cui il mio insegnante aveva insegnato a me. Questa era la mia esperienza: che tutto era semplicemente così come era. Non c’era nessun posto dove andare e niente da fare. In quell’insegnamento, tutto quello che occorreva fare era comprendere questo. Inizio e fine della storia. In realtà, all’epoca ero tanto sicuro di questo insegnamento che mettevo seriamente in dubbio qualsiasi dottrina che implicasse il tempo, il futuro o il divenire. Diffidavo anche di ogni insegnante che dicesse di fare qualcosa che implicasse il futuro, il tempo e il divenire.</p>
<p>Dopo un po’, tuttavia, ho cominciato a notare che nonostante il fatto che molti miei studenti avessero avuto esperienze di risveglio molto potenti, nella maggior parte dei casi si perdevano ancora, a volte, nel narcisismo, nell’avidità e in ossessioni nevrotiche. Erano smarriti in impulsi meschini e profondamente condizionati.</p>
<p>Quindi, ho cominciato a fare sempre più attenzione al bisogno di <em>trasformare</em> veramente l’essere umano. Trasformarlo affinché diventasse un’espressione vivente del vuoto e della purezza di motivi che si scoprono nell’esperienza spirituale. Per cui, ho gradualmente cominciato a mettere più attenzione sullo sviluppo della capacità di personificare e manifestare quella bellezza, perfezione e integrità <em>in quanto</em> costituenti la nostra umanità, piuttosto che sulla sola esperienza estatica del puro Essere.</p>
<p>Dunque, questo è stato l’inizio. Poi, dopo qualche anno, nel mio insegnamento è cominciato a emergere qualcosa di nuovo. E la prima volta che ne sono diventato consapevole è stato quando ho cominciato a tenere ritiri in India. Una mattina, mentre tenevo un discorso, qualcosa è semplicemente esploso in me. Non sapevo da dove venisse. Una passione sfrenata è sgorgata spontaneamente da me, chiedendo che questo miracolo, questo mistero al di là del tempo si manifestasse in questo stesso mondo come <em>noi stessi.</em> Essa ha scioccato e ispirato molte persone, e ha scioccato e ispirato anche me. Ciò è avvenuto più di dieci anni fa.</p>
<p>E col tempo, ho cominciato a comprendere sempre di più che questa passione è in realtà una passione per qualcosa di più che la semplice illuminazione nel senso tradizionale od orientale, che vuol dire un’elevazione verticale, l’uscita dalla ruota del divenire e l’assoluta trascendenza di questo mondo, senza lasciare tracce. Ciò che enfatizzo, oggi, è radicalmente diverso. Adesso lo scopo, per quanto possa sembrare audace, è non solo trascendere il mondo, ma trasformarlo, diventare un agente dello stesso impulso evolutivo. Di fatto, nell’arrendere il proprio ego a questo, ci si sente letteralmente inondati da un’energia luminosa e divina, oltre che da una passione per la trasformazione del mondo e dell’universo intero per una causa che non ha nulla a che fare con se stessi.</p>
<p>Questo cambiamento di atteggiamento, molti anni fa, è stato anche uno dei motivi per cui mi sono allontanato dal mio insegnante. Ogni volta che egli mi sentiva dire che c’era qualcos’altro da fare oltre a uscire dalla ruota del divenire e semplicemente ESSERE, pensava che stavo corrompendo e alterando i suoi insegnamenti. Quindi, a un certo punto, ho concluso che dovevano esserci diversi <em>tipi</em> di illuminazione, diversi tipi di risveglio, che di fatto portavano a risultati diversi.</p>
<p>Alla fine, ho cominciato a chiamare questo insegnamento <em>illuminazione evolutiva o illuminazione evolutiva impersonale</em>. In tale insegnamento, l’enfasi non è solo sulla realizzazione del vuoto e del puro Essere, ma anche sul bisogno di diventare un essere umano radicalmente e profondamente trasformato, in grado di manifestare nel mondo il nostro potenziale evolutivo più elevato. In precedenza non mi ero mai imbattuto in qualcosa del genere. Solo recentemente, grazie alle inchieste del nostro giornale, ho conosciuto gli insegnamenti di Sri Aurobindo e Teilhard de Chardin, nei quali ho cominciato ad avvertire un’eco della mia passione: la passione per l’illuminazione evolutiva, per il risveglio alla verità di ciò che siamo, avendo poi il coraggio di permetterci di sperimentare l’urgenza che la rende manifesta in questo mondo con tutto il nostro essere.</p>
<p>Per cui, volevo cominciare la mia conversazione con te da questa domanda: cos’è l’illuminazione? Penso che sia una questione importante, perché oggi moltissime persone si interessano alla spiritualità. E credo, strano a dirsi, che la nozione tradizionale di illuminazione non sia adeguata ai bisogni del mondo in evoluzione nel quale viviamo.</p>
<p>Ken Wilber: Sono fondamentalmente d’accordo con tutto ciò che hai detto; ho solo una prospettiva diversa, ovviamente, su alcuni punti. Hai accennato a molti concetti importantissimi. Forse potremmo cominciare dall’ultimo, quello sui diversi tipi di illuminazione. All’inizio, questa potrebbe sembrare un’idea strana, perché l’illuminazione è evidentemente onnicomprensiva, eterna, onnipervasiva, immutevole, atemporale ecc., ed è difficile immaginare due modalità diverse di una qualsiasi di queste qualità. Ma in realtà, anche nella tradizione si trovano almeno due concezioni fondamentali e molto diverse dell’illuminazione. Una era prevalente durante il periodo assiale, all’incirca dal 2000 a.C. al 100 d.C. Probabilmente, essa ha trovato la sua espressione migliore nella prima tradizione buddista, quella Theravada, soprattutto nel concetto di nirvana o “nirvikalpa”, che di base indica l’immersione in una dimensione senza forma, dove non esistono manifestazioni e non sorgono oggetti. È uno stato di consapevolezza profondamente libero dal mutamento, il tempo, lo spazio, l’io e l’inquietudine. L’analogia classica, per coloro che non hanno avuto tale esperienza, è il sonno profondo senza sogni. Entri in uno stato di consapevolezza priva di forma. Tale stato di nirvana veniva ritenuto la forma più elevata di realizzazione e si pensava che fosse totalmente separato dal samsara. Il mondo del vuoto era completamente distinto da quello della forma. Il vuoto era trascendente e privo di tempo, mentre la forma era temporale: sofferenza, dolore, illusione ecc. E lo scopo, senza dubbio, era uscire dal samsara, “dalla ruota”, per accedere al nirvana.</p>
<p>Penso che la vera rivoluzione spirituale sia avvenuta intorno a quell’epoca, grazie in particolare al genio di Nagarjuna, in oriente, e di Plotino, in occidente. Quello fu l’importante passo in avanti verso ciò che potremmo chiamare <em>l’illuminazione o la realizzazione</em> <em>non-duale</em>, che è una comprensione profonda del nirvana, o del vuoto, dell’eterno e del trascendente. Ma è anche un’unione, perché è una realizzazione sposata all’intero mondo della forma, al mondo del samsara. Per cui, l’idea delle tradizioni non-duali non era che accedevi a uno stato di cessazione privo di manifestazioni e di forme, ma che quell’assenza di forme o quel vuoto erano una cosa sola con tutte le forme esistenti, momento dopo momento. E quello stato non-duale, o “sahaj”, era, in un certo senso, sia il fondamento del voto del bodhisattva sia l’inizio delle tradizioni tantriche. L’idea era che il mondo del samsara e del nirvana dovevano in qualche modo procedere mano nella mano; altrimenti, il tuo essere non era davvero pieno, completo o, se preferisci, integro.</p>
<p>Quindi, è ancora vero che il “dharmakaya”, o il vuoto, o la dimensione perfettamente priva di forma non rientrano nel flusso del tempo. Ma, d’altro canto, questa è solo mezza verità. L’altra metà è che il flusso del tempo, il mutamento, l’evoluzione, lo svolgimento, la trasformazione esistono. E la chiave autentica di questa discussione, penso, è comprendere che l’unico modo per realizzare permanentemente e completamente il vuoto è trasformare, evolvere o sviluppare il tuo veicolo nel mondo della forma. I veicoli che vogliono realizzare il vuoto devono essere adeguati al compito. Questo significa che vanno sviluppati; devono essere trasformati e resi idonei alla realizzazione spirituale. Questo significa che il trascendente e l’immanente devono, per così dire, insaporirsi l’uno dell’altro.</p>
<p>Andrew Cohen: Nel veicolo?</p>
<p>Ken Wilber: Esattamente.</p>
<p>Andrew Cohen: Quindi, stai affermando che il veicolo va perfezionato.</p>
<p>Ken Wilber: Sì. Talvolta, quello che accade è che le persone si immergono, per così dire, nel vuoto. Sperimentano una realizzazione radicale di questa consapevolezza infinita e priva di confini che è la loro identità. Ma in seguito, come stavi dicendo, la realizzazione si affievolisce e le persone ritornano nello stesso veicolo egoico. Sono lo stesso io contratto, e non sanno cosa è successo. Tuttavia, non vogliono cominciare una pratica autentica o fare sforzi per rendere il loro veicolo capace di trattenere quella realizzazione in modo più pieno e duraturo. Questa è una disgrazia perché in quel caso, come hai detto, essi si stanno separando dal mondo del tempo, rifiutandosi di entrare in esso e di fare ciò che è necessario per diventare un veicolo trasparente dell’eterno.</p>
<p>La cosa più bella di una realizzazione integrale o non-duale è che fondamentalmente dobbiamo lavorare su entrambe le dimensioni. Dobbiamo affinare la nostra capacità, in un certo senso, di realizzare completamente il vuoto, momento per momento. Ma è il vuoto di tutte le forme quello che sorge momento per momento. Quindi, dobbiamo abbracciare radicalmente il mondo del samsara, come il veicolo e l’espressione del nirvana stesso. Sfortunatamente, penso che hai ragione anche quando affermi che la maggior parte delle scuole non è all’altezza di ciò.</p>
<p>La gente tende a sbagliare da una parte o dall’altra dell’equazione. O si immerge totalmente nel samsara e nel dominio sensorio-motorio (la natura è spirito, qualsiasi oggetto manifesto viene interpretato come spirito ecc.), o si immerge nella dimensione senza forma della cessazione. Ma io penso che ciò che interessa a noi – di certo, ciò di cui tu e io stiamo parlando – è una realizzazione che includa <em>sia </em>il vuoto <em>sia </em>la forma. E lasciami aggiungere che l’evoluzione accade nel mondo della forma, non in quello del vuoto. Ciò vuol dire che l’evoluzione è metà dell’equazione. E quindi, se non ti impegni a portare avanti l’evoluzione, non stai realizzando pienamente il vuoto che sei.</p>
<p>Andrew Cohen: Fantastico. Adesso vorrei spingermi oltre. Infatti, nella tua descrizione della concezione non-duale in cui questa distinzione tra nirvana e samsara scompare, in tale interpretazione dell’illuminazione (almeno per quello che posso vedere), l’idea è ancora raggiungere la liberazione da questo mondo, andarsene da qui.</p>
<p>Ken Wilber: Capisco.</p>
<p>Andrew Cohen: OK, quindi sto analizzando la domanda “Che cos’è l’illuminazione” in relazione al mondo del tempo e del divenire. Quello che sto cercando di isolare è ciò che chiamo l’«impulso evolutivo». Come ho detto prima, si tratta di una misteriosa ed estatica compulsione a trasformare il mondo. Ebbene, questa compulsione è diversa, io credo, da quella che viene tradizionalmente associata al voto del bodhisattva. Infatti, almeno secondo me, il bodhisattva è qualcuno che vuole restare indietro il tempo sufficiente a liberare tutti gli esseri senzienti da questo mondo. In altre parole, per aiutarli a uscire da qui. Ma nell’estatico impulso evolutivo di cui sto parlando, la liberazione viene in realtà scoperta attraverso la resa a questo imperativo di evolversi <em>nel </em>mondo.</p>
<p>Ken Wilber: Non attraverso l’uscita da esso.</p>
<p>Andrew Cohen: Giusto. In questa interpretazione dell’illuminazione, tutta la consapevolezza e l’energia vengono usate al servizio della creazione stessa, al di là dell’ego. In altre parole, il proprio veicolo va usato per questo grande e impegnativo scopo. E la propria illuminazione, la propria quotidiana liberazione estatica viene scoperta e sperimentata direttamente e consapevolmente solo attraverso una resa profonda e perfetta a tale scopo. Quindi, almeno nel caso ideale, se una cosa del genere è possibile, non restano motivi egoici e si è costantemente infiammati per una causa che possiamo afferrare solo parzialmente, diciamo, perché il suo culmine esiste sempre nel futuro.</p>
<p>Ken Wilber: OK, sì, concordo col senso generale di ciò che stai dicendo, ma vorrei formularlo in un altro modo. Come ho già detto, nelle primitive religioni assiali che enfatizzavano la pura e semplice ascesi, trascendenza e cessazione, avvenne un grande cambiamento. Questo cambiamento (verso le tradizioni non-duali) fu epocale, perché il vuoto non era più separato dalla forma. Come recita il Sutra del cuore, <em>il vuoto non era distinto dalla forma, e la forma non era distinta dal vuoto</em>. Ebbene, questo mutamento, che ha condotto al Mahayana e alla fine al buddismo Vajrayana, fu importante, perché indicava una comprensione profonda che era diversa da quella delle principali religioni esistenti in precedenza. La prima di tali religioni riteneva che il mondo del samsara fosse lo spirito. Questa, fondamentalmente, non è altro che l’immersione nella pura e semplice manifestazione della pura e semplice natura. Poi venne il periodo assiale, che diceva: “No, il trascendente è la sola realtà spirituale. L’unica realtà è ciò che è ascensionale, al di là del tempo”. Ma il non-duale diceva: “Aspettate un attimo, avete ragione <em>entrambi</em>. Quello che dobbiamo fare è trovare un modo per conciliare le vostre idee”.</p>
<p>Ebbene, l’originale voto del bodhisattva recitava: “Faccio voto di raggiungere l’illuminazione al più presto, per il beneficio di tutti gli altri”. Infatti, come era solito sottolineare Kalu Rinpoche: “Idiota, se rimandi la tua illuminazione, come puoi salvare qualcuno?”. Questo si è evoluto nella concezione tantrica. Entrambi avevano in comune, almeno implicitamente, la nozione che il nirvana e il samsara, il vuoto e la forma, il senza tempo e il mondo del tempo, l’essere e il divenire, erano parte di una realizzazione integrale. Ed entrambe quelle componenti vanno abbracciate. Ora, penso che hai ragione, in un certo senso, quando sostieni che le tradizioni non sono sempre state all’altezza di ciò. E penso anche che esiste un altro significato, o una comprensione più profonda, della realizzazione non-duale, che implica un impulso evolutivo nel mondo della forma in evoluzione.</p>
<p>Andrew Cohen: Sì, questo è ciò di cui sto parlando!</p>
<p>Ken Wilber: E penso che il motivo per cui questo è vero si può trovare in ciò che abbiamo appena detto: un sapiente – diciamo di mille anni fa – poteva avere una profonda realizzazione del “dharmakaya” o del puro vuoto – una profonda realizzazione del “nirvikalpa samadhi” – e poi anche una profonda esperienza di unione con tutte le forme. Per cui, questo sapiente avrebbe avuto una realizzazione tanto del vuoto <em>quanto</em> del mondo della forma, comprendendo che essi erano intrinsecamente la stessa cosa. Sorgono momento dopo momento come il vuoto di tutte le forme che stanno nascendo estaticamente. Ciononostante, quel sapiente perfettamente illuminato, nel senso “sahaj”, nel senso non-duale, poteva essere tutt’uno solo con il mondo della forma esistente al suo tempo. E in quel mondo della forma non esistevano le conoscenze che oggi abbiamo riguardo lo stesso mondo della forma.</p>
<p>Andrew Cohen: Vuoi dire riguardo l’evoluzione?</p>
<p>Ken Wilber: In particolare, riguardo l’evoluzione: la sua natura esatta, cosa significa davvero, cosa accadrà nel mondo della forma. Nel mondo della forma stiamo osservando una tendenza innegabile verso livelli di differenziazione, integrazione, complessità e unificazione sempre maggiori. E questa è una comprensione profonda, perché vuol dire che il nostro veicolo nel mondo della forma sta diventando più trasparente ai processi che sono nel mondo della forma. Ciò cambia tutto. Non importa quanto profondamente fosse illuminata una persona mille anni fa: il mondo della forma non includeva quella comprensione. Quindi, <em>essa</em> non faceva parte della loro realizzazione, anche se la loro realizzazione del vuoto era completa esattamente quanto può esserlo la nostra oggi, poiché il vuoto è il vuoto, non cambia, non ha parti in movimento ecc. Quindi, non stiamo togliendo nulla al sapiente che ha vissuto mille anni fa. Tuttavia, abbiamo una cosa in più rispetto lui: noi siamo vivi<em> adesso</em>. E tra mille anni, la gente guarderà il<em> nostro</em> mondo della forma e riderà istericamente per quanto eravamo idioti. Ma, nel frattempo, dobbiamo continuare a incorporare in <em>questo </em>mondo della forma il vuoto radicale, e il risultato è, sì, un tipo di vuoto evolutivo. Oppure di “illuminazione evolutiva”, sicuro.</p>
<p>Andrew Cohen: E in questa illuminazione evolutiva, l’elemento importante, almeno a mio parere, è arrendersi a una compulsione illuminata a partecipare con tutto il cuore al processo evolutivo, <em>per il bene dell’evoluzione stessa</em>. L’illuminazione evolutiva è tutta qua. Non si tratta semplicemente di conseguire la liberazione o la personale trascendenza di questo mondo.</p>
<p>Ken Wilber: Sì, sono d’accordo.</p>
<p>Andrew Cohen: Ed è questo cambiamento di accento ciò che in realtà sto evidenziando. È questo cambiamento che in ultima analisi è importante, secondo me, per definire l’illuminazione nella nostra epoca. Infatti, oggi tantissime persone si chiedono che cos’è e cosa significa l’illuminazione, ma nel novanta per cento dei casi (se non di più) si sentono rispondere che essa è la trascendenza, la trascendenza <em>individuale</em>. E anche se di solito questa risposta è accompagnata da un’esortazione all’altruismo e alla compassione, non siamo quasi mai di fronte a quella sbrigliata passione rivoluzionaria per la trasformazione totale del mondo, che sorge nel cuore spirituale quando quest’ultimo viene <em>davvero</em> liberato dal mondo. Cioè, molto spesso l’illuminazione è una sorta di strano miscuglio tiepido, composto da antiche nozioni sull’illuminazione e da idee emotive di stampo “new age” sulla compassione. Di certo, essa non viene dall’autentico fuoco della liberazione.</p>
<p>Ken Wilber: Abbiamo anche uno stranissimo miscuglio di questi tre fondamentali orientamenti religiosi. Uno è l’immersione pagana nel samsara; un altro è la fuga idealista e trascendentale nel mondo della cessazione immanifesta; e il terzo è una sorta di non-dualismo che include i due precedenti. E la realizzazione non-duale, nel mondo di oggi, assume necessariamente la forma della non-dualità evolutiva. Talvolta, la gente è infastidita dalla nozione di evoluzione. Pensa: “Tutte queste fesserie sugli stadi evolutivi, non ci credo. Si creano gerarchie, emarginazione. Non mi piace”. Oppure, se la persona è incline alla spiritualità, pensa ciò che pensava il tuo insegnante, cioè che qualsiasi discussione sul mondo del tempo dimostra che non hai davvero compreso l’Essere, o l’eterno. È strano, ma la tua realizzazione non-duale viene giudicata inferiore rispetto a uno di questi stati fratturati.</p>
<p>Andrew Cohen: Oh, certo.</p>
<p>Ken Wilber: Il che è davvero bizzarro! Ma in ogni caso è comprensibile che la gente rimanga un po’ turbata dalla nozione di stadi evolutivi, o di cose che devono elevarsi sempre di più.</p>
<p>Andrew Cohen: Perché, Dio non voglia, forse loro devono andare ancora avanti, forse c’è qualcosa da<em> fare </em>qui!</p>
<p>Ken Wilber: Naturalmente, io non affermerei mai qualcosa di così cattivo… Ma questa è certamente una delle ragioni per cui le persone sono turbate dall’evoluzione. Comunque, penso che quando entriamo in una discussione davvero profonda sulla differenza tra gli <em>stati</em> e gli <em>stadi</em> di consapevolezza, potremo riuscire a comprendere meglio alcuni di questi argomenti.</p>
<p>Andrew Cohen: Questo avviene perché, come hai detto, l’evoluzione graduale verso <em>stadi</em> più elevati di sviluppo della consapevolezza è indispensabile per riuscire a sostenere e interpretare accuratamente l’esperienza degli <em>stati</em> più elevati di consapevolezza?</p>
<p>Ken Wilber: Sì, esattamente. Una delle ragioni per cui le persone accettano con difficoltà la nozione degli stadi o dello sviluppo evolutivo è il fatto che loro stesse hanno sperimentato <em>stati</em> molto profondi di consapevolezza, che talvolta sono di natura non-duale. E quindi non credono all’idea che devi in qualche modo evolverti di stadio in stadio per accedere al non-duale. Ma non è questo ciò che stiamo dicendo. Il non-duale, o il puro vuoto stesso, è lo stato onnipresente di ogni singolo stadio dello sviluppo. È totalmente presente negli atomi, nelle carote, nei cani, nei bambini, negli adulti ecc. Persino i bambini più piccoli possono avere uno stato alterato temporaneo di natura sottile, causale o non-duale, per la semplice ragione che tutti gli esseri umani conoscono la veglia, il sogno e il sonno profondo. Vedi, i tre<em> stati</em> principali di consapevolezza (veglia, sogno e sonno) corrispondono alle tre grandi<em> dimensioni</em> dell’essere (grossolana, sottile e causale). Nello stato di veglia, sei consapevole della dimensione grossolana; quando sogni, di quella sottile; nel sonno profondo, di quella causale. Il non-duale è quel testimone onnipresente che esiste attraverso <em>tutti</em> i mutevoli stati. Per cui, tutti gli esseri umani hanno a loro disposizione, ventiquattro ore al giorno, stati grossolani, sottili e causali. Essi hanno a disposizione ventiquattro ore al giorno anche il fondamento non-duale e onnipresente. Quindi chiunque, in qualsiasi stadio dello sviluppo, può sperimentare uno stato alterato di realtà grossolane, sottili, causali o non-duali. Ma affinché tali stati temporanei diventino <em>tratti</em> permanenti, occorre evolversi attraverso gli stadi di purificazione del veicolo, nella dimensione della forma, in modo che esso possa estaticamente, continuamente e permanentemente abbracciare questi stati più elevati.</p>
<p>Andrew Cohen: È qui che la gente incontra delle difficoltà. Infatti, come hai ben spiegato in <em>Boomeritis</em>, l’ego, l’io narcisista, vuole essere lasciato solo, vuole violentemente essere lasciato solo, e resiste aggressivamente all’idea di non essere già perfetto e di dover cambiare.</p>
<p>Ken Wilber: Esattamente. E la semplice risposta a queste persone è: “Ottimo. Se pensi davvero di essere già illuminato, sono felice per te. Se non vuoi perfezionare il tuo veicolo attraverso le trasformazioni evolutive, perché sei già estaticamente una cosa sola con il divino ventiquattro ore al giorno, sono contento per te. Ma se non è così, apri gli occhi!”.</p>
<p>Andrew Cohen: E saresti d’accordo nel sostenere che, grazie a tale purificazione del veicolo, si forma gradualmente, per così dire, un senso profondo del dovere o un’estatica compulsione a dare tutto il nostro cuore e la nostra energia al processo evolutivo, in modo che lo splendore liberato della nostra natura assoluta emerga come <em>noi stessi</em>, in questo mondo?</p>
<p>Ken Wilber: Assolutamente. Può essere detto molto semplicemente; ovviamente è qualcosa di molto difficile da mettere in pratica. Ma la regola fondamentale è: “riposando sul vuoto, abbraccia l’intero mondo della forma”. E il mondo della forma è in evoluzione, in sviluppo, in maturazione. Quindi, riposando sul vuoto estatico, abbraccia estaticamente e “spingi” il mondo della forma, come se fosse un dovere.</p>
<p>Andrew Cohen: Giusto, “spingi”. Questa è la parte importante.</p>
<p>Ken Wilber: Sì, assolutamente.</p>
<p>Andrew Cohen: Infatti, in relazione alla domanda sul significato dell’illuminazione, l’idea di “spingere” il mondo della forma, o l’inerzia del mondo, verso l’illuminazione, è una cosa che molte persone trovano troppo impegnativa e persino antitetica alla propria idea di “spiritualità”.</p>
<p>Ken Wilber: Di nuovo, posso capire alcune esitazioni e difficoltà in proposito. Ma penso che dobbiamo semplicemente guardare la realtà in modo molto più profondo. Osserviamo i vari tipi di stati a nostra disposizione; in particolare, osserviamo gli ultimi trenta anni, durante i quali questa generazione ha fatto molti esperimenti attraverso vie e pratiche diverse, e vediamo quali sono stati i risultati. Penso che oggi stiamo arrivando a comprendere che è necessaria una sorta di pratica integrale, ovvero una pratica che sottolinei tanto l’immanenza dello spirito, in termini di manifestazione presente, quanto la sua natura trascendente. Una pratica che sia, in un certo senso, la loro misteriosa unione: il non-duale. Ed <em>è </em>misteriosa: si tratta di una storia d’amore. È una storia d’amore tra Shiva e Shakti. Come tutte le storie d’amore, non capisci mai cosa sta avvenendo, ma il tuo cuore è immerso nel mistero. Il mistero è che sei radicalmente l’unica cosa che esiste in tutto l’universo, ciononostante queste forme stanno sorgendo dentro di te. E le forme più dense non sono altro, per così dire, che il tuo piede sinistro più lento. Ma devi spingere la tua stessa “densità” nel mondo manifesto per riuscire a penetrarlo con la consapevolezza che eternamente sei. È questa parte in cui si “spinge”… Se le persone non riescono a impegnarsi davvero in essa, ho paura che restano semplicemente bloccate in stati di mera quiete o cessazione, o di mera immersione nelle manifestazioni sensorie.</p>
<p>Andrew Cohen: Non pensi che in ultima analisi questo sia il motivo per cui siamo qui: liberarci da un’identità meramente relativa e da qualsiasi attaccamento a una prospettiva non illuminata, per poterci impegnare nel processo della vita nel modo più perfetto possibile?</p>
<p>Ken Wilber: Esatto, concordo pienamente. Voglio aggiungere che, come sai, l’unica possibilità di espressione che abbiamo individualmente passa attraverso questo particolare veicolo individuale a nostra disposizione. Ecco il motivo per cui vuoi migliorarlo!</p>
<p>Andrew Cohen: È vero. E la cosa emozionante è che, come dico spesso alle persone, quando si comprende questo, avviene una rivelazione estatica. Si scopre che <em>l’essere esattamente ciò che già si è </em>– non soltanto l’io eterno, ma anche la personalità incarnata e individuata, con tutto il suo retroterra storico e culturale – è il veicolo <em>perfetto</em> per quell’impegno totale. E in tale riconoscimento si sperimenta una liberazione estatica da tutte le vecchie preoccupazioni nevrotiche incentrate sull’io.</p>
<p>Ken Wilber: Penso che sia giustissimo. Una delle ragioni per cui alcuni insegnanti spirituali sembrano non comprendere cosa significhi “spingere” il mondo, è il fatto che tale spinta arriva sull’altro lato della grande liberazione. Tale radicale libertà esiste già con la realizzazione del vuoto che pervade ogni forma. Quindi, stai spingendo il mondo non perché senti che manca qualcosa, ma per un senso del <em>dovere.</em></p>
<p>Andrew Cohen: Esattamente! E per estasi, amore e compulsione.</p>
<p>Ken Wilber: Proprio così. Se qualcuno dice le cose hai appena detto, la gente pensa che ti manca qualcosa. Non hai ancora realizzato…</p>
<p>Andrew Cohen: …o forse non sto accettando le cose così come sono. Forse ho dei desideri personali.</p>
<p>Ken Wilber: O forse non si sono ancora spinti in profondità nella non-dualità incarnazionale.</p>
<p>Andrew Cohen: “Non-dualità incarnazionale”: giusto. Ecco cos’è esattamente l’illuminazione evolutiva!</p>
<p>Ken Wilber: Passando alla pratica concreta, tu (come chiunque altro) sai benissimo che non si tratta di esercizi del tipo “one-step, two-step” (<em>passo uno, passo due</em>). In realtà, è qualcosa di molto caotico e disordinato. Alle volte sei immerso paganamente nel samsara, in altre occasioni sei assorbito nella non-esistenza Theravada. E altre volte ancora scopri le tue cellule misteriosamente, miracolosamente innamorate del vuoto e della forma allo stesso tempo. Che la tua evoluzione avvenga verso l’alto o verso il basso, per così dire, va sempre bene.</p>
<p>Andrew Cohen: Finché dura. E hai ragione: l’emersione estatica è qualcosa di caotico e spesso doloroso.</p>
<p>Ken Wilber: Sì, molto.</p>
<p>Andrew Cohen: Altrettanto si può dire dell’evoluzione materiale, organica. Tutto è molto caotico, come nell’evoluzione spirituale. Anche se, in ultima analisi, si tratta di un evento estatico.</p>
<p>Ken Wilber: Esattamente.</p>
<p>Fine prima parte.</p>
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<p>Copyright originale “What is Enlightenment” magazine <a href="http://www.wie.org/">www.wie.org</a><br />
Traduzione di Gagan Daniele Pietrini.<br />
Copyright per l&#8217;edizione italiana: Innernet.</p>
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