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Rallentare

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Moiraghi.rallentare.jpgEnergia è termine che letteralmente significa “ciò che ha in sé il movimento”. È concetto costante di ogni cultura, da sempre indicato con termini differenti ma simili. Ai tempi attuali è termine utilizzato per indicare diverse realtà.

Da un canto energia è infatti ciò che i greci antichi chiamavano pneumos, e gli indiani prana, e i cinesi qi, termini simili che indicano i venti vitali che presiedono all’esistenza dell’universo come di un singolo individuo.

A ben vedere non è lontana da questa concezione la tradizione cristiana del bue e dell’asinello che dalla pastoia riscaldavano coi loro respiri il Redentore sotto il cielo stellato di Betlemme. La vitalità concepita come soffio caldo di vita che fluisce ovunque nel corpo non è, in questa visione, che la trasformazione all’interno dell’organismo della vitalità che fluisce ovunque nel cosmo.

L’energia viene così ad essere entità ubiquitaria, presente sia al di fuori che dentro ogni organismo, cioè presente nei vuoti recessi cosmici come nella materia più compatta. Per quanto riguarda l’organismo terrestre, come visto, esso si nutre di luce solare e la trasforma nella sua struttura vegetale attraverso la fotosintesi clorofilliana. Nasce di qui il nutrimento della struttura animale,mentre la struttura minerale si alimenta degli scarti e dei resti e degli esiti vitali delle strutture vegetali e animali.

Tutto il ciclo vitale dell’organismo terrestre non è dunque che un’unica trasformazione energetica a partire dall’energia dei raggi solari, e nei vari momenti di quest’unico metabolismo planetario, che è vero metabolismo della luce, si esprime la vita terrestre nelle sue innumerevoli forme.

Fin dai primordi l’uomo ha sempre avuto ben chiaro come il sole fosse la fonte della vita, e lo onorava e lo adorava.
Per altro la vitalità di questo astro è tale da non sussistere alcuna futura minaccia, almeno quanto ai tempi della vita terrestre, circa questa futura fonte energetica: il sole splende nel cielo e splenderà in futuro. Non altrettanto rosee sono invece le prospettive quanto a un altro significato del termine energia oggi in uso frequente: qui parlare di energia significa di questi tempi dare forma a uno dei nodi irrisolti della società moderna.

Sotto questo avviso, trasposto dal mondo dei vivi al mondo industriale, il termine energia vale infatti a indicare ciò che necessita alla tecnologia per funzionare. Ogni motore non è infatti che un trasformatore energetico, fornisce movimento e per farlo consuma energia, che dal movimento deriva. Questa solo apparente similarità del motore con l’organismo vivente, l’essere cioè entrambi trasformatori energetici, ha fatto sì che sovente venga proposto il parallelo tra il funzionamento di una macchina e il metabolismo di un essere vivente.

Chiariamo subito come questo parallelo sia del tutto errato e fuorviante, un individuo vivente non è una macchina e nessuna macchina sarà mai un individuo vivente. Una macchina è certo un trasformatore energetico, ma non è autonoma né quanto alla propria generazione, né quanto al proprio mantenimento in attività, né quanto al proprio rifornimento vitale, e queste sono le differenze che la separano in modo definitivo dalla sfera della vita, che si genera e si mantiene da sé.

Proprio dalla mancanza di autonomia della macchina nasce dunque uno dei massimi problemi moderni, il rifornimento energetico. Con l’esponenziale aumento del lavoro tecnologico proprio dell’era moderna, è infatti aumentata e non fa che aumentare la quantità necessaria di rifornimento energetico, di qui la ricerca propria della società moderna di ogni possibile tipo di fonte energetica.

Pressoché tutto il movimento vitale è stato valutato quale possibile fonte di energia, dal mulo della macina all’esplosione dell’atomo, e pressoché tutto, dal vento al verme, viene utilizzato. Di qualunque fonte energetica si tratti, la società moderna si trova in ogni caso davanti al problema di riuscire a trarne energia in quantità sufficiente ai propri esuberanti consumi. Ma, paragonata a questi, ogni fonte energetica si mostra presto insufficiente.

La richiesta dell’uomo è tale infatti da mutare in ogni caso gli equilibri delle strutture planetarie da cui pretende di trarre il suo fabbisogno energetico e ogni volta, secondo le diverse strutture che l’uomo aggredisce per trarne energia, ne derivano diversi squilibri all’omeostasi planetaria.

Prima fonte energetica oggi sfruttata è la profondità terrestre, che evidentemente fonte energetica non può essere.
Si tratta infatti di giacimenti petroliferi comunque limitati, destinati in ogni caso prima o poi a esaurirsi, ed estrarli genera sicuri sconvolgimenti tellurici profondi di cui attualmente, dimostrando una cecità pari alla precedente, non si tiene alcun conto.

Da quelle bocche deriva altresì una reale debolezza della superficie terrestre, è come estrarre la polpa da una mela con una siringa pretendendo di non alterarne la buccia. Anche qualora la buccia mantenesse sulle prime la stessa forma, è certo che la sua struttura e la sua consistenza ne risulterebbero alterate. Il pianeta crea da sé, come e quando e dove ne necessita, i propri sfiati, quali ad esempio i vulcani.

Ma la creazione di altre porte di sfiato, di svuotamento, come e dove e quando fa comodo all’uomo, alla lunga non può che alterare gli equilibri planetari. Va anche notato che il rischio di queste finestre aperte sulla profondità aumenti proprio in relazione alla presenza e alle attività dell’uomo.

Ad esempio, il grande scempio all’ecosistema avvenuto in Kuwait ai tempi della prima guerra del golfo era nel campo del prevedibile, come del resto tanti altri in seguito; è quindi in prima istanza una responsabilità di chi ha aperto quelle bocche verso la profondità, di chi ha scavato quei pozzi di petrolio che rappresentavano comunque un rischio per gli equilibri naturali e che facilmente avrebbero potuto divenire il centro di interessi contrastanti e di conflitti, dato il vantaggio economico che se ne sarebbe tratto.

Scontri che si sono poi puntualmente verificati, che sono ancora oggi più che mai in corso e le cui conseguenze sono costate infinità di dolore e vite umane oltre alla vita di un territorio immenso. Interessante, quanto al petrolio, come esso sia la forma più evidente di trasformazione delle strutture vegetali e animali in struttura minerale, è composto infatti di residui e di sedimenti organici. Ecco che quanto resta della vita antica, i depositi di infinite generazioni di forme organiche, a distanza di millenni ancora rappresenta la prima fonte di energia, e ancora si rivela il fondamento più sicuro del calore e del movimento.

A guardare le cose da questo punto di vista, un giacimento di petrolio non è poi molto differente da un cimitero di campagna, le cui fiammelle fatue dimostrano la vitalità che ancora vi è sepolta. Qualcosa del genere sono per altro i giacimenti di carbone e di metano, che pure da resti di materia organica derivano.

Va qui poi nominato l’idrogeno, il primo elemento della tavola periodica degli elementi. È l’elemento più leggero e più abbondante nell’universo. Presente nell’acqua, che come si sa ha per formula H2O, e in tutti i composti organici e organismi viventi, è il gas da molti osannato come principale futura energia pulita. È certo immagine vincente vedere un’automobile il cui scarico può essere addirittura respirato.

Non dico un progetto, ma una macchina vera e propria, volante e carrozzeria verniciata, sedili quattro più quattro e motore acceso, come resistervi, e in forza di quali dubbi e incertezze? Eppure vi è chi ha dei dubbi in proposito e il timore che, sospinta dalla necessità di trovare nuove fonti energetiche, l’umanità attuale investa le proprie aspettative e i propri intenti in questa possibilità, senza bene vagliare, difficile farlo, l’intero complesso processo.

Vi è infatti chi ritiene che la soluzione idrogeno sia stata abilmente gestita e furbamente orchestrata. Costoro dissentono da quella che ritengono un’abile campagna mediatica che da anni promoziona l’idrogeno ponendolo al centro di una pretesa rivoluzione ecologica, indicandolo come occasione unica. Sono voci e pareri di ricercatori e scienziati dissonanti dal coro entusiasta. Essi notano incongruenze che non vanno sottovalutate e sostengono che, scegliendo l’idrogeno, invece di eliminare l’inquinamento dovuto alla combustione dei carburanti fossili, come affermano i suoi sostenitori, semmai si sposti l’inquinamento dalle città ad altre aree.

L’idrogeno è infatti gas infiammabile non presente sulla superficie terrestre e la sua produzione richiede una notevole spesa energetica. Attualmente l’idrogeno viene prodotto dal metano o da derivati del petrolio e la perdita di energia durante questa trasformazione da fonti di energia fossile a idrogeno è di circa un quarto del potere energetico delle fonti fossili utilizzate, non poco.

Sotto questo avviso l’idrogeno non può quindi essere considerato una fonte energetica ma piuttosto un vettore energetico, un costoso mezzo per immagazzinamento energetico necessariamente estratto da altre fonti; e vi è anche da considerare un’altra non secondaria conseguenza: per ogni atomo di carbonio presente nei composti convertiti in idrogeno si ha la produzione di una molecola di anidride carbonica, che è il principale gas responsabile dell’attuale riscaldamento planetario. In pratica, dalla scelta idrogeno non deriverebbe alcun vantaggio quanto al problema dell’effetto serra.

A queste critiche i sostenitori della via dell’idrogeno precisano che in futuro l’idrogeno potrebbe essere prodotto in una varietà di modi diversi dall’uso degli idrocarburi o del carbone, e che esistono varie vie alternative alla sua produzione, prima fra tutte la più ovvia, direttamente dall’acqua del mare, riconoscendo per altro come questo non sia problema di facile risoluzione e concordando comunque sulla necessità di produrlo in modi compatibili con l’ecosistema senza disperdere energie come attualmente accade ottenendolo dagli idrocarburi.

Chiariamo che personalmente non siamo in grado di prendere una posizione univoca a riguardo. Data l’importanza della materia la scelta è quindi di presentare entrambe le contrarie valutazioni, tranello o occasione, a concludere ricordando qui l’antico adagio secondo il quale non unicamente l’oro luccichi.

Quanto alle altre possibili fonti energetiche profonde, non va dimenticato il nucleo incandescente del pianeta, di cui i vulcani sono in ultima analisi considerabili, come detto, aperte propaggini superficiali. Fino a oggi l’uomo pare si sia reso conto delle difficoltà e dei rischi estremi legati al tentativo di gestire questo centro di fuoco, perciò non ne ha tentato l’utilizzo su vasta scala; semplicemente il livello tecnologico non era adeguato all’impresa.

Cercare di utilizzare ai propri fini il nucleo incandescente del pianeta sarebbe come pretendere di illuminarsi la strada nel bosco dando fuoco alle piante. A ben vedere, nell’oceano Pacifico già galleggia però una barchetta nuova nuova, un gioiellino avveniristico di nome Chikyu, costato una montagna di milioni di euro sborsati da americani, europei e giapponesi. È nave speciale, dotata di una speciale trivellatrice in grado di perforare diecimila metri di profondità di crosta terrestre a quasi tremila metri di profondità oceanica.

Fra gli obiettivi dichiarati della inusuale missione è la raccolta di sconosciuti batteri e specie viventi nella profondità planetaria, portando in superficie cilindri di crosta terrestre lunghi circa un metro e mezzo, il che pare la solita ricerca scientifica che se ne infischia dei rischi che possono venire all’umanità dal portare in superficie esseri che non vivono fra noi. Speciali strumenti permetterebbero poi di avere a disposizione dati nuovi per la previsione dei terremoti oceanici.

E va qui ricordata anche un’altra fresca fresca barchetta britannica dal nome altisonante, Royal Research Ship James Cook, e la sua prima breve missione primaverile nell’oceano Atlantico fra le isole di Capo Verde e i Caraibi. Risulta che sotto quei mari per centinaia di chilometri quadrati la crosta terrestre manchi del tutto e il fondale oceanico sia costituito direttamente dallo strato terrestre che usualmente sottostà alla crosta, il mantello profondo che qui affiora a contatto dell’acqua marina.

Al crocevia di ben tre zolle tettoniche la dorsale medio atlantica è dunque qui formata unicamente dal mantello privo dell’usuale protezione dei sei-sette chilometri dello spessore della crosta terrestre. Ovvio l’interesse scientifico per quest’area, descritta dai blasonati direttori della missione anglosassone quale vera e propria ciclopica ferita aperta nel cuore del pianeta. Sarà.

A ben vedere però, trattandosi di una ferita aperta, meno ovvia appare la dotazione di questo avveniristico bastimento costato anch’esso svariati milioni di euro e superdotato di straordinarie robotiche trivelle sottomarine capaci di penetrare fin dentro il nucleo planetario e di riportarne in superficie enormi campioni. Strana cura per una ferita, guarda il caso, di rottura, al solito. In ogni caso è evidente, ci siamo, il nucleo planetario è nel mirino della scienza e dei progetti di uso e sfruttamento. Mancava. Peccato. Aiuto.

Quello che infatti conviene non passi inosservato è che si tratta della prima volta che l’umanità si muove verso il nucleo igneo della Terra, non considerando più la crosta terrestre un limite assoluto e invalicabile. È evidente la gola con cui il mondo moderno, così bisognoso di sorgenti energetiche, guarda all’energia di cui tutto ignoriamo che prorompe laggiù, nel centro della Terra, principio primo da cui tutta la vita terrestre deriva, ed è evidente il rischio che, presto o tardi non ha importanza, ne possa venire, lo sconquasso totale.

Se la moderna società umana fosse matura, democratica, onesta, sincera, scelte di tale entità dovrebbero avvenire solo dopo un referendum mondiale, perché la Terra è dei suoi abitanti, non di chi detiene deleghe e potere. Conviene quindi tenerle d’occhio, quelle barchette nel blu, e conviene prendere chiara posizione fin d’ora.

Se dunque la profondità terrestre va del tutto rispettata, altrettanto vale per la superficie, dove le due principali fonti energetiche derivano attualmente dalla vegetazione e dai letti fluviali. Del disboscamento non vale parlare, i tempi della distruzione umana delle foreste sono infinitamente inferiori ai tempi di crescita di quelle stesse foreste. In pochi secoli la Terra ha perso gran parte della sua capigliatura verde e in breve, se l’uomo non porrà termine alla distruzione delle foreste, diventerà calva del tutto, con conseguenze certe sulla vita stessa della superficie planetaria.

Ciò che accade in Amazzonia, anche dopo le tristi farse dei sedicenti summit ecologici, è un monumento alla cecità e pone in rischio reale tutta la futura vita terrestre. All’incirca equivale a una persona che si scortica i polmoni per vendere a peso le ciglia delle sue cellule respiratorie. Se dunque il verde rimasto va del tutto rispettato, delle fonti idrodinamiche fluviali conviene parlare.

I fiumi infatti non sono sterili condotti, bensì sono in tutto le arterie del pianeta e rappresentano non solo la necessaria via all’irrigazione, ma al complesso nutrimento stesso della superficie dell’organismo terrestre. Il loro decorso, proprio come quello delle nostre arterie, non è casuale, ma è in inscindibile relazione con i territori e le strutture superficiali del pianeta; non può quindi essere a piacere mutato dall’uomo senza che questo comporti gravi alterazioni della superficie stessa, alterazioni sia a carico dei territori e delle strutture che non vengono più irrorate, sia a carico di quelli che ora vengono irrorati in modo eccessivo e anomalo, così come alterazioni a distanza che avvengono in modi e in tempi da noi non preventivabili. Su questo argomento conviene valutare l’esperienza egiziana, rispetto alla quale le attuali opere cinesi stanno come la luna sta alla lucciola.

Ci si accorge oggi che la diga di Assuan – salutata negli anni settanta come la dimostrazione della capacità dell’uomo di plasmare la natura a suo vantaggio – ha trattenuto circa centoventi milioni di tonnellate di sedimenti che prima della sua costruzione fertilizzavano la valle del Nilo, e che da questo smisurato invaso evapora annualmente un quinto della portata idrica del fiume più lungo del mondo, infine che i danni dovuti alla sua costruzione riguardano gli equilibri di tutto il bacino del mare Mediterraneo.

Pure, l’umanità non pare fare tesoro di questa esperienza, come sempre quando troppi interessi sono in gioco, e non ha che sviluppato, altro pare proprio non saper fare, la sua presuntuosa violenza sugli equilibri idrici del suolo. Infatti, per la verità un po’ in sordina – come sempre, ci viene da notare, quando troppi interessi sono in gioco – nel mondo intero, Asia, Europa, America meridionale, sono attualmente in cantiere numerose dighe a carico dei maggiori fiumi del globo le cui immani portate relegheranno definitivamente la diga di Assuan a poco più di un pur ragguardevole lavello d’appartamento.

In India, da un canto, è già iniziata l’evacuazione della popolazione per la creazione della diga di Sandar Sarova, che imbriglierà il fiume Narmada, affluente del Gange, inondando boschi e terre agricole per decine di migliaia di chilometri quadrati. D’altro canto, alle falde himalayane, una diga sul fiume Bhagirathi, i cui lavori si prevede termineranno in pochi anni, avrà conseguenze su tutto il bacino del Gange, di cui quel fiume è affluente.

In Cina, con quattro anni di anticipo è terminata la più grande diga del mondo, il muro di centottantacinque metri delle Tre gole sullo Yang Tze, salutato come la maggiore fonte idroelettrica planetaria, seicento chilometri di lago artificiale; e qui convengono altre incredibili cifre: un milione e centoventimila abitanti deportati, settantacinque città abbattute, millecinquecento villaggi sommersi. Esaltato dal successo, il governo cinese già ha avviato altri dieci ecomostri ancora più faraonici, fino agli oltre trecento metri di altezza della diga progettata in Tibet, con costi umani e ambientali non valutabili ma certo straordinari.

In Brasile è stato da tempo varato, per fortuna ora rallentato per carenza di fondi, il piano 2020, che consta dell’allagamento di centomila chilometri quadrati di foresta amazzonica, con la costruzione di un’ottantina di centrali idroelettriche in piena foresta vergine, al fine di rifornire di energia gli scavi e lo sfruttamento dei giacimenti minerari. Ma nessuno può dire quali saranno le reali conseguenze di questi smisurati ostacoli all’omeostasi idrica planetaria.

Come si disegneranno sulla mappa mondiale i deserti melmosi e gli oceani di aridità dovuti a questo ciclopico affondo agli assetti idrici della terra, che, coinvolgendo i maggiori fiumi di ben quattro continenti, il Nilo, il Gange, lo Yang Tze, il Rio Amazzone, il Danubio, prende la forma di un vero disegno di destabilizzazione ambientale planetaria?

Se dunque lo sfruttamento fluviale è molto più dannoso di quanto usualmente si ritenga, quanto alle potenzialità idriche vanno ricordate le grandemente rischiose risorse energetiche che potrebbero derivare dalle acque oceaniche: onde, maree e ghiacci polari; ma attualmente per fortuna l’uomo non pare tentarci, almeno su vasta scala.

Circa la via atomica all’approvvigionamento energetico, il buon senso parla da sé. Quanti cancri sono costati gli esperimenti nucleari che ancora oggi, come in demenziali e mortali fuochi d’artificio, vari stati si ostinano a effettuare? Quanti cancri, quanti nati malformati è costato il disastro di Cernobyl? Quante altre Cernobyl ci sono state a nostra insaputa?

Risulta che in Italia il tasso di radioattività aveva già raggiunto in numerose altre occasioni il livello dovuto a Cernobyl, ma nessuno si è mai preso la briga non dico di spiegarne i motivi alla popolazione, ma neppure di informarla affinché potesse prendere le pur limitate precauzioni possibili.

Dato che l’errore umano è proprio dell’attività umana, ne è anzi mezzo di esperienza, che senso ha avventurarsi in campi, come l’atomico, ove l’errore viene pagato in forma di dolore e di morte, in forma di mutazioni genetiche, mostruose eredità donate alle generazioni future?

E che senso ha avventurarsi in un campo in cui nessuno ha idea di come disfarsi dei mortali scarti radioattivi, che fino ad ora l’uomo non fa che seppellire qua e là, in mare e in terra, meglio in terre lontane da casa sua, tentando di sbarazzarsene, cercando di minimizzare a se stesso il problema con la solita furbata del gioco delle tre tavolette, quasi non sia a tutti evidente che siamo già seduti su giacimenti più o meno segreti di radioattività dovuta alla nostra presunzione e alla nostra protervia, montagne mortali di cui non sappiamo null’altro che, prima o poi, forse già ora, le loro invisibili esalazioni radioattive ci contamineranno in silenzio? Anche i bambini sanno che chiudere gli occhi davanti al pericolo non nasconde ad esso, e non mette al sicuro.

Ancora una volta, e qui più che altrove, si è oltrepassata la soglia dell’ambito umano. È necessario essere sensati e non cadere nelle false e allettanti e tranquillizzanti trappole delle assicurazioni dei presunti esperti, e delle deleghe ai blasonati scienziati. Questi nostri non sono tempi di deleghe, sono tempi di responsabile sensato impegno personale. Anche qui troppi interessi sono in gioco e in completo contrasto con il benessere planetario e nostro, per poterci fidare di altro che del nostro buon senso. E il buon senso insegna di non avventurarsi su strade in cui il minimo passo falso sia mortale.

Mentre correggo le bozze di questo libro, ecco una notizia dalla Cina, la cui mappatura energetica, giudicata dal governo di Pechino troppo sbilanciata verso le fonti energetiche tradizionali, sta per essere radicalmente ridisegnata a tappe forzate a favore della produzione energetica nucleare, che verrà quintuplicata entro il 2020 mediante la costruzione di trenta nuovi reattori nucleari, per i quali sono previste commesse per 50 miliardi di dollari.

Si è così aperta una giostra politica ed economica di portata planetaria che vede interessati i più robusti attori mondiali fra i quali Siemens, General Electric, Alstrom e i principali governi europei e asiatici e americani, fra i quali Francia, Germania, Russia, Giappone, America. Il primo contratto da oltre 5 miliardi di dollari per la costruzione di quattro reattori l’ha spuntato alla fine del 2006 il colosso nippo-americano Westinghouse.

Per nulla sorpresi ne prendiamo atto. È da tempo che le strapotenti lobby del nucleare hanno rialzato testa e voce, anche nella nostra penisola, sicure che le occhiaia nere dei bambini di Cernobyl siano ormai state metabolizzate dal mondo e che gli aborti e i neonati deformi di ogni razza e colore dovuti al fallout che da Cernobyl ha avvelenato cieli di tutto il pianeta siano ormai stati dimenticati, certe che i morti tacciono e che i malati che prima gridavano le responsabilità di chi ha provocato il loro dolore finiranno poi con il gemere sottovoce.

Conviene invece ricordare.

Termino il tema nucleare con un recente dato nostrano a riguardo: la Regione Piemonte ha rilevato contaminazione radioattiva nei terreni e nelle falde acquifere attorno all’invaso ove in provincia di Vercelli è stato stoccato gran parte del materiale radioattivo italiano, barre di uranio e altro materiale fissile, alla chiusura delle centrali nucleari nazionali a seguito dell’esito del referendum nazionale del novembre 1987.

A risolvere la trasudazione di acque contaminate attraverso le pareti della vasca di contenzione è in corso lo svuotamento della piscina. Seguiranno operazioni di bonifica e di rimozione degli elementi radioattivi, per il loro asporto manca ancora l’individuazione del luogo ove stoccarli.

Va notato come inizialmente il loro definitivo deposito sarebbe in teoria stata una grotta della Basilicata, a Scanzano Jonico; non lo è mai nei fatti diventata per le vincenti proteste e lotte della popolazione locale, da cui il dirottamento del materiale radioattivo in Piemonte, nel vercellese, in un territorio che oltretutto è a rischio di inondazioni.

Da quanto fin qui detto non pare vi sia sulla terra possibilità di ampio sfruttamento energetico che non costi gravi perturbazioni ambientali, resta il cielo. Il cielo significa, quanto alle possibili risorse energetiche, vento, nubi e luce solare.

Mulini e pale a vento, fino a poco fa sottovalutati rispetto a un tempo, sono di recente tornati in auge, anche se è evidente come pretendere di addossare al vento l’impegno del rifornimento energetico oggi utilizzato pare azzardato, dato che si tratta di fonte energetica fruibile solo in precise condizioni ambientali e quindi limitata ad alcune situazioni regionali e locali.

Circa le stesse valutazioni valgono per il ciclo dei vapori terrestri e della formazione delle nubi e delle piogge, resta il sole. A prima vista il sole, vera fonte vitale del sistema terrestre, sembrerebbe rappresentare la più ovvia fonte energetica per i pretesi bisogni umani ed è di certo fra quelle più consigliabili. Si consideri che la luce e il calore che il sole riversa sulla Terra superano di migliaia di volte il consumo energetico dell’intera umanità.

Ma già da ora si possono facilmente immaginare, una volta che il fabbisogno energetico della società umana fosse soddisfatta dalla luce e dal calore solare, varie sorte di complicanze, disastri e catastrofi in un campo, l’equilibrio termico della superficie terrestre, da cui ogni forma di vita dipende strettamente.

Dunque il problema del rifornimento energetico si presenta, comunque venga valutato, di approccio estremamente complesso, certo ben più di quanto viene attualmente considerato. Ogni azione ha infatti un ritorno in inscindibile relazione con l’azione stessa, ed è proprio questo ritorno, ciò che consegue all’invadente pressione umana sull’ambiente, che è necessario oggi valutare con attenzione.

La società umana dell’Era Moderna si è sempre rifiutata di tenere questi conti, e questo appare particolarmente stridente in una società, come quella industriale, che si fonda proprio sul rapporto fra i costi e gli utili.
Riguardo all’impatto ambientale, però, l’uomo moderno ha sempre e solamente considerato gli utili immediati, limitando la valutazione dei costi al mero costo economico del porre in atto la sua cieca violenza sull’ambiente, ma i veri costi, gli unici che abbiano un peso reale, quelli pagati dalla grande maggioranza delle specie viventi e dalle stesse nostre generazioni, cioè i danni all’omeostasi planetaria, non sono mai stati presi in considerazione.
La raggiunta consapevolezza sociale della cecità di questo modello di valutazione segna la fine dell’Età Moderna e l’inizio dell’Età Presente.

Bene, che fare? Per prima cosa conviene rendersi conto e rimediare agli errori che si sono fatti e che si vanno facendo. Il pianeta non può infatti essere distrutto per approvvigionarsi di energia. Sarebbe come se, appeso a una fune su un baratro, uno di noi decidesse di darle fuoco per riscaldarsi.

Ciò che stupisce è come non risulti evidente a tutti che la Terra va totalmente rispettata, se si vuole che questo suo attuale aspetto sopravviva, se si vuole sopravvivere, e non mi riferisco qui solo al rifornimento energetico, ma al rifornimento di ogni genere di materie prime.

Ciò che chiamiamo giacimenti non sono che le strutture profonde dell’organismo planetario, estrarli è come utilizzare la terra su cui poggiano le fondamenta di casa per farne la calce con cui costruire la mansarda. Chi ha mai pensato di farlo a casa propria?

In verità il problema dell’approvvigionamento energetico, nei termini della spasmodica ricerca di qualsiasi fonte energetica, risulta fondamentalmente mal posto. Non si tratta infatti di sviluppare sempre più sofisticate metodiche di sfruttamento energetico delle risorse conosciute, e neppure si tratta di sviluppare nuove ricerche tese alla scoperta di fonti energetiche nuove e inaspettate. Si tratta invece di procedere secondo i percorsi che gli equilibri della vita planetaria e gli squilibri da noi provocati ci indicano. Anzitutto si tratta di differenziare i modi e i modelli.

La biodiversità è primo fondamento del benessere planetario. All’interno del ciclo della biodiversità lo scarto di alcuni è nutrimento di altri, mentre l’eccesso di alcuni, e il conseguente eccesso del loro nutrimento e del loro scarto, altera e frammenta l’equilibrio del circuito. Se questo è vero, ed è vero, è ovvio che il fabbisogno energetico va soddisfatto diversificando al massimo le vie di produzione energetica e rispettando lo scenario ambientale, non solo limitando l’inquinamento, ma riconoscendo nei singoli scenari ambientali le possibili risorse energetiche disponibili.

Sono ad esempio ottant’anni che il Brasile sviluppa la produzione di energia mediante etanolo e derivati ricavati da piante zuccherine come la barbabietola da zucchero, già ampiamente coltivate e facilmente coltivabili.
Non si tratta di nostrificare ciecamente l’esperienza brasiliana, si tratta però di riconoscerne l’importanza, di adeguarla ai singoli scenari, di identificare coltivazioni già esistenti nelle diverse aree del territorio nazionale i cui scarti vengono distrutti mediante ulteriore impegno di risorse energetiche, quando invece proprio da essi può derivare una fonte energetica importante, ecologica nella misura in cui si sarà in grado di diversificarne le vie di produzione.

Riorganizzando quanto fin qui detto, a ben vedere l’intero tema delle risorse energetiche manca di un unico modello di riferimento, ed è da questa carenza che deriva l’incertezza delle misure e delle scelte da adottare.
L’identificazione di un univoco modello di riferimento diviene ovvia se si considera di cosa, di chi, si sta parlando?
Si sta parlando delle risorse energetiche necessarie alla sopravvivenza dell’umanità, riscaldamento e quant’altro; ne deriva che proprio il modello organico può qui valere da riferimento, a evidenziare le corrette vie di assimilazione e di trasformazione della vitalità organica.

Perché se è vero che un organismo vivente e una macchina sono fondamentalmente diversi, come detto differiscono infatti per le capacità di autogenerazione e automantenimento, è pur vero che l’umanità è organismo complesso che, andando via via perdendo le sue capacità di adattamento e adeguamento allo scenario vitale, ritiene di necessitare di interventi tecnologici che saranno tanto più in linea con lo scenario stesso quanto più in linea con il modello del sistema vivente in cui vengono inseriti.

Ne deriva che l’osservazione delle relazioni energetiche fra l’organismo vivente e lo scenario ambientale può valere all’identificazione delle vie energetiche adeguate alla moderna umanità.

Data la mia formazione, mi riferisco qui alla lettura energetica dell’organismo secondo la tradizione cinese, compendio culturale e medico giunto a noi pressoché integro dall’antichità. Volendo dunque sintetizzare le relazioni con lo scenario energetico, risultano due complementari metabolismi energetici propri del vivente: l’assorbimento e l’elaborazione.

Assorbimentoè modalità che il vivente attua, adeguando e adattando i modi e le misure, nei confronti degli elementi climatici: freddo, vento, calore, umidità, secchezza. Sotto questo avviso, v’è da ritenere che circa ogni elemento climatico forse potrà in futuro essere assorbito e divenire fonte energetica.

Vale però qui notare quanto già detto, l’interazione con una sorgente climatica al fine del suo assorbimento ne altera i normali processi e si traduce, presto o tardi non ha importanza, con un’alterazione della sorgente stessa. Elaborazione è poi la funzione organica precipua del vivente, ed è in questo campo che incontriamo motivi di interesse quanto all’individuazione di adatte risorse energetiche. Conviene quindi una revisione delle vie organiche rivolte all’elaborazione energetica vitale secondo la cultura cinese.

Particolare interesse riveste ai nostri occhi l’elaborazione energetica organica degli scarti digestivi, data la rilevanza del tema dello smaltimento dei rifiuti e degli scarti nelle società moderne. Quanto alle funzioni delle vie addominali, deputate all’elaborazione del bolo digestivo, risulta primaria nell’organismo umano la funzione di recupero di valenze energetiche presenti nel materiale alimentare scartato dallo stomaco e avviato alla via intestinale.

Quello che va bene compreso è come l’energia termoregolatrice organica derivi proprio dall’elaborazione degli scarti alimentari. La cultura cinese sottolinea le funzioni di individuazione e distillazione di puro nell’impuro, di chiaro nello scuro, di trasparenza nel torbido.

Per qualificare quella corale cascata metabolica che si avvia con l’assorbimento energetico dello stomaco e che procede lungo tutta la via intestinale, conviene approfondire l’argomento. Va infatti sottolineata la diversità e complementarità dei due fondamentali metabolismi che si avviano con l’attività digestiva dello stomaco.

Lo stomaco è viscere centrale, dalla sua capacità digestiva deriva infatti gran parte della nostra vitalità. La vita vive di vita, altro non può, e come si sa è lo stomaco il viscere che trasforma la vita e la vitalità dell’essere vivente sacrificato, spiga di grano, verza, trota o gallina, e la trasforma in vita e vitalità di chi se ne ciba.

Si tratta di vera capacità di nostrificazione della vita ancora presente nel corpo dell’essere ora divenuto nostro cibo, vita sua ora fatta nostra che, riunita alla vitalità assimilata dai polmoni tramite il respiro, diviene il fulcro del nutrimento vitale per tutto il nostro organismo, energia e sangue.

L’importanza di una buona digestione è dato a tutti ben chiaro, ne deriva infatti un buon gradiente di vitalità organica; meno evidente è l’importanza dei metabolismi riguardanti i residui dei metabolismi digestivi che prendono le vie intestinali.

Per quanto qui ci compete, è sufficiente chiarire come si tratti di metabolismo in tutto speculare del metabolismo digestivo dello stomaco. Se quest’ultimo è infatti assimilazione univoca e ritmata sui tempi digestivi, il metabolismo addominale è attività corale cui tutti gli organi addominali partecipano, piccolo e grande intestino, rene e vescica, fegato e cistifellea.

Dunque la pancia tutta è perennemente impegnata in quelle che un grande maestro di medicina cinese, il professor Nghien Van Ngy, chiamava purificazioni addominali. Di questo infatti si tratta, di un complesso, multifattoriale meccanismo di purificazione dei residui digestivi, purificazione rivolta a trasformare il materiale scartato dallo stomaco nel fondamento della nostra termoregolazione e della nostra capacità immunitaria.

Ciò che risulta quindi è che proprio dal residuo digestivo, attraverso successive tappe di distillazione e purificazione alle quali partecipa l’interità delle nostre strutture addominali, derivano le radici energetiche del nostro calore vitale e della nostra capacità di difesa rispetto agli insulti ambientali. Dunque proprio nei residui e negli scarti organici è insito un irrinunciabile tesoro vitale. Evidente l’importanza di questa informazione tratta dalla fisiologia umana nella nostra società, alquanto impegnata nel campo dello smaltimento degli scarti.

La via indicata dalla medicina cinese è quella dell’elaborazione del residuo organico, precisa purificazione volta a trasformare il residuo digestivo in quel fulcro vitale che già è, ma che per manifestarsi necessita di adeguate distillazioni e purificazioni. Sotto questo profilo dunque un qualsiasi inceneritore, un sistema che presenta costi energetici ed è rivolto ad azzerare i residui e gli scarti non è sistema confacente a quanto fin qui asserito, è sistema errato.

L’unico modello adeguato di intervento sugli scarti è dunque modello capace di elaborare gli scarti e di purificarli fino a trarne quel gradiente energetico che è insito in essi. La principale risorsa energetica oggi inattesa e inutilizzata risulta così il vasto oceano degli scarti. Si veda l’esperienza agroindustriale, ove numerose sono le aziende che oggi sviluppano il patrimonio energetico delle biomasse, termine con il quale si intendono tutte le sostanze di provenienza vegetale o animale derivate direttamente o indirettamente da reazioni fotosintetiche.

In pratica le biomasse sono tutte le masse biologiche, per quanto qui ci riguarda, residui agricoli e animali. Certo biomassa è anche il legname e i suoi derivati, ma non è certo questa la fonte che ora ci interessa, dato che il verde manto planetario è stato davvero troppo violato e divelto.

Ci interessa invece l’attuale sviluppo della produzione di energia pulita da parte di costellazioni di microeconomie riunite in reti di piccole centrali alimentate da fonti alternative diversificate. Quello che finalmente è rispettato è qui il ciclo biologico naturale. La terra fornisce i cereali, gli animali se ne nutrono, feci e liquami animali attraverso fermentazione si trasformano in gas, da cui deriva energia pulita; gli scarti del processo vanno infine a concimare la terra e chiudono così il ciclo produttivo.

Se il tema degli allevamenti animali è trattato altrove in questo libro quale snaturato esempio della violenza dell’animale umano sull’animale non umano, rilevanti paiono però i possibili sviluppi di questo modello di produzione energetica, e vale considerare come i metabolismi organici addominali poco fa introdotti e la produzione energetica a partire dalle biomasse convergono su un’informazione: la rilevanza energetica dello scarto, del residuo organico, informazione centrale per la società moderna, insuperata produttrice di rifiuti.

Se l’allevamento animale intensivo è infatti inammissibile, non altro che smisurati allevamenti intensivi di animali umani sono in tutto le nostre città, e se si considera come dagli scarti organici di una singola mucca si producano mediamente oltre cinquecento litri di metano al giorno, si può bene capire come gli scarti organici di una metropoli rappresentino un tesoro energetico oggi completamente disatteso e ignorato, peggio, oggi depurato e incenerito e azzerato a prezzo di ulteriori ingenti spese energetiche.

Trasformare lo scarto organico urbano in quell’energia che ha già in sé, dunque smettere di azzerarlo, di incenerirlo, e invece trasformarlo, pare dunque essere la regola inevitabile dell’attuale società moderna, regola certo non semplice, data la varia e complessa commistione di residui e scarti di una popolazione urbana. Fattibile pare però il primo ormai inevitabile e improcrastinabile momento di questo processo, la trasformazione delle acque nere dei centri urbani, mediante processi di fermentazione, in centrali risorse di energia pulita.

Ci riscalderemo con le nostre feci, abbiamo questa possibilità. Questo mi riporta a un ricordo di un’India, figure che forse oggi non si incontrano più, donne che raccoglievano in grandi ceste abilmente tenute sulla testa lo sterco delle mucche, ne facevano poi piccole ciambelle che stendevano sui tronchi delle palme a seccare al sole, il loro principale combustibile. Dunque in pratica non è che questo, imparare dalla cultura tradizionale che la modernità ha distrutto, ricominciare da essa adeguandola all’oggi.

Le valutazioni fin qui elaborate riguardano dunque la diversificazione, la miniaturizzazione, il riciclo, le biomasse urbane. Il principio della differenziazionecontempla la progressiva diversificazione e sostituzione delle fonti energetiche e dei processi di produzione di energia pulita, che vanno di continuo adattati e adeguati alle realtà dei singoli scenari ambientali, al fine di non forzare gli equilibri dei singoli ecosistemi. Ogni mantenimento nel tempo e cronicizzazione dell’utilizzo di singole fonti energetiche e dei medesimi processi elaborativi è quindi da sconsigliare, a evitare impatti troppo univoci nell’ecosistema.

Il principio della miniaturizzazionesi inserisce qui, indicando la convenienza di una vasta e articolata rete di piccole interagenti realtà di produzione energetica, sensibili ai cambiamenti e capaci di rapidi adeguamenti, piuttosto che una breve lista di inamovibili colossi multinazionali.

Il principio del riciclo limita le scelte delle fonti energetiche e dei processi di produzione di energia pulita a quelle in cui non siano presenti scarti non reinseribili in ulteriori cicli elaborativi energeticamente validi, al fine di azzerare i rifiuti non riutilizzabili.

Sotto questo avviso va notato come il termine biodegradabilenon sia più oggi sufficiente a indicare la validità ecologica di una sostanza, e convenga sia sostituito da altri termini, ad esempio bioagente, bioattivo, bioelaborante, a indicare non una partecipazione passiva ma piuttosto un potere energetico attivo insito nelle singole sostanze, manifestabile mediante cicli trasformativi conosciuti, praticabili, praticati.

Il principio della biomassa urbanasottolinea poi la straordinaria occasione fornita dai grandi agglomerati urbani e individua l’enorme potenziale energetico elaborabile dalle grandi masse di rifiuti organici umani inerenti. Se queste sono dunque coordinate e indicazioni generali, va però anche colta l’indicazione che la natura da sé fornisce, la necessità della rinuncia al superfluo e del risparmio del necessario. In ogni caso non si tratta di sviluppare, né di evolvere, né di progredire. Troppi errori sono stati fatti in nome di queste parole, che oggi suonano sempre più retoriche e vuote. Si tratta invece di minimizzare i consumi.

Si tratta di smettere non solo di sperperare, ma anche di consumare. Si tratta di risparmiare, di rinunciare a ogni superfluo, dove superfluo non è l’orpello estremo, ma è circa tutto ciò che va oltre le fisiologiche necessità vitali. Gli attuali consumi energetici dell’umanità, dovuti all’aumento della popolazione terrestre e soprattutto all’attuale confusione fra necessità e superfluo, non fanno parte degli equilibri planetari e non sono più compatibili con essi; si tratta di divenirne davvero consapevoli e di agire di conseguenza.

Ciò che resta circa questo argomento è che la strada tecnologica industriale non è praticabile. Una porzione sempre crescente dell’umanità se ne va vagamente accorgendo, ma non pare oggi ancora del tutto consapevole di essersi addentrata in un vicolo che già si mostra chiaramente chiuso. Eppure non si tratta di rimandare tutto a un domani senza data, si tratta di iniziare a vivere con direttive nuove, si tratta di iniziare a concepirle, poi ogni loro attuazione verrà come pratica naturale.

Certo, lo sviluppo e lo spessore raggiunti dalla società delle macchine è tale che non si può pensare di prescinderne. Si tratta però di prendere realmente in considerazione e di valutare serenamente già oggi la portata di questa estrema possibilità, considerando sufficienti i danni fin qui provocati; oppure si tratta di attendere ancora e di progredire ancora, nel frattempo, lungo la strada dello sfascio totale.

Si tratta di prendere in considerazione strade del tutto diverse da quella tecnologica e da quella industriale attuali, e si tratta di familiarizzare con concetti diversi da quelli del secolo passato. La moderna società dei rifiuti saprà ad esempio rendersi conto che il concetto stesso di rifiuto è errato e fuorviante?

Non esiste rifiuto in natura, ogni residuo e scarto è altrui vantaggio e nutrimento, tale deve essere anche nella società umana. Il prodotto monouso, l’usa e getta, è quindi socialmente nocivo.Si tratta semmai di incentivare una produzione industriale legalmente responsabile dei propri prodotti dalla loro nascita alla loro morte.

Il principio della produzione responsabile riserva dunque al produttore ogni attenzione e onere circa i suoi prodotti per tutto il ciclo della loro esistenza, fino alla trasformazione finale all’interno di altro ciclo elaborativo.
Anche a un bambino è ormai chiaro come il fatto che la produzione di plastica sia economica non autorizza a ricoprirne il pianeta come abbiamo fin qui fatto e come stiamo facendo, e anche a un bambino è ormai chiaro come la via dell’inceneritore porti solo a trasformare un rifiuto visibile in un rifiuto invisibile, e che spostare il danno dalla terra all’atmosfera non risolve il problema, anzi per certi aspetti lo aggrava.

Di una qualsiasi spesa fatta al supermercato, gran parte è fatta di plastica, si pensi solo ai complessi e accattivanti imballaggi, tutti involucri che vanno semplicemente azzerati. Anche a un bambino è ben chiaro come sia possibile fare la stessa spesa con prodotti al dettaglio, “alla spina”, risparmiando in costi e soprattutto azzerando la produzione di inutili involucri di plastica, non elaborabili né inseribili in nuovi cicli di trasformazione.

In pratica basta ricordare come cinquant’anni fa venivano venduti al dettaglio un’infinità di prodotti, casalinghi, alimentari, farmaceutici, prima che la modernità cadesse vittima dell’ossessione della sterilità. Il principio della spina si confronta così ad esempio con l’attuale iperbolica produzione giornaliera di bottiglie in plastica: conviene piuttosto concentrarsi sui filtri per i rubinetti d’acqua delle case, adeguandoli alle problematiche dei pozzi delle singole località. Per altro, anche a un bambino è chiaro come tutto il marasma di trasporti di merci risponda forse alla convenienza delle singole aziende ma rappresenti costi e rischi inutili per la società.

Il principio della prevalenza locale concepisce così una nuova rete industriale in dimensione regionale, privilegiando gli usi locali, riducendo i contatti a distanza, tutto l’opposto di quanto internet decreta. In ogni caso e prima di tutto è tempo di familiarizzarsi con un concetto e una realtà in passato frequentato da ogni cultura umana e solo di recente dimesso e dimenticato, il principio della rinuncia, da sempre indicato quale unica forma di vero possesso.

Scoprire la bellezza di fare senza, ecco, incominciare da qui. Scoprire quanto è semplice e vitale fare a meno, e quanta vita ci dà. Queste sono dunque le coordinate dei cammini futuri a riguardo, chiari anche a un bambino; ma la nostra società sarà in grado di accorgersi di ciò che anche a un bambino è ben chiaro? Sarà in grado di sceglierlo e di realizzarlo?

Termino con un esempio di come gravi danni all’ecosistema sempre più si vadano aggravando per disinteresse e incapacità di adeguarsi a questo nostro clima in via di riscaldamento, e come questo avvenga non solo per necessità bensì anche solo per uno svago, un passatempo, un gioco, uno sport come è lo sci, dove le cose sono ben cambiate dagli anni cinquanta quando io ho imparato a sciare: sciatori in aumento costante, boschi secolari rasi al suolo per fare spazio alle piste su Alpi e Appennini, prati spianati come tavoli da bigliardo, impianti di risalita a sempre più dirompente impatto ambientale, attrezzature da astronauti, paesini montani diventati metropoli, costi stellari.

Insomma tutto come al solito, continuo costante sviluppo, compreso il peso dello sci sul bilancio nazionale, solo la neve è andata diminuendo anno dopo anno, ed è stato naturale non tenerne conto e ostinarsi lungo la strada di sempre, l’aumento. I cannoni spara neve di anni fa lavoravano solo se il termometro era parecchio sotto lo zero, invece quelli di oggi sono miracolosi, fanno la neve anche a zero gradi, quindi di notte in montagna quasi sempre, ed è neve straordinaria, che per un po’ resiste anche al sole, basta che il clima non si faccia caldo caldo.

Certo, per avere simili risultati e le piste sempre innevate dai cannoni, insieme all’acqua si devono usare speciali additivi, altrimenti l’acqua resta acqua e la neve si scioglie, e qui le ricette, le formule precise precise stentano a saltare fuori, però il web insegna che per lo più il principale additivo in uso è ottenuto da colture del batterio Pseudomonas syringae, presente in natura sulle foglie di varietà di piante ma solo raramente presente sul terreno.

La capacità di fabbricare neve e ghiaccio gli deriverebbe da una proteina della sua parete cellulare, in grado di accelerare la cristallizzazione delle gocce d’acqua. Le cellule batteriche vengono liofilizzate e commercializzate in pastiglie da disciogliersi nell’acqua per la produzione della neve artificiale, che si ottiene così a temperature più alte di quelle richieste dalla natura.

E conviene qui considerare anche la dimensione del fenomeno, circa tremila dei circa cinquemila chilometri di piste sciistiche italiane sono infatti innevati artificialmente, e servono mille litri d’acqua per produrre due, due metri e mezzo di neve, come dire varie centinaia di migliaia di litri d’acqua l’ora per ogni singola località sciistica di medio-piccola dimensione.

Quindi, oltre al prosciugamento delle risorse idriche, che specie in anni di siccità come questi non hanno alcuna possibilità di rinnovarsi, ecco lo sfruttamento delle risorse energetiche, perché se ne consuma di elettricità in questi modi. Oltre al danneggiamento di gran parte delle nostre montagne per il disboscamento per creare le piste, ecco sopra il terreno questa camicia di forza di neve fasulla, più densa e pesante e resistente della neve vera, e più ricca di anidride carbonica, così che il terreno ne rimane imprigionato, non respira, non si ossigena, con gravi difficoltà e probabile perdita delle specie fragili e delicate.

Guardatela una pista da sci d’estate, fa pena, è marrone, non verde, è terra secca. Oltre all’aumento dell’emissione di gas serra, ecco quindi la riduzione della biodiversità dovuta alle cause ora introdotte. Però bisogna ben valutare ed essere certi che non vi siano anche altri rischi, per gli sciatori intendo, perché non tranquillizza del tutto sapere che ricerche recenti non hanno notato chiare presenze di batteri Pseudomonas syringaesulle piste da sci, quando altre ricerche hanno evidenziato sia nella neve fasulla che nei cannoni spara neve la presenza di batteri fecali in quantità superiore al normale, derivandone l’ipotesi che un simile anormale strato compatto di neve fasulla sia il migliore brodo di coltura possibile per varie forme di germi, ideale per il loro sviluppo, e non ci è difficile immaginarlo.

Quindi credo che l’utente, lo sciatore, debba essere informato; mettiamoci nei suoi panni, lui crede di sciare sulla neve di sempre, invece qu esta neve artificiale è diversa, e forse ancora a riguardo qualcosa resta da scoprire.
Ritengo così che sugli impianti e sulle piste convengano dei cartelli chiari, con disegni ben comprensibili anche e soprattutto dai bambini, perché loro nella neve ci si tuffano e se la tirano in faccia a palle, ci fanno i pupazzi e se la mangiano, si mangia o si beve la neve, e pure noi adulti comunque non raramente ci caschiamo dentro sciando e in ogni caso ci stiamo in piedi sopra tutto il giorno e qualcosa in ogni caso inaliamo.

Il fatto è che questa materia è oltremodo nuova e oltremodo delicata e credo vada ancora bene compresa e protocollata. Sono certo che un’attenta sorveglianza sanitaria a riguardo già esista, però convengono controlli capillari, sulle singole composizioni e sui singoli additivi; certo è difficile, con i cannoni dispersi per tutto l’arco alpino e la dorsale appenninica.

Infine, se poi davvero dovesse insistere a non nevicare, perché non riservare lo sci unicamente alle montagne naturalmente innevate, perché non seguire la natura e non prendere in considerazione come sciare sia ormai diventato uno sport poco adatto a questi nostri tempi attuali?

Conviene iniziare a ripensare e a riconvertire l’industria montana del tempo libero, riscopriremo così come la salutare importanza e la straordinaria bellezza delle nostre montagne non dipendano solo dai loro manti nevosi. Se proprio non nevica faremo passeggiate.

Il principio dell’adeguarsi alla realtà conduce sempre e solo a vantaggi.

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Carlo Moiraghi, Rallentare, Tecniche Nuove 2007,EAN 9788848120371

Il presente articolo è tratto dal libro Rallentare, di Carlo Moiraghi – edito da. Tecniche Nuove www.tecnichenuove.com per gentile concessione.

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