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	<title>Innernet &#187; Maestri</title>
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		<title>La Quarta Via nel XXI secolo: una testimonianza</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Jun 2010 08:51:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Veet Gagan</dc:creator>
				<category><![CDATA[English articles]]></category>
		<category><![CDATA[Maestri]]></category>

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		<description><![CDATA[Con 1500 membri e 60 centri sparsi in tutto il mondo, la Fellowship of Friends è attualmente la più grande scuola esistente ispirata agli insegnamenti della Quarta Via (introdotti in Occidente da George Gurdjieff e Peter Ouspensky).
In Italia, è stato pubblicato da Ubaldini il libro del suo fondatore Robert Earl Burton, “Il ricordo di sé”, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2010/06/Girard-Haven.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1328" style="margin: 6px;" title="Girard Haven" src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2010/06/Girard-Haven.jpg" alt="Girard Haven" width="227" height="302" /></a>Con 1500 membri e 60 centri sparsi in tutto il mondo, la Fellowship of Friends è attualmente la più grande scuola esistente ispirata agli insegnamenti della Quarta Via (introdotti in Occidente da George Gurdjieff e Peter Ouspensky).</p>
<p>In Italia, è stato pubblicato da Ubaldini il libro del suo fondatore Robert Earl Burton, “Il ricordo di sé”, che a tutt’oggi è l’unico testo dedicato interamente a questa tecnica. La sede della Fellowship è Apollo, in California. Qui vive Girard Haven, il “numero due” dell’organizzazione, oltre che un prolifico autore di libri sulla Quarta Via (sei volumi pubblicati in inglese sull’argomento, disponibili in Amazon), che noi abbiamo intervistato per Innernet.</p>
<p><strong>Vedo che la scuola di cui fai parte ha diversi siti, chiamati “Presenza vivente”, “Essere presenti”, “La via verso la presenza”, “La presenza” (<a href="http://www.livingpresence.com" target="_blank">www.livingpresence.com</a>, <a href="http://www.beingpresent.org" target="_blank">www.beingpresent.org</a>, <a href="http://www.pathwaytopresence.org" target="_blank">www.pathwaytopresence.org</a>, <a href="http://www.la-presenza.it" target="_blank">www.la-presenza.it</a>). Puoi spiegare, per favore, cosa vuol dire essere presenti, e perché una persona normale dovrebbe cercare di essere presente?</strong></p>
<p>Essere presenti è l’arte di focalizzare la propria attenzione sul momento presente. Vuol dire essere consapevoli di ciò che si sta facendo, perché e dove lo si sta facendo, i suoi possibili effetti sugli altri e i propri vari scopi, e il suo rapporto con le forze superiori.</p>
<p>Quindi, è possibile pensare al passato o al futuro, o immaginare soluzioni a un problema, restando presenti, ma solo se si riesce a mantenere un’intensa consapevolezza di ciò che si sta facendo e del perché. Senza una tale intensa consapevolezza di se stessi nel momento, la nostra vita ci scivola sopra come un sogno, ed è semplicemente meglio essere svegli che addormentati.</p>
<p><strong>Altre tradizioni spirituali, come il buddhismo e il sufismo, parlano dell’importanza di essere presenti. Cosa distingue la Quarta Via da queste altre tradizioni?</strong></p>
<p>Se le comprendiamo nel modo giusto, tutte le tradizioni spirituali parlano dell’importanza della presenza come ponte tra l’umano e il divino. Le differenze stanno nei metodi e le tecniche usati per sviluppare la presenza. La Quarta Via, e in particolare la Fellowship of Friends, impiega metodi particolarmente adatti all’epoca contemporanea.<span id="more-1324"></span></p>
<p><strong>A tal proposito, molte persone trovano più facile essere presenti durante un’attività fisica che mentre stanno al computer (ovvero, per la maggior parte della loro giornata). Tu avresti qualche consiglio particolare per promuovere la presenza al PC?</strong></p>
<p>La lotta per essere presenti è fondamentalmente la stessa in tutti i luoghi e momenti, e noi dobbiamo provare gratitudine per le varie opportunità di lavoro fornite dalle diverse circostanze (oltre a saperle usare). Nello specifico, l’opportunità costituita dall’uso di un computer consiste nella pratica dell’attenzione divisa, e uno dei modi più efficaci per fare ciò è introdurre sofferenza volontaria.</p>
<p>Questo vuol dire, per esempio, stare leggermente scomodi, seduti un po’ più vicino o lontano del solito dal computer, in una posizione leggermente disagevole, con dei vestiti un po’ troppo pesanti o la cintura appena troppo stretta. L’idea è quella di avere una leggera fonte di irritazione che ci dia qualcosa di cui essere consapevoli oltre al computer, ma non al punto da provocare danni o interferire con il nostro lavoro.</p>
<p>Si possono pure usare le impressioni, come ascoltare musica (anche una musica che non ci piace potrebbe fungere da sottile sofferenza volontaria) o rendere l’ambiente più bello. È possibile utilizzare un programma di pop-up che interrompa periodicamente le nostre identificazioni, riportandoci al presente. Come ha scritto Rodney Collin: “Il lavoro è il lavoro, e da un punto di vista più vasto, tutto dipende da colui che cerca di fare quanto è richiesto. Le scuse, per quanto raffinate, non contano”</p>
<p><strong>Ho sentito dire che l’infarto che hai avuto nel 2000, quando stavi nella tua scuola già da vari decenni, è stato un evento importante per la tua evoluzione. Puoi dire in che modo hai “tratto profitto” (per dirla con Gurdjieff) da questo evento?</strong></p>
<p>Prima dell’infarto, mi svegliavo al mattino, facevo ciò che dovevo fare durante il giorno, quindi andavo a letto. Dopo l’infarto, a parte qualche leggero cambiamento riguardo ciò che dovevo fare, è stato esattamente lo stesso. In altre parole, il mio corpo ha sofferto un infarto, ma io no. Non saprei dire se ho tratto profitto o meno dall’infarto, perché non posso sapere come sarebbe stata la mia vita se esso non fosse avvenuto.</p>
<p><strong>Questo infarto ha ti ha reso semiparalizzato, giusto?</strong></p>
<p>Per l’esattezza, solo la metà destra del mio corpo è rimasta parzialmente paralizzata. Per tornare alla tua domanda precedente, apparentemente gli altri sono rimasti più scioccati dall’infarto di me. Per me, è stato semplicemente un altro evento della mia vita, e poiché gli eventi della mia vita sono il materiale con cui lavoro per la mia evoluzione, l’infarto non ha fatto che fornire qualcos’altro su cui lavorare.</p>
<p>Allo stesso tempo, sono certo che tutto viene predisposto dalle forze superiori e che queste ultime mi forniscono il materiale necessario con cui lavorare. Se non ci fosse stato l’infarto, sarebbe arrivato qualcos’altro. La distinzione tra “buono” e “cattivo” dipende dal mio atteggiamento e dal modo in cui uso gli eventi della mia vita, esattamente come è stato per l’infarto.</p>
<p><strong>Nella scuola di cui fai parte si parla della “trasformazione della sofferenza”. Puoi spiegare di che si tratta?</strong></p>
<p>La sofferenza deriva dal desiderio che le cose siano diversamente da come sono, il che, ovviamente, è impossibile: ciò che è, è. Questo vale anche per i dolori o disagi più istintivi: uno non recrimina per la “sofferenza” causata da un lungo viaggio al caldo, se davvero desidera arrivare dove sta andando e non esistono alternative… In quei casi, nemmeno si va in immaginazione riguardo l’aria condizionata!</p>
<p>Quindi, il primo passo per acquisire la libertà (il che non implica la cessazione) dalla sofferenza è l’accettazione di ciò che è; in altre parole, il primo passo è la presenza. Ma la vera trasformazione è qualcosa di più di una neutra accettazione; si tratta, in realtà, di desiderare che le cose stiano esattamente così come sono.</p>
<p>Ciò richiede, primo, una forza di volontà, nel campo delle emozioni, sufficientemente grande da non permettere altri tipi di emozioni; secondo, una verifica e comprensione delle forze superiori tale da poterci fidare totalmente del fatto che tutto è stato predisposto per il nostro massimo bene. In tal modo, quella che chiamiamo sofferenza può essere trasformata nello stato di amore divino.</p>
<p><strong>Perché, secondo te, una scuola suscita spesso un’opposizione accesa, anche veemente?</strong></p>
<p>Lo scopo di una scuola non è aiutare una persona a diventare migliore (fatto che comunque avviene), ma aiutarla a diventare un essere completamente diverso. La maggior parte delle persone ha paura di cambiare veramente, e di solito le persone si oppongono a ciò che temono.</p>
<p><strong>In Italia, Gurdjieff viene ormai considerato un uomo straordinario, un “risvegliato”. Altrettanto non si può dire di Ouspensky, che anzi è talvolta visto come un giuda che ha tradito il suo Maestro. So che tu hai un’alta considerazione di Ouspensky. Potresti per favore aiutare il pubblico italiano a capire perché, secondo te, anche lui era un risvegliato?</strong></p>
<p>Il punto non è se lui fosse o meno un risvegliato, ma se lui (o i suoi insegnamenti) possono aiutare il mio risveglio. Io ho verificato, attraverso la mia esperienza, che il mio Maestro è una di queste persone, e lui ha detto che anche Ouspensky lo era. Ho pure verificato, sotto la guida del mio Maestro, che l’opera di Ouspensky è stata per me estremamente preziosa. Allora, perché dovrei dubitare di ciò che il mio Maestro ha detto di lui?</p>
<p><strong>La tua scuola usa spesso l’arte e la contemplazione della bellezza. In che modo queste possono essere attività spirituali? Perché esporsi a belle impressioni può aiutare a “creare l’anima”, per citare il titolo di uno dei tuoi libri?</strong></p>
<p>Non ci sono dubbi che lo stato di presenza sia uno stato meraviglioso. Di conseguenza, la contemplazione della bellezza ci consente di vivere un aspetto della presenza tramite esperienze che ci sono normalmente disponibili. Inoltre, nella nostra epoca abbiamo, come mai prima, la capacità di scegliere le impressioni di cui circondarci. Splendide riproduzioni dei maggiori capolavori artistici e di paesaggi naturali possono stare appese ai nostri muri o essere ammirate nei libri o in Rete.</p>
<p>Il nostro cibo e i nostri vestiti non devono più necessariamente essere prodotti nel raggio di pochi chilometri da dove abitiamo, e ogni volta che lo vogliamo possiamo ascoltare esecuzioni dei più grandi musicisti mondiali. Traendo vantaggio da queste opportunità, gli studenti di una scuola del risveglio del ventunesimo secolo possono manipolare le proprie esperienze in modi impossibili per le scuole del passato, e noi stiamo attivamente esplorando tali possibilità.</p>
<p><strong>Un’ultima domanda: ho sentito dire che recentemente la tua scuola ha abbandonato il sistema, come fece Ouspensky negli ultimi mesi di vita. È vero? Se sì, qual è la nuova forma della tua scuola? Ma già che ci siamo: secondo te, Ouspensky ha davvero abbandonato il sistema?</strong></p>
<p>Riguardo “l’abbandono del sistema”, una delle cose che penso è che il sistema – ma, in realtà, qualsiasi insegnamento – è come un ponteggio che si usa per costruire un edificio: una volta completato l’edificio, il ponteggio ha esaurito il suo compito e viene abbandonato. Un’altra analogia può essere quella delle casseforme in cui si versa il cemento e che vengono rimosse dopo che quest’ultimo si è solidificato. Infine, si può pensare alle fondamenta di un palazzo, che vengono nascoste dalla successiva costruzione di quest’ulimo.</p>
<p>In tutti i casi, quello che Ouspensky disse non implica che egli avesse dubbi sul Sistema, ma semplicemente che non ne aveva più bisogno.<br />
In modo simile, per quasi trent’anni, la scuola di cui faccio parte si è concentrata su quegli aspetti del sistema di Ouspensky che il nostro Maestro riteneva i più pratici. Tuttavia, nell’ultimo decennio siamo andati al di là di essi. Il modo più facile per spiegare tale cambiamento è utilizzare l’analogia di Ouspensky del maggiordomo e del padrone di casa.</p>
<p>All’inizio, nella casa regna il caos e il maggiordomo deve far sì che i vari servitori siano al posto giusto e intenti ai loro compiti, in modo che la casa sia pronta all’arrivo del padrone. Il Sistema, almeno la parte che noi abbiamo usato, riguarda lo sviluppo del maggiordomo e l’ordinamento della casa. Ora che quei compiti sono stati sufficientemente eseguiti, la scuola ha rivolto la sua attenzione alle responsabilità del maggiordomo quando il padrone è in casa.</p>
<p>In altre parole, ci si aspetta che tutti conoscano il “sistema”, ovvero il proprio ruolo nell’ambito della corretta manutenzione della casa, per cui adesso bisogna semplicemente concentrarsi sul fare il proprio lavoro.<br />
Abbandonando l’analogia, il punto oggi non è più promuovere il giusto lavoro interiore e attivare la presenza, bensì sostenere e prolungare quest’ultima. Lo studio del sistema può essere abbandonato – o lasciato indietro – per approfondirne invece gli usi pratici.</p>
<p><strong>English version</strong></p>
<p><strong>The Fourth Way in the XXI Century: A Practitioner&#8217;s Perspective</strong></p>
<p>With 1500 members and 60 centers all over the world, the Fellowship of Friends is today the biggest school taking inspiration from the Fourth Way teachings (brought to the West by George Gurdjieff and Peter Ouspensky).</p>
<p>Its teacher, Robert Earl Burton, wrote the book “Self Remembering”, that today is still the only book totally devoted to this ancient practice, translated into many languages. We went to the Fellowship home in Apollo, California. There we interviewed Girard Haven, the “number two” in the organization, and a prolific author of Fourth Way books (six books, available on Amazon). What follows is our interview.</p>
<p><strong>I noticed that the school you are a part of is called “Living presence”, &#8220;Being Present,&#8221; &#8220;Pathway to Presence,&#8221; and &#8220;La Presenza.&#8221; </strong><strong> (<a href="http://www.livingpresence.com/" target="_blank">www.livingpresence.com</a>, <a href="http://www.beingpresent.org/" target="_blank">www.beingpresent.org</a>, <a href="http://www.pathwaytopresence.org/" target="_blank">www.pathwaytopresence.org</a>, <a href="http://www.la-presenza.it/" target="_blank">www.la-presenza.it</a></strong><strong>).  Can you please explain what being present means, and why a normal person should try to be present? </strong></p>
<p>Being present is the art of focusing one’s attention in and on the present moment. It is being aware of what one is doing, why one is doing it, where one is doing it, its possible effects on others and on one’s various aims, and its relation to higher forces.</p>
<p>Thus, it is possible to think of the past or the future, or to imaginesolutions to a problem while one is being present, but only if one can maintain an intense awareness of the fact that one is doing that and the purpose for it. Without such an intense awareness of oneself in the moment, our lives pass us by as if in a dream, and it is simply better to be awake than asleep.</p>
<p><strong>Other spiritual traditions, such as Buddhism and Sufism, speak of the importance of being present. What distinguishes the Fourth Way from these other traditions?</strong></p>
<p>Rightly understood, all spiritual traditions stress the importance of presence as the gateway between the human and the divine. Where they differ is in the methods and techniques used to develop presence. The Fourth Way, and in particular the Fellowship of Friends, incorporates methods particularly suited to the times in which we live.</p>
<p><strong>With regards to this, many people find easier to be present while they are doing some physical activity, and more difficult while they are at the computer (that is the biggest part of their day). Do you have any special suggestion for promoting presence while we are at the PC?</strong></p>
<p>The struggle to be present is fundamentally the same at all times and in all places, and we must grateful for, and make use of, the various opportunities for work which are provided by different circumstances. The particular opportunity which is provided by using a computer is to practice divided attention, and one of the most effective ways to do this is to introduce voluntary suffering.</p>
<p>This involves making yourself a little uncomfortable, for instance, sitting a little too close to the computer or a little farther away from it, or in a slightly uncomfortable position, or dressing a little too warmly, or having your belt a little too tight. The idea is to create just enough of an irritant to be give oneself something to be aware of in addition to the computer, but not so much as to cause harm or even to interfere with one’s work.</p>
<p>One can also use impressions, such as actually listening to music (music one does not like can introduce a little voluntary suffering as well) or making the environment more beautiful. And a pop-up program can be used to periodically interrupt identification and bring one back to the present. In short, there is no easy answer. As Rodney Collin wrote, “Work is work, and from a larger point of view it is merely a question of who will try to do what is required. The delicacy of the excuse is not taken into account.”</p>
<p><strong>I heard that the stroke that you had in 2000, when you had been in the school for several decades, was an important event in your spiritual evolution. Can you say how you &#8220;profited&#8221; (as Gurdjieff called it) from this situation?</strong></p>
<p>Before the stroke, I would awake in the morning, do what needed to be done during the day, and then go the bed. After the stroke, except for some changes in the details of what needed to be done, it was exactly the same. In other words, my body suffered a stroke, but I was unaffected. Whether I profited from the stroke or not, I do not know, as I have no idea what my life would be like if the stroke had not happened.</p>
<p><strong>It left half of your body paralyzed, is that right?</strong></p>
<p>Actually, it is the right half of my body and it is only partially paralyzed. To go back to your previous question, other people seemed to be more shocked by the stroke than I was. To me, it was merely another event in my life, and since the events of my life are the material I work with for my evolution, the stroke merely provided something else to work with.</p>
<p>At the same time, I am certain that everything is arranged by higher forces, and they provide the necessary material for me to work with. If it had not been a stroke, it would have been something else. Whether that would have been ‘good’ or ‘bad’ would depend on my attitude toward it and the way in which I used it, just as was the case with the stroke.</p>
<p><strong>In the School you are part they speak of the &#8220;transformation of suffering.&#8221;  Can you explain what this is?</strong></p>
<p>Suffering results from a wish that things could be other than they are, which is, of course, impossible — what is, is. This is true even of most instinctive discomfort or pain: one does not object to the “suffering” of a long, hot drive if one really wants to get where one is going and there is no choice — and one does not have imagination about air conditioning!</p>
<p>Thus, the first level of gaining freedom from (in contrast to cessation of) suffering is acceptance of what is, that is, the first step is presence. But true transformation is more than neutral acceptance; it is actually wishing things to be exactly as they are. This requires, first, enough will with respect to one’s emotions to disallow any other emotions, and second, a sufficient verification and understanding of higher forces to have a complete and unquestioning trust that they have arranged everything for the greatest good. In this way, what we call suffering can be transformed into the state of divine love.</p>
<p><strong>Why do you think that a School often attracts strong, even vehement, opposition?</strong></p>
<p>The aim of a real school is not to help one become a better person (although that does happen); it is to help one to become an altogether different being. Most people are actually afraid of becoming truly different, and what people fear, they usually oppose.</p>
<p><strong>In Italy, Gurdjieff is seen as an extraordinary figure – an &#8220;awakened&#8221; being. This is not the case for Ouspensky, who is even seen as having abandoned his Teacher. You seem to think highly of Ouspensky, and consider him awakened as well. Can you please speak about Ouspensky to the Italian readers to help them understand why, according to you, he is an awakened (conscious) being?</strong></p>
<p>The real question is not whether someone was awakened himself; it is whether he (or his teachings) can help me to awaken. I have verified through my own experience that my Teacher is such a man, and he, in turn, has said that Ouspensky was such a man. What I have verified is that, under the guidance of my Teacher, Ouspensky’s works have been extremely valuable. Why, then, should I doubt what my Teacher has said about him?</p>
<p><strong>Your school often uses art and the contemplation of beauty. In which way can this be a spiritual activity?  Why does exposing oneself to beautiful impressions help in &#8220;Creating a Soul,&#8221; as you have titled one of your books?</strong></p>
<p>Without question, the state of presence is a beautiful experience. Consequently, appreciation of beauty allows us to experience an aspect of presence through experiences which are normally available to us. Moreover, in our age we have an unprecedented ability to choose the impressions with which we surround ourselves.</p>
<p>Magnificent reproductions of the world’s greatest art and natural beauty can be hung on our walls, or be found in books or on-line. Our food and clothing are no longer limited to what can be produced within a few miles of our homes, and we can hear performances by the world’s best musicians whenever we wish.</p>
<p>By taking advantage of these possibilities, students in a twenty-first century school of awakening can manipulate their experience in ways that we not possible for the schools of the past, and we are actively exploring those possibilities.</p>
<p><strong>It is said that recently your School abandoned the System, as Ouspensky did in his last months of life. Is that true? What is the new form of your School? And by the way, did Ouspensky really abandon the System, according to you?</strong></p>
<p>One way that I think about “abandoning the system” is that the system — or any teaching, for that matter — is like a scaffolding used in the construction of a building; once the building is complete, the scaffolding has served its purpose and is abandoned. Another analogy is provided by the forms which are used for pouring concrete and then removed once the concrete hardens.</p>
<p>And one can also view it in terms of the foundations for a building, which are then hidden by the subsequent construction. In any case, Ouspensky’s statement does not imply that he had any doubts about the System, but only that he no longer needed it.</p>
<p>Similarly, for a little over the first thirty years of its existence the School of which I am a part focused on those aspects of Ouspensky’s System which our teacher found most practical. However, in the last decade, we have moved beyond that. The easiest way to explain the change is in terms of Ouspensky’s analogy of the steward and the master in a large household.</p>
<p>At first, the house is in disarray and the steward must set the servants into their proper places doing their own jobs, so that the house will be ready for the master when he comes. The System, at least the part we used, is about the development of the steward and the ordering of the house.</p>
<p>Now that those tasks have been sufficiently taken care of, the School has turned its attention to the question of the steward’s responsibilities when the master is in residence. In other words, everyone is expected to know the ‘system’ — that is, what their role in the right work of the household is — and now they simply need to concentrate on doing their job.</p>
<p>Dropping the analogy, the focus now is no longer on the question of promoting right work internally and engaging presence, but on the that of supporting and prolonging presence. Study of the System can be abandoned — or left behind — in favor of training in its practical use.</p>
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		<title>Tecnologia spirituale</title>
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		<pubDate>Mon, 31 May 2010 10:35:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enzo Dal Verme</dc:creator>
				<category><![CDATA[Maestri]]></category>
		<category><![CDATA[Seminari e training]]></category>
		<category><![CDATA[Almaas]]></category>
		<category><![CDATA[consapevolezza]]></category>
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		<description><![CDATA[Quando stava per laurearsi in fisica e matematica a Berkley, in California, dove si è trasferito all’età di 18 anni dal Kuwait, si è reso conto che quegli studi non avrebbero potuto soddisfare la sua sete di conoscenza.
Si è invece laureato in psicologia ha esplorato molti altri insegnamenti cominciando ad avere esperienze spirituali profonde.
Oggi Hameed [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2010/05/Hameed-Alì-Almaas-portrait-Enzo-Dal-Verme.jpg"><img class="size-medium wp-image-1307 alignleft" style="margin: 6px;" title="Hameed Al Almaas" src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2010/05/Hameed-Alì-Almaas-portrait-Enzo-Dal-Verme-198x300.jpg" alt="" width="198" height="300" /></a>Quando stava per laurearsi in fisica e matematica a Berkley, in California, dove si è trasferito all’età di 18 anni dal Kuwait, si è reso conto che quegli studi non avrebbero potuto soddisfare la sua sete di conoscenza.</p>
<p>Si è invece laureato in psicologia ha esplorato molti altri insegnamenti cominciando ad avere esperienze spirituali profonde.</p>
<p>Oggi Hameed Ali, meglio conosciuto col nome di  Almaas con cui ha firmato dodici libri pubblicati in tutto il mondo, ha 62 anni. La scuola che ha fondato nel 1976 a Berkley, Ridhwan School, coniuga moderne conoscenze psicologiche con antichi cammini spirituali e organizza corsi negli Stati Uniti e in Europa, da pochissimo anche in Italia.</p>
<p>&#8220;La psicologia occidentale – ci spiega &#8211; si è sviluppata principalmente ignorando la dimensione spirituale, d&#8217;altro canto la tradizione spirituale tende a non considerare la vita della mente e come questa possa ostacolare i percorsi dell&#8217;anima. Il risultato è che abbiamo conoscenze psicologiche che falliscono nel liberare i nostri cuori e conoscenze spirituali che raramente penetrano le barriere psicologiche.&#8221;</p>
<p>Il metodo insegnato si chiama &#8220;approccio del diamante&#8221; perché prende in considerazione l&#8217;essere umano in tutte le sue sfaccettature ed esplora le potenzialità e le qualità nascoste pronte a rivelarsi una volta liberati dai molti &#8220;affari irrisolti&#8221;.<span id="more-1306"></span></p>
<p>Alla scuola si accede una volta che la domanda (composta di alcuni questionari e della propria autobiografia) è stata accettata e i corsi si sviluppano nel tempo con tre seminari all’anno.</p>
<p>Gradualmente e con metodologia precisa lo studente viene accompagnato in una investigazione delle esperienze che hanno determinato la sua percezione (o distorsione) della realtà, un lavoro profondo che aiuta a capire come si sono strutturati ego e personalità fino a prendere il posto della propria essenza più profonda ed ostacolarne la libera espressione.</p>
<p>Il mio appuntamento con Hameed Alì è in una magnifica casa antica in Galles, dove si tengono i corsi per i gruppi inglesi. Almaas mi da il benvenuto con un cenno pacato e risponde volentieri a tutte le mie domande.</p>
<p><em>Come è nato il metodo insegnato?</em></p>
<p>“Da studente mi chiedevo: la psicologia esplora i processi e le strutture della mente, ma la mente a chi appartiene? Avevo imparato che la psicoterapia sapeva tutto degli squilibri della personalità e poteva riassestarla, ma non sfiorava nemmeno la nostra essenza più profonda, quella di cui si occupano molte tradizioni spirituali. Ho capito che gli aspetti spirituali e psicologici possono essere separati solo in teoria, in realtà sono due dimensioni della coscienza umana. Il processo di capire le proprie esperienze psicologiche permette l’apertura della propria coscienza alle verità più profonde della nostra natura spirituale.”</p>
<p><em>Come si svolgono i corsi?</em></p>
<p>“Per insegnare utilizziamo anche le conoscenze della psicologia moderna ma lo scopo di questo lavoro non è risolvere conflitti psicologici, bensì scoprire chi siamo veramente al di là delle convinzioni accumulate, delle identità acquisite e dei modelli comportamentali che ci danno un falso senso di chi siamo. Nel corso di un seminario ci sono letture, meditazioni, esercizi in piccoli gruppi e incontri singoli con gli insegnanti per aiutare a riconnetterci con la nostra natura più profonda, dimenticata dagli inevitabili condizionamenti subiti.”</p>
<p>Sembra una scuola piuttosto impegnativa…</p>
<p>&#8220;Non è una scuola che promette risultati facili e veloci, è un percorso che si adegua al ritmo di ogni studente. Ognuno ha esigenze diverse ed è una manifestazione unica che non può essere duplicata. Più riusciamo ad essere in contatto con ciò che è vero per noi stessi al di la delle costruzioni mentali, più ci avviciniamo alla gioia ed esprimiamo l&#8217;unicità del nostro essere.”</p>
<p><em>E’ vero che ci si ritrova ad affrontare momenti difficili?</em></p>
<p>“Dipende dal punto di vista, per esempio quando esploriamo il dolore che contiene il nostro cuore ci apriamo anche all&#8217;amore e alla gioia profonda che altrimenti sarebbero sempre offuscati da qualche cosa nascosto dentro di noi. All&#8217;inizio rovistare nel proprio inconscio può essere spaventoso, ma procedendo tutto diventa più semplice e piacevole e si è più vicini alla verità.”</p>
<p>Si lavora anche molto sulla paura del rifiuto…</p>
<p>“Molti dei nostri comportamenti vengono acquisiti nel tentativo di sentirci accettati e in genere abbiamo la profonda convinzione che la gioia debba venire dal di fuori, sentendoci apprezzati e amati dagli altri. In questo modo limitiamo molto il nostro potenziale. Quando ci apriamo alla gioia che è dentro di noi, quella che proviene dalla approvazione degli altri diventa un pallido surrogato e i rapporti sono liberi dal gioco rifiuto/approvazione.&#8221;</p>
<p>Molti studenti affermano di migliorare molto le proprie capacità relazionali..<br />
“Nei corsi ci sono parecchie esplorazioni sulle dinamiche delle relazioni. Spesso si è occupati in relazioni mentali invece che reali e non si riesce ad essere in contatto con ciò che è effettivamente presente. Agiamo attraverso i nostri pensieri e le reazioni emotive ai nostri pensieri, crediamo di reagire alla presenza dell’altra persona e invece stiamo reagendo ai nostri pensieri.<br />
In pratica ci troviamo di fronte al passato di un essere umano che si relaziona col passato di un altro essere umano. E’ ovvio quanto tutto ciò possa diventare complicato!”</p>
<p><em>Quali consigli di pratica quotidiana darebbe a chi non ha mai letto un suo libro o frequentato un seminario della sua scuola?</em></p>
<p>La prima cosa è osservarsi e non avere paura di sentire ciò che si sente. E&#8217; importante essere consapevoli della propria esperienza diretta nel momento, non nel passato o nel futuro, non elaborata dalla propria mente e filtrata da valutazioni e paragoni. Coltivare la curiosità verso la vita, le nostre esperienze, gli altri essere umani, apprezzare la conoscenza. Non cercare di cambiarsi a tutti i costi ma essere aperti ad essere se stessi nel presente. Riconoscere che amiamo la verità per amore della verità. Avere fiducia che c&#8217;è qualcosa più grande di noi che possiamo chiamare come preferiamo: natura, verità, realtà&#8230;</p>
<p><strong>Interviste</strong></p>
<p>I corsi della Ridhwan School sono aperti a chiunque desideri affrontare una esplorazione profonda delle proprie dinamiche interiori e molti studenti sono psicoterapeuti che affermano di trovare finalmente le risposte che cercavano invano da tempo, ma non solo…</p>
<p>I corsi sono organizzati in diversi Paesi del mondo, le interviste che seguono sono di studenti del gruppo inglese che studiano da circa cinque anni “l’approccio del diamante”.</p>
<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2010/05/Jenny-Dawson-Ian-Hoare-Enzo-Dal-Verme.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1308" style="margin: 6px;" title="Jenny Dawson and Ian Hoare" src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2010/05/Jenny-Dawson-Ian-Hoare-Enzo-Dal-Verme-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" /></a>(Jenny Dawson e Ian Hoare sono la coppia che si bacia)</p>
<p><em>Jenny Dawson, 67 anni. Psicoterapista e formatrice  Gestalt</em><br />
Quando ho incontrato Ian pensavo che la nostra relazione non sarebbe durata più di sei mesi, invece sono passati oltre trentacinque anni! Abbiamo condiviso moltissime esperienze (alcune delle quali considero profondamente spirituali) e cominciato la formazione da psicoterapeuti insieme.</p>
<p>Anche Ridhwan è una avventura che condividiamo e che ha avuto profondi effetti sulla nostra vita di coppia e individuale.</p>
<p>In questi anni mi sono resa conto della mia abitudine a fare dei compromessi per fare piacere a un altro, oppure alla quantità di idee fisse attraverso le quali ero abituata a vedere (e limitare) me stessa e il modo intorno a me. Come conseguenza le mie relazioni personali e professionali sono migliorate molto.</p>
<p>E anche con Ian. Per esempio, se lui si sente molto romantico ma io in quel momento sono di un umore diverso, non cerco di adeguarmi per paura di ferirlo perché abbiamo imparato a godere della nostra compagnia esattamente nel modo in cui siamo in ogni momento. E la nostra relazione è più autentica e più profonda.</p>
<p><em>Ian Hoare, 73 anni, psicoterapeuta (in pensione)</em><br />
Negli anni ’60 ero molto interessato alla crescita personale e per acquisire una comprensione più profonda della natura umana mi sono unito a dei gruppi (per l’epoca una novità) nei quali investigavamo sulla nostra consapevolezza. Così, tra visualizzazioni guidate e autocoscienza , ho incontrato mia moglie Jenny. Quando, cinque anni fa, abbiamo scoperto che la scuola Ridhwan offre un approccio integrato unendo teorie psicologiche e pratiche spirituali abbiamo sentito che faceva per noi.</p>
<p>Negli studi ho trovato un grande sostegno per sviluppare una comprensione più profonda di me stesso e della vita, più libero dai condizionamenti del passato. Onestamente, adesso trovo noiose molte delle teorie puramente psicologiche che prima mi affascinavano.</p>
<p>Fare questo percorso con Jenny ha aumentato la nostra capacità di stare insieme: imparando ad apprezzare la nostra personale ricchezza e unicità slegata da certe dinamiche, ci sentiamo anche più  uniti in una relazione profonda.</p>
<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2010/05/Catherine-McGee-Enzo-Dal-Verme.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1309" style="margin: 6px;" title="Catherine McGee" src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2010/05/Catherine-McGee-Enzo-Dal-Verme-198x300.jpg" alt="" width="198" height="300" /></a><em>Catherine McGee, 40 anni, insegnante di meditazione</em></p>
<p>La mia famiglia ha origini irlandesi, nella nostra cultura si canta e si beve insieme, il che mi sembrava incompatibile con la mia identità di insegnante di meditazione per cui negli anni avevo creato un po’ di distanza tra di noi.</p>
<p>In generale, prima di conoscere Ridhwan, ero abituata a fare una differenza tra la mia vita ordinaria e ciò che consideravo “spirituale”, per esempio se stavo attraversando un momento difficile sapevo che meditando potevo entrare in contatto con quella calma interiore e il problema sarebbe diminuito. La mia pratica spirituale in un certo senso mi allontanava dal mondo e nei periodi di ritiro vivevo una realtà semi-monastica.</p>
<p>Quando ho scoperto gli insegnamenti Ridwhan mi ha attirato un approccio molto diverso: confrontandomi con gli aspetti che generalmente tentavo di evitare avrei potuto “digerire” il mio dolore e la mia vita di ogni giorno avrebbe potuto diventare una esperienza sacra. Molte cose hanno cominciato a cambiare e anche la relazione con la mia famiglia: adesso vedo anche quel modo di celebrare come uno dei molti modi di esprimere un cammino spirituale.</p>
<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2010/05/Louise-Bélisle-Enzo-Dal-Verme.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1310" style="margin: 6px;" title="Louise Blisle" src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2010/05/Louise-Bélisle-Enzo-Dal-Verme-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" /></a><em>Louise Bélisle, 62 anni, psicoterapista e insegnante di yoga</em><br />
Quando, 35 anni fa, sono diventata insegnante di yoga ero molto in forma e flessibile ma tutto ciò aveva poca influenza su come vivevo la mia vita in ogni momento. Poi, da psicoterapeuta, mi sono interessata a tutti gli approcci che hanno a che fare con il corpo, come la bioenergetica o il respiro Reichiano e vedevo come queste tecniche aiutavano me e miei pazienti a liberare emozioni represse. Ma per qualche motivo i miglioramenti non duravano molto e intuivo che mancasse qualche cosa.</p>
<p>Con Ridhwan la pratica di esplorare chi sono in ogni momento, non solo nei miei pensieri ma anche nelle sensazioni del mio corpo, mi ha aiutata a diventare curiosa di molti aspetti di me, anche di quelli di cui in passato mi sarei vergognata. Essere se stessi sembra qualche cosa di estremamente semplice ma in pratica è molto difficile a causa della nostra riluttanza ad accettare le cose esattamente come sono. E il più delle volte poi ci si rende conto che è proprio quella resistenza a renderci difficile la vita! Nella scuola ho trovato un metodo per comprendere la struttura del nostro ego e trovare chi sono davvero al di sotto di tutti i condizionamenti, una grande liberazione dal mio passato.</p>
<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2010/05/Ruth-Mc-Aulay-Enzo-Dal-Verme.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1311" style="margin: 6px;" title="Ruth Mc Aulay" src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2010/05/Ruth-Mc-Aulay-Enzo-Dal-Verme-202x300.jpg" alt="" width="202" height="300" /></a><em>Ruth McAulay, 62 anni, psicoterapeuta (ex cantante lirica)</em><br />
Ho scoperto Ridhwan leggendo un libro di Almaas e pagina dopo pagina potevo riconoscere me stessa come se l’autore mi conoscesse. Il libro parlava di  quel dolore con cui io stavo facendo i conti, cioè la mia vergogna per avere bisogno di altre persone, il desiderio di essere speciale (in aiuto a una bassa stima di me stessa) e nello stesso tempo la mia tendenza a tenere un po’ di distanza tra me e gli altri per paura di sentirmi ferita.</p>
<p>Quando ero una cantante d’opera l’ammirazione e gli applausi del pubblico sostenevano una parvenza di “sto bene”, ma in realtà dentro mi sentivo infelice.  La scuola mi ha aiutato molto, nei corsi mi piace il modo in cui ogni studente viene considerato nella sua unicità e il fatto che gli insegnamenti ci danno una mappa ma non ci dicono: questo è il modo “giusto” di essere. Per me si tratta di una esperienza straordinariamente liberatrice il fatto di potere esplorare ciò che in genere temiamo e dietro la vergogna di riconoscere la mia rabbia, l’orgoglio, la gelosia… scoprire pace e gioia.</p>
<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2010/05/Barbara-Brown-Enzo-Dal-Verme.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1312" style="margin: 6px;" title="Barbara Brown" src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2010/05/Barbara-Brown-Enzo-Dal-Verme-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" /></a><em>Barbara Brown, 63 anni, insegnante di Qi Gong</em><br />
L’approccio di Ridhwan è semplice e mi ha sostenuto nell’esplorazione di quesiti come “chi sono?” o “ come posso capire la mia natura?” Ho imparato dagli insegnanti e da altri studenti cose che non avevo mai visto di me stessa (per esempio che tipo di impatto ho sugli altri) e scoprirlo mi ha aiutato a sviluppare una capacità di comunicare più onesta.<br />
Nei corsi si presta molta attenzione alle relazioni, per esempio se accade una incomprensione o un conflitto fra studenti siamo incoraggiati ad esplorare le dinamiche tra di noi con gli esercizi, il che mi è stato enormemente utile per imparare a gestire i conflitti anche in altre parti della mia vita. Per la verità molte delle mie relazioni sono diventate più semplici perché sono diventata meno incline a giudicare e meno “drammatica”.<br />
E’ buffo pensare che ho passato la vita facendo esplorazioni ardue, ho viaggiato negli angoli più remoti della terra, in Cina, India, Nepal… per poi scoprire che ciò che stavo cercando veramente è la capacità di sedere tranquilla nel mio cortile.</p>
<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2010/05/Derek-Mutti-Enzo-Dal-Verme.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1313" style="margin: 6px;" title="Derek Mutti" src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2010/05/Derek-Mutti-Enzo-Dal-Verme-205x300.jpg" alt="" width="205" height="300" /></a><em>Derek Mutti, 59 anni, psicoterapista</em><br />
Da quando ero adolescente la mia ricerca del senso della vita mi ha spinto ad esplorare diversi cammini e da vent’anni sono buddista praticante. Quando ho scoperto Ridhwan sapevo già che la combinazione psicologia / cammino spirituale faceva per me e nella scuola ho trovato un grande sostegno e ispirazione.</p>
<p>Durante i corsi a volte scopriamo dei paradossi su noi stessi che possono essere davvero comici, infatti in questi anni ho riso moltissimo. Chi pensa che affrontare un cammino di crescita interiore sia qualcosa di necessariamente doloroso si sbaglia: anche se capita di piangere quando si sta esplorando un particolare aspetto della propria vita, per me c’è stato moltissimo umorismo.</p>
<p>La scuola mi ha offerto la possibilità di conoscere meglio me stesso e mi ha dato una amplissima prospettiva sulla natura della sofferenza umana, il che mi è stato estremamente di aiuto per aiutare meglio i miei pazienti.</p>
<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2010/05/Joy-Isaacs-Enzo-Dal-Verme.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1314" style="margin: 6px;" title="Joy Isaacs" src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2010/05/Joy-Isaacs-Enzo-Dal-Verme-199x300.jpg" alt="" width="199" height="300" /></a><em>Joy Isaacs 79 anni, psicoterapeuta (in pensione)</em></p>
<p>Dopo 45 anni di matrimonio mio marito è morto di cancro e ho deciso che non avrei più voluto vivere nella grande casa dove avevamo cresciuto i nostri figli. E’ stata la fine di un’era, non avevo mai abitato sola prima e anche se la mia famiglia mi è stata molto vicina il cambiamento è stato enorme. Proprio in quel periodo ho scoperto Ridhwan e gli insegnamenti mi hanno aiutata a lasciare andare il passato e vivere più pienamente nel presente.</p>
<p>Ma non solo. Recentemente nei corsi abbiamo esplorato un certo aspetto della relazione con nostra madre e come ciò influenzi ancora i nostri comportamenti presenti. Quell’esercizio mi ha aiutata a individuare cose che anni di psicoterapia non avevano affrontato nello stesso modo e come risultato mi sento enormemente sollevata.<br />
I corsi hanno un impatto profondo su di me, anche nella vita pratica. Per esempio sento che la mia capacità di stare con gli altri migliora e nello stesso tempo mi piace molto stare da sola, ho scoperto una pace interiore che mi permette di essere più pienamente e serenamente me stessa.</p>
<p><strong>I libri alla ricerca della nostra natura più profonda</strong><br />
Sono disponibili libri di Almaas in italiano: &#8220;Essenza, il nucleo divino dell&#8217;uomo&#8221; e &#8220;Il cuore del diamante, elementi del reale nell&#8217;uomo&#8221;, entrambi pubblicati da <a href="http://www.crisalide.com" target="_blank">Edizioni Crisalide</a></p>
<p><em>Ridhwan School  in Italia:</em><br />
Si trovano sul lago di Garda gli studenti del gruppo italiano: tre seminari<br />
all&#8217;anno della durata di sei giorni per esplorare le proprie dinamiche<br />
interiori, scoprire potenziali inespressi, fare affiorare le qualità<br />
inevitabilmente frustrate dai molti condizionamenti.<br />
<em>Tra il 18 e il 20 giugno 2010 ci sarà un seminario introduttivo a Il<br />
Carmine, un bel convento a San Felice sul Benaco. Costa 150 euro più le<br />
spese di vitto e alloggio. Iscrizioni entro il 4 giugno.<br />
Per informazioni: rossana.novati@gmail.com</em></p>
<p>Per maggiorni informazioni: <a href="http://www.ridhwan.org  " target="_blank">www.ridhwan.org </a><br />
<a href="http://www.ahalmaas.com/ " target="_blank">http://www.ahalmaas.com/ </a></p>
<p>Intervista e fotografie di<a href="http://www.enzodalverme.com/blog/" target="_blank"> Enzo Dal Verme</a>, per gentile concessione</p>
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		<title>Sono un maestro tantrico</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Apr 2010 04:01:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Barry Long</dc:creator>
				<category><![CDATA[Maestri]]></category>
		<category><![CDATA[Relazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Sessualità]]></category>
		<category><![CDATA[Barry Long]]></category>
		<category><![CDATA[tantra]]></category>

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		<description><![CDATA[“Si può dire che sono stato istruito dal principio divino della donna. Esso mi ha guidato, mi ha crocefisso e certamente mi ha amato. Io sono un prodotto di quell’amore, così come lo è il mio insegnamento.”
“Sto bene e mi farebbe piacere passare un po’ di tempo con te a settembre, se mi fai sapere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="barry long.gif" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/barry-long.gif"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/barry-long.gif" alt="barry long.gif" hspace="6" align="left" /></a>“Si può dire che sono stato istruito dal principio divino della donna. Esso mi ha guidato, mi ha crocefisso e certamente mi ha amato. Io sono un prodotto di quell’amore, così come lo è il mio insegnamento.”</p>
<p>“Sto bene e mi farebbe piacere passare un po’ di tempo con te a settembre, se mi fai sapere la data al più presto. Potremmo lasciare da parte l’Assoluto e parlare dell’amore tra uomo e donna, che sembra così problematico?” Questo mi ha scritto Barry Long la scorsa estate…</p>
<p>Sarebbe stato il mio secondo incontro con Barry Long, insegnante spirituale e maestro tantrico per sua stessa definizione, che vive sulla costa nord del New South Wales,in Australia, con Sara, “la sola donna con cui ora [nel 1998, al tempo dell’intervista <em>ndt</em>] fa l’amore”.</p>
<p>Avevo sentito parlare di Barry Long in modo intermittente negli ultimi dieci anni, ma l’ho incontrato per la prima volta un anno fa, nella sua casa di campagna di Byron Bay, dove mi trovavo per insegnare. Il nostro primo incontro, cordiale e rispettoso, era stato voluto da me, visto che da molto tempo avevo la curiosità di conoscere questo enigmatico insegnante.</p>
<p>Ogni volta che due insegnanti si incontrano, c’è sempre un’atmosfera di grande attenzione, perché entrambi si esaminano a vicenda con lo scopo di accertare l’autenticità dell’altro. In questo incontro, non c’è mai stato un momento di scortesia o anche solo un accenno di competizione.</p>
<p>Da parte di quest’uomo, il cui insegnamento era ovviamente <em>molto</em> diverso dal mio, ho sentito solo rispetto e una tenerezza profonda, segno di una persona il cui cuore era stato toccato in modo definitivo da qualcosa di infinitamente più grande di lui. Nel nostro primo incontro, abbiamo passato la maggior parte del tempo a cercare di conoscerci, parlando solo in generale dei nostri diversi approcci al più delicato dei compiti: avere il coraggio di insegnare agli altri il mistero della liberazione. Sapevo che, nell’insegnamento di Barry, la pratica spirituale principale era “fare l’amore correttamente”, il che costituiva l’approccio unico ed estremamente originale di Barry all’antica via tantrica “della mano sinistra”.<span id="more-525"></span></p>
<p>A quel tempo, sapevo davvero poco su ciò che egli effettivamente insegnava riguardo al tantra; ero a conoscenza solo del fatto che insisteva molto su questo aspetto. Quando sono tornato in Australia lo scorso settembre, un anno dopo, avevamo già deciso di dedicare l’intero numero successivo di “What Is Enlightenment?” all’indagine sulla spiritualità e la sessualità; perciò divenne ovvio che dovevamo parlare con l’uomo che fiduciosamente parlava di sé come “dell’unico maestro tantrico occidentale”.</p>
<p>Per preparare il mio incontro con Barry, una sera abbiamo organizzato una riunione redazionale per leggere dei brani da uno dei suoi libri, in cui illustrava la via tantrica da lui insegnata. Con mia sorpresa, successe qualcosa di inaspettato. Semplicemente “ascoltando” ricevetti una<em> trasmissione</em>, il che significa che sperimentai un <em>riconoscimento</em> diretto di quello che Barry sta cercando di condividere con coloro che vanno da lui. Questo fu per me un evento personalmente importante, poiché era la prima volta che mi trovavo in grado di comprendere cosa potesse essere la sessualità spirituale.</p>
<p>Dopo l’intervista con Barry, ho approfondito gli studi sul “fare l’amore correttamente”; a prescindere da tutto quello che si può pensare sulle potenzialità della sessualità spirituale (in qualsiasi forma) ai fini della liberazione dell’essere umano, non c’è dubbio che Barry Long insegni una via spirituale seria, che richiede sincerità e impegno profondi da chiunque cerchi di seguirla. Per essere un insegnante di meditazione, Barry è spesso oltraggioso, regolarmente audace e inguaribilmente romantico; tuttavia, il suo sereno rispetto per l’assoluta individualità rifulge sempre, specialmente quando hai la sensazione che si sia spinto troppo oltre.</p>
<p>Andrew Cohen: Qualche tempo fa mi fu inviata una copia del tuo libro<em> Stilness is the way</em>; mentre lo leggevo ad alta voce in redazione, un brano mi ha trasmesso davvero qualcosa, e in un attimo ho capito cosa stavi tentando di comunicare alla gente. In realtà, il mio apprezzamento si è spinto al punto da esserne profondamente toccato. Quella che stavi descrivendo era, penso, una prospettiva tantrica moderna. Vorrei dirti che cosa ho capito, e poiché so di non avere compreso ogni cosa, correggimi mentre parlo, per favore. Il tuo punto principale, mi sembra, è che l’esperienza interiore della rivelazione, dell’unità, non ha significato fino a quando non viene portata in questo mondo reale, concreto e materiale.</p>
<p>Barry Long: Si, è così.</p>
<p>Andrew Cohen: E che il solo modo, o quello più importante, per portare tale rivelazione in questo mondo passa attraverso la perfetta unione dell’uomo e della donna.</p>
<p>Barry Long: È così.</p>
<p>Andrew Cohen: E che grazie all’unione tra uomo e donna – che questa sia di tipo romantico o sessuale – entrambi avranno un’esperienza di tale perfetta unità e non-divisione.</p>
<p>Barry Long: Si.</p>
<p>Andrew Cohen: E in ciò, entrambi sperimenteranno – diciamo così – la realizzazione concreta della rivelazione spirituale interiore.</p>
<p>Barry Long: Si, sebbene detto in questo modo si potrebbe creare nella gente un’aspettativa troppo grande. Infatti, in ciò non si realizza niente per se stessi. Quello che questa esperienza crea dentro la donna è un amore assoluto e completo per l’uomo, e quando una donna ama assolutamente e completamente un uomo – un uomo che la ama, naturalmente – vede Dio in lui. E questo è ciò che tutte le donne possono fare, e che hanno bisogno di fare. Infatti, quando una donna vede Dio nel suo uomo ed è amata perfettamente, è nello stato di “donna”.</p>
<p>Vedi, una donna pensa di aver raggiunto l’illuminazione, ma in realtà non è così. Una donna è già illuminata quando è in uno stato d’amore tale che, per esempio, se io muoio, Sara non soffrirebbe, perché io sono già in lei, e lei sa quello che sono. E così lei è ormai protetta dalle sofferenze che un uomo potrebbe infliggerle, perché ha realizzato – o visto – Dio nell’uomo, e ha coscienza di essere semplicemente una donna, cioè puro amore. Non esiste alcuna consapevolezza straordinaria; quest’ultima è solo l’invenzione salottiera di qualche commentatore spirituale. Io, ora, non possiedo alcuna luce accecante. Voglio dire, quando ero ignorante mi capitava di avere quelle che chiamiamo grandi realizzazioni e meravigliose intuizioni, perché le intuizioni accadono solo nell’oscurità; ecco perché vedi delle luci meravigliose. Ma alla fine, quando l’ignoranza scompare, c’è solo uno stato costante, qualsiasi esso sia. Non c’è né luce né oscurità, quindi che cosa hai ottenuto?</p>
<p>È qui che la donna – una donna – diventa o è l’amore di Dio. Questo è ciò che lei fa. Ora, lei non può conoscere niente in tale stato, e questa è la cosa straordinaria. Infatti, nell’amore di Dio (nel vero amore o nella vera unione con Dio), non sai niente. Vero, Andrew?</p>
<p>Andrew Cohen: Si, è assolutamente vero.</p>
<p>Barry Long: E la donna viene indotta in quello stato perché la sua natura è assoluto e completo amore. È Dio in forme femminili. E se riesce a raggiungere tale condizione attraverso l’amore dell’uomo, che è Dio in forme maschili, abbiamo Dio che fa l’amore con se stesso nelle due forme da lui create per poter conoscere l’amore; infatti, senza la presenza di due forme, non c’è distinzione. Se ci fosse solo una forma, non ci sarebbero state distinzioni e perciò nessuna possibilità di realizzazione in questa esistenza.</p>
<p>Andrew Cohen: Nessun riconoscimento di sé.</p>
<p>Barry Long: Si, giusto.</p>
<p>Andrew Cohen: Dal brano che ho letto, ho anche capito che in questa pratica amorosa (oppure: nell’amore dell’uomo verso la donna o della donna verso l’uomo) c’è l’imperativo assoluto della resa completa dell’ego. Per l’uomo, ciò avviene tramite l’adorazione profonda, totale e completa della donna; per la donna, nell’accettazione incondizionata e assoluta dell’uomo.</p>
<p>Barry Long: Si.</p>
<p>Andrew Cohen: E ho capito che quando si fa veramente l’amore (cioè quando l’uomo accetta davvero la donna e viceversa) affinché questa suprema unione abbia effettivamente luogo, l’ego deve completamente cessare. E questo è ciò che, in realtà, rende tale pratica tanto potente. Affinché essa funzioni, deve verificarsi una resa totale; altrimenti il suo compimento potrebbe non realizzarsi.</p>
<p>Barry Long: Si, altrimenti avresti solo quello che chiamiamo l’amore umano, che è l’amore di tutte le coppie sulla terra. Per questo motivo è opportuno che ci sia una preparazione, compresa nel mio insegnamento: come ci arrivo? In che modo farlo? Devi essere onesto, altrimenti avrai una relazione e un amore disonesti. E perciò, per amore dell’onestà, la donna non può mai permettere al suo uomo di passarla liscia. Non le è permesso dire: «Non voglio suggerirti che cosa fare», o cose del genere che potrebbe essere tentata di fare. Deve dire: «Aspetta, posso non <em>volerti</em> dire niente, ma ci siamo messi d’accordo, all’inizio di questa relazione, che saremmo stati onesti verso Dio e la verità. E qual è il buono di una relazione se non si basa su questo?». Dal momento che si sono accordati su tale punto, lei deve dire, per esempio: «Mi hai appena parlato in un modo degradante per la donna. Può darsi che non sei consapevole, ma lo hai fatto. Ora ti spiegherò ciò che mi hai detto. Mi stavi mettendo sotto di te» &#8211; che è, fondamentalmente, la natura dell’uomo: sottomettere la donna &#8211; «Stavi tentando di indebolirmi. È vero o falso?». E l’uomo, se ha già detto: «Voglio essere onesto con te», considererà ciò che ha detto e risponderà: «Si, me ne rendo conto. Ridevo quando ho detto: “Fai spesso degli sbagli, non è vero?”. Ho riso, non è così?». Ebbene, questo è un modo di sottomettere la donna utilizzando l’arma dell’ironia. E lei deve mettere un freno a tutto ciò, perché l’uomo tende a fare queste cose. Egli usa qualsiasi mezzo per indebolirla. Questo è solo un esempio di come la donna debba controllare l’uomo.</p>
<p>Poi la faccenda si trasferisce, naturalmente, sul piano sessuale. Lui si eccita e lei deve dire: «No, non posso avere un uomo eccitato dentro il mio corpo, perché quello che tu fai, vedi, è trasferire la tua eccitazione al mio corpo. E se continui a fare l’amore in questo modo, mi accadrà quello che mi succedeva in passato, quando ero una donna normale e frequentavo uomini sessuali: ero infelice, dubitavo di me stessa e mi sentivo sempre depressa. Non avevo autostima e ho smarrito il mio cammino. E so che è così perché uomini sessuali, con desideri erotici – gli “uomini-sesso” – mi avevano penetrata. Ma ora non ho più “uomini-sesso” in me. Ho un uomo che non è eccitato, che vuole soltanto amarmi e lo fa con il suo corpo, non con la mente». Infatti, la mente non ha mai fatto l’amore e mai lo farà. Ha fatto solo sesso.</p>
<p>Andrew Cohen: Quello che intendi, quindi, per “fare l’amore” è la rinuncia alla ricerca aggressiva di un’esperienza e all’uso dell’altra persona – in questo caso, della donna da parte dell’uomo – per qualche tipo di esperienza sensuale.</p>
<p>Barry Long: Beh, questo è egoismo assoluto, non trovi? Non è onesto, non è onesto nei confronti di Dio né di qualunque altra cosa. Di certo, non è onesto nei confronti della donna. Ora questo è tutto finito, per quanto mi riguarda. E il modo di arrivare a ciò è quello che sto cercando di comunicare, con tutti i mezzi.</p>
<p>Andrew Cohen: É vero che, quando si considera l’amore come una via spirituale, la personalità – per esempio, la personalità dell’uomo – va trascesa per comprendere ciò che realmente significa essere uomo?</p>
<p>Barry Long: Sì.</p>
<p>Andrew Cohen: E questo vale anche per la donna? Per identità personale intendo la fissazione nevrotica su di sé e tutto ciò che questo comporta. Per comprendere cosa realmente significa essere una donna, tutto ciò va trasceso? In modo tale che l’uomo e la donna possono sperimentare chi sono veramente, senza alcuna fissazione nevrotica su di sé, e in tale esperienza ciascuno può sperimentare il supremo Sé impersonale?</p>
<p>Barry Long: Beh, io non uso il termine “Sé”, ma “Essere”.</p>
<p>Andrew Cohen: In tale Essere impersonale, dunque, risiede la conoscenza viva e consapevole della propria autentica identità, prima che si formasse un sia pur minimo pensiero di un’identità separata?</p>
<p>Barry Long: Non userei queste parole. Direi piuttosto che l’uomo e la donna sono completamente e assolutamente nella conoscenza dell’amore. E la conoscenza dell’amore è la conoscenza del nulla. Non c’è quindi alcuna esperienza di sé né avviene alcuna descrizione; semplicemente si dice: «Questa è la bellezza. Questo è bellissimo. Ti amo. Sei bella». Non c’è nient’altro da dire.</p>
<p>Andrew Cohen: In ciò avviene un’esperienza di pienezza?</p>
<p>Barry Long: Si, ma non è una pienezza che puoi possedere. È una pienezza dell’Essere: la comprendi, ma ti rendi conto che non è qualcosa di cui parlare. Questo è il punto: non è qualcosa di cui parlare. Infatti, la gente si terrorizza quando affermi: «Dio è il nulla». Così, dopo aver detto questo, aggiungo meglio che posso: «Nulla di cui parlare», perché si spaventeranno quando lo scopriranno da soli. «Oh, mio Dio», esclameranno, «sarò destinato a essere nulla?».</p>
<p>Andrew Cohen: Così, in questo cammino, in cui il fare l’amore e le relazioni vengono considerati una via spirituale, l’ego subisce un’enorme pressione per lasciare andare tutte le nozioni false e separate di sé, per riuscire a essere uomo o donna. È così che funziona?</p>
<p>Barry Long: Si.</p>
<p>Andrew Cohen: Questo è molto bello e potente. Come ho detto, sento che ho appena cominciato a capire come e perché tutto ciò può essere una pratica genuina di liberazione, oltre al modo in cui funziona.</p>
<p>Barry Long: Si, e funziona sicuramente, dal momento che io lo vivo. E vedi, ciò che ho vissuto è quello che mi dà la capacità di insegnare. Se non l’avessi vissuto, sarei solo un commentatore.</p>
<p>Andrew Cohen: Naturalmente.</p>
<p>Barry Long: Io sono un maestro tantrico. Vivo, ho vissuto e sto tuttora vivendo una vita tantrica, ma in questo momento lo faccio solo con la mia donna. Tuttavia, ho portato molte donne alla consapevolezza, a una consapevolezza sufficiente. Ora esse sono nel mondo e fanno quello che io desidero che facciano, ovvero aiutare l’uomo ad arrivare a una conoscenza maggiore di Dio, che è amore. Adesso sto vivendo, con Sara, l’impossibile, che è un dono divino: come due corpi destinati a morire possono godere di un’unione eterna. Ecco cosa sto vivendo con Sara. Infatti, se vivo questo, posso trasmetterlo (o esso sarà trasmesso) a coloro che ascoltano i miei insegnamenti e praticano questo amore, questo amore onesto. Ma prima lo devo vivere, perché io sono il maestro. E se il maestro non lo vive, gli altri non avranno alcuna possibilità. Lo apprendono perché in noi avviene una trasmissione attraverso la psiche: se io lo vivo, esso viene trasmesso a coloro che lo ricercano con tutte le loro forze. Ecco cosa accade qui. Fa parte della mia via l’aver fatto l’amore con donne nelle quali ho scorto la luce o nelle quali c’era abbastanza amore per portarle a una realizzazione maggiore di Dio. Un maestro tantrico è diverso da qualsiasi altro uomo con cui una donna ha fatto l’amore, perché le offre una conoscenza più elevata dell’amore di Dio.</p>
<p>Andrew Cohen: Posso chiederti in che modo lo fa?</p>
<p>Barry Long: Non lo fa con la mente, ma con il corpo fisico, con la sua innocenza. In che altro modo potrebbe farlo? Bisogna che sia innocente.</p>
<p>Andrew Cohen: Attraverso la suapurezza.</p>
<p>Barry Long: Il suo corpo deve essere puro. Questo è tutto ciò che ogni uomo cerca di fare sul cammino spirituale: purificare il corpo. Prima inizia con la mente, che è sempre impura; deve liberarsi della mente. Poi deve sbarazzarsi del <em>terreno</em> della mente, cioè delle emozioni e di tutte quelle cose sbagliate che dice di amare: ama questo e quello, non gli piace questo e preferisce quello… Tutte le emozioni. Quindi, queste sono le due cose di cui deve liberarsi prima di cominciare a essere innocente. Poi è necessario che sia nel corpo, che ancora rimane, dopo essersi purificato di tutte quelle cose. Siamo sempre dov’è il nostro corpo, non è vero? Non puoi essere da nessuna altra parte, a meno che tu non sia un mago. Devi stare dov’è la verità, è la verità è dove si trova il tuo corpo. Quindi, quando faccio l’amore, è fondamentale che io sia nel mio corpo, perché solo il corpo può fare l’amore. Se sto fantasticando, sono nella mente, e questo conduce alle emozioni; ho lasciato il corpo e non sono in grado di fare l’amore, perché non sono più innocente.</p>
<p>Andrew Cohen: No, certo che no, perché non sei nemmeno con la persona con cui stai facendo l’amore. Non sei in grado di amarla.</p>
<p>Barry Long: No, probabilmente sei in compagnia di qualche donna fantastica nella tua mente. Ed è questa donna alla quale stai pensando che ti fa venire un’erezione. Ebbene, non hai bisogno di questo. Ma, santo dio, appena gli uomini si avvicinano a questa esperienza, e nel mio insegnamento gli uomini la vivono al massimo grado, pensano che se non hanno quell’eccitazione che è il sesso, perdono l’erezione, la fiducia in se stessi e tutto il resto, perché sono sempre stati dipendenti da una falsa eccitazione chiamata “sesso”.</p>
<p>Andrew Cohen: Già.</p>
<p>Barry Long: Quando abbandoni tutto ciò, c’è sempre un’insidia. Si verifica sempre un periodo di pausa, non è così? Come quando qualcuno segue i tuoi insegnamenti e, colmo di entusiasmo, afferma: «Andrew, sei fantastico. Non avevo mai avuto una tale rivelazione». Poi se ne va e, dopo qualche settimana o mese, ritorna per dire: «L’ho perduta, l’ho perduta!». È tutto sparito perché ha cominciato ad entrare in un territorio diverso; alla confluenza tra l’antica ignoranza e il nuovo cambiamento, si forma della confusione. Egli ha bisogno di ricominciare da capo, poi può liberarsi della confusione.</p>
<p>Andrew Cohen: Per te è essenziale che nell’amore tantrico l’uomo prolunghi la fase precedente all’eiaculazione, o addirittura la eviti del tutto, in modo da riuscire, per esempio, a sperimentare una profonda intimità con la donna?</p>
<p>Barry Long: Si. All’inizio egli deve praticare il più possibile la ritenzione, ma senza reprimersi. È molto difficile cogliere la distinzione tra le due cose. Ma alla fine, siccome si tratta di qualcosa di divino ed è Dio che fa l’amore, non una persona, non ci si focalizza sulla ritenzione o la non-ritenzione; c’è soltanto quel che c’è. E questo accade perché la persona è scomparsa, mentre la ritenzione richiede la presenza di qualcuno, una precisa intenzionalità al riguardo.</p>
<p>Andrew Cohen: Qualcuno che sta ancora cercando di fare o di non fare qualcosa.</p>
<p>Barry Long: Si, e naturalmente il dilemma è: come mantengo l’equilibrio tra la repressione e la ritenzione? Qui è dove bisogna mettere da parte i tentativi della mente. È necessario lasciare agire il corpo, da solo. Ci sono momenti in cui non ci sarà ritenzione e l’uomo comincerà ad avere orgasmi senza riuscire a fermarli, e ciò lo farà dubitare di se stesso. Ebbene, lo scopo della vita spirituale è arrivare a un punto in cui non si hanno più dubbi su di sé. Quindi, egli deve abbandonare uno dei suoi attaccamenti favoriti: il dubbio su di sé. In tal modo, capisci, Dio prende sempre più il sopravvento.</p>
<p>Andrew Cohen: E quando i dubbi su di sé vengono abbandonati o trascesi, si diventa sempre più capaci di fare naturalmente l’amore in maniera non egoista, non aggressiva e non dualistica.</p>
<p>Barry Long: Si, in modo sempre più naturale, è così.</p>
<p>Andrew Cohen: E, alla fine, si fa l’amore molto a lungo, per ore e ore ogni volta?</p>
<p>Barry Long: Direi senza interruzioni. L’attrazione è sempre presente, non è che va e viene, quindi non si ha più la sensazione di fare l’amore. Quello che insegno alle persone è che bisogna abbandonare la voglia di fare l’amore e quella di <em>non</em> farlo. Infatti, se hai voglia di fare l’amore, si tratta di egoismo; ma se non hai voglia di farlo, anche quello è egoismo. A uno dei miei ultimi incontri, qualcuno ha chiesto: «Dimmi, come ci si libera dalla voglia di fare l’amore e dalla voglia di non farlo?» Questo è qualcosa che conosciamo tutti. L’uomo sdraiato al fianco della donna si chiede: «Lo faccio o non lo faccio? Ne ho voglia o non ne ho voglia?». E la mia risposta è stata: «Fai l’amore tutto il tempo». Ora, se fai qualcosa tutto il tempo, non puoi averne o non averne voglia, vero? Ma dopo chiedono: «Quante volte bisogna farlo affinché ‘spesso’ sia ‘spesso’ a sufficienza?». Io rispondo: «La mattina, la notte e, se è possibile, a mezzogiorno». Suppongo che sia sconvolgente per tutti, ma se non fai così, continuerai a volere e non volere, perché non ti sarai dato all’amore. Se è da un po’ di tempo che non fai l’amore, avrai l’urgenza mentale o biologica di farlo – sei un uomo, non può essere altrimenti – ma questa è una volontà e, nella vita spirituale, non puoi <em>volere</em>.</p>
<p>Vedi, questo è il tantra. Io sono l’unico maestro tantrico occidentale. Lo so che è un’auto-promozione, ma non conosco nessuno altro che parli della <em>verità</em> del tantra. Io, invece, sono molto aperto; sono aperto al fatto di essere un maestro tantrico. All’epoca, dissi alla mia gente che mi ero messo con cinque donne e che stavo facendo l’amore con tutte. Non permetto segreti, e infatti non ne ho. Non mi addentro nei dettagli intimi, ma nemmeno desidero trarre le persone in inganno. Questo è il mio modo di vivere, e se non ti piace, te ne vai. Ma se presti ascolto alla verità di cui parlo, forse ne ricaverai qualcosa.</p>
<p>Qualcuno mi ha mandato un articolo dall’America a proposito di un maestro tantrico, penso che fosse un tibetano. Ho letto in quest’articolo che alcune donne, negli Stati Uniti, l’avevano denunciato; come risultato, i buddisti americani avevano deciso di stilare un codice di condotta per i maestri spirituali. Questa è davvero una contraddizione, perché, naturalmente, il tantra non ha nulla a che vedere con gli abusi sessuali. Il tantra è amore, Dio che ama se stesso nell’esistenza. E Dio non abusa. Quello che proprio non mi piace è la segretezza di questa gente. Questo insegnante tibetano non ha lasciato che le persone fossero a conoscenza di ciò che stava succedendo, ovvero del fatto che egli stava facendo l’amore con le sue studentesse. Non aveva annunciato: «Io sono un maestro tantrico e questa è una condizione sacra». È per colpa di episodi del genere che il tantra è tanto frainteso, che abbiamo scuole tantriche e sentiamo parlare di tantra a destra e a sinistra – dovunque vada, lo sento nominare – da persone che non sanno quello che dicono, perché quello che hanno non è un potere divino. Essere un maestro tantrico, avere quella forza nel tuo corpo, è un potere concesso da Dio. Questo stato è un dono di Dio, così come la Realizzazione di sé, di Dio o l’illuminazione sono altri stati. È concesso da Dio ed è per la gente. Ma se non ne parli, il tantra viene abusato dai commentatori, dagli impostori, dai maniaci e Dio solo sa da chi altro! Io cerco di evitare tutto ciò rimanendo aperto e onesto su ciò che faccio nella mia vita.</p>
<p>Andrew Cohen: Questo è essenziale.</p>
<p>Barry Long: Soprattutto di fronte a un argomento così delicato. Tutto il mondo è sessuale, è sesso. Io racconto che Dio è nato da un uomo e una donna che facevano l’amore. Non parlo di orgasmi, di indulgenza e di eccitazione sessuale. Parlo di qualcosa di puro e meraviglioso che viene da tutto ciò.</p>
<p>Andrew Cohen: Vorrei parlare ancora un poco della pratica tantrica dell’amore. Stavi dicendo che, idealmente, si dovrebbe sperimentare questo tipo di profonda intimità con il proprio partner tre volte al giorno. Ebbene, in tale intimità, dove non dovrebbe esistere volontà o non-volontà, ma solo il puro e semplice essere, l’uomo e la donna hanno sempre un’esperienza non-orgasmica?</p>
<p>Barry Long: No, non è sempre non-orgasmica. Qui si tratta di Dio che fa l’amore con Dio, e questo decide se l’orgasmo avverrà oppure no. Ma il punto principale è che scompaiono sia la volontà che la non-volontà di fare l’amore. Così, dopo aver fatto l’amore, non c’è la volontà o la non-volontà; resta semplicemente uno stato in cui non ti devi preoccupare di volere o non volere, perché tutto ciò è scomparso da te. Così come il sé scompare, anche queste cose se ne vanno.</p>
<p>Andrew Cohen: Mi rendo conto che questo tipo di pratica, se affrontata con grande sincerità, crea e sostiene una profonda intimità con l’altra persona. Sul livello interpersonale, poi, ci dovrà essere una perfetta onestà. Non dovrebbero accumularsi mai dubbi e risentimenti, perché se così fosse, distruggerebbero all’istante questa perfetta fiducia.</p>
<p>Barry Long: Si, assolutamente. Bisogna, però, anche essere pratici con queste cose. Non sto cercando di offrire qualcosa di perfetto in questa esistenza, nel senso che non ci saranno reazioni. Dopotutto, l’uomo deve cominciare da una donna in carne e ossa. Anche se in lei lui ama il principio femminile, quando le si avvicina si trova di fronte le sue emozioni, cioè il passato di lei: le esperienze sessuali precedenti e tutto il resto. Tutto ciò sarà nel suo corpo. E se lei non ha cominciato a rimuovere la sua identificazione con il passato, lui non potrà adorarla. Potrà amarla e cercare di raggiungerla, ma non sarà capace di adorarla a causa degli ostacoli del sé che si trovano tra lui e ciò che lei è realmente. E questo si applica sia alla donna che all’uomo. Lo scopo della vita spirituale è liberarci di questi maledetti ostacoli, egoisti ed emotivi, che si ergono tra noi. Sarà impossibile sino a quando non avremo deciso di aiutarci l’un l’altra, senza permettere mai che questi ostacoli diventino i nostri padroni. Sebbene si possa fallire, almeno l’intenzione di sbarazzarsene è presente.</p>
<p>Per quanto riguarda l’uomo, alla fine egli deve smettere di passare da una donna all’altra. Questo deve cessare. Va bene, d’accordo: è un’esperienza, fa parte della vita. Ma alla fine, se egli vuole realizzare Dio nell’esistenza (cioè il principio femminile), dovrà prendere con sé una donna. Ora, nel mio caso, mi sono messo simultaneamente con cinque donne. Ho insegnato loro, amandole per quasi tre anni. Abbiamo parlato dell’amore, di Dio, della vita e della verità ogni volta che eravamo insieme, e ne abbiamo parlato insieme perché tutte le donne<em> erano</em> insieme e naturalmente nessuna gelosia avrebbe potuto esistere.</p>
<p>Andrew Cohen: Vivevate insieme?</p>
<p>Barry Long: No, ma ci trovavamo insieme. Ovviamente, cercavamo di eliminare qualsiasi gelosia o competizioni femminili, altrimenti questa esperienza non sarebbe stata possibile. Quindi, queste donne superarono gelosie e competizioni, perché quando si parla, si insegna e si realizza Dio, si crea e ci si focalizza su un potere meraviglioso, che aiuta le donne a superare i loro limiti. Molti uomini, quando fanno l’amore con altre donne, lo fanno di nascosto, alle spalle della donna. Poi, magari, lei scopre cinque anni dopo che lui ha avuto un’altra relazione e rimane sconvolta. Il mio, invece, fu un esercizio di onestà, di correttezza, di Dio. È importantissimo per un uomo essere capace di parlare con la sua donna dell’ amore, della vita,di Dio, della verità e della morte.</p>
<p>Ora, non tutti gli uomini sono in grado di impegnarsi con cinque donne e parlare dell’amore, della vita, di Dio, della verità e della morte, tenendo tutto in ordine. Un uomo ordinario non è in grado di farlo. Diventa sessuale, la sua mente comincia a correre e altrettanto fa quella delle donne, che entrano in competizione. Solo un maestro tantrico può farlo. In caso contrario, si sta semplicemente facendo il passo più lungo della gamba. Il maestro tantrico, invece, è provvisto di quel potere. Oggi che sto soltanto con Sara, queste donne si trovano nel mondo e sono sorelle spirituali. Si amano tra loro al di là della gelosia e della possessività; inoltre, grazie a quello che hanno vissuto, non saranno mai più raggirate dagli uomini. Conoscono la sessualità dell’uomo e sanno anche in che modo essere amate <em>senza </em>sesso né eccitazione. E, come ho detto, queste donne ora sono nel mondo e stanno facendo ciò cui erano destinate, cioè essere il più possibile oneste con gli uomini e portare più amore nei loro confronti.</p>
<p>Andrew Cohen: Stanno insegnando?</p>
<p>Barry Long: No, per amor di Dio! Loro non insegnano. Il compito della donna non è insegnare, ma amare. La donna può fare di tutto, con il suo amore. Può comunicare, dire e trasmettere ogni cosa attraverso l’amore, perché questo è il suo potere. Il suo amore è il potere di Dio in lei. Non si alza la mattina dichiarandosi illuminata e cominciando a tenere conferenze. No. Lei è ricettiva; è colei che sta dietro le quinte. Ma è infaticabile nel rendere l’uomo onesto nei confronti dell’amore. È la parte mancante dell’uomo, ed è per questo che egli pensa costantemente a lei.</p>
<p>Andrew Cohen: Potresti parlare dell’atteggiamento che l’uomo e la donna devono avere per potersi amare veramente? Infatti, da quel che ho compreso, è questo atteggiamento che un uomo o una donna devono avere per trascendere veramente quel tipo di fissazione nevrotica su di sé che hai descritto prima.</p>
<p>Barry Long: Si, beh… Come ho detto, mi piace sempre metterla sul piano pratico, perché altrimenti non si arriva da nessuna parte. E la realtà pratica, per ogni uomo, è che ogni cinque minuti o giù di lì (se non sta facendo nient’altro), egli penserà alla donna. Da parte sua, la donna penserà all’uomo. Questa è la realtà fondamentale della nostra esistenza di uomini e di donne. Ma non sembra che sia venuto in mente a molti, di questi tempi, che in ciò devono celarsi i mezzi stessi per raggiungere la Realtà, cioè che questa attrazione fondamentale deve contenere qualcosa di sacro, che deve rappresentare un inizio. Infatti, quando vieni alla luce, puoi essere soltanto un uomo o una donna. Questa è la prima apparizione di Dio nell’esistenza: nelle sembianze di un uomo o di una donna. E questo è il modo in cui Dio separa affinché l’amore e lui stesso possano essere conosciuti, perché l’uomo e la donna sono sembianze di Dio.</p>
<p>Ora, secondo me, ogni uomo dovrebbe realizzare ciò che più ama nell’esistenza. Ovviamente, ciò che ama di più è Dio. Dio nell’esistenza è amore, fuori dall’esistenza è la verità. Non c’è amore senza l’esistenza; tutto l’amore è nell’esistenza, okay? Ma abbiamo messo tutto sottosopra. I commentatori e gli insegnanti spirituali si sono sbagliati. C’è Dio <em>fuori</em> dall’esistenza, e ognuno può realizzarlo nel proprio corpo senza l’aiuto di nessun altro. Realizzare Dio in questo modo è senza dubbio uno dei fenomeni più rari, meravigliosi e gloriosi, ma si tratta pur sempre di Dio <em>fuori </em>dall’esistenza, che realizzi dentro di te.</p>
<p>Per quanto riguarda, invece, Dio <em>nell’</em>esistenza, possiamo arrivarci solo affrontando ciò che più amiamo. Ebbene, l’uomo va in barca, gioca a golf, va a caccia, ha mille e una attività, ma queste sono tutte distrazioni escogitate dalla mente per tenerlo lontano dalla cosa fondamentale che la vita continua a mettergli di fronte, cioè: «Io amo la donna». Ora, la mente cercherà di farne qualcosa di personale, di limitare il suo amore a qualche donna particolare. Ma, in realtà, l’uomo deve andare oltre e accorgersi di un semplice fatto: «Io amo la donna». Quando lo fa, si rende conto di stare amando il principio, l’ignoto, l’essenza della donna, il Dio in lei di cui non si può parlare. Poi, può scendere a livello personale, dove c’è il corpo di una donna particolare con cui è in relazione, o a cui è legato in un modo o nell’altro. Allora deve cercare di scorgere questo Dio, questa entità che ama sopra ogni cosa, in tale donna. Quando fa l’amore con lei, lo deve fare non per se stesso, per l’orgasmo o per la propria soddisfazione, ma per il puro piacere di fare l’amore con lei. Se, però, personalizza la cosa in qualche modo, se mette in mezzo <em>se stesso</em> per cercare di ottenere qualcosa, la faccenda si trasforma in sesso ed egli ha mancato il punto; si è lasciato sfuggire quella bellezza impersonale.</p>
<p>Quindi, prima devi chiederti: che cosa amo di più <em>nell’</em>esistenza? Non va bene rispondere «Dio», perché Dio non è <em>nell’</em>esistenza. Dov’è Dio nell’esistenza? Aha! È in ciò a cui penso di più nella mia vita, cioè nella donna! Ebbene, non può trattarsi di questa o quella donna, perché ce ne sono tantissime. Quindi, di che cosa si tratta? È il principio della donna che amo. Naturalmente! È quell’essenza, quella cosa che sta dietro ogni donna. E una volta che l’uomo lo sa, vedi, è entrato in uno stato di coscienza diverso.</p>
<p>Andrew Cohen: Ma perché l’uomo ama la donna nel modo che stai descrivendo, al di là dell’imperativo biologico?</p>
<p>Barry Long: L’imperativo biologico è in tutti, Andrew, e questo, in primo luogo, serve ad assicurare la riproduzione della razza. E riprodurre l’esistenza è una cosa terribile, davvero. È dovuto all’ignoranza e provoca molta infelicità, perché chiunque nasce, sperimenterà infelicità, mentre coloro che sono morti o si trovano in un sonno profondo senza sogni, non sperimentano niente di tutto ciò. E questo è meraviglioso.</p>
<p>Vedi, siamo animali e ce lo dimentichiamo. Ma siamo anche ciò che chiamiamo “spirito”, e questo spirito è entrato dentro questo animale, la cui carne e i cui istinti ora lo avvolgono. È come portare l’autocoscienza dentro un animale, una vacca, per esempio: otterresti immediatamente una mente che va avanti e indietro con ogni sorta di pensiero sessuale. Poiché, però, gli animali non hanno una mente, ma solo degli istinti, non hanno pensieri sessuali (grazie a Dio!). Invece, quando metti la coscienza di sé dentro un animale umano, ne ricavi esattamente i problemi di cui stiamo parlando.</p>
<p>Quindi, dobbiamo separare l’animale dallo spirito, perché gli istinti animali sono quelli che chiamiamo l’ego o il sé, il piccolo sé. E questo viene fatto attraverso la vita spirituale, rinunciando a se stessi, non è così? Abbandonando l’autoindulgenza e le distrazioni, e affrontando la verità di ciò che amiamo di più. Infatti, ciò che amiamo di più è sempre Dio, e Dio è amore, verità, mistero… Ma gli insegnanti, le parole e le opinioni hanno nascosto tutto ciò, invece di aiutare a venire al dunque. Se vuoi realizzare Dio <em>fuori</em> dell’esistenza – cioè solo dentro di te, dentro il tuo corpo – dovrai certamente attraversare la rinuncia, la negazione e la dissoluzione di sé. Sei tu stesso a impedire la realizzazione naturale di Dio, che è la grande verità fuori dall’esistenza. Ma nessuno sembra preoccuparsi o chiedersi come realizzare Dio nell’esistenza. E io affermo che amare una donna è il modo di realizzare Dio nell’esistenza, perché questo è Dio. È molto semplice.</p>
<p>Andrew Cohen: Stai dicendo che, al di là del bisogno biologico, il motivo per cui un uomo ama una donna è soprattutto…</p>
<p>Barry Long: Perché la donna è Dio.</p>
<p>Andrew Cohen: Ma la donna è davvero Dio? Oppure l’uomo la riconosce tale perché ancora pensa a se stesso come a un uomo?</p>
<p>Barry Long: È così. Ma questo avviene perché lei è veramente la sua parte mancante. Lui riconosce: «Ecco l’amore che mi manca».</p>
<p>Andrew Cohen: Con “amore che manca” intendi che finché l’uomo non si sarà unito con una donna, nel mondo o nell’esistenza, continuerà a sentirsi parziale e non integro?</p>
<p>Barry Long: Si, non sarebbe integro. Nonostante tutte le sue realizzazioni di Dio fuori dall’esistenza, non sarebbe davvero integro. Infatti, il punto sta nel riuscire a portare Dio da fuori l’esistenza a dentro di essa. In quel momento, hai la totalità.</p>
<p>Andrew Cohen: E questo, nel tuo insegnamento, è il raggiungimento della realizzazione di Dio.</p>
<p>Barry Long: Si.</p>
<p>Andrew Cohen: È molto potente. E, come ti dicevo all’inizio, quando ci siamo seduti a leggere il tuo libro, mi sono trovato in uno stato di espansione. Non appena ho cominciato a leggerlo, il suo contenuto è entrato in me. Immediatamente ho colto il punto e ho detto agli altri: «Penso di avere capito». E quando ho cominciato a spiegare la mia comprensione, tutti sono stati spinti verso la stessa esperienza e hanno cominciato a comprendere a loro volta.</p>
<p>Barry Long: Tu hai certamente compreso, come dimostrano le tue domande. Poi, come per ogni insegnamento, tutto ciò che bisogna fare è mettere in pratica, cosa che certamente saprai. Ma bisogna anche tenere a mente che questa è una cosa difficile e complessa, sia da capire, innanzitutto, che da vivere.</p>
<p>Andrew Cohen: Dal tuo punto di vista, Barry, è vero che un uomo o una donna che hanno realizzato Dio, ma che non hanno praticato l’adorazione dell’uomo o della donna nel mondo sono…</p>
<p>Barry Long: Incompleti?</p>
<p>Andrew Cohen: Si, incompleti. Oppure, in un certo senso, non hanno completato la propria realizzazione in questa esistenza. È questo che credi?</p>
<p>Barry Long: Penso che dalla nostra conversazione si capisce chiaramente che è così. Non è qualcosa che mi sono inventato.</p>
<p>Andrew Cohen: Allora perché, secondo te, un uomo o una donna realizzati non lo fanno? Infatti, è certo che molti uomini e donne realizzati non l’hanno fatto.</p>
<p>Barry Long: La sola cosa che dobbiamo ricordare è che qualsiasi persona che ha realizzato Dio potrebbe dire: «Non ha importanza; questa esistenza non ha importanza». Oppure, potrebbe affermare che è certamente importante, ma non in senso assoluto. Siamo materia, quindi di sicuro questa esistenza è sempre importante. Un uomo che ha realizzato Dio, però, può sostenere: «Non ha importanza. Ho realizzato Dio. L’esistenza cesserà, e questa è la sua fine». Ebbene, questo potrebbe essere abbastanza corretto, ma io sono nel mondo, nell’esistenza, e a causa della mia discriminazione, che è la discriminazione di ogni uomo spirituale, vedo che la maggior parte dell’infelicità nell’esistenza deriva dalla relazione tra l’uomo e la donna. E mi sento spinto, come ogni persona spirituale, a eliminare l’ignoranza della gente, che è la causa della loro infelicità. Questo è ciò che vedo e affronto.</p>
<p>Altrimenti, non ha importanza. Non è una cosa davvero importante, dal punto di vista dell’immortalità o dell’eternità. Ma se guardiamo bene, siamo qui per una ragione –ognuno di noi lo è – e conosciamo il valore dell’armonia, della bontà o della rettitudine, che è Dio. Così, presumo che tutti ci sforzeremo di trovare queste cose. Per me, quindi, è abbastanza evidente che questa è la via giusta, anche se non lo sappiamo benissimo.</p>
<p>Andrew Cohen: Tuttavia, in alcune tradizioni occidentali e in molte di quelle orientali, si è sempre insistito molto sulla rinuncia assoluta e/o sulla trascendenza dell’attività sessuale come un mezzo o un veicolo per concentrarsi in modo esclusivo e totale sulla ricerca della realizzazione di Dio.</p>
<p>Barry Long: Può darsi. È possibile realizzare Dio fuori <em>dall’</em>esistenza. Poi, però, che cosa farai <em>nell’</em>esistenza? Una volta che hai realizzato Dio fuori <em>dall’</em>esistenza, e sei tutto puro e santo, che cosa farai con l’infelicità che ti circonda?</p>
<p>Andrew Cohen: Ma, per esempio, alcuni preti cattolici affermano che grazie al voto di castità possono amare tutti gli esseri ugualmente e nessuno in particolare; la castità permette loro di dedicarsi fino in fondo all’alleviamento della sofferenza di tutti i figli di Dio.</p>
<p>Barry Long: Sono dei preti, e io parlo solo ai maestri. Ascolto solo il maestro… La nota originale. Altrimenti, abbiamo dei preti, dei commentatori spirituali che si inventano le cose. Sai, questa gente scrive libri, tiene conferenze, fa di tutto, ma non riesci a credere a una sola parola di quello che dice, perché non è ispirata dalla realizzazione di Dio, e puoi rendertene conto.</p>
<p>Andrew Cohen: Ricordo di aver sentito qualcuno parlare di cavalleria nel tuo insegnamento. Secondo te, cosa vuol dire davvero essere un uomo e una donna? Per esempio, qual è il modo giusto con cui gli uomini si devono comportare verso le donne, a tuo giudizio?</p>
<p>Barry Long: Il modo giusto è imprecare il meno possibile in sua compagnia, perché ciò è una denigrazione di quello che c’è fra loro, e non dovrebbe succedere. Naturalmente, nella società contemporanea qualche imprecazione salterà fuori… Ma, in genere, si tratta di una cosa semplice come il non imprecare in compagnia l’uno dell’altra. Ora, un paio di notti fa, abbiamo visto il video di un uomo e una donna che si amavano davvero, ma a ogni istante lei diceva: “Insomma, che cazzo succede?”. Questo giunge ai nostri figli, sai, che dovranno amare la gente, ma ciò non è possibile quando dici abitualmente cose di questo tipo, perché si tratta di un’imprecazione. È un’azione di forza che avviene fra noi, e così facendo perpetuerò il mio ego di uomo, animale e aggressivo. Questa è una delle cose da evitare. Devo cercare di fare tutto quello che posso per aiutarti non solo a essere civile, ma anche tenera nel modo con cui mi parli, così come io lo sono quando ti parlo. Poiché dobbiamo parlarci, facciamolo in modo amorevole… Con ciò non intendo in modo sdolcinato. È lo spirito di Dio che si manifesta tra noi in forma di armonia, nelle nostre azioni e nel nostro comportamento. Dio è armonia. Così, direi, si tratta di piccole cose come questa.</p>
<p>Vedi, quando due persone si amano veramente, quando fanno l’amore nel modo divino di cui abbiamo parlato, tutto quello che c’è da dire è: «Ti amo. Sei davvero splendido». Lei lo dice a lui e lui a lei. Si abbracciano, si baciano, si tengono per mano. Nessuna discussione che abbia a che fare con la vita spirituale… a parte Sara che ogni tanto mi chiede: «Sei sicuro che io sono abbastanza spirituale? Ne sei davvero certo?». Per quanto mi riguarda, sembra che io non abbia alcuna domanda. Dico solo: «Ti amo». Il non avere nulla da chiedere è, secondo me, la cosa più difficile da afferrare per chiunque. Essere semplicemente vuoti, senza che affiori alcunché, riuscire semplicemente a vivere ogni momento in uno stato di…nemmeno di amore, perché l’amore non è un sentimento; l’amore è un istante. Insomma, in uno stato di assenza di tutto! Questo accade anche alle persone comuni; entrano in uno stato dove non sanno niente e si terrorizzano. Ma questo è lo stato sacro! Le persone comuni non sono state informate, quindi non possono capire che va tutto bene, che questo è lo stato sacro di cui parlano i maestri, in cui non si conosce alcunché. Ecco perché si spaventano quando sentono di aver perduto il filo.</p>
<p>La donna, quando ama, non sa niente. È l’amante, è Dio in forma femminile, cioè puro amore; fa quello che fa, ma non ha la forza in sé. Noi uomini abbiamo la proiezione fisica; la nostra propensione naturale è il dono, mentre quella di lei è ricevere ed essere. La gente afferma che l’uomo e la donna sono uguali, ma io sostengo che non lo sono affatto. Sono assolutamente diversi, grazie a Dio! So che lei è Dio, e la amo per questo. Lei mi ama perché sono Dio, e questo è basilare. E non so se ho risposto alle tue domande o no.</p>
<p>Barry Long è nato a Sidney, in Australia, nel 1926. All’età di trentuno anni un intenso desiderio spirituale lo ha spinto ad abbandonare la carriera di giornalista per cercare la realizzazione spirituale. Subito dopo, il suo amore appassionato per una donna catalizzò una potente trasformazione spirituale. Infine, si trasferì a Londra dove cominciò a insegnare. Nell’86 ritornò in Australia e fondò la Barry Long Foundation International. Ha tenuto seminari in tutto il mondo e ha pubblicato numerosi libri e audiocassette di insegnamenti.</p>
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<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/1899324038/innernet-20">Barry Long. Knowing Yourself: The True in the False. Barry Long Books. 1996. ISBN: 1899324038</a></p>
<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/1899324143/innernet-20">Barry Long. Making Love: Sexual Love the Divine Way. Barry Long Books. 1999. ISBN: 1899324143</a></p>
<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/1899324003/innernet-20">Barry Long. Meditation a Foundation Course: A Book of Ten Lessons. Books Britain. 1996. ISBN: 1899324003</a></p>
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<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/095080505X/innernet-20">Barry Long. The Way in: The Book of Self-Discovery. Barry Long Books. 2000. ISBN: 095080505X</a></p>
<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/189932416X/innernet-20">Barry Long. Where the Spirit Speaks to Its Own: The Passion of Spiritual Awakening. Barry Long Books. ISBN: 189932416X</a></p>
<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/1883929083/innernet-20">Andrew Cohen. Enlightenment Is a Secret: Teachings of Liberations. Moksha Press. 1995. ISBN: 1883929083</a></p>
<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/188392930X/innernet-20">Andrew Cohen. Living Enlightenment: A Call for Evolution Beyond Ego. Moksha Press. 2002. ISBN: 188392930X</a></p>
<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/1883929075/innernet-20">Andrew Cohen. My Master Is My Self: The Birth of a Spiritual Teacher. Moksha Press.1995. ISBN: 1883929075</a>Copyright originale “What is Enlightenment” magazine <a href="http://www.wie.org/">www.wie.org</a><br />
Traduzione di Nityama Masetti. Revisione di Gagan Daniele Pietrini.<br />
Copyright per la traduzione italiana: Innernet.</p>
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		<title>Risvegliarsi al presente: intervista a padre Thomas Keating</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Mar 2010 12:36:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Keating</dc:creator>
				<category><![CDATA[Maestri]]></category>
		<category><![CDATA[buddismo]]></category>
		<category><![CDATA[cistercensi]]></category>
		<category><![CDATA[cristianesimo]]></category>
		<category><![CDATA[Thomas Keating]]></category>

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		<description><![CDATA[Padre Thomas Keating è un monaco cistercense del monastero di San Benedetto a Snowmass, nel Colorado. È noto per essere un fautore della preghiera “di centratura”, una pratica individuale di silenzio contemplativo attraverso l’uso di una parola sacra (come “Dio”, “Gesù”, “pace”, “silenzio”, “apertura” o “presenza”) oppure un’immagine sacra (ad esempio, il riposo nelle braccia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Padre Thomas Keating è un monaco cistercense del monastero di San Benedetto a Snowmass, nel Colorado. È noto per essere un fautore della preghiera “di centratura”, una pratica individuale di silenzio contemplativo attraverso l’uso di una parola sacra (come “Dio”, “Gesù”, “pace”, “silenzio”, “apertura” o “presenza”) oppure un’immagine sacra (ad esempio, il riposo nelle braccia del Signore). Diversamente dal mantra, la parola o l’immagine non vengono ripetute continuamente, bensì considerate come punto focale al quale fare riferimento quando il consueto clamore dei pensieri diventa troppo insistente.</p>
<p>Padre Keating è anche l’autore di diversi libri, tra i quali <em>Il mistero di Cristo</em> e <em>Invito all&#8217;amore</em>. Nella metà degli anni Ottanta gettò le basi del programma <em>Contemplative Outreach</em>, il cui fine era dare informazioni sulla vita contemplativa non solo agli ordini monastici, ma a tutti i cristiani. Ciò veniva offerto attraverso ritiri intensivi della preghiera di centratura a Snowmass e in altri centri regionali affiliati.</p>
<p>Uno di questi centri è <em>Chrysalis House</em>, vicino al villaggio di Warwich, in mezzo alle colline boscose a circa ottanta chilometri a nord-ovest di New York. Proprio lì ha avuto luogo questa intervista, un pomeriggio degli ultimi giorni di ottobre.</p>
<p>Cynthia Bourgeault: Nel libro <em>Il mistero di Cristo</em> parli del fatto che viviamo in due diversi tipi di tempo, quello ordinario e quello eterno. Potresti spiegarci cosa intendi con questa distinzione?</p>
<p>Thomas Keating: Il tempo eterno implica i valori dell’eternità, che trascendono il tempo ordinario, interrompendo il tempo lineare. Al di là del mondo tridimensionale del tempo e dello spazio, c’è la sua fonte originaria, che è sempre presente anche come fondamento di ogni realtà. E i suoi valori comprendono e uniscono l’eternità in un eterno abbraccio. In tal modo, per la persona o il ricercatore che ha interiorizzato questi valori, tutta l’eternità è presente in ogni istante.</p>
<p>Cynthia Bourgeault: Il momento in sé si posiziona all’interno del tempo cronologico?</p>
<p>Thomas Keating: Sì, il tempo cronologico continua a scorrere. In questo contesto potremmo anche immaginarlo come un tempo circolare. Il tempo cronologico è una delle concezioni preferite in occidente, mentre il tempo “circolare”, forse più aderente ai cicli naturali, gode di maggiore considerazione nelle religioni orientali. Ma in ambedue i casi, sia che lo si concepisca come circolare o lineare (e quindi diretto verso un punto finale), il tempo eterno è presente in tutti gli istanti, dal momento che trascende il continuum spazio-temporale. E questo è ciò che rende straordinario ogni momento del tempo ordinario.<span id="more-784"></span></p>
<p>Cynthia Bourgeault: Non sembra che noi lo avvertiamo molto spesso come straordinario.</p>
<p>Thomas Keating: Questo avviene perché la nostra percezione del tempo è ordinaria, nel senso che ci sembra che non stia accadendo niente. Ma nella realtà, in ogni istante sta accadendo di tutto…</p>
<p>Cynthia Bourgeault: …se solo potessimo risvegliarci a ciò?</p>
<p>Thomas Keating: Questo è l’autentico significato di “risveglio”. “Risveglio” vuol dire la riscoperta del pieno valore di ogni istante, in quanto permeato di valori eterni. E di pari passo con l’eternità, ovviamente, vanno tutti i valori intuitivi dell’unità che vengono nascosti dalla percezione delle categorie e delle divisioni a livello mentale-egoico, o razionale, soprattutto in quelle culture spogliate delle loro radici e tradizioni contemplative. A un livello più elevato o profondo (che io preferisco definire più “centrato”) qualsiasi movimento verso il centro di sé è, allo stesso tempo, movimento verso il centro di tutti, ovvero verso quell’unità che è la fonte di tutta la creazione. In altre parole: gli individui sono legati insieme da una forza unificante che è sempre presente, ma di solito non è percepita (a causa della condizione umana) senza la disciplina di una pratica che riesca a penetrare il mistero del tempo ordinario.</p>
<p>Cynthia Bourgeault: Stai parlando solo della nostra civiltà occidentale o dell’intero genere umano?</p>
<p>Thomas Keating: Dell’intero genere umano. Tutte le religioni del mondo sembrano d’accordo nel sostenere che il presente stato di consapevolezza evolutiva è molto basso.</p>
<p>L’illusione (non sapere cosa è la felicità autentica) e la concupiscenza (il desiderio di cose sbagliate o la brama eccessiva di quelle giuste) ci fanno soffrire. E se anche riuscissimo a scoprire la strada per la perfetta felicità, non riusciremmo a seguirla a causa della nostra mancanza di volontà e scarsa energia. Questo è quello che i cristiani definiscono classicamente “le conseguenze del peccato originale” mentre nella religione induista ciò viene indicato come “maya”: ovvero, la comprensione che nell’apparente stato attuale della consapevolezza di tutti – della famiglia umana – qualcosa manca o è radicalmente sbagliato. Alcune religioni descrivono tutto ciò come una caduta da uno stato di grazia o felicità maggiori.</p>
<p>E così, nel disperato sforzo di trovare la felicità – sforzo che sembra comune a tutti gli uomini – cominciamo a sviluppare programmi emozionali che puntellino il nostro fragile ego, per compensare la felicità che non riusciamo più a trovare nell’esperienza intima della fonte della vita. Quando si smarrisce la connessione con le nostre origini, quasi ogni cosa sembra meglio del vuoto, della noia, dell’alienazione – del terrore esistenziale, forse – che vanno di pari passo con il senso di isolamento in un universo potenzialmente ostile.</p>
<p>Cynthia Bourgeault: Non c’è una parte di noi che ostacola questo ricongiungimento? Qualcosa al nostro interno che rimane attaccato alla percezione usuale del tempo? Dobbiamo arrivare a combattere per ritrovare la nostra fonte unitaria?</p>
<p>Thomas Keating: Penso che in genere le cose vengono sperimentate così. Infatti, questo è il motivo per cui nelle diverse tradizioni si usa l’immagine del guerriero o del combattente spirituale: perché si <em>tratta</em> di una guerra. L’illusione non sparisce a semplice richiesta; è saldamente radicata nel subconscio, al punto che anche quando siamo coscientemente immersi nel viaggio spirituale e nei suoi valori, l’io falso ride di queste cose e continua per la sua strada. E qui si sperimenta la contraddizione tra ciò che si vorrebbe fare e ciò che realmente si fa, rimanendo ancora sotto l’influenza dell’inconscio. Il nocciolo dell’ascesi, in pratica, consiste nel tentativo di smantellare i valori inconsci, ma questi permangono fino a quando non gli si dà coscientemente la caccia.</p>
<p>Questo è il motivo per cui vediamo persone che fanno parte di gruppi religiosi, o che hanno intrapreso un cammino spirituale, abbandonare beni di tutti i tipi e cominciare una nuova vita. Ma se non si chiede al falso sé di cambiare, nulla muta veramente. È la stessa mondanità, magari sotto una facciata rispettabile.</p>
<p>Cynthia Bourgeault: Insomma, quello che è necessario è cambiare atteggiamento.</p>
<p>Thomas Keating: Esatto, e questo è difficile che avvenga, perché quando cominciamo il cammino spirituale, il falso sé è fortemente radicato in noi. E quindi la sua influenza nella nostra vita è molto potente e sottile, a meno che non lo affrontiamo direttamente, cercando di smantellarlo. O, come dicono i buddisti, cerchiamo di avere “una mente che non si aggrappa a nulla”.</p>
<p>Cynthia Bourgeault: Prima hai parlato del bisogno “della disciplina di una pratica che riesca a penetrare il mistero del tempo ordinario”. Ti stavi riferendo espressamente alla preghiera di centratura ?</p>
<p>Thomas Keating: La preghiera di centratura è una tecnica per introdurre la dinamica della contemplazione nella tradizione cristiana. Mettendo tra parentesi, per così dire, il flusso ordinario dei pensieri per un tempo predeterminato, in modo di poter cercare Dio a livello intuitivo, si permette al praticante di sperimentare una pausa dall’usuale flusso di pensieri che tendono a rinforzare gli oggetti dei desideri del falso sé. Quindi, è un modo per iniziare a risvegliarsi ai valori eterni che sono sempre stati presenti, ma soffocati da questo chiasso di desideri interminabili e di bisogni disperati.</p>
<p>Cynthia Bourgeault: Mi domando se questa sorta di interruzione, di rilassamento nel momento presente, non esista in pressoché tutte le tradizioni.</p>
<p>Thomas Keating: In forme diverse, ha un ruolo essenziale in tutte le tradizioni; inoltre, ci sono molti modi per raggiungerlo. Lasciando andare il flusso ordinario dei pensieri durante una preghiera regolarmente ripetuta, si sperimentano il silenzio, la solitudine, una vita semplice e la disciplina della preghiera. In tutte le tradizioni questi sono i quattro ingredienti di uno stile di vita contemplativo, e nella realtà dei fatti essi riescono spontaneamente a manifestarsi come un cambiamento di abitudini di vita, ovvero nel raggiungimento di un livello di quiete e benessere più profondi che durante il sonno normale.</p>
<p>Ma nella tradizione cristiana il singolo individuo ha una relazione personale con Cristo o con Dio, pertanto non si prega solo per avere un’esperienza di quiete, ma per approfondire il proprio rapporto con Dio, cosa che a sua volta rende capaci di affrontare il lato oscuro dell’inconscio. Se dentro di noi non stiamo trasformando questa esperienza di quiete nella pratica e nella libertà interiore, tale esperienza è semplicemente un ottimo calmante.</p>
<p>Cynthia Bourgeault: Tutto ciò ha a che fare con l’ingiunzione di San Paolo di “pregare senza sosta” ?</p>
<p>Thomas Keating: L’autentico significato della preghiera senza sosta, secondo me, è che la presenza divina o i valori eterni nel momento presente cominciano a diventare più trasparenti: diventano una sorta di quarta dimensione del mondo tridimensionale. La consapevolezza della presenza di Dio al livello più sottile di tutte le realtà comincia a essere una sorta di addizione spontanea della consapevolezza ordinaria, non attraverso un pensiero o uno sforzo, ma perché semplicemente esiste, e la nostra capacità di percepirlo si è risvegliata grazie alla preghiera contemplativa.</p>
<p>Poter accedere alla presenza divina dentro di noi sembra in grado di sbloccare la capacità di percepire quest’ultima in ogni evento, per quanto opachi questi ultimi possano sembrare alle comuni percezioni umane. Per cui, la preghiera senza sosta vuol dire essere consapevoli della presenza divina in ogni istante, come una parte spontanea della realtà.</p>
<p>Cynthia Bourgeault: Finora abbiamo parlato della preghiera contemplativa come di una relazione personale con Dio. Non c’è una somiglianza con il modo in cui una comunità religiosa, in quanto gruppo, può compiere una simile relazione attraverso la liturgia, in particolar modo durante l’Eucarestia?</p>
<p>Thomas Keating: Assolutamente sì. Forse per la maggior parte di noi è la partecipazione regolare al culto a tenerci in contatto con i valori eterni in maniera regolare e ricorrente. Nell’antico testamento, il sabato pare aver avuto questa funzione, e la domenica per i cristiani è semplicemente un altro modo per celebrare una sorta di momento “di vetta” nel tempo ordinario, in cui l’accesso al tempo eterno è particolarmente forte, di solito grazie alla comunità di individui praticanti che cerca di entrare in contatto con il divino.</p>
<p>Cynthia Bourgeault: La liturgia è rivolta solo alla comunità o anche al singolo individuo? E cosa dona essa all’individuo che la preghiera contemplativa non potrebbe donare?</p>
<p>Thomas Keating: Fortunatamente, le due cose sono strettamente legate, quindi ogni progresso nella prima è un progresso nella seconda; inoltre, esse tendono a rinforzarsi reciprocamente. In altre parole, la migliore preparazione per l’eucarestia è rendere più profondo l’atteggiamento contemplativo. E in realtà la contemplazione è in se stessa un evento sociale, perché è una partecipazione reale alla passione e morte di Cristo, ovvero il paradigma di quello che sta avvenendo dentro di noi. In altre parole, anche noi stiamo sperimentando la morte del falso sé: questo è, secondo i cristiani, il significato del Cristo che assume la condizione umana, che “si fa carne”. La “carne” indica la condizione umana nel suo stato decaduto, e questo è ciò che, secondo noi, il figlio di Dio ha preso su di sé.</p>
<p>Cynthia Bourgeault: Puoi dire qualcosa di più riguardo l’anno liturgico, ovvero il modo in cui esso espande e approfondisce i vari momenti della liturgia su basi cicliche e regolari?</p>
<p>Thomas Keating: Ciascun istante di tempo è ovviamente breve, almeno dalla nostra prospettiva. Così, anche se l’intero mistero di Cristo è contenuto in un’eucaristia, poter in qualche modo “disfare il pacco” e separare le varie parti è molto importante. In tal modo, è possibile concentrarsi su un solo aspetto di questo mistero vivente e dinamico; esso può venir comunicato totalmente in un solo momento, ma, date le umane facoltà, può venire assimilato molto meglio tramite una graduale iniziazione a ciascun mistero, così come si manifestano nel ciclo.</p>
<p>A seconda di dove ti trovi nel processo, seguirai la liturgia identificandoti in uno stadio piuttosto che in un altro, perché in quel momento sei più in sintonia con quello stadio. Quando nel ciclo quel mistero si ripete, la consapevolezza si approfondisce. Alla fine, li hai assimilati e integrati tutti, e allora diventi la parola di Dio; in altri termini, ora l’hai udita a un livello più profondo che mai. In ultima analisi, il vangelo si rivolge al nostro essere più profondo, e in realtà non viene udito fino a quando non si raggiunge tale livello finale. E in quel momento tutti gli altri livelli si risvegliano e si arricchiscono, perché una volta raggiunto il centro e penetrato il mistero, tutti i simboli diventano più trasparenti e tutte le altre forme di preghiera si arricchiscono, senza che si debba dipendere da esse come sostituti del mistero stesso.</p>
<p>A proposito dell’anno liturgico, esiste una meravigliosa saggezza che insegna a vedere tutta la teologia spirituale in maniera concreta, quasi teatrale. Ma a differenza del teatro, non stai soltanto guardando: tu sei nel dramma e il dramma è in te. Pertanto, nella messa in scena della morte e resurrezione di Cristo, prima viene la purificazione rappresentata dalla quaresima: affrontare il falso Sé e smantellarlo con l’aiuto della grazia.</p>
<p>Dopo la quaresima, si è purificati e si accede ai misteri della pasqua e della pentecoste, esperienze di resurrezione frutto della libertà parziale dal nostro falso sé ottenuta grazie alle pratiche quaresimali. Anno dopo anno, nella liturgia si celebra la propria esperienza interiore di liberazione e di purificazione.</p>
<p>La pentecoste celebra il completamento del ciclo. Essa è la pienezza dello Spirito Santo, la piena illuminazione della grazia pentecostale, che consiste nel vedere la realtà attraverso gli occhi della saggezza divina, che è amore. E ricordiamo che l’anno liturgico legge il vangelo alla luce della pentecoste, non a quella degli stessi vangeli sinottici.</p>
<p>Cynthia Bourgeault: Ma il calendario liturgico non usa l’espressione “tempo ordinario” per il periodo tra pentecoste e avvento?</p>
<p>Thomas Keating: Sì, è chiamato così. Ma tutto il tempo è straordinario, quando viene osservato dalla prospettiva dello spirito.</p>
<p>Cynthia Bourgeault: Tuttavia, sembra che sottovalutiamo l’importanza del tempo ordinario nell’anno liturgico, così come smarriamo o ignoriamo l’importanza del tempo ordinario nella nostra vita quotidiana. Aspettiamo i giorni delle grandi feste come il natale, la pasqua e la pentecoste, e per il resto dell’anno pensiamo di non aver bisogno di andare a messa; questa non è un’esperienza “di vetta”.</p>
<p>Thomas Keating: Ma l’intero scopo delle grandi feste è risvegliarci all’importanza del tempo ordinario. Questo puoi vederlo negli ordini contemplativi. Dopo un po’, essi preferiscono i giorni feriali del tempo ordinario, perché questi ultimi non sono collegati a festività particolari, bensì comunicano la semplicità della vita quotidiana, con gli umili simboli del pane e del vino, del mangiare e del bere, che racchiudono tutto l’insieme della realtà.</p>
<p>In altre parole, tutta la vita è trasformata. L’eucarestia vuol dire che l’universo intero è davvero il corpo di Dio; dunque, qualunque sia la manifestazione dell’universo, stai sempre toccando, vedendo e sentendo Dio. E la coscienza che spontaneamente prende atto di questo profondissimo livello di realtà, è totalmente presente in queste cose semplici, perché adesso tutto è una rivelazione totale di Dio, che tu sia in chiesa o fuori da essa. Quindi, il vero motivo per andare in chiesa è riuscire a fare a meno di essa: il che è come dire che tu stesso sei diventato il tempio di Dio. E quindi il culto comunitario è la celebrazione di un’esperienza continua.</p>
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<p><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1924&amp;isbn=8830805807">Thomas Keating. La preghiera del silenzio. Dimensione contemplativa del vangelo. Cittadella. 1995. ISBN: 8830805807</a></p>
<p><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1924&amp;isbn=8887164398">Thomas Keating. Risvegli. La pratica della lectio divina. Appunti di Viaggio. 2003. ISBN: 8887164398</a><strong></strong></p>
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<p><!--[if !supportEmptyParas]--> <!--[endif]--></p>
<p>Originalmente apparso sulla rivista Parabola: The Magazine of Myth and Tradition <a href="http://www.parabola.org/">www.parabola.org</a><br />
Copyright originale: Cynthia Bourgeault, per gentile concessione.<br />
Traduzione di Gagan Daniele Pietrini.<br />
Copyright per l&#8217;edizione Italiana: Innernet.</p>
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		<title>Per Nadia</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Feb 2010 05:42:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Toshan Ivo Quartiroli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Maestri]]></category>
		<category><![CDATA[Nadia]]></category>
		<category><![CDATA[Osho]]></category>
		<category><![CDATA[poona]]></category>
		<category><![CDATA[Pune]]></category>

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		<description><![CDATA[Ricordati, solo ciò che puoi portare con te quando lascerai il corpo è importante.  Questo significa che, ad eccezione della meditazione, non c&#8217;è nulla di importante.
Tranne la consapevolezza, non c’è nulla d’importante,  perché solo la consapevolezza non può essere portata via dalla morte. Tutto il resto verrà sottratto, perché tutto il resto viene da fuori.
Solo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="nadia.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2010/02/nadia.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2010/02/nadia.jpg" alt="nadia.jpg" hspace="6" align="left" /></a>Ricordati, solo ciò che puoi portare con te quando lascerai il corpo è importante.  Questo significa che, ad eccezione della meditazione, non c&#8217;è nulla di importante.</p>
<p>Tranne la consapevolezza, non c’è nulla d’importante,  perché solo la consapevolezza non può essere portata via dalla morte. Tutto il resto verrà sottratto, perché tutto il resto viene da fuori.</p>
<p>Solo la consapevolezza sgorga dall’interno, e non può essere tolta. E le ombre della consapevolezza &#8211; la compassione, l&#8217;amore &#8211; a loro volta non possono essere portate via.  Esse sono parte intrinseca della consapevolezza.  Potrai portarti solo qualunque consapevolezza avrai raggiunto.  Questa è la tua unica vera ricchezza.  ( Osho)</p>
<p>Remember, only that which you can take with you when you leave the body is important. That means, except meditation, nothing is important.</p>
<p>Except awareness, nothing is important, because only awareness cannot be taken away by death. Everything else will be snatched away, because everything else comes from without.</p>
<p>Only awareness wells up within. That cannot be taken away. And the shadows of awareness &#8211; compassion, love &#8211; they cannot be taken away. They are intrinsic parts of awareness. You will be taking with you only whatsoever awareness you have attained. That is your only real wealth<br />
( Osho )</p>
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		</item>
		<item>
		<title>La via più semplice, estratto dal libro di Madhukar</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Feb 2010 17:02:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Innernet</dc:creator>
				<category><![CDATA[Maestri]]></category>

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		<description><![CDATA[Ospite: A volte, durante la mia indagine, sento che devo usare questo “chi sono io?” come un mantra perché la mia mente è così forte che devo ripeterlo continuamente. Va bene o non dovrei indagare in questo modo?
Madhukar: Va senz’altro bene, ma ciò ti può essere d’aiuto solo per un po’, poi scivolerai di nuovo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ospite: A volte, durante la mia indagine, sento che devo usare questo “chi sono io?” come un mantra perché la mia mente è così forte che devo ripeterlo continuamente. Va bene o non dovrei indagare in questo modo?</p>
<p>Madhukar: Va senz’altro bene, ma ciò ti può essere d’aiuto solo per un po’, poi scivolerai di nuovo nella mera ripetizione di un mantra – quel che numerosi guru consigliano di fare. Essi danno ai loro studenti un mantra da ripetere continuamente. Ciò crea un certo stato mentale, una certa armonia, ma questo stato non è il tuo vero Sé. È solo uno stato che viene e se ne andrà di nuovo. Se ti addormenti in qualsiasi tipo di stato, perdi la Verità, e per la Verità vieni al satsanga. Se tu dovessi rimanere in un certo stato per molti anni, potresti eventualmente scoprire, “Ancora non so chi sono. Ancora non so chi è.”</p>
<p>E allora avresti sprecato un sacco di tempo, e così l’indagine “chi sono io?” non è intesa a rimpiazzare pensieri spiacevoli. È un’indagine, una domanda. Se diventa solo una canzone, molto piacevole, armoniosa, raffinata, allora non sarà una domanda. Si pone una domanda per ottenere una risposta, vero? E dunque devi chiederti, “Chi sono io? Chi percepisce gli stati mentali turbati? Chi è persino in grado di ripetere questa domanda come un mantra? Chi è?” Quando cominci ad indagare, realizzi che la mente, che vuol dire l’attività mentale, il pensiero, appare e scompare continuamente. In qualche modo, la mente ruba la tua attenzione da questa indagine nel tuo vero Sé, e tu rimani di nuovo catturato continuamente da tutti i tipi di storie.</p>
<p>Queste sono principalmente storie del passato, che si riflettono sul passato, e desiderano il futuro, ma, in quell’istante, tu, chi tu sei, sei perduto. E nel perdere questo istante, rimani intrappolato in un labirinto di esperienze intellettuali e sensuali. Alcune ti hanno soddisfatto, altre ti hanno interessato, e altre ancora ti hanno eccitato, ma se sei onesto devi ammettere, “Non mi hanno dato la soddisfazione completa. Non sono totalmente pieno, non sono la pace stessa.” In casi molto rari ci si sveglia da sé. In base alla tradizione, solo un Guru può condurti fuori da questo labirinto. Ora questo Guru risiede nel tuo Cuore. Chi l’ha realizzato davvero?</p>
<p>Se non avete questa comprensione e se state cercando la libertà con ardore e sincerità, allora un Guru si manifesterà all’esterno. E quando dici che questo Guru risiede all’interno, non intendo dire che è seduto nella vostra mente. Se questo momento è perduto, la pace è perduta. Allora l’intero universo, che è fatto per soddisfarvi, per servirvi, diventa una macchina di tortura. Che peccato! Ma ora vi potete rallegrare immediatamente perché il mio messaggio è, “Voi siete la Libertà stessa.” Così, anche se la vostra immaginazione crea problemi, sofferenza, il fatto di sentirsi perduti e soli, ogni tipo di cosiddette emozioni e stati negativi, sono semplicemente immaginazione. Voi siete la Libertà stessa. Guardate, e istantaneamente si rivela.<span id="more-1279"></span></p>
<p>Così, se avete una personalità come la mia, una mente molto forte, fortemente intrappolata in attività mentali, potrebbe darsi che sia necessario indagare continuamente. Nel mio caso ce n’era bisogno. L’illuminazione è avvenuta da sé, tuttavia la mente è riapparsa. Senza la grazia del mio maestro, non sarei libero. Questa è stata la mia fortuna, pura grazia.</p>
<p>Ospite: Se sei in una situazione che tu senti ti torturerà continuamente, pensi che sarebbe meglio uscire da questa situazione o rimanere in essa giusto per vedere quel che ne vien fuori e poi bruciarla?</p>
<p>Madhukar: Chi la brucia?</p>
<p>Ospite: Se puoi passare attraverso le situazioni, te ne puoi liberare.</p>
<p>Madhukar: Sì, ma per quanti anni sei già passato attraverso situazioni? In questa vita sei già passato attraverso le tue “cose” che tu stesso sei diventato una “cosa”, ma chi sei, non lo sai. No, non consiglio di passare attraverso situazioni. Il mio consiglio è di indagare chi sei, qui e ora. Và alla tua stessa Fonte, sperimenta che non c’è affatto alcun problema, e da lì in poi, quando qualsiasi “cosa”, qualsiasi problema, appare, tu saprai che “io non sono questo”.</p>
<p>Questo è il mio consiglio. In base al tuo karma, ai tuoi vasana, le tendenze latenti del passato, “cose” potrebbero affiorare, ma tu saprai chi sei. Allora tutto brucia molto in fretta, perché tu non cerchi di estinguere il fuoco continuamente con le tue emozioni, con le tue abitudini inveterate. Non dovresti accendere la fiamma con una mano e gettare acqua su di essa con l’altra. Se fai così, rimarrai impegnato in questa vita così come lo sei stato in molte altre vite precedenti. Per migliaia di vite ti sei detto, “Lo brucerò. Guarderò dentro queste cose.” Tu ti sei già seduto negli ashram. Hai fatto ogni tipo di esercizi, meditazioni, e ripetuto mantra. Sei stato nelle scuole di filosofia, hai pulito gabinetti e scarpe, hai fatto di tutto. E così ora è tempo di afferrare questa possibilità di diventare libero.</p>
<p>Devi dire a te stesso, “In questa vita, ora, devo farcela.” Altrimenti ti ingannerai ripetutamente. Realizzare il tuo vero Sé, la Fonte, è l’essenza stessa di tutte le religioni e filosofie. È una possibilità molto specifica e rara. Ramana non disse mai, “Devi guardare nelle tue cose” e neanche Papaji lo disse, come i maestri mediocri che non sanno. Essi vogliono solo mantenerti impegnato perché questo è l’unico modo di mantenerti. E ad alcuni di voi piace rimanere impegnati. Solo un maestro mediocre ti lega alle pratiche, ti lega ad ogni tipo di attività come yoga, meditazione, o qualsiasi altra cosa, perché la trasmissione della libertà, che può essere realizzata immediatamente, non gli è disponibile. La libertà è il tuo diritto di nascita!</p>
<p>Ospite: Ora che posso essere con te ogni giorno, è facile per me chiedermi ripetutamente, “Chi sono io?” In questi giorni vivo come non ho mai vissuto prima, in una tale libertà. Mi ritrovo a fare cose che non avevo mai il coraggio di fare prima d’ora, ma quel che affiora ripetutamente quando ci sono delle forte emozioni e mi chiedo “Chi sono io?” sento il bisogno di tale attenzione, tale potere che ho il sentimento di essere tirato indietro verso questo lato “emotivo”. Mi spingo e tra questi due “lati” c’è il regno di disperazione che sono venuto a conoscere molte volte in questi ultimi mesi. Potresti dirmi qualcosa su questo, per favore?</p>
<p>Madhukar: Prima di tutto c’è un potere notevole, e così anche si pensi che devi usare e creare il potere, da dove viene questo potere? È la tua stessa fonte e così c’è un’abbondanza di potere.</p>
<p>Ospite: Ma si muove dall’altra parte!</p>
<p>Madhukar: Sì, perché è un’abitudine. Di fatto è una strada a senso unico dalla Fonte all’esperienza sensuale, e all’esperienza emotiva fuori nell’universo. Semplicemente svoltare non richiede alcun potere.</p>
<p>Ospite: E allora perché è così difficile?</p>
<p>Madhukar: Perchè hai adorato questo culto per molte vite, il “Difficile”. (Ride) È molto facile. Talvolta potrebbe esserci bisogno di uno sforzo, e altre volte, da sé, ti trovi in questa dimensione, su questo lato, o sull’altro. Questi sono semplicemente fenomeni. Devi scoprire chi è. Noi ci identifichiamo sempre con la forma esterna di una manifestazione o di uno stato emotivo, come ci sentiamo, bene o male, felici o infelici, confusi eccetera. E di nuovo ti ripeto, “Scopri chi è, assolutamente indipendentemente dal tuo stato emotivo.”</p>
<p>Certamente ti augurò felicità, di essere su quel lato dove tutto è facile, liscio, godibile, dove hai abbastanza coraggio da accettare quel che questo mondo ti offre ad ogni istante. Ma alla fine devi scoprire chi è, e questa fine è qui. Qui è dove terminano tutti gli sforzi. Tu sei fortunato; viene per stare con me. Ciò ti aiuta. Ogni giorno puoi venire a questo incontro, al satsanga, e così il giorno comincia molto bene.</p>
<p>A voi aiuta venire a stare con me. Quando capirete, anche voi, inviterete questa persona turbata nel vostro vero Sé dicendo, “Vieni, riposa con me perché io sono la Verità, l’Amore, la Pace.” Ciò non richiede sforzo; è un invito. Dovete essere anche amorevoli con queste parti dentro di voi che sono turbate poiché è semplice immaginazione. Ovviamente, la comprensione di base è che non ci sono affatto parti. C’è solo l’Essenza dell’Essere, solo la Coscienza, che vede ogni tipo di manifestazione, ogni tipo di stato, se è diretta verso i pensieri, le emozioni, nel corpo. Questa è la manifestazione “esterna”. E dunque chi è all’interno”? Chi è quì?</p>
<p>Il libro di Madhukar „<em>La via più semplice</em>” spiega, attraverso una serie di dialoghi, l’autoindagine, l’esplorazione del Niente totale, il vuoto al di là di tutti gli insegnamenti. Contiene anche un’intervista inedita con il maestro spirituale indiano Sri H.W.L. Poonja. OM edizioni Bologna, 2009,<br />
Vedi anche: <a href="http://www.madhukar.org " target="_blank">www.madhukar.org </a></p>
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		<title>Euforico nichilismo, intervista con Ramesh Balsekar</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Dec 2009 04:31:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Chris Parish</dc:creator>
				<category><![CDATA[Maestri]]></category>
		<category><![CDATA[advaita]]></category>
		<category><![CDATA[Balsekar]]></category>
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		<description><![CDATA[Immagina, se vuoi, che un mattino ti svegli in un altro mondo. Appena ti stropicci gli occhi per abituarti alla luce splendente del sole, vedi che sotto molti aspetti non è un mondo molto diverso da questo. Sei circondato da creature che, ai tuoi occhi, appaiono identiche agli esseri umani con cui di solito condividi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Immagina, s<a title="Euforico nichilismo 1.gif" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/euforico-nichilismo-1.gif"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/euforico-nichilismo-1.gif" alt="Euforico nichilismo 1.gif" hspace="6" align="left" /></a>e vuoi, che un mattino ti svegli in un altro mondo. Appena ti stropicci gli occhi per abituarti alla luce splendente del sole, vedi che sotto molti aspetti non è un mondo molto diverso da questo. Sei circondato da creature che, ai tuoi occhi, appaiono identiche agli esseri umani con cui di solito condividi il mondo.</p>
<p>Li osservi mentre si muovono nelle loro attività giornaliere, vivono le loro vite, s’intrattengono a conversare con gli altri, prendendo le miriadi di scelte e decisioni inerenti alle richieste della vita. Il quadro sembra rassicurante, familiare e normale.</p>
<p>Ma presto scopri che in questo mondo le cose <em>non</em> sono necessariamente come appaiono. Perché questi non sono esseri umani. No, questi sono “organismi corpo/mente” che, a differenza delle loro controparti umane, non hanno la facoltà di scegliere tra più possibilità o di prendere decisioni. Infatti, questi organismi non hanno niente che assomigli lontanamente a quello che chiameremmo libero arbitrio. Le trame delle loro vite furono scritte sulla pietra, molto tempo prima che nascessero, lasciando loro solo la possibilità di compiere meccanicamente degli atti per rappresentare la loro programmazione.</p>
<p>Questi, in apparenza delle creature umane, sembrerebbe, non sono diversi dalle macchine. Mentre apparentemente sembrano comportarsi come normali individui dal pensiero libero, indaffarati nelle loro attività quotidiane, stranamente quando gli viene chiesto, sostengono che non stanno facendo proprio niente. Infatti, in questo mondo peculiare, affermano che non ci sono “coloro i quali agiscono”.</p>
<p>Per di più, nessuno in questo mondo è mai ritenuto responsabile di qualcosa. Anche quando sembra che uno di questi esseri faccia del male ad un altro, non viene percepito nessun rimorso e non viene assegnata nessuna colpa. Se ti capitasse di chiedere a uno di questi organismi corpo/mente qualcosa a proposito, la risposta sarebbe che non c’era nessuno che aveva fatto niente. <span id="more-538"></span></p>
<p>L’etica è un concetto sconosciuto da queste parti. Le leggi di natura non sembrano applicabili in questo mirabile nuovo mondo. O forse qui sono state riscritte, dal momento in cui gli esseri sembrano osservare alcune strane leggi. Ti chiedi in quale luogo della Terra potresti essere. Ma non sei sulla Terra, sei atterrato sul Pianeta Advaita.</p>
<p>Sono venuto a Bombay a intervistare Ramesh Balsekar (recentemente scomparso, n.d.r.), uno dei più conosciuti insegnanti dell’Advaita Vedanta. Vive nel cuore di questa vasta, caotica città, in un’esclusiva zona di fronte al mare, che, mi ha informato il mio tassista, è dove abitano molti vip. Il portiere della sua casa, deducendo automaticamente che come occidentale dovessi essere venuto a visitare Ramesh Balsekar, mi diresse ad un piano superiore, dove c’è la spaziosa e ben ammobiliata residenza di Balsekar. Balsekar fu un padrone di casa molto cortese, accogliendomi calorosamente, nel suo immacolato, tradizionale abbigliamento indiano. Il suo atteggiamento era raggiante e vivace, e mi è stato difficile credere che avesse ottant’anni.</p>
<p>Ramesh Balsekar proviene da un ambiente insolito per un guru indiano. Istruito in occidente, ebbe una carriera di successo come dirigente e andò in pensione dalla sua carica di presidente della Banca dell’India all’età di sessant’anni. E mentre afferma di essere sempre stato incline a credere nel destino, fu solo dopo il suo ritiro dal lavoro che iniziò la sua ricerca spirituale, una ricerca che lo condusse velocemente dal suo guru – il rinomato maestro di Advaita Vedanta Sri Nisargadatta Maharaj.</p>
<p>Nisargadatta era un’insegnante impetuoso che divenne famoso in Occidente negli anni ’70 quando fu pubblicata una traduzione inglese dei suoi dialoghi intitolata <em>I Am That (Io sono quello</em>, Astrolabio, Milano, 2001) – un libro che è diventato un classico spirituale moderno. Entro meno di un anno dall’incontro con Nisargadatta, accadde improvvisamente a Balsekar quello che lui ha definito <em>“la comprensione finale”</em> –<em> l’illuminazione</em> – mentre stava traducendo per conto del suo guru.</p>
<p>Secondo il racconto di Balsekar, Nisargadatta lo autorizzò ad insegnare appena prima di morire, e da allora, ha costantemente condiviso il suo messaggio come successore di questo maestro molto rispettato. Balsekar ha pubblicato molti libri dei suoi insegnamenti ed ha insegnato in Europa, negli Stati Uniti e in India. Tiene <em>satsang</em> [udienze con un maestro spirituale] ogni mattina nel suo appartamento, e un flusso costante di ricercatori quasi esclusivamente occidentali va a Bombay per vederlo.</p>
<p>All’inizio volevamo intervistare Balsekar, sia perché è un popolare e influente insegnante Advaita – adesso ha autorizzato dei suoi studenti all‘insegnamento – e sia perché è considerato, da molti, il successore di uno dei più riconosciuti insegnanti Advaita dell’era moderna. Nello studiare gli scritti di Balsekar, abbiamo presto realizzato che stava insegnando una forma dell’Advaita insolita e possibilmente eccentrica che induceva, francamente, a nostro parere, a conclusioni opinabili e perfino disturbanti.</p>
<p>Sebbene il pensiero indiano sia stato a lungo criticato per le sue inclinazioni deterministiche, sembrava che Balsekar avesse portato questo fatalismo a un estremo senza precedenti. Fu sia un desiderio di esplorare questi spazi inquietanti, sia di proseguire con il nostro interesse soprattutto per gli insegnamenti Advaita, che alla fine mi portò a Bombay a parlare con lui. E mentre arrivai immaginandomi un incontro impegnativo, guardando a posteriori, mi è chiaro che, mentre ci fu offerto il caffè e ci sistemammo comodamente nel suo soggiorno, non avrei avuto nessuna possibilità di prepararmi al dialogo che stava iniziando.</p>
<p>Chris Parish: Sei sempre più noto come insegnante dell&#8217;Advaita Vedanta sia in India sia in Occidente. Puoi descriverci cosa insegni?</p>
<p>Ramesh Balsekar: Posso davvero dirlo con una sola frase. La frase su cui si basa il mio intero insegnamento è: “Sia fatta la tua volontà”. O come lo dicono i Musulmani, <em>Inshallah</em> –“Il volere di Dio.” O nelle parole di Buddha: “Gli eventi accadono, le azioni sono compiute, non c’è alcun individuo che agisce”. Vedi, il conflitto di base nella vita è: “Faccio sempre tutto nel modo giusto quindi mi aspetto la mia ricompensa; egli o ella fanno sempre qualcosa di sbagliato e quindi dovrebbero essere puniti”. Questa è la vita, non è cosi?</p>
<p>Chris Parish: Certamente, accade spesso.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Questa è la base di ciò che ho osservato. L’intero problema sorge perché qualcuno dice: “<em>Io</em> ho fatto qualcosa e <em>mi </em>merito una ricompensa, o <em>egli</em> ha fatto qualcosa e perciò <em>lo </em>voglio punire per quello che ha fatto”.</p>
<p>Chris Parish: Come conduci le persone a questo – che “non c’è colui che agisce”?</p>
<p>Ramesh Balsekar: È molto semplice. Se analizzi ciascuna azione che consideri la <em>tua</em> azione, scoprirai che è una reazione del cervello ad un evento esterno sul quale non hai alcun controllo. Un pensiero arriva – non hai controllo sul pensiero in arrivo. Qualcosa viene visto e udito – non hai controllo su ciò che vedrai e udrai in seguito. Tutti questi eventi accadono senza il tuo controllo. E poi che succede? Il cervello reagisce al pensiero o alla cosa vista, udita, gustata, odorata, o toccata. La reazione del cervello è ciò che chiami “la tua azione”. Ma, di fatto, è solamente un concetto.</p>
<p>Chris Parish: Qual è la differenza, quindi, fra i pensieri, le sensazioni e le azioni di una persona illuminata e di una non illuminata?</p>
<p>Ramesh Balsekar: Succede la stessa cosa. La sola differenza è che il saggio capisce che quello è ciò che sta accadendo. Perciò sa che non c’è niente che <em>egli</em> stia facendo – <em>semplicemente le cose accadono</em>. Il saggio sa che “io non sto facendo niente”. Ma l’uomo comune dice: “Io faccio delle cose e loro fanno delle cose. Perciò voglio la mia ricompensa e voglio che loro siano puniti”. La ricompensa o la punizione derivano dal fatto che io, lui, o lei facciamo delle cose.</p>
<p>Chris Parish: Posso capire attraverso la mia esperienza che non abbiamo controllo sui pensieri e le emozioni che affiorano. Ma qualche volta un’azione segue e talaltra no, e mi sembra che c’è una grande differenza tra quando un pensiero si manifesta solamente e quando viene intrapresa un’azione che coinvolge un’altra persona.</p>
<p><a title="Euforico nichilismo 2.gif" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/euforico-nichilismo-2.gif"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/euforico-nichilismo-2.gif" alt="Euforico nichilismo 2.gif" hspace="6" align="right" /></a>Ramesh Balsekar: L’azione che accade è il risultato della reazione del cervello al pensiero. Se si è soltanto testimoni del pensiero e il cervello non reagisce a quel pensiero, allora non c’è azione.</p>
<p>Chris Parish: Ma, se come tu dici, non c’è nessuno che decide come rispondere, chi è che causa il manifestarsi o meno di un’azione?</p>
<p>Ramesh Balsekar: Un’azione accade se è nel volere di Dio che accada. Se non è nel suo volere, non accade.</p>
<p>Chris Parish: Vuoi dire che ogni azione che si manifesta è per il volere di Dio?</p>
<p>Ramesh Balsekar: Sì – è il volere di Dio.</p>
<p>Chris Parish: Che agisce attraverso una persona?</p>
<p>Ramesh Balsekar: Sì, attraverso una persona.</p>
<p>Chris Parish: Sia che questa persona sia illuminata oppure no? Attraverso ognuno, in altre parole?</p>
<p>Ramesh Balsekar: Esatto. La sola differenza, come ho detto, è che l’uomo comune pensa: “ È la <em>mia</em> azione”, laddove il saggio sa che è l’azione di <em>nessuno</em>. Il saggio sa che “le azioni sono compiute, gli eventi accadono, ma non c’è un colui individuale che agisce”. Per quanto mi riguarda questa è l’<em>unica</em> differenza. La<em> sola </em>differenza tra un saggio e una persona comune è che la persona comune crede che ogni individuo <em>fa</em> ciò che accade attraverso quell’organismo del corpo/mente. Così dal momento che il saggio sa che non esiste azione che <em>egli</em> compia, se si produce un’azione che ferisce qualcuno, farà tutto ciò che gli è possibile per aiutare quella persona – ma non ci sarà nessun senso di colpa.</p>
<p>Chris Parish: Vuoi dire che se un individuo agisce in modo da ferirne un altro, la persona che l’ha compiuto, o, come dici, l’”organismo corpo/mente” che l’ha agito, non è responsabile?</p>
<p>Ramesh Balsekar: Quello che sto dicendo è che sai che: ”io” non l’ho fatto. Non dico che non sei dispiaciuto di aver ferito qualcuno. Il fatto che qualcuno è stato ferito indurrà un sentimento di compassione e il sentimento di compassione risulterà nel mio tentativo di fare il possibile per lenire la ferita. Ma non ci sarà senso di colpa: <em>io non l’ho fatto!</em> L’altra faccia della medaglia è che accade un’azione lodata dalla società che mi premia per questo. Non dico che non ci sarà felicità causata dalla ricompensa. Così come la compassione si è manifestata a causa della ferita, un sentimento di soddisfazione o felicità può sorgere a causa di una ricompensa. Però, non ci sarà orgoglio.</p>
<p>Chris Parish: Ma intendi letteralmente dire che se io vado a colpire qualcuno, non sono io a farlo? Voglio semplicemente essere chiaro a questo proposito.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Il fatto iniziale, il concetto originario, rimane ancora: tu hai colpito qualcuno. Sorge il concetto aggiuntivo che qualsiasi cosa accada è il volere di Dio, e la volontà di Dio relativa ad ogni organismo corpo/mente è il <em>destino</em> di quell’organismo corpo/mente.</p>
<p>Chris Parish: Quindi potrei soltanto dire: “Beh, ho agito per volontà di Dio, non è colpa mia”.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Certo. Un atto accade perché è nel destino di quest’organismo corpo/mente, e perché è il volere di Dio. E le <em>conseguenze</em> di quell’azione sono<em> anch’esse</em> il destino di quell’organismo corpo/mente. Se accade una buona azione, quello è il destino. Per esempio, prendiamo Madre Teresa. L’organismo corpo/mente conosciuto come Madre Teresa era stato così programmato affinché accadessero solo buone azioni. Quindi il manifestarsi di buone azioni era il destino dell’organismo corpo/mente chiamato Madre Teresa e le conseguenze furono un premio Nobel, ricompense, onorificenze e donazioni per le varie cause.</p>
<p>Tutto questo era il destino di quell’organismo corpo/mente chiamato Madre Teresa. Dall’altro lato c’è un organismo psicopatico che è programmato in modo tale &#8211; dalla stessa Sorgente – che accadano solo azioni cattive o perverse. La manifestazione di queste cattive azioni perverse è il destino di un organismo corpo/mente che la società chiama psicopatico. Ma lo psicopatico non ha <em>scelto</em> di essere tale. Infatti,<em> non c’è uno psicopatico</em>; c’è solo un organismo corpo/mente psicopatico, il cui destino è produrre azioni cattive e perverse. E anche le conseguenze di tali azioni sono il destino di quell’organismo corpo/mente.</p>
<p>Chris Parish: Ritieni che tutto sia predestinato? Che tutto sia programmato dalla nascita?</p>
<p>Ramesh Balsekar: Sì. Uso la parola “programmare” in riferimento alle caratteristiche inerenti all’organismo corpo/mente. La “programmazione” per me significa i geni più i condizionamenti ambientali. Non hai potuto scegliere i tuoi genitori, perciò non hai avuto scelta per quanto riguarda i tuoi geni. Allo stesso modo, non hai avuto voce in capitolo riguardo all’ambiente di nascita. Perciò non hai avuto scelta riguardo i condizionamenti dell’infanzia che hai ricevuto in quell’ambiente, che include i condizionamenti a casa, nella società, a scuola e in chiesa.</p>
<p>Gli psicologi affermano che la somma dei condizionamenti ricevuti entro i tre, quattro anni d’età è il condizionamento di base. Ci saranno condizionamenti ulteriori, ma il condizionamento di base che crea la personalità è la somma dei geni più il condizionamento ambientale. La chiamo programmazione. Ogni organismo corpo/mente è programmato in un modo unico. Non ci sono due organismi corpo/mente uguali.</p>
<p>Chris Parish: Sì, ma non è forse vero che due persone possono avere un assortimento di condizionamenti simile eppure essere completamente diverse l’una dall’altra?</p>
<p>Ramesh Balsekar: Certo. Per questo motivo uso due termini: uno è la <em>programmazione</em> dell’organismo corpo/mente stesso; l’altro è il <em>destino</em>. Il destino è il volere di Dio riguardo a quell’organismo corpo/mente, impresso al momento del concepimento. Il destino di un concepito può essere di non nascere affatto – nel qual caso sarà abortito. Tutto questo è un concetto, non ti sbagliare. Questo è il mio concetto.</p>
<p><a title="Euforico nichilismo. Ramesh" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/ramesh-balsekar.jpg"></a></p>
<p style="text-align: center"><a title="Euforico nichilismo. Ramesh" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/ramesh-balsekar.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/ramesh-balsekar.jpg" alt="Euforico nichilismo. Ramesh" /></a></p>
<p>Chris Parish: Affermi che questo è un concetto e, di sicuro tutte le parole sono concetti, ma come facciamo a sapere che questo concetto rappresenta la verità? Tendo a pensare che ognuno abbia delle responsabilità individuali e che, sebbene ci sia una certa quantità di condizionamenti che ereditiamo, possiamo tuttavia scegliere la risposta. Un individuo può trascendere gli aspetti del suo condizionamento, mentre un altro può rimanerci bloccato tutta la vita. Dal momento che questo accade, direi che è dovuto alla volontà dell’individuo di trascendere i condizionamenti, e di aver successo.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Ma se questo accade può accadere se non è nella volontà di Dio? Supponiamo che ci siano due persone: una cerca di superare i suoi limiti e ce la fa; l’altra non ce la fa. Quello che intendo è: sia colui che ha successo, sia colui che fallisce lo fa perché quello è il destino del suo organismo corpo/mente – che è la volontà di Dio.</p>
<p>Chris Parish: Ma non potremmo più semplicemente dire che è nella volontà di Dio dare ad ogni individuo la libera scelta di prendere le sue decisioni?</p>
<p>Ramesh Balsekar: No. Vedi, la mia domanda è: quale delle due volontà prevale? Quella dell’individuo o quella di Dio? Secondo la tua esperienza fino a che punto il tuo libero arbitrio ha prevalso?</p>
<p>Chris Parish: Penso che, a volte, la volontà dell’individuo possa certamente prevalere.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Nei confronti della volontà di Dio? Quando vuoi qualcosa e ti dai da fare per averlo e lo ottieni, lo ottieni perché la tua volontà <em>coincide</em> con quella di Dio.</p>
<p>Chris Parish: Prendiamo l’esempio di un individuo che diventa un tossicodipendente e rimane tale tutta la vita. Uno, può altrettanto facilmente argomentare, che ha fatto questa scelta per andare contro la volontà di Dio e ha avuto successo – precisamente perché c’è il libero arbitrio.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Ma sia che tu lo accetti o no<em> di per sé</em> è la volontà di Dio, non lo vedi? Che tu accetti la volontà di Dio o che tu non accetti la volontà di Dio, è<em> la stessa</em> volontà di Dio!</p>
<p>Chris Parish: Affermare che tutto è programmato anticipatamente, che tutto è destino, che non c’è libera scelta, sembra una forma molto estrema di riduzionismo. Secondo questa visione gli esseri umani sono come computer; tutto ciò che ci riguarda è completamente predisposto.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Sì, precisamente.</p>
<p>Chris Parish: Ma questa mi sembra una visione senza cuore. Allora siamo soltanto delle macchine – tutto ci accade. Non c’è niente che possiamo agire, niente che possiamo cambiare.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Sì, esattamente.</p>
<p>Chris Parish: Ma questo potrebbe facilmente condurre ad una profonda indifferenza verso la vita.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Sì, e se accadesse, allora sarebbe ottimo!</p>
<p>Chris Parish: <em>Davvero?</em></p>
<p>Ramesh Balsekar: Ma questo è il punto! Certo. Poi puoi dire che qualsiasi cosa accada viene <em>accettata</em>. Allora non c’è infelicità; non c’è miseria, non c’è colpa, orgoglio, odio, invidia. Che c’è di sbagliato in questo? E come già ti ho detto, le azioni accadono attraverso questo organismo corpo/mente, e se questo individuo scopre che un atto ha ferito qualcuno, nasce la compassione.</p>
<p>Chris Parish: Ma non appare un po’ strano prima ferire qualcuno e poi provare compassione? Non sarebbe meglio, in primo luogo, non ferirlo?</p>
<p>Ramesh Balsekar: Ma non è sotto il tuo controllo! Se lo fosse stato, in primo luogo non lo avresti mai fatto.</p>
<p>Chris Parish: Ma se uno crede di poter esercitare il controllo opponendosi alla credenza che afferma il contrario, potrebbe scegliere di non farlo.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Allora perché l’essere umano non esercita il controlla su ogni azione che si manifesta? Lascia che ti faccia una domanda. È evidente che l’essere umano possegga un intelletto straordinario, un intelletto tale che un piccolo essere umano è stato capace di spedire un uomo sulla luna.</p>
<p>Chris Parish: Sì, è vero.</p>
<p>Ramesh Balsekar: E ha anche l’intelletto per comprendere che se fa certe cose, altre cose terribili accadranno. <em>Ha </em>l’intelletto per sapere che se produce armamenti nucleari o armi chimiche, poi saranno usate e succederanno cose terribili nel mondo. Ha l’intelletto – dunque se possiede il libero arbitrio, allora perché lo fa? Se possiede il libero arbitrio, perché ha ridotto il mondo in queste condizioni?</p>
<p>Chris Parish: Ammetto che la situazione che descrivi è ovviamente malsana. Ma suggerirei che dipenda dal fatto che le persone hanno una volontà debole. E credo che possano cambiare se lo vogliono – se ci tengono.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Allora perché non l’hanno fatto?</p>
<p>Chris Parish: Alcune persone cambiano, ma, come ho detto, sfortunatamente sembra che i più abbiano una volontà debole. Il libero arbitrio da solo non ci assicura che agiremo con intelligenza. Come nell’esempio che hai appena portato, è chiaro che la gente spesso scelga di fare delle cose abbastanza dannose.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Se dici che abbiamo il libero arbitrio di distruggere il mondo, significa, in altre parole, che stiamo distruggendo il mondo perché lo <em>vogliamo</em> – sapendo benissimo che il mondo sarà distrutto! Il libero arbitrio significa che <em>vuoi</em> farlo.</p>
<p>Chris Parish: Penso che il problema stia più nel fatto che le persone, di solito, non si assumano le conseguenze delle loro azioni. Spesso pensano solo a loro stesse, senza considerare dove possano condurre le loro azioni.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Ma l’essere umano è straordinariamente intelligente. Perché <em>non</em> pensa nei modi che tu proponi? La mia risposta è – perché non è previsto che lo faccia.</p>
<p>Chris Parish: Quando dici “non è previsto”, che significa?</p>
<p>Ramesh Balsekar: Non è nella volontà di Dio che gli esseri umani pensino in questi termini. Non è nella volontà di Dio che gli esseri umani siano perfetti. La differenza tra il saggio e la persona comune è che il saggio accetta<em> che sia</em> come Dio vuole, ma – e questo è importante – che ciò non gli impedisca di<em> fare quello che crede che debba essere fatto</em>. E quello che ritiene di dover fare è basato sulla programmazione.</p>
<p>Chris Parish: Ma perché il saggio ”farebbe quello che crede debba essere fatto” se, come hai già spiegato, sa che, in primo luogo, non è lui a pensare?</p>
<p>Ramesh Balsekar: Vuoi dire, come accade l’azione? La risposta è che l’energia all’interno dell’organismo corpo/ mente compie l’azione secondo la programmazione.</p>
<p>Chris Parish: Quindi l’azione, come tu la descrivi, si manifesta solo <em>attraverso</em> la persona.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Sì, fluisce. L’azione accade. Pertanto, questo è il punto di ciò che dico – tornando indietro, di nuovo, alle parole del Buddha: “Gli eventi accadono, le azioni sono compiute”.</p>
<p>Chris Parish: Da quello che conosco sul pensiero del Buddha, anch’egli sentiva fortemente che gli individui erano personalmente responsabili delle loro azioni. Non è questa la base del suo intero insegnamento sul karma, sulla causa ed effetto?</p>
<p>Ramesh Balsekar: Non il Buddha!</p>
<p align="center"><a title="Euforico nichilismo 4.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/euforico-nichilismo-4.jpg"></a></p>
<p style="text-align: center"><a title="Euforico nichilismo 4.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/euforico-nichilismo-4.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/euforico-nichilismo-4.jpg" alt="Euforico nichilismo 4.jpg" /></a></p>
<p>Chris Parish: È la mia impressione che Buddha insegnò un bel po’ la “retta azione”. Sembrava che gli stesse molto a cuore quello che la gente faceva, e poneva molta enfasi sulle persone che s’impegnano in modo appropriato per cambiare se stesse.</p>
<p>Ramesh Balsekar: <em>Questa è un’interpretazione successiva </em>del Buddismo. Le parole del Buddha sono molto chiare. Chi ha il controllo di ciò che accade? Dio ha il controllo! Questa è la base di <em>tutte</em> le religioni, come abbiamo visto. E perché ci sono delle guerre religiose se questa è la base di tutte le religioni? Sono coloro che interpretano, la causa di queste guerre! E, ancora, come potrebbe succedere se non fosse nella volontà di Dio?</p>
<p>Chris Parish: È chiaro che tu creda che tutto quello che facciamo, lo facciamo a causa della volontà di Dio. Mi sembra, però, che questo abbia un senso soltanto nel caso di un individuo che sia giunto alla fine del suo cammino spirituale – che abbia concluso con l’ego – perché le azioni di questa persona non sono al servizio di se stessa, e quindi, non ci sarebbe nessuna <em>deformazione</em> della volontà di Dio.</p>
<p>Ma fino a quel punto, se un individuo agisce male verso un altro, potrebbe essere solo una reazione compulsiva perché si sente egoista. Se quella fosse la causa, allora ciò che dici potrebbe effettivamente essere usato come una giustificazione per un comportamento spiacevole o aggressivo. Potrebbero semplicemente dire: “Tutto è volontà di Dio. Non ha importanza!”</p>
<p>Ramesh Balsekar: Lo so, ma quella è la<em> verità</em>. La tua vera domanda è: “Perché Dio ha creato il mondo in questo modo?”. Vedi, però, un essere umano è solo un<em> oggetto creato</em> che è parte della totalità della manifestazione che è stata generata dalla Sorgente. Così la mia risposta è: “Un oggetto creato non può in alcun modo conoscere il suo creatore!”. Lascia che ti porti una metafora. Immaginiamo che dipingi un quadro, e in quel quadro dipingi una figura. Poi quella figura vuole conoscere, numero uno, perché tu, quale pittore, hai dipinto quel particolare quadro, e, numero due, perché hai fatto la figura così brutta! Vedi, come può un oggetto creato arrivare mai, in alcun modo, a conoscere la volontà del suo creatore? Comunque il mio punto di vista è che questo non t’impedisce di fare ciò che pensi vada fatto! Accettando che niente accada senza la volontà di Dio non impedisce a nessuno di fare ciò che crede vada fatto. <em>Puoi </em>fare altrimenti?</p>
<p>Chris Parish: Ma basandomi su questa linea di ragionamento, come ho già detto, penserei che sarebbe piuttosto facile concludere: “D’accordo è tutto nella volontà di Dio; non ha importanza quello che accade”. E poi semplicemente lasciar perdere tutto quanto.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Vuoi dire: “Allora perché non stare a letto tutto il giorno”?</p>
<p>Chris Parish: Appunto, perché continuare a fare degli sforzi?</p>
<p>Ramesh Balsekar: La risposta è che l’energia all’interno di questo organismo corpo/mente non permetterà a questo organismo corpo/mente di rimanere inattivo neanche per un momento. L’energia continuerà a produrre qualche azione, fisica o mentale, ogni attimo, secondo la programmazione dell’organismo corpo/mente e il destino dell’organismo corpo/mente, <em>che è la volontà di Dio</em>. Ma questo non t’impedisce, pensando ancora di essere un individuo, di fare ciò che credi vada fatto. Per cui quello che dico, di fatto, è: “Ciò che tu pensi che dovresti fare in ogni situazione, in quel particolare momento, è precisamente ciò che Dio <em>vuole </em>che tu pensi vada fatto! In definitiva l’accettare la volontà di Dio non t’impedisce di fare ciò che pensi vada fatto. Vedi? Infatti, <em>non puoi fare a meno di farlo!</em></p>
<p>Chris Parish: Ho letto qualcosa su un opuscolo scritto da numerosi tuoi studenti che sembra rilevante a questo proposito. Dice: “Quello che ti piace può essere solo ciò che Dio vuole che ti piaccia. Niente può accadere senza la Sua volontà”. L’opuscolo aggiunge anche: “Non sentirti in colpa neanche se accade un adulterio. Tu, la Sorgente, sei sempre puro”.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Questo l’ha detto Ramana Maharshi.</p>
<p>Chris Parish: La Sorgente può essere sempre pura, ma, di nuovo, mi sembra che questo potrebbe essere facilmente preso come il permesso di agire senza coscienza. Potresti dire: “Non ha importanza se commetto un adulterio, non ha importanza se faccio del male ai miei amici, perché quell’azione semplicemente <em>accade</em>”. Può essere facilmente preso come il permesso di agire secondo il desiderio, solo perché mi succede di avere quel desiderio.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Ma non è proprio quello che accade?</p>
<p>Chris Parish: Accade, certamente, ma…</p>
<p>Ramesh Balsekar: Vuoi dire che succederebbe<em> più di frequente</em>?</p>
<p>Chris Parish: Potrebbe, con facilità, succedere più spesso. Potrei dire: “Ecco, non ha importanza quel che faccio adesso. Non devo far caso a frenarmi se sento un desiderio”. Ti è chiaro quel che intendo?</p>
<p>Ramesh Balsekar: La domanda comunemente formulata è: “Se in realtà io non faccio niente, che cosa mi impedisce di prendere una mitragliatrice e andare fuori ad uccidere venti persone?”. Questo è ciò che intendi chiedere, non è così?</p>
<p>Chris Parish: Beh, questo è un esempio estremo</p>
<p>Ramesh Balsekar: Sì, prendiamo un esempio estremo!</p>
<p>Chris Parish: Ma io credo sia più interessante prendere in considerazione l’esempio dell’adulterio, perché molte persone non farebbero davvero un gesto così estremo come mitragliare delle altre.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Va bene. È la stessa cosa quando parliamo del commettere adulterio. Ho letto che gli psicologi e i biologi, basandosi sulle loro ricerche, sono giunti alla conclusione che se inganni tua moglie, non dovresti fartene una colpa. Sempre di più gli scienziati stanno arrivando alla conclusione che i mistici hanno sempre sostenuto – che qualsiasi azione accada sia rintracciabile nella programmazione.</p>
<p><a title="Euforico nichilismo 5.gif" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/euforico-nichilismo-5.gif"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/euforico-nichilismo-5.gif" alt="Euforico nichilismo 5.gif" hspace="6" align="left" /></a></p>
<p>Chris Parish: Mi rendo conto che in alcuni casi questo potrebbe essere vero, ma diciamo, per esempio, che ho l’urgenza di commettere un adulterio. Potrei dire: “Deve essere nella volontà di Dio che accada, quindi lo farò”. Oppure, potrei trattenermi e non causare un bel po’ di sofferenza ai miei amici. Non sarebbe meglio se mi trattenessi?</p>
<p>Ramesh Balsekar: Allora, chi è che ti impedisce di trattenerti? Fai quello che ti pare! Che cosa t’impedisce di trattenerti? Trattieniti!</p>
<p>Chris Parish: Il mio punto di vista è che è meglio fare così!</p>
<p>Ramesh Balsekar: Anche il mio.</p>
<p>Chris Parish: Ma secondo la tua visione, potrei altrettanto facilmente dire: “Se sento un desiderio è in virtù del volere di Dio”. E poi <em>non </em>trattenermi.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Affermi che sai che dovresti trattenerti – allora perché non ti trattieni? Se un organismo corpo/mente è programmato per non ingannare la moglie, qualsiasi cosa dicano gli altri non lo farà. Se sei programmato per non alzare una mano su nessuno, cominceresti ad uccidere le persone? Ora, se ci fosse una legge che ti permettesse di picchiare tua moglie senza correre alcun rischio, cominceresti a picchiare tua moglie? No, senza che l’organismo corpo/mente sia programmato per farlo, e se è programmato per farlo, succederebbe in ogni caso. Così come ho detto, accettare la volontà di Dio non t’impedirà di fare qualsiasi cosa pensi che vada fatta. Falla! Fai esattamente quello che pensi che debba essere fatto!</p>
<p>Chris Parish: Alla fine, tuttavia, come possiamo dire che <em>sappiamo</em> che si tratta del destino o della volontà di Dio? Tutto quello che sappiamo è che certi eventi si manifestano. In seguito, possiamo rivedere ciò che abbiamo fatto e ammettere: “È successo, semplicemente”. E se ci piace possiamo chiamarlo destino. Ma non è più accurato dire che in realtà non sappiamo se si tratti del destino oppure no? Dire che non lo sappiamo è diverso dal dire che: “Sappiamo che è il volere di Dio”. È diverso dal dire che sappiamo che tutto è già predestinato. Vedi, mi sembra che tu voglia affermare che<em> sai</em> che tutto è nella volontà di Dio.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Non lo sappiamo, e questo è il dato di fatto; così se preferisci, puoi abbandonare il concetto di destino e dire che nessuno, in realtà sa niente su nulla. Bene. Non c’è bisogno del concetto di destino. Dopotutto, se accetti che qualsiasi cosa accada non sia nelle tue mani, poi chi rimane a preoccuparsi del destino?</p>
<p>Chris Parish: Dal momento che molti ricercatori spirituali vengono da te per ricevere consiglio sul cammino spirituale, vorrei chiederti, quale valore vedi, se ce n’è, nella pratica spirituale come strumento verso l’illuminazione?</p>
<p>Ramesh Balsekar: Se la<em> sadhana</em> [la pratica spirituale] è necessaria, un organismo corpo/mente è programmato per fare <em>sadhana.</em></p>
<p>Chris Parish: In altre parole se deve accadere accade?</p>
<p>Ramesh Balsekar: Giusto. Le persone talvolta mi chiedono: “Se niente è nella mie mani (se non posso intervenire su niente), dovrei meditare oppure non dovrei?”. La mia risposta è molto semplice. Se ti piace meditare, medita; se non ti piace, non forzarti a farlo.</p>
<p>Chris Parish: La ricerca spirituale, allora, è un ostacolo all’illuminazione?</p>
<p>Ramesh Balsekar: Sì, ricercare è il più grande ostacolo a causa della presenza del ricercatore. Il ricercatore è l’ostacolo – non il ricercare; il ricercare accade da solo. Il ricercare accade perché l’organismo corpo/mente è programmato per ricercare. Così se il ricercare l’illuminazione accade, allora l’organismo corpo/mente è stato programmato per ricercare. L’ostacolo è il ricercatore che dice: “Voglio l’illuminazione”.</p>
<p>Chris Parish: Allora perché tanti saggi hanno parlato dell’importanza del ricercare? Ramana Maharshi ha detto che il ricercatore deve volere l’illuminazione così intensamente come un uomo che sta annegando vuole l’aria – con tale livello di concentrazione e sincerità.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Certo. Quello che vuole dire, quindi, è che ci debba essere quel tipo d’intensità nel ricercare. Ma ha anche detto: “Se vuoi fare uno sforzo, devi fare uno sforzo; ma se è destino che lo sforzo non debba essere fatto, lo sforzo non sarà fatto”. Ramana ha detto questo. Così, vedi, se uno ricerca o non ricerca non è sotto il suo controllo. Se la ricerca di Dio o la ricerca del denaro accade, non è né un tuo merito né una tua colpa.</p>
<p>Chris Parish: In uno dei tuoi libri hai scritto che uno ha raggiunto una certa profondità di comprensione quando può dire: “Non m’importa se l’illuminazione accade o non accade a questo organismo corpo/mente”.</p>
<p>Ramesh Balsekar: È vero. Quando raggiunge quello stadio, allora significa che il ricercatore non c’è più. È estremamente vicino all’illuminazione perché se non c’è nessuno ad interessarsene, allora non c’è più nessun ricercatore.</p>
<p>Chris Parish: Ma il risultato non potrebbe essere soltanto un’indifferenza straordinariamente profonda – che <em>non</em> è l’illuminazione?</p>
<p>Ramesh Balsekar: Quello potrebbe condurre all’illuminazione!</p>
<p>Chris Parish: Ho ancora una domanda. Spesso affermi che dovremmo “solo accettare ciò che è”</p>
<p>Ramesh Balsekar: Sì, se ti è possibile farlo – e questo non è sotto il tuo controllo!</p>
<p><a title="Euforico nichilismo 6.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/euforico-nichilismo-6.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/euforico-nichilismo-6.jpg" alt="Euforico nichilismo 6.jpg" /></a></p>
<p><strong>Epilogo</strong></p>
<p>Mentre passai barcollando accanto al portiere e uscii nelle strade affollate di Bombay la mia mente vacillava. Come poteva essere, mi chiesi mentre mi facevo largo tra la folla, che un uomo intelligente ed educato come Ramesh Balsekar potesse veramente credere che ogni cosa è predestinata, che prima di essere nati, il nostro destino è già inciso in una sorta di granito etereo? Poteva essere veramente serio nella sua insistenza che la nostra intera vita, con il suo apparente flusso senza fine di scelte e decisioni, di precarie opportunità per sistemarne il corso per il meglio o per il peggio, sia veramente, dal primo respiro, un destino? Mentre traversavo il marciapiede alla ricerca di un caffè nel quale trovare ristoro dal caos, i difficili passaggi del nostro breve dialogo mi vorticavano in testa.</p>
<p>Si, “Così sia” è l’essenza della maggior parte delle religioni, pensavo tra me e me, ma per i più grandi mistici e saggi che avevano fatto queste affermazioni nella storia, l’arrendersi alla volontà di Dio ha significato molto di più del semplice accettare che non c’è nulla che si possa fare per influenzare le circostanze della vita. Certamente quello che tradizionalmente è stato riportato come “volontà di Dio” è quello che uno scopre quando ha completamente abbandonato l’ego, quando tutte le motivazioni egoistiche sono state bruciate, lasciandolo completamente arreso ad eseguire la volontà di Dio, qualsiasi essa sia!</p>
<p>Per un Gesù, o un Ramakrishna o un Ramana Maharshi dire che si era arreso alla volontà di Dio era un fatto. Ma dire che questo sia vero per tutti sembrava riflettere, al momento, una forma pericolosa e particolare di pazzia e di un tipo che poteva essere usato per giustificare le più estreme forme di comportamento. L’affermazione di Balsekar “Quello che pensi di dover fare in ogni situazione… è precisamente ciò che Dio <em>vuole</em> che tu pensi che debba essere fatto” significa che per lui il Buddha illuminato non sta facendo in misura maggiore la volontà di Dio, di un serial killer che sta attaccando la sua prossima vittima.</p>
<p>Ero venuto all’intervista aspettandomi qualche disaccordo, ma in qualche modo perfino i libri di Balsekar sui quali tutte queste idee sono ripetutamente e chiaramente espresse, non mi avevano preparato all’incontro con l’uomo stesso. Come gli erano venute queste idee? Mi chiedevo. E perché?</p>
<p>I miei pensieri giravano e rigiravano, richiamando ogni fatto della sua rabbrividente affermazione che perfino quando facciamo del male a qualcuno, non abbiamo bisogno di sentirci in colpa, perché non siamo responsabili delle nostre azioni &#8211; “che perfino Hitler fu un mero strumento attraverso cui gli orribili eventi che dovettero accadere accaddero” &#8211; alla sua dichiarazione, che andava oltre il buon senso, che non abbiamo il potere di controllare il nostro comportamento o perfino di influenzare quello degli altri. E tutto ciò nel contesto della sua descrizione fantascientifica di tutti noi come degli “organismi corpo/mente” che recitano la loro ”programmazione”.</p>
<p>Improvvisamente la benvenuta vista di un the shop apparve tra lo smog, e mentre mi facevo largo per entrare, provai sollievo nel trovare quel tipo di oasi quieta nella quale avevo sperato. Fu lì, a uno dei molti tavolini vuoti, mentre il primo sorso di tè al latte dal sapore dolce e vellutato scivolava tra le mie labbra, che, in un flash, mi colpì. Non stavo bevendo quel tè! Non ero seduto a quella tavola! Infatti, non ero quello che era entrato nel the-shop. E non ero quello che si era appena tormentato per un’ora discutendo con un uomo che in quel momento cominciava ad assomigliare ad un individuo sano. Infatti, non avevo fatto nulla. Era come se un peso che avevo portato per tutta la vita si fosse sollevato improvvisamente nel cielo grazie ad un pallone (ad aria calda), spedito lontano, per non ritornare più.</p>
<p>Tutti quegli anni avevo combattuto per diventare un essere umano migliore, più onesto e generoso – tutto quello sforzo che avevo fatto per rinunciare alle mie inclinazioni di superiorità, egoismo e aggressività – sono stati tutti una folle impresa, tutti stupidamente e senza necessità basati sull’idea importante che avevo un qualche controllo sul mio destino, e la meschina presunzione che quello che facevo importasse agli “altri”. Come avevo potuto essere così fuori strada?</p>
<p>Ma aspetta, non ero io neppure colui che fu condotto fuori strada! Come se si separassero le nuvole, all’improvviso ora vedo chiaramente, che quello che avevo pensato come “la mia vita” era stato solo un processo meccanico. La persona che pensavo di essere era solo una macchina. Ed il mondo nel quale pensavo di vivere non era, come avevo dedotto, un mondo di complessità umana, ma uno di meccanicistica semplicità, di ordine perfetto, un matematico svolgersi di programmi in movimento dall’inizio del tempo.</p>
<p>Come la clinica perfezione del piano scientifico di Dio iniziò ad aprirsi davanti a me, l’estatico trillo della libertà assoluta – dalla preoccupazione, dall’occuparsi, dall’obbligo, dalla colpa – iniziò a correre attraverso le mie vene come un torrente di fiumi senza argini. E con quello sopraggiunse una pace avvolgente, risuonante, un’assoluta mancanza di tensione, nel riconoscimento che non importa quale ambiguità apparente o quale incertezza potessi incontrare da lì in poi, non importa quali decisioni apparentemente difficili potessi incontrare, potevo sempre riposare con la certezza che qualsiasi scelta facessi era esattamente la scelta che Dio voleva che io facessi. Il misterioso senso di uno Sconosciuto che mi aveva trascinato per così tanto tempo era evaporato.</p>
<p>Gli altri nel caffè voltarono la testa mentre ridevo rumorosamente, una lunga risata di pancia, e riflettevo tra me e me che gioco fantastico sarebbe la vita se tutti capissero come va veramente, se ognuno potesse avere almeno un bagliore di come saremmo liberi, se vivessimo tutti sul Pianeta Advaita.</p>
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<p><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1924&amp;isbn=8834013638">Nisargadatta Maharaj. Io sono quello. Astrolabio. 2001. ISBN: 8834013638</a></p>
<p><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1924&amp;isbn=8834012038">Ramesh Balsekar. La coscienza parla. Astrolabio. 1996. ISBN: 8834012038</a></p>
<p><!--[if !supportEmptyParas]--> <!--[endif]--></p>
<p>Copyright originale “What is Enlightenment” magazine <a href="http://www.wie.org/">www.wie.org<br />
</a>Traduzione di Nityama Elsa Masetti. Revisione di Toshan Ivo Quartiroli.<br />
Copyright per l&#8217;edizione italiana Innernet</p>
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		<title>L&#8217;amore della verità fine a se stessa</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Aug 2009 07:32:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Toshan Ivo Quartiroli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Co/Scienza]]></category>
		<category><![CDATA[Maestri]]></category>
		<category><![CDATA[Psicologia e spirito]]></category>
		<category><![CDATA[Almaas]]></category>
		<category><![CDATA[Diamond Approach]]></category>
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		<description><![CDATA[Il Diamond Approach, il percorso creato da Hameed Ali, meglio conosciuto con il nome di penna di Almaas, valorizza l&#8217;amore della verità fine a se stessa. La ricerca avviene tramite un processo di &#8220;inquiry&#8221;, di interrogazione interiore, che include la soggettività del ricercatore come passaggio per arrivare ad una condizione di oggettività della conoscenza dell&#8217;anima [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="Almaas4.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/almaas4.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/almaas4.jpg" alt="Almaas4.jpg" hspace="6" align="left" /></a>Il Diamond Approach, il percorso creato da Hameed Ali, meglio conosciuto con il nome di penna di Almaas, valorizza l&#8217;amore della verità fine a se stessa. La ricerca avviene tramite un processo di &#8220;inquiry&#8221;, di interrogazione interiore, che include la soggettività del ricercatore come passaggio per arrivare ad una condizione di oggettività della conoscenza dell&#8217;anima e del divino. In questa intervista, Hameed Ali parla della ricerca, dei ricercatori e della natura dell&#8217;anima.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: La ricerca della verità in occidente (dal punto di vista scientifico, filosofico e metafisico) si è sviluppata attraverso varie fasi. Nella tradizione Scolastica era presa in considerazione la soggettività dei contenuti interiori, finché venne Cartesio, che rifiutò questa tradizione. In nome di una “chiara e distinta percezione” egli ritenne necessario staccarci dalla nostra soggettività e assumere un approccio oggettivo, “come quello di Dio”. Dopotutto, secondo la concezione giudeo-cristiana, Dio ha creato l’uomo nell’ultimo giorno della creazione, e a sua immagine. Secondo questa credenza, la creazione è qualcosa di esterno agli esseri umani, qualcosa che esisteva prima della mente e dell’anima umane. Quindi, per conoscere la creazione e la mente del creatore, l’uomo dovrebbe seguire le tracce del cammino di Dio e mettersi alla ricerca di ciò che va al di là della dimensione umana E in ogni caso, poiché l’uomo era nato nel peccato, non c’era comunque granché di buono da scoprire al suo interno. La concezione astronomica di Copernico, che non poneva più la Terra al centro dell’universo, fu possibile grazie a questo nuova approccio, così come molte altre scoperte scientifiche e tecnologiche. L’era moderna si caratterizzò come scientifica, materialistica e “oggettiva”. Ma Kant stava già cominciando a minare questo paradigma, affermando che non conosceremo mai “la cosa in sé”. In seguito, sono venuti la fisica quantica con i principi di indeterminazione e il teorema di Gödel che limitava la portata dei sistemi formali. In questa era post-moderna non esiste più un terreno sicuro per la verità. La tua tecnica di esplorazione sembra rappresentare una fase nuova nella ricerca della verità, poiché trae spunto sia dalla concezione soggettiva che da quella oggettiva; inoltre, affermi che la conoscenza interiore può essere ancora più oggettiva, chiara e precisa di quella esteriore. Ciò capovolge il rapporto fondamentale che la cultura occidentale ha stabilito tra ciò che è interiore-soggettivo e ciò che è esteriore-oggettivo. Come è possibile raggiungere la verità oggettiva nella sfera dell’esperienza umana, e in che modo quest’ultima può essere esplorata?</p>
<p>Hameed Ali: È una buona domanda, e per le persone cresciute in occidente sarà importante comprendere questo punto, perché potrebbe influenzare il modo in cui l’esperienza spirituale e l’illuminazione vengono concepite. Innanzitutto, per quanto riguarda l’oggettività e la soggettività, il mio modo di lavorare con la verità non capovolge davvero i fondamenti della cultura occidentale. Al contrario, fa ritorno ai fondamenti autentici, che il nostro occidente moderno ha quasi dimenticato. In altre parole, il “Diamond Approach” che insegno è uno sviluppo della ricerca occidentale della verità, ma fatto in modo tale da riunire ciò che negli ultimi secoli è stato diviso. È una fase nuova, ma una fase che è fondamentalmente l’evoluzione di un potenziale già esistente nella storia occidentale.</p>
<p>Originariamente, nella cultura greca, in quella giudeo-cristiana o nella tradizione Scolastica da te menzionata, non c’era distinzione tra la concezione oggettiva e soggettiva della realtà. La separazione e la divisione sono giunte nell’età dei lumi, anche se cominciarono prima, dagli sviluppi del pensiero cristiano. Penso che la divisione sia stata proficua per la civiltà occidentale, in quanto ha permesso la nascita della scienza e i progressi tecnologici, ma allo stesso tempo ha creato una dissociazione che non è intrinseca alla realtà e al sapere, e che ha i suoi effetti alienanti.</p>
<p>Nella mia comprensione, il sapere è qualcosa di molto più vasto di quanto oggi ritiene la nostra filosofia positivista. Esso ha un fondamento mistico o intuitivo, cioè la conoscenza diretta dei contenuti dell’esperienza, in genere definita “gnosi”. I greci l’hanno espressa bene nel concetto di “nous”, l’intelletto superiore o divino. Plotino ha detto chiaramente che nel nous il sapere e l’essere sono inseparabili. Ma il pensiero occidentale, che conosceva il concetto di nous nel pensiero greco ed ebraico, si è sviluppato in modo tale da separarne le due dimensioni o elementi. Nella conoscenza “di tipo nous”, esiste la presenza della Mente Divina o Intelletto, che è un dominio o un fondamento della consapevolezza, ed esistono le forme che si manifestano in essa come oggetti di conoscenza. Le forme sono quelle del dominio della presenza, ma poiché tale presenza è quella della consapevolezza, questo dominio conosce queste forme. Ne ha una conoscenza diretta, perché sono forme del suo dominio; la sua intelligenza pervade tutte le forme.<span id="more-546"></span></p>
<p>Lo sviluppo del pensiero occidentale, per varie ragioni (buone e cattive) ha diviso il fondamento del sapere – l’essere o la presenza – dalle forme che tale fondamento manifesta. A quel punto, generalmente parlando, questi due elementi si sono sviluppati in due ambiti diversi. Il fondamento dell’essere è diventato l’oggetto della metafisica, della religione e del misticismo; le forme sono diventate l’oggetto delle scienze appena nate. La religione e il misticismo hanno cominciato a sottolineare che il fondamento dell’Essere (o, monoteisticamente, la presenza divina) è misterioso e intrinsecamente inconoscibile. E che la sua esperienza è antitetica alla logica e all’indagine scientifico-sperimentale.</p>
<p>Dal versante della scienza e del positivismo, del fondamento della consapevolezza e del sapere è rimasto semplicemente il conoscitore individuale, l’io con la sua mente che conosce. Le forme della conoscenza sono divenute oggetti staccati, non direttamente collegati al conoscitore. E il sapere si è trasformato nell’osservazione, da parte dell’io separato, degli oggetti di conoscenza. Come hai detto tu, l’idea si è evoluta grazie a Renato Cartesio, secondo cui le forme esistono in sé e possono essere conosciute per ciò che sono, quando l’io le osserva da lontano e non interferisce in esse con la propria soggettività. Per cui, la conoscenza oggettiva è venuta a significare la conoscenza degli oggetti senza le distorsioni soggettive dell’io o del ricercatore.</p>
<p><a title="Amore della verita 1.gif" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/amore-della-verita-1.gif"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/amore-della-verita-1.gif" alt="Amore della verita 1.gif" hspace="6" align="left" /></a>Ebbene, nel Diamond Approach concordiamo su questa definizione della conoscenza oggettiva: essa è la conoscenza libera dalle contaminazioni delle distorsioni soggettive di colui che conosce. Ma non condividiamo l’opinione di Cartesio secondo cui l’oggettività si raggiunge sterilizzando l’esplorazione, rimuovendo il soggetto dal dominio di esplorazione. Innanzitutto, sappiamo dalle nostre conoscenze fondamentali sul sapere che non siamo in grado di separare completamente il soggetto che conosce dall’oggetto conosciuto. Non possiamo, perché il soggetto conoscente non è altro che la ricaduta del dominio della presenza e della consapevolezza in un io conoscente. Sappiamo anche che questi oggetti di conoscenza non sono altro che la reificazione di forme che sorgono in questo dominio, e inseparabili da esso. Per questo, la formula di Cartesio vale solo come approssimazione, e non può essere applicata in modo assoluto. Penso che la teoria quantica ha già scoperto questo limite nella formulazione del principio di indeterminazione di Heisenberg, secondo cui, semplicemente, non possiamo isolare completamente l’osservatore dai fenomeni osservati.</p>
<p>La formula di Cartesio ha funzionato come efficace approssimazione, e in quanto tale è ancora utilizzata nella maggior parte delle ricerche scientifiche, perché queste ultime non possono penetrare in quelle regioni dove tale approssimazione decade. In realtà, possiamo dire che la filosofia della scienza di Cartesio era un’approssimazione efficace allo stesso modo in cui la classica teoria della fisica di Newton lo era per le leggi della fisica. Oggi sappiamo che la fisica newtoniana collassa ai due estremi della scala delle misurazioni fisiche, ovvero alla dimensione macroscopica e a quella microscopica, dove è stata sostituita da due teorie più esatte, rispettamene quella generale della relatività e quella quantica.</p>
<p>L’approssimazione di Cartesio si rivela inadeguata anche quando si tratta di comprendere la consapevolezza, la natura dell’anima e Dio. Il misticismo ha sempre compreso queste cose, e sapeva che la conoscenza autentica delle realtà spirituali può avvenire soltanto grazie all’esperienza diretta, alla conoscenza da parte dell’essere, all’identità tra conoscitore e conosciuto. Ma il misticismo e la maggior parte degli insegnamenti spirituali ritenevano che la logica e la conoscenza razionale erano opposte a tale conoscenza mistica o gnosi, che gli hindu hanno chiamato “jnana” e i tibetani “yeshes”. Quindi, da molto tempo ormai si pensa che la conoscenza spirituale mistica o diretta può solo essere vaga, intuitiva, misteriosa, non-concettuale, incomunicabile e così via. Ciò, secondo me, è dovuto alla stessa divisione: credere che le forme specifiche e precise sono separate dal fondamento dell’essere e della conoscenza, e che prestare attenzione a tali specificità ci allontanerà dall’esperienza mistica.</p>
<p><a title="Amore della verita 2.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/amore-della-verita-2.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/amore-della-verita-2.jpg" alt="Amore della verita 2.jpg" hspace="6" align="left" /></a>Nel Diamond Approach siamo più vicini alle idee degli antichi Greci, come Pitagora, Platone e Plotino, secondo i quali il fondamento dell’essere, il nous, è il fondamento delle idee platoniche, delle varie forme di manifestazione. In altre parole, riteniamo che la conoscenza mistica diretta e la conoscenza precisa delle forme specifiche possono essere unite, perché in origine erano una cosa sola, non-duale. Questo vuol dire che possiamo avere una conoscenza mistica (cioè la conoscenza da parte dell’identità) precisa, chiara, specifica e dettagliata.</p>
<p>Ciò ha due conseguenze che forniscono la risposta alla tua domanda. La prima: è possibile una conoscenza scientifica di tipo diretto; ovvero, una gnosi precisa e dettagliata di forme di manifestazione. In essa non esiste divisione, e quindi siamo al di fuori dell’approssimazione di Cartesio. Di fatto, poiché non ci basiamo sull’approssimazione, ma sulla realtà, la nostra conoscenza può essere totalmente precisa e chiara. Essa è in grado di penetrare regioni inaccessibili al tipo di indagine fondato sull’approssimazione cartesiana. Tutto ciò è necessario per comprendere la consapevolezza, l’esistenza, l’anima, Dio, lo spirito e così via. È come per le dimensioni microscopica e macroscopica delle misurazioni scientifiche, ma nel campo della psicologia e della metafisica.</p>
<p>E che dire dell’oggettività? Come possiamo essere sicuri della sua esistenza o del fatto che le nostre distorsioni soggettive non alterano questa conoscenza?</p>
<p>Penso che la tesi di molti insegnamenti spirituali secondo cui l’esperienza mistica è antitetica alla mente e alla ragione espone tale esperienza alle distorsioni soggettive. E questa è stata la critica degli scienziati e dei filosofi della scienza a tale tipo di esperienza. Comunque, ricorrere all’approssimazione di Cartesio non è di aiuto, perché essa ci allontana dall’elemento mistico, quello dell’esperienza diretta o della conoscenza da parte dell’essere.</p>
<p>Ma esiste un’altra via, quella che il Diamond Approach adotta in modo molto efficace: includere nella nostra esplorazione non solo ciò che sperimentiamo o conosciamo, ma anche lo stesso polo soggettivo. Includiamo l’osservazione del soggetto conoscente, l’io, nell’esplorazione sullo spirito, Dio o come preferisci chiamarlo. La nostra esplorazione non è mai rivolta soltanto a ciò che sperimentiamo, ma anche ai nostri atteggiamenti e reazioni alla nostra esperienza. In tal modo, diventiamo consapevoli delle nostre distorsioni soggettive e del modo in cui influenzano la nostra esperienza. Guardando al di là di queste distorsioni soggettive, la nostra conoscenza di ciò che sta succedendo diventa gradualmente più oggettiva.</p>
<p>A mano a mano che scorgiamo i nostri pregiudizi, convinzioni, desideri, punti di vista e così via, essi cominciano a dissolversi, soprattutto perché la nostra esplorazione è guidata dall’amore per la verità fine a se stessa. Dal momento che vogliamo davvero conoscere ciò che sta succedendo, desideriamo abbandonare le nostre distorsioni, perché siamo in grado di vedere subito come esse oscurano la verità che amiamo. Quando la nostra conoscenza si fa più profonda, la nostra obiettività si espande.</p>
<p>Via via che le distorsioni soggettive vengono scorte e abbandonate, la nostra obiettività si espande. Questo è un processo che continua per tutto il cammino dell’esplorazione dell’esperienza, dove la verità di quest’ultima si manifesta gradualmente man mano che le nostre distorsioni vengono portate alla luce e abbandonate.</p>
<p><a title="Amore della verita 3.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/amore-della-verita-3.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/amore-della-verita-3.jpg" alt="Amore della verita 3.jpg" hspace="6" align="right" /></a>Esistono diversi gradi di oggettività, ognuno dei quali è oggettivo all’interno della cornice soggettiva con cui lavoriamo. In altre parole, se usiamo la cornice secondo cui nel mondo ordinario siamo individui separati, la verità oggettiva sarà diversa da quella che vedremo all’interno di una cornice sprovvista di tale assunto sull’individualità separata. Di nuovo, <em>oggettività</em> ha un significato diverso se consideriamo l’esistenza e la non-esistenza due opposti antitetici o due realtà inseparabili e coemergenti.</p>
<p>Questo approccio non utilizza l’approssimazione di Cartesio, perché riconosce che non è possibile isolare l’io dall’oggetto di esplorazione. L’approccio si basa sull’idea che la consapevolezza e la capacità di conoscenza dell’io sono il dominio che costituisce la sostanza di tutti gli oggetti di esplorazione. Esso raggiunge l’obiettività liberando la consapevolezza che conosce dalle sue distorsioni soggettive. In un primo momento, l’Approccio include tali distorsioni nella sua determinazione della realtà, ma negli stadi più profondi del cammino è in grado di esplorare in modo libero da tali distorsioni. La dissoluzione di tali distorsioni e punti di vista a un certo punto provoca la dissoluzione della convinzione in un io distinto, oltre che di quella secondo cui gli oggetti di studio sono distinti da colui che esplora.</p>
<p>L’oggettività è completa quando non esiste più un io distinto con le sue alterazioni, il che equivale a riconoscere che tutte le forme di manifestazione sono forme assunte dalla nostra consapevolezza e presenza. Questo è il punto di vista illuminato cui arriviamo imparando a essere autenticamente e pienamente oggettivi. Tale concezione, di fatto, trascende il principio di indeterminazione della teoria quantica, perché non esiste più un osservatore separato da ciò che viene osservato. Comprendiamo che il principio di indeterminazione ha senso finché esiste una dualità, ma dal punto di vista illuminato non c’è più la dualità tra osservatore e osservato. È un fenomeno che conosce se stesso totalmente, completamente, obiettivamente e precisamente, ma non dualisticamente. Conosce se stesso perché è se stesso con una discriminazione totale e affinata come un diamante. Qui ci rendiamo conto che persino nel principio di indeterminazione esiste un’approssimazione, più sottile di quella di Cartesio, ma sempre un’approssimazione, perché finisce con il rendere probabilistica la nostra conoscenza. Penso che Einstein pensasse qualcosa di simile quando non accettò completamente la teoria quantica; egli pensava che Dio non giocava a dadi.</p>
<p>Ritengo che questo tipo di esplorazione, totalmente chiara e aperta, riunisce l’indagine logico-scientifica e l’approccio mistico dell’esperienza diretta. Questa via era nota nell’antico mondo occidentale, come attesta l’uso della matematica da parte di Pitagora nel lavoro spirituale interiore, ma non si è sviluppata granché a causa della scissione tra scienza e religione che ha preso avvio nel Rinascimento e nell’età dei lumi. Non esistono motivi per cui essa non possa svilupparsi ulteriormente, come abbiamo fatto noi nel nostro lavoro, né ci sono motivi per cui la scienza non può adottarla, almeno in principio. È difficile condurre tale esplorazione in modo scientifico, perché ancora non sappiamo come includere la soggettività del ricercatore nella sua ricerca, ma penso che a un certo punto saremo costretti a farlo, se vogliamo davvero scoprire i segreti dell’esistenza. In alcune aree scientifiche esistono già dei segni di un tale sviluppo, della necessità di includere la consapevolezza per avere una teoria unificata dell’universo.</p>
<p>Analizzo più in dettaglio questa idea della conoscenza nel libro <em>Inner Journey Home</em>, dove esamino approfonditamente le implicazioni per il pensiero e la cultura occidentali. Nel libro, la discussione si amplia grazie alla comprensione più profonda ed allargata della realtà resa possibile dal Diamond Approach.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: Tu insegni che, per quanto riguarda le manifestazioni e l’attività dell’anima, esiste in ogni essere umano un centro oggettivo comune che va al di là dei condizionamenti personali, le convinzioni e l’immagine di sé. Ma allo stesso tempo le esperienze vissute in passato possono andare molto in profondità ed avere un peso tale da impedire o facilitare l’unione con il divino. Per esempio, aver avuto una fase problematica di fusione con la madre nei primissimi anni di vita oppure avere una credenza cognitiva del tipo: “Esiste un solo figlio di Dio e nessun altro potrà unirsi a Lui in questa vita” possono impedire l&#8217;unione con il divino. In che modo distingui tra ciò che è universale nell’anima degli esseri umani e ciò che è indotto dalla storia personale o dalla cultura? Questa parte comune è quella che viene chiamata la “filosofia perenne”, secondo la quale esiste un fondamento comune nelle diverse tradizioni spirituali?</p>
<p>Hameed Ali: È il tipo di esplorazione che pratichiamo in questo sentiero che rende possibile conoscere cosa è storicamente incidentale e cosa è intrinsecamente universale. Quando esploriamo la nostra esperienza e percezione, cominciamo a vedere la presenza della nostra soggettività in esse, che le modella e le plasma. Quando il nostro sguardo va al di là di queste convinzioni, punti di vista e idee soggettive, riconoscendole come tali, esse cominciano a dissolversi. Tutte le influenze storiche e culturali sono il contenuto di questa soggettività. Poiché esse non fanno parte intrinseca del momento presente, ma vi vengono portate dal passato attraverso la memoria e il condizionamento, la loro comprensione tende a eliminarle. Ma gli elementi dell’esperienza che sono intrinsecamente presenti e non vengono creati da influenze storiche non si dissolvono, perché sono davvero presenti. Comprenderli tende a rivelarli ulteriormente e a portare alla luce la loro realtà intrinseca. In altre parole, l’esplorazione (così come in generale altre tecniche spirituali) tende a dissolvere la mente ordinaria con i suoi contenuti. Tutte le influenze storiche e culturali sono il contenuto di questa mente, della natura del pensiero, e per questo si dissolveranno sotto l’occhio indagatore dell’esplorazione.</p>
<p>Ciò che resterà sarà ciò che è fondamentalmente presente. Inoltre, i modelli o i processi che resteranno verranno considerati fondamentali. Ma <em>fondamentale</em> non vuol dire <em>universale</em>, né <em>oggettivamente</em> <em>comune </em>a tutte le persone. Infatti, esso potrebbe essere determinato, per esempio, dal proprio patrimonio genetico. Ma qui l’approccio scientifico aiuta moltissimo. La scienza ha molti modi per determinare se le proprietà di determinati oggetti sono comuni a tutte le classi di tali oggetti (per esempio, se le proprietà dell’acqua sono comuni a tutte le molecole dell’acqua): di essi, uno dei più importanti è il principio della ripetibilità. Finché possiamo ripetere i risultati di un esperimento, siamo in grado di determinarne la validità. Nel nostro lavoro facciamo la stessa cosa. Determiniamo non solo se una cosa è fondamentalmente presente, ma anche se l’esplorazione e le osservazioni ripetute su molte persone conducono allo stesso risultato. Quindi, viene di nuovo applicato il principio della ripetibilità.</p>
<p>Il Diamond Approach è guidato nella sua esplorazione da un tipo di intelligenza che rende possibile accertare se una cosa è fondamentale o meno, universale o meno. Sto parlando dell’intelligenza della <em>Guida di Diamante</em>, l’intelligenza essenziale che guida l’esplorazione. Quando tale guida è integrata (cosa che in parte vuol dire che possiamo esplorare e allo stesso tempo vedere le nostre distorsioni soggettive), diventa chiaro cosa è fondamentale e universale. Io uso sia questa intelligenza diretta che il metodo scientifico, per arrivare all’oggettività su queste questioni.</p>
<p>Nel mio libro <em>Spacecruiser Inquiry</em> discuto nei dettagli la nostra esplorazione e la sua intelligenza e obiettività.</p>
<p><a title="Amore della verita 4.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/amore-della-verita-4.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/amore-della-verita-4.jpg" alt="Amore della verita 4.jpg" hspace="6" align="left" /></a>Questa parte comune è ciò che viene chiamata “filosofia perenne”? Sì e no. Sì, se con “perenne” intendiamo quello che è universale a tutte le anime. Ma la mia sensazione è che la filosofia perenne si spinge oltre. Essa ritiene che tutti gli insegnamenti spirituali creati dal genere umano sono formulazioni diverse della stessa verità, esperienza o percezione. In quel caso, la mia risposta è no. Non penso che sia vero che il vuoto buddista è la stessa cosa dell’amore sufi, e che entrambi sono uguali al Padre cristiano, e che tutti insieme equivalgono al Tao taoista e così via, solo con formulazioni diverse.</p>
<p>La mia comprensione è che ogni autentico insegnamento parla di qualcosa di fondamentale e universale per tutti gli esseri umani, ma non necessariamente tutti gli insegnamenti fanno riferimento alle stesse verità universali e fondamentali. Esistono molte verità fondamentali e universali, così come esistono molte dimensioni e aspetti della natura autentica o realtà. Ciascun insegnamento tende a sottolineare una certa verità, dimensione o aspetto fondamentale e universale. Quindi, gli insegnamenti parlano della stessa cosa, ma non esattamente. Le differenze non sono dovute tanto a formulazioni o concettualizzazioni diverse, quanto al fatto che vengono evidenziati aspetti diversi della verità. Più esattamente, i vari insegnamenti sono diversi perché hanno diversi “logos” di insegnamento. Ogni insegnamento ha il suo logos caratteristico nel linguaggio, la concezione, la logica e la dinamica. La stessa cosa avviene con il Diamond Approach: esso ha una comprensione specifica dell’essenza e dell’anima. È possibile trovare analogie con altri insegnamenti, ma niente di completamente uguale. Discuto la questione dei logos degli insegnamenti in un’appendice di <em>The Inner Journey Home</em>.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: Nel Diamond Approach non ho visto molta enfasi sull’illuminazione, al contrario che in altre tradizioni o scuole. Qual è il ruolo di questo “evento” nel tuo insegnamento? In particolare, cosa pensi dell’illuminazione improvvisa tipo “advaita”? È possibile aggirare le pratiche e l’esplorazione psico-spirituale e raggiungere la liberazione eterna?</p>
<p>Hameed Ali: Faccio un uso raro del concetto di illuminazione perché lo adopero in modo tecnico. Con esso non intendo semplicemente l’esperienza, il riconoscimento, la realizzazione o anche il prendere dimora nella natura autentica, che quest’ultima sia non-duale o meno. Molte persone, inclusi diversi insegnanti, usano il termine con i significati sopradetti. Ecco perché di solito uso il concetto di realizzazione, che distinguo dall’illuminazione, anche se sono consapevole del fatto che molti insegnanti usano indifferentemente entrambi i termini.</p>
<p>Per<em> realizzazione</em> intendo la capacità di prendere dimora nella natura autentica, di riconoscere ed essere la natura autentica. Poiché quest’ultima ha molte dimensioni, o gradi di sottigliezza, esistono gradi o livelli di realizzazione. E poiché esistono molti gradi di completezza di realizzazione o di capacità di dimorare nella natura autentica, esistono molti livelli di realizzazione. Quindi, la realizzazione può svilupparsi e maturare grazie a una comprensione più sottile, profonda e totale della natura autentica, e a seconda della capacità di una persona di prendere dimora nella natura autentica. Quindi, anche se si è raggiunto un certo grado di realizzazione, è possibile che esistano ancora diversi offuscamenti, problemi, condizionamenti storici o personali non ancora affrontati, o che potrebbero emergere.</p>
<p>Quando la realizzazione diventa completa e permanente, la definisco illuminazione. Essa ha due conseguenze. La prima è che non esistono più offuscamenti (o la possibilità di un loro affiorare); spariscono i problemi, i limiti interiori alla propria esperienza e la mancanza di chiarezza. La seconda è la piena e permanente consapevolezza della totalità della natura autentica, in tutte le sue sottigliezze e dimensioni, che ora è completamente libera di manifestarsi in tutti i modi necessari. Questi due aspetti, insieme, implicano il vivere permanentemente nella pienezza del mondo autentico, senza aggrapparsi a un insegnamento o una prospettiva particolari, a una concezione dell’illuminazione o al bisogno di essa.</p>
<p>Poiché molti insegnanti intendono con i<em>lluminazione</em> ciò io chiamo <em>realizzazione</em>, essa ha ovviamente un posto nel Diamond Approach. È un’esperienza che dà l’avvio a un tipo permanente di conseguimento. Nel Diamond Approach ne esistono molti tipi e gradi.</p>
<p>Con l’espressione <em>illuminazione istantanea</em> si fa fondamentalmente riferimento a una distinzione tra la preparazione a un’esperienza e la scoperta di essa nella sua interezza. Penso che la distinzione sia avvenuta soprattutto in ambito buddista, a causa della distinzione operata dai buddisti tra il vuoto e la natura del Buddha. Le scuole secondo le quali la realtà assoluta è il vuoto, tendono a pensare in termini di illuminazione graduale, perché il vuoto viene realizzato demolendo a poco a poco l’io. Le scuole buddiste secondo le quali la realtà assoluta è la natura del Buddha (ovvero una sorta di presenza eterna) tendono a pensare in termini di illuminazione improvvisa. Questo perché la natura del Buddha viene scoperta così come è, in quanto sin dal primo momento è completa e integra. Ma in entrambi i casi esiste un cammino che va seguito con costanza. Così avviene nello zen, la famosissima dottrina che insegna l’illuminazione istantanea. Pur credendo in quest’ultima, lo zen prevede certamente una lunga pratica. Inoltre, come è ben noto, esso distingue tra molti tipi e livelli di satori o di realizzazione. Si dice che dopo ogni satori c’è un altro satori. In altre parole, anche nelle scuole che includono nel loro insegnamento l’illuminazione o realizzazione istantanea, quest’ultima non viene in genere concepita come una sorta di cataclisma che pone termine a tutto il cammino, rendendo inutili una pratica, un lavoro o un’integrazione ulteriori.</p>
<p>Questo è anche il caso dell’advaita vedanta. Altrimenti, come possiamo distinguere i diversi gradi di profondità o l’ampiezza della realizzazione dei vari guru e maestri? Il semplice fatto che un maestro dice di essere illuminato non vuol dire che lo sia allo stesso livello di un altro maestro, o che abbia lo stesso tipo di illuminazione. Né significa che lui o lei non ha più alcun lavoro da svolgere. Di solito, gli insegnamenti tradizionali (come il vedanta) definiscono “integrazione” il lavoro necessario dopo tale esperienza. Ma “integrazione” non vuol dire farsi i fatti propri mentre tutto il resto accade da sé. Altrimenti, tutti gli insegnanti della tradizione vedanta sarebbero uguali per profondità e potenza della realizzazione. L’integrazione, in realtà, consiste nel vedere al di là dell’ignoranza, le abitudini, i punti di vista, i pregiudizi, gli schemi ecc. Non è un lavoro diverso da quello che bisogna fare prima di tale esperienza; la differenza è che ora si è permeati della saggezza di tale esperienza, e forse anche dal permanere in tale esperienza.</p>
<p>Credo che, poiché nella nostra cultura non è mai esistita la disputa buddista sul vuoto e il fondamento eterno, la distinzione tra illuminazione istantanea e graduale ha poco senso. L’essenza viene scoperta così come è; non viene creata gradualmente. Allo stesso tempo, la mente lascia cadere un po’ alla volta la propria ignoranza, o il proprio attaccamento a tale ignoranza.</p>
<p>Nel mio caso personale, ho avuto molto presto un’esperienza che può definirsi di illuminazione, in cui l’ego si è totalmente dissolto nell’oceano della consapevolezza e dell’amore. C’è stata una cessazione totale della consapevolezza che ha portato a tale percezione cosmica. Ma quell’esperienza è stata l’inizio di un nuovo cammino che ha rivelato molte qualità e dimensioni della natura autentica, e in cui ho penetrato l’ego pezzo dopo pezzo, problema dopo problema. Anche questo cammino è stato punteggiato da scoperte e realizzazioni che potrebbero definirsi illuminazioni istantanee. Dopo molti anni sul cammino, alla fine sono tornato al punto dell’illuminazione iniziale, ma da allora il percorso è proseguito verso nuove tappe e livelli di realizzazione. Per cui, in un certo senso, il mio cammino ha incluso sia la via istantanea che quella graduale. Credo che questo sia ciò che accade di solito alla maggior parte degli individui, a prescindere dall’insegnamento o cammino seguito.</p>
<p>Sono rari i casi di persone che si ritrovano improvvisamente nell’assoluto e vi restano senza tornare indietro per integrare le altre dimensioni. Non è questa la norma, nemmeno nel vedanta o nello zen. Ma anche in tali casi esiste il lavoro dell’integrazione… Non credo che esiste un modo per evitare completamente di affrontare la propria ignoranza e i propri schemi, a meno che non ci accontentiamo di una realizzazione parziale.</p>
<p>Dobbiamo anche ricordare che nel Diamond Approach vediamo che esistono due tipi di cammino. Uno è quello della scoperta e realizzazione della natura autentica; l’altro, quello dell’individuazione dell’anima, cioè la maturazione dell’essere umano. Quest’ultimo tipo consiste inevitabilmente in uno sviluppo e una crescita graduali, perché si tratta di integrare le esperienze e le capacità di una persona nella sua realizzazione.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: Quali sono le qualità più importanti che un ricercatore deve integrare nel cammino?</p>
<p>Hameed Ali: La più importante, secondo me, è l’amore della verità fine a se stessa. Ciò comporta l’avere una mente totalmente aperta a ogni verità in cui potremmo imbatterci. Inoltre, il ricercatore deve avere un atteggiamento libero da pregiudizi, senza aspettative o desideri di un risultato particolare. Questo implica la necessità di un atteggiamento di pura ricerca scientifica. Altrimenti, la ricerca sarà distorta dai desideri e fini soggettivi. Poi, deve essere coinvolto il cuore del ricercatore, cioè la passione, la gioia e la giocosità, e il coinvolgimento deve avvenire senza attaccamento. Avere coraggio, intelligenza e concentrazione è di grande aiuto.</p>
<p>In <em>Spacecruiser Inquiry</em> analizzo tutto ciò nei dettagli. Un intero capitolo è dedicato a ciascuna delle qualità occorrenti per l’esplorazione e la ricerca.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: Come mai talvolta il comportamento di alcuni maestri spirituali è criticabile per quanto riguarda il potere, il sesso e il denaro? Avviene perché sono “al di sopra” dei valori e della morale umani o perché in realtà ne sono “al di sotto”, non avendo mai risolto i problemi psicologici correlati?</p>
<p>Hameed Ali: Gli insegnanti spirituali sono come tutti gli altri esseri umani. Se non hanno risolto problemi e conflitti personali, questi ultimi possono manifestarsi attraverso tali comportamenti. Queste tendenze non risolte della personalità possono diventare ancora maggiori sotto la pressione dell’espansione e dell’energia che deriva dalla realizzazione. Ciò è simile a quello che avviene agli individui comuni quando raggiungono una posizione di potere o ricchezza: queste situazioni, talvolta, amplificano le tendenze preesistenti.</p>
<p>È vero che alcune tradizioni parlano di “pazza saggezza” o cose del genere, ma essa viene considerata una possibilità molto rara e avanzata, raramente conseguita. Penso che i noti casi di comportamento aberrante o criticabile da parte di alcuni maestri indicano generalmente che la realizzazione di questi ultimi è limitata. Non esiste qualcosa come un essere illuminato nevrotico. Quando i maestri sono nevrotici o si comportano in modo strano, ciò di solito vuol dire che non sono venuti a capo di alcuni problemi della personalità e delle loro tendenze animali. Quindi, anche se hanno conseguito un certo grado di realizzazione, quest’ultima non è completa, cioè non si tratta ancora dell’illuminazione.</p>
<p>Se comprendiamo questa situazione, non c’è niente di insolito o difficile da capire in questi episodi. Certe persone non riescono a comprenderli perché partono dal presupposto che gli individui sono pienamente illuminati, quindi hanno bisogno di trovare qualche spiegazione bizzarra o semplicemente restano nella confusione.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: Per molto tempo, l’anima umana è stata considerata fuori dal campo di indagine della scienza occidentale. Quando alla fine è arrivata la psicoanalisi, la sua attenzione si è concentrata sul lato oscuro, le nevrosi e le psicosi, evidentemente nella convinzione profonda che in qualche modo l’anima è nata corrotta. Anche negli ambienti spirituali, l’ego – che dopotutto è parte dell’anima umana – viene spesso considerato un “nemico” che va “ignorato” o addirittura “ucciso”. Qual è la tua opinione sull’ego? È possibile che l’ego sostenga le parti più profonde dell’anima nell’esplorazione e il riconoscimento della verità?</p>
<p>Hameed Ali: Può esistere l’ego senza l’anima? No, è impossibile. Tutte le esperienze di noi stessi devono appartenere all’anima, che sia libera (e quindi l’esperienza riguarda la sua natura essenziale) o identificata con un’immagine o concetto (e quindi si tratta dell’ego). In altre parole, l’ego non è altro che una manifestazione della nostra anima, la nostra consapevolezza individuale, strutturata attraverso i concetti e le impressioni del passato. In tale situazione, l’anima sperimenta se stessa attraverso questa lente di concetti e impressioni, e tale mancanza di immediatezza e spontaneità si manifesta sotto forma di sé alienato, quello che gli insegnamenti spirituali chiamano “ego”. Non si tratta esattamente dell’ego della psicanalisi, ma di ciò che la maggior parte della gente considera il proprio senso dell’io.</p>
<p>Tale identificazione con la storia e le esperienze passate è il primo ostacolo alla realizzazione spirituale, perché quest’ultima è semplicemente l’anima che sperimenta se stessa senza alcun filtro, ma direttamente, immediatamente e nel momento. Quando l’anima sperimenta se stessa e il mondo con questo tipo di immediatezza, riconosce la presenza della sua natura autentica, e riconosce che questa è la sua verità ontologica. Poiché il fraintendimento dell’anima su se stessa è l’ostacolo principale, esso viene frequentemente considerato<em> il nemico</em> del cammino spirituale. Lo è, ma non è un nemico che vuole semplicemente il nostro fallimento o la nostra infelicità. Quindi, ciò che occorre non è l’aggressione o l’uccisione (che non sarebbe possibile, perché non possiamo uccidere la nostra anima), ma la comprensione e l’amore, che permetteranno di aprirsi e abbandonare le identificazioni, i punti di vista e le convinzioni rigide.</p>
<p>Quando affrontiamo l’ego con aggressività e rifiuto, chi è il soggetto di questo comportamento? Deve essere l’ego, perché la natura autentica, o l’anima non separata dalla natura autentica, non può rifiutare od odiare. Può solo avere le qualità della natura autentica, cioè amore, saggezza, comprensione e così via. In altre parole, il rifiuto ci rende semplicemente più identificati con la posizione dell’ego.</p>
<p><a title="Amore della verita 5.gif" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/amore-della-verita-5.gif"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/amore-della-verita-5.gif" alt="Amore della verita 5.gif" hspace="6" align="right" /></a>Nelle prime fasi del cammino, l’ego può essere un aiuto. Questo perché all’inizio non possiamo essere la nostra anima senza essere l’ego. Quindi, all’inizio è l’ego a compiere il lavoro, a seguire il cammino interiore. In realtà è sempre l’anima, ma qui essa è identificata con il concetto dell’ego. Col tempo, l’ego diventa trasparente e comincia a dissolversi. Ciò vuol dire che l’anima comincia a sperimentare se stessa senza questa lente di concetti e impressioni del passato. Senza tale lente, cominciamo a comprendere la realtà, cosa siamo davvero noi e il mondo. Per cui, in un certo senso l’ego muore, ma questo non vuol dire che esiste davvero un’entità separata che muore. Piuttosto, è l’anima che lascia cadere il concetto di ego. Possiamo sperimentare ciò come una specie di morte, ma questo avviene perché crediamo ancora di essere l’ego, e che quest’ultimo è un’entità reale ed esistente. Ciò che muore è la nostra ignoranza, non un’entità chiamata ego.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: Tu vedi negli aspetti essenziali della forza, la compassione, la chiarezza, la gioia e altri, il ponte tra l’umano e il divino. È in corso un acceso dibattito sull’ingegneria genetica. Ho come la sensazione che esiste la tentazione di cercare “l’essenza” dell’essere umano, in particolare i suoi attributi “migliori”, a livello biologico. Pensi che la manipolazione del DNA può aiutare a integrare gli stati essenziali o è solo un pericoloso “giocare a Dio”?</p>
<p>Hameed Ali: Queste qualità spirituali, in realtà, non sono altro che gli attributi del divino, nel suo manifestarsi e diventare immanente nel mondo e nell’anima. Possiamo sperimentarle nella nostra anima individuale e relazionarci a esse come alle nostre qualità, o alle qualità essenziali affioranti dal divino, e in tal modo fungono da ponte verso il divino nella sua dimensione trascendente.</p>
<p>Ho osservato che talvolta è difficile, per alcune persone, sperimentare certe qualità spirituali o essenziali, e in rari casi ciò sembra dovuto a una deficienza genetica. Penso che possa essere necessario che la composizione genetica dei nostri corpi diventi un vaso completamente trasparente delle qualità divine. Ciò mi riporta alla mente la scoperta dei geni della gioia e della maternità… Ma queste – la gioia e il nutrimento materno – sono due qualità essenziali, quindi potrebbero esistere altre qualità essenziali parzialmente regolate da geni specifici. Tale osservazione rafforza l’idea che il nostro corpo deve essere il più integro e completo possibile per poterci permettere l’esperienza del nostro potenziale essenziale. Quindi, se ci manca un determinato gene, o se il corpo o il cervello hanno qualche carenza, potremo avere delle difficoltà nell’essere aperti ad alcune qualità. E poiché nella genetica un gene è solo uno dei fattori determinanti, la sua mancanza non implica l’impossibilità di una qualità, né il suo possesso la presenza automatica di quest’ultima.</p>
<p><a title="Amore della verita 6.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/amore-della-verita-6.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/amore-della-verita-6.jpg" alt="Amore della verita 6.jpg" hspace="6" align="right" /></a>Se c’è del vero in questa idea, è lecito pensare che l’ingegneria genetica può essere di aiuto, fornendo i geni mancanti in grado di donarci l’apertura normale, o media, verso una particolare qualità essenziale. Ma ciò non equivale a dire che l’ingegneria genetica ci donerà l’illuminazione, perché a ogni modo già possediamo quasi tutti i geni necessari.</p>
<p>Questo è ciò che posso dire. Se la manipolazione del DNA può aiutarci a integrare ulteriormente gli stati essenziali, non lo so. Penso che l’ingegneria genetica può avere un potenziale spirituale, ma dubito che essa sostituirà il lavoro e la pratica interiori.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: Ho una forma di artrite da quando ero un ragazzo. Come per molte altre persone con malattie fisiche croniche, sul cammino spirituale ciò ha operato sia da stimolo che da frustrazione. Il fatto che anche tu hai delle limitazioni fisiche ha influito sul tuo cammino spirituale e i tuoi insegnamenti? In generale, in che modo il Diamond Approach considera il rapporto con il corpo?</p>
<p>Hameed Ali: Naturalmente, i miei limiti fisici hanno influenzato il mio cammino spirituale. La poliomielite che ho contratto all’età di due anni mi ha reso fisicamente vulnerabile e dipendente dagli altri, fatto questo che mi ha aiutato a diventare un individuo socialmente sensibile, ma anche interiormente autonomo. Inoltre, mi ha obbligato a volgermi all’interiorità per sperimentare la vita. Il fatto di dover usare una stampella per camminare ha inciso sul mio corpo in modo tale da non potere più trascurare ciò che sentivo dentro di me. Per cui, ho sviluppato una sensibilità e una dinamica vita interiore che sono sempre state indipendenti dalle situazioni esterne. La poliomielite ha creato un limite dal punto di vista fisico e sociale, ma ha anche permesso la crescita di una certa forza interiore.</p>
<p>Sembra che possiamo volgere a nostro vantaggio i limiti fisici, oppure, imparando a convivere con essi, possiamo maturare in modo non comune. Penso che ciò richieda innanzitutto altri elementi di sostegno, come un’educazione sana, un talento ecc. La cosa più importante è non gettare la spugna e non portare rancore, ma affrontare i nostri limiti e imparare a essere aperti alla vita e all’esperienza. Penso che la maggior parte delle persone tende a non affrontare in modo adeguato i propri limiti; diventano rancorose, arrabbiate, depresse o prive di intelligenza. Ma talvolta l’individuo riesce ad affrontare la situazione, sviluppando diverse qualità o capacità per venirne a capo o creare una compensazione.</p>
<p>Anche la natura del limite fisico è importante. Certi limiti possono interferire con la capacità di percezione, pensiero, intuizione, sentimento ecc. In simili frangenti è più difficile affrontare adeguatamente la situazione, e diventa meno probabile che l’individuo cresca e maturi grazie ai suoi limiti. Questo è ovvio nel caso del dolore. In presenza di alcuni dolori è ancora possibile pensare, contemplare e sentire, a patto che li affrontiamo e facciamo del nostro meglio. Ma altri sono di natura tale da rendere difficile l’applicazione di questa facoltà, e per essi occorrerà una forza d’animo maggiore di quella solitamente disponibile alla persona media. Ciò non vuol dire che in tali casi è impossibile crescere, ma che è più difficile e che occorre un aiuto maggiore. E quindi, solo raramente un individuo riuscirà ad affrontare la situazione in modo idoneo per la crescita e lo sviluppo interiori.</p>
<p>Possiamo pensare al nostro corpo come a una dimensione della nostra vita. Ciascuno di noi è un’anima la cui natura autentica è data dall’essenza, e dove il corpo rappresenta un vaso o un veicolo per l’esperienza e l’azione nel mondo. L’anima è il vaso dell’essenza, e il corpo è il vaso dell’anima. E così come l’anima deve essere trasparente all’essenza per farne l’esperienza e riconoscerla, il corpo – in quanto vaso più esterno della nostra esperienza – deve essere trasparente alle altre dimensioni. E come l’anima può essere trasparente all’essenza in alcune delle sue manifestazioni ma non in altre, lo stesso accade per il corpo. Quest’ultimo può essere trasparente in alcuni modi all’anima e all’essenza, ma non in altri. Può essere trasparente nella regione del cuore ma non in quella della pancia, oppure nella testa ma non nel cuore. Ciò fa sì che il nostro accesso avviene prevalentemente attraverso un centro o un altro.</p>
<p>La qualità più importante per la trasparenza del corpo, così come per l’anima, è la sensibilità. Ciò vuol dire che il punto non è se certi organi o parti del nostro corpo sono forti, sani e normali, ma quanto sono sensibili all’esperienza interiore e come influenzano la sensibilità dell’anima. I fattori che influenzano la sensibilità possono essere fisici, ma di solito sono le conseguenze psicologiche della situazione o del limite fisici.</p>
<p>Per <em>sensibilità</em> non intendo essere reattivi o troppo delicati; mi riferisco alla capacità di sperimentare stimoli di un’intensità e una qualità sempre maggiori senza interruzioni o chiusure.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: Il mondo è nel caos ecologico, sociale e politico. Esistono insegnanti secondo i quali ciò che sta avvenendo è solo un’illusione, “maya”, e non dovremmo preoccuparci, a meno che il nostro <em>corpo-mente</em> non sia meccanicamente programmato per affrontare questi argomenti. Potrebbe essere un’altra forma di attaccamento, ma la prospettiva della fine dell’incredibile esperimento della vita muove qualcosa dentro di me. I ricercatori spirituali possono avere un ruolo nella cura del corpo e dell’anima del mondo?</p>
<p>Hameed Ali: So che secondo alcuni insegnamenti il mondo è un’illusione, ma penso che questa sia un’eccessiva semplificazione che non comunica il messaggio originario. È una frase che cattura l’attenzione, ma la verità è più sottile e interessante. Quando cominciamo a riconoscere la visione egoica del mondo come fondamentalmente concettuale, tale visione appare illusoria. Percepiamo il mondo come un’illusione, ma andando più a fondo scopriamo che la sensazione di tale illusione è dovuta al fatto che stiamo ancora considerando la concezione egoica del mondo. Essa non dice nulla sul mondo. Ma quando guardiamo direttamente e immediatamente – cioè quando i concetti dell’ego sul mondo si sono dissolti – il mondo appare reale, ma come un’espressione di luce e presenza. Scopriamo che la percezione del mondo da parte dell’ego è una distorsione della condizione vera del mondo, del mondo autentico.</p>
<p>Abbiamo due modi per stare in questo mondo autentico. O siamo la natura autentica del mondo, ciò che lo rende reale, che trascende le forme del mondo; oppure siamo la natura autentica che si manifesta sotto forma di anima individuale. In quest’ultima condizione sperimentiamo il nostro io non solo come trascendente, ma anche come un organo, un’azione o una percezione del trascendente.</p>
<p>In tale mondo autentico ogni cosa appare giusta e perfetta. Ma questo non vuol dire che i particolari del mondo, lo stato delle cose, rientrino nella nostra definizione di perfezione. Più che altro, il nostro sguardo è rivolto alla natura fondamentale del mondo, che è purezza e perfezione.</p>
<p>In altre parole, possiamo scorgere la purezza autentica e riconoscere allo stesso tempo che lo stato delle cose non è salutare per gli esseri umani, ed è qui che la natura autentica manifesta il suo amore e la sua compassione. Possiamo impegnarci, nel senso che la nostra compassione ci porta a vedere la sofferenza e a sentirci inclini ad alleviarla. Allo stesso tempo, comprendiamo che il vero problema non è lo stato particolare delle cose, ma l’ignoranza della natura autentica, che è sottintesa alla dolorosa situazione generale. Riconosciamo che solo attraverso la dissoluzione dell’ignoranza un essere umano può essere libero, ma possiamo anche vedere che, per dissolvere questa ignoranza, la nostra compassione e il nostro amore agiscono in modi che corrispondono a uno stato delle cose più sano. In altre parole, più siamo realizzati, più comprendiamo le vere ragioni della sofferenza e del conflitto, e ci rendiamo conto di quali azioni saranno di aiuto. Di fatto, l’azione della realizzazione autentica è sempre diretta alla guarigione del mondo, ma potrebbe non manifestarsi nei modi in cui ci aspettiamo. Può succedere. Ma nello stato di realizzazione, esiste qualcosa come un’<em>azione nel mondo</em>?</p>
<p>Nella condizione trascendente vediamo che nessuno può agire, che ogni azione è fondamentalmente la trasformazione della sembianza dell’essere divino. In altre parole, non esistono azioni individuali. Ma questo è un punto sottile, perché anche se tale è l’esperienza dell’individuo realizzato, quest’ultimo sembra agire in modi che tendono a risanare la situazione intorno a lui/lei. Quindi, è vero che è un’illusione cercare di fare qualcosa, ma questo tipo di comprensione si accompagna a un grado di realizzazione in cui gli eventi intorno a tale individuo cominciano a muoversi verso l’integrità. Quindi, anche se non si stanno compiendo azioni individuali, lo stato delle cose si trasforma per riflettere le perfette qualità della realizzazione: per esempio, l’intelligenza, l’amore e la compassione. Inoltre, dal punto di vista delle persone intorno all’individuo realizzato, quest’ultimo sembra agire in modo sano e salutare.</p>
<p>Nella condizione personificata in cui siamo l’anima inseparabile dalla sua fonte – una cellula nell’essere divino – capiamo che possiamo compiere azioni individuali, ma tali azioni sono in realtà quelle del divino che si manifesta tramite noi. Quindi, c’è la percezione dell’azione individuale, ma anche il riconoscimento che esiste una sola entità ad agire. In tale condizione sperimentiamo le nostre azioni come prive di sforzo e salutari per lo stato delle cose, sia per gli altri che per l’ambiente.</p>
<p>Per cui, l’attaccamento in questo caso non riguarda l’atto di aiutare il mondo, ma la convinzione che l’atto individuale sia una verità assoluta. Se, volendo aiutare il mondo, ci stiamo meramente aggrappando alla nostra convinzione del carattere assoluto dell’atto individuale, siamo di fronte a un attaccamento che riflette un’illusione. Ma l’azione può fluire senza che noi si assuma questa posizione. In tal modo, l’azione può apparire una parte dello svolgimento universale delle apparenze del mondo, oppure l’azione del divino che si manifesta attraverso un’anima individuale.</p>
<p>Se osserviamo la vita degli individui realizzati, tutti hanno contribuito a risanare l’ambiente che li circondava, umano, animale o inanimato. Un modo migliore di dire la stessa cosa è affermare che gli individui davvero realizzati contribuiscono al cammino generale dell’umanità e del mondo verso una maggiore consapevolezza della natura autentica.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: Pensi che il sistema scolastico e sociale possa favorire il riconoscimento e l’integrazione delle qualità essenziali nei bambini?</p>
<p>Hameed Ali: Certamente, ma non sempre questo accade. Il punto non è se i bambini possono, ma se c&#8217;è la volontà in questa direzione. E ciò significa che le persone dietro tali sistemi devono essere sagge abbastanza da includere tale educazione nei sistemi stessi. Sono esistiti dei casi, nella storia, in cui persone sagge nei posti di potere hanno patrocinato insegnamenti e valori spirituali, favorendo la loro diffusione nella società. Questo è avvenuto nella tradizione ebraica, sufi, buddista e in altre. Generalmente, ciò accade in alcune comunità all’interno della società, che probabilmente in qualche caso hanno incluso l’educazione dei bambini. Un esempio interessante è quello dell’epoca greco-romana, quando i potenti mandavano, talvolta, i figli a studiare dal sapiente dell’epoca, come Platone in Alessandria e Plotino a Roma.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: I Veda hanno prodotto non solo conoscenza spirituale, ma anche il sapere scientifico dei tempi antichi. Si dice che tale sapere sia stato scoperto da esseri illuminati attraverso stati meditativi. La tecnica di esplorazione da te insegnata può essere applicata alla medicina, la fisica, la cosmologia, la scienza sociale e altri campi scientifici? In tal caso, cosa ci sarebbe di diverso rispetto all’attuale ricerca scientifica?</p>
<p>Hameed Ali: Senza dubbio. L’esplorazione, nel Diamond Approach, consiste di ricerca e indagine, e può applicarsi a qualsiasi campo di attività. È mio desiderio che questo accada, a un certo punto. Saranno necessarie alcune modifiche per favorire l’adattamento a ciascun campo, e bisognerà trovare un modo per includere l’esplorazione nella consapevolezza del ricercatore.</p>
<p>Oggi, il nostro metodo scientifico cerca di isolare il ricercatore (come abbiamo già detto), ma non esiste una ragione indiscutibile per non includerlo. Ciò crea un’approssimazione migliore di quella cartesiana. Comunque, non è una cosa semplice come il metodo cartesiano, che cerca di isolare il più possibile il ricercatore dall’oggetto di ricerca. L’individuo medio non può farlo, e questo vale per la maggior parte dei nostri scienziati. Penso che se ciò accadrà, sarà grazie agli scienziati che hanno già una certa realizzazione e comprensione della consapevolezza e della sua natura. Credo che sarà interessante vedere in che modo la scienza si svilupperà partendo da questa prospettiva più vasta e profonda. Nella filosofia della scienza potrebbe verificarsi una rivoluzione simile a quella Einstein provocò nella fisica.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: Ti ho sentito dire che esiste una relazione tra gli aspetti essenziali e il sistema endocrino. Potresti dire qualcosa al riguardo?</p>
<p>Hameed Ali: Non ne so granché. Ma so che, così come l’energia-shakti e il sistema dei chakra sono collegati al sistema nervoso e ai vari plessi, gli aspetti essenziali e il sistema “lataif” sono collegati al sistema endocrino e le sue ghiandole. Come esperienza, l’energia shakti è simile a una scarica elettrica, mentre la presenza essenziale è simile allo scorrere dei fluidi. Credo che sarebbe interessante svolgere una ricerca dettagliata su questa corrispondenza.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: La tua scuola ha l’aspetto di una scuola misterica, con poca pubblicità, mentre i tuoi libri, anche se molto apprezzati dai ricercatori, sono stati pubblicati in proprio e non hanno raggiunto il mercato di massa. Da un paio di anni hai cominciato a pubblicare con un grosso editore e il tuo nuovo libro, <em>Inner Journey Home,</em> avrà una grossa promozione. Quali sono le nuove sfide, e cosa provi a essere oggetto di attenzione da parte dei media e delle masse? Quale sarà l’argomento di I<em>nner Journey</em> Home?</p>
<p>Hameed Ali: La mia funzione è trasmettere il Diamond Approach in tutti i modi possibili. L’idea è quella di raggiungere il massimo numero di persone in sintonia con esso, affinché lo usino secondo le loro possibilità. Faccio questo attraverso gli insegnamenti, il training per insegnanti, gli eventi pubblici e le pubblicazioni. Parte della funzione delle pubblicazioni è rendere disponibile alla gente il nuovo paradigma e le intuizioni del Diamond Approach. Le pubblicazioni non sono un metodo efficace come l’insegnamento, ma hanno la loro utilità, in quanto sono educative (nel senso positivo della parola).</p>
<p>Se questo richiederà l’attenzione dei mass media, non mi è chiaro. Personalmente tendo a essere riservato, e non mi piace l’attenzione delle masse. Ma se ciò comincia ad accadere e aiuta la trasmissione degli insegnamenti a un numero maggiore di persone, continuerò su questa strada, come parte del mio servizio all’insegnamento.</p>
<p>Pubblicando con la casa editrice <em>Shambhala</em>, l’intento è, in parte, allargare il pubblico raggiungibile dai libri. Questo, in realtà, non è il livello dei mass media.</p>
<p>Non stiamo cercando di divulgare gli insegnamenti a livello delle masse, perché il nostro lavoro si basa molto sulla figura dell’insegnante, e possiamo accogliere solo un numero di studenti proporzionale ai nostri insegnanti. Ma i libri non hanno questi limiti, e possono raggiungere un pubblico molto più vasto senza che la scuola debba accogliere nuovi studenti, anche se ciò ci metterà più pressione.</p>
<p><em>The Inner Journey Home,</em> in pubblicazione nella primavera del 2004, è in parte un libro sull’anima e in parte una panoramica particolareggiata del cammino del Diamond Approach. La prima parte è una descrizione dettagliata dell’anima, che ne analizza la natura, le proprietà e funzioni, le dimensioni, la crescita, la realizzazione e la maturità. Il Diamond Approach sviluppa l’antico concetto occidentale dell’anima, esposto per la prima volta da Socrate e ampliato dalle scuole esoteriche delle tradizioni monoteiste, fino a includere il moderno campo della psicologia e la nozione dell’io. L’accento è su come l’anima è ciò che siamo, la nostra consapevolezza individuale, che ha l’essenza come sua natura e fondamento ontologico, ma che tra le sue dimensioni o possibilità include anche ciò che chiamiamo <em>mente, cuore e volontà.</em></p>
<p>Il libro analizza nei dettagli il modo in cui l’anima si evolve nell’io comune attraverso lo sviluppo dell’ego, e come e perché questo l’aliena dalla sua natura essenziale.</p>
<p>Tutto ciò viene riconosciuto come uno stadio di un processo più vasto di evoluzione che comprende lo sviluppo essenziale, la realizzazione della natura autentica e l’integrazione di quest’ultima nel mondo, sotto forma di individuazione e maturazione dell’anima. Il libro poi tratta in modo particolareggiato la natura essenziale dell’anima, le dimensioni della natura autentica e la loro realizzazione e integrazione nel cammino; include un esame molto approfondito, sottile e dettagliato della natura autentica; si chiude con un’analisi del viaggio di discesa e l’integrazione di tutte le dimensioni della Realtà autentica, la condizione autentica dell’esistenza, oltre ai suoi rapporti con l’idea di un Dio personale.</p>
<p>Un tema importante che percorre tutto il libro è il legame tra gli insegnamenti del Diamond Approach e la tradizione del pensiero occidentale. Viene analizzato in che modo il Diamond Approach è una possibile e positiva evoluzione della cultura e dei valori occidentali. Ciò viene fatto esaminando la dissociazione e l’unità delle nozioni di Dio/Essere, io/Anima e mondo/Cosmo.</p>
<p>Per maggiori informazioni su libri e articoli di Almaas, <a href="http://www.innernet.it/wp-admin/if%28confirm%28%27http://www.ahalmaas.com/%20%20%5Cn%5CnThis%20file%20was%20not%20retrieved%20by%20Teleport%20Pro,%20because%20it%20is%20addressed%20on%20a%20domain%20or%20path%20outside%20the%20boundaries%20set%20for%20its%20Starting%20Address.%20%20%5Cn%5CnDo%20you%20want%20to%20open%20it%20from%20the%20server?%27%29%29window.location=%27http://www.ahalmaas.com/%27">http://www.ahalmaas.com/<br />
</a>Il sito della scuola Ridhwan: <a href="http://www.innernet.it/wp-admin/if%28confirm%28%27http://www.ridhwan.org/%20%20%5Cn%5CnThis%20file%20was%20not%20retrieved%20by%20Teleport%20Pro,%20because%20it%20is%20addressed%20on%20a%20domain%20or%20path%20outside%20the%20boundaries%20set%20for%20its%20Starting%20Address.%20%20%5Cn%5CnDo%20you%20want%20to%20open%20it%20from%20the%20server?%27%29%29window.location=%27http://www.ridhwan.org/%27">www.ridhwan.org</a></p>
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<p>Traduzione di Gagan Daniele Pietrini<br />
Copyright: Innernet.</p>
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		<title>Loving the truth for its own sake, an interview with Almaas</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Aug 2009 07:02:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Toshan Ivo Quartiroli</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Psicologia e spirito]]></category>
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		<description><![CDATA[The Diamond Approach, the path created by Hameed Ali, better known by the pen name A.H.Almaas, emphasizes loving the truth for its own sake. This research takes place through a process of inquiry that includes the subjectivity of the researcher and his personal history as a way to reach objective knowledge of the soul and [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="Almaas4.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/almaas4.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/almaas4.jpg" alt="Almaas4.jpg" hspace="6" align="left" /></a>The Diamond Approach, the path created by Hameed Ali, better known by the pen name A.H.Almaas, emphasizes loving the truth for its own sake. This research takes place through a process of inquiry that includes the subjectivity of the researcher and his personal history as a way to reach objective knowledge of the soul and of the divine. In this interview, Hameed Ali speaks about the research, the researchers and the nature of the soul.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: The search for the truth in the West (including the scientific, philosophical and metaphysical) developed through different stages. In the Scholastic tradition, the subjectivity of the inner contents was taken into account, then came Descartes, who rejected this tradition. For the sake of a &#8220;clear and distinct perception&#8221; he deemed it necessary to detach ourselves from our subjectivity and take an objective, &#8220;God-like&#8221; approach. After all, according to the Judeo-Christian view, God created man in the last day of creation, and in the image of God. According to this belief the creation is something external to human beings, something that existed before the human mind and soul were around. So, in order to know the creation and the creator&#8217;s mind, man should trace God&#8217;s path and look for what is beyond the human. And, since man was born in sin, there wasn&#8217;t much good to discover anyway. Copernicus&#8217;s view of astronomy, no longer earth-centered, was possible from this new approach, as were many other scientific and technological developments. The modern era was characterized as being scientific, materialistic and &#8220;objective&#8221; one. But Kant was already starting to sabotage this paradigm, saying that we will never know the &#8220;thing in itself&#8221;. Later on, came quantum physics with the uncertainty principles and then the Gödel theorem limiting the scope of formal systems. In this post-modern era there is no more safe terrain for the truth. Your inquiry technique seems to be a new stage in the pursuit of truth, since it is fuelled by both the subjective and objective approaches to reality, and you affirm that the inner knowledge can be even more objective, clear and precise than the outer one. This reverses the foundations of the western culture between inner/subjective and outer/objective. How can you have objective truth in the realm of the human experience and how do you inquireinto that?</p>
<p>Hameed Ali: This is a good question and it will be important for people who grew up in the West to understand this point, for it may influence the way they look at spiritual experience and enlightenment. First, the way I work with truth in terms of objectivity and subjectivity does not actually reverse the foundations of Western culture. In fact, it rather goes back to the real foundations that our modern West has all but forgotten. In other words, the way I teach the Diamond Approach is a development of the Western way of researching truth, but done in a way that unifies what has been dissociated in the last few hundred years. It is a new stage but a stage that basically develops potentials that already existed in Western history.</p>
<p>Originally, as in the old Greek culture or the old Hebraic/Christian origins, or as the scholastic tradition that you mention, there was no dissociation between the objective and subjective views of things. The separation and dissociation happened around the age of enlightenment, even though it began earlier in the development of Christian thought. I think the separation served Western civilization for it lead to Western science and its technological advances, but at the same time it created a dissociation that is not inherent in reality and knowing, which has its own alienating effects.</p>
<p>In my understanding, knowing is much deeper than it is viewed now by our positivist philosophy. Knowing has a mystical or intuitive ground, which is the direct knowing of content of experience, usually termed gnosis. The Greeks understood this well in their concept of Nous, the higher or divine intellect. Plotinus clearly taught that knowing and being are inseparable in the Nous. But Western thought, which understood the Nous kind of knowing both in Greek thought and Hebraic thought, developed in such a way to separate the two dimensions or elements of it. In the Nous kind of knowing there is the presence of Divine Mind or Intellect, which is a field or ground of awareness, and there are the forms that manifest within it as objects of knowing. The forms are forms of the field of presence, but since this presence is the presence of consciousness this fields knows these forms. It knows them directly because they are forms of its own field; its knowingness pervades all the forms.<span id="more-550"></span></p>
<p>The development of Western thought, for various reasons good and bad, dissociated the ground of knowing, the being or presence, from the forms that this ground manifests. These two elements became then, generally speaking, emphasized and developed in two different fields. The ground of being became the concern of the field of metaphysics, religion and mysticism; and the forms became the concern of the newly developing scientific fields. Religion and mysticism started emphasizing that the ground of Being, or monotheistically the divine presence, is mysterious and inherently unknowable. And that its experience is antithetical to logical and scientific or experimental kind of inquiry.</p>
<p>In the scientific and positivistic direction, what remained of the ground of awareness and knowing became simply the individual knower, the self with its knowing mind. The forms of knowledge became disconnected objects not directly related to the knower. And knowing became the observations of the separate self of objects of knowledge. The idea developed, as you mention with the help of Rene Descartes, that the forms exist on their own, and can be known as they are if the self observes them from a distance and not interfere with them with its subjectivity. So objective knowledge developed to mean knowing the objects of knowledge without the subjective biases of the self or researcher.</p>
<p>Now, in the Diamond Approach, we agree with this definition of objective knowledge: that it is knowledge free of the mixing in it of the subjective biases of the knower. However, we do not share Descartes view that the way to objectivity is by sterilizing the situation of inquiry, by removing the subject from the field of inquiry. First, we know from our fundamental understanding of knowing that we cannot completely separate the knowing subject from the object of knowledge. We cannot because the knowing subject is nothing but the collapsing of the field of presence and awareness into a knowing self. We also know that these objects of knowledge are nothing but the reification of forms that arise in this field, and inseparable from it. Hence, Descartes formula works only as an approximation, and cannot be applied absolutely. I think Quantum theory has already discovered this limitation as formulated in Heisenberg’s uncertainty principle, which simply means that we cannot totally dissociate the observer from the phenomena observed.</p>
<p>Descartes’ formula worked as an effective approximation, and still works effectively in most fields of scientific inquiry because these fields cannot penetrate to the regions where this approximation collapses. We can actually view Descartes’ philosophy of science as an approximation similarly to how Newton’s classical theory of physics is a good working approximation to the laws of physics. Now we know that Newton’s physics collapses at the two extreme ends of the scale of physical measurements, where the general theory of relativity and quantum theory have replaced it as more accurate in the domains of macro and micro distances, respectively.</p>
<p>When it comes to understanding consciousness and the nature of the soul and God, Descartes’ approximation is again not adequate. Mysticism has always understood this and knew that true understanding of spiritual realities can only happen through direct experience, through knowing by being, by identity of knower and known. However, mysticism and most spiritual teachings believed that logical or rational knowledge are antithetical to such mystical knowing or gnosis, what the Hindu termed jnana, and the Tibetans yeshes. So it has been believed now for a long time that mystical or direct spiritual knowledge can only be vague, intuitive, mysterious, nonconceptual, incommunicable and so on. This is, in my view, due to the same dissociation, believing that the specifics and precise forms are separate from the ground of being and knowing, and that to pay attention to such specificity will disconnect us from mystical experience.</p>
<p>In the Diamond Approach, we agree more with the ancient Greeks, like Pythagoras, Plato and Plotinus, that the ground of being, the nous, is the ground of the platonic ideas, the various forms of manifestation. In other words, we take the view that direct mystical knowing and the knowing of specific forms in precise details, can be wed, because they are originally one and nondual. This means that we can have a mystical knowledge, which is knowledge by identity, that can be precise, clear, specific and detailed.</p>
<p>This has two consequences that respond to your question. First, there can be scientific knowledge that is direct knowledge; meaning precise and detailed gnosis of forms of manifestation. There is no dissociation here, and hence it is free of Descartes’ approximation. In fact, because we are not relying on an approximation, but on the truth of reality, our knowledge can be totally precise and clear. It can penetrate to regions not accessible to the ways of inquiry that depend on Descartes’ approximation. This is necessary for understanding consciousness, existence, soul, God, spirit and so on. They are like the micro and macro of scientific measurements, but in the field of psychology and metaphysics.</p>
<p>But how about objectivity; how do we assure objectivity, or that our subjective biases are not involved in this knowing?</p>
<p>I think the belief of many spiritual teachings that the mystical experience is antithetical to mind and reason opens such experience to such subjective biases. And this has been the criticism of scientists and philosophers of science of this kind of experience. However, Descartes’ approximation will not work, for it will dissociate us from the mystical element, that of direct experience, or knowing by being. However, there is another way, a way that the Diamond Approach applies in quite an effective manner. This is to include into our inquiry not only what we experience or know, but the subjective pole itself. We include looking into the knowing subject, the self, in the inquiry into spirit, God, or whatever. Our inquiry is always not only into what we experience, but also into our attitudes and reactions to our experience. This way we see our subjective biases, and how they influence our experience. By seeing through these subjective biases our knowledge of what is going on becomes gradually more objective.</p>
<p>As we see our biases, beliefs, positions, desires and so on, they begin to dissolve, especially because our inquiry is motivated by the love of truth for its own sake. Since we truly want to know what is going on, we are willing to surrender our biases because we can see directly how they obscure the truth we love. Our objectivity expands as our knowledge deepens. Objectivity expands as subjective biases are seen and surrendered. This is a process that continues throughout the path of inquiry into experience, where the truth of experience gradually manifests as our biases are exposed and surrendered.</p>
<p>We find different degrees of objectivity, where each degree is objective within the subjective framework we work with. In other words, if we use the framework that we are separate individuals in the ordinary world, then objective truth means something different from objective truth in a framework that does not hold such assumptions of separate individuality. Again, objectivity means something different depending on whether we assume existence and nonexistence are two antithetical opposites or inseparable and coemergent.</p>
<p>This approach does not participate in Descartes’ approximation because it recognizes that it is not possible to isolate the self from the object of inquiry. It relies on the view that the awareness and knowingness of the self is the field that constitutes the substance of all the objects of inquiry. It achieves objectivity by clearing the knowing awareness from its subjective biases. It first includes these biases in its determination of what is going on, but in deeper stages of the path, it can inquire free of these biases. The dissolution of these biases and positions at some point include the dissolution of the belief in a separate self, and the belief that the objects of study are separate objects from the inquirer.</p>
<p>Objectivity is complete when there is no more separate self to hold biases, which is the same station as recognizing that all the forms of manifestation are forms that our awareness and presence assumes. This is the enlightened view that we arrive at by learning to be truly and fully objective. This view actually transcends the uncertainty principle of quantum theory, because there is no more an observer separate from the observed. We see that the uncertainty principle is true as long as there is duality, but in the enlightened view there is no more duality of observer and observed. It is one phenomenon that knows itself totally, completely, objectively and precisely, but nondualistically. It knows itself by being itself with full and diamond sharp discrimination. Here, we see that even the uncertainty principle is an approximation, a finer one than Descartes’ but an approximation nevertheless, because it ends up making our knowledge probabalistic. I believe Einstein had an inkling of this when he could not adopt the quantum view completely; he thought God does not throw dice.</p>
<p>I think this kind of inquiry, which is totally open minded and totally open ended, unifies the scientific logical investigative attitude with the mystical approach of direct experience. This way was known in the ancient Western world, as attested to by Pythagoras’ use of mathematics in spiritual inner work, but did not develop much because of the bifurcation between religion and science that began in the renaissance and the enlightenment. There is no reason why it cannot develop further, as we have done in our work, and there is no reason why science cannot adopt it, at least in principle. It is difficult to practice such inquiry scientifically because we still do not know how to include the subjectivity of the researcher into his research, but I think at some point we will need to, if we are serious about finding the secrets of existence. There are already some indications of such development in some scientific areas, as in the view that we need to include consciousness to have a unified theory of the universe.</p>
<p>I go into more detail into this view of knowledge in the book, <em>Inner Journey Home,</em> and I discuss further the implications for Western thought and culture. The discussion in the book builds up with the deepening and expanding understanding of reality that the Diamond Approach makes available.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: You teach that there is an objective common core in every human being regarding how the soul manifests itself and functions, that goes beyond the personal history conditionings, beyond beliefs and self-images. But at the same time the personal history can go as deep as preventing or facilitating the union with the divine. For instance, a difficult merging stage with the mother or a cognitive belief such as “there is just one son of God and nobody else can merge into him in this lifetime” can prevent the merging with the divine. How did you discriminate between what is common in the soul of human beings and what is personal history or culturally induced? Is this common part the same thing as what is called the “perennial philosophy”, that sees a common core among the different spiritual traditions?</p>
<p>Hameed Ali: It is the brand of inquiry we practice in this path that makes it possible to know what is historically incidental and what is inherently universal. When we inquire into our experience and perception we begin to see the presence of our subjectivity in it, forming or patterning it. As we see through these subjective beliefs, positions, ideas and so on, and recognize them as such, they begin to dissolve. All historical and cultural influences are content of this subjectivity. Since they do not exist inherently in the present moment, but are carried into it from the past through memory and conditioning, understanding them tends to melt them away. However, the elements of the experience that are inherently present and are not carried from historical influences, do not dissolve, because they are truly present. Understanding them tends to reveal them further and show their inherent reality. In other words, inquiry just as other spiritual methods in general, tends to dissolve the ordinary mind with its content. All cultural and historical influences are content of this mind, of the nature of thought, and hence will dissolve under the scrutinizing eye of inquiry.</p>
<p>What remains will be what is fundamentally present. Also, patterns or patterned processes that remain will be seen as fundamental. However, fundamentally existing does not necessarily mean universal, or objectively common to all people. For it might be genetically determined, for example, by one’s heredity. But here the scientific approach helps a great deal. Just as science can determine whether some properties of objects are common to all the classes of such objects, as in the example of properties of water to all water molecules. Science does this in many ways, but one important way is the principle of repeatability. As long as we can repeat the results for any experiment we ascertain it is determined to be valid. We do the same in our work. We do not only ascertain whether something is fundamentally present, but whether repeated observations and inquiry with many people lead to the same result. So again it is the principle of repeatability.</p>
<p>The Diamond Approach actually has a kind of intelligence in its inquiry that gives it the possibility to ascertain whether something is fundamental or not, and whether it is universal or not. This has to do with the intelligence of the Diamond Guidance, the essential intelligence that guides the inquiry. When this guidance is integrated, which partially means we can inquire while seeing our subjective biases, it becomes clear what is fundamental and what is universal. I use both this direct intelligence and the scientific method combined to arrive at objectivity regarding these matters. I discuss our inquiry and its intelligence and objectivity in great detail in my book, <em>Spacecruiser Inquiry.</em></p>
<p>Is this common part what is called the perennial philosophy? Yes and no. Yes, if by perennial we mean what is universal to all souls. However, my understanding is that the perennial philosophy goes further than this. It takes the view that all spiritual teachings of mankind are different formulations of the same truth, experience or perception. Then it is no. I do not think that it is true that the Buddhist void is the same thing as the Sufi love, and both are the same as the Christian Father, and all of these are the same as the Taoist Tao, and so on, but formulated differently.</p>
<p>My understanding is that each genuine teaching refers to something fundamental and universal for all human beings, but they do not necessarily refer to the same fundamental and universal truths. There are many fundamental and universal truths, as there are many dimensions and facets of true nature or reality. Each teaching tends to emphasize a certain fundamental and universal truth, dimension or facet. So they are talking about the same thing, but not exactly. The differences are not simply due to different formulations or conceptualizations. They are more due to different emphasis and different facets of truths. More exactly, they are different because the various teachings have different logoi of teaching. Each teaching has its own unique logos: language, view, logic and dynamic. The same with the Diamond Approach; the understanding of essence and soul is unique to it. You can find similarities with other teachings, but you won’t be able to find sameness. I discuss the question of logoi of teachings in <em>The Inner Journey Home</em>, in an appendix.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: In the Diamond Approach I haven&#8217;t seen much emphasis on enlightenment, as it is discussed in other traditions or schools. What is the role of this &#8220;event&#8221; in your teaching? In particular, what do you think of the &#8220;sudden&#8221; enlightenment Advaita-like? Is it possible to by-pass the practices and the psycho/spiritual inquiry and be permanently liberated?</p>
<p>Hameed Ali: I use the concept of enlightenment sparingly because I use it in a technical way. I do not mean simply the experience of true nature, the recognition of true nature, or even the realization of or abiding in true nature, whether nondual or not. Many people, including many teachers, use the term in these above senses. That is why I usually use the concept of realization, which I differentiate from enlightenment, even though I am aware that many teachers use the two terms interchangeably.</p>
<p>By realization I mean the ability to abide in true nature, to recognize and be true nature. Since true nature has many dimensions, or degrees of subtlety, there are degrees or levels of realization. Also, because there are many degrees of completeness of realization of or capacity of abiding in true nature, there are many levels of realization. Hence, realization can develop and mature, by realizing true nature in subtler, deeper or more total ways, and by the completeness of such capacity of abiding. This implies that one can attain a degree of realization but there still remain some obscurations, issues, unworked out personal or historical conditioned manifestations, or the possibility of the arising of such.</p>
<p>When realization becomes full and permanent I call it enlightenment. This has two sides. One is that there are no more obscurations or the possibility of the development of obscurations. No more issues, no more inner lack of clarity and no more inner limitations of one’s experience. The other is the full and permanent awareness of the totality of true nature, in all its subtlety and dimensions, with the total freedom for it to manifest in whatever way necessary. Together they imply permanent living in the fullness of the real world, without holding to any particular teaching or perspective, or view of enlightenment or need for it.</p>
<p>Since many teachers use enlightenment to mean what I refer to as realization it obviously has a place in the Diamond Approach. It is an experience that begins a permanent kind of attainment. There are many kinds and degrees in the Diamond Approach. What is called sudden enlightenment basically refers to a distinction between building up to an experience or discovering it whole. I think the distinction happened mostly in the history of Buddhism, because of the distinction it has had between emptiness and Buddha nature. The schools that believe the ultimate reality is emptiness tend to think of gradual enlightenment, because emptiness is realized by chipping away at the self. The Buddhist schools that believe the ultimate reality is Buddha nature, which is some eternal presence, tend to think of sudden enlightenment. This is because you discover it as it is, since it is primordially complete and whole. However, in both there is a path where practice needs to be done continually. This is the case in Zen, the most well known teaching that teaches sudden enlightenment. Zen definitely includes long term practice, even though it believes in sudden realization. Furthermore, as it is well known, Zen conceptualizes many kinds and degrees of Satori, or realization. It is said that after every satori there is another satori. In other words, even in schools that formulate their teaching as sudden enlightenment or realization, it is not usually envisioned as one cataclysmic experience that finishes the whole path, without any remaining practice, work or integration.</p>
<p>This is the case in Advaita Vedanta too. Otherwise, how can we understand the different degrees of depth or expansion of realization of their various gurus and teachers?! Just the fact that a teacher says he is enlightened does not mean he is enlightened to the degree of another teacher, or has the same kind of enlightenment. Also, it does not mean that he or she has no more work to do. Usually, the traditional teachings, like Vedanta, conceptualize the work needed after such experience as integration. But integration is not a matter of going about your business and everything just happens on its own. Otherwise all Vedanta teachers will be the same in depth and power of their realization. The integration is actually a matter of seeing through ignorance, habits, positions, assumptions, patterns and so on. This is not different from the work one does before such experience, except that now one is informed by the wisdom from this experience, and possibly by the continuing remaining in such experience.</p>
<p>I think when we do not have the debate as Buddhism had, that of between emptiness and eternal ground, there is not much point in the distinction between sudden or gradual enlightenment. Essence is discovered as it is; it is not built up gradually. At the same time the mind sheds its ignorance or attachment to such ignorance piecemeal.</p>
<p>In my personal case, very early on I had an experience that can be called enlightenment where the ego totally dissolved into the ocean of consciousness and love. There was a total cessation of consciousness that lead to such cosmic perception. But that experience began a whole path that revealed many qualities and dimensions of true nature, and where I went through the ego segment by segment, issue by issue. This path was again punctuated by discoveries and realizations that can be called sudden enlightenment. After many years on the path I finally arrived at the place of the initial enlightenment, but then the unfoldment continued to further stations and newer levels of realization. So in a sense, my journey combined both the sudden and gradual paths. I believe this is what usually happens to most individuals, regardless of what teaching or path they follow.</p>
<p>There are rare instances of individuals suddenly finding themselves in the absolute, and remaining therein, without them going back to integrate other dimensions. But this is not the usual, not even in Vedanta or Zen. And even in such cases there is still the work of integration. I do not think there is a way of totally bypassing working out one’s ignorance and patterns, unless we are content with partial realization.</p>
<p>We also need to remember that in the Diamond Approach we see that there are two threads for the path. One is that of discovery and realization of true nature. The other is that of individuation of the soul, which is the maturation of the human being. This latter one is bound to be a gradual development and growth for it has to do with integrating one’s life’s experience and capacities into ones realization.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: Which are the most important qualities that a researcher should integrate in his path?</p>
<p>The most important, in my view, is loving the truth for its own sake.</p>
<p>This implies having a totally open mind, totally open to whatever truth we may find. Also, the researcher needs to have an open ended attitude, not expecting or wanting any particular end or result. This means it needs to have the attitude of pure scientific research. Otherwise, one’s research will be biased by one’s own subjective desires and goals. The researcher also needs a heart involvement, where there is passion, enjoyment, playfulness, and involvement without attachment. It helps a great deal to have courage, intelligence and focus.</p>
<p>I discuss all these in detail in <em>Spacecruiser Inquiry</em>, where I spend a whole chapter on each of these qualities as they pertain to inquiry and research.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: How is it that the behaviour of some of spiritual teachers is sometimes questionable around power, sex and money issues? Is it because they are &#8220;beyond&#8221; human values and morality or because they are actually &#8220;below&#8221; because they haven’t worked out the psychological issues concerned?</p>
<p>Hameed Ali: Spiritual teachers are just like other human beings. If they have not worked through some personality conflicts and issues these can manifest as such behavior. Such unclarified personality tendencies can even become more exaggerated under the pressure of greater expansion and energy that comes from realization. This is similar to ordinary individuals when they attain to positions of power or wealth; these situations sometimes exaggerate their already existing tendencies.</p>
<p>It is true that some traditions talk about crazy wisdom or something like that, but these traditions think of that as a quite rare and advanced possibility, that is rarely attained. I think the known stories of aberrant or questionable behavior of teachers usually indicate that these teacher are of limited realization. There is no such thing as a neurotic enlightened being. When teachers are neurotic or behave in a strange way it usually indicates that they have not worked out some personality issues and animal tendencies. So even though they have attained to a measure of realization the realization is not complete, which means it is not enlightenment yet.</p>
<p>When we understand this situation then there is nothing unusual or difficult to understand about such stories. Some people cannot understand such stories because they assume the individuals are fully enlightened, so they have to find some far out explanations or just get confused.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: For a long time the human soul has been considered out of the domain of western science. When finally psychoanalysis came, what was looked for was mainly the dark side, neuroses and psychoses, evidently a deep belief that somehow the soul was created as corrupt. Even in the spiritual circles the ego, after all a part of the human soul, is often considered an enemy&#8221; to be &#8220;ignored&#8221; or even &#8220;killed&#8221;. How do you consider the ego. Could the ego be a &#8220;helper&#8221; in inquiring and recognizing the truth of the deepest parts of the soul?</p>
<p>Hameed Ali: Can there be ego apart from the soul? Not possible; all of our experience of ourselves has to be of our soul, whether free and hence experiencing its essential nature, or identified with some kind of image or concept, and hence it is ego. In other words, ego is nothing but a manifestation of our soul, our individual consciousness, that is structured through concepts and impressions from past experience. In this situation the soul experiences herself through this lens of concepts and impressions, and this lack of immediacy and nowness appears as the alienated self, what spiritual teachings refer to as the ego. It is not exactly the ego of psychoanalysis, but what most people refer to as their sense of self.</p>
<p>Such identification with history and previous experience is the primary obstacle to spiritual realization, because such realization is nothing but the soul experiencing herself not through any filter, but directly, immediately in the moment. When the soul experiences herself and the world with this kind of immediacy she recognizes the presence of her true nature, and recognizes it is her ontological truth. Because the soul misidentifying itself is the primary obstacle it is frequently considered the enemy of the spiritual path. It is the enemy but it is not an enemy that simply wants us to fail or be unhappy. Hence, what it needs is not aggression, or killing, which is not possible because we cannot kill our soul, but understanding and love, that will allow it to open up and surrender its identification and rigid beliefs and positions.</p>
<p>When we relate to the ego with aggression and rejection, who will be doing that to the ego? It has to be the ego, because true nature, or the soul not separate from true nature, cannot reject or hate. It can only have the attitudes of true nature, which are love, wisdom, understanding and so on. In other words, the rejection simply makes us more identified with the ego position.</p>
<p>The ego can be a helper in the path in the beginning stages. This is because we cannot be our soul at the beginning without being the ego. So at the beginning it is the ego who does the work, who practices the inner path. It is in reality always the soul, but here the soul identified with the ego concept. In time ego becomes transparent and begins to dissolve. This means the soul begins to experience herself without this lens of concepts and historical impressions. Without this lens we begin to see reality, what we are and what the world actually is. So in some sense the ego dies, but this does not mean there is actually a separate entity that dies. It is more that the soul sheds this ego concept. We can experience this as some kind of death, but this is because we still believe we are the ego and believe the ego is actually a real and existing entity. What dies is our ignorance, not an entity called ego.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: You see in the essential aspects of strength, compassion, clarity, joy and others the bridge between the human and the divine. There is a strong debate about genetic engineering. It seems to me like there could be a temptation to look for the &#8220;essence&#8221; of the human being, in particular for his &#8220;best&#8221; attributes, on the biological level. Do you think that the DNA manipulation can help in integrating the essential states or rather is just a dangerous way to &#8220;play God&#8221;?</p>
<p>Hameed Ali: These spiritual qualities are actually nothing but the attributes of the divine, as it manifests and becomes immanent in the world and the soul. We can experience them in our individual soul and relate to them as our qualities, or essential qualities arising from the divine, and this way they function as bridges to the divine in its transcendent dimension.</p>
<p>It is my observation that sometimes it is difficult for some individuals to experience certain spiritual or essential qualities, and this seems in rare instances to be due to genetic deficiency. I think it is possible that we need our full genetic make up for our bodies to be transparent vessels for the divine qualities. This reminds me of the discoveries in genetics that there exists a joy gene, just as there is a maternal gene. But these, joy and maternal nourishment, are two essential qualities, and there could be other essential qualities partially governed by specific genes. This observation supports the view that we need our body to be as whole and complete as possible for us to experience our essential potential. So if we lack a certain gene, or if our brain or body has some kind of incompleteness, this can mean some difficulty in being open to particular qualities. And just as in genetics a gene is just one determining factor, missing one gene does not mean it is total lack of access, and possessing it does not mean automatic access.</p>
<p>If this view has some truth, then it is possible to think that genetic engineering can help in providing the missing genes, which can give us the normal or average openness to a particular essential quality. But this is not the same as genetic engineering giving us enlightenment, because we already possess almost all the genes required anyway.</p>
<p>This is as far as I can tell. Whether DNA manipulation can help us integrate essential states beyond that, is something I do not know. I think the potential of genetic engineering for spiritual realization is possible, but I doubt that it will replace the need for inner practice and work.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: I have arthritis since I was a very young man. As for many other people who experience chronic body discomfort, this has been both a stimulus and a frustration on the path. Did the limitations you have with your body influence your spiritual unfoldment and your teaching? How in general is the connection with the body according to the Diamond approach?</p>
<p>Hameed Ali: My body limitation of course influenced my spiritual unfoldment. The polio I got when I was about two years old created a vulnerability and physical dependence on others which helped me become a socially sensitive individual, but also inwardly autonomous. It also gave me the necessity to turn inward to experience life. The actual mechanics of having to use a crutch to walk has affected my body in a way where I could not ignore my inner sensations. So I developed an inner sensitivity and a dynamic inner life that have always been independent from external situations. The polio created a limitation in terms of physical and social functioning, but it also allowed some inner strengths to develop.</p>
<p>It seems that we can turn physical limitations to our advantage, or we can by adequately coming to terms with our limitations learn from them and develop in ways that are not ordinary. I think this requires first some other supportive factors, like healthy upbringing, some talents and so on. The main thing is that we do not give up and become bitter but face our limitations and learn to be open to life and experience. I think most people tend not to face their limitations adequately; they become bitter, blaming and depressed or deficient. But sometimes an individual can deal with the situation, developing different qualities and capacities to deal with it or compensate for it.</p>
<p>The nature of the physical limitation is also important. Some limitations can interfere with our capacity for perception, thinking, insight, feeling and so on. In these situations it is more difficult to face the situations adequately, and it becomes less likely that an individual will develop and grow from the limitation. This is obvious in the case of pain. Some pain still leaves us able to think, contemplate and feel, if we face it and do our best. But some pain is of a nature that makes this application of capacity difficult, and will need a bigger fortitude than is usually available to the average human being. It does not mean it is impossible to develop in such cases, but it is more difficult and will require more supports. And hence, only rarely will an individual succeed in dealing with the situation adequately for inner growth and development.</p>
<p>We can think of our body as one dimension of our life. We are each a soul, with essence as true nature, but with a body as a vessel or vehicle for experience and action in the world. The soul is the vessel for essence, and the body is a vessel for the soul. And just as the soul needs to be transparent to essence for her to experience and recognize it, the body as the most external vessel for our experience needs to be transparent to the other dimensions. And just as the soul can be transparent to essence in some of her manifestations but not in others, the same way with the body. The body can be transparent in some ways to the soul and essence, but not in other ways. It can be transparent in the heart region but not in the belly region, or in the head but not in the heart. This will make our access happen more predominantly through one center or another.</p>
<p>The most important quality for the transparency of the body is sensitivity, just as it is for the soul. This means that the most important thing is not whether certain organs or parts of our body are healthy and strong and normal, as much as how sensitive they are to inner experience, and how they affect the soul’s sensitivity. The factors influencing sensitivity can be physical but usually they are the psychological consequences of the physical situation or limitation.</p>
<p>By sensitivity I do not mean being sensitive as in reactive or too tender; I mean the capacity to experience greater and greater intensity and quality of stimuli without disruption or closing down.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: The world is in an ecological, social and political turmoil. There are teachers who say that what is happening is just an illusion, maya, and we shouldn’t be concerned unless our &#8220;body/mind&#8221; is mechanically programmed to take care of that. It could be another form of attachment, but the prospect of ending this incredible experiment of life moves something inside me. Can the researchers of the truth have a role in healing the world soil and soul?</p>
<p>Hameed Ali: I know that some teachings say the world is an illusion, but I think it is an oversimplification that does not communicate what is intended. It is a catchy phrase, but the truth is subtler and more interesting. When we begin to recognize the ego view of the world as basically conceptual, this view appears as an illusion. We perceive the world as an illusion, but upon inquiry it turns out that this sense of illusion has to do with the fact that we are still seeing the ego view of the world, and recognizing it as an illusion. It does not say anything about what the world is. But when we look directly and immediately, which means the ego concepts of the world have dissolved, the world appears real, but as an expression of light and presence. We find that the ego perception of the world is a distortion of the true condition of the world, the real world.</p>
<p>In this real world we have two ways of being in it. We are either the true nature of the world, what makes it real, which transcends the forms of the world; or we are true nature manifesting itself as the individual soul, a condition where we experience our self not only as the transcendent but also as an organ or action and perception for the transcendent.</p>
<p>In this real world, everything appears perfect and right. However, this does not mean that the details of the world, the patterns of events, is perfect the way we think perfection is. It is more that we are seeing the underlying nature of the world, which is purity and perfections.</p>
<p>In other words, we can see the true perfection and still recognize that the pattern of events is not healthy for human beings, and that is when true nature manifests its love and compassion. We can get concerned in the sense that our compassion leads us to see suffering and feel the tendency to help alleviate it. At the same time we see that the primary problem is not the individual pattern of events but the ignorance of true nature, that underlies the painful pattern of events. We recognize that only through the dissolving of ignorance can a human being be liberated, but we can also see that for this ignorance to dissolve our compassion and love act in ways that flow with a more healthy pattern of events. In other words, the more we are realized the more we see the true reasons of suffering and conflict and what actions will help. Actually, the action of true realization is always towards healing the world, but may not manifest as what we expect it to be. But it can. But is there such a thing as action in the world in the condition of realization?</p>
<p>In the transcendent condition we see that nobody can act, that all action is basically the transformation of the appearance of the divine being. In other words, there is no such thing as individual action. But this is a subtle place, because even though this is the experience of the realized individual, this individual appears to act in ways that tend to heal the situation around him or her. So it is true it is an illusion to try to do something, but this kind of understanding goes along with a degree of realization where the events around this individual begin to move towards wholeness. Therefore, even though one is not taking an individual action the pattern of events does transform to reflect the perfect qualities of realization, like intelligence, love and compassion. Also, looked at from the side of people near this individual this individual appears to act in ways that are healing and wholesome.</p>
<p>In the embodied condition where we are the soul inseparable from its source, a cell in the divine being, we see that we can take individual action, but this action is actually the action of the divine happening through us. So there is the sense of individual action but the recognition that there is only one mover. In this condition we experience ourselves as acting effortlessly in ways that heal the situation, both people and environment.</p>
<p>Therefore, attachment here is not to the action of helping the world, but to the perspective of believing in individual action as an ultimate truth. If by wanting to help the world we are merely holding on to our belief in individual action as ultimate, then it is an attachment that reflects an illusion. But action can flow without us taking this position, when we are free of this position. Such action can appear as part of the universal unfolding of the appearance of the world, or as the action of the divine manifesting through an individual soul.</p>
<p>If we look at the history of realized individuals, they all contributed to healing of their environment, whether human, animal or inanimate. A better way of saying it is that truly realized individuals contribute to the overall evolution of humanity and the world towards greater awareness of true nature.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: Do you think that the social and educational system could help in the recognition and the integration of the essential qualities in children?</p>
<p>Hameed Ali: Definitely, and this happens sometimes in small ways. The question is not whether they can but whether they will. And this means whether the people behind such systems are wise enough to include such education in the systems. There have been instances in history where wise individuals in the position of power supported spiritual teachings and values, which helped their spread in the greater society. This happened in the Jewish tradition, the Sufi tradition, the Buddhist and others. Usually this happens in some of the communities in society, which probably included the education of children in some instances. An interesting example is of the Greek and Roman times, when some people in power sent their children to study with the wise of the time, like Plato in Alexandria and Plotinus in Rome.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: The Vedas produced not only spiritual knowledge, but as well the scientific knowledge of ancient times. It is said that this knowledge has been discovered by enlightened beings through some meditative stage. Could the inquiry technique that you teach be applied to medicine, physics, cosmology, social science, and other specialized fields? How different this would be from the current way of the scientific research?</p>
<p>Hameed Ali: Without any question. The inquiry in the Diamond Approach is a way of doing research and investigation, and it can be applied to any field of endeavor. It has been my wish for this to happen at some point. It will need to be modified some to fit the particular field, and find ways of how to include inquiry into the consciousness of the researcher.</p>
<p>At the present time our scientific method tries to separate the researcher as we have already discussed, but there is no absolute reason not to include the researcher. It makes it a better approximation than the Cartesian one. However, it is not as simple and easy as the Cartesian method of trying to separate the researcher as much as possible from the object of research. The average individual cannot do it, and this includes most of our scientists. I think if it happens it will have to be by scientists who already have some realization, and appreciation of consciousness and its nature. I think it will be interesting to see how our science will develop from this deeper and more encompassing perspective. It could be a revolution in the philosophy of science similar to what Einstein did in physics.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: I heard you say that there is a relationship between the essential aspects and the endocrine system. Could you say something about this?</p>
<p>Hameed Ali: I do not know much about it. But I do know that just as the energy-shakti and chakra system is connected to the nervous system and the various plexi, the essential aspects and the lataif system are related to the endocrine system and its glands. Experientially, the shakti energy is similar to the flow of electrical charge, and the essential presence is similar to the flow of fluids. I think it will be an interesting research for somebody to do in order to find the specific particulars of the correspondence.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: Your school has been more like a mystery school, with little advertisement, and your books, even if highly valued by researchers, were self-published and didn&#8217;t reach the mass market. For a couple of years now you have been publishing your books with a big publisher and your book,<em> Inner Journey Home</em>, will have a strong promotion. What are the new challenges and how do you feel about having more media and mass attention? What will be the subject of &#8220;Inner Journey Home&#8221;?</p>
<p>Hameed Ali: It has been my function to put out the Diamond Approach in all the ways I can. The idea is to reach as many of the people who can resonate with it and use it as possible. I do this through teaching, teacher training, some public events, and through the publications. Part of the function of the publications is to make available to people the new paradigm and insights of the Diamond Approach. It is not as effective a way as teaching, but has its usefulness, for it is educational in the good sense of the word.</p>
<p>Whether this will require mass media and attention is not clear to me. I myself tend to be private and do not like mass attention. But if this begins to happen in a way that helps to put out the teaching to more people then I will go along with it as part of my service to the teaching. By publishing through Shambhala part of the intention is to widen the audience the books can reach. This is not really the level of mass media or attention.</p>
<p>We are not trying to have the teaching be done in a mass scale, for our work is teacher intensive and we can accommodate only what our teachers can handle. However, the books have no such limitation, and can reach much larger audiences without the school having to deal with many new students, even though this will put some pressure on us.</p>
<p>The <em>Inner Journey Home</em>, which is appearing in the spring of 2004, is partly a book about the soul, and partly an in depth overview of the path of the Diamond Approach. The first part of it is a detailed discussion of the soul, her nature, properties and functions, dimensions, development, realization and maturation. The Diamond Approach develops the ancient Western concept of the soul, as spearheaded by Socrates and developed by the esoteric branches of the monotheistic traditions, to include the modern notion of self and the modern field of psychology. The emphasis is on how the soul is what we are, our individual consciousness, which has essence as its nature and ontological ground, but also possesses what we call mind, heart and will as some of its dimensions and capacities. The book goes into the details of how the soul develops into the normal self through ego development, and how and why this alienates her from her essential nature.</p>
<p>This is recognized as some of the stages of a larger process of development, which includes the essential development, realization of true nature and the integration of that in the world as the individuation and maturation of the soul. The book then goes into an in depth discussion of the essential nature of the soul, the dimensions of true nature, and their realization and integration in the path. It includes a quite detailed, deep and subtle discussion of true nature. The book ends with a discussion of the journey of descent, and the integration of all dimensions in the true Reality, the true condition of existence, and its relation to the notion of a personal God.</p>
<p>An important thread that goes through the book is that of connecting the teachings of the Diamond Approach with the Western tradition of thought, and discussing how it possesses a positive vision of possible evolution of Western culture and values. It does this by looking at the dissociation and unity of the notions of God/Being, self/Soul and world/Cosmos.</p>
<p>For more information on the Ridhwan school: <a href="http://www.ridhwan.org">www.ridhwan.org</a><br />
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		<title>Il battito dell&#8217;assoluto di Osho, recensione</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Jun 2009 22:52:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Toshan Ivo Quartiroli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Maestri]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[ego]]></category>
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		<category><![CDATA[oriente]]></category>
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		<description><![CDATA[Le Upanishad sono la parte finale dei Veda, le antiche sacre scritture indiane. Si dice che le Upanishad contengano l&#8217;essenza più pura degli insegnamenti. Uno dei significati di Upanishad è “insegnamenti segreti”.
La Ishavasya Upanishad riprende la sua originaria vitalità nei commenti di Osho, trascritti da discorsi tenuti durante un intenso campo di meditazione durato dieci [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="Osho. Il battito dell’assoluto.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/osho-il-battito-dellassoluto.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/osho-il-battito-dellassoluto.jpg" alt="Osho. Il battito dell’assoluto.jpg" hspace="6" align="left" /></a>Le Upanishad sono la parte finale dei Veda, le antiche sacre scritture indiane. Si dice che le Upanishad contengano l&#8217;essenza più pura degli insegnamenti. Uno dei significati di Upanishad è “insegnamenti segreti”.</p>
<p>La Ishavasya Upanishad riprende la sua originaria vitalità nei commenti di Osho, trascritti da discorsi tenuti durante un intenso campo di meditazione durato dieci giorni. Il maestro incoraggiava circa quattrocento ricercatori a sperimentare dal vivo gli stati dell&#8217;essere accessibili alla coscienza. L&#8217;anno era il 1971 e vi erano ancora pochissimi occidentali tra i partecipanti.</p>
<p>Le Upanishad non rappresentano una filosofia espressa in termini sistematici. Sono invece le descrizioni della natura della Realtà a partire dallo stato di illuminazione. A differenza del metodo scientifico occidentale, che procede per logica e induzione nella scoperta del vero, il metodo orientale parte dalle rivelazioni. Come commenta Osho, “La verità non si forma né si costruisce attraverso la nostra ricerca; questa la conduce semplicemente entro la sfera della nostra esperienza: essa è, in sé, sempre presente. La via del ragionamento indiano, quindi, dichiara all&#8217;inizio le conclusioni e in seguito discute metodo e procedura”. Per questo, il primo sutra</p>
<blockquote><p>Om. Quello è il Tutto, e questo, pure, è il Tutto.<br />
Poiché solo il Tutto nasce dal Tutto,<br />
e anche se il Tutto viene sottratto al Tutto,<br />
ecco, ciò che rimane è il Tutto.<br />
Om. Pace, pace, pace.</p></blockquote>
<p>è anche l&#8217;ultimo, “con il quale si afferma tutto ciò che sia mai possibile esprimere.” Per comprendere tali affermazioni, afferma Osho, contrarie ad ogni logica,<span id="more-513"></span> dobbiamo entrare sul piano dell&#8217;amore:</p>
<blockquote><p>Forse che il tuo amore diminuisce quando lo offri a qualcuno? Sperimenti forse mancanza d&#8217;amore quando lo offri totalmente? No!&#8230; Chi dà il proprio amore totalmente, liberamente, senza condizioni, acquista amore infinito&#8230; Se, dopo aver offerto il vostro amore, sentite che vi manca qualcosa, sappiate che non lo avete affatto sperimentato!&#8230; Tutto ciò che è misurabile è soggetto alla legge della diminuzione. Solo ciò che non è misurabile rimarrà uguale, indipendentemente da quanto gli viene sottratto.</p></blockquote>
<p>Tra le tante gemme presenti ne <em>Il battito dell&#8217;assoluto</em>, Osho traccia un parallelo tra la scienza, la quale, considerando l&#8217;essere umano in modo meccanico, abbatte l&#8217;ego e l&#8217;orgoglio dell&#8217;uomo. Anche la religione orientale afferma che l&#8217;essere individuale “non esiste” ed è solo una costruzione della mente. Ma mentre la scienza non offre alternative, degradando solo l&#8217;essere umano, le Upanishad da una parte estinguono il piccolo ego ma dall&#8217;altra innalzano l&#8217;uomo alla posizione divina.</p>
<p>Non sorprende dunque che in Occidente vi sia una tale strenua difesa dell&#8217;ego individuale, con tutti i suoi correlati di posizione sociale, riconoscimenti, ideologie, convinzioni. Per la nostra civiltà l&#8217;incontro col vuoto, cercato invece dal mistico come fonte del Tutto, è sinonimo di disfatta totale. L&#8217;uomo occidentale non può fermarsi, non può accettare il silenzio della mente, perché teme di cessare di esistere. Ogni aspetto della vita è architettato affinché possiamo essere intrattenuti in continuazione, mentre ogni desiderio soddisfatto viene rimpiazzato da un ulteriore obiettivo.</p>
<p>Quando lessi <em>Il battito dell&#8217;assoluto </em>la prima volta mi sentii proiettato in una dimensione che al tempo stesso era paradossalmente aliena e familiare. Le comprensioni, le aperture e le intuizioni che mi produsse la lettura furono così significative che mi lasciarono con la frustrazione nell&#8217;essermi avvicinato a tali vette, dove manca quasi l&#8217;aria, tuttavia quasi solamente sull&#8217;importante ma limitato piano intellettuale. Sedotto e abbandonato, <em>Il</em> <em>battito dell&#8217;assoluto</em> mi ha spinto ad esplorare ulteriormente il percorso. Forse è questo lo scopo non dichiarato delle Upanishad.</p>
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<p><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1924&amp;isbn=8875457131">Osho. Il battito dell&#8217;assoluto. Discorsi sull&#8217;Ishavasya Upanishad. ECIG. 1991. 8875457131</a></p>
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		<title>Autorità e sfruttamento, terapisti e maestri</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Apr 2009 16:59:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Tricycle</dc:creator>
				<category><![CDATA[Maestri]]></category>
		<category><![CDATA[Psicologia e spirito]]></category>
		<category><![CDATA[Relazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Sessualità]]></category>
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		<category><![CDATA[psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[zen]]></category>

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		<description><![CDATA[Autorità e sfruttamento: tre voci
Il maestro zen Robert Aitken Roshi e il monaco benedettino fratello David Steindl-rast sono figure di primo piano nel dialogo tra buddismo e cristianesimo.
Robert Aitken è il direttore della Diamond Sangha, una comunità zen con base nelle isole Hawaii e centri affiliati in altri Paesi. Avendo conosciuto lo zen in un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="psicoterapia fumetto.gif" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/11/psicoterapia-fumetto.gif"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/11/psicoterapia-fumetto.gif" alt="psicoterapia fumetto.gif" hspace="6" align="left" /></a><strong>Autorità e sfruttamento: tre voci</strong></p>
<p>Il maestro zen Robert Aitken Roshi e il monaco benedettino fratello David Steindl-rast sono figure di primo piano nel dialogo tra buddismo e cristianesimo.</p>
<p>Robert Aitken è il direttore della <em>Diamond Sangha</em>, una comunità zen con base nelle isole Hawaii e centri affiliati in altri Paesi. Avendo conosciuto lo zen in un campo di prigionia giapponese nel 1945, egli viene considerato oggi, all’età di 73 anni, il decano dei praticanti zen americani. Tra i suoi libri, ricordiamo <em>Taking the Path of Zen </em>e<em> The Mind of Clover</em>.</p>
<p>Fratello David Steindl-rast si è laureato in Psicologia sperimentale all’Università di Vienna. Studioso dello zen da molti anni e conferenziere noto in tutto il mondo, trascorre la maggior parte del tempo all’<em>Immaculate Heart </em><a title="Autorita e sfruttamento Robert Aitken.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/autorita-e-sfruttamento-robert-aitken.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/autorita-e-sfruttamento-robert-aitken.jpg" alt="Autorita e sfruttamento Robert Aitken.jpg" hspace="6" align="left" /></a><em>Hermitage</em> (L’Eremo del Cuore Immacolato) di Big Sur, in California.</p>
<p>Nel gennaio 1991 questi due vecchi amici hanno svolto insieme un ritiro di cinque giorni in una capanna isolata nell’Isola Grande delle Hawaii, sedendo in meditazione e discutendo su una lista di interrogativi stilata da fratello David. Le loro riflessioni sono state registrate dal monaco Kieran O’Malley.</p>
<p>“Tricycle” ha chiesto alla dottoressa Diane Shainberg di approfondire la discussione tra Fratello David e Aitken Roshi sull’autorità e lo sfruttamento. Psicoterapeuta che vive e lavora a New York, la dottoressa Shainberg è autrice di <em>Healing in Psychotherapy: The Process of Holistic Change</em>. È stata l’insegnante di molti terapisti e nel suo lavoro di psicoterapeuta integra gli insegnamenti buddisti. Esperta studiosa dello zen e delle tradizioni tibetane, Shainberg attualmente è allieva di Tilak Fernando, un maestro buddista dello Sri Lanka.<span id="more-804"></span></p>
<p>Il brano seguente era preceduto, nell’originale, da una discussione sul conflitto tra l’aspirazione all’egualitarismo e la necessità di un’autorità che trasmetta gli insegnamenti spirituali. Da tale discussione è emerso che questo conflitto non rappresenta un problema soltanto nelle comunità buddiste dell’America settentrionale che stanno cercando di assimilare gli insegnamenti orientali, ma anche nelle comunità cristiane. Fratello David, a questo punto, ha chiesto ad Aitken Roshi di dire qualcosa sull’importanza della figura dell’autorità nella pratica spirituale:</p>
<p>Robert Aitken Roshi: Una volta qualcuno ha suggerito un modello radicale di ritiro per Koko An (il nostro centro zen a <a title="Autorita e sfruttamento David Steindl-rast.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/autorita-e-sfruttamento-david-steindl-rast.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/autorita-e-sfruttamento-david-steindl-rast.jpg" alt="Autorita e sfruttamento David Steindl-rast.jpg" hspace="6" align="left" /></a>Honolulu): in esso la gente assumeva a turno la funzione del “roshi”, il maestro. Lo ritengo un suggerimento sbagliato. L’apprendimento, in un contesto di profonda ricerca in cui l’autoinganno è facilissimo, richiede transfert e fiducia. Uno studente può non comprendere la necessità di un’idea o un’azione particolari, ma se a consigliarla è un maestro di cui lo studente si fida, quest’ultimo è in grado di accettarla momentaneamente, lasciando che essa scenda in profondità dentro di lui.</p>
<p>Qualcuno deve reggere lo specchio e dire: “Guarda, questo è ciò che stai facendo, questo è ciò che stai dicendo”; oppure, semplicemente: “No, questo non può essere giusto”. La ragione alla base di ciò è che sia l’insegnante che lo studente sanno cosa è vero, ma lo studente non ne è ancora consapevole. Tuttavia, le persone che provano ancora risentimento verso i genitori o i nonni si trovano in difficoltà; appiccicano il volto del padre sull’insegnante e reagiscono di conseguenza. D’altro canto, se l’insegnante non è fedele al suo insegnamento e alla sua realizzazione, e approfitta del transfert per motivi egoistici, l’intera “sangha” o comunità è avvelenata.</p>
<p>Fratello David: So molto bene che ognuno di noi esercita un’autorità. Se dici: “Io non sono un’autorità”, devi stare attento a chiederti quante persone ti ritengono un’autorità, nonostante tutto.</p>
<p>Mi sto chiedendo se oggi la nostra nozione di <em>autorità</em> non è pericolosamente distorta. Il primo significato di <em>autorità </em>in un dizionario inglese è qualcosa come “Avere il potere di comandare”. Esercitare un potere sugli altri è di certo uno dei significati di autorità, ma il fatto che questo sia diventato il suo primo significato la dice lunga sulla nostra civiltà.</p>
<p>Il significato originario di <em>autorità </em>(e non sto parlando dal punto di vista etimologico) è il fornire, o l’essere, un esempio saldo per la conoscenza e l’azione. Usiamo il termine in questo senso quando diciamo: “Voglio un’opinione autorevole. Devo fare questa operazione o no?”. Allora, in un caso del genere, ci rivolgiamo all’autorità medica.</p>
<p>Chi fornisce frequentemente un esempio autorevole per la conoscenza e l’azione diventa un’autorità: quando ti ammali, la zia Emily ha sempre il rimedio giusto. Quando sei raffreddato, vai dalla zia Emily. In un paese, questo ruolo viene svolto dalla persona più anziana, dal portavoce o dal capo. Tutto va bene finché l’autorità costituisce un fondamento sicuro per la conoscenza e l’azione. Il problema sorge quando l’autorità non dà o non giustifica più questa fiducia, conservando però il potere: a questo punto, diventa autoritaria.</p>
<p>Come distinguiamo l’autorità legittima da quella autoritaria? A lungo mi sono arrovellato per questo dilemma, ma la risposta, una volta trovata, mi è sembrata ovvia: la persona autoritaria ti sottomette. Questo è l’unico modo in cui coloro che non occupano una posizione superiore possono stare sopra gli altri: sottomettendo questi ultimi.</p>
<p>L’autorità autentica e legittima ti eleva, innalzando la tua conoscenza e la tua capacità di agire correttamente. Essa ti porta verso l’alto, aumentando la tua sicurezza in te stesso e conferendoti più potere. Per cui, la grande responsabilità di ognuno è mettere in dubbio l’autorità. Sto parlando di una critica rispettosa, onesta e franca dell’autorità. Questo è un nostro dovere, non solo un nostro privilegio. È questo che tiene l’autorità sulla strada giusta. Chiunque abbia esercitato un’autorità sa quanto è difficile evitare atteggiamenti autoritari. Dobbiamo essere molto grati a coloro che mettono in dubbio la nostra autorità, permettendoci così di restare sulla retta via.</p>
<p>Aitken Roshi: Naturalmente, oltre a tutto ciò, c’è la questione dell’abuso, compreso lo sfruttamento degli studenti da parte dei maestri. Negli ultimi venti anni, questo è stato un grande problema nei centri buddisti – zen, theravada e tibetani – degli Stati Uniti. Negli ultimi otto anni, non c’è stato praticamente alcun centro immune dagli scandali. Chiaramente, qualcosa è andato storto, qualcosa che per molto tempo non sono riuscito a identificare. In questi recenti casi di abusi sessuali e di sfruttamento della fiducia degli studenti sono coinvolti amici e colleghi con cui ho lavorato nel passato. Ma la questione per me era difficile, perché personalmente non ero in grado di affrontarla. Non avevo mai avuto queste tentazioni. Ovviamente, c’erano state delle studentesse che ritenevo sessualmente attraenti, ma semplicemente non ho mai fatto il primo passo.</p>
<p>A ogni modo, il fatto che non potessi affrontare l’argomento mi ha spinto al silenzio, anche perché non riuscivo a condannare e ad avere un atteggiamento distaccato verso questi amici. Allo stesso tempo non riuscivo davvero a capire cosa stesse succedendo loro. Sapevo per certo che avevano provato la stessa attrazione sessuale che avevo provato anche io, ma non riuscivo a capire come avessero potuto spingersi più in là. Per cui io, e la Diamond Sangha in generale, abbiamo accolto le persone che scappavano da questi centri, ferite dal comportamento dei loro maestri.</p>
<p>Di recente, in un articolo che ho scritto per “Blind Donkey”, ho preso spunto dalla metafisica e l’esperienza buddiste per chiarire quali devono essere le basi della fiducia, nel contesto del transfert, tra insegnanti e discepoli. Ho anche tratto spunto da ciò che ho visto nei miei maestri, che erano al di sopra non solo dell’abuso sessuale, ma anche di qualsiasi tradimento in generale. Non riesco a ricordare alcun caso in cui sono stato “sottomesso” da qualcuno di questi quattro maestri: Senzaki, Nakagawa, Yasutani e Yamada. Ovviamente, la relazione maestro-studente è delicata, e talvolta i sentimenti vengono feriti. Ma un “tradimento” potrebbe anche essere semplicemente un fraintendimento di scarsa importanza o una sorta di incomprensione tra culture.</p>
<p>Concludevo l’articolo dicendo che i veri maestri hanno quasi sempre riconosciuto che la sangha è una famiglia e che il maestro occupa la posizione archetipica del padre o della madre, e che quindi il tradimento sessuale, la seduzione di uno studente da parte del maestro, equivale a un incesto. Ho scritto tutto ciò in questo articolo, cercando di evitare la posizione tipo “io sono più santo di te”, ammettendo che per me è difficilissimo tenere fede ai precetti. Inoltre, riconoscevo che, mentre criticavo questi gravi errori altrui, ero consapevole dei miei, in altri campi. Il mio primo amico zen, R. H. Blythe, una volta mi ha detto: “Quando vengo accusato di qualcosa che non ho commesso, mi inchino riconoscendo tutto ciò che ho commesso davvero”.</p>
<p>Fratello David: La gran parte di ciò che hai detto su questo argomento sembra ruotare intorno al tema dell’incesto. Ma qualcuno potrebbe chiedere: “Cosa c’è di sbagliato nell’incesto?”, senza dare per scontata la risposta.</p>
<p>Aitken Roshi: In una rivista letteraria ho visto un annuncio, probabilmente inserito da qualche studioso, che invitava coloro che avessero avuto esperienze sessuali positive con i genitori o i parenti a raccontare la propria storia. Questo ci fa capire che qualcuno può anche ritenere positive tali esperienze.</p>
<p>Non è una questione di bianco o nero. La seduzione deliberata di una donna – approfittando della sua fiducia – nel contesto del transfert è sicuramente un errore. Ma tutti conosciamo matrimoni felici cominciati come relazioni tra un insegnante e una studentessa in un college, o tra psicologo e cliente. In questo caso, se la parte dominante (l’insegnante o lo psicologo) pensa che il cliente o lo studente sia qualcuno con cui vuole trascorrere il resto della propria vita, può mettere da parte il transfert.</p>
<p>Fratello David: Non è un processo facile.</p>
<p>Aitken Roshi: Non è affatto un processo facile. Ma è stato fatto con successo. Ciò di cui sto parlando qui, e che è la causa di tanti dolori e lamentele, è lo spietato sfruttamento sessuale dei clienti o degli studenti.</p>
<p>Fratello David: <em>Sfruttamento</em> è la parola chiave. Ho posto la domanda sull’incesto perché (come anche la tua risposta ha messo in evidenza) ciò che rende un incesto un incesto non è l’intimità sessuale tra figli e genitori, ma il contesto all’interno del quale essa avviene. Non sto parlando di rapporti sessuali completi tra figli e genitori, ma di ciò che alcuni amici mi hanno descritto e che conosco dalla mia esperienza di psicologo. Io affermo senza esitazioni che alcune forme di intimità tra figli e genitori, che a certe persone potrebbero <em>apparire</em> incestuose, possono essere estremamente utili. Ho tirato in ballo questo argomento non solo perché hai dato tanta importanza all’incesto (e questa è una parola fondamentale in tale contesto), ma anche perché ritengo tutta la nostra società sessualmente perversa. Tale perversione si manifesta non solo nelle aberrazioni e nello sfruttamento sessuale, ma anche nel loro opposto, nell’aberrazione ugualmente folle di un pudore eccessivo.</p>
<p>Non sono certo un sostenitore delle violenze sui bambini, ma non lo sono nemmeno della campagna stampa in atto contro tali violenze. Capisci di cosa sto parlando?</p>
<p>Aitken Roshi: Quelli che dobbiamo riconoscere sono gli archetipi profondi insiti in una relazione incestuosa.</p>
<p>Fratello David: I genitori di cui sto parlando hanno relazioni sane con i loro bambini, ma allo stesso tempo sono molto rispettosi. Tuttavia, la nostra società è diventata tanto sensibile a qualsiasi intimità fisica tra genitori e bambini che oggi tantissimi nonni non vogliono più nemmeno vedere i nipoti. Qualsiasi carezza può essere interpretata, dai genitori o dai vicini, come violenza sui bambini. I nonni non riescono più ad abbracciare o accarezzare i nipoti; non possono mostrarsi affettuosi, teneri e delicati. L’intero business della pornografia ha fatto meno danno alla nostra società di questa isteria scandalistica. Di questo sono fermissimamente convinto.</p>
<p>Aitken Roshi: Naturalmente, i genitori e i nonni che si sentono liberi di avere intimità fisica con i propri bambini rispettano una certa linea oltre la quale non si spingono.</p>
<p>Fratello David: Assolutamente. Ma vorrei ancora approfondire i motivi per cui definisci sbagliata la relazione tra studente e insegnante spirituale usando questa nozione dell’incesto. Suggerirei che una delle importanti funzioni psicologiche delle relazioni sessuali è l’accertare il grado di appartenenza. In che misura mi appartieni davvero? Le avance sessuali sono un modo inconscio per verificare ciò. Quando l’appartenenza reciproca è certa al di là di ogni dubbio – cioè è data a un livello molto più elevato o profondo – la verifica a livello fisico diventa inappropriata.</p>
<p>Questo è il motivo per cui definirei totalmente inappropriata la relazione sessuale tra genitori e figli o tra fratelli: perché l’appartenenza accertata in <em>questo</em> modo è di gran lunga superata dalla relazione <em>già</em> esistente all’interno della famiglia.</p>
<p>In una famiglia sana, l’appartenenza reciproca che potrebbe essere accertata sessualmente è già data al di là di ogni dubbio. Ciò spiega, fino a un certo punto, la diffusa regola sociale secondo cui bisogna sposarsi al di fuori del proprio clan e del proprio paese.</p>
<p>Questo si applica anche alla relazione maestro-studente. Di nuovo, l’appartenenza che viene verificata sessualmente è superata di molto da quella già esistente. Tra l’altro, in questo modo si comprende anche perché sono inappropriate le relazioni sessuali in una comunità in cui vige il voto di castità: non perché c’è qualcosa di sbagliato nel sesso, ma perché verificare quanto strettamente “mi appartieni” è totalmente inappropriato in questa intima comunità. Non faremmo parte di questa comunità se non appartenessimo gli uni agli altri in un senso molto più profondo di quello che può essere accertato per via sessuale.</p>
<p>Aitken Roshi: Ciò che stai dicendo è che il sesso nei suoi aspetti spirituali (ma anche nel suo aspetto fisico) è un’unità con l’altro, e un membro della famiglia non è<em> un altro</em>. La figura paterna dello psichiatra o del maestro zen non è l’altro. Nemmeno il fratello è l’altro. E quindi ciò che stiamo facendo qui è temperarci a un livello fondamentale, con i modelli più profondi dell’uomo.</p>
<p>“Tricycle” chiede alla dottoressa Diane Shainberg: Il fratello David Steindl-rast ci invita a chiederci onestamente “cosa c’è di sbagliato nell’incesto?”. La risposta più comune ruota intorno allo sfruttamento. Conosci qualche caso in cui l’incesto può essere salutare, reciprocamente benefico o avvenire senza sfruttamento?</p>
<p>Diane Shainberg: No. Il padre è una figura idealizzata, qualcuno che la figlia guarda alzando gli occhi, e i cui valori e ambizioni possono essere da lei usati come modelli. È impossibile spezzare tutte le convenzioni e fare ancora in modo che la figlia si senta supportata.</p>
<p>Tricycle: Perché hai dato per scontato che stavamo parlando di padre e figlia, come se questo fosse l’unico incesto possibile?</p>
<p>Diane Shainberg: Non lo è, ma in terapia ci sono più donne che uomini. E più donne tirano fuori questo argomento. Gli uomini che hanno sofferto sono molti, ma il rapporto tra uomini e donne che vanno in terapia è probabilmente di uno a tre. Per cui, questo è ciò che il terapista si sente dire. E questo è ciò di cui Aitken Roshi e fratello David hanno parlato.</p>
<p>Tricycle: Esistono esempi di relazioni studente-maestro che si sono dimostrate benefiche per lo studente?</p>
<p>Diane Shainberg: Non ho mai visto nulla che definirei nemmeno lontanamente <em>benefico.</em> Nulla. Ipoteticamente, se una donna è già in contatto con le sue sensazioni corporee ed ha realizzato i suoi desideri e bisogni, allora forse può trattarsi di una scelta. In tale situazione, la persona non è alla ricerca di un oggetto trasformazionale, né sta cercando di trasformarsi attraverso una relazione umana. Sta invece cercando di giocare, amare, creare, divertirsi con un maestro spirituale. Io, però, non ho mai incontrato una persona del genere. La pratica spirituale offre un accesso allo spazio interiore. Il semplice sedersi a meditare permette alla gente di creare uno spazio tranquillo, dando a essa una volta ancora una possibilità di guarigione che consiste nell’accesso ai propri pensieri, sensazioni, immaginazioni, fantasie e sentimenti.</p>
<p>Tricycle: È possibile che il terapista senta parlare di una dinamica psicologica che in realtà non è più o meno complessa, o piena di ambivalenza di una qualsiasi dinamica tra amanti?</p>
<p>Diane Shainberg: Sì e, paradossalmente, no. Tutte le persone che vanno dalla psicoterapeuta parlano della propria esperienza. Per le donne che hanno avuto relazioni sessuali con un insegnante spirituale, l’esperienza consiste in un senso di tradimento, confusione e perdita di contatto con i propri sogni. Queste donne sentono di non avere il coraggio di entrare in se stesse o di comprendere ciò che è avvenuto.</p>
<p>Devo chiedermi – e qualche volta lo faccio anche per me stessa – cosa porta molte persone alla pratica spirituale. Voglio dire: perché scelgono questo cammino? E quindi, una volta che stai parlando di <em>un’altra</em> possibile figura trasformazionale, ecco comparire una sorta di magica aspettativa su quella persona. In chi è stato ferito o trascurato, la speranza di una trasformazione è molto grande. È improbabile che le persone comincino una pratica spirituale senza un motivo psicologico. Quindi, non sono sicura che ciò che ho visto accade solo nell’ufficio del terapista. La pratica spirituale è un mezzo – come tutte le cose – per trovare ciò di cui abbiamo bisogno per guarire e anche per rivivere le antiche ferite. La cosa interessante è il modo in cui lo studente o la studentessa rivive con il maestro le proprie vecchie ferite. È esattamente la stessa cosa del transfert; non ci sono differenze. Tuttavia, nel paradigma terapeutico, quelle ferite, quella danza viene guidata, contenuta, valutata, osservata e <em>permessa</em> dal terapista, mentre nella pratica spirituale quelle stesse ricostruzioni <em>prendono il posto</em> delle antiche ferite, e la funzione del maestro è (secondo me) quella di aiutare la persona a trascendere l’intero processo psicologico.</p>
<p>Tricycle: Non metto in dubbio la tua esperienza di terapista, e posso capire una coerente presa di posizione etica riguardo il rapporto maestro/studente, ma trovo difficile credere che <em>qualsiasi</em> dinamica sessuale venga sperimentata con la stessa concordanza che suggerisci, o sia del tutto priva di ambivalenza.</p>
<p>Diane Shainberg: È difficile vedere il sesso fuori dalla dimensione dei propri bisogni personali. In quel caso, non so nemmeno se lo definirei sesso. Potrei chiamarla<em> comunione</em>, comunione sessuale. Ma i casi di rapporti sessuali tra maestro e studente che conosciamo non sembrano esperienze trascendenti.</p>
<p>Tricycle: Nessuno può essere descritto come una comunione sessuale?</p>
<p>Diane Shainberg: Mai. In tutti i casi, la donna non è riuscita a capire ciò che stava avvenendo, né era in contatto con i propri bisogni e desideri. Si era rivolta all’autorità per trovare una convalida di sé, ma questo non è successo. È stata trasformata in un oggetto sessuale e alla fine ha avuto la sensazione di essere stata abbandonata, non solo dall’autorità (il maestro spirituale), ma anche dalla sangha e, alla fine, da se stessa. I suoi bisogni, desideri, pensieri e sentimenti sono stati negati dal maestro, dal padre, da se stessa, per cui era diventato impossibile trovare conforto in se stessa. Le donne che hanno avuto rapporti sessuali con il maestro spirituale non riuscivano a essere in pace con se stesse prima di tale esperienza, né ci riescono dopo. E ciò vuol dire che la notte non riescono a dormire, non sono in grado di sognare e non riescono ad avere fiducia negli altri.</p>
<p>Tricycle: Data la concordanza delle tue esperienze, su cosa basi la tua affermazione sulla <em>possibile</em> esistenza di una comunione sessuale? Qual è la fonte di questa unione idealizzata?</p>
<p>Diane Shainberg: L’evoluzione della consapevolezza umana. Da ciò che sappiamo della nostra intima, personale esperienza spirituale, la fonte della sofferenza non si esaurisce praticamente mai. Non cesseremo mai di respirare e non smetteremo mai di arrabbiarci. È solo una questione di gradazioni. Alla fine, dovremo trascendere tutti i nostri tipi di dolore psicologico. Nella pratica spirituale, possiamo imparare a farlo. Quindi, potrei dire che una volta che riesco a praticare la trascendenza, ad accettare il dolore, la sofferenza, le aspirazioni, la confusione; una volta che riesco ad accettarmi psicologicamente e a capire di cosa ho bisogno e cosa desidero; una volta che riesco ad accettare il mio mondo interiore con tutte le sue vicissitudini, <em>allora </em>sono pronta a fare qualcosa che si chiama trascendenza; <em>allora</em> non mi aspetto di guarire completamente dal mio dolore, dalla mia rabbia o dai miei sentimenti interiori. In altre parole, ricaviamo questa idea della comunione spirituale da persone che hanno conosciuto a fondo la propria realtà psicologica, accettandola. E quelle sono le persone in grado di fare la pratica della trascendenza. Questi individui esistono, non ne ho alcun dubbio; è solo che le donne di cui stiamo parlando, e che ho conosciuto, non si trovano in quello spazio.</p>
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<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/0865471584/innernet-20">Robert Aitken. Mind of Clover: Essays in Zen Buddhist Ethics. North Point Press. 1984. ISBN: 0865471584</a></p>
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<p>Originalmente pubblicato su Tricycle magazine, <a href="http://www.tricycle.com/">www.tricycle.com</a><br />
Traduzione di Gagan Daniele Pietrini<br />
Copyright per l&#8217;edizione Italiana: Innernet.</p>
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		<title>La tua mente è la tua religione</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Apr 2009 11:41:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lama Yeshe</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dharma e dintorni]]></category>
		<category><![CDATA[Maestri]]></category>
		<category><![CDATA[Mente ed Ego]]></category>
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		<description><![CDATA[Non pensate che analizzare e conoscere la natura della mente sia solo una mania orientale, un trip esotico. Sarebbe un giudizio errato: non si tratta dell&#8217;oriente, si tratta di voi stessi, della vostra esistenza. Come potete separare il vostro corpo, o l&#8217;immagine che avete di voi stessi, dalla vostra mente? E&#8217; impossibile. Pensate di essere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="Lama Yeshe ride e si tocca la testa.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/lama-yeshe-ride-e-si-tocca-la-testa.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/lama-yeshe-ride-e-si-tocca-la-testa.jpg" alt="Lama Yeshe ride e si tocca la testa.jpg" hspace="6" align="left" /></a>Non pensate che analizzare e conoscere la natura della mente sia solo una mania orientale, un trip esotico. Sarebbe un giudizio errato: non si tratta dell&#8217;oriente, si tratta di voi stessi, della vostra esistenza. Come potete separare il vostro corpo, o l&#8217;immagine che avete di voi stessi, dalla vostra mente? E&#8217; impossibile. Pensate di essere persone indipendenti, libere di viaggiare per il mondo, godendovi ogni cosa. Malgrado ciò che possiate pensare, non siete liberi. Non intendo dire che siete sotto il controllo di qualcun altro. E&#8217; la vostra mente incontrollata, il vostro attaccamento, che vi opprimono.</p>
<p>Quando parlo della mente, non mi riferisco solo alla mia mente, alla mia attitudine. Sto parlando della mente di tutti gli esseri viventi dell’universo.</p>
<p>Il nostro modo di vivere, il nostro modo di pensare è dedicato <em>in primis</em> alla ricerca del piacere materiale. Riteniamo che gli oggetti dei sensi abbiano la massima importanza, e ci dedichiamo materialisticamente a tutto ciò che ci può rendere felici, famosi o popolari. Anche se tutto ciò proviene dalla nostra mente, siamo a tal punto totalmente preoccupati dagli oggetti esterni da non osservare mai dentro di noi, esaminando la nostra mente per domandarci cosa li rende così attraenti.</p>
<p>Sino a quando esisteremo, la nostra mente sarà inscindibile da noi stessi. Come risultato, siamo sempre privi di equilibrio, in un continuo su e giù emozionale. Non è il nostro corpo che va su e giù, è la nostra mente, questa mente di cui non comprendiamo il modo di operare. Per cui, a volte dobbiamo esaminare noi stessi – non solo il nostro corpo, ma la nostra mente. Di fatto, è la nostra mente che di continuo ci dice cosa fare. Dobbiamo conoscere la nostra psicologia o, in termini spirituali, la nostra natura interiore. In ogni caso, comunque si voglia definirla, dobbiamo conoscere la nostra stessa mente.<span id="more-548"></span></p>
<p>Non pensate che analizzare e conoscere la natura della mente sia solo una mania orientale, un<em> trip</em> esotico. Sarebbe un giudizio errato: non si tratta dell’oriente, si tratta di <em>voi stessi</em>, della vostra esistenza. Come potete separare il vostro corpo, o l’immagine che avete di voi stessi, dalla vostra mente? E’ impossibile. Pensate di essere persone indipendenti, libere di viaggiare per il mondo, godendovi ogni cosa. Malgrado ciò che possiate pensare, non siete liberi. Non intendo dire che siete sotto il controllo di qualcun altro. E&#8217; la vostra mente incontrollata, il vostro attaccamento, che vi opprimono. Se riuscite a scoprire in che modo opprimete voi stessi, la vostra mente incontrollata scomparirà automaticamente. Conoscere la vostra mente è la soluzione di ogni vostro problema.</p>
<p>Un giorno il mondo sembra così meraviglioso, e l’indomani sembra orribile. Come potete affermare una cosa simile? Scientificamente, è impossibile che il mondo possa cambiare in modo così radicale. E&#8217; la vostra mente che causa queste diverse percezioni, queste differenti apparenze. Questo non è un dogma religioso; il vostro continuo su e giù emotivo non è un dogma religioso. Non sto parlando di religione. Sto parlando del modo in cui gestite la vostra vita quotidiana, che è la causa della vostra mancanza di equilibrio mentale. Le altre persone che vi circondano e l’ambiente in cui vivete non cambiano radicalmente; si tratta della vostra mente. Spero che possiate capire questo fatto.</p>
<p>Allo stesso modo, una persona pensa che il mondo sia meraviglioso e che la gente sia buona e gentile, mentre un’altra persona pensa che tutto ciò sia orribile. Chi dei due ha ragione? Come potete spiegare scientificamente questo fatto? Tali opinioni sono unicamente la proiezione che le loro singole menti attribuiscono al mondo sensoriale. Spesso pensate: ‘Oggi va bene, domani va male; quest’uomo è così, quella donna è così’. Ma, dove si trova una donna assolutamente ed eternamente bella? E qual è l’uomo assolutamente ed eternamente di buon carattere? Non esistono – non sono altro che semplici creazioni della vostra stessa mente.</p>
<p><a title="La Tua Mente.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/la-tua-mente.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/la-tua-mente.jpg" alt="La Tua Mente.jpg" hspace="6" align="right" /></a>Non aspettatevi che gli oggetti materiali vi soddisfino, o rendano perfetta la vostra vita; è impossibile. Anche godendo di quantità immense di oggetti materiali, come potrete trovare una vera soddisfazione? Passando le notti con centinaia di persone sempre diverse, come potrete ottenere una vera soddisfazione? Non accadrà mai. La vera soddisfazione proviene dalla mente.</p>
<p>Se non conoscete la vostra stessa psicologia, potreste ignorare ciò che avviene nella vostra mente, sino a quando la stessa perde ogni restante equilibrio, facendovi diventare completamente pazzi. La gente diventa pazza a causa della mancanza di saggezza interiore, a causa della propria incapacità di esaminare la loro mente.</p>
<p>Non sanno come comprendere se stessi, non sanno ‘spiegarsi’, non sanno come comunicare con se stessi. Per cui sono costantemente occupati da tutti questi oggetti esterni, mentre all’interno la loro mente si esaurisce sempre più, sino a quando alla fine collassa. Sono inconsapevoli del loro mondo interiore, e la loro mente è completamente colma di ignoranza, invece di essere sveglia e impegnata nell’analisi di sé. Analizzate la vostra condotta mentale. Diventate gli psicologi di voi stessi.</p>
<p>Voi siete intelligenti: sapete bene che gli oggetti materiali da soli non possono darvi la soddisfazione, ma non avete bisogno di intraprendere qualche emotivo <em>percorso </em>religioso per esaminare la vostra mente. Alcuni pensano che debba essere così, e che questo tipo di auto-analisi riguardi la religione o la spiritualità. Non è affatto necessario essere seguaci di questa o di quella religione o filosofia, collocandovi in qualche categoria religiosa. Ma se volete essere felici, dovete <em>analizzare</em> il modo in cui conducete la vostra vita quotidiana. La vostra mente è la vostra religione.</p>
<p>Quando esaminate la vostra mente non dovete cercare spiegazioni, né dovete sforzarvi. Rilassatevi. Non angosciatevi quando sorgono i problemi. Siatene semplicemente consapevoli, e siate consapevoli della loro origine, comprendendone la causa primaria. Illustrate il problema a voi stessi: ‘C’è questo problema. In che modo è diventato un problema? Quale particolare mente lo ha reso tale? Quale tipo di mente percepisce che è un problema?’. Se esaminate la questione in modo completo, il problema automaticamente svanirà. é molto semplice, non è così? Non dovete credere in alcunché. Non credete a nulla! Comunque, non potete affermare: ‘Non credo di avere una mente’. Non potete rifiutare la vostra mente. Potete affermare ’Rifiuto le cose orientali’, su questo sono d’accordo. Ma potete realmente rifiutare la vostra testa, il vostro naso? Non potete negare l’esistenza della vostra mente. Per cui trattate voi stessi con saggezza, e cercate di scoprire la vera fonte della soddisfazione.</p>
<p>Quando eravate piccoli vi piacevano molto i gelati, le torte e la cioccolata, e pensavate: ‘Quando sarò grande avrò tutto il gelato, il cioccolato e le torte che desidero, e allora sarò felice’. Oggi potete avere tutto il cioccolato e le torte che volete, ma vi sentite annoiati. Così, visto che tutto ciò non vi rende felici, decidete di possedere un’auto, una casa, una televisione, un marito o una moglie – pensando che allora potrete essere felici. Adesso avete tutto ciò che desiderate, ma l’auto diventa un problema, la casa diventa un problema, il marito e la moglie diventano un problema, i vostri figli diventano un problema. Ve ne rendete conto: ‘Oh, questa non è soddisfazione!’</p>
<p>Che cosa, quindi, è soddisfazione? Mentalmente, fate un esame completo di tutte queste situazioni, e analizzatele. E&#8217; molto importante. Questa è meditazione analitica: ‘A quel tempo la mia mente era così, mentre ora è diversa. E&#8217; cambiata in questo e in quest’altro senso’. La vostra mente è cambiata così tante volte, ma avete forse raggiunto una qualche conclusione riguardo ciò che realmente vi rende felici? Secondo la mia interpretazione, vi siete persi. Sapete come muovervi per la città, come andare a casa, dove comprare il cioccolato; tuttavia, ancora non sapete dove andare – non riuscite a trovare la vostra meta. Verificate onestamente – non è forse così?</p>
<p>La semplice idea di essere religiosi – ‘Io sono buddista, cristiano’ o di qualsiasi altro credo – non porta alcun aiuto. Non aiuta voi stessi e neppure gli altri. Per poter realmente essere di aiuto agli altri dovete ottenere la conoscenza che sorge dalla saggezza.</p>
<p>Lord Buddha afferma che tutto quello che dovete conoscere è cosa siete, in che modo esistete. Non dovete credere in alcunché. Semplicemente, comprendete la vostra mente: come opera, come sorgono il desiderio e l’attaccamento, come sorge l’ignoranza, e da dove sorgono le emozioni. E&#8217; sufficiente conoscere la natura di tutto ciò; solo questo può darci la pace e la felicità. Per cui, la vostra vita può cambiare completamente; ogni cosa viene ribaltata, trasformata. Ciò che prima interpretavate come orribile può diventare magnifico.</p>
<p>Se vi dicessi che avete vissuto unicamente per ottenere il cioccolato e il gelato alla crema, pensereste di avere a che fare con un pazzo. ‘No, no!’, direbbe la vostra mente arrogante. Tuttavia, analizzate più profondamente lo scopo della vostra vita. Per quale ragione siete qui? Per essere amati? Per diventare famosi? Per accumulare beni? Per cercare di piacere agli altri? Non sto esagerando – verificate voi stessi, e poi vedrete. Per mezzo di una completa analisi, potrete comprendere che dedicare la vostra intera vita alla ricerca della felicità mediante il cioccolato o il gelato alla crema priva totalmente di alcun significato la vostra condizione di esseri umani. I cani e gli uccelli hanno i medesimi scopi, nella loro esistenza. La vostra meta nella vita non dovrebbe essere più elevata di quella di cani e uccelli?</p>
<p>Non sto cercando di dirigere la vostra vita; verificate ciò che ho detto. E&#8217; meglio condurre una vita equilibrata piuttosto che vivere condizionati dal disordine mentale. Una vita disordinata non ha alcun valore, né è di beneficio a voi stessi e agli altri. Per quale motivo <em>vivete</em> – per il cioccolato? Per la bistecca? Forse potreste pensare: ‘Naturalmente non vivo per il cibo, sono una persona istruita’. Ma anche l’educazione proviene dalla mente. Senza la mente, cos’è l’istruzione, cos’è la filosofia? La filosofia è unicamente la creazione della mente di un individuo, alcuni concetti collegati in un certo modo. Senza la mente non vi è alcuna filosofia, alcuna dottrina o materie universitarie. Tutte queste cose sono prodotte dalla mente.</p>
<p>Come fare per analizzare la vostra mente? Osservate semplicemente come essa percepisca o interpreti ogni oggetto con cui viene in contatto. Osservate quali sensazioni – piacevoli o spiacevoli – si manifestano. Poi verificate: ‘Quando ho un particolare tipo di percezione, poi sorge questa sensazione e questa emozione. Faccio queste discriminazioni. Per quale motivo?’. Questo è il modo in cui dovete analizzare la vostra mente, è tutto qui. E&#8217; molto semplice.</p>
<p>Quando esaminate la vostra mente in modo corretto, smettete di dare la colpa agli altri per i vostri problemi. Riconoscete che le vostre azioni errate hanno origine dalla vostra mente illusa e negativa. Quando siete condizionati dagli oggetti esterni, materiali, date sempre la colpa dei vostri problemi a questi oggetti e alle persone che vi circondano. Proiettare questa visione illusoria sui fenomeni esteriori vi rende infelici e depressi. Quando iniziate a comprendere il vostro atteggiamento fondato su idee sbagliate, cominciate a comprendere la natura della vostra stessa mente, iniziando a eliminare per sempre i vostri problemi.</p>
<p>Tutto ciò è forse una completa novità per voi? Non è così. Ogni volta che state per fare qualsiasi cosa, prima esaminate bene la situazione, e quindi prendete la vostra decisione. In effetti, già lo fate; non vi sto suggerendo alcunché di nuovo. La differenza sta nel fatto che non lo fate a sufficienza. Dovete verificare più spesso. Questo non significa sedersi da soli in qualche angolo a contemplare il vostro ombelico — potete analizzare la vostra mente in ogni momento, anche quando state parlando o lavorando con altre persone. Forse pensate che analizzare la mente sia una attività riservata solo a coloro che seguono qualche moda orientale? Non pensate così.</p>
<p>Dovete realizzare che la natura della vostra mente è differente dalla natura della carne o delle ossa del vostro corpo fisico. La mente è come uno specchio, che riflette ogni cosa senza discriminazioni. Se avete una comprensione che sorge dalla saggezza, potete controllare il genere di riflessi che appaiono nello specchio della vostra mente. Se ignorate totalmente cosa avviene nella vostra mente, essa rifletterà ogni genere di spazzatura che incontra, un fatto che vi rende psicologicamente malati. La vostra saggezza analitica dovrebbe distinguere i riflessi benefici da quelli che vi procurano problemi psicologici. Alla fine, quando realizzerete la vera natura di soggetto e oggetto, ogni vostro problema svanirà.</p>
<p>Alcune persone pensano di essere religiose, ma cosa significa ‘religioso’? Se non esaminate il vostro mondo interiore, la vostra natura, e non ottenete la conoscenza che sorge dalla saggezza, in che modo siete religiosi? La semplice idea di essere religiosi – ‘Io sono buddhista, cristiano’ o di qualsiasi altro credo – non porta alcun aiuto. Non aiuta voi stessi e neppure gli altri. Per poter realmente essere di aiuto agli altri dovete ottenere la conoscenza che sorge dalla saggezza.</p>
<p>Analizzare la mente non significa sedersi da soli in qualche angolo a contemplare il vostro ombelico — potete analizzare la vostra mente in ogni momento, anche quando state parlando o lavorando con altre persone. Forse pensate che analizzare la mente sia una attività riservata solo a coloro che seguono qualche moda orientale?</p>
<p>I più grandi problemi dell’umanità sono psicologici, riguardano la sfera psichica, non quella materiale. Dalla nascita alla morte, le persone sono perennemente sotto il dominio della loro sofferenza mentale. Alcune persone non sono mai coscienti dell’operato della loro mente quando le cose vanno bene, ma quando avviene qualcosa di grave – come un incidente o altre simili terribili esperienze – costoro immediatamente affermano: ‘Dio, per favore aiutami”. Si definiscono religiosi, ma è solo una battuta di spirito. Nella felicità come nella sofferenza, un serio praticante mantiene sempre una costante consapevolezza di Dio e anche della propria natura di praticante. Non siete per nulla realistici né minimamente religiosi se vi scordate di voi stessi nei momenti felici, quando siete circondati dal cioccolato e assorti nei mondani piaceri sensoriali, mentre vi rivolgete a Dio solamente quando accade qualcosa di orribile. Tale atteggiamento non porta nulla di positivo.</p>
<p>Qualsiasi religione del mondo prendiamo in considerazione, le relative interpretazioni riguardo Dio, Buddha e così via sono solo parole e opinioni. Per cui le parole non hanno grande importanza. Quello che dovete comprendere è che ogni cosa – buona o cattiva, ogni tipo di filosofia e dottrina – proviene dalla mente. La mente è molto potente, per cui esige una guida ferma e sicura. Un potente jet ha bisogno di un buon pilota; il pilota della vostra mente dovrebbe essere la saggezza che comprende la sua natura, la natura della mente. In tal modo potrete dirigere la vostra potente energia mentale per beneficare la vostra vita, anziché lasciarla vagare incontrollata come un elefante impazzito, distruggendo voi stessi e gli altri.</p>
<p>A questo punto un dialogo potrebbe essere utile. Fate delle domande, e io cercherò di rispondere. Ricordate: non dovete necessariamente essere d’accordo con quello che dico. Se non approvate ciò che ho detto, per favore contradditemi. Mi piace la gente che discute con me. Non sono un dittatore, che vi dice cosa dovreste fare. Non posso dirvi cosa fare, posso darvi unicamente dei consigli, e l’unica cosa che desidero è che verifichiate tali consigli. Se farete così, sarò soddisfatto. Per cui ditemi se non siete d’accordo con ciò che ho detto.</p>
<p><em>Domanda</em>: Come si fa ad analizzare la nostra mente? In che modo occorre procedere?</p>
<p><em>Lama Yesce</em>: Un modo semplice per farlo è esaminare come percepite le cose, come interpretate le vostre esperienze. Ad esempio, perché avete così tante sensazione diverse riguardo il vostro ragazzo o ragazza, anche nel corso di una sola giornata? Al mattino vi appare carino e gentile, ma nel pomeriggio la sensazione cambia e vi sembra antipatico. Chiedetevi perché; è possibile che lui sia radicalmente cambiato in poche ore? Non è possibile. E allora perché le vostre sensazioni sono così diverse? Questo è il modo di analizzare e verificare, è molto semplice.</p>
<p><em>Domanda</em>: Se non è possibile fidarsi della mente per prendere una decisione, possiamo basarci su qualcosa di esteriore? Ad esempio, dicendo: ‘Se succede questo e quest’altro, andrò lì; se succede qualcosa d’altro, andrò là’.</p>
<p><em>Lama Yesce</em>: Prima di fare qualcosa, dovreste chiedervi perché lo fate, qual è il vostro scopo; e qual è il genere di azione che state per compiere. Se il percorso che avete di fronte sembra problematico, forse non dovreste intraprenderlo; se sembra valido, potete probabilmente procedere. Per prima cosa, controllate bene. Non agite senza sapere cosa vi attende.</p>
<p><em>D</em>. Cos’è un lama? Cosa si intende con questo appellativo?</p>
<p><em>Lama Yesce</em>: Buona domanda. Secondo il punto di vista tibetano, il termine lama indica una persona che ha grande esperienza del mondo interiore, un essere che non si preoccupa del presente come noi, ma che conosce anche il passato e il futuro, che sa da dove viene e dove sta andando, che controlla la propria mente e che può aiutare lo sviluppo della mente altrui. Noi chiamiamo lama una persona che possiede tutte questa qualità.</p>
<p><em>D</em>. Esiste un termine equivalente in Occidente?</p>
<p><em>Lama Yesce</em>: Non ne sono sicuro. Potrebbe essere una combinazione di prete, psicologo e dottore. Come ho detto, un lama ha compreso la vera natura della propria mente e di quella degli altri e possiede la soluzione perfetta ai problemi mentali degli esseri umani. Non intendo fare critiche, ma non credo che gli psicologi abbiano il medesimo grado di comprensione della mente o dei problemi emotivi che la gente sperimenta. A volte essi danno un’interpretazione superficiale dei disordini interiori delle persone, ad esempio: ‘Quando eri bambino tua madre ha fatto questo e quello, tuo padre ha fatto queste cose, per cui ora tu soffri in questo modo’. Non sono d’accordo con questo tipo di analisi. Non è vero. Non potete incolpare i vostri genitori per problemi simili. Naturalmente, i fattori ambientali possono aggravare le difficoltà, ma la causa principale risiede dentro di voi, il problema fondamentale non è mai esteriore. Non so, forse i medici occidentali hanno troppo timore di fornire questo tipo di interpretazione. Inoltre, ho incontrato molti preti, alcuni dei quali sono miei amici, ma hanno la tendenza a non occuparsi tanto del <em>qui</em> e dell’<em>ora.</em> Invece di concentrarsi su modi pratici per affrontare le incertezze quotidiane, enfatizzano aspetti religiosi come Dio, la fede e così via. Ma la gente oggi è molto scettica su questi argomenti e le persone spesso rifiutano l‘aiuto che alcuni preti possono offrire.</p>
<p><em>Domanda</em>: In che modo la meditazione può aiutare a prendere delle decisioni?</p>
<p><em>Lama Yesce</em>: La meditazione funziona perché non è un metodo che richiede di credere in qualcosa, ma è piuttosto un metodo che voi stessi potete mettere in pratica. Osservate e analizzate la vostra mente. Se qualcuno vi sta facendo passare brutti momenti e il vostro ego inizia a star male, invece di reagire, semplicemente osservate cosa sta succedendo. Pensate a come il suono stia semplicemente uscendo dalla bocca di questa persona, entrando nelle vostre orecchie e provocando dolore nel vostro cuore. Se pensate a tutto ciò nel modo giusto, vi farà sorridere; potrete comprendere come sia ridicolo agitarsi per qualcosa di così insignificante. In tal modo il vostro problema svanirà, puf! Proprio così. Praticando in questo modo, potrete scoprire mediante la vostra esperienza come la meditazione sia di aiuto e come offra soluzioni soddisfacenti a tutti i vostri problemi. La meditazione non è parole, è saggezza.</p>
<p>D. Vuole dire qualcosa in merito al karma, per favore?</p>
<p><em>Lama Yesce</em>: Karma?<em> Voi</em> siete <em>karma</em>, ecco tutto. E&#8217; molto semplice. In effetti ‘karma’ è un termine sanscrito che significa causa ed effetto. Cosa vuole dire? Ad esempio, ieri è accaduto qualcosa nella vostra mente e oggi ne sperimentate l’effetto. Oppure, il vostro ambiente: avete certi genitori, vivete in una certa situazione, e tutto ciò ha un effetto su di voi. Ogni giorno, in ogni momento, qualsiasi cosa facciate, all’interno della vostra mente opera un costante processo di causa ed effetto, di causa e risultato. Sino a quando avrete questo corpo, coinvolti nel mondo sensoriale, discriminando tra questo e quello, tra buono e cattivo, la vostra mente automaticamente creerà del karma. Karma non è solo filosofia teoretica, è scienza, è scienza buddista. Il karma spiega come si evolve la vita: forma, colore, sensazione, percezione, discriminazione; la vostra intera vita, cosa siete, da dove venite, come procedete, la vostra relazione con il mondo. Per cui, sebbene karma sia una parola sanscrita, in pratica <em>voi siete</em> karma, la vostra intera vita è controllata dal karma, e voi state vivendo nel campo di energia del karma. La vostra energia interagisce con altra energia, e poi con altra ancora, e di nuovo con un’altra, e in tal modo la vostra intera vita procede. Fisicamente e mentalmente è tutto karma. Per cui il karma non è qualcosa a cui dovete credere. Che ci crediate o meno, la caratteristica natura del vostro corpo e della vostra mente vi fanno costantemente vagare nei sei reami dell’esistenza. Nell’universo fisico, quando tutti i fattori si combinano tra loro – terra, mare, i quattro elementi, il calore e così via – provocano automaticamente un risultato, e non vi è alcun bisogno di credere per sapere che tutto ciò si verifica. Lo stesso vale per il vostro universo interiore, in particolare quando siete in contatto con il mondo esteriore; di fatto, voi reagite di continuo. Ad esempio, l’anno scorso avete gustato della cioccolata con grande attaccamento, ma da allora non avete potuto più procurarvene, e ora sentite un grande desiderio di cioccolata. Questa memoria della precedente esperienza causa il vostro ardente desiderio di averne ancora. Questa reazione alla vostra precedente esperienza è karma: l’esperienza è la causa, il vostro desiderio attuale è l’effetto. E&#8217; molto semplice.</p>
<p><em>Domanda</em>: Qual è il suo scopo nella vita?</p>
<p><em>Lama Yesce</em>: Mi chiedi qual è il mio scopo nella vita? Questo è qualcosa che riguarda me stesso, ma se dovessi rispondere direi che il mio scopo è quello di dedicare me stesso il più possibile al benessere degli altri, cercando nel contempo di beneficare anche me stesso. Non posso affermare di avere successo in questi due scopi, tuttavia queste sono le mie mete.</p>
<p><em>Domanda</em>: La mente è differente dall’anima? Quando parla di risolvere i problemi della mente, intende dire che il problema è la mente e non l’anima?</p>
<p><em>Lama Yesce</em>: Filosoficamente, l’anima può essere interpretata in molti modi differenti. Nel cristianesimo e nell’induismo, l’anima è differente dalla mente e viene considerata permanente e dotata di esistenza autonoma, indipendente. Secondo la mia opinione, non esiste alcuna anima. Nella terminologia buddista, l’anima, la mente o come vogliate chiamarla, è costantemente mutevole, impermanente. Non sto di fatto facendo una distinzione tra mente e anima, ma all’interno di voi stessi non potete trovare alcunché che sia permanente o auto esistente. Per quanto riguarda i problemi mentali, non pensate che la mente sia totalmente negativa; è la mente incontrollata che causa i problemi. Se sviluppate il giusto tipo di saggezza e quindi riconoscete la natura della mente incontrollata, essa svanirà automaticamente. Ma sino a quel punto la mente incontrollata vi dominerà completamente.</p>
<p><em>Domanda</em>: Ho sentito che molti occidentali possono comprendere la filosofia del buddismo tibetano a livello intellettuale, ma che hanno delle difficoltà a metterla in pratica. Vale a dire, comprendono il suo valore, ma non riescono a integrarla nelle loro vite. Quale pensa possa essere il motivo di tale blocco mentale?</p>
<p><em>Lama Yesce</em>: Questa è una grande domanda, ti ringrazio. Il buddismo tibetano vi insegna a eliminare la vostra mente insoddisfatta, ma per farlo dovete fare uno sforzo. Per integrare le nostre tecniche nella vostra esperienza dovete procedere lentamente, gradualmente. Non potete semplicemente saltare subito alle cose più profonde. Ci vuole tempo, ed è previsto che all’inizio possiate avere delle difficoltà. Ma se prendete le cose con calma, senza aspettative, diventerà sempre più facile man mano che procedete.</p>
<p><em>D</em>omanda: Cos’è la vera natura della nostra mente, e come possiamo fare per riconoscerla?</p>
<p><em>Lama Yesce</em>: La natura della nostra mente ha due aspetti, quello relativo e quello assoluto. L’aspetto relativo è la mente che percepisce e opera nel mondo sensoriale. Definiamo questa mente ‘dualistica’ e, a causa di ciò che io definisco la sua percezione costantemente in bilico tra ‘questo e quello’, essa è per natura agitata e priva di pace. Tuttavia, trascendendo la mente dualistica, potete unificare la vostra visione. In quel momento realizzate la vera natura assoluta della mente, che è totalmente al di là della dualità. Nella nostra relazione normale con il mondo esterno, nella vita di tutti i giorni, si manifestano sempre due fattori. La presenza di questi due fattori crea sempre dei problemi. Per fare un esempio scherzoso: è come con i bambini, uno va bene, ma due insieme creano sempre danni. Allo stesso modo, i nostri cinque sensi interpretano il mondo e forniscono una informazione dualistica alla nostra mente, la nostra mente si attacca a tale visione illusoria, e tutto ciò crea automaticamente conflitti e agitazione. Questa situazione è completamente l’opposto di una esperienza di pace interiore e libertà. Ora, questa è solo una concisa risposta alla tua domanda e forse non è soddisfacente, dato che si tratta di una questione molto vasta. Ciò che ho detto è solo una introduzione a un soggetto molto profondo. Tuttavia, se hai già una certa conoscenza di questo soggetto, la mia risposta può essere soddisfacente.</p>
<p><em>D</em>. Qual è la sua definizione di guru?</p>
<p><em>Lama Yesce</em>: Un guru è una persona che può svelarvi realmente la vera natura della vostra mente, offrendovi una cura perfetta per i vostri problemi psicologici. Ma chi non conosce la propria mente non potrà mai conoscere quella degli altri, e quindi non potrà curare i loro problemi correttamente. Costui non può assolutamente essere un guru. Dovete fare molta attenzione prima di prendere qualcuno come guru; vi sono molti impostori in giro. Spesso gli occidentali sono troppo fiduciosi. Se arriva qualcuno che afferma: ‘Io sono un lama, sono uno yoghi. Posso darvi la conoscenza’ i giovani occidentali, molto interessati, pensano: ‘Sono sicuro che costui mi può insegnare qualcosa. Lo seguirò.’ Questo può realmente procurarvi dei danni. Ho sentito di molte persone sfruttate da ciarlatani. Gli occidentali possono essere molto ingenui. Gli orientali sono invece molto più scettici in proposito. Dovete prendere le cose con calma, rilassati, verificando attentamente. E&#8217; importante conoscere la concezione occidentale dell’esistenzialismo, secondo cui dobbiamo comprendere bene che noi <em>siamo</em> quello che <em>vogliamo essere</em>. All’inizio abbiamo bisogno di un maestro, ma in seguito noi stessi possiamo diventare il nostro maestro. Dovete capire che io e tutti i maestri vi possiamo aiutare, però sono fermamente convinto che la vera risposta che ognuno di noi cerca deve provenire da noi stessi, dall’interno della nostra mente, non è certamente qualcosa che viene dall’esterno, da un maestro o da qualcosa di esteriore. Questo significa entrare realmente in contatto con la nostra natura interiore, e ascoltare ciò che questa vera e profonda natura ci comunica. Così otterremo veramente una reale risposta alle nostre domande e saremo soddisfatti. In effetti, lo scopo e il significato della meditazione è proprio quello di <em>diventare</em> i maestri di noi stessi.</p>
<p>Domanda: L’umiltà accompagna sempre la saggezza?</p>
<p><em>Lama Yesce</em>: Sì. é bene essere più umili possibile. Se potete agire costantemente sia con umiltà sia con saggezza, la vostra vita sarà meravigliosa. Tutti saranno oggetto del vostro rispetto.</p>
<p><em>Domanda</em>: Vi sono delle eccezioni a questa regola? Ho visto dei poster di un capo spirituale dove c’era scritto ‘Davanti a me tutti si inchinano’. Una persona che fa simili affermazioni potrebbe essere saggia?</p>
<p><em>Lama Yesce</em>: Bene, è difficile dirlo, solo su queste basi. Il punto chiave è essere il più possibile accorti. Le nostre menti sono buffe. A volte siamo scettici riguardo cose che sono realmente di valore, mentre accettiamo cose che dovremmo evitare. Cercate di evitare gli estremi e seguite la via di mezzo, analizzando con saggezza dovunque andiate. Questa è la cosa più importante.</p>
<p><em>Domanda:</em> Per quale motivo vi è questa differenza tra orientali e occidentali?</p>
<p><em>Lama Yesce</em>: Le differenze dopo tutto non sono così grandi. Gli occidentali possono essere leggermente più complicati a livello intellettuale, ma fondamentalmente tutti gli esseri umani sono uguali; per la maggior parte del tempo vogliamo tutti godere dei piaceri sensoriali, e siamo tutti costantemente occupati in questa ricerca. A livello intellettuale i caratteri possono differire. La differenza riguardo il seguire i guru è probabilmente dovuta al fatto che la gente in Asia ha più esperienza al riguardo.</p>
<p><em>Domanda</em>: Qual è la funzione di un laico, nella comunità buddista?</p>
<p><em>Lama Yesce</em>: I laici dovrebbero sempre ricordare che anch’essi fanno parte della comunità spirituale e comportarsi in modo appropriato. Verrà il momento in cui non vi sarà più bisogno di monaci tibetani per diffondere gli insegnamenti in occidente. C’è molto bisogno di insegnanti occidentali, che possano spiegare in modo migliore queste verità agli occidentali e anche per questa ragione non deve esserci nessuna distinzione tra monaci e laici. Un’altra idea sbagliata è che le donne non possono insegnare, perché il Dharma è <em>così</em> puro. In tutte le scuole del buddhismo del Tibet vi è sempre stata una assoluta parità fra maestri uomini e maestre donne. La cosa importante da capire è che noi stessi siamo responsabili della nostra liberazione, e non qualcun altro. Nella religione cristiana abbiamo un grandissimo esempio in San Francesco, che abbandonò la sua famiglia e rimase solo, senza mezzi di sostentamento. Non aveva nulla, eppure con i suoi sforzi riuscì a diventare il grande santo che tutti conosciamo. Spesso gli occidentali si preoccupano di quello che gli altri potrebbero pensare di loro; è assurdo, perché io sono quello che voglio essere e questo riguarda solo me stesso. San Francesco, sebbene fosse diventato un ‘fuori casta’, invece di commiserarsi, si impegnò e con questa motivazione forte e chiara ottenne la santità.</p>
<p><em>Domanda</em>: Rispetto all’Oriente, è più difficile ottenere la saggezza in Occidente perché qui siamo circondati da troppe distrazioni, le nostre menti sono troppo occupate dal passato e dal futuro, e sembriamo essere sempre sotto una costante pressione? Dobbiamo isolarci completamente, oppure cos’altro dobbiamo fare?</p>
<p><em>Lama Yesce</em>: Non posso affermare che ottenere la saggezza in Occidente sia più difficile che in Oriente. In effetti, ottenere la saggezza, comprendere la vostra natura, è una questione individuale. E per farlo non è affatto necessario abbandonare gli agi materiali del mondo occidentale. Invece di abbandonare tutto, cercate di sviluppare questo atteggiamento, ‘Ho bisogno di queste cose, ma non posso affermare che siano tutto ciò di cui necessito’. Il problema sorge quando la bramosia e l’attaccamento dominano la vostra mente e voi riponete tutta la vostra fiducia in altre persone e nei beni materiali. Gli oggetti esteriori non sono il problema, ciò che li rende problematici è l’avidità, la mente avida che vi fa pensare ‘Non posso vivere senza questo’. Potete condurre una vita immersi nel lusso, e allo stesso tempo essere completamente distaccati dai beni materiali. Il piacere che derivate da tali oggetti è molto maggiore, se godete di essi senza attaccamento. Se siete in grado di farlo, la vostra vita sarà perfetta. In quanto occidentali avete il vantaggio di potervi procurare tutte queste cose senza grande sforzo. In oriente dobbiamo realmente lottare per ottenere qualche agio materiale. Come risultato, vi è la tendenza ad attaccarsi con molta più forza ai nostri beni, il che fa solo sorgere ulteriore sofferenza. In ogni caso, il problema è sempre l’attaccamento. Cercate di essere liberi dall’attaccamento, e potrete possedere qualunque cosa. In tal modo potrete ottenere la conoscenza e la consapevolezza che sorgono dalla saggezza.</p>
<p>Spero di avere risposto alle vostre domande. Ringrazio molto tutti voi.</p>
<p><em>Melbourne University<br />
Melbourne, Australia<br />
25 marzo 1975</em></p>
<p>Per ordinare i libri di Lama Yeshe Chiara Luce Edizioni <a href="http://www.chiaraluce.it/">http://www.chiaraluce.it/</a></p>
<p>Il sito del Yama Yeshe Wisdom Archive <a href="http://www.lamayeshe.com/">http://www.lamayeshe.com/</a></p>
<p>Per gentile concessione di Chiara Luce Edizioni, Pomaia, © 2000. Tutti i diritti riservati.</p>
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		<title>Il coraggio di essere liberi dal passato</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Mar 2009 03:07:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>U.G. Krishnamurti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Maestri]]></category>
		<category><![CDATA[Percorsi di ricerca]]></category>
		<category><![CDATA[illuminazione]]></category>
		<category><![CDATA[Krishnamurti]]></category>
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		<description><![CDATA[U.G., iconoclasta e maestro-non-maestro anticonvenzionale, colpisce al nucleo delle credenze di chi è su un percorso di ricerca. La ricerca delle soluzioni da parte del ricercatore come barriera alla ricerca stessa e l&#8217;importanza di essere in contatto con la rabbia affinché questa &#8220;bruci se stessa esattamente là dove si origina e agisce&#8221;.
D: Qual è il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="u g krishnamurti3.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/u-g-krishnamurti3.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/u-g-krishnamurti3.jpg" alt="u g krishnamurti3.jpg" hspace="6" align="left" /></a>U.G., iconoclasta e maestro-non-maestro anticonvenzionale, colpisce al nucleo delle credenze di chi è su un percorso di ricerca. La ricerca delle soluzioni da parte del ricercatore come barriera alla ricerca stessa e l&#8217;importanza di essere in contatto con la rabbia affinché questa &#8220;bruci se stessa esattamente là dove si origina e agisce&#8221;.</p>
<p>D: Qual è il tuo consiglio quando abbiamo un problema?</p>
<p>U.G.: Voi non potete fare altro che creare i problemi. Prima di tutto create il problema e poi non siete per nulla interessati a guardare i problemi. Non affrontate i problemi. Siete molto più interessati alle soluzioni che ai problemi. Questo vi rende difficile osservare il problema.</p>
<p>Io vi suggerisco “Guardate bene, voi non avete alcun problema”. Voi asserite con tutta l’enfasi che potete, e con grande animosità “Guarda, io ho un problema”.</p>
<p>Va bene, avete un problema. Qualcosa vi assilla e dite “Ecco questo è il problema”. I dolori fisici sono reali. In quel caso andate dal medico, lui vi dà una medicina, che può essere più o meno buona, più o meno tossica, e questa produce qualche sollievo, anche se di breve durata. Ma le terapie che questa gente vi sta fornendo intensificano solo un problema che non esiste. State solo cercando le soluzioni. Se ci fosse qualche cosa di vero in queste soluzioni che vi vengono offerte, il problema dovrebbe essersene andato, dovrebbe scomparire. In realtà, il problema è ancora presente, ma voi non mettete mai in discussione le soluzioni che questa gente vi sta offrendo come sollievo o come qualcosa che può liberarvi dai problemi.</p>
<p>Se voi metteste in discussione le soluzioni che vi sono offerte da quelli che vendono queste cose nel nome della santità, dell’illuminazione, della trasformazione, trovereste che in effetti non sono le soluzioni. Se lo fossero, avrebbero dovuto produrre i risultati voluti ed avrebbero dovuto liberarvi dal problema. Ma non lo fanno.</p>
<p>Ma voi non mettete in discussione le soluzioni perché credete che chi vi propone queste cose non possa ingannarvi, non possa essere un mascalzone. Per voi egli è un illuminato o un dio che cammina sulla superficie della terra. Magari però quel dio può illudersi, e autodistruggersi, magari indulge nel suo auto-inganno e continua a vendervi questa robaccia, questa merce scadente.<span id="more-432"></span></p>
<p>Voi non mettete in discussione le soluzioni, perché in quel caso dovreste mettere in discussione anche coloro che vi forniscono queste soluzioni. Ma voi siete convinti che non possano essere disonesti, un santo non può essere disonesto.</p>
<p>Eppure, dovete mettere in discussione le soluzioni perché non stanno risolvendo il problema. Perché non le mettete in discussione e non testate la loro validità? Quando vi rendete conto che non funzionano, dovete gettarle via, buttarle nella spazzatura, fuori dalla finestra. Ma non lo fate perché c’è la speranza che in qualche modo quelle soluzioni vi daranno il sollievo che cercate. Lo strumento che state usando, cioè il pensiero, è lo stesso che ha creato questo problema, quindi non accetterà mai e poi mai la possibilità che quelle soluzioni siano una fregatura. Ma esse non sono affatto la soluzione.</p>
<p>La speranza vi fa andare avanti. Tutto ciò vi rende difficile osservare il problema. Se una soluzione fallisce, voi andate da qualche altra parte e adottate un’altra soluzione. Se anche questa ultima fallisce, ne cercate un’altra ancora… Continuate a comprare soluzioni e neanche per un momento vi domandate: “Qual è il problema?”.</p>
<p>Io non vedo nessun problema. Vedo solo che voi siete interessati alle soluzioni e venite qui e ponete la stessa richiesta: “Vogliamo un’altra soluzione”. E io vi dico: “Queste soluzioni non vi hanno aiutato per nulla, quindi perché ne cercate un’altra?”. Ne aggiungereste solo un’altra alla vostra lista, per trovarvi alla fine esattamente al punto di partenza. Se vedete l’inutilità di una, le avete viste tutte. Non dovreste provarne una dopo l’altra.</p>
<p><a title="Il coraggio di essere liberi UG.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/il-coraggio-di-essere-liberi-ug.jpg"></a></p>
<p style="text-align: center"><a title="Il coraggio di essere liberi UG.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/il-coraggio-di-essere-liberi-ug.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/il-coraggio-di-essere-liberi-ug.jpg" alt="Il coraggio di essere liberi UG.jpg" align="bottom" /></a></p>
<p>Quanto sto suggerendo è che se una di quelle fosse stata la soluzione, avrebbe dovuto liberarvi dal problema. Se quella non è la soluzione, allora non c’è nulla che possiate fare; e poi il problema non esiste nemmeno. Quindi, non avete alcun interesse a risolvere il problema, perché ciò sarebbe la vostra fine. In realtà volete che il problema rimanga. Volete che la fame rimanga perché se non aveste fame non andreste a cercare questo tipo di cibo da tutti questi santoni. Quello che loro vi danno sono solo degli scarti, pezzetti di cibo, e voi siete soddisfatti. Poniamo per un istante che questi leader spirituali, questi terapisti possano darvi tutto il pane, cosa che peraltro non possono fare perché non ce l’hanno, che ve lo promettessero, ma lo tenessero qui, nascosto da qualche parte… solo promesse. Ve lo darebbero solo pezzetto dopo pezzetto. In questo modo non trattate direttamente con il problema della fame, piuttosto che farlo siete molto più interessati ad ottenere un pezzetto in più da quel tizio che vi promette le soluzioni.</p>
<p>Quindi, voi non state trattando il problema della vostra fame, siete molto più interessati ad ottenere altre briciole da quel tizio, piuttosto che affrontare il vostro dilemma.</p>
<p>D: È come andare a vedere un film per scappare dalla realtà.</p>
<p>U.G.: Voi non guardate mai il problema. Qual è il problema? La rabbia per esempio. Non voglio discutere tutte queste sciocchezze che sono state dibattute per secoli. La rabbia. Dov’è quella rabbia? Potete separarla dal funzionamento di questo corpo? È come un’onda nell’oceano. Potete separare le onde dall’oceano? Potete solo sedervi ad aspettare che le onde cessino, così potrete nuotare nell’oceano, come il Re Canute che sedette per anni e anni sperando che le onde sparissero in modo da poter fare un tuffo in un mare assolutamente calmo. Ma ciò non accadrà mai. Voi potete sedervi ed imparare tutto sulle onde e sulle maree, l’alta marea e la bassa marea (gli scienziati ci hanno dato tutti i tipi di spiegazioni), ma il conoscere quelle cose non vi sarà di nessun aiuto. Voi non state assolutamente trattando con la vostra rabbia.</p>
<p>Prima di tutto, dove sentite quella rabbia? Dove sentite tutti i vostri cosiddetti problemi da cui volete liberarvi? &#8230;I desideri, i desideri brucianti? Il desiderio vi brucia. La fame vi brucia. Ma le vostre soluzioni e i mezzi che adottate per realizzare i desideri rendono impossibile a quei desideri e a quella rabbia di consumarsi da soli.</p>
<p>Dove sentite la paura? La sentite lì, alla bocca dello stomaco. È parte del vostro corpo. Il corpo non può sopportare quelle ondate di energia e voi cercate di sopprimerla per ragioni spirituali o sociali. Ma non ci riuscirete.</p>
<p>La rabbia è energia, un tremendo scoppio di energia. E cercando di distruggere quell’energia con ogni mezzo, state distruggendo l’espressione della vita stessa. Diventa un problema solo quando cercate di intromettervi con questa energia. Se la rabbia venisse assorbita dal sistema fisiologico, non vi comportereste come pensate che fareste se la rabbia fosse lasciata libera di agire seguendo il suo corso naturale. In realtà non siete in contatto con la vostra rabbia, ma con la vostra frustrazione. Così, per evitare quella situazione che vi ha creato problemi nelle vostre relazioni o nella comprensione di voi stessi, volete essere preparati ad affrontarla se si ripresenterà in futuro.</p>
<p>Lo strumento che usate è quello che avete sempre usato per ogni scoppio di rabbia. Ma non vi ha ancora aiutato a liberarvene. Voi non volete usare nient’altro, neanche di straordinario, se non questo strumento, che avete usato per tutti questi anni. E sperate che in qualche modo possa un domani aiutarvi nel liberarvi dalla rabbia. È sempre la solita vecchia speranza.</p>
<p>D: Ma se qualcuno è molto arrabbiato può diventare violento.</p>
<p>U.G.: Quella violenza viene assorbita dal corpo.</p>
<p>D: Ma può diventare una minaccia.</p>
<p>U.G.: Per chi?</p>
<p>D: Per le altre persone.</p>
<p>U.G.: Sì. E quindi? Cosa può fare?</p>
<p>D: Può andare in giro con un coltello…</p>
<p>U.G.: Che altro?</p>
<p>D: Uccidere qualcuno.</p>
<p>U.G.: Sì. Ma pensa alle guerre dove si uccidono migliaia e migliaia di persone, senza che loro ne abbiano alcuna colpa. Perché limiti la condanna ad una reazione che è naturale, e non condanni le nazioni che scagliano addosso quegli ordigni tremendi a gente indifesa? Le chiami civili? Entrambe le due azioni sono sorte dalla stessa fonte. Più a lungo cercate di sopprimere la vostra rabbia qui, più voi indulgerete in queste atrocità e le giustificherete, perché sono il solo mezzo per proteggere il vostro modo di vivere e di pensare. Queste due cose vanno assieme. Perché giustifichi una cosa del genere? È folle.</p>
<p>Quell’uomo arrabbiato non vi sta attaccando direttamente, ma minaccia il vostro modo di vivere. Il pericolo che rappresenta quell’uomo è quello che vi porti via le cose che considerate preziose. È per questo che cercate di fermare quest’uomo dall’agire quando è in preda ad uno scoppio di rabbia. Le religioni hanno detto che un uomo arrabbiato diventa antisociale.</p>
<p>Ma anche se cercherà di praticare la virtù, resterà un antisociale perché le sue azioni saranno caratterizzate dalla rabbia. Quando quella meta che la società vi ha imposto, quando quello stesso obiettivo che voi avete adottato come ideale da raggiungere verrà tolto di mezzo, voi non danneggerete più nessuno, né individualmente, né a livello di nazione.</p>
<p>Dovete guardare in faccia la rabbia. Ma voi state trattando con cose che non hanno nessun rapporto con la rabbia, non le permettete mai di bruciare se stessa esattamente là dove si origina e agisce. Fare le vostre terapie, prendere a calci un cuscino, colpire questo, quello o quell’altro, è soltanto una presa in giro. Non libera una volta e per tutte l’uomo dalla rabbia.</p>
<p>Il presente articolo è tratto dal libro Il coraggio di essere liberi dal passato, di U.G. Krishnamurti, edito dalla Jubal edizioni, <a href="http://www.innernet.it/wp-admin/if%28confirm%28%27http://www.jubaleditore.net/%20%20%5Cn%5CnThis%20file%20was%20not%20retrieved%20by%20Teleport%20Pro,%20because%20it%20is%20addressed%20on%20a%20domain%20or%20path%20outside%20the%20boundaries%20set%20for%20its%20Starting%20Address.%20%20%5Cn%5CnDo%20you%20want%20to%20open%20it%20from%20the%20server?%27%29%29window.location=%27http://www.jubaleditore.net/%27">www.jubaleditore.net</a> per gentile concessione.</p>
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<a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1924&amp;isbn=8888985212">U.G. Krishnamurti. Il coraggio di essere liberi dal passato. Jubal, 2004. ISBN: 8888985212</a></p>
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		<title>L&#8217;illuminazione di un divino giullare</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Feb 2009 17:23:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lee Lozowick</dc:creator>
				<category><![CDATA[Maestri]]></category>
		<category><![CDATA[darshan]]></category>
		<category><![CDATA[illuminazione]]></category>
		<category><![CDATA[Lozowick]]></category>
		<category><![CDATA[pazza saggezza]]></category>

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		<description><![CDATA[Lee Lozowick insegna da 25 anni, un periodo nel quale sono comparsi e spariti molti altri insegnanti. Il fatto che lui e la sua comunità vadano ancora forte dipende, in larga parte, dalla sua sincerità e dedizione nei confronti degli studenti. Poiché è un esponente della pazza saggezza, non sorprende che i suoi insegnamenti sembrino [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="lee lozowick5.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/lee-lozowick5.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/lee-lozowick5.jpg" alt="lee lozowick5.jpg" hspace="6" align="left" /></a>Lee Lozowick insegna da 25 anni, un periodo nel quale sono comparsi e spariti molti altri insegnanti. Il fatto che lui e la sua comunità vadano ancora forte dipende, in larga parte, dalla sua sincerità e dedizione nei confronti degli studenti. Poiché è un esponente della pazza saggezza, non sorprende che i suoi insegnamenti sembrino abbondare di contraddizioni. Intervista di Hal Blacker .</p>
<p><strong>Il Rock’n’Roll, la pazza saggezza &amp; la schiavitù al divino</strong></p>
<p>È venerdì notte nel Lizard’s Lounge, a Prescott, in Arizona. La folla è un imprecisato amalgama di lavoratori che bevono birre enormi, uomini dai capelli lunghi con cappellini da baseball decorati con insegne di macchine agricole, e collegiali di entrambi i sessi con anelli infilzati in certi posti che farebbero rabbrividire tua madre. Mi ha portato qui Matt, uno studente di Lee Lozowick (“Mister Lee” per gli amici e i discepoli). Era venuto a prendermi all’aeroporto di Phoenix, dove ero arrivato per trascorrere il fine settimana come ospite di Mister Lee, presso l’ashram “Hohm Community”.</p>
<p>Uno dei gruppi musicali blues della comunità, chiamato Shri, che vanta una cantante dalla straordinaria somiglianza con la prima Janis Joplin, terrà un concerto stanotte (il gruppo rock di Mister Lee, <em>Liars, Gods and Beggars,</em> suonerà nella sala del Club 4H questo week-end). Mentre cammino tra il fumo delle sigarette oltre il bar affollato e i tavoli da biliardo, spio Mister Lee e alcuni suoi studenti, seduti a un tavolo del retro durante un intervallo, intenti a osservare la scena.</p>
<p>Mi ci vuole un momento per ambientarmi, ma presto inizio a vedere che, all’interno di questa famiglia di bevitori, è possibile distinguere i residenti della Hohm Community dagli stranieri naturalizzati. Sono quelli con gli occhi chiari, i modi gentili e semplici, e una bottiglia di bevanda analcolica al malto in mano. Qui la saggia pazzia ha le sue virtù e i suoi parametri, penso tra me e me.</p>
<p>Mister Lee insegna da venticinque anni, un periodo nel quale sono comparsi e spariti molti altri insegnanti. Il fatto che lui e la sua comunità vadano ancora forte dipende, in larga parte, dalla sua sincerità e dedizione nei confronti degli studenti. Poiché è un esponente della pazza saggezza, non sorprende che Mister Lee e i suoi insegnamenti sembrino abbondare di contraddizioni reali e apparenti. Già insegnante di “Silva Mind Control”, egli si è risvegliato spontaneamente e ha iniziato a insegnare nel New Jersey; oggi si considera un “Baul Occidentale”, facendo riferimento ai musici itineranti tantrici Baul, provenienti dal Bengala, in India.<span id="more-530"></span></p>
<p>É anche un devoto del defunto Yogi Ramsuratkumar, un santo mendicante dell’India meridionale. La dieta del suo ashram è strettamente vegetariana, anche se in certe occasioni, come la All Fools’ Celebration [la festa del primo aprile, NdT] in questa fine settimana, sono disponibili carni al barbecue e altre leccornie simili quasi a ogni pasto. Generalmente in disparte e dal carattere gentile, Mister Lee è capace di improvvise e irriverenti esplosioni di impetuosa passione e limpida chiarezza.</p>
<p>Questo “pazzo divino”, come lui stesso si descrive, scoraggia i suoi studenti dal fumare, bere alcolici, usare droghe e avere relazioni sessuali al di fuori di una relazione stabile. Ammiratore di insegnanti controversi come il defunto Trungpa Rinpoche, i suoi costumi e il suo stile di vita, benché più moderati sotto molti aspetti, non sono convenzionali da alcun punto di vista e ben gli valgono la reputazione di “saggio-pazzo”.</p>
<p>Durante la mia permanenza nell’ashram, sono sorte molte domande sull’insegnamento e le attività di Lee. Al momento della partenza, molte di queste domande erano ancora senza risposta. Malgrado le pazienti risposte di Mister Lee e dei suoi studenti, parevo proprio capitato in un luogo dove le contraddizioni erano lasciate vaghe o irrisolte, cosa che non sembrava preoccupare né Mister Lee né i suoi studenti. Tuttavia, una cosa mi colpì più volte, entrando nella mia coscienza e alla fine scendendo profondamente nel mio cuore.</p>
<p>In quel posto sembrava mancare qualsiasi finzione o aggressività nei rapporti tra le persone. In contrasto agli atteggiamenti di potere, seduzione, orgoglio, comuni perfino tra le persone più spirituali (almeno in forme sottili), sia Mister Lee che i suoi studenti erano sorprendentemente gentili, umili e sinceri. In loro compagnia mi scoprii rilassato e leggero. L’intensità di questa esperienza mi spinse a porre varie domande ai residenti di Hohm, oltre che a Lee stesso, sulla dolcezza che, senza alcun dubbio, pervadeva l’ashram. Senza eccezioni, ognuno di loro mi rispose: «É il risultato di anni e anni di duro lavoro». Qualsiasi cosa Mister Lee abbia fatto, sembra avere un effetto profondo.</p>
<p>Sono venuto nell’ashram Hohm Community a intervistare Lee per la rivista “What is Enlightenment?”; durante questa fine settimana sono stato trattato con estrema gentilezza, generosità e rispetto sia Lee, sia dai residenti dell’ashram. Nel corso della visita, egli mi dette l’insolito suggerimento di tenere l’intervista durante la <em>darshan</em>, l’udienza con il guru, che è l’evento principale alla fine della All Fools’ Celebration. Mister Lee, vestito all’indiana, è apparso rilassato e radioso nel corso della conversazione che segue, avvenuta davanti a circa novanta ospiti e residenti della Hohm Community.</p>
<p><a title="Illuminazione di un divino giullare Lee.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/illuminazione-di-un-divino-giullare-lee.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/illuminazione-di-un-divino-giullare-lee.jpg" alt="Illuminazione di un divino giullare Lee.jpg" hspace="6" align="left" /></a>Hal Blacker: So che una mattina di circa venticinque anni fa, dopo esserti letteralmente svegliato dal sonno, ti successe qualcosa che ti trasformò. Che tipo di esperienza fu, e come accadde?</p>
<p>Lee Lozowick: É qualcosa di cui non parlo mai. Definire l’esperienza vuol dire creare nelle persone l’aspettativa di qualcosa di simile, il che è molto fuorviante. Di conseguenza, mi sono sforzato di non parlarne; l’unica cosa che ho spiegato è che fu quell’evento a catalizzare la mia attività di insegnante, o il mio rappresentare l’influenza divina nel mondo. La descrizione vera e propria sarebbe troppo specifica e particolare per poter significare qualcosa a qualcun altro. Quello che posso dire è che stavo facendo una <em>sadhana</em> (pratica spirituale) molto rigorosa. Non che la <em>sadhana</em> in sé fu responsabile dell’evento che provocò questi cambiamenti, anche se c’è un legame, paradossalmente. La persona con cui avevo una relazione era in viaggio, quindi vivevo da solo. Era veramente la prima volta che riuscivo ad avere del tempo per fare un ritiro, e utilizzai a tal fine quella settimana. L’intensificazione della sadhana non fu ciò che accelerò l’evento, anche se un intenso campo di energia creato dalla pratica e dalla volontà (una volontà reale ed esclusiva, nel senso che non c’era nulla che desiderassi maggiormente che servire e realizzare Dio, entrando in comunione con lui e comprendendolo) fu cruciale.</p>
<p>Hal Blacker: Quindi ritieni che la cosa che ti ha più preparato per ciò che avvenne fu quel tipo di volontà?</p>
<p>Lee Lozowick: Non penso che ci sia stato nulla che mi abbia preparato. Non avevo idea delle responsabilità in gioco. Mi spiego, vedevo gli altri insegnanti e una delle mie motivazioni era certamente quella di venire adulato allo stesso modo. La mia idea del risveglio era questa: ti svegli, sei libero e fai più o meno quello che vuoi. Per diversi anni avevo insegnato il Silva Mind Control, un metodo di lavoro basato sui sogni e l’auto-motivazione, per cui mi ero guadagnato una certa autorità. La mia idea del risveglio e dell’essere un insegnante spirituale consisteva semplicemente nell’acquisire una posizione di maggiore autorità, nient’altro.</p>
<p>Nel Silva Mind Control, di fatto non avevo responsabilità. Facevo una sessione e la gente tornava a casa; se non praticava, non mi riguardava. Era un modo per guadagnare e io avevo intenzione di far soldi in quella maniera. Stabilivo il mio calendario e viaggiavo quando volevo. Il tempo era mio. Così, immaginavo che un insegnante spirituale avesse semplicemente queste cose in misura ancora maggiore. Non avevo idea dell’assoluta mancanza di libertà che comporta l’insegnamento spirituale. Esso ti priva completamente della libertà. Sei così impegnato a comunicare quello che ti ispira che non puoi selezionare e scegliere. Non puoi dire: «Questa fine settimana insegnerò, ma non quella prossima, quando farò questo, quello e altre cose ancora».</p>
<p>Hal Blacker: Cos’è che hai realizzato?</p>
<p>Lee Lozowick: Credo di poter dire che ho realizzato la natura della realtà. Dopo quella realizzazione, la natura della realtà ha cominciato ad articolarsi in modo tale da far avvicinare altre persone a questo lavoro, da comunicare i suoi fondamenti e, almeno in piccola parte, i suoi confini intellettuali.</p>
<p>Hal Blacker: Hai affermato che, prima di risvegliarti, non sapevi quali responsabilità comportasse il ruolo di insegnante. In che modo ne sei diventato consapevole?</p>
<p>Lee Lozowick: Prima di risvegliarmi, pensavo che tutto fosse beatitudine, che ti univi con Dio e restavi in estasi per tutto il tempo. Esattamente in coincidenza con l’evento che precipitò questo lavoro, si sviluppò una consapevolezza tacita, momento per momento, di cosa questo lavoro comportasse. Così, a ogni istante, so quello che ho bisogno di sapere. Se quello che ho bisogno di sapere è che sono responsabile in questo e quel modo, lo so. Questa è stata una costante negli ultimi venticinque anni. Qualsiasi cosa abbia bisogno di sapere riguardo le mie responsabilità o la comunicazione in un dato luogo – di qualunque cosa si tratti – ne sono a conoscenza. Così tutto è tacitamente ovvio. Dopo quell’evento, nella mia vita hanno continuato ad esserci dei catalizzatori, come la lettura di un libro, l’ascolto di un discorso o persino un evento casuale nella natura. Tutto era già tacitamente compreso, ma non sempre attraverso il linguaggio, e i diversi catalizzatori che continuo a incrociare sollecitano un’articolazione chiara.</p>
<p>Hal Blacker: Secondo la tua esperienza, cos’è l’illuminazione?</p>
<p>Lee Lozowick: É un impegno instancabile, irrevocabile e non sempre desiderato a servire quello che chiamo il grande processo dell’evoluzione divina. Di base, si tratta di Dio, e noi articoliamo ciò che è il processo di Dio in modo molto complesso. Ma l’illuminazione è una schiavitù incessante e irrevocabile al servizio di ciò che è Dio, il Divino, in qualsiasi modo il Divino intenda tale servizio.</p>
<p>Hal Blacker: Stai dicendo che, dopo il risveglio, sai che tipo di servizio vuole Dio?</p>
<p>Lee Lozowick: Non esiste una conoscenza intellettuale di ciò che è voluto nel momento. C’è solo l’azione in risposta a ciò che è voluto nel momento. Poi, in retrospettiva, posso definire, discutere o considerare qual era la volontà di Dio. Ma sul momento c’è solo una risposta organica. Così, definisco “schiavitù spirituale” l’essenza del mio lavoro di insegnante. E uno degli elementi chiave della schiavitù spirituale è che non devi capire; infatti, se ti arrendi alla volontà di Dio, sei attivo, esplicito e stimolato. Se capisci (come piacerebbe alla maggior parte di noi, perché siamo creature raziocinanti e curiose), va bene; ma la comprensione non è un requisito per agire in maniera illuminata.</p>
<p>Hal Blacker: Quale ruolo svolge la discriminazione nella vita spirituale, se mai ne svolge uno?</p>
<p>Lee Lozowick: Ritengo che la discriminazione svolga un ruolo primario, soprattutto in questo senso: migliore è la qualità del cibo che mangi, più il tuo sistema è in salute. E ciò si applica a ogni livello, compresi libri che leggiamo, i film che guardiamo e perfino le persone con cui parliamo. Se siamo privi di discernimento riguardo i campi di energia con cui entriamo in contatto, è molto improbabile che riusciremo a sviluppare un veicolo abbastanza forte e chiaro per creare un’apertura. Così, credo che sia importante quello che il Buddha ha detto sul giusto stile di vita, la giusta compagnia, il retto discorso e via di seguito. Penso che la discriminazione sia molto importante. Credo che dovremmo essere sensibili a quello che mettiamo in bocca, nella mente, a chi sta fisicamente in nostra compagnia e a cose del genere, se siamo in grado di farlo. Talvolta non lo siamo.</p>
<p>All’inizio, la discriminazione dello studente deve essere, in un certo senso, semplicemente uno sforzo di educazione; con il passare del tempo, diventa più istintiva. Nel mio caso, la discriminazione è essa stessa un gesto spontaneo.</p>
<p><a title="Illuminazione di un divino giullare Ramsuratkumar.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/illuminazione-di-un-divino-giullare-ramsuratkumar.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/illuminazione-di-un-divino-giullare-ramsuratkumar.jpg" alt="Illuminazione di un divino giullare Ramsuratkumar.jpg" hspace="6" align="left" /></a>Hal Blacker: Nel 1976 sei andato in India, dove alla fine hai incontrato Ramsuratkumar, che hai riconosciuto come il tuo guru. La maggior parte delle persone che vanno in India per ragioni spirituali cercano l’illuminazione, ma tu sei andato quando il tuo risveglio era già accaduto. Per quale ragione sei andato?</p>
<p>Lee Lozowick: Molti dei cambiamenti principali avvenuti nel mio lavoro di insegnante – il primo viaggio in india, andare a vivere con gli studenti, stabilirmi qui in Arizona e cose del genere – non hanno una ragione, sebbene potrei sempre tirarne fuori una, con un minimo di intelligenza. Le ragioni che addussi per il mio primo viaggio in India furono la volontà di rendere omaggio alle fonti di ciò che sentivo essere la mia inclinazione, la mia risonanza culturale; visitare vari insegnanti, incluse quelle persone con cui avvertivo una risonanza molto potente, come Ramana Maharshi; visitare gli ashram e offrire preghiere e gratitudine.</p>
<p>Queste erano le ragioni dichiarate della mia partenza. Ovviamente, la ragione reale fu un istinto pre-conscio di cominciare un diverso livello di coinvolgimento con Yogi Ramsuratkumar, anche se ci vollero molti anni affinché questo si palesasse. Di nuovo, tutto questo lo affermo in retrospettiva. All’epoca, andai in India con alcuni studenti pensando di portare a compimento certe cose… Sai, partire, conoscere le mie radici e rendere gli omaggi dovuti. Vai, e la cosa è fatta. Non sapevo che avrei trovato ciò che trovai.</p>
<p>Hal Blacker: Quando hai incontrato per la prima volta Yogi Ramsuratkumar, l’hai riconosciuto come il tuo maestro?</p>
<p>Lee Lozowick: No. Ci volle il primo viaggio, poi il secondo, tre anni più tardi, quindi, dopo circa un anno, cominciai a considerarlo il mio maestro; ma, perfino allora, con poco impegno. É stato, forse, tre o quattro anni dopo, all’inizio degli anni ottanta, che veramente mi sono consacrato a lui come al mio maestro; naturalmente, senza neanche sapere se mi avrebbe accettato come studente o cosa sarebbe successo.</p>
<p>Hal Blacker: Hai affermato che Yogi Ramsuratkumar è stata la sorgente del tuo risveglio, avvenuto un anno prima del vostro incontro. In che modo qualcuno può essere la sorgente del risveglio di un altro, se non lo ha mai incontrato?</p>
<p>Lee Lozowick: Per un maestro spirituale non esistono cose come il passato, il presente o il futuro. Per noi, tutto succede in modo molto lineare. Nel 1975, mi accadde questo cambiamento di contesto; nel 1976, incontrai Yogi Ramsuratkumar; nel 1983, mi consacrai totalmente a lui come al mio maestro. Ma per lui, la nascita di Gesù sarebbe potuta avvenire tra cinquanta anni, nel futuro. E alcune persone che per noi non sono ancora nate, per lui erano vive in carne e ossa. Il tempo è completamente malleabile. Quindi, per un maestro come Yogi Ramsuratkumar, il passato, il presente e il futuro sono totalmente intercambiabili. Egli era in grado di spostarli secondo la sua volontà. Sono certo che queste cose sono possibili, anche se non posso descriverle secondo le leggi fisiche. È così.</p>
<p>Hal Blacker: Yogi Ramsuratkumar ha mai riconosciuto il tuo risveglio?</p>
<p>Lee Lozowick: Non linearmente. Mi spiego: non che è che si sia seduto e ne abbia parlato in questi termini. Prima di tutto, la mia relazione con lui era fatta per il 200 per cento di ricettività, quindi non gli ho mai chiesto niente; non gli ho mai posto domande. Di tanto in tanto, avevo qualche curiosità, ma per principio non gli avrei chiesto niente, a parte ogni cosa. Quando mi trovavo in sua presenza, non avrei richiamato la sua attenzione in alcun modo. Quindi, non ho mai chiesto cosa pensasse di tutto ciò; tuttavia, egli disse ai suoi devoti indiani delle cose che mi sono servite da feedback. Ho avuto dei riscontri, ma mai in modo diretto. E sapevo che se avessi fatto una domanda diretta, non mi avrebbe dato mai, in ogni caso, una rispetta diretta.</p>
<p>Hal Blacker: La maggior parte della gente direbbe che dopo l’illuminazione non c’è più bisogno di un guru. Invece, tu sei entrato in una relazione maestro-discepolo dopo il tuo risveglio, quando avevi già alcuni studenti. Significa che in qualche modo sentivi che mancava qualcosa nella tua realizzazione?</p>
<p>Lee Lozowick: No, non sentivo proprio alcuna mancanza. La mia visione della cosa è che mi trovavo in una relazione guru-devoto prima ancora del mio cambiamento di contesto – cioè, del cambiamento di contesto, dal momento che non fu <em>mio</em> – e questo fu, di fatto, ciò che condusse proprio a tale cambiamento di contesto. La mia relazione con lui non nacque perché mi sentivo incompleto e in qualche modo lui mi avrebbe dato ciò che mi mancava. Tutto ciò era già stato fatto, era concluso. Fu una storia d’amore, tutto qua.</p>
<p>Hal Blacker: Qual è lo scopo della relazione guru-discepolo? Qual è il ruolo di questa storia d’amore?</p>
<p>Lee Lozowick: In realtà, non è la <em>sadhana</em> che produce il risveglio, ma l’assimilazione. Per assimilare qualcosa, devi essere nel suo campo, nella sua aura. Il guru è grazia, grazia vivente, e la reale essenza della<em> sadhana </em>è l’assimilazione della grazia. Quando il discepolo si risveglia, è perché ha assimilato la grazia del guru, non perché ha praticato la <em>sadhana</em>. Paradossalmente, bisogna fare la <em>sadhana</em> per creare quel tipo di risonanza che permette l’assimilazione. La <em>sadhana</em> è come preparare il terreno ma, in realtà, esiste solo la grazia. E per ricevere la grazia, devi essere in relazione con essa. Non bisogna essere necessariamente alla sua presenza fisica, sebbene ciò produca dei benefici.</p>
<p>Puoi riceverla dovunque, per tutto il tempo in cui resti in contatto con essa. Ma il guru è il legame, la sorgente. Tanta gente dice: «Perché non posso andare direttamente da Dio?». Non possiamo andare direttamente da Dio perché il veicolo umano, cioè il guru, è fondamentalmente l’unico disponibile. Ebbene, ci sono dei casi, come Anandamayi Ma e Ramana Maharshi, che apparentemente non ebbero un guru. Ma nessuno di loro è vivo per parlarne, e io penso che sarebbe stato possibile far loro riconoscere la necessità di un medium umano attraverso il quale connettersi alla grazia.</p>
<p>Hal Blacker: Quando sento parlare di grazia o devozione, mi chiedo quale sia il ruolo della comprensione.</p>
<p>Lee Lozowick: La devozione non deve necessariamente manifestarsi nell’unica forma della <em>bhakti</em> (lo yoga della devozione); essa può presentarsi come<em> jnana yoga</em> (lo yoga della saggezza). Pertanto la grazia, in se stessa, non è qualcosa di romantico, delicato e frivolo. Si potrebbe sostenere, per esempio, che Nisargadatta Maharaj fu uno strumento di trasmissione della grazia, anche se egli non era certo incline alla devozione. Non avrebbe tollerato alcun tipo di devozione intorno a sé. Di conseguenza, non si dovrebbe identificare la grazia esclusivamente con la tradizione <em>bhakti</em>, perché essa è disponibile in innumerevoli diverse tradizioni. Anche in una scuola<em> bhakti</em> – se è un’autentica scuola <em>bhakti </em>e non qualcosa di sentimentale – l’amore è un fuoco, un’esplosione grande e selvaggia. Non è quella cosa piagnucolosa dove tutti vanno in giro dicendo: «Oh, il mio guru è tanto gentile e io lo amo tanto ». Se telefoni a una scuola e la persona all’altro capo si esprime in questo modo, devi dubitare di quella scuola.</p>
<p>Hal Blacker: Che cosa impedisce alla<em> bhakti</em> di essere soltanto un sentimentalismo, trasformandola in qualcosa di appassionato?</p>
<p>Lee Lozowick: È un’energia che trasforma, in senso assoluto. Una metafora potrebbe essere quella di uno schiacciasassi che si trasforma in una farfalla. L’alterazione della struttura è così grande e profonda che non può aver luogo senza una crisi. Spesso, un elemento della crisi sarà questo enorme fuoco, fervore o <em>tapas</em>.</p>
<p>Hal Blacker: Qual è la natura di questa <em>tapas</em> o crisi?</p>
<p>Lee Lozowick: In parte, è il tradizionale confronto con l’identificazione autonoma dell’ego con le illusioni, scambiate per la realtà, e la necessità di smantellare questa dittatura. Ma il primo requisito, in ogni tipo di guarigione, è riconoscere l’esistenza della malattia. Quindi, il primo passo è riconoscere in qualche modo la malattia dell’identificazione con il corpo come se questo fosse tutta la realtà. Ciò richiede onestà e padronanza degli aspetti nevrotici del comportamento che l’ego ha assunto come indispensabile protezione per se stesso. Tali aspetti possono includere la vergogna, l’orgoglio, tutte le forme di narcisismo e avidità, e così via. Abbiamo vissuto venti, trenta, quaranta, cinquanta anni, e ammettere che in tutto questo tempo ogni cosa che abbiamo fatto è stata prodotta da egocentrismo, egotismo e narcisismo, richiede una grandissima disciplina e attenzione, oltre a un lavoro di base molto duro.</p>
<p>Teoricamente, potremmo entrare in questo fuoco e renderci conto del fatto che siamo stati egoisti; questa potrebbe essere una cosa importante. Potremmo semplicemente ammettere: «Oh no, non voglio più vivere in quel modo», e allontanarcene. Ma, in realtà, la maggior parte delle persone non ha la volontà di farlo. La conclusione è che ci vuole moltissima buona volontà per lasciare andare tutto ciò che pensiamo di avere accumulato in cinquanta anni.</p>
<p>É come prendere questo immenso conto bancario e semplicemente darlo via. Oppure, è come se tu fossi un ebreo russo o tedesco, in determinate epoche storiche, e avessi una stanza blindata piena di oro e contemporaneamente l’opportunità di saltare su una barca con nient’altro che i tuoi vestiti e scappare. Sceglieresti la vita o l’oro? La maggior parte delle persone ha scelto l’oro ed è morta in circostanze orribili. É la stessa analogia. Qualcuno potrebbe partecipare a questo lavoro e realizzare la realtà dell’illusione, per poi scegliere la vita. Ma i più vogliono tenersi l’oro. In realtà, l’oro è merda, ma è qualcosa di familiare e in passato è stato molto utile.</p>
<p>Hal Blacker: Cos’è che porta una persona al punto di voler scegliere la vita, anche se ciò significa lasciar andare tutto ciò che ha accumulato, conosciuto e fatto?</p>
<p>Lee Lozowick: Personalmente, penso che sia l’amore. E, che esso si manifesti all’interno di una tradizione della devozione o della saggezza, non è mai qualcosa di piagnucoloso, sentimentale, sdolcinato e pieno di sospiri. L’amore è l’essenza vitale della creazione. Penso che se lo desideriamo fortemente o ci impegniamo a servirlo con la necessaria profondità, a un certo punto proveremo il desiderio di andare oltre i nostri limiti illusori, che abbiamo sempre accettato.</p>
<p>Hal Blacker: Ho sentito dire che parli di te stesso come di un insegnante della pazza saggezza, di un divino giullare e di un folle di Dio.</p>
<p>Lee Lozowick: Mi piace considerarmi un <em>sottile</em> insegnante di pazza saggezza.</p>
<p>Hal Blacker: Cosa intendi?</p>
<p>Lee Lozowick: Mi definisco un sottile insegnante di pazza saggezza perché, parlando in generale, le mie manifestazioni sono estremamente conservatrici. Alcuni dei miei studenti dicono: «Oh, ma la tua energia è estremamente rivoluzionaria». Ciò è bene e buono, e nel primo periodo della scuola facevo molte più cose con gli studenti, come andare a ballare o combinare cose strane. Ma negli ultimi dieci anni mi piace restare dentro l’ashram, seguendo lo stesso programma giornaliero e mangiando la mia insalata. Apparentemente, un insegnante di pazza saggezza è qualcuno che agisce in modo pazzo per provocare o scioccare gli studenti fino a produrre un certo cambiamento di contesto. Ormai lo faccio così raramente che ritengo molto carino il fatto che i miei studenti mi definiscano ancora un insegnante di pazza saggezza. In realtà, è ciò che sono, ma personalmente credo che sia qualcosa di così sottile che sono sempre sorpreso quando qualcuno se ne accorge.</p>
<p>Hal Blacker: Che cos’è la pazza saggezza?</p>
<p>Lee Lozowick: Uno degli aspetti primari della pazza saggezza è che i suoi insegnanti sono disposti a qualsiasi comportamento, non importa quanto scioccante, irriverente o disturbante, se (e solo se) tale comportamento contiene una probabilità molto alta di provocare un cambiamento nello studente, aumentandone la profondità. Naturalmente, di questi tempi, grazie all’industria della comunicazione, si sente parlare di ogni sorta di idiota, in tutto il mondo, il cui ego si crede un insegnante di pazza saggezza e utilizza tecniche scioccanti a piacimento, senza badare alla scelta del momento opportuno. Ma il momento opportuno è tutto.</p>
<p>Gurdjieff fu un maestro al riguardo: egli non creava uno shock soltanto per curiosità, per vedere cosa sarebbe successo. Lo creava solo quando c’era una probabilità molto alta che risultasse efficace, dal punto di vista dell’approfondimento della relazione dello studente con il Divino. Non funzionava sempre, perché restava comunque una probabilità, ma non lo faceva mai a caso. Quegli insegnanti di oggi, che io definisco ciarlatani, fanno un uso del potere e delle manifestazioni folli assolutamente irresponsabile. Considero insegnante di pazza saggezza colui che può usare qualsiasi espediente, ma non è mai arbitrario né segue mai i propri capricci. Il suo uso di elementi drammatici e scioccanti è limitato a circostanze specifiche e avviene esattamente al momento opportuno. È come l’arte di sfaccettare un diamante: se non capisci la struttura della pietra e la colpisci a caso con un cesello, tutto ciò che ottieni è polvere di diamante.</p>
<p>Devi conoscere esattamente la struttura del diamante per poterlo colpire lungo un particolare punto di frattura. Se lo colpisci nel mezzo di due punti di frattura, invece di ottenere un gioiello perfettamente sfaccettato, spacchi la pietra. Gli esseri umani sono uguali. Hanno quelle che potremo chiamare “linee della rivelazione”, per così dire, o “linee dell’illuminazione”. Un insegnante di pazza saggezza è un maestro della sfaccettatura; un ciarlatano è qualcuno che prende semplicemente martello e cesello e colpisce alla cieca, sperando di ottenere dei buoni risultati (o forse non è nemmeno interessato ai risultati, perché gli piace semplicemente l’euforia dell’esercizio del potere e la gente che striscia ai suoi piedi).</p>
<p>Hal Blacker: Stai descrivendo la pazza saggezza come una scienza molto precisa.</p>
<p>Lee Lozowick: Il punto è, comunque, che in questo caso lo scienziato è totalmente spontaneo e istintivo. Non si tratta di una scienza della mente, ma della funzione.</p>
<p>Hal Blacker: Penso che una concezione popolare della pazza saggezza sia che, poiché non siamo in grado di comprendere la Realtà con l’intelletto, l’insegnante di pazza saggezza agisce in modo tale da sconvolgere, in qualche maniera, la mente concettuale.</p>
<p>Lee Lozowick: Questa è una delle rivelazioni che può approfondire la relazione di uno studente con il Divino. È possibile fare delle cose, in circostanze specifiche, per ottenere la rivelazione della non-linearità della realtà. Ordinariamente, però, non si può agire tutto il tempo in questo modo solo per dimostrare tale punto; è qualcosa che andrebbe fatto solo quando lo studente è proprio al limite della conoscenza, sulla linea di confine. Un’altra importante considerazione da fare è che quel tipo di comportamento che vorrebbe dimostrare l’assurdità della linearità non dovrebbe essere violento o lasciare il segno sulla psiche di una persona.</p>
<p>Hal Blacker: Molti insegnanti di pazza saggezza di cui si sente parlare non traccerebbero linee di demarcazione come questa. So che certe volte vieni considerato oltraggioso, provocatorio e imprevedibile, e questo ti fa rientrare, in un certo senso, nel campo della pazza saggezza. Ma so anche che tra i tuoi studenti ci sono regole e protocolli precisi. Per esempio, in genere la gente deve essere celibe o monogama; non permetti promiscuità.</p>
<p>Lee Lozowick: Non direi che non permettiamo la promiscuità, ma che non la raccomandiamo. Se qualcuno la pratica, non vuol dire necessariamente che non è più uno studente o che verrà espulso dalla scuola. Nella scuola c’è pochissima promiscuità perché il mio atteggiamento è molto vittoriano. Ma le regole non sono tali da escludere le persone che non le seguono.</p>
<p>Hal Blacker: Allo stesso modo, penso che raccomandi di non bere alcool, almeno nell’ashram.</p>
<p>Lee Lozowick: Né di fumare o bere caffè. Dico, nessun divertimento! Niente sesso, alcool, caffeina, tabacco o droghe. Ecco perché andiamo a vedere tanti film.</p>
<p>Hal Blacker: Ma quando pensi a gente come Trungpa Rinpoche od Osho, la scena cambia completamente. Così, sembra che la tua collocazione nel campo della pazza saggezza non sia, per così dire, molto appropriata. Sembri diverso dalla maggior parte delle persone che vengono definite in quel modo.</p>
<p>Lee Lozowick: Questo fa parte del mio stile di pazza saggezza. É buffo, visto ho la massima considerazione di Trungpa. Per me, egli non poteva fare errori, sebbene abbia fatto qualche puttanata. Ci sono altri insegnanti che le combinano molto meno grosse di Trungpa, ma cui io non attribuirei alcun valore, anzi, li definirei illusi e ciarlatani. Chi rispetto e chi no, è qualcosa di puramente istintivo. Non è un fatto lineare, perché ci sono certi insegnanti che vengono fatti rientrare nella pazza saggezza a causa del loro comportamento, ma che per me sono pazzi e basta: non sono certo degli insegnanti. Tuttavia, Trungpa, il cui comportamento era al massimo della sfrenatezza, lo tengo assolutamente nella più alta considerazione.</p>
<p>Hal Blacker: Non c’è dubbio che per molte persone Trungpa avesse raggiunto un alto livello di realizzazione. Esercitava una grande influenza su molte persone. E il tipo di pazza saggezza che i suoi studenti gli attribuiscono è precisa come il taglio di un diamante, naturalmente. Nonostante ciò, il risultato di alcuni suoi comportamenti non sembra essere stato così straordinario. Basti considerare lo scandalo sull’AIDS e il sesso capitato al suo successore, Osel Tendzin. E Osel Tendzin e altri studenti, per esempio, sono diventati alcolizzati. Penso che gli studenti tendano a imitare i loro insegnanti assumendone in vari modi, forse inconsciamente, comportamenti e atteggiamenti. Così, quando c’è di mezzo qualcuno come Trungpa, che agisce nel modo in cui ha agito, penso sia prevedibile che alcuni suoi studenti facciano cose simili.</p>
<p>Lee Lozowick: Questo è un pericolo, e penso che non c’è modo di evitarlo. Un insegnante davvero in gamba cercherà di scoraggiare questo comportamento negli studenti, ma c’è poco da fare. Gli studenti copieranno l’insegnante; in alcuni casi lo faranno con integrità, ma la maggior parte delle volte, no. Quindi, quella che tu vedi è la maggioranza dei casi in cui non viene portata integrità in questo tipo di comportamento. Il fatto che gli studenti imitino l’insegnante e quest’ultimo non possa impedirlo, non è necessariamente un difetto dell’insegnante, secondo me. Ogni studente che arriva nella mia scuola deve imparare una lezione: «Fai come dico, non come faccio». Di conseguenza, scoraggio grandemente gli studenti dall’imitare il mio comportamento.</p>
<p>Hal Blacker: Tu non applichi quelle regole che vorresti vedere rispettate dai tuoi studenti?</p>
<p>Lee Lozowick: Assolutamente no.</p>
<p>Hal Blacker: Perché?</p>
<p>Lee Lozowick: Potrei darti una buona giustificazione, ma forse non sarebbe quella giusta. Il modo in cui insegno è progettato d’istinto per ottimizzare la possibilità dei miei studenti a duplicare il mio stato di coscienza, e il comportamento non ha niente a che vedere con questo. Quindi, scoraggio molto gli studenti dall’imitare il mio comportamento. A ogni modo, alcuni lo fanno, in misura più o meno maggiore. La funzione dell’insegnante è progettata per ottimizzare la duplicazione del suo stato di coscienza, non necessariamente per produrre una copia carbone di se stesso.</p>
<p>Hal Blacker: Ma sembrerebbe che il comportamento è importante per esaudire quella condizione da te descritta come schiavitù spontanea alla volontà di Dio. E questo è il tipo di comportamento che vorresti vedere nei tuoi studenti.</p>
<p>Lee Lozowick: Beh, no. La mia funzione è diversa da quella dei miei studenti. Io devo portare gli studenti in sintonia con la volontà di Dio; dopo di ciò, la loro funzione dipende da quella volontà. Non ha niente a che vedere con me o con loro; non sto formando degli insegnanti. Se uno o più dei miei studenti si risveglia, può diventare un insegnante oppure no: dipende dalla volontà divina. Non ha niente a che fare con il mio o il loro desiderio. Non penso che chiunque si risvegli, diventi un insegnante.</p>
<p>Hal Blacker: Ammesso che sia così, sembra che debba esserci un modo essenziale, per quanto indefinibile o capace di mille diverse manifestazioni, di come il risveglio funziona nel mondo.</p>
<p>Lee Lozowick: Io sono integro nel mio lavoro. Quindi, a prescindere dalle manifestazioni della mia attività, se la gente riesce a vedere l’integrità del mio lavoro, è qualcosa che può imparare; diventa un modello. Per cui, penso che si possa dire che esistono aspetti sottili o interiori del mio lavoro che operano come modelli, ma non la mia attività. L’integrità del mio impegno con il lavoro, con il mio maestro, cose di questo genere, insomma.</p>
<p>Hal Blacker: Una delle tue principali attività è dirigere un gruppo rock. Per quanto ne sappia, sei l’unico insegnante spirituale che lo fa.</p>
<p>Lee Lozowick: Lo spero. Non vorrei che la cosa si diffondesse.</p>
<p>Hal Blacker: Consideri il tuo gruppo rock, <em>Liars, Gods and Beggars </em>(Bugiardi, Dei e Mendicanti), come un mezzo per comunicare i tuoi insegnamenti, possibilmente su larga scala?</p>
<p>Lee Lozowick: Penso che i Liars, Gods and Beggars abbiano il potenziale di comunicare qualcosa dell’essenza dell’insegnamento su larga scala, anche se in modo sottile. Tuttavia, non arriverei mai a pensare che il lavoro vero e lo yoga dell’insegnamento possano essere comunicati su larga scala, in nessuna circostanza. Penso che i Liars, Gods and Beggars siano una sorta di sottile virus spirituale che può contaminare un grande numero di persone, ma la verità è che le grandi folle non sono mai attratte dal tipo di pratica che produce gli effetti ricercati da questo genere di lavoro.</p>
<p>Hal Blacker: Cos’è che fa di qualcuno un praticante veramente serio?</p>
<p>Lee Lozowick: Essere disposto a sacrificare tutto ciò che è richiesto per la realizzazione del Divino.</p>
<p>Hal Blacker: Dopo venticinque anni di insegnamento, sei felice dei risultati?</p>
<p>Lee Lozowick: Sono relativamente felice dei risultati. Non posso esserlo completamente, perché essi sono relativi. Suppongo che ciò che mi renderebbe obbiettivamente felice sarebbe vedere duplicata la mia funzione in uno o più studenti. Finora non è successo. Ho avuto studenti che sono stati mesi interi nello stato di risveglio, ma in qualche modo le loro qualità non sono ancora rifinite al cento per cento. Sono contento dei risultati in confronto a quelli di altre comunità, dal punto di vista dell’assorbimento dell’insegnamento da parte degli studenti e dalla loro capacità di ritrasmetterlo, ma è una felicità relativa. C’è ancora tanto lavoro da fare. E sai, anche se il lavoro di uno studente è finito, ci sono sempre nuove persone che cominciano. Quindi, penso che la felicità e la soddisfazione non siano il punto. Sono indaffarato al massimo; il lavoro non manca.</p>
<p>Hal Blacker: Qual è il risultato più grande che ti piacerebbe vedere raggiunto in questa comunità?</p>
<p>Lee Lozowick: Mi piacerebbe vedere che tutte le persone vivono una relazione felice e armoniosa. Sai, amarsi gli uni gli altri, totalmente liberi dalla violenza e dalla competizione: basterebbe questo. Oppure anche al di fuori della relazione, ma per scelta. Insomma, che si sia o meno in una relazione, mi piacerebbe vedere vite ricche e libere da violenze e manipolazioni.</p>
<p>Uno dei principali cambiamenti avvenuti in questi venticinque anni è il mio modo di usare il linguaggio. All’inizio tutto era: «Sveglia, Sveglia, Sveglia!». Ora, la grazia richiesta per il risveglio sembra succedere nel processo stesso della nostra vita in comune. Non abbiamo bisogno di pensare al risveglio, eccetto che come a un’ovvia ragione del nostro stare insieme; non saremmo qui se quella non fosse la ragione, quindi non dobbiamo pensarci troppo. Quello a cui dobbiamo pensare è all’essere gentili in generale gli uni con gli altri, oltre a sviluppare un’intimità libera da promiscuità, flirt, giochetti e cosi via. Questo è quanto basta.</p>
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<p class="MsoNormal"><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/0934252580/innernet-20"><span lang="DE">Lee Lozowick, Georg Feuerstein. </span><span lang="EN-GB">The Alchemy of Love and Sex. Hohm Press. 1995. ISBN: 0934252580</span></a></p>
<p class="MsoNormal"><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/093425267X/innernet-20"><span lang="EN-GB">Lee Lozowick. Conscious Parenting. Hohm Press. 1997. ISBN: 093425267X</span></a></p>
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<p class="MsoNormal"><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/1890772348/innernet-20"><span lang="EN-GB">M. Young. Yogi Ramsuratkumar. Hohm Press. 2003. ISBN: 1890772348</span></a><span class="t7"></span></p>
<p><span class="t7"><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Times New Roman';">Copyright originale “What is Enlightenment” magazine </span></span><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Times New Roman';"><a href="http://www.wie.org/"><span lang="EN-GB">www.wie.org</span></a></span><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Times New Roman';"><br />
<span class="t9">Traduzione di Nityama Masetti. </span></span><span class="t7"><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Times New Roman';">Revisione di Gagan Daniele Pietrini.</span></span><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Times New Roman';"><br />
<span class="t7">Copyright per la traduzione italiana: Innernet.</span></span></p>
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		<title>Il bambino incarnato, la storia del Dalai Lama</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Feb 2009 12:49:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lobsang Lhalungpa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dharma e dintorni]]></category>
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		<description><![CDATA[Con gli auguri di pronta guarigione per il ricovero del Dalai Lama,  presentiamo la storia della sua incarnazione. I tibetani sono affascinati dalle storie dei bambini incarnati, come si può vedere dalla letteratura tibetana e della tradizione orale. Il primo bambino incarnato fu il principe Siddharta, il Buddha storico. Tra tutte le storie di incarnazioni, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="dalai lama bimbo.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/dalai-lama-bimbo.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/dalai-lama-bimbo.jpg" alt="dalai lama bimbo.jpg" hspace="6" align="left" /></a>Con gli auguri di pronta guarigione per il ricovero del Dalai Lama,  presentiamo la storia della sua incarnazione. I tibetani sono affascinati dalle storie dei bambini incarnati, come si può vedere dalla letteratura tibetana e della tradizione orale. Il primo bambino incarnato fu il principe Siddharta, il Buddha storico. Tra tutte le storie di incarnazioni, le più affascinanti e interessanti sono quelle che riguardano i Dalai Lama.</p>
<p>Il concetto della reincarnazione del creatore e della rinascita delle sue creature è molto antico. Sebbene la reincarnazione e la rinascita condividono lo stesso principio del ritorno all’esistenza, esse differiscono per quanto riguarda i livelli del loro essere, lo scopo e le funzioni.</p>
<p>La teologia hindu parla delle dieci incarnazioni del Dio (Vishnu) come degli operatori dello schema divino per riindirizzare quelle creature che tendono ad allontanarsi ulteriormente dal loro creatore. Le incarnazioni, quindi, provengono dalla fonte più elevata, il Dio, le cui creature non possiedono tale capacità.</p>
<p>Per quanto riguarda la tradizione buddista, le incarnazioni hanno origine dalle Menti Illuminate che, a loro volta, vengono dal comune intelletto umano. Come dice il proverbio: “Il burro nasce dal latte, i Buddha dagli esseri senzienti”. Le incarnazioni sono il risultato dell’elevazione della consapevolezza dell’uomo e della padronanza delle facoltà spirituali. Si crede che ogni uomo o donna incarnati siano predestinati ad avere un ruolo nel destino spirituale dell’umanità.</p>
<p>La storia delle incarnazioni in Tibet è parte essenziale di quello che la tradizione descrive come uno schema cosmico di Menti Illuminate. Dal loro stato psicologico supremo provengono manifestazioni spirituali e incarnazioni umane che mettono in moto una tale infinita fissione.<span id="more-529"></span></p>
<p>Ciononostante, gli esseri umani non possono e non devono restare spettatori impotenti, perché anche loro sono capaci di raggiungere simili risultati e ruoli. Tutti gli uomini e le donne possiedono un potenziale spirituale più elevato. La sedazione dell’autoillusione e della distorsione interiore attraverso la disciplina morale e la trasformazione intellettuale sono i concreti passi base per la realizzazione della saggezza trascendente e della compassione illimitata.</p>
<p>Tali processi di illuminazione vanno ulteriormente estesi al servizio agli esseri senzienti, nei limiti della propria capacità e del proprio livello di realizzazione. Gli esseri senzienti cosmici vanno considerati da ogni iniziato come una sfida cui lavorare, attraverso una grande aspirazione e sempre nuovi tentativi.</p>
<p>Prima di affrontare le incarnazioni nei bambini, è forse necessario spiegare brevemente il concetto buddista di rinascita, l’omologo esistenziale della teoria della reincarnazione. Fondamentale nel credo della rinascita è l’idea di una consapevolezza individuale. In quanto flusso incessante di energia spirituale primaria, essa agisce come un legame concorrente con il nuovo corpo nell’utero della madre. La natura della rinascita è strettamente legata ai pensieri e le azioni passate (o ne è l’effetto).</p>
<p>La rinascita è quindi una parte essenziale della legge naturale della causalità. Anche le reincarnazioni sono soggette al ciclo della nascita, decadenza, malattia e morte. A differenza dei comuni esseri senzienti, si ritiene che le incarnazioni siano capaci di realizzare il proprio destino prestabilito e di compiere i propri obblighi spirituali.</p>
<p>I tibetani sono affascinati dalle storie dei bambini incarnati, come si può vedere dalla letteratura tibetana e della tradizione orale. Il primo bambino incarnato fu il principe Siddharta, il Buddha storico. Secondo la tradizione buddista, la fonte di questa incarnazione era un bodhisattva che, attraverso molte successive incarnazioni, aveva cercato di liberare gli esseri senzienti dalla loro infelicità esistenziale. Il suo immediato predecessore era stato Dampa Togkar, un sovrano celestiale del Paradiso Gioioso in questo “Universo Intrepido” (“Mejik Jigten”). Forse vale la pena ripetere la storia tradizionale, sia per il suo significato spirituale che per le sue implicazioni cosmiche.</p>
<p>Il sovrano celestiale aveva previsto l’epoca in cui reincarnarsi in forma umana per poter realizzare il suo voto passato di guidare l’umanità verso l’emancipazione spirituale, durante l’età di crisi e conflitti. Dampa Togkar proclamò il Bodhisattva Maitreya – il suo compagno celeste – reggente.</p>
<p>Dampa Togkar rinacque come principe Siddharta nella terra dell’albero della melarosa (“Zambudippa”) in una notte di luna piena (563 avanti Cristo). Un vecchio asceta interpretò i segni corporei del bambino: “Egli sarà uno straordinario monarca se sceglierà di seguire la vita mondana. Oppure sarà un grande insegnante dell’umanità che mostrerà il cammino della pace interiore”. Questo era il Buddha!</p>
<p>Il piccolo principe Siddharta dimostrò molte qualità insolite. La sua compassione abbracciava non solo l’umanità, ma tutti gli esseri senzienti. Egli era molto turbato non solo dalle condizioni della vita umana, ma anche dall’illusione interiore dell’uomo. La sua percezione e creatività intellettuali erano focalizzate sulle radici più profonde dell’infelicità esistenziale.</p>
<p>Da allora, un grande numero di uomini e donne insigni è stato riconosciuto come reincarnazioni di vari Buddha e Bodhisattva.</p>
<p>La reincarnazione come istituzione cominciò nel Tibet, all’inizio del dodicesimo secolo, con Dusum Khenpa, il primo Karmapa (1110-1193) e il primo dei lama incarnati (“Tulku”). Fino a oggi ci sono state sedici successive reincarnazioni di questo lama; il sedicesimo Karmapa vive adesso in India.</p>
<p>Dusum Khenpa nacque durante un periodo di rinascimento buddista nel Tibet, quando monasteri maschili e femminili si formavano dappertutto. Era un momento quanto mai opportuno per rinforzare il lignaggio sempre più vasto di insegnanti straordinari.</p>
<p>Nel 1110, l’anno del ferro e della tigre, una coppia profondamente religiosa del Tibet orientale partorì un bambino. Crescendo, quest’ultimo stupì tutti per l’intelligenza, la compassione e le percezioni extracorporee. Era in grado di descrivere eventi del passato o del futuro. Riconoscendo il suo grande potenziale spirituale, i genitori decisero che doveva ricevere un’educazione monastica. Nel corso dei suoi studi religiosi, divenne discepolo di molti grandi lama.</p>
<p>Dopo non molto tempo, venne considerato non solo un grande insegnante, ma anche l’incarnazione vivente del Bodhisattva Avaloketesvara (la personificazione della compassione illimitata). Essendo il discepolo principale dell’Incomparabile Gampopa, divenne il fondatore della scuola Karma Kagyu del buddismo tibetano. Dusum Khenpa lasciò un testamento segreto in cui rivelava i dettagli della sua incarnazione, in modo che i suoi discepoli potessero trovarlo senza dubbi o difficoltà. Morì all’età di ottantaquattro anni.</p>
<p>Questa pratica di predire il luogo di nascita, i nomi dei genitori ecc. si ripeté per ogni Karmapa seguente, fino al quindicesimo. L’attuale Karmapa è stato scoperto in base alle esatte predizioni del suo predecessore.</p>
<p>Ogni bambino incarnazione dei Karmapa ha qualità sublimi. Tra le loro caratteristiche comuni c’erano straordinari poteri spirituali e il conseguimento dell’illuminazione e della visione. Il presente sedicesimo Karmapa è l’incarnazione vivente di tutto ciò.</p>
<p>Tra tutte le storie di incarnazioni, le più affascinanti e interessanti sono quelle che riguardano i Dalai Lama. La prima di quattordici incarnazioni successive fu quella del grande Gedundrub (1391-1474), uno dei principali discepoli dell’Incomparabile Tsongkapa (1357-1419), il fondatore dell’ordine Gelukpa.</p>
<p>Ogni bambino-Dalai Lama è stato scoperto grazie a un testamento profetico, una guida oracolare e l’osservazione di straordinarie qualità personali. Il processo di ricerca si diversificò all’epoca della scoperta del tredicesimo e del quattordicesimo Dalai Lama. Le visioni profetiche nel lago sacro di Chokhorgyal e la capacità di ciascun bambino candidato di ricordare la sua vita passata (in vari modi) cominciarono a svolgere un ruolo cruciale.</p>
<p>Così, per esempio, il tredicesimo Dalai Lama (1876-1933) fece alcune cose strane prima di morire, ma all’epoca sembravano tanto normali che nessuno si accorse del loro significato profetico in relazione alla morte di Sua Santità e all’insediamento della sua seguente incarnazione.</p>
<p>Nel 1920, dodici anni prima di morire, il Dalai Lama ordinò all’artista di Palazzo di dipingere un uccello blu sul muro occidentale del Palazzo del Potala, e un dragone bianco su quello orientale. Tra le due mura c’erano delle scale che portavano alle sue stanze private. Gli ufficiali e gli artisti impegnati nella ristrutturazione del Palazzo del Potala ritennero molto strana questa idea. Secondo loro, queste immagini non avevano attinenza né con il tema artistico né con lo schema formale delle mura. Dopo circa venti anni, il significato profetico cominciò a rivelarsi, quando eventi di grande importanza cominciarono ad avere luogo davanti ai loro occhi.</p>
<p>L’uccello blu venne interpretato come la raffigurazione dell’anno dell’acqua e dell’uccello (1933), in cui morì il tredicesimo Dalai Lama. Il muro occidentale simboleggia la direzione ovest – quella del Palazzo Norbu Lingka – dove egli morì; il colore blu indica l’acqua. Il dragone bianco indicava l’anno del ferro e del dragone (1940), quello dell’insediamento ufficiale nel Palazzo del Potala della sua reincarnazione, il quattordicesimo Dalai Lama. Il muro orientale sembrava suggerire che il nuovo Dalai Lama sarebbe nato nel Tibet orientale.</p>
<p>La prima fase delle ricerche del suo successore cominciò con un lungo periodo di preghiere nazionali nei monasteri maschili e femminili, nei templi privati e pubblici, e infine nelle case. Una preghiera speciale venne composta dal reggente Reding, un grande lama incarnato. La direzione generale in cui cercare la nuova incarnazione venne individuata attraverso la consultazione di grandi lama e di oracoli di stato. Anche i componenti delle varie squadre di ricerca vennero scelti attraverso la divinazione e l’oracolo. Ogni gruppo era guidato da un grande lama, che era accompagnato da molti ufficiali. E ogni squadra di ricerca inviò informazioni preliminari su possibili ragazzi-candidati. Sin dall’inizio, i candidati provenienti dal sud vennero considerati “possibilità remote”, perché il governo aveva avuto molti segni e indicazioni che la vera direzione sarebbe stata l’oriente.</p>
<p>Adesso gli sforzi erano rivolti all’individuazione di una regione, un luogo e una famiglia specifici. In un contesto già misterioso come la ricerca di un bambino-Dalai Lama, esisteva una tradizione ancora più misteriosa, come la ricerca di un’ispirazione profetica presso un lago sacro chiamato “L’anima della Dea” (“Lhamoi Latsho”), situato a Chokhorgyal, nel Tibet sudorientale, a circa sei giorni di viaggio da Lhasa. Il lago era stato consacrato da Gedun Gyatsho, il secondo Dalai Lama (1476-1542). Esso aveva un’importanza tanto grande che lo stesso lama reggente si persuase a compiere il viaggio. Il reggente era stato lui stesso uno straordinario esempio di incarnazione in un bambino che aveva dato straordinarie dimostrazioni di poteri mentali.</p>
<p>Per molti giorni, i lama celebrarono funzioni religiose in onore di Palden Lhamo, la guardiana della fede buddista, mentre il reggente stesso era in meditazione e osservava il lago. Ciò che vide fu trascritto in appunti segreti personali che vennero fatti leggere al governo e al primo ministro.</p>
<p>Apparentemente, le immagini osservate erano chiare come i riflessi su uno specchio. Il reggente aveva visto tre lettere tibetane: “a”, “ka” e “ma”. La visione successiva fu quella di un monastero di tre piani, con un tetto dalle tegole blu e una decorazione dorata. Dal lato est del monastero una strada bianca andava direttamente verso la base di una collina e una casetta dal tetto blu.</p>
<p>La lettera “a” fu interpretata come la regione “Amdo” del Tibet (dove bisognava cercare il bambino-incarnazione), “ka” sembrava indicare il monastero Kubhum nel Tibet orientale, e “Ma” indicava un altro famoso monastero nelle vicinanze.</p>
<p>La squadra di ricerca riuscì a identificare questo monastero con la grande lamasseria di Kubhum e la casetta dal tetto blu come la casa della famiglia Taktsher, nella regione Amdo del Tibet orientale. Il figlio di questa famiglia sarebbe stato riconosciuto come il quattordicesimo Dalai Lama.</p>
<p>I quattro membri di una squadra di ricerca, travestiti, vennero ospitati da questa famiglia, secondo la tradizione di accogliere i monaci e i pellegrini. Ketsang, il lama capo dal monastero Sera, vestito come un servo e alloggiato nell’appartamento della servitù, portava al collo il rosario personale del tredicesimo Dalai Lama. Il figlio di due anni della famiglia Taktsher si sedette vicino a lui, salutandolo con tanto entusiasmo come se lo avesse sempre conosciuto.</p>
<p>Toccando il rosario, disse: “Mi piacerebbe averlo”. Il servo rispose: “Te lo darò se mi dirai chi sono”. Allora il bambino disse: “Sei un lama del (monastero di) Sera”, dopodiché recitò il mantra “Mani mani”, versione ridotta di “Om mani padme hum”. Questo è il mantra più popolare del bodhisattva della compassione, la cui principale incarnazione si ritiene sia quella del Dalai Lama. Al che, il lama capo disse: “Dimmi chi è il signore nella stanza accanto”. “È Tsedrung Lozang”, fu la risposta, corrispondente alla realtà (il termine “tsedrung” indica un monaco ufficiale del Palazzo del Potala). Il bambino poi proseguì identificando la guida come Kalzang e la quarta persona come un monaco di Sera. La squadra era molto meravigliata dalla scoperta della straordinaria mente del bambino. Questo fu il momento cruciale della lunga, delicata e difficile missione che scoprì il bambino-Dalai Lama.</p>
<p>La squadra di ricerca mandò un messaggio in codice al governo di Lhasa, chiedendo il permesso di sottoporre il bambino a un esame personale che avrebbe dovuto provare o meno la sua autenticità. Nella capitale, il successo dell’esame preliminare venne confermato dall’Oracolo di Stato principale, il Neychung Chokyong.</p>
<p>Seguì il passo più importante di questo complicato esame personale. La squadra di ricerca tornò a casa Taktsher. A entrambi i genitori venne chiesto il permesso di mettere alla prova il bambino in questa maniera: oggetti appartenuti al tredicesimo Dalai Lama, ognuno con una copia o una replica, vennero disposti su un tavolo di legno. I quattro membri della squadra di ricerca si sedettero ai lati. Il bambino venne fatto entrare e il lama capo, mostrandogli due rosari, gli chiese quale desiderava.</p>
<p>Senza esitazioni, il bambino afferrò quello vero, appartenuto al tredicesimo Dalai Lama, e se lo mise al collo. Poi gli vennero mostrati due bastoni da passeggio, di canna. All’inizio, il bambino prese la copia di quello vero. Pensando che il bambino adesso stava compiendo un errore, la missione di ricerca rimase per un attimo scioccata, ma senza mostrare la propria delusione. Il bambino, dopo aver esaminato la punta e il manico dei due bastoni, lasciò cadere la copia e prese quello vero, come se fosse sempre stato suo. Più tardi, si scoprì che il “falso” bastone era stato inizialmente usato dal tredicesimo Dalai Lama, ma era stato offerto al lama Drupkhang Rinpoche. Alla fine era diventato proprietà del capo della missione di ricerca. Quindi, in realtà, non si trattava di un falso.</p>
<p>Adesso veniva l’ultima prova, che riguardava due tamburelli. Il loro bordo era fatto di avorio, e uno aveva una maniglia. L’altro, una copia creata appositamente, aveva una striscia d’oro e un fiocco di broccato multicolore che lo rendevano molto più attraente. La squadra guardava nervosamente, temendo che il bambino potesse prendere il tamburello sbagliato, che era più bello.</p>
<p>Ma di nuovo il bambino prese quello vero, senza la minima esitazione. Suonando il tamburello, egli guardò intensamente ogni membro della squadra. Tutti erano così commossi dal prodigioso spettacolo di questo bambino dalla mente di un grande lama, che abbandonarono l’idea di condurre esami simili su molti altri bambini-candidati. Così, il piccolo figlio dei Taktsher venne proclamato il quattordicesimo Dalai Lama (che ora vive in India). La fede dei tibetani in lui come in un Bodhisattva vivente è stata incrollabile!</p>
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<p><!--[if !supportEmptyParas]--> <!--[endif]-->Originalmente apparso sulla rivista Parabola: The Magazine of Myth and Tradition <a href="http://www.parabola.org/">www.parabola.org</a></p>
<p>Traduzione di Gagan Daniele Pietrini</p>
<p>Copyright per la traduzione Italiana: Innernet.</p>
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