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E’ possibile che io muoia.

Questa è la verità sulla posizione che quasi tutti abbiamo rispetto all’esistenza della morte, spesso la riteniamo un’eventuale possibilità, non una certezza.

Pare che siamo gli unici esseri viventi su questo pianeta che possono elaborare un concetto di tempo determinato della propria esistenza in vita, ma come ci stiamo ponendo di fronte a questa capacità?

Gli animali, almeno fin’ora questo è stato dimostrato dalla scienza, posseggono l’istinto di conservazione e per questo sono estremamente propensi a salvarsi la vita, sia con la tendenza ad evitare certe situazioni di pericolo che con la difesa strenue e violenta in altre. Posseggono quindi la “percezione” della morte, ma solo davanti a quella possibilità imminente.

Ma gli animali non sembrano essere in grado di comprendere che la propria esistenza ha un tempo determinato. Hanno la fortuna di poter tirare un respiro di sollievo quando scampato un pericolo possono continuare a svolgere serenamente la loro vita, almeno apparentemente non sono consapevoli che quell’appuntamento è stato solo rimandato nel tempo.

Per noi è diverso: noi sappiamo che esiste un punto oltre il quale la nostra esistenza, almeno questa che riconosciamo attualmente, finirà. L’abbiamo visto accadere tante volte agli altri, ahimè andando avanti con gli anni sempre più frequentemente. L’abbiamo compreso intellettualmente perché qualcuno ce l’ha spiegato e con la nostra testa abbiamo capito, abbiamo raccolto prove e testimonianze che conserviamo nella nostra memoria.

Ma quanto veramente, intimamente in noi, siamo consapevoli che moriremo?

Chi può affermare di aver afferrato che è una certezza che la nostra morte è ineluttabile?

Io credo che, salvando forse un numero esiguo di soggetti, la maggioranza delle persone viva questa storia della morte come qualcosa di evidente ma incredibile allo stesso tempo. Penso che la maggior parte di esse non credono che effettivamente moriranno, sembrano sperare in un eventuale eccezione alla regola, oppure rifuggono tale pensiero allontanandolo da loro come molesto. Esse rimangono sconvolte e sorprese quando l’accadere della morte le tocca da vicino, quando assistono ad un evento come la perdita di un familiare o ad una personale malattia/incidente che le mette davanti all’evidenza del fatto.

Credo sia una delle esperienze più difficili quella di divenire consapevoli della propria morte, e per consapevoli intendo che proprio intimamente qualcosa di profondo in noi ha compreso e accettato questa inevitabile chiusura della nostra esperienza terrena. Questa comprensione quando vissuta in pieno potrebbe portare infiniti cambiamenti nel nostro modo di essere e di vivere, di rapportarci agli altri e soprattutto alle faccende della vita.

Ho notato che esiste una costante in tutte le persone che hanno vissuto un’esperienza di premorte: in persone che sono state in coma profondo o che hanno vissuto momenti in cui il loro corpo ha per una frazione temporale smesso le funzioni vitali. I soggetti che hanno vissuto un momento di trapasso riferiscono di essere cambiati, di avere modificato il proprio approccio alla vita e di avere ridimensionato di molto l’importanza che loro davano a se stessi e alle loro faccende terrene. Tutti dichiarano di amare ancora profondamente la vita ma di non avere più paura di morire, di essere più felici e sereni.

Sembrano in realtà essere le uniche persone che si comportano come dovrebbe fare chiunque fosse realmente consapevole di questo avvenimento, il resto del mondo continua a fuggire da quella certezza, forse la paura è molto forte; gli altri sperano e si raccontano che la morte è qualcosa aldilà da venire, sembrano pensare che probabilmente moriranno ma che ciò accadrà in un tempo molto lontano di cui non è ora di preoccuparsene; questa posizione del non preoccuparsene potrebbe essere corretta, ma il problema non è non preoccupasi di morire, ma fingere di non sapere pur sapendo.

E’ come se l’uomo di oggi fosse in una sorta di limbo, di via di mezzo tra l’animale che ignora che la propria fine è ineluttabile, che per sua natura riesce a vivere serenamente nel qui ed ora e l’uomo più consapevole che sa che ogni giorno cammina e respira accanto alla propria morte, che proprio per questo apprezza e gode maggiormente del qui ed ora.

Sembrerebbe che rispetto all’episodio della morte non esistano vie di mezzo per trovare un equilibrio: o si ignora completamente il nostro futuro mortale come per gli animali o lo si accetta totalmente.

La maggior parte della persone non possono restare nel qui ed ora perché sentono costantemente il condizionamento del proprio passato, inoltre sanno che ci sarà un futuro di cui devono preoccuparsi fin da ora per continuare a vivere. Esse probabilmente percepiscono, anche se non ne sono consapevoli, che essere nel presente significa in qualche modo essere già morti rispetto all’attimo prima vissuto.

Questa intima percezione del finire attimo per attimo se resa palese comporterebbe la consapevolezza del morire, ma anche il dover fare i conti con la propria paura della morte.

La paura della morte è un’emozione che sfuggiamo più di tutte, non è facile affrontarla perché è la paura principe, l’essenza stessa di tutte le paure. Ma se coloro che hanno vissuto l’esperienza del trapasso, valicando la paura giocoforza e l’esperienza stessa del morire, hanno puoi riportato nel loro ritorno alla vita una serenità e una gioia di vivere superiore alla media, forse varrebbe la pena di rivolgere la nostra attenzione verso quest’emozione, che è comunque insita in noi e lavora in noi anche se noi fingiamo di non percepirla e tentiamo di ignorarla.

Di fatto l’uomo sembrerebbe non avere problemi ad essere consapevole del futuro mentre ha molta difficoltà ad essere nel presente. E’ per la consapevolezza di un futuro che l’uomo si è organizzato in clan e poi società. Ha iniziato a coltivare la terra perché era in grado di prevedere che sarebbe venuto l’inverno e che se avesse accumulato del cibo sarebbe sopravvissuto al momento di carestia; poi con la civilizzazione questo accumulo di beni, questa prevenzione è divenuta parossistica.

Egli ha iniziato pensare al futuro dei figli e dei figli dei figli e poi ha visto che, come poteva organizzarsi un futuro di sopravvivenza, poteva cercare di organizzarsi anche un futuro di benessere in ogni campo, ma tutto questo è stato portato all’eccesso in una continua fuga dal presente, ed ecco che il materialismo e il proiettarsi costantemente nel futuro sono diventati un’abitudine costante, oserei dire malata, come una forma di coazione a ripetere nevrotica.

Credo che questa aberrazione sia dovuta proprio alla mancata e concreta accettazione della propria morte che potrebbe essere il peso necessario per bilanciare l’equilibrio del vivere, considerando sì il futuro prossimo e remoto, ma dando a questo il giusto valore: uno spazio temporale aldilà dal venire e assolutamente incerto, ma soprattutto a tempo determinato.

Oggi molti guardano ai pochi che vivono alla giornata come a dei poveretti e a dei derelitti della società, di fatto credo che questi si sentano proprio così per la maggior parte guardandosi in riflesso a quello che gli rimanda il resto della società; perdendosi il valore del proprio essere e della propria scelta di vita: pur comportandosi differentemente dal resto del mondo “civilizzato”, quelli che vivono alla giornata, ne subiscono il riflesso condizionante, in questo modo anche la loro scelta di contrapposizione al comportamento comune sembra non essere equilibrata e soddisfacente.

L’uomo ha superato lo stadio del sopravvivere alla giornata degli animali, è consapevole dell’esistenza del futuro, ha un’aspettativa di vita, sa che c’è domani, dopodomani e l’anno prossimo, su questo ha le idee perfettamente chiare, ma sa veramente, ha compreso realmente che morirà?

Da come si comporta sembrerebbe proprio di no.

Continua a vivere come tutto dovesse sempre esserci per lui, riesce a restare attaccato a tutto ciò che ha o che desidererebbe avere, a volte paradossalmente è propenso a rischiare la sua stessa vita per avere o per trattenere ciò che crede di possedere.

Da questo comportamento sembrerebbe che egli non abbia realmente compreso che il suo ciclo vitale è a termine, che noi tutti lasceremo questa esistenza, basta pensare che tra 100 anni, è matematicamente certo, tutti quelli che stanno leggendo questo articolo in questo preciso momento saranno morti.

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