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	<title>Innernet &#187; Coscienza del mondo</title>
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	<description>Percorsi di consapevolezza e anima del mondo</description>
	<lastBuildDate>Fri, 03 Feb 2012 10:17:51 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Il censimento per l’alleanza globale</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 10:15:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nitamo Montecucco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Coscienza del mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Eventi]]></category>

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		<description><![CDATA[Come riunire tutte le associazioni e le persone che operano per un mondo migliore e creare insieme una Massa Critica e una Rete Globale: Grande Incontro del 3-4 Marzo 2012. E’ tempo che la parte più saggia e consapevole dell’umanità si riunisca e collabori per invertire l’attuale tendenza distruttiva e realizzare un futuro comune di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2012/02/censimento-globale.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1482" style="margin: 6px;" title="censimento globale" src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2012/02/censimento-globale.jpg" alt="" width="368" height="104" /></a>Come riunire tutte le associazioni e le persone che operano per un mondo migliore e creare insieme una Massa Critica e una Rete Globale: Grande Incontro del 3-4 Marzo 2012.</p>
<p>E’ tempo che la parte più saggia e consapevole dell’umanità si riunisca e collabori per invertire l’attuale tendenza distruttiva e realizzare un futuro comune di pace, comprensione umana e rispetto della Terra. Ogni individuo, ogni associazione è determinante in questo<br />
processo di evoluzione della coscienza globale.</p>
<p>A cura di Nitamo Montecucco e del comitato del Club di Budapest Italia</p>
<p><strong>Il Progetto Globale 2012–2018</strong></p>
<p>Il Progetto Globale 2012-2018 è un importante programma culturale di collaborazione internazionale su cui stiamo lavorando da molti anni; è una strategia evolutiva di vasta portata che ha lo scopo, entro il 2012, di realizzare una prima Massa Critica tra le associazioni dei “Creativi Culturali”, la parte più sensibile e responsabile della società, e di catalizzare così entro il 2018 il salto di consapevolezza necessario per realizzare le basi di una società globale etica e sostenibile.</p>
<p><strong>I “Creativi Culturali” e la nuova Cultura Globale</strong></p>
<p>Il sociologo Paul Ray ha definito i “Creativi Culturali” come le persone sensibili al degrado della Terra e al dolore umano, che si interessano all’ecologia, alla pace, al volontariato, ai diritti umani, alla salute naturale, alla spiritualità, al commercio etico, al bene comune. I Creativi Culturali siamo tutti NOI che in ogni parte della Terra desideriamo un mondo migliore e cerchiamo di realizzarlo con amore nella vita quotidiana e nella società. Noi e le nostre associazioni stiamo creando una nuova Cultura Globale.</p>
<p>Secondo le ricerche sociologiche internazionali la “nuova cultura emergente” negli anni &#8217;70 era circa il 2%, negli anni &#8217;90 era al 25%, nel 2005-2007 (Italia, USA, Giappone, Francia, Ungheria) era salita al 33-35% e ora si stima intorno al 37-40% della popolazione totale. Siamo quindi già ora oltre 2 miliardi di persone nel mondo che vogliono pace, diritti umani e rispetto della Terra, ma che non sono consapevoli del proprio numero! Siamo un numero enorme di persone responsabili e creative che potrebbero cambiare la società e le scelte globali ma NON abbiamo potere perché siamo frammentati in miriadi di movimenti e associazioni.</p>
<p>In una decina di anni (2023-2024) dovremmo raggiungere il fatidico 51% ma la crisi economica potrebbe rallentare questa data al 2030 o addirittura al 2040, con il rischio che il sistema crolli prima che noi riusciamo a creare una rete che cambi le cose. Il progressivo peggioramento dei parametri ecologici, economici e sociali a livello globale ci pone quindi di fronte alla necessità di riunire le forze e creare un salto di coerenza tra di noi e tra le nostre associazioni. Il futuro del pianeta dipende dalla nostra capacità di sviluppare una nuova coscienza umana e planetaria, più unita e collaborativa. Dobbiamo necessariamente iniziare da noi stessi e dalle nostre associazioni. La crisi globale si può risolvere solo con un salto di consapevolezza globale!<span id="more-1476"></span></p>
<p><strong>La Massa Critica e la Rete Planetaria delle Associazioni (NGO)</strong></p>
<p>Noi siamo una “minoranza” dimenticata dalla politica e dall’informazione “ufficiale” solo perché NON siamo consapevoli del nostro numero e del nostro potere. Per cambiare la situazione dobbiamo prendere coscienza di essere parte del più grande Movimento Culturale Planetario mai esistito, con oltre 2 miliardi di persone nel mondo che condividono gli stessi valori.</p>
<p>Per riprendere il nostro giusto potere nella società, nei media, nella gestione dell’informazione, occorre iniziare creare una “Massa Critica” di persone e associazioni che si riuniscano consapevolmente! Ricerche internazionali hanno evidenziato che quando l’1% di una società si riunisce in modo consapevole intorno ad un progetto o ad un’idea, costituisce una Massa Critica: un &#8220;gruppo di coerenza&#8221; in grado di influenzare significativamente l’intera società. Per questo abbiamo realizzato il Censimento Globale.</p>
<p>Il nuovo sito <a href="http://www.censimentoglobale.it" target="_blank">www.censimentoglobale.it</a> è aperto dal 11-11-2012 e in 2 mesi siamo passati da 6.000 a oltre 110.000 iscritti! Iscriviti anche tu, come persona, professionista o Associazione. Attraverso il Censimento Globale cercheremo di raggiungere una Massa Critica di 60 milioni di persone nel mondo, 450 mila in Italia. Questo realizzerà il primo nucleo di Rete Globale delle Associazioni che operano per un mondo pacifico e sostenibile.</p>
<p><strong>Grande Incontro Nazionale di tutte le associazioni e dei creativi culturali del 3-4 Marzo 2012</strong></p>
<p>Per facilitare l’Alleanza e la riunione delle persone e soprattutto delle associazioni e dei centri Italiani, abbiamo organizzato un Grande Incontro al quale sono invitate a partecipare creativamente tutte le associazioni. Solo Uniti possiamo fare la differenza! Scopi dell’Incontro sono:</p>
<p>1) Facilitare un’Alleanza Globale tra le persone e le associazioni che in Italia e nel mondo operano per un mondo pacifico, umano e sostenibile.</p>
<p>2) Iniziare la cooperazione e la collaborazione su: progetti comuni, l’organizzazione della rete, creare la redazione del giornale online, costituire i gruppi di lavoro nelle varie aree.</p>
<p>3) Collaborare con gli altri Network globali: Wiserearth, Earth Charter, Club di Budapest, Pace, Eco, e molte altre&#8230;</p>
<p>4) Organizzare una grande manifestazione o molte grandi manifestazioni per il 12-12-2012, “Giorno della Coscienza Globale”.</p>
<p>Saranno proiettati Filmati con messaggi di maestri spirituali e di famosi ecologisti sulla necessità di un risveglio della coscienza globale e di un’alleanza in rete.</p>
<p>Il 12-12-2012 “Giorno della Coscienza Planetaria” per diverse ragioni sarà una data significativa, per iniziare un risveglio globale della consapevolezza. La Rete Globale potrebbe “catalizzare” entro il 2018-2020 la presa di coscienza e la riunione di oltre 2 miliardi di Creativi Culturali oggi sparsi in ogni angolo della Terra.</p>
<p>Insieme a noi, in tutto il mondo, molte altre associazioni si stanno muovendo per realizzare questa stessa Massa Critica e riunire in una grande alleanza le persone, le associazioni e i movimenti, orientati all’etica, alla pace, alla sostenibilità, alla crescita umana, alla salute e alla consapevolezza globale, ponendo in evidenza lo spirito che ci accomuna: il senso di responsabilità per il benessere dell’uomo e del pianeta. Uniti possiamo realizzare la nostra visione di una società globale, pacifica e cooperante.</p>
<p>Per maggiori informazioni: <a href="http://www.reteolistica.it" target="_blank">www.reteolistica.it</a>, <a href="http://www.clubdibudapest.it" target="_blank">www.clubdibudapest.it</a>, <a href="http://www.censimentoglobale.it" target="_blank">www.censimentoglobale.it</a>.</p>
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		<title>Dall&#8217;Homo Sapiens all&#8217;Homo noeticus</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Jan 2012 06:08:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>John White</dc:creator>
				<category><![CDATA[Co/Scienza]]></category>
		<category><![CDATA[Coscienza del mondo]]></category>

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		<description><![CDATA[Quando immaginiamo il futuro della Terra, ci troviamo di fronte a un paradosso: da un lato è difficile pensare che l’«Homo sapiens» non continuerà a essere l’unico padrone del pianeta Terra, ma dall’altro è ugualmente difficile immaginare, data la vastità delle distruzioni in atto, quale sarà il futuro della Terra se continuerà il dominio dell’Homo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="Leonardo. Proportions of Man.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/11/leonardo-proportions-of-man.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/11/leonardo-proportions-of-man.jpg" alt="Leonardo. Proportions of Man.jpg" align="left" hspace="6" /></a>Quando immaginiamo il futuro della Terra, ci troviamo di fronte a un paradosso: da un lato è difficile pensare che l’«Homo sapiens» non continuerà a essere l’unico padrone del pianeta Terra, ma dall’altro è ugualmente difficile immaginare, data la vastità delle distruzioni in atto, quale sarà il futuro della Terra se continuerà il dominio dell’Homo sapiens.</p>
<p>Nel corso della nostra indagine per scoprire se e come l’illuminazione può risolvere la crisi attuale, ci siamo imbattuti in un affascinante pensatore che ha osato spingere la sua immaginazione al di là di questo paradosso, arrivando a una soluzione nientedimeno che evolutiva.</p>
<p>Secondo il ricercatore della consapevolezza John White, benché tutte le tendenze siano contrarie, la Terra e l’umanità possono davvero avere un promettente futuro insieme. Ma l’essere umano che parteciperà a questo futuro sarà un primate molto diverso da quello che conosciamo oggi. White lo chiama “homo noeticus”: il gradino successivo dell’evoluzione.</p>
<p>Chiamato alla vita spirituale nel 1963 da un’esperienza spontanea di ciò che egli chiama “la realizzazione di Dio”, John White non ha mai avuto difficoltà a dire di essere illuminato, salvo precisare, subito dopo, “ma solo un po’”. E negli ultimi ventisette anni, quel “solo un po’” è stato ciò che ha alimentato il suo insaziabile interesse verso l’esplorazione del potenziale umano più elevato. Chiedetegli dei suoi risultati in questo campo, e l’ultima cosa che vi sentirete raccontare è l’esperienza di illuminazione che ha dato il via al suo cammino. Prima sentirete parlare della sua amicizia con l’astronauta dell’Apollo 14 Edgar Mitchell, la cui esperienza spirituale nella capsula spaziale lo ha portato a fondare, insieme a White, l’Istituto di Scienze Noetiche, oggi noto in tutto il mondo.</p>
<p>Poi sentirete parlare del manoscritto ricevuto nel 1974 da un giovane scrittore che faticava ad affermarsi, Ken Wilber, intitolato <em>The Spectrum of Consciousness</em>. Il libro fece una tale impressione su White che egli fece di tutto per pubblicarlo, cosa che gli riuscì trentatré editori e quattro anni dopo, dando l’avvio all’ascesa di Wilber, che oggi è uno dei più autorevoli pensatori spirituali dell’era moderna.<span id="more-687"></span></p>
<p>Scrittore freelance ed editore di gran parte dei suoi libri, White potrebbe raccontare anche di aver pubblicato decine di articoli e oltre quindici libri, tra cui <em>L&#8217;incontro tra scienza e spirito, A Practical Guide to Death and Dying </em>e le antologie <em>Kundalini, Evolution and Enlightenment e What is Enlightenment? </em>Nel suo prossimo libro<em>, Enlightenment 101</em>, White descrive come, secondo le sue ricerche ed esperienze, la razza umana sta già attraversando un mutamento evolutivo.</p>
<p>Vivere tra le avanguardie dell’esplorazione della consapevolezza, in compagnia dei più importanti pensatori spirituali, ha donato a White un punto di vista unico sul nostro potenziale umano più elevato, nonché uno sguardo penetrante su quello che potrebbe essere il futuro della nostra specie. Tuttavia, alla fine White ammette che la sua fiducia nel nostro potenziale evolutivo non è dovuta alle sue ricerche e ai suoi studi, bensì a quella prima esperienza spirituale avvenuta nel 1963. Come egli racconta, “Ci fu una rivoluzione nella mia consapevolezza che mi portò a scorgere l’illusorietà dell’io separato e la realtà del Sé autentico. Fu un momento di consapevolezza cosmica.</p>
<p>La percezione di un io corporeo venne completamente spazzata via, e restò solo l’«io» dell’universo, del cosmo. Tutto ciò non mi donò una sorta di onniscienza, ma un insieme di certezze. Sapevo al di là di ogni dubbio cosa ero, perché stavo qui, dove stavo andando e qual era la strada verso casa, verso Dio. E ho visto anche che esisteva qualcosa di simile a una natura umana, per cui ciò che era possibile per me lo era per tutti. Ho visto nel mio passato e nel mio futuro il passato e il futuro di tutta l’umanità”.</p>
<p>Lo scorso autunno, nel nostro centro nel Massachussetts occidentale, abbiamo avuto il piacere di una cortese visita di John White, proveniente dalla sua casa nel Connecticut. Quel pomeriggio egli ha condiviso con noi la sua visione di un’umanità illuminata.</p>
<p>Craig Hamilton: Molti futurologi, scienziati e pensatori sociali ritengono che l’umanità stia affrontando una crisi evolutiva. Prevedono trasformazioni potenzialmente devastanti nei prossimi decenni, quando la sovrappopolazione, la rapida globalizzazione e la sperimentazione tecnologica renderanno ancora più precario l’equilibrio su cui si basa la vita della nostra specie e del pianeta in generale. Molti autorevoli pensatori hanno affermato che, data l’enormità delle sfide che ci attendono, l’unica soluzione che può forse andare alla radice del problema è di tipo spirituale, ovvero è una trasformazione della consapevolezza. Cosa pensi di questa idea? L’illuminazione può salvare il mondo?</p>
<p>John White: L’illuminazione è la <em>sola</em> cosa che può salvare il mondo. La <em>sola </em>cosa.</p>
<p>Quando lavoravo con l’astronauta dell’Apollo 14 Edgar Mitchell, l’idea era che l’Istituto per le Scienze Noetiche, da lui fondato nel 1972 e del quale ero il Direttore dell’Educazione, avrebbe studiato la mente umana per applicare le scoperte in questo campo ai problemi dell’umanità. Ed, dopo aver avuto un’epifania o esperienza religiosa mentre la capsula spaziale scendeva sulla Terra, aveva capito chiaramente che i problemi che assillavano l’umanità non facevano parte del mondo naturale.</p>
<p>Le divisioni sociali, le lotte, i conflitti e tutti i problemi politici… egli aveva capito che quei problemi sorgevano nel contesto della mente, o della consapevolezza umana, e voleva studiare <em>quest’ultima</em> per risolvere quei problemi alle radici. Come ha detto Einstein, non puoi risolvere un problema al livello che l’ha originato: devi andare un livello sopra. Quindi, questa era la speranza dell’Istituto di Scienze Noetiche: comprendere meglio la natura della consapevolezza e capire fino a che punto potevamo trascendere la condizione alla base di tutti i problemi che l’umanità si trova di fronte. Senza questa comprensione, è facile che ci ritroviamo a essere nulla più che un granello di polvere nel cielo notturno, o un pianeta moribondo dove le specie sono morte.</p>
<p>Quindi, sì, abbiamo di fronte molte crisi, ma le mie indagini recenti e la mia esperienza personale mi dicono che riusciremo a superarle. Questo fa parte del grande disegno della creazione, del fine intelligente dell’universo. Dio non ci ha condotto attraverso cinque milioni di anni di evoluzione umana per spegnerci così. Abbiamo i mezzi, il potenziale per affrontare questa crisi in modo intelligente, in linea con la nostra spinta teleologica verso la trascendenza dell’io.</p>
<p>Ma per quello che posso vedere, tutto ciò non è assolutamente certo. Il nostro pianeta potrebbe subire un’overdose, per così dire. Ma non credo che arriveremo a quel punto: abbiamo superato moltissime crisi nella nostra lunga storia, e vedo diversi segnali promettenti secondo cui riusciremo a superare anche queste. In realtà, come ha detto un mio amico, “La parola inglese «<em>Hope</em>», speranza, è un acronimo per «<em>Help Our Planet Evolve</em>», <em>sostieni l’evoluzione del nostro pianeta</em>”. E io ho grandi speranze.</p>
<p>Craig Hamilton: Nel tuo prossimo libro, affermi che in realtà l’umanità si sta evolvendo verso una nuova e più elevata forma di vita, che riuscirà a trascendere molte delle difficoltà di oggi. Hai definito questa nuova ed evoluta forma di umanità “Homo noeticus”. Cos’è l’homo noeticus?</p>
<p>John White: L’homo noeticus è il termine che uso per indicare quella che considero una forma di umanità più elevata che sta emergendo oggi sul pianeta, caratterizzata non da mutamenti genetici, bensì <em>noetici</em>. In altre parole, la<em> consapevolezza </em>è il principio fondamentale per definire l’homo noeticus. Esiste una radicale trasformazione della consapevolezza che contraddistingue l’homo noeticus, un passaggio dalla centratura sull’io a quella su Dio. L’homo noeticus potrà assomigliare molto al Tizio e al Caio che oggi camminano per le strade di New York, ma sarà caratterizzato da una profonda trasformazione della consapevolezza. E tale trasformazione della consapevolezza fa parte del processo dell’illuminazione.</p>
<p>Non ho una lista antropologica di caratteristiche che definiscono l’homo noeticus. Se fossimo stati vivi quando stava apparendo l’uomo di Cro-Magnon, come avremmo potuto distinguere quest’ultimo dall’uomo di Neanderthal? Fisicamente, avevano praticamente lo stesso aspetto. Ma col senno di poi possiamo dire che il Cro-Magnon era un tipo di essere umano nuovo e superiore, caratterizzato dal fatto di essere il primo artista, che dipingeva caverne e scolpiva sculture femminili. Il Cro-Magnon ha inventato l’arco e la freccia, le prime armi del mondo dopo le semplici pietre. E ci sono altre caratteristiche che contraddistinguono il Cro-Magnon dal Neanderthal.</p>
<p>Lo stesso avviene con l’homo noeticus. I segni distintivi che secondo me indicano la piena appartenenza all’homo noeticus sono di base conseguenze del passaggio dalla centratura sull’io a quella su Dio. Quest’ultima riconosce la presenza del divino in ognuno e opera nel mondo su questa base. In essa non esiste competizione, bensì cooperazione, e il processo di pensiero non è del tipo semplice, lineare, sequenziale, o/o, ma è a più livelli, integrato e inclusivo. E dal punto di vista delle emozioni, non troverai né odio né vizi né alcuno dei sentimenti non virtuosi che creano tanta sofferenza, dolore, morte e distruzione nel mondo di oggi. Si può dire che è possibile sapere che l’homo noeticus è la forma-vita dominante sul pianeta grazie all’assenza di guerre, di oppressione, di competizione, di avidità, di cupidigia e di altri vizi che hanno molto contribuito a creare la condizione umana odierna.</p>
<p>Craig Hamilton: Quali sono i segni che scorgi nel mondo di oggi e che ti hanno portato alla conclusione che stia nascendo l’homo noeticus, che stiamo davvero evolvendoci?</p>
<p>John White: Nel mio libro<em> L&#8217;incontro di scienza e spirito </em>elenco una lunga lista di fattori che, presi insieme, mi dicono che nel mondo è in atto una profonda trasformazione della consapevolezza. Non che tutti questi fattori siano globalmente presenti, ma possiamo considerare ogni aspetto delle attività umane di oggi e vedere cose, movimenti, gruppi, prospettive che non sono semplicemente contrari allo status quo, ma che indicano una via nuova e più elevata al di là di quest’ultimo. L’economia, l’istruzione, la politica, gli affari militari: tutte le attività umane stanno mostrando segni, qui e là, dell’apparizione di qualcosa che non solo le trascende, ma proietta un’influenza che trasforma ulteriormente quei domini.</p>
<p>Nella gente è diffusa la volontà di crescita, che si sta manifestando in molti modi: fisico, mentale e spirituale. Guardiamo come la specie umana sta superando ogni limite nei campi dell’atletica e dell’esplorazione planetaria. Per la prima volta padroneggiamo l’esplorazione sottomarina al punto che è possibile scendere con l’autorespiratore per centinaia di metri, o anche più in basso grazie a mezzi tecnologici come i sottomarini o i batiscafi. Quindi, stiamo superando i limiti dell’esplorazione oceanica e atmosferica tramite i viaggi spaziali, gli aerei ultraleggeri e i vari tipi di sport aerei. E gli stessi sport fisici sono diventati realtà che cento anni fa non sognavamo neppure. I record vengono battuti in continuazione, man mano che miglioriamo i programmi di allenamento e il tipo di alimentazione.</p>
<p>Inoltre, gran parte del mio bagaglio culturale è fatto di parapsicologia, di ricerca psichica. Vedo quest’ultima come una conseguenza di un risveglio della consapevolezza dell’umanità, grazie al quale la gente vuole conoscere meglio se stessa, a un livello più profondo o elevato. Per la prima volta in tutta la storia umana, esiste un vasto riconoscimento pubblico del potenziale psichico delle persone. E questo trova un’applicazione molto pratica nel movimento per la salute olistico, o alternativo. Dappertutto, la specie umana sta superando i limiti della nostra condizione fisica, mentale e spirituale.</p>
<p>Quindi, questi sono alcuni fattori.</p>
<p>Craig Hamilton: È giusto definire l’homo noeticus <em>illuminato</em>, così come l’illuminazione viene tradizionalmente intesa?</p>
<p>John White: L’homo noeticus sarebbe quello che definisco il primo stadio dell’illuminazione, in cui esiste una trasformazione psicologica, un mutamento radicale della consapevolezza, dalla centratura sull’io a quella su Dio. Ma questo deve avvenire anche a livello fisiologico. Molti anni fa, ho enunciato quella che ritengo la prima legge della noetica: “Il corpo segue la consapevolezza”. Ebbene, quando c’è un mutamento radicale della consapevolezza, “moksha”, si creano le basi per il perfezionamento di <em>tutti</em> gli aspetti delle nostre attività. E ne segue necessariamente, nel gran disegno dell’evoluzione umana (così come lo vedo io), la trasformazione del corpo stesso, del corpo e della mente, che sono<em> inferiori</em> allo spirito.</p>
<p>Craig Hamilton: Secondo te, quanto siamo lontani da quella trasformazione della consapevolezza che può davvero prepararci ai radicali cambiamenti futuri? Quale percentuale di persone si deve evolvere nell’homo noeticus prima di poter sperare di cambiare le cose e acquisire una prospettiva più vasta su questi problemi?</p>
<p>John White: Per come la vedo io, la piena emersione dell’homo noeticus (cioè la sua affermazione come forma-vita dominante sul pianeta) richiede ancora molte centinaia di anni, come minimo. Questo, per noi che stiamo seduti in questa stanza con un orologio al polso, sembra un lungo periodo di tempo. Ma dal punto di vista antropologico o evolutivo, equivale a un batter d’occhio.</p>
<p>In teoria, la prima forma di vita sulla Terra è emersa dal brodo primordiale quattro miliardi di anni di fa, e ha dominato per uno o due miliardi di anni. La seguente e più elevata forma di vita ha dominato per un periodo più breve, e ogni nuova forma di vita ha prevalso per un periodo sempre più limitato. In altre parole, l’emersione di forme più elevate sta <em>aumentando</em>. Dunque, quando si arriva al livello dell’uomo, stiamo parlando di io e te seduti in questa stanza grazie al fatto che appena cinque milioni di anni fa i nostri progenitori hanno assunto la posizione eretta in mezzo alle pianure africane. E il Neanderthal è apparso trecentomila anni fa; il Cro-Magnon, da trentacinque a quarantamila anni fa; l’Homo sapiens sapiens, l’uomo moderno, diecimila anni fa.</p>
<p>Se la <em>noe</em>tica, piuttosto che la <em>gene</em>tica, governerà il cambiamento evolutivo (come secondo me avverrà d’ora in poi), grazie al potenziale delle comunicazioni di massa e delle tecnologie delle<em> in</em>formazioni assumeremo davvero il controllo della nostra evoluzione. Avremo la possibilità di disseminare informazioni per creare <em>tras</em>formazioni. E quindi penso non solo che questo mutamento sta avvenendo, ma che la sua velocità è in costante accelerazione. Tuttavia, ci vogliono ancora molte centinaia di anni prima che l’homo noeticus sia davvero la forma-vita dominante. Ma non dobbiamo pensare che passeranno trecento anni prima che affronteremo tutte le crisi globali che abbiamo di fronte. Un essere trasformato nel mondo può trasformare centinaia e migliaia di persone.</p>
<p>Craig Hamilton: Come hai detto, esiste ovviamente una quantità enorme di segni positivi, e un numero crescente di persone sta cercando di avere una maggiore consapevolezza sulle sfide che abbiamo di fronte. Ma hai anche fatto notare come la maggioranza dell’umanità sembra tuttora bloccata in una visione del mondo estremamente materialista, egocentrica e governata dall’interesse a breve termine. Hai scritto: “<em>Dire </em>semplicemente che l’umanità può accelerare la sua evoluzione non è la stessa cosa che<em> convincerla</em> a farlo, o fargli capire che <em>deve</em> farlo”. Qual è secondo te il fattore principale che convincerà gli esseri umani a rispondere alla chiamata evolutiva, trasformando se stessi?</p>
<p>John White: Evidenzierei due fattori. Uno è la presenza di maestri illuminati nel mondo, il cui stesso essere irradia il messaggio. Nel loro esempio, abbiamo la dimostrazione del potenziale umano. Secondo, abbiamo l’aumento delle sofferenze, e la sofferenza è la prima grazia. È il modo in cui la natura ci dà un calcio, sul piano astrale, quando non vogliamo imparare attraverso mezzi più gentili. Se non ci lasciamo guidare dall’attrazione, verremmo guidati dalla repulsione. E, probabilmente, le cose sono sempre andate così.</p>
<p>Il livello di sofferenza è molto alto in certe aeree del mondo, mentre in altre è assai elevato il livello di consapevolezza del nostro potenziale di trasformazione: per questo è in atto un processo sinergetico nel quale coloro che sono illuminati, risvegliati e compassionevolmente preoccupati per le sofferenze del mondo, stanno rivolgendo la loro attenzione alla cura immediata e concreta di tali sofferenze. Ecco perché affermo di essere molto, molto fiducioso: perché <em>vedo</em> questa trasformazione avvenire davanti ai miei occhi.</p>
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<p><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1924&amp;isbn=8873807119">John White. L&#8217; incontro di scienza e spirito. Pratiche. 2001. ISBN: 8873807119</a></p>
<p><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1924&amp;isbn=8871830261">Ken Wilber. Lo spettro della coscienza. Crisalide. 1993. ISBN: 8871830261</a></p>
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<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/1557783039/innernet-20">John White. Kundalini, Evolution, and Enlightenment. Paragon House. 1990. ISBN: 1557783039</a></p>
<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/1557787263/innernet-20">John White. What Is Enlightenment? Exploring the Goal of the Spiritual Path. Paragon House. 1995. ISBN: 1557787263</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Copyright originale “What is Enlightenment” magazine <a href="http://www.wie.org/">www.wie.org</a><br />
Traduzione di Gagan Daniele Pietrini.<br />
Copyright per l&#8217;edizione italiana: Innernet.</p>
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		<title>Clowning: un modo per rendere l’amore più vicino</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Jun 2010 09:57:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ginevra Sanguigno e John Glick</dc:creator>
				<category><![CDATA[Coscienza del mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Esperienze]]></category>

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		<description><![CDATA[Nell’Afghanistan della guerra continua, o ad Haiti dopo il terremoto, a Sri Lanka dopo lo tsunami, la &#8220;formula&#8221; è sempre la stesso: essere pubblicamente giocoso. Un contatto visivo. Un sorriso. Essere amichevole. E, naturalmente, indossare il costume da clown e un naso rosso. Il naso rosso, il costume da clown è un passaporto. Esso apre [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2010/06/Ginevra-Sanguigno-e-John-Glick-al-check-point-per-Gaza.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1338" style="margin: 6px;" title="Ginevra Sanguigno e John Glick al check point  per Gaza" src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2010/06/Ginevra-Sanguigno-e-John-Glick-al-check-point-per-Gaza.jpg" alt="" width="330" height="221" /></a>Nell’Afghanistan della guerra continua, o ad Haiti dopo il terremoto, a Sri Lanka dopo lo tsunami, la &#8220;formula&#8221; è sempre la stesso: essere pubblicamente giocoso.</p>
<p>Un contatto visivo. Un sorriso. Essere amichevole. E, naturalmente, indossare il costume da clown e un naso rosso. Il naso rosso, il costume da clown è un passaporto. Esso apre le porte nei cuori e nelle menti. Vestirsi come un clown permette  di avvicinarsi alla gente in modo diretto. Come dice  Patch Adams,  &#8220;Clowning: un modo per rendere l’amore più vicino”.</p>
<p>Il naso rosso, i vestiti colorati, un comportamento imprevedibile, sono i segnali che disturbano lo status quo, che ci avvertono che questo “non è un tempo e uno spazio normale” . Il naso rosso annuncia che le regole della società umana sono in procinto di essere  messe in discussione. Una persona può essere in difficoltà o essere divertita dalla visita di un clown, e in ogni caso la presenza di un clown ti incuriosisce comunque.</p>
<p>La vista di un clown dà la possibilità di rendere visibile l’invisibile, tutti i ruoli possono essere attivati e capovolti giocando. Le strutture di potere possono essere capovolte. Il forte può prendersi una pausa e permettersi di entrare nella parte del debole. Giocare a fare il pagliaccio  consente a chi è debole di  essere forte.</p>
<p><strong>Clowning e relazione di aiuto di Ginevra Sanguigno</strong></p>
<p>Quindici anni fa, nel centro di Pechino, dove mi trovavo per studiare Qi Gong, ho assistito a una scena terribile: una donna con un bimbo molto piccolo scaraventati a terra da poliziotti in borghese; il bambino di neanche una anno piangeva disperato per terra senza che nessuno si prendesse cura di lui mentre la donna veniva arrestata e presa a sberle e strattoni dalla polizia.<span id="more-1336"></span></p>
<p>Qual&#8217;era stato il suo crimine? Infrangere un divieto a vendere per strada; la donna vendeva poche e misere cose ai turisti di passaggio. Meno male che c’eravamo noi stranieri a guardare. La nostra presenza ha indotto i poliziotti a calmarsi. Io ho allora raccolto il bimbo per strada, consegnandolo ad altre donne, mentre la mamma comunque veniva portata via.</p>
<p>Nel 2003 eravamo con un gruppo di 10 clowns a un check point, tra Israele e la Palestina, già da parecchie ore fermi ad aspettare che ci facessero entrare a Gaza. Da lontano vedevamo cittadini palestinesi che con bimbi e pacchi entravano invece in territorio israeliano, anche loro da ore ad aspettare.</p>
<p>I loro bimbi ci guardavano affamati di attenzioni, sorrisi, palloncini e gioia, noi guardavamo loro facendo strane facce buffe. In mezzo militari armati e nervosi.</p>
<p>Con molta timidezza un clown comicia a gonfiare un palloncino (attenta che se scoppia qui sparano !!) e a farlo volare nella direzione della famiglia palestinese. Immediatamente ci sentiamo fissare da nervosi occhi di soldati e avvertiamo mani che si preparano a imbracciare i mitra in un triste automatismo…e preoccupati cittadini palestinesi che sanno invece cosa potrebbe succedere….</p>
<p>Poi gentilmente e con molta delicatezza, un altro clown si stacca dal nostro gruppo e va verso i bimbi palestinesi. Poi un altro lo segue mentre i bimbi si avvicinano a noi sotto lo sguardo nervoso dei soldati, ma noi camminiamo piano piano… e alla fine i bimbi riescono ad avere i loro palloncini!</p>
<p>Questa è  relazione di aiuto; il clowning è un modo efficace per trovare chiavi che aprano porte; in situazioni di conflitto, senza violenza ,chiavi che aprano confini per incontrarsi,  connettersi e creare gesti di amicizia e pace.</p>
<p>A gennaio 2010 ero al Cairo assieme a 1400 attivisti provenienti da tutto il mondo, con aiuti umanitari per la popolazione civile di Gaza:  ci hanno impedito di portare questi aiuti, con noi c’era anche Hedy Epstein, 85enne pacifista ebrea,  sopravissuta all&#8217;olocausto.</p>
<p>In questa situazione si era creata una grande tensione con il governo egiziano. I poliziotti ogni giorno ci circondavano impedendoci di manifestare contro questa decisione ingiusta. Il costume da clown è stato un passaporto, che ci ha permesso di affrontare al meglio questa situazione: sostenere in modo pacifico la causa dei palestinesi. Incontrando col nostro sorriso i soldati in assetto antisommossa.</p>
<p>Per me un clown è anche un attivista politico,  si attiva nello schierarsi  dalla parte dei più deboli,  si prende cura della comunità in cui vive. Il clown ambasciatore del sorriso, il clown che si prende cura della comunità, si attiva cercando delle nuove strategie contro chi genera violenza, guerre, per non permettere che tutto ciò continui a prevalere.</p>
<p><strong>Un&#8217;esperienza di clowning in Russia di John Glick</strong></p>
<p>Nel 2005, con altri quattro clown, Tatyana dalla Russia, Ginevra, direttrice di Clown One Italia, un&#8217;organizzazione clown nostra partner in Italia, Adriana, direttore della Fondazione Kuritsa, un gruppo di clown partner Olandese, e io, abbiamo visitato una piccola struttura residenziale psichiatrica a Mosca.</p>
<p>Nella struttura abbiamo incontrato sei bambini e bambine, età 7-9, e i loro genitori, tutti   sottoposti a trattamento psichiatrico, per disturbi psico fisici, sorti in seguito all&#8217;attacco terroristico del settembre 2004, a Beslan in Ossezia, Russia.</p>
<p>Questi bambini erano tra i 1200 ostaggi detenuti in una palestra di una scuola elementare, da parte dei ribelli armati, per 52 ore. Forze di sicurezza russe hanno preso d&#8217;assalto l&#8217;edificio e, nel conflitto, tutti i ribelli sono stati uccisi insieme con186 studenti, 202 adulti (molti dei quali insegnanti e dirigenti scolastici), e 783 feriti in uno degli atti più odiosi di terrorismo nella storia recente.</p>
<p>I bimbi e gli adulti sopravissuti subito dopo la liberazione hanno cominciato ad accusare una varietà di sintomi, sia fisici che psicologici. Noi  clown siamo stati invitati a suonare e giocare con alcuni di questi bambini.</p>
<p>Entriamo nell’appartamento dove i bambini ci stavano aspettando: l’incontro è commovente e profondamente toccante; non avevamo mai visto uno scardinamento di personalità così profondo. Nessuno di loro era in grado di dedicarsi al gioco, o di avere contatto con qualcuno di noi, neanche visivo. Si avvicinavano e si allontanavano allo stesso tempo.</p>
<p>Ci colpivano, hanno cominciato a pizzicarci, gridare “maledetto” e altre parole di difesa e attacco.  Qualcuno di loro avvicinandosi cercava di stabilire un contatto, in un modo che cercava di  ricordare da bambino che vuole giocare, poi confuso e angosciato si allontanava in fretta. I loro volti cambiavano da un momento all&#8217;altro,  in alternanza, con espressioni di rabbia, paura, felicità, crudeltà, ansia, confusione, rabbia, terrore.</p>
<p>Noi clown pazientemente aspettavamo un segno, un punto di ingresso per entrare nel loro processo. Chiaramente noi eravamo percepiti come un elemento agitante, per la novità della visita e l’eccitazione che provocava.<br />
Dopo 30 minuti di tentativi falliti, decidiamo di fare una pausa. Avevamo portato una torta, e i genitori con i medici avevano preparato una bella tavola.</p>
<p>Ci siamo seduti: i bimbi da un lato, le bimbe dall&#8217;altro. Mentre uno dei genitori tagliava la torta, mi volto verso il bambino seduto accanto a me, che mi guardava, e che a un certo punto mi dà una gomitata, si volta verso le bimbe e mostra la lingua.</p>
<p>Ci scambiamo uno sguardo complice, gli porgo il palmo della mia mano e lui batte il cinque. Dall’altra parte del tavolo le bambine inziano a tirare fuori la lingua, sostenute dalle amiche clown. E cosi’ inizia una “battaglia “ di smorfie, linguaccie, e facce mostruose,  con contorsioni e posizioni; come demoni, guerrieri, accompagnati da  &#8220;nyaaaaaaaaaaaahh “ sempre piu’ prolungati… finchè ci troviamo tutti insieme a giocare e ridere!</p>
<p>Alla fine ci stringiamo tutti la mano in segno di solidarietà, perché siamo stati proprio bravi, nessuno ha vinto e ci siamo divertiti.  Alla fine esausti decidiamo di attaccare la torta! Congedandoci alla fine del pomeriggio ci   abbracciamo, balliamo insieme, tenendoci le mani e coccolandoci a vicenda. I bambini si erano veramente rilassati, e si erano relazionati tra loro e con noi. Il personale medico era stupito.</p>
<p>Non so che cosa alla fine è successo con questi bambini. Non so se quello che abbiamo fatto insieme ha veramente creato un momento di recupero significativo. So comunque che siamo stati veramente insieme, abbiamo fatto qualcosa di giocoso, abbiamo co-creato un grande gioco. È stato un processo collaborativo. Non abbiamo all’inizio organizzato o pensato cosa potesse significare, quello che abbiamo fatto era: follia, gioco, divertimento. E ci ha permesso di sentirci tutti meglio.</p>
<p>Posso solo immaginare la situazione che questi bimbi hanno vissuto nella scuola con i terroristi prima e l’intervento della polizia russa dopo: le urla, i pianti, le uccisioni, il sangue, il terrore abbietto che ti paralizza. Queste immagini, e sentimenti di impotenza, di terrore e di angoscia si ripetono all&#8217;interno delle menti delle vittime del trauma.</p>
<p>La realizzazione di orribili volti e suoni, attorno al nostro tavolo, è stata proprio la cosa giusta. In qualche modo, il diventare partner di questa espansione e riproduzione giocosa di queste grida o volti, ha permesso ai bambini di recuperare il senso di empowerment.</p>
<p>E’ stata una vera collaborazione; grazie a un modo stupido sciocco e creativo di relazionarci, siamo andati tutti oltre il confine. Non c’era una lingua razionale o un programma predefinito ma solo facce, gesti, suoni che ci hanno collegati alla loro storia dolorosa in modo gioioso.</p>
<p>Abbiamo ricreato la loro storia  attraverso un combattimento rituale, una parte contro l&#8217;altra, in una escalation di rabbia, dove c’è chi domina e chi soccombe, ma nessun vincitore o vinto. Poi alla fine del gioco, la stanchezza sana e il rituale di condividere insieme qualcosa di buono di dolce come la torta, ci ha fatto sentire tutti amici.</p>
<p>Il ruolo clown nella storia è sempre stato in qualche modo correlato a certi bisogni sociali delle persone e dei gruppi. Il giocare e la stupidità hanno un effetto risanatore: la rappresentazione dello stupido che si lamenta e interpreta in modo buffo i suoi numerosi mali mette, chi lo guarda, in una posizione distaccata e fa riflettere e cambiare punto di vista.</p>
<p>Il clowning è un modo di relazionarsi alle persone, alle cose, al mondo in modo serio e divertente, è un modo di darsi importanza con stupidità, di vivere la sofferenza con gioia, la solitudine con amicizia, la paura con amore.</p>
<p><strong>John Glick</strong> Clown musicista e medico . Direttore di Global Outreach Gesundheit Institute. E&#8217; un medico, pratica agopuntura ed è un comico. Ha una specializzazione in chimica e pratica la medicina di famiglia nelle campagne di  Shenandoah . <a href="http://www.patchadams.org " target="_blank">www.patchadams.org </a></p>
<p><strong>Ginevra Sanguigno</strong> attrice, clown terapeuta, mimo, formatrice e fondatrice di Clown One Italia Onlus. È membro attivo dello staff internazionale del Gesundheit! Institute del dr. Patch Adams. Dal 2005 è membro del corpo docenti della School for Designing a Society e  del World Parliament of Clowns di Dresda. <a href="http://www.clowns.it  " target="_blank">www.clowns.it </a></p>
<p>Foto di Italo Bertolasi</p>
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		<title>Oggi sciopero</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Jul 2009 23:00:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Coscienza del mondo]]></category>
		<category><![CDATA[14luglio]]></category>
		<category><![CDATA[DLL Alfano]]></category>
		<category><![CDATA[sciopero]]></category>

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		<description><![CDATA[Aderisco all&#8217;appello di Diritto alla Rete contro il DDl alfano che imbavaglia la Internet italiana.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.indranet.org/wordpress/wp-content/uploads/14 luglio sciopero blogger.jpg"><img class="size-full" style="float: left; margin-left: 6px; margin-right: 6px;" title="14 luglio sciopero blogger.jpg" src="http://www.indranet.org/wordpress/wp-content/uploads/14 luglio sciopero blogger.jpg" alt="" width="280" height="304" /></a></p>
<p>Aderisco all&#8217;appello di <a href="http://dirittoallarete.ning.com/ " target="_blank">Diritto alla Rete</a> contro il DDl alfano che imbavaglia la Internet italiana.</p>
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		<title>Trasformazione psichica e pace mondiale</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Jul 2009 09:33:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vimala Thakar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Coscienza del mondo]]></category>

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		<description><![CDATA[Vimala Thakar, recentemente scomparsa, era un&#8217;attivita sociale Indiana che univa la visione spirituale a quella sociale e politica. In questo articolo si chiede perché la razza umana non ha avuto successo nell&#8217;eliminare le tendenze violente? Sembra che ci manchi un approccio globale alla vita. Dopo aver sviluppato i sistemi economici e politici della società, ella [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="cerca la pace.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/11/cerca-la-pace.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/11/cerca-la-pace.jpg" alt="cerca la pace.jpg" hspace="6" align="left" /></a><em>Vimala Thakar, recentemente scomparsa, era un&#8217;attivita sociale Indiana che univa la visione spirituale a quella sociale e politica. In questo articolo si chiede perché la razza umana non ha avuto successo nell&#8217;eliminare le tendenze violente? Sembra che ci manchi un approccio globale alla vita. Dopo aver sviluppato i sistemi economici e politici della società, ella ritiene che abbiamo fatto un passo falso creando il concetto di stato e di sovranità nazionali. Da un lato abbiamo abbandonato il tribalismo, dall&#8217;altro ne abbiamo creato uno più sofisticato in nome degli stati-nazione.</em></p>
<p>Cos’è la natura umana? É qualcosa di statico o ha una qualche duttilità e flessibilità? É cambiata con l’evoluzione della cultura, della civiltà, della scienza, della tecnologia, della letteratura, della filosofia, dei sistemi d’educazione? É cambiata, diventando più matura, o è qualcosa di assolutamente statico, incapace di cambiamenti qualitativi?</p>
<p>Dal modo di vivere che l’umanità ha seguito nel corso dei secoli, mi sembra che ci sia una paura istintiva incorporata nel cervello umano e nel sistema neurochimico. Questa paura istintiva, o il bisogno di continuità da parte dell’organismo fisico, ha provocato la spinta verso l’autoaffermazione, il possesso, l’accumulo e l’oppressione, generando idee come quelle di vittoria e sconfitta, di dominatori e dominati, etc. Così ciò che è istintivo può essere definito “naturale”.</p>
<p>Se la razza umana avesse considerato il desiderio istintivo di difesa e di aggressione come qualcosa di naturale e desiderabile, di naturale e quindi da proteggere ed esaltare; se la razza umana avesse considerato desiderabili, naturali e degni di gloria la difesa e l’aggressione, non saremmo passati dalla vita tribale alla nascita di una società; non avremmo creato in quest’ultima il principio della legalità; non avremmo educato i suoi membri a comprenderne le leggi, le norme e i regolamenti; non avremmo insegnato loro i principi delle strutture economiche e dei sistemi amministrativi; non li avremmo istruiti e messi in grado di adattare il loro comportamento alle regole dell’economia e delle strutture politiche. Non avremmo fatto tutto questo; avremmo sostenuto che l’aggressione o la violenza sono naturali, quindi bisogna lottare.</p>
<p>Litigi, dispute e massacri avrebbero ricevuto approvazione morale; ma così non è stato. Sono stati fatti sforzi per tenere a freno le tendenze aggressive e contenere l’inclinazione alla violenza, cercando vie alternative alle guerre e ai conflitti per risolvere i dissidi d’ordine socioeconomico o politico, le sfide e i problemi. Se leggiamo la storia umana, troviamo sforzi coscienti e organizzati per contenere, dominare e controllare questa tendenza all’autoaffermazione, alla violenza e all’aggressività. Osserva la direzione verso cui la razza umana si è mossa collettivamente. <span id="more-697"></span></p>
<p>Nonostante gli sforzi di molti secoli, non ha avuto alcun successo; infatti, sembrano esserci degli anelli mancanti, delle contraddizioni che richiedono di essere risolte, dei difetti che vanno eliminati; ma la direzione della civiltà umana non procede dalla violenza a una violenza maggiore, bensì dalla violenza verso una violenza minore, verso l’assenza della violenza e la pace. La direzione del cammino umano, quindi, non indica che la razza umana sia soddisfatta della violenza istintiva che contiene in sé.</p>
<p>Perché la razza umana non ha avuto successo nell’eliminare le tendenze violente, sebbene, in larga misura, sia riuscita a contenerle? Sembra che ci manchi un approccio globale e olistico alla vita. Dopo aver creato la società e sviluppato i sistemi economici e politici, penso che abbiamo fatto un passo falso creando il concetto di stato e di sovranità nazionali. Da un lato abbiamo abbandonato il tribalismo, dall’altro ne abbiamo creato uno più sofisticato in nome degli stati-nazione e delle sovranità nazionali. Naturalmente, uno stato sovrano richiede un’economia nazionale. Come un individuo ha ambizioni e comportamenti personali, così le nazioni hanno sviluppato economie, strutture e sistemi politici personali, cioè incentrati sul concetto di nazione.</p>
<p><a title="Trasformazione psichica Vimala.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/trasformazione-psichica-vimala.jpg"></a></p>
<p style="text-align: center"><a title="Trasformazione psichica Vimala.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/trasformazione-psichica-vimala.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/trasformazione-psichica-vimala.jpg" alt="Trasformazione psichica Vimala.jpg" hspace="6" vspace="6" align="bottom" /></a></p>
<p>Ebbene, se tu e io, in quanto esseri umani centrati su se stessi, fossimo sempre ansiosi di preservare l’entità del sé – l’«io» – gratificando ogni suo desiderio e ambizione, tra noi ci sarebbe la guerra. Ognuno vuole dominare, possedere, accumulare; tutti si abbandonano alla gelosia e al sospetto. Le relazioni umane diventano invisibili campi di battaglia dove gli scontri sono fatti di occhiate, parole, silenzi, indifferenza e insensibilità. Le famiglie soffrono di guerre fredde e paci roventi: non è forse questa la nostra esperienza quotidiana?</p>
<p>Allo stesso modo, la convivenza di entità centrate su se stesse e desiderose di relazionarsi alle proprie condizioni conduce a tensioni, conflitti e scontri. Da un lato create la scienza e la tecnologia, mezzi di comunicazione e di trasporto, dall’altro volete entità centrate su se stesse e basate sul principio di sovranità. Poi le economie si scontrano, gli interessi economici degli stati-nazione sovrani entrano in conflitto. Il desiderio di espansione economica e ideologica provoca conflitti e tensioni; dopodiché create, mettete in piedi una cosa come le Nazioni Unite, dove gli stati sovrani mandano i loro rappresentati (non i rappresentanti del popolo, ma i rappresentanti degli stati, degli stati-nazione sovrani) a dibattere e contrattare, per poi ritornare dal governo e riferire che i loro interessi sono stati tutelati a scapito di quelli di qualcun altro.</p>
<p>Non vedi le battaglie che si scatenano tra i paesi in via di sviluppo e quelli sviluppati? Non scorgi i conflitti economici, le lotte ideologiche tra i paesi comunisti, quelli comunisti ortodossi e quelli non comunisti? Così, io penso che l’aspirazione alla pace, all’amore e alla compassione come stile di vita, l’aspirazione alla libertà, alla fraternità e all’uguaglianza non sono state coordinate con l’esistenza degli stati-nazione sovrani. O ci liberiamo dalla teoria degli stati-nazione e dall’idea della sovranità degli stati, o dobbiamo affermare che la pace del mondo non è possibile. La pace nel mondo richiede un’economia a livello mondiale, un approccio globale alle tematiche politiche.</p>
<p>C’è stata, quindi, storicamente parlando, un’anomalia: l’aspirazione alla pace, all’amore, alla compassione, alla fratellanza, all’amicizia etc., e l’insistenza sugli stati-nazione come unità sovrane e completamente indipendenti, coesistenti con altre unità sovrane simili.</p>
<p>In secondo luogo, l’aggressività, la tendenza alla violenza, è stata condannata dalle religioni, dalla spiritualità. Le cosiddette religioni organizzate e istituzionalizzate hanno detto di porgere l’altra guancia, hanno parlato della non violenza del Buddha e Mahaveda, e cosi via. Queste religioni organizzate, predicatrici di spiritualità, proponenti etiche umanitarie, etc. hanno riferito tutto ciò alla vita individuale, ma non si sono mai preoccupate di collegare questo discorso sulla non violenza, sulla pace o sull’amore ai rapporti economici che costituiscono il nostro vivere quotidiano dalla mattina alla sera.</p>
<p>La struttura economica che abbiamo creato dopo la Rivoluzione Industriale tende allo sfruttamento da parte del produttore sul consumatore, forse non nella nazione del produttore, ma dove troviamo dei mercati. I governi degli stati-nazione sono diventati imprese commerciali, perciò la preoccupazione principale dell’economia nazionale è trovare mercati per una produzione che, grazie alla tecnologia, è diventata velocissima e rapidissima. Così continuate a produrre e, poiché volete un mercato, il controllo di quest’ultimo diventa oggetto di competizione: una nuova competizione dove formate blocchi di potere politico ed economico.</p>
<p>Così la competizione, il confronto e la tensione proseguono. O l’economia assumerà la forma di un’economia globale – condividendo le risorse e distribuendo i prodotti secondo principi di uguaglianza, libertà etc. – o non ci sarà pace, ma solo tensioni e conflitti combattuti a livello economico. In tali conflitti economici non avviene spargimento di sangue, ma qualcosa di peggio. Così, per favore, considerate insieme a me come la pace consista in un modo olistico di vivere.</p>
<p>Non potete frammentare la vita e dire: «Parleremo della pace, dell’amore e della compassione nelle riunioni religiose, nelle chiese, nelle sinagoghe, nei templi, nelle moschee, ma per quanto riguarda l’economia, la produzione, la ricerca del profitto e il mercato, tutto ciò non ha niente a che vedere con l’amore, la compassione, la libertà, l’amicizia, etc.». Queste cose avranno la loro etica, che è ciò che oggi sta facendo la Mafia economica internazionale. La pace mondiale richiede un nuovo approccio alle relazioni economiche, ai beni o alle risorse, alla proprietà dei mezzi e degli strumenti di produzione, e non in un solo paese, ma a livello globale.</p>
<p>Se continuate a sviluppare la scienza e la tecnologia, dovete tenere d’occhio la struttura psicologica e fare attenzione che non rimanga rigida, consacrata alle idee logore dei secoli passati. Se la struttura psicologica rimane impastoiata in logore ideologie che hanno perso importanza nel contesto del ventunesimo secolo, ovviamente la pace non è possibile. Quest’ultima rimarrà un’Utopia finché sarà considerata soltanto un oggetto di patti e accordi tra governi, anziché uno stile globale di vita. Essa è un modo di vivere nuovo, olistico e integrale che coinvolge tutta la popolazione del globo. Non qualcosa con cui si trastullano i governi, non un festival di questi ultimi, ma qualcosa che coinvolge la vita delle persone, la loro psicologia.</p>
<p>Per cui, come vedete, l’aggressività istintiva non è stata approvata né lodata. Le razze umane hanno compiuto un poderoso sforzo comune per contenerla e limitarla. Hanno cercato di trattenerla con la religione, ma le religioni organizzate e istituzionalizzate hanno dimenticato il loro scopo e sono andate fuori strada. Hanno parlato d’inferno e paradiso, di ricompense e punizioni, di dei e di dee. Anziché persuadere la gente a portare il paradiso in terra, hanno favorito la paura della punizione e la brama della ricompensa. In tal modo, l’etica è stata corrotta dalle fondamenta.</p>
<p>Le religioni, anziché rendere più pacifiche la vita sulla Terra e le relazioni umane, hanno creato una classe privilegiata che fugge dalla vita di tutti i giorni in nome della religione e della rinuncia, trasformandosi in una classe parassitaria. Poiché sei diventato religioso, non devi lavorare, ma ti puoi ritirare nei monasteri, nei templi, nelle moschee. Per questo le religioni non sono state di aiuto.</p>
<p>Pensavamo di porre un limite e un freno con l’educazione, ma i sistemi educativi si sono adattati ai bisogni degli stati-nazione e hanno cominciato a istruire gli individui in modo da favorirne l’inserimento nelle strutture economiche e politiche che i governanti stavano costruendo. Così questo è diventato un nuovo genere di servitù e non è stato d’aiuto.</p>
<p>In tal modo la pace è rimasta un’Utopia, nonostante la grande aspirazione di tutta la famiglia umana, perché ci sono stati degli anelli mancanti che andranno colmati. L’aspirazione alla pace è connessa alle strutture economiche, ai sistemi politici, a quelli amministrativi, ai sistemi d’educazione e così via: quando esiste tale correlazione e gli sforzi sono coordinati, la pace non sarà più necessariamente un’Utopia.</p>
<p>Se le scuole e le famiglie insegnassero ai bambini a dare importanza all’aspirazione verso l’amicizia, la condivisione e la cooperazione, anziché alimentare l’aggressività e il desiderio di autoaffermazione, i bambini non cresceranno con la psicologia della rivalità, ma con quella dell’amicizia e della cooperazione. Oggi l’intero sistema dell’istruzione ci riporta indietro a un modello di relazioni basato sull’autodifesa. Attento: qualcuno potrebbe ingannarti o raggirarti psicologicamente. Per questo hai dei meccanismi difensivi e le relazioni psicologiche assomigliano a un campo di battaglia.</p>
<p>Viene provocata una sorta di paura e al bambino si chiede continuamente di confrontarsi, competere e stare in guardia. Se il sistema dell’educazione introducesse i bambini al meccanismo della mente, alla globalità che si esprime nelle parti, aiutandoli a esplorare il mito di una mente individuale, forse la pace non rimarrebbe un’Utopia.</p>
<p>Perché non osservare la nostra stessa vita? Nella tua vita c’è pace solo quando non stai lottando o litigando con qualcuno? L’assenza di litigio verbale, di scontro psicologico, costituisce la pace nella tua vita? Per quanto riguarda la tua vita quotidiana, la pace ha un qualche contenuto positivo e costruttivo? A me sembra che la pace sia collegata alla consapevolezza del senso, del fine, dello scopo della vita. Finché la vita rimane un mezzo per raggiungere un fine e non un fine in se stessa, non può esserci pace nella vita di un individuo.</p>
<p>Andare a scuola o all’università è un mezzo per ottenere una laurea o un diploma, che è un mezzo per ottenere un lavoro; un lavoro è un mezzo per ottenere denaro; il denaro è un mezzo per acquistare sicurezza sociale, e così via all’infinito. Non siamo interessati alla vita. La qualità espressa nel meccanismo della nostra relazione con la natura, con noi stessi, con le specie consimili non umane, con i nostri simili e così via; la qualità, l’essenza è negata completamente e vivere diventa un processo volto soltanto all’acquisizione di beni materiali. È come la dipendenza dal fumo e il suo circolo vizioso.</p>
<p>Continua ad acquisire. Acquista, accumula, possiedi, difendi e alla fine muori sapendo che hai guadagnato tantissimo, hai avuto un’enorme ricchezza e ti stai lasciando alle spalle beni immensi. Vedi come la vita diventa un mezzo per soddisfare un fine? Come non si viva per la gioia di vivere, perché la vita è qualcosa di sacro? La vita serve per vivere; lo scopo della vita non può essere al di fuori del vivere stesso. L’atto del vivere non può diventare un mezzo per un fine, per guadagnare il favore di qualche dio o dea, per contrarre denaro, prestigio, sicurezza etc.; l’atto del vivere è la venerazione del divino, è il solo modo attraverso cui si può esprimere riconoscenza, gratitudine nei confronti della natura cosmica dove si nasce, si vive e si agisce.</p>
<p>Così, mi sembra che pace sia impossibile. Può darsi che non ci siano scontri, che tu sia una persona ben educata che ha coltivato l’arte di controllare le emozioni, e per questo non litighi, non ti scontri, non entri in conflitto con altri esseri umani. Ma controllare, dominare, limitare non è abbastanza; la pace richiede una prospettiva di vita diversa; richiede la purificazione dell’ideale: la vita non come un mezzo per un fine, ma come un fine in se stessa. La vita in sé è divina, è divinità, è qualcosa di sacro, e la reverenza per la vita è la fragranza della religiosità. Non esiste altra religione oltre la reverenza per la vita che è auto generata e auto sorretta.</p>
<p>Quindi, non può esserci pace senza questa prospettiva della vita radicalmente e qualitativamente diversa, e perciò senza un differente approccio a essa, ai temi umani, alle sfide e ai problemi. La pace, dunque, non è solo assenza di guerra o di aggressioni. É spostarsi da una prospettiva di vita frammentaria, parziale o divisa in compartimenti stagni, a una prospettiva di vita olistica. É spostarsi dalla dimensione della psicologia della competizione alla psicologia della cooperazione.</p>
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<p><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1924&amp;isbn=8834009339">Vimala Thakar. Il mistero del silenzio. Astrolabio. 1988. ISBN: 8834009339</a></p>
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<p><!--[if !supportEmptyParas]--> <!--[endif]--></p>
<p>Copyright originale “Dynamical Psychology”, per gentile concessione, <a href="http://www.goertzel.org/dynapsyc/dynapsyc.html">www.goertzel.org/dynapsyc/dynapsyc.html</a><a href="http://www.innernet.it/geoxml/getcontent/www.goertzel.org/dynapsyc/dynapsyc.html"><br />
</a>Traduzione di Nityama Elsa Masetti. Revisione di Gagan Daniele Pietrini.<br />
Copyright per l&#8217;edizione Italiana: Innernet.</p>
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		<title>Innernet aderisce alla giornata di silenzio per la libertà d&#8217;informazione</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Jul 2009 08:03:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Toshan Ivo Quartiroli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Coscienza del mondo]]></category>
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		<description><![CDATA[Aderisco all&#8217;iniziativa del 14 luglio 2009 lanciata, tra gli altri, da Alessandro Gilioli, Enzo di Frenna e Guido Scorza contro il DDL Alfano che mette il bavaglio all&#8217;informazione e alla Rete. I blog che aderiscono presenteranno in home page solamente il logo dell&#8217;iniziativa. Pur essendo stato un entusiasta della Rete in tempi non sospetti e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="Logo bavaglio Network" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2009/07/logobavaglioNetwork.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2009/07/logobavaglioNetwork.jpg" alt="Logo bavaglio Network" hspace="6" align="left" /></a>Aderisco all&#8217;iniziativa del 14 luglio 2009 lanciata, tra gli altri, da <a href="http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/">Alessandro Gilioli</a>, <a href="http://www.enzodifrennablog.it/dblog/" target="_blank">Enzo di Frenna</a> e <a href="http://www.guidoscorza.it/?p=865" target="_blank">Guido Scorza </a>contro il DDL Alfano che mette il bavaglio all&#8217;informazione e alla Rete. I blog che aderiscono presenteranno in home page solamente il logo dell&#8217;iniziativa.</p>
<p>Pur essendo stato un entusiasta della Rete in tempi non sospetti e avendo contribuito a questa pubblicando i primi libri su Internet in Italia, ritengo che la Rete non sia più uno strumento di trasformazione sociale e delle coscienze come lo poteva essere fino a una decina di anni addietro. Per tanti motivi, non ultimo quello delle infinite distrazioni e della rincorsa verso le novità.</p>
<p>Anche, non ritengo che la libertà sia in prevalenza la libertà delle parole. Il silenzio della mente va più in profondità e crea una libertà più ampia. Ma, come scrive Almaas, &#8220;non c&#8217;è niente che si possa affermare in modo definitivo, ma  è necessario esaurire tutte le parole&#8221;.</p>
<p>Forse lo scopo segreto della Rete è quello di far ruotare le parole talmente velocemente da creare, come una girandola, il bianco come somma di tutti i colori. Le parole si potranno esaurire solo dopo che si saranno espresse in piena totalità e libertà, non certo per una legge che ne vuole limitare la portata e che ci porterebbe non oltre la mente, ma ad un livello precedente.</p>
<p>Inoltre, mi auguro che le giornate di silenzio si attuino anche senza l&#8217;occasione di una, seppur più che legittima, protesta.</p>
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		<title>L&#8217;anima degli esseri senzienti</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Apr 2009 10:23:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guido Dalla Casa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Coscienza del mondo]]></category>
		<category><![CDATA[animali. anima]]></category>
		<category><![CDATA[animalismo]]></category>
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		<description><![CDATA[Che cosa è l’anima Nella tradizione della cultura occidentale, e nell’insegnamento delle religioni giudaico-cristiana e islamica, il concetto di anima ha in genere il significato di un’entità stabile, permanente, autonoma e unitaria. E’ qualcosa che “c’è” o “non c’è”. Viene associata esclusivamente all’essere umano, e in senso individuale. Per il materialismo, che è poi l’ala [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Che cosa è l’anima</strong></p>
<p>Nella tradizione della cultura occidentale, e nell’insegnamento delle religioni giudaico-cristiana e islamica, il concetto di <em>anima </em>ha in genere il significato di un’entità stabile, permanente, autonoma e unitaria. E’ qualcosa che “c’è” o “non c’è”. Viene associata esclusivamente all’essere umano, e in senso individuale.</p>
<p>Per il materialismo, che è poi l’ala “ufficiale” della scienza meccanicista ed ha oggi un notevole séguito in Occidente, l’anima non esiste, e il pensiero si riduce a una specie di secrezione del cervello: nessuna considerazione per la mente cellulare-sistemica conseguente alla persistenza temporanea di un sistema altamente complesso, anche dopo una degenerazione cerebrale.</p>
<p>Le concezioni di cui sopra richiedono come necessaria la definizione precisa del momento della morte, cosa di cui oggi la scienza medica dubita fortemente. Alla luce delle conoscenze attuali della scienza, cioè della psicologia interpersonale, della teoria dei sistemi e della fisica quantistica, entrambe le posizioni sono piuttosto insostenibili. Si tratta, come al solito, di quelle concezioni contrapposte che sono tanto comuni nella nostra civiltà attuale.</p>
<p>Oggi sembra più logico pensare in termini di mente-psiche-spirito: un’entità variabile e senza confini definiti, che si modifica nel tempo ed è caratteristica di tutti i sistemi oltre un certo livello di complessità. Sarà bene anticipare subito che tutti i sistemi viventi hanno un livello di complessità molto elevato. E’ evidente che, in questo quadro, dire che l’uomo ha l’anima e gli animali “non ce l’hanno” è privo di qualunque significato. Tutti i viventi sono anche senzienti, e tali sono anche molte entità naturali (ecosistemi, complessi di viventi, esseri collettivi, ecc.).</p>
<p>Riporto queste parole di Fritjof Capra (<em>Verso una nuova saggezza</em>, Feltrinelli, 1988):</p>
<blockquote><p>Secondo Bateson la mente è una conseguenza necessaria e inevitabile di una certa complessità, la quale ha inizio molto tempo prima che degli organismi viventi sviluppino un cervello e un sistema nervoso superiore. Egli sottolineò anche che caratteristiche mentali sono manifeste non solo in singoli organismi, ma anche in sistemi sociali e in ecosistemi, che la mente è immanente non solo nel corpo ma anche nelle vie e nei messaggi fuori dal corpo. Una mente senza un sistema nervoso? La mente si manifesterebbe in tutti i sistemi che soddisfano certi criteri? La mente sarebbe immanente in vie e messaggi fuori dal corpo? Queste idee erano così nuove per me che, a tutta prima, non riuscii a dar loro un senso. La nozione di mente di Bateson non sembrava aver nulla a che fare con le cose da me associate alla parola “mente”.<span id="more-1151"></span></p></blockquote>
<p>Nel quadro di una visione del mondo ispirata all’ecologia profonda, il problema della contrapposizione uomo-animali non esiste, perché l’uomo è un animale a tutti gli effetti: non c’è alcuna separazione, né alcun confine.</p>
<p>Recentemente è stato pubblicato in italiano un libro di uno scienziato olandese  (R.Corbey – <em>Metafisiche delle scimmie</em> – Bollati Boringhieri, 2008), in cui, oltre ad altre considerazioni, si ricerca quali possano essere le caratteristiche che dividono l’umano dall’animale. In un recente passato si è sempre dovuto spostare questo confine, man mano che si accumulavano nuove scoperte e nuovi studi, ma infine il tentativo di mantenere comunque una divisione è fallito: il confine non esiste. Gli altri animali giocano, soffrono, amano, hanno emozioni profonde, tengono un comportamento del tutto paragonabile a quello umano.</p>
<p>In questo quadro, anche il problema etico del riscatto dalla sofferenza da parte degli esseri senzienti non-umani non esiste: il riscatto dalla sofferenza avrà la stessa storia per gli umani e per i non-umani, essendo della stessa natura. Gli altri esseri vivono la nostra stessa avventura. Niente scompare, tutta la sofferenza dovrà risolversi, i conti torneranno per tutte le entità naturali. Questo dà anche ragione di una forma di “reincarnazione”, anche se di tipo non necessariamente individuale, l’unico che la cultura occidentale attuale sembra disposta a comprendere, attribuendolo di solito a concezioni “orientali” o “esotiche”. Tra l’altro, se ci chiediamo cosa ci accadrà dopo la morte, è logico anche domandarsi cosa eravamo prima della nascita.</p>
<p>Viene comunque spontaneo chiedersi se sia più materialista una visione del mondo in cui tutto è soltanto materia inerte, tranne una sola specie “privilegiata”, o un sottofondo di pensiero in cui qualunque entità naturale evidenzia lo spirito, la mente o l’Anima del mondo.</p>
<p><strong>Influenza di Cartesio</strong></p>
<p>Le idee di fondo sull’anima, come sostenute dalle religioni nate nell’area mediorientale, si sono poi rafforzate e rese fin troppo definite con l’affermarsi delle idee del filosofo francese René Descartes, meglio conosciuto con il nome di Cartesio.</p>
<p>La separazione drastica fra spirito e materia, che caratterizza il suo pensiero, e l’attribuzione esclusiva dello spirito alla nostra specie ha relegato tutti gli altri esseri e le entità naturali nel regno della materia bruta, priva di ogni forma di anima o mente,  quindi al di fuori di problemi etici e manipolabili a piacimento. Ciò ha aggravato l’insanabile spaccatura nel mondo vivente: gli umani, che hanno una spiritualità (separata dal corpo) e gli altri esseri che sono soltanto materia, cioè macchine. Il filosofo francese era convinto che gli (altri) animali non potevano soffrire!</p>
<p>Qualche obiezione alle idee di Cartesio:</p>
<p>- Il dualismo spirito-materia è smentito dalla fisica moderna e in particolare dall’interpretazione di Bohr-Heisenberg che nega l’esistenza di una realtà oggettiva esterna, cioè di un mondo energetico-materiale indipendente dalla psiche. Spirito e materia sono inscindibili.</p>
<p>- Il primato della ragione su emozione e sentimento è smentito dalla psicoanalisi. Il richiamo all’inconscio fa svanire in gran parte l’idea che il comportamento è conseguenza dei ragionamenti.</p>
<p>- Il “<em>Cogito. Ergo sum</em>” è una proposizione illusoria. Già nella premessa (Penso) è implicita la conclusione (<em>Quindi sono</em>).</p>
<p>Infatti non è evidente un “io” pensante, ma soltanto un pensiero variabile. La sua condensazione in un ego distinto e autonomo è un passaggio arbitrario, perché in realtà non viene constatata l’esistenza di una entità permanente chiamata “io”, ma solo un flusso di pensieri in perenne mutamento, una successione incessante di stati mentali in continua variazione. In altre parole, dal fluire di pensiero (nel <em>divenire</em>), Cartesio fa un passaggio arbitrario ad una entità stabile (nell’<em>essere</em>).</p>
<p>Pensare è un processo. Essere è uno stato. Quando penso, il mio stato mentale cambia nel tempo. Come può l’ego cui si riferisce restare lo stesso?</p>
<p>Interessante è poi questo pensiero di Diderot, soprattutto perché proviene dal periodo dell’Illuminismo:</p>
<blockquote><p>Vedi questo uovo? Grazie a lui si possono rovesciare tutte le scuole di teologia e tutti i templi della Terra. Che cosa è questo uovo? Una massa insensibile prima che il germe vi si sia introdotto… Come farà questa massa a passare ad un’altra organizzazione, alla sensibilità, alla vita? Col calore. Ma chi produrrà il calore? Il moto? Quali saranno gli effetti successivi di questo moto? Invece di rispondermi, siediti, e seguiamoli attimo per attimo con i nostri occhi.<br />
Dapprima c’è un punto che oscilla, un filetto che si estende e si colora; si forma della carne, un becco, la punta delle ali, occhi, zampe che cominciano ad apparire; una materia giallastra che si divide e produce degli intestini; è un animale… Cammina, vola, si irrita, fugge, si avvicina, si lamenta, soffre, ama, desidera, gioisce; ha tutte le tue caratteristiche; compie tutte le tue azioni.<br />
Vorresti, con Descartes, che esso sia una pura macchina imitativa? Ma ti prenderanno in giro pure i bambini e i filosofi ti replicheranno che, se quella è una macchina, tu ne sei un’altra. Se confessi che, tra te e l’animale, ci sono soltanto differenze di organizzazione, mostrerai buon senso e ragionevolezza, sarai in buona fede; ma si potrà concludere contro di te che, con una materia inerte, disposta in un certo modo, impregnata con un’altra materia inerte, con un po’ di calore e di movimento, si ottiene sensibilità, vita, memoria, coscienza, passioni, pensieri…Ascolta e avrai pietà di te stesso; capirai che, per non ammettere una supposizione semplice che spiega tutto, la sensibilità, proprietà generale della materia, o prodotto dell’organizzazione, rinunci al senso comune e ti sprofondi in un abisso di misteri, contraddizioni, assurdità.  (Da: <em>La Nuova Alleanza</em>, di Prigogine-Stengers)</p></blockquote>
<p><strong>Noi e gli altri esseri senzienti</strong></p>
<p>Quando si esaminano le affinità fra umani e altri animali, di solito ci si limita a parlare di esseri senzienti a noi molto simili ma tuttora viventi. Se consideriamo anche esseri del passato (<em>Homo habilis</em>, uomo di <em>Neanderthal</em>, ecc.), le assurdità della concezioni correnti diventano ancora più evidenti.</p>
<p>Esseri come gli Australopiteci o l’<em>Homo erectus</em> si sono estinti da poche centinaia di migliaia di anni, tempo insignificante nella scala complessiva della Vita. Il fatto che questi ominidi siano scomparsi è del tutto contingente. Se fossero viventi, la nostra cultura, a seconda del parere di qualche istituzione, prenderebbe uno dei seguenti atteggiamenti:</p>
<p>- considerare la caccia a questi esseri come uno sport;</p>
<p>- chiudere gli ominidi nelle gabbie degli zoo;</p>
<p>- ripristinare la schiavitù;</p>
<p>- considerare l’uccisione di un ominide come omicidio volontario punibile magari con l’ergastolo.</p>
<p>Ma anche se ci limitiamo alle specie ora viventi, si può notare che:</p>
<p>Più aumentano le nostre conoscenze sul comportamento dei Primati, più diminuiscono le differenze fra primati umani e non umani. Ad esempio, oggi sappiamo che la differenza di informazione genetica fra la nostra specie e lo scimpanzé bonobo è dell’ordine dell’uno per cento.</p>
<p>L’idea di uomo, nel pensiero dell’Occidente, è costruita in contrapposizione all’idea di animale: umanità e animalità vi appaiono come termini antitetici, sia nella concezione biblica che nell’idea scientifica di derivazione baconiana. Ma si tratta di una contrapposizione largamente mitica e scientificamente insostenibile.</p>
<p>Anche il linguaggio abituale è improprio, perché l’uomo <em>è </em>un animale.</p>
<p>Il bonobo, o <em>Pan paniscus</em>, dovrebbe chiamarsi <em>Homo paniscus</em>: le differenze con l’<em>Homo sapiens</em> sono minime. Dobbiamo liberarci da quell’antropocentrismo che caratterizza la nostra cultura ed è una delle cause “a monte” che hanno provocato la spaventosa situazione ecologica del Pianeta.</p>
<p>Sembra che il governo spagnolo abbia dichiarato che le Grandi Scimmie “possiedono facoltà mentali e una vita emozionale sufficienti per giustificare la loro inclusione nella comunità degli eguali”. Neppure il mondo scientifico, che sa da tempo che la differenza fra uomo e scimpanzè è minima, si è mai dato molto da fare su questo piano.</p>
<p>Gli altri animali soffrono, amano, sono coscienti. Qual è la facoltà che consente di attribuire dei “diritti soggettivi”? Se fosse qualche forma di coscienza o consapevolezza, non si capisce con quale logica si riconoscono diritti alle persone in coma o agli embrioni umani e non si considera degno di considerazioni morali soggettive un essere consapevole e senziente come un orango o un delfino.</p>
<p>E’ ormai evidente poi che la storiella che veniva raccontata ai bambini una cinquantina di anni fa, che cioè la nostra specie “ha l’intelligenza” mentre gli animali hanno soltanto “l’istinto” è qualcosa che fa sorridere, anche alla luce di studi recenti sulle emozioni, i sentimenti, il comportamento e la struttura delle società di tanti esseri viventi.</p>
<p><strong>Studi recenti</strong></p>
<p>I brani che seguono sono riportati dall’articolo “<em>Minds of their Own – Animals are smarter than you thin</em>k” (<em>La loro mente – Gli animali sono più intelligenti di quanto crediate</em>) di Virginia Morell, pubblicato sul numero di marzo 2008 del National Geographic, sulla cui copertina l’articolo è annunciato con il titolo “<em>Inside Animal Minds</em>” (<em>Nella  mente animale</em>). Alcuni pezzi sono riportati dalle didascalie delle foto dello stesso articolo, curate da Jennifer S. Holland.</p>
<p>L’articolo è una sintesi dei risultati di trent’anni di studi sulla mente, sul comportamento e sulle capacità di apprendimento di molti esseri senzienti non-umani da parte di Irene Pepperberg ed altri scienziati. La Pepperberg iniziò il suo progetto nel 1977: si portò in laboratorio un pappagallo africano di nome Alex con l’intento di insegnargli la lingua inglese.</p>
<blockquote><p>“Quando la Pepperberg cominciò a dialogare con Alex, che è morto a 31 anni lo scorso settembre, erano molti gli scienziati che credevano che gli animali non fossero in grado di pensare. Gli animali erano macchine, robot, programmati per reagire in modo elementare a stimoli esterni, ma non erano in grado di pensare né di provare emozioni”.</p></blockquote>
<p>Ancora trent’anni fa, dopo quasi due secoli che conoscevamo l’Unità della Vita e  sapevamo qual’è la posizione della nostra specie nel mondo naturale, erano diffuse idee simili! Ma leggiamo qualche brano dell’articolo:</p>
<blockquote><p>“Alex contava, riconosceva colori, forme e dimensioni, aveva un’elementare nozione del concetto di zero”.<br />
“Per Alex le mele hanno un sapore simile alle banane, ma somigliano alle ciliegie; così si è inventato questo nome: ci-nana”.<br />
“Gli scimpanzè, i bonobo e i gorilla sono capaci di apprendere il linguaggio dei segni e di utilizzare simboli per comunicare con noi. Il bonobo Kanzi porta con sé una lavagna piena di simboli che gli permette di “parlare” ai ricercatori, e ha inventato, per esprimersi, nuove combinazioni simboliche”.<br />
“Azy (un orango) ha una ricca vita interiore. Cognitivamente gli oranghi sono sullo stesso piano delle scimmie africane, e in certi compiti le superano. Oltre a comunicare i suoi pensieri con i simboli di una tastiera, Azy mostra anche una “teoria della mente” (cioè comprende il punto di vista di un altro), e fa scelte logiche che dimostrano una notevole flessibilità mentale”<br />
“Le pecore, come i primati, sanno riconoscere facce diverse (circa 50 pecore e 10 umani) e le ricordano per due anni”.<br />
“Oggi un ampio numero di studi indica che l’intelligenza è una dote flessibile, e le sue radici nel mondo animale sono estese e profonde”.<br />
“Non siamo i soli a saper inventare, a pianificare le nostre azioni, ad avere un’immagine di noi stessi; e neppure i soli a mentire e ingannare”.<br />
“L’intelligenza è un albero dalle mille ramificazioni: non ha un tronco unico che punta solo nella nostra direzione”.<br />
“Dotati di un grosso cervello e agili tentacoli, i polpi sanno bloccare le loro tane con delle rocce, e si divertono sparando acqua a bersagli come bottiglie di plastica o ai ricercatori”.<br />
“Kanzi, un bonobo, da piccolo ha imparato a comunicare spontaneamente osservando gli scienziati che addestravano sua madre. A 27 anni, questo bonobo “parla” grazie a più di 360 simboli di tastiera, e capisce il significato di migliaia di parole dette a voce. Kanzi sa formulare delle frasi, eseguire nuove istruzioni, e fabbricare strumenti di pietra, cambiando tecnica a seconda della durezza del materiale. Crea strumenti come quelli dei primi umani”.<br />
“Le ghiandaie sanno ragionare: sapendo di essere ladre, spostano le provviste di cibo se un’altra ghiandaia le osserva; pianificano i pasti futuri, e nel fare provviste tengono conto dei bisogni futuri piuttosto che della fame del momento”.<br />
“I delfini hanno ottima memoria, estro creativo e capacità linguistiche; sono versatili, sia dal punto di vista cognitivo che comportamentale. Hanno un grande cervello generalista, proprio come noi. Modificano il proprio mondo per rendere possibili nuove cose”.</p></blockquote>
<p>E’ anche evidente che si ragiona sulle medie, e che il più intelligente dei bonobo ha (o <em>è</em>) più mente-psiche-spirito del meno dotato degli umani.</p>
<p><strong>Posizione della nostra specie in Natura</strong></p>
<blockquote><p>La visione ideologica che ci fa credere unici e diversi cioè inconfondibili e migliori di tutti gli altri esseri viventi sul pianeta, è solo un curioso delirio di grandezza.  (Fabio Ceccarelli)</p></blockquote>
<p>La posizione antropocentrica, che dà valore a qualunque cosa solo in funzione umana, è la più diffusa nella nostra cultura. Invece una visione del mondo biocentrica assegna “valore in sé” a tutte le entità viventi, una visione ecocentrica dà valore a tutte le entità naturali e alle loro relazioni.  Gli umani, le loro culture, le relazioni fra di esse, sono entità naturali, e quindi anch’esse degne di “valore in sé”.</p>
<p>L’uomo sta alla Natura come la parte al Tutto, come un tipo di cellule sta all’Organismo psicofisico di cui fa parte. Un gruppo di cellule ha maggior “valore in sé” se lo si vede come parte integrante di un Organismo di quanto ne abbia se considerato isolato.</p>
<p>Dare un valore “in sé” a tutte le entità naturali e alle relazioni che le legano vuol dire attribuire un profondo significato alla Vita e al mondo, accettarne e comprenderne la spiritualità immanente.</p>
<p>Gran parte delle posizioni attuali della cultura occidentale derivano dalle religioni che si sono originate nella regione medio-orientale ed hanno invaso il mondo, spesso con la violenza, diffondendo ideologie mostruosamente antropocentriche. Le istituzioni che le rappresentano continuano quest’opera: a parte le amenità sul concetto di “anima”, anche sul piano pratico si agitano non poco per quattro cellule surgelate (purchè <em>umane</em>) e non dicono una parola sulle spaventose sofferenze inflitte a tanti esseri senzienti o sulla distruzione degli ecosistemi.</p>
<p>Il pensiero materialista non ha cambiato nulla mantenendo l’uomo “al centro” attraverso una specie di “merito selettivo”, che gli ha conservato l’esclusiva mentale-spirituale.</p>
<p><strong>L’evoluzione dei sistemi complessi</strong></p>
<p>E’ abbastanza noto che la spaccatura cartesiana fra mente e materia ha ricevuto un duro colpo dal principio di indeterminazione, formulato da Werner Heisenberg nel 1927. Con la successiva interpretazione di Copenhagen, sostenuta soprattutto dal fisico danese Niels Bohr e sempre confermata negli esperimenti successivi, il mondo energetico-materiale appare sempre più inconsistente senza una presenza mentale.</p>
<p>Il fisico Erwin Schroedinger era arrivato alle stesse conclusioni di Heisenberg per altra via ed era riuscito a formulare l’equazione differenziale che porta il suo nome, che rappresenta entità molto evanescenti, ma tuttavia è ancora in grado di descrivere l’andamento nel tempo di qualcosa, anche se solo di un’onda di probabilità.</p>
<p>Successivamente lo studio dei sistemi ha portato a togliere anche questa tenue  prevedibilità. Infatti, studiando i sistemi complessi, si è visto che, durante l’evoluzione del sistema, si manifestano biforcazioni-instabilità, cioè punti oltre i quali il sistema prende una via assolutamente non prevedibile, <em>neanche in linea teorica,</em> sulla base di eventi nel mondo energetico-materiale: il sistema <em>sceglie </em>la via che prenderà successivamente. In altre parole si manifestano fenomeni mentali, o, se volete, comincia a manifestarsi una mente-psiche-spirito, il che non significa <em>necessariamente </em>una coscienza.</p>
<p>Gli scienziati meccanicisti-materialisti se la cavano dicendo che il sistema prende <em>a caso</em> la via successiva alla biforcazione. Si ha la sensazione che la parola <em>caso</em>, come al solito, sia un’etichetta messa a tutto ciò che non conosciamo.</p>
<p>Non abbiamo alcun motivo di nessun genere per dire che si tratta di una <em>scelta </em>se il sistema complesso è il cervello umano e di un <em>caso </em>se si tratta del cervello di un passerotto o del ganglio nervoso di un cefalopodo o dell’evoluzione di un termitaio.</p>
<p>C’è sempre un orizzonte temporale oltre il quale il comportamento del sistema è assolutamente indefinibile. Per usare un esempio preso dalla meteorologia: “Il battito d’ali di una farfalla nella campagna inglese può provocare un ciclone nei Caraibi”, da cui la denominazione di <em>effetto-farfalla </em>data alla conseguenza di una biforcazione in questo tipo di processi.</p>
<p>Non si tratta della nostra incapacità o impossibilità di conoscere tutte le variabili, ma della natura intrinseca dei fenomeni. Nelle biforcazioni-instabilità si manifesta un processo creativo:  In questo quadro, la creazione non è più avvenuta in un momento remoto del passato, ma è un<em> processo continuo</em>.</p>
<p><strong>Il libero arbitrio</strong></p>
<p>L’idea tradizionale, propria delle istituzioni religiose nate nell’area medio-orientale e di una corrente della scienza, è che l’uomo sia dotato di libero arbitrio, mentre il resto del mondo naturale (compresi tutti gli altri animali!) sarebbe soggetto alle rigide leggi fisiche. Un’altra corrente della scienza “ottocentesca” (il <em>determinismo</em>) non lascia alcuna libertà a nessuno.</p>
<p>Come abbiamo visto, secondo una corrente attuale del pensiero scientifico-filosofico c’è qualche segno di libertà in tutti i processi naturali: ci sarebbe un po’ di libero arbitrio ovunque, anche se in quantità diverse.</p>
<p>Ogni entità naturale, ogni processo, ogni sistema complesso, ha un suo grado di libertà. Solo la “quantità” di tale facoltà è diversa da caso a caso. Secondo la visione detta “del cane al guinzaglio”, tutte le entità (noi compresi)  hanno un guinzaglio, più o meno lungo, in mano alle forze sistemiche, che non sono soltanto fisiche o energetico-materiali, ma anche mentali. Per usare un’espressione di Bateson</p>
<blockquote><p>&#8220;…Se volete, potete chiamare Dio le forze sistemiche.”</p></blockquote>
<p>Il cane può talvolta far cambiare completamente direzione a chi tiene il   guinzaglio, se a un bivio si dirige da una parte piuttosto che dall’altra.</p>
<p>Solo come esempio, il grado di imprevedibilità che si manifesta in diverse comunità di insetti, di mammiferi o di uccelli, non è molto diverso da quello dei gruppi umani. Inoltre le società di molte specie sono notevolmente strutturate.</p>
<p>Comunque, se c’è qualche differenza fra umani e altri animali, è di natura quantitativa. L’uomo è un animale: anche l’etica deve tenerne conto quando si occupa degli altri esseri viventi, e senzienti.</p>
<p><strong>Conclusioni</strong></p>
<p>Forse non sono necessarie le considerazioni sopra esposte: è sufficiente avere un cane come amico, o leggere questa intervista a Konrad Lorenz.</p>
<p>Ho conversato a lungo, su questi argomenti, con Konrad Lorenz, padre dell’etologia moderna. Alla domanda se anche gli animali siano consapevoli, con il tono passionale e affascinante che lo distingue, risponde:</p>
<blockquote><p>&#8220;Nessuna persona seria dovrebbe dubitare di questo. Sono pienamente convinto, dico pienamente, che gli animali hanno una coscienza. L’uomo non è il solo ad avere una vita interiore soggettiva”. E aggiunge che l’uomo è troppo presuntuoso, troppo preso di sé. Naturalmente, dice ancora il grande scienziato, il fatto che gli animali abbiano una coscienza “solleva dei problemi”. Forse l’uomo ha paura di fare altri passi in questa logica: riconoscendo una vita interiore agli animali, sarebbe costretto a inorridire per il modo con cui li tratta.</p></blockquote>
<blockquote><p>Lorenz mi ha parlato anche dell’infallibilità con cui gli animali conoscono subito le intenzioni di chi sta loro di fronte. Ma non c’è bisogno di scomodare tanta autorità, per commentare l’episodio del gorilla in questione. Solo una mente rozza o malata di dogmatismi, potrebbe dubitare delle buone intenzioni dell’animale. E i cani di Vienna, compresi quelli di Lorenz, non sono mai minacciosi per istinto o perché capiscono che la gente li ama e non farebbe loro mai del male?</p></blockquote>
<blockquote><p>In fondo l’etologia va confermando quello che Giordano Bruno aveva intuito con il suo genio filosofico, e cioè che tutti gli esseri viventi sono fenomeni diversi di un’unica sostanza universale. Traggono dalla stessa radice metafisica e la loro differenza è quantitativa non qualitativa o, per usare il linguaggio di Kant, fenomenica non noumenica. L’intelletto, che serve a intuire la relazione delle cose tra di loro, è comune, sia pure proporzionato ai bisogni, a tutti gli esseri viventi. Questo insegnano i grandi pensatori, a incominciare da Schopenhauer, e questo sostiene, in ultima analisi, Lorenz.</p>
<p>Sarebbe pura cecità considerare l’uomo come qualche cosa di completamente avulso dal resto del regno animale. La scoperta che gli animali mentono &#8211; per esempio i gracchi alpini e corallini, ma Lorenz mi ha parlato anche di altri animali &#8211; e quindi sono capaci di astrazione ha fatto cadere perfino il dogma che solo l’uomo avesse la facoltà di riflettere in abstracto.</p>
<p>La filosofia occidentale è troppo impregnata di teologia. Lo riconosceva perfino Nietzsche, che pure parlava e predicava come un prete capovolto. Il male è già all’inizio: “Crescete e moltiplicatevi, e popolate la terra, ed assoggettatevela, e signoreggiate i pesci del mare e i volatili del cielo, e tutti gli animali che si muovono sulla terra.”  Signoreggiate, cioè opprimete, tormentate e uccidete tutti gli altri esseri viventi: parla così, un Dio? E non poteva anche risparmiarsi queste parole, dopo aver creato un essere malvagio come l’uomo? Lorenz, sia pure dopo una disamina di carattere storico, definisce “satanico” un simile comandamento.</p></blockquote>
<blockquote><p>Quale penoso contrasto con le sublimi parole che Buddha rivolse al suo cavallo quando lo lasciò libero: “Và! Anche tu, un giorno, sei destinato al nirvana”.</p>
<p>Questo episodio faceva tremare di commozione Schopenhauer e Wagner, ma non impressiona minimamente la corteccia cerebrale dei nostri filosofi-teologi. A loro è più congeniale Cartesio, che considerava gli animali delle semplici macchine.</p>
<p>Vicino a Lorenz si respira meglio sia scientificamente che moralmente. Proprio perché ha scandagliato come nessun altro la vita interiore degli animali, sa anche quale responsabilità morale questo comporti…  (Anacleto Verrecchia, La Stampa, 8 settembre 1986)</p></blockquote>
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		<title>Compassione in azione: Roshie Bernie Glassman e Ma Jaya Sati Bhagavati</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Apr 2009 06:43:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrew Cohen</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Che forma ha la compassione in azione? Qual è la reazione di un illuminato a una crisi e una sofferenza terribili? Due risposte a questa domanda sono Roshie Bernie Glassman e Ma Jaya Sati Bhagavati. Strano a dirsi, entrambi sono nati in una famiglia ebrea, nella stessa parte di Brooklyn e a distanza di meno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="donna bimbo terra.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/11/donna-bimbo-terra.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/11/donna-bimbo-terra.jpg" alt="donna bimbo terra.jpg" hspace="6" align="left" /></a>Che forma ha la compassione in azione? Qual è la reazione di un illuminato a una crisi e una sofferenza terribili? Due risposte a questa domanda sono Roshie Bernie Glassman e Ma Jaya Sati Bhagavati. Strano a dirsi, entrambi sono nati in una famiglia ebrea, nella stessa parte di Brooklyn e a distanza di meno di un anno. Ora, più di sessanta anni dopo, lui – maestro buddista zen – e lei – incarnazione di Kali, manifestazione della Divina Madre dell’induismo – sono diventati due straordinari esempi di risposta con tutto il proprio essere all’ingiustizia, la sfortuna e il dolore che esistono al mondo, e che la maggior parte di noi non ha nemmeno il coraggio di cominciare ad affrontare.</p>
<p><a title="Compassione in azione Roshi Glassman.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/compassione-in-azione-roshi-glassman.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/compassione-in-azione-roshi-glassman.jpg" alt="Compassione in azione Roshi Glassman.jpg" hspace="6" align="left" /></a>Roshi Glassman è diventato un avido studente zen mentre lavorava come ingegnere aerospaziale alla McDonnel-Douglas, a metà degli anni sessanta. Grazie alla straordinaria profondità del suo interesse, nel 1970 è stato ordinato prete “zen soto”, e dopo poco tempo è diventato direttore dello<em> zen center</em> di Los Angeles.</p>
<p>Qui, su richiesta del suo insegnante Taizen Maezumi Roshi, ha cominciato a insegnare. Nel 1979 ha fondato la sua comunità a New York, diventando ben presto una figura controversa nei circoli zen, poiché negli insegnamenti metteva enfasi sul lavoro e gli affari come pratiche zen, anziché sulla tradizionale “zazen” (<em>meditazione seduta</em>). “Puoi diventare uno «zen freak», <em>un fanatico dello zen</em>”, egli afferma, “ma non riuscire mai ad aprirti, e questo provoca un problema più grande, perché ti attacchi alla forma. E la forma diventa un sostituto della vita”.</p>
<p>Per finanziare la sua neonata comunità, Glassman ha avviato un’impresa zen, la <em>Greystone Bakery</em> (la<em> Panetteria Greystone</em>), che col tempo è diventata un’attività di successo, capace di guadagnare milioni di dollari. Il suo interesse per lo zen come business si è evoluto in quello per lo zen come azione sociale. E anche se questo ha provocato l’allontanamento di molti suoi primi studenti, col tempo ha spinto diverse altre persone, in vari modi, a una vita di devoto servizio, o alla compassione in azione.</p>
<p>Tale compassione in azione si manifesta in quello che oggi viene chiamato il <em>Greyston Mandala</em>, una rete di comunità evolutive ispirate ai valori buddisti. Il<em> Greyston Mandala</em> svolge molte attività nello Yonkers sudoccidentale, nello Stato di New York. La Greyston Bakery offre e insegna un lavoro agli abitanti del circostante quartiere a basso reddito; la <em>Greyston Family</em> Inn amministra appartamenti ristrutturati per individui già senza tetto e famiglie di lavoratori poveri; la <em>Greystone Health Services</em> fornisce case a persone malate di HIV/AIDS, oltre che assistenza medica e consulenza riabilitativa.<span id="more-807"></span></p>
<p>Spinto dalla sua esperienza con le famiglie di barboni, Glassman ha voluto provare in prima persona cosa significasse essere un mendicante. Per questo, all’inizio degli anni novanta, ha cominciato quella che per lui è diventata una tradizione annuale, gli “<em>street retreat</em>”, i <em>ritiri sulla strada</em>, i cui partecipanti vivono sulla strada per cinque giorni e mendicano cibo per capire cosa significa dipendere completamente dalla generosità altrui.</p>
<p>Roshi Glassman conduce anche ritiri ad Auschwitz dove, a ogni novembre, 150 persone “fanno testimonianza” dell’inimmaginabile orrore dell’olocausto.</p>
<p>Nell’inverno del 1994, Glassman ha celebrato il suo cinquantacinquesimo compleanno passando cinque giorni sotto la neve, seduto sui gradini della sede del Congresso americano, ponendosi una domanda: “Cosa posso fare per l’accattonaggio, l’AIDS e la violenza di questo Paese?”. Il risultato è stato la creazione di un ordine di praticanti zen dediti alla causa della pace, chiamato “The Zen Peacemaker Order” (<em>L’ordine zen dei costruttori della pace</em>). Questa idea si è sviluppata fino a divenire una rete internazionale e interreligiosa finalizzata a integrare la pratica spirituale con l’azione sociale.</p>
<p>“In un monastero zen, tutto è attentamente e scrupolosamente studiato per portare i monaci in uno stato di non-sapere, facendo loro sperimentare l’unità della vita”, Glassman scrive nel suo libro <em>Testimoniare,</em> “ma io ho scelto di non vivere in un monastero. Mi sono dedicato agli affari, l’azione sociale e l’impegno per la pace. Quindi, per me la domanda è diventata: «Quali attività economiche, sociali e a favore della pace possono aiutarci a realizzare l’unità della società e a scorgere l’interdipendenza della vita?».</p>
<p>Tutta la mia vita di insegnante è stata finalizzata alla creazione di nuove condizioni ambientali, strutture, attività economiche e forme sociali che portassero ognuno di noi alla comprensione e la pratica della via illuminata, la quale non è altro che la creazione della pace”.</p>
<p><a title="Compassione in azione Ma Jaja Sati" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/compassione-in-azione-ma-jaja-sati.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/compassione-in-azione-ma-jaja-sati.jpg" alt="Compassione in azione Ma Jaja Sati" hspace="6" align="left" /></a>L’eccentrica Ma Jaya Sati Bhagavati si chiamava in origine Joyce Green ed è nata in una famiglia operaia ebrea; all’età di tredici anni, sua madre morì in un ospedale statale. Educata sulle strade di Brighton Beach, a quindici anni ha sposato “un grosso, stupendo stallone italiano”, di nome Sal Di Fiore, e ben presto ha avuto due figlie. Dopo dieci anni di vita suburbana, la storia della sua leggendaria trasformazione personale è cominciata con l’iscrizione a una classe di yoga presso un centro di benessere “Jack LaLanne”, invogliata dalla promessa di perdere peso attraverso esercizi di respirazione yogica.</p>
<p>Poiché gli avevano detto che cinque minuti di respirazione al giorno avrebbero provocato una perdita di mezzo chilo alla settimana, pensò che ore di pratica avrebbero prodotto risultati sensazionali. Così fu. Con sua sorpresa, cominciò ad avere straordinari stati estatici, visioni di Gesù Cristo e visite da parte di guru famosi, tra cui Swami Nityananda e Neem Karoli Baba. Quando abbandonò la vita di moglie e madre, ricevette guida e supporto dalla compianta maestra spirituale Hilda Charlton, e ben presto divenne a sua volta un guru.</p>
<p>Nel 1976 si trasferì con i suoi studenti nella Florida centrale, dove fondò ufficialmente il <em>Neem Karoli Baba Kashi Ashram</em>, una comunità spirituale interreligiosa. Ma Jaya è divenuta la difensore dei malati di AIDS di tutto il mondo, e il suo ashram è la sede di molti, diversi progetti. Tra essi, il <em>River Fund</em>, che offre supporto fisico, emotivo, spirituale ed educativo ai malati di AIDS e di altre malattie; la <em>River House</em>, un ospizio dove gli adulti possono morire con dignità; la <em>Mary’s House</em>, che accoglie e si prende cura dei neonati non voluti e malati di AIDS; la <em>Ma Jaya River School</em>, che fornisce istruzione secondaria e non settaria ai “bambini di Ma Jaya”, cioè ai bambini non voluti o vittime di violenze, che in seguito entrano nelle migliori università del paese.</p>
<p>I suoi progetti globali a scala mondiale riguardano “township” e orfanotrofi in Sud Africa, Uganda e Messico. In California, i suoi studenti svolgono un programma chiamato<em> Sotto i ponti e sulle strade</em>, nell’ambito del quale visitano ospedali e ospizi, dando cibo e conforto a persone bisognose. A New York, la River Fund si occupa dei malati di AIDS e di coloro che sono affetti da malattie fisiche e psichiche; inoltre, fornisce vestiti e duemila pasti al mese agli affamati e ai senza tetto. Ma Jaya è membro del consiglio d’amministrazione del Parlamento delle Religioni Mondiali, e nel 1998, con l’appoggio del Dalai Lama, ha creato la giornata mondiale per il Tibet, un evento annuale celebrato in cinquantuno città e dieci Paesi, per aumentare la consapevolezza sulla situazione dei tibetani. Ella è un tornado umano di compassione in azione; la sua via è conseguire la realizzazione spirituale attraverso il servizio disinteressato nel mondo.</p>
<p>“Mi siedo sempre ai piedi del mio guru, il Signore Shiva”, dice; “chiedo a essi di darmi la forza di non sbriciolarmi, non lasciare che il mondo mi consumi. E poi ogni notte, naturalmente, entro in meditazione. Senza questa straordinaria possibilità di liberarmi di tutto ciò che raccolgo durante la giornata, non riuscirei a vivere” (Da <em>The Selfless Life of Serving Siva in All,</em> di Lavina Melwani, “Hinduism Today”, Febbraio 1999.).</p>
<p><strong>Sono io che sanguino?<br />
Intervista a Roshi Bernie Glassman</strong></p>
<p>Andrew Cohen: Questo è un momento delicato nella storia del Pianeta Terra. La sovrappopolazione, l’inquinamento ambientale e le moderne armi tecnologiche di distruzione di massa minacciano la sopravvivenza non solo della nostra specie, ma di tutta la vita sul pianeta. Duane Elgin, scienziato sociale e pensatore evolutivo, afferma: “Quella che ci troviamo di fronte, in realtà, è la convergenza di molti importanti fattori: cambiamenti climatici, estinzioni delle specie, aumento della povertà e crescita della popolazione. Tutti questi fattori potrebbero svilupparsi in modo indipendente, ma caratteristico della nostra epoca è il fatto che il mondo è diventato un sistema chiuso.</p>
<p>Non esistono luoghi dove scappare, e tutti questi fattori stanno cominciando a sommarsi tra loro, alimentandosi reciprocamente. La nostra situazione è simile a quella di un elastico che viene allungato fino al limite, ovvero fino al punto di rottura. Allora accadrà qualcosa di molto potente; oggi possiamo impedirlo, ma tra venti anni la crisi del sistema sarà una realtà inesorabile che dovremo affrontare”.</p>
<p>E lo storico delle culture <em>Thomas Berry</em>, nel suo libro <em>The Great Work</em>, afferma: “Ci ritroviamo con carenze dal punto di vista etico proprio quando, per la prima volta, abbiamo di fronte a noi l’emergenza, la distruzione irreversibile del funzionamento della Terra e dei suoi principali sistemi viventi. Le nostre tradizioni culturali sanno come affrontare il suicidio, l’omicidio e persino il genocidio, ma diventano completamente impotenti quando si tratta di affrontare il biocidio, ovvero l’estinzione dei vulnerabili sistemi viventi della Terra, e il geocidio, la devastazione della Terra stessa”.</p>
<p>Roshi Glassman, tu sei un attivista zen, un ardente attivista zen. Da molti anni offri risposte molto pratiche alle enormi sofferenze che hai visto nel mondo intorno a te. Eticamente e spiritualmente, come affronteresti questa crisi? Qual è secondo te il giusto atteggiamento che dovremmo avere per fronteggiare l’emergenza che Elgin e Berry descrivono così vividamente?</p>
<p>Bernie Glassman: Sai, Andrew, io sono fondamentalmente una persona semplice. Il mio modo di affrontare i temi che hai menzionato, che sono temi planetari, è riportarli al nostro corpo. La mia comprensione è che siamo tutti interconnessi. Ma non è facile pensare in questo modo; quindi, vorrei parlare di questo argomento dal punto di vista del corpo. Infatti, in un certo senso, tutti quei temi di cui hai parlato riguardo il pianeta avvengono a ogni istante dentro di noi, nel nostro corpo. Io soffro di diabete e di una malattia alla prostata, e se ci penso, questa cosa può schiacciarmi. Cioè, potrei dire: “Beh, non posso farci niente”.</p>
<p>Tuttavia, se non facciamo nulla al riguardo, moriamo. Quindi, in realtà, noi facciamo qualcosa al riguardo! Facciamo qualcosa nella misura in cui riusciamo a vedere con chiarezza. Se la mia mano sanguina, non mi siedo a guardarla dicendo: “Non so cosa accidenti fare”. Se la tua mano sanguina, farai qualcosa. Se non hai una benda, forse dovrai succhiare il sangue con le labbra oppure strappare un lembo della tua T-shirt per usarlo come benda. Farai qualcosa. Di certo, non ti siedi a pensare: “Sono io che sanguino?”. Fai qualcosa.</p>
<p>Quindi, per esempio, se vedo me stesso come un senza tetto per strada o come qualcuno che sta distruggendo la foresta, dico: “Sono io che sto facendo questo, quindi cosa posso fare?”. Farò quello che posso. Questa è la mia sola risposta. Non ho soluzioni, perché non so. Ecco il primo principio della nostra <em>Peacemaker Community</em>. Abbiamo molti strumenti – la conoscenza, il linguaggio, il bagaglio culturale ecc. – ma affrontiamo ogni situazione dalla posizione di colui che non sa. Ciò vuol dire essere completamente aperti, <em>in ascolto</em>. E, quindi, fare tutto ciò che possiamo. Non vuol dire affermare: “Non ho abbastanza soldi. Non sono abbastanza istruito. Non sono sufficientemente illuminato. Non sono ecc.”, bensì: “Questo è ciò che posso fare”, e quindi agire al meglio delle proprie possibilità. Ecco cosa mi spinge a continuare a lavorare in tutti questi campi. Quando indietreggiamo, possiamo dire semplicemente: “È troppo, sai. Andrà tutto a pezzi”. Sì, andrà tutto a pezzi. Ma nel frattempo, questo è ciò che io farò.</p>
<p>Andrew Cohen: Quindi diresti: “Prendi dimora nel non-sapere e agisci al meglio delle tue possibilità?”.</p>
<p>Bernie Glassman: Sì, affronta la situazione da uno stato di non-sapere. Quindi, <em>siine un testimone</em>. Cerca di diventare un testimone, e da ciò, io credo, sorgeranno automaticamente le azioni giuste. Tali azioni sono amorevoli tanto quanto il cercare di fermare la perdita di sangue dalla mia mano. Cioè, sorgeranno <em>automaticamente.</em></p>
<p>Andrew Cohen: Stai dicendo che se siamo testimoni, se affrontiamo la sofferenza, se l’affrontiamo <em>davvero</em>, avverrà una risposta naturale?</p>
<p>Bernie Glassman: Ne sono sicuro. L’ho visto succedere continuamente. Ma se cerchiamo di<em> risolvere</em> i problemi, siamo in trappola.</p>
<p>Andrew Cohen: Perché non siamo capaci di farlo?</p>
<p>Bernie Glassman: Sì. Il nostro ruolo è solo una piccola parte nel quadro generale, e questo è tutto ciò che possiamo fare. Esiste la storia di un bodhisattva che trova un pozzo vuoto e vede una montagna coperta di neve. Quindi, scala la montagna con un cucchiaio in mano, prende un cucchiaio di neve, torna giù, lo versa nel pozzo e risale la montagna. Questo lo fa non per riempire il pozzo di acqua, ma semplicemente perché è ciò che è necessario fare. Io predico l’attivismo. Quello a cui cerco di incoraggiare le persone è fare tutto il possibile con ciò che hanno.</p>
<p>Andrew Cohen: E come dovremmo reagire all’emergenza di cui parla Berry, che è in grado di sopraffarci perché potenzialmente comporta la fine della vita così come la conosciamo?</p>
<p>Bernie Glassman: In un certo senso, il punto non è la grande o piccola scala. Chi può intervenire a grande scala lo farà, mentre chi può operare a scala più piccola farà quello che può. Definisco l’illuminazione come la profondità alla quale vediamo l’unità della vita, l’interconnessione della vita. E il grado della tua illuminazione si può misurare dalle tue azioni.</p>
<p>Andrew Cohen: Come possiamo restare consapevoli della gravità della crisi senza venire sopraffatti dalla paura e dalla disperazione?</p>
<p>Bernie Glassman: Penso che esse ci sopraffanno solo a causa della nostra aspettativa di riuscire a risolvere il problema.</p>
<p>Andrew Cohen: Vedo. Dunque, questa è la chiave.</p>
<p>Bernie Glassman: Passo dopo passo, prima vediamo le cose dal punto di vista più ampio possibile, poi facciamo ciò che possiamo, senza aspettative.</p>
<p>Andrew Cohen: Senza l’aspettativa di risolvere completamente il problema?</p>
<p>Bernie Glassman: Sì. Senza l’aspettativa nemmeno di <em>contribuire</em> alla soluzione del problema. Stai facendo ciò che puoi, e qualcosa accadrà. Chi diavolo lo sa.</p>
<p>Andrew Cohen: Nel tuo libro <em>Bearing Wintess</em> affermi: “Nella pratica zen… facciamo la nostra meditazione seduta non per noi stessi, ma per il mondo”. Nelle attuali circostanze, pensi che sia ancora possibile fare la pratica spirituale al di fuori del contesto di questa crisi straordinaria? In altre parole, è ancora possibile per un individuo cercare l’illuminazione o la trasformazione personali solo per il suo bene? O forse oggi per un individuo sincero non ha più senso cercare il risveglio spirituale se tale ricerca non è l’espressione di una relazione profondamente impegnata con la vita in generale?</p>
<p>Bernie Glassman: Esistono molte metafore secondo le quali l’illuminazione è valida solo per noi stessi. Penso che siano metafore vecchie. Credo che oggi ci siamo evoluti al punto in cui l’unità della vita è parte della nostra consapevolezza; non importa se stiamo cercando la trasformazione individuale o no. E se uso il monaco come una metafora… Oggigiorno penso che la metafora riguardi la ricerca dell’illuminazione per la trasformazione del mondo, non soltanto dell’io individuale. Che noi lo si comprenda o no, credo che in qualche modo abbiamo nella nostra consapevolezza la nozione di non essere soltanto individui, ma il mondo, una parte del tutto. E le pratiche per l’illuminazione, penso, devono condurre all’azione nel mondo.</p>
<p>Andrew Cohen: Dunque, stai dicendo che oggi non è possibile cercare l’illuminazione solo per se stessi?</p>
<p>Bernie Glassman: Penso di no. E coloro che sono ancora prigionieri dell’idea che si può essere fuori dal mondo, per così dire, si ritroveranno frustrati. Concordo con ciò che hai detto prima: il mondo è un sistema chiuso e tutto ciò che vi accade ha un’influenza su tutto il pianeta. Sì, ogni nostra azione influisce su tutto il mondo; non esistono azioni che fanno eccezione. Nemmeno le pratiche per la trasformazione o l’illuminazione.</p>
<p>Andrew Cohen: In <em>Testimoniare</em> descrivi il punto di vista illuminato come uno stato di non-sapere. Affermi: “Quando viviamo nel sapere, piuttosto che nel non-sapere, viviamo in uno stato rigido nel quale… le nostre idee di ciò che dovrebbe accadere ci impediscono di vedere ciò che accade davvero. Rimaniamo sconvolti se le nostre aspettative non si realizzano… La verità è che… nonostante ciò che possiamo pensare, non controlliamo mai le cose, che accadono come accadono.</p>
<p>Ma in uno stato di non-sapere viviamo, in realtà, senza attaccamenti a idee preconcette. Non esiste aspettativa di guadagno, né di perdita”. Quindi, quello che volevo chiederti è: qual è la relazione tra tale stato di non-sapere, in cui non esistono aspettative di perdita o guadagno, e il risveglio della coscienza spirituale, quella coscienza che ci spinge a trascendere l’ego e l’egoismo, facendoci vivere non solo per il nostro bene, ma anche per quello degli altri? Come possiamo essere liberi dall’aspettativa che le cose cambieranno in meglio e tuttavia sentirci ancora spinti a operare, a reagire all’ignoranza e la sofferenza che scorgiamo nel mondo intorno a noi?</p>
<p>Bernie Glassman: Penso che se siamo davvero in quello stato, <em>quello stato di non-sapere</em>, faremo la migliore cosa possibile. E le nostre azioni saranno “curative”, anche se non sono sicuro che questo sia il termine migliore per descriverle.</p>
<p>Andrew Cohen: Ma potresti dire qualcosa di più sulla relazione tra il non-sapere, il non avere aspettative e il risveglio della compassione, cioè della passione di dare una risposta all’ignoranza e la sofferenza che vediamo nel mondo intorno a noi?</p>
<p>Bernie Glassman: Penso che il desiderio di rispondere sia più ardente quando viene dallo stato di non-sapere che dal sapere.</p>
<p>Andrew Cohen: Perché?</p>
<p>Bernie Glassman: Perché è più immediato. Nello stato di non-sapere, la sofferenza che vediamo diventa parte di me, quindi devo prendermi cura di essa. Infatti, <em>io</em> sto soffrendo; non è qualcosa di separato da me. Ma se ho delle idee preconcette su <em>come </em>devo rispondere, ho creato una separazione dall’esperienza stessa, dalla cosa stessa. E a quel punto resto intrappolato nel “devo” e “non devo” della mia comprensione; non sento più l’esperienza e non reagisco più <em>direttamente</em> a essa.</p>
<p>Andrew Cohen: Dici: “La giusta risposta accadrà”, e io ti credo e sono d’accordo con te. Tuttavia, voglio chiederti, dal punto di vista del dharma, qual è esattamente la relazione tra quello stato di non-sapere e il risveglio della coscienza che trascende l’ego.</p>
<p>Bernie Glassman: Penso che siano lo stesso stato. Ma non si tratta di una condizione passiva, bensì molto attiva. E in tale condizione attiva si è testimoni. Questo è il mio modo di affrontare l’argomento. Piuttosto che aspettare che succeda qualcos’altro, diciamo: “In questo istante, io, al meglio delle mie possibilità, affronterò questa situazione dallo stato di non-sapere”. Penso che questo sia il modo migliore di fare qualcosa. Dà alla gente il permesso di fare qualcosa dal loro stato di illuminazione.</p>
<p>E ciò vuol dire fare testimonianza della sofferenza; non scappare da essa. Fare testimonianza è davvero importante. Fare testimonianza vuol dire “sedersi” con ciò che c’è… E con “sedersi” non intendo tanto l’atto fisico dello stare seduti, quanto lo <em>stare</em> con ciò che c’è, cercando allo stesso tempo di venire sempre da quello spazio di non-sapere. Resta con quello che c’è e fanne testimonianza: a quel punto, puoi <em>fare</em> qualcosa.</p>
<p>Ebbene, ognuno di noi ha gli attaccamenti che ha, ed è per questo che sostengo che <em>il grado della nostra illuminazione è il grado della passione che avremo per tutto il mondo</em>. Questa passione sorgerà. Resta con essa. Fai testimonianza di ciò che sta sorgendo. Da ciò, l’azione deve avvenire.</p>
<p>Andrew Cohen: Sei un maestro zen e un insegnante di meditazione. Nella meditazione buddista, l’obiettivo è comprendere e sperimentare la natura vuota dell’io. Qual è la relazione tra la comprensione del vuoto e il risveglio della compassione?</p>
<p>Bernie Glassman: Definisco la compassione il funzionamento di quello stato vuoto. Per cui, di nuovo, uso il non-sapere in modo simile al termine “sunyata”, o vuoto. E nello zen, è come se costringessimo la gente ad andare verso quella che chiamiamo la radice del vuoto, la sua<em> essenza</em>, che in realtà è lo stato di non-sapere. Infatti, mi basta usare la parola sunyata che essa diventa…</p>
<p>Andrew Cohen: Un concetto.</p>
<p>Bernie Glassman: Qualcosa di mentale, sì. Ma il <em>funzionamento</em> di quello stato è ciò che chiamerei compassione.</p>
<p>Andrew Cohen: Perché?</p>
<p>Bernie Glassman: Perché la mia comprensione di esso è che quando si viene da quello spazio di vuoto, si è colmi di questa passione per la vita e per la fine delle sofferenze. E le azioni che sorgono da tale vuoto saranno azioni che cercheranno di ridurre la sofferenza.</p>
<p>Andrew Cohen: Diresti che ciò avviene perché in quel vuoto c’è libertà dall’ego e dall’egoismo, e quando siamo in uno stato di assenza di ego, o di libertà dall’egoismo, la compassione affiorerà inevitabilmente?</p>
<p>Bernie Glassman: Sì. Ma, sai, <em>ego</em> è un termine ingannevole. Io uso la parola ego in riferimento all’insieme di condizionamenti che nascono dalla nostra idea di noi stessi. Mettiamola così: non ho mai incontrato nessuno – per quanto egli affermi di essere illuminato o il mondo sostenga che lo sia – che non abbia un certo numero di condizionamenti o qualche struttura egoica.</p>
<p>Andrew Cohen: E se invece considerassimo l’ego l’orgoglio, il senso della propria importanza o il bisogno profondamente condizionato di vedere il proprio io come separato o distinto dal tutto?</p>
<p>Bernie Glassman: Se questa è la definizione, sarei d’accordo con te. In quel caso, l’ego sparirebbe.</p>
<p>Andrew Cohen: Quindi, diresti che il vuoto è sinonimo o equivalente a tale scomparsa, e che, come risultato di quest’ultima, la compassione sorgerebbe spontaneamente?</p>
<p>Bernie Glassman: Sì.</p>
<p>Andrew Cohen: E questo farebbe parte del miracolo di chi siamo realmente e del risveglio stesso?</p>
<p>Bernie Glassman: Sì. E personalmente mi sento portato più verso “l’amore” che verso la “compassione”. Infatti, la compassione, per me, porta con sé un po’ di giudizio. Ciò che intendiamo con compassione e non-compassione è diverso per ognuno di noi. Io vedo che lo stato dell’amore sorge da quella condizione priva di ego, e questa in genere viene chiamata compassione, ma non sempre.</p>
<p>Andrew Cohen: Quindi, diresti che l’amore, nel modo in cui lo stai definendo, non è personale?</p>
<p>Bernie Glassman: Sì. Dei nostri tre principi della <em>Peacemaker Community</em>, il primo è il non-sapere, il secondo il fare testimonianza e per il terzo uso il termine<em> guarigione</em>, che, ripeto, non mi piace molto. Tale parola avrebbe potuto essere<em> compassione</em>; penso che sia il più tipico termine buddista utilizzabile. In un certo senso, queste sono solo questioni semantiche, ma io sono incline a parlare della guarigione del proprio io e del mondo come del terzo principio che sorge naturalmente dai primi due.</p>
<p>Questo è davvero uno stato d’amore, e da quell’amore sorge l’azione. E penso che le azioni stesse, che sono la funzione di quell’amore, potremmo definirle compassione. L’amore nasce e le azioni compassionevoli accadono. Ma questo non vuol dire necessariamente che risolveremo la situazione. Infatti, sento che in ogni momento il mondo è perfetto <em>così come è</em>. Non è qualcosa di guasto che devo riparare. Ma lavorerò per creare una situazione più amorevole.</p>
<p>Andrew Cohen: Questa che stai facendo è una distinzione molto sottile.</p>
<p>Bernie Glassman: Lo è.</p>
<p>Andrew Cohen: Perché questa è la sfida dell’illuminazione. Da una parte, tutto è già pieno, perfetto e intrinsecamente libero così come è, ma allo stesso tempo…</p>
<p>Bernie Glassman: Sì, ma se ti attacchi a ciò è possibile che poi non agirai più.</p>
<p>Andrew Cohen: Ma non sono vere entrambe le cose? Forse che tutto non è già pieno, completo e libero? E allo stesso tempo non esiste un’enorme quantità di sofferenza cui bisogna dare urgentemente una risposta, a ogni momento?</p>
<p>Bernie Glassman: Esattamente. Alcune persone sperimentano quel primo stadio e si bloccano là. Pensano: “Non c’è nulla da fare”.</p>
<p>Andrew Cohen: Sì. E potrebbero persino utilizzare ciò come una<em> scusa</em> per non fare nulla. È così che molte persone soffocano l’espressione della propria coscienza e della propria umanità. È una situazione molto brutta.</p>
<p>Bernie Glassman: Pressappoco, questo è il punto da dove ho incominciato: cercare di incoraggiare le persone a non fermarsi lì. Nello zen giapponese esiste uno stato che viene chiamato “la caverna di Satana”: è quel luogo in cui stai senza fare niente, perché non c’è nulla da fare. Quello stato può essere un’esperienza che ti sopraffà, ma occorre tirare fuori la persona da quella caverna.</p>
<p>Andrew Cohen: È un luogo di compiacimento e auto-soddisfazione.</p>
<p>Bernie Glassman: Ho avuto quell’esperienza una volta, nel 1969, durante un “sesshin”, un ritiro di meditazione. Stavo lavorando con un insegnante di nome Koryu Roshi; era uno degli insegnanti di Maezumi Roshi. Stavo lavorando al mio primo koan con Koryu Roshi, e sono entrato in uno stato molto, molto profondo. Non volevo uscirne, ma Maezumi Roshi me ne ha spinto fuori.</p>
<p>Andrew Cohen: Era uno spazio molto estatico?</p>
<p>Bernie Glassman: Molto estatico.</p>
<p>Andrew Cohen: C’è stato qualcosa di preciso che ti ha detto sui motivi per i quali dovevi uscirne?</p>
<p>Bernie Glassman: No. Quando mi vide, in qualche modo lo sapeva. Naturalmente, aveva parlato con Koryu Roshi, quindi sapeva dove mi trovavo, ma lo vedeva anche dai miei movimenti e da tutto il resto. Semplicemente, mi fece scappare da lì. Mentre sedevo in meditazione, si mise dietro di me e urlò. In tal modo, mi spinse fuori da quello stato per farmi entrare in uno spazio molto più profondo, uno spazio di azione.</p>
<p>Andrew Cohen: Qui potremmo probabilmente trovare un contrasto con alcune interpretazioni del Vedanta, dove potrebbe sembrare che lo scopo non è altro che…</p>
<p>Bernie Glassman: Entrare in una trance profonda.</p>
<p>Andrew Cohen: Sì. Uscire da<em> qui</em>.</p>
<p>Bernie Glassman: Talvolta, abbiamo usato l’espressione “samadhi freaks”, <em>fanatici del samadhi</em>, per le persone che vogliono entrare in quello stato, perché può essere davvero splendido. Invece, per altre può essere terrificante.</p>
<p>Andrew Cohen: Perché è troppo?</p>
<p>Bernie Glassman: Sì.</p>
<p>Andrew Cohen: Se oggi il Buddha fosse vivo, pensi che sarebbe ancora favorevole a un’intensa pratica di meditazione e di rinuncia al mondo per sperimentare la trascendenza e il nirvana? Alla luce della crisi attuale, non pensi che sarebbe piuttosto favorevole alla pratica della meditazione al servizio di un attivismo sociale appassionato e impegnato, come fai tu?</p>
<p>Bernie Glassman: Beh, sai, da un punto di vista egocentrico, risponderei “Certo”. Quello che sappiamo di lui – o almeno quello che ricaviamo dai testi – è che era certamente una persona di larghe vedute. Includeva tutte le cose e le tradizioni che accadevano nel suo tempo.</p>
<p>Andrew Cohen: Ma i suoi insegnamenti sembravano porre molto rilievo sull’abbandono del mondo.</p>
<p>Bernie Glassman: Beh, questo faceva parte della cultura indiana del tempo. La mia sensazione – ma questo posso dirlo solo perché io sono ciò che sono – è che oggi egli sarebbe stato nel mondo. Come Sua Santità il Dalai Lama… Penso che lui sia un bellissimo esempio.</p>
<p>Andrew Cohen: Qual è la fonte dell’amore, della passione, del coraggio e dell’impegno profondi e straordinari che metti nell’alleviare la sofferenza degli altri?</p>
<p>Bernie Glassman: Non li considero “gli altri”. È piuttosto egocentrico… Voglio solo che ci sia meno sofferenza!</p>
<p><strong>Non chiedere perché; fai qualcosa!<br />
Intervista a Ma Jaya Sati Bhagavati</strong></p>
<p>Andrew Cohen: Stiamo vivendo in un periodo straordinario nella storia del nostro pianeta, un’epoca senza precedenti per la nostra specie. Gli esperti ci dicono che, come risultato della globalizzazione, della sovrappopolazione, della povertà opprimente, dell’inquinamento, per non parlare della diffusione delle armi di distruzione di massa, se non cambiamo molto rapidamente lo stato delle cose, entreremo in quella che il teorico evolutivo Duane Elgin chiama “l’era oscura dell’evoluzione”. In realtà, alcuni sostengono che abbiamo già raggiunto il punto di non ritorno.</p>
<p>Volevo chiederti non tanto di parlare del tuo lavoro – anche se personalmente traggo molta ispirazione dal tuo esempio – ma piuttosto, poiché sei un’attivista spirituale la cui stessa vita è una chiara espressione di una risposta appassionata all’enorme dolore e sofferenza che accadono quotidianamente nel mondo – qual è secondo te la risposta più appropriata a questa crisi che stiamo attraversando.</p>
<p>Ma Jaya: La “kali yuga” [<em>l’era oscura</em>] è come una moltitudine di flagelli. E il mondo, Andrew, ha bisogno di una parola, e quella parola è<em> consapevolezza</em>. Se vivi e agisci in stato di ignoranza, chi si prenderà cura dei figli dei figli? Dove correranno? Dove cammineranno i loro piedi? Io non posso essere separata dal mio lavoro. Io sono il mio lavoro e il mio lavoro sono io. Ho il privilegio di avere un orfanotrofio nel cuore della giungla dell’Uganda. Lì ho duecento bambini.</p>
<p>Se non avessi quella consapevolezza e i miei “chelas” [<em>discepoli</em>] che sanno che tutto il mio cammino è fatto di altruismo, forse questi bambini non mangerebbero. Certamente avrebbero sofferto di più, a causa dell’AIDS. Quindi, è tutto connesso, come un loto gigantesco, e il centro stesso del loto è la consapevolezza. Vado in tutto il mondo a toccare le persone con l’AIDS. È una questione di consapevolezza.</p>
<p>Tu parli dell’ambiente, del mondo. Io ho sessanta anni, e pratico il servizio da trenta. Non ho mai, mai sentito tanto dolore per l’ambiente quanto adesso. Le foreste pluviali sono scomparse. Credo che il tuo giornale possa raggiungere le persone che hanno bisogno della massima consapevolezza: non l’uomo medio, ma il leader spirituale. Stai raggiungendo i ricercatori, e anche questo è bene. Ma io voglio parlare ai leader. Queste sono le persone che devono aprire le loro porte.</p>
<p>L’estate scorsa sono stata delegata alle Nazioni Unite, per i leader spirituali, al Summit della Pace. Sono rimasta scioccata. C’era un seminario sulla povertà cui mi è stato chiesto di partecipare; si parlava degli affamati, dei bisognosi. E un hindu si è alzato e ha cominciato a urlare a un prete cattolico che i cristiani avevano rubato la loro religione. La cosa è finita sui giornali, è successa davvero. Ero scioccata, Andrew. E il prete si è girato e ha risposto: «Non c’era alcuna religione da rubare!». Allora mi sono alzata e ho detto: «Scusatemi. Avete mai visto la luce andare via dagli occhi di un bambino che non aveva nulla da mangiare e si è lasciato morire?».</p>
<p>E questo ha posto fine alla discussione. Il bisogno di avere ragione (e loro non hanno ragione, anche se pensano il contrario) elimina la consapevolezza dalla Terra, una Terra che sta dirigendosi sempre più velocemente verso il nulla. Ho visto troppo, Andrew. Ho visto troppo, e il mondo non è mai stato in un tale caos. Se posso andare a un seminario sulla povertà alle Nazioni Unite e trovarci due religiosi che litigano, che sta succedendo? Tutti siamo debitori verso questo nostro mondo, questo nostro, magnifico mondo. Dobbiamo prenderci cura di esso.</p>
<p>Andrew Cohen: So che sei membro del consiglio di amministrazione del Parlamento delle religioni mondiali.</p>
<p>Ma Jaya: Sì, e se i leader spirituali non vanno là e non toccano con mano questi problemi, perderemo tutto. Non ci sarà più nulla. I seguaci smettono di seguire, sai. La gente si disillude. Ma cosa accadrebbe se ognuno prendesse un granello di questa Terra e lo facesse suo, prestando attenzione a tutto ciò che vi è sopra? Cosa accadrebbe se gli altri leader dicessero: “Bene, prendiamo una città e sosteniamola. Prendiamo un edificio. Prendiamo una casa. Prendiamo una persona”. Sai, automaticamente cominci a fertilizzare la tua terra con l’amore. Per cui, quando dici che ammiri il mio lavoro… Non voglio essere ammirata; voglio essere <em>copiata</em>. A ogni modo, tutti possono fare ciò che faccio io.</p>
<p>Sto qui, nel mio ashram della Florida, da venticinque anni. Vengono leader musulmani, cristiani, ebrei, hindu. E dico loro: “Cosa state facendo? Quanto a lungo riuscite a pregare? Prendete quelle mani che tenete unite in un “pranam” [<em>gesto di riverenza</em>] <em>e fate </em>qualcosa. Accarezzate un bambino”. Questo è il mio messaggio: <em>fai </em>qualcosa. Comincia da ciò che ti sta di fronte. La capacità di prendersi cura in modo sincero di un altro essere umano rende possibile la trasformazione di una piccola parte della Terra, quella che ti sta di fronte.</p>
<p>Credo in questo con tutto il cuore, perché se non riusciamo a prenderci cura gli uni degli altri come esseri umani, come potremo prenderci cura della Terra? Andrew, adesso stiamo condividendo. Tu vuoi qualcosa, non solo per il tuo giornale… Vuoi qualcosa per il mondo. Anche io lo voglio. Lo desidero così fortemente da farmi venire le lacrime agli occhi. Posso sentirlo. E in questo momento, entrambi siamo consapevoli. Cosa accadrà? Non appena avrò finito di parlare con te, farò nuovamente voto di servire ancora di più. Perché ciò che dico, devo farlo. Metto alla prova le mie parole. E forse, chi lo sa? Forse tu vorrai aiutare qualcuno malato di AIDS.</p>
<p>Andrew Cohen: Cosa diresti all’individuo che affermasse: “Non riesco a farlo. Quello che stai chiedendo è tanto difficile psicologicamente, emotivamente e spiritualmente, che non riesco a farlo. Quando comincio ad affrontarlo, non ce la faccio, perché è troppo impegnativo”.</p>
<p>Ma Jaya: È qualcosa di così schiacciante che rimani paralizzato. Non riesci a fare nulla. Quindi, io direi di cominciare dalle piccole cose. Guarda cosa si prova a prendersi cura e a nutrire qualcosa, facendolo maturare. Sì, ti senti schiacciare. Ma io ho tanta passione per ciò che si potrebbe fare! E se crolliamo, crolliamo. Almeno, crolliamo perché ci abbiamo provato. Crolliamo sapendo di non aver sprecato il nostro amore e la nostra vita. Se sprechi il tuo amore e la tua vita, cosa accadrà? Indirizzali <em>verso</em> qualcosa. È un essere umano? Una foresta del Brasile? Mio nipote ha studiato in Argentina; dice: “Ma, non sai la distruzione che è in atto laggiù”. Avviene in tutto il mondo, <em>ed</em> è direttamente davanti ai nostri occhi. Quando sono tornata dall’Africa, ho visto che a mezz’ora da dove sto in Florida, ci sono persone che vivono in piccole baracche di lamiera. Quindi, questo riguarda tutto il mondo, ma abbiamo bisogno di fermarci un momento, guardare cosa abbiamo di fronte e prendercene cura. E se restiamo schiacciati, c’è il sollievo che abbiamo donato qualcosa. Abbiamo partorito un momento di amore.</p>
<p>Andrew Cohen: L’altro giorno, ho discusso di questo argomento con Roshi Bernie Glassman. Egli parla molto del “fare testimonianza”, del riuscire ad affrontare direttamente la crisi senza idee preconcette su come dovremmo risolverla. Egli sostiene che grazie al fare testimonianza, al semplice desiderio di affrontare la crisi direttamente, accadrà una risposta giusta o appropriata. Ciò richiede molto coraggio.</p>
<p>Ma Jaya: Ci vuole coraggio. Ma ci vuole davvero coraggio per diventare ciò che siamo? È davvero una cosa coraggiosa essere in quel momento? Quel momento porta liberazione, illuminazione.</p>
<p>Andrew Cohen: Perché questo essere testimoni provoca l’illuminazione?</p>
<p>Ma Jaya: Essere testimoni è un altro modo di definire la consapevolezza. Se sei fisicamente in questo momento – poiché tu sei in questo momento – non puoi evitare le difficoltà. <em>Poiché</em> sei in questo momento, davanti a te hai tanto le difficoltà quanto la possibilità di superarle. È lo stesso momento. Esiste la reazione al momento e l’azione. Non domani; nello stesso momento. Per cui, quando fai testimonianza del tuo respiro, stai guardando intorno a te. Puoi farlo in questo stesso istante, e puoi vedere. “Guarda cosa ho notato!” E qualunque cosa tu stia guardando, diventa più grande e bella, e quando fai testimonianza, <em>tu </em>diventi più bello. E hai gli strumenti per correggere la situazione, per quanto possano essere sottili.</p>
<p>Andrew Cohen: E come definiresti tale strumento?</p>
<p>Ma Jaya: Lo definirei la grande consapevolezza del momento. È una grande consapevolezza. Perché è grande? Perché non solo viene affrontato tutto ciò che ti sta di fronte, per quanto sia schiacciante – infatti, cominci dalle cose molto piccole – ma, indovina un po’? Ritorni alla fonte. Ritorni, come mi ha insegnato Swami Nityananda, al luogo da cui sei venuto.</p>
<p>Andrew Cohen: Quale è la relazione tra consapevolezza e compassione?</p>
<p>Ma Jaya: Grazie alla consapevolezza, acquisti un improvviso distacco. A quel punto, una grande sorgente, una grande sorgente di compassione fluisce attraverso di te. Quando sei consapevole, comprendi che nella tua vita non c’è posto per l’attaccamento.</p>
<p>Andrew Cohen: Perché?</p>
<p>Ma Jaya: Quando sei consapevole, sai che tutto ciò che abbiamo è impermanente. Swami Nityananda mi ha insegnato il “chidakash”, lo spazio del cuore al di là della testa. E io vado in questo spazio. In questo spazio scompaio. Esso non ha nulla a che vedere con me. E dunque la compassione, che mi sono sempre vantata di avere, comincia a fluire ancora di più, e comprendo: “Mio Dio! Avrei potuto avere un miliardo di volte di più”. La consapevolezza conduce al distacco, che conduce alla massima compassione. E quando dico “distacco”, non intendo disinteresse. Al contrario, mi riferisco a un altruismo più grande, bello e profondo.</p>
<p>Andrew Cohen: Se la consapevolezza porta al distacco, qual è, allora, il rapporto tra distacco e compassione?</p>
<p>Ma Jaya: Nel distacco, poiché le cose non mi toccano, <em>devo</em> avere compassione per gli altri esseri umani. Posso parlare solo della mia esperienza. Ricevo una chiamata che c’è una ragazza con AIDS conclamato che sta partorendo per strada. Lei sta per strada, e sta chiamando Ma. Io vado in strada. Quel giorno ho già avuto una tragedia personale. Okay? Cosa potrò dare? Cosa mi resta da dare? Come devo prendere questo bambino? Il dolore di lei aderisce al mio.</p>
<p>Quindi, vado nel distacco. <em>Non</em> si tratta di me. E sono qui per una giovane ragazza, senza giudizio. La compassione può essere data solo senza giudizio, perché non si tratta di me. E l’ho tenuta vicino al mio seno fino a quando è arrivata l’ambulanza e l’ha portata via. In quel momento, ero scomparsa, perché non sono nel mio dolore. E se non ho dolore, sono così aperta al suo che la compassione fluisce.</p>
<p>Andrew Cohen: Il motivo per cui ti pongo questa domanda è che alcune persone hanno paura del distacco, perché temono che se si permettono questa esperienza, proveranno disinteresse verso gli altri.</p>
<p>Ma Jaya: Lo so. La maggior parte delle persone ha paura del distacco. Ma io lo sto vivendo. Non solo lo sto vivendo <em>io</em>, ma anche migliaia di miei studenti. In California ho un piccolo ashram dove c’è un programma chiamato <em>Sotto i ponti e sulle strade.</em> Vengono nutrite migliaia di persone al giorno. Poiché i miei studenti sono distaccati, quello che vedono li stimola a servire ancora di più.</p>
<p>Okay, ho un’altra storia. Non è bella. Quindi, ascolta quello che devo dire.</p>
<p>Andrew Cohen: Sto ascoltando.</p>
<p>Ma Jaya: C&#8217;è una giovane figlia. Quando aveva sei anni, era una bellissima bambina. E il padre l’ha costretta a bere Drano, acido per lavandini.</p>
<p>Andrew Cohen: Oh, mio Dio.</p>
<p>Ma Jaya: Ti avevo avvertito. Se non fossi andata nel distacco, pensi che sarei riuscita a entrare in quella stanza, pochi giorni dopo l’episodio? Dovevo andare in quello spazio dove non provavo attaccamento. E la compassione è fluita. Lei aveva sei anni, andava a scuola; era senza malizia. Una bellissima bambina, e ora stava morendo. Dall’attaccamento cosa viene? La rabbia. E se fossi stata arrabbiata, come avrei potuto aiutare questa bambina?</p>
<p>Andrew Cohen: Quanti anni ha adesso?</p>
<p>Ma Jaya: Tredici. Questo è distacco. Ciò vuol dire che non li amo? Potrei raccontare storie che ti farebbero raddrizzare i capelli in testa. E tutto questo perché? Per l’attaccamento delle persone. “Sono attaccato al mio spazio. Ho la mia palizzata dipinta di bianco. Ho mio marito, i miei bambini. Lo vedo alla TV, ma non voglio vederlo affatto”. E io sto dicendo: “Sii distaccato, ma prenditi cura di ragazze come Melissa, il cui padre ha versato Drano nella gola”. Se avessi degli attaccamenti, non sarei riuscita a fare ciò che sto facendo nemmeno in un milione di anni; sarei collassata. Sarei piombata nella palude dell’autocommiserazione.</p>
<p>Andrew Cohen: In questo c’è un mistero, perché – come hai detto tu, e come hanno insegnato molti grandi maestri – è attraverso il lasciarsi andare che troviamo l’amore e l’altruismo.</p>
<p>Ma Jaya: Esattamente. E ragazzi, fa paura. È spaventoso. Quando ti lasci andare, emerge la compassione autentica dell’amore, perché stai vivendo esattamente nel momento. All’improvviso, i tuoi figli ti sono vicini, le persone che ami ti sono vicine, perché non hai i tuoi artigli nel loro collo. Io non ti possiedo; godo della tua presenza. E non mi guardo indietro per vedere chi sta prendendo il mio amore. Questo è il mistero più grande. Lo ritengo un mistero molto maggiore del Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Infatti, devi davvero lavorare sul tuo essere.</p>
<p>Andrew Cohen: Cosa intendi?</p>
<p>Ma Jaya: Devi lavorare sul tuo essere per poter lavorare su quello degli altri. Non puoi semplicemente arrabbiarti e dire: “Quel figlio di puttana ha dato il Drano alla bambina!”. Così, lasceresti quest’ultima senza speranza. Devi dire: “Posso andare al di là di questo. Posso essere abbastanza distaccata per osservare ciò”. Prima di tutto, devi guardarlo; poi, devi prenderti cura della situazione. La tua responsabilità non diminuisce in alcun modo, e questo è il mistero. E qualcuno arriverà alla prossima vita pieno di amore, perché quando è morto non è stato lasciato solo nell’agonia e nella sofferenza. Il mistero è che ognuno di noi, non importa chi siamo, ha la possibilità di essere distaccato e di prendersi cura di ciò di cui occorre prendersi cura.</p>
<p>Andrew Cohen: Qual è la fonte della tua passione e compassione?</p>
<p>Ma Jaya: Beh, mia madre, morta nell’ospedale di Coney Island in un reparto per indigenti, mi ha davvero mostrato come prendermi cura della gente. Un giorno le ho chiesto: «Mamma, perché stai soffrendo tanto?». Una mammella rimossa, l’altra pure, il rene e un polmone idem… Si era alla fine degli anni quaranta. Si girò e mi diede uno schiaffo, dicendo: «Non chiedere mai perché!». Allora l’ho guardata in faccia e lo ho chiesto: «Perché?». Lei si è messa a ridere e mi ha dato un altro schiaffo. Ha risposto: «Perché nessuno ti risponderà. Chi ti darà una risposta?».</p>
<p>Questo me lo sono ricordato tutta la vita, ed è ciò che insegno. Invece di chiedere perché, <em>agisci</em>. Siamo <em>tutti </em>capaci di agire. Non sto su un palco improvvisato. Se ci fossi, non avrei tempo per fare tutto ciò che ho fatto in vita. Vedi, io voglio il <em>cambiamento</em>. Voglio vedere un cambiamento negli occhi annebbiati dal dolore di un bambino. So che se aiutiamo un essere umano, ciò toccherà tutto il mondo. È inevitabile. Non so come, ma accadrà. Sto <em>agendo</em>, e tutti quelli che stanno con me stanno agendo. È stato incredibile vedere quanti bambini stanno crescendo non grazie all’aiuto di <em>una </em>persona, ma perché ho insegnato a <em>molte</em> persone ad aiutare. E se io morissi in questo secondo, in questo giorno, dopo di me verranno molti, molti bambini, studenti e chelas che si prenderanno cura degli altri. Non mi nasconderò. Non farò semplicemente testimonianza. Vengo da Brooklyn, e cadrò combattendo.</p>
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<p>Copyright originale “What is Enlightenment” magazine <a href="http://www.wie.org/">www.wie.org</a><br />
Traduzione di Gagan Daniele Pietrini.<br />
Copyright per l&#8217;edizione italiana: Innernet.</p>
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		<title>Contro il tecnostress</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Mar 2009 05:06:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Toshan Ivo Quartiroli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Enzo di Frenna ha presentato un video e un gruppo, Runfortecnostress Network per invitarci e non farci prendere dal tecnostress. Fermarsi e meditare è una pratica seguita da molti lettori di Innernet. Ma a volte tutti ci facciamo  prendere dalle parole, dalle immagini, dai video, dalle numerose possibilità di comunicazione delle rete e ci dimentichiamo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2009/03/tecnostress.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1138" style="margin-left: 6px; margin-right: 6px;" title="tecnostress" src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2009/03/tecnostress.jpg" alt="" width="180" height="219" /></a><a href="http://www.enzodifrennablog.it/dblog/articolo.asp?articolo=338" target="_blank">Enzo di Frenna</a> ha presentato un video e un gruppo, <a href="http://runfortecnostress.ning.com/ " target="_blank">Runfortecnostress Network</a> per invitarci e non farci prendere dal tecnostress. Fermarsi e meditare è una pratica seguita da molti lettori di Innernet. Ma a volte tutti ci facciamo  prendere dalle parole, dalle immagini, dai video, dalle numerose possibilità di comunicazione delle rete e ci dimentichiamo del silenzio mentale e del vuoto che sono all&#8217;origine di ogni creatività e autentica comunicazione.</p>
<p>Per quanto le parole e le immagini possano essere interessanti ed evolute, se ci identifichiamo con esse la nostra mente sarà comunque condizionata e ristretta, senza poter godere della libertà che arriva da una mente libera. A volte è utile ricordarci che tutto ciò che passa per la rete può essere osservato come si osservano i pensieri in meditazione: senza attaccarsi ad essi e ritornando ad un luogo che ci connette ad un centro interiore.</p>
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		<title>Non c&#8217;è scampo dal mondo</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Dec 2008 17:02:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Joseph Goldstein</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Dharma e dintorni]]></category>
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		<description><![CDATA[In questo colloquio-intervista, Andrew Cohen e Joseph Goldstein si chiedono se sia necessario rinunciare al mondo per raggiungere la liberazione. La pratica spirituale riguarda la liberazione della mente dagli attaccamenti. Questa non è né indifferenza né un tirarsi indietro. Riguarda il nostro rapporto col mondo. Andrew Cohen intervista Joseph Goldstein Andrew Cohen: Joseph, sembri una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In questo colloquio-intervista, Andrew Cohen e Joseph Goldstein si chiedono se sia necessario rinunciare al mondo per raggiungere la liberazione. La pratica spirituale riguarda la liberazione della mente dagli attaccamenti. Questa non è né indifferenza né un tirarsi indietro. Riguarda il nostro rapporto col mondo.</p>
<p><strong>Andrew Cohen intervista Joseph Goldstein</strong></p>
<p>Andrew Cohen: Joseph, sembri una persona che ha voltato le spalle al mondo per dedicare la vita alla pratica della meditazione e al raggiungimento della liberazione, ma anche per fare da guida spirituale agli altri. Non sei un monaco, ma la tua vita, paragonata a quella di molta gente qui in occidente, verrebbe in realtà considerata quella di un monaco. Dal momento che hai dedicato la vita alla via del risveglio del Buddha, perché non sei diventato un monaco?</p>
<p>Joseph Goldstein: Non credo di condurre una vita di particolari rinunce, perché sono molto impegnato nel mondo. Sto lavorando con varie istituzioni, come la “Insight Meditation Society”, il “Barre Center for Buddhist Studies” e sto progettando un nuovo ritiro a lungo termine; inoltre, viaggio e insegno. Vivo anche in modo confortevole, quindi voglio dissipare ogni dubbio: non sto assolutamente conducendo una vita di rinuncia dedicata alla pratica intensiva della meditazione, anche se, ogni anno, mi concedo dei periodi per farlo.</p>
<p>AC: Ma, paragonata a quella degli altri, la tua vita è simile a quella di un monaco. Vivi lontano dal mondo, in un centro di meditazione; non hai, al momento, rapporti sessuali; e tutto ciò che ti riguarda ha a che fare con la diffusione del dharma e l’insegnamento della meditazione.</p>
<p>JG: Una delle ragioni per cui non sono mai diventato un monaco è che, quando iniziai a praticare, mi trovavo in India, che non è un paese buddista. La maggior parte dei miei primi insegnanti erano laici; quindi, anche se più tardi ho avuto degli insegnanti monaci, il modello laico è stata la forma con cui sono cresciuto. Ho preso i voti solo per un breve periodo, ma non sono mai stato particolarmente attratto dalla formalità della disciplina monastica.</p>
<p>AC: Se i tuoi primi insegnanti fossero stati dei monaci, pensi che avresti potuto prendere i voti?<span id="more-785"></span></p>
<p>JG: Avrei potuto, se avessi cominciato a praticare in Thailandia o in Birmania. Ciononostante, sento che la vita di laico mi si addice, e in qualche modo si addice a questa epoca. Penso che molto del lavoro che abbiamo fatto negli ultimi venticinque anni sia stato più facile perché l’abbiamo fatto come laici.</p>
<p>AC: Per diventare un buddista, devi “prendere rifugio” nella Triplice Gemma: il Buddha, il Dharma e la Sangha. Del Buddha si racconta che fu una persona che andò oltre, o che trascese il mondo. Il Dharma è l’insegnamento buddista della liberazione, un insegnamento che ci libera dall’attaccamento nei confronti del mondo, rendendoci capaci di uscire dalla ruota del divenire. La sangha è la comunità dei fratelli e sorelle con i quali condividiamo un legame di reciproco impegno verso l’illuminazione e la vita spirituale. La relazione con la sangha si pone in contrasto alle relazioni basate sui valori materialistici e mondani. E proprio come i monaci, anche coloro che vivevano in famiglia e seguivano gli insegnamenti del Buddha, (cioè i discepoli laici) dovevano prendere rifugio nella Triplice Gemma, pur rimanendo immersi nelle attività del mondo. Ma, poiché vi avevano preso rifugio, la loro fedeltà non era più rivolta al mondo o ai suoi valori materialistici, bensì all’illuminazione, ovvero alla trascendenza o al non-attaccamento al mondo.</p>
<p>Oggi, so che l’interpretazione della Triplice Gemma è stata resa più inclusiva da alcune persone (per esempio, il tuo antico collaboratore Jack Kornfield) in modo da poter considerare anche la vita mondana come un ottimo veicolo per la pratica spirituale, così come la vita ascetica era considerata il contesto ideale al tempo del Buddha. Nel suo libro <em>After the Ecstasy, the Laundry</em>, Kornfield dice: “I sacrifici di una famiglia sono assimilabili a quelli di ogni rigido monastero, poiché offrono esattamente la stessa pratica di rinuncia, pazienza, fermezza e generosità”. Ma in un’intervista che hai concesso qualche anno fa, hai detto: “Una volta fu chiesto a uno dei miei insegnanti: ‘È veramente necessario rinunciare al mondo per ottenere la liberazione?’. Egli rispose: ‘Anche il Buddha dovette rinunciare al mondo!’ E aveva alcune paramita! (qualità spirituali sviluppate precedentemente)”.</p>
<p>Dunque, è necessario rinunciare al mondo per raggiungere la liberazione? Penso che sia una domanda importante, perché alcune nuove visioni del dharma nate dall’incontro dell’Oriente con l’Occidente, come quelle rappresentate da Kornfield, ma anche da Elizabeth Lesser, autrice di The New American Spirituality, sembrano considerare l’esempio particolare della rinuncia del Buddha più come una metafora del non-attaccamento, che come un modello da seguire alla lettera. Era nel giusto il tuo insegnante quando ricordava che anche il Buddha dovette letteralmente abbandonare il mondo per raggiungere la liberazione? E, secondo la tua opinione, Kornfield ha ragione quando afferma che la vita familiare offre esattamente la stessa formazione di una vita monastica?</p>
<p>JG: Trovo difficile parlare con autorevolezza sulla vita familiare, perché non ne ho esperienza. Nel buddismo, si parla della via alla liberazione in termini di livelli di illuminazione, ognuno dei quali sradica diversi tipi di ostacoli o scappatoie della mente. E nei testi buddisti ci sono numerose storie di persone che hanno raggiunto livelli molto elevati di risveglio, pur vivendo in famiglia. Le persone di mia conoscenza con una vita coniugale soddisfacente, si sono impegnate moltissimo per fare della vita nel mondo la loro pratica. Possiamo dire: “La vita è la mia pratica”, ma che lo sia davvero o meno, è qualcosa che ognuno deve esaminare da sé, con attenzione. Da un certo punto di vista, la via della famiglia sembra più difficile del cammino della rinuncia, perché in essa ci sono molte più distrazioni.</p>
<p>Penso che tutti noi dobbiamo considerare onestamente quali sono le nostre autentiche aspirazioni spirituali. Non penso che si tratti di un aut-aut. La via della famiglia è possibile, ma richiede un impegno e una volontà molto forti. Ho avuto un’insegnante, una donna chiamata Dipa Ma, che era altamente illuminata e possedeva incredibili livelli di concentrazione e<em> samadhi </em>(assorbimento meditativo). Lo sviluppo della sua saggezza, della compassione e dei poteri della mente era straordinario; era una yogini incredibilmente completa. E viveva in famiglia. Aveva una figlia e un nipote, e conduceva una vita casalinga, ma lo faceva in un modo stupefacente.</p>
<p>AC: Sei d’accordo con la dichiarazione di Kornfield: “I sacrifici di una famiglia sono assimilabili a quelli di ogni rigido monastero, poiché offrono esattamente la stessa pratica di rinuncia, pazienza, fermezza e generosità”?</p>
<p>JG: La vita familiare ha la potenzialità di sviluppare queste qualità, ma non credo che <em>necessariamente</em> le sviluppi. Ovviamente, essere un genitore richiede uno straordinario sacrificio e dà l’opportunità di sviluppare l’amore, la comprensione e la pazienza, cioè molte delle<em> paramita</em>. Ma non sono sicuro di quanto effettivamente le sviluppi in profondità, trasformando la saggezza nella natura vuota e priva di sé delle cose. Essere un genitore non conduce necessariamente a <em>questo</em>. Altrimenti, la maggior parte delle persone sarebbe pienamente illuminata!</p>
<p>AC: Pensi che se qualcuno avesse avuto questa aspirazione a illuminarsi, molto difficilmente avrebbe scelto la vita familiare?</p>
<p>JG: Se l’aspirazione centrale della nostra vita è la Liberazione, persone diverse la cercheranno in modi diversi. E questo dipenderà sia dall’intensità del desiderio della liberazione, sia dal nostro condizionamento karmico, cioè dalle nostre tendenze o inclinazioni individuali. Potrei immaginare di entrare in una relazione con la <em>speranza</em> di non creare attaccamento. Ma, di nuovo, penso che sia necessaria molta onestà per farsi strada nell’inerzia dei nostri modelli abituali e vedere quali sono le nostre vere motivazioni. Infatti, sia al livello del dharma che a quello del mondo siamo trascinati da energie diverse ed è facile non capire quello che sta realmente succedendo.</p>
<p>AC: Quindi, quando il tuo insegnante diceva: “Anche il Buddha dovette rinunciare al mondo!”, cosa intendeva?</p>
<p>JG: Beh, per considerare la cosa da un altro punto di vista, è facile cadere nella trappola di pensare, come ho detto prima: “Oh si, la vita è la mia pratica”, senza però farlo davvero per le molte difficoltà, e così concludere sottovalutando l’importanza di prendersi davvero dei periodi nella propria vita in cui riposarsi e fare un passo indietro, se non addirittura di diventare monaco o monaca a vita. C’è un forte impulso a <em>non</em> farlo, così uno potrebbe lasciarsi sfuggire il potere, la forza e la chiarezza che arrivano grazie a quel tipo di rinuncia. Questa è una delle cose che la gente apprezza riguardo ai ritiri: sono un’occasione per fare un passo indietro, cosa molto rara nella nostra cultura. Penso che abbiamo bisogno di farlo, e più sono alte le nostre aspirazioni, più probabilmente avremo questa necessità.</p>
<p><em>Questo</em> è il grande esperimento del dharma in occidente. E voglio vedere se siamo in grado di creare un modello grazie al quale la gente con una forte aspirazione per la Liberazione può realizzare quest’ultima senza necessariamente diventare un monaco o una monaca. Abbiamo appena cominciato a formulare la risposta a questa domanda: forse è possibile, forse no.</p>
<p>AC: La mia prossima domanda deriva proprio da questo. Non c’è dubbio che la maggioranza degli occidentali buddisti (o comunque praticanti gli insegnamenti del Buddha sull’attenzione e la meditazione) sono laici che, pur restando pienamente immersi nella vita del mondo con i suoi interessi e preoccupazioni, manifestano un sincero interesse nell’approfondire la comprensione della natura e del significato dell’esperienza umana alla luce degli insegnamenti del Buddha. Eppure, il Buddha stesso fu un’asceta che disse: “La vita familiare è una via polverosa e piena di ostacoli, mentre la vita ascetica è come il cielo aperto. Non è facile per un uomo che vive nel mondo praticare la vita santa in tutta la sua pienezza, purezza e luminosa perfezione”. Ha detto anche: “Il pavone che vola nell’aria non si avvicinerà mai alla velocità del cigno. Similmente, l’uomo che vive in famiglia non può mai assomigliare al monaco saggio, che medita in disparte nella giungla”.</p>
<p>JG: Prenderò i voti, prenderò i voti! Dove sono le tuniche?</p>
<p>AC: (ride) È vero, ovviamente, che viviamo in tempi “più illuminati” e che per molti aspetti è difficile paragonare le circostanze storiche e culturali dell’India antica con l’Occidente contemporaneo. Tuttavia, l’attaccamento resta l’attaccamento e la libertà resta la libertà; i trabocchetti e i pericoli del cammino spirituale non sono cambiati di un millimetro negli ultimi 2500 anni. Quello che volevo chiederti, quindi, è: quando sono arrivati nell’occidente contemporaneo, materialista e narcisista, gli insegnamenti del Buddha sono stati annacquati per risultare appetibili a coloro che non oserebbero mai prendere sul serio gli insegnamenti del Buddha sulla rinuncia? O il Buddha era fuori strada e troppo estremo perché le sue indicazioni possano essere valide in ogni tempo?</p>
<p>JG: Ci troviamo in una situazione molto interessante. Oggi gli insegnamenti sono accessibili a persone che non hanno alcuna familiarità con essi; è un processo che sta avvenendo. Ma a differenza delle culture asiatiche, dove la rinuncia – anche quando non viene praticata – conserva un suo valore, qui non è apprezzata, per cui c’è una curva dell’apprendimento spirituale. E negli ultimi venti, venticinque anni di insegnamento, ho visto un numero di persone sempre maggiore che vorrebbero fare il passo successivo verso un livello di rinuncia più completo e profondo. Penso che nella gente sta maturando la comprensione del significato della rinuncia.</p>
<p>AC: Stai dicendo, quindi, che dobbiamo evolverci fino al punto in cui riconosciamo tale necessità, per poi cominciare ad agire di conseguenza?</p>
<p>JG: Si, ed essa potrebbe prendere forme diverse, che si tratti di un laico che trascorra dei periodi di rinuncia… Oppure potrei anche immaginare la crescita di una sangha monastica. Io credo, però, che è qui che si debba ricercare la profondità.</p>
<p>AC: La profondità sarà raggiunta quando le persone avranno dato tutta la loro vita per il raggiungimento della liberazione: è questo che intendi?</p>
<p>JG: Si, e poi queste persone troveranno la forma appropriata per esprimerla. Penso che un periodo in cui praticare la rinuncia sia sempre importante. Ma c’è anche la questione su cosa sia veramente la rinuncia. Nei testi buddisti si trova un esempio famoso che paragona un eremita dentro una grotta, che ha rinunciato al mondo ma è pieno di desideri, a qualcuno che vive nel lusso, ma la cui mente è libera dai desideri. La forma esteriore di rinuncia deve sostenere quella interiore; altrimenti, l’esteriorità non ha alcun significato. Dobbiamo vedere cosa favorisce la rinuncia all’avidità, all’odio, alla delusione. Cosa favorisce la rinuncia a considerare le cose come il sé? Questi, per me, sono l’interrogativo e la rinuncia fondamentali. Ed è una cosa che può essere praticata in qualsiasi circostanza. Negli ultimi anni, la mia pratica si è fatta via via più semplice. Di base, si riassume in una frase detta dal Buddha: “Nessuna cosa deve essere assunta come ‘io’ o come ‘mia’”. Questo è tutto. Questa è la pratica; qui si trova la libertà.</p>
<p>Andrew Cohen: Vorrei chiederti del rapporto tra la meditazione e la trascendenza del mondo, dove per “mondo” si intende l’attaccamento e il divenire. Può, la pratica della meditazione, scendere davvero in profondità e avere il potere di liberarci, se non si è già abbandonato il mondo dell’attaccamento e del divenire, almeno in una certa misura? In altre parole, se la pratica della meditazione non ha già radici nella rinuncia al mondo, come può avere il potere di liberarci o di renderci capaci di trascendere il mondo?</p>
<p>JG: Se per “libertà” intendiamo una mente che non considera nulla come “io” o “mio”, penso che possiamo accostarci a essa in due modi. Un approccio è focalizzare la mente sugli oggetti dell’esperienza, penetrandone il carattere illusorio, e questo provoca il lasciarsi andare. Cominciamo a scorgere l’inconsistenza di ogni cosa. Di fronte a ciò, la mente inizia a lasciar andare la presa, perché si accorge che non c’è niente di solido cui aggrapparsi. Un altro approccio è avere effettivamente un bagliore del vuoto, della natura aperta della mente che non produce attaccamento, e avere un’immediata apertura nei confronti di tale esperienza. Penso che, tradizionalmente, le due scuole siano in contrasto l’una con l’altra: “Questa via è migliore o più veloce o più eccelsa”. Ma, almeno secondo la mia esperienza, entrambe sono valide e si intrecciano costantemente. Sono pochissime le persone che, avendo avuto un bagliore di questa natura assoluta, aperta e vuota, sono arrivate alla fine, ritrovandosi totalmente libere; infatti, i modelli abituali sono molto forti.</p>
<p>Andrew Cohen: Sembra che nel buddismo in generale, e specialmente nella scuola Theravada, considerata quella allineata in modo più stretto agli insegnamenti originali del Buddha, la trascendenza del mondo sia un tema fondamentale dell’insegnamento. Tuttavia, viviamo in un’epoca nella quale molte voci influenti del mondo spirituale mettono in rilievo, con vigore, quelli che considerano i pericoli di questo tipo di visione: cioè che è patriarcale, gerarchica, contro la terra, il corpo, la sessualità e la femminilità. Il noto biologo e filosofo Rupert Sheldrake ha detto in un’intervista rilasciata per “What is Enlightenment?”:</p>
<p>JG: “È possibile considerare l’intera creazione come un grande errore, niente altro che una serie di futili e infiniti cicli di manifestazioni, nascita, morte, rinascita e nuova morte e così via all’infinito. A quel punto, la sola risposta è una specie di caduta verticale dentro il regno senza tempo dell’essere, dove dimentichi e lasci alle spalle tutto ciò. Quando vivevo in India, ho scoperto che… alcuni buddisti Theravada avevano fatto propria questa visione. Il loro unico intento era staccarsi interamente da questo mondo del divenire e spiccare il balzo verso la salvezza individuale”.</p>
<p>Inoltre, l’influente scrittore spirituale e, come lui stesso si è definito, il “mistico gay” Andrew Harvey afferma nel suo libro, <em>The Return of the Mother:<br />
</em></p>
<blockquote><p>“Le tendenze contrarie alla vita, al corpo e alla donna, presenti sia nella tradizione Therevada sia (in misura minore) nella tradizione Mahayana, sono un ostacolo. Molte scuole buddiste insegnano che non si può raggiungere l’illuminazione in un corpo di donna; il meglio che una donna può fare, se è molto fortunata, è servire i monaci. Già nelle fasi iniziale del buddismo, i monaci maschi si separarono dalla società e furono considerati superiori a essa. L’unico obbiettivo dell’incarnazione fu visto come la liberazione dal samsara. In tutto questo ci sono estremismo, paura della natura e isteria repressa; il buddismo Mahayana ha cercato di mitigare queste posizioni soprattutto con la sua concezione del servizio divino e dell’ideale del bodhisattva. Ma anche nel Mahayana le donne sono decisamente sottovalutate; il termine tibetano per donna significa letteralmente ‘nascita minore’. Un’enfasi straordinaria sull’illuminazione può condurre al distacco da questa vita e dalle sue responsabilità attive, oltre che a una radicale sottovalutazione della sacra saggezza della vita quotidiana…Non possiamo più permetterci il lusso di questo volo nella trascendenza, perché anche a causa sua nessuno è intervenuto a fermare la rovina e la devastazione della natura”.</p></blockquote>
<p>Andrew Cohen: Joseph, sei d’accordo con Sheldrake e Harvey? È vero che l’enfasi del Buddha sulla trascendenza del mondo è contraria alla vita e provoca involontariamente distruzioni e divisioni?</p>
<p>JG: Durante il ritiro, ho avuto esperienze di straordinaria pace, calma e unione, che però dall’esterno potevano venire scambiate per indifferenza, freddezza o disinteresse. Il rischio di proiezioni sui singoli praticanti e l’intera tradizione è molto grande. Penso, quindi, che sia <em>molto</em> importante non cadere in queste generalizzazioni che nulla hanno a che vedere con l’esperienza autentica dei praticanti; infatti, la loro esperienza può essere<em> completamente</em> diversa da ciò che appare dall’esterno. È molto facile rimanere impigliati nei giudizi sulle altre persone e le altre tradizioni, frutto delle nostre proiezioni, prevenzioni e punti di vista. Detto questo, penso che la tua domanda, in realtà, ruoti intorno al significato della trascendenza. Le persone usano questa parola in tanti modi diversi; secondo la mia prospettiva, gran parte del contenuto di questa domanda proviene – sarò netto e chiaro – da una limitata concezione della trascendenza o da un’idea di questa diversa dalla mia.</p>
<p>Uno dei significati della trascendenza è restare consapevoli di una dimensione “altra”, separata dalla terra, dove si è in una sorta di beatitudine. Non penso, però, che questo fosse ciò che intendesse il Buddha, né che riguardi la pratica del buddismo Theravada o di qualsiasi altra tradizione buddista da me conosciuta. La trascendenza autentica, secondo la mia comprensione, è molto più semplice. È la trascendenza del senso del sé, il quale si forma attraverso l’identificazione con i vari aspetti dell’esperienza, scambiati per il sé. È la realizzazione della vacuità del sé. Penso che la trascendenza autentica sia una funzione della saggezza, non di un qualche stato alterato o dell’essere trasportati in un’altra dimensione. La sua espressione può prendere poi molte forme. Può prendere la forma di un forte coinvolgimento nel mondo o dell’andare a vivere in una grotta sull’Himalaya; non credo che esista una gerarchia delle azioni compassionevoli.</p>
<p>Quando il Buddha, nelle sue innumerevoli vite passate, si ritirava in qualche caverna a praticare, una persona normale avrebbe potuto pensare che si fosse ritirato dal mondo. Ma considerando questi ritiri come un momento del suo cammino verso la buddhità e tutte le compassionevoli attività che ne derivarono (cioè l’illuminazione di tutti noi) non si può dire che il tempo trascorso nelle caverne sia stata una negazione del mondo. Però, quando consideriamo isolatamente un momento dell’esperienza o del cammino di una persona, otteniamo una visione molto distorta del quadro generale.</p>
<p>AC: Penso che queste citazioni evidenzino l’opinione che il mondo sia identico al samsara, il perpetuo alternarsi di nascita, morte e rinascita, e di come nella filosofia buddista (in modo specifico nel buddismo Therevada) l’unica idea sia “elevarsi”, liberare se stessi da questo infinito ciclo del divenire.</p>
<p>JG: Qualcuno potrebbe affermare che il Buddha, dopo la sua illuminazione, indugiò nel <em>samsara?<br />
</em><br />
AC: Di certo, non visse nel mondo.</p>
<p>JG: No, visse nel mondo: camminò sulla terra.</p>
<p>AC: Camminò sulla terra, ma il mondo in cui visse fu una sua creazione; era circondato dai suoi monaci, non visse una vita mondana.</p>
<p>JG: Ma questa distinzione, per me, non è il punto saliente. È possibile vivere come un monaco, un asceta, e cercare allo stesso tempo di alleviare la sofferenza del mondo, come fece il Buddha. Egli non si isolò, non si ritirò, non si staccò dal mondo. Da un certo punto di vista, era totalmente coinvolto; il punto chiave è che poté farlo da uno spazio di libertà, piuttosto che da uno di schiavitù. La pratica spirituale, anche nelle tradizioni più ortodosse, riguarda la liberazione della mente dagli attaccamenti. Questa non è né indifferenza né un tirarsi indietro. Riguarda il nostro rapporto col mondo. Ci relazioniamo da uno spazio di libertà o di non-libertà?</p>
<p>AC: Quindi non sei d’accordo con le critiche di Harvey?</p>
<p>JG: Per niente. Storicamente, esistono molte sovrapposizioni culturali, e le discussioni sui rapporti uomo-donna riguardano, io credo, più la cultura che il<em> dharma</em>, perché chiaramente dal tempo del Buddha fino a oggi sono esistite molte donne pienamente illuminate.</p>
<p>AC: Quindi, stai dicendo che sei in totale disaccordo con questa interpretazione del buddismo Therevada, secondi cui lo scopo della liberazione è “uscire” dal mondo. Si tratta di una comprensione sbagliata dell’insegnamento del Buddha?</p>
<p>JG: Di nuovo, dipende. Cosa si intende per “mondo”? Ti riferisci alla società americana consumista o al pianeta sul quale gli esseri umani camminano? Finché saremo vivi, non penso che ci sarà mai scampo dal mondo. L’obiettivo è la libertà dall’attaccamento, dalla sete del desiderio; non è la non-esistenza. Infatti, il Buddha ha detto che desiderare la non-esistenza è solo un’altra forma di brama insita nella nozione del sé.</p>
<p>AC: Ma alcune persone, da un certo punto di vista, potrebbero pensare che ciò implichi la distruzione del mondo. Infatti, se leviamo la “sete del desiderio”, potremmo provocare un disimpegno tale che l’intero mondo rischierebbe di andare in pezzi.</p>
<p>JG: Non vedo tutto ciò come disimpegno, ma come la differenza tra il non-attaccamento e il distacco. Il distacco implica il ritirarsi, il chiamarsi fuori, forse anche il disinteresse. Non vedo il cammino del Buddha come distacco, bensì come non-attaccamento, cioè essere completamente presenti senza produrre attaccamenti. E in questo, per me, risiede l’unione del vuoto e della compassione. C’è la possibilità, quindi, di essere totalmente impegnati, ma senza attaccarsi a niente.</p>
<p>AC: Questa sarebbe la miracolosa posizione dell’illuminazione.</p>
<p>JG: Sì. E persone diverse esprimeranno in modi diversi quell’illuminazione e il cammino per raggiungerla. Possono esserci periodi in cui è necessario ritirarsi dal mondo nel modo che è stato suggerito. Questo, però, è un tratto di un viaggio ben più lungo.</p>
<p>AC: Diversamente dal buddismo, nell’ebraismo e nell’islam (soprattutto nel sufismo) la rinuncia e la trascendenza del mondo (così come le ha insegnate il Buddha) non solo vengono scoraggiate, ma talvolta sono aspramente criticate come contrarie ai principi fondamentali della loro dottrina religiosa. Sheikh Tosun Bayrak dell’ordine sufi Halveti-Jerrahi ha detto in un’intervista concessa a “What is Enlightenment”:</p>
<p>“La rinuncia è un peccato. Essa significa che, quando sono assetato, Lui, Allah, mi offre un bicchiere d’acqua e io dico: ‘No, grazie’. Questo è un peccato, è estrema arroganza! Non si tratta solo della mia opinione, ma di quella di tutti i sufi. Dovresti accettare qualsiasi cosa ricevi e farne buon uso. Se non la vuoi, dalla a qualcuno che ne ha bisogno! Io possiedo, sia resa lode ad Allah, abbastanza soldi. Ma se oggi Lui mi desse un milione di dollari, non li rifiuterei. Li prenderei, li darei a coloro che ne hanno bisogno e ne serberei anche un po’ per me. Mi comprerei una nuova auto al posto della vecchia e forse un paio di scarpe da 150 dollari. Sarebbe un gran giorno!</p>
<p>Non c’è bisogno di andare nei monasteri o scalare l’Himalaya… Devi andare nel mondo e partecipare. Per esempio, il mio insegnante, Sheikh Muzzaffer, amava mangiare, gli piaceva il buon cibo. E aveva una giovane moglie che amava molto. Lui diceva spesso: i soldi dovrebbero essere tanti nelle tue tasche, ma nessuno nel tuo cuore”.</p>
<p>Anche per gli Ebrei, l’impegno totale nel mondo e nella vita è visto come l’adempimento della chiamata religiosa. Secondo loro, è solo vivendo con tutto il cuore i comandamenti che il potenziale spirituale della razza umana può realizzarsi. Lo studioso ebreo David Ariel scrive:</p>
<p>“Quando diventiamo i maestri della nostra vita e godiamo di tutto ciò che quest’ultima ci offre, abbiamo portato alla luce la divinità che è in noi. Quando aiutiamo l’evoluzione di un’altra persona, portiamo a compimento il lavoro della creazione. Quando aiutiamo lo sviluppo del potenziale umano di ciascun individuo, abbiamo portato Dio nel mondo. Dio ha bisogno del nostro aiuto, perché solo noi possiamo perfezionare il mondo”.</p>
<p>Io so che, anche se l’ideale del bodhisattva è di liberare tutti gli esseri senzienti prima di se stesso (soprattutto nella tradizione Mahayana), tale salvezza degli altri consiste soprattutto nella liberazione dalle catene del samsara, non nella “spiritualizzazione” del mondo, come sottolineano queste religioni mediorientali. Cosa rispondi tu, come importante insegnante buddhista, alle accuse dei nostri fratelli mediorientali secondo cui la tua religione non solo inibisce la realizzazione del potenziale spirituale del mondo attraverso l’uomo, ma di fatto ci spinge ad abbandonare ogni responsabilità nei suoi confronti?</p>
<p>JG: Penso che tale discussione si svolga a un livello sbagliato, perché si limita a considerare le apparenze: se uno vive nel palazzo o nella grotta, se ha una relazione o no. Non credo che queste siano le domande fondamentali. Penso che la domanda fondamentale sia: “<em>Chi </em>è che sta appagando il desiderio o vi sta rinunciando?”.</p>
<p>AC: Il punto, però, è che tu sei buddista! In quanto tale, non vuoi quindi rispondere per niente a questa domanda? Volevo soltanto che tu commentassi un poco gli insegnamenti sulla rinuncia e la trascendenza del mondo.</p>
<p>JG: Da un certo punto di vista, vivo più come un sufi che come un monaco buddista. Ma, di nuovo, non vedo la forma come l’essenza della realizzazione. Per esempio, se vai al cinema, vieni totalmente preso dalla trama del film. Potrebbe essere il film di un monaco nella grotta o di qualcuno che si gode pienamente la vita, ma se guardi in alto e vedi il fascio di luce che attraversa la sala e atterra sullo schermo, comprendi che non sta succedendo niente. È tutta apparenza! Penso che se ci blocchiamo nella ricerca di quale apparenza sia la più giusta o spirituale, perdiamo completamente di vista il fatto che la libertà non dipende dal tipo di film trasmesso; essa si trova nella mente priva di attaccamenti, qualunque essi siano.</p>
<p>AC: Certo, questa è la risposta finale a tutte le domande, e dopo di essa, naturalmente, non resta nulla da dire. Ma la ragione per la quale faccio queste domande è che anche i sufi hanno degli insegnamenti sul non-attaccamento. E se guardiamo al buddismo classico, c’è senza dubbio una grande enfasi sulla rinuncia al mondo e sul diventare monaco. Sono sicuro che i monaci buddisti tradizionali sentono fortemente il loro cammino. I sufi, però, affermano: “No, comportarsi così vuol dire fondamentalmente negare Allah o Dio”… E ne sono molto convinti! Dunque, chiarire questi interrogativi aiuta a gettare luce sull’argomento. Molti, al giorno d’oggi, usano la risposta che hai appena dato per evitare di comprendere quanto attaccamento c’è davvero in noi. E il fatto è che la maggioranza delle persone – sono certo che tu lo sai, visto che sei un insegnante – hanno profondi, radicati attaccamenti. A un livello più relativo, quindi, questi argomenti diventano davvero importanti.</p>
<p>JG: Alcuni anni fa, mi trovavo a una conferenza cristiano-buddista a Gethsemane sulle diverse tradizioni spirituali. Il Dalai Lama ripeteva continuamente: “Sapete, la mia via è giusta per me. La vostra via può essere giusta per voi”. Egli rispetta totalmente il fatto che le persone possono percorrere strade diverse in periodi diversi. Non vedo la necessità di fare generalizzazioni come: “Sì, la celebrazione della vita dei Sufi è la via” o: “No, la rinuncia Buddista è la via”. In realtà, bisogna considerare…</p>
<p>AC: &#8230;Ciò che succede effettivamente dentro l’individuo.</p>
<p>JG: Esattamente. E come abbiamo appena detto, qualcuno può vivere una vita di rinunce esteriori ma restare pieno di desideri; lo stesso, però, potrebbe succedere per chi ha una vita molto impegnata. Così, si ritorna sempre a ciò che realmente accade. Ed è qui che un insegnante può essere di grande aiuto, perché talvolta è difficile vedere le cose da soli. Come sappiamo, è molto facile rimanere intrappolati.</p>
<p>AC: OK, un ultimo tentativo…</p>
<p>JG: Per indurmi a esprimere un’opinione?</p>
<p>AC: Sì, giusto!</p>
<p>JG: “Quei tipi non vanno bene!”</p>
<p>AC: (ride) Ho un’ultima domanda. Penso si possa dire che, per la maggior parte delle persone coinvolte nell’esplosione spirituale provocata dall’incontro tra Oriente e Occidente (esplosione che oggi si manifesta con sempre maggiore velocità), Gautama il Buddha e Ramana Maharshi (uno degli studiosi del Vedanta più rispettati dell’era moderna) emergono come esempi impareggiabili di illuminazione piena. Tuttavia, è interessante notare come, a proposito della relazione che il ricercatore deve tenere con il mondo, i loro insegnamenti divergano moltissimo. Il Buddha, colui che rinuncia al mondo, incoraggiava i ricercatori più sinceri a lasciare il mondo per seguirlo in una vita santa, liberi dagli affanni e dalle preoccupazioni della vita famigliare.</p>
<p>Ma Ramana Maharshi sconsigliò ai suoi discepoli di lasciare la vita famigliare per cercare una concentrazione spirituale più grande e intensa. Di fatto, sconsigliò ogni atto esteriore di rinuncia e, invece, incoraggiò il ricercatore a cercare dentro di sé la causa dell’ignoranza e della sofferenza. Infatti, oggi molti dei suoi devoti (il cui numero è in costante crescita) affermano che il desiderio di rinuncia è in realtà un’espressione dell’ego, di quella stessa parte di sé che intendiamo abbandonare se vogliamo essere liberi. Naturalmente, il Buddha sottolineava molto la necessità della rinuncia, del distacco, della disciplina e delle regole, considerandole le fondamenta stesse da cui può nascere la liberazione. Perciò, perché pensi che le vie di questi due luminari dello spirito divergano tanto? E perché, secondo te, il Buddha incoraggiava i discepoli a lasciare il mondo mentre Ramana Maharshi li spingeva a restarvi?</p>
<p>JG: Da un certo punto di vista, c’è una risposta molto semplice a questa domanda: “Non ne ho proprio idea!”.</p>
<p>AC: Molto sincero.</p>
<p>JG: Di nuovo, però, si ritorna al significato della rinuncia. Mentre riassumevi l’insegnamento di Ramana – che incoraggia i discepoli a guardare dentro, vedendo dove sono gli attaccamenti e lasciandoli andare – non mi sembravano molto diversi da quelli del Buddha. Quest’ultimo vedeva la rinuncia come un modo per creare quelle condizioni affinché fosse possibile fare le stesse cose che diceva Ramana. Ancora una volta, quindi, non creerei questa grande divisione.</p>
<p>AC: È una domanda importante, tuttavia, perché molte persone si fanno facilmente delle idee fisse su ciò che sia l’illuminazione. Almeno con questi due uomini, i più ammettono che, qualunque cosa abbiano detto, sono degli esempi in buona fede. Il Buddha, anche se ebbe dei discepoli laici illuminati, senza dubbio pose una particolare enfasi nel lasciare il mondo, mentre Ramana non lo fece affatto. E il Buddha ebbe un sacco di guai perché molti ragazzi abbandonarono la famiglia fuggendo dalle responsabilità sociali per condurre una vita di santità. Creò un bel subbuglio e molte persone ne furono turbate. Questo, quindi, solleva la domanda: perché lo fece?</p>
<p>JG: Si tratta di abbandonare la vita laica per una vita di maggiore semplicità. Non si abbandona la vita laica per qualche motivo egoistico, ma (nella maggior parte dei casi) per sviluppare una saggezza e una compassione maggiori che possono essere di grande aiuto al mondo. Penso che nella nostra cultura la semplicità e il distacco dal lavoro (anche per brevi periodi) vengano sempre più apprezzati. Nell’India di Ramana (lo so perché io stesso vi ho trascorso un periodo di tempo) la vita era davvero semplice e tranquilla. E, sebbene ora non viva completamente in quel modo, quella via conserva per me un grande fascino. Quindi, quando penso alla vita semplice dei monaci e delle monache, come l’ha insegnata il Buddha, mi sembra deliziosa.</p>
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<p>Copyright originale “What is Enlightenment” magazine <a href="http://www.wie.org/">www.wie.org</a><br />
Traduzione di Nityama Masetti. Revisione di Gagan Daniele Pietrini.<br />
Copyright per la traduzione italiana: Innernet.</p>
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		<title>E dopo, cosa ve ne farete di questo mondo?</title>
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		<pubDate>Sun, 23 Nov 2008 20:09:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Franco Del Moro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Coscienza del mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[ecologia]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[società]]></category>
		<category><![CDATA[Terra]]></category>

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		<description><![CDATA[Cosa ve ne farete di questo mondo quando ci saranno solo grandi città sovrappopolate, piene di grattacieli sempre più alti e di centri commerciali sempre più larghi, collegate da fitte reti di catrame e cemento dalle quali nessuno potrà ne vorrà più uscire? Quando saranno spariti i piccoli paesi, le borgate di montagna, gli antichi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2008/11/zabriskie-point-esplosione-finale.jpg"><img class="size-full wp-image-1080 alignleft" style="margin-left: 6px; margin-right: 6px;" title="zabriskie-point-esplosione-finale" src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2008/11/zabriskie-point-esplosione-finale.jpg" alt="" width="320" height="123" /></a>Cosa ve ne farete di questo mondo quando ci saranno solo grandi città sovrappopolate, piene di grattacieli sempre più alti e di centri commerciali sempre più larghi, collegate da fitte reti di catrame e cemento dalle quali nessuno potrà ne vorrà più uscire?</p>
<p>Quando saranno spariti i piccoli paesi, le borgate di montagna, gli antichi casali in pietra, e la vita scorrerà solo da una città all’altra? Cosa ve ne farete di questo mondo quando tutti i sentieri saranno stati cancellati dai campi perché nessuno più andrà a spasso, se non seduto su un veicolo motorizzato?</p>
<p>Cosa ve ne farete di questo mondo quando i nomi dei grandi filosofi, dei poeti e degli artisti del passato saranno dimenticati, sostituiti dai volti dei personaggi mediatici che voi crederete essere gli unici eroi esistenti? Quando verrà considerata arte solo ciò che porta profitto e non ciò che porta gioia, quando verrà considerata cultura solo ciò che farà vendere e non ciò che farà pensare, quando la creatività dipenderà dal mercato e non dal genio umano, e quando verrà considerata fede solo ciò che farà inginocchiare l’uomo e non ciò che lo farà alzare?</p>
<p>Quando non esisteranno più persone ma solo servi? Quando ogni creatura avrà un microchip installato nel cervello che lo controllerà a distanza? Cosa ve ne farete di questo mondo quando non esisteranno più i miti, le fate, gli angeli, gli spiriti, i presagi, gli sguardi invisibili, i sogni, le carezze notturne di chi vi vuole bene&#8230; ma esisterà soltanto la tecnologia e la scienza che spiega tutto, anche ciò che non conosce, con il poco che conosce?</p>
<p>Cosa ve ne farete di questo mondo quando più nessuno di notte tirerà sassi contro una finestra per attirare l’attenzione di un amico o di un amante ma tutti si manderanno solo messaggi digitali tramite apparecchi elettronici? Quando agli odori e ai colori della natura si saranno sostituiti ovunque profumi sintetici che vi circonderanno sin dalla culla e nemmeno più sentirete il lezzo dei sepolcri imbiancati di cui le vostre case saranno impregnate?<span id="more-1079"></span></p>
<p>Cosa ve ne farete di questo mondo quando le persone saranno fisse in tre soli luoghi: la casa, l’ufficio e le “ridenti località di villeggiatura”? E nessuno più avrà voglia di cercare in un bosco una sorgente sconosciuta, o di vedere l’orizzonte dall’alto di un colle, di esplorare una grotta oscura o di seguire un fiume attraverso una foresta sino alla foce?</p>
<p>Cosa ve ne farete di questo mondo quando saranno spariti tutti i doni e i talenti dai cuori degli uomini, quando nessuno più saprà lavorare con le sue mani né avrà un lavoro vero, perché tutti saranno trattati come ingranaggi numerati e pezzi di ricambio? Quando nessuno più ricorderà cos’era un tempo la gioia di creare un oggetto utile nella propria bottega e metterlo a disposizione del prossimo?</p>
<p>Cosa ve ne farete di questo mondo quando i bambini non impareranno più i segreti della vita dai libri di fiabe, dalle chiacchierate con i nonni o dalle esperienze con gli amici, ma soltanto da ciò che verrà trasmesso dai media o che sarà lanciato a pioggia e a caso nelle reti multimediali? Cosa ne sarà di questo mondo quando sarà abitato solo da persone che hanno bisogno di connettersi per connettere?</p>
<p>Quando più nessuno ricorderà perché ogni principessa incontra sempre una strega cattiva e ogni principe un drago, quando più nessuno ricorderà che la natura un tempo era affollata di spiriti magici e fate, quando più nessuno crederà ad esseri alati e luminosi che camminano a fianco di ogni bambino e bambina?</p>
<p>Ditemi, cosa ne sarà di questo mondo quando i giovani saranno già stanchi e privi di curiosità come chi ha troppo vissuto, prima ancora d’aver cominciato a vivere? Cosa ve ne farete di questo mondo quando anche l’ultimo animale selvatico sarà stato addomesticato e quelli troppo diversi da voi saranno stati costretti all’estinzione?</p>
<p>Quando dopo aver ridotto in schiavitù tutte le creature avrete piegato al vostro delirio di onnipotenza persino le forze degli elementi? Quando il vento soffierà solo se l’addetto preposto al clima pigerà l’apposito bottone? Quando pioverà solo se un decreto ministeriale consentirà la formazione delle nubi? Quando la neve verrà pianificata come un prodotto della grande distribuzione? Quando i fulmini saranno diventati fenomeno da baraccone per i parchi da divertimento? Quando ogni cosa sarà dello stato, compresa la vostra vita, e questo sarà lo stato delle cose?</p>
<p>&#8230;Ma poi, perché dico “voi”, quando anch’io sono parte di questa forza che inspiegabilmente schiaccia tutto ciò che incontra ed è incapace di trattenersi dal lasciare impronte indelebili sul suolo dove cammina&#8230; voi non è esatto, per essere esatto devo dire noi. Anzi, la parola più giusta di tutte è un’altra, persino più breve di voi e noi: io. Io sono colpevole di tutto ciò.</p>
<p>Io dunque chiedo scusa per il male che io, e soltanto io, ho portato su questo pianeta che un tempo, prima della mia venuta, era noto in tutto l’universo come il Paradiso Terrestre&#8230; ma voi, però, rispondete alla mia domanda, vi prego: e dopo, dopo che tutto questo sarà stato fatto, cosa ve ne farete di questo mondo?</p>
<p><em>Franco Del Moro pubblica la rivista letteraria <a href="http://www.ellinselae.org " target="_blank">Ellin Selae</a>.</em></p>
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		<title>I mercati finanziari e l&#8217;ego collettivo</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Nov 2008 15:30:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Toshan Ivo Quartiroli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Coscienza del mondo]]></category>

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		<description><![CDATA[I mercati finanziari hanno collegato tutto a tutto il resto. Economia, finanza, materie prime, fonti energetiche, politica, conflitti, ambiente sono diventati completamente interdipendenti. Mimine variazioni in uno degli elementi possono creare terremoti in settori che a prima vista potrebbero sembrare distanti. In qualche modo la finanza ha creato un ego planetario. La finanza ha accentrato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2008/11/dali-geopoliticus-child-watching-the-birth-of-the-new-man.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1065" style="margin-left: 6px; margin-right: 6px;" title="dali-geopoliticus-child-watching-the-birth-of-the-new-man" src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2008/11/dali-geopoliticus-child-watching-the-birth-of-the-new-man.jpg" alt="" width="240" height="211" /></a></p>
<p>I mercati finanziari hanno collegato tutto a tutto il resto. Economia, finanza, materie prime, fonti energetiche, politica, conflitti, ambiente sono diventati completamente interdipendenti. Mimine variazioni in uno degli elementi possono creare terremoti in settori che a prima vista potrebbero sembrare distanti.</p>
<p>In qualche modo la finanza ha creato un ego planetario. La finanza ha accentrato su di sé la direzione e i destini del pianeta. Ma, come l&#8217;ego di una persona, questo è avvenuto non tramite la costruzione di solide basi umane supportate dalle qualità essenziali quali la consapevolezza, la compassione o la ricerca del vero. E&#8217;, come ogni ego, un pallone gonfiato.</p>
<p>L&#8217;ego finanziario ha costruito la famosa “bolla”, una ricchezza irreale basata fondamentalmente sul niente e sull&#8217;inganno narcisistico. Ha fatto credere che vi sia qualcosa di reale quando c&#8217;era solamente una speculazione. Il termine speculazione si adatta perfettamente ai suoi due significati, uno di pensiero astratto che si astrae, che si separa dalla realtà e l&#8217;altro di manovra mercantile tendente al lucro.</p>
<p>La speculazione è fondamentalmente un atto mentale non connesso con la realtà. Questo atto mentale crea però una pseudo realtà condivisa da tutti in una sorta di allucinazione collettiva, analogamente all&#8217;ego individuale che crea una stretta rete di pensieri che supportano il singolo individuo nel credere “io sono così e cosà, credo a queste cose, mi piace questo ma non quello”.</p>
<p>E&#8217; sorprendente vedere come tutto il pianeta si stia dando da fare per “salvare” il mercato finanziario. Le interdipendenze sono diventate talmente strette che anche le nazioni storicamente ostili al sistema occidentale non si augurano certo la fine del “sistema”. I paesi produttori di petrolio, Iran e Venezuela compresi, tremano alla prospettiva di una recessione che diminiusca il prezzo e il consumo di petrolio, la Cina e la Russia sono atterriti nel vedere il mercato occidentale contrarsi e  nella diminuzione delle proprie esportazioni.</p>
<p>A livello individuale, ognuno ha qualcosa da perdere nella crisi finanziaria; chi ha denaro ed investimenti li vede erodere, chi non ne ha vede comunque avvicinarsi lo spettro della disoccupazione e dell&#8217;inflazione che limita il potere d&#8217;acquisto. Imprenditori ed operai sono accomunati dalla stessa paura. Anche chi avrebbe da perdere solamente le proprie catena trema all&#8217;idea di una crisi globale. E a ragione in quanto storicamente le crisi sono sempre state più dure nei confronti di chi ha meno possibilità.</p>
<p>Nessuno vuole che questo grande ego illusorio collettivo si frantumi, i meccanismi di difesa dell&#8217;ego, sia a livello individuale che collettivo sono enormi. La morte dell&#8217;ego è liberatoria ma allo stesso tempo terrorizzante. L&#8217;ego in sé non si arrenderà mai.</p>
<p>Ma la realtà è che questa grande bolla collettiva si sta frantumando per implosione e ne stiamo vedendo gli effetti in termini patologici, che in questa fase sembrano di tipo maniaco-depressiva. Gli indici delle borse, delle materie prime, del petrolio e della altre fonti di energia vanno su e giù come mai è avvenuto.</p>
<p>Continua su <a href="http://www.indranet.org/financial-markets-as-a-collective-ego/" target="_self">Indranet</a>.</p>
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		<title>La tecnologia dell’intelligenza universale, intervista a Ray Kurzweil</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Oct 2008 04:30:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Melissa Hoffman</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Tecno-consapevole]]></category>
		<category><![CDATA[futuro]]></category>
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		<description><![CDATA[Ray Kurzweil, scienziato informatico, inventore, imprenditore di successo e scrittore, è uno dei più importanti futurologi degli Stati Uniti. Nominato Presidente onorario per l’innovazione alla Conferenza della Casa Bianca sulla piccola impresa nel 1986, è l’inventore, tra l’altro, della prima macchina per leggere per i non vedenti e, attraverso una collaborazione con Stevie Wonder, del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="Ray" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/11/ray.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/11/ray.jpg" alt="Ray" hspace="6" align="left" /></a>Ray Kurzweil, scienziato informatico, inventore, imprenditore di successo e scrittore, è uno dei più importanti futurologi degli Stati Uniti. Nominato <em>Presidente onorario per l’innovazione alla Conferenza della Casa Bianca sulla piccola impresa</em> nel 1986, è l’inventore, tra l’altro, della prima macchina per leggere per i non vedenti e, attraverso una collaborazione con Stevie Wonder, del primo sintetizzatore musicale in grado di ricreare il suono di un pianoforte a coda.</p>
<p>Nel 1999 è stato insignito della <em>Medaglia Nazionale per la Tecnologia</em> – l’onorificenza più elevata in questo settore – dal Presidente Clinton. Inoltre, ha ottenuto plauso internazionale con il libro <em>The Age of Spiritual Machines: When Computers Exceed Human Intelligence</em>, oggi tradotto in nove lingue.</p>
<p>Intervista di Melissa Hoffman.</p>
<p>Melissa Hoffman: La specie umana sta vivendo cambiamenti senza precedenti in quasi ogni campo – tecnologico, ecologico, sociale e politico – e tutto ciò sta avvenendo a scala globale. Dal tuo punto di vista di futurologo, inventore e imprenditore, puoi descrivere quali mutamenti sono in atto, secondo te, e quali si verificheranno nel futuro?</p>
<p>Ray Kurzweil: Il cambiamento più importante che la mia attività di inventore mi ha portato a scoprire è il fatto che la velocità dei cambiamenti sta aumentando. Secoli fa, la gente pensava che nulla dovesse mai cambiare; le persone si aspettavano che i nipoti facessero la stessa vita dei nonni, e queste aspettative venivano quasi sempre confermate. All’alba della rivoluzione industriale, due secoli fa, tutto ciò è cominciato a cambiare. Ma oggi la gente pensa ancora che il tasso dei cambiamenti sia costante. In realtà, non lo è.</p>
<p>Vedi, l’evoluzione funziona per vie indirette. Crea alcune risorse, e le usa per generare lo stadio successivo. Ecco perché la sua velocità sta aumentando. I cambiamenti, di fatto, sono in crescita esponenziale, e secondo i miei calcoli, a ogni decennio stiamo raddoppiando il tasso di sviluppo.</p>
<p>Ciò vuol dire che il ventesimo secolo equivale a venti anni di cambiamenti all’attuale tasso; nei prossimi venti anni compiremo cinque volte lo sviluppo del ventesimo secolo. Nel ventunesimo secolo faremo ventimila anni di sviluppo, ovvero avremo progressi tecnologici mille volte più grandi di quelli visti nel ventesimo secolo. Il cambiamento esponenziale è qualcosa di veramente esplosivo.</p>
<p>Melissa Hoffman: Senza alcun dubbio.</p>
<p>Ray Kurzweil: E posso dirti con certezza che pochissimi futurologi, quando pensano o parlano del futuro, prendono in considerazione questo fatto. Esso fa una profonda differenza. Tra cinquanta anni il mondo sarà completamente diverso; tra cento anni sarà <em>inconcepibilmente</em> diverso da adesso. Ma quando i futurologi pensano ai prossimi cinquanta anni, si chiedono: “OK, a quali tipi di cambiamento abbiamo assistito negli<em> ultimi</em> cinquanta anni?”. Su questo basano le previsioni per i <em>prossimi</em> cinquanta anni. Ma nei prossimi cinquanta anni vedremo un numero di cambiamenti trenta volte più grande di quello degli ultimi cinquanta anni, a causa della crescita esponenziale. È impossibile sottolineare abbastanza l’importanza di questo fatto.<span id="more-1025"></span></p>
<p>Per esempio, quando è stato annunciato per la prima volta il Progetto Genoma Umano, quindici anni fa, molti commentatori autorevoli hanno detto: “È impossibile riuscire a sequenziare il genoma umano in quindici anni. Usando le attrezzature più avanzate, l’anno scorso siamo riusciti a fare solo un millesimo del progetto”. E questo è stato quindici anni fa. Ma la velocità di sequenziazione del DNA è raddoppiata di anno in anno e, fatto interessante, la maggior parte del lavoro è stata fatta negli ultimi diciotto mesi del progetto.</p>
<p>Mettendo insieme tutte queste tendenze, si hanno delle implicazioni notevoli. Una delle più importanti è che entro venticinque anni avremo completato il “reverse engineering” del cervello umano, il che vuol dire che avremo compreso i suoi principi operativi in modo dettagliato, e saremo in grado di simulare meccanicamente il suo funzionamento. Adesso siamo nelle prime fasi, all’incirca come ci trovavamo con il progetto genoma dodici anni fa.</p>
<p>Quindi, tra circa venticinque anni avremo minuscoli computer, dal costo di pochi dollari, in grado di emulare le funzioni del cervello, e sapremo inserirli nel corpo umano senza chirurgia, in modo non invasivo. Oggi, per esempio, ci sono già stati quattro convegni su quelli che vengono chiamati “bioMEMS”, cioè i <em>Sistemi meccanici microelettronici biologici</em>. Essi sono piccoli robot, grandi quanto i globuli umani, che vengono immessi nel nostro flusso sanguigno. Uno scienziato ha curato il diabete di tipo uno nei topi iniettando nel loro sangue dei congegni in grado di secernere insulina e bloccare gli anticorpi.</p>
<p>Se facciamo le proiezioni al 2030, quando tutte queste tendenze di cui ho parlato saranno giunte a maturazione, saremo in grado di mettere nel nostro sangue miliardi e miliardi di questi nanobot cellulari. Essi saranno in grado di comunicare tra loro e con Internet (che allora sarà diffusa ovunque) attraverso una rete locale senza fili. Ma la cosa più importante sarà che essi potranno comunicare in modo non invasivo con i nostri neuroni biologici. Di fatto, la comunicazione tra l’elettronica e i neuroni è già stata dimostrata.</p>
<p>Dunque, tutte queste sono indicazioni sulla direzione in cui riusciremo a espandere l’intelligenza umana, che è, per me, il cambiamento più importante.</p>
<p>Melissa Hoffman: Quello che hai descritto finora sembra suggerire che nel futuro cambieremo completamente la nostra definizione di essere umano. Quali sono alcune delle principali questioni filosofiche e spirituali che queste tecnologie solleveranno?</p>
<p>Ray Kurzweil: Dunque, tutto ciò ha alcune implicazioni che definirei <em>spirituali</em>. Una molta ovvia, che hai menzionato, è la domanda: “Cos’è un essere umano?”. Oggi, questa è una domanda spirituale. Fra trenta anni ci imbatteremo in entità <em>non biologiche</em>, robot, basati sul reverse engineering dell’intelligenza umana, in grado di agire e funzionare con la complessità dell’uomo. Ma anche quando parleremo con comuni esseri umani biologici, avremo di fronte entità i cui processi di pensiero non biologici potrebbero essere di più di quelli biologici.</p>
<p>Ricorda che l’idea di inserire dei computer nel cervello non appartiene solo al futuro. Per esempio, la FDA, l’ente statunitense per il controllo sul cibo e i farmaci, ha appena approvato un innesto che sostituisce la parte di cervello distrutta dal morbo di Parkinson. E gli innesti usati dai non udenti stanno diventando sempre più sofisticati. Oggi questi processi richiedono la chirurgia, ma grazie ai nanobot saremo in grado di fare queste cose in modo abitudinario, senza chirurgia, tra un quarto di secolo. Per cui, che cos’è <em>umano?</em> Non è una domanda semplice.</p>
<p>La risposta più importante, secondo me, è che l’uomo è una specie che cerca per sua natura di espandere il proprio orizzonte. L’uomo non si è fermato alla terraferma; non si è accontentato nemmeno del pianeta. E di certo non resteremo nei confini della nostra biologia. Per farti un altro esempio, siamo nei primissimi stadi della trasformazione dell’eredità genetica attraverso la manipolazione dei geni. Alla fine andremo al di là della biologia e della genetica per ridisegnare il corpo e il cervello umani.</p>
<p>Di fatto, esiste già un progetto per sostituire tutti i componenti del nostro sangue con dispositivi<em> nanobotici</em>. Se hai questi globuli rossi robotici – i <em>respirociti</em>, come li chiama lo scienziato Rob Freitas – che trattengono l’ossigeno in modo mille volte migliore dei nostri globuli rossi, puoi stare seduta sul fondo della tua piscina per quattro ore, o avere uno sprint olimpico per quindici minuti, senza mai respirare. E i globuli bianchi robotici distruggono gli agenti patogeni in modo cento, mille volte più potente dei nostri comuni globuli bianchi. Possono scaricare del software da Internet e distruggere qualsiasi tipo di elemento patogeno.</p>
<p>Melissa Hoffman: Pensi che gli esseri umani dovranno sviluppare nuove qualità per gestire queste enormi risorse che la tecnologia ci sta dando?</p>
<p>Ray Kurzweil: Sì, penso di sì. Possiamo dire che già oggi stiamo tentando di tenere sotto controllo alcune tecnologie. Le nuove tecnologie saranno incommensurabilmente più potenti di quelle che abbiamo visto finora, e possono essere di enorme beneficio. Per esempio, la nanotecnologia sarà in grado di creare qualsiasi entità fisica, compreso il cibo, partendo da materiali estremamente economici, eliminando così la povertà. Queste nuove tecnologie, alla fine, ci aiuteranno a sconfiggere la malattia, l’invecchiamento e l’inquinamento dell’ambiente. Ma avranno anche un potenziale distruttivo molto temibile. Quindi, come approfitteremo dei lati positivi tenendo sotto controllo quelli negativi? Questa è probabilmente la sfida più grande che ci troveremo di fronte.</p>
<p>Melissa Hoffman: Prima hai affermato che la maggior parte di noi non si rende conto della natura esponenziale o accelerata del cambiamento. Pensi che la sottostimiamo a nostro rischio?</p>
<p>Ray Kurzweil: Beh, penso che sia notevole il fatto che persone altrimenti giudiziose continuano a fare proiezioni sul futuro che riflettono il pensiero lineare, cosa che dà un quadro molto sbagliato. Esistono degli scenari futuri che si realizzeranno molto prima di quanto pensiamo.</p>
<p>Già tra dieci o quindici anni ci saranno molti più cambiamenti di quanti la gente riesce a immaginare, e data la lentezza del consenso politico e sociale, occorre cominciare a discutere maggiormente su questi temi. Dobbiamo comprendere la natura esponenziale del cambiamento. Una potenza è una funzione matematica che comincia quasi come una linea piatta: all’inizio non accade nulla di osservabile. Poi sale sempre più velocemente, fino ad arrivare al ginocchio della curva, dove improvvisamente esplode verso l’alto. E adesso siamo ai primi stadi del ginocchio della curva. Ci troviamo al punto in cui molte di queste tecnologie stanno cominciando a esplodere, e per avere un quadro realistico di cosa ci attende dobbiamo capire questo concetto.</p>
<p>Melissa Hoffman: Prima hai affermato che, in quanto esseri umani, cerchiamo naturalmente di espandere i nostri orizzonti, e che in futuro questo avverrà soprattutto attraverso l’espansione della nostra intelligenza. Consideri l’espansione dell’intelligenza umana un fine evolutivo in sé?</p>
<p>Ray Kurzweil: È una buona domanda. È come chiedere: “Qual è lo scopo della vita?”. A mio avviso, alla fine satureremo tutta la materia e l’energia della nostra area dell’universo con la nostra intelligenza, e penso che questo si potrebbe definire un fine in sé. Tutta questa materia ed energia ottuse che ci circondano si risveglieranno e diventeranno sublimemente intelligenti. Allora essa si diffonderà in tutto l’universo alla massima velocità con cui possono viaggiare le informazioni. E si può pensare che non ci vorrà molto tempo, perché possono esistere vie alternative per arrivare in altri punti dell’universo, come i “wormholes”, i cosiddetti “fori di tarli” postulati dalla Fisica. Alla fine l’intero universo, fondamentalmente, si risveglierà.</p>
<p>Ma non è interessante il fatto che i cosmologi non assegnano mai alcun ruolo all’intelligenza nel destino dell’universo? Piuttosto, discutono a lungo se l’universo si contrarrà in una grande crisi o si espanderà all’infinito, come se questa sorta di leggi irrazionali della fisica continuassero semplicemente ad andare avanti, simili a una grande macchina priva di intelligenza. Nessuno dice: “Aspetta un attimo, l’intelligenza potrebbe diffondersi in tutto l’universo e decidere il destino di quest’ultimo. Anche se la forza di gravità o altre forze potrebbero causare la disgregazione dell’universo, la civiltà intelligente infusa in tutto l’universo deciderebbe: «No, non sarà così. Faremo accadere qualcosa di diverso»”.</p>
<p>Melissa Hoffman: Alcuni scienziati e cosmologi argomentano che l’universo è<em> già</em> intelligente. Ma tu stai dicendo che useremo la tecnologia per introdurre la <em>nostra</em> intelligenza nella materia non-intelligente dell’universo, cioè parli di un risultato puramente fisico.</p>
<p>Ray Kurzweil: Esattamente. E questa è una forma di illuminazione. Infatti, io direi che in questo momento l’intero universo <em>non</em> è intelligente. Ma penso che lo diventerà attraverso il processo che ho descritto.</p>
<p>Melissa Hoffman: Come pensi che accadrà, a livello pratico? Riesci a immaginarlo?</p>
<p>Ray Kurzweil: Beh, sì. Possiamo affermare che entro questo secolo si svilupperà un’intelligenza molto superiore alla nostra. Non possiamo descriverla dettagliatamente perché, per definizione, è più intelligente di noi. Grazie al calcolo computeristico molecolare tridimensionale, organizzeremo la materia e l’energia in modo molto efficiente, fino a livello atomico. Tra circa dodici anni saremo in grado di computare con grande efficienza grazie a queste strutture molecolari tridimensionali. Esse si baseranno sul carbonio, più o meno come la vita, ma saranno milioni di volte più potenti.</p>
<p>Un frammento di due centimetri della circuiteria di un nanotubo, fatto di atomi di carbonio, sarà milioni di volte più potente del cervello umano. Usando questi sistemi incredibilmente piccoli di elaborazione dati, che hanno la capacità di riorganizzare la materia, alla fine potremo convertire la maggior parte della materia e dell’energia nella nostra area dell’universo in processi capaci di produrre intelligenza. E allora questa intelligenza si espanderà verso l’esterno, quasi come le informazioni, ma sarà in grado di convertire e assorbire in sé tutta la materia e l’energia che incontrerà.</p>
<p>Ciò che è straordinario dell’idrogeno è che, quando lo usi per produrre energia, calore e luce, l’unico sottoprodotto è l’acqua pura. Puoi berla! L’idrogeno non produce minimamente anidride carbonica. Quindi, se passassimo a questo carburante eterno, potremo potenzialmente risolvere tutti i principali problemi legati all’uso del petrolio: potremmo ridurre drasticamente il surriscaldamento globale, il Medio Oriente diventerà sempre meno importante nella geopolitica del mondo e potremmo restringere la linea di demarcazione tra gli abbienti e i non abbienti. Infatti, una volta imbrigliato, l’idrogeno è disponibile in ogni angolo del pianeta. Jeremy Rifkin</p>
<p>La natura crea sempre nuovi corpi per nuove frontiere; osserva la sequenza di corpi dal pesce agli anfibi, i mammiferi e l’uomo, e adesso all’uomo universale. Siamo sulla soglia di una grande novità. L’unica differenza tra noi e le altre creature che hanno sperimentato un cambiamento radicale è il fatto che stiamo entrando nel processo consciamente. Barbara Marx Hubbard, Conscious Evolution.</p>
<p>La comunicazione bidirezionale tra l’elettronica e i neuroni biologici è già stata dimostrata, e porterà a molti interessanti scenari. Uno è la realtà virtuale a immersione totale, che incorpora tutti i nostri sensi. Se io volessi andare nella realtà virtuale, i nanobot eliminerebbero gli stimoli provenienti dai miei sensi reali, sostituendoli con quelli che il mio cervello riceverebbe se fossi davvero nell’ambiente virtuale; a quel punto, il mio cervello avrebbe la sensazione di essere davvero in quell’ambiente.</p>
<p>L’ambiente virtuale potrebbe essere la ri-creazione di un luogo terrestre – per esempio, il Taj Mahal o una spiaggia mediterranea – includendone i suoni, l’aspetto tridimensionale, la sensazione dell’aria calda e umida sul volto. Potrebbe anche essere qualche luogo fantastico che esiste solo nella realtà virtuale. La progettazione di questi ambienti virtuali sarà una nuova forma di arte. Sarà possibile entrare in questi ambienti virtuali con qualcun altro e avere qualsiasi tipo di incontro, dal rapporto sessuale alla discussione di affari. Sarà possibile sintonizzarsi e sperimentare cosa si prova a essere qualcun altro, con le sue emozioni, come nel film Essere John Malkovich.</p>
<p>Oppure, si potranno rivivere esperienze già vissute. Creare un archivio di esperienze cui poter accedere sarà un’altra forma di arte. La realtà virtuale non emergerà improvvisamente nella sua forma finale, ma entro il 2029 sarà affascinante e convincente come la realtà vera. Ray Kurzweil.</p>
<p>Nello spazio di una lunga vita, più o meno in cento anni, siamo passati dalla velocità del cavallo a quella dei viaggi spaziali. Dee Hock, Transformation by Design, “WIE”, Fall-Winter 2002.</p>
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<p>Copyright originale “What is Enlightenment” magazine <a href="http://www.wie.org/">www.wie.org</a><br />
Traduzione di Gagan Daniele Pietrini.<br />
Copyright per la traduzione italiana: Innernet.</p>
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		<title>Evoluzione o morte! Intervista a Barbara Marx Hubbard</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Oct 2008 06:26:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Melissa Hoffman</dc:creator>
				<category><![CDATA[Coscienza del mondo]]></category>
		<category><![CDATA[consapevolezza]]></category>
		<category><![CDATA[DNA]]></category>
		<category><![CDATA[evoluzione]]></category>
		<category><![CDATA[futuro]]></category>

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		<description><![CDATA[Barbara Marx Hubbard, futurologa e scrittrice, ha portato molte persone allo studio dell’evoluzione. Cofondatrice della Foundation for Conscious Evolution (Fondazione per l’Evoluzione Consapevole), la Hubbard ha condotto il programma radio settimanale Live from the Peace Room (In diretta dalla stanza della pace), dove sono stati intervistati molti importanti pensatori evolutivi della nostra cultura. Tra i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="Avanti a tutta velocita Barbara Max Hubbard.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/avanti-a-tutta-velocita-barbara-max-hubbard.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/avanti-a-tutta-velocita-barbara-max-hubbard.jpg" alt="Avanti a tutta velocita Barbara Max Hubbard.jpg" hspace="6" align="left" /></a>Barbara Marx Hubbard, futurologa e scrittrice, ha portato molte persone allo studio dell’evoluzione. Cofondatrice della <em>Foundation for Conscious Evolution </em>(<em>Fondazione per l’Evoluzione Consapevole</em>), la Hubbard ha condotto il programma radio settimanale<em> Live from the Peace Room (In diretta dalla stanza della pace),</em> dove sono stati intervistati molti importanti pensatori evolutivi della nostra cultura.</p>
<p>Tra i suoi molti libri, ricordiamo <em>Conscious Evolution: Awakening the Power of Our Social Potential ed Emergence: The Shift from Ego to Essence.</em></p>
<p><strong>Intervista di Melissa Hoffman.</strong></p>
<p>Melissa Hoffman: Viviamo in un’epoca storica straordinaria. Abbiamo di fronte a noi cambiamenti senza precedenti in ogni dimensione dell’esistenza umana – biologica, sociale, politica, economica, tecnologica – e tutto ciò sta avvenendo a scala globale. Puoi descrivere, dal tuo punto di vista di futurologa e di persona impegnata da decenni su queste tematiche, quali sono i cambiamenti cui stiamo assistendo? Molti di noi ne ignorano ancora l’esistenza. Quali saranno, presumibilmente, le nostre condizioni di vita future?</p>
<p>Barbara Marx Hubbard: Dunque, si dà il caso che siamo la generazione nata nel momento più insidioso dalla comparsa dell’«Homo sapiens». Stiamo attraversando un periodo di transizione in cui abbiamo acquisito un potere di creazione o distruzione che prima attribuivamo solo agli dei. E non stiamo rallentando; andiamo sempre più veloci. Il pericolo è, ovviamente, che abuseremo di questo potere e collasseremo nel caos. Se consideri le recenti scoperte sull’evoluzione dell’«Homo sapiens», non siamo progrediti in modo lineare dall’«Homo erectus» all’«Homo sapiens», passando per l’«Homo lapillus» e l’«Homo Neanderthal». Sono esistiti molti, molti sottotipi di esseri umani che non hanno prevalso.</p>
<p>L’«Homo sapiens sapiens», con la sua consapevolezza autoriflessiva, è emerso tra cinquanta e trentacinquemila anni fa. E quello che sta succedendo adesso è che egli ha conoscenze così vaste ed esercita un impatto sulla natura tanto grande – soprattutto dopo la scoperta della bomba atomica, il gene, la nanotecnologia e la biotecnologia – che la forma di consapevolezza che ci ha portato a questo punto non è in grado di farci andare al di là.</p>
<p>Melissa Hoffman: Quali qualità mancano alla nostra attuale forma di consapevolezza?<span id="more-1049"></span></p>
<p>Barbara Marx Hubbard: L’autoconsapevolezza autoriflessiva non ha il campo d’azione della consapevolezza “dell’intero sistema” o la comprensione evolutiva necessaria a risolvere i tipi di problemi che abbiamo di fronte. Vedi, abbiamo delle intuizioni sulla vita dopo la morte, sul paradiso, sulla Nuova Gerusalemme, su altri stati dell’essere e su altri mondi, ma non <em>su questo mondo evoluto</em>. Però, in generale, adesso sappiamo di essere in una situazione senza precedenti, a scala globale. Un numero crescente di persone è consapevole di abitare in un pianeta finito. Un raddoppio ulteriore della popolazione ci porterà a dodici miliardi di persone, e nessuno pensa che potremo sostenere questo numero. Aggiungi il danno ai sistemi fondamentali che sorreggono la nostra vita, la proliferazione delle armi di distruzione di massa e i terroristi che desiderano usarle. È comico cercare di risolvere questi problemi nei modi attuali.</p>
<p>Nell’evoluzione, quando si presenta una situazione che non può più essere risolta nei vecchi modi, e quando il pericolo per l’intero sistema è imminente, siamo di fronte (secondo me) a un catalizzatore evolutivo che ci condurrà verso una reale devoluzione, se non rispondiamo, o verso l’evoluzione e la trasformazione, se rispondiamo.</p>
<p>Se guardi all’indietro verso gli altri grandi salti nella spirale dell’evoluzione – dalla pre-vita alla vita, dalla cellula singola all’animale o dall’animale all’uomo – esistono degli schemi ricorrenti. La biologa Elisabeth Sahtouris lo spiega molto chiaramente. Per esempio, ella dimostra come, quando una specie è giovane, sia rapace, territoriale e competitiva, fin quando raggiunge un limite alla sua crescita. A quel punto, o impara a negoziare e cooperare con i suoi concorrenti, raggiungendo un’unità più elevata, o si estingue.</p>
<p>Per cui, l’insieme delle condizioni globali, anche se per noi sono senza precedenti, assomigliano di fatto a un frattale di forme già successe nel passato. Sappiamo che grandi cataclismi sono avvenuti e potrebbero avvenire ancora. Ma di tutte le specie che si sono estinte, siamo l’unica consapevole del fatto che<em> potremmo</em> provocare la nostra estinzione. E questa consapevolezza è un catalizzatore evolutivo verso un’innovazione e una trasformazione molto più vaste: spirituale, sociale e tecnologica.</p>
<p>Melissa Hoffman: Quindi, secondo te, la crisi che stiamo affrontando è naturale.</p>
<p>Barbara Marx Hubbard: Sto interpretando la crisi della Terra – cosa che potremmo fare nei dettagli, come già fanno moltissime persone – come un insieme di complessità che sono, fino a un certo punto, naturali. È naturale che una specie intelligente abbia tanto successo da toccare i limiti del suo sviluppo senza saperlo. È naturale che a causa del nostro successo abbiamo sovra-industrializzato, sovrappopolato, inquinato e abusato dell’ambiente. Forse tutta questa situazione è un fenomeno naturale, e questa specie intelligente, che è riuscita ad avere una comprensione dell’atomo, il gene e il cervello, sta ricevendo un segnale: evolviti o muori.</p>
<p>Tra i segnali che stiamo ricevendo, alcuni rappresentano crisi estreme, altri nuove e incredibili capacità. Per esempio, la nostra comprensione scientifica del DNA vuol dire che l’«Homo sapiens sapiens» sta capendo la struttura della vita e sta ora valutando come ristrutturarla. Ebbene, se poni questa comprensione nel contesto di una specie materialistica, in un sistema chiuso con limitata autoconsapevolezza e armi di distruzione di massa, scorgi una fine amara. Ma se la poni in un contesto evolutivo, puoi dire che l’insieme delle crisi può essere simile a una crisi di parto verso una specie capace di coevolversi con la natura e cocreare con lo spirito. Per fare questo, dobbiamo comprendere il modo in cui la natura si evolve… Non tanto il modo in cui si sostiene, ma capire che la <em>natura</em> della natura è l’evoluzione.</p>
<p>Quindi, cosa vuol dire rispondere a questo insieme di crisi e opportunità? Vuol dire che dobbiamo imparare a gestire un’ecologia planetaria? Significa che dobbiamo imparare a coesistere con le altre specie su questo pianeta? Vuol dire molto di più. Significa cambiare l’intera struttura delle relazioni umane e della società. Oggi abbiamo sistemi sociali meccanicistici basati su una comprensione errata della natura e, di conseguenza, dannosi per chi ne fa parte e per la biosfera. Quindi, siamo costretti a sviluppare sistemi sociali <em>sinergici</em>, perché non potremo evolverci armoniosamente con la natura a meno che il nostro sistema sociale non rifletta un disegno naturale.</p>
<p>Melissa Hoffman: Hai già visto dei segni evidenti di questi cambiamenti sociali?</p>
<p>Barbara Marx Hubbard: Non dimenticherò mai quando sono stata ospite di un gruppo di suore a South Bend, nell’Indiana, durante un weekend di luglio. Era l’epoca in cui WorldCom ed Enron stavano fallendo. E c’era un prete cattolico di nome Diarmuid O’Murchu, che aveva scritto un libro intitolato<em> Quantum Theology</em>, che diceva: “L’evoluzione ha funzionato per miliardi di anni <em>prima</em> delle religioni organizzate, e funzionerà per miliardi di anni anche <em>dopo</em>”.</p>
<p>Poi, in quanto prete cattolico che parlava a un gruppo di suore, aggiunse: “La Chiesa cattolica non reggerà, perché è sbagliato non solo il suo passato, ma anche la sua gerarchia. La struttura è sbagliata. Tutto è sbagliato”. E le monache si alzarono ad applaudire! Ebbene, loro amavano Gesù. Quell’applauso non voleva assolutamente dire che non amavano Gesù. E improvvisamente ho pensato: “Forse è così che deve succedere. Le strutture gerarchiche, meccanicistiche, non sono adeguate a un mondo interattivo, consapevole, evolutivo”. E quelle strutture stanno scomparendo. Ciò che speriamo è che non collassino troppo presto, portando al caos completo.</p>
<p>Tra parentesi, penso che tutte le principali religioni del mondo sono state fondate in una fase precedente dell’evoluzione umana, da persone la cui consapevolezza era chiaramente al di là dell’ordinario. Esse lasciarono dietro di sé degli insegnamenti che contenevano un seme della verità profonda sull’evoluzione della nostra specie. Ma le strutture costruite intorno a quelle religioni le hanno ristrette al punto che oggi, mentre ci troviamo in questo periodo di grande transizione, sono diventate regressive.</p>
<p>Melissa Hoffman: Secondo te, cosa farà sì che gli individui, a livello personale, comincino a cambiare queste tradizionali istituzioni e organizzazioni sociali?</p>
<p>Barbara Marx Hubbard: Ci sono già molte cose che ci motivano. Siamo sempre più collegati attraverso i media, i sistemi culturali, i sistemi economici, i sistemi di difesa e i mezzi di comunicazione. La complessità crescente del sistema ha un impatto su ogni individuo, direttamente e indirettamente, in molti modi. Il potenziale dell’individuo umano è vastissimo, ma è utilizzato al minimo dal tipo di vita che la maggior parte di noi conduce. Tuttavia, la forza dell’evoluzione dentro di noi sta premendo per venire fuori, perché il corpo sta diventando più complesso. Stiamo cominciando a comprendere di essere parti di un corpo planetario vivente che si sta a sua volta integrando in un sistema del tutto nuovo.</p>
<p>Quindi, per tornare a ciò che sta succedendo in questo momento: o stiamo attraversando una crisi di parto verso una nuova specie, oppure stiamo dirigendoci verso l’autodistruzione. Penso che la crisi sia naturale, perché è naturale imbattersi in limiti e sfide quando aumentiamo la nostra conoscenza e il nostro successo. Il risveglio della nostra specie e la ricerca di soluzioni sono in atto, ma in modo frammentario, e di certo non avvengono dappertutto. Le grandi strutture sociali si stanno dimostrando inadeguate a risolvere i problemi che stiamo creando. Ovunque stanno emergendo innovazioni sociali, ma non sono sufficientemente collegate tra loro né hanno molto potere. Per cui, adesso, sforzarci di connetterci e creare una sinergia e una partecipazione più vaste a questo processo di risveglio è probabilmente la cosa più importante da fare.</p>
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<p>Copyright originale “What is Enlightenment” magazine <a href="http://www.wie.org/">www.wie.org</a><br />
Traduzione di Gagan Daniele Pietrini.<br />
Copyright per la traduzione italiana: Innernet.</p>
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		<title>La saggezza dei sistemi viventi, intervista a Elisabeth Sahtouris</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Oct 2008 09:18:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Melissa Hoffman</dc:creator>
				<category><![CDATA[Co/Scienza]]></category>
		<category><![CDATA[Coscienza del mondo]]></category>
		<category><![CDATA[biologia]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[evoluzione]]></category>
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		<description><![CDATA[Elisabeth Sahtouris è biologa evolutiva, futurologa, scrittrice e consulente in Strutture dei sistemi viventi. Conferenziere e consulente a livello internazionale, sottolinea l’importanza dei sistemi biologici nella struttura organizzativa dell’economia, del governo e del commercio globale. Tra i suoi libri, ricordiamo Earth Dance: Living Systems in Evolution, A Walk Through Time: From Stardust to Us e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="Avanti a tutta velocita Elisabeth Sahtouris.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/avanti-a-tutta-velocita-elisabeth-sahtouris.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/avanti-a-tutta-velocita-elisabeth-sahtouris.jpg" alt="Avanti a tutta velocita Elisabeth Sahtouris.jpg" hspace="6" align="left" /></a>Elisabeth Sahtouris è biologa evolutiva, futurologa, scrittrice e consulente in<em> Strutture dei sistemi viventi</em>. Conferenziere e consulente a livello internazionale, sottolinea l’importanza dei sistemi biologici nella struttura organizzativa dell’economia, del governo e del commercio globale.</p>
<p>Tra i suoi libri, ricordiamo <em>Earth Dance: Living Systems in Evolution, A Walk Through Time: From Stardust to Us e Biology Revisioned</em>, scritto insieme a Willis Harman.</p>
<blockquote><p>“La globalizzazione dell’umanità è un processo naturale, biologico ed evolutivo. Tuttavia, stiamo attraversando una profonda crisi perché l’aspetto centrale e fondamentale della globalizzazione – la sua economia – è attualmente organizzato in maniera tale da violare gravemente i principi fondamentali dei sistemi viventi sani, minacciando di morte la nostra civiltà.” Elisabet Sahtouris, <em>The Biology of Globalization.</em></p></blockquote>
<p>Intervista:</p>
<p>Melissa Hoffman: In questa epoca straordinaria abbiamo di fronte a noi cambiamenti senza precedenti in ogni dimensione dell’esistenza umana – biologica, sociale, politica, economica, tecnologica – e tutto ciò avviene mentre stiamo entrando nella globalizzazione economica e sociale, come hai scritto nei tuoi libri. Puoi descrivere, dal tuo punto di vista di futurologa e biologa evolutiva, la natura dei cambiamenti globali che stiamo vivendo e quali nuove sfide e opportunità ci attendono?</p>
<p>Elisabeth Sahtouris: Dalla mia prospettiva di biologa evolutiva, ciò che vedo succedere oggi nel passaggio della specie umana alla globalizzazione economica e sociale è, essenzialmente, la stessa cosa già avvenuta per quasi tutte le altre specie della Terra. Per esempio, miliardi di anni fa, gli antichi batteri, dopo milioni di anni di competizione ostile che li ha minacciati di estinzione, hanno cominciato a negoziare formando stupefacenti colonie basate sulla cooperazione.</p>
<p>Durante la fase competitiva, avevano sviluppato tecnologie elaborate come il motore elettrico, impianti di energia solare e pile nucleari generatrici di calore, oltre a infrastrutture simili a città che solo ora possiamo ammirare, grazie ai più recenti microscopi. I minuscoli archeobatteri, con le loro tecnologie e stili di vita specializzati, sono stati protagonisti dell’evento più sensazionale dell’evoluzione terrestre mai avvenuto dalla loro apparizione sulla crosta minerale della Terra.</p>
<p>La cellula nucleata – una forma-vita totalmente nuova, grande circa mille volte di più di un singolo batterio – si è formata quando i batteri hanno adottato la divisione del lavoro, donando parte dei loro straordinari genomi al nucleo della nuova cellula. In tal modo, la cellula nucleata – l’unico tipo di cellula evolutosi sulla Terra, oltre a quella batterica – rappresenta un’unita più elevata raggiunta dai batteri dopo eoni di tensioni e ostilità, grazie alla negoziazione e un’evoluzione basata sulla cooperazione.<span id="more-1038"></span></p>
<p>Questo processo – per mezzo del quale le tensioni e le ostilità tra individui portano a negoziati e infine alla cooperazione, sotto forma di un’unità più vasta – è il processo evolutivo di base di tutta le forme-vita del nostro pianeta, secondo me.</p>
<p>Questo stesso ciclo spiega in che modo le cellule nucleate in competizione si uniscono a formare creature multicellulari (come noi). Oggi questo sta accadendo per la terza volta, in quanto noi esseri umani multicellulari in competizione siamo spinti a evolverci verso una società – o una “cellula” – nuova, cooperativa e <em>globale,</em> che funzionerà a un livello di complessità e unità più elevato di quello mai raggiunto da qualsiasi specie prima di noi. Come gli antichi batteri, completando il ciclo noi umani stiamo evolvendoci da una fase competitiva, aggressiva e infantile a una fase matura e cooperativa.</p>
<p>Melissa Hoffman: Per chiarire quello che hai detto sulla globalizzazione… Stai parlando dell’emersione di un organismo totalmente nuovo, così come lo era la cellula nucleata rispetto ai batteri?</p>
<p>Elisabeth Sahtouris: Sì. Dal mio punto di vista, la globalizzazione è l’evento più grande mai avvenuto dopo la cellula nucleata. La nostra economia globale, e più in generale la nostra famiglia globale, saranno composte di individui, famiglie e unità sociali più grandi, ma ci legheremo tra noi in modi imprevedibili. Essenzialmente, stiamo formando un superorganismo di specie che riuscirà a fondersi in maniera cooperativa con i nostri ecosistemi e con i sistemi viventi della Terra.</p>
<p>Finora, nella nostra fase adolescenziale e imperialistica (durata diecimila anni) abbiamo utilizzato grandi quantità di risorse terrestri per costruire le nostre società, nazioni e imprese. Ma adesso riconosciamo che questa distruzione deve finire, e dobbiamo creare alleanze più cooperative. Questo è il nostro imperativo biologico, e la nostra alternativa al suicidio in quanto specie.</p>
<p>Melissa Hoffman: Cosa pensi che occorra affinché un numero maggiore di persone si renda conto della gravità della situazione? Quali sono, secondo te, le condizioni che ci faranno cambiare davvero?</p>
<p>Elisabeth Sahtouris: Un’atmosfera deteriorata, l’inquinamento delle fonti di acqua (e stiamo già cominciando a fare guerre per l’acqua anziché per il petrolio), il deterioramento del suolo attraverso l’erosione e l’inquinamento chimico, la proliferazione delle armi biologiche e nucleari, le tossine agricole altamente pericolose, le piante e gli animali creati dall’ingegneria genetica.</p>
<p>Quest’ultima ha già causato disastri enormi in Canada, negli Stati Uniti e in Messico, e sta rapidamente estendendosi al resto del mondo. Negli Stati Uniti non siamo più in grado di garantire l’organicità dei cereali o della soia, perché il polline delle piante geneticamente modificate arriva ovunque e contamina quelle non geneticamente modificate.</p>
<p>In Messico, ceppi di cereali selvatici accuratamente protetti contro le malattie che minacciano le nostre monoculture [larghe estensioni di coltura dedicate a una sola varietà] sono ora contaminati dal polline dei cereali geneticamente modificati. Questo è un disastro enorme, enorme, ma non se ne parla mai. In America, un ricercatore è stato licenziato dopo aver dimostrato che gli organi dei topi, incluso il loro cervello, si rimpicciolivano e diventano simili al cuoio in seguito alla nutrizione a base di patate geneticamente modificate. Oggi, nei nostri supermercati, più del sessanta per cento del cibo è geneticamente modificato, senza che sia necessario specificarlo sull’etichetta e senza che siano state condotte ricerche riguardo le conseguenze sui nostri bambini.</p>
<p>Le aziende alimentari si sono gettate con entusiasmo sulla creazione e vendita di questi prodotti, prima che conoscessimo i loro effetti sulle persone o gli ecosistemi. La maggior parte dei “bioingegneri” non sa semplicemente nulla dei sistemi viventi. Tutte le specie terrestri scambiano il proprio DNA tra di loro, ma sanno cosa stanno facendo. Vedi, la natura è fondamentalmente molto intelligente, ma gli scienziati pensano di potere creare genomi come se fossero macchine, tagliando un gene qui e incollandolo da qualche altra parte. I genomi non funzionano così.</p>
<p>Se metti lo stesso gene in sei persone diverse, esso si esprimerà in sei modi diversi. Il sistema, nell’insieme, è intelligente. L’ingegneria genetica ha fallito i primi esperimenti perché i genomi identificavano i geni trapiantati come estranei e li eliminavano. Ma adesso gli scienziati hanno inserito a forza i geni e li hanno “appiccicati” al loro posto, in modo che l’organismo è costretto ad accettarli. La scorsa estate ho visitato un caseificio olandese in cui stavano conducendo esperimenti molto interessanti: essi dimostravano che l’innesto di un solo gene distruggeva piante intere. Sembra che l’intero organismo cerchi di proteggersi, più o meno come la pelle si indurisce o si arrossa intorno a una scheggia.</p>
<p>Melissa Hoffman: Dunque, date le condizioni critiche da te descritte adesso, quali sono le qualità fondamentali che gli esseri umani dovranno sviluppare per far fronte alla situazione?</p>
<p>Elisabeth Sahtouris: Ebbene, l’ostacolo principale è il nostro sistema economico, perché la sua mentalità fondata sulla perdita o il guadagno è appropriata solo per una specie infantile. Il capitalismo competitivo è un sistema programmato per concentrare la ricchezza nelle mani di pochi, impoverendo inevitabilmente la grande maggioranza. Un comportamento così distruttivo è possibile solo perché non abbiamo riconosciuto che noi, in quanto specie, siamo un sistema vivente, allo stesso modo dei nostri corpi individuali e le nostre famiglie.</p>
<p>Nota che le famiglie non riducono alla fame tre figli per sovralimentare il quarto, né abbelliscono un angolo del giardino distruggendo gli altri tre. Comprendiamo i sistemi viventi che abbiamo accanto, ma non ci è stato insegnato a vedere quelli più grandi, per esempio la nostra economia globale, come ugualmente vivi e in pericolo!</p>
<p>Non ci riconosciamo come sistema vivente perché non comprendiamo i sistemi viventi. La scienza ha interpretato la natura in termini di fisica e ingegneria, considerandola composta di meccanismi. L’innovazione più grande di cui abbiamo bisogno è una concezione scientifica del mondo completamente nuova, basata sulla prospettiva degli esseri viventi. Un modello di universo vivente, basato sulla biologia, mostra olarchie (sistemi autosufficienti incastrati in modo interdipendente tra loro, come una cellula, un organismo o un ecosistema) a regolazione e organizzazione automatiche. La gravità e la radiazione, l’entropia e la sintropia, sono in equilibrio ciclico, così come l’anabolismo e il catabolismo (la formazione e la distruzione-riciclaggio dei tessuti viventi).</p>
<p>È un universo meraviglioso ed elegante. Ma è difficile cambiare una visione scientifica del mondo; gli scienziati della vecchia guardia non vogliono capire e riconoscere le prove che sconvolgono la loro visione del mondo. È come aspettarsi che un bruco sia entusiasta di dissolversi, affinché possa nascere una farfalla!</p>
<p>Melissa Hoffman: Quindi, stai dicendo che le qualità fondamentali necessarie sono: primo, riconoscere il carattere distruttivo dell’attuale visione del mondo; secondo, accettare le difficoltà che comporta l’abbandono di tale concezione?</p>
<p>Elisabeth Sahtouris: Sì. È difficile creare qualcosa di nuovo nel mondo vivente senza passare per il caos, la distruzione o la dissoluzione dei vecchi sistemi. Oggi siamo in una situazione molto simile allo sviluppo di una farfalla in una crisalide. Il sistema immunitario del bruco sta ancora cercando di proteggersi in quanto bruco… E, per me, la nostra insistenza nell’aggrapparsi all’era del petrolio è tutta qua. Da una prospettiva biologica, è l’antico sistema che cerca di proteggersi il più a lungo possibile. Ma allo stesso tempo è compito del nuovo sistema cercare di raccogliere le proprie forze fino a sconfiggere il vecchio sistema immunitario e costruire il nuovo.</p>
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<p>Copyright originale “What is Enlightenment” magazine <a href="http://www.wie.org/">www.wie.org</a><br />
Traduzione di Gagan Daniele Pietrini.<br />
Copyright per la traduzione italiana: Innernet.</p>
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