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	<title>Innernet &#187; Maestri</title>
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	<description>Percorsi di consapevolezza e anima del mondo</description>
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		<title>Chi era il Buddha?</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Dec 2011 17:10:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rick Fields</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dharma e dintorni]]></category>
		<category><![CDATA[Maestri]]></category>

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		<description><![CDATA[Siddharta Gautama nacque intorno al 567 A.C. in un piccolo regno ai piedi dell&#8217;Himalaya. Suo padre era un capo del clan Shakya. Si dice che dodici anni prima della sua nascita, i brahmini profetizzarono che sarebbe diventato o un monarca universale o un grande saggio. Per impedirgli di diventare un asceta, il padre lo tenne [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Siddh<a title="Chi era il Buddha 1.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/chi-era-il-buddha-1.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/chi-era-il-buddha-1.jpg" alt="Chi era il Buddha 1.jpg" align="left" hspace="6" /></a>arta Gautama nacque intorno al 567 A.C. in un piccolo regno ai piedi dell&#8217;Himalaya. Suo padre era un capo del clan Shakya. Si dice che dodici anni prima della sua nascita, i brahmini profetizzarono che sarebbe diventato o un monarca universale o un grande saggio. Per impedirgli di diventare un asceta, il padre lo tenne rinchiuso nel palazzo.</p>
<p>Gautama crebbe in un lusso principesco, riparato dal mondo esterno, intrattenuto da ballerine ed educato da brahmini; inoltre, era esperto nel tiro con l’arco, nell’arte della spada, nella lotta, nel nuoto e nella corsa. Quando diventò maggiorenne, sposò Gopa, che partorì un figlio. Come diremmo oggi, aveva tutto.</p>
<p>Ciononostante, non era abbastanza. Qualcosa – qualcosa di persistente come la sua ombra – lo condusse nel mondo, oltre le mura del castello. Là, nelle strade di Kapilavastu, incontrò tre semplici cose: un malato, un anziano e un cadavere che veniva portato al forno crematorio. Niente, nella sua vita di agi, lo aveva preparato a questa esperienza. E quando il suo auriga gli disse che tutti gli esseri sono soggetti alla malattia, alla vecchiaia e alla morte, non seppe darsi pace.</p>
<p>Tornando al Palazzo, si imbatté in un asceta itinerante che camminava tranquillamente lungo la strada, indossando la tunica e portando niente altro che la ciotola dei sadhu; allora decise di lasciare il Palazzo per cercare la risposta al problema della sofferenza. Disse silenziosamente addio alla moglie e al figlio, senza nemmeno svegliarli, e cavalcò fino al limite della foresta. Qui si tagliò i lunghi capelli con la spada e scambiò le sue lussuose vesti con le semplici tuniche di un asceta.</p>
<p>Con tali azioni, Siddharta Gautama si unì a un’intera classe di uomini che avevano lasciato la società indiana per trovare la liberazione. Esisteva una grande varietà di metodi e insegnanti, e Siddharta condusse la sua ricerca presso molti di questi ultimi: atei, materialisti, idealisti e dialettici. Tanto la fitta foresta quanto l’affollato mercato risuonavano di migliaia di voci che discutevano opinioni e argomenti diversi, e in ciò quell’epoca non era diversa dalla nostra.<span id="more-554"></span></p>
<p>Alla fine, Gautama si impegnò a lavorare con due insegnanti. Da Arada Kalama, che aveva trecento discepoli, imparò come disciplinare la mente per accedere alla sfera del nulla; ma, anche se Arada Kalama gli chiese di fermarsi a insegnare come suo pari, Gautama riconobbe che questa non era la liberazione e se ne andò. In seguito, Siddharta imparò da Udraka Ramaputra ad accedere a quella concentrazione mentale che non è né coscienza né incoscienza. Ma nemmeno questo rappresentava la liberazione, per cui Siddharta abbandonò il suo secondo insegnante.</p>
<p><a title="Chi era il Buddha 2.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/chi-era-il-buddha-2.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/chi-era-il-buddha-2.jpg" alt="Chi era il Buddha 2.jpg" align="right" hspace="6" /></a>Per sei anni Siddharta, insieme a cinque compagni, praticò l’austerità e la concentrazione. Senza alcuna pietà per se stesso, mangiava un solo chicco di riso al giorno, contrapponendo la mente al corpo. Le costole spuntavano dalla pelle denutrita ed egli sembrava più morto che vivo. I suoi cinque compagni lo lasciarono quando decise di mangiare cibo più nutriente e di abbandonare l’ascetismo.</p>
<p>A quel punto, Siddharta entrò in un villaggio alla ricerca di cibo. Una donna di nome Sujata gli offrì una tazza di latte e un vaso di miele. Dopo aver riacquistato la forza, Siddharta si lavò nel fiume Nairanjana, quindi si mosse verso l’albero della Bodhi. Srotolò un tappetino di erba kusha e si sedette a gambe incrociate.</p>
<p>Aveva ascoltato tutti gli insegnanti, studiato tutti i testi sacri e provato ogni tecnica; adesso non c’era più nulla su cui fare affidamento, nessuno cui rivolgersi e nessun luogo dove andare. Si sedette immobile, stabile e determinato come una montagna, finché, dopo sei giorni, il suo occhio si aprì sulla stella del mattino che stava sorgendo; allora, si dice, realizzò che quello che aveva cercato non era mai andato perduto, né da lui né da nessun altro. Quindi non c’era nulla da raggiungere, né c’era più bisogno di lottare per raggiungerlo.</p>
<p>“Meraviglia delle meraviglie”, si dice che abbia detto; “questa stessa illuminazione è la natura di tutti gli esseri, ciononostante essi sono infelici per la sua mancanza”. Fu così che Siddharta Gautama si risvegliò all’età di trentacinque anni e divenne il Buddha, il Risvegliato, conosciuto come Shakyamuni, “il sapiente degli Shakya”.</p>
<p>Per sette settimane si godette la libertà e la serenità della liberazione. All’inizio non aveva intenzione di parlare della sua realizzazione, perché sentiva che per la maggior parte della gente sarebbe stato troppo difficile da capire. Ma quando Brahma, il signore dei tremila mondi, chiese (secondo la leggenda) che il Risvegliato insegnasse, perché c’erano alcune persone “i cui occhi erano solo leggermente velati”, il Buddha acconsentì.</p>
<p>Poiché entrambi i precedenti insegnanti di Shakyamuni, Udraka e Arada Kalama, erano morti pochi giorni prima, egli si mise alla ricerca dei cinque asceti che lo avevano abbandonato. Quando lo videro avvicinarsi, nel parco dei cervi di Benares, decisero di ignorarlo perché aveva rotto i voti. Tuttavia, nella sua presenza trovarono qualcosa di così radioso che si alzarono, prepararono un posto a sedere, gli lavarono i piedi e ascoltarono il Buddha girare la ruota del dharma, cioè impartire gli insegnamenti, per la prima volta.</p>
<p><a title="Chi era il Buddha 3.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/chi-era-il-buddha-3.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/chi-era-il-buddha-3.jpg" alt="Chi era il Buddha 3.jpg" align="left" hspace="6" /></a>La Prima Nobile Verità del Buddha affermava che tutta la vita, tutta l’esistenza, è caratterizzata dalla duhkha, un termine sanscrito che indica la sofferenza, il dolore e l’insoddisfazione. Anche i momenti di felicità si tramutano in dolore quando ci aggrappiamo a essi. Oppure, una volta entrati nella memoria, distorcono il presente in quanto la mente tenta inevitabilmente e disperatamente di ricreare il passato.</p>
<p>L’insegnamento del Buddha si basa sull’intuizione diretta della natura dell’esistenza ed è una critica radicale alle illusioni e alle fughe, che si chiamino utopismo politico, terapia psicologica, semplice edonismo o (ed è questo che distingue il Buddismo dalla maggior parte delle religioni mondiali) salvezza nel misticismo teista. Duhkha è Nobile, ed è vera. È un fondamento, una pietra miliare, da comprendere a fondo, non da evitare o da spiegare. L’esperienza della duhkha, del funzionamento della propria mente, conduce alla Seconda Nobile Verità, l’origine del dolore, tradizionalmente descritta come la brama, la sete del piacere, ma anche – più profondamente – come l’attaccamento all’esistenza, così come alla non-esistenza.</p>
<p>L’esame della natura di tale desiderio conduce al cuore della Seconda Nobile Verità, l’idea del “sé” o “io”, con tutti i suoi desideri, speranze o paure. È solo quando questo sé viene compreso e percepito come privo di sostanza, che la Terza Nobile Verità, la cessazione del dolore, viene realizzata.</p>
<p>I cinque asceti che ascoltarono il primo discorso del Buddha nel parco dei cervi divennero il nucleo di una comunità – una sangha – di uomini (le donne sarebbero entrate più tardi) che seguivano la via descritta dal Buddha nella sua Quarta Nobile Verità: il Nobile Ottuplice Sentiero. Questi bhikshu, o monaci, vivevano semplicemente e non possedendo altro che una ciotola, una tunica, un ago, un colino per l’acqua e un rasoio (infatti, si radevano la testa per significare che avevano abbandonato la casa). Viaggiavano nell’India nord-orientale, praticando la meditazione da soli o in piccoli gruppi e mendicando il cibo.</p>
<p>Ma l’insegnamento del Buddha non era soltanto per la comunità monastica. Shakyamuni li aveva istruiti affinché lo portassero a tutti: “Andate, o monaci, per il beneficio e la prosperità dei molti; andate in compassione per il mondo, per il beneficio, la prosperità e il benessere degli dei e degli uomini”.</p>
<p>Nei successivi quarantanove anni, Shakyamuni attraversò i villaggi e le città dell’India parlando in dialetto e usando modi di dire che ognuno poteva intendere. Insegnò a un contadino a praticare la consapevolezza mentre estraeva l’acqua dal pozzo, e quando una madre sconvolta gli chiese di guarire il figlio morto che teneva in braccio, egli non operò un miracolo, ma le disse di portargli un seme di senape da una casa in cui non fosse mai morto nessuno. Ella ritornò dalla ricerca senza il seme, ma con la comprensione dell’universalità della morte.</p>
<p>Man mano che la fama del Buddha si diffondeva, re e altri ricchi benefattori donarono parchi e giardini per costruirvi dei ritiri. Il Buddha li accettò, ma continuò a vivere come aveva fatto dall’età di ventinove anni: alla maniera di un sadhu itinerante, mendicando il cibo e passando i suoi giorni a meditare. Solo che adesso c’era una differenza. Quasi ogni giorno, dopo il pasto del mezzodì, il Buddha insegnava. Nessuno di questi discorsi, o delle domande e risposte che seguivano, venne trascritto durante la vita del Buddha.</p>
<p>Il Buddha morì nella città di Kushinagara, all’età di ottanta anni, dopo aver mangiato un piatto di maiale o di funghi. Alcuni dei monaci riunitisi erano afflitti, ma il Buddha, sdraiato su un lato, con la testa appoggiata sopra la mano destra, ricordò loro che ogni cosa è impermanente e li consigliò di prendere rifugio in se stessi e nel dharma (l’insegnamento). Chiese un’ultima volta se c’erano domande: non ce n’era alcuna. Allora pronunciò le parole finali: “Ora, bhikshu, mi rivolgo a voi: tutte le cose composte sono soggette a deperimento; fate ogni sforzo con assiduità”.</p>
<p>La prima stagione delle piogge dopo il parinirvana del Buddha, si dice che cinquemila discepoli anziani si riunirono in una caverna vicino Rajagriha, dove tennero il Primo Concilio. Ananda, che era stato il guardiano del Buddha, ripeté tutti i discorsi, o sutra, che aveva udito; Upali recitò le duecentocinquanta regole monastiche, mentre Mahakashyapa recitò l’Abhidharma, il compendio della psicologia e della metafisica buddhista. Queste tre raccolte, che vennero scritte su foglie di palma qualche secolo dopo e conosciute come Tripitaka (letteralmente: “Tre cesti”), divennero la base di tutte le versioni seguenti del canone buddista.</p>
<p>Rick Fields è stato redattore della rivista “Tricycle” e direttore di “Yoga Journal”. Chi era il Buddha? è ricavato da <em>How the Swans</em> <em>Came to the Lake </em>(Shambhala Publications).</p>
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<p>&nbsp;</p>
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<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/0394748832/innernet-20">Rick Fields. How the Swans Came to the Lake. Shambhala. 1981. ASIN: 0394748832</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Copyright originale Rick Fields, per gentile concessione di Marcia Fields. Originalmente apparso su Tricycle magazine, <a href="http://www.tricycle.com/">www.tricycle.com<br />
</a>Traduzione di Gagan Daniele Pietrini.<br />
Copyright per l&#8217;edizione Italiana: Innernet.</p>
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		<title>Il samsara è irreale</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Jul 2011 08:48:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Innernet</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte e Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Maestri]]></category>
		<category><![CDATA[buddismo]]></category>
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		<category><![CDATA[Merigar]]></category>
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		<description><![CDATA[In occasione dei 30 anni di Merigar, Il primo nucleo della Comunità internazionale Dzogchen, fondato nel 1981 dal professore tibetano Namkhai Norbu,presentiamo questo insegnamento di Norbu. Il samsara è irreale Da un Insegnamento del Maestro Namkhai Norbu, dato il 10 novembre 2004 al centro dzogchen Tashigar del Norte (http://www.tashigarnorte.org/), Isola Margarita, Venezuela Una delle pratiche più [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In occasione dei 30 anni di Merigar, <em>Il primo nucleo della Comunità internazionale Dzogchen, fondato nel 1981 dal professore tibetano Namkhai Norbu,presentiamo questo insegnamento di Norbu.</em></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong><br />
Il samsara è irreale</strong></p>
<p><em>Da un Insegnamento del Maestro Namkhai Norbu, dato il 10 novembre 2004 al centro dzogchen Tashigar del Norte (<a href="http://www.tashigarnorte.org/">http://www.tashigarnorte.org/</a>), Isola Margarita, Venezuela</em></p>
<p>Una delle pratiche più importanti è essere consapevoli, essere presenti e quindi integrare corpo, voce e mente nello stato naturale. Inoltre quando siete presenti si manifestano i segni in maniera concreta: non sentite che la vita è pesante. Vedete, alcuni sentono di avere sempre molti problemi e tensioni. Altri mantengono tensioni accumulate da molti anni. Poi vi aggiungono più tensioni e covano dentro una specie di rabbia. Ciò è molto negativo.</p>
<p>Dovete liberarvene. Liberarvi significa sapere qual è la vostra vera condizione. Viviamo nel samsara, e Buddha ha spiegato che il samsara è irreale. Ha detto che non esiste nulla di reale. Cammino, saggezza, realizzazione… Nulla è reale, lo dicono anche gli insegnamenti sutra. Sono cose che sappiamo a livello intellettuale, ma non in pratica. E se non sappiamo che cosa significano praticamente, tutta la nostra conoscenza intellettuale non ci aiuta.<span id="more-1411"></span></p>
<p><strong>Diminuire le tensioni</strong></p>
<p>Per questa ragione nello Dzogchen abbiamo un tipo di pratica molto potente. Non si applica recitando mantra o visualizzando divinità, ma facendo qualcosa di molto semplice. Per esempio vi svegliate una mattina e immediatamente pensate: “Oh, sto sognando di svegliarmi!. Nel senso reale vi siete svegliati in quel momento; poi vi alzate e vi vestite pensando: “Sto sognando di vestirmi. Adesso sto sognando di farmi un caffè, di fare una doccia, sto sognando di andare in ufficio. Sto sognando di incontrare della gente”. Ricordate sempre di restare nel sogno fino alla sera. Poi sognate di andare a letto e dopo una pratica di Guru Yoga (nota 1) vi addormentate. Se riuscite ad avere questa presenza continuamente e a non distrarvi mai, dopo due o tre giorni osservate come diminuiscono le vostre tensioni. Lo potete davvero notare perché le tensioni sono il nostro problema. Non rendendocene conto, manteniamo tante tensioni anche quando non ce n’è motivo: considerandole importanti, sviluppiamo tensione.</p>
<p>Potete notarlo nelle discussioni: per esempio, si parla di qualcosa di insignificante come l’orzo o un altro tipo di cereale. Uno comincia a dire che quel cereale è molto buono per il fegato. Allora un altro sostiene che non è buono per il fegato, ma per qualcosa di diverso perché lo ha letto in un libro. Una terza persona dice che ha studiato queste cose per anni e sa tutto sull’argomento. Allora l’ego comincia ad affiorare e ognuno pensa che quello che sta dicendo è perfetto. La discussione continua per ore e certe volte si comincia anche a litigare. Questo è un esempio. Non vi è ragione per dare troppa importanza all’argomento della discussione, ma diventa importante perché il nostro ego è forte. Nessuno ritiene di non sapere, di non avere alcuna conoscenza. Tutti pensano di essere esperti di questo e quello. Questa è una manifestazione dell’ego ed è associata con le nostre tensioni.</p>
<p>Accumuliamo queste tensioni per anni ed anni. Naturalmente quando non le liberiamo, quando non osserviamo mai noi stessi, diventano sempre più forti e ci rendono molto nervosi. Anche parlando con gli altri diventiamo polemici e questa è la manifestazione delle tensioni.</p>
<p>Ma se siamo praticanti Dzogchen è necessario liberare le nostre tensioni, altrimenti non riceviamo molto beneficio dalla nostra pratica. E per liberarle, innanzi tutto non dobbiamo pensare che i colpevoli siano gli altri e che noi siamo innocenti. Se ci sono dei problemi, anche voi siete colpevoli, altrimenti non ne sareste coinvolti. Se sieti coinvolti con il problema, non potete essere del tutto innocenti. Ma non importa se siete innocenti o no. L’importante è che liberiate le vostre tensioni. Non potete liberare quelle degli altri. Se dite a qualcuno: “Oh, hai dei problemi, non stai osservando te stesso, sei un egoista”, di certo non lo renderete contento. Io sono un insegnante. Vi sto insegnando e sto cercando di farvi capire. Non sto dicendo che sono innocente e che non ho mai delle tensioni. Magari qualche volta ne ho anch’io. Ma anche se ne ho, non le seguo come una persona ordinaria. Noto di che tipo di tensione di tratta e ho la capacità di liberarla, così da non creare problemi.</p>
<p>Questo è ciò che vi insegno perché ognuno possa imparare e applicare.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Iniziare con il numero uno</strong></p>
<p>Parliamo della pace nel mondo. Molti amano occuparsi di questo genere di cose e sostengono che si tratta di un argomento molto interessante. Certo, possiamo parlare di pace, è un bel nome: ma come, in quale modo? Questo è il punto. Per esempio, se ci sono due persone che hanno delle tensioni tra loro, come possono liberarsene e diventare buoni amici? Come possono risolvere la situazione? Non certo accusandosi l&#8217;un l&#8217;altro di essere il colpevole e nemmeno lasciando che una terza persona decida chi è colpevole e chi innocente.</p>
<p>Non è facile, entrambi hanno l&#8217;ego. Ma se ci osserviamo, possiamo capire che tipo di limitazioni abbiamo. Innanzi tutto dobbiamo liberare noi stessi, non importa se gli altri sono liberi o meno. Anche se parliamo della società, la società è fatta di molte persone, incluso me stesso. Io sono una delle persone che formano la società. Posso considerarmi il numero uno di questa società, perché inizia da me. Pensando così, se io sono il numero uno, poi ci sono il numero due, il numero tre quattro e così via. Se pensiamo in termini di numeri, ve ne sono milioni e milioni. Ma i numeri iniziano dall&#8217;uno, poi c&#8217;è il due, il tre, il cento, e così via. Se non esiste il numero uno, non può esistere il due. Questo è un esempio di società.</p>
<p>Se cambiamo, modifichiamo, liberiamo le nostre tensioni, almeno una persona sarà libera da questo tipo di problema nella nostra grande società. Altra gente potrà allora imparare, e lo stesso accadrà a due, tre, quattro persone, eccetera. Allora può veramente esserci la pace. Se io divento consapevole, vuol dire che so come rispettare la dimensione degli altri.</p>
<p><strong>Rispettare gli altri</strong></p>
<p>Vedete, nella nostra società il problema è la mancanza di rispetto degli uni verso gli altri. Se c’è una grande nazione, ce n’è sempre una piccola assoggettata. Quando c’è una grande nazione, vi sono anche molti gruppi etnici che ne fanno parte. In senso reale, ogni gruppo etnico ha il proprio linguaggio e la propria cultura, la propria dimensione.</p>
<p>Quindi, se hai rispetto, c’è anche la possibilità di vivere in pace e collaborazione. Se non hai rispetto allora, naturalmente, ci saranno dei problemi.</p>
<p>Per esempio, anche le piccole formiche qui a Margarita, quando non le rispettate, saltano sui vostri piedi e vi mordono. Non hanno una grande energia, ma possono mordere! Allo stesso modo, se non rispettate una persona, questa, anche se debole, farà di tutto contro di voi.</p>
<p>Quindi nel mondo abbiamo bisogno di pace, di un genere di evoluzione. Se non c’è evoluzione la pace non può esistere. L’evoluzione può esserci se sempre più persone diventano realmente consapevoli. Io credo moltissimo in questo. Vi parlerò di un esempio che mi riguarda.</p>
<p>Nel 1959 ero in India e agli inizi degli anni Sessanta sono arrivato in Italia con una piccola valigia, senza nessuna idea di insegnare, né c’erano studenti o persone interessate all’insegnamento Dzogchen. Avevo avuto solo l’idea di andare lì e di lavorare con un professore per qualche anno. Poi, in seguito, ho scoperto che alcune persone erano interessate all’insegnamento. Ho lavorato con loro e uno dei nostri primi ritiri fu a Subiaco, vicino Roma. Molte persone qui presenti lo erano anche a quel ritiro, dove vennero una trentina di persone. Questo per me fu il punto di partenza per dare un piccolo insegnamento Dzogchen.</p>
<p>Da allora gradualmente ho insegnato e la gente ha imparato sempre di più. Naturalmente, anche se le persone non sono diventate dei mahasiddha, hanno la conoscenza dello Dzogchen e di come osservare se stessi e stanno crescendo sempre di più. Per esempio oggi vi sono molte migliaia di persone che seguono il mio insegnamento. Quindi secondo la mia esperienza c’è la possibilità per le persone di svilupparsi.</p>
<p>Sviluppo non significa aumento della quantità di persone che seguono il mio insegnamento. Non sono interessato al numero degli studenti, ma al fatto che qualcuno di questi capisca ciò che sto davvero comunicando, perché può essere utile per il futuro, per preservare l’insegnamento e per gli esseri senzienti. Particolarmente per gli esseri umani, affinché abbiano meno tensioni e siano più consapevoli. Quindi realmente credo che ci sia una possibilità di sviluppo e di un certo tipo di evoluzione.</p>
<p><em> Nota 1: Pratica in cui si dimora nel proprio autentico stato, che è lo stato della mente del Maestro</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>15-18 LUGLIO: MONTE AMIATA IN FESTA PER I 30 ANNI DI MERIGAR</strong></p>
<p><em>Il primo nucleo della Comunità internazionale Dzogchen, fondato nel 1981 dal professore tibetano Namkhai Norbu, propone “La Gioia di Essere Qui”: quattro giorni di eventi culturali e spettacolari tra Arcidosso, Castel del Piano e Santa Fiora (GR)</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Merigar, il primo nucleo della Comunità Internazionale Dzogchen, fondato dal professore tibetano Namkhai Norbu sulle pendici del Monte Amiata, celebra il suo Trentennale con “La Gioia di Essere Qui”, rassegna di iniziative spettacolari e culturali che si terranno tra il 15 e il 18 luglio prossimi tra Arcidosso, Castel del Piano e Santa Fiora (GR).</p>
<p>Namkhai Norbu è il più insigne studioso della storia prebuddista del Tibet e Maestro di Dzogchen, il vertice del Buddhismo, nonché tra i massimi esperti contemporanei di medicina tibetana. Su impulso del professor Norbu la Comunità Dzogchen è diventata una realtà mondiale, che conta altri sette Gar (i centri più grandi) e innumerevoli Ling (i centri minori) sparsi in tutto il pianeta. Nel suo alveo sono nati l’Istituto Shang Shung per la preservazione della cultura tibetana – tenuto a battesimo a Merigar, nel 1990, dal Dalai Lama – e ASIA, la Ong da oltre vent’anni impegnata in azioni di solidarietà in Tibet e in Oriente. Gli associati sono oltre 10.000, 2000 dei quali in Italia.</p>
<p>In questo contesto nasce “La Gioia di Essere Qui”, evento celebrativo del Trentennale.</p>
<p>Il programma prevede tre serate di spettacolo con artisti come Roberto Cacciapaglia, il Coro dei Minatori di Santa Fiora, il Circo Garuda di Praga, la concertista Daniela Manusardi; una nutrita serie di eventi culturali, tra cui mostre (da segnalare “Primo Centro” al Castello di Arcidosso, curata da Alessandra Bonomo, www.bonomogallery.com), proiezioni, mini-conferenze a tema; e poi pubbliche dimostrazioni di Yoga Tibetano e di Danza del Vajra, uno stand gastronomico di cucina internazionale guidato dalla celebre chef messicana Monica Patiño, un annullo filatelico creato per l’occasione.</p>
<p>“La Gioia di Essere Qui” avrà il suo prologo alle 19 del 14 luglio a Palazzo Nerucci di Castel del Piano con il reading di Giuseppe Cederna che segnerà l’apertura della mostra “Tibet. Art. Now.” organizzata da ASIA (www.asia-onlus.org). Venerdì 15 luglio inaugurazione del monumento “Alla Pace” – dono della Comunità Dzogchen alla cittadinanza di Arcidosso – alla presenza dell’assessore all’ambiente della Regione Toscana Annarita Bramerini, di Leonardo Marras, presidente della Provincia di Grosseto, e dei massimi rappresentanti delle istituzioni locali, tutte patrocinatrici dell’evento. Fino a domenica 17, poi, sarà un susseguirsi continuo di iniziative spettacolari e culturali. E lunedì 18 grande festa finale a Merigar, per chiudere in bellezza quello che si prefigura come uno dei principali appuntamenti dell’estate toscana.</p>
<p><em>Per ulteriori informazioni: </em></p>
<p><em>Edlin Paolone – Ufficio Comunicazione Merigar. Mobile: 338/9291527, <a href="mailto:edlin@libero.it">edlin@libero.it</a></em></p>
<p><em>Segreteria del Trentennale: Alessandra Policreti, </em><em>0564/966362</em><em> </em></p>
<p><em>Segreteria di Merigar: 0564/966837, email: <a href="mailto:office@dzogchen.it">office@dzogchen.it</a></em></p>
<p><a href="http://www.merigaranniversary.org/">www.merigaranniversary.org</a></p>
<p><a href="http://www.merigar30blog.com/">www.merigar30blog.com</a></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Quando accade l&#8217;impossibile</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Jun 2011 19:45:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stanislav Grof</dc:creator>
				<category><![CDATA[Esperienze]]></category>
		<category><![CDATA[Maestri]]></category>
		<category><![CDATA[Percorsi di ricerca]]></category>

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		<description><![CDATA[Uno degli aspetti più straordinari della nostra esperienza con Swami Muktananda e con il Siddha Yoga fu l&#8217;eccezionale incidenza di sincronicità nella vita dei seguaci di Muktananda. Ne abbiamo avuto notizia da amici e conoscenti legati al movimento Siddha Yoga: i ritiri intensivi offerti dagli ashram davano continuamente risalto a oratori che raccontavano storie eccezionali [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="Grof.quando accade l’impossibile.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/grofquando-accade-limpossibile.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/grofquando-accade-limpossibile.jpg" alt="Grof.quando accade l’impossibile.jpg" hspace="6" align="left" /></a>Uno degli aspetti più straordinari della nostra esperienza con Swami Muktananda e con il Siddha Yoga fu l&#8217;eccezionale incidenza di sincronicità nella vita dei seguaci di Muktananda. Ne abbiamo avuto notizia da amici e conoscenti legati al movimento Siddha Yoga: i ritiri intensivi offerti dagli ashram davano continuamente risalto a oratori che raccontavano storie eccezionali di incontri con Baba, e questi racconti contenevano descrizioni di fantastiche coincidenze simili a quelle che erano capitate a me. Tratto da &#8220;Quando accade l&#8217;impossibile&#8221; di Stanislav Grof &#8211; Urra ed.</p>
<p><strong>Il guru nella vita dei suoi devoti</strong></p>
<p><em>Il Siddha yogi è un burattinaio cosmico?</em></p>
<p>Una storia esemplare è quella di un uomo che aveva trascorso molto tempo in una città fantasma australiana, alla ricerca di avanzi di gemme nelle miniere abbandonate. Viveva da solo in una capanna sgangherata e durante le lunghe serate cercava di leggere al lume di candela. Uno degli abitanti precedenti aveva lasciato sulla parete della capanna la fotografia di uno strano uomo dalla pelle scura con in testa un cappellino da sci rosso, che teneva in mano una bacchetta fatta di penne di pavone: era il ritratto di Swami Muktananda, anche se sulla fotografia non vi era alcuna scritta che lo identificasse come tale.</p>
<p>Durante una delle sue sere solitarie, il cacciatore di gemme alzò gli occhi dal libro che stava leggendo e fu catturato dal volto dell’uomo nella fotografia. Mentre focalizzava la sua attenzione sugli occhi del ritratto, sentì come un fulmine che emanava dalle pupille dell’uomo e lo colpiva in mezzo agli occhi. La cosa suscitò in lui una potente ondata emotiva e una forte risposta fisica. Queste esperienze continuarono nei giorni seguenti: nelle due settimane successive, una serie di eventi condusse l’uomo all’ashram di Baba a Melbourne. Si iscrisse a uno dei ritiri intensivi dei fine settimana, dove imparò lo shaktipat e i differenti modi che può assumere e, da allora, rimase un fedele seguace di Baba.</p>
<p>Una nostra amica, una delle Swami più anziane di Muktananda, ci raccontò la storia seguente, che risale ai suoi primi anni come devota. Una delle cose che Muktananda amava di più era dare agli occidentali nomi spirituali indiani: Yamuna, Sadashiva, Durghananda, Shivananda, Lakshmi, e così via. I suoi studenti e seguaci solitamente ricevevano i loro nuovi nomi durante il darshan, che dava modo ai discepoli di avere brevi contatti con il guru, scambiare qualche parola, fare un’offerta (prasad).</p>
<p>La nostra amica, a quel tempo zelante studentessa e aspirante novizia, stava nella coda del darshan con un’amica, aspettando di ricevere il nome spirituale da Swami Muktananda. Era un po’ nervosa e cercava di incanalare l’ansia scherzando e facendo battute: “Io penso di sapere che nome ci darà Baba,” disse ridacchiando: “Ci chiamerà Creepa e Creepie.” Con suo stupore, il nome che ricevette soltanto pochi minuti dopo fu Kripananda, ovvero “la felicità della grazia”, e da allora tutti la chiamano così.</p>
<p>Tra le centinaia di storie raccontate durante i ritiri intensivi, una merita un’attenzione particolare. Si riferisce a un veterinario di Malibu, chiamato a prendersi cura di uno dei cani di Baba. Poiché Swami Muktananda viaggiava per tutto il mondo, uno dei suoi collaboratori aveva il compito di cercare un alloggio temporaneo adeguato per i ritiri. Spesso a questo scopo si sceglievano edifici fatiscenti in quartieri mal tenuti: venivano restaurati per creare ashram temporanei nella convinzione che fosse un esempio di karma yoga lasciarli in una condizione migliore di quanto fossero inizialmente.<span id="more-471"></span></p>
<p>Baba amava passeggiare regolarmente ovunque fosse e lo faceva senza alcuna paura, senza badare alla cattiva reputazione del posto. Mentre lui personalmente non se ne preoccupava, la cosa provocava grandi apprensioni tra i suoi seguaci. Uno di loro diede a Baba due grossi cani che lo proteggessero durante le passeggiate. Durante il soggiorno a Malibu, uno dei cani si ammalò gravemente e venne cercato un veterinario locale.</p>
<p>Il veterinario arrivò all’ashram ed esaminò il cane senza incontrare Baba o avere alcun contatto con lui. Tornando a casa, cominciò a sentire le kriya, intense ondate di emozioni e tremiti corporei. Nel giro di pochi giorni, a seguito di alcune coincidenze, si trovò nella sala della meditazione a cantare Om Namah Shivaya. Alla fine, anche lui diventò uno dei devoti seguaci di Baba. Spesso Swami Muktananda paragonava per scherzo shakti, l’energia implicata nello shaktipat e nelle kriya, al raffreddore, qualcosa di particolarmente contagioso che “si prende”.</p>
<p>Anziché raccontare altre esperienze riferite dai seguaci di Baba, vorrei portare alcuni esempi tratti dalla mia vita. La prima storia si riferisce all’intera serie di coincidenze che capitarono nei primi anni Ottanta. Cominciò quando Christina e io ricevemmo a casa nostra la telefonata di Gabriel, un medico della cerchia ristretta di Swami di Muktananda. Ci disse che era di passaggio a Big Sur e ci chiese se poteva fermarsi per parlarci di qualcosa di importante.</p>
<p>Il motivo della sua visita era che i responsabili dei media dell’ashram non erano soddisfatti dell’intervista che Baba aveva rilasciato sull’argomento della morte. L’intervistatore, che non aveva familiarità con l’argomento, non aveva posto domande molto interessanti. Gabriel sapeva che avevo fatto terapie psichedeliche con i pazienti terminali di cancro e che ero molto interessato agli aspetti psicologici, filosofici e spirituali della morte e del morire. Si sedette con un taccuino e mi chiese quali potessero essere le domande sulla morte più interessanti che uno psichiatra occidentale o uno studioso della coscienza potesse fare a uno yogi.</p>
<p>Dopo circa tre ore di discussione, Gabriel si rese conto che quanto facevamo non aveva molto senso. Era ovvio che, anziché formulare le domande per qualcun altro, avrei dovuto essere io a porle. Ci suggerì dunque di visitare l’ashram di Miami, dove Baba era in quel momento, affinché conducessi io stesso l’intervista con il guru. C’era tuttavia un problema: l’ashram non avrebbe coperto le nostre spese e noi non avevamo, in quel momento, molti soldi da parte. Inoltre stavamo per fare un viaggio in direzione opposta: avremmo dovuto condurre alcuni seminari in Australia e poi continuare per l’India dove ci saremmo occupati di preparare il terreno per la Conferenza Internazionale Transpersonale del 1982.</p>
<p>Dopo lunghe discussioni, decidemmo di andare, nonostante tutto, a Miami. Mi interessava sempre molto vedere Baba e l’opportunità di sentire le sue idee sulla morte mi tentava particolarmente. Proprio prima di partire per Miami avevamo in programma un seminario a Esalen. Il programma di Esalen era composto generalmente da quattro eventi paralleli, ciascuno dei quali con numero limitato di partecipanti. Poco dopo la nostra decisione di andare a Miami, le iscrizioni al nostro seminario cominciarono ad affluire. Uno degli altri seminari dovette essere cancellato per mancanza di adesioni e altri due non avevano raggiunto la quota minima di iscrizioni. Di conseguenza venne aumentato il numero di partecipanti al nostro seminario. Le richieste furono talmente numerose che non avevamo più spazio sul pavimento per gli esercizi di respirazione. C’era una lunga lista di attesa e fummo costretti a non accettare nuove iscrizioni.</p>
<p>L’improvviso interesse per il nostro seminario non aveva precedenti. Come lascito di Fritz Perls, Esalen offriva sedute omaggio di Gestalt ai residenti e ai partecipanti dei seminari che lo richiedessero. La settimana prima che cominciassero gli incontri, furono in molti, in effetti, a utilizzare la tecnica della hot seat (la sedia che scotta), della Gestalt per affrontare la delusione e la rabbia per non aver potuto partecipare al nostro seminario. Quando ricevemmo l’assegno, scoprimmo che la differenza tra la somma pagata e quello che avremmo ricevuto se gli altri seminari fossero stati pieni era esattamente pari al prezzo dei due biglietti andata-ritorno da Monterey a Miami. Era difficile non vederlo come “il favore del guru” (o la “guru kripa”, come i seguaci di Muktananda chiamavano fatti di questo tipo).</p>
<p>Quando, il giovedì, arrivammo all’ashram di Miami, scoprimmo che l’intervista programmata per venerdì era stata cancellata. Baba non si sentiva bene e aveva bisogno di riposo prima di un impegnativo fine settimana. Non intervistai quindi Baba, ma un membro dell’ashram. Dato che eravamo già a Miami, volevamo partecipare al programma del fine settimana, ma il nostro volo per Melbourne partiva sabato in tarda serata. Chiedemmo il permesso a Baba di poter partecipare soltanto a metà del ritiro intensivo, una richiesta molto insolita. Con nostra gradita sorpresa, il permesso ci fu accordato, ma poi sorse il problema se dovevamo pagare l’intero corso o soltanto metà. Baba fece un’altra eccezione e ci permise di pagare solo metà del costo normale, centocinquanta dollari.</p>
<p>Un’altra grande sorpresa arrivò proprio quando stavamo per entrare nella sala della meditazione. La giovane donna alla porta ci fece un grande sorriso e ci diede le banconote di cinquanta dollari che sembravano uscite in quel momento dalla macchina da stampa. “Ecco, vi restituisco i vostri soldi,” disse. “Baba non vuole che paghiate, siete suoi ospiti.” Tutto sembrava indicare che il guru ci stesse riservando un trattamento speciale. Tuttavia, quest’impressione si dissipò rapidamente alla fine del primo giorno del ritiro, quando ci avvicinammo alle persone in fila per il darshan con un’offerta per ringraziarlo. Lui continuò a parlare con chi ci precedeva e ci allontanò bruscamente con un gesto di sdegno, senza scambiare una parola.</p>
<p>Questo tipo di approccio, tipo “doccia scozzese”, che univa favori e manifestazioni di affetto a un completo disinteresse, a freddezza o perfino a commenti negativi, sembrava essere una strategia di Baba per ridurre il senso di importanza e il sentimento di esclusività nei suoi seguaci. Salimmo in taxi e andammo in macchina all’aeroporto dove ci aspettava un lungo volo per Melbourne. L’aereo era pieno e i sedili della classe economica ci sembrarono straordinariamente stretti, specialmente per persone con gambe lunghe come le nostre. Stanchi dalla lunga giornata e compressi negli scomodi sedili, ci sentivamo sconfitti e rassegnati.</p>
<p>“Staaan, Christiiina!” L’urlo della hostess ci scosse dal nostro stato d’animo depresso. “Che sorpresa! Se avessi saputo che eravate su questo volo, vi avrei messo in prima classe. Ma ho per voi due posti nella business class…” Si scoprì che un paio di anni prima la hostess aveva partecipato a uno dei nostri seminari di Esalen: le sedute di respiro olotropico erano state per lei un’esperienza molto positiva, che le aveva trasformato la vita. Seduti comodamente, ci domandammo se questa fosse un’incredibile, improbabile coincidenza o se fosse un’altra delle grazie del guru&#8230;</p>
<p>Quando finalmente arrivammo a Melbourne, fummo accolti all’aeroporto dai nostri cari amici e ospiti, Muriel e Al Foote. Mentre eravamo in viaggio verso la città, ci dissero che avremmo passato il primo giorno e la prima notte da loro amici, il cantante d’opera australiano Greg Dempsey e sua moglie Annie. Quando arrivammo all’abitazione dei Dempsey, scoprimmo con nostra sorpresa che Greg e Annie erano entrambi seguaci di Swami Muktananda. La casa era piena di fotografie di Baba: ne avevano una perfino in bagno.</p>
<p>Mentre ci stavamo sedendo per la colazione, Muriel ci confessò con grande imbarazzo che si sarebbe unita a noi una giovane donna che voleva conoscerci: “Mi dispiace veramente. So che siete stanchi morti…” si scusò. “Sono molti quelli che mi hanno chiamata per incontrarvi qui a Melbourne. Sono riuscita a dire di no a tutti tranne che a lei. Aveva qualcosa di speciale: ha lavorato con le persone in punto di morte, come avete fatto voi, e sembrava così carina!”</p>
<p>Quando la donna arrivò, si scoprì che, senza che Muriel lo sapesse, veniva dall’ashram di Siddha Yoga di Melbourne. Ci disse che, proprio mentre stava per uscire dalla porta, aveva squillato il telefono. Era Baba, che informava le persone dell’ashram del nostro arrivo a Melbourne: avrebbero dovuto aiutarci perché noi facevamo “il suo lavoro”. Durante la colazione, sentimmo diverse storie su Baba e venimmo a conoscenza della crescita del movimento Siddha in Australia.</p>
<p>Passammo la notte a casa di Greg e Annie. Il giorno dopo, i Foote ci portarono a Blackwood, a pochi chilometri da Melbourne, dove si trovava la loro casa e il centro per i seminari dove, alla sera, iniziammo il nostro sulla respirazione olotropica. La magia di Siddha sembrava continuare. Tra le venticinque persone del gruppo, otto avevano avuto esperienze di Luce Blu, Perle Blu o Persone Blu, che per il Siddha Yoga sono segni di buon auspicio e di importanti progressi nel percorso spirituale. Uno dei partecipanti cominciò a cantare spontaneamente Om Namah Shivaya, senza conoscere che cosa fosse. Nessuno di loro sapeva dei nostri contatti con Swami Muktananda.</p>
<p>Un altro episodio interessante che vorrei raccontare avvenne molti anni dopo. Come ho già detto a proposito del nostro ultimo incontro con Baba, Christina e io avevamo ricevuto da lui una magnifica ametista nera, con la quale ci aveva consigliato di fare un anello da portare sempre. Solo dopo scoprimmo che la scelta delle pietre aveva un significato più profondo… Fin dai tempi antichi le ametiste hanno la fama di proteggere il possessore dalle intossicazioni (come indica il nome greco, methystos, che significa “intossicato”, ma con un alfa privativo che esprime negazione). La cosa sembrava ragionevole considerando il mio lavoro con le sostanze psichedeliche e i problemi di Christina con l’alcol.</p>
<p>Poco dopo il nostro ritorno dall’India, una serie di disastri naturali devastarono la costa di Big Sur. Un incendio catastrofico distrusse una grande area della riserva naturale di Ventana, e spogliò la catena di montagne litoranee di tutta la vegetazione per una lunghezza di trenta chilometri: dall’eremo del Cuore Immacolato fino a Ventana Inn. Il successivo attacco furioso di piogge torrenziali sulle pendici non protette della montagna causò massicci smottamenti. Highway 1, la stupenda strada panoramica che unisce l’Esalen Institute con Monterey e il suo aeroporto, rimase bloccata per diverse settimane. Tutti i seminari di Esalen, compresi i nostri, dovettero essere cancellati.</p>
<p>L’evento ebbe serie ripercussioni finanziarie per Esalen, e particolarmente per noi: allora vivevamo con un budget molto limitato e il mancato introito dei seminari fu molto gravoso. Non era quello il momento più adatto per seguire il suggerimento di Baba e incastonare le nostre ametiste in oro per farne anelli. Io, essendo il più razionale della coppia, avrei rimandato, ma Christina “sentiva” fortemente che avremmo dovuto farlo comunque. Così, quando ci recammo a Carmel per commissioni, impiegandoci sette ore invece delle solite due a causa della deviazione provocata dalle frane, ci fermammo da un gioielliere per ordinare gli anelli.</p>
<p>Due settimane dopo, prima di partire per la Francia, prima tappa di un tour europeo di seminari, sulla via per l’aeroporto, ritirammo gli anelli. A Parigi il primo seminario prevedeva un fine settimana di esercizi sulla respirazione olotropica con circa trenta partecipanti. Mentre facevamo il giro per presentarci, una dei membri del gruppo, Simone, disse che il suo disturbo principale era un forte dolore addominale, che interferiva seriamente con la sua vita di ogni giorno. Poiché diversi esami non erano riusciti a trovare alcuna causa per questo suo problema, pensava che l’origine fosse psicosomatica, e sperava che il lavoro sul respiro l’aiutasse a fare luce sulla sua difficoltà.</p>
<p>Impaziente di cominciare la sua ricerca, chiese al suo partner per la respirazione di poter iniziare per prima. Il suo processo fu molto intenso, con pianti e divincolamenti. Dopo circa un’ora dall’inizio della seduta, cominciò a produrre suoni rumorosi e chiese di me: mi confidò che il dolore alla pancia era notevolmente aumentato e domandò che cosa potesse fare. In quelle situazioni in genere aumentavamo il dolore con pressioni esterne incoraggiando la persona a trovare un modo per esprimere i propri sentimenti. Chiesi a Simone di contrarre l’addome mentre io, usando la mano destra che portava l’anello con l’ametista, esercitavo una pressione nel centro dell’area dove provava dolore. La incoraggiai poi a esprimere pienamente con suoni e movimenti le sue reazioni emotive al mio intervento.</p>
<p>Simone spingeva la pancia tesa contro di me: tratteneva il respiro e il suo volto esprimeva sempre più lo sforzo. Stava diventando paonazza, quando improvvisamente lanciò un urlo agghiacciante come mai prima avevo udito nella mia vita. Simone cominciò quindi a respirare normalmente, entrò in uno stato di profondo rilassamento mentre un sorriso di beatitudine apparve sul suo volto. Poco dopo mi disse che per la prima volta, da anni, si sentiva completamente liberata dal dolore. Alla sera, quando il gruppo si riunì per condividere le proprie esperienze, lei descrisse quanto le era accaduto durante la seduta.</p>
<p>All’inizio aveva rivissuto ricordi della sua vita legati a dolori di pancia, compresi i ripetuti abusi sessuali da parte di un parente. Poi andò più in profondità e affiorarono i ricordi della sua nascita. Rivivendo il difficile passaggio attraverso il canale del parto, sentì che il suo dolore addominale era collegato al disagio che aveva provato come feto quando si sforzava di nascere. Man mano che la seduta continuava, Simone vide scene della storia umana che si riferivano a violenze e abusi sessuali. Fu quello il momento in cui decise di chiamarmi, perché la sua sofferenza era sempre più acuta e stava raggiungendo rapidamente il limite della sopportazione.</p>
<p>“Quando hai esercitato pressione sulla mia pancia è successo qualcosa di incredibile,” raccontò poi al gruppo di condivisione. “Il dolore cresceva di momento in momento ed era diventato assolutamente insopportabile. Ma io non mi arrendevo ed ero determinata a tenergli testa. A un certo punto il patimento non era soltanto mio, era tutta l’umanità che soffriva! E allora tutto è esploso in una luce blu scuro indescrivibilmente bella. E in quella luce è apparsa l’immagine di un guru indiano i cui manifesti sono dappertutto a Parigi. Portava occhiali scuri e un berretto di lana rosso, e teneva in mano un mazzo di penne di pavone.”</p>
<p>Un paio di settimane prima del nostro arrivo a Parigi, il successore di Swami Muktananda, il giovane Nityananda, aveva visitato la città e vi aveva tenuto un seminario intensivo. I manifesti, che si potevano vedere su parecchi muri e colonne di Parigi, lo rappresentavano assieme al suo maestro. Christina guardò nel suo portafoglio, tirò fuori l’immagine di Swami Muktananda e la mostrò a Simone guardandola in modo interrogativo. “Sì è lui lo strano personaggio!” confermò, e poi aggiunse: “Ma la mia esperienza ha avuto qualcosa a che fare con il tuo anello con l’ametista. La luce blu sembrava venire fuori proprio da quell’anello.”</p>
<p>Era interessante che Simone associasse la sua guarigione non soltanto all’anello con l’ametista e a Swami Muktananda, che mi aveva dato la pietra, ma anche al colore blu e, nel Siddha Yoga, le visioni di luce e di persone blu giocano un ruolo importante e sono considerate di buon auspicio. Molti anni dopo, durante un altro seminario in Francia, Simone si mise in contatto con me per concludere il racconto: mi disse che, dopo il seminario di Parigi, il dolore non era più tornato.</p>
<p>Il numero di sincronicità che avevamo sperimentato noi stessi e notato tra i seguaci di Baba era veramente sorprendente. Il guru appariva nei sogni dei suoi seguaci, durante le meditazioni e nelle sedute psichedeliche, e queste visitazioni visionarie sembravano essere strettamente legate a eventi della loro quotidianità. Da queste coincidenze molti seguaci conclusero che Baba fosse consapevole di tutto ciò che accadeva nella loro vita e che agisse attivamente per arrecare loro un beneficio spirituale. Assunse così la statura sovrumana di un “burattinaio cosmico” che sovrintendeva alle esistenze di decine di migliaia di seguaci e studenti, tirando le fila dietro le scene della realtà materiale.</p>
<p>Il fenomeno mi affascinava al punto che chiesi a Swami Ama, sua assistente per più di venticinque anni, di sapere da lui quanto fosse consapevole della situazione. Quando ne parlò con lui, Baba rise della grandiosa fantasia dei suoi seguaci. Le spiegò che durante i quarantacinque anni di pellegrinaggio in India e di rigorosa ricerca spirituale aveva vissuto molte esperienze in dimensioni di esistenza più alte, che normalmente rimangono nascoste. Per questo era diventato parte di questi domini e dei meccanismi con cui influiscono sulla realtà di ogni giorno.</p>
<p>Ad Ama disse anche che, se fosse stato necessario, con la meditazione era in grado di dirigere la sua mente in aree diverse per ottenere le informazioni necessarie, cosa che molti buoni sensitivi possono fare. Ma più di ogni altra cosa la sua ardua ricerca spirituale lo aveva portato a focalizzarsi con estrema chiarezza sull’hic et nunc, sul “qui e ora”, e ad apprezzare le piccole cose della vita. Per esempio, disse ad Ama che amava cucinare. E mentre si concentrava con indivisa consapevolezza su tutti i colori, la struttura, gli odori e i sapori del cibo che stava preparando, migliaia dei suoi seguaci lo vivevano come l’architetto consapevole e attivo delle loro vite. Era molto divertito dalla sua fama di poter monitorare l’esistenza di migliaia di fedeli, orchestrando per loro situazioni spirituali significative e sorprendenti sincronicità fatte su misura. “Sarebbe troppo lavoro, a me piace la vita semplice,” diceva con un sorriso malizioso.</p>
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<p><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1924&amp;isbn=8850324308">Grof Stanislav. Quando accade l&#8217;impossibile. Apogeo-Urra. 2006. ISBN 8850324308</a></p>
<p>Il presente articolo è tratto dal libro Quando accade l&#8217;impossibile, di Stanislav Grof, edito da Urra – Apogeo, <a href="http://www.urraonline.com/">www.urraonline.com</a> per gentile concessione.</p>
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		<title>Dieci malattie spiritualmente trasmesse</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Feb 2011 07:21:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mariana Caplan</dc:creator>
				<category><![CDATA[Maestri]]></category>
		<category><![CDATA[Percorsi di ricerca]]></category>
		<category><![CDATA[Caplan]]></category>
		<category><![CDATA[illuminazione]]></category>
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		<description><![CDATA[Viviamo in una giungla, e la vita spirituale non fa eccezione. Davvero pensiamo che solo perché qualcuno ha meditato cinque anni, o fatto yoga dieci anni, sarà meno nevrotico di un altro? Nel migliore dei casi, sarà solo un po’ più consapevole delle sue nevrosi. Appena un po’. È per questa ragione che ho trascorso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Viviamo in una giungla, e la vita spirituale non fa eccezione. Davvero pensiamo che solo perché qualcuno ha meditato cinque anni, o fatto yoga dieci anni, sarà meno nevrotico di un altro? Nel migliore dei casi, sarà solo un po’ più consapevole delle sue nevrosi. Appena un po’.</p>
<p>È per questa ragione che ho trascorso gli ultimi quindici anni della mia vita a studiare e scrivere sull’importanza del discernimento nelle aree più insidiose del cammino spirituale – potere, sesso, illuminazione, guru, scandali, psicologia, nevrosi – nonché sulle vere motivazioni, talvolta confuse e inconsapevoli, che ci spingono su tale cammino. Io e il mio partner (lo scrittore e insegnante Marc Gafni) stiamo creando una nuova serie di libri, corsi e pratiche finalizzati a portare più chiarezza su questi temi.</p>
<p>Molti anni fa, ho lavorato per un’estate in Sud Africa. Sin dall’arrivo, mi resi conto della cruda realtà: ero nel Paese con il più elevato tasso di omicidi al mondo, gli stupri erano all’ordine del giorno e metà della popolazione (uomini e donne, gay ed etero indifferentemente) era positiva all’HIV.</p>
<p>Poiché grazie al mio lavoro e ai miei viaggi ho conosciuto centinaia di maestri e migliaia di praticanti spirituali, ho osservato che le nostre idee, concezioni ed esperienze spirituali si “infettano” con “contaminanti concettuali” – non ultimo un rapporto confuso e immaturo con complessi principi spirituali – sempre allo stesso modo e con la medesima facilità con cui un’invisibile e insidiosa malattia sessualmente trasmessa si diffonde.</p>
<p>Le seguenti dieci categorie non vanno intese come definitive, ma solo come uno strumento per diventare consapevoli di alcune delle più comuni malattie spiritualmente trasmesse.</p>
<p>1.  <em> La spiritualità “fast-food”</em>: Coniuga la spiritualità a una cultura che celebri la velocità, il multitasking e la gratificazione istantanea, e il risultato più probabile sarà la spiritualità “fast-food”. Quest’ultima è il prodotto dell’illusione, comune e comprensibile, che la liberazione dal dolore proprio della condizione umana possa essere facile e immediata. Tuttavia, una cosa è certa: la trasformazione spirituale non si può ottenere in un batter di occhi.</p>
<p>2.    <em>La finta spiritualità</em>. La finta spiritualità consiste nella tendenza a parlare, vestirsi e comportarsi come immaginiamo farebbe una persona spirituale. È una sorta di spiritualità imitativa che mima la realizzazione spirituale, così come la finta pelle leopardata imita quella autentica.</p>
<p>3.    <em>Motivazioni confuse</em>. Benché il nostro desiderio di evolverci sia puro e genuino, spesso è contaminato da motivazioni secondarie come il desiderio di essere amati, di appartenere a un gruppo, di riempire il nostro vuoto interiore; la speranza che il cammino spirituale elimini la nostra sofferenza e la nostra ambizione spirituale stessa; il desiderio di essere speciali, migliori, straordinari.</p>
<p>4.   <em> Identificazione con esperienze spirituali</em>. In questa malattia, l’ego si identifica con la nostra esperienza spirituale e la considera come sua; cominciamo a credere di essere la personificazione vivente di certe intuizioni sorte in noi in determinati momenti. Nella maggior parte dei casi, tale malattia non dura all’infinito, benché tenda a prolungarsi maggiormente in coloro che si ritengono illuminati e/o si comportano da insegnanti spirituali.</p>
<p>5.   <em> L’ego spiritualizzato</em>. Questa malattia si verifica quando la struttura stessa della personalità egoica si imbeve di idee e concetti spirituali. Il risultato è una struttura egoica “a prova di proiettile”. Quando l’ego si spiritualizza, siamo impermeabili a ogni aiuto, a nuove idee o feedback costruttivi. Diventiamo esseri umani impenetrabili e la nostra crescita spirituale si blocca (in nome della spiritualità stessa).</p>
<p>6.    <em>Produzione di massa di insegnanti spirituali.</em> Vi sono molte correnti spirituali alla moda che sfornano una dietro l’altra persone che si ritengono a un livello di illuminazione spirituale ben al di là di quello effettivo. Questa malattia funziona come una sorta di nastro trasportatore spirituale: assorbi questa luce, abbi quell’intuizione e – bam! – sei illuminato e pronto a illuminare gli altri allo stesso modo. Il problema non è tanto che tali persone insegnino, quanto che si presentino come maestri spirituali.</p>
<p>7.    <em>Orgoglio spirituale</em>. L’orgoglio spirituale sorge quando il praticante, attraverso anni di sforzi intensi, ha effettivamente raggiunto un certo livello di saggezza, ma usa questo risultato per chiudere le porte a qualsiasi nuova esperienza. La sensazione di “superiorità spirituale” è un altro sintomo di questa malattia spiritualmente trasmessa. Si manifesta sottilmente attraverso la sensazione “Io sono migliore, più saggio e superiore agli altri, perché sono spirituale”.</p>
<p>8.   <em> Mentalità di gruppo</em>. Anche nota come pensiero di gruppo, mentalità settaria o malattia degli ashram, la mentalità di gruppo è un virus insidioso che contiene molti elementi tradizionali della co-dipendenza. Un gruppo spirituale decide in modo invisibile e inconscio quali siano i modi giusti di pensare, parlare, vestirsi e comportarsi. I gruppi e gli individui infettati dalla “mentalità di gruppo” rifiutano le persone, gli atteggiamenti e le circostanze che non rispettano le regole, spesso tacite, del gruppo.</p>
<p>9.  <em> Il complesso degli Eletti</em>. Il complesso degli Eletti non riguarda solo gli ebrei. Consiste nella convinzione che “il nostro gruppo è il più spiritualmente evoluto, potente e illuminato; in poche parole, è il migliore di tutti”. C’è una grande differenza tra il pensare di avere scoperto la via, l’insegnante o la comunità migliori per sé, e il pensare di aver scoperto “il meglio in assoluto”.</p>
<p>10.    <em>Il virus mortale: “Sono arrivato”</em>. Questa malattia è tanto potente da essere potenzialmente mortale per la nostra evoluzione spirituale. Consiste nella convinzione di “essere arrivati” alla fine del cammino spirituale. Il progresso spirituale termina ogni qual volta questa convinzione si cristallizzi nella nostra psiche, poiché quando pensiamo di aver raggiunto la fine, ogni ulteriore crescita è impedita.</p>
<p>“L’essenza dell’amore è la percezione”, insegna Marc Gafni, “quindi l’essenza dell’amore di sé è la percezione di sé. Puoi innamorarti solo di qualcuno che riesci a vedere chiaramente, e questo vale anche per te stesso. Amare vuol dire avere occhi per vedere. È solo quando vedi chiaramente te stesso che cominci ad amarti”.</p>
<p>Nello spirito degli insegnamenti di Marc, ritengo fondamentale, in un cammino spirituale, individuare le malattie dell’ego e dell’auto-inganno comuni a tutti noi. È qui che abbiamo bisogno di sense of humour e del sostegno di autentici amici spirituali. Quando sul nostro cammino spirituale ci imbattiamo in ostacoli, a volte è facile cadere nella disperazione, perdendo fiducia nel cammino e stima in se stessi. Dobbiamo mantenere la fede, in noi stessi e negli altri, per poter davvero fare una differenza in questo mondo.</p>
<p>Tratto da <a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/1591797322/innernet-20" target="_blank">“Eyes Wide Open: Cultivating Discernment on the Spiritual Path”</a> (<a href="http://www.soundstrue.com" target="_blank">Sounds True</a>) per gentile concessione.</p>
<p>Il sito di Mariana Caplan:<a href="http://realspirituality.com/" target="_blank"> realspirituality.com</a></p>
<p>Mariana contribuisce anche a<a href="http://www.centerforworldspirituality.com/" target="_blank">l Center for World Spirituality </a></p>
<p>Copyright per la traduzione italiana: Innernet.</p>
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		<title>&#8220;Io sono quello&#8221; di Nisargadatta Maharaj, recensione</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Nov 2010 16:16:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Toshan Ivo Quartiroli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Maestri]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[advaita]]></category>
		<category><![CDATA[Balsekar]]></category>
		<category><![CDATA[illuminazione]]></category>
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		<description><![CDATA[&#8220;Io sono quello&#8221; è probabilmente il libro che ha contribuito maggiormente alla diffusione della filosofia non-duale Advaita negli ultimi decenni. Nisargadatta Maharaj descrive in modo instancabile cosa significa trovarsi nel suo stato di illuminazione rispondendo alle domande dei visitatori nella sua casa di Bombay. &#8220;Io sono quello&#8221; è diventato un classico della spiritualità moderna, oltre [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="Nisargadatta maharaj.io sono quello.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/nisargadatta-maharajio-sono-quello.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/nisargadatta-maharajio-sono-quello.jpg" alt="Nisargadatta maharaj.io sono quello.jpg" hspace="6" align="left" /></a>&#8220;Io sono quello&#8221; è probabilmente il libro che ha contribuito maggiormente alla diffusione della filosofia non-duale Advaita negli ultimi decenni. Nisargadatta Maharaj descrive in modo instancabile cosa significa trovarsi nel suo stato di illuminazione rispondendo alle domande dei visitatori nella sua casa di Bombay.</p>
<p>&#8220;Io sono quello&#8221; è diventato un classico della spiritualità moderna, oltre quattrocento pagine, un concentrato di saggezza e di filosofia non-duale. La lentezza forzata della lettura incoraggia la riflessione e il metabolismo di concetti poco familiari alla mente.</p>
<p>E’ un libro da leggere e da riprendere di tanto in tanto; le immagini illusorie e gli attaccamenti alle nostre identificazioni saranno lentamente liberate di pari passo al distacco delle pagine dalla rilegatura, che perlomeno nella mia edizione non era delle migliori (1) . <em>Io sono quello</em> è probabilmente il libro che ha contribuito maggiormente alla diffusione della filosofia non-duale Advaita negli ultimi decenni.</p>
<p>Nisargadatta Maharaj, il cui nome di battesimo è Maruti, è nato a Bombay nel 1897 da una famiglia povera. Suo padre si diresse verso la campagna per coltivare un pezzetto di terra in un villaggio del Maharashtra. Alla morte del padre, Maruti tornò a Bombay con il fratello maggiore alla ricerca di sostentamento per la madre e gli altri fratelli. <span id="more-503"></span></p>
<p>Aprì un piccolo negozio che vendeva vestiti per bambini, tabacco e beedie (pronunciato “bidi”), le tipiche sigarettine indiane. Per questo motivo Nisargadatta Maharaj è anche conosciuto con l&#8217;appellativo di “beedie baba”.</p>
<p><a title="Io sono quello Nisargadatta.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/io-sono-quello-nisargadatta.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/io-sono-quello-nisargadatta.jpg" alt="Io sono quello Nisargadatta.jpg" hspace="6" align="left" /></a>All’età di 34 anni è stato introdotto al suo guru, Sri Siddharameshwar Maharaj. Questi fece in tempo a dare poche istruzioni a Maruti prima di morire. Gliene diede una in particolare: gli disse di portare unicamente attenzione al senso di “Io sono”. Maruti obbedì e funzionò! Dopo circa tre anni si realizzò e prese il nome Nisargadatta.</p>
<p>Dopo un breve periodo di ascetismo nei monti dell’Himalaya, tornò a Bombay a vendere sigarette ed a ricevere i ricercatori nella sua casa. Morì nel 1981 a 84 anni, non prima di aver passato il testimone a Ramesh Balsekar che ha proseguito  l’insegnamento della tradizione Advaita fino alla sua morte nel 2009.</p>
<p><em>Io sono quello</em> è la trascrizione di conversazione avvenute tra Nisargadatta Maharaj e i visitatori nella sua casa di Bombay, nella classica forma di domande e risposte. In ogni domanda possiamo riconoscere la nostra domanda anche se non ancora pienamente cosciente. Sguardo penetrante, beedie perennemente attaccato alla bocca ed indole irascibile, tutto questo avveniva alla superficie di Nisargadatta Maharaj; in profondità non vi era alcuno che potesse alterarsi.</p>
<p>Nisargadatta descrive in modo instancabile cosa significa trovarsi nel suo stato di illuminazione. Parla con una profondità concettuale e una sorprendente capacità dialettica nonostante la sua condizione di semianalfabetismo. Le sue parole escono dall&#8217;esperienza diretta e personale, senza alcuna citazione né da &#8220;colleghi&#8221; mistici né dalle sacre scritture. Le mappe dell’essere, del testimone, della consapevolezza, della Coscienza universale e dell’Assoluto sono presentate in <em>Io sono quello </em>da un maestro che risiede contemporaneamente nell’Assoluto e nell’ordinario.</p>
<p>Tra le migliaia di risposte, il messaggio a cui sempre torna Nisargadatta è di rimanere presenti con il senso di “Io sono”, di immergersi in esso, finché la mente e le emozioni diventano una cosa sola con esso. Quando gli fu chiesto perché il ricordo di sé dovrebbe portare alla realizzazione, rispose che “sono due aspetti dello stesso stato. Il ricordo di sé è nella mente, la realizzazione di sé è oltre la mente. L’immagine nello specchio è del volto che sta al di là dello specchio”, enfatizzando in questo modo il ruolo della mente nel percorso di liberazione, poiché “dopotutto è la mente che crea l’illusione ed è la mente che se ne libera. Le parole possono aggravare l’illusione ma anche contribuire a dissiparla. Non c’è niente di male nel ripetere continuamente la stessa verità finché non diventa una realtà” (quest&#8217;ultima frase purtroppo funziona anche nel caso di menzogne ripetute).</p>
<p>La mente va usata come strumento di investigazione,  seppur inadeguata a contenere l’accecante Verità, è fondamentale per asportare gli ostacoli che si intromettono nel percorso verso la realizzazione: “Non cercare di conoscere la verità, poiché la conoscenza intellettuale non è vera conoscenza. Però puoi sapere che cosa non è vero, il che è sufficiente a liberarti dal falso.” L’idea stessa di possedere la verità è pericolosa “perché ti tiene imprigionato nella mente”. E’ solo quando si è coscienti di non sapere che si è liberi di indagare, e la mancanza di ricerca secondo Nisargadatta è la principale causa della nostra prigionia.</p>
<p>Nota 1: Dopo aver ricevuto una email da parte dell&#8217;editore Astrolabio, dicendomi che  &#8220;ci stupisce alquanto.  Apprendere che ai nostri volumi  si staccano le pagine, dato che sono tra i pochi nel panorama  nazionale a essere rilegati ancora con il filo di refe anziché con  paginazione a sola incollatura, è notizia degna di rilievo. E&#8217; la  rilegatura più solida possibile, anche più del volume cartonato. Ci piace pensare che lei lo abbia letto e riletto talmente tante volte  da danneggiarlo seriamente, viceversa che sia un&#8217;edizione abilmente  contraffatta e quindi non di nostra produzione. Talvolta ci è capitato di incontrarne sul mercato.&#8221;</p>
<p>L&#8217;articolo l&#8217;avevo scritto tempo addietro, il volume è originale e alcune pagine si staccavano. Ma effettivamente dire che l&#8217;edizione non era ben rilegata non è stato da parte mia corretto. Da ex-editore di libri so che possono capitare di tanto in tanto copie con alcuni difetti. Forse questo era il caso, oppure, più verosimilmente, il volume non è stato da me conservato con la dovuta cura mentre mi faceva compagnia tra un viaggio e l&#8217;altro.</p>
<p><strong>Acquista i libri con Internetbookshop</strong></p>
<p><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1924&amp;isbn=88834013632">Nisargadatta Maharaj. Io sono quello. Astrolabio. 2001. ISBN: 8834013638</a></p>
<p><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1924&amp;isbn=888093001X">Nisargadatta maharaj (jean dunn curatore). Semi di consapevolezza. La saggezza di Nisargadatta Maharaj. Il punto d&#8217;Incontro. 1994. ISBN: 888093001X</a></p>
<p><!--[if !supportEmptyParas]--> <!--[endif]--></p>
<p>Copyright: Innernet.</p>
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		<title>La Quarta Via nel XXI secolo: una testimonianza</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Jun 2010 08:51:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Veet Gagan</dc:creator>
				<category><![CDATA[English articles]]></category>
		<category><![CDATA[Maestri]]></category>

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		<description><![CDATA[Con 1500 membri e 60 centri sparsi in tutto il mondo, la Fellowship of Friends è attualmente la più grande scuola esistente ispirata agli insegnamenti della Quarta Via (introdotti in Occidente da George Gurdjieff e Peter Ouspensky). In Italia, è stato pubblicato da Ubaldini il libro del suo fondatore Robert Earl Burton, “Il ricordo di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2010/06/Girard-Haven.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1328" style="margin: 6px;" title="Girard Haven" src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2010/06/Girard-Haven.jpg" alt="Girard Haven" width="227" height="302" /></a>Con 1500 membri e 60 centri sparsi in tutto il mondo, la Fellowship of Friends è attualmente la più grande scuola esistente ispirata agli insegnamenti della Quarta Via (introdotti in Occidente da George Gurdjieff e Peter Ouspensky).</p>
<p>In Italia, è stato pubblicato da Ubaldini il libro del suo fondatore Robert Earl Burton, “Il ricordo di sé”, che a tutt’oggi è l’unico testo dedicato interamente a questa tecnica. La sede della Fellowship è Apollo, in California. Qui vive Girard Haven, il “numero due” dell’organizzazione, oltre che un prolifico autore di libri sulla Quarta Via (sei volumi pubblicati in inglese sull’argomento, disponibili in Amazon), che noi abbiamo intervistato per Innernet.</p>
<p><strong>Vedo che la scuola di cui fai parte ha diversi siti, chiamati “Presenza vivente”, “Essere presenti”, “La via verso la presenza”, “La presenza” (<a href="http://www.livingpresence.com" target="_blank">www.livingpresence.com</a>, <a href="http://www.beingpresent.org" target="_blank">www.beingpresent.org</a>, <a href="http://www.pathwaytopresence.org" target="_blank">www.pathwaytopresence.org</a>, <a href="http://www.la-presenza.it" target="_blank">www.la-presenza.it</a>). Puoi spiegare, per favore, cosa vuol dire essere presenti, e perché una persona normale dovrebbe cercare di essere presente?</strong></p>
<p>Essere presenti è l’arte di focalizzare la propria attenzione sul momento presente. Vuol dire essere consapevoli di ciò che si sta facendo, perché e dove lo si sta facendo, i suoi possibili effetti sugli altri e i propri vari scopi, e il suo rapporto con le forze superiori.</p>
<p>Quindi, è possibile pensare al passato o al futuro, o immaginare soluzioni a un problema, restando presenti, ma solo se si riesce a mantenere un’intensa consapevolezza di ciò che si sta facendo e del perché. Senza una tale intensa consapevolezza di se stessi nel momento, la nostra vita ci scivola sopra come un sogno, ed è semplicemente meglio essere svegli che addormentati.</p>
<p><strong>Altre tradizioni spirituali, come il buddhismo e il sufismo, parlano dell’importanza di essere presenti. Cosa distingue la Quarta Via da queste altre tradizioni?</strong></p>
<p>Se le comprendiamo nel modo giusto, tutte le tradizioni spirituali parlano dell’importanza della presenza come ponte tra l’umano e il divino. Le differenze stanno nei metodi e le tecniche usati per sviluppare la presenza. La Quarta Via, e in particolare la Fellowship of Friends, impiega metodi particolarmente adatti all’epoca contemporanea.<span id="more-1324"></span></p>
<p><strong>A tal proposito, molte persone trovano più facile essere presenti durante un’attività fisica che mentre stanno al computer (ovvero, per la maggior parte della loro giornata). Tu avresti qualche consiglio particolare per promuovere la presenza al PC?</strong></p>
<p>La lotta per essere presenti è fondamentalmente la stessa in tutti i luoghi e momenti, e noi dobbiamo provare gratitudine per le varie opportunità di lavoro fornite dalle diverse circostanze (oltre a saperle usare). Nello specifico, l’opportunità costituita dall’uso di un computer consiste nella pratica dell’attenzione divisa, e uno dei modi più efficaci per fare ciò è introdurre sofferenza volontaria.</p>
<p>Questo vuol dire, per esempio, stare leggermente scomodi, seduti un po’ più vicino o lontano del solito dal computer, in una posizione leggermente disagevole, con dei vestiti un po’ troppo pesanti o la cintura appena troppo stretta. L’idea è quella di avere una leggera fonte di irritazione che ci dia qualcosa di cui essere consapevoli oltre al computer, ma non al punto da provocare danni o interferire con il nostro lavoro.</p>
<p>Si possono pure usare le impressioni, come ascoltare musica (anche una musica che non ci piace potrebbe fungere da sottile sofferenza volontaria) o rendere l’ambiente più bello. È possibile utilizzare un programma di pop-up che interrompa periodicamente le nostre identificazioni, riportandoci al presente. Come ha scritto Rodney Collin: “Il lavoro è il lavoro, e da un punto di vista più vasto, tutto dipende da colui che cerca di fare quanto è richiesto. Le scuse, per quanto raffinate, non contano”</p>
<p><strong>Ho sentito dire che l’infarto che hai avuto nel 2000, quando stavi nella tua scuola già da vari decenni, è stato un evento importante per la tua evoluzione. Puoi dire in che modo hai “tratto profitto” (per dirla con Gurdjieff) da questo evento?</strong></p>
<p>Prima dell’infarto, mi svegliavo al mattino, facevo ciò che dovevo fare durante il giorno, quindi andavo a letto. Dopo l’infarto, a parte qualche leggero cambiamento riguardo ciò che dovevo fare, è stato esattamente lo stesso. In altre parole, il mio corpo ha sofferto un infarto, ma io no. Non saprei dire se ho tratto profitto o meno dall’infarto, perché non posso sapere come sarebbe stata la mia vita se esso non fosse avvenuto.</p>
<p><strong>Questo infarto ha ti ha reso semiparalizzato, giusto?</strong></p>
<p>Per l’esattezza, solo la metà destra del mio corpo è rimasta parzialmente paralizzata. Per tornare alla tua domanda precedente, apparentemente gli altri sono rimasti più scioccati dall’infarto di me. Per me, è stato semplicemente un altro evento della mia vita, e poiché gli eventi della mia vita sono il materiale con cui lavoro per la mia evoluzione, l’infarto non ha fatto che fornire qualcos’altro su cui lavorare.</p>
<p>Allo stesso tempo, sono certo che tutto viene predisposto dalle forze superiori e che queste ultime mi forniscono il materiale necessario con cui lavorare. Se non ci fosse stato l’infarto, sarebbe arrivato qualcos’altro. La distinzione tra “buono” e “cattivo” dipende dal mio atteggiamento e dal modo in cui uso gli eventi della mia vita, esattamente come è stato per l’infarto.</p>
<p><strong>Nella scuola di cui fai parte si parla della “trasformazione della sofferenza”. Puoi spiegare di che si tratta?</strong></p>
<p>La sofferenza deriva dal desiderio che le cose siano diversamente da come sono, il che, ovviamente, è impossibile: ciò che è, è. Questo vale anche per i dolori o disagi più istintivi: uno non recrimina per la “sofferenza” causata da un lungo viaggio al caldo, se davvero desidera arrivare dove sta andando e non esistono alternative… In quei casi, nemmeno si va in immaginazione riguardo l’aria condizionata!</p>
<p>Quindi, il primo passo per acquisire la libertà (il che non implica la cessazione) dalla sofferenza è l’accettazione di ciò che è; in altre parole, il primo passo è la presenza. Ma la vera trasformazione è qualcosa di più di una neutra accettazione; si tratta, in realtà, di desiderare che le cose stiano esattamente così come sono.</p>
<p>Ciò richiede, primo, una forza di volontà, nel campo delle emozioni, sufficientemente grande da non permettere altri tipi di emozioni; secondo, una verifica e comprensione delle forze superiori tale da poterci fidare totalmente del fatto che tutto è stato predisposto per il nostro massimo bene. In tal modo, quella che chiamiamo sofferenza può essere trasformata nello stato di amore divino.</p>
<p><strong>Perché, secondo te, una scuola suscita spesso un’opposizione accesa, anche veemente?</strong></p>
<p>Lo scopo di una scuola non è aiutare una persona a diventare migliore (fatto che comunque avviene), ma aiutarla a diventare un essere completamente diverso. La maggior parte delle persone ha paura di cambiare veramente, e di solito le persone si oppongono a ciò che temono.</p>
<p><strong>In Italia, Gurdjieff viene ormai considerato un uomo straordinario, un “risvegliato”. Altrettanto non si può dire di Ouspensky, che anzi è talvolta visto come un giuda che ha tradito il suo Maestro. So che tu hai un’alta considerazione di Ouspensky. Potresti per favore aiutare il pubblico italiano a capire perché, secondo te, anche lui era un risvegliato?</strong></p>
<p>Il punto non è se lui fosse o meno un risvegliato, ma se lui (o i suoi insegnamenti) possono aiutare il mio risveglio. Io ho verificato, attraverso la mia esperienza, che il mio Maestro è una di queste persone, e lui ha detto che anche Ouspensky lo era. Ho pure verificato, sotto la guida del mio Maestro, che l’opera di Ouspensky è stata per me estremamente preziosa. Allora, perché dovrei dubitare di ciò che il mio Maestro ha detto di lui?</p>
<p><strong>La tua scuola usa spesso l’arte e la contemplazione della bellezza. In che modo queste possono essere attività spirituali? Perché esporsi a belle impressioni può aiutare a “creare l’anima”, per citare il titolo di uno dei tuoi libri?</strong></p>
<p>Non ci sono dubbi che lo stato di presenza sia uno stato meraviglioso. Di conseguenza, la contemplazione della bellezza ci consente di vivere un aspetto della presenza tramite esperienze che ci sono normalmente disponibili. Inoltre, nella nostra epoca abbiamo, come mai prima, la capacità di scegliere le impressioni di cui circondarci. Splendide riproduzioni dei maggiori capolavori artistici e di paesaggi naturali possono stare appese ai nostri muri o essere ammirate nei libri o in Rete.</p>
<p>Il nostro cibo e i nostri vestiti non devono più necessariamente essere prodotti nel raggio di pochi chilometri da dove abitiamo, e ogni volta che lo vogliamo possiamo ascoltare esecuzioni dei più grandi musicisti mondiali. Traendo vantaggio da queste opportunità, gli studenti di una scuola del risveglio del ventunesimo secolo possono manipolare le proprie esperienze in modi impossibili per le scuole del passato, e noi stiamo attivamente esplorando tali possibilità.</p>
<p><strong>Un’ultima domanda: ho sentito dire che recentemente la tua scuola ha abbandonato il sistema, come fece Ouspensky negli ultimi mesi di vita. È vero? Se sì, qual è la nuova forma della tua scuola? Ma già che ci siamo: secondo te, Ouspensky ha davvero abbandonato il sistema?</strong></p>
<p>Riguardo “l’abbandono del sistema”, una delle cose che penso è che il sistema – ma, in realtà, qualsiasi insegnamento – è come un ponteggio che si usa per costruire un edificio: una volta completato l’edificio, il ponteggio ha esaurito il suo compito e viene abbandonato. Un’altra analogia può essere quella delle casseforme in cui si versa il cemento e che vengono rimosse dopo che quest’ultimo si è solidificato. Infine, si può pensare alle fondamenta di un palazzo, che vengono nascoste dalla successiva costruzione di quest’ulimo.</p>
<p>In tutti i casi, quello che Ouspensky disse non implica che egli avesse dubbi sul Sistema, ma semplicemente che non ne aveva più bisogno.<br />
In modo simile, per quasi trent’anni, la scuola di cui faccio parte si è concentrata su quegli aspetti del sistema di Ouspensky che il nostro Maestro riteneva i più pratici. Tuttavia, nell’ultimo decennio siamo andati al di là di essi. Il modo più facile per spiegare tale cambiamento è utilizzare l’analogia di Ouspensky del maggiordomo e del padrone di casa.</p>
<p>All’inizio, nella casa regna il caos e il maggiordomo deve far sì che i vari servitori siano al posto giusto e intenti ai loro compiti, in modo che la casa sia pronta all’arrivo del padrone. Il Sistema, almeno la parte che noi abbiamo usato, riguarda lo sviluppo del maggiordomo e l’ordinamento della casa. Ora che quei compiti sono stati sufficientemente eseguiti, la scuola ha rivolto la sua attenzione alle responsabilità del maggiordomo quando il padrone è in casa.</p>
<p>In altre parole, ci si aspetta che tutti conoscano il “sistema”, ovvero il proprio ruolo nell’ambito della corretta manutenzione della casa, per cui adesso bisogna semplicemente concentrarsi sul fare il proprio lavoro.<br />
Abbandonando l’analogia, il punto oggi non è più promuovere il giusto lavoro interiore e attivare la presenza, bensì sostenere e prolungare quest’ultima. Lo studio del sistema può essere abbandonato – o lasciato indietro – per approfondirne invece gli usi pratici.</p>
<p><strong>English version</strong></p>
<p><strong>The Fourth Way in the XXI Century: A Practitioner&#8217;s Perspective</strong></p>
<p>With 1500 members and 60 centers all over the world, the Fellowship of Friends is today the biggest school taking inspiration from the Fourth Way teachings (brought to the West by George Gurdjieff and Peter Ouspensky).</p>
<p>Its teacher, Robert Earl Burton, wrote the book “Self Remembering”, that today is still the only book totally devoted to this ancient practice, translated into many languages. We went to the Fellowship home in Apollo, California. There we interviewed Girard Haven, the “number two” in the organization, and a prolific author of Fourth Way books (six books, available on Amazon). What follows is our interview.</p>
<p><strong>I noticed that the school you are a part of is called “Living presence”, &#8220;Being Present,&#8221; &#8220;Pathway to Presence,&#8221; and &#8220;La Presenza.&#8221; </strong><strong> (<a href="http://www.livingpresence.com/" target="_blank">www.livingpresence.com</a>, <a href="http://www.beingpresent.org/" target="_blank">www.beingpresent.org</a>, <a href="http://www.pathwaytopresence.org/" target="_blank">www.pathwaytopresence.org</a>, <a href="http://www.la-presenza.it/" target="_blank">www.la-presenza.it</a></strong><strong>).  Can you please explain what being present means, and why a normal person should try to be present? </strong></p>
<p>Being present is the art of focusing one’s attention in and on the present moment. It is being aware of what one is doing, why one is doing it, where one is doing it, its possible effects on others and on one’s various aims, and its relation to higher forces.</p>
<p>Thus, it is possible to think of the past or the future, or to imaginesolutions to a problem while one is being present, but only if one can maintain an intense awareness of the fact that one is doing that and the purpose for it. Without such an intense awareness of oneself in the moment, our lives pass us by as if in a dream, and it is simply better to be awake than asleep.</p>
<p><strong>Other spiritual traditions, such as Buddhism and Sufism, speak of the importance of being present. What distinguishes the Fourth Way from these other traditions?</strong></p>
<p>Rightly understood, all spiritual traditions stress the importance of presence as the gateway between the human and the divine. Where they differ is in the methods and techniques used to develop presence. The Fourth Way, and in particular the Fellowship of Friends, incorporates methods particularly suited to the times in which we live.</p>
<p><strong>With regards to this, many people find easier to be present while they are doing some physical activity, and more difficult while they are at the computer (that is the biggest part of their day). Do you have any special suggestion for promoting presence while we are at the PC?</strong></p>
<p>The struggle to be present is fundamentally the same at all times and in all places, and we must grateful for, and make use of, the various opportunities for work which are provided by different circumstances. The particular opportunity which is provided by using a computer is to practice divided attention, and one of the most effective ways to do this is to introduce voluntary suffering.</p>
<p>This involves making yourself a little uncomfortable, for instance, sitting a little too close to the computer or a little farther away from it, or in a slightly uncomfortable position, or dressing a little too warmly, or having your belt a little too tight. The idea is to create just enough of an irritant to be give oneself something to be aware of in addition to the computer, but not so much as to cause harm or even to interfere with one’s work.</p>
<p>One can also use impressions, such as actually listening to music (music one does not like can introduce a little voluntary suffering as well) or making the environment more beautiful. And a pop-up program can be used to periodically interrupt identification and bring one back to the present. In short, there is no easy answer. As Rodney Collin wrote, “Work is work, and from a larger point of view it is merely a question of who will try to do what is required. The delicacy of the excuse is not taken into account.”</p>
<p><strong>I heard that the stroke that you had in 2000, when you had been in the school for several decades, was an important event in your spiritual evolution. Can you say how you &#8220;profited&#8221; (as Gurdjieff called it) from this situation?</strong></p>
<p>Before the stroke, I would awake in the morning, do what needed to be done during the day, and then go the bed. After the stroke, except for some changes in the details of what needed to be done, it was exactly the same. In other words, my body suffered a stroke, but I was unaffected. Whether I profited from the stroke or not, I do not know, as I have no idea what my life would be like if the stroke had not happened.</p>
<p><strong>It left half of your body paralyzed, is that right?</strong></p>
<p>Actually, it is the right half of my body and it is only partially paralyzed. To go back to your previous question, other people seemed to be more shocked by the stroke than I was. To me, it was merely another event in my life, and since the events of my life are the material I work with for my evolution, the stroke merely provided something else to work with.</p>
<p>At the same time, I am certain that everything is arranged by higher forces, and they provide the necessary material for me to work with. If it had not been a stroke, it would have been something else. Whether that would have been ‘good’ or ‘bad’ would depend on my attitude toward it and the way in which I used it, just as was the case with the stroke.</p>
<p><strong>In the School you are part they speak of the &#8220;transformation of suffering.&#8221;  Can you explain what this is?</strong></p>
<p>Suffering results from a wish that things could be other than they are, which is, of course, impossible — what is, is. This is true even of most instinctive discomfort or pain: one does not object to the “suffering” of a long, hot drive if one really wants to get where one is going and there is no choice — and one does not have imagination about air conditioning!</p>
<p>Thus, the first level of gaining freedom from (in contrast to cessation of) suffering is acceptance of what is, that is, the first step is presence. But true transformation is more than neutral acceptance; it is actually wishing things to be exactly as they are. This requires, first, enough will with respect to one’s emotions to disallow any other emotions, and second, a sufficient verification and understanding of higher forces to have a complete and unquestioning trust that they have arranged everything for the greatest good. In this way, what we call suffering can be transformed into the state of divine love.</p>
<p><strong>Why do you think that a School often attracts strong, even vehement, opposition?</strong></p>
<p>The aim of a real school is not to help one become a better person (although that does happen); it is to help one to become an altogether different being. Most people are actually afraid of becoming truly different, and what people fear, they usually oppose.</p>
<p><strong>In Italy, Gurdjieff is seen as an extraordinary figure – an &#8220;awakened&#8221; being. This is not the case for Ouspensky, who is even seen as having abandoned his Teacher. You seem to think highly of Ouspensky, and consider him awakened as well. Can you please speak about Ouspensky to the Italian readers to help them understand why, according to you, he is an awakened (conscious) being?</strong></p>
<p>The real question is not whether someone was awakened himself; it is whether he (or his teachings) can help me to awaken. I have verified through my own experience that my Teacher is such a man, and he, in turn, has said that Ouspensky was such a man. What I have verified is that, under the guidance of my Teacher, Ouspensky’s works have been extremely valuable. Why, then, should I doubt what my Teacher has said about him?</p>
<p><strong>Your school often uses art and the contemplation of beauty. In which way can this be a spiritual activity?  Why does exposing oneself to beautiful impressions help in &#8220;Creating a Soul,&#8221; as you have titled one of your books?</strong></p>
<p>Without question, the state of presence is a beautiful experience. Consequently, appreciation of beauty allows us to experience an aspect of presence through experiences which are normally available to us. Moreover, in our age we have an unprecedented ability to choose the impressions with which we surround ourselves.</p>
<p>Magnificent reproductions of the world’s greatest art and natural beauty can be hung on our walls, or be found in books or on-line. Our food and clothing are no longer limited to what can be produced within a few miles of our homes, and we can hear performances by the world’s best musicians whenever we wish.</p>
<p>By taking advantage of these possibilities, students in a twenty-first century school of awakening can manipulate their experience in ways that we not possible for the schools of the past, and we are actively exploring those possibilities.</p>
<p><strong>It is said that recently your School abandoned the System, as Ouspensky did in his last months of life. Is that true? What is the new form of your School? And by the way, did Ouspensky really abandon the System, according to you?</strong></p>
<p>One way that I think about “abandoning the system” is that the system — or any teaching, for that matter — is like a scaffolding used in the construction of a building; once the building is complete, the scaffolding has served its purpose and is abandoned. Another analogy is provided by the forms which are used for pouring concrete and then removed once the concrete hardens.</p>
<p>And one can also view it in terms of the foundations for a building, which are then hidden by the subsequent construction. In any case, Ouspensky’s statement does not imply that he had any doubts about the System, but only that he no longer needed it.</p>
<p>Similarly, for a little over the first thirty years of its existence the School of which I am a part focused on those aspects of Ouspensky’s System which our teacher found most practical. However, in the last decade, we have moved beyond that. The easiest way to explain the change is in terms of Ouspensky’s analogy of the steward and the master in a large household.</p>
<p>At first, the house is in disarray and the steward must set the servants into their proper places doing their own jobs, so that the house will be ready for the master when he comes. The System, at least the part we used, is about the development of the steward and the ordering of the house.</p>
<p>Now that those tasks have been sufficiently taken care of, the School has turned its attention to the question of the steward’s responsibilities when the master is in residence. In other words, everyone is expected to know the ‘system’ — that is, what their role in the right work of the household is — and now they simply need to concentrate on doing their job.</p>
<p>Dropping the analogy, the focus now is no longer on the question of promoting right work internally and engaging presence, but on the that of supporting and prolonging presence. Study of the System can be abandoned — or left behind — in favor of training in its practical use.</p>
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		<title>Tecnologia spirituale</title>
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		<pubDate>Mon, 31 May 2010 10:35:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enzo Dal Verme</dc:creator>
				<category><![CDATA[Maestri]]></category>
		<category><![CDATA[Seminari e training]]></category>
		<category><![CDATA[Almaas]]></category>
		<category><![CDATA[consapevolezza]]></category>
		<category><![CDATA[Diamond Heart]]></category>
		<category><![CDATA[Hameed Ali]]></category>
		<category><![CDATA[Ridhwan Schoo]]></category>

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		<description><![CDATA[Quando stava per laurearsi in fisica e matematica a Berkley, in California, dove si è trasferito all’età di 18 anni dal Kuwait, si è reso conto che quegli studi non avrebbero potuto soddisfare la sua sete di conoscenza. Si è invece laureato in psicologia ha esplorato molti altri insegnamenti cominciando ad avere esperienze spirituali profonde. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2010/05/Hameed-Alì-Almaas-portrait-Enzo-Dal-Verme.jpg"><img class="size-medium wp-image-1307 alignleft" style="margin: 6px;" title="Hameed Al Almaas" src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2010/05/Hameed-Alì-Almaas-portrait-Enzo-Dal-Verme-198x300.jpg" alt="" width="198" height="300" /></a>Quando stava per laurearsi in fisica e matematica a Berkley, in California, dove si è trasferito all’età di 18 anni dal Kuwait, si è reso conto che quegli studi non avrebbero potuto soddisfare la sua sete di conoscenza.</p>
<p>Si è invece laureato in psicologia ha esplorato molti altri insegnamenti cominciando ad avere esperienze spirituali profonde.</p>
<p>Oggi Hameed Ali, meglio conosciuto col nome di  Almaas con cui ha firmato dodici libri pubblicati in tutto il mondo, ha 62 anni. La scuola che ha fondato nel 1976 a Berkley, Ridhwan School, coniuga moderne conoscenze psicologiche con antichi cammini spirituali e organizza corsi negli Stati Uniti e in Europa, da pochissimo anche in Italia.</p>
<p>&#8220;La psicologia occidentale – ci spiega &#8211; si è sviluppata principalmente ignorando la dimensione spirituale, d&#8217;altro canto la tradizione spirituale tende a non considerare la vita della mente e come questa possa ostacolare i percorsi dell&#8217;anima. Il risultato è che abbiamo conoscenze psicologiche che falliscono nel liberare i nostri cuori e conoscenze spirituali che raramente penetrano le barriere psicologiche.&#8221;</p>
<p>Il metodo insegnato si chiama &#8220;approccio del diamante&#8221; perché prende in considerazione l&#8217;essere umano in tutte le sue sfaccettature ed esplora le potenzialità e le qualità nascoste pronte a rivelarsi una volta liberati dai molti &#8220;affari irrisolti&#8221;.<span id="more-1306"></span></p>
<p>Alla scuola si accede una volta che la domanda (composta di alcuni questionari e della propria autobiografia) è stata accettata e i corsi si sviluppano nel tempo con tre seminari all’anno.</p>
<p>Gradualmente e con metodologia precisa lo studente viene accompagnato in una investigazione delle esperienze che hanno determinato la sua percezione (o distorsione) della realtà, un lavoro profondo che aiuta a capire come si sono strutturati ego e personalità fino a prendere il posto della propria essenza più profonda ed ostacolarne la libera espressione.</p>
<p>Il mio appuntamento con Hameed Alì è in una magnifica casa antica in Galles, dove si tengono i corsi per i gruppi inglesi. Almaas mi da il benvenuto con un cenno pacato e risponde volentieri a tutte le mie domande.</p>
<p><em>Come è nato il metodo insegnato?</em></p>
<p>“Da studente mi chiedevo: la psicologia esplora i processi e le strutture della mente, ma la mente a chi appartiene? Avevo imparato che la psicoterapia sapeva tutto degli squilibri della personalità e poteva riassestarla, ma non sfiorava nemmeno la nostra essenza più profonda, quella di cui si occupano molte tradizioni spirituali. Ho capito che gli aspetti spirituali e psicologici possono essere separati solo in teoria, in realtà sono due dimensioni della coscienza umana. Il processo di capire le proprie esperienze psicologiche permette l’apertura della propria coscienza alle verità più profonde della nostra natura spirituale.”</p>
<p><em>Come si svolgono i corsi?</em></p>
<p>“Per insegnare utilizziamo anche le conoscenze della psicologia moderna ma lo scopo di questo lavoro non è risolvere conflitti psicologici, bensì scoprire chi siamo veramente al di là delle convinzioni accumulate, delle identità acquisite e dei modelli comportamentali che ci danno un falso senso di chi siamo. Nel corso di un seminario ci sono letture, meditazioni, esercizi in piccoli gruppi e incontri singoli con gli insegnanti per aiutare a riconnetterci con la nostra natura più profonda, dimenticata dagli inevitabili condizionamenti subiti.”</p>
<p>Sembra una scuola piuttosto impegnativa…</p>
<p>&#8220;Non è una scuola che promette risultati facili e veloci, è un percorso che si adegua al ritmo di ogni studente. Ognuno ha esigenze diverse ed è una manifestazione unica che non può essere duplicata. Più riusciamo ad essere in contatto con ciò che è vero per noi stessi al di la delle costruzioni mentali, più ci avviciniamo alla gioia ed esprimiamo l&#8217;unicità del nostro essere.”</p>
<p><em>E’ vero che ci si ritrova ad affrontare momenti difficili?</em></p>
<p>“Dipende dal punto di vista, per esempio quando esploriamo il dolore che contiene il nostro cuore ci apriamo anche all&#8217;amore e alla gioia profonda che altrimenti sarebbero sempre offuscati da qualche cosa nascosto dentro di noi. All&#8217;inizio rovistare nel proprio inconscio può essere spaventoso, ma procedendo tutto diventa più semplice e piacevole e si è più vicini alla verità.”</p>
<p>Si lavora anche molto sulla paura del rifiuto…</p>
<p>“Molti dei nostri comportamenti vengono acquisiti nel tentativo di sentirci accettati e in genere abbiamo la profonda convinzione che la gioia debba venire dal di fuori, sentendoci apprezzati e amati dagli altri. In questo modo limitiamo molto il nostro potenziale. Quando ci apriamo alla gioia che è dentro di noi, quella che proviene dalla approvazione degli altri diventa un pallido surrogato e i rapporti sono liberi dal gioco rifiuto/approvazione.&#8221;</p>
<p>Molti studenti affermano di migliorare molto le proprie capacità relazionali..<br />
“Nei corsi ci sono parecchie esplorazioni sulle dinamiche delle relazioni. Spesso si è occupati in relazioni mentali invece che reali e non si riesce ad essere in contatto con ciò che è effettivamente presente. Agiamo attraverso i nostri pensieri e le reazioni emotive ai nostri pensieri, crediamo di reagire alla presenza dell’altra persona e invece stiamo reagendo ai nostri pensieri.<br />
In pratica ci troviamo di fronte al passato di un essere umano che si relaziona col passato di un altro essere umano. E’ ovvio quanto tutto ciò possa diventare complicato!”</p>
<p><em>Quali consigli di pratica quotidiana darebbe a chi non ha mai letto un suo libro o frequentato un seminario della sua scuola?</em></p>
<p>La prima cosa è osservarsi e non avere paura di sentire ciò che si sente. E&#8217; importante essere consapevoli della propria esperienza diretta nel momento, non nel passato o nel futuro, non elaborata dalla propria mente e filtrata da valutazioni e paragoni. Coltivare la curiosità verso la vita, le nostre esperienze, gli altri essere umani, apprezzare la conoscenza. Non cercare di cambiarsi a tutti i costi ma essere aperti ad essere se stessi nel presente. Riconoscere che amiamo la verità per amore della verità. Avere fiducia che c&#8217;è qualcosa più grande di noi che possiamo chiamare come preferiamo: natura, verità, realtà&#8230;</p>
<p><strong>Interviste</strong></p>
<p>I corsi della Ridhwan School sono aperti a chiunque desideri affrontare una esplorazione profonda delle proprie dinamiche interiori e molti studenti sono psicoterapeuti che affermano di trovare finalmente le risposte che cercavano invano da tempo, ma non solo…</p>
<p>I corsi sono organizzati in diversi Paesi del mondo, le interviste che seguono sono di studenti del gruppo inglese che studiano da circa cinque anni “l’approccio del diamante”.</p>
<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2010/05/Jenny-Dawson-Ian-Hoare-Enzo-Dal-Verme.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1308" style="margin: 6px;" title="Jenny Dawson and Ian Hoare" src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2010/05/Jenny-Dawson-Ian-Hoare-Enzo-Dal-Verme-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" /></a>(Jenny Dawson e Ian Hoare sono la coppia che si bacia)</p>
<p><em>Jenny Dawson, 67 anni. Psicoterapista e formatrice  Gestalt</em><br />
Quando ho incontrato Ian pensavo che la nostra relazione non sarebbe durata più di sei mesi, invece sono passati oltre trentacinque anni! Abbiamo condiviso moltissime esperienze (alcune delle quali considero profondamente spirituali) e cominciato la formazione da psicoterapeuti insieme.</p>
<p>Anche Ridhwan è una avventura che condividiamo e che ha avuto profondi effetti sulla nostra vita di coppia e individuale.</p>
<p>In questi anni mi sono resa conto della mia abitudine a fare dei compromessi per fare piacere a un altro, oppure alla quantità di idee fisse attraverso le quali ero abituata a vedere (e limitare) me stessa e il modo intorno a me. Come conseguenza le mie relazioni personali e professionali sono migliorate molto.</p>
<p>E anche con Ian. Per esempio, se lui si sente molto romantico ma io in quel momento sono di un umore diverso, non cerco di adeguarmi per paura di ferirlo perché abbiamo imparato a godere della nostra compagnia esattamente nel modo in cui siamo in ogni momento. E la nostra relazione è più autentica e più profonda.</p>
<p><em>Ian Hoare, 73 anni, psicoterapeuta (in pensione)</em><br />
Negli anni ’60 ero molto interessato alla crescita personale e per acquisire una comprensione più profonda della natura umana mi sono unito a dei gruppi (per l’epoca una novità) nei quali investigavamo sulla nostra consapevolezza. Così, tra visualizzazioni guidate e autocoscienza , ho incontrato mia moglie Jenny. Quando, cinque anni fa, abbiamo scoperto che la scuola Ridhwan offre un approccio integrato unendo teorie psicologiche e pratiche spirituali abbiamo sentito che faceva per noi.</p>
<p>Negli studi ho trovato un grande sostegno per sviluppare una comprensione più profonda di me stesso e della vita, più libero dai condizionamenti del passato. Onestamente, adesso trovo noiose molte delle teorie puramente psicologiche che prima mi affascinavano.</p>
<p>Fare questo percorso con Jenny ha aumentato la nostra capacità di stare insieme: imparando ad apprezzare la nostra personale ricchezza e unicità slegata da certe dinamiche, ci sentiamo anche più  uniti in una relazione profonda.</p>
<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2010/05/Catherine-McGee-Enzo-Dal-Verme.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1309" style="margin: 6px;" title="Catherine McGee" src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2010/05/Catherine-McGee-Enzo-Dal-Verme-198x300.jpg" alt="" width="198" height="300" /></a><em>Catherine McGee, 40 anni, insegnante di meditazione</em></p>
<p>La mia famiglia ha origini irlandesi, nella nostra cultura si canta e si beve insieme, il che mi sembrava incompatibile con la mia identità di insegnante di meditazione per cui negli anni avevo creato un po’ di distanza tra di noi.</p>
<p>In generale, prima di conoscere Ridhwan, ero abituata a fare una differenza tra la mia vita ordinaria e ciò che consideravo “spirituale”, per esempio se stavo attraversando un momento difficile sapevo che meditando potevo entrare in contatto con quella calma interiore e il problema sarebbe diminuito. La mia pratica spirituale in un certo senso mi allontanava dal mondo e nei periodi di ritiro vivevo una realtà semi-monastica.</p>
<p>Quando ho scoperto gli insegnamenti Ridwhan mi ha attirato un approccio molto diverso: confrontandomi con gli aspetti che generalmente tentavo di evitare avrei potuto “digerire” il mio dolore e la mia vita di ogni giorno avrebbe potuto diventare una esperienza sacra. Molte cose hanno cominciato a cambiare e anche la relazione con la mia famiglia: adesso vedo anche quel modo di celebrare come uno dei molti modi di esprimere un cammino spirituale.</p>
<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2010/05/Louise-Bélisle-Enzo-Dal-Verme.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1310" style="margin: 6px;" title="Louise Blisle" src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2010/05/Louise-Bélisle-Enzo-Dal-Verme-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" /></a><em>Louise Bélisle, 62 anni, psicoterapista e insegnante di yoga</em><br />
Quando, 35 anni fa, sono diventata insegnante di yoga ero molto in forma e flessibile ma tutto ciò aveva poca influenza su come vivevo la mia vita in ogni momento. Poi, da psicoterapeuta, mi sono interessata a tutti gli approcci che hanno a che fare con il corpo, come la bioenergetica o il respiro Reichiano e vedevo come queste tecniche aiutavano me e miei pazienti a liberare emozioni represse. Ma per qualche motivo i miglioramenti non duravano molto e intuivo che mancasse qualche cosa.</p>
<p>Con Ridhwan la pratica di esplorare chi sono in ogni momento, non solo nei miei pensieri ma anche nelle sensazioni del mio corpo, mi ha aiutata a diventare curiosa di molti aspetti di me, anche di quelli di cui in passato mi sarei vergognata. Essere se stessi sembra qualche cosa di estremamente semplice ma in pratica è molto difficile a causa della nostra riluttanza ad accettare le cose esattamente come sono. E il più delle volte poi ci si rende conto che è proprio quella resistenza a renderci difficile la vita! Nella scuola ho trovato un metodo per comprendere la struttura del nostro ego e trovare chi sono davvero al di sotto di tutti i condizionamenti, una grande liberazione dal mio passato.</p>
<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2010/05/Ruth-Mc-Aulay-Enzo-Dal-Verme.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1311" style="margin: 6px;" title="Ruth Mc Aulay" src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2010/05/Ruth-Mc-Aulay-Enzo-Dal-Verme-202x300.jpg" alt="" width="202" height="300" /></a><em>Ruth McAulay, 62 anni, psicoterapeuta (ex cantante lirica)</em><br />
Ho scoperto Ridhwan leggendo un libro di Almaas e pagina dopo pagina potevo riconoscere me stessa come se l’autore mi conoscesse. Il libro parlava di  quel dolore con cui io stavo facendo i conti, cioè la mia vergogna per avere bisogno di altre persone, il desiderio di essere speciale (in aiuto a una bassa stima di me stessa) e nello stesso tempo la mia tendenza a tenere un po’ di distanza tra me e gli altri per paura di sentirmi ferita.</p>
<p>Quando ero una cantante d’opera l’ammirazione e gli applausi del pubblico sostenevano una parvenza di “sto bene”, ma in realtà dentro mi sentivo infelice.  La scuola mi ha aiutato molto, nei corsi mi piace il modo in cui ogni studente viene considerato nella sua unicità e il fatto che gli insegnamenti ci danno una mappa ma non ci dicono: questo è il modo “giusto” di essere. Per me si tratta di una esperienza straordinariamente liberatrice il fatto di potere esplorare ciò che in genere temiamo e dietro la vergogna di riconoscere la mia rabbia, l’orgoglio, la gelosia… scoprire pace e gioia.</p>
<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2010/05/Barbara-Brown-Enzo-Dal-Verme.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1312" style="margin: 6px;" title="Barbara Brown" src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2010/05/Barbara-Brown-Enzo-Dal-Verme-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" /></a><em>Barbara Brown, 63 anni, insegnante di Qi Gong</em><br />
L’approccio di Ridhwan è semplice e mi ha sostenuto nell’esplorazione di quesiti come “chi sono?” o “ come posso capire la mia natura?” Ho imparato dagli insegnanti e da altri studenti cose che non avevo mai visto di me stessa (per esempio che tipo di impatto ho sugli altri) e scoprirlo mi ha aiutato a sviluppare una capacità di comunicare più onesta.<br />
Nei corsi si presta molta attenzione alle relazioni, per esempio se accade una incomprensione o un conflitto fra studenti siamo incoraggiati ad esplorare le dinamiche tra di noi con gli esercizi, il che mi è stato enormemente utile per imparare a gestire i conflitti anche in altre parti della mia vita. Per la verità molte delle mie relazioni sono diventate più semplici perché sono diventata meno incline a giudicare e meno “drammatica”.<br />
E’ buffo pensare che ho passato la vita facendo esplorazioni ardue, ho viaggiato negli angoli più remoti della terra, in Cina, India, Nepal… per poi scoprire che ciò che stavo cercando veramente è la capacità di sedere tranquilla nel mio cortile.</p>
<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2010/05/Derek-Mutti-Enzo-Dal-Verme.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1313" style="margin: 6px;" title="Derek Mutti" src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2010/05/Derek-Mutti-Enzo-Dal-Verme-205x300.jpg" alt="" width="205" height="300" /></a><em>Derek Mutti, 59 anni, psicoterapista</em><br />
Da quando ero adolescente la mia ricerca del senso della vita mi ha spinto ad esplorare diversi cammini e da vent’anni sono buddista praticante. Quando ho scoperto Ridhwan sapevo già che la combinazione psicologia / cammino spirituale faceva per me e nella scuola ho trovato un grande sostegno e ispirazione.</p>
<p>Durante i corsi a volte scopriamo dei paradossi su noi stessi che possono essere davvero comici, infatti in questi anni ho riso moltissimo. Chi pensa che affrontare un cammino di crescita interiore sia qualcosa di necessariamente doloroso si sbaglia: anche se capita di piangere quando si sta esplorando un particolare aspetto della propria vita, per me c’è stato moltissimo umorismo.</p>
<p>La scuola mi ha offerto la possibilità di conoscere meglio me stesso e mi ha dato una amplissima prospettiva sulla natura della sofferenza umana, il che mi è stato estremamente di aiuto per aiutare meglio i miei pazienti.</p>
<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2010/05/Joy-Isaacs-Enzo-Dal-Verme.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1314" style="margin: 6px;" title="Joy Isaacs" src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2010/05/Joy-Isaacs-Enzo-Dal-Verme-199x300.jpg" alt="" width="199" height="300" /></a><em>Joy Isaacs 79 anni, psicoterapeuta (in pensione)</em></p>
<p>Dopo 45 anni di matrimonio mio marito è morto di cancro e ho deciso che non avrei più voluto vivere nella grande casa dove avevamo cresciuto i nostri figli. E’ stata la fine di un’era, non avevo mai abitato sola prima e anche se la mia famiglia mi è stata molto vicina il cambiamento è stato enorme. Proprio in quel periodo ho scoperto Ridhwan e gli insegnamenti mi hanno aiutata a lasciare andare il passato e vivere più pienamente nel presente.</p>
<p>Ma non solo. Recentemente nei corsi abbiamo esplorato un certo aspetto della relazione con nostra madre e come ciò influenzi ancora i nostri comportamenti presenti. Quell’esercizio mi ha aiutata a individuare cose che anni di psicoterapia non avevano affrontato nello stesso modo e come risultato mi sento enormemente sollevata.<br />
I corsi hanno un impatto profondo su di me, anche nella vita pratica. Per esempio sento che la mia capacità di stare con gli altri migliora e nello stesso tempo mi piace molto stare da sola, ho scoperto una pace interiore che mi permette di essere più pienamente e serenamente me stessa.</p>
<p><strong>I libri alla ricerca della nostra natura più profonda</strong><br />
Sono disponibili libri di Almaas in italiano: &#8220;Essenza, il nucleo divino dell&#8217;uomo&#8221; e &#8220;Il cuore del diamante, elementi del reale nell&#8217;uomo&#8221;, entrambi pubblicati da <a href="http://www.crisalide.com" target="_blank">Edizioni Crisalide</a></p>
<p><em>Ridhwan School  in Italia:</em><br />
Si trovano sul lago di Garda gli studenti del gruppo italiano: tre seminari<br />
all&#8217;anno della durata di sei giorni per esplorare le proprie dinamiche<br />
interiori, scoprire potenziali inespressi, fare affiorare le qualità<br />
inevitabilmente frustrate dai molti condizionamenti.<br />
<em>Tra il 18 e il 20 giugno 2010 ci sarà un seminario introduttivo a Il<br />
Carmine, un bel convento a San Felice sul Benaco. Costa 150 euro più le<br />
spese di vitto e alloggio. Iscrizioni entro il 4 giugno.<br />
Per informazioni: rossana.novati@gmail.com</em></p>
<p>Per maggiorni informazioni: <a href="http://www.ridhwan.org  " target="_blank">www.ridhwan.org </a><br />
<a href="http://www.ahalmaas.com/ " target="_blank">http://www.ahalmaas.com/ </a></p>
<p>Intervista e fotografie di<a href="http://www.enzodalverme.com/blog/" target="_blank"> Enzo Dal Verme</a>, per gentile concessione</p>
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		<item>
		<title>Sono un maestro tantrico</title>
		<link>http://www.innernet.it/sono-un-maestro-tantrico/</link>
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		<pubDate>Wed, 28 Apr 2010 04:01:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Barry Long</dc:creator>
				<category><![CDATA[Maestri]]></category>
		<category><![CDATA[Relazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Sessualità]]></category>
		<category><![CDATA[Barry Long]]></category>
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		<description><![CDATA[“Si può dire che sono stato istruito dal principio divino della donna. Esso mi ha guidato, mi ha crocefisso e certamente mi ha amato. Io sono un prodotto di quell’amore, così come lo è il mio insegnamento.” “Sto bene e mi farebbe piacere passare un po’ di tempo con te a settembre, se mi fai [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="barry long.gif" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/barry-long.gif"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/barry-long.gif" alt="barry long.gif" hspace="6" align="left" /></a>“Si può dire che sono stato istruito dal principio divino della donna. Esso mi ha guidato, mi ha crocefisso e certamente mi ha amato. Io sono un prodotto di quell’amore, così come lo è il mio insegnamento.”</p>
<p>“Sto bene e mi farebbe piacere passare un po’ di tempo con te a settembre, se mi fai sapere la data al più presto. Potremmo lasciare da parte l’Assoluto e parlare dell’amore tra uomo e donna, che sembra così problematico?” Questo mi ha scritto Barry Long la scorsa estate…</p>
<p>Sarebbe stato il mio secondo incontro con Barry Long, insegnante spirituale e maestro tantrico per sua stessa definizione, che vive sulla costa nord del New South Wales,in Australia, con Sara, “la sola donna con cui ora [nel 1998, al tempo dell’intervista <em>ndt</em>] fa l’amore”.</p>
<p>Avevo sentito parlare di Barry Long in modo intermittente negli ultimi dieci anni, ma l’ho incontrato per la prima volta un anno fa, nella sua casa di campagna di Byron Bay, dove mi trovavo per insegnare. Il nostro primo incontro, cordiale e rispettoso, era stato voluto da me, visto che da molto tempo avevo la curiosità di conoscere questo enigmatico insegnante.</p>
<p>Ogni volta che due insegnanti si incontrano, c’è sempre un’atmosfera di grande attenzione, perché entrambi si esaminano a vicenda con lo scopo di accertare l’autenticità dell’altro. In questo incontro, non c’è mai stato un momento di scortesia o anche solo un accenno di competizione.</p>
<p>Da parte di quest’uomo, il cui insegnamento era ovviamente <em>molto</em> diverso dal mio, ho sentito solo rispetto e una tenerezza profonda, segno di una persona il cui cuore era stato toccato in modo definitivo da qualcosa di infinitamente più grande di lui. Nel nostro primo incontro, abbiamo passato la maggior parte del tempo a cercare di conoscerci, parlando solo in generale dei nostri diversi approcci al più delicato dei compiti: avere il coraggio di insegnare agli altri il mistero della liberazione. Sapevo che, nell’insegnamento di Barry, la pratica spirituale principale era “fare l’amore correttamente”, il che costituiva l’approccio unico ed estremamente originale di Barry all’antica via tantrica “della mano sinistra”.<span id="more-525"></span></p>
<p>A quel tempo, sapevo davvero poco su ciò che egli effettivamente insegnava riguardo al tantra; ero a conoscenza solo del fatto che insisteva molto su questo aspetto. Quando sono tornato in Australia lo scorso settembre, un anno dopo, avevamo già deciso di dedicare l’intero numero successivo di “What Is Enlightenment?” all’indagine sulla spiritualità e la sessualità; perciò divenne ovvio che dovevamo parlare con l’uomo che fiduciosamente parlava di sé come “dell’unico maestro tantrico occidentale”.</p>
<p>Per preparare il mio incontro con Barry, una sera abbiamo organizzato una riunione redazionale per leggere dei brani da uno dei suoi libri, in cui illustrava la via tantrica da lui insegnata. Con mia sorpresa, successe qualcosa di inaspettato. Semplicemente “ascoltando” ricevetti una<em> trasmissione</em>, il che significa che sperimentai un <em>riconoscimento</em> diretto di quello che Barry sta cercando di condividere con coloro che vanno da lui. Questo fu per me un evento personalmente importante, poiché era la prima volta che mi trovavo in grado di comprendere cosa potesse essere la sessualità spirituale.</p>
<p>Dopo l’intervista con Barry, ho approfondito gli studi sul “fare l’amore correttamente”; a prescindere da tutto quello che si può pensare sulle potenzialità della sessualità spirituale (in qualsiasi forma) ai fini della liberazione dell’essere umano, non c’è dubbio che Barry Long insegni una via spirituale seria, che richiede sincerità e impegno profondi da chiunque cerchi di seguirla. Per essere un insegnante di meditazione, Barry è spesso oltraggioso, regolarmente audace e inguaribilmente romantico; tuttavia, il suo sereno rispetto per l’assoluta individualità rifulge sempre, specialmente quando hai la sensazione che si sia spinto troppo oltre.</p>
<p>Andrew Cohen: Qualche tempo fa mi fu inviata una copia del tuo libro<em> Stilness is the way</em>; mentre lo leggevo ad alta voce in redazione, un brano mi ha trasmesso davvero qualcosa, e in un attimo ho capito cosa stavi tentando di comunicare alla gente. In realtà, il mio apprezzamento si è spinto al punto da esserne profondamente toccato. Quella che stavi descrivendo era, penso, una prospettiva tantrica moderna. Vorrei dirti che cosa ho capito, e poiché so di non avere compreso ogni cosa, correggimi mentre parlo, per favore. Il tuo punto principale, mi sembra, è che l’esperienza interiore della rivelazione, dell’unità, non ha significato fino a quando non viene portata in questo mondo reale, concreto e materiale.</p>
<p>Barry Long: Si, è così.</p>
<p>Andrew Cohen: E che il solo modo, o quello più importante, per portare tale rivelazione in questo mondo passa attraverso la perfetta unione dell’uomo e della donna.</p>
<p>Barry Long: È così.</p>
<p>Andrew Cohen: E che grazie all’unione tra uomo e donna – che questa sia di tipo romantico o sessuale – entrambi avranno un’esperienza di tale perfetta unità e non-divisione.</p>
<p>Barry Long: Si.</p>
<p>Andrew Cohen: E in ciò, entrambi sperimenteranno – diciamo così – la realizzazione concreta della rivelazione spirituale interiore.</p>
<p>Barry Long: Si, sebbene detto in questo modo si potrebbe creare nella gente un’aspettativa troppo grande. Infatti, in ciò non si realizza niente per se stessi. Quello che questa esperienza crea dentro la donna è un amore assoluto e completo per l’uomo, e quando una donna ama assolutamente e completamente un uomo – un uomo che la ama, naturalmente – vede Dio in lui. E questo è ciò che tutte le donne possono fare, e che hanno bisogno di fare. Infatti, quando una donna vede Dio nel suo uomo ed è amata perfettamente, è nello stato di “donna”.</p>
<p>Vedi, una donna pensa di aver raggiunto l’illuminazione, ma in realtà non è così. Una donna è già illuminata quando è in uno stato d’amore tale che, per esempio, se io muoio, Sara non soffrirebbe, perché io sono già in lei, e lei sa quello che sono. E così lei è ormai protetta dalle sofferenze che un uomo potrebbe infliggerle, perché ha realizzato – o visto – Dio nell’uomo, e ha coscienza di essere semplicemente una donna, cioè puro amore. Non esiste alcuna consapevolezza straordinaria; quest’ultima è solo l’invenzione salottiera di qualche commentatore spirituale. Io, ora, non possiedo alcuna luce accecante. Voglio dire, quando ero ignorante mi capitava di avere quelle che chiamiamo grandi realizzazioni e meravigliose intuizioni, perché le intuizioni accadono solo nell’oscurità; ecco perché vedi delle luci meravigliose. Ma alla fine, quando l’ignoranza scompare, c’è solo uno stato costante, qualsiasi esso sia. Non c’è né luce né oscurità, quindi che cosa hai ottenuto?</p>
<p>È qui che la donna – una donna – diventa o è l’amore di Dio. Questo è ciò che lei fa. Ora, lei non può conoscere niente in tale stato, e questa è la cosa straordinaria. Infatti, nell’amore di Dio (nel vero amore o nella vera unione con Dio), non sai niente. Vero, Andrew?</p>
<p>Andrew Cohen: Si, è assolutamente vero.</p>
<p>Barry Long: E la donna viene indotta in quello stato perché la sua natura è assoluto e completo amore. È Dio in forme femminili. E se riesce a raggiungere tale condizione attraverso l’amore dell’uomo, che è Dio in forme maschili, abbiamo Dio che fa l’amore con se stesso nelle due forme da lui create per poter conoscere l’amore; infatti, senza la presenza di due forme, non c’è distinzione. Se ci fosse solo una forma, non ci sarebbero state distinzioni e perciò nessuna possibilità di realizzazione in questa esistenza.</p>
<p>Andrew Cohen: Nessun riconoscimento di sé.</p>
<p>Barry Long: Si, giusto.</p>
<p>Andrew Cohen: Dal brano che ho letto, ho anche capito che in questa pratica amorosa (oppure: nell’amore dell’uomo verso la donna o della donna verso l’uomo) c’è l’imperativo assoluto della resa completa dell’ego. Per l’uomo, ciò avviene tramite l’adorazione profonda, totale e completa della donna; per la donna, nell’accettazione incondizionata e assoluta dell’uomo.</p>
<p>Barry Long: Si.</p>
<p>Andrew Cohen: E ho capito che quando si fa veramente l’amore (cioè quando l’uomo accetta davvero la donna e viceversa) affinché questa suprema unione abbia effettivamente luogo, l’ego deve completamente cessare. E questo è ciò che, in realtà, rende tale pratica tanto potente. Affinché essa funzioni, deve verificarsi una resa totale; altrimenti il suo compimento potrebbe non realizzarsi.</p>
<p>Barry Long: Si, altrimenti avresti solo quello che chiamiamo l’amore umano, che è l’amore di tutte le coppie sulla terra. Per questo motivo è opportuno che ci sia una preparazione, compresa nel mio insegnamento: come ci arrivo? In che modo farlo? Devi essere onesto, altrimenti avrai una relazione e un amore disonesti. E perciò, per amore dell’onestà, la donna non può mai permettere al suo uomo di passarla liscia. Non le è permesso dire: «Non voglio suggerirti che cosa fare», o cose del genere che potrebbe essere tentata di fare. Deve dire: «Aspetta, posso non <em>volerti</em> dire niente, ma ci siamo messi d’accordo, all’inizio di questa relazione, che saremmo stati onesti verso Dio e la verità. E qual è il buono di una relazione se non si basa su questo?». Dal momento che si sono accordati su tale punto, lei deve dire, per esempio: «Mi hai appena parlato in un modo degradante per la donna. Può darsi che non sei consapevole, ma lo hai fatto. Ora ti spiegherò ciò che mi hai detto. Mi stavi mettendo sotto di te» &#8211; che è, fondamentalmente, la natura dell’uomo: sottomettere la donna &#8211; «Stavi tentando di indebolirmi. È vero o falso?». E l’uomo, se ha già detto: «Voglio essere onesto con te», considererà ciò che ha detto e risponderà: «Si, me ne rendo conto. Ridevo quando ho detto: “Fai spesso degli sbagli, non è vero?”. Ho riso, non è così?». Ebbene, questo è un modo di sottomettere la donna utilizzando l’arma dell’ironia. E lei deve mettere un freno a tutto ciò, perché l’uomo tende a fare queste cose. Egli usa qualsiasi mezzo per indebolirla. Questo è solo un esempio di come la donna debba controllare l’uomo.</p>
<p>Poi la faccenda si trasferisce, naturalmente, sul piano sessuale. Lui si eccita e lei deve dire: «No, non posso avere un uomo eccitato dentro il mio corpo, perché quello che tu fai, vedi, è trasferire la tua eccitazione al mio corpo. E se continui a fare l’amore in questo modo, mi accadrà quello che mi succedeva in passato, quando ero una donna normale e frequentavo uomini sessuali: ero infelice, dubitavo di me stessa e mi sentivo sempre depressa. Non avevo autostima e ho smarrito il mio cammino. E so che è così perché uomini sessuali, con desideri erotici – gli “uomini-sesso” – mi avevano penetrata. Ma ora non ho più “uomini-sesso” in me. Ho un uomo che non è eccitato, che vuole soltanto amarmi e lo fa con il suo corpo, non con la mente». Infatti, la mente non ha mai fatto l’amore e mai lo farà. Ha fatto solo sesso.</p>
<p>Andrew Cohen: Quello che intendi, quindi, per “fare l’amore” è la rinuncia alla ricerca aggressiva di un’esperienza e all’uso dell’altra persona – in questo caso, della donna da parte dell’uomo – per qualche tipo di esperienza sensuale.</p>
<p>Barry Long: Beh, questo è egoismo assoluto, non trovi? Non è onesto, non è onesto nei confronti di Dio né di qualunque altra cosa. Di certo, non è onesto nei confronti della donna. Ora questo è tutto finito, per quanto mi riguarda. E il modo di arrivare a ciò è quello che sto cercando di comunicare, con tutti i mezzi.</p>
<p>Andrew Cohen: É vero che, quando si considera l’amore come una via spirituale, la personalità – per esempio, la personalità dell’uomo – va trascesa per comprendere ciò che realmente significa essere uomo?</p>
<p>Barry Long: Sì.</p>
<p>Andrew Cohen: E questo vale anche per la donna? Per identità personale intendo la fissazione nevrotica su di sé e tutto ciò che questo comporta. Per comprendere cosa realmente significa essere una donna, tutto ciò va trasceso? In modo tale che l’uomo e la donna possono sperimentare chi sono veramente, senza alcuna fissazione nevrotica su di sé, e in tale esperienza ciascuno può sperimentare il supremo Sé impersonale?</p>
<p>Barry Long: Beh, io non uso il termine “Sé”, ma “Essere”.</p>
<p>Andrew Cohen: In tale Essere impersonale, dunque, risiede la conoscenza viva e consapevole della propria autentica identità, prima che si formasse un sia pur minimo pensiero di un’identità separata?</p>
<p>Barry Long: Non userei queste parole. Direi piuttosto che l’uomo e la donna sono completamente e assolutamente nella conoscenza dell’amore. E la conoscenza dell’amore è la conoscenza del nulla. Non c’è quindi alcuna esperienza di sé né avviene alcuna descrizione; semplicemente si dice: «Questa è la bellezza. Questo è bellissimo. Ti amo. Sei bella». Non c’è nient’altro da dire.</p>
<p>Andrew Cohen: In ciò avviene un’esperienza di pienezza?</p>
<p>Barry Long: Si, ma non è una pienezza che puoi possedere. È una pienezza dell’Essere: la comprendi, ma ti rendi conto che non è qualcosa di cui parlare. Questo è il punto: non è qualcosa di cui parlare. Infatti, la gente si terrorizza quando affermi: «Dio è il nulla». Così, dopo aver detto questo, aggiungo meglio che posso: «Nulla di cui parlare», perché si spaventeranno quando lo scopriranno da soli. «Oh, mio Dio», esclameranno, «sarò destinato a essere nulla?».</p>
<p>Andrew Cohen: Così, in questo cammino, in cui il fare l’amore e le relazioni vengono considerati una via spirituale, l’ego subisce un’enorme pressione per lasciare andare tutte le nozioni false e separate di sé, per riuscire a essere uomo o donna. È così che funziona?</p>
<p>Barry Long: Si.</p>
<p>Andrew Cohen: Questo è molto bello e potente. Come ho detto, sento che ho appena cominciato a capire come e perché tutto ciò può essere una pratica genuina di liberazione, oltre al modo in cui funziona.</p>
<p>Barry Long: Si, e funziona sicuramente, dal momento che io lo vivo. E vedi, ciò che ho vissuto è quello che mi dà la capacità di insegnare. Se non l’avessi vissuto, sarei solo un commentatore.</p>
<p>Andrew Cohen: Naturalmente.</p>
<p>Barry Long: Io sono un maestro tantrico. Vivo, ho vissuto e sto tuttora vivendo una vita tantrica, ma in questo momento lo faccio solo con la mia donna. Tuttavia, ho portato molte donne alla consapevolezza, a una consapevolezza sufficiente. Ora esse sono nel mondo e fanno quello che io desidero che facciano, ovvero aiutare l’uomo ad arrivare a una conoscenza maggiore di Dio, che è amore. Adesso sto vivendo, con Sara, l’impossibile, che è un dono divino: come due corpi destinati a morire possono godere di un’unione eterna. Ecco cosa sto vivendo con Sara. Infatti, se vivo questo, posso trasmetterlo (o esso sarà trasmesso) a coloro che ascoltano i miei insegnamenti e praticano questo amore, questo amore onesto. Ma prima lo devo vivere, perché io sono il maestro. E se il maestro non lo vive, gli altri non avranno alcuna possibilità. Lo apprendono perché in noi avviene una trasmissione attraverso la psiche: se io lo vivo, esso viene trasmesso a coloro che lo ricercano con tutte le loro forze. Ecco cosa accade qui. Fa parte della mia via l’aver fatto l’amore con donne nelle quali ho scorto la luce o nelle quali c’era abbastanza amore per portarle a una realizzazione maggiore di Dio. Un maestro tantrico è diverso da qualsiasi altro uomo con cui una donna ha fatto l’amore, perché le offre una conoscenza più elevata dell’amore di Dio.</p>
<p>Andrew Cohen: Posso chiederti in che modo lo fa?</p>
<p>Barry Long: Non lo fa con la mente, ma con il corpo fisico, con la sua innocenza. In che altro modo potrebbe farlo? Bisogna che sia innocente.</p>
<p>Andrew Cohen: Attraverso la suapurezza.</p>
<p>Barry Long: Il suo corpo deve essere puro. Questo è tutto ciò che ogni uomo cerca di fare sul cammino spirituale: purificare il corpo. Prima inizia con la mente, che è sempre impura; deve liberarsi della mente. Poi deve sbarazzarsi del <em>terreno</em> della mente, cioè delle emozioni e di tutte quelle cose sbagliate che dice di amare: ama questo e quello, non gli piace questo e preferisce quello… Tutte le emozioni. Quindi, queste sono le due cose di cui deve liberarsi prima di cominciare a essere innocente. Poi è necessario che sia nel corpo, che ancora rimane, dopo essersi purificato di tutte quelle cose. Siamo sempre dov’è il nostro corpo, non è vero? Non puoi essere da nessuna altra parte, a meno che tu non sia un mago. Devi stare dov’è la verità, è la verità è dove si trova il tuo corpo. Quindi, quando faccio l’amore, è fondamentale che io sia nel mio corpo, perché solo il corpo può fare l’amore. Se sto fantasticando, sono nella mente, e questo conduce alle emozioni; ho lasciato il corpo e non sono in grado di fare l’amore, perché non sono più innocente.</p>
<p>Andrew Cohen: No, certo che no, perché non sei nemmeno con la persona con cui stai facendo l’amore. Non sei in grado di amarla.</p>
<p>Barry Long: No, probabilmente sei in compagnia di qualche donna fantastica nella tua mente. Ed è questa donna alla quale stai pensando che ti fa venire un’erezione. Ebbene, non hai bisogno di questo. Ma, santo dio, appena gli uomini si avvicinano a questa esperienza, e nel mio insegnamento gli uomini la vivono al massimo grado, pensano che se non hanno quell’eccitazione che è il sesso, perdono l’erezione, la fiducia in se stessi e tutto il resto, perché sono sempre stati dipendenti da una falsa eccitazione chiamata “sesso”.</p>
<p>Andrew Cohen: Già.</p>
<p>Barry Long: Quando abbandoni tutto ciò, c’è sempre un’insidia. Si verifica sempre un periodo di pausa, non è così? Come quando qualcuno segue i tuoi insegnamenti e, colmo di entusiasmo, afferma: «Andrew, sei fantastico. Non avevo mai avuto una tale rivelazione». Poi se ne va e, dopo qualche settimana o mese, ritorna per dire: «L’ho perduta, l’ho perduta!». È tutto sparito perché ha cominciato ad entrare in un territorio diverso; alla confluenza tra l’antica ignoranza e il nuovo cambiamento, si forma della confusione. Egli ha bisogno di ricominciare da capo, poi può liberarsi della confusione.</p>
<p>Andrew Cohen: Per te è essenziale che nell’amore tantrico l’uomo prolunghi la fase precedente all’eiaculazione, o addirittura la eviti del tutto, in modo da riuscire, per esempio, a sperimentare una profonda intimità con la donna?</p>
<p>Barry Long: Si. All’inizio egli deve praticare il più possibile la ritenzione, ma senza reprimersi. È molto difficile cogliere la distinzione tra le due cose. Ma alla fine, siccome si tratta di qualcosa di divino ed è Dio che fa l’amore, non una persona, non ci si focalizza sulla ritenzione o la non-ritenzione; c’è soltanto quel che c’è. E questo accade perché la persona è scomparsa, mentre la ritenzione richiede la presenza di qualcuno, una precisa intenzionalità al riguardo.</p>
<p>Andrew Cohen: Qualcuno che sta ancora cercando di fare o di non fare qualcosa.</p>
<p>Barry Long: Si, e naturalmente il dilemma è: come mantengo l’equilibrio tra la repressione e la ritenzione? Qui è dove bisogna mettere da parte i tentativi della mente. È necessario lasciare agire il corpo, da solo. Ci sono momenti in cui non ci sarà ritenzione e l’uomo comincerà ad avere orgasmi senza riuscire a fermarli, e ciò lo farà dubitare di se stesso. Ebbene, lo scopo della vita spirituale è arrivare a un punto in cui non si hanno più dubbi su di sé. Quindi, egli deve abbandonare uno dei suoi attaccamenti favoriti: il dubbio su di sé. In tal modo, capisci, Dio prende sempre più il sopravvento.</p>
<p>Andrew Cohen: E quando i dubbi su di sé vengono abbandonati o trascesi, si diventa sempre più capaci di fare naturalmente l’amore in maniera non egoista, non aggressiva e non dualistica.</p>
<p>Barry Long: Si, in modo sempre più naturale, è così.</p>
<p>Andrew Cohen: E, alla fine, si fa l’amore molto a lungo, per ore e ore ogni volta?</p>
<p>Barry Long: Direi senza interruzioni. L’attrazione è sempre presente, non è che va e viene, quindi non si ha più la sensazione di fare l’amore. Quello che insegno alle persone è che bisogna abbandonare la voglia di fare l’amore e quella di <em>non</em> farlo. Infatti, se hai voglia di fare l’amore, si tratta di egoismo; ma se non hai voglia di farlo, anche quello è egoismo. A uno dei miei ultimi incontri, qualcuno ha chiesto: «Dimmi, come ci si libera dalla voglia di fare l’amore e dalla voglia di non farlo?» Questo è qualcosa che conosciamo tutti. L’uomo sdraiato al fianco della donna si chiede: «Lo faccio o non lo faccio? Ne ho voglia o non ne ho voglia?». E la mia risposta è stata: «Fai l’amore tutto il tempo». Ora, se fai qualcosa tutto il tempo, non puoi averne o non averne voglia, vero? Ma dopo chiedono: «Quante volte bisogna farlo affinché ‘spesso’ sia ‘spesso’ a sufficienza?». Io rispondo: «La mattina, la notte e, se è possibile, a mezzogiorno». Suppongo che sia sconvolgente per tutti, ma se non fai così, continuerai a volere e non volere, perché non ti sarai dato all’amore. Se è da un po’ di tempo che non fai l’amore, avrai l’urgenza mentale o biologica di farlo – sei un uomo, non può essere altrimenti – ma questa è una volontà e, nella vita spirituale, non puoi <em>volere</em>.</p>
<p>Vedi, questo è il tantra. Io sono l’unico maestro tantrico occidentale. Lo so che è un’auto-promozione, ma non conosco nessuno altro che parli della <em>verità</em> del tantra. Io, invece, sono molto aperto; sono aperto al fatto di essere un maestro tantrico. All’epoca, dissi alla mia gente che mi ero messo con cinque donne e che stavo facendo l’amore con tutte. Non permetto segreti, e infatti non ne ho. Non mi addentro nei dettagli intimi, ma nemmeno desidero trarre le persone in inganno. Questo è il mio modo di vivere, e se non ti piace, te ne vai. Ma se presti ascolto alla verità di cui parlo, forse ne ricaverai qualcosa.</p>
<p>Qualcuno mi ha mandato un articolo dall’America a proposito di un maestro tantrico, penso che fosse un tibetano. Ho letto in quest’articolo che alcune donne, negli Stati Uniti, l’avevano denunciato; come risultato, i buddisti americani avevano deciso di stilare un codice di condotta per i maestri spirituali. Questa è davvero una contraddizione, perché, naturalmente, il tantra non ha nulla a che vedere con gli abusi sessuali. Il tantra è amore, Dio che ama se stesso nell’esistenza. E Dio non abusa. Quello che proprio non mi piace è la segretezza di questa gente. Questo insegnante tibetano non ha lasciato che le persone fossero a conoscenza di ciò che stava succedendo, ovvero del fatto che egli stava facendo l’amore con le sue studentesse. Non aveva annunciato: «Io sono un maestro tantrico e questa è una condizione sacra». È per colpa di episodi del genere che il tantra è tanto frainteso, che abbiamo scuole tantriche e sentiamo parlare di tantra a destra e a sinistra – dovunque vada, lo sento nominare – da persone che non sanno quello che dicono, perché quello che hanno non è un potere divino. Essere un maestro tantrico, avere quella forza nel tuo corpo, è un potere concesso da Dio. Questo stato è un dono di Dio, così come la Realizzazione di sé, di Dio o l’illuminazione sono altri stati. È concesso da Dio ed è per la gente. Ma se non ne parli, il tantra viene abusato dai commentatori, dagli impostori, dai maniaci e Dio solo sa da chi altro! Io cerco di evitare tutto ciò rimanendo aperto e onesto su ciò che faccio nella mia vita.</p>
<p>Andrew Cohen: Questo è essenziale.</p>
<p>Barry Long: Soprattutto di fronte a un argomento così delicato. Tutto il mondo è sessuale, è sesso. Io racconto che Dio è nato da un uomo e una donna che facevano l’amore. Non parlo di orgasmi, di indulgenza e di eccitazione sessuale. Parlo di qualcosa di puro e meraviglioso che viene da tutto ciò.</p>
<p>Andrew Cohen: Vorrei parlare ancora un poco della pratica tantrica dell’amore. Stavi dicendo che, idealmente, si dovrebbe sperimentare questo tipo di profonda intimità con il proprio partner tre volte al giorno. Ebbene, in tale intimità, dove non dovrebbe esistere volontà o non-volontà, ma solo il puro e semplice essere, l’uomo e la donna hanno sempre un’esperienza non-orgasmica?</p>
<p>Barry Long: No, non è sempre non-orgasmica. Qui si tratta di Dio che fa l’amore con Dio, e questo decide se l’orgasmo avverrà oppure no. Ma il punto principale è che scompaiono sia la volontà che la non-volontà di fare l’amore. Così, dopo aver fatto l’amore, non c’è la volontà o la non-volontà; resta semplicemente uno stato in cui non ti devi preoccupare di volere o non volere, perché tutto ciò è scomparso da te. Così come il sé scompare, anche queste cose se ne vanno.</p>
<p>Andrew Cohen: Mi rendo conto che questo tipo di pratica, se affrontata con grande sincerità, crea e sostiene una profonda intimità con l’altra persona. Sul livello interpersonale, poi, ci dovrà essere una perfetta onestà. Non dovrebbero accumularsi mai dubbi e risentimenti, perché se così fosse, distruggerebbero all’istante questa perfetta fiducia.</p>
<p>Barry Long: Si, assolutamente. Bisogna, però, anche essere pratici con queste cose. Non sto cercando di offrire qualcosa di perfetto in questa esistenza, nel senso che non ci saranno reazioni. Dopotutto, l’uomo deve cominciare da una donna in carne e ossa. Anche se in lei lui ama il principio femminile, quando le si avvicina si trova di fronte le sue emozioni, cioè il passato di lei: le esperienze sessuali precedenti e tutto il resto. Tutto ciò sarà nel suo corpo. E se lei non ha cominciato a rimuovere la sua identificazione con il passato, lui non potrà adorarla. Potrà amarla e cercare di raggiungerla, ma non sarà capace di adorarla a causa degli ostacoli del sé che si trovano tra lui e ciò che lei è realmente. E questo si applica sia alla donna che all’uomo. Lo scopo della vita spirituale è liberarci di questi maledetti ostacoli, egoisti ed emotivi, che si ergono tra noi. Sarà impossibile sino a quando non avremo deciso di aiutarci l’un l’altra, senza permettere mai che questi ostacoli diventino i nostri padroni. Sebbene si possa fallire, almeno l’intenzione di sbarazzarsene è presente.</p>
<p>Per quanto riguarda l’uomo, alla fine egli deve smettere di passare da una donna all’altra. Questo deve cessare. Va bene, d’accordo: è un’esperienza, fa parte della vita. Ma alla fine, se egli vuole realizzare Dio nell’esistenza (cioè il principio femminile), dovrà prendere con sé una donna. Ora, nel mio caso, mi sono messo simultaneamente con cinque donne. Ho insegnato loro, amandole per quasi tre anni. Abbiamo parlato dell’amore, di Dio, della vita e della verità ogni volta che eravamo insieme, e ne abbiamo parlato insieme perché tutte le donne<em> erano</em> insieme e naturalmente nessuna gelosia avrebbe potuto esistere.</p>
<p>Andrew Cohen: Vivevate insieme?</p>
<p>Barry Long: No, ma ci trovavamo insieme. Ovviamente, cercavamo di eliminare qualsiasi gelosia o competizioni femminili, altrimenti questa esperienza non sarebbe stata possibile. Quindi, queste donne superarono gelosie e competizioni, perché quando si parla, si insegna e si realizza Dio, si crea e ci si focalizza su un potere meraviglioso, che aiuta le donne a superare i loro limiti. Molti uomini, quando fanno l’amore con altre donne, lo fanno di nascosto, alle spalle della donna. Poi, magari, lei scopre cinque anni dopo che lui ha avuto un’altra relazione e rimane sconvolta. Il mio, invece, fu un esercizio di onestà, di correttezza, di Dio. È importantissimo per un uomo essere capace di parlare con la sua donna dell’ amore, della vita,di Dio, della verità e della morte.</p>
<p>Ora, non tutti gli uomini sono in grado di impegnarsi con cinque donne e parlare dell’amore, della vita, di Dio, della verità e della morte, tenendo tutto in ordine. Un uomo ordinario non è in grado di farlo. Diventa sessuale, la sua mente comincia a correre e altrettanto fa quella delle donne, che entrano in competizione. Solo un maestro tantrico può farlo. In caso contrario, si sta semplicemente facendo il passo più lungo della gamba. Il maestro tantrico, invece, è provvisto di quel potere. Oggi che sto soltanto con Sara, queste donne si trovano nel mondo e sono sorelle spirituali. Si amano tra loro al di là della gelosia e della possessività; inoltre, grazie a quello che hanno vissuto, non saranno mai più raggirate dagli uomini. Conoscono la sessualità dell’uomo e sanno anche in che modo essere amate <em>senza </em>sesso né eccitazione. E, come ho detto, queste donne ora sono nel mondo e stanno facendo ciò cui erano destinate, cioè essere il più possibile oneste con gli uomini e portare più amore nei loro confronti.</p>
<p>Andrew Cohen: Stanno insegnando?</p>
<p>Barry Long: No, per amor di Dio! Loro non insegnano. Il compito della donna non è insegnare, ma amare. La donna può fare di tutto, con il suo amore. Può comunicare, dire e trasmettere ogni cosa attraverso l’amore, perché questo è il suo potere. Il suo amore è il potere di Dio in lei. Non si alza la mattina dichiarandosi illuminata e cominciando a tenere conferenze. No. Lei è ricettiva; è colei che sta dietro le quinte. Ma è infaticabile nel rendere l’uomo onesto nei confronti dell’amore. È la parte mancante dell’uomo, ed è per questo che egli pensa costantemente a lei.</p>
<p>Andrew Cohen: Potresti parlare dell’atteggiamento che l’uomo e la donna devono avere per potersi amare veramente? Infatti, da quel che ho compreso, è questo atteggiamento che un uomo o una donna devono avere per trascendere veramente quel tipo di fissazione nevrotica su di sé che hai descritto prima.</p>
<p>Barry Long: Si, beh… Come ho detto, mi piace sempre metterla sul piano pratico, perché altrimenti non si arriva da nessuna parte. E la realtà pratica, per ogni uomo, è che ogni cinque minuti o giù di lì (se non sta facendo nient’altro), egli penserà alla donna. Da parte sua, la donna penserà all’uomo. Questa è la realtà fondamentale della nostra esistenza di uomini e di donne. Ma non sembra che sia venuto in mente a molti, di questi tempi, che in ciò devono celarsi i mezzi stessi per raggiungere la Realtà, cioè che questa attrazione fondamentale deve contenere qualcosa di sacro, che deve rappresentare un inizio. Infatti, quando vieni alla luce, puoi essere soltanto un uomo o una donna. Questa è la prima apparizione di Dio nell’esistenza: nelle sembianze di un uomo o di una donna. E questo è il modo in cui Dio separa affinché l’amore e lui stesso possano essere conosciuti, perché l’uomo e la donna sono sembianze di Dio.</p>
<p>Ora, secondo me, ogni uomo dovrebbe realizzare ciò che più ama nell’esistenza. Ovviamente, ciò che ama di più è Dio. Dio nell’esistenza è amore, fuori dall’esistenza è la verità. Non c’è amore senza l’esistenza; tutto l’amore è nell’esistenza, okay? Ma abbiamo messo tutto sottosopra. I commentatori e gli insegnanti spirituali si sono sbagliati. C’è Dio <em>fuori</em> dall’esistenza, e ognuno può realizzarlo nel proprio corpo senza l’aiuto di nessun altro. Realizzare Dio in questo modo è senza dubbio uno dei fenomeni più rari, meravigliosi e gloriosi, ma si tratta pur sempre di Dio <em>fuori </em>dall’esistenza, che realizzi dentro di te.</p>
<p>Per quanto riguarda, invece, Dio <em>nell’</em>esistenza, possiamo arrivarci solo affrontando ciò che più amiamo. Ebbene, l’uomo va in barca, gioca a golf, va a caccia, ha mille e una attività, ma queste sono tutte distrazioni escogitate dalla mente per tenerlo lontano dalla cosa fondamentale che la vita continua a mettergli di fronte, cioè: «Io amo la donna». Ora, la mente cercherà di farne qualcosa di personale, di limitare il suo amore a qualche donna particolare. Ma, in realtà, l’uomo deve andare oltre e accorgersi di un semplice fatto: «Io amo la donna». Quando lo fa, si rende conto di stare amando il principio, l’ignoto, l’essenza della donna, il Dio in lei di cui non si può parlare. Poi, può scendere a livello personale, dove c’è il corpo di una donna particolare con cui è in relazione, o a cui è legato in un modo o nell’altro. Allora deve cercare di scorgere questo Dio, questa entità che ama sopra ogni cosa, in tale donna. Quando fa l’amore con lei, lo deve fare non per se stesso, per l’orgasmo o per la propria soddisfazione, ma per il puro piacere di fare l’amore con lei. Se, però, personalizza la cosa in qualche modo, se mette in mezzo <em>se stesso</em> per cercare di ottenere qualcosa, la faccenda si trasforma in sesso ed egli ha mancato il punto; si è lasciato sfuggire quella bellezza impersonale.</p>
<p>Quindi, prima devi chiederti: che cosa amo di più <em>nell’</em>esistenza? Non va bene rispondere «Dio», perché Dio non è <em>nell’</em>esistenza. Dov’è Dio nell’esistenza? Aha! È in ciò a cui penso di più nella mia vita, cioè nella donna! Ebbene, non può trattarsi di questa o quella donna, perché ce ne sono tantissime. Quindi, di che cosa si tratta? È il principio della donna che amo. Naturalmente! È quell’essenza, quella cosa che sta dietro ogni donna. E una volta che l’uomo lo sa, vedi, è entrato in uno stato di coscienza diverso.</p>
<p>Andrew Cohen: Ma perché l’uomo ama la donna nel modo che stai descrivendo, al di là dell’imperativo biologico?</p>
<p>Barry Long: L’imperativo biologico è in tutti, Andrew, e questo, in primo luogo, serve ad assicurare la riproduzione della razza. E riprodurre l’esistenza è una cosa terribile, davvero. È dovuto all’ignoranza e provoca molta infelicità, perché chiunque nasce, sperimenterà infelicità, mentre coloro che sono morti o si trovano in un sonno profondo senza sogni, non sperimentano niente di tutto ciò. E questo è meraviglioso.</p>
<p>Vedi, siamo animali e ce lo dimentichiamo. Ma siamo anche ciò che chiamiamo “spirito”, e questo spirito è entrato dentro questo animale, la cui carne e i cui istinti ora lo avvolgono. È come portare l’autocoscienza dentro un animale, una vacca, per esempio: otterresti immediatamente una mente che va avanti e indietro con ogni sorta di pensiero sessuale. Poiché, però, gli animali non hanno una mente, ma solo degli istinti, non hanno pensieri sessuali (grazie a Dio!). Invece, quando metti la coscienza di sé dentro un animale umano, ne ricavi esattamente i problemi di cui stiamo parlando.</p>
<p>Quindi, dobbiamo separare l’animale dallo spirito, perché gli istinti animali sono quelli che chiamiamo l’ego o il sé, il piccolo sé. E questo viene fatto attraverso la vita spirituale, rinunciando a se stessi, non è così? Abbandonando l’autoindulgenza e le distrazioni, e affrontando la verità di ciò che amiamo di più. Infatti, ciò che amiamo di più è sempre Dio, e Dio è amore, verità, mistero… Ma gli insegnanti, le parole e le opinioni hanno nascosto tutto ciò, invece di aiutare a venire al dunque. Se vuoi realizzare Dio <em>fuori</em> dell’esistenza – cioè solo dentro di te, dentro il tuo corpo – dovrai certamente attraversare la rinuncia, la negazione e la dissoluzione di sé. Sei tu stesso a impedire la realizzazione naturale di Dio, che è la grande verità fuori dall’esistenza. Ma nessuno sembra preoccuparsi o chiedersi come realizzare Dio nell’esistenza. E io affermo che amare una donna è il modo di realizzare Dio nell’esistenza, perché questo è Dio. È molto semplice.</p>
<p>Andrew Cohen: Stai dicendo che, al di là del bisogno biologico, il motivo per cui un uomo ama una donna è soprattutto…</p>
<p>Barry Long: Perché la donna è Dio.</p>
<p>Andrew Cohen: Ma la donna è davvero Dio? Oppure l’uomo la riconosce tale perché ancora pensa a se stesso come a un uomo?</p>
<p>Barry Long: È così. Ma questo avviene perché lei è veramente la sua parte mancante. Lui riconosce: «Ecco l’amore che mi manca».</p>
<p>Andrew Cohen: Con “amore che manca” intendi che finché l’uomo non si sarà unito con una donna, nel mondo o nell’esistenza, continuerà a sentirsi parziale e non integro?</p>
<p>Barry Long: Si, non sarebbe integro. Nonostante tutte le sue realizzazioni di Dio fuori dall’esistenza, non sarebbe davvero integro. Infatti, il punto sta nel riuscire a portare Dio da fuori l’esistenza a dentro di essa. In quel momento, hai la totalità.</p>
<p>Andrew Cohen: E questo, nel tuo insegnamento, è il raggiungimento della realizzazione di Dio.</p>
<p>Barry Long: Si.</p>
<p>Andrew Cohen: È molto potente. E, come ti dicevo all’inizio, quando ci siamo seduti a leggere il tuo libro, mi sono trovato in uno stato di espansione. Non appena ho cominciato a leggerlo, il suo contenuto è entrato in me. Immediatamente ho colto il punto e ho detto agli altri: «Penso di avere capito». E quando ho cominciato a spiegare la mia comprensione, tutti sono stati spinti verso la stessa esperienza e hanno cominciato a comprendere a loro volta.</p>
<p>Barry Long: Tu hai certamente compreso, come dimostrano le tue domande. Poi, come per ogni insegnamento, tutto ciò che bisogna fare è mettere in pratica, cosa che certamente saprai. Ma bisogna anche tenere a mente che questa è una cosa difficile e complessa, sia da capire, innanzitutto, che da vivere.</p>
<p>Andrew Cohen: Dal tuo punto di vista, Barry, è vero che un uomo o una donna che hanno realizzato Dio, ma che non hanno praticato l’adorazione dell’uomo o della donna nel mondo sono…</p>
<p>Barry Long: Incompleti?</p>
<p>Andrew Cohen: Si, incompleti. Oppure, in un certo senso, non hanno completato la propria realizzazione in questa esistenza. È questo che credi?</p>
<p>Barry Long: Penso che dalla nostra conversazione si capisce chiaramente che è così. Non è qualcosa che mi sono inventato.</p>
<p>Andrew Cohen: Allora perché, secondo te, un uomo o una donna realizzati non lo fanno? Infatti, è certo che molti uomini e donne realizzati non l’hanno fatto.</p>
<p>Barry Long: La sola cosa che dobbiamo ricordare è che qualsiasi persona che ha realizzato Dio potrebbe dire: «Non ha importanza; questa esistenza non ha importanza». Oppure, potrebbe affermare che è certamente importante, ma non in senso assoluto. Siamo materia, quindi di sicuro questa esistenza è sempre importante. Un uomo che ha realizzato Dio, però, può sostenere: «Non ha importanza. Ho realizzato Dio. L’esistenza cesserà, e questa è la sua fine». Ebbene, questo potrebbe essere abbastanza corretto, ma io sono nel mondo, nell’esistenza, e a causa della mia discriminazione, che è la discriminazione di ogni uomo spirituale, vedo che la maggior parte dell’infelicità nell’esistenza deriva dalla relazione tra l’uomo e la donna. E mi sento spinto, come ogni persona spirituale, a eliminare l’ignoranza della gente, che è la causa della loro infelicità. Questo è ciò che vedo e affronto.</p>
<p>Altrimenti, non ha importanza. Non è una cosa davvero importante, dal punto di vista dell’immortalità o dell’eternità. Ma se guardiamo bene, siamo qui per una ragione –ognuno di noi lo è – e conosciamo il valore dell’armonia, della bontà o della rettitudine, che è Dio. Così, presumo che tutti ci sforzeremo di trovare queste cose. Per me, quindi, è abbastanza evidente che questa è la via giusta, anche se non lo sappiamo benissimo.</p>
<p>Andrew Cohen: Tuttavia, in alcune tradizioni occidentali e in molte di quelle orientali, si è sempre insistito molto sulla rinuncia assoluta e/o sulla trascendenza dell’attività sessuale come un mezzo o un veicolo per concentrarsi in modo esclusivo e totale sulla ricerca della realizzazione di Dio.</p>
<p>Barry Long: Può darsi. È possibile realizzare Dio fuori <em>dall’</em>esistenza. Poi, però, che cosa farai <em>nell’</em>esistenza? Una volta che hai realizzato Dio fuori <em>dall’</em>esistenza, e sei tutto puro e santo, che cosa farai con l’infelicità che ti circonda?</p>
<p>Andrew Cohen: Ma, per esempio, alcuni preti cattolici affermano che grazie al voto di castità possono amare tutti gli esseri ugualmente e nessuno in particolare; la castità permette loro di dedicarsi fino in fondo all’alleviamento della sofferenza di tutti i figli di Dio.</p>
<p>Barry Long: Sono dei preti, e io parlo solo ai maestri. Ascolto solo il maestro… La nota originale. Altrimenti, abbiamo dei preti, dei commentatori spirituali che si inventano le cose. Sai, questa gente scrive libri, tiene conferenze, fa di tutto, ma non riesci a credere a una sola parola di quello che dice, perché non è ispirata dalla realizzazione di Dio, e puoi rendertene conto.</p>
<p>Andrew Cohen: Ricordo di aver sentito qualcuno parlare di cavalleria nel tuo insegnamento. Secondo te, cosa vuol dire davvero essere un uomo e una donna? Per esempio, qual è il modo giusto con cui gli uomini si devono comportare verso le donne, a tuo giudizio?</p>
<p>Barry Long: Il modo giusto è imprecare il meno possibile in sua compagnia, perché ciò è una denigrazione di quello che c’è fra loro, e non dovrebbe succedere. Naturalmente, nella società contemporanea qualche imprecazione salterà fuori… Ma, in genere, si tratta di una cosa semplice come il non imprecare in compagnia l’uno dell’altra. Ora, un paio di notti fa, abbiamo visto il video di un uomo e una donna che si amavano davvero, ma a ogni istante lei diceva: “Insomma, che cazzo succede?”. Questo giunge ai nostri figli, sai, che dovranno amare la gente, ma ciò non è possibile quando dici abitualmente cose di questo tipo, perché si tratta di un’imprecazione. È un’azione di forza che avviene fra noi, e così facendo perpetuerò il mio ego di uomo, animale e aggressivo. Questa è una delle cose da evitare. Devo cercare di fare tutto quello che posso per aiutarti non solo a essere civile, ma anche tenera nel modo con cui mi parli, così come io lo sono quando ti parlo. Poiché dobbiamo parlarci, facciamolo in modo amorevole… Con ciò non intendo in modo sdolcinato. È lo spirito di Dio che si manifesta tra noi in forma di armonia, nelle nostre azioni e nel nostro comportamento. Dio è armonia. Così, direi, si tratta di piccole cose come questa.</p>
<p>Vedi, quando due persone si amano veramente, quando fanno l’amore nel modo divino di cui abbiamo parlato, tutto quello che c’è da dire è: «Ti amo. Sei davvero splendido». Lei lo dice a lui e lui a lei. Si abbracciano, si baciano, si tengono per mano. Nessuna discussione che abbia a che fare con la vita spirituale… a parte Sara che ogni tanto mi chiede: «Sei sicuro che io sono abbastanza spirituale? Ne sei davvero certo?». Per quanto mi riguarda, sembra che io non abbia alcuna domanda. Dico solo: «Ti amo». Il non avere nulla da chiedere è, secondo me, la cosa più difficile da afferrare per chiunque. Essere semplicemente vuoti, senza che affiori alcunché, riuscire semplicemente a vivere ogni momento in uno stato di…nemmeno di amore, perché l’amore non è un sentimento; l’amore è un istante. Insomma, in uno stato di assenza di tutto! Questo accade anche alle persone comuni; entrano in uno stato dove non sanno niente e si terrorizzano. Ma questo è lo stato sacro! Le persone comuni non sono state informate, quindi non possono capire che va tutto bene, che questo è lo stato sacro di cui parlano i maestri, in cui non si conosce alcunché. Ecco perché si spaventano quando sentono di aver perduto il filo.</p>
<p>La donna, quando ama, non sa niente. È l’amante, è Dio in forma femminile, cioè puro amore; fa quello che fa, ma non ha la forza in sé. Noi uomini abbiamo la proiezione fisica; la nostra propensione naturale è il dono, mentre quella di lei è ricevere ed essere. La gente afferma che l’uomo e la donna sono uguali, ma io sostengo che non lo sono affatto. Sono assolutamente diversi, grazie a Dio! So che lei è Dio, e la amo per questo. Lei mi ama perché sono Dio, e questo è basilare. E non so se ho risposto alle tue domande o no.</p>
<p>Barry Long è nato a Sidney, in Australia, nel 1926. All’età di trentuno anni un intenso desiderio spirituale lo ha spinto ad abbandonare la carriera di giornalista per cercare la realizzazione spirituale. Subito dopo, il suo amore appassionato per una donna catalizzò una potente trasformazione spirituale. Infine, si trasferì a Londra dove cominciò a insegnare. Nell’86 ritornò in Australia e fondò la Barry Long Foundation International. Ha tenuto seminari in tutto il mondo e ha pubblicato numerosi libri e audiocassette di insegnamenti.</p>
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<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/1883929075/innernet-20">Andrew Cohen. My Master Is My Self: The Birth of a Spiritual Teacher. Moksha Press.1995. ISBN: 1883929075</a>Copyright originale “What is Enlightenment” magazine <a href="http://www.wie.org/">www.wie.org</a><br />
Traduzione di Nityama Masetti. Revisione di Gagan Daniele Pietrini.<br />
Copyright per la traduzione italiana: Innernet.</p>
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		<title>Risvegliarsi al presente: intervista a padre Thomas Keating</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Mar 2010 12:36:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Keating</dc:creator>
				<category><![CDATA[Maestri]]></category>
		<category><![CDATA[buddismo]]></category>
		<category><![CDATA[cistercensi]]></category>
		<category><![CDATA[cristianesimo]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Padre Thomas Keating è un monaco cistercense del monastero di San Benedetto a Snowmass, nel Colorado. È noto per essere un fautore della preghiera “di centratura”, una pratica individuale di silenzio contemplativo attraverso l’uso di una parola sacra (come “Dio”, “Gesù”, “pace”, “silenzio”, “apertura” o “presenza”) oppure un’immagine sacra (ad esempio, il riposo nelle braccia del Signore). Diversamente dal mantra, la parola o l’immagine non vengono ripetute continuamente, bensì considerate come punto focale al quale fare riferimento quando il consueto clamore dei pensieri diventa troppo insistente.</p>
<p>Padre Keating è anche l’autore di diversi libri, tra i quali <em>Il mistero di Cristo</em> e <em>Invito all&#8217;amore</em>. Nella metà degli anni Ottanta gettò le basi del programma <em>Contemplative Outreach</em>, il cui fine era dare informazioni sulla vita contemplativa non solo agli ordini monastici, ma a tutti i cristiani. Ciò veniva offerto attraverso ritiri intensivi della preghiera di centratura a Snowmass e in altri centri regionali affiliati.</p>
<p>Uno di questi centri è <em>Chrysalis House</em>, vicino al villaggio di Warwich, in mezzo alle colline boscose a circa ottanta chilometri a nord-ovest di New York. Proprio lì ha avuto luogo questa intervista, un pomeriggio degli ultimi giorni di ottobre.</p>
<p>Cynthia Bourgeault: Nel libro <em>Il mistero di Cristo</em> parli del fatto che viviamo in due diversi tipi di tempo, quello ordinario e quello eterno. Potresti spiegarci cosa intendi con questa distinzione?</p>
<p>Thomas Keating: Il tempo eterno implica i valori dell’eternità, che trascendono il tempo ordinario, interrompendo il tempo lineare. Al di là del mondo tridimensionale del tempo e dello spazio, c’è la sua fonte originaria, che è sempre presente anche come fondamento di ogni realtà. E i suoi valori comprendono e uniscono l’eternità in un eterno abbraccio. In tal modo, per la persona o il ricercatore che ha interiorizzato questi valori, tutta l’eternità è presente in ogni istante.</p>
<p>Cynthia Bourgeault: Il momento in sé si posiziona all’interno del tempo cronologico?</p>
<p>Thomas Keating: Sì, il tempo cronologico continua a scorrere. In questo contesto potremmo anche immaginarlo come un tempo circolare. Il tempo cronologico è una delle concezioni preferite in occidente, mentre il tempo “circolare”, forse più aderente ai cicli naturali, gode di maggiore considerazione nelle religioni orientali. Ma in ambedue i casi, sia che lo si concepisca come circolare o lineare (e quindi diretto verso un punto finale), il tempo eterno è presente in tutti gli istanti, dal momento che trascende il continuum spazio-temporale. E questo è ciò che rende straordinario ogni momento del tempo ordinario.<span id="more-784"></span></p>
<p>Cynthia Bourgeault: Non sembra che noi lo avvertiamo molto spesso come straordinario.</p>
<p>Thomas Keating: Questo avviene perché la nostra percezione del tempo è ordinaria, nel senso che ci sembra che non stia accadendo niente. Ma nella realtà, in ogni istante sta accadendo di tutto…</p>
<p>Cynthia Bourgeault: …se solo potessimo risvegliarci a ciò?</p>
<p>Thomas Keating: Questo è l’autentico significato di “risveglio”. “Risveglio” vuol dire la riscoperta del pieno valore di ogni istante, in quanto permeato di valori eterni. E di pari passo con l’eternità, ovviamente, vanno tutti i valori intuitivi dell’unità che vengono nascosti dalla percezione delle categorie e delle divisioni a livello mentale-egoico, o razionale, soprattutto in quelle culture spogliate delle loro radici e tradizioni contemplative. A un livello più elevato o profondo (che io preferisco definire più “centrato”) qualsiasi movimento verso il centro di sé è, allo stesso tempo, movimento verso il centro di tutti, ovvero verso quell’unità che è la fonte di tutta la creazione. In altre parole: gli individui sono legati insieme da una forza unificante che è sempre presente, ma di solito non è percepita (a causa della condizione umana) senza la disciplina di una pratica che riesca a penetrare il mistero del tempo ordinario.</p>
<p>Cynthia Bourgeault: Stai parlando solo della nostra civiltà occidentale o dell’intero genere umano?</p>
<p>Thomas Keating: Dell’intero genere umano. Tutte le religioni del mondo sembrano d’accordo nel sostenere che il presente stato di consapevolezza evolutiva è molto basso.</p>
<p>L’illusione (non sapere cosa è la felicità autentica) e la concupiscenza (il desiderio di cose sbagliate o la brama eccessiva di quelle giuste) ci fanno soffrire. E se anche riuscissimo a scoprire la strada per la perfetta felicità, non riusciremmo a seguirla a causa della nostra mancanza di volontà e scarsa energia. Questo è quello che i cristiani definiscono classicamente “le conseguenze del peccato originale” mentre nella religione induista ciò viene indicato come “maya”: ovvero, la comprensione che nell’apparente stato attuale della consapevolezza di tutti – della famiglia umana – qualcosa manca o è radicalmente sbagliato. Alcune religioni descrivono tutto ciò come una caduta da uno stato di grazia o felicità maggiori.</p>
<p>E così, nel disperato sforzo di trovare la felicità – sforzo che sembra comune a tutti gli uomini – cominciamo a sviluppare programmi emozionali che puntellino il nostro fragile ego, per compensare la felicità che non riusciamo più a trovare nell’esperienza intima della fonte della vita. Quando si smarrisce la connessione con le nostre origini, quasi ogni cosa sembra meglio del vuoto, della noia, dell’alienazione – del terrore esistenziale, forse – che vanno di pari passo con il senso di isolamento in un universo potenzialmente ostile.</p>
<p>Cynthia Bourgeault: Non c’è una parte di noi che ostacola questo ricongiungimento? Qualcosa al nostro interno che rimane attaccato alla percezione usuale del tempo? Dobbiamo arrivare a combattere per ritrovare la nostra fonte unitaria?</p>
<p>Thomas Keating: Penso che in genere le cose vengono sperimentate così. Infatti, questo è il motivo per cui nelle diverse tradizioni si usa l’immagine del guerriero o del combattente spirituale: perché si <em>tratta</em> di una guerra. L’illusione non sparisce a semplice richiesta; è saldamente radicata nel subconscio, al punto che anche quando siamo coscientemente immersi nel viaggio spirituale e nei suoi valori, l’io falso ride di queste cose e continua per la sua strada. E qui si sperimenta la contraddizione tra ciò che si vorrebbe fare e ciò che realmente si fa, rimanendo ancora sotto l’influenza dell’inconscio. Il nocciolo dell’ascesi, in pratica, consiste nel tentativo di smantellare i valori inconsci, ma questi permangono fino a quando non gli si dà coscientemente la caccia.</p>
<p>Questo è il motivo per cui vediamo persone che fanno parte di gruppi religiosi, o che hanno intrapreso un cammino spirituale, abbandonare beni di tutti i tipi e cominciare una nuova vita. Ma se non si chiede al falso sé di cambiare, nulla muta veramente. È la stessa mondanità, magari sotto una facciata rispettabile.</p>
<p>Cynthia Bourgeault: Insomma, quello che è necessario è cambiare atteggiamento.</p>
<p>Thomas Keating: Esatto, e questo è difficile che avvenga, perché quando cominciamo il cammino spirituale, il falso sé è fortemente radicato in noi. E quindi la sua influenza nella nostra vita è molto potente e sottile, a meno che non lo affrontiamo direttamente, cercando di smantellarlo. O, come dicono i buddisti, cerchiamo di avere “una mente che non si aggrappa a nulla”.</p>
<p>Cynthia Bourgeault: Prima hai parlato del bisogno “della disciplina di una pratica che riesca a penetrare il mistero del tempo ordinario”. Ti stavi riferendo espressamente alla preghiera di centratura ?</p>
<p>Thomas Keating: La preghiera di centratura è una tecnica per introdurre la dinamica della contemplazione nella tradizione cristiana. Mettendo tra parentesi, per così dire, il flusso ordinario dei pensieri per un tempo predeterminato, in modo di poter cercare Dio a livello intuitivo, si permette al praticante di sperimentare una pausa dall’usuale flusso di pensieri che tendono a rinforzare gli oggetti dei desideri del falso sé. Quindi, è un modo per iniziare a risvegliarsi ai valori eterni che sono sempre stati presenti, ma soffocati da questo chiasso di desideri interminabili e di bisogni disperati.</p>
<p>Cynthia Bourgeault: Mi domando se questa sorta di interruzione, di rilassamento nel momento presente, non esista in pressoché tutte le tradizioni.</p>
<p>Thomas Keating: In forme diverse, ha un ruolo essenziale in tutte le tradizioni; inoltre, ci sono molti modi per raggiungerlo. Lasciando andare il flusso ordinario dei pensieri durante una preghiera regolarmente ripetuta, si sperimentano il silenzio, la solitudine, una vita semplice e la disciplina della preghiera. In tutte le tradizioni questi sono i quattro ingredienti di uno stile di vita contemplativo, e nella realtà dei fatti essi riescono spontaneamente a manifestarsi come un cambiamento di abitudini di vita, ovvero nel raggiungimento di un livello di quiete e benessere più profondi che durante il sonno normale.</p>
<p>Ma nella tradizione cristiana il singolo individuo ha una relazione personale con Cristo o con Dio, pertanto non si prega solo per avere un’esperienza di quiete, ma per approfondire il proprio rapporto con Dio, cosa che a sua volta rende capaci di affrontare il lato oscuro dell’inconscio. Se dentro di noi non stiamo trasformando questa esperienza di quiete nella pratica e nella libertà interiore, tale esperienza è semplicemente un ottimo calmante.</p>
<p>Cynthia Bourgeault: Tutto ciò ha a che fare con l’ingiunzione di San Paolo di “pregare senza sosta” ?</p>
<p>Thomas Keating: L’autentico significato della preghiera senza sosta, secondo me, è che la presenza divina o i valori eterni nel momento presente cominciano a diventare più trasparenti: diventano una sorta di quarta dimensione del mondo tridimensionale. La consapevolezza della presenza di Dio al livello più sottile di tutte le realtà comincia a essere una sorta di addizione spontanea della consapevolezza ordinaria, non attraverso un pensiero o uno sforzo, ma perché semplicemente esiste, e la nostra capacità di percepirlo si è risvegliata grazie alla preghiera contemplativa.</p>
<p>Poter accedere alla presenza divina dentro di noi sembra in grado di sbloccare la capacità di percepire quest’ultima in ogni evento, per quanto opachi questi ultimi possano sembrare alle comuni percezioni umane. Per cui, la preghiera senza sosta vuol dire essere consapevoli della presenza divina in ogni istante, come una parte spontanea della realtà.</p>
<p>Cynthia Bourgeault: Finora abbiamo parlato della preghiera contemplativa come di una relazione personale con Dio. Non c’è una somiglianza con il modo in cui una comunità religiosa, in quanto gruppo, può compiere una simile relazione attraverso la liturgia, in particolar modo durante l’Eucarestia?</p>
<p>Thomas Keating: Assolutamente sì. Forse per la maggior parte di noi è la partecipazione regolare al culto a tenerci in contatto con i valori eterni in maniera regolare e ricorrente. Nell’antico testamento, il sabato pare aver avuto questa funzione, e la domenica per i cristiani è semplicemente un altro modo per celebrare una sorta di momento “di vetta” nel tempo ordinario, in cui l’accesso al tempo eterno è particolarmente forte, di solito grazie alla comunità di individui praticanti che cerca di entrare in contatto con il divino.</p>
<p>Cynthia Bourgeault: La liturgia è rivolta solo alla comunità o anche al singolo individuo? E cosa dona essa all’individuo che la preghiera contemplativa non potrebbe donare?</p>
<p>Thomas Keating: Fortunatamente, le due cose sono strettamente legate, quindi ogni progresso nella prima è un progresso nella seconda; inoltre, esse tendono a rinforzarsi reciprocamente. In altre parole, la migliore preparazione per l’eucarestia è rendere più profondo l’atteggiamento contemplativo. E in realtà la contemplazione è in se stessa un evento sociale, perché è una partecipazione reale alla passione e morte di Cristo, ovvero il paradigma di quello che sta avvenendo dentro di noi. In altre parole, anche noi stiamo sperimentando la morte del falso sé: questo è, secondo i cristiani, il significato del Cristo che assume la condizione umana, che “si fa carne”. La “carne” indica la condizione umana nel suo stato decaduto, e questo è ciò che, secondo noi, il figlio di Dio ha preso su di sé.</p>
<p>Cynthia Bourgeault: Puoi dire qualcosa di più riguardo l’anno liturgico, ovvero il modo in cui esso espande e approfondisce i vari momenti della liturgia su basi cicliche e regolari?</p>
<p>Thomas Keating: Ciascun istante di tempo è ovviamente breve, almeno dalla nostra prospettiva. Così, anche se l’intero mistero di Cristo è contenuto in un’eucaristia, poter in qualche modo “disfare il pacco” e separare le varie parti è molto importante. In tal modo, è possibile concentrarsi su un solo aspetto di questo mistero vivente e dinamico; esso può venir comunicato totalmente in un solo momento, ma, date le umane facoltà, può venire assimilato molto meglio tramite una graduale iniziazione a ciascun mistero, così come si manifestano nel ciclo.</p>
<p>A seconda di dove ti trovi nel processo, seguirai la liturgia identificandoti in uno stadio piuttosto che in un altro, perché in quel momento sei più in sintonia con quello stadio. Quando nel ciclo quel mistero si ripete, la consapevolezza si approfondisce. Alla fine, li hai assimilati e integrati tutti, e allora diventi la parola di Dio; in altri termini, ora l’hai udita a un livello più profondo che mai. In ultima analisi, il vangelo si rivolge al nostro essere più profondo, e in realtà non viene udito fino a quando non si raggiunge tale livello finale. E in quel momento tutti gli altri livelli si risvegliano e si arricchiscono, perché una volta raggiunto il centro e penetrato il mistero, tutti i simboli diventano più trasparenti e tutte le altre forme di preghiera si arricchiscono, senza che si debba dipendere da esse come sostituti del mistero stesso.</p>
<p>A proposito dell’anno liturgico, esiste una meravigliosa saggezza che insegna a vedere tutta la teologia spirituale in maniera concreta, quasi teatrale. Ma a differenza del teatro, non stai soltanto guardando: tu sei nel dramma e il dramma è in te. Pertanto, nella messa in scena della morte e resurrezione di Cristo, prima viene la purificazione rappresentata dalla quaresima: affrontare il falso Sé e smantellarlo con l’aiuto della grazia.</p>
<p>Dopo la quaresima, si è purificati e si accede ai misteri della pasqua e della pentecoste, esperienze di resurrezione frutto della libertà parziale dal nostro falso sé ottenuta grazie alle pratiche quaresimali. Anno dopo anno, nella liturgia si celebra la propria esperienza interiore di liberazione e di purificazione.</p>
<p>La pentecoste celebra il completamento del ciclo. Essa è la pienezza dello Spirito Santo, la piena illuminazione della grazia pentecostale, che consiste nel vedere la realtà attraverso gli occhi della saggezza divina, che è amore. E ricordiamo che l’anno liturgico legge il vangelo alla luce della pentecoste, non a quella degli stessi vangeli sinottici.</p>
<p>Cynthia Bourgeault: Ma il calendario liturgico non usa l’espressione “tempo ordinario” per il periodo tra pentecoste e avvento?</p>
<p>Thomas Keating: Sì, è chiamato così. Ma tutto il tempo è straordinario, quando viene osservato dalla prospettiva dello spirito.</p>
<p>Cynthia Bourgeault: Tuttavia, sembra che sottovalutiamo l’importanza del tempo ordinario nell’anno liturgico, così come smarriamo o ignoriamo l’importanza del tempo ordinario nella nostra vita quotidiana. Aspettiamo i giorni delle grandi feste come il natale, la pasqua e la pentecoste, e per il resto dell’anno pensiamo di non aver bisogno di andare a messa; questa non è un’esperienza “di vetta”.</p>
<p>Thomas Keating: Ma l’intero scopo delle grandi feste è risvegliarci all’importanza del tempo ordinario. Questo puoi vederlo negli ordini contemplativi. Dopo un po’, essi preferiscono i giorni feriali del tempo ordinario, perché questi ultimi non sono collegati a festività particolari, bensì comunicano la semplicità della vita quotidiana, con gli umili simboli del pane e del vino, del mangiare e del bere, che racchiudono tutto l’insieme della realtà.</p>
<p>In altre parole, tutta la vita è trasformata. L’eucarestia vuol dire che l’universo intero è davvero il corpo di Dio; dunque, qualunque sia la manifestazione dell’universo, stai sempre toccando, vedendo e sentendo Dio. E la coscienza che spontaneamente prende atto di questo profondissimo livello di realtà, è totalmente presente in queste cose semplici, perché adesso tutto è una rivelazione totale di Dio, che tu sia in chiesa o fuori da essa. Quindi, il vero motivo per andare in chiesa è riuscire a fare a meno di essa: il che è come dire che tu stesso sei diventato il tempio di Dio. E quindi il culto comunitario è la celebrazione di un’esperienza continua.</p>
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<p><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1924&amp;isbn=8830806048">Thomas Keating. Invito all&#8217;amore. La via alla contemplazione cristiana. Cittadella. 1996. ISBN: 8830806048</a></p>
<p><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1924&amp;isbn=8838450005">Thomas Keating. Il mistero di Cristo. Piccolo vademecum di cristologia. Piemme. 2001. ISBN: 8838450005</a></p>
<p><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1924&amp;isbn=8830805807">Thomas Keating. La preghiera del silenzio. Dimensione contemplativa del vangelo. Cittadella. 1995. ISBN: 8830805807</a></p>
<p><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1924&amp;isbn=8887164398">Thomas Keating. Risvegli. La pratica della lectio divina. Appunti di Viaggio. 2003. ISBN: 8887164398</a><strong></strong></p>
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<p><!--[if !supportEmptyParas]--> <!--[endif]--></p>
<p>Originalmente apparso sulla rivista Parabola: The Magazine of Myth and Tradition <a href="http://www.parabola.org/">www.parabola.org</a><br />
Copyright originale: Cynthia Bourgeault, per gentile concessione.<br />
Traduzione di Gagan Daniele Pietrini.<br />
Copyright per l&#8217;edizione Italiana: Innernet.</p>
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		<title>Per Nadia</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Feb 2010 05:42:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Toshan Ivo Quartiroli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Maestri]]></category>
		<category><![CDATA[Nadia]]></category>
		<category><![CDATA[Osho]]></category>
		<category><![CDATA[poona]]></category>
		<category><![CDATA[Pune]]></category>

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		<description><![CDATA[Ricordati, solo ciò che puoi portare con te quando lascerai il corpo è importante.  Questo significa che, ad eccezione della meditazione, non c&#8217;è nulla di importante. Tranne la consapevolezza, non c’è nulla d’importante,  perché solo la consapevolezza non può essere portata via dalla morte. Tutto il resto verrà sottratto, perché tutto il resto viene da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="nadia.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2010/02/nadia.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2010/02/nadia.jpg" alt="nadia.jpg" hspace="6" align="left" /></a>Ricordati, solo ciò che puoi portare con te quando lascerai il corpo è importante.  Questo significa che, ad eccezione della meditazione, non c&#8217;è nulla di importante.</p>
<p>Tranne la consapevolezza, non c’è nulla d’importante,  perché solo la consapevolezza non può essere portata via dalla morte. Tutto il resto verrà sottratto, perché tutto il resto viene da fuori.</p>
<p>Solo la consapevolezza sgorga dall’interno, e non può essere tolta. E le ombre della consapevolezza &#8211; la compassione, l&#8217;amore &#8211; a loro volta non possono essere portate via.  Esse sono parte intrinseca della consapevolezza.  Potrai portarti solo qualunque consapevolezza avrai raggiunto.  Questa è la tua unica vera ricchezza.  ( Osho)</p>
<p>Remember, only that which you can take with you when you leave the body is important. That means, except meditation, nothing is important.</p>
<p>Except awareness, nothing is important, because only awareness cannot be taken away by death. Everything else will be snatched away, because everything else comes from without.</p>
<p>Only awareness wells up within. That cannot be taken away. And the shadows of awareness &#8211; compassion, love &#8211; they cannot be taken away. They are intrinsic parts of awareness. You will be taking with you only whatsoever awareness you have attained. That is your only real wealth<br />
( Osho )</p>
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		<title>La via più semplice, estratto dal libro di Madhukar</title>
		<link>http://www.innernet.it/la-via-piu-semplice-estratto-dal-libro-di-madhukar/</link>
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		<pubDate>Wed, 10 Feb 2010 17:02:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Innernet</dc:creator>
				<category><![CDATA[Maestri]]></category>

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		<description><![CDATA[Ospite: A volte, durante la mia indagine, sento che devo usare questo “chi sono io?” come un mantra perché la mia mente è così forte che devo ripeterlo continuamente. Va bene o non dovrei indagare in questo modo? Madhukar: Va senz’altro bene, ma ciò ti può essere d’aiuto solo per un po’, poi scivolerai di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ospite: A volte, durante la mia indagine, sento che devo usare questo “chi sono io?” come un mantra perché la mia mente è così forte che devo ripeterlo continuamente. Va bene o non dovrei indagare in questo modo?</p>
<p>Madhukar: Va senz’altro bene, ma ciò ti può essere d’aiuto solo per un po’, poi scivolerai di nuovo nella mera ripetizione di un mantra – quel che numerosi guru consigliano di fare. Essi danno ai loro studenti un mantra da ripetere continuamente. Ciò crea un certo stato mentale, una certa armonia, ma questo stato non è il tuo vero Sé. È solo uno stato che viene e se ne andrà di nuovo. Se ti addormenti in qualsiasi tipo di stato, perdi la Verità, e per la Verità vieni al satsanga. Se tu dovessi rimanere in un certo stato per molti anni, potresti eventualmente scoprire, “Ancora non so chi sono. Ancora non so chi è.”</p>
<p>E allora avresti sprecato un sacco di tempo, e così l’indagine “chi sono io?” non è intesa a rimpiazzare pensieri spiacevoli. È un’indagine, una domanda. Se diventa solo una canzone, molto piacevole, armoniosa, raffinata, allora non sarà una domanda. Si pone una domanda per ottenere una risposta, vero? E dunque devi chiederti, “Chi sono io? Chi percepisce gli stati mentali turbati? Chi è persino in grado di ripetere questa domanda come un mantra? Chi è?” Quando cominci ad indagare, realizzi che la mente, che vuol dire l’attività mentale, il pensiero, appare e scompare continuamente. In qualche modo, la mente ruba la tua attenzione da questa indagine nel tuo vero Sé, e tu rimani di nuovo catturato continuamente da tutti i tipi di storie.</p>
<p>Queste sono principalmente storie del passato, che si riflettono sul passato, e desiderano il futuro, ma, in quell’istante, tu, chi tu sei, sei perduto. E nel perdere questo istante, rimani intrappolato in un labirinto di esperienze intellettuali e sensuali. Alcune ti hanno soddisfatto, altre ti hanno interessato, e altre ancora ti hanno eccitato, ma se sei onesto devi ammettere, “Non mi hanno dato la soddisfazione completa. Non sono totalmente pieno, non sono la pace stessa.” In casi molto rari ci si sveglia da sé. In base alla tradizione, solo un Guru può condurti fuori da questo labirinto. Ora questo Guru risiede nel tuo Cuore. Chi l’ha realizzato davvero?</p>
<p>Se non avete questa comprensione e se state cercando la libertà con ardore e sincerità, allora un Guru si manifesterà all’esterno. E quando dici che questo Guru risiede all’interno, non intendo dire che è seduto nella vostra mente. Se questo momento è perduto, la pace è perduta. Allora l’intero universo, che è fatto per soddisfarvi, per servirvi, diventa una macchina di tortura. Che peccato! Ma ora vi potete rallegrare immediatamente perché il mio messaggio è, “Voi siete la Libertà stessa.” Così, anche se la vostra immaginazione crea problemi, sofferenza, il fatto di sentirsi perduti e soli, ogni tipo di cosiddette emozioni e stati negativi, sono semplicemente immaginazione. Voi siete la Libertà stessa. Guardate, e istantaneamente si rivela.<span id="more-1279"></span></p>
<p>Così, se avete una personalità come la mia, una mente molto forte, fortemente intrappolata in attività mentali, potrebbe darsi che sia necessario indagare continuamente. Nel mio caso ce n’era bisogno. L’illuminazione è avvenuta da sé, tuttavia la mente è riapparsa. Senza la grazia del mio maestro, non sarei libero. Questa è stata la mia fortuna, pura grazia.</p>
<p>Ospite: Se sei in una situazione che tu senti ti torturerà continuamente, pensi che sarebbe meglio uscire da questa situazione o rimanere in essa giusto per vedere quel che ne vien fuori e poi bruciarla?</p>
<p>Madhukar: Chi la brucia?</p>
<p>Ospite: Se puoi passare attraverso le situazioni, te ne puoi liberare.</p>
<p>Madhukar: Sì, ma per quanti anni sei già passato attraverso situazioni? In questa vita sei già passato attraverso le tue “cose” che tu stesso sei diventato una “cosa”, ma chi sei, non lo sai. No, non consiglio di passare attraverso situazioni. Il mio consiglio è di indagare chi sei, qui e ora. Và alla tua stessa Fonte, sperimenta che non c’è affatto alcun problema, e da lì in poi, quando qualsiasi “cosa”, qualsiasi problema, appare, tu saprai che “io non sono questo”.</p>
<p>Questo è il mio consiglio. In base al tuo karma, ai tuoi vasana, le tendenze latenti del passato, “cose” potrebbero affiorare, ma tu saprai chi sei. Allora tutto brucia molto in fretta, perché tu non cerchi di estinguere il fuoco continuamente con le tue emozioni, con le tue abitudini inveterate. Non dovresti accendere la fiamma con una mano e gettare acqua su di essa con l’altra. Se fai così, rimarrai impegnato in questa vita così come lo sei stato in molte altre vite precedenti. Per migliaia di vite ti sei detto, “Lo brucerò. Guarderò dentro queste cose.” Tu ti sei già seduto negli ashram. Hai fatto ogni tipo di esercizi, meditazioni, e ripetuto mantra. Sei stato nelle scuole di filosofia, hai pulito gabinetti e scarpe, hai fatto di tutto. E così ora è tempo di afferrare questa possibilità di diventare libero.</p>
<p>Devi dire a te stesso, “In questa vita, ora, devo farcela.” Altrimenti ti ingannerai ripetutamente. Realizzare il tuo vero Sé, la Fonte, è l’essenza stessa di tutte le religioni e filosofie. È una possibilità molto specifica e rara. Ramana non disse mai, “Devi guardare nelle tue cose” e neanche Papaji lo disse, come i maestri mediocri che non sanno. Essi vogliono solo mantenerti impegnato perché questo è l’unico modo di mantenerti. E ad alcuni di voi piace rimanere impegnati. Solo un maestro mediocre ti lega alle pratiche, ti lega ad ogni tipo di attività come yoga, meditazione, o qualsiasi altra cosa, perché la trasmissione della libertà, che può essere realizzata immediatamente, non gli è disponibile. La libertà è il tuo diritto di nascita!</p>
<p>Ospite: Ora che posso essere con te ogni giorno, è facile per me chiedermi ripetutamente, “Chi sono io?” In questi giorni vivo come non ho mai vissuto prima, in una tale libertà. Mi ritrovo a fare cose che non avevo mai il coraggio di fare prima d’ora, ma quel che affiora ripetutamente quando ci sono delle forte emozioni e mi chiedo “Chi sono io?” sento il bisogno di tale attenzione, tale potere che ho il sentimento di essere tirato indietro verso questo lato “emotivo”. Mi spingo e tra questi due “lati” c’è il regno di disperazione che sono venuto a conoscere molte volte in questi ultimi mesi. Potresti dirmi qualcosa su questo, per favore?</p>
<p>Madhukar: Prima di tutto c’è un potere notevole, e così anche si pensi che devi usare e creare il potere, da dove viene questo potere? È la tua stessa fonte e così c’è un’abbondanza di potere.</p>
<p>Ospite: Ma si muove dall’altra parte!</p>
<p>Madhukar: Sì, perché è un’abitudine. Di fatto è una strada a senso unico dalla Fonte all’esperienza sensuale, e all’esperienza emotiva fuori nell’universo. Semplicemente svoltare non richiede alcun potere.</p>
<p>Ospite: E allora perché è così difficile?</p>
<p>Madhukar: Perchè hai adorato questo culto per molte vite, il “Difficile”. (Ride) È molto facile. Talvolta potrebbe esserci bisogno di uno sforzo, e altre volte, da sé, ti trovi in questa dimensione, su questo lato, o sull’altro. Questi sono semplicemente fenomeni. Devi scoprire chi è. Noi ci identifichiamo sempre con la forma esterna di una manifestazione o di uno stato emotivo, come ci sentiamo, bene o male, felici o infelici, confusi eccetera. E di nuovo ti ripeto, “Scopri chi è, assolutamente indipendentemente dal tuo stato emotivo.”</p>
<p>Certamente ti augurò felicità, di essere su quel lato dove tutto è facile, liscio, godibile, dove hai abbastanza coraggio da accettare quel che questo mondo ti offre ad ogni istante. Ma alla fine devi scoprire chi è, e questa fine è qui. Qui è dove terminano tutti gli sforzi. Tu sei fortunato; viene per stare con me. Ciò ti aiuta. Ogni giorno puoi venire a questo incontro, al satsanga, e così il giorno comincia molto bene.</p>
<p>A voi aiuta venire a stare con me. Quando capirete, anche voi, inviterete questa persona turbata nel vostro vero Sé dicendo, “Vieni, riposa con me perché io sono la Verità, l’Amore, la Pace.” Ciò non richiede sforzo; è un invito. Dovete essere anche amorevoli con queste parti dentro di voi che sono turbate poiché è semplice immaginazione. Ovviamente, la comprensione di base è che non ci sono affatto parti. C’è solo l’Essenza dell’Essere, solo la Coscienza, che vede ogni tipo di manifestazione, ogni tipo di stato, se è diretta verso i pensieri, le emozioni, nel corpo. Questa è la manifestazione “esterna”. E dunque chi è all’interno”? Chi è quì?</p>
<p>Il libro di Madhukar „<em>La via più semplice</em>” spiega, attraverso una serie di dialoghi, l’autoindagine, l’esplorazione del Niente totale, il vuoto al di là di tutti gli insegnamenti. Contiene anche un’intervista inedita con il maestro spirituale indiano Sri H.W.L. Poonja. OM edizioni Bologna, 2009,<br />
Vedi anche: <a href="http://www.madhukar.org " target="_blank">www.madhukar.org </a></p>
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		<title>Euforico nichilismo, intervista con Ramesh Balsekar</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Dec 2009 04:31:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Chris Parish</dc:creator>
				<category><![CDATA[Maestri]]></category>
		<category><![CDATA[advaita]]></category>
		<category><![CDATA[Balsekar]]></category>
		<category><![CDATA[illuminazione]]></category>

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		<description><![CDATA[Immagina, se vuoi, che un mattino ti svegli in un altro mondo. Appena ti stropicci gli occhi per abituarti alla luce splendente del sole, vedi che sotto molti aspetti non è un mondo molto diverso da questo. Sei circondato da creature che, ai tuoi occhi, appaiono identiche agli esseri umani con cui di solito condividi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Immagina, s<a title="Euforico nichilismo 1.gif" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/euforico-nichilismo-1.gif"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/euforico-nichilismo-1.gif" alt="Euforico nichilismo 1.gif" hspace="6" align="left" /></a>e vuoi, che un mattino ti svegli in un altro mondo. Appena ti stropicci gli occhi per abituarti alla luce splendente del sole, vedi che sotto molti aspetti non è un mondo molto diverso da questo. Sei circondato da creature che, ai tuoi occhi, appaiono identiche agli esseri umani con cui di solito condividi il mondo.</p>
<p>Li osservi mentre si muovono nelle loro attività giornaliere, vivono le loro vite, s’intrattengono a conversare con gli altri, prendendo le miriadi di scelte e decisioni inerenti alle richieste della vita. Il quadro sembra rassicurante, familiare e normale.</p>
<p>Ma presto scopri che in questo mondo le cose <em>non</em> sono necessariamente come appaiono. Perché questi non sono esseri umani. No, questi sono “organismi corpo/mente” che, a differenza delle loro controparti umane, non hanno la facoltà di scegliere tra più possibilità o di prendere decisioni. Infatti, questi organismi non hanno niente che assomigli lontanamente a quello che chiameremmo libero arbitrio. Le trame delle loro vite furono scritte sulla pietra, molto tempo prima che nascessero, lasciando loro solo la possibilità di compiere meccanicamente degli atti per rappresentare la loro programmazione.</p>
<p>Questi, in apparenza delle creature umane, sembrerebbe, non sono diversi dalle macchine. Mentre apparentemente sembrano comportarsi come normali individui dal pensiero libero, indaffarati nelle loro attività quotidiane, stranamente quando gli viene chiesto, sostengono che non stanno facendo proprio niente. Infatti, in questo mondo peculiare, affermano che non ci sono “coloro i quali agiscono”.</p>
<p>Per di più, nessuno in questo mondo è mai ritenuto responsabile di qualcosa. Anche quando sembra che uno di questi esseri faccia del male ad un altro, non viene percepito nessun rimorso e non viene assegnata nessuna colpa. Se ti capitasse di chiedere a uno di questi organismi corpo/mente qualcosa a proposito, la risposta sarebbe che non c’era nessuno che aveva fatto niente. <span id="more-538"></span></p>
<p>L’etica è un concetto sconosciuto da queste parti. Le leggi di natura non sembrano applicabili in questo mirabile nuovo mondo. O forse qui sono state riscritte, dal momento in cui gli esseri sembrano osservare alcune strane leggi. Ti chiedi in quale luogo della Terra potresti essere. Ma non sei sulla Terra, sei atterrato sul Pianeta Advaita.</p>
<p>Sono venuto a Bombay a intervistare Ramesh Balsekar (recentemente scomparso, n.d.r.), uno dei più conosciuti insegnanti dell’Advaita Vedanta. Vive nel cuore di questa vasta, caotica città, in un’esclusiva zona di fronte al mare, che, mi ha informato il mio tassista, è dove abitano molti vip. Il portiere della sua casa, deducendo automaticamente che come occidentale dovessi essere venuto a visitare Ramesh Balsekar, mi diresse ad un piano superiore, dove c’è la spaziosa e ben ammobiliata residenza di Balsekar. Balsekar fu un padrone di casa molto cortese, accogliendomi calorosamente, nel suo immacolato, tradizionale abbigliamento indiano. Il suo atteggiamento era raggiante e vivace, e mi è stato difficile credere che avesse ottant’anni.</p>
<p>Ramesh Balsekar proviene da un ambiente insolito per un guru indiano. Istruito in occidente, ebbe una carriera di successo come dirigente e andò in pensione dalla sua carica di presidente della Banca dell’India all’età di sessant’anni. E mentre afferma di essere sempre stato incline a credere nel destino, fu solo dopo il suo ritiro dal lavoro che iniziò la sua ricerca spirituale, una ricerca che lo condusse velocemente dal suo guru – il rinomato maestro di Advaita Vedanta Sri Nisargadatta Maharaj.</p>
<p>Nisargadatta era un’insegnante impetuoso che divenne famoso in Occidente negli anni ’70 quando fu pubblicata una traduzione inglese dei suoi dialoghi intitolata <em>I Am That (Io sono quello</em>, Astrolabio, Milano, 2001) – un libro che è diventato un classico spirituale moderno. Entro meno di un anno dall’incontro con Nisargadatta, accadde improvvisamente a Balsekar quello che lui ha definito <em>“la comprensione finale”</em> –<em> l’illuminazione</em> – mentre stava traducendo per conto del suo guru.</p>
<p>Secondo il racconto di Balsekar, Nisargadatta lo autorizzò ad insegnare appena prima di morire, e da allora, ha costantemente condiviso il suo messaggio come successore di questo maestro molto rispettato. Balsekar ha pubblicato molti libri dei suoi insegnamenti ed ha insegnato in Europa, negli Stati Uniti e in India. Tiene <em>satsang</em> [udienze con un maestro spirituale] ogni mattina nel suo appartamento, e un flusso costante di ricercatori quasi esclusivamente occidentali va a Bombay per vederlo.</p>
<p>All’inizio volevamo intervistare Balsekar, sia perché è un popolare e influente insegnante Advaita – adesso ha autorizzato dei suoi studenti all‘insegnamento – e sia perché è considerato, da molti, il successore di uno dei più riconosciuti insegnanti Advaita dell’era moderna. Nello studiare gli scritti di Balsekar, abbiamo presto realizzato che stava insegnando una forma dell’Advaita insolita e possibilmente eccentrica che induceva, francamente, a nostro parere, a conclusioni opinabili e perfino disturbanti.</p>
<p>Sebbene il pensiero indiano sia stato a lungo criticato per le sue inclinazioni deterministiche, sembrava che Balsekar avesse portato questo fatalismo a un estremo senza precedenti. Fu sia un desiderio di esplorare questi spazi inquietanti, sia di proseguire con il nostro interesse soprattutto per gli insegnamenti Advaita, che alla fine mi portò a Bombay a parlare con lui. E mentre arrivai immaginandomi un incontro impegnativo, guardando a posteriori, mi è chiaro che, mentre ci fu offerto il caffè e ci sistemammo comodamente nel suo soggiorno, non avrei avuto nessuna possibilità di prepararmi al dialogo che stava iniziando.</p>
<p>Chris Parish: Sei sempre più noto come insegnante dell&#8217;Advaita Vedanta sia in India sia in Occidente. Puoi descriverci cosa insegni?</p>
<p>Ramesh Balsekar: Posso davvero dirlo con una sola frase. La frase su cui si basa il mio intero insegnamento è: “Sia fatta la tua volontà”. O come lo dicono i Musulmani, <em>Inshallah</em> –“Il volere di Dio.” O nelle parole di Buddha: “Gli eventi accadono, le azioni sono compiute, non c’è alcun individuo che agisce”. Vedi, il conflitto di base nella vita è: “Faccio sempre tutto nel modo giusto quindi mi aspetto la mia ricompensa; egli o ella fanno sempre qualcosa di sbagliato e quindi dovrebbero essere puniti”. Questa è la vita, non è cosi?</p>
<p>Chris Parish: Certamente, accade spesso.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Questa è la base di ciò che ho osservato. L’intero problema sorge perché qualcuno dice: “<em>Io</em> ho fatto qualcosa e <em>mi </em>merito una ricompensa, o <em>egli</em> ha fatto qualcosa e perciò <em>lo </em>voglio punire per quello che ha fatto”.</p>
<p>Chris Parish: Come conduci le persone a questo – che “non c’è colui che agisce”?</p>
<p>Ramesh Balsekar: È molto semplice. Se analizzi ciascuna azione che consideri la <em>tua</em> azione, scoprirai che è una reazione del cervello ad un evento esterno sul quale non hai alcun controllo. Un pensiero arriva – non hai controllo sul pensiero in arrivo. Qualcosa viene visto e udito – non hai controllo su ciò che vedrai e udrai in seguito. Tutti questi eventi accadono senza il tuo controllo. E poi che succede? Il cervello reagisce al pensiero o alla cosa vista, udita, gustata, odorata, o toccata. La reazione del cervello è ciò che chiami “la tua azione”. Ma, di fatto, è solamente un concetto.</p>
<p>Chris Parish: Qual è la differenza, quindi, fra i pensieri, le sensazioni e le azioni di una persona illuminata e di una non illuminata?</p>
<p>Ramesh Balsekar: Succede la stessa cosa. La sola differenza è che il saggio capisce che quello è ciò che sta accadendo. Perciò sa che non c’è niente che <em>egli</em> stia facendo – <em>semplicemente le cose accadono</em>. Il saggio sa che “io non sto facendo niente”. Ma l’uomo comune dice: “Io faccio delle cose e loro fanno delle cose. Perciò voglio la mia ricompensa e voglio che loro siano puniti”. La ricompensa o la punizione derivano dal fatto che io, lui, o lei facciamo delle cose.</p>
<p>Chris Parish: Posso capire attraverso la mia esperienza che non abbiamo controllo sui pensieri e le emozioni che affiorano. Ma qualche volta un’azione segue e talaltra no, e mi sembra che c’è una grande differenza tra quando un pensiero si manifesta solamente e quando viene intrapresa un’azione che coinvolge un’altra persona.</p>
<p><a title="Euforico nichilismo 2.gif" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/euforico-nichilismo-2.gif"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/euforico-nichilismo-2.gif" alt="Euforico nichilismo 2.gif" hspace="6" align="right" /></a>Ramesh Balsekar: L’azione che accade è il risultato della reazione del cervello al pensiero. Se si è soltanto testimoni del pensiero e il cervello non reagisce a quel pensiero, allora non c’è azione.</p>
<p>Chris Parish: Ma, se come tu dici, non c’è nessuno che decide come rispondere, chi è che causa il manifestarsi o meno di un’azione?</p>
<p>Ramesh Balsekar: Un’azione accade se è nel volere di Dio che accada. Se non è nel suo volere, non accade.</p>
<p>Chris Parish: Vuoi dire che ogni azione che si manifesta è per il volere di Dio?</p>
<p>Ramesh Balsekar: Sì – è il volere di Dio.</p>
<p>Chris Parish: Che agisce attraverso una persona?</p>
<p>Ramesh Balsekar: Sì, attraverso una persona.</p>
<p>Chris Parish: Sia che questa persona sia illuminata oppure no? Attraverso ognuno, in altre parole?</p>
<p>Ramesh Balsekar: Esatto. La sola differenza, come ho detto, è che l’uomo comune pensa: “ È la <em>mia</em> azione”, laddove il saggio sa che è l’azione di <em>nessuno</em>. Il saggio sa che “le azioni sono compiute, gli eventi accadono, ma non c’è un colui individuale che agisce”. Per quanto mi riguarda questa è l’<em>unica</em> differenza. La<em> sola </em>differenza tra un saggio e una persona comune è che la persona comune crede che ogni individuo <em>fa</em> ciò che accade attraverso quell’organismo del corpo/mente. Così dal momento che il saggio sa che non esiste azione che <em>egli</em> compia, se si produce un’azione che ferisce qualcuno, farà tutto ciò che gli è possibile per aiutare quella persona – ma non ci sarà nessun senso di colpa.</p>
<p>Chris Parish: Vuoi dire che se un individuo agisce in modo da ferirne un altro, la persona che l’ha compiuto, o, come dici, l’”organismo corpo/mente” che l’ha agito, non è responsabile?</p>
<p>Ramesh Balsekar: Quello che sto dicendo è che sai che: ”io” non l’ho fatto. Non dico che non sei dispiaciuto di aver ferito qualcuno. Il fatto che qualcuno è stato ferito indurrà un sentimento di compassione e il sentimento di compassione risulterà nel mio tentativo di fare il possibile per lenire la ferita. Ma non ci sarà senso di colpa: <em>io non l’ho fatto!</em> L’altra faccia della medaglia è che accade un’azione lodata dalla società che mi premia per questo. Non dico che non ci sarà felicità causata dalla ricompensa. Così come la compassione si è manifestata a causa della ferita, un sentimento di soddisfazione o felicità può sorgere a causa di una ricompensa. Però, non ci sarà orgoglio.</p>
<p>Chris Parish: Ma intendi letteralmente dire che se io vado a colpire qualcuno, non sono io a farlo? Voglio semplicemente essere chiaro a questo proposito.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Il fatto iniziale, il concetto originario, rimane ancora: tu hai colpito qualcuno. Sorge il concetto aggiuntivo che qualsiasi cosa accada è il volere di Dio, e la volontà di Dio relativa ad ogni organismo corpo/mente è il <em>destino</em> di quell’organismo corpo/mente.</p>
<p>Chris Parish: Quindi potrei soltanto dire: “Beh, ho agito per volontà di Dio, non è colpa mia”.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Certo. Un atto accade perché è nel destino di quest’organismo corpo/mente, e perché è il volere di Dio. E le <em>conseguenze</em> di quell’azione sono<em> anch’esse</em> il destino di quell’organismo corpo/mente. Se accade una buona azione, quello è il destino. Per esempio, prendiamo Madre Teresa. L’organismo corpo/mente conosciuto come Madre Teresa era stato così programmato affinché accadessero solo buone azioni. Quindi il manifestarsi di buone azioni era il destino dell’organismo corpo/mente chiamato Madre Teresa e le conseguenze furono un premio Nobel, ricompense, onorificenze e donazioni per le varie cause.</p>
<p>Tutto questo era il destino di quell’organismo corpo/mente chiamato Madre Teresa. Dall’altro lato c’è un organismo psicopatico che è programmato in modo tale &#8211; dalla stessa Sorgente – che accadano solo azioni cattive o perverse. La manifestazione di queste cattive azioni perverse è il destino di un organismo corpo/mente che la società chiama psicopatico. Ma lo psicopatico non ha <em>scelto</em> di essere tale. Infatti,<em> non c’è uno psicopatico</em>; c’è solo un organismo corpo/mente psicopatico, il cui destino è produrre azioni cattive e perverse. E anche le conseguenze di tali azioni sono il destino di quell’organismo corpo/mente.</p>
<p>Chris Parish: Ritieni che tutto sia predestinato? Che tutto sia programmato dalla nascita?</p>
<p>Ramesh Balsekar: Sì. Uso la parola “programmare” in riferimento alle caratteristiche inerenti all’organismo corpo/mente. La “programmazione” per me significa i geni più i condizionamenti ambientali. Non hai potuto scegliere i tuoi genitori, perciò non hai avuto scelta per quanto riguarda i tuoi geni. Allo stesso modo, non hai avuto voce in capitolo riguardo all’ambiente di nascita. Perciò non hai avuto scelta riguardo i condizionamenti dell’infanzia che hai ricevuto in quell’ambiente, che include i condizionamenti a casa, nella società, a scuola e in chiesa.</p>
<p>Gli psicologi affermano che la somma dei condizionamenti ricevuti entro i tre, quattro anni d’età è il condizionamento di base. Ci saranno condizionamenti ulteriori, ma il condizionamento di base che crea la personalità è la somma dei geni più il condizionamento ambientale. La chiamo programmazione. Ogni organismo corpo/mente è programmato in un modo unico. Non ci sono due organismi corpo/mente uguali.</p>
<p>Chris Parish: Sì, ma non è forse vero che due persone possono avere un assortimento di condizionamenti simile eppure essere completamente diverse l’una dall’altra?</p>
<p>Ramesh Balsekar: Certo. Per questo motivo uso due termini: uno è la <em>programmazione</em> dell’organismo corpo/mente stesso; l’altro è il <em>destino</em>. Il destino è il volere di Dio riguardo a quell’organismo corpo/mente, impresso al momento del concepimento. Il destino di un concepito può essere di non nascere affatto – nel qual caso sarà abortito. Tutto questo è un concetto, non ti sbagliare. Questo è il mio concetto.</p>
<p><a title="Euforico nichilismo. Ramesh" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/ramesh-balsekar.jpg"></a></p>
<p style="text-align: center"><a title="Euforico nichilismo. Ramesh" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/ramesh-balsekar.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/ramesh-balsekar.jpg" alt="Euforico nichilismo. Ramesh" /></a></p>
<p>Chris Parish: Affermi che questo è un concetto e, di sicuro tutte le parole sono concetti, ma come facciamo a sapere che questo concetto rappresenta la verità? Tendo a pensare che ognuno abbia delle responsabilità individuali e che, sebbene ci sia una certa quantità di condizionamenti che ereditiamo, possiamo tuttavia scegliere la risposta. Un individuo può trascendere gli aspetti del suo condizionamento, mentre un altro può rimanerci bloccato tutta la vita. Dal momento che questo accade, direi che è dovuto alla volontà dell’individuo di trascendere i condizionamenti, e di aver successo.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Ma se questo accade può accadere se non è nella volontà di Dio? Supponiamo che ci siano due persone: una cerca di superare i suoi limiti e ce la fa; l’altra non ce la fa. Quello che intendo è: sia colui che ha successo, sia colui che fallisce lo fa perché quello è il destino del suo organismo corpo/mente – che è la volontà di Dio.</p>
<p>Chris Parish: Ma non potremmo più semplicemente dire che è nella volontà di Dio dare ad ogni individuo la libera scelta di prendere le sue decisioni?</p>
<p>Ramesh Balsekar: No. Vedi, la mia domanda è: quale delle due volontà prevale? Quella dell’individuo o quella di Dio? Secondo la tua esperienza fino a che punto il tuo libero arbitrio ha prevalso?</p>
<p>Chris Parish: Penso che, a volte, la volontà dell’individuo possa certamente prevalere.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Nei confronti della volontà di Dio? Quando vuoi qualcosa e ti dai da fare per averlo e lo ottieni, lo ottieni perché la tua volontà <em>coincide</em> con quella di Dio.</p>
<p>Chris Parish: Prendiamo l’esempio di un individuo che diventa un tossicodipendente e rimane tale tutta la vita. Uno, può altrettanto facilmente argomentare, che ha fatto questa scelta per andare contro la volontà di Dio e ha avuto successo – precisamente perché c’è il libero arbitrio.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Ma sia che tu lo accetti o no<em> di per sé</em> è la volontà di Dio, non lo vedi? Che tu accetti la volontà di Dio o che tu non accetti la volontà di Dio, è<em> la stessa</em> volontà di Dio!</p>
<p>Chris Parish: Affermare che tutto è programmato anticipatamente, che tutto è destino, che non c’è libera scelta, sembra una forma molto estrema di riduzionismo. Secondo questa visione gli esseri umani sono come computer; tutto ciò che ci riguarda è completamente predisposto.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Sì, precisamente.</p>
<p>Chris Parish: Ma questa mi sembra una visione senza cuore. Allora siamo soltanto delle macchine – tutto ci accade. Non c’è niente che possiamo agire, niente che possiamo cambiare.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Sì, esattamente.</p>
<p>Chris Parish: Ma questo potrebbe facilmente condurre ad una profonda indifferenza verso la vita.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Sì, e se accadesse, allora sarebbe ottimo!</p>
<p>Chris Parish: <em>Davvero?</em></p>
<p>Ramesh Balsekar: Ma questo è il punto! Certo. Poi puoi dire che qualsiasi cosa accada viene <em>accettata</em>. Allora non c’è infelicità; non c’è miseria, non c’è colpa, orgoglio, odio, invidia. Che c’è di sbagliato in questo? E come già ti ho detto, le azioni accadono attraverso questo organismo corpo/mente, e se questo individuo scopre che un atto ha ferito qualcuno, nasce la compassione.</p>
<p>Chris Parish: Ma non appare un po’ strano prima ferire qualcuno e poi provare compassione? Non sarebbe meglio, in primo luogo, non ferirlo?</p>
<p>Ramesh Balsekar: Ma non è sotto il tuo controllo! Se lo fosse stato, in primo luogo non lo avresti mai fatto.</p>
<p>Chris Parish: Ma se uno crede di poter esercitare il controllo opponendosi alla credenza che afferma il contrario, potrebbe scegliere di non farlo.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Allora perché l’essere umano non esercita il controlla su ogni azione che si manifesta? Lascia che ti faccia una domanda. È evidente che l’essere umano possegga un intelletto straordinario, un intelletto tale che un piccolo essere umano è stato capace di spedire un uomo sulla luna.</p>
<p>Chris Parish: Sì, è vero.</p>
<p>Ramesh Balsekar: E ha anche l’intelletto per comprendere che se fa certe cose, altre cose terribili accadranno. <em>Ha </em>l’intelletto per sapere che se produce armamenti nucleari o armi chimiche, poi saranno usate e succederanno cose terribili nel mondo. Ha l’intelletto – dunque se possiede il libero arbitrio, allora perché lo fa? Se possiede il libero arbitrio, perché ha ridotto il mondo in queste condizioni?</p>
<p>Chris Parish: Ammetto che la situazione che descrivi è ovviamente malsana. Ma suggerirei che dipenda dal fatto che le persone hanno una volontà debole. E credo che possano cambiare se lo vogliono – se ci tengono.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Allora perché non l’hanno fatto?</p>
<p>Chris Parish: Alcune persone cambiano, ma, come ho detto, sfortunatamente sembra che i più abbiano una volontà debole. Il libero arbitrio da solo non ci assicura che agiremo con intelligenza. Come nell’esempio che hai appena portato, è chiaro che la gente spesso scelga di fare delle cose abbastanza dannose.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Se dici che abbiamo il libero arbitrio di distruggere il mondo, significa, in altre parole, che stiamo distruggendo il mondo perché lo <em>vogliamo</em> – sapendo benissimo che il mondo sarà distrutto! Il libero arbitrio significa che <em>vuoi</em> farlo.</p>
<p>Chris Parish: Penso che il problema stia più nel fatto che le persone, di solito, non si assumano le conseguenze delle loro azioni. Spesso pensano solo a loro stesse, senza considerare dove possano condurre le loro azioni.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Ma l’essere umano è straordinariamente intelligente. Perché <em>non</em> pensa nei modi che tu proponi? La mia risposta è – perché non è previsto che lo faccia.</p>
<p>Chris Parish: Quando dici “non è previsto”, che significa?</p>
<p>Ramesh Balsekar: Non è nella volontà di Dio che gli esseri umani pensino in questi termini. Non è nella volontà di Dio che gli esseri umani siano perfetti. La differenza tra il saggio e la persona comune è che il saggio accetta<em> che sia</em> come Dio vuole, ma – e questo è importante – che ciò non gli impedisca di<em> fare quello che crede che debba essere fatto</em>. E quello che ritiene di dover fare è basato sulla programmazione.</p>
<p>Chris Parish: Ma perché il saggio ”farebbe quello che crede debba essere fatto” se, come hai già spiegato, sa che, in primo luogo, non è lui a pensare?</p>
<p>Ramesh Balsekar: Vuoi dire, come accade l’azione? La risposta è che l’energia all’interno dell’organismo corpo/ mente compie l’azione secondo la programmazione.</p>
<p>Chris Parish: Quindi l’azione, come tu la descrivi, si manifesta solo <em>attraverso</em> la persona.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Sì, fluisce. L’azione accade. Pertanto, questo è il punto di ciò che dico – tornando indietro, di nuovo, alle parole del Buddha: “Gli eventi accadono, le azioni sono compiute”.</p>
<p>Chris Parish: Da quello che conosco sul pensiero del Buddha, anch’egli sentiva fortemente che gli individui erano personalmente responsabili delle loro azioni. Non è questa la base del suo intero insegnamento sul karma, sulla causa ed effetto?</p>
<p>Ramesh Balsekar: Non il Buddha!</p>
<p align="center"><a title="Euforico nichilismo 4.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/euforico-nichilismo-4.jpg"></a></p>
<p style="text-align: center"><a title="Euforico nichilismo 4.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/euforico-nichilismo-4.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/euforico-nichilismo-4.jpg" alt="Euforico nichilismo 4.jpg" /></a></p>
<p>Chris Parish: È la mia impressione che Buddha insegnò un bel po’ la “retta azione”. Sembrava che gli stesse molto a cuore quello che la gente faceva, e poneva molta enfasi sulle persone che s’impegnano in modo appropriato per cambiare se stesse.</p>
<p>Ramesh Balsekar: <em>Questa è un’interpretazione successiva </em>del Buddismo. Le parole del Buddha sono molto chiare. Chi ha il controllo di ciò che accade? Dio ha il controllo! Questa è la base di <em>tutte</em> le religioni, come abbiamo visto. E perché ci sono delle guerre religiose se questa è la base di tutte le religioni? Sono coloro che interpretano, la causa di queste guerre! E, ancora, come potrebbe succedere se non fosse nella volontà di Dio?</p>
<p>Chris Parish: È chiaro che tu creda che tutto quello che facciamo, lo facciamo a causa della volontà di Dio. Mi sembra, però, che questo abbia un senso soltanto nel caso di un individuo che sia giunto alla fine del suo cammino spirituale – che abbia concluso con l’ego – perché le azioni di questa persona non sono al servizio di se stessa, e quindi, non ci sarebbe nessuna <em>deformazione</em> della volontà di Dio.</p>
<p>Ma fino a quel punto, se un individuo agisce male verso un altro, potrebbe essere solo una reazione compulsiva perché si sente egoista. Se quella fosse la causa, allora ciò che dici potrebbe effettivamente essere usato come una giustificazione per un comportamento spiacevole o aggressivo. Potrebbero semplicemente dire: “Tutto è volontà di Dio. Non ha importanza!”</p>
<p>Ramesh Balsekar: Lo so, ma quella è la<em> verità</em>. La tua vera domanda è: “Perché Dio ha creato il mondo in questo modo?”. Vedi, però, un essere umano è solo un<em> oggetto creato</em> che è parte della totalità della manifestazione che è stata generata dalla Sorgente. Così la mia risposta è: “Un oggetto creato non può in alcun modo conoscere il suo creatore!”. Lascia che ti porti una metafora. Immaginiamo che dipingi un quadro, e in quel quadro dipingi una figura. Poi quella figura vuole conoscere, numero uno, perché tu, quale pittore, hai dipinto quel particolare quadro, e, numero due, perché hai fatto la figura così brutta! Vedi, come può un oggetto creato arrivare mai, in alcun modo, a conoscere la volontà del suo creatore? Comunque il mio punto di vista è che questo non t’impedisce di fare ciò che pensi vada fatto! Accettando che niente accada senza la volontà di Dio non impedisce a nessuno di fare ciò che crede vada fatto. <em>Puoi </em>fare altrimenti?</p>
<p>Chris Parish: Ma basandomi su questa linea di ragionamento, come ho già detto, penserei che sarebbe piuttosto facile concludere: “D’accordo è tutto nella volontà di Dio; non ha importanza quello che accade”. E poi semplicemente lasciar perdere tutto quanto.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Vuoi dire: “Allora perché non stare a letto tutto il giorno”?</p>
<p>Chris Parish: Appunto, perché continuare a fare degli sforzi?</p>
<p>Ramesh Balsekar: La risposta è che l’energia all’interno di questo organismo corpo/mente non permetterà a questo organismo corpo/mente di rimanere inattivo neanche per un momento. L’energia continuerà a produrre qualche azione, fisica o mentale, ogni attimo, secondo la programmazione dell’organismo corpo/mente e il destino dell’organismo corpo/mente, <em>che è la volontà di Dio</em>. Ma questo non t’impedisce, pensando ancora di essere un individuo, di fare ciò che credi vada fatto. Per cui quello che dico, di fatto, è: “Ciò che tu pensi che dovresti fare in ogni situazione, in quel particolare momento, è precisamente ciò che Dio <em>vuole </em>che tu pensi vada fatto! In definitiva l’accettare la volontà di Dio non t’impedisce di fare ciò che pensi vada fatto. Vedi? Infatti, <em>non puoi fare a meno di farlo!</em></p>
<p>Chris Parish: Ho letto qualcosa su un opuscolo scritto da numerosi tuoi studenti che sembra rilevante a questo proposito. Dice: “Quello che ti piace può essere solo ciò che Dio vuole che ti piaccia. Niente può accadere senza la Sua volontà”. L’opuscolo aggiunge anche: “Non sentirti in colpa neanche se accade un adulterio. Tu, la Sorgente, sei sempre puro”.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Questo l’ha detto Ramana Maharshi.</p>
<p>Chris Parish: La Sorgente può essere sempre pura, ma, di nuovo, mi sembra che questo potrebbe essere facilmente preso come il permesso di agire senza coscienza. Potresti dire: “Non ha importanza se commetto un adulterio, non ha importanza se faccio del male ai miei amici, perché quell’azione semplicemente <em>accade</em>”. Può essere facilmente preso come il permesso di agire secondo il desiderio, solo perché mi succede di avere quel desiderio.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Ma non è proprio quello che accade?</p>
<p>Chris Parish: Accade, certamente, ma…</p>
<p>Ramesh Balsekar: Vuoi dire che succederebbe<em> più di frequente</em>?</p>
<p>Chris Parish: Potrebbe, con facilità, succedere più spesso. Potrei dire: “Ecco, non ha importanza quel che faccio adesso. Non devo far caso a frenarmi se sento un desiderio”. Ti è chiaro quel che intendo?</p>
<p>Ramesh Balsekar: La domanda comunemente formulata è: “Se in realtà io non faccio niente, che cosa mi impedisce di prendere una mitragliatrice e andare fuori ad uccidere venti persone?”. Questo è ciò che intendi chiedere, non è così?</p>
<p>Chris Parish: Beh, questo è un esempio estremo</p>
<p>Ramesh Balsekar: Sì, prendiamo un esempio estremo!</p>
<p>Chris Parish: Ma io credo sia più interessante prendere in considerazione l’esempio dell’adulterio, perché molte persone non farebbero davvero un gesto così estremo come mitragliare delle altre.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Va bene. È la stessa cosa quando parliamo del commettere adulterio. Ho letto che gli psicologi e i biologi, basandosi sulle loro ricerche, sono giunti alla conclusione che se inganni tua moglie, non dovresti fartene una colpa. Sempre di più gli scienziati stanno arrivando alla conclusione che i mistici hanno sempre sostenuto – che qualsiasi azione accada sia rintracciabile nella programmazione.</p>
<p><a title="Euforico nichilismo 5.gif" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/euforico-nichilismo-5.gif"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/euforico-nichilismo-5.gif" alt="Euforico nichilismo 5.gif" hspace="6" align="left" /></a></p>
<p>Chris Parish: Mi rendo conto che in alcuni casi questo potrebbe essere vero, ma diciamo, per esempio, che ho l’urgenza di commettere un adulterio. Potrei dire: “Deve essere nella volontà di Dio che accada, quindi lo farò”. Oppure, potrei trattenermi e non causare un bel po’ di sofferenza ai miei amici. Non sarebbe meglio se mi trattenessi?</p>
<p>Ramesh Balsekar: Allora, chi è che ti impedisce di trattenerti? Fai quello che ti pare! Che cosa t’impedisce di trattenerti? Trattieniti!</p>
<p>Chris Parish: Il mio punto di vista è che è meglio fare così!</p>
<p>Ramesh Balsekar: Anche il mio.</p>
<p>Chris Parish: Ma secondo la tua visione, potrei altrettanto facilmente dire: “Se sento un desiderio è in virtù del volere di Dio”. E poi <em>non </em>trattenermi.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Affermi che sai che dovresti trattenerti – allora perché non ti trattieni? Se un organismo corpo/mente è programmato per non ingannare la moglie, qualsiasi cosa dicano gli altri non lo farà. Se sei programmato per non alzare una mano su nessuno, cominceresti ad uccidere le persone? Ora, se ci fosse una legge che ti permettesse di picchiare tua moglie senza correre alcun rischio, cominceresti a picchiare tua moglie? No, senza che l’organismo corpo/mente sia programmato per farlo, e se è programmato per farlo, succederebbe in ogni caso. Così come ho detto, accettare la volontà di Dio non t’impedirà di fare qualsiasi cosa pensi che vada fatta. Falla! Fai esattamente quello che pensi che debba essere fatto!</p>
<p>Chris Parish: Alla fine, tuttavia, come possiamo dire che <em>sappiamo</em> che si tratta del destino o della volontà di Dio? Tutto quello che sappiamo è che certi eventi si manifestano. In seguito, possiamo rivedere ciò che abbiamo fatto e ammettere: “È successo, semplicemente”. E se ci piace possiamo chiamarlo destino. Ma non è più accurato dire che in realtà non sappiamo se si tratti del destino oppure no? Dire che non lo sappiamo è diverso dal dire che: “Sappiamo che è il volere di Dio”. È diverso dal dire che sappiamo che tutto è già predestinato. Vedi, mi sembra che tu voglia affermare che<em> sai</em> che tutto è nella volontà di Dio.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Non lo sappiamo, e questo è il dato di fatto; così se preferisci, puoi abbandonare il concetto di destino e dire che nessuno, in realtà sa niente su nulla. Bene. Non c’è bisogno del concetto di destino. Dopotutto, se accetti che qualsiasi cosa accada non sia nelle tue mani, poi chi rimane a preoccuparsi del destino?</p>
<p>Chris Parish: Dal momento che molti ricercatori spirituali vengono da te per ricevere consiglio sul cammino spirituale, vorrei chiederti, quale valore vedi, se ce n’è, nella pratica spirituale come strumento verso l’illuminazione?</p>
<p>Ramesh Balsekar: Se la<em> sadhana</em> [la pratica spirituale] è necessaria, un organismo corpo/mente è programmato per fare <em>sadhana.</em></p>
<p>Chris Parish: In altre parole se deve accadere accade?</p>
<p>Ramesh Balsekar: Giusto. Le persone talvolta mi chiedono: “Se niente è nella mie mani (se non posso intervenire su niente), dovrei meditare oppure non dovrei?”. La mia risposta è molto semplice. Se ti piace meditare, medita; se non ti piace, non forzarti a farlo.</p>
<p>Chris Parish: La ricerca spirituale, allora, è un ostacolo all’illuminazione?</p>
<p>Ramesh Balsekar: Sì, ricercare è il più grande ostacolo a causa della presenza del ricercatore. Il ricercatore è l’ostacolo – non il ricercare; il ricercare accade da solo. Il ricercare accade perché l’organismo corpo/mente è programmato per ricercare. Così se il ricercare l’illuminazione accade, allora l’organismo corpo/mente è stato programmato per ricercare. L’ostacolo è il ricercatore che dice: “Voglio l’illuminazione”.</p>
<p>Chris Parish: Allora perché tanti saggi hanno parlato dell’importanza del ricercare? Ramana Maharshi ha detto che il ricercatore deve volere l’illuminazione così intensamente come un uomo che sta annegando vuole l’aria – con tale livello di concentrazione e sincerità.</p>
<p>Ramesh Balsekar: Certo. Quello che vuole dire, quindi, è che ci debba essere quel tipo d’intensità nel ricercare. Ma ha anche detto: “Se vuoi fare uno sforzo, devi fare uno sforzo; ma se è destino che lo sforzo non debba essere fatto, lo sforzo non sarà fatto”. Ramana ha detto questo. Così, vedi, se uno ricerca o non ricerca non è sotto il suo controllo. Se la ricerca di Dio o la ricerca del denaro accade, non è né un tuo merito né una tua colpa.</p>
<p>Chris Parish: In uno dei tuoi libri hai scritto che uno ha raggiunto una certa profondità di comprensione quando può dire: “Non m’importa se l’illuminazione accade o non accade a questo organismo corpo/mente”.</p>
<p>Ramesh Balsekar: È vero. Quando raggiunge quello stadio, allora significa che il ricercatore non c’è più. È estremamente vicino all’illuminazione perché se non c’è nessuno ad interessarsene, allora non c’è più nessun ricercatore.</p>
<p>Chris Parish: Ma il risultato non potrebbe essere soltanto un’indifferenza straordinariamente profonda – che <em>non</em> è l’illuminazione?</p>
<p>Ramesh Balsekar: Quello potrebbe condurre all’illuminazione!</p>
<p>Chris Parish: Ho ancora una domanda. Spesso affermi che dovremmo “solo accettare ciò che è”</p>
<p>Ramesh Balsekar: Sì, se ti è possibile farlo – e questo non è sotto il tuo controllo!</p>
<p><a title="Euforico nichilismo 6.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/euforico-nichilismo-6.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/euforico-nichilismo-6.jpg" alt="Euforico nichilismo 6.jpg" /></a></p>
<p><strong>Epilogo</strong></p>
<p>Mentre passai barcollando accanto al portiere e uscii nelle strade affollate di Bombay la mia mente vacillava. Come poteva essere, mi chiesi mentre mi facevo largo tra la folla, che un uomo intelligente ed educato come Ramesh Balsekar potesse veramente credere che ogni cosa è predestinata, che prima di essere nati, il nostro destino è già inciso in una sorta di granito etereo? Poteva essere veramente serio nella sua insistenza che la nostra intera vita, con il suo apparente flusso senza fine di scelte e decisioni, di precarie opportunità per sistemarne il corso per il meglio o per il peggio, sia veramente, dal primo respiro, un destino? Mentre traversavo il marciapiede alla ricerca di un caffè nel quale trovare ristoro dal caos, i difficili passaggi del nostro breve dialogo mi vorticavano in testa.</p>
<p>Si, “Così sia” è l’essenza della maggior parte delle religioni, pensavo tra me e me, ma per i più grandi mistici e saggi che avevano fatto queste affermazioni nella storia, l’arrendersi alla volontà di Dio ha significato molto di più del semplice accettare che non c’è nulla che si possa fare per influenzare le circostanze della vita. Certamente quello che tradizionalmente è stato riportato come “volontà di Dio” è quello che uno scopre quando ha completamente abbandonato l’ego, quando tutte le motivazioni egoistiche sono state bruciate, lasciandolo completamente arreso ad eseguire la volontà di Dio, qualsiasi essa sia!</p>
<p>Per un Gesù, o un Ramakrishna o un Ramana Maharshi dire che si era arreso alla volontà di Dio era un fatto. Ma dire che questo sia vero per tutti sembrava riflettere, al momento, una forma pericolosa e particolare di pazzia e di un tipo che poteva essere usato per giustificare le più estreme forme di comportamento. L’affermazione di Balsekar “Quello che pensi di dover fare in ogni situazione… è precisamente ciò che Dio <em>vuole</em> che tu pensi che debba essere fatto” significa che per lui il Buddha illuminato non sta facendo in misura maggiore la volontà di Dio, di un serial killer che sta attaccando la sua prossima vittima.</p>
<p>Ero venuto all’intervista aspettandomi qualche disaccordo, ma in qualche modo perfino i libri di Balsekar sui quali tutte queste idee sono ripetutamente e chiaramente espresse, non mi avevano preparato all’incontro con l’uomo stesso. Come gli erano venute queste idee? Mi chiedevo. E perché?</p>
<p>I miei pensieri giravano e rigiravano, richiamando ogni fatto della sua rabbrividente affermazione che perfino quando facciamo del male a qualcuno, non abbiamo bisogno di sentirci in colpa, perché non siamo responsabili delle nostre azioni &#8211; “che perfino Hitler fu un mero strumento attraverso cui gli orribili eventi che dovettero accadere accaddero” &#8211; alla sua dichiarazione, che andava oltre il buon senso, che non abbiamo il potere di controllare il nostro comportamento o perfino di influenzare quello degli altri. E tutto ciò nel contesto della sua descrizione fantascientifica di tutti noi come degli “organismi corpo/mente” che recitano la loro ”programmazione”.</p>
<p>Improvvisamente la benvenuta vista di un the shop apparve tra lo smog, e mentre mi facevo largo per entrare, provai sollievo nel trovare quel tipo di oasi quieta nella quale avevo sperato. Fu lì, a uno dei molti tavolini vuoti, mentre il primo sorso di tè al latte dal sapore dolce e vellutato scivolava tra le mie labbra, che, in un flash, mi colpì. Non stavo bevendo quel tè! Non ero seduto a quella tavola! Infatti, non ero quello che era entrato nel the-shop. E non ero quello che si era appena tormentato per un’ora discutendo con un uomo che in quel momento cominciava ad assomigliare ad un individuo sano. Infatti, non avevo fatto nulla. Era come se un peso che avevo portato per tutta la vita si fosse sollevato improvvisamente nel cielo grazie ad un pallone (ad aria calda), spedito lontano, per non ritornare più.</p>
<p>Tutti quegli anni avevo combattuto per diventare un essere umano migliore, più onesto e generoso – tutto quello sforzo che avevo fatto per rinunciare alle mie inclinazioni di superiorità, egoismo e aggressività – sono stati tutti una folle impresa, tutti stupidamente e senza necessità basati sull’idea importante che avevo un qualche controllo sul mio destino, e la meschina presunzione che quello che facevo importasse agli “altri”. Come avevo potuto essere così fuori strada?</p>
<p>Ma aspetta, non ero io neppure colui che fu condotto fuori strada! Come se si separassero le nuvole, all’improvviso ora vedo chiaramente, che quello che avevo pensato come “la mia vita” era stato solo un processo meccanico. La persona che pensavo di essere era solo una macchina. Ed il mondo nel quale pensavo di vivere non era, come avevo dedotto, un mondo di complessità umana, ma uno di meccanicistica semplicità, di ordine perfetto, un matematico svolgersi di programmi in movimento dall’inizio del tempo.</p>
<p>Come la clinica perfezione del piano scientifico di Dio iniziò ad aprirsi davanti a me, l’estatico trillo della libertà assoluta – dalla preoccupazione, dall’occuparsi, dall’obbligo, dalla colpa – iniziò a correre attraverso le mie vene come un torrente di fiumi senza argini. E con quello sopraggiunse una pace avvolgente, risuonante, un’assoluta mancanza di tensione, nel riconoscimento che non importa quale ambiguità apparente o quale incertezza potessi incontrare da lì in poi, non importa quali decisioni apparentemente difficili potessi incontrare, potevo sempre riposare con la certezza che qualsiasi scelta facessi era esattamente la scelta che Dio voleva che io facessi. Il misterioso senso di uno Sconosciuto che mi aveva trascinato per così tanto tempo era evaporato.</p>
<p>Gli altri nel caffè voltarono la testa mentre ridevo rumorosamente, una lunga risata di pancia, e riflettevo tra me e me che gioco fantastico sarebbe la vita se tutti capissero come va veramente, se ognuno potesse avere almeno un bagliore di come saremmo liberi, se vivessimo tutti sul Pianeta Advaita.</p>
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<p><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1924&amp;isbn=8834013638">Nisargadatta Maharaj. Io sono quello. Astrolabio. 2001. ISBN: 8834013638</a></p>
<p><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1924&amp;isbn=8834012038">Ramesh Balsekar. La coscienza parla. Astrolabio. 1996. ISBN: 8834012038</a></p>
<p><!--[if !supportEmptyParas]--> <!--[endif]--></p>
<p>Copyright originale “What is Enlightenment” magazine <a href="http://www.wie.org/">www.wie.org<br />
</a>Traduzione di Nityama Elsa Masetti. Revisione di Toshan Ivo Quartiroli.<br />
Copyright per l&#8217;edizione italiana Innernet</p>
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		<title>L&#8217;amore della verità fine a se stessa</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Aug 2009 07:32:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Toshan Ivo Quartiroli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Co/Scienza]]></category>
		<category><![CDATA[Maestri]]></category>
		<category><![CDATA[Psicologia e spirito]]></category>
		<category><![CDATA[Almaas]]></category>
		<category><![CDATA[Diamond Approach]]></category>
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		<category><![CDATA[Hameed Ali]]></category>

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		<description><![CDATA[Il Diamond Approach, il percorso creato da Hameed Ali, meglio conosciuto con il nome di penna di Almaas, valorizza l&#8217;amore della verità fine a se stessa. La ricerca avviene tramite un processo di &#8220;inquiry&#8221;, di interrogazione interiore, che include la soggettività del ricercatore come passaggio per arrivare ad una condizione di oggettività della conoscenza dell&#8217;anima [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="Almaas4.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/almaas4.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/almaas4.jpg" alt="Almaas4.jpg" hspace="6" align="left" /></a>Il Diamond Approach, il percorso creato da Hameed Ali, meglio conosciuto con il nome di penna di Almaas, valorizza l&#8217;amore della verità fine a se stessa. La ricerca avviene tramite un processo di &#8220;inquiry&#8221;, di interrogazione interiore, che include la soggettività del ricercatore come passaggio per arrivare ad una condizione di oggettività della conoscenza dell&#8217;anima e del divino. In questa intervista, Hameed Ali parla della ricerca, dei ricercatori e della natura dell&#8217;anima.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: La ricerca della verità in occidente (dal punto di vista scientifico, filosofico e metafisico) si è sviluppata attraverso varie fasi. Nella tradizione Scolastica era presa in considerazione la soggettività dei contenuti interiori, finché venne Cartesio, che rifiutò questa tradizione. In nome di una “chiara e distinta percezione” egli ritenne necessario staccarci dalla nostra soggettività e assumere un approccio oggettivo, “come quello di Dio”. Dopotutto, secondo la concezione giudeo-cristiana, Dio ha creato l’uomo nell’ultimo giorno della creazione, e a sua immagine. Secondo questa credenza, la creazione è qualcosa di esterno agli esseri umani, qualcosa che esisteva prima della mente e dell’anima umane. Quindi, per conoscere la creazione e la mente del creatore, l’uomo dovrebbe seguire le tracce del cammino di Dio e mettersi alla ricerca di ciò che va al di là della dimensione umana E in ogni caso, poiché l’uomo era nato nel peccato, non c’era comunque granché di buono da scoprire al suo interno. La concezione astronomica di Copernico, che non poneva più la Terra al centro dell’universo, fu possibile grazie a questo nuova approccio, così come molte altre scoperte scientifiche e tecnologiche. L’era moderna si caratterizzò come scientifica, materialistica e “oggettiva”. Ma Kant stava già cominciando a minare questo paradigma, affermando che non conosceremo mai “la cosa in sé”. In seguito, sono venuti la fisica quantica con i principi di indeterminazione e il teorema di Gödel che limitava la portata dei sistemi formali. In questa era post-moderna non esiste più un terreno sicuro per la verità. La tua tecnica di esplorazione sembra rappresentare una fase nuova nella ricerca della verità, poiché trae spunto sia dalla concezione soggettiva che da quella oggettiva; inoltre, affermi che la conoscenza interiore può essere ancora più oggettiva, chiara e precisa di quella esteriore. Ciò capovolge il rapporto fondamentale che la cultura occidentale ha stabilito tra ciò che è interiore-soggettivo e ciò che è esteriore-oggettivo. Come è possibile raggiungere la verità oggettiva nella sfera dell’esperienza umana, e in che modo quest’ultima può essere esplorata?</p>
<p>Hameed Ali: È una buona domanda, e per le persone cresciute in occidente sarà importante comprendere questo punto, perché potrebbe influenzare il modo in cui l’esperienza spirituale e l’illuminazione vengono concepite. Innanzitutto, per quanto riguarda l’oggettività e la soggettività, il mio modo di lavorare con la verità non capovolge davvero i fondamenti della cultura occidentale. Al contrario, fa ritorno ai fondamenti autentici, che il nostro occidente moderno ha quasi dimenticato. In altre parole, il “Diamond Approach” che insegno è uno sviluppo della ricerca occidentale della verità, ma fatto in modo tale da riunire ciò che negli ultimi secoli è stato diviso. È una fase nuova, ma una fase che è fondamentalmente l’evoluzione di un potenziale già esistente nella storia occidentale.</p>
<p>Originariamente, nella cultura greca, in quella giudeo-cristiana o nella tradizione Scolastica da te menzionata, non c’era distinzione tra la concezione oggettiva e soggettiva della realtà. La separazione e la divisione sono giunte nell’età dei lumi, anche se cominciarono prima, dagli sviluppi del pensiero cristiano. Penso che la divisione sia stata proficua per la civiltà occidentale, in quanto ha permesso la nascita della scienza e i progressi tecnologici, ma allo stesso tempo ha creato una dissociazione che non è intrinseca alla realtà e al sapere, e che ha i suoi effetti alienanti.</p>
<p>Nella mia comprensione, il sapere è qualcosa di molto più vasto di quanto oggi ritiene la nostra filosofia positivista. Esso ha un fondamento mistico o intuitivo, cioè la conoscenza diretta dei contenuti dell’esperienza, in genere definita “gnosi”. I greci l’hanno espressa bene nel concetto di “nous”, l’intelletto superiore o divino. Plotino ha detto chiaramente che nel nous il sapere e l’essere sono inseparabili. Ma il pensiero occidentale, che conosceva il concetto di nous nel pensiero greco ed ebraico, si è sviluppato in modo tale da separarne le due dimensioni o elementi. Nella conoscenza “di tipo nous”, esiste la presenza della Mente Divina o Intelletto, che è un dominio o un fondamento della consapevolezza, ed esistono le forme che si manifestano in essa come oggetti di conoscenza. Le forme sono quelle del dominio della presenza, ma poiché tale presenza è quella della consapevolezza, questo dominio conosce queste forme. Ne ha una conoscenza diretta, perché sono forme del suo dominio; la sua intelligenza pervade tutte le forme.<span id="more-546"></span></p>
<p>Lo sviluppo del pensiero occidentale, per varie ragioni (buone e cattive) ha diviso il fondamento del sapere – l’essere o la presenza – dalle forme che tale fondamento manifesta. A quel punto, generalmente parlando, questi due elementi si sono sviluppati in due ambiti diversi. Il fondamento dell’essere è diventato l’oggetto della metafisica, della religione e del misticismo; le forme sono diventate l’oggetto delle scienze appena nate. La religione e il misticismo hanno cominciato a sottolineare che il fondamento dell’Essere (o, monoteisticamente, la presenza divina) è misterioso e intrinsecamente inconoscibile. E che la sua esperienza è antitetica alla logica e all’indagine scientifico-sperimentale.</p>
<p>Dal versante della scienza e del positivismo, del fondamento della consapevolezza e del sapere è rimasto semplicemente il conoscitore individuale, l’io con la sua mente che conosce. Le forme della conoscenza sono divenute oggetti staccati, non direttamente collegati al conoscitore. E il sapere si è trasformato nell’osservazione, da parte dell’io separato, degli oggetti di conoscenza. Come hai detto tu, l’idea si è evoluta grazie a Renato Cartesio, secondo cui le forme esistono in sé e possono essere conosciute per ciò che sono, quando l’io le osserva da lontano e non interferisce in esse con la propria soggettività. Per cui, la conoscenza oggettiva è venuta a significare la conoscenza degli oggetti senza le distorsioni soggettive dell’io o del ricercatore.</p>
<p><a title="Amore della verita 1.gif" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/amore-della-verita-1.gif"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/amore-della-verita-1.gif" alt="Amore della verita 1.gif" hspace="6" align="left" /></a>Ebbene, nel Diamond Approach concordiamo su questa definizione della conoscenza oggettiva: essa è la conoscenza libera dalle contaminazioni delle distorsioni soggettive di colui che conosce. Ma non condividiamo l’opinione di Cartesio secondo cui l’oggettività si raggiunge sterilizzando l’esplorazione, rimuovendo il soggetto dal dominio di esplorazione. Innanzitutto, sappiamo dalle nostre conoscenze fondamentali sul sapere che non siamo in grado di separare completamente il soggetto che conosce dall’oggetto conosciuto. Non possiamo, perché il soggetto conoscente non è altro che la ricaduta del dominio della presenza e della consapevolezza in un io conoscente. Sappiamo anche che questi oggetti di conoscenza non sono altro che la reificazione di forme che sorgono in questo dominio, e inseparabili da esso. Per questo, la formula di Cartesio vale solo come approssimazione, e non può essere applicata in modo assoluto. Penso che la teoria quantica ha già scoperto questo limite nella formulazione del principio di indeterminazione di Heisenberg, secondo cui, semplicemente, non possiamo isolare completamente l’osservatore dai fenomeni osservati.</p>
<p>La formula di Cartesio ha funzionato come efficace approssimazione, e in quanto tale è ancora utilizzata nella maggior parte delle ricerche scientifiche, perché queste ultime non possono penetrare in quelle regioni dove tale approssimazione decade. In realtà, possiamo dire che la filosofia della scienza di Cartesio era un’approssimazione efficace allo stesso modo in cui la classica teoria della fisica di Newton lo era per le leggi della fisica. Oggi sappiamo che la fisica newtoniana collassa ai due estremi della scala delle misurazioni fisiche, ovvero alla dimensione macroscopica e a quella microscopica, dove è stata sostituita da due teorie più esatte, rispettamene quella generale della relatività e quella quantica.</p>
<p>L’approssimazione di Cartesio si rivela inadeguata anche quando si tratta di comprendere la consapevolezza, la natura dell’anima e Dio. Il misticismo ha sempre compreso queste cose, e sapeva che la conoscenza autentica delle realtà spirituali può avvenire soltanto grazie all’esperienza diretta, alla conoscenza da parte dell’essere, all’identità tra conoscitore e conosciuto. Ma il misticismo e la maggior parte degli insegnamenti spirituali ritenevano che la logica e la conoscenza razionale erano opposte a tale conoscenza mistica o gnosi, che gli hindu hanno chiamato “jnana” e i tibetani “yeshes”. Quindi, da molto tempo ormai si pensa che la conoscenza spirituale mistica o diretta può solo essere vaga, intuitiva, misteriosa, non-concettuale, incomunicabile e così via. Ciò, secondo me, è dovuto alla stessa divisione: credere che le forme specifiche e precise sono separate dal fondamento dell’essere e della conoscenza, e che prestare attenzione a tali specificità ci allontanerà dall’esperienza mistica.</p>
<p><a title="Amore della verita 2.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/amore-della-verita-2.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/amore-della-verita-2.jpg" alt="Amore della verita 2.jpg" hspace="6" align="left" /></a>Nel Diamond Approach siamo più vicini alle idee degli antichi Greci, come Pitagora, Platone e Plotino, secondo i quali il fondamento dell’essere, il nous, è il fondamento delle idee platoniche, delle varie forme di manifestazione. In altre parole, riteniamo che la conoscenza mistica diretta e la conoscenza precisa delle forme specifiche possono essere unite, perché in origine erano una cosa sola, non-duale. Questo vuol dire che possiamo avere una conoscenza mistica (cioè la conoscenza da parte dell’identità) precisa, chiara, specifica e dettagliata.</p>
<p>Ciò ha due conseguenze che forniscono la risposta alla tua domanda. La prima: è possibile una conoscenza scientifica di tipo diretto; ovvero, una gnosi precisa e dettagliata di forme di manifestazione. In essa non esiste divisione, e quindi siamo al di fuori dell’approssimazione di Cartesio. Di fatto, poiché non ci basiamo sull’approssimazione, ma sulla realtà, la nostra conoscenza può essere totalmente precisa e chiara. Essa è in grado di penetrare regioni inaccessibili al tipo di indagine fondato sull’approssimazione cartesiana. Tutto ciò è necessario per comprendere la consapevolezza, l’esistenza, l’anima, Dio, lo spirito e così via. È come per le dimensioni microscopica e macroscopica delle misurazioni scientifiche, ma nel campo della psicologia e della metafisica.</p>
<p>E che dire dell’oggettività? Come possiamo essere sicuri della sua esistenza o del fatto che le nostre distorsioni soggettive non alterano questa conoscenza?</p>
<p>Penso che la tesi di molti insegnamenti spirituali secondo cui l’esperienza mistica è antitetica alla mente e alla ragione espone tale esperienza alle distorsioni soggettive. E questa è stata la critica degli scienziati e dei filosofi della scienza a tale tipo di esperienza. Comunque, ricorrere all’approssimazione di Cartesio non è di aiuto, perché essa ci allontana dall’elemento mistico, quello dell’esperienza diretta o della conoscenza da parte dell’essere.</p>
<p>Ma esiste un’altra via, quella che il Diamond Approach adotta in modo molto efficace: includere nella nostra esplorazione non solo ciò che sperimentiamo o conosciamo, ma anche lo stesso polo soggettivo. Includiamo l’osservazione del soggetto conoscente, l’io, nell’esplorazione sullo spirito, Dio o come preferisci chiamarlo. La nostra esplorazione non è mai rivolta soltanto a ciò che sperimentiamo, ma anche ai nostri atteggiamenti e reazioni alla nostra esperienza. In tal modo, diventiamo consapevoli delle nostre distorsioni soggettive e del modo in cui influenzano la nostra esperienza. Guardando al di là di queste distorsioni soggettive, la nostra conoscenza di ciò che sta succedendo diventa gradualmente più oggettiva.</p>
<p>A mano a mano che scorgiamo i nostri pregiudizi, convinzioni, desideri, punti di vista e così via, essi cominciano a dissolversi, soprattutto perché la nostra esplorazione è guidata dall’amore per la verità fine a se stessa. Dal momento che vogliamo davvero conoscere ciò che sta succedendo, desideriamo abbandonare le nostre distorsioni, perché siamo in grado di vedere subito come esse oscurano la verità che amiamo. Quando la nostra conoscenza si fa più profonda, la nostra obiettività si espande.</p>
<p>Via via che le distorsioni soggettive vengono scorte e abbandonate, la nostra obiettività si espande. Questo è un processo che continua per tutto il cammino dell’esplorazione dell’esperienza, dove la verità di quest’ultima si manifesta gradualmente man mano che le nostre distorsioni vengono portate alla luce e abbandonate.</p>
<p><a title="Amore della verita 3.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/amore-della-verita-3.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/amore-della-verita-3.jpg" alt="Amore della verita 3.jpg" hspace="6" align="right" /></a>Esistono diversi gradi di oggettività, ognuno dei quali è oggettivo all’interno della cornice soggettiva con cui lavoriamo. In altre parole, se usiamo la cornice secondo cui nel mondo ordinario siamo individui separati, la verità oggettiva sarà diversa da quella che vedremo all’interno di una cornice sprovvista di tale assunto sull’individualità separata. Di nuovo, <em>oggettività</em> ha un significato diverso se consideriamo l’esistenza e la non-esistenza due opposti antitetici o due realtà inseparabili e coemergenti.</p>
<p>Questo approccio non utilizza l’approssimazione di Cartesio, perché riconosce che non è possibile isolare l’io dall’oggetto di esplorazione. L’approccio si basa sull’idea che la consapevolezza e la capacità di conoscenza dell’io sono il dominio che costituisce la sostanza di tutti gli oggetti di esplorazione. Esso raggiunge l’obiettività liberando la consapevolezza che conosce dalle sue distorsioni soggettive. In un primo momento, l’Approccio include tali distorsioni nella sua determinazione della realtà, ma negli stadi più profondi del cammino è in grado di esplorare in modo libero da tali distorsioni. La dissoluzione di tali distorsioni e punti di vista a un certo punto provoca la dissoluzione della convinzione in un io distinto, oltre che di quella secondo cui gli oggetti di studio sono distinti da colui che esplora.</p>
<p>L’oggettività è completa quando non esiste più un io distinto con le sue alterazioni, il che equivale a riconoscere che tutte le forme di manifestazione sono forme assunte dalla nostra consapevolezza e presenza. Questo è il punto di vista illuminato cui arriviamo imparando a essere autenticamente e pienamente oggettivi. Tale concezione, di fatto, trascende il principio di indeterminazione della teoria quantica, perché non esiste più un osservatore separato da ciò che viene osservato. Comprendiamo che il principio di indeterminazione ha senso finché esiste una dualità, ma dal punto di vista illuminato non c’è più la dualità tra osservatore e osservato. È un fenomeno che conosce se stesso totalmente, completamente, obiettivamente e precisamente, ma non dualisticamente. Conosce se stesso perché è se stesso con una discriminazione totale e affinata come un diamante. Qui ci rendiamo conto che persino nel principio di indeterminazione esiste un’approssimazione, più sottile di quella di Cartesio, ma sempre un’approssimazione, perché finisce con il rendere probabilistica la nostra conoscenza. Penso che Einstein pensasse qualcosa di simile quando non accettò completamente la teoria quantica; egli pensava che Dio non giocava a dadi.</p>
<p>Ritengo che questo tipo di esplorazione, totalmente chiara e aperta, riunisce l’indagine logico-scientifica e l’approccio mistico dell’esperienza diretta. Questa via era nota nell’antico mondo occidentale, come attesta l’uso della matematica da parte di Pitagora nel lavoro spirituale interiore, ma non si è sviluppata granché a causa della scissione tra scienza e religione che ha preso avvio nel Rinascimento e nell’età dei lumi. Non esistono motivi per cui essa non possa svilupparsi ulteriormente, come abbiamo fatto noi nel nostro lavoro, né ci sono motivi per cui la scienza non può adottarla, almeno in principio. È difficile condurre tale esplorazione in modo scientifico, perché ancora non sappiamo come includere la soggettività del ricercatore nella sua ricerca, ma penso che a un certo punto saremo costretti a farlo, se vogliamo davvero scoprire i segreti dell’esistenza. In alcune aree scientifiche esistono già dei segni di un tale sviluppo, della necessità di includere la consapevolezza per avere una teoria unificata dell’universo.</p>
<p>Analizzo più in dettaglio questa idea della conoscenza nel libro <em>Inner Journey Home</em>, dove esamino approfonditamente le implicazioni per il pensiero e la cultura occidentali. Nel libro, la discussione si amplia grazie alla comprensione più profonda ed allargata della realtà resa possibile dal Diamond Approach.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: Tu insegni che, per quanto riguarda le manifestazioni e l’attività dell’anima, esiste in ogni essere umano un centro oggettivo comune che va al di là dei condizionamenti personali, le convinzioni e l’immagine di sé. Ma allo stesso tempo le esperienze vissute in passato possono andare molto in profondità ed avere un peso tale da impedire o facilitare l’unione con il divino. Per esempio, aver avuto una fase problematica di fusione con la madre nei primissimi anni di vita oppure avere una credenza cognitiva del tipo: “Esiste un solo figlio di Dio e nessun altro potrà unirsi a Lui in questa vita” possono impedire l&#8217;unione con il divino. In che modo distingui tra ciò che è universale nell’anima degli esseri umani e ciò che è indotto dalla storia personale o dalla cultura? Questa parte comune è quella che viene chiamata la “filosofia perenne”, secondo la quale esiste un fondamento comune nelle diverse tradizioni spirituali?</p>
<p>Hameed Ali: È il tipo di esplorazione che pratichiamo in questo sentiero che rende possibile conoscere cosa è storicamente incidentale e cosa è intrinsecamente universale. Quando esploriamo la nostra esperienza e percezione, cominciamo a vedere la presenza della nostra soggettività in esse, che le modella e le plasma. Quando il nostro sguardo va al di là di queste convinzioni, punti di vista e idee soggettive, riconoscendole come tali, esse cominciano a dissolversi. Tutte le influenze storiche e culturali sono il contenuto di questa soggettività. Poiché esse non fanno parte intrinseca del momento presente, ma vi vengono portate dal passato attraverso la memoria e il condizionamento, la loro comprensione tende a eliminarle. Ma gli elementi dell’esperienza che sono intrinsecamente presenti e non vengono creati da influenze storiche non si dissolvono, perché sono davvero presenti. Comprenderli tende a rivelarli ulteriormente e a portare alla luce la loro realtà intrinseca. In altre parole, l’esplorazione (così come in generale altre tecniche spirituali) tende a dissolvere la mente ordinaria con i suoi contenuti. Tutte le influenze storiche e culturali sono il contenuto di questa mente, della natura del pensiero, e per questo si dissolveranno sotto l’occhio indagatore dell’esplorazione.</p>
<p>Ciò che resterà sarà ciò che è fondamentalmente presente. Inoltre, i modelli o i processi che resteranno verranno considerati fondamentali. Ma <em>fondamentale</em> non vuol dire <em>universale</em>, né <em>oggettivamente</em> <em>comune </em>a tutte le persone. Infatti, esso potrebbe essere determinato, per esempio, dal proprio patrimonio genetico. Ma qui l’approccio scientifico aiuta moltissimo. La scienza ha molti modi per determinare se le proprietà di determinati oggetti sono comuni a tutte le classi di tali oggetti (per esempio, se le proprietà dell’acqua sono comuni a tutte le molecole dell’acqua): di essi, uno dei più importanti è il principio della ripetibilità. Finché possiamo ripetere i risultati di un esperimento, siamo in grado di determinarne la validità. Nel nostro lavoro facciamo la stessa cosa. Determiniamo non solo se una cosa è fondamentalmente presente, ma anche se l’esplorazione e le osservazioni ripetute su molte persone conducono allo stesso risultato. Quindi, viene di nuovo applicato il principio della ripetibilità.</p>
<p>Il Diamond Approach è guidato nella sua esplorazione da un tipo di intelligenza che rende possibile accertare se una cosa è fondamentale o meno, universale o meno. Sto parlando dell’intelligenza della <em>Guida di Diamante</em>, l’intelligenza essenziale che guida l’esplorazione. Quando tale guida è integrata (cosa che in parte vuol dire che possiamo esplorare e allo stesso tempo vedere le nostre distorsioni soggettive), diventa chiaro cosa è fondamentale e universale. Io uso sia questa intelligenza diretta che il metodo scientifico, per arrivare all’oggettività su queste questioni.</p>
<p>Nel mio libro <em>Spacecruiser Inquiry</em> discuto nei dettagli la nostra esplorazione e la sua intelligenza e obiettività.</p>
<p><a title="Amore della verita 4.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/amore-della-verita-4.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/amore-della-verita-4.jpg" alt="Amore della verita 4.jpg" hspace="6" align="left" /></a>Questa parte comune è ciò che viene chiamata “filosofia perenne”? Sì e no. Sì, se con “perenne” intendiamo quello che è universale a tutte le anime. Ma la mia sensazione è che la filosofia perenne si spinge oltre. Essa ritiene che tutti gli insegnamenti spirituali creati dal genere umano sono formulazioni diverse della stessa verità, esperienza o percezione. In quel caso, la mia risposta è no. Non penso che sia vero che il vuoto buddista è la stessa cosa dell’amore sufi, e che entrambi sono uguali al Padre cristiano, e che tutti insieme equivalgono al Tao taoista e così via, solo con formulazioni diverse.</p>
<p>La mia comprensione è che ogni autentico insegnamento parla di qualcosa di fondamentale e universale per tutti gli esseri umani, ma non necessariamente tutti gli insegnamenti fanno riferimento alle stesse verità universali e fondamentali. Esistono molte verità fondamentali e universali, così come esistono molte dimensioni e aspetti della natura autentica o realtà. Ciascun insegnamento tende a sottolineare una certa verità, dimensione o aspetto fondamentale e universale. Quindi, gli insegnamenti parlano della stessa cosa, ma non esattamente. Le differenze non sono dovute tanto a formulazioni o concettualizzazioni diverse, quanto al fatto che vengono evidenziati aspetti diversi della verità. Più esattamente, i vari insegnamenti sono diversi perché hanno diversi “logos” di insegnamento. Ogni insegnamento ha il suo logos caratteristico nel linguaggio, la concezione, la logica e la dinamica. La stessa cosa avviene con il Diamond Approach: esso ha una comprensione specifica dell’essenza e dell’anima. È possibile trovare analogie con altri insegnamenti, ma niente di completamente uguale. Discuto la questione dei logos degli insegnamenti in un’appendice di <em>The Inner Journey Home</em>.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: Nel Diamond Approach non ho visto molta enfasi sull’illuminazione, al contrario che in altre tradizioni o scuole. Qual è il ruolo di questo “evento” nel tuo insegnamento? In particolare, cosa pensi dell’illuminazione improvvisa tipo “advaita”? È possibile aggirare le pratiche e l’esplorazione psico-spirituale e raggiungere la liberazione eterna?</p>
<p>Hameed Ali: Faccio un uso raro del concetto di illuminazione perché lo adopero in modo tecnico. Con esso non intendo semplicemente l’esperienza, il riconoscimento, la realizzazione o anche il prendere dimora nella natura autentica, che quest’ultima sia non-duale o meno. Molte persone, inclusi diversi insegnanti, usano il termine con i significati sopradetti. Ecco perché di solito uso il concetto di realizzazione, che distinguo dall’illuminazione, anche se sono consapevole del fatto che molti insegnanti usano indifferentemente entrambi i termini.</p>
<p>Per<em> realizzazione</em> intendo la capacità di prendere dimora nella natura autentica, di riconoscere ed essere la natura autentica. Poiché quest’ultima ha molte dimensioni, o gradi di sottigliezza, esistono gradi o livelli di realizzazione. E poiché esistono molti gradi di completezza di realizzazione o di capacità di dimorare nella natura autentica, esistono molti livelli di realizzazione. Quindi, la realizzazione può svilupparsi e maturare grazie a una comprensione più sottile, profonda e totale della natura autentica, e a seconda della capacità di una persona di prendere dimora nella natura autentica. Quindi, anche se si è raggiunto un certo grado di realizzazione, è possibile che esistano ancora diversi offuscamenti, problemi, condizionamenti storici o personali non ancora affrontati, o che potrebbero emergere.</p>
<p>Quando la realizzazione diventa completa e permanente, la definisco illuminazione. Essa ha due conseguenze. La prima è che non esistono più offuscamenti (o la possibilità di un loro affiorare); spariscono i problemi, i limiti interiori alla propria esperienza e la mancanza di chiarezza. La seconda è la piena e permanente consapevolezza della totalità della natura autentica, in tutte le sue sottigliezze e dimensioni, che ora è completamente libera di manifestarsi in tutti i modi necessari. Questi due aspetti, insieme, implicano il vivere permanentemente nella pienezza del mondo autentico, senza aggrapparsi a un insegnamento o una prospettiva particolari, a una concezione dell’illuminazione o al bisogno di essa.</p>
<p>Poiché molti insegnanti intendono con i<em>lluminazione</em> ciò io chiamo <em>realizzazione</em>, essa ha ovviamente un posto nel Diamond Approach. È un’esperienza che dà l’avvio a un tipo permanente di conseguimento. Nel Diamond Approach ne esistono molti tipi e gradi.</p>
<p>Con l’espressione <em>illuminazione istantanea</em> si fa fondamentalmente riferimento a una distinzione tra la preparazione a un’esperienza e la scoperta di essa nella sua interezza. Penso che la distinzione sia avvenuta soprattutto in ambito buddista, a causa della distinzione operata dai buddisti tra il vuoto e la natura del Buddha. Le scuole secondo le quali la realtà assoluta è il vuoto, tendono a pensare in termini di illuminazione graduale, perché il vuoto viene realizzato demolendo a poco a poco l’io. Le scuole buddiste secondo le quali la realtà assoluta è la natura del Buddha (ovvero una sorta di presenza eterna) tendono a pensare in termini di illuminazione improvvisa. Questo perché la natura del Buddha viene scoperta così come è, in quanto sin dal primo momento è completa e integra. Ma in entrambi i casi esiste un cammino che va seguito con costanza. Così avviene nello zen, la famosissima dottrina che insegna l’illuminazione istantanea. Pur credendo in quest’ultima, lo zen prevede certamente una lunga pratica. Inoltre, come è ben noto, esso distingue tra molti tipi e livelli di satori o di realizzazione. Si dice che dopo ogni satori c’è un altro satori. In altre parole, anche nelle scuole che includono nel loro insegnamento l’illuminazione o realizzazione istantanea, quest’ultima non viene in genere concepita come una sorta di cataclisma che pone termine a tutto il cammino, rendendo inutili una pratica, un lavoro o un’integrazione ulteriori.</p>
<p>Questo è anche il caso dell’advaita vedanta. Altrimenti, come possiamo distinguere i diversi gradi di profondità o l’ampiezza della realizzazione dei vari guru e maestri? Il semplice fatto che un maestro dice di essere illuminato non vuol dire che lo sia allo stesso livello di un altro maestro, o che abbia lo stesso tipo di illuminazione. Né significa che lui o lei non ha più alcun lavoro da svolgere. Di solito, gli insegnamenti tradizionali (come il vedanta) definiscono “integrazione” il lavoro necessario dopo tale esperienza. Ma “integrazione” non vuol dire farsi i fatti propri mentre tutto il resto accade da sé. Altrimenti, tutti gli insegnanti della tradizione vedanta sarebbero uguali per profondità e potenza della realizzazione. L’integrazione, in realtà, consiste nel vedere al di là dell’ignoranza, le abitudini, i punti di vista, i pregiudizi, gli schemi ecc. Non è un lavoro diverso da quello che bisogna fare prima di tale esperienza; la differenza è che ora si è permeati della saggezza di tale esperienza, e forse anche dal permanere in tale esperienza.</p>
<p>Credo che, poiché nella nostra cultura non è mai esistita la disputa buddista sul vuoto e il fondamento eterno, la distinzione tra illuminazione istantanea e graduale ha poco senso. L’essenza viene scoperta così come è; non viene creata gradualmente. Allo stesso tempo, la mente lascia cadere un po’ alla volta la propria ignoranza, o il proprio attaccamento a tale ignoranza.</p>
<p>Nel mio caso personale, ho avuto molto presto un’esperienza che può definirsi di illuminazione, in cui l’ego si è totalmente dissolto nell’oceano della consapevolezza e dell’amore. C’è stata una cessazione totale della consapevolezza che ha portato a tale percezione cosmica. Ma quell’esperienza è stata l’inizio di un nuovo cammino che ha rivelato molte qualità e dimensioni della natura autentica, e in cui ho penetrato l’ego pezzo dopo pezzo, problema dopo problema. Anche questo cammino è stato punteggiato da scoperte e realizzazioni che potrebbero definirsi illuminazioni istantanee. Dopo molti anni sul cammino, alla fine sono tornato al punto dell’illuminazione iniziale, ma da allora il percorso è proseguito verso nuove tappe e livelli di realizzazione. Per cui, in un certo senso, il mio cammino ha incluso sia la via istantanea che quella graduale. Credo che questo sia ciò che accade di solito alla maggior parte degli individui, a prescindere dall’insegnamento o cammino seguito.</p>
<p>Sono rari i casi di persone che si ritrovano improvvisamente nell’assoluto e vi restano senza tornare indietro per integrare le altre dimensioni. Non è questa la norma, nemmeno nel vedanta o nello zen. Ma anche in tali casi esiste il lavoro dell’integrazione… Non credo che esiste un modo per evitare completamente di affrontare la propria ignoranza e i propri schemi, a meno che non ci accontentiamo di una realizzazione parziale.</p>
<p>Dobbiamo anche ricordare che nel Diamond Approach vediamo che esistono due tipi di cammino. Uno è quello della scoperta e realizzazione della natura autentica; l’altro, quello dell’individuazione dell’anima, cioè la maturazione dell’essere umano. Quest’ultimo tipo consiste inevitabilmente in uno sviluppo e una crescita graduali, perché si tratta di integrare le esperienze e le capacità di una persona nella sua realizzazione.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: Quali sono le qualità più importanti che un ricercatore deve integrare nel cammino?</p>
<p>Hameed Ali: La più importante, secondo me, è l’amore della verità fine a se stessa. Ciò comporta l’avere una mente totalmente aperta a ogni verità in cui potremmo imbatterci. Inoltre, il ricercatore deve avere un atteggiamento libero da pregiudizi, senza aspettative o desideri di un risultato particolare. Questo implica la necessità di un atteggiamento di pura ricerca scientifica. Altrimenti, la ricerca sarà distorta dai desideri e fini soggettivi. Poi, deve essere coinvolto il cuore del ricercatore, cioè la passione, la gioia e la giocosità, e il coinvolgimento deve avvenire senza attaccamento. Avere coraggio, intelligenza e concentrazione è di grande aiuto.</p>
<p>In <em>Spacecruiser Inquiry</em> analizzo tutto ciò nei dettagli. Un intero capitolo è dedicato a ciascuna delle qualità occorrenti per l’esplorazione e la ricerca.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: Come mai talvolta il comportamento di alcuni maestri spirituali è criticabile per quanto riguarda il potere, il sesso e il denaro? Avviene perché sono “al di sopra” dei valori e della morale umani o perché in realtà ne sono “al di sotto”, non avendo mai risolto i problemi psicologici correlati?</p>
<p>Hameed Ali: Gli insegnanti spirituali sono come tutti gli altri esseri umani. Se non hanno risolto problemi e conflitti personali, questi ultimi possono manifestarsi attraverso tali comportamenti. Queste tendenze non risolte della personalità possono diventare ancora maggiori sotto la pressione dell’espansione e dell’energia che deriva dalla realizzazione. Ciò è simile a quello che avviene agli individui comuni quando raggiungono una posizione di potere o ricchezza: queste situazioni, talvolta, amplificano le tendenze preesistenti.</p>
<p>È vero che alcune tradizioni parlano di “pazza saggezza” o cose del genere, ma essa viene considerata una possibilità molto rara e avanzata, raramente conseguita. Penso che i noti casi di comportamento aberrante o criticabile da parte di alcuni maestri indicano generalmente che la realizzazione di questi ultimi è limitata. Non esiste qualcosa come un essere illuminato nevrotico. Quando i maestri sono nevrotici o si comportano in modo strano, ciò di solito vuol dire che non sono venuti a capo di alcuni problemi della personalità e delle loro tendenze animali. Quindi, anche se hanno conseguito un certo grado di realizzazione, quest’ultima non è completa, cioè non si tratta ancora dell’illuminazione.</p>
<p>Se comprendiamo questa situazione, non c’è niente di insolito o difficile da capire in questi episodi. Certe persone non riescono a comprenderli perché partono dal presupposto che gli individui sono pienamente illuminati, quindi hanno bisogno di trovare qualche spiegazione bizzarra o semplicemente restano nella confusione.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: Per molto tempo, l’anima umana è stata considerata fuori dal campo di indagine della scienza occidentale. Quando alla fine è arrivata la psicoanalisi, la sua attenzione si è concentrata sul lato oscuro, le nevrosi e le psicosi, evidentemente nella convinzione profonda che in qualche modo l’anima è nata corrotta. Anche negli ambienti spirituali, l’ego – che dopotutto è parte dell’anima umana – viene spesso considerato un “nemico” che va “ignorato” o addirittura “ucciso”. Qual è la tua opinione sull’ego? È possibile che l’ego sostenga le parti più profonde dell’anima nell’esplorazione e il riconoscimento della verità?</p>
<p>Hameed Ali: Può esistere l’ego senza l’anima? No, è impossibile. Tutte le esperienze di noi stessi devono appartenere all’anima, che sia libera (e quindi l’esperienza riguarda la sua natura essenziale) o identificata con un’immagine o concetto (e quindi si tratta dell’ego). In altre parole, l’ego non è altro che una manifestazione della nostra anima, la nostra consapevolezza individuale, strutturata attraverso i concetti e le impressioni del passato. In tale situazione, l’anima sperimenta se stessa attraverso questa lente di concetti e impressioni, e tale mancanza di immediatezza e spontaneità si manifesta sotto forma di sé alienato, quello che gli insegnamenti spirituali chiamano “ego”. Non si tratta esattamente dell’ego della psicanalisi, ma di ciò che la maggior parte della gente considera il proprio senso dell’io.</p>
<p>Tale identificazione con la storia e le esperienze passate è il primo ostacolo alla realizzazione spirituale, perché quest’ultima è semplicemente l’anima che sperimenta se stessa senza alcun filtro, ma direttamente, immediatamente e nel momento. Quando l’anima sperimenta se stessa e il mondo con questo tipo di immediatezza, riconosce la presenza della sua natura autentica, e riconosce che questa è la sua verità ontologica. Poiché il fraintendimento dell’anima su se stessa è l’ostacolo principale, esso viene frequentemente considerato<em> il nemico</em> del cammino spirituale. Lo è, ma non è un nemico che vuole semplicemente il nostro fallimento o la nostra infelicità. Quindi, ciò che occorre non è l’aggressione o l’uccisione (che non sarebbe possibile, perché non possiamo uccidere la nostra anima), ma la comprensione e l’amore, che permetteranno di aprirsi e abbandonare le identificazioni, i punti di vista e le convinzioni rigide.</p>
<p>Quando affrontiamo l’ego con aggressività e rifiuto, chi è il soggetto di questo comportamento? Deve essere l’ego, perché la natura autentica, o l’anima non separata dalla natura autentica, non può rifiutare od odiare. Può solo avere le qualità della natura autentica, cioè amore, saggezza, comprensione e così via. In altre parole, il rifiuto ci rende semplicemente più identificati con la posizione dell’ego.</p>
<p><a title="Amore della verita 5.gif" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/amore-della-verita-5.gif"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/amore-della-verita-5.gif" alt="Amore della verita 5.gif" hspace="6" align="right" /></a>Nelle prime fasi del cammino, l’ego può essere un aiuto. Questo perché all’inizio non possiamo essere la nostra anima senza essere l’ego. Quindi, all’inizio è l’ego a compiere il lavoro, a seguire il cammino interiore. In realtà è sempre l’anima, ma qui essa è identificata con il concetto dell’ego. Col tempo, l’ego diventa trasparente e comincia a dissolversi. Ciò vuol dire che l’anima comincia a sperimentare se stessa senza questa lente di concetti e impressioni del passato. Senza tale lente, cominciamo a comprendere la realtà, cosa siamo davvero noi e il mondo. Per cui, in un certo senso l’ego muore, ma questo non vuol dire che esiste davvero un’entità separata che muore. Piuttosto, è l’anima che lascia cadere il concetto di ego. Possiamo sperimentare ciò come una specie di morte, ma questo avviene perché crediamo ancora di essere l’ego, e che quest’ultimo è un’entità reale ed esistente. Ciò che muore è la nostra ignoranza, non un’entità chiamata ego.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: Tu vedi negli aspetti essenziali della forza, la compassione, la chiarezza, la gioia e altri, il ponte tra l’umano e il divino. È in corso un acceso dibattito sull’ingegneria genetica. Ho come la sensazione che esiste la tentazione di cercare “l’essenza” dell’essere umano, in particolare i suoi attributi “migliori”, a livello biologico. Pensi che la manipolazione del DNA può aiutare a integrare gli stati essenziali o è solo un pericoloso “giocare a Dio”?</p>
<p>Hameed Ali: Queste qualità spirituali, in realtà, non sono altro che gli attributi del divino, nel suo manifestarsi e diventare immanente nel mondo e nell’anima. Possiamo sperimentarle nella nostra anima individuale e relazionarci a esse come alle nostre qualità, o alle qualità essenziali affioranti dal divino, e in tal modo fungono da ponte verso il divino nella sua dimensione trascendente.</p>
<p>Ho osservato che talvolta è difficile, per alcune persone, sperimentare certe qualità spirituali o essenziali, e in rari casi ciò sembra dovuto a una deficienza genetica. Penso che possa essere necessario che la composizione genetica dei nostri corpi diventi un vaso completamente trasparente delle qualità divine. Ciò mi riporta alla mente la scoperta dei geni della gioia e della maternità… Ma queste – la gioia e il nutrimento materno – sono due qualità essenziali, quindi potrebbero esistere altre qualità essenziali parzialmente regolate da geni specifici. Tale osservazione rafforza l’idea che il nostro corpo deve essere il più integro e completo possibile per poterci permettere l’esperienza del nostro potenziale essenziale. Quindi, se ci manca un determinato gene, o se il corpo o il cervello hanno qualche carenza, potremo avere delle difficoltà nell’essere aperti ad alcune qualità. E poiché nella genetica un gene è solo uno dei fattori determinanti, la sua mancanza non implica l’impossibilità di una qualità, né il suo possesso la presenza automatica di quest’ultima.</p>
<p><a title="Amore della verita 6.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/amore-della-verita-6.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/amore-della-verita-6.jpg" alt="Amore della verita 6.jpg" hspace="6" align="right" /></a>Se c’è del vero in questa idea, è lecito pensare che l’ingegneria genetica può essere di aiuto, fornendo i geni mancanti in grado di donarci l’apertura normale, o media, verso una particolare qualità essenziale. Ma ciò non equivale a dire che l’ingegneria genetica ci donerà l’illuminazione, perché a ogni modo già possediamo quasi tutti i geni necessari.</p>
<p>Questo è ciò che posso dire. Se la manipolazione del DNA può aiutarci a integrare ulteriormente gli stati essenziali, non lo so. Penso che l’ingegneria genetica può avere un potenziale spirituale, ma dubito che essa sostituirà il lavoro e la pratica interiori.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: Ho una forma di artrite da quando ero un ragazzo. Come per molte altre persone con malattie fisiche croniche, sul cammino spirituale ciò ha operato sia da stimolo che da frustrazione. Il fatto che anche tu hai delle limitazioni fisiche ha influito sul tuo cammino spirituale e i tuoi insegnamenti? In generale, in che modo il Diamond Approach considera il rapporto con il corpo?</p>
<p>Hameed Ali: Naturalmente, i miei limiti fisici hanno influenzato il mio cammino spirituale. La poliomielite che ho contratto all’età di due anni mi ha reso fisicamente vulnerabile e dipendente dagli altri, fatto questo che mi ha aiutato a diventare un individuo socialmente sensibile, ma anche interiormente autonomo. Inoltre, mi ha obbligato a volgermi all’interiorità per sperimentare la vita. Il fatto di dover usare una stampella per camminare ha inciso sul mio corpo in modo tale da non potere più trascurare ciò che sentivo dentro di me. Per cui, ho sviluppato una sensibilità e una dinamica vita interiore che sono sempre state indipendenti dalle situazioni esterne. La poliomielite ha creato un limite dal punto di vista fisico e sociale, ma ha anche permesso la crescita di una certa forza interiore.</p>
<p>Sembra che possiamo volgere a nostro vantaggio i limiti fisici, oppure, imparando a convivere con essi, possiamo maturare in modo non comune. Penso che ciò richieda innanzitutto altri elementi di sostegno, come un’educazione sana, un talento ecc. La cosa più importante è non gettare la spugna e non portare rancore, ma affrontare i nostri limiti e imparare a essere aperti alla vita e all’esperienza. Penso che la maggior parte delle persone tende a non affrontare in modo adeguato i propri limiti; diventano rancorose, arrabbiate, depresse o prive di intelligenza. Ma talvolta l’individuo riesce ad affrontare la situazione, sviluppando diverse qualità o capacità per venirne a capo o creare una compensazione.</p>
<p>Anche la natura del limite fisico è importante. Certi limiti possono interferire con la capacità di percezione, pensiero, intuizione, sentimento ecc. In simili frangenti è più difficile affrontare adeguatamente la situazione, e diventa meno probabile che l’individuo cresca e maturi grazie ai suoi limiti. Questo è ovvio nel caso del dolore. In presenza di alcuni dolori è ancora possibile pensare, contemplare e sentire, a patto che li affrontiamo e facciamo del nostro meglio. Ma altri sono di natura tale da rendere difficile l’applicazione di questa facoltà, e per essi occorrerà una forza d’animo maggiore di quella solitamente disponibile alla persona media. Ciò non vuol dire che in tali casi è impossibile crescere, ma che è più difficile e che occorre un aiuto maggiore. E quindi, solo raramente un individuo riuscirà ad affrontare la situazione in modo idoneo per la crescita e lo sviluppo interiori.</p>
<p>Possiamo pensare al nostro corpo come a una dimensione della nostra vita. Ciascuno di noi è un’anima la cui natura autentica è data dall’essenza, e dove il corpo rappresenta un vaso o un veicolo per l’esperienza e l’azione nel mondo. L’anima è il vaso dell’essenza, e il corpo è il vaso dell’anima. E così come l’anima deve essere trasparente all’essenza per farne l’esperienza e riconoscerla, il corpo – in quanto vaso più esterno della nostra esperienza – deve essere trasparente alle altre dimensioni. E come l’anima può essere trasparente all’essenza in alcune delle sue manifestazioni ma non in altre, lo stesso accade per il corpo. Quest’ultimo può essere trasparente in alcuni modi all’anima e all’essenza, ma non in altri. Può essere trasparente nella regione del cuore ma non in quella della pancia, oppure nella testa ma non nel cuore. Ciò fa sì che il nostro accesso avviene prevalentemente attraverso un centro o un altro.</p>
<p>La qualità più importante per la trasparenza del corpo, così come per l’anima, è la sensibilità. Ciò vuol dire che il punto non è se certi organi o parti del nostro corpo sono forti, sani e normali, ma quanto sono sensibili all’esperienza interiore e come influenzano la sensibilità dell’anima. I fattori che influenzano la sensibilità possono essere fisici, ma di solito sono le conseguenze psicologiche della situazione o del limite fisici.</p>
<p>Per <em>sensibilità</em> non intendo essere reattivi o troppo delicati; mi riferisco alla capacità di sperimentare stimoli di un’intensità e una qualità sempre maggiori senza interruzioni o chiusure.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: Il mondo è nel caos ecologico, sociale e politico. Esistono insegnanti secondo i quali ciò che sta avvenendo è solo un’illusione, “maya”, e non dovremmo preoccuparci, a meno che il nostro <em>corpo-mente</em> non sia meccanicamente programmato per affrontare questi argomenti. Potrebbe essere un’altra forma di attaccamento, ma la prospettiva della fine dell’incredibile esperimento della vita muove qualcosa dentro di me. I ricercatori spirituali possono avere un ruolo nella cura del corpo e dell’anima del mondo?</p>
<p>Hameed Ali: So che secondo alcuni insegnamenti il mondo è un’illusione, ma penso che questa sia un’eccessiva semplificazione che non comunica il messaggio originario. È una frase che cattura l’attenzione, ma la verità è più sottile e interessante. Quando cominciamo a riconoscere la visione egoica del mondo come fondamentalmente concettuale, tale visione appare illusoria. Percepiamo il mondo come un’illusione, ma andando più a fondo scopriamo che la sensazione di tale illusione è dovuta al fatto che stiamo ancora considerando la concezione egoica del mondo. Essa non dice nulla sul mondo. Ma quando guardiamo direttamente e immediatamente – cioè quando i concetti dell’ego sul mondo si sono dissolti – il mondo appare reale, ma come un’espressione di luce e presenza. Scopriamo che la percezione del mondo da parte dell’ego è una distorsione della condizione vera del mondo, del mondo autentico.</p>
<p>Abbiamo due modi per stare in questo mondo autentico. O siamo la natura autentica del mondo, ciò che lo rende reale, che trascende le forme del mondo; oppure siamo la natura autentica che si manifesta sotto forma di anima individuale. In quest’ultima condizione sperimentiamo il nostro io non solo come trascendente, ma anche come un organo, un’azione o una percezione del trascendente.</p>
<p>In tale mondo autentico ogni cosa appare giusta e perfetta. Ma questo non vuol dire che i particolari del mondo, lo stato delle cose, rientrino nella nostra definizione di perfezione. Più che altro, il nostro sguardo è rivolto alla natura fondamentale del mondo, che è purezza e perfezione.</p>
<p>In altre parole, possiamo scorgere la purezza autentica e riconoscere allo stesso tempo che lo stato delle cose non è salutare per gli esseri umani, ed è qui che la natura autentica manifesta il suo amore e la sua compassione. Possiamo impegnarci, nel senso che la nostra compassione ci porta a vedere la sofferenza e a sentirci inclini ad alleviarla. Allo stesso tempo, comprendiamo che il vero problema non è lo stato particolare delle cose, ma l’ignoranza della natura autentica, che è sottintesa alla dolorosa situazione generale. Riconosciamo che solo attraverso la dissoluzione dell’ignoranza un essere umano può essere libero, ma possiamo anche vedere che, per dissolvere questa ignoranza, la nostra compassione e il nostro amore agiscono in modi che corrispondono a uno stato delle cose più sano. In altre parole, più siamo realizzati, più comprendiamo le vere ragioni della sofferenza e del conflitto, e ci rendiamo conto di quali azioni saranno di aiuto. Di fatto, l’azione della realizzazione autentica è sempre diretta alla guarigione del mondo, ma potrebbe non manifestarsi nei modi in cui ci aspettiamo. Può succedere. Ma nello stato di realizzazione, esiste qualcosa come un’<em>azione nel mondo</em>?</p>
<p>Nella condizione trascendente vediamo che nessuno può agire, che ogni azione è fondamentalmente la trasformazione della sembianza dell’essere divino. In altre parole, non esistono azioni individuali. Ma questo è un punto sottile, perché anche se tale è l’esperienza dell’individuo realizzato, quest’ultimo sembra agire in modi che tendono a risanare la situazione intorno a lui/lei. Quindi, è vero che è un’illusione cercare di fare qualcosa, ma questo tipo di comprensione si accompagna a un grado di realizzazione in cui gli eventi intorno a tale individuo cominciano a muoversi verso l’integrità. Quindi, anche se non si stanno compiendo azioni individuali, lo stato delle cose si trasforma per riflettere le perfette qualità della realizzazione: per esempio, l’intelligenza, l’amore e la compassione. Inoltre, dal punto di vista delle persone intorno all’individuo realizzato, quest’ultimo sembra agire in modo sano e salutare.</p>
<p>Nella condizione personificata in cui siamo l’anima inseparabile dalla sua fonte – una cellula nell’essere divino – capiamo che possiamo compiere azioni individuali, ma tali azioni sono in realtà quelle del divino che si manifesta tramite noi. Quindi, c’è la percezione dell’azione individuale, ma anche il riconoscimento che esiste una sola entità ad agire. In tale condizione sperimentiamo le nostre azioni come prive di sforzo e salutari per lo stato delle cose, sia per gli altri che per l’ambiente.</p>
<p>Per cui, l’attaccamento in questo caso non riguarda l’atto di aiutare il mondo, ma la convinzione che l’atto individuale sia una verità assoluta. Se, volendo aiutare il mondo, ci stiamo meramente aggrappando alla nostra convinzione del carattere assoluto dell’atto individuale, siamo di fronte a un attaccamento che riflette un’illusione. Ma l’azione può fluire senza che noi si assuma questa posizione. In tal modo, l’azione può apparire una parte dello svolgimento universale delle apparenze del mondo, oppure l’azione del divino che si manifesta attraverso un’anima individuale.</p>
<p>Se osserviamo la vita degli individui realizzati, tutti hanno contribuito a risanare l’ambiente che li circondava, umano, animale o inanimato. Un modo migliore di dire la stessa cosa è affermare che gli individui davvero realizzati contribuiscono al cammino generale dell’umanità e del mondo verso una maggiore consapevolezza della natura autentica.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: Pensi che il sistema scolastico e sociale possa favorire il riconoscimento e l’integrazione delle qualità essenziali nei bambini?</p>
<p>Hameed Ali: Certamente, ma non sempre questo accade. Il punto non è se i bambini possono, ma se c&#8217;è la volontà in questa direzione. E ciò significa che le persone dietro tali sistemi devono essere sagge abbastanza da includere tale educazione nei sistemi stessi. Sono esistiti dei casi, nella storia, in cui persone sagge nei posti di potere hanno patrocinato insegnamenti e valori spirituali, favorendo la loro diffusione nella società. Questo è avvenuto nella tradizione ebraica, sufi, buddista e in altre. Generalmente, ciò accade in alcune comunità all’interno della società, che probabilmente in qualche caso hanno incluso l’educazione dei bambini. Un esempio interessante è quello dell’epoca greco-romana, quando i potenti mandavano, talvolta, i figli a studiare dal sapiente dell’epoca, come Platone in Alessandria e Plotino a Roma.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: I Veda hanno prodotto non solo conoscenza spirituale, ma anche il sapere scientifico dei tempi antichi. Si dice che tale sapere sia stato scoperto da esseri illuminati attraverso stati meditativi. La tecnica di esplorazione da te insegnata può essere applicata alla medicina, la fisica, la cosmologia, la scienza sociale e altri campi scientifici? In tal caso, cosa ci sarebbe di diverso rispetto all’attuale ricerca scientifica?</p>
<p>Hameed Ali: Senza dubbio. L’esplorazione, nel Diamond Approach, consiste di ricerca e indagine, e può applicarsi a qualsiasi campo di attività. È mio desiderio che questo accada, a un certo punto. Saranno necessarie alcune modifiche per favorire l’adattamento a ciascun campo, e bisognerà trovare un modo per includere l’esplorazione nella consapevolezza del ricercatore.</p>
<p>Oggi, il nostro metodo scientifico cerca di isolare il ricercatore (come abbiamo già detto), ma non esiste una ragione indiscutibile per non includerlo. Ciò crea un’approssimazione migliore di quella cartesiana. Comunque, non è una cosa semplice come il metodo cartesiano, che cerca di isolare il più possibile il ricercatore dall’oggetto di ricerca. L’individuo medio non può farlo, e questo vale per la maggior parte dei nostri scienziati. Penso che se ciò accadrà, sarà grazie agli scienziati che hanno già una certa realizzazione e comprensione della consapevolezza e della sua natura. Credo che sarà interessante vedere in che modo la scienza si svilupperà partendo da questa prospettiva più vasta e profonda. Nella filosofia della scienza potrebbe verificarsi una rivoluzione simile a quella Einstein provocò nella fisica.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: Ti ho sentito dire che esiste una relazione tra gli aspetti essenziali e il sistema endocrino. Potresti dire qualcosa al riguardo?</p>
<p>Hameed Ali: Non ne so granché. Ma so che, così come l’energia-shakti e il sistema dei chakra sono collegati al sistema nervoso e ai vari plessi, gli aspetti essenziali e il sistema “lataif” sono collegati al sistema endocrino e le sue ghiandole. Come esperienza, l’energia shakti è simile a una scarica elettrica, mentre la presenza essenziale è simile allo scorrere dei fluidi. Credo che sarebbe interessante svolgere una ricerca dettagliata su questa corrispondenza.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: La tua scuola ha l’aspetto di una scuola misterica, con poca pubblicità, mentre i tuoi libri, anche se molto apprezzati dai ricercatori, sono stati pubblicati in proprio e non hanno raggiunto il mercato di massa. Da un paio di anni hai cominciato a pubblicare con un grosso editore e il tuo nuovo libro, <em>Inner Journey Home,</em> avrà una grossa promozione. Quali sono le nuove sfide, e cosa provi a essere oggetto di attenzione da parte dei media e delle masse? Quale sarà l’argomento di I<em>nner Journey</em> Home?</p>
<p>Hameed Ali: La mia funzione è trasmettere il Diamond Approach in tutti i modi possibili. L’idea è quella di raggiungere il massimo numero di persone in sintonia con esso, affinché lo usino secondo le loro possibilità. Faccio questo attraverso gli insegnamenti, il training per insegnanti, gli eventi pubblici e le pubblicazioni. Parte della funzione delle pubblicazioni è rendere disponibile alla gente il nuovo paradigma e le intuizioni del Diamond Approach. Le pubblicazioni non sono un metodo efficace come l’insegnamento, ma hanno la loro utilità, in quanto sono educative (nel senso positivo della parola).</p>
<p>Se questo richiederà l’attenzione dei mass media, non mi è chiaro. Personalmente tendo a essere riservato, e non mi piace l’attenzione delle masse. Ma se ciò comincia ad accadere e aiuta la trasmissione degli insegnamenti a un numero maggiore di persone, continuerò su questa strada, come parte del mio servizio all’insegnamento.</p>
<p>Pubblicando con la casa editrice <em>Shambhala</em>, l’intento è, in parte, allargare il pubblico raggiungibile dai libri. Questo, in realtà, non è il livello dei mass media.</p>
<p>Non stiamo cercando di divulgare gli insegnamenti a livello delle masse, perché il nostro lavoro si basa molto sulla figura dell’insegnante, e possiamo accogliere solo un numero di studenti proporzionale ai nostri insegnanti. Ma i libri non hanno questi limiti, e possono raggiungere un pubblico molto più vasto senza che la scuola debba accogliere nuovi studenti, anche se ciò ci metterà più pressione.</p>
<p><em>The Inner Journey Home,</em> in pubblicazione nella primavera del 2004, è in parte un libro sull’anima e in parte una panoramica particolareggiata del cammino del Diamond Approach. La prima parte è una descrizione dettagliata dell’anima, che ne analizza la natura, le proprietà e funzioni, le dimensioni, la crescita, la realizzazione e la maturità. Il Diamond Approach sviluppa l’antico concetto occidentale dell’anima, esposto per la prima volta da Socrate e ampliato dalle scuole esoteriche delle tradizioni monoteiste, fino a includere il moderno campo della psicologia e la nozione dell’io. L’accento è su come l’anima è ciò che siamo, la nostra consapevolezza individuale, che ha l’essenza come sua natura e fondamento ontologico, ma che tra le sue dimensioni o possibilità include anche ciò che chiamiamo <em>mente, cuore e volontà.</em></p>
<p>Il libro analizza nei dettagli il modo in cui l’anima si evolve nell’io comune attraverso lo sviluppo dell’ego, e come e perché questo l’aliena dalla sua natura essenziale.</p>
<p>Tutto ciò viene riconosciuto come uno stadio di un processo più vasto di evoluzione che comprende lo sviluppo essenziale, la realizzazione della natura autentica e l’integrazione di quest’ultima nel mondo, sotto forma di individuazione e maturazione dell’anima. Il libro poi tratta in modo particolareggiato la natura essenziale dell’anima, le dimensioni della natura autentica e la loro realizzazione e integrazione nel cammino; include un esame molto approfondito, sottile e dettagliato della natura autentica; si chiude con un’analisi del viaggio di discesa e l’integrazione di tutte le dimensioni della Realtà autentica, la condizione autentica dell’esistenza, oltre ai suoi rapporti con l’idea di un Dio personale.</p>
<p>Un tema importante che percorre tutto il libro è il legame tra gli insegnamenti del Diamond Approach e la tradizione del pensiero occidentale. Viene analizzato in che modo il Diamond Approach è una possibile e positiva evoluzione della cultura e dei valori occidentali. Ciò viene fatto esaminando la dissociazione e l’unità delle nozioni di Dio/Essere, io/Anima e mondo/Cosmo.</p>
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</a>Il sito della scuola Ridhwan: <a href="http://www.innernet.it/wp-admin/if%28confirm%28%27http://www.ridhwan.org/%20%20%5Cn%5CnThis%20file%20was%20not%20retrieved%20by%20Teleport%20Pro,%20because%20it%20is%20addressed%20on%20a%20domain%20or%20path%20outside%20the%20boundaries%20set%20for%20its%20Starting%20Address.%20%20%5Cn%5CnDo%20you%20want%20to%20open%20it%20from%20the%20server?%27%29%29window.location=%27http://www.ridhwan.org/%27">www.ridhwan.org</a></p>
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<p>Traduzione di Gagan Daniele Pietrini<br />
Copyright: Innernet.</p>
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		<title>Loving the truth for its own sake, an interview with Almaas</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Aug 2009 07:02:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Toshan Ivo Quartiroli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Co/Scienza]]></category>
		<category><![CDATA[English articles]]></category>
		<category><![CDATA[Maestri]]></category>
		<category><![CDATA[Psicologia e spirito]]></category>
		<category><![CDATA[Almaas]]></category>
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		<category><![CDATA[Hameed Ali]]></category>
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		<description><![CDATA[The Diamond Approach, the path created by Hameed Ali, better known by the pen name A.H.Almaas, emphasizes loving the truth for its own sake. This research takes place through a process of inquiry that includes the subjectivity of the researcher and his personal history as a way to reach objective knowledge of the soul and [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="Almaas4.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/almaas4.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/almaas4.jpg" alt="Almaas4.jpg" hspace="6" align="left" /></a>The Diamond Approach, the path created by Hameed Ali, better known by the pen name A.H.Almaas, emphasizes loving the truth for its own sake. This research takes place through a process of inquiry that includes the subjectivity of the researcher and his personal history as a way to reach objective knowledge of the soul and of the divine. In this interview, Hameed Ali speaks about the research, the researchers and the nature of the soul.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: The search for the truth in the West (including the scientific, philosophical and metaphysical) developed through different stages. In the Scholastic tradition, the subjectivity of the inner contents was taken into account, then came Descartes, who rejected this tradition. For the sake of a &#8220;clear and distinct perception&#8221; he deemed it necessary to detach ourselves from our subjectivity and take an objective, &#8220;God-like&#8221; approach. After all, according to the Judeo-Christian view, God created man in the last day of creation, and in the image of God. According to this belief the creation is something external to human beings, something that existed before the human mind and soul were around. So, in order to know the creation and the creator&#8217;s mind, man should trace God&#8217;s path and look for what is beyond the human. And, since man was born in sin, there wasn&#8217;t much good to discover anyway. Copernicus&#8217;s view of astronomy, no longer earth-centered, was possible from this new approach, as were many other scientific and technological developments. The modern era was characterized as being scientific, materialistic and &#8220;objective&#8221; one. But Kant was already starting to sabotage this paradigm, saying that we will never know the &#8220;thing in itself&#8221;. Later on, came quantum physics with the uncertainty principles and then the Gödel theorem limiting the scope of formal systems. In this post-modern era there is no more safe terrain for the truth. Your inquiry technique seems to be a new stage in the pursuit of truth, since it is fuelled by both the subjective and objective approaches to reality, and you affirm that the inner knowledge can be even more objective, clear and precise than the outer one. This reverses the foundations of the western culture between inner/subjective and outer/objective. How can you have objective truth in the realm of the human experience and how do you inquireinto that?</p>
<p>Hameed Ali: This is a good question and it will be important for people who grew up in the West to understand this point, for it may influence the way they look at spiritual experience and enlightenment. First, the way I work with truth in terms of objectivity and subjectivity does not actually reverse the foundations of Western culture. In fact, it rather goes back to the real foundations that our modern West has all but forgotten. In other words, the way I teach the Diamond Approach is a development of the Western way of researching truth, but done in a way that unifies what has been dissociated in the last few hundred years. It is a new stage but a stage that basically develops potentials that already existed in Western history.</p>
<p>Originally, as in the old Greek culture or the old Hebraic/Christian origins, or as the scholastic tradition that you mention, there was no dissociation between the objective and subjective views of things. The separation and dissociation happened around the age of enlightenment, even though it began earlier in the development of Christian thought. I think the separation served Western civilization for it lead to Western science and its technological advances, but at the same time it created a dissociation that is not inherent in reality and knowing, which has its own alienating effects.</p>
<p>In my understanding, knowing is much deeper than it is viewed now by our positivist philosophy. Knowing has a mystical or intuitive ground, which is the direct knowing of content of experience, usually termed gnosis. The Greeks understood this well in their concept of Nous, the higher or divine intellect. Plotinus clearly taught that knowing and being are inseparable in the Nous. But Western thought, which understood the Nous kind of knowing both in Greek thought and Hebraic thought, developed in such a way to separate the two dimensions or elements of it. In the Nous kind of knowing there is the presence of Divine Mind or Intellect, which is a field or ground of awareness, and there are the forms that manifest within it as objects of knowing. The forms are forms of the field of presence, but since this presence is the presence of consciousness this fields knows these forms. It knows them directly because they are forms of its own field; its knowingness pervades all the forms.<span id="more-550"></span></p>
<p>The development of Western thought, for various reasons good and bad, dissociated the ground of knowing, the being or presence, from the forms that this ground manifests. These two elements became then, generally speaking, emphasized and developed in two different fields. The ground of being became the concern of the field of metaphysics, religion and mysticism; and the forms became the concern of the newly developing scientific fields. Religion and mysticism started emphasizing that the ground of Being, or monotheistically the divine presence, is mysterious and inherently unknowable. And that its experience is antithetical to logical and scientific or experimental kind of inquiry.</p>
<p>In the scientific and positivistic direction, what remained of the ground of awareness and knowing became simply the individual knower, the self with its knowing mind. The forms of knowledge became disconnected objects not directly related to the knower. And knowing became the observations of the separate self of objects of knowledge. The idea developed, as you mention with the help of Rene Descartes, that the forms exist on their own, and can be known as they are if the self observes them from a distance and not interfere with them with its subjectivity. So objective knowledge developed to mean knowing the objects of knowledge without the subjective biases of the self or researcher.</p>
<p>Now, in the Diamond Approach, we agree with this definition of objective knowledge: that it is knowledge free of the mixing in it of the subjective biases of the knower. However, we do not share Descartes view that the way to objectivity is by sterilizing the situation of inquiry, by removing the subject from the field of inquiry. First, we know from our fundamental understanding of knowing that we cannot completely separate the knowing subject from the object of knowledge. We cannot because the knowing subject is nothing but the collapsing of the field of presence and awareness into a knowing self. We also know that these objects of knowledge are nothing but the reification of forms that arise in this field, and inseparable from it. Hence, Descartes formula works only as an approximation, and cannot be applied absolutely. I think Quantum theory has already discovered this limitation as formulated in Heisenberg’s uncertainty principle, which simply means that we cannot totally dissociate the observer from the phenomena observed.</p>
<p>Descartes’ formula worked as an effective approximation, and still works effectively in most fields of scientific inquiry because these fields cannot penetrate to the regions where this approximation collapses. We can actually view Descartes’ philosophy of science as an approximation similarly to how Newton’s classical theory of physics is a good working approximation to the laws of physics. Now we know that Newton’s physics collapses at the two extreme ends of the scale of physical measurements, where the general theory of relativity and quantum theory have replaced it as more accurate in the domains of macro and micro distances, respectively.</p>
<p>When it comes to understanding consciousness and the nature of the soul and God, Descartes’ approximation is again not adequate. Mysticism has always understood this and knew that true understanding of spiritual realities can only happen through direct experience, through knowing by being, by identity of knower and known. However, mysticism and most spiritual teachings believed that logical or rational knowledge are antithetical to such mystical knowing or gnosis, what the Hindu termed jnana, and the Tibetans yeshes. So it has been believed now for a long time that mystical or direct spiritual knowledge can only be vague, intuitive, mysterious, nonconceptual, incommunicable and so on. This is, in my view, due to the same dissociation, believing that the specifics and precise forms are separate from the ground of being and knowing, and that to pay attention to such specificity will disconnect us from mystical experience.</p>
<p>In the Diamond Approach, we agree more with the ancient Greeks, like Pythagoras, Plato and Plotinus, that the ground of being, the nous, is the ground of the platonic ideas, the various forms of manifestation. In other words, we take the view that direct mystical knowing and the knowing of specific forms in precise details, can be wed, because they are originally one and nondual. This means that we can have a mystical knowledge, which is knowledge by identity, that can be precise, clear, specific and detailed.</p>
<p>This has two consequences that respond to your question. First, there can be scientific knowledge that is direct knowledge; meaning precise and detailed gnosis of forms of manifestation. There is no dissociation here, and hence it is free of Descartes’ approximation. In fact, because we are not relying on an approximation, but on the truth of reality, our knowledge can be totally precise and clear. It can penetrate to regions not accessible to the ways of inquiry that depend on Descartes’ approximation. This is necessary for understanding consciousness, existence, soul, God, spirit and so on. They are like the micro and macro of scientific measurements, but in the field of psychology and metaphysics.</p>
<p>But how about objectivity; how do we assure objectivity, or that our subjective biases are not involved in this knowing?</p>
<p>I think the belief of many spiritual teachings that the mystical experience is antithetical to mind and reason opens such experience to such subjective biases. And this has been the criticism of scientists and philosophers of science of this kind of experience. However, Descartes’ approximation will not work, for it will dissociate us from the mystical element, that of direct experience, or knowing by being. However, there is another way, a way that the Diamond Approach applies in quite an effective manner. This is to include into our inquiry not only what we experience or know, but the subjective pole itself. We include looking into the knowing subject, the self, in the inquiry into spirit, God, or whatever. Our inquiry is always not only into what we experience, but also into our attitudes and reactions to our experience. This way we see our subjective biases, and how they influence our experience. By seeing through these subjective biases our knowledge of what is going on becomes gradually more objective.</p>
<p>As we see our biases, beliefs, positions, desires and so on, they begin to dissolve, especially because our inquiry is motivated by the love of truth for its own sake. Since we truly want to know what is going on, we are willing to surrender our biases because we can see directly how they obscure the truth we love. Our objectivity expands as our knowledge deepens. Objectivity expands as subjective biases are seen and surrendered. This is a process that continues throughout the path of inquiry into experience, where the truth of experience gradually manifests as our biases are exposed and surrendered.</p>
<p>We find different degrees of objectivity, where each degree is objective within the subjective framework we work with. In other words, if we use the framework that we are separate individuals in the ordinary world, then objective truth means something different from objective truth in a framework that does not hold such assumptions of separate individuality. Again, objectivity means something different depending on whether we assume existence and nonexistence are two antithetical opposites or inseparable and coemergent.</p>
<p>This approach does not participate in Descartes’ approximation because it recognizes that it is not possible to isolate the self from the object of inquiry. It relies on the view that the awareness and knowingness of the self is the field that constitutes the substance of all the objects of inquiry. It achieves objectivity by clearing the knowing awareness from its subjective biases. It first includes these biases in its determination of what is going on, but in deeper stages of the path, it can inquire free of these biases. The dissolution of these biases and positions at some point include the dissolution of the belief in a separate self, and the belief that the objects of study are separate objects from the inquirer.</p>
<p>Objectivity is complete when there is no more separate self to hold biases, which is the same station as recognizing that all the forms of manifestation are forms that our awareness and presence assumes. This is the enlightened view that we arrive at by learning to be truly and fully objective. This view actually transcends the uncertainty principle of quantum theory, because there is no more an observer separate from the observed. We see that the uncertainty principle is true as long as there is duality, but in the enlightened view there is no more duality of observer and observed. It is one phenomenon that knows itself totally, completely, objectively and precisely, but nondualistically. It knows itself by being itself with full and diamond sharp discrimination. Here, we see that even the uncertainty principle is an approximation, a finer one than Descartes’ but an approximation nevertheless, because it ends up making our knowledge probabalistic. I believe Einstein had an inkling of this when he could not adopt the quantum view completely; he thought God does not throw dice.</p>
<p>I think this kind of inquiry, which is totally open minded and totally open ended, unifies the scientific logical investigative attitude with the mystical approach of direct experience. This way was known in the ancient Western world, as attested to by Pythagoras’ use of mathematics in spiritual inner work, but did not develop much because of the bifurcation between religion and science that began in the renaissance and the enlightenment. There is no reason why it cannot develop further, as we have done in our work, and there is no reason why science cannot adopt it, at least in principle. It is difficult to practice such inquiry scientifically because we still do not know how to include the subjectivity of the researcher into his research, but I think at some point we will need to, if we are serious about finding the secrets of existence. There are already some indications of such development in some scientific areas, as in the view that we need to include consciousness to have a unified theory of the universe.</p>
<p>I go into more detail into this view of knowledge in the book, <em>Inner Journey Home,</em> and I discuss further the implications for Western thought and culture. The discussion in the book builds up with the deepening and expanding understanding of reality that the Diamond Approach makes available.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: You teach that there is an objective common core in every human being regarding how the soul manifests itself and functions, that goes beyond the personal history conditionings, beyond beliefs and self-images. But at the same time the personal history can go as deep as preventing or facilitating the union with the divine. For instance, a difficult merging stage with the mother or a cognitive belief such as “there is just one son of God and nobody else can merge into him in this lifetime” can prevent the merging with the divine. How did you discriminate between what is common in the soul of human beings and what is personal history or culturally induced? Is this common part the same thing as what is called the “perennial philosophy”, that sees a common core among the different spiritual traditions?</p>
<p>Hameed Ali: It is the brand of inquiry we practice in this path that makes it possible to know what is historically incidental and what is inherently universal. When we inquire into our experience and perception we begin to see the presence of our subjectivity in it, forming or patterning it. As we see through these subjective beliefs, positions, ideas and so on, and recognize them as such, they begin to dissolve. All historical and cultural influences are content of this subjectivity. Since they do not exist inherently in the present moment, but are carried into it from the past through memory and conditioning, understanding them tends to melt them away. However, the elements of the experience that are inherently present and are not carried from historical influences, do not dissolve, because they are truly present. Understanding them tends to reveal them further and show their inherent reality. In other words, inquiry just as other spiritual methods in general, tends to dissolve the ordinary mind with its content. All cultural and historical influences are content of this mind, of the nature of thought, and hence will dissolve under the scrutinizing eye of inquiry.</p>
<p>What remains will be what is fundamentally present. Also, patterns or patterned processes that remain will be seen as fundamental. However, fundamentally existing does not necessarily mean universal, or objectively common to all people. For it might be genetically determined, for example, by one’s heredity. But here the scientific approach helps a great deal. Just as science can determine whether some properties of objects are common to all the classes of such objects, as in the example of properties of water to all water molecules. Science does this in many ways, but one important way is the principle of repeatability. As long as we can repeat the results for any experiment we ascertain it is determined to be valid. We do the same in our work. We do not only ascertain whether something is fundamentally present, but whether repeated observations and inquiry with many people lead to the same result. So again it is the principle of repeatability.</p>
<p>The Diamond Approach actually has a kind of intelligence in its inquiry that gives it the possibility to ascertain whether something is fundamental or not, and whether it is universal or not. This has to do with the intelligence of the Diamond Guidance, the essential intelligence that guides the inquiry. When this guidance is integrated, which partially means we can inquire while seeing our subjective biases, it becomes clear what is fundamental and what is universal. I use both this direct intelligence and the scientific method combined to arrive at objectivity regarding these matters. I discuss our inquiry and its intelligence and objectivity in great detail in my book, <em>Spacecruiser Inquiry.</em></p>
<p>Is this common part what is called the perennial philosophy? Yes and no. Yes, if by perennial we mean what is universal to all souls. However, my understanding is that the perennial philosophy goes further than this. It takes the view that all spiritual teachings of mankind are different formulations of the same truth, experience or perception. Then it is no. I do not think that it is true that the Buddhist void is the same thing as the Sufi love, and both are the same as the Christian Father, and all of these are the same as the Taoist Tao, and so on, but formulated differently.</p>
<p>My understanding is that each genuine teaching refers to something fundamental and universal for all human beings, but they do not necessarily refer to the same fundamental and universal truths. There are many fundamental and universal truths, as there are many dimensions and facets of true nature or reality. Each teaching tends to emphasize a certain fundamental and universal truth, dimension or facet. So they are talking about the same thing, but not exactly. The differences are not simply due to different formulations or conceptualizations. They are more due to different emphasis and different facets of truths. More exactly, they are different because the various teachings have different logoi of teaching. Each teaching has its own unique logos: language, view, logic and dynamic. The same with the Diamond Approach; the understanding of essence and soul is unique to it. You can find similarities with other teachings, but you won’t be able to find sameness. I discuss the question of logoi of teachings in <em>The Inner Journey Home</em>, in an appendix.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: In the Diamond Approach I haven&#8217;t seen much emphasis on enlightenment, as it is discussed in other traditions or schools. What is the role of this &#8220;event&#8221; in your teaching? In particular, what do you think of the &#8220;sudden&#8221; enlightenment Advaita-like? Is it possible to by-pass the practices and the psycho/spiritual inquiry and be permanently liberated?</p>
<p>Hameed Ali: I use the concept of enlightenment sparingly because I use it in a technical way. I do not mean simply the experience of true nature, the recognition of true nature, or even the realization of or abiding in true nature, whether nondual or not. Many people, including many teachers, use the term in these above senses. That is why I usually use the concept of realization, which I differentiate from enlightenment, even though I am aware that many teachers use the two terms interchangeably.</p>
<p>By realization I mean the ability to abide in true nature, to recognize and be true nature. Since true nature has many dimensions, or degrees of subtlety, there are degrees or levels of realization. Also, because there are many degrees of completeness of realization of or capacity of abiding in true nature, there are many levels of realization. Hence, realization can develop and mature, by realizing true nature in subtler, deeper or more total ways, and by the completeness of such capacity of abiding. This implies that one can attain a degree of realization but there still remain some obscurations, issues, unworked out personal or historical conditioned manifestations, or the possibility of the arising of such.</p>
<p>When realization becomes full and permanent I call it enlightenment. This has two sides. One is that there are no more obscurations or the possibility of the development of obscurations. No more issues, no more inner lack of clarity and no more inner limitations of one’s experience. The other is the full and permanent awareness of the totality of true nature, in all its subtlety and dimensions, with the total freedom for it to manifest in whatever way necessary. Together they imply permanent living in the fullness of the real world, without holding to any particular teaching or perspective, or view of enlightenment or need for it.</p>
<p>Since many teachers use enlightenment to mean what I refer to as realization it obviously has a place in the Diamond Approach. It is an experience that begins a permanent kind of attainment. There are many kinds and degrees in the Diamond Approach. What is called sudden enlightenment basically refers to a distinction between building up to an experience or discovering it whole. I think the distinction happened mostly in the history of Buddhism, because of the distinction it has had between emptiness and Buddha nature. The schools that believe the ultimate reality is emptiness tend to think of gradual enlightenment, because emptiness is realized by chipping away at the self. The Buddhist schools that believe the ultimate reality is Buddha nature, which is some eternal presence, tend to think of sudden enlightenment. This is because you discover it as it is, since it is primordially complete and whole. However, in both there is a path where practice needs to be done continually. This is the case in Zen, the most well known teaching that teaches sudden enlightenment. Zen definitely includes long term practice, even though it believes in sudden realization. Furthermore, as it is well known, Zen conceptualizes many kinds and degrees of Satori, or realization. It is said that after every satori there is another satori. In other words, even in schools that formulate their teaching as sudden enlightenment or realization, it is not usually envisioned as one cataclysmic experience that finishes the whole path, without any remaining practice, work or integration.</p>
<p>This is the case in Advaita Vedanta too. Otherwise, how can we understand the different degrees of depth or expansion of realization of their various gurus and teachers?! Just the fact that a teacher says he is enlightened does not mean he is enlightened to the degree of another teacher, or has the same kind of enlightenment. Also, it does not mean that he or she has no more work to do. Usually, the traditional teachings, like Vedanta, conceptualize the work needed after such experience as integration. But integration is not a matter of going about your business and everything just happens on its own. Otherwise all Vedanta teachers will be the same in depth and power of their realization. The integration is actually a matter of seeing through ignorance, habits, positions, assumptions, patterns and so on. This is not different from the work one does before such experience, except that now one is informed by the wisdom from this experience, and possibly by the continuing remaining in such experience.</p>
<p>I think when we do not have the debate as Buddhism had, that of between emptiness and eternal ground, there is not much point in the distinction between sudden or gradual enlightenment. Essence is discovered as it is; it is not built up gradually. At the same time the mind sheds its ignorance or attachment to such ignorance piecemeal.</p>
<p>In my personal case, very early on I had an experience that can be called enlightenment where the ego totally dissolved into the ocean of consciousness and love. There was a total cessation of consciousness that lead to such cosmic perception. But that experience began a whole path that revealed many qualities and dimensions of true nature, and where I went through the ego segment by segment, issue by issue. This path was again punctuated by discoveries and realizations that can be called sudden enlightenment. After many years on the path I finally arrived at the place of the initial enlightenment, but then the unfoldment continued to further stations and newer levels of realization. So in a sense, my journey combined both the sudden and gradual paths. I believe this is what usually happens to most individuals, regardless of what teaching or path they follow.</p>
<p>There are rare instances of individuals suddenly finding themselves in the absolute, and remaining therein, without them going back to integrate other dimensions. But this is not the usual, not even in Vedanta or Zen. And even in such cases there is still the work of integration. I do not think there is a way of totally bypassing working out one’s ignorance and patterns, unless we are content with partial realization.</p>
<p>We also need to remember that in the Diamond Approach we see that there are two threads for the path. One is that of discovery and realization of true nature. The other is that of individuation of the soul, which is the maturation of the human being. This latter one is bound to be a gradual development and growth for it has to do with integrating one’s life’s experience and capacities into ones realization.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: Which are the most important qualities that a researcher should integrate in his path?</p>
<p>The most important, in my view, is loving the truth for its own sake.</p>
<p>This implies having a totally open mind, totally open to whatever truth we may find. Also, the researcher needs to have an open ended attitude, not expecting or wanting any particular end or result. This means it needs to have the attitude of pure scientific research. Otherwise, one’s research will be biased by one’s own subjective desires and goals. The researcher also needs a heart involvement, where there is passion, enjoyment, playfulness, and involvement without attachment. It helps a great deal to have courage, intelligence and focus.</p>
<p>I discuss all these in detail in <em>Spacecruiser Inquiry</em>, where I spend a whole chapter on each of these qualities as they pertain to inquiry and research.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: How is it that the behaviour of some of spiritual teachers is sometimes questionable around power, sex and money issues? Is it because they are &#8220;beyond&#8221; human values and morality or because they are actually &#8220;below&#8221; because they haven’t worked out the psychological issues concerned?</p>
<p>Hameed Ali: Spiritual teachers are just like other human beings. If they have not worked through some personality conflicts and issues these can manifest as such behavior. Such unclarified personality tendencies can even become more exaggerated under the pressure of greater expansion and energy that comes from realization. This is similar to ordinary individuals when they attain to positions of power or wealth; these situations sometimes exaggerate their already existing tendencies.</p>
<p>It is true that some traditions talk about crazy wisdom or something like that, but these traditions think of that as a quite rare and advanced possibility, that is rarely attained. I think the known stories of aberrant or questionable behavior of teachers usually indicate that these teacher are of limited realization. There is no such thing as a neurotic enlightened being. When teachers are neurotic or behave in a strange way it usually indicates that they have not worked out some personality issues and animal tendencies. So even though they have attained to a measure of realization the realization is not complete, which means it is not enlightenment yet.</p>
<p>When we understand this situation then there is nothing unusual or difficult to understand about such stories. Some people cannot understand such stories because they assume the individuals are fully enlightened, so they have to find some far out explanations or just get confused.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: For a long time the human soul has been considered out of the domain of western science. When finally psychoanalysis came, what was looked for was mainly the dark side, neuroses and psychoses, evidently a deep belief that somehow the soul was created as corrupt. Even in the spiritual circles the ego, after all a part of the human soul, is often considered an enemy&#8221; to be &#8220;ignored&#8221; or even &#8220;killed&#8221;. How do you consider the ego. Could the ego be a &#8220;helper&#8221; in inquiring and recognizing the truth of the deepest parts of the soul?</p>
<p>Hameed Ali: Can there be ego apart from the soul? Not possible; all of our experience of ourselves has to be of our soul, whether free and hence experiencing its essential nature, or identified with some kind of image or concept, and hence it is ego. In other words, ego is nothing but a manifestation of our soul, our individual consciousness, that is structured through concepts and impressions from past experience. In this situation the soul experiences herself through this lens of concepts and impressions, and this lack of immediacy and nowness appears as the alienated self, what spiritual teachings refer to as the ego. It is not exactly the ego of psychoanalysis, but what most people refer to as their sense of self.</p>
<p>Such identification with history and previous experience is the primary obstacle to spiritual realization, because such realization is nothing but the soul experiencing herself not through any filter, but directly, immediately in the moment. When the soul experiences herself and the world with this kind of immediacy she recognizes the presence of her true nature, and recognizes it is her ontological truth. Because the soul misidentifying itself is the primary obstacle it is frequently considered the enemy of the spiritual path. It is the enemy but it is not an enemy that simply wants us to fail or be unhappy. Hence, what it needs is not aggression, or killing, which is not possible because we cannot kill our soul, but understanding and love, that will allow it to open up and surrender its identification and rigid beliefs and positions.</p>
<p>When we relate to the ego with aggression and rejection, who will be doing that to the ego? It has to be the ego, because true nature, or the soul not separate from true nature, cannot reject or hate. It can only have the attitudes of true nature, which are love, wisdom, understanding and so on. In other words, the rejection simply makes us more identified with the ego position.</p>
<p>The ego can be a helper in the path in the beginning stages. This is because we cannot be our soul at the beginning without being the ego. So at the beginning it is the ego who does the work, who practices the inner path. It is in reality always the soul, but here the soul identified with the ego concept. In time ego becomes transparent and begins to dissolve. This means the soul begins to experience herself without this lens of concepts and historical impressions. Without this lens we begin to see reality, what we are and what the world actually is. So in some sense the ego dies, but this does not mean there is actually a separate entity that dies. It is more that the soul sheds this ego concept. We can experience this as some kind of death, but this is because we still believe we are the ego and believe the ego is actually a real and existing entity. What dies is our ignorance, not an entity called ego.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: You see in the essential aspects of strength, compassion, clarity, joy and others the bridge between the human and the divine. There is a strong debate about genetic engineering. It seems to me like there could be a temptation to look for the &#8220;essence&#8221; of the human being, in particular for his &#8220;best&#8221; attributes, on the biological level. Do you think that the DNA manipulation can help in integrating the essential states or rather is just a dangerous way to &#8220;play God&#8221;?</p>
<p>Hameed Ali: These spiritual qualities are actually nothing but the attributes of the divine, as it manifests and becomes immanent in the world and the soul. We can experience them in our individual soul and relate to them as our qualities, or essential qualities arising from the divine, and this way they function as bridges to the divine in its transcendent dimension.</p>
<p>It is my observation that sometimes it is difficult for some individuals to experience certain spiritual or essential qualities, and this seems in rare instances to be due to genetic deficiency. I think it is possible that we need our full genetic make up for our bodies to be transparent vessels for the divine qualities. This reminds me of the discoveries in genetics that there exists a joy gene, just as there is a maternal gene. But these, joy and maternal nourishment, are two essential qualities, and there could be other essential qualities partially governed by specific genes. This observation supports the view that we need our body to be as whole and complete as possible for us to experience our essential potential. So if we lack a certain gene, or if our brain or body has some kind of incompleteness, this can mean some difficulty in being open to particular qualities. And just as in genetics a gene is just one determining factor, missing one gene does not mean it is total lack of access, and possessing it does not mean automatic access.</p>
<p>If this view has some truth, then it is possible to think that genetic engineering can help in providing the missing genes, which can give us the normal or average openness to a particular essential quality. But this is not the same as genetic engineering giving us enlightenment, because we already possess almost all the genes required anyway.</p>
<p>This is as far as I can tell. Whether DNA manipulation can help us integrate essential states beyond that, is something I do not know. I think the potential of genetic engineering for spiritual realization is possible, but I doubt that it will replace the need for inner practice and work.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: I have arthritis since I was a very young man. As for many other people who experience chronic body discomfort, this has been both a stimulus and a frustration on the path. Did the limitations you have with your body influence your spiritual unfoldment and your teaching? How in general is the connection with the body according to the Diamond approach?</p>
<p>Hameed Ali: My body limitation of course influenced my spiritual unfoldment. The polio I got when I was about two years old created a vulnerability and physical dependence on others which helped me become a socially sensitive individual, but also inwardly autonomous. It also gave me the necessity to turn inward to experience life. The actual mechanics of having to use a crutch to walk has affected my body in a way where I could not ignore my inner sensations. So I developed an inner sensitivity and a dynamic inner life that have always been independent from external situations. The polio created a limitation in terms of physical and social functioning, but it also allowed some inner strengths to develop.</p>
<p>It seems that we can turn physical limitations to our advantage, or we can by adequately coming to terms with our limitations learn from them and develop in ways that are not ordinary. I think this requires first some other supportive factors, like healthy upbringing, some talents and so on. The main thing is that we do not give up and become bitter but face our limitations and learn to be open to life and experience. I think most people tend not to face their limitations adequately; they become bitter, blaming and depressed or deficient. But sometimes an individual can deal with the situation, developing different qualities and capacities to deal with it or compensate for it.</p>
<p>The nature of the physical limitation is also important. Some limitations can interfere with our capacity for perception, thinking, insight, feeling and so on. In these situations it is more difficult to face the situations adequately, and it becomes less likely that an individual will develop and grow from the limitation. This is obvious in the case of pain. Some pain still leaves us able to think, contemplate and feel, if we face it and do our best. But some pain is of a nature that makes this application of capacity difficult, and will need a bigger fortitude than is usually available to the average human being. It does not mean it is impossible to develop in such cases, but it is more difficult and will require more supports. And hence, only rarely will an individual succeed in dealing with the situation adequately for inner growth and development.</p>
<p>We can think of our body as one dimension of our life. We are each a soul, with essence as true nature, but with a body as a vessel or vehicle for experience and action in the world. The soul is the vessel for essence, and the body is a vessel for the soul. And just as the soul needs to be transparent to essence for her to experience and recognize it, the body as the most external vessel for our experience needs to be transparent to the other dimensions. And just as the soul can be transparent to essence in some of her manifestations but not in others, the same way with the body. The body can be transparent in some ways to the soul and essence, but not in other ways. It can be transparent in the heart region but not in the belly region, or in the head but not in the heart. This will make our access happen more predominantly through one center or another.</p>
<p>The most important quality for the transparency of the body is sensitivity, just as it is for the soul. This means that the most important thing is not whether certain organs or parts of our body are healthy and strong and normal, as much as how sensitive they are to inner experience, and how they affect the soul’s sensitivity. The factors influencing sensitivity can be physical but usually they are the psychological consequences of the physical situation or limitation.</p>
<p>By sensitivity I do not mean being sensitive as in reactive or too tender; I mean the capacity to experience greater and greater intensity and quality of stimuli without disruption or closing down.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: The world is in an ecological, social and political turmoil. There are teachers who say that what is happening is just an illusion, maya, and we shouldn’t be concerned unless our &#8220;body/mind&#8221; is mechanically programmed to take care of that. It could be another form of attachment, but the prospect of ending this incredible experiment of life moves something inside me. Can the researchers of the truth have a role in healing the world soil and soul?</p>
<p>Hameed Ali: I know that some teachings say the world is an illusion, but I think it is an oversimplification that does not communicate what is intended. It is a catchy phrase, but the truth is subtler and more interesting. When we begin to recognize the ego view of the world as basically conceptual, this view appears as an illusion. We perceive the world as an illusion, but upon inquiry it turns out that this sense of illusion has to do with the fact that we are still seeing the ego view of the world, and recognizing it as an illusion. It does not say anything about what the world is. But when we look directly and immediately, which means the ego concepts of the world have dissolved, the world appears real, but as an expression of light and presence. We find that the ego perception of the world is a distortion of the true condition of the world, the real world.</p>
<p>In this real world we have two ways of being in it. We are either the true nature of the world, what makes it real, which transcends the forms of the world; or we are true nature manifesting itself as the individual soul, a condition where we experience our self not only as the transcendent but also as an organ or action and perception for the transcendent.</p>
<p>In this real world, everything appears perfect and right. However, this does not mean that the details of the world, the patterns of events, is perfect the way we think perfection is. It is more that we are seeing the underlying nature of the world, which is purity and perfections.</p>
<p>In other words, we can see the true perfection and still recognize that the pattern of events is not healthy for human beings, and that is when true nature manifests its love and compassion. We can get concerned in the sense that our compassion leads us to see suffering and feel the tendency to help alleviate it. At the same time we see that the primary problem is not the individual pattern of events but the ignorance of true nature, that underlies the painful pattern of events. We recognize that only through the dissolving of ignorance can a human being be liberated, but we can also see that for this ignorance to dissolve our compassion and love act in ways that flow with a more healthy pattern of events. In other words, the more we are realized the more we see the true reasons of suffering and conflict and what actions will help. Actually, the action of true realization is always towards healing the world, but may not manifest as what we expect it to be. But it can. But is there such a thing as action in the world in the condition of realization?</p>
<p>In the transcendent condition we see that nobody can act, that all action is basically the transformation of the appearance of the divine being. In other words, there is no such thing as individual action. But this is a subtle place, because even though this is the experience of the realized individual, this individual appears to act in ways that tend to heal the situation around him or her. So it is true it is an illusion to try to do something, but this kind of understanding goes along with a degree of realization where the events around this individual begin to move towards wholeness. Therefore, even though one is not taking an individual action the pattern of events does transform to reflect the perfect qualities of realization, like intelligence, love and compassion. Also, looked at from the side of people near this individual this individual appears to act in ways that are healing and wholesome.</p>
<p>In the embodied condition where we are the soul inseparable from its source, a cell in the divine being, we see that we can take individual action, but this action is actually the action of the divine happening through us. So there is the sense of individual action but the recognition that there is only one mover. In this condition we experience ourselves as acting effortlessly in ways that heal the situation, both people and environment.</p>
<p>Therefore, attachment here is not to the action of helping the world, but to the perspective of believing in individual action as an ultimate truth. If by wanting to help the world we are merely holding on to our belief in individual action as ultimate, then it is an attachment that reflects an illusion. But action can flow without us taking this position, when we are free of this position. Such action can appear as part of the universal unfolding of the appearance of the world, or as the action of the divine manifesting through an individual soul.</p>
<p>If we look at the history of realized individuals, they all contributed to healing of their environment, whether human, animal or inanimate. A better way of saying it is that truly realized individuals contribute to the overall evolution of humanity and the world towards greater awareness of true nature.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: Do you think that the social and educational system could help in the recognition and the integration of the essential qualities in children?</p>
<p>Hameed Ali: Definitely, and this happens sometimes in small ways. The question is not whether they can but whether they will. And this means whether the people behind such systems are wise enough to include such education in the systems. There have been instances in history where wise individuals in the position of power supported spiritual teachings and values, which helped their spread in the greater society. This happened in the Jewish tradition, the Sufi tradition, the Buddhist and others. Usually this happens in some of the communities in society, which probably included the education of children in some instances. An interesting example is of the Greek and Roman times, when some people in power sent their children to study with the wise of the time, like Plato in Alexandria and Plotinus in Rome.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: The Vedas produced not only spiritual knowledge, but as well the scientific knowledge of ancient times. It is said that this knowledge has been discovered by enlightened beings through some meditative stage. Could the inquiry technique that you teach be applied to medicine, physics, cosmology, social science, and other specialized fields? How different this would be from the current way of the scientific research?</p>
<p>Hameed Ali: Without any question. The inquiry in the Diamond Approach is a way of doing research and investigation, and it can be applied to any field of endeavor. It has been my wish for this to happen at some point. It will need to be modified some to fit the particular field, and find ways of how to include inquiry into the consciousness of the researcher.</p>
<p>At the present time our scientific method tries to separate the researcher as we have already discussed, but there is no absolute reason not to include the researcher. It makes it a better approximation than the Cartesian one. However, it is not as simple and easy as the Cartesian method of trying to separate the researcher as much as possible from the object of research. The average individual cannot do it, and this includes most of our scientists. I think if it happens it will have to be by scientists who already have some realization, and appreciation of consciousness and its nature. I think it will be interesting to see how our science will develop from this deeper and more encompassing perspective. It could be a revolution in the philosophy of science similar to what Einstein did in physics.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: I heard you say that there is a relationship between the essential aspects and the endocrine system. Could you say something about this?</p>
<p>Hameed Ali: I do not know much about it. But I do know that just as the energy-shakti and chakra system is connected to the nervous system and the various plexi, the essential aspects and the lataif system are related to the endocrine system and its glands. Experientially, the shakti energy is similar to the flow of electrical charge, and the essential presence is similar to the flow of fluids. I think it will be an interesting research for somebody to do in order to find the specific particulars of the correspondence.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: Your school has been more like a mystery school, with little advertisement, and your books, even if highly valued by researchers, were self-published and didn&#8217;t reach the mass market. For a couple of years now you have been publishing your books with a big publisher and your book,<em> Inner Journey Home</em>, will have a strong promotion. What are the new challenges and how do you feel about having more media and mass attention? What will be the subject of &#8220;Inner Journey Home&#8221;?</p>
<p>Hameed Ali: It has been my function to put out the Diamond Approach in all the ways I can. The idea is to reach as many of the people who can resonate with it and use it as possible. I do this through teaching, teacher training, some public events, and through the publications. Part of the function of the publications is to make available to people the new paradigm and insights of the Diamond Approach. It is not as effective a way as teaching, but has its usefulness, for it is educational in the good sense of the word.</p>
<p>Whether this will require mass media and attention is not clear to me. I myself tend to be private and do not like mass attention. But if this begins to happen in a way that helps to put out the teaching to more people then I will go along with it as part of my service to the teaching. By publishing through Shambhala part of the intention is to widen the audience the books can reach. This is not really the level of mass media or attention.</p>
<p>We are not trying to have the teaching be done in a mass scale, for our work is teacher intensive and we can accommodate only what our teachers can handle. However, the books have no such limitation, and can reach much larger audiences without the school having to deal with many new students, even though this will put some pressure on us.</p>
<p>The <em>Inner Journey Home</em>, which is appearing in the spring of 2004, is partly a book about the soul, and partly an in depth overview of the path of the Diamond Approach. The first part of it is a detailed discussion of the soul, her nature, properties and functions, dimensions, development, realization and maturation. The Diamond Approach develops the ancient Western concept of the soul, as spearheaded by Socrates and developed by the esoteric branches of the monotheistic traditions, to include the modern notion of self and the modern field of psychology. The emphasis is on how the soul is what we are, our individual consciousness, which has essence as its nature and ontological ground, but also possesses what we call mind, heart and will as some of its dimensions and capacities. The book goes into the details of how the soul develops into the normal self through ego development, and how and why this alienates her from her essential nature.</p>
<p>This is recognized as some of the stages of a larger process of development, which includes the essential development, realization of true nature and the integration of that in the world as the individuation and maturation of the soul. The book then goes into an in depth discussion of the essential nature of the soul, the dimensions of true nature, and their realization and integration in the path. It includes a quite detailed, deep and subtle discussion of true nature. The book ends with a discussion of the journey of descent, and the integration of all dimensions in the true Reality, the true condition of existence, and its relation to the notion of a personal God.</p>
<p>An important thread that goes through the book is that of connecting the teachings of the Diamond Approach with the Western tradition of thought, and discussing how it possesses a positive vision of possible evolution of Western culture and values. It does this by looking at the dissociation and unity of the notions of God/Being, self/Soul and world/Cosmos.</p>
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		<title>Il battito dell&#8217;assoluto di Osho, recensione</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Jun 2009 22:52:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Toshan Ivo Quartiroli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Maestri]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[ego]]></category>
		<category><![CDATA[misticismo]]></category>
		<category><![CDATA[oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Osho]]></category>
		<category><![CDATA[Upanishad]]></category>

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		<description><![CDATA[Le Upanishad sono la parte finale dei Veda, le antiche sacre scritture indiane. Si dice che le Upanishad contengano l&#8217;essenza più pura degli insegnamenti. Uno dei significati di Upanishad è “insegnamenti segreti”. La Ishavasya Upanishad riprende la sua originaria vitalità nei commenti di Osho, trascritti da discorsi tenuti durante un intenso campo di meditazione durato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="Osho. Il battito dell’assoluto.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/osho-il-battito-dellassoluto.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/osho-il-battito-dellassoluto.jpg" alt="Osho. Il battito dell’assoluto.jpg" hspace="6" align="left" /></a>Le Upanishad sono la parte finale dei Veda, le antiche sacre scritture indiane. Si dice che le Upanishad contengano l&#8217;essenza più pura degli insegnamenti. Uno dei significati di Upanishad è “insegnamenti segreti”.</p>
<p>La Ishavasya Upanishad riprende la sua originaria vitalità nei commenti di Osho, trascritti da discorsi tenuti durante un intenso campo di meditazione durato dieci giorni. Il maestro incoraggiava circa quattrocento ricercatori a sperimentare dal vivo gli stati dell&#8217;essere accessibili alla coscienza. L&#8217;anno era il 1971 e vi erano ancora pochissimi occidentali tra i partecipanti.</p>
<p>Le Upanishad non rappresentano una filosofia espressa in termini sistematici. Sono invece le descrizioni della natura della Realtà a partire dallo stato di illuminazione. A differenza del metodo scientifico occidentale, che procede per logica e induzione nella scoperta del vero, il metodo orientale parte dalle rivelazioni. Come commenta Osho, “La verità non si forma né si costruisce attraverso la nostra ricerca; questa la conduce semplicemente entro la sfera della nostra esperienza: essa è, in sé, sempre presente. La via del ragionamento indiano, quindi, dichiara all&#8217;inizio le conclusioni e in seguito discute metodo e procedura”. Per questo, il primo sutra</p>
<blockquote><p>Om. Quello è il Tutto, e questo, pure, è il Tutto.<br />
Poiché solo il Tutto nasce dal Tutto,<br />
e anche se il Tutto viene sottratto al Tutto,<br />
ecco, ciò che rimane è il Tutto.<br />
Om. Pace, pace, pace.</p></blockquote>
<p>è anche l&#8217;ultimo, “con il quale si afferma tutto ciò che sia mai possibile esprimere.” Per comprendere tali affermazioni, afferma Osho, contrarie ad ogni logica,<span id="more-513"></span> dobbiamo entrare sul piano dell&#8217;amore:</p>
<blockquote><p>Forse che il tuo amore diminuisce quando lo offri a qualcuno? Sperimenti forse mancanza d&#8217;amore quando lo offri totalmente? No!&#8230; Chi dà il proprio amore totalmente, liberamente, senza condizioni, acquista amore infinito&#8230; Se, dopo aver offerto il vostro amore, sentite che vi manca qualcosa, sappiate che non lo avete affatto sperimentato!&#8230; Tutto ciò che è misurabile è soggetto alla legge della diminuzione. Solo ciò che non è misurabile rimarrà uguale, indipendentemente da quanto gli viene sottratto.</p></blockquote>
<p>Tra le tante gemme presenti ne <em>Il battito dell&#8217;assoluto</em>, Osho traccia un parallelo tra la scienza, la quale, considerando l&#8217;essere umano in modo meccanico, abbatte l&#8217;ego e l&#8217;orgoglio dell&#8217;uomo. Anche la religione orientale afferma che l&#8217;essere individuale “non esiste” ed è solo una costruzione della mente. Ma mentre la scienza non offre alternative, degradando solo l&#8217;essere umano, le Upanishad da una parte estinguono il piccolo ego ma dall&#8217;altra innalzano l&#8217;uomo alla posizione divina.</p>
<p>Non sorprende dunque che in Occidente vi sia una tale strenua difesa dell&#8217;ego individuale, con tutti i suoi correlati di posizione sociale, riconoscimenti, ideologie, convinzioni. Per la nostra civiltà l&#8217;incontro col vuoto, cercato invece dal mistico come fonte del Tutto, è sinonimo di disfatta totale. L&#8217;uomo occidentale non può fermarsi, non può accettare il silenzio della mente, perché teme di cessare di esistere. Ogni aspetto della vita è architettato affinché possiamo essere intrattenuti in continuazione, mentre ogni desiderio soddisfatto viene rimpiazzato da un ulteriore obiettivo.</p>
<p>Quando lessi <em>Il battito dell&#8217;assoluto </em>la prima volta mi sentii proiettato in una dimensione che al tempo stesso era paradossalmente aliena e familiare. Le comprensioni, le aperture e le intuizioni che mi produsse la lettura furono così significative che mi lasciarono con la frustrazione nell&#8217;essermi avvicinato a tali vette, dove manca quasi l&#8217;aria, tuttavia quasi solamente sull&#8217;importante ma limitato piano intellettuale. Sedotto e abbandonato, <em>Il</em> <em>battito dell&#8217;assoluto</em> mi ha spinto ad esplorare ulteriormente il percorso. Forse è questo lo scopo non dichiarato delle Upanishad.</p>
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<p><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1924&amp;isbn=8875457131">Osho. Il battito dell&#8217;assoluto. Discorsi sull&#8217;Ishavasya Upanishad. ECIG. 1991. 8875457131</a></p>
<p><!--[if !supportEmptyParas]--> <!--[endif]--></p>
<p>Copyright: Innernet.</p>
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