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tenzin-tsundueRestai molto colpito nel leggere il messaggio di Tenzin Tsundue, poeta ed attivista tibetano in esilio, inviato ai tibetani e ai loro sostenitori in tutto il mondo.

La vicenda di questo popolo che tramanda una tradizione spirituale millenaria che attualmente riceve una vasta eco nel mondo intero e che è stato barbaramente sottomesso da una invasione armata da parte della Cina di Mao Tzedong nel 1949 definita come “liberazione” e proseguita con successive repressioni di moti insurrezionali sino a totalizzare oltre un milione di morti oltre alla distruzione di 600 monasteri e tutto ciò che può perpetuare la cultura tibetana, mi ha molto toccato (vedi: www.italiatibet.org).

La colonizzazione imperialista operata dalla Cina ai danni del Tibet è tornata alla ribalta delle cronache a seguito dei moti del 10 marzo di quest’anno in concomitanza del 49esimo anniversario della repressione del sollevamento della popolazione tibetana che subì una ennesima brutale repressione da parte delle forze di polizia cinesi (vedi: www.dossiertibet.it).

Al di là dell’invito ad unirsi alle preghiere o a sottoscrivere petizioni che richiamino la Cina al rispetto dei diritti civili e al diritto alla autodeterminazione più volte richiamato dalla Nazioni Unite, cui il Dalai Lama e i molti centri di spiritualità tibetana nel mondo chiedono di associarsi, mi sono chiesto più volte “come” poter fare qualche cosa in concreto, in quanto cittadino del pianeta e quindi com-partecipe dei suoi patrimoni culturali ed umani da salvaguardare, per non dover assistere in modo passivo a questa opera di “genocidio culturale” come il Dalai Lama stesso ha definito l’occupazione cinese.

Cercando di capire qualche cosa dell’intrigata storia di questo popolo nonché dell’empasse politico nel quale si trova a quasi 60 anni dall’invasione cinese – mai riconosciuta dall’ONU come legittima annessione alla Repubblica Popolare Cinese – sono rimasto sconcertato da quella che, almeno ad una mentalità occidentale, appare come una inconciliabile contraddizione: il fatto cioè che l’indiscussa autorità politica, oltre che religiosa, del Tibet – il Dalai Lama – non denunci l’illegittimità dell’occupazione del suo Paese e non ne rivendichi quindi la restituzione alla indipendenza, ma si accontenti di richiedere una generica autonomia o, quanto meno, il rispetto della libertà religiosa, della cultura e dei diritti civili.

zerbetto-tibet-marciaAlla posizione “morbida” del Dalai Lama, che lui stesso ha definito come “Via di mezzo” e che potrebbe apparire come assai ragionevole considerata l’improbabilità di poter riottenere l’indipendenza da una potenza dalla soverchiante potenza economico-militare come la Cina, fa riscontro tuttavia il sostanziale fallimento nella possibilità di un accordo negoziale che ne sarebbe potuto derivare. La politica cinese, infatti, ha proceduto imperterrita nei propri programmi di annessione politico-culturale del Tibet assumendo un controllo sempre più totale di tutte le istituzioni, imponendo l’insegnamento del cinese come prima lingua nelle scuole e accelerando una forzata immigrazione di cinesi delle etnia Han che ha raggiunto attualmente la quota di oltre 9 milioni a fronte di una popolazione residua di tibetani che si aggira sui 6 milioni. I tibetani, in altri termini, sono attualmente in minoranza nella loro stessa patria e si trovano estromessi da ogni posizione di rilievo. Rappresentano, in altri termini, una minoranza etnica asservita e umiliata anche sotto il profilo culturale oltre che socio-politico.

Appare quindi evidente come la richiesta di una dignitosa “autonomia”, se non indipendenza, risulta essere un parola vuota. E’ del pari evidente che ogni anno che passa non fa che favorire il progressivo consolidamento della occupazione cinese rendendo lo status quo sempre più immodificabile.

Questa incresciosa situazione potrebbe essere in fondo accettabile se la popolazione tibetana giudicasse il processo di modernizzazione introdotto dai cinesi preferibile rispetto al sistema feudale preesistente e che, certo, comportava una condizione delle masse rurali a livelli paragonabili al nostro Medio evo. Pare invece che le cose non stiano in questi termini e che i processi di modernizzazione non abbiano comportato dei vantaggi alla popolazione tibetana tali da far accettare l’occupazione cinese. L’aumento del PIL oltre il 10% registrato in questi anni è andato infatti a beneficio degli occupanti cinesi che hanno proceduto ad una sistematica deforestazione del patrimonio boschivo (si valuta nella misura dell’85%) nonché delle risorse minerarie (oro, uranio e rame) ed in più con un impatto disastroso sull’ecosistema. A riprova di questo scontento stanno i numerosi moti insurrezionali registratisi, oltre che nella città di Llasa e a cui la stampa ha dato ampio risalto, in gran parte del territorio tibetano (www.freetibet.it).

zerbetto-tibet-marciaLo stato di esasperazione del popolo tibetano si esprime ora nel Movimento di Insurrezione del Popolo Tibetano, nato dallo sforzo congiunto di cinque tra le maggiori Organizzazioni non Governative tibetane: il Tibetan Youth Congress (il Congresso della Gioventù Tibetana), la Tibetan Women Association (l’Associazione delle Donne Tibetane), il Movimento Gu-Chu-Sum del Tibet (un’associazione di ex prigionieri politici), il Tibetan Democratic Party (Partito Democratico del Tibet) e Students for a Free Tibet India (Studenti per il Tibet libero – India).

Queste cinque Organizzazioni hanno deciso di intraprendere una azione forte e dal significato inequivoco: Marcia di ritorno in Tibet. La stessa è partita da Dharamsala, sede del Governo provvisorio del Tibet in India, lo stesso 10 marzo 2008 ed ha toccato Delhi in concomitanza del passaggio della fiaccola olimpica. per poi dirigersi verso il Tibet. I marciatori sono già stati fermati dalla polizia indiana – che risente della pressione della Cina che fa pesare i consistenti accordi commerciali attualmente in essere tra i due paesi – all’inizio salvo poi essere stati rilasciati poco dopo. Un secondo arresto è avvenuto in occasione del passaggio a Delhi allorché i coordinatori sono stati fermati per oltre 15 giorni, mentre i sostenitori stranieri sono stati rilasciati dopo poco per evitare incidenti diplomatici. La Marcia ha quindi ripreso il suo cammino in direzione del Tibet dove i marciatori si propongono di attraversare il confine in concomitanza dell’inaugurazione delle Olimpiadi di Pechino 2008.

zerbetto-tibet-khama-e-il-salutoUna cosa importante da sottolineare è che il Dalai Lama si è sempre dimostrato contrario alla Marcia. Oltre a non farne menzione quando si mise in moto, si è pronunciato contro questa iniziativa ed ha esplicitamente cercato di fermarla. Perché? Difficile dire. Certo, essere ospite dell’India gli impone di non sostenere iniziative di aperto contrasto alla politica cinese e lo stesso motto della Marcia “Rise up, Resist, Return” del Tibetan People’s Uprising Movement (http://www.tibetanuprising.org) non rassicura circa le intenzioni dei marciatori. Gli stessi, inoltre appartengono alle citate 5 organizzazioni di cui 4 si dichiarano in modo esplicito a favore della lotta per l’ottenimento della indipendenza del Tibet dalla Cina (solo il movimento delle donne tibetane chiede l’autonomia). Una politica, quindi, in contrasto con quella del Dalai lama che, nel suo stesso discorso del 10 marzo 2008, concludeva con un conciliante “Raccomando i tibetani a continuare nel loro lavoro pacificamente e nel rispetto della legge in modo da assicurare che tutte le nazionalità minoritarie della Repubblica Popolare della Cina, tra cui il popolo tibetano, possano godere dei loro legittimi diritti e benefici”.

Anche se nessuno dei tibetani assume generalmente posizioni che si discostano da quelle adottate dal Dalai Lama, che tuttora raccoglie un vasto consenso sia religioso che politico (ambiti che i tibetani stentano ancora a tenere distinti) è evidente che una incrinatura nei fatti si è determinata nel momento stesso in cui i Marciatori hanno ripreso il loro cammino contravvenendo alla volontà del Dalai Lama e del governo tibetano in esilio che lo esprime (il Kashag che raccoglie 63 delegati che non vengono però eletti in senso democratico e che non esprime dei partiti attraverso una dialettica politica paragonabile ad una istituzione effettivamente democratica).

Nelle parole di Lhasang Tsering, voce autorevole del dissenso tibetano. poeta, ex carismatico presidente del Tibetan Youth Congress “dobbiamo rivendicare e sostenere l’indipendenza del nostro paese, il fatto che siamo un popolo assolutamente diverso da quello cinese per etnia, lingua e scrittura (…) Oggi più che mai ritengo che l’unica speranza per la sopravvivenza del popolo tibetano e della sua cultura sia la riconquista dell’indipendenza. Niente di meno niente di più” (da Piero Verni su Limes del’aprile 2008).

Si è quindi determinata in questi giorni un’incrinatura tra il leader politico storico del Tibet, il Dalai Lama, ed un raggruppamento di forze che, pur facendo propri i principi gandhiani della lotta non-violenta, non credono più nella “Via di mezzo” ed in un dialogo che è a senso unico dal momento che la Autorità cinesi non fanno che ribadire come il problema della indipendenza del Tibet non possa nemmeno essere posto dal momento che il Tibet è semplicemente una parte del territorio cinese e che di fatto, come ha affermato nel luglio dell’anno scorso un diplomatico cinese “Non esiste alcun problema tibetano”.

Per capire qualcosa di più di questa delicata congiuntura, ho colto l’opportunità di una decina di giorni che mi si sono liberati per recarmi in India ed unirmi ai marciatori. L’ho fatto dal 22 al 29 aprile. Una settimana che resterà per me indimenticabile per l’intensità degli incontri, dell’esperienza interiore, dell’emozione per aver partecipato ad un evento dai contorni epici (come inevitabilmente la lunga marcia dell’Esodo del popolo ebraico, ma anche della Anabasi dei Greci in terra di Persia ed altre che il tema inevitabilmente evoca) … e patetici insieme per la sproporzione tra la finalità (la liberazione del Tibet) e la esiguità dei mezzi. Al confine tra la disperazione di un popolo che si sente ormai schiacciato da una potenza soverchiante e la speranza nelle buone ragioni che ancora animano la sua lotta. Un gruppo di 300 persone, la maggior parte dei quali monaci, disarmati ed inermi e nello stesso determinati come i 300 delle Termopili a sbarrare il passo al prezzo della vita ad una invasione soverchiante di un nemico inarrestabile.

Il mio animo è pieno di quei volti dall’espressione sorridente ed insieme determinata, ingenua … quasi fanciullesca ma che nello stesso tempo esprime una lunga e dolorosa meditazione sui tanti compagni caduti, imprigionati, torturati e umiliati in questi 60 anni di brutale repressione.

Ho ancora nel cuore i loro canti lungo il cammino, al confine tra inni di guerra e litanie. E mi sento ancora avvolto da questi silenzi dove le parole inutili non riescono ad affacciarsi perché il tempo che resta è già quello che separa da un evento sacrificale. Questo avverrà ineluttabilmente allorché i 300 marciatori (che nel frattempo potrebbero crescere con l’adesione di altri gruppi di esuli) verranno arrestati “preventivamente” dalla polizia indiana per evitare “turbative” ai giochi olimpici o direttamente dai plotoni antisommossa cinesi che saranno pronti ad accoglierli non appena varcato il confine. Il dopo? Non sappiamo, mi rispondono. Verisimilmente – per quelli che non dovessero cadere sotto il fuoco com’è già avvenuto dei 140 tibetani uccisi da marzo ad oggi – si apriranno le prigioni dove già molto sono morti a seguito delle torture o i “Laogai”, i funesti campi di “rieducazione” attraverso i lavori forzati dove già sono stati reclusi oltre 4.000 tibetani (vedi: www.laogaifoundation.org).

E noi? Che possiamo fare noi nel poco tempo che ci separa da questo evento? Nei pochi giorni in cui ho condiviso la marcia – sugli aspetti folkloristici della quale evito di soffermarmi per non dilungarmi in aspetti marginali – ho cercato affannosamente di dare una qualche risposta a questo quesito che, sinceramente, ha turbato i miei sonni di queste settimane. Ne ho cavato alcuni spunti. Poche cose, ma che mi lasciano la sensazione di non essere andato invano o solo per assolvere ad una specie di curiosità fine a se stessa:

1. Chiedere ai marciatori, attraverso i loro Organi rappresentativi, di formulare un documento sufficientemente analitico di richieste al governo cinese nel quale raggiungere un consenso tra le diverse Organizzazioni promotrici. Questo anche la fine di raccogliere un sostegno possibilmente ampio da parte di governi ed alle Organizzazioni sovranazionali (ONU, EU) che possano dare forza alle rivendicazioni in quanto ritenute legittime

2. Creare un Foreigner Supporters Commette che consenta di coordinare le azioni di supporto dei sostenitori stranieri e nello stesso tempo di sgravare da tali compiti i Promotori della Marcia

3. Portare avanti il progetto delle Mille bandiere consistente nel far confluire sulla città di Nainital che si trova lungo il percorso dei marciatori una vasta rappresentanza di associazioni, gruppi di sostegno alla causa tibetana, amministrazioni locali, università ed associazioni di vario tipo che accettano l’invito di mandare un proprio rappresentanza della rispettiva associazione

4. Promuovere, sempre nella città di Nainital (che è una cittadina di villeggiatura sulle pendici himalaiane con lago ed ampia possibilità di recettività alberghiera; vedi su Internet) un Forum permanente sul Tibet sino all’ingresso dei Marciatori in territorio tibetano ed oltre (in pratica per i prossimi due-tre mesi) con conferenze, spettacoli, dibattiti, esperienze per dare continuità al sostegno della causa tibetana e attirare l’attenzione mediatica sull’evento. Daniela Santabbondio (Disha) mi ha già fatto presente la sua intenzione ad essere presente. Ci saranno altri?

Per la prima volta nella storia ci troviamo di fronte all’opportunità di fare una guerra di nuovo tipo: non con armi e violenza fisica, ma con la forza delle idee e della potenza dei mezzi di comunicazione.
Solo se molti cittadini del mondo si sentiranno personalmente “in prima linea” nel sentirsi partecipi attivamente di quest’azione di lotta – non violenta, ma non per questo non determinata – potremo forse raggiungere l’obiettivo di:

a. Sensibilizzare il mondo di fronte alla minaccia del totalitarismo dell’attuale governo cinese che calpesta il rispetto dei diritti civili elementari (divieto della libertà di opinione/espressione e di stampa nonché di accesso-libera circolazione ai giornalisti stranieri, sfruttamento del lavoro minorile, forte subalternità della condizione femminile, negazione di ogni forma di reale autonomia alle minoranze etniche e all’esercizio delle religiose – anche i vescovi cattolici vengono nominati dal Governo cinese e non dal papa – abuso della pena di morte che fa registrare in Cina una media di 7-8.000 esecuzioni l’anno rispetto alle 178 dell’Iran e alle 63 degli USA con incontrollato commercio di organi da trapiantare, come riferito da Gianfranco Dognini Dirigente di Amnesty International in occasione della Conferenza su: Pechino 2008: Tibet e diritti umani, Università Cattolica – Milano 30.4.08 ).

b. Sostenere i politici nell’adozione di atteggiamenti meno ricattabili sotto il profilo economico laddove improntati a una politica condivisa che si ispiri a norme rispettose dei diritti civili e non unicamente a logiche di profitto

c. Ottenere che, in un ragionevole lasso di tempo, anche la Cina rinunci alla colonizzazione di stati indipendenti, come già è avvenuto per Inghilterra, Francia, Spagna ed altre potenze colonizzatrici in passato, restituendo quindi la sovranità ai popoli occupati – primo fra tutti il Tibet – salvaguardando eventuali accordi di interesse economico e commerciale

d. Condizionare l’acquisto di beni e servizi collegati alla Cina ad un reale mutamento della sua politica. Sembra, infatti che, allo stato attuale, l’unico argomento convincente, sia quello che possa incidere in qualche modo sul valore primario di riferimento del mondo di oggi ed in particolare dell’imperialismo economico cinese. Il dio denaro.

Per fare questo si richiede ovviamente un’ampissima mobilizzazione mediatica nella quale invitare ciascuno a fare la propria parte per promuovere un fronte condiviso di lotta che possa incidere su una situazione che, lasciata a se stessa e senza sostegno internazionale, perpetuerà la sanguinosa repressione di un popolo inerme e che non si rassegnerà mai alla rinuncia della sua autonomia reale.
Grazie a coloro che avranno voluto dedicare un poco del loro tempo alla lettura di queste pagine. Per indicazioni più specifiche sulla azioni concrete consultare: www.worldactiontibet.org (si gradiscono adesioni per partecipare più attivamente alle azioni).

Non posso chiudere senza una menzione a Tienzin Tzundue per l’onore che mi ha fatto nel condividere le difficili scelte che lo aspettano, Sherab per l’amicizia ed il tempo dedicatomi a delineare i diversi aspetti del problema, Lobsang per la generosità del suo esempio di giovane disposto a sacrificare vita personale e la carriera per la causa del suo popolo, Gelek per la sua testimonianza di padre disposto a lasciare la famiglia per affrontare una Marcia dal ritorno non certo, Dakten e tanti, tanti altri che mi hanno accompagnato con amorosa attenzione. Grazie per il khama – la sciarpa bianca decorata di simboli augurali – che alla luce di una flebile lampada mi è stata consegnata in segno di ringraziamento per la solidarietà di una persona e di un popolo amico, quello italiano, che come pochi altri seguono con trepidazione e impegno la causa tibetana nella sera della mia partenza. Con un lungo sguardo a tutti … che mi auguro sia un arrivederci e non un addio.

Riccardo Zerbetto è specialista in neuropsichiatria infantile e per adulti. Già docente in Psicopatologia e Psichiatria dell’Adolescente presso l’Università di Siena e consulente del Comune di Roma e del Ministro della Sanità per le tossicodipendenze (1980), fondatore e supervisore delle Comunità terapeutiche del Comune di Roma e di Orthos, programma residenziale intensivo per giocatori d’azzardo. E’co-fondatore e presidente di Alea-Associazione per lo studio del gioco d’azzardo e dei comportamenti a rischio.

Dirige il Centro Studi di Terapia della Gestalt di Siena e Milano, istituto riconosciuto dal MUR per lo svolgimento di corsi in psicoterapia. E’ stato presidente della Associazione di Psicologia umanistica e transpersonale (1989), della Federazione Italiana delle Scuole e Istituti di Gestalt-FISIG (1995-97) , della European Association for Psychotherapy-EAP (1997) ed è presidente on. della Federazione Italiana delle Associazioni di Psicoterapia-FIAP.

E’ autore di numerose pubblicazioni inerenti la psichiatria, le tossicomanie giovanili e la psicoterapia. E’ cultore di poetica haiku e di ArteNatura.

Cordina il sito web: www.worldactiontibet.org

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