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Margherita. Arcobaleno. Fiamma (tricolore). Sole (che ride). Rosa (nel pugno). Rosa (bianca). Grilli. Falce e martello. Ulivo (a dir la verità quest’ultimo non è sparito, ma rimpicciolito). Dal nuovo Parlamento sono scomparsi quasi tutti i simboli della natura (e del lavoro). Quercia, edera e garofano erano scomparsi da tempo. Svaniti anche florilegi brevi e stagionali di qualche tempo fa: asinelli e coccinelle.

Le ultime elezioni nazionali italiane si possono esaminare anche da un punto di vista non politico, ma dei simboli. Che sono importanti chiavi di comprensione di ciò che ci muove. Quali simboli sono restati nel luogo che dovrebbe rappresentare gli italiani e il loro volere, il Parlamento?

Simboli veri e propri, solo tre: un guerriero medievale con lo spadone levato, uno scudo crociato e due gabbiani, l’uno che vola verso destra, l’altro verso sinistra. Il ramoscello d’ulivo, dicevamo, è diventato un bonsai, inglobato da un logo che ha i colori della bandiera italiana e il cognome del candidato. Poi c’è il simbolo del vincitore, che è un semplice logo, anch’esso con tanto di nome del candidato presidente. E basta.

Insomma, visto che i simboli sono un potente mezzo per esprimere e muovere l’immaginario, ai nostri occhi di meditatori adusi a ragionare sui simboli e utilizzarli nelle nostre riflessioni come traccia di ciò che risuona negli animi ne risulterebbe che:

– siamo un paese in guerra

– siamo un paese di mare e cielo

– qui non si lavora; si svolazza, si combatte o si sceglie il capo

– siamo un popolo libero

– ci si vorrebbe muovere per la bandiera, ma senza entusiasmo (visti i risultati del partito neonato che s’è dipinto di tricolore).

Al di là dunque dei risultati politici, senza entrare nel merito, e restando all’ambito simbolico, sembra che gli italiani non abbiano più:

– varietà, biodiversità

– entusiasmo e fede

– volontà e capacità di identificarsi con le forze naturali

– volontà di lavorare e di occuparsi della dignità del lavoro.

Quello che invece resta:

– voglia di chiudersi e difendersi, con elmo, cotta, spada e scudo

– voglia di evadere, magari guardando i gabbiani dalle rive dei nostri mari

– voglia di seguire un capo.

Per l’ecologia della mente, è come fosse passata una ruspa semplificatrice. Non un buon segno. Certo, all’estero ci sono buoni esempi di democrazie che funzionano con due, tre partiti al massimo.

Ma quello che si legge nell’impoverimento dei simboli va al di là di tali pur corretti ragionamenti. Sembra che la fonte di ispirazione di un paese noto per la sua varietà e immaginazione si sia improvvisamente prosciugata. Del resto, io che sono da sempre attento all’ambiente, all’ecologia e alla qualità del vivere, che non corrisponde con il trionfo della patria e dell’economia, mi sento un poco straniero in Italia. Come trenta anni fa, quando ad occuparsene erano quattro gatti, nessuno in parlamento. Non che mi avessero entusiasmato gli sbarchi parlamentari e ministeriali dei verdi o degli alternativi d’altri colori, ma ora siamo di nuovo a sentir parlare di centrali nucleari, ponti sugli stretti, Grandi Opere, grattacieli, Alte velocità e quant’altro.

Le faranno queste cose, simboli di un modo di vedere il mondo tanto più arcaico quanto più s’illude di essere moderno? Ne abbiamo davvero bisogno? Non avremmo bisogno piuttosto di imparare ad usare le onde, il vento, l’energia della terra e del sole, come fanno perfino in Danimarca, dove hanno meno sole che nel nostro Mediterraneo? Chi li potrebbe fermare, questi personaggi che delirano di crescita? Che dopo le Elezioni vogliono fare le grandi Erezioni (magari per l’età che comincia ormai avanzare, le sognano anche di notte)? Mah, l’Italia è il paese dell’Alta Improbabilità, altro che alta velocità.

Però sono certo che con questa nuova situazione politica saranno da sudare, di nuovo, e ancora di più forse, anche le minime cose che servono a rendere la vita degna di essere vissuta: acqua, aria, terra pulite.

Un esempio, visto che sto a Milano: l’Expo a Milano dedicato all’ambiente, all’energia, a nutrire il mondo. È il segno che siamo ancora nel mondo dell’apparire, del fare affari, del costruire, dell’iperuranio delle idee che in terra diventano solo occasioni di esibizione, non sostanza: in realtà in questa città non si respira, non c’è verde, non si trova casa, non c’è modo di guadagnarsi la vita in modo decente, c’è molta gente, impiegati e pensionati, che ravana nelle cassette della frutta e verdura buttata via al mercato per poter mangiare.

Di verde in Italia restano le camicie di un movimento che è la reazione uguale e contraria alla globalizzazione: chiusura e paura; sentimenti che hanno un loro senso, e bisogna accettarlo e comprenderlo, ma se questi sentimenti si fermano lì, restano un’occasione persa. Non si trasformano in positivo, in un’occasione, come può avvenire per ogni problema. Ritrovare il genius loci, lo spirito del luogo in cui si vive e si affondano le radici, e con esso un’identità, non dovrebbe essere il contrario dell’aprirsi, ma il suo complementare.

Ma evidentemente c’era bisogno di questo, perché una sinistra ancora mezza-mezza, catto-comunista, con spruzzate miste uguali e contrarie di ultraconservatori papisti e radicali, rispettabile nei suoi sforzi quanto disorientata, aprisse un poco gli occhi. E perché tanti leaderini che hanno costruito le loro carriere su necessità reali del paese, ecologia, uguaglianza, diritti, lavoro; o che hanno coltivato la nostalgia per tempi in cui non c’era bisogno di pensare perché pensava a tutto una persona sola, venissero infine riportati alle loro dimensioni originarie.

Dall’altra parte, visto che siamo un paese difficilmente governabile se non da un Capo con la maiuscola, per via della nostra educazione quasi nulla all’autostima e all’indipendenza dello spirito, è emerso quello che più di metà del paese cerca sempre quando ha paura: qualcuno che sappia convincere con furbizia e sfrontatezza, in piazza o in televisione, che siamo un popolo capace di tutto, basta che crediamo in Lui.

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