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	<title>Innernet &#187; Almaas</title>
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	<description>Percorsi di consapevolezza e anima del mondo</description>
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		<title>Tecnologia spirituale</title>
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		<pubDate>Mon, 31 May 2010 10:35:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enzo Dal Verme</dc:creator>
				<category><![CDATA[Maestri]]></category>
		<category><![CDATA[Seminari e training]]></category>
		<category><![CDATA[Almaas]]></category>
		<category><![CDATA[consapevolezza]]></category>
		<category><![CDATA[Diamond Heart]]></category>
		<category><![CDATA[Hameed Ali]]></category>
		<category><![CDATA[Ridhwan Schoo]]></category>

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		<description><![CDATA[Quando stava per laurearsi in fisica e matematica a Berkley, in California, dove si è trasferito all’età di 18 anni dal Kuwait, si è reso conto che quegli studi non avrebbero potuto soddisfare la sua sete di conoscenza. Si è invece laureato in psicologia ha esplorato molti altri insegnamenti cominciando ad avere esperienze spirituali profonde. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2010/05/Hameed-Alì-Almaas-portrait-Enzo-Dal-Verme.jpg"><img class="size-medium wp-image-1307 alignleft" style="margin: 6px;" title="Hameed Al Almaas" src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2010/05/Hameed-Alì-Almaas-portrait-Enzo-Dal-Verme-198x300.jpg" alt="" width="198" height="300" /></a>Quando stava per laurearsi in fisica e matematica a Berkley, in California, dove si è trasferito all’età di 18 anni dal Kuwait, si è reso conto che quegli studi non avrebbero potuto soddisfare la sua sete di conoscenza.</p>
<p>Si è invece laureato in psicologia ha esplorato molti altri insegnamenti cominciando ad avere esperienze spirituali profonde.</p>
<p>Oggi Hameed Ali, meglio conosciuto col nome di  Almaas con cui ha firmato dodici libri pubblicati in tutto il mondo, ha 62 anni. La scuola che ha fondato nel 1976 a Berkley, Ridhwan School, coniuga moderne conoscenze psicologiche con antichi cammini spirituali e organizza corsi negli Stati Uniti e in Europa, da pochissimo anche in Italia.</p>
<p>&#8220;La psicologia occidentale – ci spiega &#8211; si è sviluppata principalmente ignorando la dimensione spirituale, d&#8217;altro canto la tradizione spirituale tende a non considerare la vita della mente e come questa possa ostacolare i percorsi dell&#8217;anima. Il risultato è che abbiamo conoscenze psicologiche che falliscono nel liberare i nostri cuori e conoscenze spirituali che raramente penetrano le barriere psicologiche.&#8221;</p>
<p>Il metodo insegnato si chiama &#8220;approccio del diamante&#8221; perché prende in considerazione l&#8217;essere umano in tutte le sue sfaccettature ed esplora le potenzialità e le qualità nascoste pronte a rivelarsi una volta liberati dai molti &#8220;affari irrisolti&#8221;.<span id="more-1306"></span></p>
<p>Alla scuola si accede una volta che la domanda (composta di alcuni questionari e della propria autobiografia) è stata accettata e i corsi si sviluppano nel tempo con tre seminari all’anno.</p>
<p>Gradualmente e con metodologia precisa lo studente viene accompagnato in una investigazione delle esperienze che hanno determinato la sua percezione (o distorsione) della realtà, un lavoro profondo che aiuta a capire come si sono strutturati ego e personalità fino a prendere il posto della propria essenza più profonda ed ostacolarne la libera espressione.</p>
<p>Il mio appuntamento con Hameed Alì è in una magnifica casa antica in Galles, dove si tengono i corsi per i gruppi inglesi. Almaas mi da il benvenuto con un cenno pacato e risponde volentieri a tutte le mie domande.</p>
<p><em>Come è nato il metodo insegnato?</em></p>
<p>“Da studente mi chiedevo: la psicologia esplora i processi e le strutture della mente, ma la mente a chi appartiene? Avevo imparato che la psicoterapia sapeva tutto degli squilibri della personalità e poteva riassestarla, ma non sfiorava nemmeno la nostra essenza più profonda, quella di cui si occupano molte tradizioni spirituali. Ho capito che gli aspetti spirituali e psicologici possono essere separati solo in teoria, in realtà sono due dimensioni della coscienza umana. Il processo di capire le proprie esperienze psicologiche permette l’apertura della propria coscienza alle verità più profonde della nostra natura spirituale.”</p>
<p><em>Come si svolgono i corsi?</em></p>
<p>“Per insegnare utilizziamo anche le conoscenze della psicologia moderna ma lo scopo di questo lavoro non è risolvere conflitti psicologici, bensì scoprire chi siamo veramente al di là delle convinzioni accumulate, delle identità acquisite e dei modelli comportamentali che ci danno un falso senso di chi siamo. Nel corso di un seminario ci sono letture, meditazioni, esercizi in piccoli gruppi e incontri singoli con gli insegnanti per aiutare a riconnetterci con la nostra natura più profonda, dimenticata dagli inevitabili condizionamenti subiti.”</p>
<p>Sembra una scuola piuttosto impegnativa…</p>
<p>&#8220;Non è una scuola che promette risultati facili e veloci, è un percorso che si adegua al ritmo di ogni studente. Ognuno ha esigenze diverse ed è una manifestazione unica che non può essere duplicata. Più riusciamo ad essere in contatto con ciò che è vero per noi stessi al di la delle costruzioni mentali, più ci avviciniamo alla gioia ed esprimiamo l&#8217;unicità del nostro essere.”</p>
<p><em>E’ vero che ci si ritrova ad affrontare momenti difficili?</em></p>
<p>“Dipende dal punto di vista, per esempio quando esploriamo il dolore che contiene il nostro cuore ci apriamo anche all&#8217;amore e alla gioia profonda che altrimenti sarebbero sempre offuscati da qualche cosa nascosto dentro di noi. All&#8217;inizio rovistare nel proprio inconscio può essere spaventoso, ma procedendo tutto diventa più semplice e piacevole e si è più vicini alla verità.”</p>
<p>Si lavora anche molto sulla paura del rifiuto…</p>
<p>“Molti dei nostri comportamenti vengono acquisiti nel tentativo di sentirci accettati e in genere abbiamo la profonda convinzione che la gioia debba venire dal di fuori, sentendoci apprezzati e amati dagli altri. In questo modo limitiamo molto il nostro potenziale. Quando ci apriamo alla gioia che è dentro di noi, quella che proviene dalla approvazione degli altri diventa un pallido surrogato e i rapporti sono liberi dal gioco rifiuto/approvazione.&#8221;</p>
<p>Molti studenti affermano di migliorare molto le proprie capacità relazionali..<br />
“Nei corsi ci sono parecchie esplorazioni sulle dinamiche delle relazioni. Spesso si è occupati in relazioni mentali invece che reali e non si riesce ad essere in contatto con ciò che è effettivamente presente. Agiamo attraverso i nostri pensieri e le reazioni emotive ai nostri pensieri, crediamo di reagire alla presenza dell’altra persona e invece stiamo reagendo ai nostri pensieri.<br />
In pratica ci troviamo di fronte al passato di un essere umano che si relaziona col passato di un altro essere umano. E’ ovvio quanto tutto ciò possa diventare complicato!”</p>
<p><em>Quali consigli di pratica quotidiana darebbe a chi non ha mai letto un suo libro o frequentato un seminario della sua scuola?</em></p>
<p>La prima cosa è osservarsi e non avere paura di sentire ciò che si sente. E&#8217; importante essere consapevoli della propria esperienza diretta nel momento, non nel passato o nel futuro, non elaborata dalla propria mente e filtrata da valutazioni e paragoni. Coltivare la curiosità verso la vita, le nostre esperienze, gli altri essere umani, apprezzare la conoscenza. Non cercare di cambiarsi a tutti i costi ma essere aperti ad essere se stessi nel presente. Riconoscere che amiamo la verità per amore della verità. Avere fiducia che c&#8217;è qualcosa più grande di noi che possiamo chiamare come preferiamo: natura, verità, realtà&#8230;</p>
<p><strong>Interviste</strong></p>
<p>I corsi della Ridhwan School sono aperti a chiunque desideri affrontare una esplorazione profonda delle proprie dinamiche interiori e molti studenti sono psicoterapeuti che affermano di trovare finalmente le risposte che cercavano invano da tempo, ma non solo…</p>
<p>I corsi sono organizzati in diversi Paesi del mondo, le interviste che seguono sono di studenti del gruppo inglese che studiano da circa cinque anni “l’approccio del diamante”.</p>
<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2010/05/Jenny-Dawson-Ian-Hoare-Enzo-Dal-Verme.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1308" style="margin: 6px;" title="Jenny Dawson and Ian Hoare" src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2010/05/Jenny-Dawson-Ian-Hoare-Enzo-Dal-Verme-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" /></a>(Jenny Dawson e Ian Hoare sono la coppia che si bacia)</p>
<p><em>Jenny Dawson, 67 anni. Psicoterapista e formatrice  Gestalt</em><br />
Quando ho incontrato Ian pensavo che la nostra relazione non sarebbe durata più di sei mesi, invece sono passati oltre trentacinque anni! Abbiamo condiviso moltissime esperienze (alcune delle quali considero profondamente spirituali) e cominciato la formazione da psicoterapeuti insieme.</p>
<p>Anche Ridhwan è una avventura che condividiamo e che ha avuto profondi effetti sulla nostra vita di coppia e individuale.</p>
<p>In questi anni mi sono resa conto della mia abitudine a fare dei compromessi per fare piacere a un altro, oppure alla quantità di idee fisse attraverso le quali ero abituata a vedere (e limitare) me stessa e il modo intorno a me. Come conseguenza le mie relazioni personali e professionali sono migliorate molto.</p>
<p>E anche con Ian. Per esempio, se lui si sente molto romantico ma io in quel momento sono di un umore diverso, non cerco di adeguarmi per paura di ferirlo perché abbiamo imparato a godere della nostra compagnia esattamente nel modo in cui siamo in ogni momento. E la nostra relazione è più autentica e più profonda.</p>
<p><em>Ian Hoare, 73 anni, psicoterapeuta (in pensione)</em><br />
Negli anni ’60 ero molto interessato alla crescita personale e per acquisire una comprensione più profonda della natura umana mi sono unito a dei gruppi (per l’epoca una novità) nei quali investigavamo sulla nostra consapevolezza. Così, tra visualizzazioni guidate e autocoscienza , ho incontrato mia moglie Jenny. Quando, cinque anni fa, abbiamo scoperto che la scuola Ridhwan offre un approccio integrato unendo teorie psicologiche e pratiche spirituali abbiamo sentito che faceva per noi.</p>
<p>Negli studi ho trovato un grande sostegno per sviluppare una comprensione più profonda di me stesso e della vita, più libero dai condizionamenti del passato. Onestamente, adesso trovo noiose molte delle teorie puramente psicologiche che prima mi affascinavano.</p>
<p>Fare questo percorso con Jenny ha aumentato la nostra capacità di stare insieme: imparando ad apprezzare la nostra personale ricchezza e unicità slegata da certe dinamiche, ci sentiamo anche più  uniti in una relazione profonda.</p>
<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2010/05/Catherine-McGee-Enzo-Dal-Verme.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1309" style="margin: 6px;" title="Catherine McGee" src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2010/05/Catherine-McGee-Enzo-Dal-Verme-198x300.jpg" alt="" width="198" height="300" /></a><em>Catherine McGee, 40 anni, insegnante di meditazione</em></p>
<p>La mia famiglia ha origini irlandesi, nella nostra cultura si canta e si beve insieme, il che mi sembrava incompatibile con la mia identità di insegnante di meditazione per cui negli anni avevo creato un po’ di distanza tra di noi.</p>
<p>In generale, prima di conoscere Ridhwan, ero abituata a fare una differenza tra la mia vita ordinaria e ciò che consideravo “spirituale”, per esempio se stavo attraversando un momento difficile sapevo che meditando potevo entrare in contatto con quella calma interiore e il problema sarebbe diminuito. La mia pratica spirituale in un certo senso mi allontanava dal mondo e nei periodi di ritiro vivevo una realtà semi-monastica.</p>
<p>Quando ho scoperto gli insegnamenti Ridwhan mi ha attirato un approccio molto diverso: confrontandomi con gli aspetti che generalmente tentavo di evitare avrei potuto “digerire” il mio dolore e la mia vita di ogni giorno avrebbe potuto diventare una esperienza sacra. Molte cose hanno cominciato a cambiare e anche la relazione con la mia famiglia: adesso vedo anche quel modo di celebrare come uno dei molti modi di esprimere un cammino spirituale.</p>
<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2010/05/Louise-Bélisle-Enzo-Dal-Verme.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1310" style="margin: 6px;" title="Louise Blisle" src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2010/05/Louise-Bélisle-Enzo-Dal-Verme-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" /></a><em>Louise Bélisle, 62 anni, psicoterapista e insegnante di yoga</em><br />
Quando, 35 anni fa, sono diventata insegnante di yoga ero molto in forma e flessibile ma tutto ciò aveva poca influenza su come vivevo la mia vita in ogni momento. Poi, da psicoterapeuta, mi sono interessata a tutti gli approcci che hanno a che fare con il corpo, come la bioenergetica o il respiro Reichiano e vedevo come queste tecniche aiutavano me e miei pazienti a liberare emozioni represse. Ma per qualche motivo i miglioramenti non duravano molto e intuivo che mancasse qualche cosa.</p>
<p>Con Ridhwan la pratica di esplorare chi sono in ogni momento, non solo nei miei pensieri ma anche nelle sensazioni del mio corpo, mi ha aiutata a diventare curiosa di molti aspetti di me, anche di quelli di cui in passato mi sarei vergognata. Essere se stessi sembra qualche cosa di estremamente semplice ma in pratica è molto difficile a causa della nostra riluttanza ad accettare le cose esattamente come sono. E il più delle volte poi ci si rende conto che è proprio quella resistenza a renderci difficile la vita! Nella scuola ho trovato un metodo per comprendere la struttura del nostro ego e trovare chi sono davvero al di sotto di tutti i condizionamenti, una grande liberazione dal mio passato.</p>
<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2010/05/Ruth-Mc-Aulay-Enzo-Dal-Verme.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1311" style="margin: 6px;" title="Ruth Mc Aulay" src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2010/05/Ruth-Mc-Aulay-Enzo-Dal-Verme-202x300.jpg" alt="" width="202" height="300" /></a><em>Ruth McAulay, 62 anni, psicoterapeuta (ex cantante lirica)</em><br />
Ho scoperto Ridhwan leggendo un libro di Almaas e pagina dopo pagina potevo riconoscere me stessa come se l’autore mi conoscesse. Il libro parlava di  quel dolore con cui io stavo facendo i conti, cioè la mia vergogna per avere bisogno di altre persone, il desiderio di essere speciale (in aiuto a una bassa stima di me stessa) e nello stesso tempo la mia tendenza a tenere un po’ di distanza tra me e gli altri per paura di sentirmi ferita.</p>
<p>Quando ero una cantante d’opera l’ammirazione e gli applausi del pubblico sostenevano una parvenza di “sto bene”, ma in realtà dentro mi sentivo infelice.  La scuola mi ha aiutato molto, nei corsi mi piace il modo in cui ogni studente viene considerato nella sua unicità e il fatto che gli insegnamenti ci danno una mappa ma non ci dicono: questo è il modo “giusto” di essere. Per me si tratta di una esperienza straordinariamente liberatrice il fatto di potere esplorare ciò che in genere temiamo e dietro la vergogna di riconoscere la mia rabbia, l’orgoglio, la gelosia… scoprire pace e gioia.</p>
<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2010/05/Barbara-Brown-Enzo-Dal-Verme.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1312" style="margin: 6px;" title="Barbara Brown" src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2010/05/Barbara-Brown-Enzo-Dal-Verme-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" /></a><em>Barbara Brown, 63 anni, insegnante di Qi Gong</em><br />
L’approccio di Ridhwan è semplice e mi ha sostenuto nell’esplorazione di quesiti come “chi sono?” o “ come posso capire la mia natura?” Ho imparato dagli insegnanti e da altri studenti cose che non avevo mai visto di me stessa (per esempio che tipo di impatto ho sugli altri) e scoprirlo mi ha aiutato a sviluppare una capacità di comunicare più onesta.<br />
Nei corsi si presta molta attenzione alle relazioni, per esempio se accade una incomprensione o un conflitto fra studenti siamo incoraggiati ad esplorare le dinamiche tra di noi con gli esercizi, il che mi è stato enormemente utile per imparare a gestire i conflitti anche in altre parti della mia vita. Per la verità molte delle mie relazioni sono diventate più semplici perché sono diventata meno incline a giudicare e meno “drammatica”.<br />
E’ buffo pensare che ho passato la vita facendo esplorazioni ardue, ho viaggiato negli angoli più remoti della terra, in Cina, India, Nepal… per poi scoprire che ciò che stavo cercando veramente è la capacità di sedere tranquilla nel mio cortile.</p>
<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2010/05/Derek-Mutti-Enzo-Dal-Verme.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1313" style="margin: 6px;" title="Derek Mutti" src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2010/05/Derek-Mutti-Enzo-Dal-Verme-205x300.jpg" alt="" width="205" height="300" /></a><em>Derek Mutti, 59 anni, psicoterapista</em><br />
Da quando ero adolescente la mia ricerca del senso della vita mi ha spinto ad esplorare diversi cammini e da vent’anni sono buddista praticante. Quando ho scoperto Ridhwan sapevo già che la combinazione psicologia / cammino spirituale faceva per me e nella scuola ho trovato un grande sostegno e ispirazione.</p>
<p>Durante i corsi a volte scopriamo dei paradossi su noi stessi che possono essere davvero comici, infatti in questi anni ho riso moltissimo. Chi pensa che affrontare un cammino di crescita interiore sia qualcosa di necessariamente doloroso si sbaglia: anche se capita di piangere quando si sta esplorando un particolare aspetto della propria vita, per me c’è stato moltissimo umorismo.</p>
<p>La scuola mi ha offerto la possibilità di conoscere meglio me stesso e mi ha dato una amplissima prospettiva sulla natura della sofferenza umana, il che mi è stato estremamente di aiuto per aiutare meglio i miei pazienti.</p>
<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2010/05/Joy-Isaacs-Enzo-Dal-Verme.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1314" style="margin: 6px;" title="Joy Isaacs" src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2010/05/Joy-Isaacs-Enzo-Dal-Verme-199x300.jpg" alt="" width="199" height="300" /></a><em>Joy Isaacs 79 anni, psicoterapeuta (in pensione)</em></p>
<p>Dopo 45 anni di matrimonio mio marito è morto di cancro e ho deciso che non avrei più voluto vivere nella grande casa dove avevamo cresciuto i nostri figli. E’ stata la fine di un’era, non avevo mai abitato sola prima e anche se la mia famiglia mi è stata molto vicina il cambiamento è stato enorme. Proprio in quel periodo ho scoperto Ridhwan e gli insegnamenti mi hanno aiutata a lasciare andare il passato e vivere più pienamente nel presente.</p>
<p>Ma non solo. Recentemente nei corsi abbiamo esplorato un certo aspetto della relazione con nostra madre e come ciò influenzi ancora i nostri comportamenti presenti. Quell’esercizio mi ha aiutata a individuare cose che anni di psicoterapia non avevano affrontato nello stesso modo e come risultato mi sento enormemente sollevata.<br />
I corsi hanno un impatto profondo su di me, anche nella vita pratica. Per esempio sento che la mia capacità di stare con gli altri migliora e nello stesso tempo mi piace molto stare da sola, ho scoperto una pace interiore che mi permette di essere più pienamente e serenamente me stessa.</p>
<p><strong>I libri alla ricerca della nostra natura più profonda</strong><br />
Sono disponibili libri di Almaas in italiano: &#8220;Essenza, il nucleo divino dell&#8217;uomo&#8221; e &#8220;Il cuore del diamante, elementi del reale nell&#8217;uomo&#8221;, entrambi pubblicati da <a href="http://www.crisalide.com" target="_blank">Edizioni Crisalide</a></p>
<p><em>Ridhwan School  in Italia:</em><br />
Si trovano sul lago di Garda gli studenti del gruppo italiano: tre seminari<br />
all&#8217;anno della durata di sei giorni per esplorare le proprie dinamiche<br />
interiori, scoprire potenziali inespressi, fare affiorare le qualità<br />
inevitabilmente frustrate dai molti condizionamenti.<br />
<em>Tra il 18 e il 20 giugno 2010 ci sarà un seminario introduttivo a Il<br />
Carmine, un bel convento a San Felice sul Benaco. Costa 150 euro più le<br />
spese di vitto e alloggio. Iscrizioni entro il 4 giugno.<br />
Per informazioni: rossana.novati@gmail.com</em></p>
<p>Per maggiorni informazioni: <a href="http://www.ridhwan.org  " target="_blank">www.ridhwan.org </a><br />
<a href="http://www.ahalmaas.com/ " target="_blank">http://www.ahalmaas.com/ </a></p>
<p>Intervista e fotografie di<a href="http://www.enzodalverme.com/blog/" target="_blank"> Enzo Dal Verme</a>, per gentile concessione</p>
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		<title>L&#8217;amore della verità fine a se stessa</title>
		<link>http://www.innernet.it/lamore-della-verita-fine-a-se-stessa/</link>
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		<pubDate>Fri, 21 Aug 2009 07:32:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Toshan Ivo Quartiroli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Co/Scienza]]></category>
		<category><![CDATA[Maestri]]></category>
		<category><![CDATA[Psicologia e spirito]]></category>
		<category><![CDATA[Almaas]]></category>
		<category><![CDATA[Diamond Approach]]></category>
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		<category><![CDATA[filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Hameed Ali]]></category>

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		<description><![CDATA[Il Diamond Approach, il percorso creato da Hameed Ali, meglio conosciuto con il nome di penna di Almaas, valorizza l&#8217;amore della verità fine a se stessa. La ricerca avviene tramite un processo di &#8220;inquiry&#8221;, di interrogazione interiore, che include la soggettività del ricercatore come passaggio per arrivare ad una condizione di oggettività della conoscenza dell&#8217;anima [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="Almaas4.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/almaas4.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/almaas4.jpg" alt="Almaas4.jpg" hspace="6" align="left" /></a>Il Diamond Approach, il percorso creato da Hameed Ali, meglio conosciuto con il nome di penna di Almaas, valorizza l&#8217;amore della verità fine a se stessa. La ricerca avviene tramite un processo di &#8220;inquiry&#8221;, di interrogazione interiore, che include la soggettività del ricercatore come passaggio per arrivare ad una condizione di oggettività della conoscenza dell&#8217;anima e del divino. In questa intervista, Hameed Ali parla della ricerca, dei ricercatori e della natura dell&#8217;anima.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: La ricerca della verità in occidente (dal punto di vista scientifico, filosofico e metafisico) si è sviluppata attraverso varie fasi. Nella tradizione Scolastica era presa in considerazione la soggettività dei contenuti interiori, finché venne Cartesio, che rifiutò questa tradizione. In nome di una “chiara e distinta percezione” egli ritenne necessario staccarci dalla nostra soggettività e assumere un approccio oggettivo, “come quello di Dio”. Dopotutto, secondo la concezione giudeo-cristiana, Dio ha creato l’uomo nell’ultimo giorno della creazione, e a sua immagine. Secondo questa credenza, la creazione è qualcosa di esterno agli esseri umani, qualcosa che esisteva prima della mente e dell’anima umane. Quindi, per conoscere la creazione e la mente del creatore, l’uomo dovrebbe seguire le tracce del cammino di Dio e mettersi alla ricerca di ciò che va al di là della dimensione umana E in ogni caso, poiché l’uomo era nato nel peccato, non c’era comunque granché di buono da scoprire al suo interno. La concezione astronomica di Copernico, che non poneva più la Terra al centro dell’universo, fu possibile grazie a questo nuova approccio, così come molte altre scoperte scientifiche e tecnologiche. L’era moderna si caratterizzò come scientifica, materialistica e “oggettiva”. Ma Kant stava già cominciando a minare questo paradigma, affermando che non conosceremo mai “la cosa in sé”. In seguito, sono venuti la fisica quantica con i principi di indeterminazione e il teorema di Gödel che limitava la portata dei sistemi formali. In questa era post-moderna non esiste più un terreno sicuro per la verità. La tua tecnica di esplorazione sembra rappresentare una fase nuova nella ricerca della verità, poiché trae spunto sia dalla concezione soggettiva che da quella oggettiva; inoltre, affermi che la conoscenza interiore può essere ancora più oggettiva, chiara e precisa di quella esteriore. Ciò capovolge il rapporto fondamentale che la cultura occidentale ha stabilito tra ciò che è interiore-soggettivo e ciò che è esteriore-oggettivo. Come è possibile raggiungere la verità oggettiva nella sfera dell’esperienza umana, e in che modo quest’ultima può essere esplorata?</p>
<p>Hameed Ali: È una buona domanda, e per le persone cresciute in occidente sarà importante comprendere questo punto, perché potrebbe influenzare il modo in cui l’esperienza spirituale e l’illuminazione vengono concepite. Innanzitutto, per quanto riguarda l’oggettività e la soggettività, il mio modo di lavorare con la verità non capovolge davvero i fondamenti della cultura occidentale. Al contrario, fa ritorno ai fondamenti autentici, che il nostro occidente moderno ha quasi dimenticato. In altre parole, il “Diamond Approach” che insegno è uno sviluppo della ricerca occidentale della verità, ma fatto in modo tale da riunire ciò che negli ultimi secoli è stato diviso. È una fase nuova, ma una fase che è fondamentalmente l’evoluzione di un potenziale già esistente nella storia occidentale.</p>
<p>Originariamente, nella cultura greca, in quella giudeo-cristiana o nella tradizione Scolastica da te menzionata, non c’era distinzione tra la concezione oggettiva e soggettiva della realtà. La separazione e la divisione sono giunte nell’età dei lumi, anche se cominciarono prima, dagli sviluppi del pensiero cristiano. Penso che la divisione sia stata proficua per la civiltà occidentale, in quanto ha permesso la nascita della scienza e i progressi tecnologici, ma allo stesso tempo ha creato una dissociazione che non è intrinseca alla realtà e al sapere, e che ha i suoi effetti alienanti.</p>
<p>Nella mia comprensione, il sapere è qualcosa di molto più vasto di quanto oggi ritiene la nostra filosofia positivista. Esso ha un fondamento mistico o intuitivo, cioè la conoscenza diretta dei contenuti dell’esperienza, in genere definita “gnosi”. I greci l’hanno espressa bene nel concetto di “nous”, l’intelletto superiore o divino. Plotino ha detto chiaramente che nel nous il sapere e l’essere sono inseparabili. Ma il pensiero occidentale, che conosceva il concetto di nous nel pensiero greco ed ebraico, si è sviluppato in modo tale da separarne le due dimensioni o elementi. Nella conoscenza “di tipo nous”, esiste la presenza della Mente Divina o Intelletto, che è un dominio o un fondamento della consapevolezza, ed esistono le forme che si manifestano in essa come oggetti di conoscenza. Le forme sono quelle del dominio della presenza, ma poiché tale presenza è quella della consapevolezza, questo dominio conosce queste forme. Ne ha una conoscenza diretta, perché sono forme del suo dominio; la sua intelligenza pervade tutte le forme.<span id="more-546"></span></p>
<p>Lo sviluppo del pensiero occidentale, per varie ragioni (buone e cattive) ha diviso il fondamento del sapere – l’essere o la presenza – dalle forme che tale fondamento manifesta. A quel punto, generalmente parlando, questi due elementi si sono sviluppati in due ambiti diversi. Il fondamento dell’essere è diventato l’oggetto della metafisica, della religione e del misticismo; le forme sono diventate l’oggetto delle scienze appena nate. La religione e il misticismo hanno cominciato a sottolineare che il fondamento dell’Essere (o, monoteisticamente, la presenza divina) è misterioso e intrinsecamente inconoscibile. E che la sua esperienza è antitetica alla logica e all’indagine scientifico-sperimentale.</p>
<p>Dal versante della scienza e del positivismo, del fondamento della consapevolezza e del sapere è rimasto semplicemente il conoscitore individuale, l’io con la sua mente che conosce. Le forme della conoscenza sono divenute oggetti staccati, non direttamente collegati al conoscitore. E il sapere si è trasformato nell’osservazione, da parte dell’io separato, degli oggetti di conoscenza. Come hai detto tu, l’idea si è evoluta grazie a Renato Cartesio, secondo cui le forme esistono in sé e possono essere conosciute per ciò che sono, quando l’io le osserva da lontano e non interferisce in esse con la propria soggettività. Per cui, la conoscenza oggettiva è venuta a significare la conoscenza degli oggetti senza le distorsioni soggettive dell’io o del ricercatore.</p>
<p><a title="Amore della verita 1.gif" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/amore-della-verita-1.gif"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/amore-della-verita-1.gif" alt="Amore della verita 1.gif" hspace="6" align="left" /></a>Ebbene, nel Diamond Approach concordiamo su questa definizione della conoscenza oggettiva: essa è la conoscenza libera dalle contaminazioni delle distorsioni soggettive di colui che conosce. Ma non condividiamo l’opinione di Cartesio secondo cui l’oggettività si raggiunge sterilizzando l’esplorazione, rimuovendo il soggetto dal dominio di esplorazione. Innanzitutto, sappiamo dalle nostre conoscenze fondamentali sul sapere che non siamo in grado di separare completamente il soggetto che conosce dall’oggetto conosciuto. Non possiamo, perché il soggetto conoscente non è altro che la ricaduta del dominio della presenza e della consapevolezza in un io conoscente. Sappiamo anche che questi oggetti di conoscenza non sono altro che la reificazione di forme che sorgono in questo dominio, e inseparabili da esso. Per questo, la formula di Cartesio vale solo come approssimazione, e non può essere applicata in modo assoluto. Penso che la teoria quantica ha già scoperto questo limite nella formulazione del principio di indeterminazione di Heisenberg, secondo cui, semplicemente, non possiamo isolare completamente l’osservatore dai fenomeni osservati.</p>
<p>La formula di Cartesio ha funzionato come efficace approssimazione, e in quanto tale è ancora utilizzata nella maggior parte delle ricerche scientifiche, perché queste ultime non possono penetrare in quelle regioni dove tale approssimazione decade. In realtà, possiamo dire che la filosofia della scienza di Cartesio era un’approssimazione efficace allo stesso modo in cui la classica teoria della fisica di Newton lo era per le leggi della fisica. Oggi sappiamo che la fisica newtoniana collassa ai due estremi della scala delle misurazioni fisiche, ovvero alla dimensione macroscopica e a quella microscopica, dove è stata sostituita da due teorie più esatte, rispettamene quella generale della relatività e quella quantica.</p>
<p>L’approssimazione di Cartesio si rivela inadeguata anche quando si tratta di comprendere la consapevolezza, la natura dell’anima e Dio. Il misticismo ha sempre compreso queste cose, e sapeva che la conoscenza autentica delle realtà spirituali può avvenire soltanto grazie all’esperienza diretta, alla conoscenza da parte dell’essere, all’identità tra conoscitore e conosciuto. Ma il misticismo e la maggior parte degli insegnamenti spirituali ritenevano che la logica e la conoscenza razionale erano opposte a tale conoscenza mistica o gnosi, che gli hindu hanno chiamato “jnana” e i tibetani “yeshes”. Quindi, da molto tempo ormai si pensa che la conoscenza spirituale mistica o diretta può solo essere vaga, intuitiva, misteriosa, non-concettuale, incomunicabile e così via. Ciò, secondo me, è dovuto alla stessa divisione: credere che le forme specifiche e precise sono separate dal fondamento dell’essere e della conoscenza, e che prestare attenzione a tali specificità ci allontanerà dall’esperienza mistica.</p>
<p><a title="Amore della verita 2.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/amore-della-verita-2.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/amore-della-verita-2.jpg" alt="Amore della verita 2.jpg" hspace="6" align="left" /></a>Nel Diamond Approach siamo più vicini alle idee degli antichi Greci, come Pitagora, Platone e Plotino, secondo i quali il fondamento dell’essere, il nous, è il fondamento delle idee platoniche, delle varie forme di manifestazione. In altre parole, riteniamo che la conoscenza mistica diretta e la conoscenza precisa delle forme specifiche possono essere unite, perché in origine erano una cosa sola, non-duale. Questo vuol dire che possiamo avere una conoscenza mistica (cioè la conoscenza da parte dell’identità) precisa, chiara, specifica e dettagliata.</p>
<p>Ciò ha due conseguenze che forniscono la risposta alla tua domanda. La prima: è possibile una conoscenza scientifica di tipo diretto; ovvero, una gnosi precisa e dettagliata di forme di manifestazione. In essa non esiste divisione, e quindi siamo al di fuori dell’approssimazione di Cartesio. Di fatto, poiché non ci basiamo sull’approssimazione, ma sulla realtà, la nostra conoscenza può essere totalmente precisa e chiara. Essa è in grado di penetrare regioni inaccessibili al tipo di indagine fondato sull’approssimazione cartesiana. Tutto ciò è necessario per comprendere la consapevolezza, l’esistenza, l’anima, Dio, lo spirito e così via. È come per le dimensioni microscopica e macroscopica delle misurazioni scientifiche, ma nel campo della psicologia e della metafisica.</p>
<p>E che dire dell’oggettività? Come possiamo essere sicuri della sua esistenza o del fatto che le nostre distorsioni soggettive non alterano questa conoscenza?</p>
<p>Penso che la tesi di molti insegnamenti spirituali secondo cui l’esperienza mistica è antitetica alla mente e alla ragione espone tale esperienza alle distorsioni soggettive. E questa è stata la critica degli scienziati e dei filosofi della scienza a tale tipo di esperienza. Comunque, ricorrere all’approssimazione di Cartesio non è di aiuto, perché essa ci allontana dall’elemento mistico, quello dell’esperienza diretta o della conoscenza da parte dell’essere.</p>
<p>Ma esiste un’altra via, quella che il Diamond Approach adotta in modo molto efficace: includere nella nostra esplorazione non solo ciò che sperimentiamo o conosciamo, ma anche lo stesso polo soggettivo. Includiamo l’osservazione del soggetto conoscente, l’io, nell’esplorazione sullo spirito, Dio o come preferisci chiamarlo. La nostra esplorazione non è mai rivolta soltanto a ciò che sperimentiamo, ma anche ai nostri atteggiamenti e reazioni alla nostra esperienza. In tal modo, diventiamo consapevoli delle nostre distorsioni soggettive e del modo in cui influenzano la nostra esperienza. Guardando al di là di queste distorsioni soggettive, la nostra conoscenza di ciò che sta succedendo diventa gradualmente più oggettiva.</p>
<p>A mano a mano che scorgiamo i nostri pregiudizi, convinzioni, desideri, punti di vista e così via, essi cominciano a dissolversi, soprattutto perché la nostra esplorazione è guidata dall’amore per la verità fine a se stessa. Dal momento che vogliamo davvero conoscere ciò che sta succedendo, desideriamo abbandonare le nostre distorsioni, perché siamo in grado di vedere subito come esse oscurano la verità che amiamo. Quando la nostra conoscenza si fa più profonda, la nostra obiettività si espande.</p>
<p>Via via che le distorsioni soggettive vengono scorte e abbandonate, la nostra obiettività si espande. Questo è un processo che continua per tutto il cammino dell’esplorazione dell’esperienza, dove la verità di quest’ultima si manifesta gradualmente man mano che le nostre distorsioni vengono portate alla luce e abbandonate.</p>
<p><a title="Amore della verita 3.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/amore-della-verita-3.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/amore-della-verita-3.jpg" alt="Amore della verita 3.jpg" hspace="6" align="right" /></a>Esistono diversi gradi di oggettività, ognuno dei quali è oggettivo all’interno della cornice soggettiva con cui lavoriamo. In altre parole, se usiamo la cornice secondo cui nel mondo ordinario siamo individui separati, la verità oggettiva sarà diversa da quella che vedremo all’interno di una cornice sprovvista di tale assunto sull’individualità separata. Di nuovo, <em>oggettività</em> ha un significato diverso se consideriamo l’esistenza e la non-esistenza due opposti antitetici o due realtà inseparabili e coemergenti.</p>
<p>Questo approccio non utilizza l’approssimazione di Cartesio, perché riconosce che non è possibile isolare l’io dall’oggetto di esplorazione. L’approccio si basa sull’idea che la consapevolezza e la capacità di conoscenza dell’io sono il dominio che costituisce la sostanza di tutti gli oggetti di esplorazione. Esso raggiunge l’obiettività liberando la consapevolezza che conosce dalle sue distorsioni soggettive. In un primo momento, l’Approccio include tali distorsioni nella sua determinazione della realtà, ma negli stadi più profondi del cammino è in grado di esplorare in modo libero da tali distorsioni. La dissoluzione di tali distorsioni e punti di vista a un certo punto provoca la dissoluzione della convinzione in un io distinto, oltre che di quella secondo cui gli oggetti di studio sono distinti da colui che esplora.</p>
<p>L’oggettività è completa quando non esiste più un io distinto con le sue alterazioni, il che equivale a riconoscere che tutte le forme di manifestazione sono forme assunte dalla nostra consapevolezza e presenza. Questo è il punto di vista illuminato cui arriviamo imparando a essere autenticamente e pienamente oggettivi. Tale concezione, di fatto, trascende il principio di indeterminazione della teoria quantica, perché non esiste più un osservatore separato da ciò che viene osservato. Comprendiamo che il principio di indeterminazione ha senso finché esiste una dualità, ma dal punto di vista illuminato non c’è più la dualità tra osservatore e osservato. È un fenomeno che conosce se stesso totalmente, completamente, obiettivamente e precisamente, ma non dualisticamente. Conosce se stesso perché è se stesso con una discriminazione totale e affinata come un diamante. Qui ci rendiamo conto che persino nel principio di indeterminazione esiste un’approssimazione, più sottile di quella di Cartesio, ma sempre un’approssimazione, perché finisce con il rendere probabilistica la nostra conoscenza. Penso che Einstein pensasse qualcosa di simile quando non accettò completamente la teoria quantica; egli pensava che Dio non giocava a dadi.</p>
<p>Ritengo che questo tipo di esplorazione, totalmente chiara e aperta, riunisce l’indagine logico-scientifica e l’approccio mistico dell’esperienza diretta. Questa via era nota nell’antico mondo occidentale, come attesta l’uso della matematica da parte di Pitagora nel lavoro spirituale interiore, ma non si è sviluppata granché a causa della scissione tra scienza e religione che ha preso avvio nel Rinascimento e nell’età dei lumi. Non esistono motivi per cui essa non possa svilupparsi ulteriormente, come abbiamo fatto noi nel nostro lavoro, né ci sono motivi per cui la scienza non può adottarla, almeno in principio. È difficile condurre tale esplorazione in modo scientifico, perché ancora non sappiamo come includere la soggettività del ricercatore nella sua ricerca, ma penso che a un certo punto saremo costretti a farlo, se vogliamo davvero scoprire i segreti dell’esistenza. In alcune aree scientifiche esistono già dei segni di un tale sviluppo, della necessità di includere la consapevolezza per avere una teoria unificata dell’universo.</p>
<p>Analizzo più in dettaglio questa idea della conoscenza nel libro <em>Inner Journey Home</em>, dove esamino approfonditamente le implicazioni per il pensiero e la cultura occidentali. Nel libro, la discussione si amplia grazie alla comprensione più profonda ed allargata della realtà resa possibile dal Diamond Approach.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: Tu insegni che, per quanto riguarda le manifestazioni e l’attività dell’anima, esiste in ogni essere umano un centro oggettivo comune che va al di là dei condizionamenti personali, le convinzioni e l’immagine di sé. Ma allo stesso tempo le esperienze vissute in passato possono andare molto in profondità ed avere un peso tale da impedire o facilitare l’unione con il divino. Per esempio, aver avuto una fase problematica di fusione con la madre nei primissimi anni di vita oppure avere una credenza cognitiva del tipo: “Esiste un solo figlio di Dio e nessun altro potrà unirsi a Lui in questa vita” possono impedire l&#8217;unione con il divino. In che modo distingui tra ciò che è universale nell’anima degli esseri umani e ciò che è indotto dalla storia personale o dalla cultura? Questa parte comune è quella che viene chiamata la “filosofia perenne”, secondo la quale esiste un fondamento comune nelle diverse tradizioni spirituali?</p>
<p>Hameed Ali: È il tipo di esplorazione che pratichiamo in questo sentiero che rende possibile conoscere cosa è storicamente incidentale e cosa è intrinsecamente universale. Quando esploriamo la nostra esperienza e percezione, cominciamo a vedere la presenza della nostra soggettività in esse, che le modella e le plasma. Quando il nostro sguardo va al di là di queste convinzioni, punti di vista e idee soggettive, riconoscendole come tali, esse cominciano a dissolversi. Tutte le influenze storiche e culturali sono il contenuto di questa soggettività. Poiché esse non fanno parte intrinseca del momento presente, ma vi vengono portate dal passato attraverso la memoria e il condizionamento, la loro comprensione tende a eliminarle. Ma gli elementi dell’esperienza che sono intrinsecamente presenti e non vengono creati da influenze storiche non si dissolvono, perché sono davvero presenti. Comprenderli tende a rivelarli ulteriormente e a portare alla luce la loro realtà intrinseca. In altre parole, l’esplorazione (così come in generale altre tecniche spirituali) tende a dissolvere la mente ordinaria con i suoi contenuti. Tutte le influenze storiche e culturali sono il contenuto di questa mente, della natura del pensiero, e per questo si dissolveranno sotto l’occhio indagatore dell’esplorazione.</p>
<p>Ciò che resterà sarà ciò che è fondamentalmente presente. Inoltre, i modelli o i processi che resteranno verranno considerati fondamentali. Ma <em>fondamentale</em> non vuol dire <em>universale</em>, né <em>oggettivamente</em> <em>comune </em>a tutte le persone. Infatti, esso potrebbe essere determinato, per esempio, dal proprio patrimonio genetico. Ma qui l’approccio scientifico aiuta moltissimo. La scienza ha molti modi per determinare se le proprietà di determinati oggetti sono comuni a tutte le classi di tali oggetti (per esempio, se le proprietà dell’acqua sono comuni a tutte le molecole dell’acqua): di essi, uno dei più importanti è il principio della ripetibilità. Finché possiamo ripetere i risultati di un esperimento, siamo in grado di determinarne la validità. Nel nostro lavoro facciamo la stessa cosa. Determiniamo non solo se una cosa è fondamentalmente presente, ma anche se l’esplorazione e le osservazioni ripetute su molte persone conducono allo stesso risultato. Quindi, viene di nuovo applicato il principio della ripetibilità.</p>
<p>Il Diamond Approach è guidato nella sua esplorazione da un tipo di intelligenza che rende possibile accertare se una cosa è fondamentale o meno, universale o meno. Sto parlando dell’intelligenza della <em>Guida di Diamante</em>, l’intelligenza essenziale che guida l’esplorazione. Quando tale guida è integrata (cosa che in parte vuol dire che possiamo esplorare e allo stesso tempo vedere le nostre distorsioni soggettive), diventa chiaro cosa è fondamentale e universale. Io uso sia questa intelligenza diretta che il metodo scientifico, per arrivare all’oggettività su queste questioni.</p>
<p>Nel mio libro <em>Spacecruiser Inquiry</em> discuto nei dettagli la nostra esplorazione e la sua intelligenza e obiettività.</p>
<p><a title="Amore della verita 4.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/amore-della-verita-4.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/amore-della-verita-4.jpg" alt="Amore della verita 4.jpg" hspace="6" align="left" /></a>Questa parte comune è ciò che viene chiamata “filosofia perenne”? Sì e no. Sì, se con “perenne” intendiamo quello che è universale a tutte le anime. Ma la mia sensazione è che la filosofia perenne si spinge oltre. Essa ritiene che tutti gli insegnamenti spirituali creati dal genere umano sono formulazioni diverse della stessa verità, esperienza o percezione. In quel caso, la mia risposta è no. Non penso che sia vero che il vuoto buddista è la stessa cosa dell’amore sufi, e che entrambi sono uguali al Padre cristiano, e che tutti insieme equivalgono al Tao taoista e così via, solo con formulazioni diverse.</p>
<p>La mia comprensione è che ogni autentico insegnamento parla di qualcosa di fondamentale e universale per tutti gli esseri umani, ma non necessariamente tutti gli insegnamenti fanno riferimento alle stesse verità universali e fondamentali. Esistono molte verità fondamentali e universali, così come esistono molte dimensioni e aspetti della natura autentica o realtà. Ciascun insegnamento tende a sottolineare una certa verità, dimensione o aspetto fondamentale e universale. Quindi, gli insegnamenti parlano della stessa cosa, ma non esattamente. Le differenze non sono dovute tanto a formulazioni o concettualizzazioni diverse, quanto al fatto che vengono evidenziati aspetti diversi della verità. Più esattamente, i vari insegnamenti sono diversi perché hanno diversi “logos” di insegnamento. Ogni insegnamento ha il suo logos caratteristico nel linguaggio, la concezione, la logica e la dinamica. La stessa cosa avviene con il Diamond Approach: esso ha una comprensione specifica dell’essenza e dell’anima. È possibile trovare analogie con altri insegnamenti, ma niente di completamente uguale. Discuto la questione dei logos degli insegnamenti in un’appendice di <em>The Inner Journey Home</em>.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: Nel Diamond Approach non ho visto molta enfasi sull’illuminazione, al contrario che in altre tradizioni o scuole. Qual è il ruolo di questo “evento” nel tuo insegnamento? In particolare, cosa pensi dell’illuminazione improvvisa tipo “advaita”? È possibile aggirare le pratiche e l’esplorazione psico-spirituale e raggiungere la liberazione eterna?</p>
<p>Hameed Ali: Faccio un uso raro del concetto di illuminazione perché lo adopero in modo tecnico. Con esso non intendo semplicemente l’esperienza, il riconoscimento, la realizzazione o anche il prendere dimora nella natura autentica, che quest’ultima sia non-duale o meno. Molte persone, inclusi diversi insegnanti, usano il termine con i significati sopradetti. Ecco perché di solito uso il concetto di realizzazione, che distinguo dall’illuminazione, anche se sono consapevole del fatto che molti insegnanti usano indifferentemente entrambi i termini.</p>
<p>Per<em> realizzazione</em> intendo la capacità di prendere dimora nella natura autentica, di riconoscere ed essere la natura autentica. Poiché quest’ultima ha molte dimensioni, o gradi di sottigliezza, esistono gradi o livelli di realizzazione. E poiché esistono molti gradi di completezza di realizzazione o di capacità di dimorare nella natura autentica, esistono molti livelli di realizzazione. Quindi, la realizzazione può svilupparsi e maturare grazie a una comprensione più sottile, profonda e totale della natura autentica, e a seconda della capacità di una persona di prendere dimora nella natura autentica. Quindi, anche se si è raggiunto un certo grado di realizzazione, è possibile che esistano ancora diversi offuscamenti, problemi, condizionamenti storici o personali non ancora affrontati, o che potrebbero emergere.</p>
<p>Quando la realizzazione diventa completa e permanente, la definisco illuminazione. Essa ha due conseguenze. La prima è che non esistono più offuscamenti (o la possibilità di un loro affiorare); spariscono i problemi, i limiti interiori alla propria esperienza e la mancanza di chiarezza. La seconda è la piena e permanente consapevolezza della totalità della natura autentica, in tutte le sue sottigliezze e dimensioni, che ora è completamente libera di manifestarsi in tutti i modi necessari. Questi due aspetti, insieme, implicano il vivere permanentemente nella pienezza del mondo autentico, senza aggrapparsi a un insegnamento o una prospettiva particolari, a una concezione dell’illuminazione o al bisogno di essa.</p>
<p>Poiché molti insegnanti intendono con i<em>lluminazione</em> ciò io chiamo <em>realizzazione</em>, essa ha ovviamente un posto nel Diamond Approach. È un’esperienza che dà l’avvio a un tipo permanente di conseguimento. Nel Diamond Approach ne esistono molti tipi e gradi.</p>
<p>Con l’espressione <em>illuminazione istantanea</em> si fa fondamentalmente riferimento a una distinzione tra la preparazione a un’esperienza e la scoperta di essa nella sua interezza. Penso che la distinzione sia avvenuta soprattutto in ambito buddista, a causa della distinzione operata dai buddisti tra il vuoto e la natura del Buddha. Le scuole secondo le quali la realtà assoluta è il vuoto, tendono a pensare in termini di illuminazione graduale, perché il vuoto viene realizzato demolendo a poco a poco l’io. Le scuole buddiste secondo le quali la realtà assoluta è la natura del Buddha (ovvero una sorta di presenza eterna) tendono a pensare in termini di illuminazione improvvisa. Questo perché la natura del Buddha viene scoperta così come è, in quanto sin dal primo momento è completa e integra. Ma in entrambi i casi esiste un cammino che va seguito con costanza. Così avviene nello zen, la famosissima dottrina che insegna l’illuminazione istantanea. Pur credendo in quest’ultima, lo zen prevede certamente una lunga pratica. Inoltre, come è ben noto, esso distingue tra molti tipi e livelli di satori o di realizzazione. Si dice che dopo ogni satori c’è un altro satori. In altre parole, anche nelle scuole che includono nel loro insegnamento l’illuminazione o realizzazione istantanea, quest’ultima non viene in genere concepita come una sorta di cataclisma che pone termine a tutto il cammino, rendendo inutili una pratica, un lavoro o un’integrazione ulteriori.</p>
<p>Questo è anche il caso dell’advaita vedanta. Altrimenti, come possiamo distinguere i diversi gradi di profondità o l’ampiezza della realizzazione dei vari guru e maestri? Il semplice fatto che un maestro dice di essere illuminato non vuol dire che lo sia allo stesso livello di un altro maestro, o che abbia lo stesso tipo di illuminazione. Né significa che lui o lei non ha più alcun lavoro da svolgere. Di solito, gli insegnamenti tradizionali (come il vedanta) definiscono “integrazione” il lavoro necessario dopo tale esperienza. Ma “integrazione” non vuol dire farsi i fatti propri mentre tutto il resto accade da sé. Altrimenti, tutti gli insegnanti della tradizione vedanta sarebbero uguali per profondità e potenza della realizzazione. L’integrazione, in realtà, consiste nel vedere al di là dell’ignoranza, le abitudini, i punti di vista, i pregiudizi, gli schemi ecc. Non è un lavoro diverso da quello che bisogna fare prima di tale esperienza; la differenza è che ora si è permeati della saggezza di tale esperienza, e forse anche dal permanere in tale esperienza.</p>
<p>Credo che, poiché nella nostra cultura non è mai esistita la disputa buddista sul vuoto e il fondamento eterno, la distinzione tra illuminazione istantanea e graduale ha poco senso. L’essenza viene scoperta così come è; non viene creata gradualmente. Allo stesso tempo, la mente lascia cadere un po’ alla volta la propria ignoranza, o il proprio attaccamento a tale ignoranza.</p>
<p>Nel mio caso personale, ho avuto molto presto un’esperienza che può definirsi di illuminazione, in cui l’ego si è totalmente dissolto nell’oceano della consapevolezza e dell’amore. C’è stata una cessazione totale della consapevolezza che ha portato a tale percezione cosmica. Ma quell’esperienza è stata l’inizio di un nuovo cammino che ha rivelato molte qualità e dimensioni della natura autentica, e in cui ho penetrato l’ego pezzo dopo pezzo, problema dopo problema. Anche questo cammino è stato punteggiato da scoperte e realizzazioni che potrebbero definirsi illuminazioni istantanee. Dopo molti anni sul cammino, alla fine sono tornato al punto dell’illuminazione iniziale, ma da allora il percorso è proseguito verso nuove tappe e livelli di realizzazione. Per cui, in un certo senso, il mio cammino ha incluso sia la via istantanea che quella graduale. Credo che questo sia ciò che accade di solito alla maggior parte degli individui, a prescindere dall’insegnamento o cammino seguito.</p>
<p>Sono rari i casi di persone che si ritrovano improvvisamente nell’assoluto e vi restano senza tornare indietro per integrare le altre dimensioni. Non è questa la norma, nemmeno nel vedanta o nello zen. Ma anche in tali casi esiste il lavoro dell’integrazione… Non credo che esiste un modo per evitare completamente di affrontare la propria ignoranza e i propri schemi, a meno che non ci accontentiamo di una realizzazione parziale.</p>
<p>Dobbiamo anche ricordare che nel Diamond Approach vediamo che esistono due tipi di cammino. Uno è quello della scoperta e realizzazione della natura autentica; l’altro, quello dell’individuazione dell’anima, cioè la maturazione dell’essere umano. Quest’ultimo tipo consiste inevitabilmente in uno sviluppo e una crescita graduali, perché si tratta di integrare le esperienze e le capacità di una persona nella sua realizzazione.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: Quali sono le qualità più importanti che un ricercatore deve integrare nel cammino?</p>
<p>Hameed Ali: La più importante, secondo me, è l’amore della verità fine a se stessa. Ciò comporta l’avere una mente totalmente aperta a ogni verità in cui potremmo imbatterci. Inoltre, il ricercatore deve avere un atteggiamento libero da pregiudizi, senza aspettative o desideri di un risultato particolare. Questo implica la necessità di un atteggiamento di pura ricerca scientifica. Altrimenti, la ricerca sarà distorta dai desideri e fini soggettivi. Poi, deve essere coinvolto il cuore del ricercatore, cioè la passione, la gioia e la giocosità, e il coinvolgimento deve avvenire senza attaccamento. Avere coraggio, intelligenza e concentrazione è di grande aiuto.</p>
<p>In <em>Spacecruiser Inquiry</em> analizzo tutto ciò nei dettagli. Un intero capitolo è dedicato a ciascuna delle qualità occorrenti per l’esplorazione e la ricerca.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: Come mai talvolta il comportamento di alcuni maestri spirituali è criticabile per quanto riguarda il potere, il sesso e il denaro? Avviene perché sono “al di sopra” dei valori e della morale umani o perché in realtà ne sono “al di sotto”, non avendo mai risolto i problemi psicologici correlati?</p>
<p>Hameed Ali: Gli insegnanti spirituali sono come tutti gli altri esseri umani. Se non hanno risolto problemi e conflitti personali, questi ultimi possono manifestarsi attraverso tali comportamenti. Queste tendenze non risolte della personalità possono diventare ancora maggiori sotto la pressione dell’espansione e dell’energia che deriva dalla realizzazione. Ciò è simile a quello che avviene agli individui comuni quando raggiungono una posizione di potere o ricchezza: queste situazioni, talvolta, amplificano le tendenze preesistenti.</p>
<p>È vero che alcune tradizioni parlano di “pazza saggezza” o cose del genere, ma essa viene considerata una possibilità molto rara e avanzata, raramente conseguita. Penso che i noti casi di comportamento aberrante o criticabile da parte di alcuni maestri indicano generalmente che la realizzazione di questi ultimi è limitata. Non esiste qualcosa come un essere illuminato nevrotico. Quando i maestri sono nevrotici o si comportano in modo strano, ciò di solito vuol dire che non sono venuti a capo di alcuni problemi della personalità e delle loro tendenze animali. Quindi, anche se hanno conseguito un certo grado di realizzazione, quest’ultima non è completa, cioè non si tratta ancora dell’illuminazione.</p>
<p>Se comprendiamo questa situazione, non c’è niente di insolito o difficile da capire in questi episodi. Certe persone non riescono a comprenderli perché partono dal presupposto che gli individui sono pienamente illuminati, quindi hanno bisogno di trovare qualche spiegazione bizzarra o semplicemente restano nella confusione.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: Per molto tempo, l’anima umana è stata considerata fuori dal campo di indagine della scienza occidentale. Quando alla fine è arrivata la psicoanalisi, la sua attenzione si è concentrata sul lato oscuro, le nevrosi e le psicosi, evidentemente nella convinzione profonda che in qualche modo l’anima è nata corrotta. Anche negli ambienti spirituali, l’ego – che dopotutto è parte dell’anima umana – viene spesso considerato un “nemico” che va “ignorato” o addirittura “ucciso”. Qual è la tua opinione sull’ego? È possibile che l’ego sostenga le parti più profonde dell’anima nell’esplorazione e il riconoscimento della verità?</p>
<p>Hameed Ali: Può esistere l’ego senza l’anima? No, è impossibile. Tutte le esperienze di noi stessi devono appartenere all’anima, che sia libera (e quindi l’esperienza riguarda la sua natura essenziale) o identificata con un’immagine o concetto (e quindi si tratta dell’ego). In altre parole, l’ego non è altro che una manifestazione della nostra anima, la nostra consapevolezza individuale, strutturata attraverso i concetti e le impressioni del passato. In tale situazione, l’anima sperimenta se stessa attraverso questa lente di concetti e impressioni, e tale mancanza di immediatezza e spontaneità si manifesta sotto forma di sé alienato, quello che gli insegnamenti spirituali chiamano “ego”. Non si tratta esattamente dell’ego della psicanalisi, ma di ciò che la maggior parte della gente considera il proprio senso dell’io.</p>
<p>Tale identificazione con la storia e le esperienze passate è il primo ostacolo alla realizzazione spirituale, perché quest’ultima è semplicemente l’anima che sperimenta se stessa senza alcun filtro, ma direttamente, immediatamente e nel momento. Quando l’anima sperimenta se stessa e il mondo con questo tipo di immediatezza, riconosce la presenza della sua natura autentica, e riconosce che questa è la sua verità ontologica. Poiché il fraintendimento dell’anima su se stessa è l’ostacolo principale, esso viene frequentemente considerato<em> il nemico</em> del cammino spirituale. Lo è, ma non è un nemico che vuole semplicemente il nostro fallimento o la nostra infelicità. Quindi, ciò che occorre non è l’aggressione o l’uccisione (che non sarebbe possibile, perché non possiamo uccidere la nostra anima), ma la comprensione e l’amore, che permetteranno di aprirsi e abbandonare le identificazioni, i punti di vista e le convinzioni rigide.</p>
<p>Quando affrontiamo l’ego con aggressività e rifiuto, chi è il soggetto di questo comportamento? Deve essere l’ego, perché la natura autentica, o l’anima non separata dalla natura autentica, non può rifiutare od odiare. Può solo avere le qualità della natura autentica, cioè amore, saggezza, comprensione e così via. In altre parole, il rifiuto ci rende semplicemente più identificati con la posizione dell’ego.</p>
<p><a title="Amore della verita 5.gif" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/amore-della-verita-5.gif"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/amore-della-verita-5.gif" alt="Amore della verita 5.gif" hspace="6" align="right" /></a>Nelle prime fasi del cammino, l’ego può essere un aiuto. Questo perché all’inizio non possiamo essere la nostra anima senza essere l’ego. Quindi, all’inizio è l’ego a compiere il lavoro, a seguire il cammino interiore. In realtà è sempre l’anima, ma qui essa è identificata con il concetto dell’ego. Col tempo, l’ego diventa trasparente e comincia a dissolversi. Ciò vuol dire che l’anima comincia a sperimentare se stessa senza questa lente di concetti e impressioni del passato. Senza tale lente, cominciamo a comprendere la realtà, cosa siamo davvero noi e il mondo. Per cui, in un certo senso l’ego muore, ma questo non vuol dire che esiste davvero un’entità separata che muore. Piuttosto, è l’anima che lascia cadere il concetto di ego. Possiamo sperimentare ciò come una specie di morte, ma questo avviene perché crediamo ancora di essere l’ego, e che quest’ultimo è un’entità reale ed esistente. Ciò che muore è la nostra ignoranza, non un’entità chiamata ego.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: Tu vedi negli aspetti essenziali della forza, la compassione, la chiarezza, la gioia e altri, il ponte tra l’umano e il divino. È in corso un acceso dibattito sull’ingegneria genetica. Ho come la sensazione che esiste la tentazione di cercare “l’essenza” dell’essere umano, in particolare i suoi attributi “migliori”, a livello biologico. Pensi che la manipolazione del DNA può aiutare a integrare gli stati essenziali o è solo un pericoloso “giocare a Dio”?</p>
<p>Hameed Ali: Queste qualità spirituali, in realtà, non sono altro che gli attributi del divino, nel suo manifestarsi e diventare immanente nel mondo e nell’anima. Possiamo sperimentarle nella nostra anima individuale e relazionarci a esse come alle nostre qualità, o alle qualità essenziali affioranti dal divino, e in tal modo fungono da ponte verso il divino nella sua dimensione trascendente.</p>
<p>Ho osservato che talvolta è difficile, per alcune persone, sperimentare certe qualità spirituali o essenziali, e in rari casi ciò sembra dovuto a una deficienza genetica. Penso che possa essere necessario che la composizione genetica dei nostri corpi diventi un vaso completamente trasparente delle qualità divine. Ciò mi riporta alla mente la scoperta dei geni della gioia e della maternità… Ma queste – la gioia e il nutrimento materno – sono due qualità essenziali, quindi potrebbero esistere altre qualità essenziali parzialmente regolate da geni specifici. Tale osservazione rafforza l’idea che il nostro corpo deve essere il più integro e completo possibile per poterci permettere l’esperienza del nostro potenziale essenziale. Quindi, se ci manca un determinato gene, o se il corpo o il cervello hanno qualche carenza, potremo avere delle difficoltà nell’essere aperti ad alcune qualità. E poiché nella genetica un gene è solo uno dei fattori determinanti, la sua mancanza non implica l’impossibilità di una qualità, né il suo possesso la presenza automatica di quest’ultima.</p>
<p><a title="Amore della verita 6.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/amore-della-verita-6.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/amore-della-verita-6.jpg" alt="Amore della verita 6.jpg" hspace="6" align="right" /></a>Se c’è del vero in questa idea, è lecito pensare che l’ingegneria genetica può essere di aiuto, fornendo i geni mancanti in grado di donarci l’apertura normale, o media, verso una particolare qualità essenziale. Ma ciò non equivale a dire che l’ingegneria genetica ci donerà l’illuminazione, perché a ogni modo già possediamo quasi tutti i geni necessari.</p>
<p>Questo è ciò che posso dire. Se la manipolazione del DNA può aiutarci a integrare ulteriormente gli stati essenziali, non lo so. Penso che l’ingegneria genetica può avere un potenziale spirituale, ma dubito che essa sostituirà il lavoro e la pratica interiori.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: Ho una forma di artrite da quando ero un ragazzo. Come per molte altre persone con malattie fisiche croniche, sul cammino spirituale ciò ha operato sia da stimolo che da frustrazione. Il fatto che anche tu hai delle limitazioni fisiche ha influito sul tuo cammino spirituale e i tuoi insegnamenti? In generale, in che modo il Diamond Approach considera il rapporto con il corpo?</p>
<p>Hameed Ali: Naturalmente, i miei limiti fisici hanno influenzato il mio cammino spirituale. La poliomielite che ho contratto all’età di due anni mi ha reso fisicamente vulnerabile e dipendente dagli altri, fatto questo che mi ha aiutato a diventare un individuo socialmente sensibile, ma anche interiormente autonomo. Inoltre, mi ha obbligato a volgermi all’interiorità per sperimentare la vita. Il fatto di dover usare una stampella per camminare ha inciso sul mio corpo in modo tale da non potere più trascurare ciò che sentivo dentro di me. Per cui, ho sviluppato una sensibilità e una dinamica vita interiore che sono sempre state indipendenti dalle situazioni esterne. La poliomielite ha creato un limite dal punto di vista fisico e sociale, ma ha anche permesso la crescita di una certa forza interiore.</p>
<p>Sembra che possiamo volgere a nostro vantaggio i limiti fisici, oppure, imparando a convivere con essi, possiamo maturare in modo non comune. Penso che ciò richieda innanzitutto altri elementi di sostegno, come un’educazione sana, un talento ecc. La cosa più importante è non gettare la spugna e non portare rancore, ma affrontare i nostri limiti e imparare a essere aperti alla vita e all’esperienza. Penso che la maggior parte delle persone tende a non affrontare in modo adeguato i propri limiti; diventano rancorose, arrabbiate, depresse o prive di intelligenza. Ma talvolta l’individuo riesce ad affrontare la situazione, sviluppando diverse qualità o capacità per venirne a capo o creare una compensazione.</p>
<p>Anche la natura del limite fisico è importante. Certi limiti possono interferire con la capacità di percezione, pensiero, intuizione, sentimento ecc. In simili frangenti è più difficile affrontare adeguatamente la situazione, e diventa meno probabile che l’individuo cresca e maturi grazie ai suoi limiti. Questo è ovvio nel caso del dolore. In presenza di alcuni dolori è ancora possibile pensare, contemplare e sentire, a patto che li affrontiamo e facciamo del nostro meglio. Ma altri sono di natura tale da rendere difficile l’applicazione di questa facoltà, e per essi occorrerà una forza d’animo maggiore di quella solitamente disponibile alla persona media. Ciò non vuol dire che in tali casi è impossibile crescere, ma che è più difficile e che occorre un aiuto maggiore. E quindi, solo raramente un individuo riuscirà ad affrontare la situazione in modo idoneo per la crescita e lo sviluppo interiori.</p>
<p>Possiamo pensare al nostro corpo come a una dimensione della nostra vita. Ciascuno di noi è un’anima la cui natura autentica è data dall’essenza, e dove il corpo rappresenta un vaso o un veicolo per l’esperienza e l’azione nel mondo. L’anima è il vaso dell’essenza, e il corpo è il vaso dell’anima. E così come l’anima deve essere trasparente all’essenza per farne l’esperienza e riconoscerla, il corpo – in quanto vaso più esterno della nostra esperienza – deve essere trasparente alle altre dimensioni. E come l’anima può essere trasparente all’essenza in alcune delle sue manifestazioni ma non in altre, lo stesso accade per il corpo. Quest’ultimo può essere trasparente in alcuni modi all’anima e all’essenza, ma non in altri. Può essere trasparente nella regione del cuore ma non in quella della pancia, oppure nella testa ma non nel cuore. Ciò fa sì che il nostro accesso avviene prevalentemente attraverso un centro o un altro.</p>
<p>La qualità più importante per la trasparenza del corpo, così come per l’anima, è la sensibilità. Ciò vuol dire che il punto non è se certi organi o parti del nostro corpo sono forti, sani e normali, ma quanto sono sensibili all’esperienza interiore e come influenzano la sensibilità dell’anima. I fattori che influenzano la sensibilità possono essere fisici, ma di solito sono le conseguenze psicologiche della situazione o del limite fisici.</p>
<p>Per <em>sensibilità</em> non intendo essere reattivi o troppo delicati; mi riferisco alla capacità di sperimentare stimoli di un’intensità e una qualità sempre maggiori senza interruzioni o chiusure.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: Il mondo è nel caos ecologico, sociale e politico. Esistono insegnanti secondo i quali ciò che sta avvenendo è solo un’illusione, “maya”, e non dovremmo preoccuparci, a meno che il nostro <em>corpo-mente</em> non sia meccanicamente programmato per affrontare questi argomenti. Potrebbe essere un’altra forma di attaccamento, ma la prospettiva della fine dell’incredibile esperimento della vita muove qualcosa dentro di me. I ricercatori spirituali possono avere un ruolo nella cura del corpo e dell’anima del mondo?</p>
<p>Hameed Ali: So che secondo alcuni insegnamenti il mondo è un’illusione, ma penso che questa sia un’eccessiva semplificazione che non comunica il messaggio originario. È una frase che cattura l’attenzione, ma la verità è più sottile e interessante. Quando cominciamo a riconoscere la visione egoica del mondo come fondamentalmente concettuale, tale visione appare illusoria. Percepiamo il mondo come un’illusione, ma andando più a fondo scopriamo che la sensazione di tale illusione è dovuta al fatto che stiamo ancora considerando la concezione egoica del mondo. Essa non dice nulla sul mondo. Ma quando guardiamo direttamente e immediatamente – cioè quando i concetti dell’ego sul mondo si sono dissolti – il mondo appare reale, ma come un’espressione di luce e presenza. Scopriamo che la percezione del mondo da parte dell’ego è una distorsione della condizione vera del mondo, del mondo autentico.</p>
<p>Abbiamo due modi per stare in questo mondo autentico. O siamo la natura autentica del mondo, ciò che lo rende reale, che trascende le forme del mondo; oppure siamo la natura autentica che si manifesta sotto forma di anima individuale. In quest’ultima condizione sperimentiamo il nostro io non solo come trascendente, ma anche come un organo, un’azione o una percezione del trascendente.</p>
<p>In tale mondo autentico ogni cosa appare giusta e perfetta. Ma questo non vuol dire che i particolari del mondo, lo stato delle cose, rientrino nella nostra definizione di perfezione. Più che altro, il nostro sguardo è rivolto alla natura fondamentale del mondo, che è purezza e perfezione.</p>
<p>In altre parole, possiamo scorgere la purezza autentica e riconoscere allo stesso tempo che lo stato delle cose non è salutare per gli esseri umani, ed è qui che la natura autentica manifesta il suo amore e la sua compassione. Possiamo impegnarci, nel senso che la nostra compassione ci porta a vedere la sofferenza e a sentirci inclini ad alleviarla. Allo stesso tempo, comprendiamo che il vero problema non è lo stato particolare delle cose, ma l’ignoranza della natura autentica, che è sottintesa alla dolorosa situazione generale. Riconosciamo che solo attraverso la dissoluzione dell’ignoranza un essere umano può essere libero, ma possiamo anche vedere che, per dissolvere questa ignoranza, la nostra compassione e il nostro amore agiscono in modi che corrispondono a uno stato delle cose più sano. In altre parole, più siamo realizzati, più comprendiamo le vere ragioni della sofferenza e del conflitto, e ci rendiamo conto di quali azioni saranno di aiuto. Di fatto, l’azione della realizzazione autentica è sempre diretta alla guarigione del mondo, ma potrebbe non manifestarsi nei modi in cui ci aspettiamo. Può succedere. Ma nello stato di realizzazione, esiste qualcosa come un’<em>azione nel mondo</em>?</p>
<p>Nella condizione trascendente vediamo che nessuno può agire, che ogni azione è fondamentalmente la trasformazione della sembianza dell’essere divino. In altre parole, non esistono azioni individuali. Ma questo è un punto sottile, perché anche se tale è l’esperienza dell’individuo realizzato, quest’ultimo sembra agire in modi che tendono a risanare la situazione intorno a lui/lei. Quindi, è vero che è un’illusione cercare di fare qualcosa, ma questo tipo di comprensione si accompagna a un grado di realizzazione in cui gli eventi intorno a tale individuo cominciano a muoversi verso l’integrità. Quindi, anche se non si stanno compiendo azioni individuali, lo stato delle cose si trasforma per riflettere le perfette qualità della realizzazione: per esempio, l’intelligenza, l’amore e la compassione. Inoltre, dal punto di vista delle persone intorno all’individuo realizzato, quest’ultimo sembra agire in modo sano e salutare.</p>
<p>Nella condizione personificata in cui siamo l’anima inseparabile dalla sua fonte – una cellula nell’essere divino – capiamo che possiamo compiere azioni individuali, ma tali azioni sono in realtà quelle del divino che si manifesta tramite noi. Quindi, c’è la percezione dell’azione individuale, ma anche il riconoscimento che esiste una sola entità ad agire. In tale condizione sperimentiamo le nostre azioni come prive di sforzo e salutari per lo stato delle cose, sia per gli altri che per l’ambiente.</p>
<p>Per cui, l’attaccamento in questo caso non riguarda l’atto di aiutare il mondo, ma la convinzione che l’atto individuale sia una verità assoluta. Se, volendo aiutare il mondo, ci stiamo meramente aggrappando alla nostra convinzione del carattere assoluto dell’atto individuale, siamo di fronte a un attaccamento che riflette un’illusione. Ma l’azione può fluire senza che noi si assuma questa posizione. In tal modo, l’azione può apparire una parte dello svolgimento universale delle apparenze del mondo, oppure l’azione del divino che si manifesta attraverso un’anima individuale.</p>
<p>Se osserviamo la vita degli individui realizzati, tutti hanno contribuito a risanare l’ambiente che li circondava, umano, animale o inanimato. Un modo migliore di dire la stessa cosa è affermare che gli individui davvero realizzati contribuiscono al cammino generale dell’umanità e del mondo verso una maggiore consapevolezza della natura autentica.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: Pensi che il sistema scolastico e sociale possa favorire il riconoscimento e l’integrazione delle qualità essenziali nei bambini?</p>
<p>Hameed Ali: Certamente, ma non sempre questo accade. Il punto non è se i bambini possono, ma se c&#8217;è la volontà in questa direzione. E ciò significa che le persone dietro tali sistemi devono essere sagge abbastanza da includere tale educazione nei sistemi stessi. Sono esistiti dei casi, nella storia, in cui persone sagge nei posti di potere hanno patrocinato insegnamenti e valori spirituali, favorendo la loro diffusione nella società. Questo è avvenuto nella tradizione ebraica, sufi, buddista e in altre. Generalmente, ciò accade in alcune comunità all’interno della società, che probabilmente in qualche caso hanno incluso l’educazione dei bambini. Un esempio interessante è quello dell’epoca greco-romana, quando i potenti mandavano, talvolta, i figli a studiare dal sapiente dell’epoca, come Platone in Alessandria e Plotino a Roma.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: I Veda hanno prodotto non solo conoscenza spirituale, ma anche il sapere scientifico dei tempi antichi. Si dice che tale sapere sia stato scoperto da esseri illuminati attraverso stati meditativi. La tecnica di esplorazione da te insegnata può essere applicata alla medicina, la fisica, la cosmologia, la scienza sociale e altri campi scientifici? In tal caso, cosa ci sarebbe di diverso rispetto all’attuale ricerca scientifica?</p>
<p>Hameed Ali: Senza dubbio. L’esplorazione, nel Diamond Approach, consiste di ricerca e indagine, e può applicarsi a qualsiasi campo di attività. È mio desiderio che questo accada, a un certo punto. Saranno necessarie alcune modifiche per favorire l’adattamento a ciascun campo, e bisognerà trovare un modo per includere l’esplorazione nella consapevolezza del ricercatore.</p>
<p>Oggi, il nostro metodo scientifico cerca di isolare il ricercatore (come abbiamo già detto), ma non esiste una ragione indiscutibile per non includerlo. Ciò crea un’approssimazione migliore di quella cartesiana. Comunque, non è una cosa semplice come il metodo cartesiano, che cerca di isolare il più possibile il ricercatore dall’oggetto di ricerca. L’individuo medio non può farlo, e questo vale per la maggior parte dei nostri scienziati. Penso che se ciò accadrà, sarà grazie agli scienziati che hanno già una certa realizzazione e comprensione della consapevolezza e della sua natura. Credo che sarà interessante vedere in che modo la scienza si svilupperà partendo da questa prospettiva più vasta e profonda. Nella filosofia della scienza potrebbe verificarsi una rivoluzione simile a quella Einstein provocò nella fisica.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: Ti ho sentito dire che esiste una relazione tra gli aspetti essenziali e il sistema endocrino. Potresti dire qualcosa al riguardo?</p>
<p>Hameed Ali: Non ne so granché. Ma so che, così come l’energia-shakti e il sistema dei chakra sono collegati al sistema nervoso e ai vari plessi, gli aspetti essenziali e il sistema “lataif” sono collegati al sistema endocrino e le sue ghiandole. Come esperienza, l’energia shakti è simile a una scarica elettrica, mentre la presenza essenziale è simile allo scorrere dei fluidi. Credo che sarebbe interessante svolgere una ricerca dettagliata su questa corrispondenza.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: La tua scuola ha l’aspetto di una scuola misterica, con poca pubblicità, mentre i tuoi libri, anche se molto apprezzati dai ricercatori, sono stati pubblicati in proprio e non hanno raggiunto il mercato di massa. Da un paio di anni hai cominciato a pubblicare con un grosso editore e il tuo nuovo libro, <em>Inner Journey Home,</em> avrà una grossa promozione. Quali sono le nuove sfide, e cosa provi a essere oggetto di attenzione da parte dei media e delle masse? Quale sarà l’argomento di I<em>nner Journey</em> Home?</p>
<p>Hameed Ali: La mia funzione è trasmettere il Diamond Approach in tutti i modi possibili. L’idea è quella di raggiungere il massimo numero di persone in sintonia con esso, affinché lo usino secondo le loro possibilità. Faccio questo attraverso gli insegnamenti, il training per insegnanti, gli eventi pubblici e le pubblicazioni. Parte della funzione delle pubblicazioni è rendere disponibile alla gente il nuovo paradigma e le intuizioni del Diamond Approach. Le pubblicazioni non sono un metodo efficace come l’insegnamento, ma hanno la loro utilità, in quanto sono educative (nel senso positivo della parola).</p>
<p>Se questo richiederà l’attenzione dei mass media, non mi è chiaro. Personalmente tendo a essere riservato, e non mi piace l’attenzione delle masse. Ma se ciò comincia ad accadere e aiuta la trasmissione degli insegnamenti a un numero maggiore di persone, continuerò su questa strada, come parte del mio servizio all’insegnamento.</p>
<p>Pubblicando con la casa editrice <em>Shambhala</em>, l’intento è, in parte, allargare il pubblico raggiungibile dai libri. Questo, in realtà, non è il livello dei mass media.</p>
<p>Non stiamo cercando di divulgare gli insegnamenti a livello delle masse, perché il nostro lavoro si basa molto sulla figura dell’insegnante, e possiamo accogliere solo un numero di studenti proporzionale ai nostri insegnanti. Ma i libri non hanno questi limiti, e possono raggiungere un pubblico molto più vasto senza che la scuola debba accogliere nuovi studenti, anche se ciò ci metterà più pressione.</p>
<p><em>The Inner Journey Home,</em> in pubblicazione nella primavera del 2004, è in parte un libro sull’anima e in parte una panoramica particolareggiata del cammino del Diamond Approach. La prima parte è una descrizione dettagliata dell’anima, che ne analizza la natura, le proprietà e funzioni, le dimensioni, la crescita, la realizzazione e la maturità. Il Diamond Approach sviluppa l’antico concetto occidentale dell’anima, esposto per la prima volta da Socrate e ampliato dalle scuole esoteriche delle tradizioni monoteiste, fino a includere il moderno campo della psicologia e la nozione dell’io. L’accento è su come l’anima è ciò che siamo, la nostra consapevolezza individuale, che ha l’essenza come sua natura e fondamento ontologico, ma che tra le sue dimensioni o possibilità include anche ciò che chiamiamo <em>mente, cuore e volontà.</em></p>
<p>Il libro analizza nei dettagli il modo in cui l’anima si evolve nell’io comune attraverso lo sviluppo dell’ego, e come e perché questo l’aliena dalla sua natura essenziale.</p>
<p>Tutto ciò viene riconosciuto come uno stadio di un processo più vasto di evoluzione che comprende lo sviluppo essenziale, la realizzazione della natura autentica e l’integrazione di quest’ultima nel mondo, sotto forma di individuazione e maturazione dell’anima. Il libro poi tratta in modo particolareggiato la natura essenziale dell’anima, le dimensioni della natura autentica e la loro realizzazione e integrazione nel cammino; include un esame molto approfondito, sottile e dettagliato della natura autentica; si chiude con un’analisi del viaggio di discesa e l’integrazione di tutte le dimensioni della Realtà autentica, la condizione autentica dell’esistenza, oltre ai suoi rapporti con l’idea di un Dio personale.</p>
<p>Un tema importante che percorre tutto il libro è il legame tra gli insegnamenti del Diamond Approach e la tradizione del pensiero occidentale. Viene analizzato in che modo il Diamond Approach è una possibile e positiva evoluzione della cultura e dei valori occidentali. Ciò viene fatto esaminando la dissociazione e l’unità delle nozioni di Dio/Essere, io/Anima e mondo/Cosmo.</p>
<p>Per maggiori informazioni su libri e articoli di Almaas, <a href="http://www.innernet.it/wp-admin/if%28confirm%28%27http://www.ahalmaas.com/%20%20%5Cn%5CnThis%20file%20was%20not%20retrieved%20by%20Teleport%20Pro,%20because%20it%20is%20addressed%20on%20a%20domain%20or%20path%20outside%20the%20boundaries%20set%20for%20its%20Starting%20Address.%20%20%5Cn%5CnDo%20you%20want%20to%20open%20it%20from%20the%20server?%27%29%29window.location=%27http://www.ahalmaas.com/%27">http://www.ahalmaas.com/<br />
</a>Il sito della scuola Ridhwan: <a href="http://www.innernet.it/wp-admin/if%28confirm%28%27http://www.ridhwan.org/%20%20%5Cn%5CnThis%20file%20was%20not%20retrieved%20by%20Teleport%20Pro,%20because%20it%20is%20addressed%20on%20a%20domain%20or%20path%20outside%20the%20boundaries%20set%20for%20its%20Starting%20Address.%20%20%5Cn%5CnDo%20you%20want%20to%20open%20it%20from%20the%20server?%27%29%29window.location=%27http://www.ridhwan.org/%27">www.ridhwan.org</a></p>
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<p>Traduzione di Gagan Daniele Pietrini<br />
Copyright: Innernet.</p>
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		<title>Loving the truth for its own sake, an interview with Almaas</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Aug 2009 07:02:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Toshan Ivo Quartiroli</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Psicologia e spirito]]></category>
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		<description><![CDATA[The Diamond Approach, the path created by Hameed Ali, better known by the pen name A.H.Almaas, emphasizes loving the truth for its own sake. This research takes place through a process of inquiry that includes the subjectivity of the researcher and his personal history as a way to reach objective knowledge of the soul and [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="Almaas4.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/almaas4.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/almaas4.jpg" alt="Almaas4.jpg" hspace="6" align="left" /></a>The Diamond Approach, the path created by Hameed Ali, better known by the pen name A.H.Almaas, emphasizes loving the truth for its own sake. This research takes place through a process of inquiry that includes the subjectivity of the researcher and his personal history as a way to reach objective knowledge of the soul and of the divine. In this interview, Hameed Ali speaks about the research, the researchers and the nature of the soul.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: The search for the truth in the West (including the scientific, philosophical and metaphysical) developed through different stages. In the Scholastic tradition, the subjectivity of the inner contents was taken into account, then came Descartes, who rejected this tradition. For the sake of a &#8220;clear and distinct perception&#8221; he deemed it necessary to detach ourselves from our subjectivity and take an objective, &#8220;God-like&#8221; approach. After all, according to the Judeo-Christian view, God created man in the last day of creation, and in the image of God. According to this belief the creation is something external to human beings, something that existed before the human mind and soul were around. So, in order to know the creation and the creator&#8217;s mind, man should trace God&#8217;s path and look for what is beyond the human. And, since man was born in sin, there wasn&#8217;t much good to discover anyway. Copernicus&#8217;s view of astronomy, no longer earth-centered, was possible from this new approach, as were many other scientific and technological developments. The modern era was characterized as being scientific, materialistic and &#8220;objective&#8221; one. But Kant was already starting to sabotage this paradigm, saying that we will never know the &#8220;thing in itself&#8221;. Later on, came quantum physics with the uncertainty principles and then the Gödel theorem limiting the scope of formal systems. In this post-modern era there is no more safe terrain for the truth. Your inquiry technique seems to be a new stage in the pursuit of truth, since it is fuelled by both the subjective and objective approaches to reality, and you affirm that the inner knowledge can be even more objective, clear and precise than the outer one. This reverses the foundations of the western culture between inner/subjective and outer/objective. How can you have objective truth in the realm of the human experience and how do you inquireinto that?</p>
<p>Hameed Ali: This is a good question and it will be important for people who grew up in the West to understand this point, for it may influence the way they look at spiritual experience and enlightenment. First, the way I work with truth in terms of objectivity and subjectivity does not actually reverse the foundations of Western culture. In fact, it rather goes back to the real foundations that our modern West has all but forgotten. In other words, the way I teach the Diamond Approach is a development of the Western way of researching truth, but done in a way that unifies what has been dissociated in the last few hundred years. It is a new stage but a stage that basically develops potentials that already existed in Western history.</p>
<p>Originally, as in the old Greek culture or the old Hebraic/Christian origins, or as the scholastic tradition that you mention, there was no dissociation between the objective and subjective views of things. The separation and dissociation happened around the age of enlightenment, even though it began earlier in the development of Christian thought. I think the separation served Western civilization for it lead to Western science and its technological advances, but at the same time it created a dissociation that is not inherent in reality and knowing, which has its own alienating effects.</p>
<p>In my understanding, knowing is much deeper than it is viewed now by our positivist philosophy. Knowing has a mystical or intuitive ground, which is the direct knowing of content of experience, usually termed gnosis. The Greeks understood this well in their concept of Nous, the higher or divine intellect. Plotinus clearly taught that knowing and being are inseparable in the Nous. But Western thought, which understood the Nous kind of knowing both in Greek thought and Hebraic thought, developed in such a way to separate the two dimensions or elements of it. In the Nous kind of knowing there is the presence of Divine Mind or Intellect, which is a field or ground of awareness, and there are the forms that manifest within it as objects of knowing. The forms are forms of the field of presence, but since this presence is the presence of consciousness this fields knows these forms. It knows them directly because they are forms of its own field; its knowingness pervades all the forms.<span id="more-550"></span></p>
<p>The development of Western thought, for various reasons good and bad, dissociated the ground of knowing, the being or presence, from the forms that this ground manifests. These two elements became then, generally speaking, emphasized and developed in two different fields. The ground of being became the concern of the field of metaphysics, religion and mysticism; and the forms became the concern of the newly developing scientific fields. Religion and mysticism started emphasizing that the ground of Being, or monotheistically the divine presence, is mysterious and inherently unknowable. And that its experience is antithetical to logical and scientific or experimental kind of inquiry.</p>
<p>In the scientific and positivistic direction, what remained of the ground of awareness and knowing became simply the individual knower, the self with its knowing mind. The forms of knowledge became disconnected objects not directly related to the knower. And knowing became the observations of the separate self of objects of knowledge. The idea developed, as you mention with the help of Rene Descartes, that the forms exist on their own, and can be known as they are if the self observes them from a distance and not interfere with them with its subjectivity. So objective knowledge developed to mean knowing the objects of knowledge without the subjective biases of the self or researcher.</p>
<p>Now, in the Diamond Approach, we agree with this definition of objective knowledge: that it is knowledge free of the mixing in it of the subjective biases of the knower. However, we do not share Descartes view that the way to objectivity is by sterilizing the situation of inquiry, by removing the subject from the field of inquiry. First, we know from our fundamental understanding of knowing that we cannot completely separate the knowing subject from the object of knowledge. We cannot because the knowing subject is nothing but the collapsing of the field of presence and awareness into a knowing self. We also know that these objects of knowledge are nothing but the reification of forms that arise in this field, and inseparable from it. Hence, Descartes formula works only as an approximation, and cannot be applied absolutely. I think Quantum theory has already discovered this limitation as formulated in Heisenberg’s uncertainty principle, which simply means that we cannot totally dissociate the observer from the phenomena observed.</p>
<p>Descartes’ formula worked as an effective approximation, and still works effectively in most fields of scientific inquiry because these fields cannot penetrate to the regions where this approximation collapses. We can actually view Descartes’ philosophy of science as an approximation similarly to how Newton’s classical theory of physics is a good working approximation to the laws of physics. Now we know that Newton’s physics collapses at the two extreme ends of the scale of physical measurements, where the general theory of relativity and quantum theory have replaced it as more accurate in the domains of macro and micro distances, respectively.</p>
<p>When it comes to understanding consciousness and the nature of the soul and God, Descartes’ approximation is again not adequate. Mysticism has always understood this and knew that true understanding of spiritual realities can only happen through direct experience, through knowing by being, by identity of knower and known. However, mysticism and most spiritual teachings believed that logical or rational knowledge are antithetical to such mystical knowing or gnosis, what the Hindu termed jnana, and the Tibetans yeshes. So it has been believed now for a long time that mystical or direct spiritual knowledge can only be vague, intuitive, mysterious, nonconceptual, incommunicable and so on. This is, in my view, due to the same dissociation, believing that the specifics and precise forms are separate from the ground of being and knowing, and that to pay attention to such specificity will disconnect us from mystical experience.</p>
<p>In the Diamond Approach, we agree more with the ancient Greeks, like Pythagoras, Plato and Plotinus, that the ground of being, the nous, is the ground of the platonic ideas, the various forms of manifestation. In other words, we take the view that direct mystical knowing and the knowing of specific forms in precise details, can be wed, because they are originally one and nondual. This means that we can have a mystical knowledge, which is knowledge by identity, that can be precise, clear, specific and detailed.</p>
<p>This has two consequences that respond to your question. First, there can be scientific knowledge that is direct knowledge; meaning precise and detailed gnosis of forms of manifestation. There is no dissociation here, and hence it is free of Descartes’ approximation. In fact, because we are not relying on an approximation, but on the truth of reality, our knowledge can be totally precise and clear. It can penetrate to regions not accessible to the ways of inquiry that depend on Descartes’ approximation. This is necessary for understanding consciousness, existence, soul, God, spirit and so on. They are like the micro and macro of scientific measurements, but in the field of psychology and metaphysics.</p>
<p>But how about objectivity; how do we assure objectivity, or that our subjective biases are not involved in this knowing?</p>
<p>I think the belief of many spiritual teachings that the mystical experience is antithetical to mind and reason opens such experience to such subjective biases. And this has been the criticism of scientists and philosophers of science of this kind of experience. However, Descartes’ approximation will not work, for it will dissociate us from the mystical element, that of direct experience, or knowing by being. However, there is another way, a way that the Diamond Approach applies in quite an effective manner. This is to include into our inquiry not only what we experience or know, but the subjective pole itself. We include looking into the knowing subject, the self, in the inquiry into spirit, God, or whatever. Our inquiry is always not only into what we experience, but also into our attitudes and reactions to our experience. This way we see our subjective biases, and how they influence our experience. By seeing through these subjective biases our knowledge of what is going on becomes gradually more objective.</p>
<p>As we see our biases, beliefs, positions, desires and so on, they begin to dissolve, especially because our inquiry is motivated by the love of truth for its own sake. Since we truly want to know what is going on, we are willing to surrender our biases because we can see directly how they obscure the truth we love. Our objectivity expands as our knowledge deepens. Objectivity expands as subjective biases are seen and surrendered. This is a process that continues throughout the path of inquiry into experience, where the truth of experience gradually manifests as our biases are exposed and surrendered.</p>
<p>We find different degrees of objectivity, where each degree is objective within the subjective framework we work with. In other words, if we use the framework that we are separate individuals in the ordinary world, then objective truth means something different from objective truth in a framework that does not hold such assumptions of separate individuality. Again, objectivity means something different depending on whether we assume existence and nonexistence are two antithetical opposites or inseparable and coemergent.</p>
<p>This approach does not participate in Descartes’ approximation because it recognizes that it is not possible to isolate the self from the object of inquiry. It relies on the view that the awareness and knowingness of the self is the field that constitutes the substance of all the objects of inquiry. It achieves objectivity by clearing the knowing awareness from its subjective biases. It first includes these biases in its determination of what is going on, but in deeper stages of the path, it can inquire free of these biases. The dissolution of these biases and positions at some point include the dissolution of the belief in a separate self, and the belief that the objects of study are separate objects from the inquirer.</p>
<p>Objectivity is complete when there is no more separate self to hold biases, which is the same station as recognizing that all the forms of manifestation are forms that our awareness and presence assumes. This is the enlightened view that we arrive at by learning to be truly and fully objective. This view actually transcends the uncertainty principle of quantum theory, because there is no more an observer separate from the observed. We see that the uncertainty principle is true as long as there is duality, but in the enlightened view there is no more duality of observer and observed. It is one phenomenon that knows itself totally, completely, objectively and precisely, but nondualistically. It knows itself by being itself with full and diamond sharp discrimination. Here, we see that even the uncertainty principle is an approximation, a finer one than Descartes’ but an approximation nevertheless, because it ends up making our knowledge probabalistic. I believe Einstein had an inkling of this when he could not adopt the quantum view completely; he thought God does not throw dice.</p>
<p>I think this kind of inquiry, which is totally open minded and totally open ended, unifies the scientific logical investigative attitude with the mystical approach of direct experience. This way was known in the ancient Western world, as attested to by Pythagoras’ use of mathematics in spiritual inner work, but did not develop much because of the bifurcation between religion and science that began in the renaissance and the enlightenment. There is no reason why it cannot develop further, as we have done in our work, and there is no reason why science cannot adopt it, at least in principle. It is difficult to practice such inquiry scientifically because we still do not know how to include the subjectivity of the researcher into his research, but I think at some point we will need to, if we are serious about finding the secrets of existence. There are already some indications of such development in some scientific areas, as in the view that we need to include consciousness to have a unified theory of the universe.</p>
<p>I go into more detail into this view of knowledge in the book, <em>Inner Journey Home,</em> and I discuss further the implications for Western thought and culture. The discussion in the book builds up with the deepening and expanding understanding of reality that the Diamond Approach makes available.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: You teach that there is an objective common core in every human being regarding how the soul manifests itself and functions, that goes beyond the personal history conditionings, beyond beliefs and self-images. But at the same time the personal history can go as deep as preventing or facilitating the union with the divine. For instance, a difficult merging stage with the mother or a cognitive belief such as “there is just one son of God and nobody else can merge into him in this lifetime” can prevent the merging with the divine. How did you discriminate between what is common in the soul of human beings and what is personal history or culturally induced? Is this common part the same thing as what is called the “perennial philosophy”, that sees a common core among the different spiritual traditions?</p>
<p>Hameed Ali: It is the brand of inquiry we practice in this path that makes it possible to know what is historically incidental and what is inherently universal. When we inquire into our experience and perception we begin to see the presence of our subjectivity in it, forming or patterning it. As we see through these subjective beliefs, positions, ideas and so on, and recognize them as such, they begin to dissolve. All historical and cultural influences are content of this subjectivity. Since they do not exist inherently in the present moment, but are carried into it from the past through memory and conditioning, understanding them tends to melt them away. However, the elements of the experience that are inherently present and are not carried from historical influences, do not dissolve, because they are truly present. Understanding them tends to reveal them further and show their inherent reality. In other words, inquiry just as other spiritual methods in general, tends to dissolve the ordinary mind with its content. All cultural and historical influences are content of this mind, of the nature of thought, and hence will dissolve under the scrutinizing eye of inquiry.</p>
<p>What remains will be what is fundamentally present. Also, patterns or patterned processes that remain will be seen as fundamental. However, fundamentally existing does not necessarily mean universal, or objectively common to all people. For it might be genetically determined, for example, by one’s heredity. But here the scientific approach helps a great deal. Just as science can determine whether some properties of objects are common to all the classes of such objects, as in the example of properties of water to all water molecules. Science does this in many ways, but one important way is the principle of repeatability. As long as we can repeat the results for any experiment we ascertain it is determined to be valid. We do the same in our work. We do not only ascertain whether something is fundamentally present, but whether repeated observations and inquiry with many people lead to the same result. So again it is the principle of repeatability.</p>
<p>The Diamond Approach actually has a kind of intelligence in its inquiry that gives it the possibility to ascertain whether something is fundamental or not, and whether it is universal or not. This has to do with the intelligence of the Diamond Guidance, the essential intelligence that guides the inquiry. When this guidance is integrated, which partially means we can inquire while seeing our subjective biases, it becomes clear what is fundamental and what is universal. I use both this direct intelligence and the scientific method combined to arrive at objectivity regarding these matters. I discuss our inquiry and its intelligence and objectivity in great detail in my book, <em>Spacecruiser Inquiry.</em></p>
<p>Is this common part what is called the perennial philosophy? Yes and no. Yes, if by perennial we mean what is universal to all souls. However, my understanding is that the perennial philosophy goes further than this. It takes the view that all spiritual teachings of mankind are different formulations of the same truth, experience or perception. Then it is no. I do not think that it is true that the Buddhist void is the same thing as the Sufi love, and both are the same as the Christian Father, and all of these are the same as the Taoist Tao, and so on, but formulated differently.</p>
<p>My understanding is that each genuine teaching refers to something fundamental and universal for all human beings, but they do not necessarily refer to the same fundamental and universal truths. There are many fundamental and universal truths, as there are many dimensions and facets of true nature or reality. Each teaching tends to emphasize a certain fundamental and universal truth, dimension or facet. So they are talking about the same thing, but not exactly. The differences are not simply due to different formulations or conceptualizations. They are more due to different emphasis and different facets of truths. More exactly, they are different because the various teachings have different logoi of teaching. Each teaching has its own unique logos: language, view, logic and dynamic. The same with the Diamond Approach; the understanding of essence and soul is unique to it. You can find similarities with other teachings, but you won’t be able to find sameness. I discuss the question of logoi of teachings in <em>The Inner Journey Home</em>, in an appendix.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: In the Diamond Approach I haven&#8217;t seen much emphasis on enlightenment, as it is discussed in other traditions or schools. What is the role of this &#8220;event&#8221; in your teaching? In particular, what do you think of the &#8220;sudden&#8221; enlightenment Advaita-like? Is it possible to by-pass the practices and the psycho/spiritual inquiry and be permanently liberated?</p>
<p>Hameed Ali: I use the concept of enlightenment sparingly because I use it in a technical way. I do not mean simply the experience of true nature, the recognition of true nature, or even the realization of or abiding in true nature, whether nondual or not. Many people, including many teachers, use the term in these above senses. That is why I usually use the concept of realization, which I differentiate from enlightenment, even though I am aware that many teachers use the two terms interchangeably.</p>
<p>By realization I mean the ability to abide in true nature, to recognize and be true nature. Since true nature has many dimensions, or degrees of subtlety, there are degrees or levels of realization. Also, because there are many degrees of completeness of realization of or capacity of abiding in true nature, there are many levels of realization. Hence, realization can develop and mature, by realizing true nature in subtler, deeper or more total ways, and by the completeness of such capacity of abiding. This implies that one can attain a degree of realization but there still remain some obscurations, issues, unworked out personal or historical conditioned manifestations, or the possibility of the arising of such.</p>
<p>When realization becomes full and permanent I call it enlightenment. This has two sides. One is that there are no more obscurations or the possibility of the development of obscurations. No more issues, no more inner lack of clarity and no more inner limitations of one’s experience. The other is the full and permanent awareness of the totality of true nature, in all its subtlety and dimensions, with the total freedom for it to manifest in whatever way necessary. Together they imply permanent living in the fullness of the real world, without holding to any particular teaching or perspective, or view of enlightenment or need for it.</p>
<p>Since many teachers use enlightenment to mean what I refer to as realization it obviously has a place in the Diamond Approach. It is an experience that begins a permanent kind of attainment. There are many kinds and degrees in the Diamond Approach. What is called sudden enlightenment basically refers to a distinction between building up to an experience or discovering it whole. I think the distinction happened mostly in the history of Buddhism, because of the distinction it has had between emptiness and Buddha nature. The schools that believe the ultimate reality is emptiness tend to think of gradual enlightenment, because emptiness is realized by chipping away at the self. The Buddhist schools that believe the ultimate reality is Buddha nature, which is some eternal presence, tend to think of sudden enlightenment. This is because you discover it as it is, since it is primordially complete and whole. However, in both there is a path where practice needs to be done continually. This is the case in Zen, the most well known teaching that teaches sudden enlightenment. Zen definitely includes long term practice, even though it believes in sudden realization. Furthermore, as it is well known, Zen conceptualizes many kinds and degrees of Satori, or realization. It is said that after every satori there is another satori. In other words, even in schools that formulate their teaching as sudden enlightenment or realization, it is not usually envisioned as one cataclysmic experience that finishes the whole path, without any remaining practice, work or integration.</p>
<p>This is the case in Advaita Vedanta too. Otherwise, how can we understand the different degrees of depth or expansion of realization of their various gurus and teachers?! Just the fact that a teacher says he is enlightened does not mean he is enlightened to the degree of another teacher, or has the same kind of enlightenment. Also, it does not mean that he or she has no more work to do. Usually, the traditional teachings, like Vedanta, conceptualize the work needed after such experience as integration. But integration is not a matter of going about your business and everything just happens on its own. Otherwise all Vedanta teachers will be the same in depth and power of their realization. The integration is actually a matter of seeing through ignorance, habits, positions, assumptions, patterns and so on. This is not different from the work one does before such experience, except that now one is informed by the wisdom from this experience, and possibly by the continuing remaining in such experience.</p>
<p>I think when we do not have the debate as Buddhism had, that of between emptiness and eternal ground, there is not much point in the distinction between sudden or gradual enlightenment. Essence is discovered as it is; it is not built up gradually. At the same time the mind sheds its ignorance or attachment to such ignorance piecemeal.</p>
<p>In my personal case, very early on I had an experience that can be called enlightenment where the ego totally dissolved into the ocean of consciousness and love. There was a total cessation of consciousness that lead to such cosmic perception. But that experience began a whole path that revealed many qualities and dimensions of true nature, and where I went through the ego segment by segment, issue by issue. This path was again punctuated by discoveries and realizations that can be called sudden enlightenment. After many years on the path I finally arrived at the place of the initial enlightenment, but then the unfoldment continued to further stations and newer levels of realization. So in a sense, my journey combined both the sudden and gradual paths. I believe this is what usually happens to most individuals, regardless of what teaching or path they follow.</p>
<p>There are rare instances of individuals suddenly finding themselves in the absolute, and remaining therein, without them going back to integrate other dimensions. But this is not the usual, not even in Vedanta or Zen. And even in such cases there is still the work of integration. I do not think there is a way of totally bypassing working out one’s ignorance and patterns, unless we are content with partial realization.</p>
<p>We also need to remember that in the Diamond Approach we see that there are two threads for the path. One is that of discovery and realization of true nature. The other is that of individuation of the soul, which is the maturation of the human being. This latter one is bound to be a gradual development and growth for it has to do with integrating one’s life’s experience and capacities into ones realization.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: Which are the most important qualities that a researcher should integrate in his path?</p>
<p>The most important, in my view, is loving the truth for its own sake.</p>
<p>This implies having a totally open mind, totally open to whatever truth we may find. Also, the researcher needs to have an open ended attitude, not expecting or wanting any particular end or result. This means it needs to have the attitude of pure scientific research. Otherwise, one’s research will be biased by one’s own subjective desires and goals. The researcher also needs a heart involvement, where there is passion, enjoyment, playfulness, and involvement without attachment. It helps a great deal to have courage, intelligence and focus.</p>
<p>I discuss all these in detail in <em>Spacecruiser Inquiry</em>, where I spend a whole chapter on each of these qualities as they pertain to inquiry and research.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: How is it that the behaviour of some of spiritual teachers is sometimes questionable around power, sex and money issues? Is it because they are &#8220;beyond&#8221; human values and morality or because they are actually &#8220;below&#8221; because they haven’t worked out the psychological issues concerned?</p>
<p>Hameed Ali: Spiritual teachers are just like other human beings. If they have not worked through some personality conflicts and issues these can manifest as such behavior. Such unclarified personality tendencies can even become more exaggerated under the pressure of greater expansion and energy that comes from realization. This is similar to ordinary individuals when they attain to positions of power or wealth; these situations sometimes exaggerate their already existing tendencies.</p>
<p>It is true that some traditions talk about crazy wisdom or something like that, but these traditions think of that as a quite rare and advanced possibility, that is rarely attained. I think the known stories of aberrant or questionable behavior of teachers usually indicate that these teacher are of limited realization. There is no such thing as a neurotic enlightened being. When teachers are neurotic or behave in a strange way it usually indicates that they have not worked out some personality issues and animal tendencies. So even though they have attained to a measure of realization the realization is not complete, which means it is not enlightenment yet.</p>
<p>When we understand this situation then there is nothing unusual or difficult to understand about such stories. Some people cannot understand such stories because they assume the individuals are fully enlightened, so they have to find some far out explanations or just get confused.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: For a long time the human soul has been considered out of the domain of western science. When finally psychoanalysis came, what was looked for was mainly the dark side, neuroses and psychoses, evidently a deep belief that somehow the soul was created as corrupt. Even in the spiritual circles the ego, after all a part of the human soul, is often considered an enemy&#8221; to be &#8220;ignored&#8221; or even &#8220;killed&#8221;. How do you consider the ego. Could the ego be a &#8220;helper&#8221; in inquiring and recognizing the truth of the deepest parts of the soul?</p>
<p>Hameed Ali: Can there be ego apart from the soul? Not possible; all of our experience of ourselves has to be of our soul, whether free and hence experiencing its essential nature, or identified with some kind of image or concept, and hence it is ego. In other words, ego is nothing but a manifestation of our soul, our individual consciousness, that is structured through concepts and impressions from past experience. In this situation the soul experiences herself through this lens of concepts and impressions, and this lack of immediacy and nowness appears as the alienated self, what spiritual teachings refer to as the ego. It is not exactly the ego of psychoanalysis, but what most people refer to as their sense of self.</p>
<p>Such identification with history and previous experience is the primary obstacle to spiritual realization, because such realization is nothing but the soul experiencing herself not through any filter, but directly, immediately in the moment. When the soul experiences herself and the world with this kind of immediacy she recognizes the presence of her true nature, and recognizes it is her ontological truth. Because the soul misidentifying itself is the primary obstacle it is frequently considered the enemy of the spiritual path. It is the enemy but it is not an enemy that simply wants us to fail or be unhappy. Hence, what it needs is not aggression, or killing, which is not possible because we cannot kill our soul, but understanding and love, that will allow it to open up and surrender its identification and rigid beliefs and positions.</p>
<p>When we relate to the ego with aggression and rejection, who will be doing that to the ego? It has to be the ego, because true nature, or the soul not separate from true nature, cannot reject or hate. It can only have the attitudes of true nature, which are love, wisdom, understanding and so on. In other words, the rejection simply makes us more identified with the ego position.</p>
<p>The ego can be a helper in the path in the beginning stages. This is because we cannot be our soul at the beginning without being the ego. So at the beginning it is the ego who does the work, who practices the inner path. It is in reality always the soul, but here the soul identified with the ego concept. In time ego becomes transparent and begins to dissolve. This means the soul begins to experience herself without this lens of concepts and historical impressions. Without this lens we begin to see reality, what we are and what the world actually is. So in some sense the ego dies, but this does not mean there is actually a separate entity that dies. It is more that the soul sheds this ego concept. We can experience this as some kind of death, but this is because we still believe we are the ego and believe the ego is actually a real and existing entity. What dies is our ignorance, not an entity called ego.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: You see in the essential aspects of strength, compassion, clarity, joy and others the bridge between the human and the divine. There is a strong debate about genetic engineering. It seems to me like there could be a temptation to look for the &#8220;essence&#8221; of the human being, in particular for his &#8220;best&#8221; attributes, on the biological level. Do you think that the DNA manipulation can help in integrating the essential states or rather is just a dangerous way to &#8220;play God&#8221;?</p>
<p>Hameed Ali: These spiritual qualities are actually nothing but the attributes of the divine, as it manifests and becomes immanent in the world and the soul. We can experience them in our individual soul and relate to them as our qualities, or essential qualities arising from the divine, and this way they function as bridges to the divine in its transcendent dimension.</p>
<p>It is my observation that sometimes it is difficult for some individuals to experience certain spiritual or essential qualities, and this seems in rare instances to be due to genetic deficiency. I think it is possible that we need our full genetic make up for our bodies to be transparent vessels for the divine qualities. This reminds me of the discoveries in genetics that there exists a joy gene, just as there is a maternal gene. But these, joy and maternal nourishment, are two essential qualities, and there could be other essential qualities partially governed by specific genes. This observation supports the view that we need our body to be as whole and complete as possible for us to experience our essential potential. So if we lack a certain gene, or if our brain or body has some kind of incompleteness, this can mean some difficulty in being open to particular qualities. And just as in genetics a gene is just one determining factor, missing one gene does not mean it is total lack of access, and possessing it does not mean automatic access.</p>
<p>If this view has some truth, then it is possible to think that genetic engineering can help in providing the missing genes, which can give us the normal or average openness to a particular essential quality. But this is not the same as genetic engineering giving us enlightenment, because we already possess almost all the genes required anyway.</p>
<p>This is as far as I can tell. Whether DNA manipulation can help us integrate essential states beyond that, is something I do not know. I think the potential of genetic engineering for spiritual realization is possible, but I doubt that it will replace the need for inner practice and work.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: I have arthritis since I was a very young man. As for many other people who experience chronic body discomfort, this has been both a stimulus and a frustration on the path. Did the limitations you have with your body influence your spiritual unfoldment and your teaching? How in general is the connection with the body according to the Diamond approach?</p>
<p>Hameed Ali: My body limitation of course influenced my spiritual unfoldment. The polio I got when I was about two years old created a vulnerability and physical dependence on others which helped me become a socially sensitive individual, but also inwardly autonomous. It also gave me the necessity to turn inward to experience life. The actual mechanics of having to use a crutch to walk has affected my body in a way where I could not ignore my inner sensations. So I developed an inner sensitivity and a dynamic inner life that have always been independent from external situations. The polio created a limitation in terms of physical and social functioning, but it also allowed some inner strengths to develop.</p>
<p>It seems that we can turn physical limitations to our advantage, or we can by adequately coming to terms with our limitations learn from them and develop in ways that are not ordinary. I think this requires first some other supportive factors, like healthy upbringing, some talents and so on. The main thing is that we do not give up and become bitter but face our limitations and learn to be open to life and experience. I think most people tend not to face their limitations adequately; they become bitter, blaming and depressed or deficient. But sometimes an individual can deal with the situation, developing different qualities and capacities to deal with it or compensate for it.</p>
<p>The nature of the physical limitation is also important. Some limitations can interfere with our capacity for perception, thinking, insight, feeling and so on. In these situations it is more difficult to face the situations adequately, and it becomes less likely that an individual will develop and grow from the limitation. This is obvious in the case of pain. Some pain still leaves us able to think, contemplate and feel, if we face it and do our best. But some pain is of a nature that makes this application of capacity difficult, and will need a bigger fortitude than is usually available to the average human being. It does not mean it is impossible to develop in such cases, but it is more difficult and will require more supports. And hence, only rarely will an individual succeed in dealing with the situation adequately for inner growth and development.</p>
<p>We can think of our body as one dimension of our life. We are each a soul, with essence as true nature, but with a body as a vessel or vehicle for experience and action in the world. The soul is the vessel for essence, and the body is a vessel for the soul. And just as the soul needs to be transparent to essence for her to experience and recognize it, the body as the most external vessel for our experience needs to be transparent to the other dimensions. And just as the soul can be transparent to essence in some of her manifestations but not in others, the same way with the body. The body can be transparent in some ways to the soul and essence, but not in other ways. It can be transparent in the heart region but not in the belly region, or in the head but not in the heart. This will make our access happen more predominantly through one center or another.</p>
<p>The most important quality for the transparency of the body is sensitivity, just as it is for the soul. This means that the most important thing is not whether certain organs or parts of our body are healthy and strong and normal, as much as how sensitive they are to inner experience, and how they affect the soul’s sensitivity. The factors influencing sensitivity can be physical but usually they are the psychological consequences of the physical situation or limitation.</p>
<p>By sensitivity I do not mean being sensitive as in reactive or too tender; I mean the capacity to experience greater and greater intensity and quality of stimuli without disruption or closing down.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: The world is in an ecological, social and political turmoil. There are teachers who say that what is happening is just an illusion, maya, and we shouldn’t be concerned unless our &#8220;body/mind&#8221; is mechanically programmed to take care of that. It could be another form of attachment, but the prospect of ending this incredible experiment of life moves something inside me. Can the researchers of the truth have a role in healing the world soil and soul?</p>
<p>Hameed Ali: I know that some teachings say the world is an illusion, but I think it is an oversimplification that does not communicate what is intended. It is a catchy phrase, but the truth is subtler and more interesting. When we begin to recognize the ego view of the world as basically conceptual, this view appears as an illusion. We perceive the world as an illusion, but upon inquiry it turns out that this sense of illusion has to do with the fact that we are still seeing the ego view of the world, and recognizing it as an illusion. It does not say anything about what the world is. But when we look directly and immediately, which means the ego concepts of the world have dissolved, the world appears real, but as an expression of light and presence. We find that the ego perception of the world is a distortion of the true condition of the world, the real world.</p>
<p>In this real world we have two ways of being in it. We are either the true nature of the world, what makes it real, which transcends the forms of the world; or we are true nature manifesting itself as the individual soul, a condition where we experience our self not only as the transcendent but also as an organ or action and perception for the transcendent.</p>
<p>In this real world, everything appears perfect and right. However, this does not mean that the details of the world, the patterns of events, is perfect the way we think perfection is. It is more that we are seeing the underlying nature of the world, which is purity and perfections.</p>
<p>In other words, we can see the true perfection and still recognize that the pattern of events is not healthy for human beings, and that is when true nature manifests its love and compassion. We can get concerned in the sense that our compassion leads us to see suffering and feel the tendency to help alleviate it. At the same time we see that the primary problem is not the individual pattern of events but the ignorance of true nature, that underlies the painful pattern of events. We recognize that only through the dissolving of ignorance can a human being be liberated, but we can also see that for this ignorance to dissolve our compassion and love act in ways that flow with a more healthy pattern of events. In other words, the more we are realized the more we see the true reasons of suffering and conflict and what actions will help. Actually, the action of true realization is always towards healing the world, but may not manifest as what we expect it to be. But it can. But is there such a thing as action in the world in the condition of realization?</p>
<p>In the transcendent condition we see that nobody can act, that all action is basically the transformation of the appearance of the divine being. In other words, there is no such thing as individual action. But this is a subtle place, because even though this is the experience of the realized individual, this individual appears to act in ways that tend to heal the situation around him or her. So it is true it is an illusion to try to do something, but this kind of understanding goes along with a degree of realization where the events around this individual begin to move towards wholeness. Therefore, even though one is not taking an individual action the pattern of events does transform to reflect the perfect qualities of realization, like intelligence, love and compassion. Also, looked at from the side of people near this individual this individual appears to act in ways that are healing and wholesome.</p>
<p>In the embodied condition where we are the soul inseparable from its source, a cell in the divine being, we see that we can take individual action, but this action is actually the action of the divine happening through us. So there is the sense of individual action but the recognition that there is only one mover. In this condition we experience ourselves as acting effortlessly in ways that heal the situation, both people and environment.</p>
<p>Therefore, attachment here is not to the action of helping the world, but to the perspective of believing in individual action as an ultimate truth. If by wanting to help the world we are merely holding on to our belief in individual action as ultimate, then it is an attachment that reflects an illusion. But action can flow without us taking this position, when we are free of this position. Such action can appear as part of the universal unfolding of the appearance of the world, or as the action of the divine manifesting through an individual soul.</p>
<p>If we look at the history of realized individuals, they all contributed to healing of their environment, whether human, animal or inanimate. A better way of saying it is that truly realized individuals contribute to the overall evolution of humanity and the world towards greater awareness of true nature.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: Do you think that the social and educational system could help in the recognition and the integration of the essential qualities in children?</p>
<p>Hameed Ali: Definitely, and this happens sometimes in small ways. The question is not whether they can but whether they will. And this means whether the people behind such systems are wise enough to include such education in the systems. There have been instances in history where wise individuals in the position of power supported spiritual teachings and values, which helped their spread in the greater society. This happened in the Jewish tradition, the Sufi tradition, the Buddhist and others. Usually this happens in some of the communities in society, which probably included the education of children in some instances. An interesting example is of the Greek and Roman times, when some people in power sent their children to study with the wise of the time, like Plato in Alexandria and Plotinus in Rome.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: The Vedas produced not only spiritual knowledge, but as well the scientific knowledge of ancient times. It is said that this knowledge has been discovered by enlightened beings through some meditative stage. Could the inquiry technique that you teach be applied to medicine, physics, cosmology, social science, and other specialized fields? How different this would be from the current way of the scientific research?</p>
<p>Hameed Ali: Without any question. The inquiry in the Diamond Approach is a way of doing research and investigation, and it can be applied to any field of endeavor. It has been my wish for this to happen at some point. It will need to be modified some to fit the particular field, and find ways of how to include inquiry into the consciousness of the researcher.</p>
<p>At the present time our scientific method tries to separate the researcher as we have already discussed, but there is no absolute reason not to include the researcher. It makes it a better approximation than the Cartesian one. However, it is not as simple and easy as the Cartesian method of trying to separate the researcher as much as possible from the object of research. The average individual cannot do it, and this includes most of our scientists. I think if it happens it will have to be by scientists who already have some realization, and appreciation of consciousness and its nature. I think it will be interesting to see how our science will develop from this deeper and more encompassing perspective. It could be a revolution in the philosophy of science similar to what Einstein did in physics.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: I heard you say that there is a relationship between the essential aspects and the endocrine system. Could you say something about this?</p>
<p>Hameed Ali: I do not know much about it. But I do know that just as the energy-shakti and chakra system is connected to the nervous system and the various plexi, the essential aspects and the lataif system are related to the endocrine system and its glands. Experientially, the shakti energy is similar to the flow of electrical charge, and the essential presence is similar to the flow of fluids. I think it will be an interesting research for somebody to do in order to find the specific particulars of the correspondence.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: Your school has been more like a mystery school, with little advertisement, and your books, even if highly valued by researchers, were self-published and didn&#8217;t reach the mass market. For a couple of years now you have been publishing your books with a big publisher and your book,<em> Inner Journey Home</em>, will have a strong promotion. What are the new challenges and how do you feel about having more media and mass attention? What will be the subject of &#8220;Inner Journey Home&#8221;?</p>
<p>Hameed Ali: It has been my function to put out the Diamond Approach in all the ways I can. The idea is to reach as many of the people who can resonate with it and use it as possible. I do this through teaching, teacher training, some public events, and through the publications. Part of the function of the publications is to make available to people the new paradigm and insights of the Diamond Approach. It is not as effective a way as teaching, but has its usefulness, for it is educational in the good sense of the word.</p>
<p>Whether this will require mass media and attention is not clear to me. I myself tend to be private and do not like mass attention. But if this begins to happen in a way that helps to put out the teaching to more people then I will go along with it as part of my service to the teaching. By publishing through Shambhala part of the intention is to widen the audience the books can reach. This is not really the level of mass media or attention.</p>
<p>We are not trying to have the teaching be done in a mass scale, for our work is teacher intensive and we can accommodate only what our teachers can handle. However, the books have no such limitation, and can reach much larger audiences without the school having to deal with many new students, even though this will put some pressure on us.</p>
<p>The <em>Inner Journey Home</em>, which is appearing in the spring of 2004, is partly a book about the soul, and partly an in depth overview of the path of the Diamond Approach. The first part of it is a detailed discussion of the soul, her nature, properties and functions, dimensions, development, realization and maturation. The Diamond Approach develops the ancient Western concept of the soul, as spearheaded by Socrates and developed by the esoteric branches of the monotheistic traditions, to include the modern notion of self and the modern field of psychology. The emphasis is on how the soul is what we are, our individual consciousness, which has essence as its nature and ontological ground, but also possesses what we call mind, heart and will as some of its dimensions and capacities. The book goes into the details of how the soul develops into the normal self through ego development, and how and why this alienates her from her essential nature.</p>
<p>This is recognized as some of the stages of a larger process of development, which includes the essential development, realization of true nature and the integration of that in the world as the individuation and maturation of the soul. The book then goes into an in depth discussion of the essential nature of the soul, the dimensions of true nature, and their realization and integration in the path. It includes a quite detailed, deep and subtle discussion of true nature. The book ends with a discussion of the journey of descent, and the integration of all dimensions in the true Reality, the true condition of existence, and its relation to the notion of a personal God.</p>
<p>An important thread that goes through the book is that of connecting the teachings of the Diamond Approach with the Western tradition of thought, and discussing how it possesses a positive vision of possible evolution of Western culture and values. It does this by looking at the dissociation and unity of the notions of God/Being, self/Soul and world/Cosmos.</p>
<p>For more information on the Ridhwan school: <a href="http://www.ridhwan.org">www.ridhwan.org</a><br />
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<p>Copyright: Innernet.</p>
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		<title>Innernet aderisce alla giornata di silenzio per la libertà d&#8217;informazione</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Jul 2009 08:03:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Toshan Ivo Quartiroli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Aderisco all&#8217;iniziativa del 14 luglio 2009 lanciata, tra gli altri, da Alessandro Gilioli, Enzo di Frenna e Guido Scorza contro il DDL Alfano che mette il bavaglio all&#8217;informazione e alla Rete. I blog che aderiscono presenteranno in home page solamente il logo dell&#8217;iniziativa. Pur essendo stato un entusiasta della Rete in tempi non sospetti e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="Logo bavaglio Network" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2009/07/logobavaglioNetwork.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2009/07/logobavaglioNetwork.jpg" alt="Logo bavaglio Network" hspace="6" align="left" /></a>Aderisco all&#8217;iniziativa del 14 luglio 2009 lanciata, tra gli altri, da <a href="http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/">Alessandro Gilioli</a>, <a href="http://www.enzodifrennablog.it/dblog/" target="_blank">Enzo di Frenna</a> e <a href="http://www.guidoscorza.it/?p=865" target="_blank">Guido Scorza </a>contro il DDL Alfano che mette il bavaglio all&#8217;informazione e alla Rete. I blog che aderiscono presenteranno in home page solamente il logo dell&#8217;iniziativa.</p>
<p>Pur essendo stato un entusiasta della Rete in tempi non sospetti e avendo contribuito a questa pubblicando i primi libri su Internet in Italia, ritengo che la Rete non sia più uno strumento di trasformazione sociale e delle coscienze come lo poteva essere fino a una decina di anni addietro. Per tanti motivi, non ultimo quello delle infinite distrazioni e della rincorsa verso le novità.</p>
<p>Anche, non ritengo che la libertà sia in prevalenza la libertà delle parole. Il silenzio della mente va più in profondità e crea una libertà più ampia. Ma, come scrive Almaas, &#8220;non c&#8217;è niente che si possa affermare in modo definitivo, ma  è necessario esaurire tutte le parole&#8221;.</p>
<p>Forse lo scopo segreto della Rete è quello di far ruotare le parole talmente velocemente da creare, come una girandola, il bianco come somma di tutti i colori. Le parole si potranno esaurire solo dopo che si saranno espresse in piena totalità e libertà, non certo per una legge che ne vuole limitare la portata e che ci porterebbe non oltre la mente, ma ad un livello precedente.</p>
<p>Inoltre, mi auguro che le giornate di silenzio si attuino anche senza l&#8217;occasione di una, seppur più che legittima, protesta.</p>
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		<title>La scimmia e il Buddha</title>
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		<pubDate>Sun, 21 Sep 2008 17:41:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Toshan Ivo Quartiroli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A parte l’uomo, solo pochissimi animali hanno le caratteristiche fisiche e le capacità mentali per utilizzare uno strumento. Tra questi, le scimmie. Ma come fanno i primati ad apprendere l’uso di uno strumento? Uno studio di Giacomo Rizzolatti dell’università di Parma ci dice che il cervello usa il trucco di considerare lo strumento come fosse [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2008/09/monkey-buddha.jpg"><img class="size-medium wp-image-1013 alignleft" style="margin-left: 6px; margin-right: 6px;" title="monkey-buddha" src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2008/09/monkey-buddha.jpg" alt="" width="240" height="267" /></a>A parte l’uomo, solo pochissimi animali hanno le caratteristiche fisiche e le capacità mentali per utilizzare uno strumento. Tra questi, le scimmie. Ma come fanno i primati ad apprendere l’uso di uno strumento?</p>
<p>Uno <a href="http://sciencenow.sciencemag.org/cgi/content/full/2008/128/2" target="_blank">studio </a>di Giacomo Rizzolatti dell’università di Parma ci dice che il cervello usa il trucco di considerare lo strumento come fosse parte del proprio corpo. Alcune ricerche precedenti avevano mostrato che le azioni della mano vengono controllare da un’area del cervello chiamata F5.</p>
<p>Egli ed il suo team hanno registrato l’attività cerebrale di due macachi dopo che avevano appreso ad afferrare il cibo con delle pinze. Hanno documentato l’attività nell’area F5 e in un’area chiamata F1 che a sua volta è implicata nella manipolazione di oggetti. Hanno scoperto che vi era la stessa attività cerebrale sia quando le scimmie afferravano il cibo con l’ausilio delle sole mani che quando usavano le pinze: l’attività neuronale viene trasferita dalle mani allo strumento, come se lo strumento fosse la mano e la sua estremità fossero le dita.</p>
<p>Inoltre Rizzolatti mette in evidenza il fatto che l’area F5 è ricca di neuroni specchio, un tipo di neurone da lui scoperto in precedenza, che si eccitano sia quando si svolge un’azione sia quando si osserva un altro individuo che attua la stessa cosa. Le scoperte, secondo Dietrich Stout, un archeologo specializzato nell’uso di strumenti ci dicono che “chiaramente, l’uso degli strumenti da parte delle scimmie implica l’incorporazione degli strumenti nello schema corporeo, letteralmente una estensione del corpo”.</p>
<p>La scimmia non sa distinguere tra le proprie mani e lo strumento che utilizza, considerando quest’ultimo come una vera e propria estensione del corpo. Questo mi ricorda ciò che disse Marshall McLuhan a riguardo dei media e degli strumenti come estensioni di noi stessi.</p>
<p>In questo esperimento tuttavia si fanno i conti senza l’oste. Manca il fattore coscienza, che tutt’ora sfugge alle neuroscienze. La presenza o meno della coscienza e di cosa si tratta non può essere rilevata dagli esperimenti. Questo esperimento mi ha fatto riflettere sul rapporto tra coscienza, strumenti e percorsi di ricerca spirituali verso la consapevolezza. <a href="http://www.indranet.org/the-monkey-and-the-buddha/" target="_blank">Continua su Indranet</a>.</p>
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		<title>Strumenti per la maturazione dell&#8217;anima</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Aug 2008 03:08:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Almaas</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un&#8217;intervista ad Almaas sulla maturazione dell&#8217;anima da parte di Toshan Ivo Quartiroli. Tra i temi dell&#8217;intervista, quali gli strumenti esteriori e interiori che catalizzano la crescita dell&#8217;anima, come la mente può essere volta a questo scopo, i possibili ruoli di fattori esterni quali le sostanze neurochimiche o i mezzi tecnologici, quando e se la ricerca [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="almaas5.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/almaas5.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/almaas5.jpg" alt="almaas5.jpg" hspace="6" align="left" /></a>Un&#8217;intervista ad Almaas sulla maturazione dell&#8217;anima da parte di Toshan Ivo Quartiroli. Tra i temi dell&#8217;intervista, quali gli strumenti esteriori e interiori che catalizzano la crescita dell&#8217;anima, come la mente può essere volta a questo scopo, i possibili ruoli di fattori esterni quali le sostanze neurochimiche o i mezzi tecnologici, quando e se la ricerca di noi stessi arriva a un termine e il ruolo della sessualità sul cammino.<span id="more-406"></span></p>
<p>Toshan Ivo: Vorrei farti qualche altra domanda sul tema dell’oggettività – soggettività nella nostra cultura. Cartesio ha detto che se l’uomo fosse liberato dalla prigione del corpo, troverebbe l’idea di Dio in se stesso. Sembra che la nostra cultura occidentale si basi sulla convinzione che ciò che è soggettivo e dotato di un corpo sia viziato all’origine; apparentemente, perdiamo la nostra natura divina quando diventiamo “personali” e soggettivi. Nella teologia cristiana, il male e il peccato sono attributi del libero arbitrio dell’essere umano, almeno originariamente. Dunque, secondo questa convinzione, quando gli uomini fanno le loro scelte soggettive, vanno contro la volontà di Dio. Mi chiedo se per molto tempo la nostra cultura non ha riconosciuto il valore della soggettività a causa di questa e altre convinzioni storiche, o se lo sviluppo dell’anima per sua natura richiede stadi in cui non assegniamo alla verità soggettiva il giusto valore.</p>
<p>Hameed Ali: Innanzitutto, non sono sicuro che in Occidente la pensino come te sulla concezione occidentale del personale e del soggettivo. In realtà, è l’Oriente che storicamente ha diffidato del personale e del soggettivo, dando più importanza all’impersonale. In Occidente sembrano essere esistite due concezioni sovrapposte: una diffidente del personale e del corporeo, come osserviamo nel pensiero greco e in seguito nel Cristianesimo; l’altra che esalta il personale, il corporeo e il soggettivo, come vediamo nell’arte e nella letteratura occidentale. La nostra scienza è più influenzata dalla prima corrente, come dimostra il tentativo di Cartesio di separare il soggetto dal mondo, per poter studiare quest’ultimo oggettivamente.</p>
<p>La mia opinione è che il punto di vista della scienza sul soggettivo è esatto, ma incompleto. È esatto nel senso che la nostra soggettività tende a oscurare le nostre percezioni e la nostra conoscenza, a causa delle inclinazioni e convinzioni personali. La psicologia moderna ha ampiamente confermato ciò tramite lo sviluppo dato da Freud alla nozione dell’inconscio, il quale influenza i nostri sentimenti, comportamenti e azioni senza che ce ne accorgiamo. In questo senso, penso che le varie tradizioni che hanno diffidato del soggettivo, sia occidentali sia orientali, hanno avuto un’intuizione profonda della soggettività dell’umanità.</p>
<p>In ogni caso, si tratta di un’intuizione incompleta della soggettività umana, perché se è vero che essa valuta correttamente la consapevolezza ordinaria dell’individuo, è anche vero che non tiene conto del potenziale della soggettività umana. Tale concezione non considera che questa soggettività prevenuta è la soggettività dell’ego, e che l’anima umana può essere libera dall’ego. La cultura occidentale apprezza l’individuale, il personale e anche il soggettivo, come vediamo nelle arti, nelle scienze e nella vita quotidiana degli occidentali. Ciò potrebbe considerarsi il risultato di un riconoscimento profondo, ma inconscio, del potenziale della soggettività umana. Tuttavia, non vediamo la presenza di una soggettività così aperta e bilanciata se non in stadi molto profondi di realizzazione, in cui l’anima non soltanto è connessa alla sua natura spirituale, ma ha portato avanti questa integrazione fino a sviluppare una persona reale ed essenziale.</p>
<p>Possiamo ipotizzare che sia l’Oriente sia l’Occidente avevano diffidato del personale e del soggettivo perché la gente aveva di essi una conoscenza prevenuta e non autentica. Ciò che è davvero soggettivo e personale – ovvero, il proprio essere autentico al di là delle influenze provenienti dall’esterno – è uno sviluppo raro e dunque prezioso. Ecco perché gli antichi insegnamenti si riferiscono a esso come alla <em>perla senza prezzo.</em></p>
<p>Toshan Ivo: Il <em>Diamond Approach </em>valorizza la mente ordinaria in quanto strumento per l’«inquiry», l’indagine. Quali sono le altre tradizioni che usano la mente in questo modo, e perché molti cammini mistici e spirituali considerano la mente un ostacolo alla verità e al raggiungimento di stati più elevati?</p>
<p>Hameed Ali: Nemmeno in questo caso la verità è così semplice. Le tradizioni spirituali in generale diffidano della mente individuale, perché quest’ultima tende a ostacolare l’apertura spirituale. La mente ordinaria è solitamente il supporto dell’ego, in quanto quest’ultimo è fondamentalmente un costrutto mentale basato sulle convinzioni e le conoscenze della mente. Ciononostante, la maggior parte degli insegnamenti spirituali impiega la mente nel tentativo di comprendere la condizione umana. Non direi che il <em>Diamond Approach</em> è il solo a usare la mente ordinaria; infatti, anche la maggior parte degli insegnamenti spirituali la usa, ma generalmente non estensivamente come fa il <em>Diamond Approach</em>. Quindi, penso che sia una questione di gradi. Anche la tradizione Zen, che è la più radicale e diretta per quanto riguarda l’eliminazione della mente ordinaria, la usa quando si tratta di parlare e comunicare.</p>
<p>Credo che la situazione sia più complessa di quanto appaia. La mente ha molte parti e qualità. Alcune di queste ultime sono indispensabili per la comprensione, la comunicazione e la sopravvivenza. Ma certe parti e qualità della mente contribuiscono alla creazione e al mantenimento dell’ego stesso. Alcuni insegnamenti tendono ad aggirare, evitare o eliminare la mente, a causa della sua connessione all’ego. Tuttavia, non possono fare a meno di usarla quando si tratta di pensare e comunicare. Alcune tradizioni usano la mente anche perché fanno ricorso alla logica e alla ragione, come certe scuole buddiste, induiste e cristiane.</p>
<p>Nel <em>Diamond Approach</em> usiamo la mente in modo più esteso, perché la nostra tecnica è quella dell’indagine sull’esperienza di ogni giorno. Nel tentativo di comprendere tale esperienza, abbiamo bisogno della ragione e della razionalità della mente. Inoltre, poiché in questo processo ci imbattiamo in una grande quantità di materiale dal passato, abbiamo bisogno di usare la memoria della mente e i suoi ricordi del passato.</p>
<p>La concezione del <em>Diamond Approach </em>è che la mente è una facoltà neutrale e che dipende da noi usarla come un sostegno all’apertura spirituale o come un ostacolo a quest’ultima. Inoltre, la mente normale è l’espressione esteriore di una profonda e fondamentale facoltà dell’anima, il suo intelletto o “nous”. Il nous, quello che chiamiamo la Guida di Diamante, è l’intelletto autentico, la facoltà di discernere che l’anima umana possiede in potenza. Più questo profondo elemento della nostra anima è attivo e integrato, più esso guida e permea il funzionamento della nostra mente normale. L’inquiry è una tecnica finalizzata allo sviluppo e la concretizzazione di questa possibilità.</p>
<p>Toshan Ivo: I bambini che non ricevono amore e affetto sviluppano quasi sempre problemi fisici e cognitivi. La verità può considerarsi un bisogno primario allo stesso modo dell’affetto? Non mi riferisco alla verità assoluta, ma anche alla semplice verità di tutti i giorni. Per esempio, Gregory Bateson riconobbe il problema del “double bind”,<em> il doppio</em> <em>vincolo</em> che può contribuire a provocare disturbi mentali, nei casi in cui una persona riceveva un messaggio ambiguo, specialmente se quest’ultimo includeva aspetti emotivi. Poiché la verità libera, in che modo l’anima viene deformata quando la verità non è presente nella società e nella famiglia?</p>
<p>Hameed Ali: L’assenza della verità nell’infanzia è una delle ragioni fondamentali per cui lo sviluppo normale della consapevolezza viene dominato dall’ego. L’assenza della verità consiste fondamentalmente nell’ignoranza e nella mancanza di esperienza da parte dei genitori della vera natura e delle sue varie qualità. È la mancanza di autenticità nella presenza e nel comportamento dei genitori che esercita un’influenza negativa sul bambino. Ma ciò non vuol dire che i genitori devono raccontare al bambino la verità così come la conosce un adulto, perché ciò potrebbe creare confusione. Si tratta più che altro della necessità da parte dei genitori di essere autentici e sinceramente affettuosi. Talvolta, ciò può voler dire che la verità in tutto o in parte non viene comunicata, perché per un bambino sarebbe troppo.</p>
<p>Ma l’abitudine di mentire ai bambini finirà con l’avere un impatto negativo. Alcuni psicologi ritengono che, a seconda dello stadio di sviluppo, i bambini hanno bisogno di alcune illusioni per riuscire a sopravvivere. Penso che molte di queste cosiddette illusioni sono in effetti vere, ma gli psicologi le considerano illusioni. Per esempio: la condizione della prima infanzia in cui il bambino si sente connesso alla madre, come se formassero un campo continuo di esperienza, quella che viene chiamata <em>unità duale</em>… Gli psicologi credono che si tratti di un’unione illusoria, non autentica, ma per chi sa vedere essa non è un’illusione, bensì l’esperienza effettiva del neonato, e le cose stanno così anche per la mente non modellata dall’ego e dalle sue convinzioni.</p>
<p>Toshan Ivo: Lavorando sul mio condizionamento, e condividendo con altre persone sulla Via, noto che talvolta i condizionamenti collettivi e storici di una certa nazione o di un certo tipo possono essere più radicati di quelli individuali. Le due forme di condizionamento sono intrecciate, ma quello collettivo sembra più inconsapevole e difficile da cogliere. I due tipi di condizionamento vanno affrontati allo stesso modo o quello collettivo richiede un approccio particolare?</p>
<p>Hameed Ali: Il condizionamento collettivo non è solitamente più radicato di quello individuale, a meno che non siamo di fronte a circostanze insolite, come nel caso di una società che stia attraversando una lunga guerra. Ma ordinariamente anche il condizionamento culturale è parte di quello individuale, ovvero accade attraverso la consapevolezza individuale e fa parte del condizionamento di quest’ultima.</p>
<p>Il condizionamento culturale è solitamente sottile e fa da sfondo a quello individuale. Questo è il contesto emotivo e mentale in cui il bambino vive e cresce, e viene assorbito senza alcun riconoscimento consapevole. È più difficile da riconoscere e osservare, perché si ha la tendenza a considerarlo parte della realtà. Di solito, non occorre lavorare sul condizionamento culturale in modo particolare, né c’è bisogno di mettersi a cercarlo. Lavorando sul condizionamento individuale, la dimensione culturale comincia ad affiorare da sé, poiché fa parte dell’impalcatura del condizionamento individuale. Ordinariamente, essa non si presenta fino a quando non si è profondamente liberi dal proprio condizionamento individuale.</p>
<p>In particolare, per affrontare il condizionamento culturale, raccomando una cosa: viaggiare in culture molto diverse e fare esperienza direttamente e personalmente delle differenze.</p>
<p>Toshan Ivo: Sin dall’antichità, sembra che l’umanità abbia espresso il bisogno di andare “oltre”, non solo attraverso pratiche spirituali, ma anche attraverso l’uso di sostanze psichedeliche. Le persone che percorrono quest’ultimo cammino in un contesto sacro o talvolta anche profano, parlano di stati che sembrano molto vicini a quelli mistici, come la fusione con il tutto. Secondo te, quali sono le differenze tra gli stati prodotti dal lavoro spirituale e quelli generati dall’uso di sostanze? Esistono rischi connessi a queste ultime?</p>
<p>Hameed Ali: In generale, le sostanze psichedeliche alterano il cervello in modo da permettere di sperimentare le cose senza i filtri consueti, oppure di avere esperienze più intense e acute. Ciò vuol dire che le esperienze spirituali generate da quelle sostanze sono uguali a quelle provocate dalla pratica spirituale; in effetti, la sostanza compie il lavoro della pratica.</p>
<p>Una prima differenza non sta nel tipo di esperienza, ma nel fatto che essa accade nonostante i propri filtri, senza aver lavorato su di essi. Ciò dà una sensazione di maggiore perdita di controllo o di scelta, e può rendere l’esperienza molto più emotivamente intensa ed esplosiva.</p>
<p>Penso che un primo, possibile rischio è quello della dipendenza dalla sostanza. Usando quest’ultima, non esercitiamo né sviluppiamo i muscoli dell’anima. Ci apriamo senza diventare spiritualmente maturi, e ciò può avere conseguenze serie per il proprio cammino spirituale.</p>
<p>I rischi più noti sono i danni fisiologici al cervello o al sistema nervoso, che possono insorgere in caso di uso prolungato di alcune sostanze.</p>
<p>Toshan Ivo: Il <em>Diamond Heart</em> si basa sull’osservazione e include l’interiorità nel processo di inquiry. È possibile un nuovo metodo scientifico che includa sia l’approccio soggettivo sia quello oggettivo? Un metodo che, operando sui dati, fornisca conclusioni valide come quelle del metodo scientifico tradizionale?</p>
<p>Hameed Ali: Penso che questa sia una cosa su cui lavorare. Non c’è una risposta semplice alla tua domanda. Questo nuovo metodo può richiedere molto tempo per venire sviluppato. So che l’aiuto che la guida di diamante può darci in termini di ricerca, indagine, discernimento, analisi, sintesi e così via può essere molto utile in qualsiasi campo di ricerca; ma perché questo avvenga, il ricercatore deve integrare questa facoltà spirituale nel suo lavoro. Non importa l’area di studio, perché stiamo parlando di una migliore intelligenza, discriminazione, chiarezza, penetrazione, sintesi ecc.: tutte qualità che possono trovare applicazione in qualsiasi ramo della scienza.</p>
<p>Integrare questa facoltà richiede chiarezza e oggettività personali, ovvero bisogna riconoscere in che modo i nostri pregiudizi soggettivi influenzano le osservazioni e i pensieri. Non è facile, comunque, integrare questa facoltà in modo completo o profondo; sono necessari maturità spirituale e un lavoro costante per applicare questa facoltà.</p>
<p>Toshan Ivo: La neuroscienza e le conoscenze sul cervello si stanno espandendo. Lo stesso Dalai Lama è attivamente impegnato nello studio dei punti di contatto tra le neuroscienza e gli antichi insegnamenti tibetani sulla mente e la meditazione. Nel tuo libro <em>The Inner</em> <em>Journey Home</em> scrivi: “È anche possibile che la vita biologica sia uno degli stadi dello sviluppo dell’anima: è necessario, ma è solo uno stadio”. Hans Moravec immagina un incontro tra informatica, nanotecnologia e bioscienza in grado di cambiare la nostra definizione dell’essere umano. Prevedi che un giorno sarà possibile fare il lavoro su noi stessi con l’ausilio di sostanze biochimiche e “neurosupporti” tecnologici (per esempio, la versione futura di apparecchiature già oggi in grado di alterare le frequenze del cervello)? Lo sviluppo dell’anima può essere facilitato o guidato dalla tecnologia? Quali prevedi che saranno gli stadi della crescita?</p>
<p>Hameed Ali: Perché no? L’anima umana, che è la sede della consapevolezza e delle sue facoltà, opera attraverso il corpo, e dipende dalla condizione di quest’ultimo per funzionare. Non vedo ragioni per sostenere che il miglioramento della condizione del corpo attraverso la tecnologia non possa aiutare lo sviluppo dell’anima. Non ho idea degli stadi della crescita a questo proposito: dipenderanno dal tipo di miglioramento che le tecnologie apporteranno e da quanto incideranno sul normale funzionamento fisico. È più probabile che gli stadi saranno gli stessi, ma l’anima potrebbe riuscire ad attraversarli con più facilità, ricevendo più sostegno.</p>
<p>A ogni modo, non mi piace l’idea che la mia realizzazione accada senza che io eserciti i miei muscoli spirituali, in quanto gran parte della gioia del lavoro spirituale sta nel lavoro stesso. Sono le scoperte senza fine a costituire la vera gioia della vita e l’entusiasmante estasi del viaggio.</p>
<p>Toshan Ivo: Apparentemente, la sessualità non costituisce un “capitolo a sé” negli insegnamenti del Diamond Approach, ma sembra inclusa del modello generale dell’anima. In che modo questa potente energia – che può avere molti diversi effetti sull’anima – viene trattata nell’insegnamento, e perché a essa non viene data molta importanza?</p>
<p>Hameed Ali: Forse avrai osservato che il Diamond Approach non dà un’importanza speciale a nessuna area particolare della vita. Esso affronta i fondamenti dell’esperienza, a prescindere dalle varie aeree della vita. La sessualità, il lavoro, la creatività ecc., sono aree particolari della vita, e anche se lavoriamo con esse, non è normale per noi sottolinearne una anziché un’altra.</p>
<p>Gli insegnamenti che mettono in evidenza la sessualità, in realtà mettono in evidenza l’energia sessuale, e a un livello più fondamentale la dimensione dell’energia. La sessualità è un modo di lavorare con l’energia. Nel Diamond Approach c’è una parte dell’insegnamento dedicata alla dimensione dell’energia, quella che chiamiamo la dimensione “shakti”. In essa troviamo insegnamenti su come sperimentare, riconoscere e lavorare con la shakti, affrontando tutti gli argomenti correlati. La maggior parte degli studenti non ha familiarità con questa parte dell’insegnamento.</p>
<p>Il Diamond Approach contiene anche un insegnamento tantrico, ma è piuttosto avanzato e non è ciò che la maggior parte della gente intende per <em>tantra.</em> Esso include la sessualità, ma non si identifica esattamente con il sesso.</p>
<p>Toshan Ivo: Nel corso del “lavoro”, del cammino di auto-scoperta, possono esserci stadi in cui ci si sente lontani dall’insegnamento e dalle pratiche. Esistono insegnanti spirituali, soprattutto nell’area neo-advaita, secondo i quali “non c’è bisogno di praticare o cercare”, perché siamo già “a casa”. C’è uno stadio in cui la ricerca termina davvero? Se sì, come possiamo sapere che questa è davvero la fine della ricerca e non un trucco dell’ego per la propria sopravvivenza?</p>
<p>Hameed Ali: Nel Diamond Approach c’è uno stadio in cui la ricerca finisce. Sappiamo che quella è la fine della ricerca, perché c’è il riconoscimento certo di essere arrivati a casa. Una delle conseguenze di tale arrivo è il riconoscimento che la ricerca è finita: non c’è più bisogno di cercare alcunché, né c’è più qualcuno che stia cercando.</p>
<p>Questo in genere non accade spontaneamente; senza pratica, di solito non arriviamo a questi livelli. Può succedere, ma per la maggior parte delle persone, senza la pratica, è solo una vana speranza. È vero che questa è la nostra casa primordiale e che in un certo senso siamo già in essa, ma la nostra anima non ne è consapevole, né può esserlo se non matura. Senza maturazione, è possibile avere un bagliore della casa, ma non dimorare in essa. Conosco bene alcuni insegnamenti neo advaita, e penso che molti di essi semplicemente non conoscono il nostro potenziale spirituale. Di solito, essi colgono una dimensione della natura autentica e parlano come se essa esaurisse tutta la realtà, senza riconoscere la ricchezza del nostro potenziale. Per esempio, questi insegnamenti non conoscono o riconoscono la natura dell’anima, così come noi la intendiamo nel Diamond Approach.</p>
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<p>Traduzione di Gagan Daniele Pietrini<br />
Copyright: Innernet.</p>
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		<title>Tools for the maturation of the soul, interview with Almaas</title>
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		<pubDate>Thu, 14 Feb 2008 06:28:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Almaas</dc:creator>
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		<description><![CDATA[One more interview with Almaas, on how the soul matures and the internal and external tools that catalyze maturation. How the mind can be used in this direction, the possible roles of external substances such as neurochemical substances or technological tools. When and if there&#8217;s an end to the search for ourselves, and the role [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/almaas52.jpg" title="almaas5.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/almaas52.jpg" alt="almaas5.jpg" align="left" hspace="6" /></a>One more interview with Almaas, on how the soul matures and the internal and external tools that catalyze maturation. How the mind can be used in this direction, the possible roles of external substances such as neurochemical substances or technological tools. When and if there&#8217;s an end to the search for ourselves, and the role of sexuality on the path. Interview made by Toshan Ivo Quartiroli, Innernet  publisher.<span id="more-507"></span></p>
<p>Toshan Ivo: I wish to ask you some more about the objectivity/subjectivity issue in our culture. Descartes said if man were taken out of the prison of the body, he would find the ideas of God within himself. It seems that our western culture is based on the believe that anything subjective and embodied would be flawed from the beginning. It seems as though the belief is that we lose our divine nature when we get “personal&#8221; and subjective. In Christian theology, evil and sin are attributed to the free will of the human being, at least originally. So according to this belief, when humans use their own subjective choices, this is against the will of God. I wonder if as a culture we avoided the value of subjectivity for a long time because of this and other historical beliefs, or if there&#8217;s also something intrinsic in the development of the soul that requires stages where we don&#8217;t give the correct value to our own subjective truth?</p>
<p>Hameed Ali: First, I am not sure that people in the West will agree with you about the West’s view of the personal and subjective. Actually, it is the East that has historically tended towards suspicion of the personal and the subjective, and hence the emphasis on the impersonal. In the West there seems to have been two overlapping attitudes: one that suspects the personal and the body, as we see in Greek thought and later in Christianity, and one that glorifies the personal, the body and the subjective, as we see in Western art and literature. Our science is more influenced by the first current, as exemplified by Descartes’ attempt at separating the subject from the world, so that we can study the world objectively.</p>
<p>My understanding of science’s view of the subjective is that it is accurate, yet incomplete. It is accurate in the sense that our subjectivity tends to cloud our perception and knowledge, because of personal beliefs and biases. Modern psychology has amply confirmed this by Freud’s development of the notion of the unconscious that influences our feelings, attitudes and actions without us knowing it. In this sense, I think the various traditions that suspected the subjective, both West and East, had a deep insight into the subjectivity of humanity.</p>
<p>However, it is an incomplete insight into human subjectivity, because even though it is an accurate assessment of the normal, everyday consciousness of the human individual, it is not an accurate view of the potential of human subjectivity. It neglects to notice that this biased subjectivity is the subjectivity of the ego, and that the human soul can be free of the ego. Western culture does value the individual and the personal, even the subjective, as we have seen in the arts and sciences, and in the everyday life of Western individuals, and we can see this as the result of some deep albeit unconscious recognition of the potential of human subjectivity. Yet, we do not see the presence of such balanced and open subjectivity except in very deep stages of realization, where the soul does not only connect with her spiritual nature but matures enough in this integration to the stage of developing an essential and real person.</p>
<p>We can speculate that both East and West had suspected the personal and the subjective because what people know of them is flawed and unreliable for true knowledge. The truly subjective and personal, meaning one&#8217;s own and independent from influences coming from beyond one&#8217;s true being, is a rare and hence precious development. That is why the ancient teaching stories referred to this possibility as the pearl beyond price.</p>
<p>Toshan Ivo: The Diamond Approach gives a value to the ordinary mind as a tool for inquiry. What are the other traditions that use the mind in such a way and why have many spiritual and mystical paths considered the mind to be a barrier to truth and higher states?</p>
<p>Hameed Ali: Again, the truth is not clear cut this way. Spiritual traditions in general suspect the individual mind because it tends to function as an obstacle to spiritual openness. The ordinary mind is usually the support of the ego, for the ego is fundamentally a mental construction based on the beliefs and knowledge of the mind. Yet, most spiritual teachings employ the mind in their attempt at understanding the human situation. I would not say that the Diamond Approach is unique in using the ordinary mind; for most spiritual teachings use it too, but usually not as extensively as the Diamond Approach does. So I think it is a matter of degree. Even the Zen tradition, which is the most extreme and straightforward about throwing away the ordinary mind, uses the mind anyway when speaking and communicating.</p>
<p>I think the situation is more complex than it appears. The mind has many parts and many capacities. Some of these capacities are indispensable for understanding, communication and living. But some parts and characteristics of the mind are implicated in the construction and preservation of the ego self. Some teachings tend to try to get around the mind, or avoid the mind, or throw away the mind, because of seeing its connection to the ego self. Yet they cannot help but use it when it comes to thinking and communication. Some traditions even use it because of their use of logic and reason, as some parts of Buddhism, Hinduism and Christianity.</p>
<p>In the Diamond Approach we use it more extensively, because our method is that of inquiry into everyday experience. In the attempt to understand this experience we need the reason and rationality of the mind. Also, because in understanding our experience we encounter a great deal of historical material, we need to use its memory and recall of the past.</p>
<p>The view of the Diamond Approach is that the mind is a neutral faculty and it depends on us whether it functions for the support of spiritual openness or an obstacle to it. Also, the normal mind is an external expression of a deep and fundamental faculty of the soul, her intellect, her nous. The nous, what we call Diamond Guidance, is the true intellect, the divine discerning faculty potential to the human soul. The more this deep element of our soul is activated and integrated the more it guides and pervades the functioning of our normal mind. Our inquiry is a method oriented toward developing and actualizing this possibility.</p>
<p>Toshan Ivo: Babies deprived of love and emotional care will mostly develop physical and cognitive problems. Can truth be considered a primary need, in the same way as emotional care? I&#8217;m not saying the absolute truth, but even just the ordinary daily truth. For instance, Gregory Bateson saw the problem of the double bind that can contribute in triggering mental problems, when somebody is given an ambiguous message, especially if this includes emotional aspects. Since truth liberates, how is the soul distorted when truth is not present in our families and in society?</p>
<p>Hameed Ali: Absence of truth in childhood is one of the primary reasons for the normal development of the consciousness in the way it becomes dominated by ego. The primary absence of truth is the absence in both experience and understanding of the parents the fact of true nature and its various qualities. It is the lack of authenticity in the presence and behavior of parents that impacts the child negatively. But this does not mean the parents need to tell the child the truth of a situation the way an adult knows it, for that can be confusing. It is more of the necessity on the parts of the parents to be genuine and genuinely caring. This might mean sometime not communicating the whole or exact truth because it is too much for a child to absorb.</p>
<p>But the habit of lying to children will tend to have a negative impact. Some psychologists believe that depending on the state of development, children need some kind of illusion about reality to be able to survive. I think many of these so called illusions, are actually true but the psychologists believe they are illusions. For instance, the condition of early childhood where the infant feels connected to the mother, as if they make up a continuous field of experience, what is called “dual unity.” The psychologists believe it is an illusion of unity, not a real one, but for the one who sees it is actually not a delusion but how the infant actually experience things, and also it is how things are for the mind not patterned by ego and its beliefs.</p>
<p>Toshan Ivo: In working on my conditioning, and sharing with other people on the path, I notice that sometimes the collective and historical conditionings of a nationality or a certain kind of culture can have a thicker layer than the individual ones. Both kinds of conditionings are intermixed but the collective ones seem to be more unconscious and difficult to be aware of. Is the way to see through conditionings the same for both kinds or does the collective conditioning have to be worked out in some special way?</p>
<p>Hameed Ali: It is not usual for the collective conditioning to be thicker than the individual, unless there are some unusual circumstances, as in the case of a culture going through a protracted war. But usually, even the cultural conditioning is part of the individual conditioning, meaning it comes through the individual consciousness and is part of its conditioning.</p>
<p>The customary cultural conditioning tends to be subtle and background to the individual. This is the emotional and mental environment that the child lives and grows in, and is absorbed without much conscious recognition. It makes it harder to recognize and observe, for one tends to take it to be part of reality. There is no need usually for a different way of working with it, and there is no need to go searching for it. As one works with one’s individual conditioning the cultural dimension begins to arise on its own, since it part of the scaffolding for the individual conditioning. It usually does not arise till one goes deep in being free of one’s individual conditioning.</p>
<p>I recommend one particular things that helps with cultural conditioning; traveling to very different kinds of culture and encountering the differences directly and personally.</p>
<p>Toshan Ivo: Since ancient times, it seems that humanity has expressed the need to go &#8220;beyond&#8221; not only through spiritual practices, but also through the use of psychedelic substances. People who experience that path in a sacred or sometimes even profane setting, talk about states that seem closely related to mystical ones, like merging with the whole. What in your view are the differences between the states resulting from spiritual work and the ones resulting from the use of substances, and what are the eventual dangers of the latter?</p>
<p>Hameed Ali: Generally speaking, psychedelic substances alter the brain in some ways that allows the possibility of experiencing things without the usual filters, or more intensely and acutely. This means that the spiritual experiences generated by these substances are the same as happen in spiritual practice; the substance in effect does the work of the practice.</p>
<p>One difference is not in what kind of experience but the condition of it happening in spite of one’s filters, instead of having worked through the filters. So this gives them more the sense of loss of control or choice. This can make them feel much more emotionally intense and explosive.</p>
<p>I think the primary possible danger is that of dependency on the substance. This way we do not exercise and develop our soul’s muscles. We become open without becoming spiritually mature, which can have serious ramifications for one’s spiritual path.</p>
<p>The more known dangers are those of physiological damage to the brain or nervous system, that some substances can cause if frequently taken.</p>
<p>Toshan Ivo: The Diamond Heart is based on observation and includes the interiority in the inquiry process. How could a new scientific methodology be expressed that includes both the objective and subjective approaches, that works on data and produces conclusions that are as valid as the traditional scientific method?</p>
<p>Hameed Ali: I think this is to be worked out and developed; there is no easy answer here, and it can take some protracted development for it to happen. I know that the capacity that the diamond guidance gives to us in terms of inquiry, research, discernment, analysis, synthesis, and so on can be very useful in any field of research, and it will require that the researcher integrates this spiritual faculty in their functioning for it to operate in any field. It does not matter what field, for the capacity is simply of enhanced intelligence, discrimination, clarity, penetration, synthesis and so on, which will enhance the research and study capacity in any scientific field.</p>
<p>To integrate this faculty will require personal clarity and objectivity, meaning recognizing how our subjective biases influence our observations and thinking. It is not easy, however, to integrate this faculty in a complete or deep way; it requires a mature spiritual realization and dedicated work in applying this faculty.</p>
<p>Toshan Ivo: Neuroscience is growing and the knowledge about the brain too. The Dalai Lama himself is actively committed to exploring the connection between neuroscience and the ancient tibetan knowledge about mind and meditation. In your book &#8220;The inner journey home&#8221; you write that &#8220;It is also possible that biological life is one of the stages of the growth of the soul: necessary, but a stage nevertheless.&#8221; Hans Moravec envisions a joining of computer technology, nanotechnology and bioscience that could change our definition of what it means to be human. Do you envisage that one day it would be possible to do the work on ourselves supported by biochemical substances and technological neurotools (for instance the future developments of brain machines that even now can alter brain frequencies)? Can the development of the soul be supported or driven by technology? How do you envision the growth stages?</p>
<p>Hameed Ali: I do not see why not. The human soul, which is the seat of consciousness and its faculties, operates through the body, and depends on the condition of the body to function. I see no reason why enhancing the condition of the body through technology might not support the development of the soul. I have no idea about stages of growth in this respect; it will depend on what the enhancements are and how fundamental to the normal physical functioning. Most likely, the stages will stay the same but the soul might be able to go through them with more support and capacity.</p>
<p>However, I won’t want to have my realization happen without me exercising my spiritual muscles, for much of the joy of spiritual work is the journey itself. It is the life of unending discoveries which is the true joy of life, and the thrilling ecstasy of the journey.</p>
<p>Toshan Ivo: Sexuality seems not to be a “chapter” in itself in the Diamond Approach teachings, but included in the general model of the soul. How is this powerful energy, that can have an effect on the soul in many different ways, considered in the teaching, and why there isn&#8217;t much emphasis?</p>
<p>Hameed Ali: You might have noticed that the Diamond Approach does not emphasize any particular segment of life. It deals with fundamentals of experience regardless of area of living. Sexuality, just like work and creativity and so on, are particular areas of living, and even though we work with them, it is not usual for us to emphasize one or the other.</p>
<p>The teachings that emphasize sexuality actually emphasize sexual energy, and more fundamentally the dimension of energy. Sexuality is one way to work with energy. In the Diamond Approach, we have a segment of teaching on the dimension of energy, what we call the shakti dimension. It includes a particular understanding about how to experience, recognize and work with shakti and to deal with its particular issues. Most students are not familiar with this segment of the teaching.</p>
<p>The Diamond Approach also has a tantric teaching, but it is quite advanced and it is not what most people understand by tantra. It includes sexuality, but not exactly sex.</p>
<p>Toshan Ivo: During the “work”, the path of self-discovery, there can be stages in which one feels distant from the teaching and the practices. There are spiritual teachers, especially in the neo-advaita area, who assert that “there&#8217;s no need to practice or to seek” and that we are already at “home”. Is there a stage where the search really ends? If there is, how can people know if it&#8217;s really the end of the search or a trick of the ego for its own survival?</p>
<p>Hameed Ali: There is a stage in the Diamond Approach where the search ends. We know it is the end of the search because there is the certain recognition that we have arrived home. One of the consequences of this arrival is the recognition that the seeking has spent itself, that there is no need to search, and there is nothing to seek for, and nobody to seek anything.</p>
<p>It usually does not happen on its own, and we are not normally in this place without practicing. It can happen, but for most people it will be just a pipe dream if we do not practice. It is true it is our primordial home, and we are already there in some fundamental way, but our soul is not conscious of it and cannot be without maturation. It is possible to have a glimpse but not to abide there, without maturation.</p>
<p>I am familiar with some of the neo advaita teachings, and I think many of them are simply uninformed about our spiritual potential. They usually take one dimension of true nature and talk as if that is the whole thing, which does not do justice to the richness of our potential. For example, these teachings do not know or acknowledge the existence on the nature of the soul, as we know it in the Diamond Approach.</p>
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<p>Copyright: Innernet.<br />
Thanks to David Vitler for his support in editing.</p>
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		<title>Spiritualità e psicologia. Il lavoro di A.H. Almaas</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Oct 2007 15:45:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Kriben Pillay</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il punto di partenza di questa ricerca sul lavoro di A.H. Almaas è stata una domanda che, dopo anni di studio degli insegnamenti di J. Krishnamurti, era divenuta per me cruciale: perché tante persone sono attratte dagli insegnamenti di Krishnamurti e tuttavia non vi sono praticamente state negli individui le trasformazioni di cui Krishnamurti parlava? [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="almaas.gif" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/almaas.gif"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/almaas.gif" alt="almaas.gif" hspace="6" align="left" /></a>Il punto di partenza di questa ricerca sul lavoro di A.H. Almaas è stata una domanda che, dopo anni di studio degli insegnamenti di J. Krishnamurti, era divenuta per me cruciale: perché tante persone sono attratte dagli insegnamenti di Krishnamurti e tuttavia non vi sono praticamente state negli individui le trasformazioni di cui Krishnamurti parlava? A questa domanda si accompagnava un mio pregiudizio nei confronti di tutta la psicologia per quel che riguarda l&#8217;auto-realizzazione. <span id="more-403"></span></p>
<p>Il punto di partenza di questa ricerca sul lavoro di A.H. Almaas è stata una domanda che, dopo anni di studio degli insegnamenti di J. Krishnamurti, era divenuta per me cruciale: perché tante persone sono attratte dagli insegnamenti di Krishnamurti e tuttavia non vi sono praticamente state negli individui le trasformazioni di cui Krishnamurti parlava? A questa domanda si accompagnava un mio pregiudizio nei confronti di tutta la psicologia per quel che riguarda l’auto-realizzazione.</p>
<p>Questo atteggiamento a sua volta era riconducibile al mio essere stato ‘condizionato’ dagli insegnamenti di Krishnamurti rispetto all’intero approccio psicologico: era un atteggiamento piuttosto intransigente, sottilmente sostenuto dal tradizionale rifiuto della psicologia come strumento di indagine ontologica e ulteriormente rafforzato dal rifiuto della dimensione spirituale dell’essere da parte delle correnti dominanti della psicologia.</p>
<p>È stato perciò con grande interesse che ho letto il primo libro di Almaas, <em>The Elixir of</em> <em>Enlightenment</em>, pubblicato nel 1984 (Almaas. <em>L&#8217;elisir dell&#8217;illuminazione</em>. Crisalide. 2002. ISBN: 887183125X) in cui affronta precisamente il problema che mi aveva assillato:</p>
<blockquote><p>L’insegnamento di Krishnamurti, benché semplice, elegante e vero, si dimostra irrilevante per la maggior parte dei suoi ascoltatori. Non lo capiscono, perché hanno bisogno di capire molte cose di se stessi e della propria mente prima di potersi anche soltanto avvicinare a ciò di cui lui parla. Le sue parole non penetrano in loro, il suo insegnamento non entra in rapporto con la loro vita personale. Molti lo capiscono intellettualmente, ma questa non è vera comprensione; credono in ciò che dice, ma questo non li trasforma.</p></blockquote>
<blockquote><p>Krishnamurti dice che il suo insegnamento è semplice e diretto. Dice che una persona può ascoltarlo e capirlo ed esserne trasformata immediatamente, prima di uscire dalla sala. Questo è tutto verissimo, ma è semplice e diretto solo nella percezione di Krishnamurti. Lo stato che lui descrive viene vissuto come semplice. È semplice, ordinario e vicinissimo all’individuo. È, di fatto, la natura stessa della consapevolezza: semplice, vuota, chiara.</p></blockquote>
<blockquote><p>Ma il suo insegnamento non prende in considerazione lo stato di coscienza della maggior parte dei suoi ascoltatori. Le loro menti sono occupate da tutt’altre cose, sono piene di ogni genere di preoccupazioni e conflitti che non sono pronte a lasciare andare. Queste preoccupazioni e questi conflitti sono il tessuto non solo della loro vita, ma della loro stessa identità. La semplice consapevolezza non è perciò possibile per loro.</p></blockquote>
<blockquote><p>Di fatto Krishnamurti chiede ai suoi ascoltatori niente di meno che di abbandonare il loro ego e il loro senso di identità. Ma molte cose sono coinvolte in questo senso di sé e la maggior parte di queste cose sono inconsce, inaccessibili alla consapevolezza. È il senso di sé che ancora governa la mente, il movimento dei pensieri e il fuoco dell’attenzione. (Almaas, 1984: 16-17)</p></blockquote>
<p>Questa lunga citazione descrive bene la problematica di Almaas – la ‘situazione’, come egli dice – per la quale propone anche una possibile soluzione. La soluzione, secondo lui, consiste nel coltivare l’essenza nell’individuo.</p>
<blockquote><p>Per comprendere la situazione più precisamente e per personalizzare l’insegnamento dobbiamo prima di tutto capire la personalità e il modo in cui essa si rapporta alla realtà libera, all’essere, a ciò che chiamiamo l’essenza. La nostra vera natura, la nostra essenza, ciò che è reale e incondizionato nell’essere umano, non esiste in un qualche regno misterioso, in attesa dell’uccisione del nemico ego, dopo di che potrà manifestarsi in gloria. Il nostro essere, la nostra essenza, il divino in noi è connesso alla nostra personalità in maniera molto complessa e molto intima. (ibid)</p></blockquote>
<p>Per sviluppare l’essenza chiarificando e raffinando la personalità, Almaas si serve degli strumenti della psicologia, particolarmente della psicologia del profondo, per introdurre la precisione clinica nell’esplorazione di sé. Sotto il profilo teorico il suo lavoro traccia un’elegante mappa della psiche umana, completa di osservazioni cliniche molto dettagliate, sviluppata in anni di ricerca interiore e di lavoro con centinaia di studenti, oltre che mediante uno studio esauriente delle teorie psicologiche che potevano contribuire alla sua ricerca. Egli dimostra una rara comprensione di tutte le grandi tradizioni spirituali e usa il genio di ciascuna per affilare i propri strumenti di ricerca.</p>
<p><a title="Spiritualita e psicologia diamante.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/spiritualita-e-psicologia-diamante.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/spiritualita-e-psicologia-diamante.jpg" alt="Spiritualita e psicologia diamante.jpg" hspace="6" align="left" /></a>Gli scritti di Almaas si dividono in tre categorie. Ci sono testi di carattere tecnico dettagliato, che portano avanti la prospettiva ontologica con il rigore oggettivo della ricerca scientifica, nel contempo fornendo un contributo significativo alla psicologia contemporanea. A questi si aggiungono le trascrizioni dei discorsi, in cui il linguaggio è meno formale e ha il carattere della comunicazione spontanea che viene dal cuore, senza tuttavia perdere il vigore della ricerca penetrante. Ci sono infine le personali e spregiudicate meditazioni sulla propria vita interiore, in cui i vari stati vissuti vengono osservati e commentati intensamente. Benché <em>Luminous Night’s Journey</em>, che è un esempio di questo tipo di diario interiore, ricada nella categoria degli scritti mistici, esso rappresenta tuttavia uno sviluppo unico nel suo genere in quanto si accosta all’argomento con la stessa precisione rigorosa delle molto più massicce opere tecniche.</p>
<p>Almaas chiama il suo lavoro ‘Diamond Approach’: il nome allude alla natura sfaccettata di questo approccio al risveglio spirituale. In un’intervista Almaas ha detto:</p>
<p>Nel Diamond Approach l’aspetto psicologico e quello spirituale sono così strettamente legati da risultare indistinguibili. Non è che si faccia il lavoro psicologico per i problemi psicologici e la pratica spirituale per raggiungere stati spirituali. Il lavoro psicologico è la pratica che produce gli stati spirituali. (Flory, 1990)</p>
<p>Io credo che i futuri movimenti psicologici, soprattutto nell’ambito transpersonale, faranno riferimento in modo particolare ad Almaas per il suo contributo alla comprensione dell’essenza nel processo di auto-realizzazione:</p>
<blockquote><p>È vero, la mente deve rispondere, deve vedere e capire affinché possa esservi una trasformazione. Altrimenti essa blocca la forza dell’essenza. La mente compie una parte del lavoro, ma non può farlo tutto. L’altra metà del lavoro, la metà più fondamentale, è compiuta dall’essenza stessa, con la sua semplice presenza. L’essenza è l’agente trasformatore. (Almaas, 1984: 44)</p></blockquote>
<p>Nella sua opera fondamentale <em>The Eye of the Spirit</em> il teorico transpersonale Ken Wilber cita in maniera speciale il lavoro di Almaas:</p>
<blockquote><p><em>“The Pearl beyond Price</em> è uno dei libri veramente grandi e pionieristici del dialogo fra Oriente e Occidente… Resta da vedere, naturalmente, che destino la nostra cultura riservi a un approccio post-formale e post-post-convenzionale. Storicamente in quasi ogni paese la coscienza post-formale è stata crocifissa. Non appena un gruppo radicato in questo tipo di coscienza comincia a emergere e a diventare ‘popolare’, tutta una schiera di forze culturali presenti sullo sfondo entrano in azione, anche in società pluralistiche e tolleranti che condividono i valori dell’Illuminismo occidentale. È perciò con il migliore augurio e incoraggiamento e con leggera trepidazione che osservo i futuri sviluppi del Diamond Approach.” (Wilber, 1997: 372-373)</p></blockquote>
<p>Di fatto ciò che Wilber dice della nostra coscienza culturale e della sua prevedibile reazione corrisponde esattamente al modo in cui Almaas descrive la reazione della personalità quando si trova di fronte a insegnamenti che vanno al di là della sfera personale. Essa erige barriere contro l’immaginato terrore della dissoluzione, malgrado nel contempo si sforzi di raggiungere lo stato di non-ego. Tuttavia, se il tempo dimostrerà che il lavoro di Almaas dà risultati migliori proprio per via della precisione tecnica che applica al compito della trasformazione umana, forse proprio questa precisione servirà ad arginare la reazione culturale che Wilber teme.</p>
<p>In un breve e generale articolo introduttivo come questo non si può sperare neppure di cominciare a catturare l’enorme profondità del lavoro di un maestro che non è soltanto un mistico genuino, una vera incarnazione dello stato non-duale, ma anche un insegnante e un teorico molto in anticipo sul suo tempo. E forse il fatto che Almaas non abbia ricevuto un addestramento formale tradizionale né nella spiritualità né nella psicologia è una chiave della sua realizzazione.</p>
<p>A.H. Almaas è il nome di penna di A. Hameed Ali, creatore del Diamond Approach. Nato nel Kuwait, ha avuto una formazione accademica in fisica, matematica e psicologia.</p>
<p>Ali ha sviluppato il Diamond Approach negli ultimi 25 anni. Ha scoperto, mediante l’esplorazione di sé e il lavoro con altri, che l’ego o personalità non è solo un ostacolo per la crescita e la felicità, bensì contiene aspetti vitali di noi stessi &#8211; aspetti di cui abbiamo bisogno per sentirci realizzati o in pace o per poter essere presenti e operare nel mondo reale. Lui e i suoi studenti hanno capito che possiamo ancora accedere a questi aspetti dell’essenza e che la personalità ci indica un cammino per riscoprirli. Ali esplora alcuni aspetti di questo sviluppo nel suo libro del 1995, <em>Luminous Night’s Journey</em>. Nel 1975 Ali ha fondato la Ridhwan School, con sedi a Boulder, Colorado, e a Berkeley, California. La scuola conta attualmente circa 900 membri negli Stati Uniti e all’estero e ha studenti in Canada, Australia, Germania, Olanda, Gran Bretagna e altri paesi.</p>
<p>Ali vive attualmente a Berkeley, California.</p>
<p>L&#8217;intervista di Innernet ad Almaas: L&#8217;amore della verità fine a se stessa.</p>
<p>Per saperne di più sul lavoro di Almaas: <a href="http://www.ahalmaas.com">www.ahalmaas.com</a></p>
<p>Sito della Ridhwan School <a href="http://www.ridhwan.org">www.ridhwan.org</a></p>
<p>Sito europeo Diamond Approach <a href="http://www.diamondhearteurope.co.uk">www.diamondhearteurope.co.uk</a></p>
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<p><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1924&amp;isbn=887183125X">Almaas. L&#8217;elisir dell&#8217;illuminazione. Crisalide. 2002. ISBN: 887183125X</a></p>
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<p>Copyright originale: Noumenon magazine <a href="http://users.iafrica.com/n/no/noumenon/index.html">http://users.iafrica.com/n/no/noumenon/index.html</a><br />
Traduzione di Shantena Sabbadini.<br />
Copyright per la traduzione italiana Innernet.</p>
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