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Nell’Afghanistan della guerra continua, o ad Haiti dopo il terremoto, a Sri Lanka dopo lo tsunami, la “formula” è sempre la stesso: essere pubblicamente giocoso.

Un contatto visivo. Un sorriso. Essere amichevole. E, naturalmente, indossare il costume da clown e un naso rosso. Il naso rosso, il costume da clown è un passaporto. Esso apre le porte nei cuori e nelle menti. Vestirsi come un clown permette  di avvicinarsi alla gente in modo diretto. Come dice  Patch Adams,  “Clowning: un modo per rendere l’amore più vicino”.

Il naso rosso, i vestiti colorati, un comportamento imprevedibile, sono i segnali che disturbano lo status quo, che ci avvertono che questo “non è un tempo e uno spazio normale” . Il naso rosso annuncia che le regole della società umana sono in procinto di essere  messe in discussione. Una persona può essere in difficoltà o essere divertita dalla visita di un clown, e in ogni caso la presenza di un clown ti incuriosisce comunque.

La vista di un clown dà la possibilità di rendere visibile l’invisibile, tutti i ruoli possono essere attivati e capovolti giocando. Le strutture di potere possono essere capovolte. Il forte può prendersi una pausa e permettersi di entrare nella parte del debole. Giocare a fare il pagliaccio  consente a chi è debole di  essere forte.

Clowning e relazione di aiuto di Ginevra Sanguigno

Quindici anni fa, nel centro di Pechino, dove mi trovavo per studiare Qi Gong, ho assistito a una scena terribile: una donna con un bimbo molto piccolo scaraventati a terra da poliziotti in borghese; il bambino di neanche una anno piangeva disperato per terra senza che nessuno si prendesse cura di lui mentre la donna veniva arrestata e presa a sberle e strattoni dalla polizia.

Qual’era stato il suo crimine? Infrangere un divieto a vendere per strada; la donna vendeva poche e misere cose ai turisti di passaggio. Meno male che c’eravamo noi stranieri a guardare. La nostra presenza ha indotto i poliziotti a calmarsi. Io ho allora raccolto il bimbo per strada, consegnandolo ad altre donne, mentre la mamma comunque veniva portata via.

Nel 2003 eravamo con un gruppo di 10 clowns a un check point, tra Israele e la Palestina, già da parecchie ore fermi ad aspettare che ci facessero entrare a Gaza. Da lontano vedevamo cittadini palestinesi che con bimbi e pacchi entravano invece in territorio israeliano, anche loro da ore ad aspettare.

I loro bimbi ci guardavano affamati di attenzioni, sorrisi, palloncini e gioia, noi guardavamo loro facendo strane facce buffe. In mezzo militari armati e nervosi.

Con molta timidezza un clown comicia a gonfiare un palloncino (attenta che se scoppia qui sparano !!) e a farlo volare nella direzione della famiglia palestinese. Immediatamente ci sentiamo fissare da nervosi occhi di soldati e avvertiamo mani che si preparano a imbracciare i mitra in un triste automatismo…e preoccupati cittadini palestinesi che sanno invece cosa potrebbe succedere….

Poi gentilmente e con molta delicatezza, un altro clown si stacca dal nostro gruppo e va verso i bimbi palestinesi. Poi un altro lo segue mentre i bimbi si avvicinano a noi sotto lo sguardo nervoso dei soldati, ma noi camminiamo piano piano… e alla fine i bimbi riescono ad avere i loro palloncini!

Questa è  relazione di aiuto; il clowning è un modo efficace per trovare chiavi che aprano porte; in situazioni di conflitto, senza violenza ,chiavi che aprano confini per incontrarsi,  connettersi e creare gesti di amicizia e pace.

A gennaio 2010 ero al Cairo assieme a 1400 attivisti provenienti da tutto il mondo, con aiuti umanitari per la popolazione civile di Gaza:  ci hanno impedito di portare questi aiuti, con noi c’era anche Hedy Epstein, 85enne pacifista ebrea,  sopravissuta all’olocausto.

In questa situazione si era creata una grande tensione con il governo egiziano. I poliziotti ogni giorno ci circondavano impedendoci di manifestare contro questa decisione ingiusta. Il costume da clown è stato un passaporto, che ci ha permesso di affrontare al meglio questa situazione: sostenere in modo pacifico la causa dei palestinesi. Incontrando col nostro sorriso i soldati in assetto antisommossa.

Per me un clown è anche un attivista politico,  si attiva nello schierarsi  dalla parte dei più deboli,  si prende cura della comunità in cui vive. Il clown ambasciatore del sorriso, il clown che si prende cura della comunità, si attiva cercando delle nuove strategie contro chi genera violenza, guerre, per non permettere che tutto ciò continui a prevalere.

Un’esperienza di clowning in Russia di John Glick

Nel 2005, con altri quattro clown, Tatyana dalla Russia, Ginevra, direttrice di Clown One Italia, un’organizzazione clown nostra partner in Italia, Adriana, direttore della Fondazione Kuritsa, un gruppo di clown partner Olandese, e io, abbiamo visitato una piccola struttura residenziale psichiatrica a Mosca.

Nella struttura abbiamo incontrato sei bambini e bambine, età 7-9, e i loro genitori, tutti   sottoposti a trattamento psichiatrico, per disturbi psico fisici, sorti in seguito all’attacco terroristico del settembre 2004, a Beslan in Ossezia, Russia.

Questi bambini erano tra i 1200 ostaggi detenuti in una palestra di una scuola elementare, da parte dei ribelli armati, per 52 ore. Forze di sicurezza russe hanno preso d’assalto l’edificio e, nel conflitto, tutti i ribelli sono stati uccisi insieme con186 studenti, 202 adulti (molti dei quali insegnanti e dirigenti scolastici), e 783 feriti in uno degli atti più odiosi di terrorismo nella storia recente.

I bimbi e gli adulti sopravissuti subito dopo la liberazione hanno cominciato ad accusare una varietà di sintomi, sia fisici che psicologici. Noi  clown siamo stati invitati a suonare e giocare con alcuni di questi bambini.

Entriamo nell’appartamento dove i bambini ci stavano aspettando: l’incontro è commovente e profondamente toccante; non avevamo mai visto uno scardinamento di personalità così profondo. Nessuno di loro era in grado di dedicarsi al gioco, o di avere contatto con qualcuno di noi, neanche visivo. Si avvicinavano e si allontanavano allo stesso tempo.

Ci colpivano, hanno cominciato a pizzicarci, gridare “maledetto” e altre parole di difesa e attacco.  Qualcuno di loro avvicinandosi cercava di stabilire un contatto, in un modo che cercava di  ricordare da bambino che vuole giocare, poi confuso e angosciato si allontanava in fretta. I loro volti cambiavano da un momento all’altro,  in alternanza, con espressioni di rabbia, paura, felicità, crudeltà, ansia, confusione, rabbia, terrore.

Noi clown pazientemente aspettavamo un segno, un punto di ingresso per entrare nel loro processo. Chiaramente noi eravamo percepiti come un elemento agitante, per la novità della visita e l’eccitazione che provocava.
Dopo 30 minuti di tentativi falliti, decidiamo di fare una pausa. Avevamo portato una torta, e i genitori con i medici avevano preparato una bella tavola.

Ci siamo seduti: i bimbi da un lato, le bimbe dall’altro. Mentre uno dei genitori tagliava la torta, mi volto verso il bambino seduto accanto a me, che mi guardava, e che a un certo punto mi dà una gomitata, si volta verso le bimbe e mostra la lingua.

Ci scambiamo uno sguardo complice, gli porgo il palmo della mia mano e lui batte il cinque. Dall’altra parte del tavolo le bambine inziano a tirare fuori la lingua, sostenute dalle amiche clown. E cosi’ inizia una “battaglia “ di smorfie, linguaccie, e facce mostruose,  con contorsioni e posizioni; come demoni, guerrieri, accompagnati da  “nyaaaaaaaaaaaahh “ sempre piu’ prolungati… finchè ci troviamo tutti insieme a giocare e ridere!

Alla fine ci stringiamo tutti la mano in segno di solidarietà, perché siamo stati proprio bravi, nessuno ha vinto e ci siamo divertiti.  Alla fine esausti decidiamo di attaccare la torta! Congedandoci alla fine del pomeriggio ci   abbracciamo, balliamo insieme, tenendoci le mani e coccolandoci a vicenda. I bambini si erano veramente rilassati, e si erano relazionati tra loro e con noi. Il personale medico era stupito.

Non so che cosa alla fine è successo con questi bambini. Non so se quello che abbiamo fatto insieme ha veramente creato un momento di recupero significativo. So comunque che siamo stati veramente insieme, abbiamo fatto qualcosa di giocoso, abbiamo co-creato un grande gioco. È stato un processo collaborativo. Non abbiamo all’inizio organizzato o pensato cosa potesse significare, quello che abbiamo fatto era: follia, gioco, divertimento. E ci ha permesso di sentirci tutti meglio.

Posso solo immaginare la situazione che questi bimbi hanno vissuto nella scuola con i terroristi prima e l’intervento della polizia russa dopo: le urla, i pianti, le uccisioni, il sangue, il terrore abbietto che ti paralizza. Queste immagini, e sentimenti di impotenza, di terrore e di angoscia si ripetono all’interno delle menti delle vittime del trauma.

La realizzazione di orribili volti e suoni, attorno al nostro tavolo, è stata proprio la cosa giusta. In qualche modo, il diventare partner di questa espansione e riproduzione giocosa di queste grida o volti, ha permesso ai bambini di recuperare il senso di empowerment.

E’ stata una vera collaborazione; grazie a un modo stupido sciocco e creativo di relazionarci, siamo andati tutti oltre il confine. Non c’era una lingua razionale o un programma predefinito ma solo facce, gesti, suoni che ci hanno collegati alla loro storia dolorosa in modo gioioso.

Abbiamo ricreato la loro storia  attraverso un combattimento rituale, una parte contro l’altra, in una escalation di rabbia, dove c’è chi domina e chi soccombe, ma nessun vincitore o vinto. Poi alla fine del gioco, la stanchezza sana e il rituale di condividere insieme qualcosa di buono di dolce come la torta, ci ha fatto sentire tutti amici.

Il ruolo clown nella storia è sempre stato in qualche modo correlato a certi bisogni sociali delle persone e dei gruppi. Il giocare e la stupidità hanno un effetto risanatore: la rappresentazione dello stupido che si lamenta e interpreta in modo buffo i suoi numerosi mali mette, chi lo guarda, in una posizione distaccata e fa riflettere e cambiare punto di vista.

Il clowning è un modo di relazionarsi alle persone, alle cose, al mondo in modo serio e divertente, è un modo di darsi importanza con stupidità, di vivere la sofferenza con gioia, la solitudine con amicizia, la paura con amore.

John Glick Clown musicista e medico . Direttore di Global Outreach Gesundheit Institute. E’ un medico, pratica agopuntura ed è un comico. Ha una specializzazione in chimica e pratica la medicina di famiglia nelle campagne di  Shenandoah . www.patchadams.org

Ginevra Sanguigno attrice, clown terapeuta, mimo, formatrice e fondatrice di Clown One Italia Onlus. È membro attivo dello staff internazionale del Gesundheit! Institute del dr. Patch Adams. Dal 2005 è membro del corpo docenti della School for Designing a Society e  del World Parliament of Clowns di Dresda. www.clowns.it

Foto di Italo Bertolasi

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