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Tutti stretti sotto la pioggia, il 17 giugno all’Arena di Milano, abbiamo assistito all’apparizione di un paesaggio fatto di note e voce. Era il mondo dei Radiohead. Il mondo del Samsara, in cui tutti ci troviamo imprigionati ma dal quale tutti, in fondo in fondo, vogliamo uscire.

Il Samsara? E cosa c’entra con la musica?

A partire da “Ok Computer”, a detta dei critici, il gruppo di Oxford ha iniziato a tracciare una strada che in breve ha condizionato tutti i musicisti di una certa corrente, ristabilendo le regole dell’arte. Via i facili motivetti. Via i ritornelli ripetuti ad ogni strofa. Al bando la struttura tradizionale della canzone rock e giù con i paesaggi musicali più vicini alla musica classico-colta che a quella leggera.

Con loro si iniziano a descrivere scorci che hanno uno svolgimento lineare e non ripetitivo, nel quale cambiano i soggetti che si affacciano e i motivi s’intrecciano, tornando, a volte, a ribadire concetti, emozioni, energie come voci mischiate in un mondo che non può essere altro che contraddittorio. Questo, a mio giudizio, è il principio della musica classica filtrato dalla rivoluzione progressista.

Gli archi restano e resta anche il pianoforte, ma ora devono vedersela con i distorsori e con campionature che hanno echi industriali e alienanti, è un insieme di vecchio e nuovo che cerca una forma per esprimersi o, in fondo, pensandoci bene, è solo il suono della vita attuale, quella musica profonda e conflittuale che ci sostiene tutti e che cerca di emergere con mezzi comprensibili ai giovani di oggi.

Non c’è bisogno di un diploma al conservatorio per apprezzarli, i rumori e le note parlano al mondo ignorante senza mezzi termini, è comprensibile a chi ha orecchie per ascoltare. Non è un caso allora che i Radiohead siano forse il gruppo più famoso del panorama musicale. Loro piacciono in maniera trasversale e ciò è vero forse perché, a differenza di altri, sono riusciti a rappresentare la vita reale: la vita del Samsara. In cui tutti, bene o male, soffriamo.

Una definizione sintetica di Samsara viene data da Chὂgyam Trungpa ne Il libro tibetano dei morti. Chὂgyam scrive: “Samsara: ciclo dell’esistenza fondato sull’ignoranza e caratterizzato dalla sofferenza”(1), oppure viene definito anche come “grande precipizio”(2), per noi è semplicemente la vita di tutti i giorni dentro al nostro corpo; e la vita, lo sappiamo, contiene di tutto, dalla melodia dolce al rock duro, dagli archi alle chitarre elettriche, fino ai tamburelli baschi e ai rumori tecnologici di fondo.

Nei paesaggi musicali dei Radiohead c’è allora tutto quello che caratterizza la vita di tutti i giorni, proprio come la sentiamo quando siamo nel traffico, vicino al computer, o quando ascoltiamo il frusciare melodioso del vento tra le foglie. Per coglierlo sono però dovuti andare sotto alla superficie, dove c’è conflitto, scontro di forze, rumori che si mischiano e canti disperati di un’anima che vuole trovare la salvezza. Spesso nei loro pezzi ci sono cambi repentini di ritmo, canzoni che si mischiano ad altre canzoni, suoni cacofonici e dolci melodie, proprio come forse è il mondo che sta sotto.

Allora, in questo continuo ciclo di morti e rinascite condizionate dal karma, ci si trova schiacciati nel basso in continuo tormento con le cose di tutti i giorni, dove non mancano gli sconforti, le depressioni, persino le psicosi di un’anima che non ce la fa ad andare su. “Non ho idea di ciò di cui sto parlando / sono intrappolata in questo corpo e non riesco a uscire” dicono in Bodysnatchers(3). Fino a prospettare ipotesi nevrotiche: “li vedo, stanno arrivando / li vedo, stanno arrivando…”, ripetuto infinite volte mentre le chitarre gridano insieme alla voce di Thom Yorke.

Non si sa bene di chi parli veramente, ma è chiara la sensazione, quella che vede l’anima rapita dai mostri della mente dalla quale vorrebbe liberarsi e di fronte ai quali invece soggiace.

Un altro contributo sul concetto di Samsara lo dà Lama Anagarika Govinda: “Dopo che le forme del proprio pensiero si sono trasformate in demoni, si migra nel Samsara”(4). Chi fa meditazione lo sa. Forse con più consapevolezza di quella che esprimono loro, ma lo sa.

Dunque, il mondo del Samsara, ancora, visto come quell’insieme di rumori della testa, il continuo chiacchiericcio incessante e petulante della mente che fa da sfondo all’anima che vuole uscire e che cerca quell’energia che tutto rasserena. “Tu sei tutto ciò di cui ho bisogno / Tu sei tutto ciò di cui ho bisogno / Sono al centro della tua immagine / Disteso in un canneto / Sono una falena / Che vuole soltanto condividere la tua luce / Sono solo un insetto / Che tenta di sopravvivere alla notte / Mi attacco solo a te / Perchè non c’è nessun altro”. E poi va su la musica dicendo “va tutto male / va tutto male / va tutto bene…”(5), ancora più su, arrivando a sfiorare altezze che non sembrano più parlare di una condizione finita ma di quella stellare, perché lì, al di là di noi, c’è la salvezza definiva. I piatti che vibrano con insistenza producono il luccichio musicale dello spazio e l’accordo del pianoforte aiuta l’ascesa come una scala di pioli psichici.

Ma alla fine ce la fanno a raggiungere il nirvana? C’è da chiedersi. Ci provano o per lo meno fanno emergere il problema. Ed è in questo preciso punto che sta la loro grandezza, riuscire a descriverne il tentativo, o quantomeno la dimensione del profondo, tinta di sofferenza, in una forma comprensibile, attuale e gradevole per i più. Così, di nuovo, “Tirami fuori da questo disastro aereo / Tirami fuori dal lago / Sono il tuo supereroe / Siamo in piedi sull’orlo”(6) come un grido disperato che emerge dal suo lago dal quale vuole uscire rinnovato.

Tuttavia con loro si assiste anche al contrario. Come veri interpreti della contemporaneità, stando sempre sotto la superficie, hanno saputo cogliere anche la condizione schizzata dell’essere umano in base alla quale, da una parte, esiste la volontà di uscire dal Samsara e, dall’altra, la definitiva sentenza di morte quale pregiudizio che annienta ogni tentativo. È inutile, sembrano dire, quindi non provarci neppure. “Non farti venire in mente grandi idee / Non si realizzeranno / Ti dipingi di bianco / Ti senti su con il rumore / Ma ci sarà una cosa che manca / Ora che l’hai trovata, non c’è più  / Ora che la sentivi, non la senti più / Sei andato fuori dai binari / Non farti venire in mente grandi idee / Non si stanno per realizzare / Andrai all’inferno per tutto ciò che la tua sporca mente sta pensando”(7).

Sembra proprio la voce dell’ignoranza che vuole tenerci nel fango. E tutto ciò viene detto sopra ad un giro di accordi dolcissimo, intimo, quasi silenzioso che non sembra realizzare, al contrario del testo nero, la definitiva sconfitta, ma ancora una volta la fatica dolce di chi non cede. Quindi, da una parte, il testo rappresenta la voce demoniaca (“non ce la farai”), mentre, dall’altra, la musica rappresenta quella angelica che ha sempre speranza. La canzone finisce infatti con un acuto di Thom Yorke un po’ in delirio ma che punta comunque verso l’alto.

Anche in Pyramid Song si assiste ad uno sfondamento del fisico a vantaggio del celestiale con la batteria che segna il passo dell’ascesa e un coro sommesso che sembra disegnare i colori cangianti dello spazio, dove l’anima ritrova tutta la sua libertà. Il testo in questo caso non è contraddittorio, anzi: “Sono saltato nel fiume / Gli angeli dagli occhi neri nuotavano con me / La luna, piena di stelle… e le macchine astrali / Ho visto tutto questo […] e siamo andati in paradiso su una piccola barca a remi / Non c’era niente di cui spaventarsi e niente di cui dubitare”(8).

Forse ce la si può fare, allora. Oppure, se non è così, sicuramente esiste un luogo della mente in cui le tensioni si rilassano sfumandosi nella totalità dello spazio che ci contiene. Magari è quel vuoto di cui i buddisti parlano, chissà, e ovviamente si tratta solo di musica, ma se vissuto con attenzione, è probabile che ogni aspetto della vita possa essere uno squarcio verso un mondo più profondo in cui si alternano energie e concetti che in genere sfuggono alla consapevolezza. Quando lavoriamo, quando siamo in metropolitana o ci relazioniamo è possibile che sotto vibri un’intensità che in apparenza non ci riconosciamo ma che ha vita in un altrove in cui si consuma la guerra dell’anima verso la liberazione.

Effettivamente tale impegno non è continuativo, forse ci consuma il singhiozzo nel tenere fede ai valori, ma tuttavia presente anche quando i nostri pensieri viaggiano lontani. Perchè poi, in certi momenti, questo altro mondo emerge dagli abissi e noi ci accorgiamo che abbiamo vissuto a favore di qualcosa che veramente rappresenta un obiettivo finale dell’anima. È la parte illuminata che continua a cercare spazio nelle azioni e nei pensieri sebbene nella vita ‘diurna’ raramente riusciamo a mantenere un contatto regolare con essa, il più delle volte sembra essere solo un’idea, una chimera, anche quando è lì che grida per farsi sentire.

A differenza delle solite ‘canzonette’, che descrivono situazioni della vita quotidiana che sta sopra (anch’esse forse però degne di rispetto), la musica dei Radiohead rappresenta quell’altro mondo che esce dall’abisso, fatto di energie sottili ma potenti, a cavallo tra sanità mentale e insania. Spesso creano atmosfere musicali che sembrano rappresentare un’altra dimensione nella quale si alternano visioni a tunnel sonori, immagini apocalittiche ad atmosfere incantate.

Mi sembra a questo punto calzante il commento di Chὂgyam Trungpa sul concetto di bardo: “il concetto di bardo si riferisce al periodo che intercorre tra sanità e insania, o al periodo tra confusione e confusione nel momento in cui sta per trasformarsi in saggezza, e, naturalmente, può essere riferito all’esperienza del periodo tra morte e nascita. La situazione passata si è appena verificata e la situazione futura non si è ancora prodotta, c’è perciò un intervallo tra le due. Questa, in essenza, è l’esperienza del bardo”(9).

Sebbene sia vicina al momento della morte, questa esperienza fa parte della vita quotidiana. “Bardo significa intervallo; non solo intervallo di sospensione dopo la morte, ma anche sospensione nella situazione della vita; la morte avviene anche nella situazione della vita. L’esperienza del bardo fa parte della nostra struttura psicologica di base. Compiamo costantemente ogni sorta di esperienze di bardo…”(10).

Per coglierlo bisogna però spingersi un po’ più in là della dimensione quotidiana attraversando un panorama, sotto la crosta, che può anche riservare pericoli, fissazioni malsane e situazioni quantomeno inquietanti. Nelle descrizioni del bardo, vengono allora inclusi tutti i pericoli che tale condizione può portare e che possono sfociare nel bene come nel male. I Radiohead conoscono bene questa dimensione, la loro musica è musica della sospensione, e in essa si muovono cercando accordi di confine che stanno a cavallo tra due mondi, spesso trascesi a vantaggio di squarci fuori dall’ordinario.

Ovviamente, frequentando certi percorsi, si può scollinare verso la paranoia (di cui si potrebbero fare altri numerosi esempi) così come si possono incontrare atmosfere di pace più vicine al mondo celestiale che al nostro. Ascoltando Paranoid Android è a mio giudizio chiara la lotta contro l’ego che si frappone tra l’individuo e quello spazio luminoso della liberazione nella saggezza: “Per favore potresti far smettere questo rumore, sto cercando un po’ di riposo / a tutte queste voci nella mia testa di polli mai nati / Cos’è? (forse sono paranoico ma non sono un androide) / Cos’è? (forse sono paranoico ma non sono un androide) /

Quando sarò re, sarai il primo ad essere messo al muro / Con le tue opinioni che sono totalmente inutili”. La musica è cangiante come se fossero più canzoni in una, descrive atmosfere di tristezza, di violenta confusione, di sublimazione e di attesa liberazione quando la pioggia affrancatrice, che sembra poter ripulire nel profondo, viene invocata: “Pioggia scendi / Pioggia scendi / Ti prego pioggia scendi / Su di me / Da una grande altezza / Da una grande altezza…”(11).

“Quando sarò re…”, dice, ed è come prefigurarsi la liberazione definitiva in cui l’ego viene finalmente messo da parte. A quel punto, ma solo a quel punto, si esce dal Samsara. O in Jigsaw Falling Into Place, dove con ritmo incalzante descrive un disfacimento che si conclude in “Una luce che ti illumina alle spalle / I pezzi del puzzle cadono dappertutto”(12); ce lo auguriamo tutti, prima o poi. Ma come ancora dicono loro, in questa guerra dell’anima che cerca di affrancarsi dal Samsara, forse non è importante veramente farcela, “Puoi fare del tuo meglio / Il tuo meglio è già abbastanza”(13).

Per questa ragione chi è sul cammino del dharma(14), o semplicemente chi vive dell’entusiasmo, continua a fare del suo meglio, perché è dotato di luminosa arroganza di fronte al male, è impavido e con coraggio va avanti a combattere contro le truppe dell’ignoranza, fossero anche il “Sacro Romano Impero”: “Fatti sotto / Fatti sotto / Credi di farmi impazzire, beh / Fatti sotto / Fatti sotto / Tu e quale esercito? / Tu e i tuoi amici / Fatti sotto / Fatti sotto / Sacro Romano Impero / Fatti sotto se pensi / Fatti sotto se pensi / Di poterci affrontare / Di poterci affrontare / Tu e quale esercito? / Tu e i tuoi amici / Dimentichi così facilmente / Stanotte cavalchiamo…”(15).

E chi è a cavallo tra sanità mentale e insania, chi vive veramente o prova, almeno, a vivere nel Samsara mirando al Nirvana, non può che dire così: “Fatti sotto / Fatti sotto…”. Col rischio anche di perdere.
Comunque vada, la guerra prima o poi finirà, così come finiscono i concerti o le piogge.

La melodia conclusiva dal mondo dei Radiohead riguarda allora il titolo del loro ultimo album: “In Rainbows”, noi diremmo “tra gli arcobaleni” o anche “sotto gli arcobaleni”. Govinda scrive: “L’arcobaleno è un simbolo della bellezza fugace del mondo degli uomini, nella cui transitorietà si manifestano leggi eterne che creano ininterrottamente il miracolo dell’esistenza”(16).

L’arcobaleno è un miracolo di bellezza che sollecita sia l’emotività che l’intelletto, e il bello è anche il fatto che sia transitorio, come la vita, che ha uno spazio limitato ma nella quale si perpetuano leggi eterne. Sembra catalizzare diversi contenuti ponendosi quale simbolo dell’unione degli opposti, quella mediazione fantasmagorica in cui si uniscono la transitorietà e l’eternità. Ma Govinda approfondisce: “L’arcobaleno è un ponte che collega il reale con l’irreale, l’afferrabile con l’inafferrabile, il visibile con l’invisibile; o una porta che conduce nel mondo dei misteri”(17).

Come è possibile che dove prima non c’era nulla ora c’è questa apparizione così bella? E come è possibile che ora sparisca? Forse in questo rompicapo, che aggroviglia bellezza e mistero, c’è il pertugio dal quale prima o poi usciremo tutti. In realtà, un quarto significato della lingua inglese traduce il termine arcobaleno come ‘falsa speranza’, da qui le ipotesi nichiliste dei Radiohead con le quali a tratti ci si deve relazionare. È senz’altro un risvolto negativo che non nutre chi è affamato di dharma, quindi lo teniamo solo come eventualità e lo citiamo per correttezza.

Ed eccoci alla fine. Sul palco dell’Arena di Milano, a fine concerto, una moltitudine di neon lunghi fino al soffitto si sono accesi all’improvviso come un canneto color arcobaleno dal quale i musicisti hanno salutato. L’ultimo ponte e stato quello che ha unito la musica al colore, quindi, nella natura illusoria di tutte le cose. Nel suo commentario ad un famoso testo buddista, Visuddhi-Magga, tramite le pagine di Govinda, scrive: “Dal corpo del maestro, quando egli nella sua onniscienza contemplò la legge, sottile e profonda, uscirono raggi di sei diversi colori, oro, rosso, bianco, ocra e un’abbagliante luce variopinta”(18).

Un augurio spirituale per chi tornava a casa.

Note:
1) Chὂgyam Trungpa e Francesca Fremantle, “Il libro tibetano dei morti” – Ubaldini Editore – Roma. Glossario, p. 110.
2) Ibid. P. 90.
3) Album “In Rainbows”.
4) Lama Anagarika Govinda, “Riflessioni sul buddismo” – Edizioni Mediterranee. P. 173.
5) All I Need. Album “In Rainbows”.
6) Lucky. Album “Ok Computer”.
7) Nude. Album “In Rainbows”.
8) Album “Amnesiac”.
9) Chὂgyam Trungpa e Francesca Fremantle, “Il libro tibetano dei morti” – Ubaldini Editore – Roma – p. 25.
10) Ibid.  p. 17.
11) Album “Ok Computer”. Questa canzone non è stata eseguita al concerto del 17 giugno all’Arena di Milano, me è comunque significativa per descrivere il loro mondo.
12) Album “In Rainbows”.
13) Optimistic. Album “Kid A”.
14) È l’insieme degli insegnamenti buddisti.
15) You And Whose Army?. Album “Amnesiac”.
16) Lama Anagarika Govinda, “Riflessioni sul buddismo” – Edizioni Mediterranee. P. 200.
17) Ibid.
18) Ibid. P. 201.

L’autore della foto è Bubblegun1, per gentile concessione.

Fabio Matichecchia
Diplomato al liceo artistico, laureato in filosofia e dilettante scrittore: oggi faccio il consulente informatico per un’azienda di Milano… e dietro ai link ipertestuali, ai menu dinamici e alle funzioni di sistema, mi piace osservare l’intreccio dei concetti che si alternano nella dualità, dove il codice binario segna le nostre sorti. Prima o poi si riuscirà a fare Sintesi degli opposti (l’uno col due) unendo finalmente la sensibilità al cervello, il tu con l’io, il corpo alla mente e quell’infinito, che tutto trascende, alla nostra umile vita.
In bocca al lupo a tutti!

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