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	<title>Commenti a: Esperienze prossime alla morte</title>
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	<description>Percorsi di consapevolezza e anima del mondo</description>
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		<title>Di: watts</title>
		<link>http://www.innernet.it/esperienze-prossime-alla-morte/comment-page-1/#comment-4582</link>
		<dc:creator>watts</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 15 Aug 2009 14:51:43 +0000</pubDate>
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		<description>Mi sono imbattuto in un passo di Norman Brown ( da &quot;La vita contro la morte&quot;) che mi ha ispirato alcune ulteriori e..... tardive considerazioni sul tema.
Sotto il dominio della &quot;rimozione&quot; e&#039; difficile affermare l&#039; istinto di morte senza divenire un nemico della vita, perche&#039; l&#039; istinto di morte agisce in modo maligno.
Data la fondamentale insoddisfazione della vita soggetta a rimozione, nello sfondo c&#039; e&#039; sempre il pericolo che esso si scinda in un semplice desiderio di morire.
Schopenauer , che  si e&#039; occupato a lungo del tema,  anche in un&#039; ottica ispirata alle dottrine orientali ma inficiata dalla mancata adesione alla vita, sembra che affermi la morte ed il nirvana, ma dal momento che non puo&#039; affermare la vita , la sua affermazione della morte e&#039; spuria.
Con la sua ostilita&#039; al &quot;principium individuationis&quot; egli e&#039; ostile sia alla morte sia  alla vita .
&quot;Solo chi puo&#039; affermare la nascita puo&#039; affermare la morte, perchè esse sono una cosa sola&quot; (cito letteralmente NB).
Fino a che imperera&#039; la rimozione , fino a che la vita non sara&#039; soddisfacente, la morte potra&#039; essere affermata solo da coloro il cui istinto di vita  è abbastanza forte per concepire la  riconciliazione della vita e della morte come un futuro stato di perfezione a cui tende l&#039; istinto di vita.
Nietzsche afferma : &quot;Cio&#039; che si fece perfetto ... vuole morire. Ma tutto quanto e&#039; immaturo vuole vivere&quot;.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Mi sono imbattuto in un passo di Norman Brown ( da &#8220;La vita contro la morte&#8221;) che mi ha ispirato alcune ulteriori e&#8230;.. tardive considerazioni sul tema.<br />
Sotto il dominio della &#8220;rimozione&#8221; e&#8217; difficile affermare l&#8217; istinto di morte senza divenire un nemico della vita, perche&#8217; l&#8217; istinto di morte agisce in modo maligno.<br />
Data la fondamentale insoddisfazione della vita soggetta a rimozione, nello sfondo c&#8217; e&#8217; sempre il pericolo che esso si scinda in un semplice desiderio di morire.<br />
Schopenauer , che  si e&#8217; occupato a lungo del tema,  anche in un&#8217; ottica ispirata alle dottrine orientali ma inficiata dalla mancata adesione alla vita, sembra che affermi la morte ed il nirvana, ma dal momento che non puo&#8217; affermare la vita , la sua affermazione della morte e&#8217; spuria.<br />
Con la sua ostilita&#8217; al &#8220;principium individuationis&#8221; egli e&#8217; ostile sia alla morte sia  alla vita .<br />
&#8220;Solo chi puo&#8217; affermare la nascita puo&#8217; affermare la morte, perchè esse sono una cosa sola&#8221; (cito letteralmente NB).<br />
Fino a che imperera&#8217; la rimozione , fino a che la vita non sara&#8217; soddisfacente, la morte potra&#8217; essere affermata solo da coloro il cui istinto di vita  è abbastanza forte per concepire la  riconciliazione della vita e della morte come un futuro stato di perfezione a cui tende l&#8217; istinto di vita.<br />
Nietzsche afferma : &#8220;Cio&#8217; che si fece perfetto &#8230; vuole morire. Ma tutto quanto e&#8217; immaturo vuole vivere&#8221;.</p>
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		<title>Di: Gianni De Martino</title>
		<link>http://www.innernet.it/esperienze-prossime-alla-morte/comment-page-1/#comment-4466</link>
		<dc:creator>Gianni De Martino</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Mar 2009 17:26:11 +0000</pubDate>
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		<description>...ah, dimenticavo !
L&#039;essere non manifesto, fuor di tempo e spazio, sarebbe il famoso &quot;deus abscunditus&quot; ?

Si racconta che ogni tanto - dai tempi di Shiva a quelli del Cristo - scende sul pianeta, incarnandosi in qualche teofania.
Insomma, scende &quot;quaggiù&quot; e compie qualche sacrificio per insufflare un po&#039; di essere in chi non ha essere e favorire quell&#039;elevazione del cosiddetto &quot;piano di coscienza&quot;, di cui peraltro quando eravamo hippies si andava mormorando in giro per i rigagnoli dell&#039;India e in tutti i pisciatoi della Galassia... Ricordo che allora, a Dharamsala, indossavo anch&#039;io una bella tunica arancione, color albicocca suonata. Bei tempi, eh ? Ma quello che volevo chiederti, anche in qualità di collega purtualla, e se ritieni possibile chiedere al non manifesto di creare un paradiso per gatti, in modo da sistemare in qualche modo anche Sardina... Mah, non la rivedrò mai più... sigh!... ma  adesso non vorrei apparire come uno che ha l&#039;aria di voler suggerire a Dio come dovrebbero essere fatte le cose in Paradiso. 
Accontentiamoci di dire, se possibile, e anche a costo di apparire un buddhista criptocattolico, con aderenze advaite, cuore arancione e simpatie shivaite, insomma un ircocervo che si contraddice perché è vivo : “Expectamus resurrectionem mortuorum, et vitam futuri sęculi. Amen”). Si tratterebbe di attendere senza aspettare né abbandonare  nel nulla le vite che ci hanno preceduto. 
 E, nel coltivare la cognizione del vuoto come fresca traccia del passaggio della vita e delle innumerevoli forme di vita, inchinarsi davanti al ricordo di ognuno, di ognuna. 
Insomma, che io non dimentichi gli uomini, le donne, i bambini, il gatto Sardina e il vivente-morente !  Lo chiamano il lavoro del lutto... 
Buon lavoro, ciao</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>&#8230;ah, dimenticavo !<br />
L&#8217;essere non manifesto, fuor di tempo e spazio, sarebbe il famoso &#8220;deus abscunditus&#8221; ?</p>
<p>Si racconta che ogni tanto &#8211; dai tempi di Shiva a quelli del Cristo &#8211; scende sul pianeta, incarnandosi in qualche teofania.<br />
Insomma, scende &#8220;quaggiù&#8221; e compie qualche sacrificio per insufflare un po&#8217; di essere in chi non ha essere e favorire quell&#8217;elevazione del cosiddetto &#8220;piano di coscienza&#8221;, di cui peraltro quando eravamo hippies si andava mormorando in giro per i rigagnoli dell&#8217;India e in tutti i pisciatoi della Galassia&#8230; Ricordo che allora, a Dharamsala, indossavo anch&#8217;io una bella tunica arancione, color albicocca suonata. Bei tempi, eh ? Ma quello che volevo chiederti, anche in qualità di collega purtualla, e se ritieni possibile chiedere al non manifesto di creare un paradiso per gatti, in modo da sistemare in qualche modo anche Sardina&#8230; Mah, non la rivedrò mai più&#8230; sigh!&#8230; ma  adesso non vorrei apparire come uno che ha l&#8217;aria di voler suggerire a Dio come dovrebbero essere fatte le cose in Paradiso.<br />
Accontentiamoci di dire, se possibile, e anche a costo di apparire un buddhista criptocattolico, con aderenze advaite, cuore arancione e simpatie shivaite, insomma un ircocervo che si contraddice perché è vivo : “Expectamus resurrectionem mortuorum, et vitam futuri sęculi. Amen”). Si tratterebbe di attendere senza aspettare né abbandonare  nel nulla le vite che ci hanno preceduto.<br />
 E, nel coltivare la cognizione del vuoto come fresca traccia del passaggio della vita e delle innumerevoli forme di vita, inchinarsi davanti al ricordo di ognuno, di ognuna.<br />
Insomma, che io non dimentichi gli uomini, le donne, i bambini, il gatto Sardina e il vivente-morente !  Lo chiamano il lavoro del lutto&#8230;<br />
Buon lavoro, ciao</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: Gianni De Martino</title>
		<link>http://www.innernet.it/esperienze-prossime-alla-morte/comment-page-1/#comment-4465</link>
		<dc:creator>Gianni De Martino</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Mar 2009 16:41:14 +0000</pubDate>
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		<description>Sì, grazie! Saremmo vuoti di esistenza inerente, come il povero Sardina... Sigh !

P.S. Posso regalarti una citazione ? - Me l&#039;ha mandata poco fa l&#039;amico dei tempi di &quot;Re nudo&quot; Walter Binaghi:

“… Per grande che possa essere il dolore di una perdita, subito si impone a noi, nella piena stessa del dolore e con tanto maggiore urgenza quanto piu siamo prossimi alla disperazione, il compito di evitare la perdita piu irreparabile e decisiva, quella di noi stessi nella situazione luttuosa.

(…) Indipendentemente dalla situazione luttuosa come tale, è appunto questa la varia fatica che ci spetta in ogni momento critico dell’esistenza, che è sempre un attivo far passare nel valore, e quindi un rinunziare e un perdere, un distacco e una morte, e al tempo stesso una opzione per la vita (…). 

La fatica di far passare la persona cara che è passata in senso naturale, cioè senza il nostro sforzo culturale, costituisce appunto quel vario dinamismo di affetti e di pensieri che va sotto il nome di cordoglio o di lutto: ed è la varia eccellenza del lavoro produttivo e differenziato a tramutare lo strazio - per cui tutti gli uomini rischiano di piangere” ad un modo” - in quel saper piangere che reintegra l’uomo nella storia umana”. 

(Ernesto De Martino, &quot;Morte e pianto rituale&quot;, Boringhieri, cit. da Valer Binaghi, in LA VITA COME PROGETTO, DESTINO E NARRAZIONE 
&gt; http://valterbinaghi.wordpress.com/2009/03/09/lorrore-la-cura-le-esequie-e-lopera-di-v-binaghi/)

ciao, namaste</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Sì, grazie! Saremmo vuoti di esistenza inerente, come il povero Sardina&#8230; Sigh !</p>
<p>P.S. Posso regalarti una citazione ? &#8211; Me l&#8217;ha mandata poco fa l&#8217;amico dei tempi di &#8220;Re nudo&#8221; Walter Binaghi:</p>
<p>“… Per grande che possa essere il dolore di una perdita, subito si impone a noi, nella piena stessa del dolore e con tanto maggiore urgenza quanto piu siamo prossimi alla disperazione, il compito di evitare la perdita piu irreparabile e decisiva, quella di noi stessi nella situazione luttuosa.</p>
<p>(…) Indipendentemente dalla situazione luttuosa come tale, è appunto questa la varia fatica che ci spetta in ogni momento critico dell’esistenza, che è sempre un attivo far passare nel valore, e quindi un rinunziare e un perdere, un distacco e una morte, e al tempo stesso una opzione per la vita (…). </p>
<p>La fatica di far passare la persona cara che è passata in senso naturale, cioè senza il nostro sforzo culturale, costituisce appunto quel vario dinamismo di affetti e di pensieri che va sotto il nome di cordoglio o di lutto: ed è la varia eccellenza del lavoro produttivo e differenziato a tramutare lo strazio &#8211; per cui tutti gli uomini rischiano di piangere” ad un modo” &#8211; in quel saper piangere che reintegra l’uomo nella storia umana”. </p>
<p>(Ernesto De Martino, &#8220;Morte e pianto rituale&#8221;, Boringhieri, cit. da Valer Binaghi, in LA VITA COME PROGETTO, DESTINO E NARRAZIONE<br />
&gt; <a href="http://valterbinaghi.wordpress.com/2009/03/09/lorrore-la-cura-le-esequie-e-lopera-di-v-binaghi/" rel="nofollow">http://valterbinaghi.wordpress.com/2009/03/09/lorrore-la-cura-le-esequie-e-lopera-di-v-binaghi/</a>)</p>
<p>ciao, namaste</p>
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		<title>Di: watts</title>
		<link>http://www.innernet.it/esperienze-prossime-alla-morte/comment-page-1/#comment-4464</link>
		<dc:creator>watts</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Mar 2009 16:11:19 +0000</pubDate>
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		<description>Mi spiace per la cara  Sardina, 
ma per restare al citato  Elémire : &quot; il manifestato non e&#039; , esiste soltanto rinviando all&#039; essere possibile non manifesto, fuori di tempo e spazio ; attimo e punto non stanno in tempo e spazio ma ne sono il presupposto; assistendo ad un film , di fatto vediamo, uno dopo l&#039;altro , fotogrammi fermi ..... l&#039; essere e&#039; possibile e l&#039; esistente E&#039; soltanto nella misura in cui  rinvia all&#039; essere infinito come sua essenza. Gli enti manifestati dall&#039; essere , di per se, non hanno essere.&quot; ( La Filosofia Perenne. Presentazione).

Non sono proposizioni inaccettabili per il &quot;cuore&quot; umano. Hanno in se una carica &quot;consolatoria&quot; (ma non illusoria)  molto piu&#039;  dirompente che l&#039; augurio di un naufragio &quot;perlomeno dolce&quot;

&quot;una purtualla dal cuore di ex arancione&quot;</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Mi spiace per la cara  Sardina,<br />
ma per restare al citato  Elémire : &#8221; il manifestato non e&#8217; , esiste soltanto rinviando all&#8217; essere possibile non manifesto, fuori di tempo e spazio ; attimo e punto non stanno in tempo e spazio ma ne sono il presupposto; assistendo ad un film , di fatto vediamo, uno dopo l&#8217;altro , fotogrammi fermi &#8230;.. l&#8217; essere e&#8217; possibile e l&#8217; esistente E&#8217; soltanto nella misura in cui  rinvia all&#8217; essere infinito come sua essenza. Gli enti manifestati dall&#8217; essere , di per se, non hanno essere.&#8221; ( La Filosofia Perenne. Presentazione).</p>
<p>Non sono proposizioni inaccettabili per il &#8220;cuore&#8221; umano. Hanno in se una carica &#8220;consolatoria&#8221; (ma non illusoria)  molto piu&#8217;  dirompente che l&#8217; augurio di un naufragio &#8220;perlomeno dolce&#8221;</p>
<p>&#8220;una purtualla dal cuore di ex arancione&#8221;</p>
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	</item>
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		<title>Di: Gianni De Martino</title>
		<link>http://www.innernet.it/esperienze-prossime-alla-morte/comment-page-1/#comment-4460</link>
		<dc:creator>Gianni De Martino</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Mar 2009 12:56:18 +0000</pubDate>
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		<description>CHE COSA ACCADE NELL&#039;ATTIMO IN CUI LA COSCIENZA SI ESTINGUE 
Ultimi &quot;pensieri&quot; di Elémire Zolla che faranno parte dei &quot;Quaderni&quot; che la vedova, la studiosa di estetica Grazia Marchianò, sta raccogliendo fra le sue carte: riflessioni e intuizioni che Zolla annotava periodicamente sui suoi taccuini personali. 

&quot;L&#039;estinzione&quot; 

Fino a qual punto la coscienza si estingue? O, che cosa avviene della propria persona nel corso di allucinazioni che portano al deliquio? Insufficienti le risposte consuete. 
Si vorrebbe dare una replica netta, e si parla di manifestazioni distinte: la consapevolezza rimane intatta in mezzo a ogni specie di travedimenti ovvero sparisce e dopo non resta nessun ricordo della trance subìta. 
E&#039; vero, sussistono questi due estremi, ma quasi sempre trepida e fluttuante è la realtà, il suo ricordo tremula, è arbitrario sempre, la ricostruzione degli eventi d&#039;una visione. 

Già un semplice sogno è difficile da rammentare salvo allo scatto del risveglio: assumerlo nel linguaggio, vuol dire falsificarlo. E&#039; arduo dire fino a che punto un evento di sogno fa un&#039;immagine e fino a che punto una parola commossa. 

Occorre accettare il più delle volte l&#039;esistenza onirica, la trance e in genere l&#039;allucinazione sciamanica come più vera del vero, un universo sottratto alle nostre classificazioni, impervio alle nostre categorie, oscillante, svanente ma nello stesso tempo fulgido e chiaro, contradditorio, atteggiato nell&#039;uno e nell&#039;altro senso che durante la veglia si escludono. In sanscrito esiste una parola che lo denota: vikalpa. 

E&#039; fiabesco, ma connette verità che eludono la nostra attenzione di veglia, di cui forse il nostro inconscio o certi animali si avvedono. Si estende come un velo trepido, ma può imporsi come più netto del vero.  (da Il Corriere della Sera - 26 maggio 2002)
__
Così, nel punto, intenso e feroce, in cui la vita va al di là (dell’io e del mio), ognuno, ognuna si approssima al  Non-conosciuto… Da qui l’angoscia e le tante storie che ci raccontiamo, immaginando uno spazio di non-morte ( Cristo, se Gesù avesse davvero vinto la morte sarei cristiano, anzi cattolico, apostolico &amp; romantico ! ) 
Per fortuna o sventura, non avendo realizzato shunyata, resto tagliato dal « prima » e dal « dopo ».   
L’infinito ?  Seee, te piacerebbe !  va’ citrullino mio ! Co sto cervello che cammina pure troppo e te sta a scoppià er cranio, pe&#039; quanto macina nel vuoto e il dharmakaya, li mortacci sua... 
Un inchino davanti all’infinito che è in ogni creatura e davanti al ricordo, al ricordo di ogni uomo, donna, bambino, gatto, alba, tramonto e pioggia caduta a primavera sulla terra scura…

Lo chiamano il lavoro del lutto
Sia nel samsara sia nel nirvana.
Possa tu sgranocchiare amrita
Nel paradiso dei gatti.
 Ciao, cara Sardina! Chi vive ?</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>CHE COSA ACCADE NELL&#8217;ATTIMO IN CUI LA COSCIENZA SI ESTINGUE<br />
Ultimi &#8220;pensieri&#8221; di Elémire Zolla che faranno parte dei &#8220;Quaderni&#8221; che la vedova, la studiosa di estetica Grazia Marchianò, sta raccogliendo fra le sue carte: riflessioni e intuizioni che Zolla annotava periodicamente sui suoi taccuini personali. </p>
<p>&#8220;L&#8217;estinzione&#8221; </p>
<p>Fino a qual punto la coscienza si estingue? O, che cosa avviene della propria persona nel corso di allucinazioni che portano al deliquio? Insufficienti le risposte consuete.<br />
Si vorrebbe dare una replica netta, e si parla di manifestazioni distinte: la consapevolezza rimane intatta in mezzo a ogni specie di travedimenti ovvero sparisce e dopo non resta nessun ricordo della trance subìta.<br />
E&#8217; vero, sussistono questi due estremi, ma quasi sempre trepida e fluttuante è la realtà, il suo ricordo tremula, è arbitrario sempre, la ricostruzione degli eventi d&#8217;una visione. </p>
<p>Già un semplice sogno è difficile da rammentare salvo allo scatto del risveglio: assumerlo nel linguaggio, vuol dire falsificarlo. E&#8217; arduo dire fino a che punto un evento di sogno fa un&#8217;immagine e fino a che punto una parola commossa. </p>
<p>Occorre accettare il più delle volte l&#8217;esistenza onirica, la trance e in genere l&#8217;allucinazione sciamanica come più vera del vero, un universo sottratto alle nostre classificazioni, impervio alle nostre categorie, oscillante, svanente ma nello stesso tempo fulgido e chiaro, contradditorio, atteggiato nell&#8217;uno e nell&#8217;altro senso che durante la veglia si escludono. In sanscrito esiste una parola che lo denota: vikalpa. </p>
<p>E&#8217; fiabesco, ma connette verità che eludono la nostra attenzione di veglia, di cui forse il nostro inconscio o certi animali si avvedono. Si estende come un velo trepido, ma può imporsi come più netto del vero.  (da Il Corriere della Sera &#8211; 26 maggio 2002)<br />
__<br />
Così, nel punto, intenso e feroce, in cui la vita va al di là (dell’io e del mio), ognuno, ognuna si approssima al  Non-conosciuto… Da qui l’angoscia e le tante storie che ci raccontiamo, immaginando uno spazio di non-morte ( Cristo, se Gesù avesse davvero vinto la morte sarei cristiano, anzi cattolico, apostolico &amp; romantico ! )<br />
Per fortuna o sventura, non avendo realizzato shunyata, resto tagliato dal « prima » e dal « dopo ».<br />
L’infinito ?  Seee, te piacerebbe !  va’ citrullino mio ! Co sto cervello che cammina pure troppo e te sta a scoppià er cranio, pe&#8217; quanto macina nel vuoto e il dharmakaya, li mortacci sua&#8230;<br />
Un inchino davanti all’infinito che è in ogni creatura e davanti al ricordo, al ricordo di ogni uomo, donna, bambino, gatto, alba, tramonto e pioggia caduta a primavera sulla terra scura…</p>
<p>Lo chiamano il lavoro del lutto<br />
Sia nel samsara sia nel nirvana.<br />
Possa tu sgranocchiare amrita<br />
Nel paradiso dei gatti.<br />
 Ciao, cara Sardina! Chi vive ?</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: Gianni De Martino</title>
		<link>http://www.innernet.it/esperienze-prossime-alla-morte/comment-page-1/#comment-4458</link>
		<dc:creator>Gianni De Martino</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Mar 2009 01:10:46 +0000</pubDate>
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		<description>Sigh! Certo che no! … Nessuno è mai nato, mai morto, neanche il mio gatto Sardina, sigh!, e non c’è nessun naufragio, né amaro né dolce.  
Al massimo qualche tempesta (samsarica &amp; nirvanica )  in un bicchier d’acqua… Il naufragio  allude alla corrispondenza avvertita dal Leopardi, e i lettori,  tra il quasi nulla della sua voce e questo “infinito silenzio”,  questa immensità in cui s’annega il pensiero…

Il pensiero nasce, come noi, per amare e morire… e naturalmente non c’è nessun naufragio - se non forse  la stessa vuota tempesta che anche Shakespeare vide nella testa dell’idiota e Marinetti nel rombo dei motori assassini . 
Sigh! Chissà quando finirà, se mai finirà, questo canto di morte tra samsara e nirvana…

P.S. A proposito di “stessa cosa”, mi viene in mente  un modo di dire napoletano che dice: &quot;Simme tutte purtualle&quot; . 
ll modo di dire, molto usuale, e divertente, si riferisce a un episodio che vide degli stronzi che , usciti piuttosto storditi da un canale (samsarico) , si ritrovarono a galleggiare insieme a un carico di arance caduto in mare ( le arance, “purtualle”, prendono il loro nome dal paese di origine, il Portogallo).  
La vicinanza, in alto mare, degli stronzi con  i frutti fece esclamare allo stronzo più illuminato: “ Ah, ecco cosa siamo: simme tutte purtualle! &quot; Naturalmente si trattava di un abbaglio nirvanico. Rida chi può. :-) Sigh! 
           … Sigh!  Sarà un caso di emergenza personale, ma non riesco a rallegrarmi, sigh!, come uno gnostico dell’Adelphi , di veder passare il mondo. Sigh! 
Certo, la mia mente è un uovo bollito e il padre  e la madre ( vacuità e forma) sono molto gentili… Ma non sarà certo il pensiero di Shunya e Shunyata a non far morire uno a uno i miei gatti, parenti, conoscenti e amici:  al massimo una tempesta samsarica &amp; nirvanica  in nella ciotolina di plastica azzurrina dove Sardina non berrà mai più...sigh! sigh! 

Eh, per dire che non esiste la morte occorre un cuore d’acciaio, vale a dire un cuore di poetessa, di ex arancione o di cieco illuminato.. . La cara Sardina, il “mio” gatto,  non si sarà mai staccata dal “Padre” ( ci sarà pure un Padre dei gatti, ma questa volta ha proprio sbagliato ). Accettare i limiti è intelligenza. Ma perché me l’ha tolta?  Scorrete, lacrime ! Sigh!</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Sigh! Certo che no! … Nessuno è mai nato, mai morto, neanche il mio gatto Sardina, sigh!, e non c’è nessun naufragio, né amaro né dolce.<br />
Al massimo qualche tempesta (samsarica &amp; nirvanica )  in un bicchier d’acqua… Il naufragio  allude alla corrispondenza avvertita dal Leopardi, e i lettori,  tra il quasi nulla della sua voce e questo “infinito silenzio”,  questa immensità in cui s’annega il pensiero…</p>
<p>Il pensiero nasce, come noi, per amare e morire… e naturalmente non c’è nessun naufragio &#8211; se non forse  la stessa vuota tempesta che anche Shakespeare vide nella testa dell’idiota e Marinetti nel rombo dei motori assassini .<br />
Sigh! Chissà quando finirà, se mai finirà, questo canto di morte tra samsara e nirvana…</p>
<p>P.S. A proposito di “stessa cosa”, mi viene in mente  un modo di dire napoletano che dice: &#8220;Simme tutte purtualle&#8221; .<br />
ll modo di dire, molto usuale, e divertente, si riferisce a un episodio che vide degli stronzi che , usciti piuttosto storditi da un canale (samsarico) , si ritrovarono a galleggiare insieme a un carico di arance caduto in mare ( le arance, “purtualle”, prendono il loro nome dal paese di origine, il Portogallo).<br />
La vicinanza, in alto mare, degli stronzi con  i frutti fece esclamare allo stronzo più illuminato: “ Ah, ecco cosa siamo: simme tutte purtualle! &#8221; Naturalmente si trattava di un abbaglio nirvanico. Rida chi può. :-) Sigh!<br />
           … Sigh!  Sarà un caso di emergenza personale, ma non riesco a rallegrarmi, sigh!, come uno gnostico dell’Adelphi , di veder passare il mondo. Sigh!<br />
Certo, la mia mente è un uovo bollito e il padre  e la madre ( vacuità e forma) sono molto gentili… Ma non sarà certo il pensiero di Shunya e Shunyata a non far morire uno a uno i miei gatti, parenti, conoscenti e amici:  al massimo una tempesta samsarica &amp; nirvanica  in nella ciotolina di plastica azzurrina dove Sardina non berrà mai più&#8230;sigh! sigh! </p>
<p>Eh, per dire che non esiste la morte occorre un cuore d’acciaio, vale a dire un cuore di poetessa, di ex arancione o di cieco illuminato.. . La cara Sardina, il “mio” gatto,  non si sarà mai staccata dal “Padre” ( ci sarà pure un Padre dei gatti, ma questa volta ha proprio sbagliato ). Accettare i limiti è intelligenza. Ma perché me l’ha tolta?  Scorrete, lacrime ! Sigh!</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: watts</title>
		<link>http://www.innernet.it/esperienze-prossime-alla-morte/comment-page-1/#comment-4457</link>
		<dc:creator>watts</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Mar 2009 20:43:27 +0000</pubDate>
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		<description>ma non c&#039; e&#039; nessun naufragio, nessun &quot;mucchietto di spazzatura piagnucolante&quot; ecc. 
Nessuno si e&#039; mai staccato &quot;realmente&quot; dal &quot;Padre&quot; ! (il samsara e il nirvana sono la stessa cosa!)</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>ma non c&#8217; e&#8217; nessun naufragio, nessun &#8220;mucchietto di spazzatura piagnucolante&#8221; ecc.<br />
Nessuno si e&#8217; mai staccato &#8220;realmente&#8221; dal &#8220;Padre&#8221; ! (il samsara e il nirvana sono la stessa cosa!)</p>
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		<title>Di: Gianni De Martino</title>
		<link>http://www.innernet.it/esperienze-prossime-alla-morte/comment-page-1/#comment-4455</link>
		<dc:creator>Gianni De Martino</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Mar 2009 12:56:58 +0000</pubDate>
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		<description>Certo, non conviene pensare a ciò che potrà accadere in futuro se questo implica un lutto anticipato e la rovina della propria serenità presente. Ai fini pratici, un atteggiamento materialistico ed epicureo non è da sottovalutare. Se proprio occorre parlare di quella Cosa, vorremmo discuterne razionalmente. Magari dietro un paravento. 

Eppur si muore. Accade quando nella solita routine entra il Fuori impossibile. E il Dentro, dove non abito,  è tutto come un gas o i riflessi di un vecchio armadio in una opaca sfera di cristallo, difficile da descrivere.

E’ da giorni che ci penso. Tutto quello che posso dire è che oltre che distruzione, spaesamento e angoscia, la morte è “anche” rappresentazione, un fatto mentale e un limite. Altri direbbero la morte una specie di soffitto nella testa, che impedisce al pensiero di elevarsi. Affermare però che la morte si riduce a una rappresentazione più o meno deprimente e che “ non è nella realtà”, potrebbe suonare come una fuga, sia pure soft,  dal fatto che siamo in un corpo. Vogliamo dire in una carne più o meno prudente, impaurita e che invecchia? 

Indipendentemente dalla rappresentazione o da quell’ “invenzione” tutta cristiana che chiamiamo carne, sembra non potersi evitare la morte. Quel che è fisico, quello che è biologico non può durare eternamente: consuma, degrada, diventa rigido come un baccalà e ritorna allo stato di materia inanimata. Siamo polvere ( sia pure polvere di stelle, ovviamente  ) :-)

Paradossalmente, oltre allo scheletro, non sempre,  qualcosa rimane: il pensiero di Seneca o del vecchio Epicuro, per esempio.  Eccoli ancora qui sulla breccia dopo duemila anni. Senza dubbio  sono  qui grazie all’istituzione e all’industria culturale, in cui saremmo portati a vedere – al seguito della lezione ( e la garbata ironia ) del compianto Elvio Fachinelli – le eredi legittime di quel mondo degli antenati che hanno un’importanza fondamentale nei gruppi arcaici, quali li conosciamo attraverso le descrizioni tramandate, i ritrovamenti archeologici e i resoconti etnografici.
 E’ attraverso la negazione della morte individuale e il lavoro della lutto e della cultura  che i singoli morti vengono riassorbiti nell’unità dei morti-viventi che ci governano, continuando a far parte del nostro gruppo.
 
Ma non è perché sono così vecchi che Seneca ed Epicuro  sono degni di venerazione. Quei nobili morti-viventi continuano ad insegnarci che chi ha eccessiva paura della morte teme anche la vita, e che occorre essere intrepidi. Così, se non con un approccio zen, perché non finire come i saggi di una volta?  

Non sarà esattamente qualcosa di così “grandioso e lucido” come vogliamo immaginarlo, ma nascondere una macchia sul pantalone (magari troppo largo, di quelli in dotazione all’ospedale ) e dare un senso filosofico alla morte è più dignitoso di trasformarsi, per caso, in un mucchietto di spazzatura piagnucolante. Insomma, con gli stoici, gli epicurei e il nostro caro gobetto Giacomo Leopardi, auguriamoci che il naufragio sia perlomeno “dolce”!  

Namaste. Ave atque valete</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Certo, non conviene pensare a ciò che potrà accadere in futuro se questo implica un lutto anticipato e la rovina della propria serenità presente. Ai fini pratici, un atteggiamento materialistico ed epicureo non è da sottovalutare. Se proprio occorre parlare di quella Cosa, vorremmo discuterne razionalmente. Magari dietro un paravento. </p>
<p>Eppur si muore. Accade quando nella solita routine entra il Fuori impossibile. E il Dentro, dove non abito,  è tutto come un gas o i riflessi di un vecchio armadio in una opaca sfera di cristallo, difficile da descrivere.</p>
<p>E’ da giorni che ci penso. Tutto quello che posso dire è che oltre che distruzione, spaesamento e angoscia, la morte è “anche” rappresentazione, un fatto mentale e un limite. Altri direbbero la morte una specie di soffitto nella testa, che impedisce al pensiero di elevarsi. Affermare però che la morte si riduce a una rappresentazione più o meno deprimente e che “ non è nella realtà”, potrebbe suonare come una fuga, sia pure soft,  dal fatto che siamo in un corpo. Vogliamo dire in una carne più o meno prudente, impaurita e che invecchia? </p>
<p>Indipendentemente dalla rappresentazione o da quell’ “invenzione” tutta cristiana che chiamiamo carne, sembra non potersi evitare la morte. Quel che è fisico, quello che è biologico non può durare eternamente: consuma, degrada, diventa rigido come un baccalà e ritorna allo stato di materia inanimata. Siamo polvere ( sia pure polvere di stelle, ovviamente  ) :-)</p>
<p>Paradossalmente, oltre allo scheletro, non sempre,  qualcosa rimane: il pensiero di Seneca o del vecchio Epicuro, per esempio.  Eccoli ancora qui sulla breccia dopo duemila anni. Senza dubbio  sono  qui grazie all’istituzione e all’industria culturale, in cui saremmo portati a vedere – al seguito della lezione ( e la garbata ironia ) del compianto Elvio Fachinelli – le eredi legittime di quel mondo degli antenati che hanno un’importanza fondamentale nei gruppi arcaici, quali li conosciamo attraverso le descrizioni tramandate, i ritrovamenti archeologici e i resoconti etnografici.<br />
 E’ attraverso la negazione della morte individuale e il lavoro della lutto e della cultura  che i singoli morti vengono riassorbiti nell’unità dei morti-viventi che ci governano, continuando a far parte del nostro gruppo.</p>
<p>Ma non è perché sono così vecchi che Seneca ed Epicuro  sono degni di venerazione. Quei nobili morti-viventi continuano ad insegnarci che chi ha eccessiva paura della morte teme anche la vita, e che occorre essere intrepidi. Così, se non con un approccio zen, perché non finire come i saggi di una volta?  </p>
<p>Non sarà esattamente qualcosa di così “grandioso e lucido” come vogliamo immaginarlo, ma nascondere una macchia sul pantalone (magari troppo largo, di quelli in dotazione all’ospedale ) e dare un senso filosofico alla morte è più dignitoso di trasformarsi, per caso, in un mucchietto di spazzatura piagnucolante. Insomma, con gli stoici, gli epicurei e il nostro caro gobetto Giacomo Leopardi, auguriamoci che il naufragio sia perlomeno “dolce”!  </p>
<p>Namaste. Ave atque valete</p>
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	<item>
		<title>Di: watts</title>
		<link>http://www.innernet.it/esperienze-prossime-alla-morte/comment-page-1/#comment-4449</link>
		<dc:creator>watts</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Mar 2009 22:02:32 +0000</pubDate>
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		<description>Ma forse nello zen piu&#039; maturo non e&#039; neanche piu&#039; il caso di ripulire “lo specchio-mente”  perche&#039; questo non esiste: e&#039; anch&#039; esso una pura costruzione mentale, come sono pure costruzioni mentali le varie visioni e rappresentazioni della morte che nei secoli l&#039; uomo ha elaborato, di cui diro’ fra poco.
Si racconta che in una famosa e .....anticipatoria “gara di poesia” indetta  dal  quinto patriarca  Il monaco ritenuto più sapiente di tutti, davanti al quale nessuno ebbe l&#039;ardire di comporre  propri versi , scrisse sul muro questi versi:

&quot;Il corpo è come l&#039;albero della Bodhi
e la mente è simile a un limpido specchio;
con cura lo ripuliamo di ora in ora
per timore che sopra vi cada la polvere&quot;.

La poesia , come e’ noto, fu elogiata dagli altri monaci, ma il quinto patriarca non si convinse della realizzazione vissuta da Shen Hsiu, il monaco più sapiente.
Il rozzo Hui Neng , passando per il corridoio dove era stata scritta questa poesia, se la fece leggere da un altro monaco e poi gli dettò questi altri versi, che furono scritti a fianco alla precedente poesia:

&quot;Essenzialmente la Bodhi non ha albero
e nemmeno esiste alcuno specchio;
poichè dunque è tutto vuoto fin dall&#039;origine,
su cosa può cadere la polvere?&quot;
E vinse il concorso e l&#039; investitura

Anche le varie rappresentazioni mentali e le varie visioni collettive  relative alla morte sono nell&#039; ambito delle costruzioni mentali che nulla hanno a che fare con la morte vera, se mai questa esista come realta&#039; concreta
L’ immaginario medioevale, in ambito cristiano, e’ ricco di riferimenti alla morte, che viene sempre trasfigurata in immagini angosciose.  
Ad es il Trionfo della morte non e&#039; una metafora della vanità ma dell&#039;espressione di un&#039;angoscia, paura della fine, paura del giudizio. 
Intorno al 1400  in Germania nascono le prime Ars moriendi (manuali di preparazione religiosa alla buona morte). Qui si fronteggia il terrore del momento del trapasso, dell&#039;esperienza dell&#039;agonia. In questo contesto, la cura della tomba e le disposizioni testamentarie traducono l&#039;angoscia che l&#039;idea della morte provoca: dalla costruzione e decorazione di una cappella al come si svolgeranno le esequie, fino ai lasciti necessari a garantire la manutenzione del sepolcro e l&#039;esercizio di orazioni commemorative. 
Ma, infine la morte non è più il momento del giudizio, ma semplicemente la morte fisica: cadavere e putrefazione, la morte macabra. Ancora: l&#039;immagine della morte mantiene la sua terribilità, ma perde quella sorta di funzione consolatrice legata alla liberazione dalla vita intesa come peccato. 
Si tende ad interpretare nel cadavere decomposto o nella mummia, segno evidente di un orrore per la morte, l&#039;espressione di un forte amore per la vita; una prova di questo sta nel fatto che il disgusto verso la decomposizione corporea non appartiene solo al momento della morte ma anche a quello della vecchiaia e della malattia. Si parla dell&#039;associazione tra morte, individualità e putrefazione. A questo decadimento sono associati l&#039;impotenza ed il fallimento (e per contro la rabbia e l&#039;attaccamento alla vita, alle cose e agli esseri posseduti), ed è a questi motivi che si ricollega il &quot;senso del macabro&quot;.

Il superamento della morte macabra prenderà presto due diverse strade. Da un lato si ha un processo di astrazione e banalizzazione, al cadavere si sostituisce lo scheletro, e lo scheletro stesso si scinde in elementi separati e ricomposti &quot;artisticamente&quot;: crani, tibie, ossa incrociate. Dall&#039;altro lato la rappresentazione della morte vera e realistica, non avverrà più nei funerali o nelle tombe ma piuttosto nell&#039;immaginario: quello dell&#039;erotismo macabro e del morboso
La spiegazione di questo cambiamento viene  accostando fra loro due trasgressioni alla vita regolare e ordinata in società: l&#039;orgasmo e la morte. La morte si avvia in tal modo ad essere definitivamente sottratta alla sfera della vita quotidiana, dell&#039;ordine naturale delle cose: si rompe l&#039;antica familiarità fra l&#039;uomo e la morte di cui l&#039; umanita&#039; soffre ancora oggi.

Ecco come la morte diventa uno stereotipo angosciante in tutta la visione religiosa di orientamento cristiano e successivamente  in quello cattolico.
Di queste rappresentazioni risentiamo tutti noi occidentali ed anche l’ amico De Martino quando afferma:

&quot;ma non sempre la morte è veloce. Nella maggior parte dei casi non è neanche “dignitosa”, “dolce” o addirittura così “gioiosa” come ci piace immaginarla. Insomma, morire resta pur sempre uno schifo&quot;

e ancora
&quot;Eh, si vede che, nonostante tante pulizie, alla fine tutti lasciamo una macchia. Sarebbe la fresca traccia di un morto che puzza e dice: ” Quando si giace nella bara, il fatto che rende la cosa tanto brutta è che la tua mente è viva, ma il corpo no, e tu percepisci questo dualismo”&quot;

Ma la morte e&#039; sempre rappresentazione che certamente cambia   nelle varie epoche della storia , ma resta pur sempre   rappresentazione di qualcosa che e&#039; nella mente dell&#039; uomo , non nella realta&#039;.
A questo proposito gli approcci piu&#039; grandiosi e lucidi , oltre a quelli dello zen, sembrano essere a me quelli degli epicurei e degli stoici della storia antica.
Diceva Seneca duemila anni fa…
“Tu, invece, preparati ogni giorno a lasciare serenamente questa vita a cui tanti si avvinghiano e si aggrappano, come chi è trascinato via dalla corrente si aggrappa ai rovi e alle rocce. I più ondeggiano infelici tra il timore della morte e le angosce della vita: non vogliono vivere, né sanno morire. Abbandona ogni preoccupazione per la tua esistenza e te la renderai piacevole. Possedere un bene non serve a niente se non si è pronti a perderlo.”
Diceva Epicuro duemila anni fa o giu di li……
&quot;…abituati a pensare che la morte non costituisce nulla per noi, dal momento che il godere e il soffrire sono entrambi nel sentire, e la morte altro non è che la sua assenza. L’esatta coscienza che la morte non significa nulla per noi rende godibile la mortalità della vita, senza l’inganno del tempo infinito che è indotto dal desiderio dell’immortalità.
Non esiste nulla di terribile nella vita per chi davvero sappia che nulla c’è da temere nel non vivere più. Perciò è sciocco chi sostiene di aver paura della morte, non tanto perché il suo arrivo lo farà soffrire, ma in quanto l’affligge la sua continua attesa. Ciò che una volta presente non ci turba, stoltamente atteso ci fa impazzire. 
La morte, il più atroce dunque di tutti i mali, non esiste per noi. Quando noi viviamo la morte non c’è, quando c’è lei non ci siamo noi. Non è nulla né per i vivi né per i morti. Per i vivi non c’è, i morti non sono più. Invece la gente ora fugge la morte come il peggior male, ora la invoca come requie ai mali che vive. 
Il vero saggio, come non gli dispiace vivere, così non teme di non vivere più. La vita per lui non è un male, né è un male il non vivere. Ma come dei cibi sceglie i migliori, non la quantità, così non il tempo più lungo si gode, ma il più dolce.&quot;

Ave atque valete</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Ma forse nello zen piu&#8217; maturo non e&#8217; neanche piu&#8217; il caso di ripulire “lo specchio-mente”  perche&#8217; questo non esiste: e&#8217; anch&#8217; esso una pura costruzione mentale, come sono pure costruzioni mentali le varie visioni e rappresentazioni della morte che nei secoli l&#8217; uomo ha elaborato, di cui diro’ fra poco.<br />
Si racconta che in una famosa e &#8230;..anticipatoria “gara di poesia” indetta  dal  quinto patriarca  Il monaco ritenuto più sapiente di tutti, davanti al quale nessuno ebbe l&#8217;ardire di comporre  propri versi , scrisse sul muro questi versi:</p>
<p>&#8220;Il corpo è come l&#8217;albero della Bodhi<br />
e la mente è simile a un limpido specchio;<br />
con cura lo ripuliamo di ora in ora<br />
per timore che sopra vi cada la polvere&#8221;.</p>
<p>La poesia , come e’ noto, fu elogiata dagli altri monaci, ma il quinto patriarca non si convinse della realizzazione vissuta da Shen Hsiu, il monaco più sapiente.<br />
Il rozzo Hui Neng , passando per il corridoio dove era stata scritta questa poesia, se la fece leggere da un altro monaco e poi gli dettò questi altri versi, che furono scritti a fianco alla precedente poesia:</p>
<p>&#8220;Essenzialmente la Bodhi non ha albero<br />
e nemmeno esiste alcuno specchio;<br />
poichè dunque è tutto vuoto fin dall&#8217;origine,<br />
su cosa può cadere la polvere?&#8221;<br />
E vinse il concorso e l&#8217; investitura</p>
<p>Anche le varie rappresentazioni mentali e le varie visioni collettive  relative alla morte sono nell&#8217; ambito delle costruzioni mentali che nulla hanno a che fare con la morte vera, se mai questa esista come realta&#8217; concreta<br />
L’ immaginario medioevale, in ambito cristiano, e’ ricco di riferimenti alla morte, che viene sempre trasfigurata in immagini angosciose.<br />
Ad es il Trionfo della morte non e&#8217; una metafora della vanità ma dell&#8217;espressione di un&#8217;angoscia, paura della fine, paura del giudizio.<br />
Intorno al 1400  in Germania nascono le prime Ars moriendi (manuali di preparazione religiosa alla buona morte). Qui si fronteggia il terrore del momento del trapasso, dell&#8217;esperienza dell&#8217;agonia. In questo contesto, la cura della tomba e le disposizioni testamentarie traducono l&#8217;angoscia che l&#8217;idea della morte provoca: dalla costruzione e decorazione di una cappella al come si svolgeranno le esequie, fino ai lasciti necessari a garantire la manutenzione del sepolcro e l&#8217;esercizio di orazioni commemorative.<br />
Ma, infine la morte non è più il momento del giudizio, ma semplicemente la morte fisica: cadavere e putrefazione, la morte macabra. Ancora: l&#8217;immagine della morte mantiene la sua terribilità, ma perde quella sorta di funzione consolatrice legata alla liberazione dalla vita intesa come peccato.<br />
Si tende ad interpretare nel cadavere decomposto o nella mummia, segno evidente di un orrore per la morte, l&#8217;espressione di un forte amore per la vita; una prova di questo sta nel fatto che il disgusto verso la decomposizione corporea non appartiene solo al momento della morte ma anche a quello della vecchiaia e della malattia. Si parla dell&#8217;associazione tra morte, individualità e putrefazione. A questo decadimento sono associati l&#8217;impotenza ed il fallimento (e per contro la rabbia e l&#8217;attaccamento alla vita, alle cose e agli esseri posseduti), ed è a questi motivi che si ricollega il &#8220;senso del macabro&#8221;.</p>
<p>Il superamento della morte macabra prenderà presto due diverse strade. Da un lato si ha un processo di astrazione e banalizzazione, al cadavere si sostituisce lo scheletro, e lo scheletro stesso si scinde in elementi separati e ricomposti &#8220;artisticamente&#8221;: crani, tibie, ossa incrociate. Dall&#8217;altro lato la rappresentazione della morte vera e realistica, non avverrà più nei funerali o nelle tombe ma piuttosto nell&#8217;immaginario: quello dell&#8217;erotismo macabro e del morboso<br />
La spiegazione di questo cambiamento viene  accostando fra loro due trasgressioni alla vita regolare e ordinata in società: l&#8217;orgasmo e la morte. La morte si avvia in tal modo ad essere definitivamente sottratta alla sfera della vita quotidiana, dell&#8217;ordine naturale delle cose: si rompe l&#8217;antica familiarità fra l&#8217;uomo e la morte di cui l&#8217; umanita&#8217; soffre ancora oggi.</p>
<p>Ecco come la morte diventa uno stereotipo angosciante in tutta la visione religiosa di orientamento cristiano e successivamente  in quello cattolico.<br />
Di queste rappresentazioni risentiamo tutti noi occidentali ed anche l’ amico De Martino quando afferma:</p>
<p>&#8220;ma non sempre la morte è veloce. Nella maggior parte dei casi non è neanche “dignitosa”, “dolce” o addirittura così “gioiosa” come ci piace immaginarla. Insomma, morire resta pur sempre uno schifo&#8221;</p>
<p>e ancora<br />
&#8220;Eh, si vede che, nonostante tante pulizie, alla fine tutti lasciamo una macchia. Sarebbe la fresca traccia di un morto che puzza e dice: ” Quando si giace nella bara, il fatto che rende la cosa tanto brutta è che la tua mente è viva, ma il corpo no, e tu percepisci questo dualismo”&#8221;</p>
<p>Ma la morte e&#8217; sempre rappresentazione che certamente cambia   nelle varie epoche della storia , ma resta pur sempre   rappresentazione di qualcosa che e&#8217; nella mente dell&#8217; uomo , non nella realta&#8217;.<br />
A questo proposito gli approcci piu&#8217; grandiosi e lucidi , oltre a quelli dello zen, sembrano essere a me quelli degli epicurei e degli stoici della storia antica.<br />
Diceva Seneca duemila anni fa…<br />
“Tu, invece, preparati ogni giorno a lasciare serenamente questa vita a cui tanti si avvinghiano e si aggrappano, come chi è trascinato via dalla corrente si aggrappa ai rovi e alle rocce. I più ondeggiano infelici tra il timore della morte e le angosce della vita: non vogliono vivere, né sanno morire. Abbandona ogni preoccupazione per la tua esistenza e te la renderai piacevole. Possedere un bene non serve a niente se non si è pronti a perderlo.”<br />
Diceva Epicuro duemila anni fa o giu di li……<br />
&#8220;…abituati a pensare che la morte non costituisce nulla per noi, dal momento che il godere e il soffrire sono entrambi nel sentire, e la morte altro non è che la sua assenza. L’esatta coscienza che la morte non significa nulla per noi rende godibile la mortalità della vita, senza l’inganno del tempo infinito che è indotto dal desiderio dell’immortalità.<br />
Non esiste nulla di terribile nella vita per chi davvero sappia che nulla c’è da temere nel non vivere più. Perciò è sciocco chi sostiene di aver paura della morte, non tanto perché il suo arrivo lo farà soffrire, ma in quanto l’affligge la sua continua attesa. Ciò che una volta presente non ci turba, stoltamente atteso ci fa impazzire.<br />
La morte, il più atroce dunque di tutti i mali, non esiste per noi. Quando noi viviamo la morte non c’è, quando c’è lei non ci siamo noi. Non è nulla né per i vivi né per i morti. Per i vivi non c’è, i morti non sono più. Invece la gente ora fugge la morte come il peggior male, ora la invoca come requie ai mali che vive.<br />
Il vero saggio, come non gli dispiace vivere, così non teme di non vivere più. La vita per lui non è un male, né è un male il non vivere. Ma come dei cibi sceglie i migliori, non la quantità, così non il tempo più lungo si gode, ma il più dolce.&#8221;</p>
<p>Ave atque valete</p>
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	<item>
		<title>Di: Gianni De Martino</title>
		<link>http://www.innernet.it/esperienze-prossime-alla-morte/comment-page-1/#comment-4435</link>
		<dc:creator>Gianni De Martino</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Mar 2009 19:09:41 +0000</pubDate>
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		<description>Non esisterà più ? Certo, &quot;pulire la mente&quot; dalla polvere delle certezze e i vortici delle &quot;negatività&quot;  è una giusta metafora per indicare la meditazione: un lavoro che si svolge ponendo l&#039;attenzione nel profondo e il manifesto, tra la forma e il vuoto. 

Naturalmente la polvere, invisibilmente, ogni giorno o notte si riforma. Non si smette mai di spolverare, perché vasto è il regno della polvere! Lo nota J. Gordon Ogden, in &quot;The Kingdom of Dust&quot;, quando osserva che a differenza dei regni terreni, il regno della polvere non conosce limiti, tanto che  persino &quot; le più lontane stelle nello spazio infinito altro non sono che gli avamposti di un regno infinito quanto lo stesso universo&quot;. 

Ma se tutto non fosse altro che polvere roteante ( sia pure polvere di stelle), non so se basterà solo mettersi nella condizione di far pulizia, affinché in un futuro più o meno lontano la &#039;cosiddetta&#039; morte non esisterà più. Perché, nel frattempo esiste ? 

Parrebbe proprio di sì. Anzi quanto a pulizia la &quot;cosiddetta&quot; morte sembra una vera specialista: brava &amp; veloce com&#039;è a ripulire l&#039;aria da ogni forma di vita, la morte potrebbe essere la titolare della più grande agenzia di pulizia che esista sul pianeta. Come dire : &quot; PULITRICE, SIGNORA. HA BISOGNO DEL MIO LAVORO?&quot;. 

Lo dico, anzi lo scrivo tra culla e bara, all&#039;ascolto di due pulsioni, ripulendo i corridoi del tempo tra un Dentro dove non abito e un Fuori impossibile. 
 
Ma tant&#039;è, inutile tirare qui troppo la corda (della mente). E star sempre lì a ripulire, anche la domenica, credendo che solo a condizione di far pulizia la “cosiddetta” morte non esisterà più, e tutta questa polvere, questo gusto di cavolo ammuffito e un odore di marcio invisibile cesseranno di rovinarci la vita. 

A quando la spruzzatina  di qualche detergente anti-entropico risolutivo? &quot;Vedete - ghignava con garbata ironia il maestro pazzo &amp; fuso san Philip Dick nel fatidico &#039;68, dopo essersi fatto di acido - Vedete, questi processi di deterioramento costituiscono un&#039;esperienza normale per molti semi-vivi, particolarmente nel caso in cui si fondono parecchi sistemi di memoria, come succede nel vostro gruppo. Ma con Ubik nuova formula, più attivo che mai, tutto è cambiato!&quot; Tutto ? Non proprio: resta sempre qualcosa di irriducibile all&#039;azione dei miracolosi prodotti anti-morte.

Quanto all&#039;ego &quot;che non vuole morire&quot;, beh mi pare comprensibile che abbia qualche difficoltà a sgombrare il campo. 

Il fatto ( &quot;fatto&quot;, come si dice nel gergo dei drogati) è che non appena sente la parola &quot;morte&quot;, il refrattario si gratta le palle, o le ovaia, a seconda. Oltre ad essere superstizioso e sessuato, il  cosiddetto ego coglie la cognizione della morte come un&#039;area di frontiera, pericolosa dal punto dell&#039;affermazione di un io personale, ben individualizzato. 
Si tratta di un&#039;area, o meglio di uno strato percettivo, emotivo e cognitivo estatico che forse proprio per questo è stato messo da parte nel corso dell&#039;evoluzione dell&#039;uomo detto civile.

D&#039;altra parte, come nota il compianto Elvio Fachinelli, nella sua sobria e densa &quot;La mente estatica&quot;, &quot; sarebbe assurdo criticare o irridere questo accantonamento, che è stata una necessità per la maggior parte degli esseri umani&quot;. 

Si può dire, ora, che questa necessità viene meno? e che possiamo far fuori, insieme all&#039;ego, anche l&#039;io personale, ben individualizzato ? 

Se si risponde di sì, allora  la grande marcia della distruzione intellettuale proseguirà. Tutto sarà negato. Tutto diventerà un credo.&quot; Sarà - come profetizzava Gilbert Keith Chesterton, in “Eretici”, una posizione ragionevole negare le pietre della strada; diventerà un dogma religioso riaffermare. E una tesi razionale quella che ci vuole tutti immersi in un sogno; sarà una forma assennata di misticismo asserire che siamo tutti svegli&quot;. Sì, tutti svegli e ben ripuliti da ogni odore di vita !

 Certo, davanti all&#039;infinito è più dignitoso presentarsi bene. Ma chi ha detto che occorre presentarsi anche puliti? Probabilmente è quel che dicono gli infermieri, evidentemente hanno un loro protocollo terminale. Insomma, mentre il citrullo va&#039; all&#039;infinito, ifermieri, parenti, amici e conoscenti si chiedono: &quot;Cosa ne facciamo del corpo?&quot;. 

 Eh, si vede che, nonostante tante pulizie, alla fine tutti lasciamo una macchia. Sarebbe la fresca traccia di un morto che puzza e dice: &quot;  Quando si giace nella bara, il fatto che rende la cosa tanto brutta è che la tua mente è viva, ma il corpo no, e tu percepisci questo dualismo&quot; (P. Dick, da &quot;In senso inverso&quot;). 

Svegli tra culla e bara ? Sì, come nel Moratorium ‘Diletti Fratelli’ di Zurigo, l&#039;istituto leader del mercato della conservazione di corpi umani mantenuti in uno stato di vita minima. Capita quando si crede di poter portare al mercato la sostanza del mondo e il Rimedio miracoloso, nell&#039;epoca della mercificazione del divino.

Lo so, mi ero ripromesso di non tirare troppo la corda ( della mente, sia pure psicoattiva). Ma continuo a pensare alle pulizie...E a pulire qua e là l&#039;Universo , naturalmente. 

Mentre giri in tondo in questa scintillante metafora che è &quot;Universo&quot;, in attesa, senza aspettare, nel caso abbiate qualcosa per illuminarloi, chiamatelo pure Sisifo, questo ego, eccetera. Che gli importa dell&#039;ego? o del suo nome proprio ? Sembrano spilli, ragnatele all&#039;angolo dell&#039;occhio. Forse a non voler morire non è sempre e solo l&#039;ego tanto calunniato, forse c&#039;è dell&#039;Altro.

In ogni caso, &quot;pulire la mente&quot; dalla polvere delle certezze e i vortici delle &quot;negatività&quot; e incrementare fattori positivi come fiducia, compassione, coraggio eccetera è una giusta metafora per indicare la meditazione: un lavoro il cui punto focale è la mente e che si svolge ponendo l&#039;attenzione nel profondo e il manifesto, tra la forma e il vuoto, eccetera. 

A meno che non accada un miracolo. Un miracolo simile alla Grazia, al tocco lieve e immacolato di un Angelo. E ci si ritrovi improvvisamente altri, come pagina di libro tradotto in un&#039;altra lingua - una lingua angelica, che altro?  

 Nell&#039;attesa, non inerte, dell&#039;Angelo e del suo fulmineo bagliore ad ogni istante nuovo, sorgente ed eterno come eterni sono la Vita e l&#039;Amore che credevamo perduti per sempre.

Chissà perché sembra sempre troppo presto, troppo tardi per una buona Resurrezione generale. Così - a meno di non fare i disoccupati o i divini giullari con spazio di non-morte e illuminazione incorporati - costantemente dobbiamo lavorare. E tutti i giorni pulire non solo denti e viso, tavola e cucinotto, disco e pc, ma anche la mente, la tomba vuota e il parquet. :-)</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Non esisterà più ? Certo, &#8220;pulire la mente&#8221; dalla polvere delle certezze e i vortici delle &#8220;negatività&#8221;  è una giusta metafora per indicare la meditazione: un lavoro che si svolge ponendo l&#8217;attenzione nel profondo e il manifesto, tra la forma e il vuoto. </p>
<p>Naturalmente la polvere, invisibilmente, ogni giorno o notte si riforma. Non si smette mai di spolverare, perché vasto è il regno della polvere! Lo nota J. Gordon Ogden, in &#8220;The Kingdom of Dust&#8221;, quando osserva che a differenza dei regni terreni, il regno della polvere non conosce limiti, tanto che  persino &#8221; le più lontane stelle nello spazio infinito altro non sono che gli avamposti di un regno infinito quanto lo stesso universo&#8221;. </p>
<p>Ma se tutto non fosse altro che polvere roteante ( sia pure polvere di stelle), non so se basterà solo mettersi nella condizione di far pulizia, affinché in un futuro più o meno lontano la &#8216;cosiddetta&#8217; morte non esisterà più. Perché, nel frattempo esiste ? </p>
<p>Parrebbe proprio di sì. Anzi quanto a pulizia la &#8220;cosiddetta&#8221; morte sembra una vera specialista: brava &amp; veloce com&#8217;è a ripulire l&#8217;aria da ogni forma di vita, la morte potrebbe essere la titolare della più grande agenzia di pulizia che esista sul pianeta. Come dire : &#8221; PULITRICE, SIGNORA. HA BISOGNO DEL MIO LAVORO?&#8221;. </p>
<p>Lo dico, anzi lo scrivo tra culla e bara, all&#8217;ascolto di due pulsioni, ripulendo i corridoi del tempo tra un Dentro dove non abito e un Fuori impossibile. </p>
<p>Ma tant&#8217;è, inutile tirare qui troppo la corda (della mente). E star sempre lì a ripulire, anche la domenica, credendo che solo a condizione di far pulizia la “cosiddetta” morte non esisterà più, e tutta questa polvere, questo gusto di cavolo ammuffito e un odore di marcio invisibile cesseranno di rovinarci la vita. </p>
<p>A quando la spruzzatina  di qualche detergente anti-entropico risolutivo? &#8220;Vedete &#8211; ghignava con garbata ironia il maestro pazzo &amp; fuso san Philip Dick nel fatidico &#8217;68, dopo essersi fatto di acido &#8211; Vedete, questi processi di deterioramento costituiscono un&#8217;esperienza normale per molti semi-vivi, particolarmente nel caso in cui si fondono parecchi sistemi di memoria, come succede nel vostro gruppo. Ma con Ubik nuova formula, più attivo che mai, tutto è cambiato!&#8221; Tutto ? Non proprio: resta sempre qualcosa di irriducibile all&#8217;azione dei miracolosi prodotti anti-morte.</p>
<p>Quanto all&#8217;ego &#8220;che non vuole morire&#8221;, beh mi pare comprensibile che abbia qualche difficoltà a sgombrare il campo. </p>
<p>Il fatto ( &#8220;fatto&#8221;, come si dice nel gergo dei drogati) è che non appena sente la parola &#8220;morte&#8221;, il refrattario si gratta le palle, o le ovaia, a seconda. Oltre ad essere superstizioso e sessuato, il  cosiddetto ego coglie la cognizione della morte come un&#8217;area di frontiera, pericolosa dal punto dell&#8217;affermazione di un io personale, ben individualizzato.<br />
Si tratta di un&#8217;area, o meglio di uno strato percettivo, emotivo e cognitivo estatico che forse proprio per questo è stato messo da parte nel corso dell&#8217;evoluzione dell&#8217;uomo detto civile.</p>
<p>D&#8217;altra parte, come nota il compianto Elvio Fachinelli, nella sua sobria e densa &#8220;La mente estatica&#8221;, &#8221; sarebbe assurdo criticare o irridere questo accantonamento, che è stata una necessità per la maggior parte degli esseri umani&#8221;. </p>
<p>Si può dire, ora, che questa necessità viene meno? e che possiamo far fuori, insieme all&#8217;ego, anche l&#8217;io personale, ben individualizzato ? </p>
<p>Se si risponde di sì, allora  la grande marcia della distruzione intellettuale proseguirà. Tutto sarà negato. Tutto diventerà un credo.&#8221; Sarà &#8211; come profetizzava Gilbert Keith Chesterton, in “Eretici”, una posizione ragionevole negare le pietre della strada; diventerà un dogma religioso riaffermare. E una tesi razionale quella che ci vuole tutti immersi in un sogno; sarà una forma assennata di misticismo asserire che siamo tutti svegli&#8221;. Sì, tutti svegli e ben ripuliti da ogni odore di vita !</p>
<p> Certo, davanti all&#8217;infinito è più dignitoso presentarsi bene. Ma chi ha detto che occorre presentarsi anche puliti? Probabilmente è quel che dicono gli infermieri, evidentemente hanno un loro protocollo terminale. Insomma, mentre il citrullo va&#8217; all&#8217;infinito, ifermieri, parenti, amici e conoscenti si chiedono: &#8220;Cosa ne facciamo del corpo?&#8221;. </p>
<p> Eh, si vede che, nonostante tante pulizie, alla fine tutti lasciamo una macchia. Sarebbe la fresca traccia di un morto che puzza e dice: &#8221;  Quando si giace nella bara, il fatto che rende la cosa tanto brutta è che la tua mente è viva, ma il corpo no, e tu percepisci questo dualismo&#8221; (P. Dick, da &#8220;In senso inverso&#8221;). </p>
<p>Svegli tra culla e bara ? Sì, come nel Moratorium ‘Diletti Fratelli’ di Zurigo, l&#8217;istituto leader del mercato della conservazione di corpi umani mantenuti in uno stato di vita minima. Capita quando si crede di poter portare al mercato la sostanza del mondo e il Rimedio miracoloso, nell&#8217;epoca della mercificazione del divino.</p>
<p>Lo so, mi ero ripromesso di non tirare troppo la corda ( della mente, sia pure psicoattiva). Ma continuo a pensare alle pulizie&#8230;E a pulire qua e là l&#8217;Universo , naturalmente. </p>
<p>Mentre giri in tondo in questa scintillante metafora che è &#8220;Universo&#8221;, in attesa, senza aspettare, nel caso abbiate qualcosa per illuminarloi, chiamatelo pure Sisifo, questo ego, eccetera. Che gli importa dell&#8217;ego? o del suo nome proprio ? Sembrano spilli, ragnatele all&#8217;angolo dell&#8217;occhio. Forse a non voler morire non è sempre e solo l&#8217;ego tanto calunniato, forse c&#8217;è dell&#8217;Altro.</p>
<p>In ogni caso, &#8220;pulire la mente&#8221; dalla polvere delle certezze e i vortici delle &#8220;negatività&#8221; e incrementare fattori positivi come fiducia, compassione, coraggio eccetera è una giusta metafora per indicare la meditazione: un lavoro il cui punto focale è la mente e che si svolge ponendo l&#8217;attenzione nel profondo e il manifesto, tra la forma e il vuoto, eccetera. </p>
<p>A meno che non accada un miracolo. Un miracolo simile alla Grazia, al tocco lieve e immacolato di un Angelo. E ci si ritrovi improvvisamente altri, come pagina di libro tradotto in un&#8217;altra lingua &#8211; una lingua angelica, che altro?  </p>
<p> Nell&#8217;attesa, non inerte, dell&#8217;Angelo e del suo fulmineo bagliore ad ogni istante nuovo, sorgente ed eterno come eterni sono la Vita e l&#8217;Amore che credevamo perduti per sempre.</p>
<p>Chissà perché sembra sempre troppo presto, troppo tardi per una buona Resurrezione generale. Così &#8211; a meno di non fare i disoccupati o i divini giullari con spazio di non-morte e illuminazione incorporati &#8211; costantemente dobbiamo lavorare. E tutti i giorni pulire non solo denti e viso, tavola e cucinotto, disco e pc, ma anche la mente, la tomba vuota e il parquet. :-)</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: watts</title>
		<link>http://www.innernet.it/esperienze-prossime-alla-morte/comment-page-1/#comment-4433</link>
		<dc:creator>watts</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 01 Mar 2009 15:48:02 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.innernet.it/?p=649#comment-4433</guid>
		<description>Vivere e morire forse sono la stessa cosa, ed e’ averle separate la fonte della piu’ grande sofferenza.
Trattiamo la morte  come un evento che accadrà alla fine della vita,  pur vedendo che essa  è invece sempre presente.
Avendo paura di quella cosa che chiamiamo morte l&#039;abbiamo separata dalla vita relegandole entrambe in compartimenti stagni separati l&#039;uno dall&#039;altro da spazi immensi.
Questo processo sembra oggi  piu’ che mai evidente nella intima struttura della societa’ e del pensiero dominante.
Ma l &#039;io esiste solo a causa dell&#039;identificazione con qualcosa: siamo ciò con cui ci siamo identificati. E’ di “questo” che siamo fatti, e senza di “questo” non siamo.  Ma, a ben vedere,   “questo” e’ costituito solo da una massa di desideri contraddittori, un groviglio in cui il dolore supera di gran lunga la gioia .
La mente deve essere ripulita da tutto ciò che ha afferrato nel suo bisogno di trovare certezze. 
Solo a questa condizione  la “cosiddetta”  morte non esistera’ piu’.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Vivere e morire forse sono la stessa cosa, ed e’ averle separate la fonte della piu’ grande sofferenza.<br />
Trattiamo la morte  come un evento che accadrà alla fine della vita,  pur vedendo che essa  è invece sempre presente.<br />
Avendo paura di quella cosa che chiamiamo morte l&#8217;abbiamo separata dalla vita relegandole entrambe in compartimenti stagni separati l&#8217;uno dall&#8217;altro da spazi immensi.<br />
Questo processo sembra oggi  piu’ che mai evidente nella intima struttura della societa’ e del pensiero dominante.<br />
Ma l &#8216;io esiste solo a causa dell&#8217;identificazione con qualcosa: siamo ciò con cui ci siamo identificati. E’ di “questo” che siamo fatti, e senza di “questo” non siamo.  Ma, a ben vedere,   “questo” e’ costituito solo da una massa di desideri contraddittori, un groviglio in cui il dolore supera di gran lunga la gioia .<br />
La mente deve essere ripulita da tutto ciò che ha afferrato nel suo bisogno di trovare certezze.<br />
Solo a questa condizione  la “cosiddetta”  morte non esistera’ piu’.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: eckhart</title>
		<link>http://www.innernet.it/esperienze-prossime-alla-morte/comment-page-1/#comment-4428</link>
		<dc:creator>eckhart</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 01 Mar 2009 11:23:01 +0000</pubDate>
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		<description>e&#039; sempre l&#039;ego che non vuole morire..  :-)</description>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: Gianni De Martino</title>
		<link>http://www.innernet.it/esperienze-prossime-alla-morte/comment-page-1/#comment-4427</link>
		<dc:creator>Gianni De Martino</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 01 Mar 2009 11:16:57 +0000</pubDate>
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		<description>Non è bizzarro che pur accorgendosi di essere &quot;un aggregato di quest&#039;unica energia&quot; , e quindi una delle miriadi di forme impermanenti e vuote di esistenza intrinseca, nella maggior parte dei casi uomini, donne e bambini non vogliono morire ? 

Evidentemente, in qualche spazio originario, &quot;morte&quot; non è l&#039;ultima parola... 

Mmm... perlomeno così pare al desiderio, più che al bisogno, di uno spazio, forse di un oltrespazio (e un ultrasuono) di non-morte.  :-)</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Non è bizzarro che pur accorgendosi di essere &#8220;un aggregato di quest&#8217;unica energia&#8221; , e quindi una delle miriadi di forme impermanenti e vuote di esistenza intrinseca, nella maggior parte dei casi uomini, donne e bambini non vogliono morire ? </p>
<p>Evidentemente, in qualche spazio originario, &#8220;morte&#8221; non è l&#8217;ultima parola&#8230; </p>
<p>Mmm&#8230; perlomeno così pare al desiderio, più che al bisogno, di uno spazio, forse di un oltrespazio (e un ultrasuono) di non-morte.  :-)</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: Watts</title>
		<link>http://www.innernet.it/esperienze-prossime-alla-morte/comment-page-1/#comment-4410</link>
		<dc:creator>Watts</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 22 Feb 2009 19:16:52 +0000</pubDate>
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		<description>&quot;Ma la morte altro non è che l&#039;altra faccia dell&#039;energia, è il riposo, il non esserci nulla attorno che produce l&#039;esserci qualcosa intorno, proprio come non può esserci solidità senza lo spazio o lo spazio senza solidità.
Quando ti accorgi di ciò e ti rendi conto che «plus ça change plus c&#039;est la même chose», come dicono i francesi, ( e ....Tommasi da Lampedusa (n.d.r.)) ,  che sei davvero un aggregato di quest&#039;unica energia e che non c&#039;è nient&#039;altro, ma che tu sei quello, e che per te continuare ad essere te stesso sarebbe una noia mortale, perciò le cose sono predisposte in modo che, dopo un po&#039;, tu smetta di essere te per ritornare come un altro del tutto diverso... &quot;
&quot; A.W. : Una conferenza sullo Zen&quot;</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Ma la morte altro non è che l&#8217;altra faccia dell&#8217;energia, è il riposo, il non esserci nulla attorno che produce l&#8217;esserci qualcosa intorno, proprio come non può esserci solidità senza lo spazio o lo spazio senza solidità.<br />
Quando ti accorgi di ciò e ti rendi conto che «plus ça change plus c&#8217;est la même chose», come dicono i francesi, ( e &#8230;.Tommasi da Lampedusa (n.d.r.)) ,  che sei davvero un aggregato di quest&#8217;unica energia e che non c&#8217;è nient&#8217;altro, ma che tu sei quello, e che per te continuare ad essere te stesso sarebbe una noia mortale, perciò le cose sono predisposte in modo che, dopo un po&#8217;, tu smetta di essere te per ritornare come un altro del tutto diverso&#8230; &#8221;<br />
&#8221; A.W. : Una conferenza sullo Zen&#8221;</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: Gianni De Martino</title>
		<link>http://www.innernet.it/esperienze-prossime-alla-morte/comment-page-1/#comment-4409</link>
		<dc:creator>Gianni De Martino</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 22 Feb 2009 12:40:11 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.innernet.it/?p=649#comment-4409</guid>
		<description>ERRATA CORRIGE
Al limite, potrebbe anche darsi che questa Cosa che chiamiamo “morte” non sia neanche una cosa… benchè possa apparire, con le parole del poeta, ” un modesto ruscello a lungo calunniato”.

IN LUOGO DI 
Al limite, potrebbe anche darsi che questa Cosa che diamo “morte” non sia neanche una cosa… eccetera.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>ERRATA CORRIGE<br />
Al limite, potrebbe anche darsi che questa Cosa che chiamiamo “morte” non sia neanche una cosa… benchè possa apparire, con le parole del poeta, ” un modesto ruscello a lungo calunniato”.</p>
<p>IN LUOGO DI<br />
Al limite, potrebbe anche darsi che questa Cosa che diamo “morte” non sia neanche una cosa… eccetera.</p>
]]></content:encoded>
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