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	<title>Innernet &#187; Esperienze</title>
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	<description>Percorsi di consapevolezza e anima del mondo</description>
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		<title>Quando accade l&#8217;impossibile</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Jun 2011 19:45:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stanislav Grof</dc:creator>
				<category><![CDATA[Esperienze]]></category>
		<category><![CDATA[Maestri]]></category>
		<category><![CDATA[Percorsi di ricerca]]></category>

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		<description><![CDATA[Uno degli aspetti più straordinari della nostra esperienza con Swami Muktananda e con il Siddha Yoga fu l&#8217;eccezionale incidenza di sincronicità nella vita dei seguaci di Muktananda. Ne abbiamo avuto notizia da amici e conoscenti legati al movimento Siddha Yoga: i ritiri intensivi offerti dagli ashram davano continuamente risalto a oratori che raccontavano storie eccezionali [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="Grof.quando accade l’impossibile.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/grofquando-accade-limpossibile.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/grofquando-accade-limpossibile.jpg" alt="Grof.quando accade l’impossibile.jpg" hspace="6" align="left" /></a>Uno degli aspetti più straordinari della nostra esperienza con Swami Muktananda e con il Siddha Yoga fu l&#8217;eccezionale incidenza di sincronicità nella vita dei seguaci di Muktananda. Ne abbiamo avuto notizia da amici e conoscenti legati al movimento Siddha Yoga: i ritiri intensivi offerti dagli ashram davano continuamente risalto a oratori che raccontavano storie eccezionali di incontri con Baba, e questi racconti contenevano descrizioni di fantastiche coincidenze simili a quelle che erano capitate a me. Tratto da &#8220;Quando accade l&#8217;impossibile&#8221; di Stanislav Grof &#8211; Urra ed.</p>
<p><strong>Il guru nella vita dei suoi devoti</strong></p>
<p><em>Il Siddha yogi è un burattinaio cosmico?</em></p>
<p>Una storia esemplare è quella di un uomo che aveva trascorso molto tempo in una città fantasma australiana, alla ricerca di avanzi di gemme nelle miniere abbandonate. Viveva da solo in una capanna sgangherata e durante le lunghe serate cercava di leggere al lume di candela. Uno degli abitanti precedenti aveva lasciato sulla parete della capanna la fotografia di uno strano uomo dalla pelle scura con in testa un cappellino da sci rosso, che teneva in mano una bacchetta fatta di penne di pavone: era il ritratto di Swami Muktananda, anche se sulla fotografia non vi era alcuna scritta che lo identificasse come tale.</p>
<p>Durante una delle sue sere solitarie, il cacciatore di gemme alzò gli occhi dal libro che stava leggendo e fu catturato dal volto dell’uomo nella fotografia. Mentre focalizzava la sua attenzione sugli occhi del ritratto, sentì come un fulmine che emanava dalle pupille dell’uomo e lo colpiva in mezzo agli occhi. La cosa suscitò in lui una potente ondata emotiva e una forte risposta fisica. Queste esperienze continuarono nei giorni seguenti: nelle due settimane successive, una serie di eventi condusse l’uomo all’ashram di Baba a Melbourne. Si iscrisse a uno dei ritiri intensivi dei fine settimana, dove imparò lo shaktipat e i differenti modi che può assumere e, da allora, rimase un fedele seguace di Baba.</p>
<p>Una nostra amica, una delle Swami più anziane di Muktananda, ci raccontò la storia seguente, che risale ai suoi primi anni come devota. Una delle cose che Muktananda amava di più era dare agli occidentali nomi spirituali indiani: Yamuna, Sadashiva, Durghananda, Shivananda, Lakshmi, e così via. I suoi studenti e seguaci solitamente ricevevano i loro nuovi nomi durante il darshan, che dava modo ai discepoli di avere brevi contatti con il guru, scambiare qualche parola, fare un’offerta (prasad).</p>
<p>La nostra amica, a quel tempo zelante studentessa e aspirante novizia, stava nella coda del darshan con un’amica, aspettando di ricevere il nome spirituale da Swami Muktananda. Era un po’ nervosa e cercava di incanalare l’ansia scherzando e facendo battute: “Io penso di sapere che nome ci darà Baba,” disse ridacchiando: “Ci chiamerà Creepa e Creepie.” Con suo stupore, il nome che ricevette soltanto pochi minuti dopo fu Kripananda, ovvero “la felicità della grazia”, e da allora tutti la chiamano così.</p>
<p>Tra le centinaia di storie raccontate durante i ritiri intensivi, una merita un’attenzione particolare. Si riferisce a un veterinario di Malibu, chiamato a prendersi cura di uno dei cani di Baba. Poiché Swami Muktananda viaggiava per tutto il mondo, uno dei suoi collaboratori aveva il compito di cercare un alloggio temporaneo adeguato per i ritiri. Spesso a questo scopo si sceglievano edifici fatiscenti in quartieri mal tenuti: venivano restaurati per creare ashram temporanei nella convinzione che fosse un esempio di karma yoga lasciarli in una condizione migliore di quanto fossero inizialmente.<span id="more-471"></span></p>
<p>Baba amava passeggiare regolarmente ovunque fosse e lo faceva senza alcuna paura, senza badare alla cattiva reputazione del posto. Mentre lui personalmente non se ne preoccupava, la cosa provocava grandi apprensioni tra i suoi seguaci. Uno di loro diede a Baba due grossi cani che lo proteggessero durante le passeggiate. Durante il soggiorno a Malibu, uno dei cani si ammalò gravemente e venne cercato un veterinario locale.</p>
<p>Il veterinario arrivò all’ashram ed esaminò il cane senza incontrare Baba o avere alcun contatto con lui. Tornando a casa, cominciò a sentire le kriya, intense ondate di emozioni e tremiti corporei. Nel giro di pochi giorni, a seguito di alcune coincidenze, si trovò nella sala della meditazione a cantare Om Namah Shivaya. Alla fine, anche lui diventò uno dei devoti seguaci di Baba. Spesso Swami Muktananda paragonava per scherzo shakti, l’energia implicata nello shaktipat e nelle kriya, al raffreddore, qualcosa di particolarmente contagioso che “si prende”.</p>
<p>Anziché raccontare altre esperienze riferite dai seguaci di Baba, vorrei portare alcuni esempi tratti dalla mia vita. La prima storia si riferisce all’intera serie di coincidenze che capitarono nei primi anni Ottanta. Cominciò quando Christina e io ricevemmo a casa nostra la telefonata di Gabriel, un medico della cerchia ristretta di Swami di Muktananda. Ci disse che era di passaggio a Big Sur e ci chiese se poteva fermarsi per parlarci di qualcosa di importante.</p>
<p>Il motivo della sua visita era che i responsabili dei media dell’ashram non erano soddisfatti dell’intervista che Baba aveva rilasciato sull’argomento della morte. L’intervistatore, che non aveva familiarità con l’argomento, non aveva posto domande molto interessanti. Gabriel sapeva che avevo fatto terapie psichedeliche con i pazienti terminali di cancro e che ero molto interessato agli aspetti psicologici, filosofici e spirituali della morte e del morire. Si sedette con un taccuino e mi chiese quali potessero essere le domande sulla morte più interessanti che uno psichiatra occidentale o uno studioso della coscienza potesse fare a uno yogi.</p>
<p>Dopo circa tre ore di discussione, Gabriel si rese conto che quanto facevamo non aveva molto senso. Era ovvio che, anziché formulare le domande per qualcun altro, avrei dovuto essere io a porle. Ci suggerì dunque di visitare l’ashram di Miami, dove Baba era in quel momento, affinché conducessi io stesso l’intervista con il guru. C’era tuttavia un problema: l’ashram non avrebbe coperto le nostre spese e noi non avevamo, in quel momento, molti soldi da parte. Inoltre stavamo per fare un viaggio in direzione opposta: avremmo dovuto condurre alcuni seminari in Australia e poi continuare per l’India dove ci saremmo occupati di preparare il terreno per la Conferenza Internazionale Transpersonale del 1982.</p>
<p>Dopo lunghe discussioni, decidemmo di andare, nonostante tutto, a Miami. Mi interessava sempre molto vedere Baba e l’opportunità di sentire le sue idee sulla morte mi tentava particolarmente. Proprio prima di partire per Miami avevamo in programma un seminario a Esalen. Il programma di Esalen era composto generalmente da quattro eventi paralleli, ciascuno dei quali con numero limitato di partecipanti. Poco dopo la nostra decisione di andare a Miami, le iscrizioni al nostro seminario cominciarono ad affluire. Uno degli altri seminari dovette essere cancellato per mancanza di adesioni e altri due non avevano raggiunto la quota minima di iscrizioni. Di conseguenza venne aumentato il numero di partecipanti al nostro seminario. Le richieste furono talmente numerose che non avevamo più spazio sul pavimento per gli esercizi di respirazione. C’era una lunga lista di attesa e fummo costretti a non accettare nuove iscrizioni.</p>
<p>L’improvviso interesse per il nostro seminario non aveva precedenti. Come lascito di Fritz Perls, Esalen offriva sedute omaggio di Gestalt ai residenti e ai partecipanti dei seminari che lo richiedessero. La settimana prima che cominciassero gli incontri, furono in molti, in effetti, a utilizzare la tecnica della hot seat (la sedia che scotta), della Gestalt per affrontare la delusione e la rabbia per non aver potuto partecipare al nostro seminario. Quando ricevemmo l’assegno, scoprimmo che la differenza tra la somma pagata e quello che avremmo ricevuto se gli altri seminari fossero stati pieni era esattamente pari al prezzo dei due biglietti andata-ritorno da Monterey a Miami. Era difficile non vederlo come “il favore del guru” (o la “guru kripa”, come i seguaci di Muktananda chiamavano fatti di questo tipo).</p>
<p>Quando, il giovedì, arrivammo all’ashram di Miami, scoprimmo che l’intervista programmata per venerdì era stata cancellata. Baba non si sentiva bene e aveva bisogno di riposo prima di un impegnativo fine settimana. Non intervistai quindi Baba, ma un membro dell’ashram. Dato che eravamo già a Miami, volevamo partecipare al programma del fine settimana, ma il nostro volo per Melbourne partiva sabato in tarda serata. Chiedemmo il permesso a Baba di poter partecipare soltanto a metà del ritiro intensivo, una richiesta molto insolita. Con nostra gradita sorpresa, il permesso ci fu accordato, ma poi sorse il problema se dovevamo pagare l’intero corso o soltanto metà. Baba fece un’altra eccezione e ci permise di pagare solo metà del costo normale, centocinquanta dollari.</p>
<p>Un’altra grande sorpresa arrivò proprio quando stavamo per entrare nella sala della meditazione. La giovane donna alla porta ci fece un grande sorriso e ci diede le banconote di cinquanta dollari che sembravano uscite in quel momento dalla macchina da stampa. “Ecco, vi restituisco i vostri soldi,” disse. “Baba non vuole che paghiate, siete suoi ospiti.” Tutto sembrava indicare che il guru ci stesse riservando un trattamento speciale. Tuttavia, quest’impressione si dissipò rapidamente alla fine del primo giorno del ritiro, quando ci avvicinammo alle persone in fila per il darshan con un’offerta per ringraziarlo. Lui continuò a parlare con chi ci precedeva e ci allontanò bruscamente con un gesto di sdegno, senza scambiare una parola.</p>
<p>Questo tipo di approccio, tipo “doccia scozzese”, che univa favori e manifestazioni di affetto a un completo disinteresse, a freddezza o perfino a commenti negativi, sembrava essere una strategia di Baba per ridurre il senso di importanza e il sentimento di esclusività nei suoi seguaci. Salimmo in taxi e andammo in macchina all’aeroporto dove ci aspettava un lungo volo per Melbourne. L’aereo era pieno e i sedili della classe economica ci sembrarono straordinariamente stretti, specialmente per persone con gambe lunghe come le nostre. Stanchi dalla lunga giornata e compressi negli scomodi sedili, ci sentivamo sconfitti e rassegnati.</p>
<p>“Staaan, Christiiina!” L’urlo della hostess ci scosse dal nostro stato d’animo depresso. “Che sorpresa! Se avessi saputo che eravate su questo volo, vi avrei messo in prima classe. Ma ho per voi due posti nella business class…” Si scoprì che un paio di anni prima la hostess aveva partecipato a uno dei nostri seminari di Esalen: le sedute di respiro olotropico erano state per lei un’esperienza molto positiva, che le aveva trasformato la vita. Seduti comodamente, ci domandammo se questa fosse un’incredibile, improbabile coincidenza o se fosse un’altra delle grazie del guru&#8230;</p>
<p>Quando finalmente arrivammo a Melbourne, fummo accolti all’aeroporto dai nostri cari amici e ospiti, Muriel e Al Foote. Mentre eravamo in viaggio verso la città, ci dissero che avremmo passato il primo giorno e la prima notte da loro amici, il cantante d’opera australiano Greg Dempsey e sua moglie Annie. Quando arrivammo all’abitazione dei Dempsey, scoprimmo con nostra sorpresa che Greg e Annie erano entrambi seguaci di Swami Muktananda. La casa era piena di fotografie di Baba: ne avevano una perfino in bagno.</p>
<p>Mentre ci stavamo sedendo per la colazione, Muriel ci confessò con grande imbarazzo che si sarebbe unita a noi una giovane donna che voleva conoscerci: “Mi dispiace veramente. So che siete stanchi morti…” si scusò. “Sono molti quelli che mi hanno chiamata per incontrarvi qui a Melbourne. Sono riuscita a dire di no a tutti tranne che a lei. Aveva qualcosa di speciale: ha lavorato con le persone in punto di morte, come avete fatto voi, e sembrava così carina!”</p>
<p>Quando la donna arrivò, si scoprì che, senza che Muriel lo sapesse, veniva dall’ashram di Siddha Yoga di Melbourne. Ci disse che, proprio mentre stava per uscire dalla porta, aveva squillato il telefono. Era Baba, che informava le persone dell’ashram del nostro arrivo a Melbourne: avrebbero dovuto aiutarci perché noi facevamo “il suo lavoro”. Durante la colazione, sentimmo diverse storie su Baba e venimmo a conoscenza della crescita del movimento Siddha in Australia.</p>
<p>Passammo la notte a casa di Greg e Annie. Il giorno dopo, i Foote ci portarono a Blackwood, a pochi chilometri da Melbourne, dove si trovava la loro casa e il centro per i seminari dove, alla sera, iniziammo il nostro sulla respirazione olotropica. La magia di Siddha sembrava continuare. Tra le venticinque persone del gruppo, otto avevano avuto esperienze di Luce Blu, Perle Blu o Persone Blu, che per il Siddha Yoga sono segni di buon auspicio e di importanti progressi nel percorso spirituale. Uno dei partecipanti cominciò a cantare spontaneamente Om Namah Shivaya, senza conoscere che cosa fosse. Nessuno di loro sapeva dei nostri contatti con Swami Muktananda.</p>
<p>Un altro episodio interessante che vorrei raccontare avvenne molti anni dopo. Come ho già detto a proposito del nostro ultimo incontro con Baba, Christina e io avevamo ricevuto da lui una magnifica ametista nera, con la quale ci aveva consigliato di fare un anello da portare sempre. Solo dopo scoprimmo che la scelta delle pietre aveva un significato più profondo… Fin dai tempi antichi le ametiste hanno la fama di proteggere il possessore dalle intossicazioni (come indica il nome greco, methystos, che significa “intossicato”, ma con un alfa privativo che esprime negazione). La cosa sembrava ragionevole considerando il mio lavoro con le sostanze psichedeliche e i problemi di Christina con l’alcol.</p>
<p>Poco dopo il nostro ritorno dall’India, una serie di disastri naturali devastarono la costa di Big Sur. Un incendio catastrofico distrusse una grande area della riserva naturale di Ventana, e spogliò la catena di montagne litoranee di tutta la vegetazione per una lunghezza di trenta chilometri: dall’eremo del Cuore Immacolato fino a Ventana Inn. Il successivo attacco furioso di piogge torrenziali sulle pendici non protette della montagna causò massicci smottamenti. Highway 1, la stupenda strada panoramica che unisce l’Esalen Institute con Monterey e il suo aeroporto, rimase bloccata per diverse settimane. Tutti i seminari di Esalen, compresi i nostri, dovettero essere cancellati.</p>
<p>L’evento ebbe serie ripercussioni finanziarie per Esalen, e particolarmente per noi: allora vivevamo con un budget molto limitato e il mancato introito dei seminari fu molto gravoso. Non era quello il momento più adatto per seguire il suggerimento di Baba e incastonare le nostre ametiste in oro per farne anelli. Io, essendo il più razionale della coppia, avrei rimandato, ma Christina “sentiva” fortemente che avremmo dovuto farlo comunque. Così, quando ci recammo a Carmel per commissioni, impiegandoci sette ore invece delle solite due a causa della deviazione provocata dalle frane, ci fermammo da un gioielliere per ordinare gli anelli.</p>
<p>Due settimane dopo, prima di partire per la Francia, prima tappa di un tour europeo di seminari, sulla via per l’aeroporto, ritirammo gli anelli. A Parigi il primo seminario prevedeva un fine settimana di esercizi sulla respirazione olotropica con circa trenta partecipanti. Mentre facevamo il giro per presentarci, una dei membri del gruppo, Simone, disse che il suo disturbo principale era un forte dolore addominale, che interferiva seriamente con la sua vita di ogni giorno. Poiché diversi esami non erano riusciti a trovare alcuna causa per questo suo problema, pensava che l’origine fosse psicosomatica, e sperava che il lavoro sul respiro l’aiutasse a fare luce sulla sua difficoltà.</p>
<p>Impaziente di cominciare la sua ricerca, chiese al suo partner per la respirazione di poter iniziare per prima. Il suo processo fu molto intenso, con pianti e divincolamenti. Dopo circa un’ora dall’inizio della seduta, cominciò a produrre suoni rumorosi e chiese di me: mi confidò che il dolore alla pancia era notevolmente aumentato e domandò che cosa potesse fare. In quelle situazioni in genere aumentavamo il dolore con pressioni esterne incoraggiando la persona a trovare un modo per esprimere i propri sentimenti. Chiesi a Simone di contrarre l’addome mentre io, usando la mano destra che portava l’anello con l’ametista, esercitavo una pressione nel centro dell’area dove provava dolore. La incoraggiai poi a esprimere pienamente con suoni e movimenti le sue reazioni emotive al mio intervento.</p>
<p>Simone spingeva la pancia tesa contro di me: tratteneva il respiro e il suo volto esprimeva sempre più lo sforzo. Stava diventando paonazza, quando improvvisamente lanciò un urlo agghiacciante come mai prima avevo udito nella mia vita. Simone cominciò quindi a respirare normalmente, entrò in uno stato di profondo rilassamento mentre un sorriso di beatitudine apparve sul suo volto. Poco dopo mi disse che per la prima volta, da anni, si sentiva completamente liberata dal dolore. Alla sera, quando il gruppo si riunì per condividere le proprie esperienze, lei descrisse quanto le era accaduto durante la seduta.</p>
<p>All’inizio aveva rivissuto ricordi della sua vita legati a dolori di pancia, compresi i ripetuti abusi sessuali da parte di un parente. Poi andò più in profondità e affiorarono i ricordi della sua nascita. Rivivendo il difficile passaggio attraverso il canale del parto, sentì che il suo dolore addominale era collegato al disagio che aveva provato come feto quando si sforzava di nascere. Man mano che la seduta continuava, Simone vide scene della storia umana che si riferivano a violenze e abusi sessuali. Fu quello il momento in cui decise di chiamarmi, perché la sua sofferenza era sempre più acuta e stava raggiungendo rapidamente il limite della sopportazione.</p>
<p>“Quando hai esercitato pressione sulla mia pancia è successo qualcosa di incredibile,” raccontò poi al gruppo di condivisione. “Il dolore cresceva di momento in momento ed era diventato assolutamente insopportabile. Ma io non mi arrendevo ed ero determinata a tenergli testa. A un certo punto il patimento non era soltanto mio, era tutta l’umanità che soffriva! E allora tutto è esploso in una luce blu scuro indescrivibilmente bella. E in quella luce è apparsa l’immagine di un guru indiano i cui manifesti sono dappertutto a Parigi. Portava occhiali scuri e un berretto di lana rosso, e teneva in mano un mazzo di penne di pavone.”</p>
<p>Un paio di settimane prima del nostro arrivo a Parigi, il successore di Swami Muktananda, il giovane Nityananda, aveva visitato la città e vi aveva tenuto un seminario intensivo. I manifesti, che si potevano vedere su parecchi muri e colonne di Parigi, lo rappresentavano assieme al suo maestro. Christina guardò nel suo portafoglio, tirò fuori l’immagine di Swami Muktananda e la mostrò a Simone guardandola in modo interrogativo. “Sì è lui lo strano personaggio!” confermò, e poi aggiunse: “Ma la mia esperienza ha avuto qualcosa a che fare con il tuo anello con l’ametista. La luce blu sembrava venire fuori proprio da quell’anello.”</p>
<p>Era interessante che Simone associasse la sua guarigione non soltanto all’anello con l’ametista e a Swami Muktananda, che mi aveva dato la pietra, ma anche al colore blu e, nel Siddha Yoga, le visioni di luce e di persone blu giocano un ruolo importante e sono considerate di buon auspicio. Molti anni dopo, durante un altro seminario in Francia, Simone si mise in contatto con me per concludere il racconto: mi disse che, dopo il seminario di Parigi, il dolore non era più tornato.</p>
<p>Il numero di sincronicità che avevamo sperimentato noi stessi e notato tra i seguaci di Baba era veramente sorprendente. Il guru appariva nei sogni dei suoi seguaci, durante le meditazioni e nelle sedute psichedeliche, e queste visitazioni visionarie sembravano essere strettamente legate a eventi della loro quotidianità. Da queste coincidenze molti seguaci conclusero che Baba fosse consapevole di tutto ciò che accadeva nella loro vita e che agisse attivamente per arrecare loro un beneficio spirituale. Assunse così la statura sovrumana di un “burattinaio cosmico” che sovrintendeva alle esistenze di decine di migliaia di seguaci e studenti, tirando le fila dietro le scene della realtà materiale.</p>
<p>Il fenomeno mi affascinava al punto che chiesi a Swami Ama, sua assistente per più di venticinque anni, di sapere da lui quanto fosse consapevole della situazione. Quando ne parlò con lui, Baba rise della grandiosa fantasia dei suoi seguaci. Le spiegò che durante i quarantacinque anni di pellegrinaggio in India e di rigorosa ricerca spirituale aveva vissuto molte esperienze in dimensioni di esistenza più alte, che normalmente rimangono nascoste. Per questo era diventato parte di questi domini e dei meccanismi con cui influiscono sulla realtà di ogni giorno.</p>
<p>Ad Ama disse anche che, se fosse stato necessario, con la meditazione era in grado di dirigere la sua mente in aree diverse per ottenere le informazioni necessarie, cosa che molti buoni sensitivi possono fare. Ma più di ogni altra cosa la sua ardua ricerca spirituale lo aveva portato a focalizzarsi con estrema chiarezza sull’hic et nunc, sul “qui e ora”, e ad apprezzare le piccole cose della vita. Per esempio, disse ad Ama che amava cucinare. E mentre si concentrava con indivisa consapevolezza su tutti i colori, la struttura, gli odori e i sapori del cibo che stava preparando, migliaia dei suoi seguaci lo vivevano come l’architetto consapevole e attivo delle loro vite. Era molto divertito dalla sua fama di poter monitorare l’esistenza di migliaia di fedeli, orchestrando per loro situazioni spirituali significative e sorprendenti sincronicità fatte su misura. “Sarebbe troppo lavoro, a me piace la vita semplice,” diceva con un sorriso malizioso.</p>
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<p><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1924&amp;isbn=8850324308">Grof Stanislav. Quando accade l&#8217;impossibile. Apogeo-Urra. 2006. ISBN 8850324308</a></p>
<p>Il presente articolo è tratto dal libro Quando accade l&#8217;impossibile, di Stanislav Grof, edito da Urra – Apogeo, <a href="http://www.urraonline.com/">www.urraonline.com</a> per gentile concessione.</p>
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		<title>Il risveglio della kundalini e la trasformazione della coscienza</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Aug 2010 15:48:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rick NurrieSearns</dc:creator>
				<category><![CDATA[Esperienze]]></category>
		<category><![CDATA[illuminazione]]></category>
		<category><![CDATA[Kundalini]]></category>
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		<description><![CDATA[La storia della trasformazione di Rick NurrieSearns, editore della rivista Personal Transformation. &#8220;Mi svegliavo improvvisamente e percepivo un&#8217;energia che si espandeva e risaliva dalle anche nella mia area lombare più bassa. All&#8217;epoca, quell&#8217;energia mi incuriosiva e spaventava allo stesso tempo.&#8221; Su ogni numero del periodico “Personal Transformation” pubblicavamo due o tre storie di potenti trasformazioni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="kundalini2.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/kundalini2.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/kundalini2.jpg" alt="kundalini2.jpg" hspace="6" align="left" /></a>La storia della trasformazione di Rick NurrieSearns, editore della rivista Personal Transformation. &#8220;Mi svegliavo improvvisamente e percepivo un&#8217;energia che si espandeva e risaliva dalle anche nella mia area lombare più bassa. All&#8217;epoca, quell&#8217;energia mi incuriosiva e spaventava allo stesso tempo.&#8221;</p>
<p>Su ogni numero del periodico “Personal Transformation” pubblicavamo due o tre storie di potenti trasformazioni personali sperimentate da vari individui.</p>
<p>Negli anni trascorsi a pubblicare ed esaminare storie altrui, non avrei mai sognato che io stesso avrei scritto una storia di trasformazione personale sulla mia vita. Né avrei mai sognato che la mia trasformazione personale avrebbe messo fine alla rivista che avevo fondato nove anni prima. Ma questo è proprio ciò che accadde. Ecco la storia della mia trasformazione.</p>
<p>Sono trascorsi più di due anni da quando chiusi le porte dell’ufficio della nostra casa editoriale. L’ultimo giorno di apertura liquidammo tutta la nostra attrezzatura d’ufficio e me ne andai con una gran quantità di libri e scatole di documenti che riempirono la mia auto.</p>
<p>Mentre guidavo verso casa, quel giorno dopo la svendita, mi colpì il fatto di non essere addolorato dalla fine della rivista per la quale avevo lavorato molti anni. Stavo sperimentando una gioia e una leggerezza che non erano turbate dal dramma esterno della fine di un’attività. La gioia scaturiva da una calma e da una presenza interiori, un&#8217;accettazione di “ciò che è” non influenzata da aspettative sul futuro o dai ricordi del passato. Io ero, semplicemente.<span id="more-487"></span></p>
<p>Avevo cominciato la mia ricerca spirituale circa ventiquattro anni prima. Praticavo regolarmente la meditazione seduta, ma avevo smesso di farla più o meno sette anni prima degli eventi che vi sto per raccontare. Avevo smesso di praticare la meditazione seduta perché avevo cominciato a sperimentare un&#8217;energia travolgente vicino alla base della spina dorsale.</p>
<p>Ero molto confuso su quell’energia e non sapevo se stessi facendo qualcosa di giusto o sbagliato. Mi consultai con un certo numero di amici che meditavano e con un paio di insegnanti di meditazione, ma nessuno sapeva realmente quello che stava accadendo e i loro suggerimenti non furono di aiuto.</p>
<p>Decisi di abbandonare la meditazione seduta e di concentrarmi di più su un lavoro di tipo psicologico. Comunque, continuai ogni giorno la mia pratica della camminata meditativa, cercando nel contempo di rimanere centrato e attento a quello che facevo durante la giornata. Cominciai anche a integrare la meditazione con le cose che facevo normalmente, come lavare i piatti, tagliare l&#8217;erba, andare a dormire e pulire la casa.</p>
<p><a title="Il risveglio della kundalini 1.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/il-risveglio-della-kundalini-1.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/il-risveglio-della-kundalini-1.jpg" alt="Il risveglio della kundalini 1.jpg" hspace="6" align="left" /></a>Iniziai a partecipare a gruppi di crescita personale e seminari con mia moglie. Poiché lei era una psicoterapeuta professionista, doveva frequentare molti training all’anno per mantenere la licenza statale. Fortunatamente durante gli anni ‘90 venivano offerti molti intensivi, gruppi di lavoro e seminari di qualità.</p>
<p>Frequentavamo dai tre ai quattro intensivi e seminari ogni anno, entrando in contatto con molti validi insegnanti e con diversi autori di opere sulla crescita personale e spirituale. Alcuni dei gruppi di lavoro più utili per me miravano a integrare le parti inconsce del sé. Capii che dentro di me c’erano persone e aspetti diversi che spesso si sabotavano a vicenda, provocandomi molto stress inutile, ansia e dispersione d’energia. Frequentammo anche alcuni utili gruppi di psicoterapia centrati sul corpo, che mi aiutarono a entrare in contatto con quest’ultimo.</p>
<p>Cominciai ad andare in psicoanalisi e dopo aver provato con diversi terapeuti, trovai qualcuno col quale fui in grado di connettermi. Riuscii a smuovere qualcosa e a integrare parti di me che erano più congelate e rigide. Cominciai anche a trascrivere giornalmente i miei sogni e presi parte a un gruppo di lavoro sul sogno.</p>
<p>Continuavo a sperimentare un&#8217;energia potente alla base della spina dorsale, ma questo accadeva solamente nel mezzo della notte, quando dormivo da un paio di ore. Mi svegliavo improvvisamente e percepivo un’energia che si espandeva e risaliva dalle anche nella mia area lombare più bassa. All’epoca, quell’energia mi incuriosiva e spaventava allo stesso tempo. Provai a lasciarmi andare in essa, ma quando lo facevo l&#8217;energia aumentava bruscamente e il mio corpo si scuoteva in modo incontrollabile; contemporaneamente, percepivo una strana rigidità nei muscoli.</p>
<p>Raccontai la mia esperienza a un’amica e lei mi disse che poteva trattarsi di uno spirito che cercava d’impossessarsi di me. Preoccupato e spaventato, per mesi provai vari sistemi di purificazione e protezione nel tentativo di respingere l&#8217;esperienza. Nulla sembrò allontanarla e, dopo averci riflettuto, sentii che si trattava di qualcosa di interno piuttosto che di esterno a me. Nei mesi seguenti mi abituai a svegliarmi in quell’energia travolgente e non mi impensierivo più di tanto.</p>
<p>A metà degli anni ‘90 l&#8217;energia subì una trasformazione: quando mi svegliavo nel mezzo della notte, cominciavo a sperimentarla come energia sessuale. Sperimentare sessualmente l&#8217;energia era molto più piacevole rispetto allo scuotimento e alla tensione muscolare precedenti, ma mi sentivo ancora a disagio, in quanto quell’energia era incontrollabile. Inoltre, mi spaventava sperimentare qualcosa di così intenso e primordiale.</p>
<p>Un paio di anni più tardi l&#8217;energia sessuale primordiale divenne sempre più intensa e in certe occasioni cominciò a manifestarsi durante il giorno. Quando l&#8217;energia emergeva, mi sentivo sessualmente carico al punto da essere consumato da un fuoco impetuoso di lussuria. Era un‘energia totalmente al di là del pensiero e priva di discriminazione etica o morale, quindi molto primordiale.</p>
<p>Cominciai a preoccuparmi del fatto che, se questa energia si fosse manifestata mentre mi trovavo lontano da casa a uno dei molti seminari, gruppi di lavoro o conferenze che stavo frequentando, molto probabilmente avrei potuto tradurla in pratica sessuale con una persona diversa da mia moglie. Essendo legato a un vincolo di fedeltà e desiderando rispettarlo, ciò divenne molto angosciante.</p>
<p>Al ritorno da un intensivo di dieci giorni sulla crescita personale, compresi che se non avessi affrontato quello che stava accadendo, potevo facilmente divenire vittima del manifestarsi di quell’energia. Chiamai un insegnante spirituale che conoscevo e gli raccontai la storia del risveglio dell’energia. Lui mi suggerì di avere un rapporto sessuale con un&#8217;altra donna come modo di esplorare l&#8217;energia, aggiungendo che, se non l’avessi utilizzata, non avrei mai assaporato la vita fino in fondo. Tuttavia, se l’avessi utilizzata, avrei messo probabilmente a dura prova la mia relazione con Mary.</p>
<p>Utilizzare quell’energia mi sembrava sensato, ma altrettanto non potevo dire dell’avere intenzionalmente un rapporto sessuale. Mi sentivo in conflitto sul perché quella persona mi aveva dato un tale consiglio sapendo che sarebbe stato così devastante per la mia relazione con Mary. Valutai questo consiglio per diversi giorni, riconoscendo che dovevo utilizzare quell&#8217;energia per andare avanti nella vita, ma ritenni sbagliato sacrificare la mia relazione con Mary.</p>
<p>La mia riflessione su come impiegare l&#8217;energia divenne un intenso dilemma personale che mi assorbì completamente. Era, per me, come un koan Zen senza risposta; sembrava non esserci soluzione logica. Mentre una mattina guidavo verso l’ufficio, riflettevo su come impiegare appieno questa energia, ma rimanendo integro nella mia relazione. Sentivo che se l’avessi utilizzata al massimo della sua pienezza, mi sarei trovato sessualmente senza controllo. Sembrava un dilemma irrisolvibile.</p>
<p>Mentre meditavo profondamente su questa domanda, improvvisamente fui sommerso da un’erotica e potente sensualità, come se il mio corpo e il mio essere si stessero unendo a un’energia femminile vasta, dinamica ed elettrizzante. La mia visione si intensificò con il riconoscimento di una spaziosità immensa insieme a una consapevolezza quasi microscopica che tutto era energeticamente vivo. La consapevolezza si espanse, si acuì e mi sentii come se fossi in fiamme. L&#8217;esperienza sommerse il mio intero essere, in modo molto più potente e gioioso di quanto avessi mai sperimentato.</p>
<p>Quella mattina d’autunno del 1999 riuscii a stento a guidare per gli ultimi chilometri che mi separavano dal lavoro. Qui non potei fare altro che stendermi sul pavimento. Feci uno sforzo per scrivere qualcosa sulla mia esperienza, ma il meglio che riuscii a fare furono pochi versi di una poesia. Nonostante fossi mentalmente molto lucido e consapevole, la mia capacità di scrivere, leggere e conversare era grandemente indebolita. L&#8217;energia era estaticamente dolce, ma ero anche mentalmente spossato, dato che mi trovavo con i tempi di produzione stretti per la rivista ed ero completamente incapace di lavorare.</p>
<p>Dopo diversi giorni, la mia esperienza dell&#8217;energia mutò. Sperimentai l&#8217;energia come una corrente impersonale di beatitudine, il che vuol dire che non aveva più una connotazione sessuale e sensuale. Ero così sopraffatto dall’energia che quando cessai di resistervi e mi lasciai andare a essa, mi trovai completamente incapace di intendere e di volere, colmo di timore riverenziale e di beatitudine per il resto della giornata.</p>
<p>Guidare, lavorare al computer e conversare divennero attività molto difficili, perché quell’esperienza era molto travolgente. Dopo diversi giorni cominciai a sentirmi angosciato, visto che ero ancora incapace di lavorare. Chiamai un paio di insegnanti spirituali di mia conoscenza per avere la loro opinione su quello che stava accadendo.</p>
<p>Uno mi dette un elenco di cose che avrei potuto fare per soffocare l&#8217;esperienza, all’altro sembrava che io stessi resistendo e fossi impaurito; secondo lui, l&#8217;energia che si stava manifestando poteva essere una parte di me che cercava di esprimersi. Il secondo suggerimento mi sembrò sensato, visto che avevo tentato di tutto per controllare o trasformare quell&#8217;energia, ma senza alcun risultato.</p>
<p>Un paio di notti dopo rimasi alzato fino a tardi nel tentativo di organizzare il mio lavoro per la rivista, usando ogni briciola di energia per portare a termine il compito. Fu un momento molto difficile, visto che quella notte l&#8217;energia era particolarmente potente.</p>
<p>Esausto, mi distesi a riposare; l&#8217;energia si amplificò al punto da assomigliare a una gigantesca onda marina pronta a sommergermi. Il fiotto mi stava avvolgendo così completamente che, qualunque cosa avessi fatto, non avrei potuto fermarlo. L&#8217;energia che si era sollevata sembrava che stesse quasi per annichilirmi e conclusi che stavo entrando nel processo della morte.</p>
<p><a title="Il risveglio della kundalini 2.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/il-risveglio-della-kundalini-2.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/il-risveglio-della-kundalini-2.jpg" alt="Il risveglio della kundalini 2.jpg" hspace="6" align="left" /></a>Essendo curioso di osservare la mia morte, decisi di rimanere aperto e consapevole, senza tirarmi indietro di fronte a ciò che stava per accadere. A quel punto mi arresi accettando totalmente e senza condizioni la mia morte.</p>
<p>L&#8217;onda di energia mi lavò trasformandomi in luce assoluta. Non mi portò nella luce, ma mi trasformò nella luce stessa. La parola &#8220;luce&#8221; rende solo in piccola parte ciò che “essa” è. “Essa” è molto di più che luce, è essenza, coscienza ed energia infinite, fuse insieme. In verità è oltre ogni pensiero e descrizione. C&#8217;era una coscienza lucida ma nessuno &#8220;io&#8221;, nessuno soggetto né oggetto. L&#8217;esperienza di essere &#8220;quello&#8221; era profondamente estatica.</p>
<p>La mia consapevolezza si ritirò e si librò, in senso figurato, al limite di &#8220;quello”. Vidi che il nulla e il vuoto circondavano l’essenza assoluta. Permisi alla mia consapevolezza di trasferirsi nuovamente in &#8220;quello&#8221;.</p>
<p>Quando la mia consapevolezza si ritirò di nuovo, divenni consapevole che anche al limite ultimo di questa essenza infinita non potevo trattenere completamente &#8220;quello&#8221; nella mia coscienza. Solamente essendo “quello” potevo afferrarlo completamente.</p>
<p>Di nuovo permisi alla consapevolezza di trasferirsi in &#8220;quello&#8221; e tentai di guardare più in profondità. Ma lo sforzo di guardare più in profondità mi allontanò dall&#8217;essere &#8220;quello&#8221;. Abbandonai ogni sforzo e di nuovo mi unii più profondamente con &#8220;quello&#8221;.</p>
<p>Quando la mia consapevolezza emerse e tornai volontariamente all’autocoscienza della mia mente, cercai di non perdere la consapevolezza di “quello”. Sentii come se mi stessi ristabilendo sempre più profondamente nella pesantezza e nella “massa” della mia personalità egoica. Vidi come ciò che avevo identificato come Rick, con i suoi ricordi e le sue preferenze, era tutto basato su una falsa nozione e percezione del sé.</p>
<p>Provai disappunto nello sperimentare il peso della personalità. Ciò che Rick era stato sembrava senza valore, vuoto, insignificante e pesante. Mi sedetti e guardai l&#8217;orologio: erano passate quasi due ore.</p>
<p>Quella mattina fui in uno stato di meraviglia profonda. Sperimentare la coscienza senza soggetto né oggetto annullò il terreno e il fondamento dell’identità personale. Per colui che avevo pensato di essere, l&#8217;esperienza fu un terremoto sconvolgente. Vedere il sé personale come immaginario e privo di sostanza mi lasciò ammutolito e in uno stato di choc.</p>
<p>Mi sentivo completamente travolto e non riuscivo a occuparmi del lavoro. Il semplice essere vivo era una gioia intensa, immediata, estatica e incredibile.</p>
<p><strong>Appunti dal mio diario, 30 giugno 2002<br />
</strong><br />
Negli ultimi sei mesi, dopo aver scritto la storia del mio risveglio, ho voluto aggiungere qualcosa su quella che è stata la mia esperienza dal momento dell’illuminazione, accaduta tre anni fa. Quindi ho sfogliato il mio diario quotidiano e ho messo insieme temi e commenti che pensavo sarebbero stati interessanti.</p>
<p><strong>Fisico</strong></p>
<p>Quando l&#8217;energia (la kundalini) risalì nel mio corpo, quella notte del risveglio, cambiò la forma del mio cranio. Lungo la sutura sagittale si era formata una prominenza nell&#8217;osso del cranio dalla corona alla fronte. Nei primi mesi, mentre sedevo in meditazione, il cranio si ammorbidiva e lo sentivo flessibile come la testa di un neonato. L&#8217;osso del cranio cambiava forma col flusso e il riflusso dell&#8217;energia.</p>
<p>Un giorno di novembre del 1999, andando al lavoro, m’imbattei nei miei genitori e raccontai la mia esperienza di beatitudine, menzionando anche il cambiamento di forma del mio cranio. Mi guardarono convinti che avessi un tumore al cervello o qualcosa di grave, visto che la beatitudine non è una cosa normale. Quando riferii a mia moglie Mary che secondo loro avrei dovuto vedere un dottore, anche lei si preoccupò. Dopo diversi giorni di fastidiose discussioni, acconsentii a vedere un dottore per scoprire se ci fosse davvero qualcosa di sbagliato a livello fisico.</p>
<p>Un mio amico dottore mi prescrisse una risonanza magnetica e una radiografia, ma entrambe esclusero la presenza di qualsiasi disfunzione. L’infermiera del laboratorio radiografico fu quella che mi venne maggiormente in aiuto quando commentò: “Caro, probabilmente qui non troverai nessuna risposta”.</p>
<p>Più tardi, scoprii che l&#8217;agopuntura era molto utile per favorire l’adattamento del corpo a un’energia così elevata. Anche il lavoro fisico, lo yoga e le passeggiate nella natura furono di grande aiuto.</p>
<p><strong>Dolore</strong></p>
<p>Per alcuni giorni dopo il risveglio, provai dolore per la morte di colui che ero stato, per la vita che era finita. Era come se soffrissi per la morte di un grande amico (me stesso). Questo dolore era anche piuttosto strano, in quanto allo stesso tempo mi sentivo pieno di gioia.</p>
<p><strong>“Essere la strada”</strong></p>
<p>Diversi giorni dopo il risveglio mi feci coraggio e guidai fino in città per prendere la corrispondenza all’ufficio postale locale. Guidare una macchina con elevata consapevolezza fu una nuova sfida, dato che essere consapevole di molte cose allo stesso tempo era assai impegnativo e ostacolava la mia capacità di guida.</p>
<p>Di solito, quando guido, non sono consapevole di certe funzioni e opero piuttosto meccanicamente. Quella mattina tutto era presente nella mia consapevolezza. Momento dopo momento, facevo nuova esperienza dei sensi del tatto, della vista, dell’odorato e dell’udito insieme alla consapevolezza del respiro e dei miei pensieri. Le esperienze si accatastavano l’una sull’altra, tutte nuove e simultanee.</p>
<p>Quando entrai nella macchina, potei sentire la pelle della schiena che toccava la maglietta e il sedile. Percepii il calzino a contatto con il piede non appena pigiai la scarpa sull’acceleratore. Quando partii, vedevo allo stesso tempo il tachimetro, sentivo il piede sul pedale, tenevo la corsia corretta, facevo attenzione al traffico e ricordavo dove mi stavo dirigendo.</p>
<p>Era una bellissima giornata con il cielo di un blu cristallino, sentivo l&#8217;aria che passava dal finestrino aperto e percepivo il sole sulle braccia. Il massimo che potei fare fu tenere una velocità di 70 chilometri l’ora, visto che c’erano troppe cose da assimilare. Per fortuna, quel giorno c&#8217;erano poche macchine sulla strada. Non appena cominciai a guidare, tutto divenne molto vivo e movimentato; infatti, stavo vedendo molte più inquadrature al secondo rispetto al normale. In particolare, mentre guidavo osservavo la strada di fronte a me: la grana, il colore, il modo in cui la luce faceva splendere un poco l’asfalto.</p>
<p>Mentre assimilavo l’esperienza della guida in tutte le sue sfumature, notai delle crepe sulla strada davanti a me; esse formavano delle rientranze increspate che costituivano l’inizio di una buca. Mentre osservavo le fessure, divenni improvvisamente tutt’uno con la strada, perdendo consapevolezza di qualsiasi altra cosa: c&#8217;era soltanto la strada.</p>
<p>Un momento o due più tardi, sussultai ricordandomi che stavo guidando la macchina, e la mia coscienza ritornò immediatamente alla guida dell’automobile. Il proseguimento del viaggio in macchina quella mattina fu carico di tensione: lottavo per mantenere la consapevolezza in modo da non sentirmi una cosa sola con alcunché, rischiando di fare un incidente.</p>
<p><strong>Il Karma cancellato</strong></p>
<p>Dopo il risveglio, i vecchi desideri, le antipatie e le ossessioni non avevano più alcuna influenza su di me. Mi resi conto che erano in grado di influenzarmi solamente se vi investivo intenzionalmente dell’energia. Le abitudini accumulate dall’inizio della vita furono cancellate.</p>
<p>Una delle tendenze abituali che sparirono dalla mia vita fu l&#8217;attrazione per il sesso opposto. Fin dalla pubertà avevo sviluppato l&#8217;abitudine di osservare il corpo di donne che mi attraevano, ma stavo anche attento a non perdermi in tale osservazione. Sia il guardare sia lo sforzo di non perdermi nell’osservazione assorbivano molta energia.</p>
<p>L’abbandonare questa preoccupazione fu liberatorio, in quanto rilasciò una notevole energia. Nei tre anni seguenti al mio risveglio ho avuto modo di osservare che quando indulgo di nuovo alle vecchie abitudini, inconsapevolmente o consapevolmente, l&#8217;esperienza dell’energia estatica diminuisce e ho la sensazione di essermi contratto in uno spazio più piccolo.</p>
<p><strong>Patologia</strong></p>
<p>Alcune settimane dopo il risveglio, preso dall’entusiasmo, parlai con alcuni parenti e amici della mia esperienza. Imparai rapidamente come ci sia, nella nostra società, una forte tendenza a interpretare in modo patologico le esperienze spirituali. Questo mi apparve vero soprattutto quando parlai ad altri dell&#8217;esperienza del &#8220;non-sé&#8221;.</p>
<p>Dapprima ero sconcertato dalla reazione altrui, poiché quello che sperimentavo era di gran lunga più vero e appagante di qualsiasi cosa avessi conosciuto prima, ma gli sguardi che ricevevo esprimevano scetticismo, dubbio, incredulità e lasciavano capire che doveva esserci qualcosa di sbagliato in me.</p>
<p>Personalmente, posso capire tali dubbi e scetticismo. In passato, come editore, avevo utilizzato lo stesso scetticismo quando leggevo centinaia di storie di trasformazioni personali. In molti casi sembrava che i protagonisti stessero impazzendo, piuttosto che ampliando la comprensione.</p>
<p>Dopo i primi due mesi, un amico esperto sia di filosofia orientale sia di psicologia occidentale mi disse un proverbio cinese: “La differenza tra un uomo saggio e uno sciocco è che l&#8217;uomo saggio sa quando è il momento di parlare e quando no”. Dopo avere sentito il proverbio, feci più attenzione alle persone cui raccontare le mie esperienze.</p>
<p><strong>Emozioni</strong></p>
<p>Un mese o due dopo il risveglio, scoprii di aver sviluppato una personalità cupa per mascherare la mia gioia esuberante e l’esperienza della beatitudine. Mascheravo la gioia per cercare di evitare interpretazioni patologiche da parte di amici e parenti. Cominciai a pensare che nella nostra società la depressione o la malinconia fossero più accettate della spensieratezza e dell’allegria.</p>
<p>Scoprii quella personalità una mattina, quando mi sentivo completamente stressato perché non ero riuscito a terminare il lavoro e stavo indietro con i tempi di pubblicazione. Mi sedetti a considerare la mia situazione. Riportai con parole il disagio a me stesso: “Sono stressato perché sono completamente sommerso dalla gioia e dalla beatitudine, e quindi incapace di lavorare”. Dopo essermi detto questo a voce alta, scoppiai a ridere, perché il più grande lamento della mia vita sembrava decisamente assurdo.</p>
<p><strong>Gioia e beatitudine</strong></p>
<p>Ci volle del tempo per rilassarmi nell’esperienza di queste grandi energia, gioia e beatitudine. In precedenza, mi accontentavo di un’energia molto inferiore. Dopo l&#8217;apertura, compresi quante strategie avevo messo in atto per abbassare il livello della mia energia. In passato, quando la mia energia cominciava a salire, mangiavo, dormivo, facevo sesso, mi impegnavo in lavori faticosi, stavo alzato fino a tardi, lavoravo più a lungo, facevo docce calde, diventavo malinconico, preoccupato, leggevo, guardavo la tivù, ecc.</p>
<p>Sono passati quasi tre anni dal risveglio e la beatitudine è diventata un’esperienza normale. Nel primo anno dopo il risveglio ero completamente trascinato da quell’energia di beatitudine, e talvolta ciò ancora accade. Questa esperienza, però, si è ridotta in modo significativo da quando sono diventato capace di essere più presente, senza identificarmi o separarmi da essa. Generalmente, essere beatitudine vuol dire essere ciò che &#8220;è.&#8221;</p>
<p>Ci sono altri momenti in cui penso di essere in beatitudine e mi identifico con l&#8217;esperienza. In quelle occasioni sono un passo indietro dall’unione con la beatitudine, e ne divengo separato come qualcuno che stia avendo un’esperienza.</p>
<p>Negli ultimi due anni, l’energia della beatitudine è stata molto difficile da sperimentare durante i momenti di estremo dolore fisico (come quando accidentalmente mi colpii il dito con un martello da fabbro). Da un anno non è più così: infatti, ora sperimento la beatitudine e il dolore alla stesso tempo. Ho scoperto che tutto dipende da dove poniamo l’attenzione. I momenti dolorosi ai quali mi riferisco non erano della gravità del taglio di una gamba o dell’essere inchiodato a una croce, ma so che l’essere profondamente radicato in questa capacità di mantenere la consapevolezza è il mio margine di crescita.</p>
<p><strong>Alla ricerca di una definizione</strong></p>
<p>Dopo il risveglio, passarono diversi mesi prima che fossi capace di tornare a leggere normalmente; infatti, tutto ciò che era scritto era molto difficile da decifrare. Al lavoro mi ci volle circa un&#8217;ora per scrivere una frase. Impiegavo meno tempo per leggere, ma era ancora difficile usare quella parte del mio cervello.</p>
<p>Una volta tornato in grado di leggere, trascorsi molto tempo a studiare libri sulla coscienza e l’illuminazione nello sforzo di capire quello che era successo. Presi contatto con molti insegnanti e autori spirituali cercando delle risposte. L’obiettivo della mia ricerca era capire che cosa fare, dal momento che sentivo di avere un piede nella sfera mondana e uno in quella spirituale.</p>
<p>Non mi sentivo totalmente in nessuna delle due. Anche se una parte di me sapeva che tutto andava bene, un’altra si sentiva scossa. Inoltre, avevo la curiosità intellettuale e il bisogno di capire, verificare e dare un nome a ciò che avevo sperimentato.</p>
<p>Essere un editore mi fu di grande aiuto nel contattare degli insegnanti spirituali. Poiché pubblicavamo periodicamente le loro opere, ero stato in contatto con molti di loro. L&#8217;insegnante spirituale al quale mi sentii più vicino apparteneva alla tradizione Zen. La sua capacità di rispecchiare il mio stato di coscienza, verificando e confermando la mia esperienza di illuminazione, mi aiutò moltissimo.</p>
<p>Attraverso i miei studi sulla filosofia orientale, imparai che l&#8217;esperienza della coscienza senza oggetto né soggetto è chiamata <em>nirvikalpa-samadhi</em>, illuminazione o risveglio. L&#8217;esperienza della beatitudine estatica è chiamata <em>nirvana</em>. Mi sentii sollevato nel dare un nome alla mia esperienza, e provai gioia perché sapevo e capivo quello di cui i saggi stavano parlando.</p>
<p><strong>La pratica della meditazione</strong></p>
<p>Alcuni mesi dopo il risveglio, un amico spirituale mi suggerì di riprendere a meditare, così cominciai a sedere ogni mattina per un paio d’ore. Piuttosto che assumere l&#8217;atteggiamento di chi ha raggiunto la meta, sentii che ora avevo realmente qualcosa su cui affondare i denti. Cominciai la mia pratica meditativa con la mente di un principiante e la sensazione che stavo appena iniziando un viaggio spirituale.</p>
<p>All&#8217;inizio dovetti imparare a tenere gli occhi aperti durante la meditazione per evitare di sparire nel nulla. Quando chiudevo gli occhi, sprofondavo in un vuoto in cui non c’era né &#8220;io&#8221; né altro. Lasciai andare tutte le idee precedenti su quello che pensavo fosse la meditazione o su cosa dovesse essere. All’inizio, lasciando andare il tentativo di fare qualcosa, ebbi dei momenti difficili. Ognuno dei moti più profondi della mia meditazione sopraggiungeva quando mi lasciavo andare e mi arrendevo completamente, senza tentare di fare qualcosa.</p>
<p>Gli insegnanti di meditazione precedenti mi avevano insegnato a osservare il respiro durante la meditazione, ma nella mia nuova pratica questo non mi sembrava più di alcuna utilità. Mi accorgevo ora che osservare il respiro teneva la mente impegnata e che era di gran lunga più utile lasciare che la mia attenzione si posasse su una sensazione piacevole nel corpo.</p>
<p>Era meno probabile che questo attivasse il processo del pensiero. La maggior parte delle volte, dopo aver mantenuto l’attenzione sulla sensazione piacevole per un po&#8217; di tempo, essa diveniva una cosa sola con le sensazioni, portandomi a stati meditativi più profondi.</p>
<p>Questa meditazione, adatta al mio temperamento, era affiorata dal mio interno quando mi ero liberato dalle idee preconcette sulla meditazione. Dopo alcuni mesi di pratica della &#8220;mia meditazione&#8221;, una mattina, alla ricerca di ispirazione, presi casualmente dalla mia libreria il libro &#8220;Who is My Self&#8221; di Ayya Khema. Fui sorpreso di scoprire che la meditazione che era affiorata era effettivamente una meditazione buddhista descritta nel libro di Khema.</p>
<p>Dopo un paio di mesi di pratica meditativa, scoprii che ero in grado di tenere gli occhi aperti e di sperimentare allo stesso tempo il mondo dei fenomeni e il vuoto. La mia esperienza non riguardava né l’uno né l&#8217;altro, ma ambedue, il vuoto e il mondo dei fenomeni. Osservarli come se fossero una cosa sola fu un’esperienza di grande meraviglia per me: tutto esisteva e non esisteva allo stesso tempo. Questa esperienza spontanea e simultanea di ciò che è manifesto e di ciò che è invisibile viene definita <em>sahaja-samadhi</em>.</p>
<p><strong>Il tafano</strong></p>
<p>Circa un anno dopo il risveglio, mi accorsi che la meditazione avveniva senza sforzo e che profondi stati meditativi si verificano spontaneamente durante il giorno e la notte.</p>
<p>Un caldo pomeriggio, dopo aver lavorato nel cortile, mi sentivo esausto al punto che non riuscivo più a lavorare fisicamente. Quindi decisi di rientrare per finire del lavoro di contabilità sul computer, che avevo lasciato interrotto da molto tempo. Non appena mi sedetti di fronte al computer, notai che nel mio corpo l’energia della beatitudine si accrebbe e trovai sempre più difficile portare la consapevolezza sulla contabilità o su qualsiasi altra cosa. Nella casa mi sentivo in qualche modo prigioniero, per cui uscii a sedermi all’ombra del portico.</p>
<p>Quando mi rilassai sulla sedia precipitai in un profondo stato meditativo. Tutto sembrò rallentare e percepii la consapevolezza espandersi oltre il mio corpo verso l&#8217;ambiente circostante. Ogni cosa era di un colore vibrante e vivido, l’aria sembrava spessa e piena d’energia. Gli uccelli stavano cantando, le foglie degli alberi frusciavano dolcemente nella brezza e le libellule volavano in cerchio intorno alla fontana del giardino. Mi rilassai e sprofondai nella presenza.</p>
<p>Un tafano volò intorno all&#8217;angolo della casa, volando come fanno i tafani, così veloce da essere appena visibile. Ma non appena questo tafano si avvicinò, vidi le sue ali muoversi lentamente su e giù, come se lo stessi guardando attraverso una macchina fotografica che riprende innumerevoli inquadrature al secondo.</p>
<p>Quando il tafano volteggiò ad alcuni metri dal mio corpo, il mio punto di osservazione sembrava essere a due centimetri da esso. Notai la cresta del suo capo alla sinistra e vidi il suo occhio a più lenti mandare innumerevoli riflessi, come se lo stessi guardando attraverso una lente di ingrandimento.</p>
<p>In un altro momento si registrò nella consapevolezza che c&#8217;era soltanto il tafano e nient’altro. L&#8217;immediatezza e l&#8217;intimità del tafano mi sgomentarono e tornai di nuovo indietro alla consapevolezza della mia mente; in quello stesso istante, il tafano zoomò via riprendendo la consueta velocità.</p>
<p>Questi stati di samadhi (l&#8217;assorbimento totale in un oggetto) sono accaduti spontaneamente in relazione ad altri oggetti, persone ed animali. Quando accadono, c&#8217;è una conoscenza diretta e totale di ciò che è percepito. Esprimere quello che si prova è una sfida simile al tentare di tradurre in parole una montagna di conoscenza.</p>
<p><strong>“Essere il cielo”</strong></p>
<p>Una mattina, mentre lavoravo nel cortile per costruire una fontana, meditavo sulla natura della coscienza e delle esperienze meditative che mi stavano succedendo. Per buona parte della giornata, mi chiesi come sarebbe stato vivere dallo spazio della mia più profonda consapevolezza. Poiché mi servivano dei ricambi per le tubature della fontana, decisi di andare in città a prenderli.</p>
<p>Mentre guidavo e valutavo come sarebbe stato vivere dalla mia più profonda consapevolezza, quest’ultima si espanse spontaneamente. Era come se mi trovassi 500 metri sopra la macchina e potessi vedere ogni cosa contemporaneamente – sopra, sotto e tutt’intorno – rimanendo allo stesso tempo consapevole della guida. Vedevo la strada dall’interno dell’automobile e contemporaneamente da un’altezza di 500 metri; ero consapevole in tutte le direzioni. Vedevo gli alberi, il vento, il cielo, l&#8217;odore delle foglie, la ghiaia sulla strada. Poi, veloce come era arrivata, l’espansione se ne andò lasciandomi a guidare la macchina lungo la strada.</p>
<p><strong>Sonno</strong></p>
<p>Dopo il risveglio, il sonno è stato uno dei cambiamenti più sconcertanti nella mia vita quotidiana. Per più di un anno e mezzo dopo il risveglio, non persi mai la consapevolezza. La notte, dopo essere andato a letto, rimanevo coscientemente desto. Stavo disteso e meditavo o semplicemente osservavo la mente che pensava e sognava.</p>
<p>Per mesi ne fui disturbato e compresi com’ero attaccato alla coscienza del sonno. Al mattino mi sentivo sempre riposato e rilassato, mentre molto raramente provavo stanchezza durante il giorno. Uno dei piacevoli effetti collaterali della consapevolezza costante era la dilatazione del tempo. Da quando dormivo poco, ero libero di fare ciò che desideravo durante la notte. Di solito, andavo a fare delle passeggiate coi nostri cani o sedevo a guardare il cielo notturno.</p>
<p>Dopo essermi fatto male al fondo schiena lavorando sul tetto, provavo dolore a sdraiarmi. Un effetto collaterale di questo dolore fu che, per sentirlo di meno, cercavo di perdere coscienza durante il sonno. Dopo tale infortunio, il mio sonno è cambiato: qualche volta sono consapevole e qualche volta no.</p>
<p>Tre anni dopo, retrospettivamente, ho compreso che le mie idee su quanto sonno sia necessario entravano in conflitto con la realtà. Mi era stato insegnato, e ci avevo creduto, che avevo bisogno di almeno otto ore di sonno a notte e che, se non dormivo abbastanza, c’era qualcosa di sbagliato.</p>
<p>Il mio desiderio di incoscienza nel sonno è direttamente collegato all’identificazione con la mia personalità e all’attaccamento con le emozioni e i pensieri della giornata. Quando mi identifico con la preoccupazione, il dolore, la rabbia o la tristezza, la mia energia si dissipa e sento il bisogno di un sonno più inconscio.</p>
<p><strong>Illuminazione</strong></p>
<p>Per spiegare che cosa sia l’illuminazione, vi racconterò una storia della mia infanzia.</p>
<p>Quando ero in quarta, la mia famiglia si trasferì a Big Spring, nel Texas. Mio papà aveva una piccola società specializzata nella costruzione di ferrovie. Viaggiavamo di città in città, restando in una scuola per un semestre o due, poi ci spostavamo di nuovo. Big Spring era una cittadina costruita intorno a una base dell’Aeronautica militare, in mezzo al nulla.</p>
<p>Uno dei momenti più belli della vita a Big Spring era lo spettacolo del sabato mattina al cinema locale. Una società produttrice di latte patrocinava quegli spettacoli diurni, che erano gratuiti se si portavano cinque cartoni di latte vuoti. Io e Tommy, un mio amico del condominio, ci incontravamo nel vicolo dietro casa ogni sabato mattina alle 9:00.</p>
<p>Percorrevamo il vicolo fino al teatro passando tra i bidoni dell’immondizia e raccogliendo i cartoni di latte in modo da poter vedere gratuitamente il film. Qualche volta il cinema dava dei film fantastici sui mostri, ma la maggior parte delle volte i film erano così-così. In realtà, né io né Tommy ci preoccupavamo di quale fosse il film; il divertimento stava solo nell’andare al cinema.</p>
<p>Mi ricordo che stavo guardando un film così coinvolgente che ero completamente preso e avvinto. A circa tre quarti del film, quando il protagonista e la protagonista stavano per rivelare il segreto che avrebbe impresso una svolta drammatica al film, la pellicola improvvisamente rallentò. Un momento più tardi essa si fermò su una sola inquadratura che lasciava l’immagine dell&#8217;eroe e dell’eroina sullo schermo. In un attimo l&#8217;immagine si dissolse e prese fuoco.</p>
<p>Nell’istante seguente la pellicola si ruppe, lasciando nient’altro che una forte e accecante luce che illuminava uno schermo bianco. Fui temporaneamente accecato dalla luce e ritornai in me qualche attimo più tardi, quando sentii il chiasso di un cinema pieno di bambini che gridavano all’operatore di riparare il film.</p>
<p>Rimasi scioccato nel rendermi conto che stavo solo guardando un film; infatti, prima che la pellicola si rompesse, ero stato così assorbito dalla storia da dimenticare la mia vita. Dovettero passare 10 minuti prima che il film riprendesse. Quando ricominciò, non fui così catturato come in precedenza. I personaggi sembravano attori che interpretavano una parte, più che vere persone.</p>
<p>La mia esperienza dell’illuminazione fu simile sotto molti aspetti alla visione di quel film da bambino, un sabato mattina. Sotto al dramma esterno della vita e del vivere c’è l&#8217;esperienza diretta di dio e della beatitudine (per usare una metafora: lo schermo bianco del film)</p>
<p><strong>Conclusione</strong></p>
<p>Quanto è scritto sopra non riporta che un lato della mia storia: l&#8217;ascesa. Questa narrazione sarebbe incompleta se non menzionassi l&#8217;altra metà della storia, la discesa negli aspetti più pesanti e opachi della personalità, e la difficoltà a integrare l’esperienze di espansione nella vita quotidiana.</p>
<p>Il titolo del libro di Jack Kornfield, A<em>fter the Ecstasy, the Laundry</em> (“Dopo l&#8217;estasi, il bucato&#8221;) dice chiaramente che, dopo il risveglio, la vita va ancora vissuta. L’illuminazione non paga l’ipoteca, non risolve magicamente i problemi di salute o di ordine pratico nella vita.</p>
<p>Dal risveglio ho imparato che viviamo solamente una piccola frazione di quello che è possibile.</p>
<p>L’illuminazione è proprio qui e ora. Non c&#8217;è alcun bisogno di guardare al di fuori di noi stessi, dal momento che è l’essenza stessa del nostro essere.</p>
<p>Una delle domande che mi condussero al risveglio fu: “Cosa mi sta chiedendo la vita?”. Questo interrogativo mi aiutò ad ascoltare da un luogo più profondo dentro di me, un luogo dove l’ego gode di meno considerazione.</p>
<p>Le mie raccomandazioni sono: medita, prenditi del tempo per stare senza far niente, contempla la vita, siedi alla presenza di insegnanti spirituali, lavora sulla tua psiche, osserva i tuoi sogni, pratica lo yoga, segui una dieta semplice, limita le dispersioni di energia, segui il tuo cuore.</p>
<p>Tutto ciò cui diamo spazio nella vita, lo nutriamo.<br />
Ciò che nutriamo nella vita è ciò che raccogliamo.<br />
Nutri il risveglio.</p>
<p>Sankara (commenti di Raphael). Vivekacudamani. Asram Vidya. <a href="http://www.edizioniasramvidya.it/">http:</a><a href="//./">//www.edizioniasramvidya.it/</a><a href="http://www.edizioniasramvidya.it/"><br />
</a>Un’eccellente esposizione della filosofia non duale Vedanta</p>
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<p>Copyright originale Rick NurrieStearns, per gentile concessione della rivista Personal Transformation <a href="http://www.personaltransformation.com/">www.personaltransformation.com</a><a href="http://www.innernet.it/geoxml/getcontent/www.personaltransformation.com"><br />
</a>Traduzione di Nityama Elsa Masetti. Revisione di Gagan Daniele Pietrini.<br />
Copyright per l’edizione italiana Innernet.</p>
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		<title>Clowning: un modo per rendere l’amore più vicino</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Jun 2010 09:57:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ginevra Sanguigno e John Glick</dc:creator>
				<category><![CDATA[Coscienza del mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Esperienze]]></category>

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		<description><![CDATA[Nell’Afghanistan della guerra continua, o ad Haiti dopo il terremoto, a Sri Lanka dopo lo tsunami, la &#8220;formula&#8221; è sempre la stesso: essere pubblicamente giocoso. Un contatto visivo. Un sorriso. Essere amichevole. E, naturalmente, indossare il costume da clown e un naso rosso. Il naso rosso, il costume da clown è un passaporto. Esso apre [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2010/06/Ginevra-Sanguigno-e-John-Glick-al-check-point-per-Gaza.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1338" style="margin: 6px;" title="Ginevra Sanguigno e John Glick al check point  per Gaza" src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2010/06/Ginevra-Sanguigno-e-John-Glick-al-check-point-per-Gaza.jpg" alt="" width="330" height="221" /></a>Nell’Afghanistan della guerra continua, o ad Haiti dopo il terremoto, a Sri Lanka dopo lo tsunami, la &#8220;formula&#8221; è sempre la stesso: essere pubblicamente giocoso.</p>
<p>Un contatto visivo. Un sorriso. Essere amichevole. E, naturalmente, indossare il costume da clown e un naso rosso. Il naso rosso, il costume da clown è un passaporto. Esso apre le porte nei cuori e nelle menti. Vestirsi come un clown permette  di avvicinarsi alla gente in modo diretto. Come dice  Patch Adams,  &#8220;Clowning: un modo per rendere l’amore più vicino”.</p>
<p>Il naso rosso, i vestiti colorati, un comportamento imprevedibile, sono i segnali che disturbano lo status quo, che ci avvertono che questo “non è un tempo e uno spazio normale” . Il naso rosso annuncia che le regole della società umana sono in procinto di essere  messe in discussione. Una persona può essere in difficoltà o essere divertita dalla visita di un clown, e in ogni caso la presenza di un clown ti incuriosisce comunque.</p>
<p>La vista di un clown dà la possibilità di rendere visibile l’invisibile, tutti i ruoli possono essere attivati e capovolti giocando. Le strutture di potere possono essere capovolte. Il forte può prendersi una pausa e permettersi di entrare nella parte del debole. Giocare a fare il pagliaccio  consente a chi è debole di  essere forte.</p>
<p><strong>Clowning e relazione di aiuto di Ginevra Sanguigno</strong></p>
<p>Quindici anni fa, nel centro di Pechino, dove mi trovavo per studiare Qi Gong, ho assistito a una scena terribile: una donna con un bimbo molto piccolo scaraventati a terra da poliziotti in borghese; il bambino di neanche una anno piangeva disperato per terra senza che nessuno si prendesse cura di lui mentre la donna veniva arrestata e presa a sberle e strattoni dalla polizia.<span id="more-1336"></span></p>
<p>Qual&#8217;era stato il suo crimine? Infrangere un divieto a vendere per strada; la donna vendeva poche e misere cose ai turisti di passaggio. Meno male che c’eravamo noi stranieri a guardare. La nostra presenza ha indotto i poliziotti a calmarsi. Io ho allora raccolto il bimbo per strada, consegnandolo ad altre donne, mentre la mamma comunque veniva portata via.</p>
<p>Nel 2003 eravamo con un gruppo di 10 clowns a un check point, tra Israele e la Palestina, già da parecchie ore fermi ad aspettare che ci facessero entrare a Gaza. Da lontano vedevamo cittadini palestinesi che con bimbi e pacchi entravano invece in territorio israeliano, anche loro da ore ad aspettare.</p>
<p>I loro bimbi ci guardavano affamati di attenzioni, sorrisi, palloncini e gioia, noi guardavamo loro facendo strane facce buffe. In mezzo militari armati e nervosi.</p>
<p>Con molta timidezza un clown comicia a gonfiare un palloncino (attenta che se scoppia qui sparano !!) e a farlo volare nella direzione della famiglia palestinese. Immediatamente ci sentiamo fissare da nervosi occhi di soldati e avvertiamo mani che si preparano a imbracciare i mitra in un triste automatismo…e preoccupati cittadini palestinesi che sanno invece cosa potrebbe succedere….</p>
<p>Poi gentilmente e con molta delicatezza, un altro clown si stacca dal nostro gruppo e va verso i bimbi palestinesi. Poi un altro lo segue mentre i bimbi si avvicinano a noi sotto lo sguardo nervoso dei soldati, ma noi camminiamo piano piano… e alla fine i bimbi riescono ad avere i loro palloncini!</p>
<p>Questa è  relazione di aiuto; il clowning è un modo efficace per trovare chiavi che aprano porte; in situazioni di conflitto, senza violenza ,chiavi che aprano confini per incontrarsi,  connettersi e creare gesti di amicizia e pace.</p>
<p>A gennaio 2010 ero al Cairo assieme a 1400 attivisti provenienti da tutto il mondo, con aiuti umanitari per la popolazione civile di Gaza:  ci hanno impedito di portare questi aiuti, con noi c’era anche Hedy Epstein, 85enne pacifista ebrea,  sopravissuta all&#8217;olocausto.</p>
<p>In questa situazione si era creata una grande tensione con il governo egiziano. I poliziotti ogni giorno ci circondavano impedendoci di manifestare contro questa decisione ingiusta. Il costume da clown è stato un passaporto, che ci ha permesso di affrontare al meglio questa situazione: sostenere in modo pacifico la causa dei palestinesi. Incontrando col nostro sorriso i soldati in assetto antisommossa.</p>
<p>Per me un clown è anche un attivista politico,  si attiva nello schierarsi  dalla parte dei più deboli,  si prende cura della comunità in cui vive. Il clown ambasciatore del sorriso, il clown che si prende cura della comunità, si attiva cercando delle nuove strategie contro chi genera violenza, guerre, per non permettere che tutto ciò continui a prevalere.</p>
<p><strong>Un&#8217;esperienza di clowning in Russia di John Glick</strong></p>
<p>Nel 2005, con altri quattro clown, Tatyana dalla Russia, Ginevra, direttrice di Clown One Italia, un&#8217;organizzazione clown nostra partner in Italia, Adriana, direttore della Fondazione Kuritsa, un gruppo di clown partner Olandese, e io, abbiamo visitato una piccola struttura residenziale psichiatrica a Mosca.</p>
<p>Nella struttura abbiamo incontrato sei bambini e bambine, età 7-9, e i loro genitori, tutti   sottoposti a trattamento psichiatrico, per disturbi psico fisici, sorti in seguito all&#8217;attacco terroristico del settembre 2004, a Beslan in Ossezia, Russia.</p>
<p>Questi bambini erano tra i 1200 ostaggi detenuti in una palestra di una scuola elementare, da parte dei ribelli armati, per 52 ore. Forze di sicurezza russe hanno preso d&#8217;assalto l&#8217;edificio e, nel conflitto, tutti i ribelli sono stati uccisi insieme con186 studenti, 202 adulti (molti dei quali insegnanti e dirigenti scolastici), e 783 feriti in uno degli atti più odiosi di terrorismo nella storia recente.</p>
<p>I bimbi e gli adulti sopravissuti subito dopo la liberazione hanno cominciato ad accusare una varietà di sintomi, sia fisici che psicologici. Noi  clown siamo stati invitati a suonare e giocare con alcuni di questi bambini.</p>
<p>Entriamo nell’appartamento dove i bambini ci stavano aspettando: l’incontro è commovente e profondamente toccante; non avevamo mai visto uno scardinamento di personalità così profondo. Nessuno di loro era in grado di dedicarsi al gioco, o di avere contatto con qualcuno di noi, neanche visivo. Si avvicinavano e si allontanavano allo stesso tempo.</p>
<p>Ci colpivano, hanno cominciato a pizzicarci, gridare “maledetto” e altre parole di difesa e attacco.  Qualcuno di loro avvicinandosi cercava di stabilire un contatto, in un modo che cercava di  ricordare da bambino che vuole giocare, poi confuso e angosciato si allontanava in fretta. I loro volti cambiavano da un momento all&#8217;altro,  in alternanza, con espressioni di rabbia, paura, felicità, crudeltà, ansia, confusione, rabbia, terrore.</p>
<p>Noi clown pazientemente aspettavamo un segno, un punto di ingresso per entrare nel loro processo. Chiaramente noi eravamo percepiti come un elemento agitante, per la novità della visita e l’eccitazione che provocava.<br />
Dopo 30 minuti di tentativi falliti, decidiamo di fare una pausa. Avevamo portato una torta, e i genitori con i medici avevano preparato una bella tavola.</p>
<p>Ci siamo seduti: i bimbi da un lato, le bimbe dall&#8217;altro. Mentre uno dei genitori tagliava la torta, mi volto verso il bambino seduto accanto a me, che mi guardava, e che a un certo punto mi dà una gomitata, si volta verso le bimbe e mostra la lingua.</p>
<p>Ci scambiamo uno sguardo complice, gli porgo il palmo della mia mano e lui batte il cinque. Dall’altra parte del tavolo le bambine inziano a tirare fuori la lingua, sostenute dalle amiche clown. E cosi’ inizia una “battaglia “ di smorfie, linguaccie, e facce mostruose,  con contorsioni e posizioni; come demoni, guerrieri, accompagnati da  &#8220;nyaaaaaaaaaaaahh “ sempre piu’ prolungati… finchè ci troviamo tutti insieme a giocare e ridere!</p>
<p>Alla fine ci stringiamo tutti la mano in segno di solidarietà, perché siamo stati proprio bravi, nessuno ha vinto e ci siamo divertiti.  Alla fine esausti decidiamo di attaccare la torta! Congedandoci alla fine del pomeriggio ci   abbracciamo, balliamo insieme, tenendoci le mani e coccolandoci a vicenda. I bambini si erano veramente rilassati, e si erano relazionati tra loro e con noi. Il personale medico era stupito.</p>
<p>Non so che cosa alla fine è successo con questi bambini. Non so se quello che abbiamo fatto insieme ha veramente creato un momento di recupero significativo. So comunque che siamo stati veramente insieme, abbiamo fatto qualcosa di giocoso, abbiamo co-creato un grande gioco. È stato un processo collaborativo. Non abbiamo all’inizio organizzato o pensato cosa potesse significare, quello che abbiamo fatto era: follia, gioco, divertimento. E ci ha permesso di sentirci tutti meglio.</p>
<p>Posso solo immaginare la situazione che questi bimbi hanno vissuto nella scuola con i terroristi prima e l’intervento della polizia russa dopo: le urla, i pianti, le uccisioni, il sangue, il terrore abbietto che ti paralizza. Queste immagini, e sentimenti di impotenza, di terrore e di angoscia si ripetono all&#8217;interno delle menti delle vittime del trauma.</p>
<p>La realizzazione di orribili volti e suoni, attorno al nostro tavolo, è stata proprio la cosa giusta. In qualche modo, il diventare partner di questa espansione e riproduzione giocosa di queste grida o volti, ha permesso ai bambini di recuperare il senso di empowerment.</p>
<p>E’ stata una vera collaborazione; grazie a un modo stupido sciocco e creativo di relazionarci, siamo andati tutti oltre il confine. Non c’era una lingua razionale o un programma predefinito ma solo facce, gesti, suoni che ci hanno collegati alla loro storia dolorosa in modo gioioso.</p>
<p>Abbiamo ricreato la loro storia  attraverso un combattimento rituale, una parte contro l&#8217;altra, in una escalation di rabbia, dove c’è chi domina e chi soccombe, ma nessun vincitore o vinto. Poi alla fine del gioco, la stanchezza sana e il rituale di condividere insieme qualcosa di buono di dolce come la torta, ci ha fatto sentire tutti amici.</p>
<p>Il ruolo clown nella storia è sempre stato in qualche modo correlato a certi bisogni sociali delle persone e dei gruppi. Il giocare e la stupidità hanno un effetto risanatore: la rappresentazione dello stupido che si lamenta e interpreta in modo buffo i suoi numerosi mali mette, chi lo guarda, in una posizione distaccata e fa riflettere e cambiare punto di vista.</p>
<p>Il clowning è un modo di relazionarsi alle persone, alle cose, al mondo in modo serio e divertente, è un modo di darsi importanza con stupidità, di vivere la sofferenza con gioia, la solitudine con amicizia, la paura con amore.</p>
<p><strong>John Glick</strong> Clown musicista e medico . Direttore di Global Outreach Gesundheit Institute. E&#8217; un medico, pratica agopuntura ed è un comico. Ha una specializzazione in chimica e pratica la medicina di famiglia nelle campagne di  Shenandoah . <a href="http://www.patchadams.org " target="_blank">www.patchadams.org </a></p>
<p><strong>Ginevra Sanguigno</strong> attrice, clown terapeuta, mimo, formatrice e fondatrice di Clown One Italia Onlus. È membro attivo dello staff internazionale del Gesundheit! Institute del dr. Patch Adams. Dal 2005 è membro del corpo docenti della School for Designing a Society e  del World Parliament of Clowns di Dresda. <a href="http://www.clowns.it  " target="_blank">www.clowns.it </a></p>
<p>Foto di Italo Bertolasi</p>
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		<title>Il fidanzato Zen</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Jan 2010 10:11:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mariana Caplan</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Sessualità]]></category>
		<category><![CDATA[Relazioni]]></category>
		<category><![CDATA[zen]]></category>

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		<description><![CDATA[Un’aspirante dea che cerchi l’amore tra un mare di ragazzi che si trastullano con giocattoli spirituali, non ha di fronte a sé un compito facile. La maggior parte delle donne scopre che a un certo punto del cammino i ragazzi normali, palestrati, sicuri di sé, “non-essere-troppo-profonda-con-me”, non vanno più bene. Ma anche la versione spirituale [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="medita buffo.gif" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/medita-buffo.gif"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/medita-buffo.thumbnail.gif" alt="medita buffo.gif" hspace="6" align="left" /></a>Un’aspirante dea che cerchi l’amore tra un mare di ragazzi che si trastullano con giocattoli spirituali, non ha di fronte a sé un compito facile. La maggior parte delle donne scopre che a un certo punto del cammino i ragazzi normali, palestrati, sicuri di sé, “non-essere-troppo-profonda-con-me”, non vanno più bene. Ma anche la versione spirituale di tali ragazzi è ugualmente problematica, per non parlare degli orribili rammolliti New Age.</p>
<p>Se a tutto questo aggiungiamo il fatto che probabilmente ciò che ti ha condotto sul cammino è stata la tua angoscia psicologica di tipo nevrotico, e che l’abbandono emotivo subito nell’infanzia ti fa provare attrazione verso ciò che per te è irraggiungibile, è verosimile che ti ritroverai dentro un paio di manette New Age di argento puro.</p>
<p>A un tale stadio del mio sviluppo spirituale (uno stadio che, sfortunatamente, per alcune di noi sembra prolungarsi per decenni!), ho cominciato ad attrarre una nuova razza di uomini (o forse era sempre la stessa razza, ma camuffata sotto nuove vesti). Col tempo, ho imparato a chiamarli i “ragazzi zen”. Uso liberamente il termine “zen”, perché un uomo non deve necessariamente essere un buddista zen per fare parte di questa categoria.</p>
<p>Potrebbe essere un buddista tibetano, un sufi o persino un praticante di qualche oscura scuola yoga. Più è rigida la tradizione, meglio è per questo tipo. Ciò che permette di identificare un “ragazzo zen” è il modo in cui usa le idee e le pratiche spirituali per evitare di entrare in una relazione autentica con una donna. Egli è allo stesso tempo troppo identificato con le sue palle per diventare un monaco celibe, ma anche troppo poco identificato con esse per assumersene tutte le responsabilità. Risultato: un presuntuoso, freddo e intelligentissimo sostituto di un uomo vero.<span id="more-484"></span></p>
<p>Andrew era un esempio eccellente di ragazzo zen. Alto, brillante, affascinante e singolarmente attraente, era creativo, espertissimo di testi spirituali, ottimo cuoco e straordinariamente divertente… Ma non riusciva a lasciarsi andare con una donna, se da questo dipendeva la sua vita.</p>
<p>Così si svolgeva una tipica mattina tra Andrew e me. Alle 4:30 del mattino suona la sua sveglia (non la sveglia normale, ma uno squillo schizofrenico simile a uno stridere di cicale).</p>
<blockquote><p>«Andrew, la tua sveglia sta suonando.»<br />
«Spegnila.»</p></blockquote>
<p>Obbedisco. Poi, alle 4:38, suona ancora.</p>
<blockquote><p>«Andrew, svegliati!»<br />
«Sono troppo stanco.»</p></blockquote>
<p>Al quarto squillo ero completamente sveglia, mentre lui dormiva come un neonato tra le braccia della madre. Quando alla fine apriva gli occhi, intorno alle 5:30, avevo una rabbia assai poco spirituale. Senza dire una parola né guardare nella mia direzione, Andrew usciva dal letto e andava in bagno. Sempre più arrabbiata, lo sentivo fare gargarismi con le sue erbe cinesi, eseguire un’ora di tai chi sul pavimento scricchiolante di legno, quindi sistemarsi sullo “zafu” per meditare.</p>
<p>Spesso mi alzavo e meditavo anche io, ma poiché non praticavo il suo stesso tipo di meditazione, diceva che non potevamo praticare insieme. Alla fine, poco prima delle 8 – circa tre e ore e mezza dopo che la sveglia aveva suonato per la prima volta – entrava e mi diceva che stava preparando la colazione. Urrà. Durante la colazione, la sua regola era il silenzio, affinché potesse leggere il giornale sopra i chicchi di avena organici e il tè alla menta, entrambi senza zucchero.</p>
<p>La discussione era sempre lo stessa:</p>
<blockquote><p>«Perché metti la sveglia, se non ti alzi?»<br />
«È importante avere sempre l’intenzione di alzarsi presto. L’energia per la meditazione è più forte dalle tre alle cinque del mattino.»<br />
«Se è così forte, perché non la fai mai?»</p></blockquote>
<p>E poi:</p>
<blockquote><p>«Andrew, per me sarebbe molto importante se tu dicessi almeno “Buongiorno” quando ti alzi.»<br />
«Voglio che la mia meditazione sorga direttamente dalle onde delta che si attivano durante il sonno, e parlare sarebbe di disturbo.»<br />
«Anche due parole: “buon” e “giorno”?»<br />
«Sì, anche due parole.»<br />
«Allora, perché non mi dai un abbraccio?»<br />
«È la stessa cosa.»<br />
«Ma l’acqua fredda sul viso e lo sciacquone del gabinetto non eliminano le onde delta?»<br />
«Ho bisogno di spazio. Fine della conversazione.»</p></blockquote>
<p>Gli uomini hanno bisogno di spazio; tutte le donne lo sanno. Ma alcuni uomini hanno bisogno di uno spazio doppio di quello dedicato all’intimità, o anche dieci volte tanto. Andrew e altri ragazzi zen, invece, sembravano volere il 98 per cento di spazio e il 2 per cento di intimità. Quella con cui desiderano davvero avere una relazione è una divinità di pietra, non una donna.</p>
<p>La situazione con Andrew non giovava a nessuno di noi due. È una domanda interessante chiedersi perché volevo, in primo luogo, che la nostra relazione andasse tanto male, ma io sono una donna, e più un uomo si ritira in se stesso, più una donna lo assilla perché venga fuori. Andrew mi ha detto che la nostra relazione non funzionava perché non ero abbastanza spirituale. Che fanfaronata! Si lamentava perché non ero un’esperta meditatrice e perché i miei tre anni di meditazione non mi avevano permesso di capire la mia mente così come lui aveva capito la sua; per questo, non ero adatta a una “relazione spirituale”. Quando si lamentò perché meditavo solo mezz’ora al giorno mentre lui meditava un’ora, cominciai diligentemente a meditare per un’ora. Quando si lamentò perché avevo studiato il buddismo vipassana e non quello zen, e quindi non ero in grado di comprendere il suo vero scopo, cominciai a leggere lo zen e a cambiare la mia meditazione. Alla fine disse che, sì, stavo cominciando a percorrere il sentiero dello zen, ma la sua insegnante lo insegnava in modo particolare, diverso da quello di tutte le altre scuole zen. Però, quando gli dissi che volevo incontrare la sua insegnante, mi rispose che avevo già preso troppo dalla sua vita, e che aveva il diritto di tenere per sé ciò che considerava più prezioso: la sua insegnante (anche se quest’ultima insegnava pubblicamente in tutta la California).</p>
<p>La nostra relazione finì un weekend invernale in un appartamento affittato sul Lago Tahoe, dove c’era anche sua madre. Avrei dovuto capire prima che, per alcuni uomini, avere la ragazza e la madre nella stessa casa è più di quanto possano sopportare.</p>
<p>Cominciammo a litigare per il suo particolare coltello zen, come se quello fosse il vero motivo. Egli aveva un coltello di acciaio inossidabile comprato da qualche samurai giapponese cuoco, che usava per tagliare la frutta e la verdura. Il coltello andava tenuto in un modo particolare, con una certa angolazione, e doveva toccare il tagliere il meno possibile. Egli era orgoglioso del suo coltello, e poiché ero la sua ragazza, mi aveva concesso il permesso speciale di usarlo. Quella domenica mattina, scese le scale mentre stavo preparando un’insalata di frutta con un normale coltello per sbucciare.</p>
<blockquote><p>«Puoi usare il mio coltello, se fai attenzione.»</p></blockquote>
<p>Annuii e continuai a tritare le noci.</p>
<blockquote><p>«Beh, non lo usi?»<br />
«No.»<br />
«Beh, e perché no?», ribatté, senza compassione zen nella voce.</p></blockquote>
<p>A quel punto, alzai lo sguardo: «Ci sono troppe regole del cavolo su quel coltello, e preferisco usare un coltello di plastica da picnic, piuttosto che affrontare le conseguenze di un uso sbagliato del coltello».</p>
<p>Mi disse una volta per tutte che non ero abbastanza Yin per armonizzarmi con il suo Yang, al che risposi che la sua spiritualità era gravemente distorta e la relazione finì lì, sebbene lui mi sia mancato tantissimo per mesi.</p>
<p>Jake era un altro di questi ragazzi spaventati che si nascondono dietro la spiritualità. Quando lo conobbi, era un buddista zen, ma quando ci lasciammo era diventato un seguace del Vedanta non-dualista, che è la stessa cosa di un “ragazzo zen”, se non peggio. Ci incontrammo a un seminario narcisista tipo “salviamo-la-Terra”, ma questa è un’altra storia.</p>
<p>Due giorni dopo il seminario, mentre guidavo lungo il Golden Gate Bridge verso la strada 101 per tornare a casa, dopo una giornata in cui avevo visto molti pazienti di terapia, vidi a lato della strada un uomo alto, in cima a un malconcio furgoncino Volkswagen, che batteva un tamburo. Mi sembrava di conoscerlo, ma non potevo essere sicura. Imboccai l’uscita della Mill Valley, ripercorsi all’indietro la strada, girai un’altra volta e mi accostai al furgoncino. Sicuro, era Jake. Mi disse che il seminario gli aveva ispirato una nuova forma di eco-protesta. Una volta a settimana aveva intenzione di salire sul tetto del suo furgoncino a leggere ad alta voce la lista di specie in via di estinzione, suonando il tamburo. Quando gli chiesi cosa sperasse di ottenere in questo modo, mi disse che non lo sapeva, ma si sentiva ispirato a fare così. Per quanto possa sembrare strano, rimasi impressionata.</p>
<p>Mi chiese un appuntamento. La prima sera mangiammo lasagne vegetariane, <em>Caesar salad</em> e gelati <em>Haagen Daz</em>, a lume di candela nel suo salotto. Poi ci spostammo sul terrazzino, dove restammo per ore mentre Mickey Hart suonava dallo stereo e Sausalito [villaggio californiano, NdT] danzava ai nostri piedi. La mattina dopo, egli mi disse di aver bisogno di spazio. E in tal modo, si sviluppò la nostra relazione zen, nei piccoli intervalli tra i grandi spazi di tempo.</p>
<p>Alla fine, Jake partì per l’India (una fuga spirituale dall’intimità che io stessa avrei preso a modello, in seguito), ritornando un anno e mezzo dopo, vestito come un monaco, in abiti indiani di cotone bianco e uno scialle color avorio. I lunghi capelli erano stati tagliati all’altezza delle spalle ed erano diventati bianchi, la pelle sembrava aver acquisito un’abbronzatura perenne e piccole rughe erano spuntate agli angoli degli occhi. Disse di aver pensato molto a me e… Perché non andavamo fuori a cena? Poiché ero senza ragazzo (di nuovo) e lui ero piuttosto attraente nel suo nuovo aspetto da guru, accettai.</p>
<p>Jake pensava di essersi illuminato, anche se non aveva il coraggio di dirlo. Era diventato studente di uno di quegli insegnanti indiani che riescono a provocare esperienze mistiche nei seguaci eliminando momentaneamente i loro blocchi psicologici e dichiarando che tale esperienza li aveva resi illuminati. In una tale situazione, il maestro diventa molto presuntuoso e acquista la reputazione di persona capace di illuminare gli altri. Migliaia di hippy occidentali che hanno paura di vivere credono di aver trasceso i loro problemi, e cominciano a elargire lo stesso dono agli altri, senza che nessuno glielo chieda.</p>
<p>Jake era un esempio vivente di ciò. La prima notte andò tutto bene, nei limiti di un ragazzo zen. Mi divertii a sentire le sue avventure bevendo un cappuccino, provando solo irritazione ogni tanto, quando accennava di “aver scorto la vera natura della realtà” o di “essere divenuto uno con il tutto”. Naturalmente, all’inizio della sera aveva bisogno di spazio, ma questo c’era da aspettarselo.</p>
<p>Tuttavia, il giorno seguente, mentre camminavamo nel parco di <em>Muir Woods</em>, cercò di fare la sua solita tirata spirituale con me. Per sintetizzare le sue idee spirituali in una frase, il non-dualismo si basa sul tacito riconoscimento dell’unità – o non-separazione – di tutte le cose. Vuol dire che io non esisto separatamente da te o da qualsiasi altro essere animato o inanimato: tutto è uno. Però c’è una grande differenza tra il riuscire a pronunciare queste frasi (come ho appena fatto) e il vivere come una persona che si attenga eternamente alla verità di questa realtà.</p>
<p><em>«Jake, se dobbiamo stare insieme, ho bisogno di sentire che tu sei davvero qui con me, e non sempre così distaccato», ruppi il ghiaccio.<br />
«Ma chi è questo “tu” che vuole stare con “me”?»<br />
«Io sono “io” e tu sei “tu”!»<br />
«Non c’è differenza, quindi non possiamo mai essere davvero divisi o insieme. Tutto è uguale.»<br />
«Sei pieno di merda.»<br />
«Ma chi pensi che sia il “me” pieno di merda?»<br />
«Penso che sei TE!»<br />
«Chi si sta arrabbiando?»<br />
«Io mi sto arrabbiando.»<br />
«Guarda nei miei occhi, cosa vedi?»<br />
«Te.»<br />
«Guarda più profondamente. Ora cosa vedi?»<br />
«Vedo un uomo solo che pensa di essere illuminato.»</em></p>
<p>Estremamente frustrata e con le lacrime agli occhi, me ne andai a sedermi su un tronco accanto al fiume, cercando di capire perché era così importante per me cercare di comunicare con lui. «Perché sei venuta fin qui a piangere?», si sedette vicino a me, credendo fino in fondo alla sua innocenza.</p>
<p>Mi voltai verso di lui con il tipico sguardo “fine-della-relazione”: «Perché non c’è nessuno che mi sostenga mentre piango, e per me è uguale piangere da sola o con nessuno.»</p>
<p>E così andò con un altro paio di ragazzi zen. Ma alla fine non do la colpa a loro, bensì a me stessa. Infatti, per quanto essi fossero arroganti, distanti, presuntuosi e spaventati, ero io che li sceglievo, che cercavo di aprili nei modi in cui volevo si aprissero, e che ricreavo gli schemi della mia infanzia mettendomi in relazioni in cui non ricevevo amore. Dopo tutto, sarei potuta benissimo uscire con un bel ragazzo ebreo.</p>
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<p>Copyright originale Mariana Caplan, per gentile concessione. Il sito web dell&#8217;autrice è <a href="http://www.realspirituality.com/">http://www.realspirituality.com/</a><br />
Traduzione di Gagan Daniele Pietrini<br />
Copyright per l’edizione italiana Innernet.</p>
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		<title>Illuminazione, prima, durante e dopo</title>
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		<pubDate>Thu, 07 May 2009 08:36:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Esperienze]]></category>
		<category><![CDATA[Percorsi di ricerca]]></category>
		<category><![CDATA[ego]]></category>
		<category><![CDATA[illuminazione]]></category>
		<category><![CDATA[Osho]]></category>
		<category><![CDATA[ricerca spirituale]]></category>

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		<description><![CDATA[Ogni ricercatore vuole l’illuminazione. Gran parte delle persone la sente come uno stato di continua beatitudine e unità e crede che una volta raggiunto questo, la vita sarà per sempre facile e semplice, a causa di quest’eterna espansione nell’oltre. Mentre è vero che esiste quello che si definisce «l’esperienza dell’illuminazione» che possiede tutte queste caratteristiche, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="The age of enlightenment.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/the-age-of-enlightenment.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/the-age-of-enlightenment.jpg" alt="The age of enlightenment.jpg" hspace="6" align="left" /></a>Ogni ricercatore vuole l’illuminazione. Gran parte delle persone la sente come uno stato di continua beatitudine e unità e crede che una volta raggiunto questo, la vita sarà per sempre facile e semplice, a causa di quest’eterna espansione nell’oltre.</p>
<p>Mentre è vero che esiste quello che si definisce «l’esperienza dell’illuminazione» che possiede tutte queste caratteristiche, la vera vita illuminata è qualcosa di molto diverso. La beatitudine non è l’esperienza emozionale che conosciamo attraverso l’ego. E’ al di là di questa.</p>
<p>La verità è rivelata per così dire in tempi supplementari, pezzo per pezzo, in relazione alla nostra graduale presa di coscienza di che cosa siamo e alla perdita della nostra identità legata all’ego. Alcune parti del processo sono garantite: dobbiamo per primo riconoscere che siamo al di là del corpo-mente fino al momento in cui accade un cambiamento di prospettiva, di situazione, però in seguito dobbiamo precipitare e scendere dal picco dell’illuminazione.</p>
<p>Dobbiamo avere il coraggio di ammettere che ogni esperienza si decolora <em>anche dopo qualche anno</em>, che possiamo di nuovo perdere la chiarezza e che l’identificazione con la mente può ritornare. Nulla è permanente e per raggiungere vette più alte dobbiamo passare da diverse vallate.</p>
<p>L’insuccesso è una parte essenziale del sentiero. Quando otteniamo un successo spirituale, il nostro ego cresce in proporzione, quando abbiamo un insuccesso, esso diminuisce ed è triturato.</p>
<p>L’esperienza dell’illuminazione è la fine della ricerca, ma sicuramente l’inizio del cammino. (O come dico spesso la ricerca si muove dalla dimensione orizzontale a quella verticale.) Spesso è necessaria la perdita dell’esperienza per essere veramente impegnati nella disciplina della vita spirituale.<span id="more-431"></span></p>
<p>Ciò che rimane è che siamo confrontati costantemente con le nostre mancanze, paure, attaccamenti e disperazioni. Dobbiamo aprirci e aprirci in profondità nel dolore e nella paura, perché ci cuocia, ci spezzi e ci polverizzi, in modo che possiamo sparire come sè separato.</p>
<p>Se non abbiamo la giusta comprensione, il giusto contesto, le vallate sono difficili da percorrere. Quanto segue è il mio proprio percorso in questo processo. Possa essere di aiuto ad altri viaggiatori in cammino.</p>
<p>Negli anni novanta la vita sembrava quella che avevo voluto. Almeno esternamente. Vivevo in India in una zona molto bella fuori città. Ero un membro rispettato dell’ashram di cui facevo parte. Amavo il lavoro che facevo come terapeuta, la relazione affettiva in cui mi trovavo era bellissima, allegra e gratificante. Almeno è quanto raccontavo a me stessa. La casa che avevamo costruito era splendida: avevamo collaboratori domestici, gatti, cani e pesci nella vasca ecc.</p>
<p>Vivevamo la vita felice dei neo-sannyasin. La meditazione giornaliera era piacevole; potevo adagiarmi nel conforto di sapere come abbandonare la mente ed esperimentare la beatitudine. Avevo trovato un rifugio dal dolore. Cosa potevo chiedere di più?</p>
<p>Mi dicevo che ero appagata, negando il fatto che mi sentivo inferiore al mio compagno perché partecipavo con meno denaro, che ero profondamente insicura sulle mie capacità di terapeuta e vari altri fatti minori.</p>
<p>In fondo il diniego era diventato quasi un modo di vivere e posso vedere retrospettivamente che lo sapevo da sempre in modo vago, ma era troppo pericoloso ammetterlo a me stessa. La compensazione era un’arte in cui ero molto abile sin dalla tenera infanzia.</p>
<p>Poi un bel giorno il mio amante mi lasciò. Profondo fu il buco in cui caddi; mi sembrava anche che ogni volta che vi cadevo, diventava sempre più profondo. Determinata a finirla una volta per tutte (l’ego pensa sempre in termini di soluzioni permanenti) mi buttai a capofitto in questo abisso per circa un anno, facendo un’intensa terapia, finché scoprii il gruppo di consapevolezza intensiva. In questo gruppo ti chiedi il koan: «Chi sono io?» dal mattino presto fino a tarda sera. I risultati furono sorprendenti.</p>
<p>Durante l’anno successivo participai ad ognuno di questi gruppi di tre o sette giorni. Di solito mi ci volevano 24 ore di intensa lotta prima di esplodere in un’altra dimensione, nel regno dell’unità, della chiarezza e della pace. Divenni una drogata di questi stati trascendenti perché mi sollevavano immediatamente lontano dal mio dolore irrisolto. Imparai come «ottenerlo». I koan esplosivi divennero la mia specialità.</p>
<p>Per qualche tempo questi stati duravano finché frequentavo il gruppo, ma poi cominciai a notare che questi stati rimanevano. La chiarezza non mi lasciava più e la pace era più o meno sempre presente. In altre parole avevo accumulato una gran quantità di energia (shakti).</p>
<p>Vennero poi grosse rivelazioni e squarci di intuizioni. Ero finalmente libera da ogni mia sofferenza! Mi ricordo anche di frasi immediatamente respinte del tipo:«Ora non dovrò più preoccuparmi per i soldi, ho tutto quel che desidero». «Ora non devo più agitarmi riguardo al sesso e alle relazioni perché sono al di là di tutto questo!»</p>
<p>L’ego era sempre accanto in agguato e in un certo modo lo sapevo, ma ero troppo ignorante dei veri meccanismi della mente, per realizzare quello che significava. Mi dicevo che ero libera dall’ego poiché ne ero consapevole.</p>
<p>Consultai quello che Osho descrive al riguardo, per capire la mia situazione, ma non trovai molto. Forse non sapevo come formulare la domanda perché credevo di essere già illuminata, ma comunque non trovai nulla di veramente utile.</p>
<p>Mi sentivo molto sola e pensai che era quello che egli voleva dire quando affermava che alla fine sei solo e così decisi di fidarmi della mia esperienza. Per qualche tempo incontrai una donna che sosteneva di essere illuminata e che mi aiutò a chiarire qualche dubbio. Per di più mi diede tutte le conferme su quanto stavo cercando! (Questo è esattamente quello che la mente vuole: conferme, e così inconsciamente cerchiamo qualcuno che ce le possa dare)</p>
<p>Comunque l’esperienza dominante era la gioia e la pace. La trasformazione era evidente e profonda. Volevo immediatamente comunicarla a chi la volesse ascoltare. Vi era in me il senso genuino ed ingenuo di aiutare gli altri a liberarsi dal dolore. Per quanto potessi vedere, l’intenzione era pulita ed innocente. Non sapevo che finché c’è un ego l’intenzione non è mai pura al 100%.</p>
<p>Qualcuno poi descrisse la gente che dichiara prematuramente la loro illuminazione, come bambine che si vestono con gli abiti della madre e mettono i tacchi alti facendo finta di essere adulte. Ora, guardando indietro vedo che era quello, in fondo. Ero una bambina con un sacchetto di caramelle che volevo distribuire.</p>
<p>Ed anche se gli amici mi evitavano come la peste, qualcuno cominciava a presentarsi per ascoltare quanto avevo da dire. Molti ricercatori oggi (come io prima) vogliono solo una cosa: trovare una scorciatoia per liberarsi in fretta dalla sofferenza, ed io ne avevo di scorciatoie da proporre!</p>
<p>Naturalmente mi mostravano rispetto e riverenza: generavo una quantità d’energia cosmica; nella stanza chiunque poteva sentirla e la persona a cui rivolgevo la parola o lo sguardo, si trovava per un pò in uno stato al di là della mente. Anch’io mi sentivo volar via. Ero ammirata e riverita. E in fondo mi sentivo degna di questo amore.</p>
<p>L’orgoglio cominciò ad insinuarsi. Dopo tutto una persona che era stata tanto umiliata (io) ce l’aveva fatta ed era diventata qualcuno. Vedevo l’orgoglio, ma dicevo che dal momento che lo notavo, non aveva importanza. Tutto avveniva nell’UNO e quindi era temporaneo.</p>
<p>La mia fama crebbe, sempre più gente veniva ai satsang e aveva delle esperienze di risveglio. Era la prova che ero nel giusto ed il mio ego si gonfiava un pò di più.</p>
<p>Ogni tanto la vecchia insicurezza bussava alla mia porta, ma non volevo aprire. Non volevo riconoscere che esisteva ancora.  Devi capire la grande sottigliezza della situazione. Senti che hai trasceso la sofferenza, che era il motivo della tua ricerca. Realizzare però che non è vero, non è facile. L’ego lo combatte. L’anima ha un impronta di protezione dell’ego che ha secoli di vita. Non cede così facilmente.</p>
<p>Per molti anni nel nostro cammino, tutto ciò che desideriamo è di essere liberi dalla sofferenza. Solo più tardi la nostra intenzione diventa abbastanza pura per desiderare solo <em>quello che</em> <em>è</em>, per quanto sia penoso e scomodo.</p>
<p>Così mi sentivo molto espansa, perché il risveglio era forte e potevo incanalare enormi quantità di energia, ma non sapevo che erano temporanee e colorate dall’ego. Tutto il tempo il mio ego si allargava al di là delle più incredibili fantasie, senza che me ne accorgessi. Divenne sempre più trasparente, accorto e spirituale, raccontava a se stesso che non era nessuno e che non c’era nemmeno!! Riusciva veramente bene nell’intento di prendere in giro perfino se stesso.</p>
<p>L’ego è molto abile. Dal momento che condividevo con i miei studenti ogni trabocchetto, pensavo di esserne libera. E non vedevo che il fatto di condividere le esperienze non era sufficiente ad abbattere l’ego. E’ necessaria un’assoluta dedizione e la volontà di essere vigile costantemente. Credevo che il fatto di condividere era di per sè essere onesto e vigile. E in un certo modo era anche vero.</p>
<p>L’esperienza dell’illuminazione è sempre un misto di intenzione chiara ed onesta e di un ego affamato di potere. Se non abbiamo un maestro vivente al momento del risveglio, siamo nei pasticci. In quei momenti non possiamo viaggiare da soli; precisamente perché possiamo vedere a mala pena l’ego da soli.</p>
<p>La mia fama cresceva e viaggiavo per tutto il pianeta senza sosta, pensando di fare qualcosa di molto valido per l’umanità. Ora vedo che era di nuovo la vecchia storia antica: avevo bisogno di aiutare tutti quelli che soffrivano altrimenti non avevo il diritto di vivere.</p>
<p>Dopo due anni di questa vita ero esausta. Il corpo era affranto e fui sconvolta scoprendo che il primo pensiero che mi venne, quando il dottore mi disse che dovevo riposare, fu: «Chi mi amerà adesso?»</p>
<p>In un certo modo fu l’inizio della caduta. Naturalmente, onesta com’ero, condividevo tutto questo con gli studenti durante il satsang, mostrando loro quanto ego accompagna l’esperienza del risveglio. Condivisi la mia sofferenza ed i miei errori, ma trovai con meraviglia che non molti volevano ascoltare la verità a meno che non fosse beatificante.</p>
<p>Durante i quattro anni del mio insegnamento, trovai pochi disposti ad ascoltare la verità. Molti vengono ai satsang per trovare delle scorciatoie o per adorare qualcuno. Non molti vogliono ascoltare quel che riguarda il diligente lavoro di purificazione della mente e la guarigione delle nostre ferite.</p>
<p>Infatti durante i nuovi satsang, come li chiamo, circolano numerose storielle sul lavoro su se stessi. La bellezza ed anche la difficoltà dei nostri tempi è che per la conoscenza spirituale ed i suoi segreti basta solo cliccare con un mouse. Tutti gli scritti sono pubblici. In passato questo non era possibile, l’informazione veniva data a seconda dell’avanzamento e della pratica spirituale del discepolo/studente.</p>
<p>Ora non dobbiamo praticare la meditazione o fare qualche lavoro per ricevere l’insegnamento e quindi il pericolo è che l’assorbiamo solo intellettualmente. Nel frattempo trovai una nuova relazione affettiva (con proteste iniziali da parte mia) e questo fu per me un altro modo di verificare la realtà delle cose.</p>
<p>Presi un anno sabbatico e affrontai molte vecchie sofferenze legate all’infanzia e alla solitudine attuale. Prima i miei vecchi amici mi avevano disprezzato, ma ero stata accolta a braccia aperte dalla comunità del neo-satsang, ora però la comunità del satsang mi aveva respinta.</p>
<p>Non avrei dovuto provar dolore ed essere onesta su questo. Alla fine tuttavia, fui capace di accettarlo e viverlo senza ulteriori manipolazioni. Passai qualche mese in silenzio e sentii di nuovo il bisogno di meditare. (naturalmente negli anni in cui non ero nessuno, non c’era nessuno che meditava). Eppure durante tutto il tempo assaporai la beatitudine e la pace di essere in unità con tutto.</p>
<p>Poi venne il colpo duro. Alla mia migliore amica e partner fu diagnosticato il cancro. Per qualche mese ci siamo fatte coraggio dicendo che era ok, che non sentivamo nè paura nè sofferenza, che morire era altrettanto buono quanto vivere e che ciò che viene se ne va un giorno. Poi siamo crollate entrambe. Passai le ultime settimane al suo fianco curandola, finché morì tra le mie braccia.</p>
<p>Questo fatto mi fece a pezzi. C’era troppo dolore. Ero sopraffatta, consumata, senza aiuto e non pretesi più nulla, nemmeno di poter offrire la benché minima scorciatoia o miracolo. Naturalmente venne sempre meno gente. Mi resi conto lentamente che rimaneva solo un pugno di cercatori sinceri ai quali potevo offrire solo la mia amicizia, una limitata esperienza e un pò di saggezza.</p>
<p>Realizzai che avevo bisogno di una guida. Cercai dappertutto tra le antiche e moderne saggezze, finché trovai il mio nuovo maestro Aziz. I suoi colpi duri alla zen erano dolorosi e non li apprezzavo, ma col tempo capii e ricevetti una mappa della realtà che era in risonanza con me.</p>
<p>Il mio vecchio maestro era stato troppo aperto, troppo ricco di indicazioni perché io potessi discernere un sentiero chiaro e pratico. Parlava di tante pratiche e mi lasciava scegliere. Questo mi aveva portato dov’ero adesso. Provavo rispetto e gratitudine per lui, ma avevo bisogno di qualcosa di più.</p>
<p>Avevo bisogno di una guida vivente. Ora avevo trovato questo insegnamento preciso che risuonava nella mia anima come un riflesso della realtà. Egli mi guidò nella mia pratica e m’insegnò un metodo totalmente nuovo di meditazione. Mi disse di smettere di insegnare, ma avevo paura perché era il solo reddito che avevo.</p>
<p>Credevo di aver bisogno di soldi, avevo bisogno di essere riconosciuta e di mantenere una posizione (più per me che per gli altri). Ma soprattutto avevo bisogno di <em>non</em> informare me stessa <em>che era tutto finito</em>. Che avevo avuto un’apertura immensa ed un’esperienza d’illuminazione, durata anni, ma che ora questa stava spegnendosi poco alla volta.</p>
<p>Poco alla volta compresi che la corruzione è in tutti noi e che non è possibile essere totalmente incorrotti. Dopo tutto, quello che facciamo, lo facciamo quasi sempre per noi stessi. Continuando i miei insegnamenti ed incontri con i ricercatori, avrei potuto nascondermi che non tutto era finito. Avrei continuato a sognare ancora un pò e raccontarmi che sarebbe ricominciato come prima. O peggio avrei potuto criticare la poca motivazione dei ricercatori se non fossi stata più richiesta.</p>
<p>Ma la vita è generosa se l’intenzione è onesta. Pregavo quotidianamente per la verità e le preghiere sincere sono sempre ascoltate. Partii per l’occidente, ritornai al mio paese natale, ma trovai difficile riadattarmi a quella cultura dopo 16 anni in India. Ci fu un momento in cui i soldi erano finiti. Amici e familiari ci aiutavano a sopravvivere. Crollai. Tutto il lato ombra della mia personalità apparve.</p>
<p>L’ego era diventato più forte (cresce in concomitanza alle nostre realizzazioni; più potenti diventiuamo e più forte diventa l’ego.) Il super-ego ritornò con la sua vendetta. L’autotortura e l’autoaccusa assunsero le forme di un tornado. L’Ombra era presente e si manifestava chiaramente e a voce alta. Pensavo di aver trovato la mia ombra tanti anni prima, ma non in quella profondità. Mi resi conto che l’ombra si rivela rispetto alla quantità di luce, più c’è luce e più forte è l’ombra.</p>
<p>Tutt’a un tratto fui di nuovo identificata con ogni singolo pensiero. Ero emotiva dalla mattina alla sera tranne quando meditavo. E meditavo, eccome! e pregavo e mi muovevo per tenere a bada la depressione finché fu impossibile impedirla. Ero in un inferno e capii che la guarigione doveva avvenire proprio qui nell&#8217;inferno.</p>
<p>Non c’erano più soldi, trovai un impiego come donna delle pulizie ed ero pronta a trovare qualsiasi lavoro, sempre con la segreta speranza che dopo questa prova tutto era finito, che un miracolo sarebbe avvenuto e sarei stata di nuovo innalzata nell’empireo. La vita sarebbe stata per sempre felice. Ma la verità non vive alla presenza della speranza.</p>
<p>Abbandonare le nostre speranze è uno dei prezzi da pagare per la perla senza prezzo. L’ego gridava, urlava. Non voleva separarsi dai tempi gloriosi. Tutta la mia vita con le sue sofferenze non digerite e negate, ritornò in superficie per un altro giro. Pensieri di suicidio divennero i miei compagni.</p>
<p>Senza l’aiuto del mio partner e di alcuni cari amici, familiari ed un buon terapista, sarebbe stato più difficile. L’amore che ricevevo mi sosteneva e mi curava. Tuttavia mi sentivo persa, non sapevo bene cosa stava succedendo. Avevo bisogno di aiuto.</p>
<p>Una cosa era certa. Non c’era una via d’uscita ma solo una via <em>dentro e attraverso</em>, il mio solo interesse fu di <em>rimanere presente</em> nel dolore e in qualunque emozione si presentasse. Mi sentivo sottoterra come non ero mai stata. In seguito cominciò a balenarmi l’idea che il fatto di scendere così in basso in realtà ci faceva salire in alto.</p>
<p>Fui grata ad Aziz di essere venuto in occidente per un altro ritiro silenzioso! Ma alla fine della settimana annunciò che sarebbe andato a vivere in solitudine e che non sarebbe più stato disponibile come guida ed insegnante! Di nuovo mi ritrovavo da sola e non sapendo cosa stava succedendo pregai per avere aiuto.</p>
<p>Ebbi allora la fortuna di trovare per caso un libro intitolato «Halfway up the mountain» («A metà strada verso la montagna») di Mariana Caplan. Esso mi procurava i pezzi mancanti alla mia comprensione. Era un libro che parlava di me. La mia storia nei dettagli. Inquel libro lessi tutto quello che riguardava i tranelli in cui ero caduta. Mi diede una visione chiara del processo e del contesto in cui mi trovavo.</p>
<p>Leggere quel libro fu come ritrovarsi in un ritiro. Mi ricordò più volte che vi era una forza di guarigione in questa crisi. Era quello che volevo. La mia dignità fu risanata quando cominciai a capire che essa era una risposta meccanica della mente e non una sconfitta o impresa personale. La mia sofferenza fu più dignitosa.</p>
<p>Capii che la disillusione è non solo necessaria sul cammino, ma un vero dono della grazia divina. E’ come essere svezzati dal seno di Dio e aver il permesso di camminare. Per forza barcolli a destra e a sinistra, come ogni bambino ai primi passi, ma alla fine trovi il tuo equilibrio e cammini. La caduta dal paradiso sembra parte integrante del processo d’illuminazione. Infatti molti insegnanti affermano che devi guadagnartelo per meritarlo.</p>
<p>Quando realizziamo che il sentiero sul quale camminiamo non è quello che credevamo e che la realtà è qualcosa di completamente diverso dalle fantasie che avevamo su di essa, siamo sconvolti. Non è una transizione facile da farsi. E’ estremamente dolorosa e sembra di essere spellati vivi. Eppure questa sofferenza ci apre magicamente la profondità di quello che veramente siamo.</p>
<p>L’illuminazione avviene quando abbracciamo la nostra oscurità allo stesso modo. Realizziamo che la nostra realtà umana ci sarà sempre, che la sofferenza è parte integrante della vita umana. Soffriamo sia consciamente che inconsciamente. Realizziamo che la libertà che avevamo pensato di trovare nella beatitudine e gioia del picco dell’Illuminazione, non è affatto la vera libertà. E’ più profonda. Significa accettare veramente quello che E’.</p>
<p>Non appena giunta alla fine del libro lasciai del tutto la presa, l’abbandono fu completo. Rinunciai a tutte le attività d’insegnmento, annullai il biglietto per l’India ed ora sono pronta per un nuovo capitolo in quest’avventura chiamata vita. Questa volta può capitare proprio qui dove sono. E sinceramente non so proprio dove mi porterà.</p>
<p>Nessuna speranza, nessun progetto.</p>
<p>Om shanti</p>
<p>Rani</p>
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<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/0007118651/innernet-20">Mariana Caplan. Do You Need a Guru?: Understanding the Student -Teacher Relationship in an Era of False Prophets. Thorsons. 2002. ISBN: 0007118651</a></p>
<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/0934252912/innernet-20">Mariana Caplan. Halfway Up the Mountain: The Error of Premature Claims to Enlightenment. Hohm Press. 1999. ISBN: 0934252912</a></p>
<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/1890772100/innernet-20">Mariana Caplan. The Way of Failure: Winning Through Losing. Hohm Press. </a><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/1890772100/innernet-20">2001. ISBN: 1890772100</a></p>
<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/0934252807/innernet-20">Mariana Caplan. Untouched: The Need for Genuine Affection in an Impersonal World. Hohm Press.1998. ASIN: 0934252807</a></p>
<p><!--[if !supportEmptyParas]--> <!--[endif]--></p>
<p>Copyright: Rani.<br />
Traduzione di Isabella di Soragna.<br />
Copyright per la traduzione italiana: Innernet.</p>
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		<title>Un&#8217;esperienza personale di risveglio spirituale</title>
		<link>http://www.innernet.it/unesperienza-personale-di-risveglio-spirituale/</link>
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		<pubDate>Tue, 03 Mar 2009 04:30:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vajra Karuna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dharma e dintorni]]></category>
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		<description><![CDATA[Comunemente, si ritiene che lo zen sia un sistema spirituale il cui obiettivo ideale sia portare i seguaci a uno stato di illuminazione. Ma se questo ideale è davvero ciò che sta alla base dello zen, la maggior parte delle persone non avrebbe interesse per esso. La realtà è che moltissimi praticanti zen probabilmente non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="buco nel muro con cielo.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/buco-nel-muro-con-cielo.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/buco-nel-muro-con-cielo.jpg" alt="buco nel muro con cielo.jpg" hspace="6" align="left" /></a>Comunemente, si ritiene che lo zen sia un sistema spirituale il cui obiettivo ideale sia portare i seguaci a uno stato di illuminazione. Ma se questo ideale è davvero ciò che sta alla base dello zen, la maggior parte delle persone non avrebbe interesse per esso. La realtà è che moltissimi praticanti zen probabilmente non raggiungeranno mai questo nobile ideale; nemmeno coloro, tra noi, che vi hanno dedicato gran parte della propria vita.</p>
<p>Ciò, tuttavia, non invalida lo Zen, in quanto il suo obiettivo ideale è largamente superato da un altro più pratico: offrire alle persone una comprensione più profonda della propria unità con se stesse, gli altri e il mondo, e soprattutto renderle in grado di affrontare creativamente, e forse persino di apprezzare, le vicissitudini della vita. Ora vorrei portare all’attenzione la mia esperienza personale a proposito di quest’ultimo, molto pratico obiettivo.</p>
<p>Lo zen, come tutte le tradizioni spirituali, cerca di rendere spiritualmente sani i suoi praticanti. Per i piccoli dolori e sofferenze della vita, andrà bene una medicina facile da mandare giù e dal sapore non troppo sgradevole: per questo, sono appropriate le semplici pratiche di meditazione zen. Ma per coloro che hanno sofferenze spirituali più profonde, è necessario qualcosa di più forte. Nello zen, questa medicina più potente si chiama risveglio o <em>kensho</em>. Il significato di quest’ultimo verrà chiarito, si spera, nelle pagine seguenti.</p>
<p>Come per molte altre persone, la mia ricerca spirituale cominciò con l’educazione ricevuta durante l’infanzia. Sono cresciuto in una famiglia alcolizzata e violenta, e durante i primi anni della mia vita patii alcuni gravi problemi di salute. Inoltre, a causa dell’irresponsabile condotta economica della mia famiglia, non era mai certo se avremmo mangiato o dove avremmo dormito. Tutto ciò significò che frequentai la scuola con molta irregolarità, e quindi non ebbi amici coetanei.</p>
<p>Inoltre, la relazione di amore-odio che avevo sviluppato verso la famiglia mi rendeva confuso e insicuro delle emozioni mie e altrui. Ciò provocò non solo una bassa stima nei miei confronti, ma anche verso gli altri. All’inizio dell’adolescenza, la consapevolezza di avere un orientamento sessuale diverso dagli altri non fece che aggravare il senso di alienazione da me stesso, gli altri e il mondo.<span id="more-477"></span></p>
<p>Il risultato di tutto ciò furono alcune tristi domande esistenziali del tipo: «Cosa c’è di sbagliato in me?» e «Cosa ho fatto per meritarmi questa infelicità?». Poiché non c’erano in vista risposte soddisfacenti, pensai più volte al suicidio. In un’occasione mi spinsi fino a incidermi i polsi con un rasoio; per fortuna, la vista del sangue mi dissuase dal proseguire.</p>
<p>A metà dell’adolescenza, cominciai a cercare risposte attraverso la religione. Poiché la mia famiglia non era religiosa, non avevo inclinazioni verso il cristianesimo, cosa che mi impedì di venire in contatto con l’idea del peccato. D’altra parte, la mia famiglia era profondamente interessata all’arte orientale, sicché avevo familiarità con la figura del Buddha e mi trovavo facilmente d’accordo con l’insegnamento buddista secondo cui siamo venuti in questo mondo come esseri sofferenti, non come peccatori.</p>
<p>Ben presto, l’università mi costrinse ad abbandonare gran parte della mia ricerca spirituale. Ma una volta finita l’università, la ricerca riprese più intensamente che mai. Andai molte volte avanti e indietro tra il buddismo e varie scuole cristiane, perché tutti avevano qualcosa che mi attraeva e allo stesso tempo mi alienava ulteriormente. Il buddismo mi permetteva di dare un senso intellettuale alla mia alienazione, ma rinforzava tale condizione insegnando che i comuni sentimenti di lussuria, rabbia e avidità trasformavano una persona in un essere umano di seconda classe, in confronto ai Buddha e agli <em>arhata </em>(santi).</p>
<p>Il cristianesimo, con tutta la sua sfiducia verso l’umanità peccatrice, almeno insegnava che eravamo tutti ugualmente sbagliati, e che quindi non esisteva un’elite spirituale che trascendeva la comune natura umana, facendo sentire inferiore il resto di noi. Alla fine, tuttavia, la realtà di un mondo sofferente era troppo in dissidio con l’idea cristiana di un Dio giusto e amorevole.</p>
<p>Non molto tempo dopo aver compreso profondamente questo, mi imbattei nell<em>’International Buddhist Meditation Center </em>(IBMC) e, grazie a esso, riscoprii lo Zen. Ho detto “riscoprii” perché da adolescente avevo guardato Alan Watts alla TV e avevo letto tutti i suoi libri; ma, a parte questo, lo zen per me era rimasto senza volto fino a quando non incontrai la Rev. Karuna Dharma. Fu lei a rendermi consapevole che lo zen accettava la mia natura umana per quello che era. Ciò, credo, fu una catarsi almeno intellettuale, anche se non ancora quella profondamente emotiva che avrei sperimentato in seguito.</p>
<p>Dopo alcuni anni di frequentazione dell’IBMC, il partner con cui stavo insieme da sedici anni si ammalò; per i successivi due anni, passai la maggior parte del tempo ad assisterlo, finché morì. Fu a quel punto che i miei anni di ricerca spirituale diedero tutti i loro frutti. Nei giorni immediatamente successivi alla scomparsa del mio amato, la mia esistenza era così assorbita dai dettagli pratici della sua morte che non ebbi tempo per piangere. Ma poi venne il giorno dopo il funerale, quando tutto ciò che era necessario fare era stato fatto.</p>
<p>Quella mattina mi risvegliai in ciò che posso solo descrivere come un attacco di panico che minacciava la mia sanità mentale. Ero convinto che i muri, il soffitto, perfino il pavimento, si stessero chiudendo e mi avrebbero schiacciato. Sentivo che dovevo scappare da tutto ciò che era familiare, e per disperazione guidai fino alla mia agenzia di viaggi, augurandomi che potessero darmi un biglietto aereo per un posto qualsiasi.</p>
<p>Quando arrivai all’agenzia, il panico aveva raggiunto il livello massimo. Dopo mesi di assistenza al morente di notte, e di insegnamento alla scuola elementare di giorno, ero fisicamente ed emotivamente esausto. In breve, l’ego al controllo era al collasso. Pensavo che nulla avesse importanza, nemmeno la mia stessa esistenza. Sperimentai ciò che posso solo descrivere come una morte temporanea del sé. Tale stato non durò più di tre o quattro minuti, quando improvvisamente mi accorsi che l’intero universo si stava aprendo a me, riconoscendomi come un essere dal valore puro e incondizionato.</p>
<p>Mai, prima di allora, avevo avvertito un tale senso di assoluta libertà e connessione totale a ogni cosa esistente. Tutti gli anni di intenso conflitto con i miei dubbi esistenziali, la mia rabbia e la mia alienazione dagli altri e dal mondo, improvvisamente svanirono. Tutto l’incessante, continuo sforzo di trovare una risposta alle mie domande perenni, così come la certezza o la fiducia che una risposta era disponibile, raggiunse il culmine. In termini zen, ciò che stavo sperimentando era la grande morte dell’ego, seguita dalla grande liberazione nell’assenza dell’ego. In breve,<em> kensho o satori</em>.</p>
<p>Non lo riconobbi subito come <em>satori</em>; avevo fatto troppa pratica zen per questo. Troppo spesso ai praticanti zen accadono esperienze euforiche che a un primo momento sembrano il <em>satori</em>, ma che si rivelano semplicemente brevi e intense esperienze “di vetta”. La prova di un <em>satori</em> genuino è il fatto che il precedente io-sé alienato non fa ritorno. Se lo fa, tutto ciò che si è sperimentato è una temporanea, estatica tregua. Ma poiché la mia condizione precedente, dopo 14 anni, non è riaffiorata, e poiché personalmente ho molta familiarità con la natura temporanea delle esperienze “di vetta”, ho compreso che si trattò di un risveglio autentico.</p>
<p>Non vorrei dare l’idea che questo risveglio fosse un’esperienza così completa da non aver bisogno di essere rifinito e rinvigorito da una pratica molto diligente. Il risveglio iniziale e i successivi, meno profondi <em>satori</em>, mi fecero capire chiaramente la necessità di una pratica continua e più intensa. Di fatto, questo è il motivo per cui, dopo aver impiegato molti anni per riadattarmi a una vita solitaria, alla fine ho deciso di formalizzare il mio sentimento di integrità diventando un prete zen.</p>
<p>Prima di chiudere, vorrei chiarire una cosa. Un’esperienza di <em>satori</em>, mentre da un lato crea un grande senso di libertà, integrazione e pace personali, non è uguale all’esperienza dell’illuminazione, qualunque cosa ciò significhi. Io sono un prete zen e un insegnante del dharma che ha ricevuto la trasmissione clericale, nulla di più. Ricevere la trasmissione dell’insegnante del dharma equivale a riconoscere che la comprensione e la fede negli insegnamenti sono abbastanza avanzati da qualificare colui che riceve come insegnante.</p>
<p>Nello zen, per essere considerati totalmente illuminati, bisogna ricevere una trasmissione da mente a mente, ovvero il riconoscimento che il ricevente ha raggiunto lo stesso livello di illuminazione o satori del proprio maestro zen, che in teoria è lo stesso conseguito dal Buddha Shakyamuni. È importante osservare che l’essere semplicemente in grado di insegnare il dharma non garantisce che l’insegnante sia completamente illuminato, così come la piena illuminazione non garantisce la capacità di insegnare il dharma. Per cui, la trasmissione da mente a mente non qualifica automaticamente una persona come insegnante zen (o del dharma).</p>
<p>Rev. Vajra è un insegnante di Zen Dharma all’International Buddhist Meditation Center, <a href="http://www.ibmc.info/">www.ibmc.info</a>, per gentile concessione.<br />
Traduzione di Gagan Daniele Pietrini.<br />
Copyright per l’edizione italiana Innernet.</p>
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		<title>Illuminazione istantanea o graduale?</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Jan 2009 09:13:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vajra Karuna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;illuminazione è un&#8217;esperienza singolarmente intensa, che rivela a una persona il suo posto nello schema delle cose. Essa è, molto spesso, un&#8217;esperienza definitiva grazie alla quale chi esperimenta non dubiterà mai più della propria relazione con se stesso, gli altri, il mondo e qualunque cosa si ritenga esistere al di là di quest&#8217;ultimo. L&#8217;illuminazione non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="big_bang.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/big_bang.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/big_bang.jpg" alt="big_bang.jpg" hspace="6" align="left" /></a>L&#8217;illuminazione è un&#8217;esperienza singolarmente intensa, che rivela a una persona il suo posto nello schema delle cose. Essa è, molto spesso, un&#8217;esperienza definitiva grazie alla quale chi esperimenta non dubiterà mai più della propria relazione con se stesso, gli altri, il mondo e qualunque cosa si ritenga esistere al di là di quest&#8217;ultimo. L&#8217;illuminazione non è settaria: è rinvenibile nel buddismo, nel cristianesimo, nell&#8217;induismo, nell&#8217;Islam e in molte altre tradizioni religiose.</p>
<p>Il tema di oggi è intitolato: “Cosa è meglio: l’illuminazione graduale o quella istantanea?”. Per cominciare, voglio affermare che nessuna è meglio dell’altra, perché entrambe si basano su concezioni metafisiche del mondo e della natura umana molto diverse. Quindi, è impossibile classificarle come “superiore” o “inferiore”. Inoltre, devo specificare che, sebbene l’illuminazione istantanea è associata alle scuole <em>Soto</em> (in cinese: <em>Tso-Tsung</em>), <em>Rinzai</em> (<em>Lin-Chi</em>) e <em>Zen</em> (<em>Ch’an</em>), questo articolo tratta solo del significato attribuitole dalla scuola <em>Rinzai</em>, che non coincide esattamente con quello della <em>Soto</em>.</p>
<p>Prima di paragonare tra loro l’illuminazione graduale e quella istantanea, devo darvi una definizione dell’esperienza minima di illuminazione (<em>kensho o satori</em>). Questa definizione non è l’unica possibile e altre possono competere con essa, soprattutto perché è molto influenzata dalla tradizione <em>Rinzai</em>.</p>
<p>L’esperienza dell’illuminazione è un’esperienza singolarmente intensa, che rivela a una persona il suo posto nello schema delle cose. Essa è, molto spesso, un’esperienza definitiva grazie alla quale colui (o colei) che esperimenta non dubiterà mai più della propria relazione con se stesso/a, gli altri, il mondo e qualunque cosa si ritenga esistere al di là di quest’ultimo.</p>
<p>Tale esperienza conferisce un grande potere ed è enormemente convalidante; inoltre, è diversa da tutte le altre esperienze possibili. Un aspetto importante di essa è il suo essere non-settaria. Vale a dire, questa esperienza è rinvenibile nel buddismo, nel cristianesimo, nell’induismo, nell’Islam e in molte altre tradizioni religiose. Ogni tradizione può imporle la sua interpretazione dogmatica, ma l’esperienza iniziale, dal punto di vista psicologico, sembra trans-culturale. Per finire, questa esperienza può verificarsi in molte circostanze diverse, ma nella maggior parte dei casi accade come conseguenza di qualche grave crisi intellettuale, emotiva o fisica. <span id="more-417"></span></p>
<p>Se si leggono i resoconti di queste esperienze di risveglio nelle vite dei ricercatori più o meno famosi, ci si accorgerà che tali crisi possono manifestarsi come un dubbio profondo sulla giustizia divina, una malattia che mette a rischio la vita, uno stato di disperazione per la perdita di una persona amata, un’esperienza vicina alla morte o addirittura un tentativo di suicidio. Si noti che la definizione di kensho o satori non dice nulla sulla capacità di colui che esperimenta di insegnare o sostenere in qualche modo i bisogni spirituali altrui. A questo proposito, occorre fare una netta distinzione tra una persona che ha un’esperienza di illuminazione e una persona illuminata.</p>
<p>Quest’ultima categoria andrebbe limitata a quegli individui che possiedono la saggezza e il carattere morale per influenzare correttamente gli altri, oltre alla capacità carismatica di fare ciò senza sfruttare in alcun modo le persone. Questa è la definizione di un saggio illuminato o di un santo. Una persona simile può aver avuto un’esperienza di illuminazione, istantanea o graduale, oppure può godere di una maturità spirituale naturale, che esclude il bisogno di un’esperienza di <em>satori</em>. Ma se vogliamo fare affidamento sulle fonti storiche, un saggio naturale è molto più raro del saggio che ha bisogno di un’esperienza dell’illuminazione.</p>
<p>D’ora in poi, comunque, parlerò solo dell’esperienza dell’illuminazione in sé, senza fare ulteriori distinzioni tra i saggi e i non saggi. Avendo definito l’illuminazione per gli scopi di questa conferenza, è ora tempo di spiegare cosa significa illuminazione “istantanea” o “graduale”.</p>
<p>A differenza della maggior parte delle scuole buddiste, di solito definite “scuole dell’illuminazione graduale”, lo zen (parola con cui, d’ora in poi, si indicherà lo zen <em>Rinzai</em>) viene definito “scuola dell’illuminazione istantanea”. Tutte le scuole buddiste concordano sul fatto che l’esperienza dell’illuminazione, nel momento in cui avviene, è istantanea, ma questo non è l’unico significato di “istantanea” nel contesto dell’omonima scuola.</p>
<p>Fin dalle origini, nel buddismo sono esistite due interpretazioni del processo dell’illuminazione. Nella prima, il mondo viene considerato un luogo di frustrante impermanenza e inappagamento (<em>dukkha</em>), mentre la natura umana è il prodotto di secoli di attaccamento karmico a passioni impure. In quest’ottica, l’illuminazione indica la conquista e l’estinzione di tali impurità, oltre alla conseguente evasione dalla vita, il mondo e il<em> dukkha</em>. Per ottenere questa liberazione, è necessario vivere senza fissa dimora e condurre una vita ascetica nella quale i desideri e i bisogni umani vengono dissolti per trascendere le passioni e i sentimenti comuni dell’uomo, sia positivi che negativi.</p>
<p>L’amore, così come l’odio, tiene attaccati al mondo; solo colui che riesce a restare indifferente a entrambi può definirsi un essere illuminato o libero dalle passioni (<em>Arahat o </em>Buddha). Il processo di illuminazione che si accompagna a questa concezione richiede un lungo e graduale percorso di disciplina ascetica, che conduce a stadi progressivi di illuminazione. Ciascuno stadio è caratterizzato da un attaccamento, al sé e al mondo, inferiore di quello precedente. Nella maggior parte dei casi, in questa concezione l’illuminazione non è qualcosa di raggiungibile da un comune laico. Questo concetto della gradualità è giustificato se ci si attiene a un’interpretazione pluralista della realtà, come faceva il buddismo primitivo.</p>
<p>Ma esiste anche il secondo punto di vista buddista, che afferma che il nostro <em>dukkha</em> è dovuto all’illusione in un sé separato e autonomo. L’illuminazione, in tal caso, vuol dire abbandonare questo concetto irreale del sé o “senso dell’io ingrandito”, risvegliandoci alla realtà della sua illusione. Il problema insito nell’approccio dell’illuminazione graduale, per quanto riguarda questo falso io, è il fatto che l’affermazione: “Sto cercando l’illuminazione” in realtà rinforza il senso dell’io. Quindi, presumibilmente, più una persona pratica, più profonda si fa l’illusione di un sé separato e autonomo, e tanto più si allontana l’illuminazione. Il buddismo <em>mahayana </em>si è sviluppato estendendo a tutta la realtà questa concezione secondo cui non esiste un autentico sé indipendente.</p>
<p>Ciò comportò l’abbandono dell’interpretazione pluralista della realtà a favore di una non-duale. Ovvero, ogni parte della realtà è così totalmente integrata che non può essere divisa in alcun modo, soprattutto in sé separati. Poiché ogni dualità è illusoria, non può esserci dualità nemmeno tra la mente samsarica, non-illuminata o impura, e la mente nirvanica, illuminata e pura. Dal momento che la realtà non-duale non può essere divisa in parti incrementali, è impossibile comprenderla poco a poco, come richiede l’approccio graduale all’illuminazione. Il non-duale va realizzato nel suo insieme (istantaneamente) come un tutto, o non lo si realizza affatto. Comunque, poiché il <em>mahayana </em>primitivo conservò la diffusa idea indiana secondo cui le passioni umane sono impure, dovette ignorare l’incoerenza tra una filosofia non-duale e l’illuminazione graduale.</p>
<p>Quando il buddismo entrò in Cina, questa incoerenza divenne un problema. La causa di ciò fu il modo decisamente non-indiano in cui i cinesi consideravano il mondo e la natura umana. A differenza del pensiero indiano, che dava la priorità all’elemento della realtà divino o trans-umano, il pensiero cinese assegnava la priorità al mondo umano. Secondo la tradizionale concezione cinese, la gente nasce con un innato senso del bene, del vero e del puro, le comuni passioni umane sono parte di questa bontà e un saggio illuminato è colui che accetta tutto ciò.</p>
<p>La primitiva filosofia buddista, che considerava impuro il <em>samsara</em> e puro il <em>nirvana</em>, non poteva essere accettata fino in fondo dai cinesi senza abbandonare prima la tradizione confuciana e taoista, molto più positiva. Ma l’insegnamento <em>mahayana</em> secondo cui il samsara e il <em>nirvana </em>erano la stessa cosa s’integrò facilmente nella filosofia tradizionale cinese. Se le passioni samsariche sono contenute nel <em>nirvana</em> e viceversa, l’illuminazione non richiede una dissoluzione graduale dei comuni sentimenti, bisogni e desideri umani. L’illuminazione vuol dire semplicemente diventare consapevoli del fatto che si è già nello stato incondizionato del <em>nirvana</em>. Quindi l’illuminazione, anziché sostituire la natura umana con una natura trans-umana libera dalle passioni (come nel tradizionale buddismo indiano), non fa che aggiungere all’ordinaria condizione umana la consapevolezza non-duale della propria innata purezza nirvanica.</p>
<p>I cinesi, accettando la filosofia non-duale <em>mahayana</em>, videro con grande chiarezza l’incoerenza tra la non-dualità e l’illuminazione graduale. Questa percezione fu rinforzata dal fatto che il taoismo, la cui filosofia della realtà era a sua volta non-duale, era più incline all’approccio dell’illuminazione istantanea. Per questo, la scuola dell’illuminazione istantanea finì per dominare il pensiero cinese, sia buddista che non buddista. Poiché l’illuminazione istantanea non richiede una graduale purificazione monastica, essa può succedere in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo, in ambiente monastico o normalmente domestico. Questo piacque molto ai cinesi, poco inclini all’ascetismo.</p>
<p>In tal modo, chiunque, persino la persona più attaccata al mondo, può sperimentare lo stato di illuminazione. Naturalmente, questa possibilità ha senso solo se l’illuminazione non dipende da alcun tipo di pratica ascetica, nemmeno dai comuni freni morali dell’individuo medio. In ultima analisi, una tale illuminazione istantanea deve essere conseguita a prescindere da qualsiasi sforzo ascetico o addirittura meditativo. In realtà, tale sforzo sarebbe appropriato solo per l’illuminazione graduale. L’illuminazione istantanea, non dipendendo dalla pratica, deve quindi essere più o meno accidentale.</p>
<p>La differenza tra i punti di vista “istantaneo” e “graduale” determina il modo in cui ciascuna tradizione considera non solo l’illuminazione, ma anche il Buddha. La scuola “graduale” giudica l’illuminazione come qualcosa che ci rende persone molto migliori, considerando il Buddha superiore a tutti gli altri esseri. Per la scuola “istantanea”, l’essere illuminati non rende più elevati o più importanti delle persone non illuminate. Poiché sia l’illuminato che il non illuminato hanno la stessa natura del Buddha o del<em> nirvana</em> dentro di sé, entrambi possiedono naturalmente lo stesso valore e le stesse virtù. Se non abbiamo bisogno dell’illuminazione per diventare migliori, secondo la scuola istantanea, il Buddha è semplicemente un primo tra uguali.</p>
<p>In realtà, questo punto di vista “istantaneo” della buddità afferma che il nostro <em>dukkha</em>, o l’attaccamento pieno di paura alla vita e alla morte, avviene perché dubitiamo del nostro valore presente e assolutamente incondizionato (la natura di Buddha). “Illuminazione” vuol dire lasciare andare completamente questo dubbio per comprendere intuitivamente la nostra parità con il Buddha. Una volta liberati dal nostro <em>dukkha</em>, siamo soddisfatti di noi stessi e degli altri così come siamo.</p>
<p>Nella scuola istantanea, una semplice comprensione intellettuale di quanto appena detto costringe ad abbandonare l’orgoglio insito nello sforzo di raggiungere l’illuminazione. Questa mancanza di orgoglio, o questa umiltà, dovuta alla caratteristica natura accidentale dell’illuminazione istantanea, è un modo di lasciare andare il sé come fonte del <em>dukkha</em>; quindi, di fatto, è una sorta di illuminazione prima dell’illuminazione. Per alcune persone, questa è già un’illuminazione sufficiente, mentre per altre significa maggiori possibilità di risvegliarsi a qualcosa di più grande.</p>
<p>Ciò diventa particolarmente vero con un’adeguata pratica preliminare. La pratica preliminare va chiaramente distinta da quella che implica l’illuminazione graduale. Nessuna forma di pre-illuminazione è un requisito dell’illuminazione istantanea, tanto meno una causa o una garanzia; ciononostante, essa svolge un’importante funzione. L’illuminazione istantanea può accadere a una persona, ma se quest’ultima non è preparata a riconoscerla e – fatto più importante – a integrarla nel suo essere psicologico di tutti i giorni, quasi sicuramente verrà solo per scivolare via.</p>
<p>A questo proposito, possiamo fare un’analogia con la pioggia. La pioggia, come l’illuminazione istantanea, non può essere forzata; arriva da sola. Inoltre, quando cade, lo fa indifferentemente su terreno fertile e su quello improduttivo. Se cade sul primo, le piante crescono in modo lussureggiante; sul secondo, non si avrà altro che terreno umido. Coltivare una pratica di pre-illuminazione vuol dire assicurarsi un terreno fertile quando la pioggia dell’illuminazione istantanea cadrà; non avere alcuna pratica vuol dire quasi sicuramente perdere ciò che si sperava di ottenere. Questa pratica preliminare non va considerata un avvicinamento graduale all’illuminazione, perché in essa non esistono stadi.</p>
<p>In altre parole, a differenza di una pratica orientata verso l’illuminazione graduale, in cui di solito è possibile scorgere dei progressi (come un distacco sempre maggiore dal mondo) nessun avanzamento è evidente in una pratica istantanea. In più, mentre una pratica a orientamento graduale di solito presuppone un lungo periodo di tempo (ci vogliono molti anni prima che siano visibili dei risultati), la stessa cosa non è vera per una pratica non graduale.</p>
<p>Poiché l’illuminazione istantanea non dipende da alcun tipo di pratica, e può giungere con o senza quest’ultima, l’illuminazione potrebbe irrompere dopo un solo giorno o non arrivare neppure dopo molti anni. Per questa ragione, una pratica non graduale può essere molto più frustrante di una pratica che mostri chiari progressi verso la meta.</p>
<p>Comunque, il vantaggio di una pratica non graduale (e di fatto una delle ragioni della sua diffusione) è che essa è effettuabile sia all’interno che all’esterno di un monastero. Questo è specialmente vero per una specifica pratica non graduale, il classico <em>Kung-an</em> cinese (ma non necessariamente per il koan giapponese).</p>
<p>Naturalmente, il paradosso di una pratica di pre-illuminazione volta all’illuminazione istantanea è che essa implica nulla di meno che la frustrante esperienza di ricercare ciò che già si ha, cioè il valore incondizionato del Buddha. Questo vuol dire chiedersi costantemente: “Perché sto facendo ciò?”, “Perché la mia mente non mi lascia sperimentare la mia vera natura? Forse tutta questa faccenda è una menzogna. Forse sto solo sprecando tempo ed energia; mi sto ancora ingannando”.</p>
<p>Questo dubbio è una parte naturale della preparazione all’illuminazione istantanea e richiede, affinché la pratica continui, una fede pari al dubbio. È qui che entrano in scena un’insegnante e una comunità spirituale, in quanto l’insegnante che ha attraversato queste difficoltà può infondere speranza, mentre una comunità di ricercatori può fungere da supporto.</p>
<p>Né l’approccio graduale né quello istantaneo possono garantire l’illuminazione, ma entrambi danno una possibilità di raggiungerla, ognuno a suo modo. Per una persona capace di impegnarsi totalmente in una vita monastica la via graduale può offrire più speranza di quella istantanea. Per chi non è in grado di prendere un impegno così grande, la via istantanea potrebbe offrire maggiori speranze. Come tutte le religioni e le filosofie, è possibile trovare molti argomenti razionali a sostegno dell’approccio graduale o di quello istantaneo, ma la realtà è che nessuna delle due può essere dimostrata o confutata logicamente. Entrambe, in ultima analisi, si basano largamente sulla fede. Di fatto, tutte le scuole del buddismo, se non addirittura tutte le tradizioni religiose, richiedono una grande fede come requisito per qualsiasi risveglio spirituale.</p>
<p>Nella Cina e nel Giappone medievali si sviluppò una scuola buddista chiamata della “terra pura” (in cinese: <em>Ching-t’u</em>; in giapponese, <em>Jodo</em>). Questa scuola insegnava che, a causa della corruzione del mondo e del gigantesco karma negativo accumulato dall’umanità, nessuno sforzo umano sarebbe mai stato grande abbastanza da permettere a un individuo di raggiungere la liberazione. Ma grazie al voto di salvare tutti gli esseri fatto millenni prima dal celestiale Buddha Amithaba (cinese: O-mi-to; giapponese: Amida), qualsiasi persona, buona o cattiva, che avesse chiesto la liberazione con sincera fede a questo Buddha, l’avrebbe ottenuta. Nella scuola tradizionale della terra pura, questa liberazione prende la forma della consapevolezza che, dopo la morte, si rinasce nel paradiso celestiale di Amithaba.</p>
<p>Tale dipendenza assoluta dal potere divino di un altro essere per raggiungere la liberazione fu chiamata “la via dell’altro potere” (giapponese:<em> tariki</em>). Poiché lo zen e poche altre scuole insegnavano a non aver fede nella grazia di un potere esterno per liberarsi, la loro venne chiamata “la via del proprio potere” (giapponese: <em>jiriki</em>) dalla scuola della terra pura. Nel corso dei secoli, questa definizione venne ripetuta così spesso che alla fine s’impose: oggi persino lo scuola zen la usa per distinguersi da quella della terra pura. Ma questa definizione è molto fuorviante. Il “proprio potere” implica che l’individuo è in totale possesso del processo di liberazione. Questo è più vero per le scuole di illuminazione graduale non-zen. In quelle scuole, l’individuo purifica il sé e lavora verso la meta unicamente grazie ai propri sforzi. Ma se nello zen l’illuminazione istantanea è accidentale, parlare del proprio potere o dei propri sforzi dovrebbe essere fuori luogo.</p>
<p>L’aspetto accidentale dell’illuminazione istantanea andrebbe definito in un altro modo, piuttosto che come l’influenza del proprio potere. Definire lo zen “una scuola del proprio potere” mette in ombra l’aspetto accidentale della sua illuminazione istantanea. Un altro modo di dire questo è dare una seconda definizione dell’illuminazione istantanea. Essa è l’irruzione dell’«altro» nell’ordinario, la discontinuità radicale nel flusso della vita quotidiana, una catastrofe positiva.</p>
<p>Rev. Vajra è un insegnante di Zen Dharma all’International Buddhist Meditation Center, <a href="http://www.ibmc.info/">www.ibmc.info</a>, per gentile concessione.<br />
Traduzione di Gagan Daniele Pietrini.<br />
Copyright per l’edizione italiana: Innernet.</p>
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		<title>Trasformazione emozionale e trascendenza</title>
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		<pubDate>Wed, 31 Dec 2008 02:48:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mark Epstein</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nella cultura psicologica si parla di espressione delle emozioni oppure della loro manifestazione, comunque la direzione è verso il disfarsene. L&#8217;idea del conoscere semplicemente l&#8217;emozione avviene piuttosto raramente. Senza agire le emozioni, ma neanche reprimendole, abbiamo l&#8217;occasione di conoscere le identificazioni che ne sono alla base. Ricordo che non molti anni fa stavo seduto nell’ufficio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="mark epstein.gif" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/mark-epstein.gif"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/mark-epstein.gif" alt="mark epstein.gif" hspace="6" align="left" /></a>Nella cultura psicologica si parla di espressione delle emozioni oppure della loro manifestazione, comunque la direzione è verso il disfarsene. L&#8217;idea del conoscere semplicemente l&#8217;emozione avviene piuttosto raramente. Senza agire le emozioni, ma neanche reprimendole, abbiamo l&#8217;occasione di conoscere le identificazioni che ne sono alla base.</p>
<p>Ricordo che non molti anni fa stavo seduto nell’ufficio del mio terapista e gli raccontavo la discussione avuta con una persona a me cara. Oggi i particolari mi sfuggono, ma avevo fatto qualcosa che aveva addolorato la mia amica, la quale si era arrabbiata in un modo che mi sembrava sproporzionato e ingiustificato. Ricordo che mentre raccontavo i fatti, mi sentivo frustrato e turbato.</p>
<p>“Tutto quello che posso fare è amarla di più in quei momenti”, insistevo con una certa mestezza, facendo ricorso agli anni di pratica meditativa e alla sincerità dei miei sentimenti più profondi.</p>
<p>“Questo non funzionerà mai”, tagliò corto il terapista, e fu come venire colpiti dal bastone di un maestro zen. Mi guardò con una certa aria canzonatoria, quasi fosse meravigliato dalla mia stupidità. “Cosa c’è di sbagliato nell’essere arrabbiati?”, chiese.</p>
<p>Questo scambio di battute mi è rimasto impresso per anni, perché, in un certo senso, cristallizza le difficoltà che ci troviamo di fronte quando cerchiamo di integrare l’approccio psicologico occidentale con quello del buddismo. Il buddismo ci dà un messaggio ambivalente sulle emozioni: da un lato dice che dobbiamo sforzarci di eliminarle, dall’altro insegna ad accettare tutto ciò che sorge. <em>C’è </em>qualcosa di sbagliato nell’essere arrabbiati? <em>Possiamo</em> liberarci di questo sentimento? Cosa vuol dire <em>venirne a capo</em>? Nel mio lavoro di terapista, devo affrontare in continuazione queste domande. <span id="more-481"></span></p>
<p>Oggi mi è chiaro che venire a capo di un’emozione come la rabbia, spesso, vuol dire qualcosa di diverso dalla sua mera eliminazione. Infatti, come nel buddismo si ripete più volte, è la prospettiva di colui che soffre a determinare se una data esperienza perpetua la sofferenza o è un veicolo per il risveglio. <em>Venire a capo</em> di qualcosa vuol dire cambiare il proprio punto di vista; se invece cerchiamo di cambiare l’emozione, nel breve termine potremmo avere successo, ma resteremmo prigionieri dell’attaccamento e dell’avversione per il sentimento stesso da cui vogliamo liberarci.</p>
<p>Naturalmente, il desiderio di cambiare i miei sentimenti difficili con il loro opposto non era un’idea originale. Nel mio caso, ciò veniva dalla psicologia buddista dell’<em>abhidharma</em>, i primi scritti psicologici del buddismo. La maggior parte di noi vuole essere libera dalla pressione delle emozioni, cerca di eliminare i limiti della nostra vita emozionale e di sostituire i sentimenti problematici con i loro opposti meno conflittuali. Nella sfera delle emozioni esiste una tendenza universale allo svilimento, sembra. Diamo per scontato che l’unico modo per liberarci dal dolore è sbarazzarci completamente di esso.</p>
<p>Questo intenso desiderio di quiescenza emotiva ha avuto una grossa influenza sul modo in cui pratichiamo il buddismo. Gli insegnamenti stessi sembrano talvolta suggerire che questo è il modello che dobbiamo cercare di raggiungere. Certe emozioni sono nocive, insegna l’abhidharma. Dobbiamo fare tutto ciò che possiamo per ridurre la loro influenza sulla nostra mente. Di conseguenza, quando leggiamo le storie di insegnanti buddisti che esprimono liberamente la loro rabbia o tristezza, restiamo confusi. Queste storie contraddicono gli insegnamenti più formali del buddismo e ci costringono a rivedere i nostri pregiudizi secondo cui le emozioni sono sbagliate.</p>
<p>La nostra propensione a credere in un modello nel quale non ci sia posto per le emozioni deriva, in parte, dalla volontà inconscia di separare le emozioni dal resto della nostra esperienza, e di fare di esse le colpevoli della nostra situazione difficile. Se solo riuscissimo a sradicare e distruggere la nostra natura emotiva, pensiamo, potremmo seguire le orme del Buddha.</p>
<p>Tale desiderio di distruggere le emozioni negative è molto comune anche tra coloro che praticano la psicoterapia. Così come molti meditatori pensano che la giusta meditazione consista nell’avere sentimenti meno intensi, molte persone in psicoterapia demonizzano quelle stesse emozioni indesiderate che le spingono a cercare aiuto. Dopo la rottura di un matrimonio che durava da dieci anni, per esempio, un mio buon amico ha cominciato la psicoterapia in una clinica di salute mentale. Il suo unico desiderio, disse alla nuova terapista, era liberarsi da ciò che stava provando. La implorò dunque di levargli il dolore, liberandolo da queste emozioni sgradite.</p>
<p>Ma la sua terapista aveva appena lasciato una comunità zen, dove aveva vissuto per tre anni. Quando il mio amico si rivolse a lei, ella lo spinse a restare semplicemente con i suoi sentimenti, per quanto fossero spiacevoli. Non cercò di rassicurarlo né di aiutarlo a cambiare ciò che stava provando. Quando lui si lamentava della sua ansia o della sua solitudine, lei lo incoraggiava a sentire tutto ciò con più intensità. Anche se non si sentiva affatto meglio, il mio amico fu incuriosito dall’approccio di questa terapista e cominciò a praticare la meditazione. Un momento fondamentale della sua meditazione fu, secondo lui, quando la depressione cominciò a schiarirsi.</p>
<p>Terribilmente a disagio con i pruriti, le irrequietezze e i dolori della pratica, e incapace di restare semplicemente con le sensazioni, egli ricorda che alla fine riuscì a osservare l’insorgere, l’aumentare e lo scomparire di un prurito, senza mai grattarsi. In tal modo, egli dice, comprese improvvisamente quello che intendeva la terapista quando gli consigliava di restare con il suo stato emotivo, e da quell’istante la sua depressione cominciò a sparire. I suoi sentimenti cominciarono a cambiare solo quando smise di desiderare un cambiamento.</p>
<p>Esistono scuole di pensiero – sia all’interno del buddismo che della psicoanalisi – che non ammettono tanto facilmente la possibilità di una trasformazione emotiva come quella sperimentata dal mio amico. Sia gli psicoanalisti ortodossi che i fondamentalisti buddisti vedono le emozioni come forze coercitive che sono, per loro natura, minacciose, destabilizzanti e potenzialmente schiaccianti. Il massimo che si può fare con queste passioni è, secondo tale concezione, controllarle, padroneggiarle o – almeno secondo la filosofia buddista – estinguerle. Il denominatore comune è che le passioni sono considerate forze oscure, dotate di una loro volontà, che vanno severamente controllate. Secondo questa concezione, una persona che ha terminato con successo l’analisi è quella che ha portato alla scoperto tutte le proprie emozioni primitive, facendo sì che esse non impediscano più il raggiungimento delle soddisfazioni di una persona matura.</p>
<p>Un praticante buddista di successo, dal canto suo, viene immaginato come qualcuno le cui emozioni non disturbano più una grande equanimità. Ecco perché siamo così perplessi quando leggiamo di Marpa che piange la morte del figlio. Perché egli non ha trasceso la sua emozione?</p>
<p>Tuttavia, all’interno sia del buddismo sia della psicoanalisi, esiste un altro punto di vista sulle emozioni, secondo il quale è possibile non tanto la trascendenza, quanto la trasformazione. In tale concezione le emozioni non sono considerate necessariamente un nemico, ma un cugino da lungo tempo perduto. Lasciandole entrare nella consapevolezza, le emozioni non sono più percepite come forze aliene, bensì come una parte inseparabile di un tutto più grande. In tal modo, alle emozioni viene permesso di maturare spontaneamente, un processo di cui il mio amico ha colto un bagliore nella sua meditazione.</p>
<p>Freud ha descritto questo processo parlando della “sublimazione”, che egli ha definito come il mezzo attraverso cui “l’energia dei desideri impulsivi infantili non viene eliminata, ma resta disponibile all’uso; lo scopo inutilizzabile dei vari impulsi viene sostituito da uno più elevato, e forse non più di natura sessuale”. La sublimazione, per Freud, offriva la possibilità di fare a meno delle richieste impossibili degli “infiniti desideri impulsivi”, ma non significava che le passioni in sé erano pericolose. Ascoltate, per esempio, la descrizione che Freud fa di Leonardo da Vinci: “I suoi affetti erano controllati…; egli non amava né odiava, ma si interrogava sull’origine e il significato dell’amore e dell’odio. Così, era inevitabile che all’inizio apparisse indifferente al bene e al male, alla bellezza e alla bruttezza…</p>
<p>In realtà, Leonardo non era privo di passione… Semplicemente, aveva trasformato la sua passione in una sete di conoscenza… Quando, all’apice di una scoperta, riusciva a vedere il nesso di ciò che stava cercando, era sopraffatto dall’emozione, e con parole estatiche celebrava lo splendore di quella parte della creazione che aveva studiato, o – per usare una fraseologia religiosa – la grandezza del Creatore”.</p>
<p>Tutte le qualità solitamente attribuite al Buddha sono presenti nella descrizione freudiana di Leonardo da Vinci: il controllo degli affetti, la trasformazione dell’amore e dell’odio in interesse intellettuale, il primato dell’indagine, persino il climax dell’ode alla grandezza del Creatore. L’esclamazione del Buddha nell’istante della sua illuminazione rende più forti queste somiglianze:</p>
<blockquote><p>“Per innumerevoli vite ho vagato<br />
cercando invano il costruttore di questa casa.<br />
Doloroso invero è continuare a rinascere.<br />
Oh, costruttore!</p>
<p>Ora ti ho trovato.<br />
Non costruirai più questa casa.</p>
<p>Tutte le tue assi sono rotte,<br />
La trave di colmo è spezzata.<br />
La mia mente ha raggiunto la libertà suprema<br />
Estinto è ogni desiderio”.</p></blockquote>
<p>Nella concezione buddista, che enfatizza le trasformazione piuttosto che l’estinzione della passione, la trasformazione si ottiene non cercando di eliminare i sentimenti problematici, ma “osservandoli saggiamente”. Anche nelle culture buddiste, questo è sempre stato un concetto difficile da trasmettere. Quando Hung-jen, il quinto patriarca zen vissuto nella Cina del settimo secolo, chiese ai suoi seguaci di comporre dei versi che dimostrassero la loro comprensione degli insegnamenti del Buddha, i suoi studenti migliori diedero delle risposte che rinforzavano la concezione secondo cui le emozioni inquinano il corpo e la mente. Shen-hsiu diede la seguente risposta:</p>
<blockquote><p>“Il corpo è l’albero della Bodhi,<br />
La mente è come uno specchio limpido.<br />
Abbi cura di pulirlo sempre,<br />
Affinché nessun granello di polvere vi si depositi”.</p></blockquote>
<p>Nei versi di Shen-hsiu è considerato una virtù l’avere una mente vuota e riflettente, pulita da ogni impurità. Oggi gli psicoanalisti potrebbero considerare Shien-hsiu una persona bloccata allo stadio anale. Possiamo immaginare che egli lavasse via le emozioni con la stessa velocità con cui si materializzavano. Un illetterato garzone della cucina, Hui-neng (638-713), colse l’imperfezione della risposta di Shen-hsiu e diede la seguente alternativa:</p>
<blockquote><p>“Il corpo non è un albero,<br />
Lo specchio limpido non è in alcun luogo.<br />
Fondamentalmente, nulla esiste;<br />
Dove si depositerà mai un granello di polvere?”.</p></blockquote>
<p>La poesia di Hui-neng evitava la trappola dell’idealizzazione, in cui era invece caduta quella di Shen-hsiu. Non abbiamo bisogno di pulire la mente e il corpo, sosteneva Hui-neng, dobbiamo solo imparare a vedere in modo appropriato.</p>
<p><a title="Trasformazione emozionale e trascendenza.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/trasformazione-emozionale-e-trascendenza.jpg"></a></p>
<p style="text-align: center"><a title="Trasformazione emozionale e trascendenza.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/trasformazione-emozionale-e-trascendenza.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/trasformazione-emozionale-e-trascendenza.jpg" alt="Trasformazione emozionale e trascendenza.jpg" hspace="6" align="bottom" /></a></p>
<p>Come terapista, mi è spesso capitato di aiutare qualcuno a scoprire un sentimento difficile come la rabbia, e poi sentirmi chiedere: “Non capisco. Cosa dovrei fare con questa rabbia? Andare a casa e infuriarmi?”. Come Shen-hsiu, non riusciamo a fare a meno di pensare che dobbiamo eliminare la rabbia dal nostro essere. Nella cultura psicologica odierna, parliamo di <em>esprimere </em>o di portare fuori le nostre emozioni, ma spesso l’impulso è ancora quello di sbarazzarsi di esse. Se non riusciamo a farlo, abbiamo la sensazione che in qualche modo stiamo ingannando noi stessi. Una volta che il sentimento è recuperato, ci sentiamo responsabili verso di esso. Ma ciò equivale ancora a considerare il sentimento come un’entità indipendente. L’idea di limitarci a <em>conoscere</em> il sentimento, spesso, non ci viene nemmeno in mente.</p>
<p>In una situazione del genere, spesso rispondo con una frase come: “Non <em>devi</em> fare alcunché. Lascia che sia la cosa a fare te!”.</p>
<p>“Questa è una risposta molto zen”, mi ha risposto un paziente, recentemente. “Ma come posso farlo, in concreto?”.</p>
<p>Il Buddha, naturalmente, ha fatto di questo il centro dei suoi insegnamenti. La sua idea era che la consapevolezza fosse il motore della sublimazione; la sua coltivazione permetteva una tecnica di lavoro sulle emozioni che altrimenti non sarebbe stata possibile. Nella concezione del Buddha non occorre che le emozioni istintive, una volta rese consapevoli, vengano condannate; piuttosto, bisogna esaminare attentamente l’implicita identificazione che le accompagna. Mettendo questa identificazione al centro dell’attenzione, l’approccio buddista leva alle emozioni reattive il terreno sotto i piedi, aprendo al contempo una via per venirne a capo. Spostando l’attenzione dall’emozione all’<em>identificazione</em> con l’emozione, sperimentiamo quest’ultima in modo nuovo. È come cercare di vedere una stella lontana a occhio nudo: distogliendo appena lo sguardo, in realtà la scorgiamo meglio.</p>
<p>Quando meditiamo con l’idea di sbarazzarci delle nostre emozioni, stiamo di fatto rafforzando ciò da cui vogliamo fuggire. D’altra parte, quando riusciamo a utilizzare il sorgere dell’emozione per esaminare la nostra implicita identificazione con essa, utilizziamo il potenziale di trasformazione della sublimazione. Anziché sentirci colpevoli ogni volta che sperimentiamo un’emozione, possiamo usare l’opportunità che l’emozione ci dà per conoscere le nostre identificazioni fondamentali. Poi, come il Leonardo da Vinci freudiano, è possibile che anziché ritrovarci privi di passione, potremo fare esperienza di quella che Freud ha chiamato “la persistenza, la costanza e la perspicacia che derivano dalla passione”. Dopo tutto, il Buddha non ha parlato di sé come di una persona che avesse assopito la propria vita emotiva; ha parlato di sé come di un risvegliato.</p>
<p>Estratto da <em>Thoughts Without a Thinker</em>: <em>Psychotherapy From a Buddhist Perspective</em>, di Mark Epstein.</p>
<p>Mark Epstein, praticante buddista e psicoterapeuta a New York, è collaboratore di “Tricycle”.</p>
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<p>Originalmente pubblicato su Tricycle magazine, <a href="http://www.innernet.it/geoxml/getcontent/www.tricycle.com">www.tricycle.com</a><br />
Copyright originale Mark Epstein, per gentile concessione.<br />
Traduzione di Gagan Daniele Pietrini<br />
Copyright per l&#8217;edizione Italiana: Innernet.</p>
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		<title>Un motivo per sorridere, dalla malattia alla meditazione</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Jun 2008 06:55:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maneesha James</dc:creator>
				<category><![CDATA[Esperienze]]></category>
		<category><![CDATA[Percorsi di ricerca]]></category>
		<category><![CDATA[distrofia muscolare]]></category>
		<category><![CDATA[meditazione]]></category>
		<category><![CDATA[Osho]]></category>

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		<description><![CDATA[E&#8217; da oltre 20 anni che Nirodh non sorride più e non perché non abbia avuto alcun motivo per farlo. Dopo tutto, Nirodh è pieno di creatività. All&#8217;età di 28 anni gli viene diagnosticata la distrofia muscolare. I primi sintomi della malattia si manifestarono sul suo viso. Nell&#8217;intervista che segue ci racconta come un handicap [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="nirodh-keyboard.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/nirodh-keyboard.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/nirodh-keyboard.jpg" alt="nirodh-keyboard.jpg" hspace="6" align="left" /></a>E&#8217; da oltre 20 anni che Nirodh non sorride più e non perché non abbia avuto alcun motivo per farlo. Dopo tutto, Nirodh è pieno di creatività. All&#8217;età di 28 anni gli viene diagnosticata la distrofia muscolare. I primi sintomi della malattia si manifestarono sul suo viso. Nell&#8217;intervista che segue ci racconta come un handicap può essere vissuto e superato al proprio interno.</p>
<p>E’ da oltre 20 anni che Nirodh non sorride più e non perché non abbia avuto alcun motivo per farlo. Dopo tutto, il 52enne Nirodh è pieno di creatività. Insieme alla sua compagna, Ushma, ha fondato e dirige l’Osho Arihant Meditation and Creative Arts Center di Varazze, in Italia. Musicoterapista ed etnomusicologo, è anche direttore della società di servizi musicali e multimediali “Nostudio”.</p>
<p>Dopo due anni dal matrimonio, all’età di 28 anni e con un figlio che non aveva ancora compiuto un anno, a Nirodh viene diagnosticata la distrofia muscolare. Una malattia degenerativa, di origini genetiche (anche sua sorella ne è affetta), per la quale non si conoscono cure efficaci.</p>
<p>I primi sintomi della malattia si manifestano sul suo viso. Nirodh non può sorridere, ridere, corrugare la fronte o lasciarsi andare a qualsiasi altra delle tante espressioni facciali di cui si serve la maggior parte delle persone per manifestare le proprie emozioni e per comunicare con gli altri.</p>
<p>Dopo essersi dedicato alla meditazione per 30 anni, Nirodh decide di organizzare seminari per persone disabili. Tema dei seminari: “Come la meditazione può trasformare uno stile di vita delimitato da confini sempre più ristretti in un’opportunità per espandere illimitatamente la propria crescita interiore”.</p>
<p>Nell’intervista che segue, Nirodh spiega alcuni aspetti della sua esperienza e offre suggerimenti a chi si trova in una situazione simile alla sua.<span id="more-429"></span></p>
<p>Per una persona che ha un handicap fisico, come una paralisi per esempio, diventa quasi naturale spostare lo sguardo all’interno di se stesso, poiché il ballo, per esempio, e altri movimenti diventano attività impossibili. Così questa persona può diventare un “osservatore”, che poi è l’essenza della meditazione. Quando la vita ti obbliga a confrontarti con la caducità del tuo corpo e i suoi limiti, il fatto che tu ti focalizzi sulla tua interiorità è una sorta di compensazione, quasi naturale.</p>
<p><a title="Un motivo per sorridere Maneesha Nirodh.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/un-motivo-per-sorridere-maneesha-nirodh.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/un-motivo-per-sorridere-maneesha-nirodh.jpg" alt="Un motivo per sorridere Maneesha Nirodh.jpg" hspace="6" align="right" /></a></p>
<p>Maneesha James: Cosa intendi per “osservare?</p>
<p>Per me, osservare significa sedermi all’interno di me stesso, come se fossi di fronte a un lago molto tranquillo, piatto… senza che alcun sasso venga gettato dentro. A questo punto posso vedere molto più chiaramente cosa sta succedendo nella realtà.</p>
<p>Se, invece, ti fai prendere dalla rabbia, per esempio, allora il lago diventa agitato e tu non riesci a vedere niente. E a quel punto, poiché non sei in grado di guardare serenamente, l’acqua ti travolge.</p>
<p>L’osservare non accade nello spazio del pensiero ma in quello del non-pensiero, perché se tu pensi, ti muovi. Può essere un movimento appena percettibile, ma si tratta sempre di un movimento; è un’increspatura sulla superficie di quel lago interiore.</p>
<p>Maneesha James: Come tutto ciò può aiutare, particolarmente in caso di malattia?</p>
<p><a title="Un motivo per sorridere Nirodh.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/un-motivo-per-sorridere-nirodh.jpg"><img class="alignleft" style="margin: 6px; float: left;" src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/un-motivo-per-sorridere-nirodh.jpg" alt="Un motivo per sorridere Nirodh.jpg" hspace="6" vspace="6" align="bottom" /></a></p>
<p>Aiutandoti a renderti conto che la tua testimonianza non è malata; è solo il tuo corpo ad esserlo. Se commettiamo l’errore di pensare che la testimonianza è malata, siamo veramente malati!</p>
<p>Inoltre non dovremmo lasciarci andare al pensiero che se non possiamo fare yoga, o ballare o se non possiamo fare qualsiasi altra cosa, significa che non possiamo realizzarci, perché la realizzazione di noi stessi non è legata esclusivamente al corpo. Il corpo non è un parte intrinseca della crescita interiore. Al contrario, e questo vale per tutti ad un certo punto della vita, dobbiamo renderci conto dei limiti del nostro corpo. La nostra testimonianza è come la musica su un CD. La musica non è il CD di plastica. La musica è l’essenza del CD.</p>
<p>Maneesha James: E per coloro che sono disabili ma che non sanno niente di meditazione e di come osservare…?</p>
<p>Essere malato ti costringe a entrare nella tua interiorità, ma se non lo fai seguendo una prospettiva meditativa, entri nella mente e nella sua disperazione. Per esempio, mi capita di incontrare persone disabili che sono molto arrabbiate con la vita e con tutto ciò che è legato ad essa, inclusi gli altri esseri umani.</p>
<p>Possono usare la loro malattia anche per manipolare gli altri. Per esempio, quando c’è una discussione, sanno che alla fine vinceranno perché possono tirar fuori il loro asso nella manica, ossia “Ho ragione perché sono malato”. Questo atteggiamento funziona quando si gioca sul senso di colpa e di imbarazzo degli altri. E’ una forma di potere.</p>
<p>Può accadere che utilizzino la loro malattia per punire gli altri. Fanno sentire gli altri in difetto perché non si prendono cura di loro, non li aiutano a sopportare il dolore e così via. Quindi, ripeto, possono creare un senso di colpa in coloro che si prendono cura di loro. Alcuni utilizzano la loro malattia, altri la rinnegano.</p>
<p>Maneesha James: Quali risvolti ha, a livello personale, il fatto di non poter contare sulla propria indipendenza?</p>
<p>Essere indipendente non significa essere un’isola e sentire che non hai bisogno di niente da nessuno; significa condividere, senza dipendenza reciproca, ma con amore. Può succedere che la persona disabile sia di aiuto agli altri. Gli altri possono aiutarla con il corpo e può succedere che la persona disabile possa aiutare loro psicologicamente. L’importante è che non sia uno scambio a direzione univoca.</p>
<p>Maneesha James: Che tipo di atteggiamento hai verso il tuo corpo? Come ti senti, per esempio, quando non ti permette di fare qualcosa che vuoi fare?</p>
<p>Prima che scoprissi di avere questa malattia, la mia vita era molto intensa. Come molte menti artistiche ero anche piuttosto auto-distruttivo. Paradossalmente, la mia malattia mi ha portato ad abbandonare questo atteggiamento e mi ha obbligato a prestare attenzione al mio corpo. Quello che mi è successo mi ha fatto tornare coi piedi per terra perché, fino ad allora, avevo seguito idee, obiettivi, mettendoci tutta la mia energia – e dimenticandomi di avere un corpo.</p>
<p>Il lento processo di una malattia progressiva offre una buona opportunità per osservare la mente – perché osservare è qualcosa che devi imparare, un processo a cui devi essere continuamente richiamato. E’ qualcosa che tutti noi – non solo chi soffre di una malattia – dimentichiamo e osservare il proprio corpo può essere una buona base per osservare anche tutti gli altri aspetti del nostro sistema persona.</p>
<p>Un’altra opportunità che mi si è presentata, attraverso il corpo, è avere tempo per utilizzare me stesso non per una vita molto dinamica, ma per una grande espansione interiore – come per esempio la creatività.</p>
<p><a title="Un motivo per sorridere Ushma Nirodh.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/un-motivo-per-sorridere-ushma-nirodh.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/un-motivo-per-sorridere-ushma-nirodh.jpg" alt="Un motivo per sorridere Ushma Nirodh.jpg" hspace="6" align="left" /></a>Maneesha James: Con la tua compagna, Ushma, hai creato più di 11 CD per la meditazione e circa 27 CD musicali, tutti reperibili in Italia e negli USA, vero?</p>
<p>Sì. Per 15 anni ho anche condotto delle ricerche sul suono e la mente, lavorando simultaneamente su questo tema: mi trovavo sul Lago di Como, presso un istituto statale per persone psicotiche. Studiando le onde prodotte dalle frasi, apparentemente senza senso, pronunciate da persone affette da turbe psichiche, ho scoperto che, in realtà, c&#8217;è un modulo, un ritmo e un significato in ciò che esprimono. Questa scoperta ha rappresentato la base per una pubblicazione.</p>
<p>Maneesha James: Tutte le persone disabili hanno il potenziale per essere così creative?</p>
<p>Sì, ma prima di esplorare la loro creatività, devono acquisire la consapevolezza dei limiti della loro malattia e della libertà di cui dispongono. Se si lasciano cadere nelle trappole della mente &#8211; lamentandosi o lasciandosi andare alla disperazione &#8211; perdono un&#8217;opportunità perchè, al di là di cosa facciano o non facciano, devono comunque vivere!</p>
<p>Maneesha James: Quali sono i metodi utili per la meditazione, quando la capacità di muoversi è limitata?</p>
<p>Non esiste una situazione ideale per la meditazione; ognuno può iniziare da dove vuole.<br />
Tutte le tecniche che richiedono la partecipazione del corpo possono essere utilizzate in modo limitato, quindi chiunque dovrebbe essere consapevole dei limiti del proprio corpo e muovere ciò che può. Se puoi muovere solo il collo, per esempio, puoi visualizzare nella tua sfera immaginativa di ballare molto liberamente.</p>
<p>Immaginare di riuscire a muoverti in piena libertà può procurarti un pò di felicità.<br />
Emettere suoni senza senso è una buona tecnica per schiarirsi la mente perchè permette di scaricare, in modo del tutto naturale, ciò di cui devi liberarti.</p>
<p>La considero una tecnica che richiede molto coraggio perchè nella tua voce c&#8217;è molto della tua personalità e inizi ad essere un individuo quando inizi a usare la tua voce. Se una persona disabile utilizza questa tecnica insieme ad altri, passa dalla sfera della solitudine alla sfera della condivisione.</p>
<p>Maneesha James: Come va affrontato il dolore?</p>
<p>Quando abbiamo un dolore molto forte, dovremmo ricorrere alla medicina perchè non possiamo alleviarlo con l&#8217;aiuto della mente o delle emozioni; si tratta di un disturbo. Il corpo fisico sta inviando un messaggio. Ovviamente è importante, prima di tutto, cercare di evitare quel dolore, se puoi, per esempio evitando quei movimenti che sai già che ti procureranno dolore.</p>
<p>C&#8217;è una meditazione descritta da Osho &#8211; per entrare nel dolore. Il dolore inizia a dissolversi quando inizia a espandersi da un punto in cui era concentrato, diminuendo così di intensità. Non cercare di sfuggire al dolore ma ascoltalo più in profondità; parlagli. A quel punto puoi capire quanta parte di questo dolore sia frutto della tua mente e quanta parte sia effettivamente fisica.</p>
<p>La nostra idea mentale del dolore può renderlo più acuto. Di solito la mente inizia a farne un dramma; ciò porta a disperdere la propria energia e a far aumentare, di conseguenza, il dolore stesso.</p>
<p><a title="Un motivo per sorridere CD.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/un-motivo-per-sorridere-cd.jpg"><img class="alignleft" style="margin: 6px; float: left;" src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/un-motivo-per-sorridere-cd.jpg" alt="Un motivo per sorridere CD.jpg" hspace="6" vspace="6" align="bottom" /></a></p>
<p>Maneesha James: Come reagisci quando le persone che ti incontrano per la prima volta rimangono stupite o addirittura impressionate e forse anche imbarazzate?</p>
<p>Se sei un tipo infelice, trasmetti tale energia e le persone la assorbono. Se, invece, riesci a ridere di te stesso ed essere gioioso&#8230; non succede che gli altri sentano il mio dolore &#8211; il dolore è un problema mio &#8211; ma gli altri possono vedere che sono felice così come sono. Ciò non significa che a me piaccia essere una persona disabile; non è piacevole essere malati.</p>
<p>Ma è bello essere felici perchè ho scoperto, nella mia condizione, qualcosa per cui essere felice. Le persone mi parlano delle loro sofferenze psicologiche. Può darsi che ciò accada perchè vengono attirate da me a farlo &#8211; percepiscono che sono una persona che ha affrontato una grande sfida.</p>
<p>Potrebbero pensare che se io riesco ad essere felice così come sono, forse la loro situazione non è poi così tanto grave. Il mio suggerimento ai portatori di handicap è: non permettete che tutta la vostra vita ruoti attorno alla vostra malattia. Usate il vostro handicap per espandervi. Le persone monopolizzano la situazione con la loro malattia e questa è un&#8217;altra strategia di potere.</p>
<p>C&#8217;è altro nella vita! C&#8217;è l&#8217;essenza, la meditazione, l&#8217;osservazione&#8230; sì il tuo corpo scomparirà quando avrai 80 anni o giù di lì, quindi certamente il corpo è importante &#8211; ma non è tutta la tua vita. Altrimenti, finirebbe per essere un disastro. E a me non piace essere negativo.</p>
<p>Maneesha James: Non provi alcun risentimento ad essere un portatore di handicap?</p>
<p>E&#8217; molto importante essere capace di perdonare la madre o il padre che ti hanno trasmesso la malattia, perdonare la società e te stesso. Inoltre non devi colpevolizzare nessuno perchè tutti fanno del loro meglio ma, al contrario, devi usare la situazione in cui ti trovi per tuffarti nell&#8217;amore e nella consapevolezza. Non è piacevole confrontarti con la società perchè ti fa sentire anormale.</p>
<p>Ovviamente non puoi cambiare la società. Vedi persone che fanno cose che tu non puoi fare. E&#8217; molto pesante da sopportare. Ciò fa parte del perdono che devi concedere a te stesso. Infine dobbiamo essere responsabili di ciò che siamo &#8211; dobbiamo accettarlo. Se abbiamo un problema, non dobbiamo crearne un altro!</p>
<p>Puoi essere connesso alla vita in qualsiasi luogo; l&#8217;energia non è concentrata maggiormente in un luogo piuttosto che in un altro. Se riusciamo a fare nostra questa percezione, allora ogni cosa assume una sua personalità e possiamo interagire con qualsiasi cosa &#8211; per esempio, una pianta in un vaso. E&#8217; viva; necessita di cure e ogni giorno che passa puoi osservare i suoi cambiamenti. Persino i sassi, se li guardi da questa prospettiva, ti parlano dell&#8217;esistenza.</p>
<p>Puoi esprimere la tua creatività abbellendo la tua stanza. Puoi decidere di dipingere le pareti di un nuovo colore, di installare un impianto hi-fi, di utilizzare fragranze profumate, insomma di renderla più confortevole in tanti modi diversi.</p>
<p>Non è necessario cercare un posto esterno ideale perchè puoi dimenticarti di te stesso in qualsiasi posto! Questa verità vale per tutti, e soprattutto per coloro che possono muoversi solo molto lentamente e con l’aiuto degli altri.</p>
<p>Di solito le persone senza handicap fisici non prestano alcuna attenzione a ciò che fanno perchè le normali attività quotidiane sono del tutto naturali per loro, ma per le persone disabili, invece, queste attività assumono una grande importanza. Per loro, piccoli eventi o semplici azioni possono rappresentare un problema grande quanto l&#8217;Himalaya.</p>
<p>A volte ci troviamo in un posto che ci sembra brutto, ma dentro di noi c&#8217;è uno spazio bello a cui non tutti possono accedere. Coloro che utilizzano una porta convenzionale che promette l’accesso alla felicità potrebbero, prima o poi, scoprire che in realtà non è così. Dipende da noi &#8211; da come utilizziamo le situazioni. Il senso di pienezza e il senso di felicità non sono cose pre-confezionate.</p>
<p>Copyright originale: Maneesha. I suoi siti sono <a href="http://www.maneeshajames.com/">www.maneeshajames.com</a> e <a href="http://www.activemeditation.com/">www.activemeditation.com</a></p>
<p>I siti di Nirodh:</p>
<p>Il festival di meditazione: <a href="http://www.thefestival.it " target="_blank">www.thefestival.it </a><br />
Il centro arihant: <a href="http://www.oshovarazze.it" target="_blank">www.oshovarazze.it</a><br />
nostudio: <a href="http://www.nostudio.it ">www.nostudio.it </a><br />
hisound: <a href="http://www.hisound.it " target="_blank">www.hisound.it </a><br />
<a href="http://www.activemeditation.com/"></a><br />
Traduzione di Alessandra Cavazza.<br />
Copyright per la traduzione Italiana: Innernet.</p>
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		<title>Viaggio in Bhutan</title>
		<link>http://www.innernet.it/viaggio-in-bhutan/</link>
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		<pubDate>Tue, 27 May 2008 08:58:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guido Dalla Casa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Coscienza del mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Esperienze]]></category>
		<category><![CDATA[Bhutan]]></category>
		<category><![CDATA[Himalaya]]></category>

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		<description><![CDATA[India: dall’aeroporto alla città di Delhi. Basta un’occhiata di poche ore lungo la strada per capire qual è la causa prima dei guai del mondo: la mostruosa sovrappopolazione umana che affligge la Terra. Quindici milioni di abitanti in una sola enorme città, e ci sono ormai tante città come questa. Ogni anno, l’umanità cresce di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2008/05/bhutan-img_0085-180.jpg"><img class="alignleft alignnone size-full wp-image-941" style="float: left; margin-left: 6px; margin-right: 6px;" title="bhutan-img_0085-180" src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2008/05/bhutan-img_0085-180.jpg" alt="bhutan mandala" width="180" height="240" /></a>India: dall’aeroporto alla città di Delhi. Basta un’occhiata di poche ore lungo la strada per capire qual è la causa prima dei guai del mondo: la mostruosa sovrappopolazione umana che affligge la Terra. Quindici milioni di abitanti in una sola enorme città, e ci sono ormai tante città come questa. Ogni anno, l’umanità cresce di circa settanta milioni di individui. Così si distrugge la Vita, nella sua varietà e nella sua spiritualità. Fino a quando?</p>
<p>Il mattino dopo, la sveglia è alle tre, per tornare in aeroporto: mi aspetto molto dal viaggio di oggi. Un volo di tre ore per raggiungere il Bhutan, piccolo regno himalayano in mezzo alle montagne. Certamente là non ci saranno simili moltitudini. Ho trovato notizie contrastanti, ma in cifra tonda c’è meno di un milione di umani in un territorio grande circa come la Svizzera. Forse è una densità ancora tollerabile.</p>
<p>Dopo aver visto da lontano l’Everest e il Makalu, l’aereo della Druk Air inizia la discesa e infila una verde valle himalayana: l’ala è ormai più bassa delle montagne vicine. Pochi minuti dopo atterriamo all’aeroporto di Paro. Un pulmino ci porta alla capitale, Thimphu.</p>
<p>Da una ventina d’anni il Bhutan ha aperto le porte ai turisti, ma con molta cautela. Il numero è limitato: attualmente sono circa 10-15000 all’anno. Solo la Druk Air atterra all’aeroporto di Paro: ha tre aerei, ma forse sono anche troppi.<span id="more-940"></span><br />
Il percorso fra le montagne si snoda su una strada stretta, che attraversa il Paese da Ovest a Est, e viceversa, a quote che oscillano fra 1200 e 3500 metri. Le pitture e le decorazioni negli dzong sono bellissime e ben tenute. I bhutanesi sono molto accoglienti e gentili. Viene mantenuta l’architettura tradizionale, nessun edificio supera i tre-quattro piani: non ci sono le orribili periferie delle città occidentalizzate.</p>
<p>Il takin (Budorcas taxicolor) è un essere senziente che vive fra le montagne dell’Himalaya, a quote non troppo alte: sembra un misto fra uno yak, una capra e un’antilope, è un lontano parente del bue muschiato. Ne vediamo un certo numero in un vastissimo recinto, che comprende prati e boschi, nei pressi della capitale. Il re aveva ordinato di liberarli, perché tutti gli esseri senzienti hanno diritto ad una vita libera ed autonoma, ma i takin hanno preferito rientrare.</p>
<p>Si nota il tentativo delle Autorità di aprire con cautela il Paese al mondo cosiddetto moderno senza perdere l’identità culturale e la pace dell’animo. La cultura buddhista himalayana, di cui quella ex-tibetana era un esempio, è presente ovunque. Il Ladakh, il Tibet e il Sikkim hanno già fatto una brutta fine, fagocitati dai due giganti, India e Cina, e quindi dall’Occidente.</p>
<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2008/05/bhutan-img_005-300.jpg"><img class="alignright alignnone size-full wp-image-942" style="float: right; margin-left: 6px; margin-right: 6px;" title="bhutan-img_005-300" src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2008/05/bhutan-img_005-300.jpg" alt="bhutan view" width="300" height="225" /></a>Thimphu si sta espandendo anche troppo e forse presto toccherà i centomila abitanti. Questo sforzo di avvicinarsi al mondo esterno fa si che a Thimphu e dintorni ci siano un po’ troppi cantieri e troppi camion. Forse il numero di auto private è già eccessivo.</p>
<p>Una decina di anni fa il re del Bhutan ha avuto l’idea di adottare, come indice del benessere, non il solito P.I.L. dell’Occidente, che assai spesso è un indicatore dell’infelicità media, ma il GNH (Gross National Happiness), che tiene conto anche della salute degli ecosistemi, dello stato di preservazione della cultura tradizionale, del sistema sanitario e dell’istruzione, oltre che di uno standard di vita accettabile. Speriamo che l’idea sia esportabile.</p>
<p>La vita media degli abitanti è salita notevolmente negli ultimi anni e probabilmente potrà arrivare a valori di tipo occidentale solo con qualche ulteriore miglioramento del sistema sanitario e dell’istruzione di base, senza nessun bisogno di distruggere l’identità culturale con gli idoli del consumo. Il sistema scolastico è in netto miglioramento, in genere i bambini cominciano a studiare l’inglese fin dalla prima elementare.</p>
<p>Imparo che il Chomolhari, una montagna di 7300 metri, è una divinità femminile: mi fa piacere che qui anche le montagne hanno un’anima, non sono considerate un mucchio di roccia e di ghiaccio, o solo qualcosa “da conquistare”.</p>
<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2008/05/bhutan-img_0081-280.jpg"><img class="alignleft alignnone size-full wp-image-943" style="float: left; margin-left: 6px; margin-right: 6px;" title="bhutan-img_0081-280" src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2008/05/bhutan-img_0081-280.jpg" alt="bhutan river fiume" width="280" height="210" /></a>Auguro di tutto cuore alle Autorità del Druk Yul (il nome del Bhutan nella lingua locale) di riuscire nella difficile impresa di portare nel Paese qualche vantaggio del mondo moderno senza perdere la serenità mentale e la cultura originaria, molto tesa alla spiritualità. I due pericoli maggiori sono le trasmissioni TV occidentalizzate e le auto private.</p>
<p>Solo dieci giorni, ma molto interessanti. Ancora l’aereo con il drago sulla coda, una sciarpa bianca come ricordo e augurio, e mi ritrovo per qualche ora nel caos e nelle moltitudini di Delhi, poi nelle città europee. Qui davvero siamo in troppi.</p>
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		<title>Una mente come l&#8217;acqua, le arti marziali</title>
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		<pubDate>Fri, 14 Mar 2008 11:14:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vernon Kitabu Turner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Esperienze]]></category>
		<category><![CDATA[Tecniche dell'anima]]></category>
		<category><![CDATA[arti marziali]]></category>
		<category><![CDATA[Budda]]></category>
		<category><![CDATA[Buddha]]></category>
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		<category><![CDATA[illuminazione]]></category>
		<category><![CDATA[Kung Fu]]></category>
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		<category><![CDATA[Nomura Roshi]]></category>
		<category><![CDATA[Vernon Kitabu Turner]]></category>
		<category><![CDATA[zen]]></category>

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		<description><![CDATA[La meditazione, l&#8217;illuminazione e le arti marziali sono sempre stati una cosa unica per l&#8217;incredibile maestro di arti marziali Vernon Kitabu Turner. In questa intervista con Simeon Alev parla della padronanza di sé e della radicale trasformazione della sua mente. E degli eventi della sua vita che lo hanno trasformato da bambino debole a maestro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/vernon.jpg" title="vernon.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/vernon.jpg" alt="vernon.jpg" align="left" hspace="6" /></a>La meditazione, l&#8217;illuminazione e le arti marziali sono sempre stati una cosa unica per l&#8217;incredibile maestro di arti marziali Vernon Kitabu Turner. In questa intervista con Simeon Alev parla della padronanza di sé e della radicale trasformazione della sua mente. E degli eventi della sua vita che lo hanno trasformato da bambino debole a maestro indiscusso.</p>
<p>Turner meditava, secondo la sua stima, da quando aveva tre anni e si era sempre sentito isolato dagli altri e insicuro del posto che aveva nel mondo a causa della sua natura profondamente spirituale e orientata all&#8217;introspezione. Alla presenza di Nomura Roshi, che era appena giunto dal Giappone il giorno prima, Turner ricevette una conferma istantanea della sua esperienza e prontamente lo accettò come suo insegnante.</p>
<p><span id="more-473"></span></p>
<p><strong>Simeon Alev racconta e intervista Vernon Kitabu Turner</strong></p>
<p>“Sì, conosco Turner”, disse la voce dall’altra parte del filo. Stavo parlando con l’investigatore Willie Mills del dipartimento di polizia di Portsmouth in Virginia, Unità di Prevenzione del Crimine, un virtuoso delle arti marziali ed un ex studente del maestro di jujitsu C.O.Neal. Prima di aver parlato al telefono con l’investigatore Mills non ci avrei puntato un euro.</p>
<p>Ora ero emozionato. Mills, più di venticinque anni prima, era stato testimone del leggendario spettacolo pubblico nel quale uno sbarbato poeta di nome Vernon Kitabu Turner accettò, nella regione metropolitana di Hampton Roads, la sfida dei migliori esponenti d’arti marziali e li sconfisse in pochi secondi. E la cosa ugualmente stupefacente e sbalorditiva della rapidità con la quale Turner si sbarazzò dei suoi pericolosi rivali, fu la tecnica usata per sconfiggerli: usò solo un dito!</p>
<p>Mi scusai con l’investigatore Mills per il mio scetticismo. La settimana precedente avevo già trascorso, alla periferia di Norfolk, una bella giornata in visita di Turner, un uomo straordinariamente gentile, e nel tentativo di verificare le sue sbalorditive asserzioni mi sentivo vagamente colpevole.</p>
<p>“Non devi scusarti”. Disse Mills. “Sono un poliziotto. Controllo tutto: fossi in te lo verificherei”.</p>
<p>Ammisi che avevo difficoltà a visualizzare la tecnica a un dito di Turner.</p>
<p>“Hai mai visto uno che viene accoltellato? É difficile vedere quello che accade – simile a due persone che danzano”. Spiegò Mills “Il coltello fa tutto il lavoro. Non appare gran che, ma è molto dannoso”.</p>
<p>“Oh” Dissi, trovando ancora difficile immaginare Turner dar libero corso a tale invisibile strage dei suoi oppositori, in particolare, dal momento in cui lui stesso mi aveva detto, che le sue vittime non sentono dolore, non hanno ferite e non infondono altro che amore nel suo cuore.</p>
<p>“Beh”. Disse l’investigatore. “Ha un’abilità non comune. Poco comune – ma non sconosciuta. Si chiama “una mente come l’acqua”, e se ne senti parlare per la prima volta, allora ti stai imbarcando in un viaggio affascinante”.</p>
<p>Mentre riflettevo sulla giornata trascorsa con Kitabu Turner, capii che era stato solo l’inizio, e che per qualche misteriosa ragione, Turner – non solo le sue incredibili abilità ma l’uomo stesso – rimaneva in qualche modo un enigma dopo il nostro incontro tanto come lo era stato prima di volare in Virginia, quando mi aspettavo di essere accolto all’aeroporto da un ibrido impersonificato fra Kwai Chang Caine del Kung Fu e Superman. Se ogni cosa che avevo letta su di lui era vera avevo riflettuto che Kitabu Turner era probabilmente la cosa più simile ad un vero supereroe che avessi mai incontrata…</p>
<p>Vernon Kitabu Turner è nato a Portsmouth nel 1948, e mentre mi portava al mio hotel dall’aeroporto di Nortfolk, le sue descrizioni dei dintorni che scorrevano all’esterno del finestrino richiamavano alla memoria le tribolazioni e le indegnità della sua gioventù nel segregato sud –“durante un periodo”, mi ricordò lui più tardi, “in cui i neri non avevano diritti e le nostre vite valevano poco”.</p>
<p>Fu in quelle circostanze che, all’età di nove anni, fece voto “di diventare il protettore dei deboli”, dedicandosi all’arte dell’autodifesa “con non meno devozione di un samurai del Giappone”. Questa fu un’importante decisione per un bambino debole amante dei libri, che a causa dei suoi lunghi inspiegabili silenzi e un peculiare senso di distacco dal suo corpo, era sempre stato considerato “strano” dalla sua famiglia e dagli amici.</p>
<p>Quando aveva dodici anni ed era qualcosa di simile ad un prodigio, Turner fu presentato al compianto Maestro Neal, che dirigeva un dojo (scuola d’arti marziali) nel suo quartiere. Neal riconobbe il potenziale del ragazzo, ma Turner non scelse di studiare con lui, mantenendo invece un’intima ma informale relazione con il famoso insegnante mentre praticava da solo e ideava degli allenamenti dai manuali antichi d’arti marziali giapponesi che aveva scoperto in biblioteca. (Fu da uno di questi testi che imparò per la prima volta il Bushido, la via del guerriero). Poi all’età di diciassette anni, dopo aver trascorso quasi due anni all’ospedale con la tubercolosi, Turner lasciò la Virginia per New York dove, con il solo numero di telefono di un amico della madre, iniziò una nuova vita a Betford-Stuyvesant, sezione di Brooklyn, zona infestata dalle gang.</p>
<p>Dopo qualche settimana dal suo arrivo, mi disse di aver già iniziato a mantenere la promessa della sua gioventù, guadagnandosi una reputazione nelle strade di una città non familiare, per la sua ardita volontà di affrontare “la violenza e altre forme di stupidità”. Durante la sua permanenza a New York, Turner completò le scuole superiori e l’università, e lavorò come scrittore e redattore, contribuendo con le sue doti letterarie e teatrali al movimento nascente delle Black Arts. Ebbe diversi incontri insoliti e all’apparenza casuali con maestri spirituali itineranti dal vicino e lontano oriente, il più potente dei quali fu l’incontro voluto dal destino con il Maestro Zen Nomura Roshi nel 1967.</p>
<p>Nel suo libro <em>Soul Sword</em>, Turner scrive: “I problemi familiari avevano scatenato un conflitto emozionale che non mi dava pace. In seguito, un giorno, dopo aver pregato per ricevere guida e sollievo dal dolore, fui condotto dallo spirito dentro di me per venticinque chilometri, fino al Greenwich Village. Incontrai un uomo in kimono, seduto con le mani incrociate su una panchina del parco di Washinghton Square. L’atmosfera attorno a lui era pregna di pace, ero in estasi in sua presenza”.</p>
<p>Turner meditava, secondo la sua stima, da quando aveva tre anni e si era sempre sentito isolato dagli altri e insicuro del posto che aveva nel mondo a causa della sua natura profondamente spirituale e orientata all’introspezione. Alla presenza di Nomura Roshi, che era appena giunto dal Giappone il giorno prima, Turner ricevette una conferma istantanea della sua esperienza e prontamente lo accettò come suo insegnante. “Dopo essere stato iniziato alla via dello<em> zazen</em> (meditazione) dal Maestro”.</p>
<p>Egli scrive “Continuai a praticare le arti marziali e a fare <em>shikan-taza</em> (meditazione senza forma), come se non ci fosse nessuna relazione tra le due. Immagina come fui stupito un giorno, mentre ero seduto in meditazione ci fu un fondersi di barriere, un lampo di luce, e immediatamente compresi dall’interno il segreto della difesa personale. Non c’era mistero, quando mi alzai dalla sedia, sentii come se tutto fosse chiaro”. Praticamente, senza nessun training formale nelle arti marziali, il giovane Turner sembrerebbe – in un lampo di luce &#8211; diventato un Maestro.</p>
<p>Conoscevo già la fine della storia. Turner passò i mesi successivi cercando Maestri d’arti marziali desideroso di mettere a prova la sua realizzazione – e superò ogni sfida. Poi, quando ritornò in Virginia, il suo vecchio amico, il Maestro Neal, organizzò un saggio di combattimento per mezzo dei Direttori delle Organizzazioni Unite di Dojo (BUDO), “un concilio riconosciuto dai <em>sensei</em> (insegnanti) di più alto grado e dai maestri di Hampton Roads”. Turner fu contrapposto a “cinture nere di vecchia data, ad un certo punto contro sei cinture nere allo stesso tempo”.</p>
<p>Alla fine della sua prova il concilio si riunì. “Grazie alla benevolenza dei maestri e alla direzione del mio Maestro Interiore, feci un salto da zero a cintura nera e quarto grado in wa-jitsu (la via dell’accordo) e in Aikijutsu, e dal concilio fui insignito del premio Ronin (guerriero senza maestro)”. Poco dopo, Turner ebbe l’incontro più decisivo della sua vita. Incontrò il suo amato Guru indiano, Sant Keshavadas, che lo riconobbe come un insegnante spirituale e benedisse la sua missione per “guarire l’anima Afro-Americana”.</p>
<p>Mentre ci dirigevamo verso il centro riportavo alla memoria le immagini del supereroe che la prosa di Turner mi aveva suscitato e non potei fare a meno di chiedermi quanto il guerriero divinamente ispirato che aveva impresso la mia mente, fosse simile all’essere umano in carne ed ossa col quale ero in procinto di trascorrere il pomeriggio. Mi scoprii sempre più desideroso d’iniziare la nostra intervista. La mia “mente del viaggiatore” si era calmata fermandosi sulle domande impegnative che mi avevo portato fin lì. Qual era il “segreto” che l’uomo dalla parlata gentile seduto al mio fianco, aveva compreso? Era l’<em>Illuminazione</em>? E se così, in che modo ciò era in relazione con una padronanza di se così completa che a giorni dalla sua rivelazione egli aveva voluto sottoporre a una tale estenuante serie di verifiche incontrovertibili? Durante le ore successive, mentre il nostro dialogo procedeva, avrei incontrato molte dimensioni della padronanza e dell’Illuminazione in un uomo straordinario che cammina con non chalance attraverso i mondi delle arti marziali e dello zen <em>roshi</em>.</p>
<p>Simeon Alev: Qual è, secondo te la relazione tra l’illuminazione e la padronanza di sé?</p>
<p>Kitabu Turner: L’Illuminazione prima di tutto è arrivare a capire che non esiste un Sé nel senso convenzionale della parola. La gente tende a pensare al sé come: “io sono il tipo che è andato ad una certa scuola superiore ed ha avuto certi genitori, e sono il tipo che ha preso una laurea in economia, e vivendo queste esperienze ho raggiunto queste cose.” Ora, questo Sé di cui stiamo parlando è puramente illusorio. L’Illuminazione è arrivare a capire, o a fare l’esperienza che non c’è un Sé oggettivo – c’è l’<em>Essere</em>, ma non c’è un Sé oggettivo – ed è nel lasciar cadere quella nozione che uno sperimenta quello che <em>veramente</em> è nel senso universale. In quel momento accade l’illuminazione – quando realizzi di non essere in controllo. E per questo, sei <em>molto </em>in controllo.</p>
<p>Simeon Alev: E come lo distingueresti dalla padronanza di sé?</p>
<p>Kitabu Turner: L’Illuminazione è l’apertura dell’occhio della percezione alla realtà assoluta dell’Esistenza stessa. In una scala finita, però, l’<em>applicazione</em> sarebbe la padronanza di sé. Dal punto di vista dell’Illuminazione, non c’è<em> nessuno lì</em> – non c’è un <em>tu</em> che funziona in opposizione a questa o a quella persona; la tua esperienza è completa, totale, contiene il cosmo, ma quando l’Illuminazione si esprime nella forma, come camminare per strada, parlare e atteggiarsi, allora la sua luce brilla attraverso gli occhi di una singola entità, e in questo caso è conosciuta come “padronanza di sé”.</p>
<p>Simeon Alev: Pensi che forse la distinzione possa andare più in profondità di così? La ragione per cui lo chiedo è perché, convenzionalmente, la padronanza di sé è associata con il raggiungimento di un potente e traboccante senso di sé positivo, e certamente una chiara nozione di sé stessi – un’identità. L’illuminazione d’altra parte, perfino quando si manifesta nel mondo del tempo e dello spazio, è tradizionalmente concepita, come tu hai detto, come la dissoluzione, o la trascendenza, di tutti i sensi di sé separati, siano essi positivi o negativi.</p>
<p>Kitabu Turner: Quando una persona Illuminata è inattiva, quella è l’Illuminazione, ma nel momento che si muove, essa diventa, come ho detto, padronanza di sé, perché nel momento in cui ti muovi, devi agire nel mondo dei particolari – devi camminare, parlare, lavorare, fare tutte queste cose. La gente che osserva la tua abilità di funzionare in questo mondo, ti vedrà in questo stato elevato di realtà; vedranno il modo in cui ti atteggi e ti attribuiranno cose straordinarie. Il punto è, che nell’Illuminazione tu non attribuisci, necessariamente, queste cose a <em>te stesso</em>, e questa è la differenza principale. Inoltre l’esperienza dell’Illuminazione non si può collegare a niente in particolare, mentre la padronanza di sé può essere divisa in vari campi. Per cui potresti avere padronanza in molti e diversi campi e comunque, nonostante questa padronanza, non essere veramente illuminato.</p>
<p>Simeon Alev: Le arti marziali sembrano rappresentare un particolare campo di padronanza, e tu le hai descritte come una via verso l’illuminazione. Che cos’è che fa delle arti marziali una via verso la trascendenza, o l’esperienza del “non sé”, piuttosto che semplicemente un altro potente mezzo per sviluppare la propria forza, la propria abilità, la propria padronanza, o un mezzo per raggiungere degli obbiettivi?</p>
<p>Kitabu Turner: ci si può avvicinare da entrambe le direzioni. La persona media che studia oggi le arti marziali – e anche quelli che le studiavano nell’antichità – lo fa perché vuole avere forza fisica per sottomettere un nemico o per proteggersi, o per ottenere un senso di potere personale. Ci fu anche l’aspetto aggressivo o guerrafondaio come modo di guadagnarsi la vita, e in quel caso si trattava di carriera. Ma, dall’altro lato, c’erano le persone <em>spirituali</em>. La gente dimentica che Bodhidharma, il ventottesimo patriarca del Buddha, fu colui che fondò quello che è oggi conosciuto come Kung Fu Shaolin. Andando in Cina, divenne consapevole dei pericoli della strada a causa dei ladri che cercavano di attaccarlo per sottrargli gli oggetti importanti che portava con sé. Per cui meditò e gli fu rivelato di studiare gli animali, e con il tempo sviluppò quello che fu chiamato “I Diciotto Movimenti di Lo Han”. Questi diciotto movimenti si svilupparono all’interno del Kung Fu Shaolin ed ispirarono molte altre arti marziali. L’idea era che una persona dedita al bene dell’umanità non sviluppa una natura aggressiva ma un centro pacifico, e il suo scopo è di difendersi, non di attaccare – per difendere il suo stesso corpo, per difendere coloro che ama, per difendere quelli che sono più deboli di lui e non desiderare <em>mai</em> di fare del male perfino a chi lo attacca, non permettendo<em> mai </em>a se stesso di diventare come i cattivi che lo vogliono distruggere. É quando hai sviluppato questo proposito che il percorso spirituale ti si rivela e inizia a portarti nella giusta direzione. Affermi: “No, io non farò del male agli altri. Non sarò una persona aggressiva e violenta. Neppure mi siederò a guardare chi viene distrutto sapendo che dovrei alzarmi e dargli una mano”.</p>
<p>Questo è esattamente quello che mi è successo. Quando gli attaccabrighe mi vedevano seduto sotto un albero o a leggere un libro, per qualche ragione non potevano sopportarlo, e venivano da me e mi calciavano via il libro dalle mani. Di solito le prendevo tutte le volte. Così un giorno cominciai a pregare: “Insegnami a difendermi”. Avevo letto nella Bibbia che David era un abile guerriero e c’era una scrittura, il salmo 144, che diceva: “Sia Benedetto il Signore, mia forza, che insegna alle mie dita a combattere e alle mie mani a fare la guerra”. Perciò dissi: “<em>Sono</em> tuo figlio; insegnalo anche a me e non ne abuserò mai”. Poi andai nel cortile e iniziai ad allenarmi e a praticare, sicuro che sarei stato guidato nei giusti movimenti e che avrei capito. Il risultato fu che, effettivamente, i prepotenti non poterono più sconfiggermi.</p>
<p>Quando imbocchi il sentiero spirituale, l’azione non viene da te. Ricordo la prima volta che divenni consapevole che il mio corpo poteva muoversi senza che fossi io a muoverlo, perché quando una persona mi tirò un pugno lo bloccai e respinsi la persona, e neanche lo <em>conoscevo</em> quel movimento. Appena cominciai a lasciarmi andare, sempre di più, scoprii che l’abilità era già lì; dovevo solo farmi da parte per lasciarla emergere, affinché si mostrasse. Molto presto fui in grado di usarla come piattaforma per insegnare agli altri la spiritualità quale realtà pratica. I giapponesi la chiamano <em>mushin</em> – l’arte della non mente. È quando non c’è uno sforzo conscio nell’agire e nonostante ciò agisci; quando l’azione viene da una tale profondità che non c’è nessuno ad attribuirsela. L’esperienza di questa compresenza – di questa protezione che è lì dentro di te – è molto potente, a conferma di tante antiche opere e scritture che affermano: “Colui che è dentro di te è più grande di colui che è nel mondo”.</p>
<p>Simeon Alev: Tradizionalmente, dal punto di vista dell’illuminazione, il momento in cui pensi di essere colui che agisce – il momento in cui ti identifichi con colui che intraprende un’azione – diventi l’espressione dell’ignoranza stessa. Ancora, nonostante la tua spiegazione, mi è difficile supporre che l’abilità di una disciplina piena di sfide come un’arte marziale non richieda un forte senso di sé quale quello di un individuo potente, una chiara e focalizzata comprensione di quello che uno sta facendo, e la volontà e fiducia in sé per prevalere. Vista in questo modo, naturalmente, sembra esserci un’inerente contraddizione tra illuminazione e la padronanza di un’arte marziale. La tua esperienza, però, sembra suggerire che semplicemente non è vero.</p>
<p>Kitabu Turner: Non lo è. Dipende da come la persona lo affronta. I più lo affrontano ad un livello finito – come un’abilità fisica o mentale. Attraverso l’esercizio fisico, allenandosi, incrementano la velocità, l’agilità e la prestanza. Sono coloro che affermano: “Sono il più tosto qui. Posso sfidare tutti”. La persona, però, che lo affronta dal lato <em>spirituale</em> è umile, e se si avvicinassero a lei parlando in quel modo, direbbe: “Probabilmente potresti; me ne rendo conto. Guarda che muscoli. E tutto il resto poi. Sei troppo in gamba per me”. Se avessero provato ad attaccarla, però, non avrebbero trovato nessuno da attaccare – nonostante, fisicamente, la vedano! Sono stato messo alla prova da cinture nere di settimo livello ed altri maestri, tra i migliori, e ho chiesto loro di spiegare quello che provano quando mi attaccano. Rispondono: “É come se non ci fossi”. Aggiungono: “Pensavo di averti colpito, ma sei <em>scomparso</em>!”. Questo perché il movimento proviene da uno spazio più alto e sa quello che ha intenzione di fare l’altro. <em>Io </em>non so quello che ha intenzione di fare l’altro – ma quando ci provano, scoprono di essere contrattaccati. In molti mi chiedono: “Voglio imparare la tua tecnica; è una tecnica meravigliosa”. Rispondo: “Non ho tecniche. Sì, avete visto qualcosa che sembra una tecnica. Non si tratta, però, di una tecnica perché non la <em>applico</em>. Quello che hai bisogno di imparare è come agire da quel luogo dove tutte le tecniche già esistono, e dove quella adatta sarà presente quando ne hai bisogno”. E cerco anche d’insegnare alla gente che c’è una differenza tra essere un virtuoso d’arti marziali ed essere un <em>guerriero</em>. Un virtuoso d’arti marziali è esattamente quello che significa – una persona che studia le arti della guerra. Ma un guerriero è la <em>persona stessa</em>. Non deve avere una cintura nera per essere un grande guerriero; ha l’attitudine del guerriero, lo spirito del guerriero. E non deve essere neppure un grande atleta perché ha il cuore e l’anima del guerriero, così che quando viene il momento, quando affronta il pericolo, diventa d’acciaio e fa quello che deve fare senza paura. Se sei un virtuoso d’arti marziali ventiquattro ore al giorno, sette giorni la settimana, quello è tutto il tuo programma, ed è ciò che sei. Se sei un guerriero, però, sei un padre quando tuo figlio è di fronte a te, un marito quando tua moglie è di fronte a te, un amico quando il tuo amico è di fronte a te – ti adatti a tutti questi ruoli diversi e non sei nessuno di questi ruoli. Questo è il tipo di mente che ti rende pronto quando inizia la battaglia. Visto che non ti attacchi a nulla, hai tutto a tua disposizione. Funziona così.</p>
<p>Simeon Alev: Nel tuo libro <em>Soul Sword</em>, descrivi te stesso come “un difensore leggendario dei deboli” che “non esitava ad andare in soccorso delle vittime delle gang o di altri prepotenti”.</p>
<p>Kitabu Turner: Sì, ho mantenuto la promessa fatta da bambino, quando pregai Dio. Nel momento in cui venni a New York, negli anni ’60, la città era completamente dominata dalle bande e dovunque si pestava qualcuno, non ho mai esitato ad entrare nella mischia e a trascinare la persona al sicuro. Vedi, quello che è caratteristico dello spirito è che lo spirito dice delle cose che tu non avresti mai detto perché <em>sai</em> di non poterne essere all’altezza – probabilmente non le avevi nemmeno mai<em> pensate</em>. Così, dopo solo due settimane di permanenza a New York, quando una gang del posto mi accerchiò nei sotterranei della chiesa Battista di Livingstone, proferì: “Come volete che gestisca questa situazione? Preferite che vi affronti uno ad uno oppure in gruppo?” Ora, tutti coloro che erano intorno pensavano: “Ragazzi, o è davvero molto bravo oppure è <em>pazzo</em>”. Poi fecero venire avanti un tipo chiamato Karate, il capo, di cui si diceva: “É un assassino; è stato in galera per omicidio”. Avevo sentito parlare di Karate – il suo nome era scritto in graffiti su tutti gli edifici – per cui questo era un momento da film. Tutti insistevano: “È lui, Karate! Uccidilo! Fanne un esempio!” Allora Karate mi guarda e afferma: “Sto per ucciderti”. E risposi: “Bene puoi farlo, ma prima ti farò in tanti piccoli pezzetti che la gente saprà per sempre che hai lottato con Vernon”. Lo guardai e mi guardò, e poi mi venne semplicemente incontro e mi cinse tra le braccia. Fece spazio sulla tavola e ordinò: “Portateci da bere!”. Fece pace con me. Si offrì di darmi una ragazza – risposi: “no, grazie”. Si offrì di darmi un appartamento – sai, le bande controllano queste cose. “No – dissi &#8211; ho il mio, ma ne sono molto onorato”.</p>
<p>Poi mi fecero guerriero onorario e non mi dettero mai più fastidio. Invece di spararmi, invece di rendermi un esempio, mi <em>onorarono</em> perché in nessuna delle lotte che intrapresi con loro mi sono mai compiaciuto o altro. Li ho sempre aiutati, scusati e ho detto loro che non avevo nessun desiderio di ferirli ma che mi avevano messo in una posizione senza scelta. Li ho sempre trattati come signori, così non <em>vollero </em>uccidermi. Vedi, è stata un’esperienza vincente. Perché mi rispettavano. E se qualcuno diceva: “Che ne dite di questo tipo che viene da fuori e vi picchia tutti?” Rispondevano: “È un nostro capo, è uno di noi”. Ma non ero un membro della gang, era un compromesso.</p>
<p>Simeon Alev: Qual era la fonte della tua fiducia? É sempre stata la stessa, o ad un certo punto è cambiata?</p>
<p>Kitabu Turner: C’è una differenza tra la fonte della mia fiducia, e la fiducia nella mia capacità di difendermi. Si manifestarono in periodi differenti. Sono nato in una famiglia cristiana e andavamo sempre in chiesa – voglio dire – appena la porta si apriva noi entravamo! E facevamo servizi di devozione nella nostra casa; prima di andare a letto dovevamo pregare, studiare la Bibbia e tutto il resto – venivo da quel tipo di famiglia. <em>Non</em> <em>provenivo</em> da una famiglia che si sedeva nel buio o sotto gli alberi a meditare, quindi nessuno riusciva ad immaginare perché lo feci. Ma in quella meditazione, in quella tranquillità, mi connettevo con la sorgente della vita dentro di me, e la mia relazione era <em>diretta</em>, perciò in quella pace e tranquillità mi sentivo sicuro e completo, e quando la gente veniva per attaccarmi, avevo due sensazioni: una era che sapevo esattamente cosa fare per fermare l’attacco, e il secondo sentimento era di non voler far del male a nessuno. In ogni modo, ogni volta che qualcuno aveva intenzione di colpirmi, sapevo cosa stava per succedere e sapevo anche: “posso fermarlo”.</p>
<p>Nonostante tutto, non avevo ancora la fiducia di agire. Fu solo quando iniziai a ricercare, e a realizzare che alla fine ero stanco di prendere le botte, o stanco di cercare di por fine ad una lotta ed essere picchiato, perché nel frattempo scoprii gli strumenti per chiedere a Dio: “Se mi insegni, proteggerò la gente”. Avevo sentito di Kitti Genovese accoltellata nel Queens e ciò mi colpì. Avevo solo nove anni allora, e fui colpito dal fatto che nessuno di quelli che assistettero cercarono di aiutarla. Fu ciò che mi sollecitò a ricercare la forza per andare in soccorso di chiunque fosse nei guai; non volevo passare vicino ad una persona nei guai senza aiutarla, avrei preferito morire nella lotta per cercare di salvarla che andarmene via e stare male tutta la mia vita sapendo di non averci provato. Così come iniziai a sondare e a praticare, le cose cominciarono a cambiare dentro di me, e questo era parte di un grande esperimento nel quale non ero colui che sperimentava, mettevo solo insieme quello che c’era. Vedi, queste cose sono state insegnate – erano nella Bibbia – e quando andavo in chiesa le ascoltavo tutto il tempo. Cominciai a capire che la gente non <em>applica a sé </em>gli insegnamenti. Credevano che Davide potesse stendere Golia, ma non credevano di poterlo fare <em>loro stessi</em>. La mia sensazione, però, era che lo stesso spirito che era in Davide era anche in me, e perciò dubitare che lo spirito non mi sostenesse era un insulto al Creatore. Nel mio pensiero era molto semplice: se il Creatore è anche in me, allora perché guardo Davide?</p>
<p>Simeon Alev: Hai scritto che avvenne una trasformazione nella tua pratica delle arti marziali qualche tempo dopo il tuo incontro con il Maestro Zen Nomura Roshi, una trasformazione catalizzata dalla tua iniziazione alla meditazione Zen conosciuta come shikan-taza e, in particolare, da un potente satori (risveglio) che avesti facendo questa meditazione. Lo scopo della pratica delle tue arti marziali è cambiato in un modo sostanziale dopo questa esperienza, o era più o meno quello di sempre?</p>
<p>Kitabu Turner: Lo scopo della mia pratica non cambiò perché, in primo luogo, non avevo mai voluto essere uno sbruffone, e avevo l’abilità di combattere prima di quell’esperienza avuta facendo shikan-taza. Ciò che accadde, è che si approfondì. La mia pratica di meditazione precedente mi aveva dato una dimora propria &#8211; ma avevo bisogno di qualcosa d’altro, e quando incontrai Nomura Roshi, improvvisamente divenni consapevole di qualcosa al di fuori di <em>me</em>, di qualcosa che andava <em>oltre</em> la mia esperienza, e vidi che avevo bisogno di fare un salto. Avevo costruito dei muri attorno a me che andavano abbattuti, perciò per due anni, praticai il lasciarsi andare, o il lasciar cadere – <em>lasciar cadere</em> il corpo e la mente. Ricordo che mentre ero seduto, diverse volte mi capitò d’impaurirmi perché mi sentivo morire. Ero <em>molto</em> impaurito. Dicevo: “Oh, mio Dio, sto morendo, mi sta succedendo qualcosa, morirò”. Ma mi fu consigliato di andare avanti e morire, così decisi di farlo. Mi dissi: “Bene, la prossima volta che succede, con la vita che vivo ora, mi lascerò andare. Non so che ci faccio qui; in ogni modo a cosa serve? Se muoio, va bene”. Così attraverso Nomura Roshi avvenne un’iniziazione che mi portò ad un nuovo livello. Prima tendevo ad essere più conscio delle cose che accadevano. Ora all’improvviso, tutto divenne<em> uno</em> con me, e non c’era “ arte ” da conoscersi quale esperienza separata. <em>Divenni</em> l’arte, in ogni luogo andassi e qualsiasi cosa facessi.</p>
<p>Simeon Alev: Dopo la tua realizzazione, hai continuato a praticare le forme?</p>
<p>Kitabu Turner: Sì, ma quando arriva l’Illuminazione, le forme scompaiono; tutto diventa senza forma. Per quanto quello che stai facendo è una forma, non ti ci aggrappi, e in questo sta la differenza. Ci sono variazioni costanti e senza fine sullo stesso tema mentre arrivi a padroneggiarne il principio – questa è la via dello spirito. Puoi avere un principio perché il corpo può solo muoversi in alcuni tra i moltissimi modi; ma una volta che hai compreso il principio, è solo acqua che scorre, e non la stai interpretando, la stai <em>seguendo</em>.</p>
<p>Simeon Alev: Prima di avere queste esperienze facendo <em>shikan-taza</em>, ti pensavi già come un individuo che ha “padronanza di se stesso?”</p>
<p>Kitabu Turner: Non avevo mai pensato a me stesso in questi termini. Di fatto fu solo quando incontrai Roshi, restando in sua presenza, che vidi me stesso. E lo intendo letteralmente. Per la prima volta, ho sperimentato <em>me stesso</em> perché il suo essere era come il mio essere e perciò era una comunicazione a due vie senza dire una parola. In un certo senso, in quel modo divenni <em>definito</em>. Quando ero un solitario, non c’era nessuno simile a me, e non avevo modo di conoscere chi fossi. Ma quando vidi Nomura Roshi seduto lì nel parco, fui in grado di <em>sentire</em> la nostra relazione, e tutte le mie domande trovarono delle risposte, senza essere poste. Allora compresi che mi stavo muovendo su un piano diverso da quello giornaliero sul quale erano i miei amici – e quella fu la mia salvezza perché ora il mio scopo diventava chiaro. Prima di allora, non c’era nessuno neppure a darmi un indizio di chi fossi o di cosa facessi. In tutti quegli anni in cui avevo meditato, sono stato seduto facendo <em>shikan-taza</em>, senza neanche sapere che tale parola esistesse.</p>
<p>Simeon Alev: Alla luce della scoperta che descrivi, vorrei cercare di distinguere in un modo molto specifico, le due realizzazioni di cui stiamo parlando. Sembrerebbe che un individuo che ha raggiunto un livello non comune di padronanza di sé – forse possiamo usare l’esempio della performance di picco insegnata da Anthony Robbins – tenda a dimostrare certe qualità: carisma, fiducia, positività, creatività, e una sorta di libertà dinamica. Non sembra essere limitato come i più lo sono. Tutte queste qualità, però, sembrano nascere dalla scoperta – per usare le parole di Robbins – del proprio “potere personale”: l’individuo ha sviluppato una convinzione molto profonda che potrebbe essere riassunta come “io posso”. Gli esseri illuminati spesso sembrano esprimere qualità simili, ma la loro sorgente, sembra che tu dica, giace in un luogo diverso – nella scoperta stessa dell’essere, dell’“io sono”.</p>
<p>Kitabu Turner: O il “Non io”.</p>
<p>Simeon Alev: Sì, è vero. Il “ Non io”.</p>
<p>Kitabu Turner: In questo caso intendi anche una differenza nello scopo. Quelli che agiscono nell’ambito di un insegnamento spirituale, provengono, naturalmente, dal “non io” perché stanno parlando dalla sorgente fondamentale. Ma Anthony Robbins sta parlando dal punto del <em>ricevere </em>– “Ho ottenuto questo. Lo uso.” E lo dimostra. Se ci fosse stata la musica ma nessuno che credeva di poterla suonare, non avremmo la musica, perché sebbene la musica può esistere teoricamente, non ci sarebbe nessuno con sufficiente fiducia da suonare uno strumento. Così quando una persona vuole fare qualcosa o raggiungere uno scopo e non ha fiducia, va da Anthony Robbins, che gli dice: “Puoi raggiungere qualsiasi scopo. Se ci credi lo puoi fare. Chi è il tuo esempio? A chi vorresti assomigliare?” Dimostra loro come focalizzarsi in modo da superare il dubbio ed esprimersi.</p>
<p>È diverso dall’aver a che fare con tutta l’umanità, dal cercare di guarire l’<em>anima</em> dell’umanità, perché se sei sinceramente preoccupato della natura fondamentale dell’umanità, allora non sei tu in quanto individuo che ha l’autorità di parlarne; devi diventare il recipiente che la <em>canalizza</em>. E questo è il motivo per cui c’è il concetto di “non io”, o “<em>Neti neti</em>” (“né questo, né quello”), o “sono solo uno strumento”. Poiché in realtà è così, non conosci ma la saggezza ti <em>attraversa</em>. Simile a quando Sant Keshavadas mi tenne tra le braccia, il mio legame non era con lui ma<em> attraverso</em> di lui. Era come Dio Padre che mi teneva tra le braccia, usando il corpo di Sant Keshavadas in modo da essere abbracciato dallo stesso spirito con cui ero connesso da quando ero bambino. E ora faccio la stessa cosa. Quando apro le braccia a qualcuno, non apro le braccia affinché loro possono essere tenuti da Kitabu; apro le braccia in modo che Dio li possa tenere attraverso il mio corpo – in modo che possano sentire Lui, non me. In questo modo, Sant Keshavadas divenne il collegamento di cui avevo bisogno per il resto del viaggio, il legame che ti connette al Supremo – così non importa quello che succede qui, non importa quanto dura diventa la battaglia a livello corporale, non importa. Sei connesso, hai un lavoro da fare e comprendi che qualunque cosa debba essere fatta può essere fatta per mezzo di un essere umano che è desideroso di essere lo strumento di Dio in questo mondo. Sei quello che il Buddha chiamò “terra di mezzo”, il punto preciso tra la terra e il cielo dove tu sei entrambi e nessuno dei due. E questo è il modo con il quale puoi aiutare la gente: ti puoi identificare con il loro dolore e la loro sofferenza perché<em> tu</em> sei nel dolore e nella sofferenza eppure, in realtà, non ci sei affatto. C’è un senso di essere<em> sempre stati</em>, di fare esperienza del cosiddetto “ora” da un punto nell’eternità, e sperimentare il fatto che se noi esseri umani siamo simili al Creatore – e lo siamo – allora siamo davvero dei riflessi di quell’eternità. Possiamo permetterci di riempire noi stessi con ciò che è impermanente, ma quando puliamo lo specchio e lo voltiamo verso l’Eterno, allora realizziamo che sebbene camminiamo in questi involucri fisici, non siamo vincolati ad essi.</p>
<p>Simeon Alev: Secondo te, possono queste due percezioni della vita, “io posso” e “io sono”, fondamentalmente diverse, coesistere in un singolo individuo?</p>
<p>Kitabu Turner: Coesistono sempre, per esempio, alcuni dei più grandi Maestri spirituali scrivono dei libri e quando si siedono a scriverli, si fidano della loro capacità di tradurre la loro esperienza in un’opera che può essere pubblicata, che la gente può leggere, capire e gustare. Così si esprime <em>attraverso</em> di loro – come attraverso una conduttura – ma allo stesso tempo, se non diventa personale, non ha una realtà di base; sono solo parole. Quindi quando dicono: “Ho avuto questa esperienza, lo so” allora vediamo come veramente possibile che qualcosa di universale sia sperimentato da un individuo. Mentre ascoltiamo questa gente parlare della loro trasformazione, questa inizia ad aver luogo in noi. Diventa reale. Non è più qualcosa dell’altro mondo, che accade in modo totalmente scollegato da qualcuno in particolare.</p>
<p>Simeon Alev: Capisco. Ma lo intendevo più in termini di direzione fondamentale dell’individuo o identità, la loro “natura”, per così dire è basata su “la mia abilità di fare qualcosa”, in altre parole “io posso”, o è basata sul riconoscimento che, “prima di qualsiasi cosa che faccio o dico, Io esisto – Io sono”? È chiaro da quello che hai appena detto, che questi due orientamenti, in pratica coesistono, ma molto di quello che hai detto sembra anche suggerire che ad un livello fondamentale, uno può trovarsi ad un certo punto a dover scegliere tra i due. Non è per dire che l’azione verrebbe esclusa dal repertorio, ma dove uno è – dove uno pone l’essenza del proprio essere – è qualcosa che necessita di una decisione perché quello che, fondamentalmente, la vita esprimerà dipende da quello. Questo tipo di decisione è in accordo con la tua esperienza?</p>
<p>Kitabu Turner: Sì, nel senso che se hai solo un bagliore di quello che è l’illuminazione, dai tutto per essa. Poiché ogni cosa che non è l’illuminazione si disperde in continuazione. In questo stesso momento c’è la terra solida sotto i nostri piedi, e questa terra, mentre parliamo, sta scomparendo. La gente, quando cammina per strada, pensa di essere sveglia, ma anche in questo caso, dorme. Il risveglio è vedere attraverso il <em>tutto</em> – il sogno da addormentato e il sogno da “sveglio”. Allora capisci che il punto di vista su noi stessi è basato su un errore – dato che percepiamo la nostra esperienza personale come la realtà definitiva quando, di fatto, non lo è, non affrontiamo la vita come dovremmo. Ecco perché abbiamo bisogno dell’illuminazione per fare chiarezza.</p>
<p>Naturalmente non dico che tu ed io non esistiamo o che la tua esperienza non abbia realtà. Non sono le molecole o gli atomi che devono andarsene, ma l’illusione della tua mente. Le molecole e gli atomi rimarranno, dure o soffici, chiare o scure come sono sempre state, ma le <em>vedrai </em>in un modo diverso.</p>
<p>Simeon Alev: Parliamo un attimo dell’arrendersi, che, tradizionalmente, significa perdere il controllo, mentre la padronanza è generalmente associata con lo sviluppo del controllo perfetto – anzi di più, parlando in generale nelle arti marziali, dove vincere ha chiaramente a che fare con l’affermazione della propria volontà contro quella dell’avversario. Qual è il ruolo dell’arrendersi in una pratica che sembra essere orientata, quasi inevitabilmente, verso la dimostrazione visibile della padronanza e del controllo?</p>
<p>Kitabu Turner: Nello stato di resa, non attacchi ma neppure ti difendi, perché l’azione non prende forma dalla tua coscienza. Dal nostro punto di vista, possiamo giudicare chi si sostituisce al Signore come un assassino, ma ad un livello più alto dove tutto viene recitato fino in fondo, talvolta siamo strumenti, e se sei lo strumento del Signore, non sei tu a colpire, il che non significa che semplicemente dici che non sei tu a colpire – proprio non lo sei. Non ti stai muovendo, ma il tuo corpo si muove, e le cose accadono. Per cui quando la gente dice: “Quello è stato grande; questa è stata una fantastica mossa”. Rispondi: “Non posso attribuirmelo. Non ero io”.</p>
<p>Simeon Alev: Si può essere strumenti del male ed essere arresi?</p>
<p>Kitabu Turner: Sì, nel senso che se una persona è uno strumento del male, allora si è arresa al male. E se stiamo parlando della padronanza di una particolare arte, o di un’abilità che si manifesta totalmente sotto il controllo dell’ego, immagino sia possibile. Se stiamo invece parlando di padronanza spirituale, che è un termine improprio, perché la padronanza spirituale ti rende uno strumento del Divino, allora non la puoi usare per fare quello che Dio non vuole. La tua padronanza prende le sembianze di un servitù –contatti le persone, le ami e cerchi di aiutarle nella trasformazione; lavori con loro, non contro di loro, e non faresti mai del male a nessuno perché non puoi fare una distinzione tra te e loro, neanche se sono cattivi.<em> Tutto</em> è te, perché tutto è <em>uno</em>. Se cercassi di fare del male a qualcuno, sarebbe doloroso per te quanto lo è per loro, perché sentiresti il loro dolore, e non vorresti vederli soffrire. Ti lasceresti annichilire piuttosto che fare del male ad un altro.</p>
<p>Simeon Alev: É ciò che è conosciuto come “l’etica del guerriero”?</p>
<p>Kitabu Turner: Sì. Nel Bushido, la parola “Bu” significa cessare la lotta – significa che non c’è nessuno con cui combattere. Ora non tutti i guerrieri abbracciano quest’ideale al più alto livello, ma al più alto livello si dice che il vero Maestro della spada non usa la spada. Non ne ha bisogno perché egli è l’arma. La sua arma è l’equilibrio, la sua imperturbabilità. La sua illuminazione di fatto non avviene su un piano comune, e per questa ragione, la gente non può facilmente riconoscerla. La gente può riconoscere la padronanza perché si manifesta su un piano fisico, ma generalmente non arriva alla soglia di un illuminato a meno che sia un ricercatore spirituale. Attualmente ci sono persone illuminate, ma la maggior parte di loro non hanno un’autostrada che conduce alla loro casa, perché i più cercano cose di questo mondo, e quando vedono qualcuno che ha l’aria di sapere come ottenerle, sono molto interessati. Ma una persona illuminata non è così interessata a questo mondo, e in un certo senso, l’illuminato allontana la gente dal mondo, più che avvicinarla. Vedi, finché vuoi essere <em>nel </em>mondo e <em>del</em> mondo, non puoi essere illuminato veramente perché le richieste sono diverse. Nella padronanza, devi focalizzare corpo e mente, e nell’illuminazione, devi lasciarli andare entrambi.</p>
<p>Ora il “lasciar andare” di cui stiamo parlando qui, è un lasciar andare di tutti quei concetti, preconcetti e limitazioni che inquadrano la nostra mente in un canale che si ripete continuamente e c’impedisce di sperimentare noi stessi olisticamente. Quando la gente sente la parola “arrendersi”, alcune volte dice: “Oh, se lo faccio, non avrò più la mente!”. Beh, se non hai la mente, hai la <em>giusta mente</em>. E non è tanto che non ci sia la mente, quanto che non c’è un’idea preconcetta, nessuna mente che definisce, niente che <em>sappia</em> cos’è la mente. E nonostante ciò, <em>funziona</em>. É solo che la mente non è più ostruita da se stessa. Allora se fai qualcosa di straordinario, qualcuno potrebbe chiedere: “Come lo hai fatto”? E rispondi: “Come ho fatto cosa? Cosa ho fatto?” Vogliono che glielo spieghi, ma sai che creeresti un tipo di mostro diverso; useresti la mente per creare “te stesso” mentre di fatto <em>sei</em> te stesso senza dover far nulla. É come lo specchio che riflette lo specchio: vedi un numero infinito di immagini, ma realmente ce n’è solo una – e non è in nessuno specchio! Questo è ciò che facciamo con la nostra mente. In realtà non conosciamo il vero stato del nostro essere perché stiamo riflettendo su riflessioni che sono riflessioni di altre riflessioni.</p>
<p>Quando possiamo rimuoverle tutte, non ci resterà nulla <em>eccetto</em> il reale.</p>
<p>Simeon Alev: Quando hai iniziato ad accettare le sfide?</p>
<p>Kitabu Turner: Quando uscì il mio primo libro di poesie <em>Kung Fu</em>:<em> il Maestro,</em> nel 1975, le arti marziali stavano diventando molto popolari ma erano sempre enfatizzate come sport violento e ogni volta che partecipavo ai dibattiti televisivi, a causa del titolo la gente mi chiedeva: “Fai arti marziali”? Rispondevo: “Sì”. Allora il conduttore aggiungeva: “Possiamo avere una dimostrazione?”. “Una dimostrazione? Un poeta che dimostra le arti marziali?”. Questa era la <em>loro</em> idea! Così iniziai a fare queste dimostrazioni, ma solo con uno scopo: mettere in risalto la libertà illimitata e la potenza del <em>sentiero spirituale</em>, il sentiero Zen. Poi qualcuno iniziò a parlarne nel mondo delle arti marziali: “É uno scherzo? È un ciarlatano? È reale?”. Così dissi: “Non stanno attaccando <em>me</em>,<em> è la verità</em>, così vi dico: “Accetto qualsiasi sfida, giorno e notte, ventiquattrore al giorno”. E allora iniziai a ricevere delle sfide!</p>
<p>Accettai quelle sfide. Permisi a persone che avevano il titolo di maestro di sfidarmi, di portarmi nelle loro scuole per mettermi alla prova; accettai le sfide televisive, andai perfino nelle prigioni. Un quotidiano locale, il <em>Virginia Pilot</em>, sponsorizzò un evento nell’arena pubblica – un notte di poesia e “difesa del titolo” durante il quale accettai ogni sfida di tutte le scuole di arti marziali che avevano deciso di partecipare, e tutte furono sconfitte. Addirittura permisi di farmi bendare! Ma solo per dimostrare una cosa – quello che avevo detto loro da sempre – Non<em> sono io</em>! Non sono così bravo! Ma quando lo Zen incide lo spirito da dentro, poi tutto diventa possibile. Così quello che cercavo di rendere loro visibile era il potenziale che giace in noi, non raccontare che io <em>sono</em> proprio in gamba.</p>
<p>Nonostante questo, cammino per la strada e la gente dice: “Lo vedi? È il tipo più pericoloso di Hampton Roads”. E rispondo: “No, non ditelo. Per favore non dite che sono pericoloso. Non sono pericoloso”. Ci sono tanti esponenti delle arti marziali molto più terrificanti –con delle tecniche acrobatiche e tutto quel genere di cose. Non è quello che rappresento. Vado in una scuola; vedo qualcuno con tutte quelle tecniche spettacolari – bello. Li lodo. E dico: “Colpiscimi, battimi, tirami un calcio”. Poi li butto a terra con un dito. Dicono: “Com’è stato possibile?” Rispondo: “Adesso mi fate la domanda giusta! Dimmi, che cosa hai sentito quando ti ho colpito?” E mi rispondono: “Niente”. Dico: “Beh, se non hai sentito niente, perché sei caduto?” “Non lo so”. “Perché non hai resistito?” “<em>Non ho potuto resistere</em>”. Dico: “Allora, questa potrebbe essere la risposta alla tua domanda. Non proveniva dal mio corpo fisico, altrimenti avresti sentito un colpo”. Questo è ciò che tento di puntualizzare: “No, non proviene <em>dal </em>mio corpo fisico. Stavate solo simulando? Stavate solamente cercando di farmi apparire bravo? Siete semplicemente caduti di proposito?”. “No!” In giro, nelle dimostrazioni ho gettato a terra dei poliziotti, poliziotti di centotrenta chili, con un dito. Questo è<em> reale.</em></p>
<p>Mi sono spesso chiesto come una persona debole che pesava quaranta chili potesse diventare così associata con un’identità marziale. Avevo cercato di spingerla da parte senza mai poterlo fare perché non c’era nessuno che me lo permetteva. E penso che questo si connetta con il karma della mia gente. Sant Keshavadas mi ha detto: “La tua missione è in America, e specialmente per i neri americani che potranno beneficiare dell’insegnamento del dharma”. Vedi, secoli di schiavitù sono anche secoli di distorsione mentale, e, date le circostanze straordinarie, una percezione sbagliata di sé ancora più profonda di quella che avviene in altre persone. La cosa più terribile che è successa al maschio Afro-Americano è la perdita del senso di virilità. Ogni uomo vuole sentirsi forte a sufficienza da prendersi cura della famiglia, da difendere il suo onore, da proteggere coloro che ama. Qualora è chiamato alla guerra, ogni uomo vuole essere un guerriero. Nessuno vuole essere un rammollito. Ma quando sei educato attraverso mezzi psicologici e legali a non alzare la mano, al fatto che non puoi difenderti, che non hai diritto a nessun potere, allora, sebbene quel naturale senso di virilità sia ancora presente, viene represso, e può diventare odio di sé; ti odi per il fatto che non agisci, e sei spaventato perché ti senti circondato da un potere che credi presente solo negli altri. Uno dei miei antenati fu Nat Turner, e Nat Turner fu un mistico tanto quanto fu un guerriero. Le sue preghiere e meditazioni lo preparavano alla battaglia. Ho avuto una sua visitazione. L’ho visto in piedi di fronte a me, incatenato tra le fiamme e ho chiesto: “Cosa c’è che non va?”. Ha risposto: “La mia gente mi ha dimenticato”. Ho replicato: “Io non ti dimenticherò”.</p>
<p>Così prima di poter essere un guru, devo essere un uomo. Lasciatemi esprimere questa virilità di fronte agli altri uomini, così che possano vedere questa luce interiore e rispettarmi –<em> poi </em>possono prendere il resto. Ma avere un prete che è (lui stesso) un rammollito, non è reale; non arriva abbastanza in profondità. “Porgi l’altra guancia” non significa niente se l’altro tipo può schiaffeggiarti quanto vuole. Ha senso solo quando sei così forte che devi porgergliela affinché loro la possono prendere – semplicemente glielo <em>permetti,</em> capisci cosa intendo?</p>
<p>Così sono arrivato a capire che quest’aspetto del guerriero non è ciò che voglio personalmente; è necessario per la guarigione dell’anima degli Afro-Americani; è parte di una virilità autentica. E, vedi, non puoi separare la virilità dal lato spirituale, perché abbiamo sempre avuto degli avversari. Nelle scritture ci sono degli angeli che scelgono di fare la guerra perché se stanno semplicemente dove sono, gli altri tipi occuperebbero il loro posto. Devono dire: “No, non verrai più avanti di così, perché ti fermeremo”. Così c’è l’angelo cattivo e l’angelo custode, e l’angelo custode deve essere più forte dell’altro tipo; altrimenti non può proteggerti. A cosa serve un angelo custode se, quando arrivano i cattivi, lo fanno fuori e ti prendono? Vuoi la possibilità di nasconderti dietro l’angelo custode! Questo è quello di cui stiamo parlando, essere un angelo – e la forza per difendere i bambini del Divino è implicita in questa natura angelica.</p>
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<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/1571741518/innernet-20">Vernon Kitabu Turner. Soul Sword: The Way and Mind of a Zen Warrior. Hampton Roads. 2000. ISBN: 1571741518</a></p>
<p>Copyright originale “What is Enlightenment” magazine <a href="http://www.wie.org/">www.wie.org</a><br />
Traduzione di Nityama Masetti. Revisione di Toshan Ivo Quartiroli.<br />
Copyright per la traduzione italiana: Innernet.</p>
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		<title>Ricerca interiore: ormai è una cosa &#8220;comune&#8221;&#8230;</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Feb 2008 01:10:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Fusi</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2008/02/pugni1.jpg" title="Lavoro gruppo pugni"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2008/02/pugni1.jpg" style="width: 130px; height: 87px; margin-left: 6px; margin-right: 6px" alt="Lavoro gruppo pugni" align="left" height="87" hspace="6" width="130" /></a>Si comincia a fare ricerca interiore anche in ambiti che finora sembravano impermeabili, nella vita e nel lavoro di tutti i giorni: negli enti locali, soprattutto nei comuni. Alcune tecniche di meditazione, visualizzazione, gestione dello stress erano già entrate in aziende e ospedali, nella vendita e nello sport. Ma il personale degli enti locali, quelli che devono &#8220;fare comunità&#8221;, ovvero lavorare al servizio di tutti, finora dovevano occuparsi del proprio benessere interiore solo privatamente. Ora qualcosa comincia a cambiare.<span id="more-844"></span></p>
<p>Questi luoghi di lavoro sono noti, spesso a torto, come gironi pieni di condannati allo stress e all&#8217;assenteismo. Ma sto sperimentando una cosa interessante. Io sono un giornalista e scrittore, conduco anche gruppi ed esperienze di crescita personale. Sono anche ambientalista, giornalista e istruttore di <u><a href="http://www.naturalspirit.it/articoli_dett.php?id=80">psicodinamica</a></u>, una tecnica per il benessere e la creatività, e conduco esperienze di <u><a href="http://www.naturalspirit.it/Proposte.php">ecologia profonda.</a></u></p>
<p><u><a href="http://www.naturalspirit.it/Proposte.php"></a></u>In questo periodo, tutte queste tre cose le ho messe insieme per fare un&#8217;esperienza particolare: conduco cicli di incontri di formazione rivolti al personale direttivo e ai responsabili di servizio di alcuni comuni, che devono aggiornarsi, trovare il modo di essere più creativi e propositivi, studiare nuove strategie per migliorare i rapporti con i cittadini e la qualità della loro vita. Lo faccio con una società di consulenza per la qualità nella Pubblica Amministrazione.</p>
<p><em> È un grande cambiamento di prospettiva, per molti di loro</em><strong>.</strong> Ma è una necessità, ed è anche un&#8217;opportunità. È un percorso richiesto dalla Comunità europea e dal governo italiano, con il <a href="http://www.innovazione.gov.it/dit/">Dipartimento della Funzione Pubblica</a> che ha dato direttive per instaurare il &#8220;<u><a href="http://www.innovazione.gov.it/dit/">benessere organizzativo</a></u>&#8220;. I comuni devono lavorare meglio, adeguarsi alle novità se non vogliono diventare &#8220;vecchi&#8221;; devono essere sempre più &#8220;in rete&#8221;, aperti, vicini ai cittadini, capaci di guardare lontano. Non possono più essere solo centri di potere e di amministrazione, i cittadini sono maggiorenni, autonomi; i &#8220;servizi&#8221; devono diventare davvero tali, non ostacoli burocratici.</p>
<p>Chi ci lavora deve usare al meglio le proprie potenzialità. Gli enti locali devono avere una nuova visione strategica di se stessi, diventare &#8220;volano della qualità territoriale&#8221;. Che comprende la tutela dell&#8217;ambiente, dei prodotti sani e tipici, delle culture e dei saperi locali, della qualità della vita: anche questa è una necessità insieme sociale ed economica.</p>
<p><em>Ma per far questo devono cambiare visione, </em>allora i più accorti e lungimiranti ricorrono alla formazione. Quella a cui contribuisco io è basata <u><a href="http://www.naturalspirit.it/articoli_dett.php?id=25">sull&#8217;ecologia della mente</a></u>: agisco come un facilitatore più che come conduttore e seguo i principi della comunicazione &#8220;ecologica&#8221;, ovvero quella che valorizza le diversità e se ne serve per creare un nuovo equilibrio nel gruppo. E i risultati sono molto interessanti.</p>
<p><em>È un tipo di formazione nuovo per gli enti locali.</em> Prima ci sono giornate informative classiche sugli aspetti tecnico-legislativi dell&#8217;innovazione. Poi ho il compito di far affrontare ai dirigenti dei comuni e ai responsabili dei vari servizi (ufficio relazioni con il pubblico, servizi sociali, responsabili informatici e così via) anche esperienze più pratiche e coinvolgenti, che finora avevo proposto solo in percorsi di crescita personale, a insegnanti o ad aziende private. Il lavoro è prima di tutto su se stessi e sulla propria immagine interiore; quindi sulle proprie relazioni e sul modo in cui si lavora in gruppo.</p>
<p>Gli strumenti sono vari: psicodinamica e visualizzazione creativa, qi gong, esercizi ripresi dalla PNL, ascolto musicale e danza espressiva, immaginazione guidata, animazione, comunicazione non verbale. Così si sciolgono le resistenze, si risveglia la creatività, migliora la collaborazione nel gruppo.</p>
<p>Dapprima si crea lo spirito di gruppo attraverso giochi ed esperienze di relazione, poi si lavora su obiettivi concreti con metodi quali brain storming, mappe mentali, lavoro per obiettivi. Ciò che succede è che le persone riescono a vedersi in modo nuovo, scoprendo di essere qualcosa di più che i ruoli o le funzioni dietro i quali di solito restano nascosti. E che anche i colleghi hanno talenti, sentimenti, aspirazioni, obiettivi, sensibilità. Chi già sta facendo per conto proprio ricerca interiore si sente ora in grado di condividerla, &#8220;autorizzato&#8221; da questo nuovo genere di formazione non direttiva né tecnica ma che punta a cambiare la visione collettiva. Questo fa scatenare energie prima latenti o compresse.</p>
<p>Ci si rende conto della radice&#8230; comune delle parole &#8220;Comune, comunità, comunicazione&#8221;: mettere in comune, appunto. Si riescono a impostare progetti nuovi per il comune a costo zero, ovvero senza oneri per i comuni stessi, utilizzando solo al meglio le opportunità che già esistono: la loro professionalità che altrimenti resterebbe frustrata e sprecata, i locali in disuso, mezzi semplici di comunicazione che sono più efficaci e accessibili ai cittadini rispetto a complicati media, uso migliore degli uffici per le relazioni con il pubblico. Ma soprattutto si risveglia l&#8217;attenzione e la passione per quello che si sta facendo: al di là di quello che si pensa, non ci sono solo &#8220;fannulloni&#8221; negli enti locali, anzi ci sono persone capaci, di grande cultura e responsabilità, e anche piene di entusiasmo.</p>
<p>Quello che ancora manca in genere è la capacità di vedere se stessi al di là dei ruoli e delle funzioni, come persone complete piene di risorse e responsabili al di là del ruolo gerarchico: è questo il lavoro di introspezione che si comincia a fare. Per cambiare, secondo me bisogna far leva su questo piuttosto che lamentarsi di ciò che non funziona. La formazione per me non è solo trasmissione di dati ma un modo per <u><a href="http://www.naturalspirit.it/articoli_dett.php?id=82">far emergere il meglio delle persone:</a></u> è accompagnare la crescita e il cambiamento, è trovare un terreno comune, uscire dai ruoli e incontrarsi come persone per compiere un pezzo di strada insieme. Guardarsi dentro per sentire ciò che abbiamo in comune, appunto.</p>
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