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	<title>Innernet &#187; Arte e Cultura</title>
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	<description>Percorsi di consapevolezza e anima del mondo</description>
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		<title>Fotografarsi dentro</title>
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		<pubDate>Sun, 02 Oct 2011 08:12:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Toshan Ivo Quartiroli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte e Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Percorsi di ricerca]]></category>
		<category><![CDATA[fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[ritratto]]></category>
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		<description><![CDATA[Enzo Dal Verme è un fotografo italiano che abita tra Parigi e Milano ed ha ritratto celebrità come Donatella Versace, Williem Dafoe o Bianca Jagger. Il suo lavoro è stato pubblicato sulle pagine di Vanity Fair, Marie Claire, Grazia, L’Uomo Vogue, Elle e di tante altre riviste. Per lui l’atto di fotografare è una sorta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2011/09/le-baiser-enzo-dal-verme.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1435" style="margin: 6px;" title="le-baiser-enzo-dal-verme" src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2011/09/le-baiser-enzo-dal-verme-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" /></a>Enzo Dal Verme è un fotografo italiano che abita tra Parigi e Milano ed ha ritratto celebrità come Donatella Versace, Williem Dafoe o Bianca Jagger. Il suo lavoro è stato pubblicato sulle pagine di Vanity Fair, Marie Claire, Grazia, L’Uomo Vogue, Elle e di tante altre riviste.</p>
<p>Per lui l’atto di fotografare è una sorta di meditazione attiva, un approccio interiore che ha sviluppato nel corso del tempo. Enzo sostiene che la fotografia gli da l’opportunità di osservare la realtà da diversi punti di vista, il che – a volte – lo spinge fuori dal suo territorio familiare, consueto e confortevole. Qualcosa che può rivelarsi difficoltoso, ma anche molto stimolante.</p>
<p>Il suo approccio mi ha incuriosito ed ho voluto intervistarlo.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: La fotografia è una tipica arte che si rivolge all’esterno, dove c’è una separazione tra soggetto ed oggetto e dove l’attenzione viene portata verso l’esterno.  I percorsi di consapevolezza e di autoconoscenza spirituali, invece, e la meditazione stessa, sono arti dell’interiore, dove il soggetto, l’oggetto osservato e la consapevolezza che conosce si fondono. Mi sembra di capire che hai sviluppato una “via della fotografia” dove l’interiore e l’esteriore si uniscono. Puoi dire qualcosa a riguardo?</p>
<p>Enzo Dal Verme: Non è necessario fare una distinzione così drastica tra interno ed esterno, dipende tutto da come osservi e percepisci la realtà. Se io considerassi solo le luci e le ombre, i volumi e l’armonia estetica di un’immagine mentre sto scattando, la separazione fra me e il soggetto sarebbe notevole. Ci sarebbe un fotografo che osserva una persona da fotografare: due entità separate. Però quello che mi attira non sono tanto le forme e il loro impatto estetico, ma la vita che si esprime (anche) nelle forme. In tutte le forme. Il che permette al grado di separazione tra me e le persone che fotografo di assottigliarsi molto.<span id="more-1434"></span></p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: Nei percorsi spirituali tradizionali, il senso della vista è forse quello che può ingannarci maggiormente nel vedere “maya” (il mondo illusorio) invece delle realtà così com’è. A partire già dalla neurofisiologia dell’occhio, fino ad arrivare alle nostre proiezioni ed aspettative psicologiche, non c’è corrispondenza tra le nostre percezioni e la realtà. L’interferenza della mente e dell’ego sulla realtà è ciò che fa dire agli insegnanti spirituali che dormiamo. Come rompi l’incantesimo della mente sulla realtà?</p>
<p>Enzo Dal Verme: Quando sono con le persone che devo fotografare, mentre conversiamo e ci guardiamo prima o durante gli scatti, stiamo già scambiandoci una grande quantità di informazioni. Tutto ciò accade principalmente in modo subliminale. E senza che ce ne rendiamo veramente conto, come in ogni relazione umana, abbiamo la tendenza di guardare la persona di fronte a noi attraverso le lenti deformanti del nostro passato, delle nostre convinzioni, dei nostri pregiudizi…</p>
<p>Nel mio lavoro cerco di essere il più neutrale possibile ed osservo i miei soggetti con curiosità. Un modo per avere uno sguardo fresco sul mondo è immaginare di essere un bambino molto piccolo senza memorie o bagagli emotivi. Questo atteggiamento permette di cogliere una grande quantità di dettagli che normalmente non vengono presi in considerazione perché tendiamo a dare per scontato il fatto di conoscere già ciò che vediamo. Ed anzi, abbiamo anche delle opinioni in proposito!</p>
<p>Alleggerirsi di questi filtri è un grande sollievo. In alcuni casi, però, essere neutrali è davvero troppo difficile. Ma è possibile essere consapevoli della nostra reattività, delle nostre aspettative e dei nostri limiti nel percepire la realtà. Il che aiuta a mantenere la connessione tra fotografo e soggetto semplice e piacevole.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: Con la disponibilità di connessioni veloci, Internet si è mosso da un medium prevalentemente testuale ad uno dove le immagini e i video, cioè immagini in sequenza veloce, hanno un ruolo sempre più presente. A mio parere questo movimento dalle parole alle immagini ha indebolito la narrativa profonda e complessa. Il tuo lavoro riguarda le immagini e anche l’autoconoscenza. Qual è l’uso delle immagini verso il supporto della ricerca interiore e del vero?</p>
<p>Enzo Dal Verme: Sono pienamente d’accordo con te, in questo momento storico siamo sottoposti a una grande quantità di immagini che consumiamo voracemente. Molte fotografie hanno lo scopo di stupirci e mantenere vivo il nostro consumo spropositato. Ma non tutte le immagini sono uguali. Alcune mettono a fuoco ciò che c’è dietro la superficie&#8230;</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: Puoi spiegarti meglio?</p>
<p>Enzo Dal Verme: Io sono attirato da ciò che c’è dietro la maschera sociale della persona di fronte a me. A volte i miei soggetti cercano di sedurre la mia macchina fotografica, apparire carini, interessanti, speciali… un sacco di rumore. Il silenzio che ogni persona ha (o forse dovrei dire “è”) dietro tutta quell’agitazione, sembra essere dimenticato. Ma quella è la parte più interessante! E, per me, è anche molto interessante mettere a fuoco una piccola timidezza, una esitazione, un senso di tenerezza o una forza interiore. Naturalmente mi riferisco a qualcosa di autentico, non a uno stato d’animo recitato per attirare l’attenzione. E questo genere di finzioni abbondano nella nostra società altamente narcisista…</p>
<p>Quando scatto un ritratto, nella maggior parte dei casi, riesco a vedere la maschera cadere. Ma, a volte, il soggetto vuole mostrarmi solo un’identità idealizzata. Il che può anche essere molto interessante… In ogni caso, anche se ho scattato il ritratto più intenso e profondo, ci sarà sempre qualcuno che non sarà per nulla toccato da quella immagine. Come quella donna che, ascoltando la registrazione di una preghiera di un lama tibetano durante una mia mostra, ha commentato: “Ma che roba è? Sembra che abbia mal di pancia!”</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli:  Qual è praticamente il tuo approccio verso la fotografia?</p>
<p>Enzo Dal Verme: Cerco di connettermi con una sfumatura della profondità di quella persona e poi scatto. Però non cerco di “fare” una foto ma lascio che la foto accada. In altre parole preparo semplicemente le condizioni che mi sembrano più adatte, la foto nascerà dall’incontro tra me e il soggetto nell’obbiettivo. Detto questo, sicuramente il mio obbiettivo non è obbiettivo.</p>
<p>Io ho un mio punto di vista e nel mio ritratto sottolineo un aspetto che mi colpisce di quella persona. E intanto mi domando: sto fotografando qualcosa che c’è realmente oppure l’opinione che ho di questa persona? Oppure una sua idealizzazione? Come mi sento mentre scatto? C’è qualcosa che mi mette a disagio? Che mi eccita? Che vorrei evitare? Più sono limpido nell’osservare me stesso e la situazione, meno interferenze ci saranno tra la realtà e l’immagine del ritratto.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: C’è qualche aneddoto interessante riguardo i tuoi ritratti?</p>
<p>Enzo Dal Verme: Ce ne sono moltissimi…. Dirò qualcosa che è successo recentemente. Ero in Inghilterra e dovevo scattare alcuni ritratti per una rivista di moda, servivano ad illustrare un’intervista. Procedendo, tutto è andato per il meglio e sono riuscito a fotografare diverse sfaccettature di quella persona. In una foto aveva l’aspetto molto autorevole, in un’altra rideva divertita, in un’altra la sua espressione era tenera… e in ogni immagine c’era quella quiete che a me piace così tanto.</p>
<p>Non ha mai recitato o preteso di essere diversa da ciò che era. Io la guidavo e creavo delle situazioni che la aiutavano a fare emergere un certo stato d’animo, ma non ho mai forzato la situazione. In seguito, osservando le fotografie, lei sembrava commossa. In particolare, riferendosi a una certa fotografia, mi ha domandato ridendo: “Oh Dio, questa sono io? Non mi riconosco!”</p>
<p>Ma ha continuato ad osservare quella espressione e dopo un po’ di giorni mi ha rivelato che osservando quel ritratto era riuscita a ricollegarsi ad una sensazione innocente di felicità della sua infanzia che pensava fosse andata persa per sempre. “Il tuo ritratto è stato terapeutico per me”. Commenti come il suo sono abbastanza comuni per i miei ritratti. E, naturalmente, scattare una foto è terapeutico anche per me.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: In che modo?</p>
<p>Enzo Dal Verme: Sono affascinato dalla moltitudine di approcci che noi – esseri umani – abbiamo nei confronti delle esperienze della vita. I modi in cui affrontiamo le nostre paure, i sogni, le ambizioni, le sfide… Probabilmente questo è il motivo per cui trovo estremamente interessante la maggior parte delle persone che fotografo. Guardo una celebrità attraverso le lenti della mia macchina fotografica con lo stesso interesse con il quale osservo un contadino, uno scienziato o una prostituta.</p>
<p>Scattare un ritratto è un modo di esplorare la realtà ed ogni volta che fotografo qualcuno alla fine mi sembra di conoscere un po’ meglio anche me stesso. A volte riconosco uno stato d’animo che ho vissuto anche io, altre volte osservo qualcosa che non ha mai avuto modo di svilupparsi in me oppure sono testimone di un’emozione che conosco in modo leggermente diverso… è un processo molto interessante. Potrei dire che osservo i soggetti dei miei ritratti come se stessi osservando me stesso espresso in una forma diversa. Siamo diversi, ma non così diversi.</p>
<p>Ognuno ha punti di riferimento diversi, storie diverse, ma un terrorista, una casalinga o una spogliarellista sanno tutti che cosa significa essere tristi o essere eccitati, sanno che cos’è la paura del rifiuto e – anche se non ne sono necessariamente consapevoli – desiderano tutti l’esperienza più desiderabile che ci sia: l’amore.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: Dimmi qualcosa del tuo <a href="http://www.enzodalverme.com/blog/2011/09/workshop-di-ritratto-a-gubbio/">workshop</a>, ho sentito dire che è un’esperienza molto intensa.</p>
<p>Enzo Dal Verme: I miei workshops sono due giorni e mezzo di immersione totale per affinare l’abilità del fotografo di comporre rapidamente e intuitivamente l’immagine ed entrare in contatto con qualche aspetto che rende speciale o unica la persona che si vuole fotografare (forse qualcosa di cui non è neppure consapevole).</p>
<p>Dedico molto tempo alla relazione tra il fotografo e il soggetto. Esploriamo approfonditamente le dinamiche di una sessione di ritratto. Ci sono esercizi studiati per spingere (gentilmente) i partecipanti ad affrontare le proprie paure ed inibizioni nella loro veste di fotografi ed altri che hanno lo scopo di incrementare la capacità di interagire. Lavoriamo sulle percezioni, empatia, creatività, composizione, luce naturale… Durante gli esercizi, gli studenti si fotografano tra di loro e poi selezioniamo alcune immagini da guardare e commentare tutti insieme per capire che cosa potrebbe essere migliorato prima di riprendere in mano la macchina fotografica.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: Chi sono i tuoi studenti e cosa portano a casa dall’esperienza?</p>
<p>Enzo Dal Verme: Fotoamatori, studenti di fotografia, fotografi professionisti. Alla fine di un mio workshop sembrano molto eccitati e ispirati. Non mi sorprende. Le esplorazioni che facciamo insieme suggeriscono loro una prospettiva completamente diversa sulle loro capacità e potenzialità. A giudicare da ciò che mi dicono o che mi scrivono, per la maggior parte di loro il workshop segna un punto di svolta importante. E, dal momento che il lavoro è così intenso e interattivo, si creano dei contatti umani interessanti.</p>
<p><a href="http://www.enzodalverme.com/blog">Il blog di Enzo Dal Verme.</a></p>
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		<title>Il samsara è irreale</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Jul 2011 08:48:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Innernet</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte e Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Maestri]]></category>
		<category><![CDATA[buddismo]]></category>
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		<category><![CDATA[Merigar]]></category>
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		<category><![CDATA[samsara]]></category>

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		<description><![CDATA[In occasione dei 30 anni di Merigar, Il primo nucleo della Comunità internazionale Dzogchen, fondato nel 1981 dal professore tibetano Namkhai Norbu,presentiamo questo insegnamento di Norbu. Il samsara è irreale Da un Insegnamento del Maestro Namkhai Norbu, dato il 10 novembre 2004 al centro dzogchen Tashigar del Norte (http://www.tashigarnorte.org/), Isola Margarita, Venezuela Una delle pratiche più [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In occasione dei 30 anni di Merigar, <em>Il primo nucleo della Comunità internazionale Dzogchen, fondato nel 1981 dal professore tibetano Namkhai Norbu,presentiamo questo insegnamento di Norbu.</em></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong><br />
Il samsara è irreale</strong></p>
<p><em>Da un Insegnamento del Maestro Namkhai Norbu, dato il 10 novembre 2004 al centro dzogchen Tashigar del Norte (<a href="http://www.tashigarnorte.org/">http://www.tashigarnorte.org/</a>), Isola Margarita, Venezuela</em></p>
<p>Una delle pratiche più importanti è essere consapevoli, essere presenti e quindi integrare corpo, voce e mente nello stato naturale. Inoltre quando siete presenti si manifestano i segni in maniera concreta: non sentite che la vita è pesante. Vedete, alcuni sentono di avere sempre molti problemi e tensioni. Altri mantengono tensioni accumulate da molti anni. Poi vi aggiungono più tensioni e covano dentro una specie di rabbia. Ciò è molto negativo.</p>
<p>Dovete liberarvene. Liberarvi significa sapere qual è la vostra vera condizione. Viviamo nel samsara, e Buddha ha spiegato che il samsara è irreale. Ha detto che non esiste nulla di reale. Cammino, saggezza, realizzazione… Nulla è reale, lo dicono anche gli insegnamenti sutra. Sono cose che sappiamo a livello intellettuale, ma non in pratica. E se non sappiamo che cosa significano praticamente, tutta la nostra conoscenza intellettuale non ci aiuta.<span id="more-1411"></span></p>
<p><strong>Diminuire le tensioni</strong></p>
<p>Per questa ragione nello Dzogchen abbiamo un tipo di pratica molto potente. Non si applica recitando mantra o visualizzando divinità, ma facendo qualcosa di molto semplice. Per esempio vi svegliate una mattina e immediatamente pensate: “Oh, sto sognando di svegliarmi!. Nel senso reale vi siete svegliati in quel momento; poi vi alzate e vi vestite pensando: “Sto sognando di vestirmi. Adesso sto sognando di farmi un caffè, di fare una doccia, sto sognando di andare in ufficio. Sto sognando di incontrare della gente”. Ricordate sempre di restare nel sogno fino alla sera. Poi sognate di andare a letto e dopo una pratica di Guru Yoga (nota 1) vi addormentate. Se riuscite ad avere questa presenza continuamente e a non distrarvi mai, dopo due o tre giorni osservate come diminuiscono le vostre tensioni. Lo potete davvero notare perché le tensioni sono il nostro problema. Non rendendocene conto, manteniamo tante tensioni anche quando non ce n’è motivo: considerandole importanti, sviluppiamo tensione.</p>
<p>Potete notarlo nelle discussioni: per esempio, si parla di qualcosa di insignificante come l’orzo o un altro tipo di cereale. Uno comincia a dire che quel cereale è molto buono per il fegato. Allora un altro sostiene che non è buono per il fegato, ma per qualcosa di diverso perché lo ha letto in un libro. Una terza persona dice che ha studiato queste cose per anni e sa tutto sull’argomento. Allora l’ego comincia ad affiorare e ognuno pensa che quello che sta dicendo è perfetto. La discussione continua per ore e certe volte si comincia anche a litigare. Questo è un esempio. Non vi è ragione per dare troppa importanza all’argomento della discussione, ma diventa importante perché il nostro ego è forte. Nessuno ritiene di non sapere, di non avere alcuna conoscenza. Tutti pensano di essere esperti di questo e quello. Questa è una manifestazione dell’ego ed è associata con le nostre tensioni.</p>
<p>Accumuliamo queste tensioni per anni ed anni. Naturalmente quando non le liberiamo, quando non osserviamo mai noi stessi, diventano sempre più forti e ci rendono molto nervosi. Anche parlando con gli altri diventiamo polemici e questa è la manifestazione delle tensioni.</p>
<p>Ma se siamo praticanti Dzogchen è necessario liberare le nostre tensioni, altrimenti non riceviamo molto beneficio dalla nostra pratica. E per liberarle, innanzi tutto non dobbiamo pensare che i colpevoli siano gli altri e che noi siamo innocenti. Se ci sono dei problemi, anche voi siete colpevoli, altrimenti non ne sareste coinvolti. Se sieti coinvolti con il problema, non potete essere del tutto innocenti. Ma non importa se siete innocenti o no. L’importante è che liberiate le vostre tensioni. Non potete liberare quelle degli altri. Se dite a qualcuno: “Oh, hai dei problemi, non stai osservando te stesso, sei un egoista”, di certo non lo renderete contento. Io sono un insegnante. Vi sto insegnando e sto cercando di farvi capire. Non sto dicendo che sono innocente e che non ho mai delle tensioni. Magari qualche volta ne ho anch’io. Ma anche se ne ho, non le seguo come una persona ordinaria. Noto di che tipo di tensione di tratta e ho la capacità di liberarla, così da non creare problemi.</p>
<p>Questo è ciò che vi insegno perché ognuno possa imparare e applicare.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Iniziare con il numero uno</strong></p>
<p>Parliamo della pace nel mondo. Molti amano occuparsi di questo genere di cose e sostengono che si tratta di un argomento molto interessante. Certo, possiamo parlare di pace, è un bel nome: ma come, in quale modo? Questo è il punto. Per esempio, se ci sono due persone che hanno delle tensioni tra loro, come possono liberarsene e diventare buoni amici? Come possono risolvere la situazione? Non certo accusandosi l&#8217;un l&#8217;altro di essere il colpevole e nemmeno lasciando che una terza persona decida chi è colpevole e chi innocente.</p>
<p>Non è facile, entrambi hanno l&#8217;ego. Ma se ci osserviamo, possiamo capire che tipo di limitazioni abbiamo. Innanzi tutto dobbiamo liberare noi stessi, non importa se gli altri sono liberi o meno. Anche se parliamo della società, la società è fatta di molte persone, incluso me stesso. Io sono una delle persone che formano la società. Posso considerarmi il numero uno di questa società, perché inizia da me. Pensando così, se io sono il numero uno, poi ci sono il numero due, il numero tre quattro e così via. Se pensiamo in termini di numeri, ve ne sono milioni e milioni. Ma i numeri iniziano dall&#8217;uno, poi c&#8217;è il due, il tre, il cento, e così via. Se non esiste il numero uno, non può esistere il due. Questo è un esempio di società.</p>
<p>Se cambiamo, modifichiamo, liberiamo le nostre tensioni, almeno una persona sarà libera da questo tipo di problema nella nostra grande società. Altra gente potrà allora imparare, e lo stesso accadrà a due, tre, quattro persone, eccetera. Allora può veramente esserci la pace. Se io divento consapevole, vuol dire che so come rispettare la dimensione degli altri.</p>
<p><strong>Rispettare gli altri</strong></p>
<p>Vedete, nella nostra società il problema è la mancanza di rispetto degli uni verso gli altri. Se c’è una grande nazione, ce n’è sempre una piccola assoggettata. Quando c’è una grande nazione, vi sono anche molti gruppi etnici che ne fanno parte. In senso reale, ogni gruppo etnico ha il proprio linguaggio e la propria cultura, la propria dimensione.</p>
<p>Quindi, se hai rispetto, c’è anche la possibilità di vivere in pace e collaborazione. Se non hai rispetto allora, naturalmente, ci saranno dei problemi.</p>
<p>Per esempio, anche le piccole formiche qui a Margarita, quando non le rispettate, saltano sui vostri piedi e vi mordono. Non hanno una grande energia, ma possono mordere! Allo stesso modo, se non rispettate una persona, questa, anche se debole, farà di tutto contro di voi.</p>
<p>Quindi nel mondo abbiamo bisogno di pace, di un genere di evoluzione. Se non c’è evoluzione la pace non può esistere. L’evoluzione può esserci se sempre più persone diventano realmente consapevoli. Io credo moltissimo in questo. Vi parlerò di un esempio che mi riguarda.</p>
<p>Nel 1959 ero in India e agli inizi degli anni Sessanta sono arrivato in Italia con una piccola valigia, senza nessuna idea di insegnare, né c’erano studenti o persone interessate all’insegnamento Dzogchen. Avevo avuto solo l’idea di andare lì e di lavorare con un professore per qualche anno. Poi, in seguito, ho scoperto che alcune persone erano interessate all’insegnamento. Ho lavorato con loro e uno dei nostri primi ritiri fu a Subiaco, vicino Roma. Molte persone qui presenti lo erano anche a quel ritiro, dove vennero una trentina di persone. Questo per me fu il punto di partenza per dare un piccolo insegnamento Dzogchen.</p>
<p>Da allora gradualmente ho insegnato e la gente ha imparato sempre di più. Naturalmente, anche se le persone non sono diventate dei mahasiddha, hanno la conoscenza dello Dzogchen e di come osservare se stessi e stanno crescendo sempre di più. Per esempio oggi vi sono molte migliaia di persone che seguono il mio insegnamento. Quindi secondo la mia esperienza c’è la possibilità per le persone di svilupparsi.</p>
<p>Sviluppo non significa aumento della quantità di persone che seguono il mio insegnamento. Non sono interessato al numero degli studenti, ma al fatto che qualcuno di questi capisca ciò che sto davvero comunicando, perché può essere utile per il futuro, per preservare l’insegnamento e per gli esseri senzienti. Particolarmente per gli esseri umani, affinché abbiano meno tensioni e siano più consapevoli. Quindi realmente credo che ci sia una possibilità di sviluppo e di un certo tipo di evoluzione.</p>
<p><em> Nota 1: Pratica in cui si dimora nel proprio autentico stato, che è lo stato della mente del Maestro</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>15-18 LUGLIO: MONTE AMIATA IN FESTA PER I 30 ANNI DI MERIGAR</strong></p>
<p><em>Il primo nucleo della Comunità internazionale Dzogchen, fondato nel 1981 dal professore tibetano Namkhai Norbu, propone “La Gioia di Essere Qui”: quattro giorni di eventi culturali e spettacolari tra Arcidosso, Castel del Piano e Santa Fiora (GR)</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Merigar, il primo nucleo della Comunità Internazionale Dzogchen, fondato dal professore tibetano Namkhai Norbu sulle pendici del Monte Amiata, celebra il suo Trentennale con “La Gioia di Essere Qui”, rassegna di iniziative spettacolari e culturali che si terranno tra il 15 e il 18 luglio prossimi tra Arcidosso, Castel del Piano e Santa Fiora (GR).</p>
<p>Namkhai Norbu è il più insigne studioso della storia prebuddista del Tibet e Maestro di Dzogchen, il vertice del Buddhismo, nonché tra i massimi esperti contemporanei di medicina tibetana. Su impulso del professor Norbu la Comunità Dzogchen è diventata una realtà mondiale, che conta altri sette Gar (i centri più grandi) e innumerevoli Ling (i centri minori) sparsi in tutto il pianeta. Nel suo alveo sono nati l’Istituto Shang Shung per la preservazione della cultura tibetana – tenuto a battesimo a Merigar, nel 1990, dal Dalai Lama – e ASIA, la Ong da oltre vent’anni impegnata in azioni di solidarietà in Tibet e in Oriente. Gli associati sono oltre 10.000, 2000 dei quali in Italia.</p>
<p>In questo contesto nasce “La Gioia di Essere Qui”, evento celebrativo del Trentennale.</p>
<p>Il programma prevede tre serate di spettacolo con artisti come Roberto Cacciapaglia, il Coro dei Minatori di Santa Fiora, il Circo Garuda di Praga, la concertista Daniela Manusardi; una nutrita serie di eventi culturali, tra cui mostre (da segnalare “Primo Centro” al Castello di Arcidosso, curata da Alessandra Bonomo, www.bonomogallery.com), proiezioni, mini-conferenze a tema; e poi pubbliche dimostrazioni di Yoga Tibetano e di Danza del Vajra, uno stand gastronomico di cucina internazionale guidato dalla celebre chef messicana Monica Patiño, un annullo filatelico creato per l’occasione.</p>
<p>“La Gioia di Essere Qui” avrà il suo prologo alle 19 del 14 luglio a Palazzo Nerucci di Castel del Piano con il reading di Giuseppe Cederna che segnerà l’apertura della mostra “Tibet. Art. Now.” organizzata da ASIA (www.asia-onlus.org). Venerdì 15 luglio inaugurazione del monumento “Alla Pace” – dono della Comunità Dzogchen alla cittadinanza di Arcidosso – alla presenza dell’assessore all’ambiente della Regione Toscana Annarita Bramerini, di Leonardo Marras, presidente della Provincia di Grosseto, e dei massimi rappresentanti delle istituzioni locali, tutte patrocinatrici dell’evento. Fino a domenica 17, poi, sarà un susseguirsi continuo di iniziative spettacolari e culturali. E lunedì 18 grande festa finale a Merigar, per chiudere in bellezza quello che si prefigura come uno dei principali appuntamenti dell’estate toscana.</p>
<p><em>Per ulteriori informazioni: </em></p>
<p><em>Edlin Paolone – Ufficio Comunicazione Merigar. Mobile: 338/9291527, <a href="mailto:edlin@libero.it">edlin@libero.it</a></em></p>
<p><em>Segreteria del Trentennale: Alessandra Policreti, </em><em>0564/966362</em><em> </em></p>
<p><em>Segreteria di Merigar: 0564/966837, email: <a href="mailto:office@dzogchen.it">office@dzogchen.it</a></em></p>
<p><a href="http://www.merigaranniversary.org/">www.merigaranniversary.org</a></p>
<p><a href="http://www.merigar30blog.com/">www.merigar30blog.com</a></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>&#8220;Il dito e la luna&#8221;, dove teatro, ricerca e spiritualità si incontrano</title>
		<link>http://www.innernet.it/il-dito-e-la-luna-dove-teatro-ricerca-e-spiritualita-si-incontrano/</link>
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		<pubDate>Thu, 02 Jul 2009 05:00:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nitya Cristiana Allievi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte e Cultura]]></category>
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		<description><![CDATA[Andrea Abdullah Failla, 43 anni, è attore teatrale, doppiatore, insegnante di recitazione e ricercatore spirituale. Lo spunto di questa intervista nasce dal suo ultimo spettacolo, Il dito e la luna, ideato per festeggiare il prossimo 7 luglio, giorno di luna piena molto speciale che in India si celebra col nome di Guru Purnima. È la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Andrea Abdullah Failla, 43 anni, è attore teatrale, doppiatore, insegnante di recitazione e ricercatore spirituale. Lo spunto di questa intervista nasce dal suo ultimo spettacolo, <em>Il dito e la luna</em>, ideato per festeggiare il prossimo 7 luglio, giorno di luna piena molto speciale che in India si celebra col nome di Guru Purnima. È la luna piena del mese di Ashada, un momento che si dice essere mille volte più potente del resto dell’anno per il progresso spirituale di un ricercatore.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><strong>Come nasce </strong><em><strong>Il dito e la luna</strong></em><strong>?</strong> «L’idea è quella di festeggiare il giorno di Guru Purnima, che si ricorda per l’illuminazione del Buddha: lo spettacolo vuole celebrare la luna di tutti i maestri. Mi sta a cuore sottolineare quanto l’arte sia importante per la ricerca spirituale, e viceversa».</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><strong>Quindi a cosa hai pensato?</strong> «Alla convergenza di quattro arti. Ci saranno testi inediti di un poeta che si è ispirato al tema, a una danzatrice che ha creato una coreografia lunare- Moon embrace- due musicisti che propongono improvvisazioni che evocano l’illuminazione. E un pianista professionista classico che suonerà <em>Al chiaro di luna</em> di Debussy».</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><strong>Cosa lega questi elementi?</strong> «Lo farò io, con monologhi tratti da <em>Il contrabbasso</em>, di Suskin, magnifica storia  di un contrabbassista che subisce il fascino di una cantante dalla voce profondamente spirituale. Quando lui la ascolta parlare è come se sentisse il paradiso, quindi ritorna il tema della musica come elemento che aiuta ad elevarsi. Leggerò anche altri brani poetici ispirati ai 100 canti di Kabir».</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><strong>Cosa ti piace particolarmente di Kabir?</strong> «Il fatto che mette insieme due mondi diversi. È conteso sia dagli indu sia dai musulmani, perché nasce indu però crescendo si accosta al Sufismo. Dice, in una poesia, “Sono figlio di Rama ma anche di Allah, e se guardi nel tuo cuore, troverai entrambi”».</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><strong>La creatività cosa ha a che fare con la spiritualità, nella tua visione?</strong> «Una frase dello spettacolo dice “è quando tu non ci sei che dio compare”. Questa è la creatività, farsi da parte e lasciare che qualcosa accada, e celebrare la luna dei maestri mi sembra un buon modo per ricordarselo».<span id="more-1168"></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><strong>In che cos’altro sei impegnato, in questo momento?</strong> «Sto portando in giro per l’Italia, insieme a un amico musicista e a un derviscio mevlevi, <em>Un giro intorno al cuore</em>, spettacolo liberamente ispirato a <em>Monsieur Ibrahim e i fiori del corano</em>, il romanzo di Eric Emmanuel Schmitt».</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><strong>Il sufismo ha una parte importante, nella tua arte. </strong>«Ho incontrato un maestro circa 10 anni fa, lo seguo tutt’ora. È stato un incontro casuale, un’amica mi ha detto che ci sarebbe stato un seminario con Burhanudin: ho visto la sua foto e mi ha colpito il suo sorriso. Poi ho capito che dietro di lui c’era un altro maestro, Shayk Nazim. Ha quasi 80 anni e abita a Cipro, è un turco dalla vita avventurosa, per alcuni aspetti sempre in contrasto con l’ortodossia&#8230;».</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><strong>I Sufi non sono ben visti dai “fanatici”&#8230;</strong> «Sono la parte mistica dell’Islam, potremmo dire i San Francesco dell’Islam. C’era Bonifacio VIII ma c’era anche San Francesco, con cui hanno molti punti in comune».</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><strong>Se ti guardi indietro, e ripercorri quello che hai incontrato, cosa ti ha colpito, all’inizio?</strong> «Un grande abbraccio, un sorriso, direi un grande sì».</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><strong>E come ti ha cambiato?</strong> «I passaggi sono complessi e a volte molto delicati. La comprensione, forse, è che tutto ciò che facciamo è determinato, ma c’è anche uno spazio per la libera interpretazione, per una scelta. L’equilibrio tra questi due aspetti è ciò che più mi ha colpito».</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><strong>Quindi il muoversi verso il divino, oltre al divino che viene da te&#8230;</strong> «Si può dire anche così. Ciò che ho sentito, nel viaggio, a volte è facile da dire, a volte impossibile. Ci sono momenti di meditazione, anche durante lo Zikr (<em>una preghiera dei Sufi</em>, ndr), che sono unici, inspiegabili, una verità che senti molto profonda».</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><strong>Prima di questo incontro eri già un attore professionista. </strong>«Ho frequentato l’Accademia dei Filodrammatici, a Milano, che ho finito a 25 anni. Ho fatto l’attore, ma a un certo punto ho chiuso».</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><strong>Con cosa?</strong> «Mi sembrava che non avesse più valore andare in giro, fare provini, propormi, cercavo un senso diverso. Poi, con <em>Il</em> <em>re muore</em>, un testo di Lionesco, è iniziata una nuova fase. Ho iniziato a collaborare con il teatro Libero di Palermo, con cui o lavorato fino al 2002».</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><strong>Come è cambiato, invece, il tuo modo di lavorare e di vedere l’arte, dopo l’incontro col Sufismo?</strong> «È cambiato molto, forse sono cambiato io, c’è stata una evoluzione. Prima di ogni spettacolo mi fermo sempre per farmi questa domanda: “perché lo sto facendo, per chi lo sto facendo”? Per me stesso? Per l’ambizione? Per i soldi? Per il prestigio? Oppure sono semplicemente a servizio di qualcosa?».</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><strong>La domanda te la fai prima di scegliere un lavoro o prima di entrare in scena?</strong> «Prima di recitare. Mi aiuta a riposizionarmi, a dare la giusta dimensione. Se sei spinto da piccoli interessi non vai molto lontano, se invece in quello che proponi c’è una verticalità, il respiro e lo spazio cambiano. In questo senso mi ha aiutato il mio percorso».</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><strong>Che risposte dai alle domande che dicevi? </strong>«Mi piace pensare di farmi da parte, di lasciare spazio a qualcosa di più grande di noi, che va celebrato».</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><strong>Quindi spettacolo come celebrazione divina.</strong> «E anche momento per far arrivare qualcosa: come attore, al di là del messaggio, delle emozioni, della riflessione e del sorriso, mi interessa che arrivino onestà e verità».</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><strong>Con </strong><em><strong>Il dito e la luna</strong></em><strong>, si allude alla verita.</strong> «Il titolo rimanda alla parabola in cui lo sciocco anziché guardare dritto la luna, si ferma al dito che la indica».</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><strong>Mai metafora fu più contemporanea.</strong> «L’invito a non soffermarsi sul dito è molto valido&#8230; Troppo spesso siamo impegnati a seguire le nostre ambizioni, sogni, potere&#8230; Spostare l’attenzione verso qualcosa di più alto aiuta ad allargare la prospettiva, ad avere spazi di comprensione più profondi. L’invito dello spettacolo è questo».</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><strong>Cosa farai, dopo?</strong> «Mi piacerebbe approfondire la storia di Ibn Battuta, il Marco Polo arabo del 1200: a 20 anni ha compiuto un viaggio lungo 25 anni tra Asia, India, Africa. Alcuni sostengono che Polo si sia ispirato al suo libro, <em>Viaggi</em>, per scrivere <em>Il milione».</em></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><strong>E dal punto di vista dell’insegnamento?</strong><em> </em>«Da ottobre sarò impegnato in due corsi, al centro Shantisaburi di Milano e al centro Opale di Gallarate. Lavorerò con attori professionisti e non, in cicli da 10 incontri. Ci focalizzeremo su una parte di training fisico e di espressività corporea, poi di lavoro sui testi testi e di recitazione vera e propria. Il teatro è uno strumento straordinario per indagare, conoscersi e soprattutto per relazionarsi agli altri».</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">
<p style="margin-bottom: 0cm;"><em><strong>Il dito e la luna andrà in scena il 7 luglio a Milano, presso il centro di meditazione Shantisaburi (cena ore 20, inizio spettacolo ore 21). Info e prezzi ai numeri 02 36564469 e 333 4397776).</strong></em></p>
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		<title>La rinascita supernatural di Carlos Santana</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Mar 2009 04:52:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Santana</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte e Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[angeli]]></category>
		<category><![CDATA[arte]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
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		<category><![CDATA[spiritualità]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;Poiché la musica scende più in profondità del bisturi, sento che per noi è importante meditare e connetterci all&#8217;origine del nostro dono: la guida divina. Ci fa piacere l&#8217;entusiasmo del pubblico, perché la musica è molto emozionante, ma chiediamo agli angeli di proteggere l&#8217;esperienza, in modo che nessuno si faccia male.&#8221; Intervista di Zannah. La [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="Santana.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/11/santana.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/11/santana.jpg" alt="Santana.jpg" hspace="6" align="left" /></a>&#8220;Poiché la musica scende più in profondità del bisturi, sento che per noi è importante meditare e connetterci all&#8217;origine del nostro dono: la guida divina. Ci fa piacere l&#8217;entusiasmo del pubblico, perché la musica è molto emozionante, ma chiediamo agli angeli di proteggere l&#8217;esperienza, in modo che nessuno si faccia male.&#8221; Intervista di Zannah.</p>
<p>La fama del carattere gentile di  Carlos Santana, altruista e generoso è stata confermata da chi ne è stato testimone o ne ha tratto beneficio. Si dice che egli non sia solo in queste manifestazioni di bontà; gli angeli circondano i suoi sforzi, accompagnandolo in ogni sua fase espressiva. Abbiamo anche appreso che, prima di ogni spettacolo musicale, invoca gli angeli. Non sorprende che il titolo di uno degli album più ascoltati negli ultimi anni sia: <em>Supernatural</em>.</p>
<p>In che modo invochi la benedizione degli angeli, prima di ogni concerto?</p>
<p>Carlos Santana: Considero la mia preparazione a un concerto uguale a quella di un chirurgo che, prima di un’operazione, si lava le mani. Poiché la musica scende più in profondità del bisturi, sento che per noi è importante meditare e connetterci all’origine del nostro dono: la guida divina. Ci fa piacere l’entusiasmo del pubblico, perché la musica è molto emozionante, ma chiediamo agli angeli di proteggere l’esperienza, in modo che nessuno si faccia male. Non c’è nulla di sbagliato nell’entusiasmo, ma bisogna imbrigliarlo con delicatezza, in modo che l’esperienza possa piacere a tutti. Circa quindici minuti prima dell’inizio, andiamo dietro le quinte: qui meditiamo, visualizziamo e facciamo la nostra richiesta agli angeli. Per includere il pubblico, entriamo in scena annunciando: “È una grande gioia essere insieme a voi. Vogliamo che sappiate che, in questo stesso momento, Michele, Raffaele e Gabriele sono presenti. Vi consigliamo di invitarli nella vostra vita, in modo che anche voi possiate osservare dei cambiamenti incredibili”.</p>
<p>All’inizio, il pubblico risponde chiedendo: “Di che state parlando?”. Ma noi continuiamo incoraggiandoli a usare le proprie ali. Queste ali sono la tua intuizione e ispirazione. Stringi amicizia con le tue ali, piuttosto che con la frustrazione e la depressione. Per molti anni ho fatto così, senza spiegare praticamente nulla al di fuori dei concerti. Alla fine, circa sette anni fa, ho deciso che avevo bisogno di rivolgermi alla gente a un altro livello; sentivo che dovevo far sapere loro che stavano entrando in un’era di splendore. Lo splendore può essere interiorizzato solo quando le persone si risvegliano alla propria assolutezza, a tutto ciò che sono. Io sono irlandese, comanche, apache; sono ogni cosa. Non posso permettermi di essere solo messicano. Bisogna diventare universali. Se abbracciamo la nostra assolutezza, indeboliamo il razzismo.</p>
<p>Cosa ti ha spinto a condividere l’annuncio di questo splendore? Una formazione religiosa, un’esperienza straordinaria o entrambe?<span id="more-768"></span></p>
<p>Carlos Santana: Entrambe. Molto tempo fa, mia madre mi parlava degli angeli, ma io pensavo a loro come un bambino della mia generazione avrebbe pensato a Babbo Natale. Per un bambino o un teenager, è difficile capire gli angeli, a meno che non ne abbia bisogno nei momenti di crisi. Ma, intorno all’88, cominciai a cambiare opinione. Mentre realizzavo un album con Alice Coltrane, ci rivolgemmo agli angeli dell’aria, del sole e dell’acqua. La cosa mi interessò, ma rimase una vibrazione insolita fino a quando non andai in tour con Wayne Shorter, quello stesso anno.</p>
<p>Comprai a poco prezzo un libro su una donna di Budapest che spiegava la gerarchia del Dio supremo in modo per me comprensibile. Mi venne alla mente l’immagine di uno splendido lampadario, le cui lampadine più fulgide rappresentavano Allah, Cristo, Buddha e Krishna; i cristalli appesi, di dimensioni minori, ne catturavano la luce e diffondevano il riflesso; essi simboleggiavano gli angeli. Ero contento ed emozionato per aver scoperto questa spiegazione “terra terra” rivolta a un non credente che non aveva ancora udito il messaggio degli angeli.</p>
<p>Sei soddisfatto della musica che componi adesso? Ci sono delle canzoni all’altezza dell’ispirazione degli angeli?</p>
<p>Carlos Santana: Ancora oggi, penso che “Europa” sia il pezzo orchestrato nel modo più divino. Questo accade perché in esso è presente un richiamo a dirigersi verso la luce. A livello fisico, la cosa ha funzionato molto bene: infatti, abbiamo avuto notizia di molte donne che, stando a quel che si dice, hanno concepito mentre ascoltavano questa musica. Ciò non mi ha sorpreso, perché la spiritualità e la sensualità, in realtà, sono una cosa sola. Mi piace credere che la stessa cosa accade con la musica che suono, che si tratti di <em>Louie, Louie o A Love Supreme</em>. Tonalità spirituali esistono a tutti i livelli di ogni arrangiamento musicale, se quest’ultimo nasce da un processo di pensiero che le attira. Il punto è cosa stai pensando mentre suoni la canzone; il divino arriva attraverso di ciò.</p>
<p>Qual è una persona che stimi molto e che ritieni ispirata dal divino? Cosa pensi dell’ispirazione?</p>
<p>Carlos Santana: Probabilmente, John Coltrane è tuttora uno dei più grandi musicisti di questo secolo. Il suo stile sembra davvero mettere il guinzaglio al diavolo. Il suo dono viene direttamente dalla mente di Dio, ed è molto potente. Poi ci sono altre persone i cui principi, secondo me, devono essere ispirati da Dio: Nelson Mandela, Harry Belafonte, Madre Teresa… Tutti quegli individui che sono più grandi di ciò che rappresentano.</p>
<p>C’è qualcos’altro che metti nella tua musica e che ha a che vedere con i tuoi sentimenti verso la vita in questo universo, così come noi la conosciamo?</p>
<p>Carlos Santana: Al centro del mio universo ci sono le mie due figlie, mio figlio e mia moglie. Quando suono, uso questo centro; immagino le cose che mi danno grande piacere quando sto a casa. La felicità che provo quando pettino i capelli della mia figlia più piccola o memorizzo la fragranza della pelle pulita di un bambino appena lavato. Ho come la sensazione di essere davanti a Dio. I muscoli delle mie dita conservano il ricordo di tutte le volte che ho toccato coloro che amo. Quando un assolo mi viene bene, di solito è perché sto pensando di abbracciare i miei figli o di condividere un momento di tenerezza con mia moglie; non suono come un egocentrico che ha bisogno dell’applauso degli altri per andare avanti.</p>
<p>Quello che mi stimola è quando il pubblico e la musica diventano una cosa sola; quando il ritmo soffia tra le persone come il vento in un campo di erba alta. La gente comincia a danzare come fili di erba, tutti allo stesso tempo. Io mantengo il ritmo pensando a cose pure; all’inizio immagino mia figlia, le sue piccole mani e i suoi occhi… non c’è nulla di così puro come un bambino. A questo punto, di solito, interviene qualcos’altro e comincia una nuova musica. Spesso mi chiedono: “Hey, a cosa stavi pensando? Perché ti sei messo a suonare una musica diversa?”.</p>
<p>Ovviamente ti trovavi in un altro spazio.</p>
<p>Carlos Santana: Sì. In questo, devi aver fiducia negli angeli. Se ti sforzi di essere in vena, loro vigileranno affinché tutti ne traggano beneficio.</p>
<p>Ora che le tue performance sono arrivate a livelli così elevati, come vedi il futuro della tua musica? Dove pensi che si stia dirigendo?</p>
<p>Carlos Santana: Sono convinto che esistono delle musiche con dei valori. Tempo fa, durante una meditazione, gli angeli chiesero che usassi la mia musica per risvegliare gli altri in questi anni 2000, in cui il bene e il male stanno dormendo, perché avessero accesso a tutto ciò che è immagazzinato nel nostro DNA, nella memoria e nella struttura cellulare. È tempo di svegliarsi ed entrare nella quinta dimensione. Nella terza dimensione abbiamo il bene e il male, ciò che è giusto e sbagliato; nella quinta abbiamo una risonanza di luce e splendore. Questo rende capaci di comunicare con la Terra. Quando la Terra sente che siamo felici, non trema. Allora noi, in quanto abitanti della quinta dimensione, possiamo sfatare le apocalittiche previsioni degli aborigeni, degli indiani americani, di Nostradamus e della Bibbia. Abbiamo il potere, grazie a Dio, di modificare il corso della storia.</p>
<p>Questo può essere fatto soprattutto con due cose: il Suono e il Colore. Questi due elementi hanno un effetto immediato sul cuore di una persona. Le donne possono elevarsi a un altro livello, eccitandosi molto. Gli altri passano a un altro livello danzando, piangendo e spesso ridendo; qualche volta, anche facendo tutte queste cose insieme. Nelle chiese dei neri, tutte le domeniche, si raggiungono questi livelli cantando gospel. Qualcuno pronto a dare giudizi direbbe che sono degli invasati, ma un individuo evoluto penserebbe che stanno accogliendo lo Spirito Santo o che sono in contatto diretto con la fonte della loro energia.</p>
<p>Questo lo metterebbe in grado di accostarsi a loro, e in seguito di stimolare il progresso di qualcun altro verso il livello successivo, semplicemente condividendo il modo divino con cui cucinano o scrivono poesie. Siamo tutti artisti, e il nostro compito è stimolarci e incoraggiarci l’un l’altro, provocando una reazione a catena che alla fine raggiunga le masse. Questa è una benedizione suprema. Tutti sanno che la vita dovrebbe essere così, tuttavia alcuni non vogliono prendersene la responsabilità.</p>
<p>A proposito di responsabilità, tu sei molto stimato nell’industria della musica; hai l’ottima reputazione di essere una persona molto gentile e spirituale. Sapendo che molti ti ammirano, come vivi questa responsabilità, nata con il successo?</p>
<p>Carlos Santana: La restituisco. Ci sono molti modi per farlo. Altre persone, per esempio Bill Cosby, Oprah e Sting, fanno la stessa cosa. Esistono molti individui, noti e meno noti, che restituiscono alla società ciò che ricevono. Io e mia moglie siamo impegnati nelle adozioni a distanza sin dal nostro matrimonio, nel 1972. A un certo punto avevamo più o meno diciassette bambini di tutte le nazionalità, sparsi per il mondo. Sosteniamo anche il Larkin Street Center per i giovani sbandati, un’associazione che fornisce riparo, libri, infermieri e dentisti ventiquattro ore su ventiquattro. Inoltre, finanziamo la Città dei bambini a Tijuana.</p>
<p>Durante la mia ultima visita, sono rimasto impressionato dalla pulizia: si sarebbe potuto mangiare sul pavimento. Dedicano gran parte del tempo ai bambini vittime di abusi familiari o sociali. Tra i loro compiti c’è anche insegnare alle ragazze come essere delle buone madri. Infine, lavoro con gli artisti della <em>Bay Area</em>. Come puoi vedere, in questa stanza sono esposti due artisti. Uno stile rappresenta l’interpretazione romana degli angeli, l’altro quella di Rio. Entrambi sanno come usare il colore per dare significato al processo.</p>
<p>In tutto ciò, spero di dare un messaggio ai giovani di oggi. Il mio consiglio è: gioca al centro, stai in guardia e non ti spezzeranno le gambe. Con “stare in guardia” intendo stare lontani dalle droghe e dalle sensazioni fisiche. Ricorda, l’uomo produce le droghe; Madre Natura crea la medicina. Quest’ultima ha molte forme: le erbe, l’amore, i colori, la musica, e può guarirti dal tuo senso di separazione. In Germania ho trovato un dizionario che definiva la guarigione come l’“essere sani e integri”.</p>
<p>A quali responsabilità e attività dai la priorità per poter condurre una vita “sana e integra”?</p>
<p>Carlos Santana: Nell’ordine, metterei: Dio, la famiglia e la musica.</p>
<p>Scrivi personalmente i testi delle tue canzoni? Quanto si deve al contributo degli altri?</p>
<p>Carlos Santana: Qualche volta scrivo i testi da solo, altre volte Dio vuole una partecipazione in più e fa venire qualcuno con la melodia o le parole giuste; in quel caso, è qualcun altro a fare da ponte. Come membri di una band, siamo molto rispettosi gli uni degli altri. Ascoltiamo e solleviamo critiche in modo professionale. Questo è un business, e affinché abbia successo, ci deve essere il rispetto. La chiave del successo dietro un business di lunga durata sono il rispetto e l’onore. Gli indiani d’America lo sapevano meglio di tutti. Onoravano la Madre Terra: quando un albero veniva sradicato, ne piantavano un altro per sostituirlo.</p>
<p>Tutti dovrebbero assumere questo atteggiamento, che rivela una comprensione profonda della natura. Sembra che ti piaccia studiare la filosofia, la metafisica e la religione. C’è qualche autore che ritieni degno di attenzione?</p>
<p>Carlos Santana: Chiunque parli dal cuore; chiunque abbia passione per il bene sommo di tutte le persone. Non sento il bisogno di guru, swami o maestri. Penso che se vuoi andare alla Sorgente a ascoltare le tue istruzioni, devi semplicemente chiudere la bocca e andare dentro: in pochi secondi, riceverai una guida illuminata. L’unico maestro autentico sono la Madre e il Padre supremi di tutti. Se non sei in grado di avvertire o di capire ciò, parla con gli angeli. Loro occupano una posizione intermedia e sono pronti ad accompagnarti.</p>
<p>Poiché molte persone, nel tentativo di arrivare a Dio, si imbattono in sette più o meno distruttive, che consiglio hai per coloro che stanno cercando la forza e la chiarezza dentro di sé?</p>
<p>Carlos Santana: Ci sono quattro cose che Dio vuole da noi ogni giorno: Pace, Luce, Amore e Gioia. Le ripeto accompagnandole con un’invocazione a Michele, Raffaele, Gabriele e Ariel. Per me, è molto più facile restare felice se faccio così. È tempo di cambiare il modus operandi delle persone, che oggi attira l’infelicità e dà il benvenuto alla paura, il dolore e la sofferenza. Chiedo a tutti di invitare gli angeli a condurli fino a Dio, alla Pace, la Luce, l’Amore e la Gioia. E di ricordarsi di usare le ali dell’intuizione e dell’interpretazione.</p>
<p>Zannah è scrittore e presidente di <em>The Reel Foundation Inc.</em></p>
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<p><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1924&amp;isbn=8888116095">Guerera Peter. I viva Santana! La biografia di uno dei più grandi chitarristi della storia del rock. Strade Blu. 2000. 8888116095</a></p>
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<p>Copyright originale “Magical Blend” magazine <a href="http://www.magicalblend.com/">www.magicalblend.com</a>, per gentile concessione<br />
Traduzione di Gagan Daniele Pietrini.<br />
Copyright per l&#8217;edizione Italiana: Innernet.</p>
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		<title>Un tipo di innocenza che non avevamo mai visto</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Mar 2009 12:06:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ross Robertson</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quando grandi folle viaggiano insieme attraverso il rock and roll, dove stanno andando, e cosa vuol dire? Pensieri sui Grateful Dead, i Beatles e la Consapevolezza Collettiva. Improvvisamente le persone si spogliarono le une di fronte alle altre e facemmo tutti una grande scoperta: eravamo bellissimi. Nudi, vulnerabili e sensibili come un serpente dopo essersi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="the beatles.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/11/the-beatles.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/11/the-beatles.jpg" alt="the beatles.jpg" hspace="6" align="left" /></a>Quando grandi folle viaggiano insieme attraverso il rock and roll, dove stanno andando, e cosa vuol dire? Pensieri sui Grateful Dead, i Beatles e la Consapevolezza Collettiva.</p>
<blockquote><p>Improvvisamente le persone si spogliarono le une di fronte alle altre e facemmo tutti una grande scoperta: eravamo bellissimi. Nudi, vulnerabili e sensibili come un serpente dopo essersi spogliato della pelle, ma molto più umani di quell’incubo scintillante che aveva cigolato nella pausa precedente del corteo. Eravamo vivi e la vita era noi. Ci prendemmo per mano e danzammo a piedi nudi tra i calcinacci. Eravamo ripuliti, liberati! Non avremmo mai più indossato le vecchie armature. Ken Kesey, <em>Garage Sale.</em></p></blockquote>
<p>Immagina di stare su un pendio che domini un grande anfiteatro. Tramonto. Sotto di te, le tribù si stanno radunando da ogni dove. A migliaia entrano nel santuario suonando tamburi e bruciando incensi. È tempo per il rito del ritorno. Hai la sensazione che tra te e tutti gli altri ci siano legami di sangue. Sciogliendoti i capelli, corri incontro alla folla. I sacerdoti sugli altari attaccano i canti antichi e ognuno comincia a muoversi in modi che non hai mai visto, ma che sembrano familiari.</p>
<p>È una danza le cui origini nessuno ricorda, antica quanto la tribù stessa. Ma l’istinto vi porta a sincronizzarvi in un’improvvisa fratellanza. La musica entra in te come al rallentatore, fluendo con una pulsazione che allo stesso tempo è tua e non è tua. No, non siamo nel 15.000 a.C. al solstizio d’estate. Né è l’orgia di Zion in<em> Matrix Reloaded </em>all’inizio della battaglia finale con le macchine. Sei nell’America del ventesimo secolo: questo è un concerto dei Dead.</p>
<p>Lo storico delle religioni Mircea Eliade ha definito gli sciamani dei “tecnici dell’estasi”, e questo è esattamente ciò che furono i Grateful Dead di San Francisco, a grande scala. Le loro mani reggevano strumenti, ma ciò che suonavano era la folla, trascinandola ad altezze che potrei solo definire spirituali. Sin dall’inizio, era qualcosa che succedeva misteriosamente, per ognuno in un modo diverso.<span id="more-760"></span></p>
<p>Anche i fan dei Dead della mia generazione, che hanno mancato il bus degli anni sessanta di molti anni, hanno avuto la stessa esperienza. Il mio primo concerto l’ho visto – preparatevi – nel 1992, all’epoca del liceo. Sono cresciuto negli anni ottanta; avevo bisogno di credere in qualcosa. E i Dead erano straordinari, suonavano come Titani o dei, al di là dei confini del terreno e del quotidiano. Come per i maghi, non riuscivi a capire come facessero, ma funzionava, e volevi conoscere il segreto.</p>
<p>Maghi o sciamani che fossero, creavano un’atmosfera di meraviglia. La loro musica era una soglia verso una mente completamente diversa, con meno limiti, piena di spazio e di misteriosa creatività. A uno spettacolo dei Grateful Dead, non eri chi pensavi di essere; al tuo posto, c’era un essere sorprendente, stranamente riconoscibile. Chiudevi gli occhi e andavi dove ti portava. Quando li riaprivi, sorpresa! C’era qualcun altro accanto a te, con cui stabilivi un contatto.</p>
<p>Pensavi di stare là da solo, di goderti un’esperienza privata, ma i Dead ti dimostravano che ti sbagliavi. Se il paradiso fosse una festa dove si balla, sarebbe così. In tutta la mia vita, non avevo mai visto tanta gioia nelle persone. Semplicemente, provavi il desiderio di stare più vicino agli altri. La gioia stava là, in mezzo a tutte le altre cose; non apparteneva a nessuno, ma tutti potevano afferrarla, girarla e inseguirla a perdifiato. “Non so cos’è che possiede il nostro pubblico”, ha scritto il batterista Mickey Hart in <em>Drumming at the Edge of Magic</em>, “ma ne sento l’effetto. Dal palco puoi sentirlo. «Mente di gruppo», «possessione», chiamala come ti pare: quando si isolano dal mondo, lo senti; puoi percepire l’energia che urla attraverso di loro”.</p>
<p>Tutti l’abbiamo percepita, ed era qualcosa che non avevamo mai sentito prima. Ma cos’era? Qual era il segreto di quell’identità magica alla quale tutti prendevamo parte, di quell’eccitazione, di quella perdita di controllo quasi intollerabile? Di solito, il pensiero di perdere il controllo è terrificante. Ma i Dead rendevano facile il salto nel centro, esteso e vulnerabile.</p>
<p>Suonavano, e la nostra attenzione si allontanava da noi stessi; lì c’era un intero mondo da conoscere e esplorare. La maggior parte di noi è tanto abituata a ritenersi creature fondamentalmente indipendenti, con una psiche autonoma, che la nozione stessa di “consapevolezza collettiva” o “mente di gruppo” di solito ci fa subito cambiare subito argomento, durante una conversazione. Ma con i Dead queste domande diventavano interessanti. “Chi sono io davvero?”, dovevi chiederti quando le tue certezze cadevano a pezzi e la tradizionale pellicola di ansia e isolamento cadeva dalle tue spalle. Di cosa ho tanta paura? Di certo, anche i Dead si facevano le stesse domande. Essi erano dei normali baby-boomer (anche se un po’ al limite), dei ragazzi ribelli cui piaceva il Beat, il blues e il jazz, e che si trovavano al culmine di un’epoca. Questo fino a quando smisero di suonare nei club, per cominciare a esibirsi negli <em>Acid Test</em>.</p>
<p>Ken Kesey con il suo bus &#8220;Further&#8221;</p>
<p><a title="Un tipo di innocenza ken Kesey.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/un-tipo-di-innocenza-ken-kesey.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/un-tipo-di-innocenza-ken-kesey.jpg" alt="Un tipo di innocenza ken Kesey.jpg" hspace="6" align="left" /></a>Di fatto, i Grateful Dead cominciarono a prendere LSD prima che Ken Kesey e i Merry Pranksters organizzassero i loro famigerati Acid Test party nell’agosto 1965. Fu però come house band dei Pranksters che essi aprirono le ali e spiccarono il volo in un cielo inesplorato. Come scrive Tom Wolfe in <em>The Electric Kool-Aid Acid Test</em>, non furono i soli a decollare:</p>
<p>“Improvvisamente, l’acido e il mondofolle erano ovunque, l’organo elettrico vibrava in ogni pancia, i ragazzi ballavano non il rock, ma l’estasi; saltavano, facevano i dervisci, gettavano le mani sopra la testa come i cortigiani del reverendo Daddy Grace – Sì! Gli occhi di tutti si accendono come lampadine… i fusibili saltano, le menti urlano, le teste esplodono, i vicini chiamano la polizia, arrivano da fuori 200, 300, 400 persone… Il gruppo di persone più compatto ed euforico che si era mai visto nella storia”.</p>
<p>Furono proprio questi prototipi di rave hippie (“Aspettati l’inaspettato”), in cui a tutti coloro che arrivavano veniva offerto un cestino di Kool-Aid, che diedero ai Dead la libertà di giocare senza aspettative. Anziché continuare con assoli su un accompagnamento di sottofondo, come la maggior parte delle band dell’epoca, essi hanno fatto propria la lezione di John Coltrane e del free jazz, improvvisando tutti insieme, allo stesso tempo.</p>
<p>Per farlo bene, dovevano ascoltarsi attentamente tra loro, ognuno rispondendo spontaneamente al movimento del tutto. E fu mentre facevano jamming in questo modo – senza sapere dove stavano andando, ma intenzionati ad andarci insieme – che s’imbatterono nella fantastica percezione di un’intelligenza creativa molto più grande di loro, un’intelligenza che avvolgeva tutto il gruppo. Quando questo accadeva, ricordava il primo chitarrista Jerry Garcia, la musica “aveva l’effetto di sorprendermi con una corrente tutta sua”. Quando succedeva davvero, fluivano come una cosa sola. “Quelle connessioni sono come organismi viventi”, ha detto il bassista Phil Lesh, “come cellule nel corpo di questo organismo. Questa sembra la trasformazione che avviene negli esseri umani. Imparare a essere cellule, oltre che individui. Non solo cellule della società, ma di un organismo vivente”.</p>
<p><a title="Un tipo di innocenza Grateful Dead.gif" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/un-tipo-di-innocenza-grateful-dead.gif"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/un-tipo-di-innocenza-grateful-dead.gif" alt="Un tipo di innocenza Grateful Dead.gif" hspace="6" vspace="6" align="bottom" /></a></p>
<p>Concerto dei Grateful Dead<br />
Questa mente collettiva non conosceva limiti e creò una profonda fratellanza, non solo tra i membri della band, ma anche nel pubblico. “Il pubblico è la band, così come la band è il pubblico”, ha detto il batterista Bill Kreutzmann. “Non c’è differenza. Il pubblico andrebbe pagato; il suo contributo è pari al nostro”. Ancora più sorprendente è il fatto che i musicisti stessi non riuscivano a entrare in questo spazio se non c’era nessuno ad ascoltarli. Jerry ha confessato di non aver “mai sperimentato il click della grande musica senza un pubblico… Esistiamo per grazia sua”. È difficile capire come l’attenzione consapevole di un pubblico possa essere tanto importante per un musicista, anche se più che come musicisti i Death potrebbero essere considerati dei partecipanti chiave in eventi davvero sinergici. Così ne parlava Jerry, in un’intervista del 1972 a “Rolling Stone”:</p>
<p>“Raggiungere l’ebbrezza autentica vuol dire dimenticare se stessi. E dimenticare se stessi vuol dire vedere tutto il resto. E vedere tutto il resto vuol dire diventare una consapevole molecola in evoluzione, uno strumento conscio dell’universo. E io credo che ogni essere umano debba essere uno strumento conscio dell’universo…</p>
<p>Quando infrangi le vecchie forme e i vecchi ordinamenti, improvvisamente trovi un nuovo spazio, con una nuova forma e un nuovo ordinamento che sono più vicini alla realtà. Sono più simili a un flusso. E noi ci<em> ritroviamo</em> in quello spazio. Non abbiamo mai deciso di starci né di uscirci. Mai. Questa è una cosa che abbiamo osservato scientificamente. Abbiamo osservato cosa accade”.</p>
<p>Anche se l’LSD era stata la madre che aveva partorito questa esperienza di comunione, l’esperienza in sé divenne indipendente attraverso la musica dei Dead. Io stesso ho assistito a tantissimi spettacoli prima di prendere delle droghe, e tornavo ugualmente trasfigurato. “La musica è una cosa che ha l’ottimismo incorporato”, ha detto Jerry; “Puoi spingerti tanto in là nella musica da riempire milioni di vite”. Molte persone non conoscono mai (o solo raramente) un tale stato “di flusso” nella loro vita.</p>
<p>Questo stato, come spiegano le religioni e le tradizioni spirituali del mondo, è il riflesso estatico di un livello più elevato di consapevolezza e rappresenta l’ignoto, il potenziale addormentato in tutti noi. Ecco perché è tanto incredibile che i Grateful Dead siano riusciti a far vivere la stessa esperienza alla gente per trenta anni, fino alla morte prematura di Garcia nel 1995. Forse, oggi che sono tornati insieme per la prima volta da allora, lo stanno facendo di nuovo.</p>
<p>Ma non sono soli. Oggi esistono centinaia di cosiddette “jam band” formatesi nella scia dei Dead. La loro passione per l’improvvisazione collettiva è pari solo a quella dei loro devoti, a sua volta pari a quella dei Deadhead [<em>i fan dei Grateful Dead</em>, NdT]. “Oggi, per molte persone”, scrive lo studioso dei Grateful Dead John Dwork, “i concerti delle jam band sono… l’equivalente della chiesa, o almeno di ciò che stanno cercando. Questo è ciò di cui abbiamo bisogno nella nostra vita: comunità, danza estatica, cori appassionati, comunione con qualcosa di sacro o di speciale, un’avventura sacra, un posto in cui appendere il nostro cuore”. Ho visto trenta spettacoli dei Dead in tre anni proprio per queste ragioni: i Dead erano i miei eroi, coloro che si opponevano all’ondata di superficialità e materialismo che rischiava di travolgermi. Volevo che il mito degli anni sessanta si concretizzasse…</p>
<p>Quell’idealismo, quella sensazione di uno scopo più elevato. Desideravo credere in qualcosa, e l’ho trovato nei Dead. Giustamente, anche il famoso studioso della mitologia Joseph Campbell vi ha trovato qualcosa. Nonostante la sua estrema avversione per la cultura popolare (ha visto solo due film, non leggeva i giornali e per decenni non è andato a nessun concerto), andò a vedere i Grateful Dead e si sentì “in sintonia immediata” con loro. “Semplicemente, non sapevo che esistesse una cosa del genere”, ha detto. Qualcosa come “25.000 persone unite al livello del cuore” in un rituale mitico autenticamente contemporaneo. Questo era, per lui, “l’antidoto alla bomba atomica”.</p>
<p>Ciò che Campbell aveva scoperto era qualcosa che i Deadhead conoscevano da sempre: uno spirito archetipico di intimità e celebrazione rituale provocato dalla musica. In verità, la musica di ogni genere è nata con questo spirito, in tutte le epoche. Molte cerimonie indigene e sciamaniche si basano proprio su questa capacità del suono e del ritmo di trasportare gruppi di persone in stati straordinari di consapevolezza.</p>
<p>Gli esecutori di musica indiana classica praticano consapevolmente l’improvvisazione, cercando di incontrare – e sollevare – la mente del tutto. Persino il canto più semplice può avvicinare inesplicabilmente le persone, come nel dicembre 1914, quando in Francia i soldati tedeschi e alleati misero per un attimo da parte le armi e lasciarono le trincee per incontrarsi brevemente come amici. Tali “tregue di Natale”, come vennero chiamate, cominciarono in molti casi grazie ai canti natalizi che, da grande distanza, ognuno intonava nella propria lingua.</p>
<p>Ma fu negli anni sessanta, nell’era del rock and roll, che questo antico fenomeno raggiunse dimensioni di massa. A Watkins Glen, New York, nel 1973, i Grateful Dead suonarono davanti a circa 600.000 persone, una folla che si estendeva per oltre tre chilometri dal palco. Quell’evento resta ancora il più grande concerto rock della storia (Woodstock, al confronto, raggiunse appena le 400.000 unità). “Qui abbiamo quattro o cinque volta la folla che segue le nostre corse automobilistiche”, ha detto lo sceriffo, “ma meno della metà dei problemi. Questi ragazzi sono strepitosi”. Riesco appena a immaginare tanta gente in un solo posto, per non dire di tante persone con la mente focalizzata su un solo oggetto. Per darti un’idea, considera che uno stadio medio contiene 50.000, 60.000 persone, e moltiplicalo per dieci.</p>
<p>Quale nascosta influenza avranno avuto tali eventi gargantueschi sulla cultura in generale? La consapevolezza è una cosa cumulativa? Una persona che mediti da sola può avere un tangibile effetto su una stanza. Persino il Trips Festival all’inizio del 1966, il più grande Acid Test di sempre, vide la partecipazione di sole 3-5.000 persone.</p>
<p>Fino ad allora, ricorda Phil, “nessuno avrebbe mai pensato che potevi dare l’acido a migliaia di persone in una stanza senza che questa scoppiasse per l’energia psichica… I fili del nostro impianto stavano letteralmente saltando fuori dagli incavi nel muro”. 600.000 persone a Watkins Glen? Quale ignoto miracolo di consapevolezza deve aver fatto irruzione allora, sotterraneo e invisibile?</p>
<p>Naturalmente, i Grateful Dead non erano l’unica band che negli anni sessanta faceva miracoli. Che dire dei Beatles, i cui fan (come ammette l’addetto stampa dei Grateful Dead, Dennis McCally) facevano impallidire l’entusiasmo verso i Dead? Se i Dead potessero essere misurati sulla scala Richter della loro influenza psichica su un largo numero di persone, di certo altrettanto potrebbero fare i Beatles.</p>
<p>E da questo punto di vista, i ragazzi di San Francisco potrebbero mai sperare di competere con quelli di Liverpool? In realtà, essi non uscirono mai dal giro di una controcultura relativamente marginale. I Beatles, d’altra parte… <em>tutti</em> li amano. “C’era un alchimia nel modo in cui si misero insieme [<em>come together</em>], che faceva sì che due più due non facesse quattro, ma quaranta”, scrive il giornalista Mark Hertsgaard. Diedero all’espressione inglese “come toghether” un significato completamente nuovo.</p>
<p>Nell’estate del 1965, quando i Grateful Dead (allora noti come i Warlocks) stavano ancora facendo gavetta nei bar e i club della penisola di San Francisco, i Beatles tennero non il più grande, ma il primo concerto di sempre in uno stadio degli USA, lo Shea Stadium di Flushing, New York. Questo accadde dieci anni prima che nascessi (sì, ho dovuto guardarlo in DVD). Ma nonostante tutti i decenni che mi separano da quell’evento, non riuscivo a credere ai miei occhi: quattro ragazzi di appena venti anni al centro di una passione che allo stesso tempo li riguardava e non li riguardava. Erano nell’occhio di un ciclone culturale.</p>
<p>Come potevano quattro persone provocare una tale follia? Vedere ragazze altrimenti pudiche trasformarsi in esseri sessuali isterici (e in massa) mi avrebbe spaventato, se non avesse catturato furiosamente la mia attenzione. La cosa sensazionale era che niente di ciò sembrava toccare i Beatles, a parte John Lennon, che si lanciò in uno spericolato assolo alla tastiera. “Ci piace la follia, è salutare”, scherzò. La beatlemania raggiunse velocemente dimensioni che essi non erano più in grado di gestire, letteralmente. Ma per qualche misteriosa ragione, essi non <em>dovevano</em> gestire quella pressione, che era potente abbastanza da mandare il basso di Paul Hofner sulla luna. Semplicemente, salirono a bordo e lo guidarono al centro dell’inesplicabile. Allo Shea Stadium, vedevo che ogni barriera tra loro era caduta: e sudavano, annaspavano, cantavano, in una condizione di stupore incantato. Questo stimolava nella folla un tipo di innocenza che non avevo mai visto a un concerto dei Dead, un altro tipo di meraviglia.</p>
<p><a title="Un tipo di innocenza beatles fan.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/un-tipo-di-innocenza-beatles-fan.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/un-tipo-di-innocenza-beatles-fan.jpg" alt="Un tipo di innocenza beatles fan.jpg" hspace="6" vspace="6" align="bottom" /></a></p>
<p>Concerto dei Beatles</p>
<p>Là c’erano 55.000 persone, e urlavano tanto che i Beatles potevano a stento sentirsi mentre cantavano. Almeno i fan dei Dead ascoltavano la musica; quelli dei Beatles non riuscivano ad arrivare alla prima nota senza soccombere a una specie di virus che li faceva urlare fino a perdere la voce, come una “epidemia emozionale”. Era come se stessero facendo delle aperture nei muri tra di loro: chi può dire quale fu la profondità dell’impatto di tutto ciò? E che dire della prima volta che i Beatles suonarono all’Ed Sullivan Show nel febbraio 1964, un anno e mezzo prima? <em>Settantrè milioni di persone li guardarono</em>.</p>
<p>Vale a dire il quaranta per cento della popolazione degli Stati Uniti, praticamente tutti i televisori del Paese in quell’anno. Durante quell’ora, le stazioni di polizia in tutta la nazione registrarono il tasso di criminalità più basso in mezzo secolo: persino i ladri, i malavitosi e gli sbandati si fermarono per i Beatles. Billy Joel pensò: “Si può fare. Lo posso fare”. Aveva quindici anni. Billy Graham, quarantacinquenne, giunse a rompere il riposo del sabato per guardarli.</p>
<p>Chissà come fecero. “Probabilmente, è dall’epoca di Shakespeare che tanto intelletto non viene usato per spiegare qualcosa di tanto semplice”, scrive Robert Burt in <em>The Beatles: The Fabulous Story of John, Paul, George, and Ringo</em>. “I Beatles erano quattro ragazzi di un gruppo pop che componevano una musica felice e che per qualche anno diedero a tutti dei bei momenti”. Qualche anno? Alla fine del millennio, i Beatles erano ancora in cima alle classifiche con “1”, il loro album di singoli. Doveva esserci qualcosa di più. Come riuscivano a essere così pienamente l’uno con l’altro, in un modo tale che tutti potevano avvertirlo? Non come i Dead, non come gli sciamani o gli stregoni, ma come quattro ragazzi normali? Allo stesso tempo sublimi e terra-terra, i Beatles cavalcarono l’onda di un mutamento nella consapevolezza di massa. “Sono come bambini, da molti punti di vista”, disse il produttore George Martin; “amano tutto ciò che è magico”. E la magia dello stare insieme, con gioia insolita e fiducia rara, alimentava la loro musica di entusiasmo irrefrenabile e incessante originalità.</p>
<p>Quando evolsero e maturarono, un’intera generazione crebbe con loro. Nel processo, aiutarono a tracciare una rotta tra le correnti mutevoli di un’era turbolenta. Dal Motown al R&amp;B, dal rock puro alla psichedelia in senso lato, i Beatles concentrarono in pochi anni quelle che sembravano epoche intere, trascinandosi dietro l’emergente cultura giovanile. Tale velocità di cambiamento era quasi eccessiva, ma i giovani li seguirono, e altrettanto fecero molti genitori. “Dipendeva da te (cioè, da tutti noi) fare dei cambiamenti, e potevi farli”, scrive Hersgaard. “Quel messaggio risuonò a lungo e profondamente nella psiche di massa, perché avvicinava la gente al loro io più elevato, rendendola parte di un progetto più vasto di rinnovamento umano. I Beatles, in breve, tirarono fuori il meglio dalle persone”.</p>
<p>Qualunque fosse questo segreto, Paul McCartney ne ha ancora a iosa. “Non ho voglia di fermarmi o scrivere la parola<em> fine</em>”, ha detto recentemente, dopo il suo tour <em>Back in the U.S</em>., del 2002, il primo negli Stati Uniti dopo quasi dieci anni. E stavolta ho avuto la rara fortuna di vederlo di persona. Giunto a sessanta anni, il suo talento, il suo sfavillio e il suo equilibrio sembrano solo essere cresciuti, e oggi egli cattura nuove generazioni di fan con lo stesso incanto che rese i Beatles ciò che furono. Sembrava impossibile; ancora non riesco a crederci.</p>
<p>Persino Jerry Garcia, prode capitano di nave, ha lentamente ceduto sotto la pressione di una vita da eroe mitico, perdendo la guerra dopo quasi venti anni di dipendenza dall’eroina. Paul, al contrario, era più al comando che mai, suonando e cantando come un uomo della metà dei suoi anni. Davanti a una band che faceva faville con le sue canzoni dei Beatles e dei Wing, egli trasformava tutto ciò che toccava in una sorta di autocelebrazione, anche se non avevi mai sentito prima quelle melodie.</p>
<p>I ragazzi della cosiddetta Gen-Y [<em>la generazione del millennio</em>, NdT] esplodevano come popcorn; gli studenti universitari, i genitori e i nonni piangevano, ansimavano, ballavano e si beavano della grande abbondanza del tutto. Un fan reggeva un cartello: “NYC 1965 Shea Stadium”, e in qualche modo io, ragazzo di ventotto anni, sapevo perché: mi sentivo euforico, come nelle mani del Re Mida, come se fosse la prima volta.</p>
<p>“Ascoltare la sua musica”, dice l’attore Gen-X John Cusack nel DVD di <em>Back in the U.S</em>., “fa parte del processo del diventare consapevoli”. La cosa più sorprendente di tutte è che McCartney non è una mera nota a piè di pagina della storia, la sua musica non è una rievocazione nostalgica degli anni sessanta. Al contrario, oggi la sua influenza è ancora viva; nel 2004, è tuttora tesa verso il futuro. Proprio l’anno scorso, per esempio, egli ha portato gli abitanti di Copenaghen in uno spazio dove non erano mai stati. Un amico danese che vive nel distretto di Østerbro, vicino l’Idrætsparken in cui Paul ha tenuto il concerto, mi ha raccontato: “Dopo lo spettacolo, la città era satura di affetto; ogni angolo era pieno di energia. Non avevamo mai avuto quel tipo di esperienza in Danimarca, <em>mai</em>”.</p>
<p>Persone di ogni generazione riempivano le strade, dice. I negozianti di tutta Copenaghen, come il ciclista all’angolo della sua strada, avevano aperto il negozio, messo fuori dei tavoli e offerto birra e rinfreschi. Sembrava che la maggior parte della città fosse rimasta fuori fino alle quattro di notte, ridendo e cantando le canzoni dei Beatles. “Le persone erano attratte le une dalle altre. Si formavano gruppi, la città intera era un grande luogo di incontro”.</p>
<p>Anche se i baby boomer hanno sentito un po’ di nostalgia per i bei, vecchi tempi, nessuno ha avuto la sensazione che una volta la vita era meglio. Non si sentivano lamenti per un passato perso nella morsa del tempo, nessuno rimuginava su una caduta da uno stato di grazia. Al contrario, conclude il mio amico, “Tutto era completamente nuovo. Non c’era nulla di sbagliato, tutto era giusto. La vita è buona e l’amore è dolce”. Era come se Paul avesse reso tutti di nuovo giovani: non con l’immaginazione, ma nei fatti, trasformando ognuno nel fisico.</p>
<p>Quando avevo diciotto anni ed ero anche io un po’ più giovane, andai a cantare in Russia in una sorta di missione musicale per la pace, con il mio coro dell’Unione Metodista. All’epoca, ero già un fan dei Dead; ricordo di aver suonato “Uncle’s John Band” nella Piazza Rossa, con una chitarra russa da cinque dollari. Dieci anni dopo, nel maggio 2003, Sir Paul tenne il suo primo spettacolo in Russia, sempre nella Piazza Rossa. Secondo la CBS, incontrando l’ex Beatle prima del concerto, il presidente russo ed ex agente del KGB, Vladimir Putin, “ha confessato che all’epoca dell’Unione Sovietica i Beatles erano considerati propaganda di un’ideologia straniera”.</p>
<p>Quando gli è stato chiesto se avesse ascoltato lo stesso i Beatles, Putin ha risposto: “Sì, certo. Erano molto popolari… Erano un assaggio della libertà, una finestra sul mondo”. Sembra che la musica dei Beatles sia riuscita persino a perforare la cortina di ferro. E per centomila russi (alcuni stretti dentro il recinto quadrangolare davanti al Cremlino, altri ammassati dietro le transenne della polizia) questa era l’occasione della vita, la possibilità di vedere un eroe che, per decenni, era stato accessibile solo attraverso radio malfunzionanti o dischi pirata. “Prossima fermata, la luna”, ha detto Paul. E chi può impedirglielo?</p>
<p>“Mi piace la fama, perché grazie a essa puoi fare della filantropia”, dice Paul durante <em>Back in the U.S.</em> “E penso che se il tuo cuore è al posto giusto, puoi fare un sacco di cose buone”. Sì, di certo, e lui ne ha fatte. E per quanto riguarda Jerry, la cui creatività incandescente supererà sicuramente la prova del tempo… A essere onesti, mi vergogno di lui. “La fama è un’illusione”, si è lamentato in una delle sue ultime interviste, prima che l’isolamento di un eroinomane diventasse la tomba di un cadavere. “È molto difficile prendere la fama sul serio, e non penso che nessuno mi chieda questo. A cosa serve?”.</p>
<p>Penso che non lo sapremo mai. Ma quali sono le implicazioni morali dell’essere un eroe? Se il potere della consapevolezza può elevare a tal punto interi gruppi di persone, chi può dire che non possa spingerli altrettanto in basso? “I Dead fanno qualcosa che nessun altro musicista della loro statura o influenza può fare”, ha scritto il “Village Voice” nel 1987. “Suggeriscono la possibilità di un’utopia nella <em>vita di ogni giorno</em>… Nutrono indirettamente la bontà, la gioia, la verità e la solidarietà nel loro pubblico devoto… Attraverso la loro musica non fanno nulla di meno che abbracciare la strana idea secondo cui l’arte può salvare la vita”. Non è un’ironia, allora, che Jerry non è riuscito a salvare la sua stessa vita dai demoni, qualunque essi fossero, che lo assediavano?</p>
<p>Phil, il compagno di Garcia nei Dead, una volta ha detto: “Siamo sulla punta della freccia della consapevolezza umana, e stiamo volando attraverso il tempo”. Forse i Grateful Dead, o almeno il loro ambivalente leader, sono caduti da quella freccia anni fa, mentre Paul l’ha trasformata in un jet, riuscendo in qualche modo a trattenere il vento nei suoi capelli. E se invece quella freccia (che entrambi hanno tirato e infiammato) volasse ancora, acquistando velocità fino quasi a spezzare la barriera del suono? All’epoca dei Trips Festival, nel ’66, e dell’uscita dell’album dei Beatles <em>Sgt. Pepper’s</em>, nel ’67, una rivoluzione di massa nella consapevolezza sembrava dietro l’angolo. Forse sta ancora aspettando? Non lo so.</p>
<p>Magari nessuno di noi lo sa. Tuttavia, la semplice possibilità mostrata da queste band (la possibilità di un accesso collettivo e più duraturo a stati più elevati di consapevolezza olistica) basta per farci riflettere due volte su chi siamo e cos’è possibile. Riflettere e provare meraviglia, mentre usciamo dall’anfiteatro sulle ultime note del bis, avvolti in una coperta o due, osservando il cielo e ponendoci domande che i Dead e i Beatles hanno reso inevitabili.</p>
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<p>Copyright originale “What is Enlightenment” magazine, <a href="http://www.wie.org/">www.wie.org</a><br />
Traduzione di Gagan Daniele Pietrini.</p>
<p>Copyright per la traduzione Italiana: Innernet.</p>
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		<title>Ellin Selae</title>
		<link>http://www.innernet.it/ellin-selae/</link>
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		<pubDate>Sun, 23 Nov 2008 18:24:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Toshan Ivo Quartiroli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte e Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[arte]]></category>
		<category><![CDATA[Ellin Selae]]></category>
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		<description><![CDATA[Presento sopra un articolo di Franco Del Moro, “E dopo, cosa ve ne farete di questo mondo?”. Franco pubblica la rivista Ellin Selae da vent&#8217;anni, con la quale collaboro occasionalmente. Ellin Selae è una “raccolta illustrata di pensieri, tracce, armonie e disarmonie umane”, una rivista pubblicata con la passione dell&#8217;artigiano, qualità in via di estensione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2008/11/ellin-selae.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1077" style="margin-left: 6px; margin-right: 6px;" title="ellin-selae" src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2008/11/ellin-selae.jpg" alt="" width="203" height="286" /></a>Presento sopra un articolo di Franco Del Moro, “E dopo, cosa ve ne farete di questo mondo?”. Franco pubblica la rivista <a href="http://www.ellinselae.org" target="_blank">Ellin Selae</a> da vent&#8217;anni, con la quale collaboro occasionalmente. Ellin Selae è una “raccolta illustrata di pensieri, tracce, armonie e disarmonie umane”, una rivista pubblicata con la passione dell&#8217;artigiano, qualità in via di estensione nel mondo editoriale.</p>
<p>Ellin Selae è un antidoto contro l&#8217;omologazione del pensiero e contro le mode, C&#8217;è qualcosa di unico nella rivista: ogni singola copia contiene una piccola opera d&#8217;arte originale, rendendola in questo senso unica e letteralmente personalizzata.</p>
<p>Nonostante la cura artigianale, Ellin Selae è anche un rivista a tecnologia avanzatissima. A differenza dei monitor attuali e anche dei migliori lettori di ebook dell&#8217;ultima generazione, può essere letta con qualsiasi angolazione e anche con il sole accecante di una giornata di luglio a mezzogiorno, grazie ad un materiale innovativo chiamato “carta”. Inoltre non richiede alcuna forma di energia per essere letta, se non un minimo contributo della nostra mano per sfogliare le pagine, il cui dispendio energetico è paragonabile al movimento del polso con il mouse. Tuttavia, a differenza del mouse, pare non si rischino infiammazioni ai tendini dell&#8217;avambraccio.</p>
<p>Il materiale di cui è composto, questa “carta”, consente anche di essere piegata e arrotolata senza che che le informazioni ne risentano, sempre che non si esageri. Il formato in cui le informazioni sono memorizzate non diverrà facilmente obsoleto come i formati per computer. Ci possiamo aspettare almeno un centinaio d&#8217;anni di vita da una rivista su carta, a differenza dei venti o trent&#8217;anni di vita di un CD o anche meno per un hard disk o una memoria analoga, e questo solo nel caso in cui il formato software sia ancora leggibile dai programmi futuri.</p>
<p>La &#8220;carta&#8221; viene prodotta da materiale completamente rinnovabile, chiamate &#8220;piante&#8221;, le cui fonti di nutrimento richiedono solamente l&#8217;apporto del sole e della pioggia. La carta è anche completamente riciclabile e non tossica per l&#8217;ambiente, purché si usino gli inchiostri senza piombo, ora largamente diffusi.</p>
<p>L&#8217;oggetto di carta non richiede connessioni Internet né attrezzature particolari per essere condiviso con altri, né si verrà  mai perseguiti legalmente per averlo dato. Si richiede solo la nostra presenza fisica e quella della persona ricevente; la disponibilità fisica della rivista ci ricorderà la persona probabilmente meglio di un file nel nostro computer.</p>
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		<title>Il Maha Kumbha Mela</title>
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		<pubDate>Sun, 16 Nov 2008 07:00:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Malcolm Coolidge</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte e Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Percorsi di ricerca]]></category>
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		<description><![CDATA[Il più grande raduno mondiale di saggi e sadhu viandanti è un&#8217;esperienza forte e selvaggia, traboccante di vita, colore e politica come solo in India è possibile. Il Maha Kumbha Mela del 2001. Il più grande raduno di famiglia al mondo Intorno al 1570, l’imperatore Gran Mogol Akbar cominciò la costruzione di un’imponente fortezza ad [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="Kumbha mela cilum sadhu.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/11/kumbha-mela-cilum-sadhu.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/11/kumbha-mela-cilum-sadhu.jpg" alt="Kumbha mela cilum sadhu.jpg" hspace="6" align="left" /></a>Il più grande raduno mondiale di saggi e sadhu viandanti è un&#8217;esperienza forte e selvaggia, traboccante di vita, colore e politica come solo in India è possibile.</p>
<p><strong>Il Maha Kumbha Mela del 2001. Il più grande raduno di famiglia al mondo</strong></p>
<p>Intorno al 1570, l’imperatore Gran Mogol Akbar cominciò la costruzione di un’imponente fortezza ad Allahabad, alla confluenza dei fiumi Yamuna e Gange, un sito che gli asceti e i pellegrini veneravano da molto tempo come luogo per le abluzioni sacre. Akbar, quando negli ultimi decenni del sedicesimo secolo cercò di estendere e consolidare il potere mongolo verso il sud, arruolò spie in tutta la popolazione, in particolare tra gli asceti noti per la loro combattività e rudezza.</p>
<p>Più di quattrocento anni dopo, nazionalisti hindu, politici fondamentalisti e agitatori vari hanno forse pensato che il Maha Kumbha Mela, il grande festival di sei settimane cominciato nel gennaio 2001 ad Allahabad, in India, era una buona occasione per fare proseliti. Il forte di Akbar resta una presenza imponente sopra i caotici accampamenti del Mela, dove circa cinquanta milioni di saggi, mistici e pellegrini sono passati per una visita e per la rituale abluzione quotidiana. In tempi recenti la politica è diventata sempre più importante al Mela, ma la grande maggioranza di pellegrini al raduno di questo anno era semplicemente gente di fede, e l’atmosfera era per lo più di celebrazione e gioia.</p>
<p><a title="Il Maha Kumbha Mela 1.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/il-maha-kumbha-mela-1.jpg"></a></p>
<p style="text-align: center"><a title="Il Maha Kumbha Mela 1.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/il-maha-kumbha-mela-1.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/il-maha-kumbha-mela-1.jpg" alt="Il Maha Kumbha Mela 1.jpg" align="bottom" /></a></p>
<p>Prima dell’alba sul Gange, l’aria è fredda e appesantita dal fumo di decine di migliaia di fuochi di legna e sterco di vacca. In questo giorno del “grande bagno”, gruppi di scalzi sadhu (santi in tuniche color zafferano), alla luce della luna crescente, si muovono in gruppi verso la “Sangham”, la grande spiaggia che scende bruscamente nell’acqua alla convergenza dei due fiumi.</p>
<p>Si dice che il mitico Saraswati scorra sotto la corrente. I sadhu intonano a bassa voce dei mantra, facendo tintinnare le brocche d’acqua e i bastoni. Agli stranieri rispondono con entusiasmo “Hari Om!”, un saluto al dio Krishna. Dai lontani accampamenti del Mela, e a monte della Sangham, migliaia di altoparlanti (da alcuni dei quali escono infuocate arringhe, da altri languide voci in trance meditativa) si fondono in un ronzio indistinto.</p>
<p>Un incenso dolce si mischia al fumo onnipresente. In uno degli accampamenti sul promontorio a picco, la puja dell’alba, una cerimonia devozionale hindu, è in pieno svolgimento. Squilli ritmici di corni e di conchiglie evocano i suoni della creazione; a essi si accompagna una cacofonia di campane e di canti ad alta voce in sanscrito, l’antica lingua dei Veda.<span id="more-766"></span></p>
<p>Gli astrologi hanno individuato in questo giorno il più propizio per un’immersione nelle acque sacre, soprattutto all’alba e al centro della Sangham. L’accesso all’area è rigidamente controllato: nei Mela passati ci sono stati scontri violenti tra certe sette di asceti riguardo la precedenza di immersione. Ben prima dell’alba, negli accampamenti principali gli “akhara” (così vengono chiamati i vari gruppi) si radunano per la loro elaborata processione verso la Sangham. Alla testa di ogni processione il leader spirituale dell’akhara, il “mahamandaleshwar”, con “mala” di calendule al collo, siede su un trono dalle decorazioni dorate, coperto da parasoli sfrangiati e issato sul rimorchio di un trattore (questo è un passo indietro rispetto ai tempi antichi: gli “howda”, o troni, sono concepiti per essere posti sugli elefanti, ma questi ultimi sono stati “ufficialmente” banditi dopo che nel Mela del 1954 molti pellegrini sono morti schiacciati da essi).</p>
<p><a title="Il Maha Kumbha Mela 2.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/il-maha-kumbha-mela-2.jpg"></a></p>
<p style="text-align: center"><a title="Il Maha Kumbha Mela 2.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/il-maha-kumbha-mela-2.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/il-maha-kumbha-mela-2.jpg" alt="Il Maha Kumbha Mela 2.jpg" align="bottom" /></a></p>
<p>Tra i primi a immergersi vi sono i Juna, il più grande e antico akhara, oltre che i più feroci tra i sadhu nudi, o “Naga”. Devoti di Shiva, gli Juna sono la grande attrazione, gli Hell’s Angels del Mela. All’esterno dell’ingresso al loro accampamento la folla si accalca, trattenuta da poliziotti armati di lunghe canne. Ben presto appaiono Naga di tutte le età, con il corpo ricoperto di cenere. Gli anziani e gli infermi sono sostenuti, mentre gli altri si tengono per mano e camminano impettiti urlando come bambini verso la Sangham. Al passaggio della processione, i pellegrini si accalcano intorno al recinto di bambù. Quando i Naga raggiungono la scalinata verso il fiume, si lanciano in una folle corsa verso il fiume, le lunghe trecce al vento e le braccia ondeggianti (alcuni brandiscono spade o tridenti), danzando e urlando in un caos di spruzzi. Il bagno in sé è breve, ma i salti proseguono sulla sabbia, dove corni, cornamusa e conchiglie accrescono la baraonda.</p>
<p>Un fotografo riesce a infilarsi nel gruppo, ma viene rapidamente allontanato da un Naga dall’aspetto feroce. Indietro, lungo il percorso della processione, semplici pellegrini (uomini avvolti in un corto “dhoti” per proteggersi dal freddo della mattina e donne in sari di cotone) attraversano il recinto per toccare, prostrarsi e rotolarsi sulla sabbia dove i santi uomini hanno camminato. Alcuni si cospargono la fronte e la testa di sabbia, gettandola sopra il capo come se si stessero immergendo nell’acqua sacra stessa. Senza dubbio, oggi alcuni si sono svegliati presto per fare le abluzioni, e adesso stanno raddoppiando la dose con l’energia dei Naga. Alle otto del mattino, le rive del Gange sono ricoperte per chilometri di bagnanti, mentre ai recinti sventolano vivaci sari di ogni colore stesi ad asciugare. La sensazione di riverenza è palpabile, la gioia diretta e libera.</p>
<p>La mitologia hindu dà molte versioni delle origini del festival. Secondo una di queste, quando Brahma ha creato il mondo, doni miracolosi affiorarono dalle acque agitate dell’oceano, compresa un’urna (“kumbh”) di nettare. Krishna, il venerato giovane dio custode delle vacche, disputò con altri dei e demoni il possesso dell’urna, e quattro gocce della sua preziosa “amrita” caddero sulla Terra, a Ujjain, Nasik, Hardwar e Allahabad, facendo di queste città luoghi di raduni sacri. La fantasmagoria dei miti hindu dà a questa religione il suo potere universale tra le masse, ma la versione pura e sintetica delle origini del Mela potrebbe farci capire più cose. Il dr. D. C. Rao (presente al Kumbha Mela di questo anno), membro del Consiglio Interreligioso di Washington, dice che gli antichi saggi volevano sapere perché le persone, per quanto ricche, non fossero felici.</p>
<p>Quindi, cominciarono a studiare le motivazioni umane nella società e nella vita spirituale. Da questa contemplazione nacque un insieme di testi e tradizioni che affrontavano questioni sociali come la famiglia, la condotta etica e i rituali. Essi venivano spesso rivisti secondo i costumi e la pratica dell’epoca, spiega Rao. Dipendendo dal tempo e dal luogo, queste tradizioni non avevano la sacralità degli inni e dell’epica vedici, che erano considerati “sruti”, rivelati, e quindi universali e al di là delle preoccupazioni mondane. I Veda riguardavano le leggi naturali della creazione, i suoi significati più elevati e lo scopo supremo della vita.</p>
<p>Il Kumbha Mela, a quel punto, divenne un raduno cui i saggi partecipavano per dibattere e offrire consiglio su questioni spirituali, sull’interpretazione dei testi sacri e sulla condotta etica e personale. Inevitabilmente, venivano affrontati anche i temi sociali e politici del giorno. Il raduno è la dimostrazione di quanto fosse onorato il ruolo del saggio e del mistico che aveva rinunciato al mondo in quella che divenne la tradizione induista. Il raduno facilitava questa straordinaria interazione, perché gli eremiti abbandonavano per pochi giorni i loro nascondigli sparsi nelle foreste e nelle caverne delle colline ai piedi dell’Himalaya, unendosi al resto della società e compiendo le abluzioni pubbliche nelle acque purificatrici. Ogni tre anni ha luogo un festival in una delle città sante; ogni dodici anni, il Maha Kumbha Mela si svolge ad Allahbad: il Grande Festival dell’Urna.</p>
<p>Stime plausibili sul numero di persone presenti nel giorno del “grande bagno” sono difficili da reperire. Ma l’evento è stato annunciato come il più grande della storia, un’affermazione che le autorità non esitano a ripetere in occasione di ogni Maha Kumbha Mela. Il governo prende misure eccezionali affinché tutto proceda senza intoppi; a tale scopo, esistono squadre appositamente addestrate di amministratori e di poliziotti. Dal punto più alto di Allahabad, vicino alla fortezza di Akbar, si possono scorgere vaste aree del letto sabbioso del fiume trasformate in una tendopoli i cui padiglioni sono affittati ai grandi swami e alle varie sette, ognuno contraddistinto da una bandiera.</p>
<p>Le file ordinate di tende dalla forma a punta si perdono nella foschia e in entrambe le direzioni, lungo le rive e i promontori del fiume. Larghi viali di lastre di acciaio sono messi in opera sulla sabbia per i pochi veicoli ammessi nel Kumbhnagar, l’area più importante. Più in basso, balle di paglia servono in molti punti a trattenere la sabbia e impedire la formazione di pozze d’acqua. Opere tecnologicamente primitive come questa si scorgono ovunque.</p>
<p>Chilometri di fili elettrici posati tra i viali azionano gli altoparlanti e, al crepuscolo, trasformano la scena in un carnevale. Luci colorate illuminano gli elaborati ingressi e gli accampamenti dei vari saggi, costruiti con canne di bambù e dipinti di rosso, mentre gli svolazzi e i riccioli della calligrafia hindi proclamano la gloria e la saggezza dello swami residente, invitando i pellegrini a entrare. Molti grandi accampamenti degli swami più famosi offrono cibo e riparo a centinaia di pellegrini, in cambio di offerte modeste. Sono stati scavati almeno una ventina di pozzi artesiani per la fornitura dell’acqua potabile, centinaia di chilometri di tubature sono stati messi in opera e molti chilometri di canali di scolo sono stati scavati. Ogni giorno i furgoni hanno portato via da Kumbhnagar circa 200 tonnellate di rifiuti.</p>
<p>Semplici latrine a fossa, sparse in tutto il Mela, sono state regolarmente cosparse di calce e polvere da sbianco. Verso la fine del Mela stavano diventando, beh… sature. In ogni caso, la maggior parte degli indiani è perfettamente abituata ad alleggerirsi in pubblico. Vige una semplice regola: rispetta lo spazio altrui e guarda da un’altra parte. Circa 6000 spazzini e membri delle squadre di pulizia lavorano praticamente 24 ore al giorno per tenere li luogo pulito.</p>
<p>Tra gli asceti del Mela, si incontrano persone dedite a pratiche più o meno appariscenti. Per un certo periodo della loro vita, la maggior parte degli asceti ha praticato una “tapas”, un’«austerità» o disciplina, che si dice purifichi e focalizzi la mente, portandola all’illuminazione. Camminando per gli accampamenti, abbiamo visto molti baba che sono rimasti in piedi per anni, poggiandosi al massimo su un ripiano oscillante.</p>
<p>Abbiamo trovato un baba che tiene un braccio sempre alzato, ormai completamente fuori uso, le cui unghie lunghissime si sono attorcigliate intorno alla mano. Un altro, nudo e dipinto di un arancio intenso, sta in mezzo a una strada affollata e tiene sollevato un braccio nel cui polso è piantato un pugnale. Scorgiamo gruppi di sadhu che praticano la “dhuni tap”, l’austerità del fuoco, una delle più antiche pratiche ascetiche. Il sadhu siede in un cerchio di piccoli fuochi, aumentandone il numero in un periodo di diciotto anni, e culmina la pratica portando in testa un vaso di fuoco. Alcuni sadhu si siedono solo per pochi minuti, altri fanno durare più di un’ora ogni sessione.</p>
<p><a title="Il Maha Kumbha Mela 3.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/il-maha-kumbha-mela-3.jpg"></a></p>
<p style="text-align: center"><a title="Il Maha Kumbha Mela 3.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/il-maha-kumbha-mela-3.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/il-maha-kumbha-mela-3.jpg" alt="Il Maha Kumbha Mela 3.jpg" align="bottom" /></a></p>
<p>Ci sono baba sdraiati su letti di spine e altri intenti a una lunga e spossante tapas con i tamburi, come Mahat Saraswati Giri. Quando gli facciamo visita, egli non sta praticando, ma è accovacciato dinanzi al suo fuoco con indosso niente altro che i mala di “rudraksha”, i lunghi capelli fermati di lato in una crocchia impeccabile, modello Naga. Fuma hashish tagliato con tabacco in un semplice “chillum” di argilla, tossisce molto e i suoi occhi sono rossi per il fumo onnipresente di incenso, tabacco e hashish. Vediamo alcuni sadhu in compagnia di donne, uno spettacolo insolito, ma non senza precedenti storici.</p>
<p>Facciamo visita a una sadhu che sta dando consigli a un giornalista, il quale si illude di essere lui a stare intervistando lei. Ci sono anche dei bambini di cui i sadhu si prendono cura. Mahant Bahiri Baba è accompagnato da un ragazzo, una donna e un uomo anziano: costituiscono una famiglia, spiega lei, anche se non in senso tradizionale; hanno formato un “lignaggio” con il loro baba. Egli prescrive rimedi ai visitatori. Faccio un’offerta, Mahant Bahiri mi benedice, fuma il suo chillum e va a dormire. Qualcuno chiede a un uomo che ha vissuto con i Naga se l’hashish aiuta l’asceta a conseguire l’illuminazione. “Beh, sì… temporaneamente”, è la risposta.</p>
<p><a title="Il Maha Kumbha Mela 4.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/il-maha-kumbha-mela-4.jpg"></a></p>
<p style="text-align: center"><a title="Il Maha Kumbha Mela 4.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/il-maha-kumbha-mela-4.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/il-maha-kumbha-mela-4.jpg" alt="Il Maha Kumbha Mela 4.jpg" align="bottom" /></a></p>
<p>I politici sono sempre stati presenti al Mela. Tutti i principali partiti e attivisti politici hanno i loro padiglioni, inclusi il Partito del Congresso e i nazionalisti hindu del Bhariya Janata Party (BJP), il principale membro dell’attuale coalizione del governo di Delhi. Sono presenti altri gruppi hindu, come il Vishwa Hindu Parishad (VHP, il Consiglio Mondiale degli Hindu), che si definisce un gruppo sociale, ma che è chiaramente la principale organizzazione dietro il BJP. Questi gruppi e moltissimi altri sono attivi al Mela, distribuiscono volantini, forniscono servizi e sono gentilissimi verso i pellegrini, nel tentativo di convincerli a iscriversi. Al raduno di questo anno, gli attivisti avevano un palco da cui chiedevano che Allahabad cambiasse nome in “Prayag”, che vuol dire <em>confluenza</em>. Cambiare il nome delle città è diventata un’abitudine negli ultimi anni, in quanto molti nomi sono legati al passato coloniale.</p>
<p>Ma il grande evento al Kumbha Mela è stato un congresso del VHP di tre giorni, per spingere l’alleanza di governo del primo ministro Atal Bihari Vajpyee a permettere la costruzione di un nuovo tempio di Ram sul sito della distrutta moschea di Babri. L’antico edificio moghul di Ayodhya, risalente a 600 anni fa, è stato raso al suolo nel 1992 da una folla di fanatici hindu, provocando scontri tra induisti e musulmani nel corso dei quali sono morte centinaia di persone. Le dispute sulla proprietà, che covavano da oltre cinquanta anni, nascono dal fatto che secondo gli hindu questo è il luogo di nascita del dio-eroe Ram. Hindu e musulmani hanno a lungo condiviso pacificamente il sito, che include un tempio a Ram, fino a quando i fondamentalisti hanno fatto di Ram la bandiera del nazionalismo.</p>
<p>Nonostante la pressione del VHP e di altri gruppi, l’alleanza di governo non si è finora impegnata a costruire il nuovo, articolato complesso templare. Ma la mano del governo può essere forzata se quest’ultimo dà l’idea di avere un atteggiamento passivo, anche perché l’anno prossimo ci saranno le elezioni.</p>
<p>Al congresso, il VHP ha lanciato un ultimatum al governo: eliminare tutti gli ostacoli al progetto entro il marzo del 2002, o la costruzione comincerà senza l’approvazione del governo. Durante il congresso, dalla tenda del VHP si odono rabbiose urla di sfida e affermazioni retoriche che fanno balenare lo spettro di ulteriori scontri inter-religiosi. “Nessun minareto sopravvivrà”, dichiara uno swami. E Ashok Singhal, il presidente del VHP, urla alla folla che il nuovo tempio verrà costruito “immediatamente”, così come la moschea di Babri è stata rasa al suolo in pochi minuti. Pochi giorni dopo, davanti a un pubblico parzialmente occidentale e su un palco sul quale era presente anche il Dalai Lama, Singhal sarebbe stato tutto amore fraterno e tolleranza.</p>
<p>C’è una grande varietà di opinioni sull’argomento, dice D. C. Rao, mettendo in guardia contro le conclusioni affrettate. In India, ogni cosa è politica e tutti sono dei politici in potenza. A una società così vasta, tumultuosa e diversa, la democrazia si addice, forse meglio che in altri casi. L’India crea il suo straordinario dinamismo attraverso una cacofonia di voci, tendenze, atteggiamenti ed eredità dal passato, in un circo infinito, implacabile, spesso crudele e talvolta comico. Rao ammette che “tutte le parti fanno così tanta disinformazione” che è difficile capire cosa sta succedendo veramente. Forse i politici fondamentalisti sono diventati insensibili agli scandali, alle truffe e all’opportunismo dilagante. Forse, inconsciamente, hanno già rinunciato ai risultati, ma continuano a spararle grosse per il gusto di creare scompiglio.</p>
<p>Il Kumbha Mela di questo anno è stato oggetto di molta attenzione in tutto il mondo, soprattutto grazie a Internet. Ciononostante, in mezzo alla grande folla si vedono pochi occidentali, i quali cercano vanamente di passare inosservati: una squadra raccogliticcia di registi, sedicenti artisti, cercatori del nirvana che si stanno imbevendo di esotismo e patiti dello shopping che porteranno a casa vestiti economici e nuovi mantra. Una donna latinoamericana pregava al sole con indosso niente altro che fango; un’altra, giapponese, si dice che si sia sepolta sotto la sabbia per alcuni giorni. E una coppia di giovani australiane è corsa nuda dentro l’acqua per rivendicare il diritto di fare il bagno senza costume, come i baba Naga (sono state afferrate da poliziotte e avvolte in coperte di lana dell’esercito).</p>
<p><a title="Il Maha Kumbha Mela 5.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/il-maha-kumbha-mela-5.jpg"></a></p>
<p style="text-align: center"><a title="Il Maha Kumbha Mela 5.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/il-maha-kumbha-mela-5.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/il-maha-kumbha-mela-5.jpg" alt="Il Maha Kumbha Mela 5.jpg" align="bottom" /></a></p>
<p>Tra gli indiani venuti a compiere le abluzioni c’è molta varietà. Alcuni sono laici, altri accompagnano i parenti più anziani, altri ancora sono venuti per onorare gli antenati o perché un membro della famiglia è morto recentemente. Interpretando i Veda in modo, per così dire, popolare, un giovane dice che compirà le abluzioni per la “moksha” (la libertà dal ciclo infinito delle rinascite) al fine di superare gli imminenti esami civili. Alcuni vivono negli ashram, ad altri i sadhu non piacciono e preferiscono vivere per conto proprio. A parte lo spettacolo esotico e vistoso dei Naga, le processioni piene di orpelli e i venditori ambulanti, ci sono le masse comuni di contadini pii e tranquilli, con le loro famiglie, i compaesani e i loro vari gruppi devozionali. Essi si immergono nel fiume per distaccarsi da questa vita e prepararsi alla prossima.</p>
<p>Lontano dalle folle polverose, barche di pellegrini si dirigono verso il punto in cui il Gange fangoso lascia spazio al verde e chiaro Yamuna. Là, le barche si allineano a una lunga zattera serpeggiante e la gente si immerge da una piccola isola di sabbia. Al mite sole del pomeriggio, il ritmo delle immersioni rallenta, e i bambini, dopo essersi divertiti nell’acqua, schiamazzano avvolti negli asciugamani. Le madri e le zie li mettono a reggere i sari, arcobaleni di seta stesi al vento caldo per asciugarsi. Rappresentanti di un numero infinito di villaggi sono qui, accalcati con i loro fagotti e accampati ovunque ci sia uno spazio libero sulla sabbia. Nel mare di pellegrini e di altoparlanti strombazzanti, le donne cucinano patate con dal e roti su fuochi di sterco di vacca: esse sono come piccole isole tranquille, abituate ai flutti che le circondano.</p>
<p>Swami Rama diceva spesso che l’India è socialmente arretrata e spiritualmente libera, mentre l’occidente è socialmente libero e spiritualmente arretrato. Quando il sole tramonta attraverso la foschia e scende il freddo, affittiamo una barca per tornare dalla Sangham all’accampamento dell’ashram, più a valle. Lasciandoci indietro il baccano furtivo del festival, rientriamo nel placido santuario del fiume, l’arteria spirituale di una cultura. L’antico canto del Gange intonato dal timoniere, tramandato di generazione in generazione, si leva nella sera, malinconico e senza tempo.</p>
<p>Nelle epoche queste rive hanno visto ogni sorta di cambiamento, dalle gelide colline ai mari tranquilli; impersonali, vuote e primordiali, sono state lo sfondo estremamente duro e allo stesso tempo bello e meraviglioso della vita. Tra pochi mesi, le inondazioni dei monsoni sommergeranno un’altra volta le rive, cancellando la grande distesa sabbiosa degli accampamenti del Mela. Man mano che ci avviciniamo al nostro accampamento, l’argenteo suono di un sitar accompagnato dai colpi bruschi e delicati di una tabla si diffonde sopra le acque scure e limpide. Ben presto saltiamo sulla riva fangosa e cominciamo a camminare verso i nostri fuochi.</p>
<p>Lungo il percorso incontriamo giovani che tornano al loro villaggio. Scambiamo il saluto universale del loro mondo, alzando le mani giunte: “Namaste!”. Il loro sorriso luminoso scoppia di energia e apertura, come se venisse da un’altra dimensione: <em>il divino che è in me si inchina al divino che è in te.</em></p>
<p>Malcolm Coolidge scrive su temi sociali e culturali in un’epoca di sconvolgimenti politici ed economici.</p>
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<p><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1924&amp;isbn=8816602724">Matteo Rodella. Kumbha Mela. Pellegrinaggio indiano. Jaca Book. 2001. ISBN: 8816602724</a></p>
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<p>Copyright originale Lapis Magazine <a href="http://www.lapismagazine.org/">http://www.lapismagazine.org/<br />
</a>Traduzione di Gagan Daniele Pietrini<br />
Copyright per l&#8217;edizione Italiana: Innernet.</p>
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		<title>I Radiohead e il Samsara</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Jul 2008 04:00:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Mati</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte e Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Chὂgyam Trungpa]]></category>
		<category><![CDATA[Lama Anagarika Govinda]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
		<category><![CDATA[Radiohead]]></category>
		<category><![CDATA[samsara]]></category>

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		<description><![CDATA[Tutti stretti sotto la pioggia, il 17 giugno all’Arena di Milano, abbiamo assistito all’apparizione di un paesaggio fatto di note e voce. Era il mondo dei Radiohead. Il mondo del Samsara, in cui tutti ci troviamo imprigionati ma dal quale tutti, in fondo in fondo, vogliamo uscire. Il Samsara? E cosa c’entra con la musica? [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2008/07/radiohead-thom-yorke.jpeg"><img class="alignleft alignnone size-full wp-image-971" style="float: left; margin-left: 6px; margin-right: 6px;" title="radiohead-thom-yorke" src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2008/07/radiohead-thom-yorke.jpeg" alt="" width="240" height="161" /></a>Tutti stretti sotto la pioggia, il 17 giugno all’Arena di Milano, abbiamo assistito all’apparizione di un paesaggio fatto di note e voce. Era il mondo dei Radiohead. Il mondo del Samsara, in cui tutti ci troviamo imprigionati ma dal quale tutti, in fondo in fondo, vogliamo uscire.</p>
<p>Il Samsara? E cosa c’entra con la musica?</p>
<p>A partire da “Ok Computer”, a detta dei critici, il gruppo di Oxford ha iniziato a tracciare una strada che in breve ha condizionato tutti i musicisti di una certa corrente, ristabilendo le regole dell’arte. Via i facili motivetti. Via i ritornelli ripetuti ad ogni strofa. Al bando la struttura tradizionale della canzone rock e giù con i paesaggi musicali più vicini alla musica classico-colta che a quella leggera.</p>
<p>Con loro si iniziano a descrivere scorci che hanno uno svolgimento lineare e non ripetitivo, nel quale cambiano i soggetti che si affacciano e i motivi s’intrecciano, tornando, a volte, a ribadire concetti, emozioni, energie come voci mischiate in un mondo che non può essere altro che contraddittorio. Questo, a mio giudizio, è il principio della musica classica filtrato dalla rivoluzione progressista. <span id="more-958"></span></p>
<p>Gli archi restano e resta anche il pianoforte, ma ora devono vedersela con i distorsori e con campionature che hanno echi industriali e alienanti, è un insieme di vecchio e nuovo che cerca una forma per esprimersi o, in fondo, pensandoci bene, è solo il suono della vita attuale, quella musica profonda e conflittuale che ci sostiene tutti e che cerca di emergere con mezzi comprensibili ai giovani di oggi.</p>
<p>Non c’è bisogno di un diploma al conservatorio per apprezzarli, i rumori e le note parlano al mondo ignorante senza mezzi termini, è comprensibile a chi ha orecchie per ascoltare. Non è un caso allora che i Radiohead siano forse il gruppo più famoso del panorama musicale. Loro piacciono in maniera trasversale e ciò è vero forse perché, a differenza di altri, sono riusciti a rappresentare la vita reale: la vita del Samsara. In cui tutti, bene o male, soffriamo.</p>
<p>Una definizione sintetica di Samsara viene data da Chὂgyam Trungpa ne <em>Il libro tibetano dei morti</em>. Chὂgyam scrive: “Samsara: ciclo dell’esistenza fondato sull’ignoranza e caratterizzato dalla sofferenza”(1), oppure viene definito anche come “grande precipizio”(2), per noi è semplicemente la vita di tutti i giorni dentro al nostro corpo; e la vita, lo sappiamo, contiene di tutto, dalla melodia dolce al rock duro, dagli archi alle chitarre elettriche, fino ai tamburelli baschi e ai rumori tecnologici di fondo.</p>
<p>Nei paesaggi musicali dei Radiohead c’è allora tutto quello che caratterizza la vita di tutti i giorni, proprio come la sentiamo quando siamo nel traffico, vicino al computer, o quando ascoltiamo il frusciare melodioso del vento tra le foglie. Per coglierlo sono però dovuti andare sotto alla superficie, dove c’è conflitto, scontro di forze, rumori che si mischiano e canti disperati di un’anima che vuole trovare la salvezza. Spesso nei loro pezzi ci sono cambi repentini di ritmo, canzoni che si mischiano ad altre canzoni, suoni cacofonici e dolci melodie, proprio come forse è il mondo che sta sotto.</p>
<p>Allora, in questo continuo ciclo di morti e rinascite condizionate dal karma, ci si trova schiacciati nel basso in continuo tormento con le cose di tutti i giorni, dove non mancano gli sconforti, le depressioni, persino le psicosi di un’anima che non ce la fa ad andare su. “Non ho idea di ciò di cui sto parlando / sono intrappolata in questo corpo e non riesco a uscire” dicono in <em>Bodysnatchers</em>(3). Fino a prospettare ipotesi nevrotiche: “li vedo, stanno arrivando / li vedo, stanno arrivando…”, ripetuto infinite volte mentre le chitarre gridano insieme alla voce di Thom Yorke.</p>
<p>Non si sa bene di chi parli veramente, ma è chiara la sensazione, quella che vede l’anima rapita dai mostri della mente dalla quale vorrebbe liberarsi e di fronte ai quali invece soggiace.</p>
<p>Un altro contributo sul concetto di Samsara lo dà Lama Anagarika Govinda: “Dopo che le forme del proprio pensiero si sono trasformate in demoni, si migra nel Samsara”(4). Chi fa meditazione lo sa. Forse con più consapevolezza di quella che esprimono loro, ma lo sa.</p>
<p>Dunque, il mondo del Samsara, ancora, visto come quell’insieme di rumori della testa, il continuo chiacchiericcio incessante e petulante della mente che fa da sfondo all’anima che vuole uscire e che cerca quell’energia che tutto rasserena. “Tu sei tutto ciò di cui ho bisogno / Tu sei tutto ciò di cui ho bisogno / Sono al centro della tua immagine / Disteso in un canneto / Sono una falena / Che vuole soltanto condividere la tua luce / Sono solo un insetto / Che tenta di sopravvivere alla notte / Mi attacco solo a te / Perchè non c’è nessun altro”. E poi va su la musica dicendo “va tutto male / va tutto male / va tutto bene…”(5), ancora più su, arrivando a sfiorare altezze che non sembrano più parlare di una condizione finita ma di quella stellare, perché lì, al di là di noi, c’è la salvezza definiva. I piatti che vibrano con insistenza producono il luccichio musicale dello spazio e l’accordo del pianoforte aiuta l’ascesa come una scala di pioli psichici.</p>
<p>Ma alla fine ce la fanno a raggiungere il nirvana? C’è da chiedersi. Ci provano o per lo meno fanno emergere il problema. Ed è in questo preciso punto che sta la loro grandezza, riuscire a descriverne il tentativo, o quantomeno la dimensione del profondo, tinta di sofferenza, in una forma comprensibile, attuale e gradevole per i più. Così, di nuovo, “Tirami fuori da questo disastro aereo / Tirami fuori dal lago / Sono il tuo supereroe / Siamo in piedi sull’orlo”(6) come un grido disperato che emerge dal suo lago dal quale vuole uscire rinnovato.</p>
<p>Tuttavia con loro si assiste anche al contrario. Come veri interpreti della contemporaneità, stando sempre sotto la superficie, hanno saputo cogliere anche la condizione schizzata dell’essere umano in base alla quale, da una parte, esiste la volontà di uscire dal Samsara e, dall’altra, la definitiva sentenza di morte quale pregiudizio che annienta ogni tentativo. È inutile, sembrano dire, quindi non provarci neppure. “Non farti venire in mente grandi idee / Non si realizzeranno / Ti dipingi di bianco / Ti senti su con il rumore / Ma ci sarà una cosa che manca / Ora che l’hai trovata, non c’è più  / Ora che la sentivi, non la senti più / Sei andato fuori dai binari / Non farti venire in mente grandi idee / Non si stanno per realizzare / Andrai all’inferno per tutto ciò che la tua sporca mente sta pensando”(7).</p>
<p>Sembra proprio la voce dell’ignoranza che vuole tenerci nel fango. E tutto ciò viene detto sopra ad un giro di accordi dolcissimo, intimo, quasi silenzioso che non sembra realizzare, al contrario del testo nero, la definitiva sconfitta, ma ancora una volta la fatica dolce di chi non cede. Quindi, da una parte, il testo rappresenta la voce demoniaca (“non ce la farai”), mentre, dall’altra, la musica rappresenta quella angelica che ha sempre speranza. La canzone finisce infatti con un acuto di Thom Yorke un po’ in delirio ma che punta comunque verso l’alto.</p>
<p>Anche in <em>Pyramid Song</em> si assiste ad uno sfondamento del fisico a vantaggio del celestiale con la batteria che segna il passo dell’ascesa e un coro sommesso che sembra disegnare i colori cangianti dello spazio, dove l’anima ritrova tutta la sua libertà. Il testo in questo caso non è contraddittorio, anzi: “Sono saltato nel fiume / Gli angeli dagli occhi neri nuotavano con me / La luna, piena di stelle… e le macchine astrali / Ho visto tutto questo […] e siamo andati in paradiso su una piccola barca a remi / Non c’era niente di cui spaventarsi e niente di cui dubitare”(8).</p>
<p>Forse ce la si può fare, allora. Oppure, se non è così, sicuramente esiste un luogo della mente in cui le tensioni si rilassano sfumandosi nella totalità dello spazio che ci contiene. Magari è quel vuoto di cui i buddisti parlano, chissà, e ovviamente si tratta solo di musica, ma se vissuto con attenzione, è probabile che ogni aspetto della vita possa essere uno squarcio verso un mondo più profondo in cui si alternano energie e concetti che in genere sfuggono alla consapevolezza. Quando lavoriamo, quando siamo in metropolitana o ci relazioniamo è possibile che sotto vibri un’intensità che in apparenza non ci riconosciamo ma che ha vita in un altrove in cui si consuma la guerra dell’anima verso la liberazione.</p>
<p>Effettivamente tale impegno non è continuativo, forse ci consuma il singhiozzo nel tenere fede ai valori, ma tuttavia presente anche quando i nostri pensieri viaggiano lontani. Perchè poi, in certi momenti, questo altro mondo emerge dagli abissi e noi ci accorgiamo che abbiamo vissuto a favore di qualcosa che veramente rappresenta un obiettivo finale dell’anima. È la parte illuminata che continua a cercare spazio nelle azioni e nei pensieri sebbene nella vita ‘diurna’ raramente riusciamo a mantenere un contatto regolare con essa, il più delle volte sembra essere solo un’idea, una chimera, anche quando è lì che grida per farsi sentire.</p>
<p>A differenza delle solite ‘canzonette’, che descrivono situazioni della vita quotidiana che sta sopra (anch’esse forse però degne di rispetto), la musica dei Radiohead rappresenta quell’altro mondo che esce dall’abisso, fatto di energie sottili ma potenti, a cavallo tra sanità mentale e insania. Spesso creano atmosfere musicali che sembrano rappresentare un’altra dimensione nella quale si alternano visioni a tunnel sonori, immagini apocalittiche ad atmosfere incantate.</p>
<p>Mi sembra a questo punto calzante il commento di Chὂgyam Trungpa sul concetto di <em>bardo</em>: “il concetto di bardo si riferisce al periodo che intercorre tra sanità e insania, o al periodo tra confusione e confusione nel momento in cui sta per trasformarsi in saggezza, e, naturalmente, può essere riferito all’esperienza del periodo tra morte e nascita. La situazione passata si è appena verificata e la situazione futura non si è ancora prodotta, c’è perciò un intervallo tra le due. Questa, in essenza, è l’esperienza del bardo”(9).</p>
<p>Sebbene sia vicina al momento della morte, questa esperienza fa parte della vita quotidiana. “Bardo significa intervallo; non solo intervallo di sospensione dopo la morte, ma anche sospensione nella situazione della vita; la morte avviene anche nella situazione della vita. L’esperienza del bardo fa parte della nostra struttura psicologica di base. Compiamo costantemente ogni sorta di esperienze di bardo…”(10).</p>
<p>Per coglierlo bisogna però spingersi un po’ più in là della dimensione quotidiana attraversando un panorama, sotto la crosta, che può anche riservare pericoli, fissazioni malsane e situazioni quantomeno inquietanti. Nelle descrizioni del bardo, vengono allora inclusi tutti i pericoli che tale condizione può portare e che possono sfociare nel bene come nel male. I Radiohead conoscono bene questa dimensione, la loro musica è musica della <em>sospensione</em>, e in essa si muovono cercando accordi di confine che stanno a cavallo tra due mondi, spesso trascesi a vantaggio di squarci fuori dall’ordinario.</p>
<p>Ovviamente, frequentando certi percorsi, si può scollinare verso la paranoia (di cui si potrebbero fare altri numerosi esempi) così come si possono incontrare atmosfere di pace più vicine al mondo celestiale che al nostro. Ascoltando <em>Paranoid Android</em> è a mio giudizio chiara la lotta contro l’ego che si frappone tra l’individuo e quello spazio luminoso della liberazione nella saggezza: “Per favore potresti far smettere questo rumore, sto cercando un po’ di riposo / a tutte queste voci nella mia testa di polli mai nati / Cos’è? (forse sono paranoico ma non sono un androide) / Cos’è? (forse sono paranoico ma non sono un androide) /</p>
<p>Quando sarò re, sarai il primo ad essere messo al muro / Con le tue opinioni che sono totalmente inutili”. La musica è cangiante come se fossero più canzoni in una, descrive atmosfere di tristezza, di violenta confusione, di sublimazione e di attesa liberazione quando la pioggia affrancatrice, che sembra poter ripulire nel profondo, viene invocata: “Pioggia scendi / Pioggia scendi / Ti prego pioggia scendi / Su di me / Da una grande altezza / Da una grande altezza…”(11).</p>
<p>“Quando sarò re…”, dice, ed è come prefigurarsi la liberazione definitiva in cui l’ego viene finalmente messo da parte. A quel punto, ma solo a quel punto, si esce dal Samsara. O in <em>Jigsaw Falling Into Place</em>, dove con ritmo incalzante descrive un disfacimento che si conclude in “Una luce che ti illumina alle spalle / I pezzi del puzzle cadono dappertutto”(12); ce lo auguriamo tutti, prima o poi. Ma come ancora dicono loro, in questa guerra dell’anima che cerca di affrancarsi dal Samsara, forse non è importante veramente farcela, “Puoi fare del tuo meglio / Il tuo meglio è già abbastanza”(13).</p>
<p>Per questa ragione chi è sul cammino del dharma(14), o semplicemente chi vive dell’entusiasmo, continua a fare del suo meglio, perché è dotato di luminosa arroganza di fronte al male, è impavido e con coraggio va avanti a combattere contro le truppe dell’ignoranza, fossero anche il “Sacro Romano Impero”: “Fatti sotto / Fatti sotto / Credi di farmi impazzire, beh / Fatti sotto / Fatti sotto / Tu e quale esercito? / Tu e i tuoi amici / Fatti sotto / Fatti sotto / Sacro Romano Impero / Fatti sotto se pensi / Fatti sotto se pensi / Di poterci affrontare / Di poterci affrontare / Tu e quale esercito? / Tu e i tuoi amici / Dimentichi così facilmente / Stanotte cavalchiamo…”(15).</p>
<p>E chi è a cavallo tra sanità mentale e insania, chi vive veramente o prova, almeno, a vivere nel Samsara mirando al Nirvana, non può che dire così: “Fatti sotto / Fatti sotto…”. Col rischio anche di perdere.<br />
Comunque vada, la guerra prima o poi finirà, così come finiscono i concerti o le piogge.</p>
<p>La melodia conclusiva dal mondo dei Radiohead riguarda allora il titolo del loro ultimo album: “In Rainbows”, noi diremmo “tra gli arcobaleni” o anche “sotto gli arcobaleni”. Govinda scrive: “L’arcobaleno è un simbolo della bellezza fugace del mondo degli uomini, nella cui transitorietà si manifestano leggi eterne che creano ininterrottamente il miracolo dell’esistenza”(16).</p>
<p>L’arcobaleno è un miracolo di bellezza che sollecita sia l’emotività che l’intelletto, e il bello è anche il fatto che sia transitorio, come la vita, che ha uno spazio limitato ma nella quale si perpetuano leggi eterne. Sembra catalizzare diversi contenuti ponendosi quale simbolo dell’unione degli opposti, quella mediazione fantasmagorica in cui si uniscono la transitorietà e l’eternità. Ma Govinda approfondisce: “L’arcobaleno è un ponte che collega il reale con l’irreale, l’afferrabile con l’inafferrabile, il visibile con l’invisibile; o una porta che conduce nel mondo dei misteri”(17).</p>
<p>Come è possibile che dove prima non c’era nulla ora c’è questa apparizione così bella? E come è possibile che ora sparisca? Forse in questo rompicapo, che aggroviglia bellezza e mistero, c’è il pertugio dal quale prima o poi usciremo tutti. In realtà, un quarto significato della lingua inglese traduce il termine arcobaleno come ‘falsa speranza’, da qui le ipotesi nichiliste dei Radiohead con le quali a tratti ci si deve relazionare. È senz’altro un risvolto negativo che non nutre chi è affamato di dharma, quindi lo teniamo solo come eventualità e lo citiamo per correttezza.</p>
<p>Ed eccoci alla fine. Sul palco dell’Arena di Milano, a fine concerto, una moltitudine di neon lunghi fino al soffitto si sono accesi all’improvviso come un canneto color arcobaleno dal quale i musicisti hanno salutato. L’ultimo ponte e stato quello che ha unito la musica al colore, quindi, nella natura illusoria di tutte le cose. Nel suo commentario ad un famoso testo buddista, Visuddhi-Magga, tramite le pagine di Govinda, scrive: “Dal corpo del maestro, quando egli nella sua onniscienza contemplò la legge, sottile e profonda, uscirono raggi di sei diversi colori, oro, rosso, bianco, ocra e un’abbagliante luce variopinta”(18).</p>
<p>Un augurio spirituale per chi tornava a casa.</p>
<p>Note:<br />
1) Chὂgyam Trungpa e Francesca Fremantle, “Il libro tibetano dei morti” &#8211; Ubaldini Editore &#8211; Roma. Glossario, p. 110.<br />
2) Ibid. P. 90.<br />
3) Album “In Rainbows”.<br />
4) Lama Anagarika Govinda, “Riflessioni sul buddismo” – Edizioni Mediterranee. P. 173.<br />
5) All I Need. Album “In Rainbows”.<br />
6) Lucky. Album “Ok Computer”.<br />
7) Nude. Album “In Rainbows”.<br />
8) Album “Amnesiac”.<br />
9) Chὂgyam Trungpa e Francesca Fremantle, “Il libro tibetano dei morti” &#8211; Ubaldini Editore – Roma &#8211; p. 25.<br />
10) Ibid.  p. 17.<br />
11) Album “Ok Computer”. Questa canzone non è stata eseguita al concerto del 17 giugno all’Arena di Milano, me è comunque significativa per descrivere il loro mondo.<br />
12) Album “In Rainbows”.<br />
13) Optimistic. Album “Kid A”.<br />
14) È l’insieme degli insegnamenti buddisti.<br />
15) You And Whose Army?. Album “Amnesiac”.<br />
16) Lama Anagarika Govinda, “Riflessioni sul buddismo” – Edizioni Mediterranee. P. 200.<br />
17) Ibid.<br />
18) Ibid. P. 201.</p>
<p>L&#8217;autore della foto è <a href="http://www.myspace.com/bubblegun1" target="_blank">Bubblegun1</a>, per gentile concessione.</p>
<p>Fabio Matichecchia<br />
Diplomato al liceo artistico, laureato in filosofia e dilettante scrittore: oggi faccio il consulente informatico per un’azienda di Milano… e dietro ai link ipertestuali, ai menu dinamici e alle funzioni di sistema, mi piace osservare l’intreccio dei concetti che si alternano nella dualità, dove il codice binario segna le nostre sorti. Prima o poi si riuscirà a fare Sintesi degli opposti (l’uno col due) unendo finalmente la sensibilità al cervello, il tu con l’io, il corpo alla mente e quell’infinito, che tutto trascende, alla nostra umile vita.<br />
In bocca al lupo a tutti!</p>
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		<title>Dare forma allo spirito: il potere del ritmo</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Jun 2008 07:00:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>John Gatta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte e Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Grateful dead]]></category>
		<category><![CDATA[Mickey Hart]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
		<category><![CDATA[percussioni]]></category>
		<category><![CDATA[trance]]></category>

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		<description><![CDATA[Il ritmo crea la trance. Nella trance c’è l’emozione. E nell’emozione trovi il potere. La magia della musica dal vivo risiede in un misterioso meccanismo che unisce i musicisti tra loro e con il pubblico. Quando funziona, il risultato è un’onda di energia che fluttua avanti e indietro tra chi sta sul palco e chi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="sciamano russia tamburo.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/11/sciamano-russia-tamburo.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/11/sciamano-russia-tamburo.jpg" alt="sciamano russia tamburo.jpg" hspace="6" align="left" /></a><em>Il ritmo crea la trance.<br />
Nella trance c’è l’emozione.<br />
E nell’emozione trovi il potere.</em></p>
<p>La magia della musica dal vivo risiede in un misterioso meccanismo che unisce i musicisti tra loro e con il pubblico. Quando funziona, il risultato è un’onda di energia che fluttua avanti e indietro tra chi sta sul palco e chi di fronte ad esso. Nelle mani di un maestro, questa onda aumenta di intensità fino a provocare la trascendenza della consapevolezza ordinaria in chi si trova sotto il suo influsso. Pochi riescono in questo impresa come Mickey Hart.</p>
<p>Percussionista da lungo tempo dei Grateful Dead (e in numerosi altri gruppi meno noti), Mickey Hart mette a frutto il talento che possiede. Ha dato il suo aiuto alla Library of Congress a favore del “Progetto per la musica a rischio di estinzione”, ha contribuito alle serie musicali “The World” (distribuite da Rykodisk) e al progetto “Ritmo per la vita”, che comprende musiche con intenti curativi.</p>
<p>Mickey Hart si è riunito con i suoi ex-compagni Bob Weir e Phil Lesh per formare “The Other Ones”. Insieme a Bruce Hornsby, che fu un tastierista occasionale dei Grateful Dead, e quattro altri musicisti nuovi al gruppo, “The Other Ones” sono stati l’attrazione principale della terza edizione del “Furthur Festival”, dove hanno entusiasmato i fan dei Grateful Dead proponendo pezzi di repertorio e nuovi, energici brani.</p>
<p>Subito dopo, Hart ha messo in commercio il suo ultimo lavoro musicale, sulla scia di “Planet Drum”: Supralingua, frutto di una collaborazione tra Hart e un gruppo di percussionisti e cantanti di fama mondiale, tra cui un altro batterista degli “Other Ones”, John Molo. Tradotto liberamente, Supralingua vuol dire “al di là del linguaggio”, un titolo adeguato per una raccolta di ritmi e sonorità da tutto il mondo.<span id="more-764"></span></p>
<p>Hart unisce un grande rispetto per le tradizioni del passato con il gusto per le nuove tecnologie nella RAMU (Random Access Musical Universe, universo musicale ad accesso casuale) una workstation che definisce “un’enciclopedia del suono”. La RAMU mescola, in tempo reale, suoni della foresta pluviale, percussioni esotiche e frammenti delle voci dei monaci del monastero di Gyuto.</p>
<p>Intervista di John Patrick Gatta.</p>
<p><strong>Ora come ora, lo strumento che preferisci è la Ramu. Mi stavo chiedendo se essa non sia una specie di evoluzione di ciò che hai fatto, al tempo dei Dead, con Bob Breylove.</strong></p>
<p>Mickey Hart: Certo! Ramu è l’incarnazione moderna di tutti quegli esperimenti dei Grateful Dead. Breylove ha inventato la Ramu, l’ha progettata; io la volevo, l’ho immaginata. Breylove l’ha trasformata in un efficiente robot, e ora funziona. La Ramu è molto potente: può contenere migliaia e migliaia di suoni, ed è possibile cambiarla a piacimento. La usiamo durante tutta la nostra esibizione, ogni notte durante il tour. È uno strumento sorprendente, un’incredibile workstation digitale.</p>
<p><strong>Cosa pensi della creazione della musica?</strong></p>
<p>Mickey Hart: È un mistero, cui mi avvicino in quanto tale. È un evento magico, perché devi avere gli elementi giusti al posto e al momento giusti. I miei momenti creativi migliori di solito arrivano nel cuore della notte, in sogno o quando mi risveglio. Ma può succedere in qualsiasi luogo e momento, quindi devi restare aperto. Ecco perché mi circondo di musicisti e percussionisti che hanno per il loro mestiere amore, cura e passione. La composizione accade in modi misteriosi, e devi sempre selezionare il materiale buono.</p>
<p><strong>Hai detto che le idee ti vengono in sogno. Come fai a ricordare questi sogni?</strong></p>
<p>Mickey Hart: Uso l’auto-ipnosi per suggestionarmi a ricordare i sogni. Talvolta accadono anche dei sogni lucidi. Quando si verificano, è come se fossi una terza parte che dice: “Okay, mi ricorderò ciò che è apparso in questi sogni”. Mi ci sono voluti anni di pratica, ma ora sono abbastanza bravo a ricordare i sogni. In più, ho uno studio al piano terreno di casa, quindi sono molto vicino a un posto in cui “catturarli”.</p>
<p><strong>Cosa accade durante questi sogni? Senti un ritmo, una melodia o è qualcosa di visuale? O qualcos’altro ancora?</strong></p>
<p>Mickey Hart: Tutte queste cose. Posso sentire, nei miei sogni. Talvolta arriva prima il suono, poi l’immagine collegata; altre volte accade il contrario. O forse è solo un’idea di come mettere le cose insieme. Sono come dei sogni “fusion”, sono ibridi. La magia che cerco si trova nelle crepe e nelle fessure. Quando mi siedo di fronte a uno strumento, mi rilasso e respiro profondamente per entrare in uno stato “fluido”; poi comincio a suonare. Cerco di diventare una cosa sola con lo strumento, ascoltando attentamente quest’ultimo e me stesso.</p>
<p><strong>Ti ho sentito parlare di un legame spirituale tra il musicista, lo strumento, il suono e il pubblico. Sono curioso di sapere qualcosa sulla tua fede e la tua spiritualità.</strong></p>
<p>Mickey Hart: Beh, è qualcosa che riguarda le vibrazioni. Sembra che il corpo, la mente e lo spirito reagiscano al mondo vibratorio. La vibrazione solleva lo spirito, ti dona un senso di benessere e altera la tua coscienza. Queste sono tutte cose che portano a una dimensione spirituale. Alterano la tua percezione della realtà e delle priorità, connettendoti a te stesso. E se riesci a connetterti a te stesso, puoi farlo con gli altri. Dare una forma allo spirito: la musica, in realtà, è tutta qui. Essa ti prende lo spirito e lo trasforma in qualcosa che puoi condividere con un’altra persona; ma prima devi trovarla in te stesso. Ecco cosa rende la musica tanto speciale per me, soprattutto il ritmo, perché esso crea la trance; nella trance c’è l’emozione, e nell’emozione trovi il potere. Questo è il fondamento.</p>
<p><strong>Nell’album “Music to be Born By” si suggerisce l’idea che l’anima del ritmo sia il battito del cuore.</strong></p>
<p>Mickey Hart: Beh, siamo fatti di ritmi. Senza un ritmo, una forma o un battito, moriremmo. I nostri corpi sono macchine ritmiche; siamo incastonati in un universo di ritmi. Ciò che il ritmo fa, è portarci verso il nostro essere interiore, verso la nostra orchestra interiore, e tutto comincia con il battito di un cuore. Non esistono due battiti cardiaci uguali, quindi il tuo ritmo ti definisce come persona. Devi prestare grande attenzione al ritmo delle cose. Un buon ritmo è l’amore, uno cattivo l’odio; un buon ritmo è la salute, una cattivo la malattia. Quando il corpo va fuori tempo, si ammala; esce dal ritmo.</p>
<p><strong>Nel tuo nuovo album parli di noi come degli interpreti dei ritmi del ventesimo secolo. È questo il motivo per cui mischi strumenti a percussione acustici ed elettrici?</strong></p>
<p>Mickey Hart: Siamo in un punto sorprendente della storia: stiamo guardando simultaneamente in due direzioni, cioè indietro verso il passato e in avanti verso il futuro. Ci troviamo in una dimensione digitale dove usiamo questi robot, computer, processori e campionatori per farli ubbidire ai nostri comandi e metterli al servizio della comunità e delle arti. L’arte stessa sta diventando una grande artefice di ciò. Credo che siamo in un’età dell’oro.</p>
<p>John Patrick Gatta è un noto scrittore freelance che vive a Warren, nell’Ohio.</p>
<p><strong>Acquista i libri con Amazon</strong></p>
<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/1888358203/innernet-20">Mickey Hart. Planet Drum: A Celebration of Percussion and Rhythm. Acid Test Productions. 1998. ISBN: 1888358203</a></p>
<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/079224107X/innernet-20">Mickey Hart. Songcatchers: In Search of the World&#8217;s Music. National Geographic. 2003. ISBN: 079224107X</a></p>
<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/1888358238/innernet-20">Mickey Hart. Spirit into Sound: The Magic of Music. Acid Test Productions. 1999. ISBN: 1888358238</a></p>
<p><!--[if !supportEmptyParas]--> <!--[endif]--></p>
<p>Copyright originale “Magical Blend” magazine <a href="http://www.magicalblend.com/">www.magicalblend.com</a>, per gentile concessione<br />
Traduzione di Gagan Daniele Pietrini.<br />
Copyright per l&#8217;edizione Italiana: Innernet.</p>
<iframe src="http://www.facebook.com/plugins/like.php?href=http%3A%2F%2Fwww.innernet.it%2Fdare-forma-allo-spirito-il-potere-del-ritmo%2F&amp;layout=standard&amp;show_faces=true&amp;width=450&amp;action=like&amp;font=arial&amp;colorscheme=light" scrolling="no" frameborder="0" allowTransparency="true" style="border:none; overflow:hidden; width:450px; height:80px"></iframe>]]></content:encoded>
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		<title>Iniziative sulla web tv</title>
		<link>http://www.innernet.it/iniziative-sulla-web-tv/</link>
		<comments>http://www.innernet.it/iniziative-sulla-web-tv/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 13 Jun 2008 09:42:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enzo Di Frenna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte e Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Tecno-consapevole]]></category>
		<category><![CDATA[televisione]]></category>
		<category><![CDATA[Web TV]]></category>

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		<description><![CDATA[Foto di robbt su flickr con licenza di riproduzione creative commons Si chiama vogliamolawebtv il Movimento per una tv di qualità e l’informazione dal basso che raccoglie, in una sola home page, i volti degli italiani che dicono basta alla pessima tv generalista, commerciale, povera di contenuti, diseducativa. poco attenta ai grandi temi sociali. Genitori, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal"><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2008/06/televisione-foto-di-robbt-su-flickr-con-licenza-di-riproduzione-creative-commons.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-953" style="margin-left: 12px; margin-right: 12px;" title="televisione-foto-di-robbt-su-flickr-con-licenza-di-riproduzione-creative-commons" src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2008/06/televisione-foto-di-robbt-su-flickr-con-licenza-di-riproduzione-creative-commons.jpg" alt="televisione-foto-di-robbt-su-flickr-con-licenza-di-riproduzione-creative-commons" width="500" height="222" /></a></p>
<p class="MsoNormal"><em>Foto di robbt su flickr con licenza di riproduzione creative commons</em></p>
<p class="MsoNormal">Si chiama <a href="http://www.vogliamolawebtv.it/default.asp?built=IT100">vogliamolawebtv</a> il <em>Movimento per una tv di qualità e l’informazione dal basso</em> che raccoglie, in una sola home page, i volti degli italiani che dicono basta alla pessima tv generalista, commerciale, povera di contenuti, diseducativa. poco attenta ai grandi temi sociali.</p>
<p class="MsoNormal">Genitori, studenti, insegnanti, attori, psicoterapeuti, imprenditori, manager, musicisti, blogger e tanti altri hanno già aderito, alcuni anche con un video amatoriale in cui spiegano perché auspicano l’avvento di una nuova tv su web, più libera e democratica. Ma bisogna diffondere il tam tam in Rete. Bisogna essere in tanti.</p>
<p class="MsoNormal">Uno dei motivi per cui l’Italia è in declino sul piano sociale, economico e spirituale è perché, a mio avviso, stiamo subendo da circa vent’anni un poderoso inquinamento televisivo, e dunque mentale, che ci mostra un’Italia fatta di concorsi, veline, lacrime finte, nomination, reality, canzoni, pacchi e premi, aggressioni verbali, vip e roba del genere. Soprattutto: una informazione televisiva censurata, manipolata, controllata. La web tv, al contrario, può fare la differenza.</p>
<p class="MsoNormal">Video prodotti dal basso e dagli utenti, nessuna necessità di ottenere concessioni televisive, investimenti ridotti. Dunque una possibilità concreta di produrre contenuti di qualità e interessanti, che nutrono la mente e l’anima.<span id="more-952"></span></p>
<p class="MsoNormal">Se proprio dobbiamo guardare la tv, allora che sia di qualità. Personalmente, come spesso ripeto dal mio <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.enzodifrennablog.it/">blog</a></span>, la tv italiana è infetta e diseducativa. Io non la guardo. E&#8217; una tv imposta dall&#8217;alto. Ma le cose possono cambiare: io mi batto per un’ecologia dell&#8217;informazione, soprattutto per i tanti giovani di questo Paese. Ed anche per le mamme e i papà che desiderano un mondo migliore per i propri figli e non si rispecchiano nella cattiva tv italiana, che veicola modelli molto discutibili. Posso assicurarvi, siamo davvero in tanti a non poterne più di questa pessima tv italiana.</p>
<p class="MsoNormal">Come presidente di <a href="http://www.netdipendenza.it/">Netdipendenza</a> Onlus sono impegnato in progetti e iniziative che possano limitare la dipendenza dagli schermi. E la tv che abbiamo in Italia, imposta da un cartello politico e finanziario, induce la passività, il sonno delle menti, e ciò può favorire la dipendenza. Dunque, se proprio bisogna guardare la tv, allora che sia una tv di qualità.</p>
<p class="MsoNormal">Contribuiamo alla nascita di una web-televisione che migliora l&#8217;uomo. Una tv dove e&#8217; possibile scegliere i contenuti e produrre notizie dal basso, per una ecologia della mente e dell&#8217;ambiente. E&#8217; possibile sperare in questo paradigma? Si può credere che la web tv sia l&#8217;alternativa alla pessima tv di oggi? Io credo di sì. La Rete appartiene soprattutto alle nuove generazioni: sono loro i principali protagonisti.</p>
<p class="MsoNormal">Chi sceglie la Rete, a qualunque età anagrafica e specialmente i blogger, è gente che pensa con la propria testa, cerca, s&#8217;informa. Gli utenti stanno dominando la Rete con una informazione prodotta dal basso e le grandi aziende si adeguano. Dunque, credo che web tv possa sposare una nuova filosofia: cultura e qualità. Ci sarà comunque anche il peggio in Rete, è certo. Ma chi vuole contenuti migliori li troverà. Oggi, invece, sulla tv pubblica e privata non trova niente di interessante. E&#8217; una sfida interessante: voi che ne pensate?</p>
<p class="MsoNormal">Sia chiaro: il mondo in cui viviamo lo hanno creato anche gli schermi. E gli schermi lo possono cambiare. Le grandi multinazionali che impongono modelli di sviluppo cosa sarebbero senza i milioni di schermi che per decenni hanno promosso i loro prodotti? Crescere, consumare, produrre. Per un certo periodo e&#8217; andata bene, ma ora le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti.</p>
<p class="MsoNormal">La pubblicità, veicolata da milioni di monitor, ha contribuito a rendere fragile l&#8217;ambiente in cui tutti viviamo. Le aziende hanno una grande responsabilità, certo. Ma non sapevano guardare oltre. Ci sono case automobilistiche che per anni hanno pubblicizzato auto inquinanti, ed ora si convertono all&#8217;ambiente per vendere veicoli a emissioni zero. Potevano pensarci prima? Eppure, ancora oggi, commissionano spot di auto che sfrecciano sui mari, sulle colline, tra i monti innevati, ben sapendo che chi le compra le usa in città. Dovrebbero invece realizzare spot di auto elettriche, solari, che si muovono in città senza emissione e senza rumore.</p>
<p class="MsoNormal">Questo significa guardare lontano. Ecco: bisogna cambiare modello di pensiero, partendo dal basso. Bisogna produrre contenuti sani, ecologici, e ora la Net Tv lo permette. La generazione del Terzo Schermo, a mio avviso, può determinare in Italia il cambiamento: i giovani devono studiare la tecnica televisiva (libri alla mano ragazzi!) per produrre (con pochi soldi) contenuti più interessanti. Lo chiamano citizen journalism (giornalismo partecipativo) o informazione dal basso. Video di pochi minuti, montaggio ben fatto, un tema interessante che fa riflettere.</p>
<p class="MsoNormal">I primi esperimenti di web tv, nel mondo e in Italia, sono nati dall&#8217;impegno dei giovani. Prendete l&#8217;esempio di Max Haot di <a href="http://www.mogulus.com/">Mogulus.com</a> Oppure i ragazzi di <a href="http://www.streamit.it/">Streamit.it</a>. O Tommaso Tessarolo che porta in Italia <a href="http://current.com/">Current Tv</a>. Sono tutti giovani. E scelgono la &#8220;free Net-Tv&#8221;.</p>
<p class="MsoNormal">Gli italiani che non guardano più la tv tradizionale sono in forte aumento. Sono stanchi, perché hanno poca scelta. Girano canale e trovano sempre gli stessi format: canzoni, lacrime e risse. Sempre le stesse facce. Il Moige (movimento italiano genitori) ha denunciato innumerevoli volte i programmi diseducativi, infarciti di modelli effimeri e litigiosi, che i giovani subiscono. E&#8217; materiale avariato. Roba che non aiuta a pensare.</p>
<p class="MsoNormal">L&#8217;Italia è stanca dell’inquinamento televisivo, che poi e&#8217; inquinamento mentale. A sostegno di questa tesi ci sono ricerche serie, come quella di 60 psicoterapeuti che hanno analizzato i contenuti della tv italiana: sono arrivati alla conclusione che e&#8217; ansiogena, diseducativa, stressante. Capite? Un tv malata genera persone malate. E in agguato c&#8217;è anche il rischio videodipendenza, cioé vivere passivamente incollati a uno schermo.</p>
<p class="MsoNormal">Il guru della pubblicita&#8217; Kevin Roberts (Saatchi &amp; Saatchi) parla di Screen Age (era degli schermi) e afferma:</p>
<p class="MsoNormal">I lovemarks si possono trovare ovunque, ma nell&#8217;epoca dell&#8217;attraction economy due sono i luoghi che contano: sullo schermo e in negozio. Nel XXI secolo il numero di schermi nelle nostre vite continua a crescere: cellulari, computer, cartelloni pubblicitari digitali e televisori ovunque. In questo mondo di schermi i consumatori si possono collegare subito on line o dal cellulare e interagire coi prodotti cui sono interessati.&#8221;</p>
<p class="MsoNormal">Bene. Se allora dobbiamo vivere nel mondo degli schermi, allora veicoliamo contenuti sani, culturali, ecologici, spirituali, riflessivi, che mostrano il lato bello del mondo. Chiediamo a gran voce in Italia una web tv che tenga conto dell&#8217;ecologia dell&#8217;informazione. L&#8217;Italia ha un ruolo importante: dopo anni di tv mediocre imposta dall&#8217;alto dalle logiche politiche e di potere lobbista, ora possiamo cambiare. Il movimento per l&#8217;Informazione dal basso è fatta di gente che ci mette la faccia. Attraverso Internet afferma: vogliamo una nuova tv.</p>
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		<title>L’arte come sorgente di una comunità ideale</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Jun 2008 07:53:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Franco Del Moro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte e Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[arte]]></category>
		<category><![CDATA[artisti]]></category>

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		<description><![CDATA[Il male viene fatto senza sforzo, naturalmente, è opera del fato; il bene è sempre il prodotto di un’arte. CHARLES BAUDELAIRE Una nuova specie di partigiani dovrà un giorno nascere… La cosa migliore che possiamo fare per noi stessi e per gli altri è mettere a frutto i nostri talenti, ossia fare quello che ci [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2008/06/franco-del-moro-arte-spring2.jpg"><img class="alignleft alignnone size-full wp-image-949" style="float: left; margin-left: 6px; margin-right: 6px;" title="franco-del-moro-arte-spring2" src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2008/06/franco-del-moro-arte-spring2.jpg" alt="franco-del-moro-arte-spring2" width="160" height="315" /></a><em>Il male viene fatto senza sforzo, naturalmente, è opera del fato; il bene è sempre il prodotto di un’arte.</em> CHARLES BAUDELAIRE</p>
<p>Una nuova specie di partigiani dovrà un giorno nascere…</p>
<p>La cosa migliore che possiamo fare per noi stessi e per gli altri è mettere a frutto i nostri talenti, ossia fare  quello che ci viene meglio fare e che facendolo ci fa stare bene. Ovvero quello per cui siamo nati.</p>
<p>È una scelta etica e biofila, giacché quando questo avviene non facciamo altro che mettere le nostre qualità al servizio della vita, la propria e quella altrui, e instauriamo con la realtà un rapporto di tipo creativo; dunque i frutti delle nostre azioni, di qualunque specie siano, possono essere equiparati ad opere d’arte.</p>
<p>Il vero problema è che sebbene tutti abbiano un “dono” innato, non tutti scoprono quale esso sia; non tutti arrivano a essere consapevoli del loro talento naturale e a poterlo usare; non tutti scoprono qual è la peculiarità unica e irripetibile data loro dalla natura.</p>
<p>Questo accade a causa di interferenze e forze contrarie di origine esterna: una educazione deficitaria, l’appartenenza a una comunità fortemente omologata e omologante, l’essere quotidianamente sommersi da spazzatura di tipo culturale e psicologico… ma anche interna: la paura di rischiare, di mettersi in gioco, di lasciare il battuto sentiero della monotonia, di andare troppo dentro sé stessi…<span id="more-948"></span></p>
<p>Per questi e altri motivi, molti trascorrono tutta la vita senza essere mai riusciti a scoprire cosa li appagasse maggiormente, quale fosse la loro speciale predisposizione.</p>
<p>Non mettendo a frutto alcun talento disertano la loro missione, e sebbene questo possa dare una qualche soddisfazione a chi è di natura istintivamente ribelle, in realtà quelli che più ci rimettono sono proprio loro stessi, in quanto esercitare i propri talenti è la cosa più gratificante e rivitalizzante che ad ogni essere umano può succedere.</p>
<p>È la differenza che passa fra sognare di vivere, e vivere per davvero.</p>
<p>Io stento a credere che esistano esseri umani privi di una loro specifica virtù, sono anzi convinto che il giorno in cui tutti potranno mettere i loro talenti al servizio di sé e degli altri allora nascerà una comunità ideale. Sarà un luogo dove sulla carta d’identità, alla voce ‘Segni particolari’, allora si potrà scrivere: “ha una predisposizione innata alla cura delle piante”; “capisce istintivamente gli animali”; “ha il dono di saper riparare qualsiasi tipo di apparecchiatura meccanica”; “è fortemente affine allo spirito del mare”; “ha spiccate doti di tipo artistico, soprattutto musicali”; “ha una speciale capacità empatica che gli permette di capire i problemi del prossimo”; “ha una innata predisposizione per il disegno e la pittura”; “ha un notevole ingegno tecnico unito a una grande abilità nel lavoro manuale”… e questi saranno considerati i veri caratteri distintivi di ogni individuo.</p>
<p>Una comunità ideale è dunque quella che incoraggia ognuno ad essere veramente sé stesso, propenso a pensare con la sua testa e a non andare contro la sua intima natura.</p>
<p>Una comunità ideale è costituita da una rete solidale e non gerarchica che permette ad ognuno di mettere i suoi talenti a disposizione di tutti, ed avere quelli di tutti sempre a sua disposizione.</p>
<p>Naturalmente è un sogno utopico, e temo, per come siamo fatti, rimarrà tale. In un mondo così ricco si formerebbero immediatamente gruppi di potere autoritario o emergerebbero personalità avide e dominanti che cercherebbero di controllare più risorse possibili e soffocare le altre.</p>
<p>Pur sapendo questo, resta tuttavia importante perseguire questa meta ideale perché se è vero che non potrà mai esistere una comunità siffatta, tuttavia immaginandola è sempre possibile realizzarne un pezzetto all’interno del proprio microcosmo.</p>
<p>E riuscire a fare questo sarebbe già tantissimo.</p>
<p><em>Il potere soprannaturale dell’arte</em><br />
Quello che gli artisti quando sono veramente ispirati fanno, è di portare un po’ di energia celeste sulla terra sotto forma di opera d’arte.</p>
<p>Non è detto che ne siano consapevoli, così come non è neppure detto che tutta l’opera di un artista sia effettivamente sempre intrisa di queste vibrazioni eccellenti. Molti poi sono solo abili artigiani che ritengono di agire sotto alte spinte quando invece non fanno altro che sfruttare con maestrìa una indubbia abilità tecnica, ma senza l’apporto di quel ‘quid’ che solo una genuina ispirazione può fornire.</p>
<p>La differenza fra un manufatto o, per meglio dire, un “prodotto dell’ingegno” che è intriso di questa bellezza soprannaturale e uno che invece ne è privo è difficile da descrivere, ma è percepita a livello inconscio e istintivo da (quasi) tutti.</p>
<p>Platone nel “Fedro” descrive chiaramente il processo in virtù del quale la contemplazione della bellezza produce una elevazione dello spirito, sebbene questo contatto non sortisca lo stesso effetto in tutte le persone:</p>
<blockquote><p>Ogni anima umana per sua natura ha contemplato il vero essere, altrimenti non sarebbe penetrata in questa creatura che è l’uomo. Ma non per tutte le anime è agevole, partendo dalle cose terrene, far affiorare nella memoria quel vero essere, non per quelle che ebbero lassù una visione rapidissima di quelle realtà, non per quelle che, quando sono crollate a terra, ebbero mala sorte cosicché, stravolte verso l’ingiustizia da certe compagnie, dimenticarono quanto videro. Proprio poche rimangono che possono ancora ricordare in modo bastante; e, queste, quando scorgono qualche imitazione delle cose del cielo, vanno in estasi, pur non sapendo di che patimento si tratti perché la percezione di ciò non è sufficientemente profonda.</p></blockquote>
<p>È dunque evidente che l’energia dell’ispirazione, quando c’è, incrementa la sensibilità delle persone, e più una persona è sensibile, più sarà ricettiva alla presenza di questa energia; mentre quando non c’è suscita consenso e apprezzamento soltanto a livello mentale, ma lascia tranquilla e assopita la sfera sensibile.<br />
Una immagine che mi piace usare è quella dell’abitante di un villaggio che si trova al centro di una palude. Stanco di bere l’acqua stantìa della palude questa persona parte con un carro pieno di otri vuote, va su alte montagne, cerca e trova sorgenti di acqua pura, riempie gli otri e torna al villaggio. Svuotati gli otri nella cisterna comune alle case di tutto il villaggio, riparte. In cambio di questo servizio gli altri membri del villaggio si occupano della sua casa e dei suoi campi.</p>
<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2008/06/franco-del-moro-arte-spring__resurrection.jpg"><img class="alignleft alignnone size-full wp-image-950" style="float: left; margin-left: 6px; margin-right: 6px;" title="franco-del-moro-arte-spring__resurrection" src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2008/06/franco-del-moro-arte-spring__resurrection.jpg" alt="franco-del-moro-arte-spring__resurrection" width="250" height="412" /></a>I sentieri che il “portatore di acqua pura” percorre sono noti soltanto a lui, e il suo viaggio non può che essere solitario, perché se nella metafora ho parlato di alte montagne, nella realtà queste montagne sono dentro di lui, nei territori della sua anima ai quali solo lui ha libero accesso.</p>
<p>Per questo gli artisti quando creano sono necessariamente solitari. Sono in viaggio.</p>
<p>Si può discutere a lungo sui canoni estetici necessari per dare un peso ad ogni espressione artistica, ed è certamente utile farlo al fine di non prendere lucciole per lanterne; tuttavia quando un’opera d’arte, al di là dei canoni, riscuote uno speciale interesse ed esercita un influsso sensibile su un cospicuo numero di persone anche oltre l’epoca in cui è stata concepita, allora è lecito presumere che quell’opera sia pregna di questa energia luminosa che si è riversata sulla terra tramite la mano dell’artista. E questo è sempre vero a prescindere dalle caratteristiche che secondo l’epoca l’arte dovrebbe avere per essere definita tale, e a prescindere anche dal grado di consapevolezza dell’artista che l’ha creata. Questo è il motivo per cui ogni tanto emergono nuovi linguaggi e nuove forme espressive che pur essendo totalmente in contrasto con le tradizioni precedenti riscuotono un tale consenso da parte delle persone da imporsi nel corso della storia vincendo l’ostruzionismo delle accademie: proprio in virtù della forza e della qualità dell’energia in esse contenute.</p>
<p>Per questo gli artisti, quando sono realmente ispirati, possono a tutti gli effetti essere considerati una sorta di medium: attraverso varchi nascosti, che loro però riescono istintivamente e spontaneamente ad attraversare, prelevano un po’ di luce dal cielo e la rendono accessibile a tutti sulla terra, dopo averla racchiusa con le loro mani in quel guscio speciale che è l’opera d’arte.</p>
<p>La loro funzione è, tutto sommato, simile a quella degli sciamani in alcune società arcaiche, come quelle dell’Asia centro-settentrionale o dall’America del Nord.</p>
<p>Compito degli sciamani è togliere il malessere alle persone e alla società stessa, malessere la cui origine è data dalla perdita dell’anima e da principi nocivi che ne hanno occupato il posto. Lo sciamano avrà dunque il duplice compito di far ritrovare l’anima e, dunque, scacciare le negatività che portano al decadimento del singolo, come dell’intera comunità: «…compito che rende necessario il viaggio nell’altro mondo presso gli dei, allo scopo di chiedere il loro appoggio, presentare i sacrifici e le offerte e ottenere la liberazione dell’anima, viaggio ascensionale che lo sciamano effettuerà facendo rullare il tamburo fino a raggiungere lo stato di trance, e arrampicandosi su una betulla.» (1).</p>
<p>Non è difficile rilevare le affinità della pratica sciamanica con quella artistica, sia per quanto riguarda l’uso di strumenti musicali per ottenere uno stato alterato di coscienza, sia per quanto riguarda lo stile di vita ricco di rituali e simboli che altro non servono se non a mettere in contatto lo sciamano/artista con il mondo sovrannaturale.</p>
<p>La differenza principale fra le due figure forse è da vedersi nel fatto che il primo è pienamente padrone delle sue facoltà psichiche e delle tecniche per risvegliarle in virtù della sua predisposizione innata; mentre l’artista è padrone della tecnica ma non sempre ha un reale controllo sulla sua ispirazione, la quale infatti va e viene secondo ritmi e flussi di energia che per lo più esulano dalla sua volontà. Anche questa differenza tuttavia, se consideriamo la vita e l’opera di artisti veramente eccezionali (Dante, Leonardo, Mozart…)  sembra scomparire e così, di fatto, nella nostra cultura i grandi artisti possono essere assimilati ai potenti sciamani delle culture tribali.</p>
<p>La loro arte è la nostra medicina.</p>
<p><em>Il silenzio degli angeli</em><br />
Gli artisti vanno aiutati, incoraggiati e gratificati, altrimenti si spengono lentamente, come un fuoco a cui nessuno aggiunge altra legna. Lasciati soli, ad affogare nell’indifferenza non servono a nulla: né all’arte, né a sé stessi, né alla comunità a cui appartengono.</p>
<p>A dispetto della buona volontà degli artisti, le sorgenti da cui attingono la loro ispirazione, ahinoi, talvolta seccano. O, semplicemente, l’artista perde la spinta e la determinazione a ripetere il suo viaggio che, non di rado, è insidioso e sempre comunque faticoso.</p>
<p>La perdita di ispirazione è spesso conseguenza della perdita di motivazione, e questo avviene solitamente quando l’artista occupa una delle due estremità del suo possibile destino: o quando ha troppo successo, o quando ne ha troppo poco.</p>
<p>Ogni artista consapevole di questi rischi deve dunque porre un’attenzione speciale alla salvaguardia della sua motivazione, più che della sua ispirazione, perché la prima conduce alla seconda.</p>
<p>Questo induce a guardare da una prospettiva diversa l’atteggiamento vagamente narcisistico che tanto frequentemente si riscontra negli artisti.</p>
<p>A volte può sembrare che siano sempre in cerca di riconoscimenti e gratificazioni perché hanno un ego ipertrofico. In realtà ne hanno bisogno per essere continuamente motivati a “mettersi in viaggio”. Senza motivazione spesso non ce la fanno ad innescare quel processo psichico necessario per aprire il varco da cui l’energia creativa si materializza sotto forma di ispirazione, e che tramite loro viene cristallizzata nell’opera d’arte e consegnata alla terra e ai suoi abitanti.</p>
<p>Niente riconoscimenti significa niente motivazione, significa niente varco psichico, significa niente opera d’arte, significa niente cura a disposizione di tutti.</p>
<p>Ossia nessuno porterà più acqua pura al villaggio e tutti si dovranno accontentare di quella ristagnante delle paludi.</p>
<p>Come si vede, a isolare gli artisti ci rimettiamo tutti.</p>
<p>In una società sana dovrebbe essere compito delle istituzioni dare le giuste opportunità agli artisti che danno prova di essere portatori di un messaggio speciale, ma in questa società degenerata viziata da ideologie che rasentano la patologia e la nevrosi come mai prima nella storia umana, non c’è nemmeno da sperarlo.</p>
<p>Oggi solo esseri superiori, invisibili e ultraterreni, che hanno davvero a cuore il destino della nostra povera razza, e speriamo ci siano davvero, possono intercedere a favore dell’arte.</p>
<p>Oggi gli artisti possono confidare soltanto su supporti angelici, per continuare a esistere. Vista l’agonia della vita artistica e culturale nel nostro paese si potrebbe allora pensare che gli angeli non esistano. Invece io sono più propenso a credere che esistono, ma ci hanno abbandonato.</p>
<p>Troppe volte abbiamo dimostrato di essere una causa persa, di essere ostinatamente attaccati all’effimero e di non voler cambiare nonostante le molte promesse fatte.</p>
<p>Una enorme quantità di persone ha accettato l’ottusità e l’uniformità dei gusti come dimensione primaria dell’esistenza, e così gli piace, è appagata. E quando qualcuno non sente il bisogno di migliorare la sua condizione, nessuno ha il diritto di costringerlo, neppure gli dei.</p>
<p>Per questo semplicemente si sono messi in disparte e ci osservano in silenzio. Privati del loro sostegno i primi a languire, sommersi dalla spazzatura culturale che è diventata l’alimento più diffuso e ricercato dai più in quest’epoca, sono i veri artisti, i naturali costruttori di bellezza, i portatori di verità… i quali talvolta si vendicano dell’indifferenza degli spiriti rivolgendosi allora verso le forze più oscure, dando così vita a espressioni artistiche talmente corrotte e degenerate da far pensare che abbiano attinto più dalle viscere dell’inferno che dalle sorgenti del paradiso.</p>
<p>Si aprono così quelle fasi in cui predomina un’arte degenerata, intrisa di rabbia, violenza, di esempi negativi e, se consideriamo alcune delle più significative opere o mode di questi ultimi anni, si direbbe proprio che ci troviamo in una di queste fasi.</p>
<p>Ma io non penso che potrà durare per sempre, a nessuno – neppure ai più arrabbiati – piace, dopotutto, vivere soffrendo e andare incontro a tormentose agonie. Credo che quella attuale sia soltanto una fase dominata dal rancore degli sciamani verso gli dei da cui si sentono abbandonati.<br />
Il fatto è che finché durerà questo impasse a progredire sarà soltanto la decadenza civile e culturale, con tutte le sue pesanti conseguenze. Non è neppure detto che il braccio di ferro si risolverà a nostro favore, forse, semplicemente, è terminato un ciclo e tutti gli sforzi per cercare di cambiare il nostro destino sono inutili.</p>
<p>Queste sono le parole di Gerald Wilkinson, il Direttore del Consiglio nazionale della Gioventù indiana, un indiano Cherokee che ha però studiato alla Sorbona:</p>
<blockquote><p>Non basteranno le parole perché la gente capisca il significato della vita. È forse questa la ragione per cui l’uomo occidentale studia tanto ma conosce così poco. Forse è questo il motivo per cui la sua civiltà deve crollare prima che lui sappia cosa le sta succedendo. È forse questo il motivo per cui non può, o non vuole, cambiare il suo modo di vivere finché il suo modo di vivere non lo farà cambiare. Pensa di poter cambiare la sua vita cambiando le sue parole. È forse questa la sua vera lingua biforcuta. (…) Ora tutto sta giungendo al termine. Forse sarà un olocausto e forse no. Il modo in cui la gente lo gestirà deciderà come il mondo verrà ricomposto. Ora quando si parla di distruzione della terra si parla di stati politici e sistemi sociali e atteggiamenti psicologici. Non si sta parlando della fine della vita. Rimarranno gli uomini e torneranno ad imparare a vivere. Chi sopravviverà? Quelli che sono vicini alla terra, i custodi del suolo, che hanno imparato la lezione della terra, che hanno la saggezza della terra, che hanno imparato a sopravvivere. Loro sopravvivranno. (…) Quello che sta giungendo al termine è una perversione della vita, un cancro. Talvolta, per salvare la terra, certe cose – che stanno distruggendo la terra – devono essere distrutte. È un processo naturale. Né tu né io possiamo farci nulla. Quando le società diventano troppo malate o stanche per vivere, muoiono. Così come muore una pianta. Ora nessuno può sapere quel che succederà dopo che tutto andrà a rotoli. Nemmeno nelle profezie. Non è che qualcuno possa starsene lì a vedere. (…) E forse attraverso questo saremo capaci di creare un nuovo mondo, un mondo di esseri umani. Esiste un altro mondo. Un altro mondo sta arrivando. (2)</p></blockquote>
<p>E io voglio credere che in questo nuovo mondo gli artisti occuperanno posti di rilievo e la ricerca dell’ispirazione sarà materia insegnata a scuola, prima dell’inglese e dell’informatica, semmai quest’altre due avranno ancora un senso.</p>
<p>L’attualità non mi conforta, ma continuo comunque a pensare che in questo momento, proprio ora, ci sia ancora speranza. L’arte può ancora disintossicarci dai veleni dal capitalismo e dal fetore dei media di massa, ma occorre agire in fretta e non lasciare che questi siano soltanto discorsi sulla carta.<br />
Una nuova specie di partigiani dovrà nascere: coloro che lotteranno nel quotidiano, nelle piccole cose, contro la dittatura del brutto e i pretoriani del nulla, che ormai sono ovunque e controllano ogni espressione di civiltà: la cultura, la politica, la religione…</p>
<p>È inutile aspettarsi risultati dalle grandi ideologie, dai leader che governano il mondo e dai grandi movimenti di massa… tutte situazioni che paiono ricchissime di promesse di mutamento ma che poi, di fatto, assolvono soltanto al bisogno quotidiano di allevare illusioni.</p>
<p>L’unica rivoluzione possibile parte dal basso, da come si usa il proprio tempo, da quali abitudini si adottano, da come si nutre la propria anima, da quali sogni si coltivano, da come si costruiscono i propri rapporti sociali, da quale stile di vite si sceglie…</p>
<p>Se questo non succederà allora siamo destinati, come altre culture prima della nostra, ad estinguerci. L’ultima riflessione la traggo dalle parole della filosofa indiana Vimala Thakar (3), proferite nel 1994 durante un incontro con studenti e professori dell’Università di Brandbu (Norvegia):</p>
<blockquote><p>Non è tutto oscuro malgrado le guerre, le contese, le perdite di sangue e le brutture che ci circondano. Ci sono anche raggi di sole e di speranza. Penso che gli esseri umani in quanto razza vogliano condividere la sofferenza degli uni e degli altri, così come le loro ricchezze, ma non sanno come fare e vanno a tentoni in questa ricerca. (…) Dobbiamo tracciare un cammino attraverso il caos, lo spargimento di sangue e le guerre vergognose che continuano. Vedo all’orizzonte della coscienza umana l’emergere laborioso di una nuova cultura, di una nuova cultura umanista, di una nuova cultura umana globale, di una spiritualità globale. È la scienza della vita e l’arte di vivere. Un impegno della razza umana a praticare la mutualità e la reciprocità, piuttosto che le identificazioni e le identità esclusive. So che l’Europa è oggi in una situazione esplosiva, voi avete la sensazione che non ci sia altro che caos e anarchia, ma io da qui osservo le correnti sotterranee che stano emergendo, non attraverso partiti politici o leaders conosciuti, ma gruppi sconosciuti e anonimi. Sono in corrispondenza e in contatto con più di 60 giovani gruppi di questo tipo in diverse regioni dell’India; provano a costruire qualcosa senza prestare attenzione alla distruzione che li circonda. Sono occupati a costruire per domani, soffrire oggi per costruire l’avvenire.</p></blockquote>
<p>È tempo di scegliere in quale mondo vogliamo vivere la parte restante della nostra vita, quella delle generazioni future e, caso mai dovessimo ritornare, la prossima.</p>
<p><em>Note</em><br />
Tratto dal n. 80 di <a href="http://www.ellinselae.org" target="_blank">Ellin Selae</a><br />
1 – V. “<em>Mitologia degli alberi</em>” di Jacques Brosse (Bur), in particolare il capitolo “<em>La scala mistica</em>”.<br />
2 – Stan Steiner, <em>Uomo bianco scomparirai</em>, Jaca Book.<br />
3 – Tratte dal numero 65 della rivista «<em>3ème Millénaire</em>» (trad. di Luciana Scalabrini)</p>
<p>Articolo pubblicato sul numero 80 di <a href="http://www.ellinselae.org" target="_blank">Ellin Selae</a> – per gentile concessione.<br />
Copyright: Franco Del Moro</p>
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		<title>Impietriti</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Apr 2008 06:16:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maneesha James</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte e Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Percorsi di ricerca]]></category>
		<category><![CDATA[arte]]></category>
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		<description><![CDATA[Manfredo sembra del tutto un eccentrico artista visionario, d&#8217;altra parte è chiaro come i suoi piedi siano ben radicati al terreno. A 25 km da Siena crea le sue sculture in pietra. L&#8217;incanto delle sue sculture liberano una magica e mistica energia che riporta alla mente antichi culti di venerazione della connessione dell&#8217;Uomo con la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/deva-manfredo.jpg" title="Deva Manfredo.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/deva-manfredo.jpg" alt="Deva Manfredo.jpg" align="left" hspace="6" /></a>Manfredo sembra del tutto un eccentrico artista visionario, d&#8217;altra parte è chiaro come i suoi piedi siano ben radicati al terreno. A 25 km da Siena crea le sue sculture in pietra. L&#8217;incanto delle sue sculture liberano una magica e mistica energia che riporta alla mente antichi culti di venerazione della connessione dell&#8217;Uomo con la Terra.</p>
<p>Manfredo sembra del tutto un eccentrico artista visionario. La sua lunga grigia capigliatura fa da cornice alla sua faccia quadrata scolpita dalle intemperie e illuminata da occhi di un blu intenso situati al di sotto di feroci sopracciglia.</p>
<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/impietriti-1.jpg" title="Impietriti 1.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/impietriti-1.jpg" style="margin-left: 6px; margin-right: 6px; width: 320px; height: 220px" alt="Impietriti 1.jpg" align="left" height="220" hspace="6" width="320" /></a></p>
<p>Ma se c&#8217;è l’odore di qualcuno di un altro mondo, d’altra parte è chiaro come i suoi piedi siano ben radicati al terreno….terreno che è situato in questo caso tra le colline italiane.</p>
<p>Tedesco di nascita, Manfredo ha vissuto per molti anni in un bellissimo centro di meditazione, Osho Miasto (a 25 km da Siena, in Toscana). Cosicché all’interno della vasta proprietà del centro, in zona collinare, ha iniziato a creare le sue sculture in pietra.<span id="more-421"></span></p>
<p>Alcune sono grandi e misteriose, alcune toccanti, ed altre giocose. Le ha poste qua e là, lungo un enorme labirinto di sentieri tessuto sulla gentile faccia della collina.</p>
<p>Quando gli propongo che ciò che fa con la sua arte è di “accrescere la bellezza delle pietre”, le sue sopracciglia contemporaneamente si curvano e con un senso di rimprovero mi informa che “tutta la natura è perfetta così com’è”.</p>
<p>Infatti considera il suo lavoro più che una trasformazione delle pietre, un portare attenzione alla loro bellezza ed individualità, ponendole in una giusta posizione in relazione anche ad altri perfetti aspetti della natura, come un ruscello, uno stagno, degli alberi particolari, e così via.</p>
<p>Egli sottolinea come “molti visitatori possono qui vedere l’arte in un ambiente di cui non sono abituati, giacché in genere è confinata alle gallerie o a altri luoghi formali.”</p>
<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/impietriti-2.jpg" title="Impietriti 2.jpg"></a></p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/impietriti-2.jpg" title="Impietriti 2.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/impietriti-2.jpg" alt="Impietriti 2.jpg" align="bottom" /></a></p>
<p>“Voglio portare testimonianza verso le cose che non sono utili. Ciò che faccio è coltivare la non utilità,” dichiara, ed infatti si riferisce al fatto che non si tratta del suo lavoro, ma del suo “gioco” …sebbene sia così intenso. Difatti il creare sculture di pietra lo soddisfa a diversi livelli.</p>
<p>“Per me è una passione, finanche una ossessione, che con gli anni è venuta fuori ed è diventata sempre più complessa.</p>
<p>“Voglio portare più bellezza e pace nel mondo – Manfredo vuol dire “un uomo di pace” – perché c’è un tale caos e c’è bisogno che noi lo controbilanciamo. Quando vedo il piacere dei visitatori verso il bosco, sento che il mio invito verso la bellezza e la pace è stato accolto.</p>
<p>“Godo del fatto che la gente possa godere della mia arte, mi tocca il cuore. Per esempio, le persone arrivano con quasi nessuna idea di ciò che stanno per scoprire, sono semplicemente curiose, ma in qualche maniera distanti; pagano un piccolo contributo per l’ingresso, entrano e, dopo una o due ore, i loro occhi brillano, sorridono e dicono: “è stato bellissimo!”</p>
<p>Lo spazio al di là del luogo.</p>
<p>Ma Manfredo non è solo un artista. La meditazione è stato un pilastro della sua vita da molti anni, ed è questa dimensione che lo porta alla sua “Traumwald” (Selva di Sogno) e che lo fa sempre più unico.</p>
<p>Egli ritiene che per gli artisti il loro lavoro sia spesso fine a se stesso, ma non per lui: “L’arte è uno dei molti strumenti a noi disponibili per allargare la nostra visione, ed il nostro essere. Mi piace accrescere il silenzio, non mi piacciono le persone che parlano mentre camminano per il bosco; noto come si distraggono. Mi piace il silenzio e l’essere in uno stato recettivo.</p>
<p>“Vorrei che i visitatori andassero via non solo con una impressione visiva del bosco, ma anche del gusto e della fragranza dello spazio interiore che lo ha ispirato. Talvolta sento lo spazio degli alberi essere molto elementare, arcaico… mi ricorda gente di culture passate. Spero che la meditazione li aiuti a riconnettersi con qualcosa che hanno perso… qualcosa che la cristianità ha aiutato a distruggere. Sento che questo luogo è antico, pagano, e sono sicuro che mi sto riconnettendo con quella energia.”</p>
<p>Certamente dopo aver trascorso una o più ore vagando per i sentieri della collina, si può sentire come abbia creato o, come lui preferisce dire, “liberato” una magica e mistica energia che riporta alla mente antichi culti di venerazione della connessione dell’Uomo con la Terra.</p>
<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/impietriti-3.jpg" title="Impietriti 3.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/impietriti-3.jpg" alt="Impietriti 3.jpg" align="right" hspace="6" /></a>Per permettere alle persone che non hanno mai meditato di connettersi con quell’ aspetto di silenzio, Manfredo ha avuto l’idea di definire piccole tecniche di meditazione da fare vicino ad alcune delle sue sculture. Vicino a quelle che suggeriscono un certo ambiente, e dove è anche possibile stare in piedi, sedersi o anche sdraiarsi – ci sono le istruzioni per le diverse tecniche suggerite.</p>
<p>Ad esempio entrando nel bosco, in prossimità della prima scultura, vi sono le informazioni per una meditazione in cui tu stai in piedi o seduto per un attimo, con gli occhi chiusi. Quindi visualizzi o senti di poter porre tutti i tuoi affari, le tue preoccupazioni, ansietà, dubbi, ai piedi della scultura, cosicché puoi sentirti svuotato e libero di poterti godere l’ora che seguirà.</p>
<p>“La natura è così ricca, e dentro noi siamo anche così ricchi” secondo Manfredo. “Dobbiamo semplicemente scoprire questo tesoro interiore. La foresta è una rappresentazione di ciò che è dentro e ciò che è fuori, e le due parti sono profondamente intrecciate.</p>
<p>“Credo che la maggior parte dei visitatori prima non avevano avuto nessuna esperienza di meditazione, così il bosco è un modo per introdurla a persone che altrimenti si potrebbero sentire intimidite da essa, inoltre essendo il tutto all’aperto non risulta minaccioso ed è più tangibile.”</p>
<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/impietriti-4.jpg" title="Impietriti 4.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/impietriti-4.jpg" alt="Impietriti 4.jpg" align="left" hspace="6" /></a>Naturalmente i visitatori non sono obbligati a meditare. Alcuni possono preferire semplicemente viversi il bosco come una affascinante passeggiata, altri potranno provare solo una o due tecniche.<br />
Manfredo ha creato una gran quantità di enormi mandala. Alcuni di essi sono localizzati sulla sua collina, ma ne ha realizzati tanti anche in occasione di diverse manifestazioni in giro per l’Italia, e di oltre trenta mostre in Italia e Germania, ha anche venduto qualche opera , persino a un convento, e a privati.</p>
<p>Le fa in modo spontaneo, persino in spiagge deserte dove saranno sicuramente spazzate via dalla marea, e spiega che i mandala sono simboli di centratura della nostra consapevolezza:</p>
<p>“Manda in sanscrito significa ‘essenza’ e la significa ‘percezione’. Penso che loro esistano già da prima della venuta dell’uomo, infatti puoi vedere mandala naturali in natura. Il suo naturale bisogno di centrarsi – questo è il significato spirituale…</p>
<p>“Sono stati trovati in tutte le culture del mondo; i buddisti tibetani dicono che la presenza di un mandala diffonde energia positiva nell’ambiente circostante. È considerato vantaggioso per l’introspezione, l’espansione, e l’armonia. Il mandala ha la tendenza di attirarci verso il suo centro, che è un luogo dove tempo e spazio non esistono più. Così sono fatti per sedersi vicino e essere guardati.”</p>
<p align="center"><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/impietriti-5.jpg" title="Impietriti 5.jpg"></a></p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/impietriti-5.jpg" title="Impietriti 5.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/impietriti-5.jpg" alt="Impietriti 5.jpg" /></a></p>
<p><strong>Feedback</strong></p>
<p>Manfredo non ha tenuto il conto di quanti visitatori sono stati finora attratti dal bosco. Ma giudicando dal libro su cui lui invita scrivere i propri feedback, ce ne sono stati tanti. Vengono da diverse parti d’Italia, così come dal resto d’Europa, degli Stati Uniti, Gran Bretagna, Australia, Nuova Zelanda, Israele e Giappone. Di seguito c’è una selezione dei messaggi lasciati su questo libro:</p>
<p>“Una affascinante esposizione che attraversa le culture orientali e occidentali.”<br />
“La natura al suo massimo.”<br />
“Grazie per questo fragile sogno senza fine.”<br />
“Sei stato capace di rivelare l’invisibile, l’inconfutabile umanità delle pietre.”<br />
“Poemi nel paesaggio.”<br />
“Sono andate così nel profondo che mi hanno veramente toccato.”<br />
“Non ci sono parole… è stato sufficiente il solo guardarle.”<br />
“Il bosco è come un simbolo per il genere umano – così tanti diversi colori e forme unite dalle leggi della natura.”<br />
“Semplicemente amo le tue cose.”<br />
“Queste sculture contemporanee hanno qualcosa di geniale.”<br />
“Come essere in un sogno senza tempo.”<br />
“Pura pazzia… i miei rispetti!”<br />
“È come se le pietre si fossero risvegliate.”<br />
“Una meravigliosa rivelazione dal mondo interiore, ed un commento ispirato sul significato della vita.”<br />
“Attraverso la tua arte ho veramente provato il silenzio… Ho sentito la presenza del divino.”<br />
“È una meditazione in solitudine – la solitudine essenziale dell’uomo con la natura.”<br />
“Semplicemente galattico! Mai visto qualcosa di simile. La mia ammirazione verso i sassi è cresciuta ancora di più.”<br />
“Strabiliante!”<br />
Il parco di sculture Dreamwoods/Selva di Sogno si trova vicino la Colonna di Montarrenti sulla collina di Cotorniano/La Selva fra Casole d&#8217;Elsa, Chiusdino e Rosia vicino SIENA<br />
Info tel: 333-4330183 permettersi almeno 1-2 ore per visitarlo; un intero pomeriggio è ancora meglio. E ricordatevi di portare i vostri bambini, (ma non gli animali), lo ameranno!</p>
<p><a href="http://www.devamanfredo-stoneart.com/">www.devamanfredo-stoneart.com</a><br />
e-mail: <a href="mailto:devamanfreedo@hotmail.com">devamanfreedo@hotmail.com</a></p>
<p>Copyright per l&#8217;edizione originale: Maneesha James <a href="http://www.maneeshajames.com/">http://www.maneeshajames.com/<br />
</a>Traduzione di Dayita Dell’aquila</p>
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		<title>Richard Gere e il suo impegno per il Tibet</title>
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		<pubDate>Sat, 15 Mar 2008 10:24:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Trish Deitch Rohrer</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte e Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Coscienza del mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Dharma e dintorni]]></category>
		<category><![CDATA[AIDS]]></category>
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		<category><![CDATA[Tibet]]></category>

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		<description><![CDATA[Il questi giorni problematici per il Tibet presentiamo un articolo che narra l&#8217;impegno concreto di Richard Gere per il popolo tibetano. Inflessibile con se stesso e generoso con gli altri, Gere è una di quelle rare persone che, giunte in cima alla scala sociale, sa cosa conta davvero. Attivamente impegnato in numerosi progetti per gli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/richard-gere.gif" title="richard gere.gif"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/richard-gere.gif" alt="richard gere.gif" align="left" hspace="6" /></a>Il questi giorni problematici per il Tibet presentiamo un articolo che narra l&#8217;impegno concreto di Richard Gere per il popolo tibetano.</p>
<p>Inflessibile con se stesso e generoso con gli altri, Gere è una di quelle rare persone che, giunte in cima alla scala sociale, sa cosa conta davvero. Attivamente impegnato in numerosi progetti per gli aiuti al Tibet, sa integrare la sua figura pubblica hollywoodiana con i richiami più profondi del suo cuore.<span id="more-577"></span></p>
<p>“Presto il terribile Signore della Morte ti leverà tutte le ricchezze terrene”, dice l’insegnamento buddista preferito da Richard Gere, “quindi in questo stesso istante – è quasi troppo tardi! – pratica il dharma e compi azioni virtuose”.</p>
<p>Inflessibile con se stesso e generoso con gli altri, Gere è una di quelle rare persone che, giunte in cima alla scala sociale, sa cosa conta davvero.</p>
<p>Pochi anni fa, a Nuova Delhi, un bambino di quattro anni venne abbandonato negli uffici di un’organizzazione per l’assistenza e la prevenzione dell’AIDS, chiamata “Naz”, un termine urdu per “orgoglio”. Si scoprì che entrambi i genitori del bambino erano morti di AIDS e che lui stesso era sieropositivo. I parenti avevano adottato il fratello maggiore – non infetto – ma non avevano voluto il bambino malato.</p>
<p>«Il bambino fu abbandonato nei locali del nostro ufficio», racconta Anjali Gopalan, direttore amministrativo del Naz, «e andai completamente fuori di testa». Gopalan divenne la tutrice legale del bambino e, ispirata da lui, fondò la “Casa di assistenza per donne e bambini malati di AIDS”: il primo e forse unico centro residenziale in tutta l’India per le malate terminali di AIDS e i loro figli sieropositivi e/o orfani, il cui numero è in costante crescita.</p>
<p>La Casa di assistenza è finanziata, in parte, dalla Fondazione Iniziative Richard Gere, la nuova istituzione pubblica di carità affiliata alla Fondazione Gere, creata undici anni fa e di carattere privato. Quando intervistai Gopalan, aveva appena discusso con Gere lo sviluppo della Casa di assistenza. Attualmente, tutti i bambini vivono nello stesso edificio, che siano malati o meno. Una delle cose che Gopalan aveva appreso da quell’incontro fu che la Fondazione Iniziative avrebbe aiutato il Naz a trovare i fondi per affittare una seconda casa in cui i bambini avrebbero potuto vivere quando si sarebbero sentiti meglio.</p>
<p>«Quando stanno male, possono tornare alla Casa di assistenza», dice Gopalan con grande emozione nella voce. «Altrimenti, possono vivere a casa loro. <em>Capisci?</em>». Ride, felice. «Ora, con questo aiuto, potrò farlo. Che sollievo!».</p>
<p>Si stima che, nel 2010, milioni di bambini resi orfani dall’AIDS non avranno una casa. La speranza è che la Casa di assistenza del Naz costituisca un modello, qualcosa che altre organizzazioni possano imitare. Ecco l’idea che guida tutti i progetti finanziati da Gere (con la speranza che altre persone si uniscano ai finanziamenti): che tali progetti servano da modello, da esempio valido per le comunità locali, non solo in India, ma in tutti i paesi in via di sviluppo.</p>
<p>A proposito di Richard Gere, Gopalan dice, ridendo: «Quello che mi è più piaciuto, oggi, è che si tratta di una persona con i piedi molto per terra, decisamente in contatto con se stesso. Ciò mi ha dato una grande energia». Gopalan, sollevata, ride di nuovo: «Dentro di me pensavo: “Grazie a Dio, esistono persone così!”. Mantengono viva la tua fiducia negli esseri umani. Penso semplicemente che una persona come lui non dovrebbe essere così, cioè tanto gentile. Non esiste alcuna ragione per cui qualcuno debba comportarsi così».</p>
<p>La prima volta che incontrai Richard Gere ero seduta su una panchina di un parco, davanti alla stazione di una città piccola e graziosa, in cui non ero mai stata, all’interno dello stato di New York. Ciò avveniva nove mesi prima della mia telefonata ad Anjali Gopalan. Non avevo mai incontrato Gere né mi aspettavo di farlo, sebbene fossimo entrambi buddisti e io, per guadagnarmi da vivere, facessi la giornalista mondana. In ogni caso, stavo aspettando un passaggio per un centro del dharma, <em>Karmê Chöling</em>, cinque ore più a nord, da una donna chiamata Betty e che conoscevo appena. Betty era in ritado di 45 minuti. Ma poiché era una splendida mattina autunnale – con l’aria tersa e chiara – la lunga attesa non mi dispiaceva. Poi, come dovrebbe sempre succedere in giornate splendide come quella, Richard Gere si avvicinò e si presentò. Proprio così: spuntò dal nulla con un cappellino da baseball, sorrise con fare molto simpatico e chiese: «Sei Patricia?».</p>
<p>Beh, io sono Patricia, anche se nessun altro, all’infuori di mia madre, mi chiama in quel modo. In ogni caso, risposi di sì, al che lui tese la mano dicendo: «Io sono Richard».</p>
<p>OK. A volte la vita funziona così: improvvisamente arriva un’onda magica. Il suo viso era in sintonia con la giornata: pieno di buon umore. Pensai quanto fosse incredibile che Betty avesse mandato Richard Gere a prendermi. La mattinata era perfetta, e in quel modo lo stava diventando ancora di più. Mi disse: «Sei pronta?» e io risposi: «Certo». Allora prese la mia sacca da viaggio e ci dirigemmo verso il suo scintillante pick-up rosso, in fondo alla strada.</p>
<p>Perché Richard Gere mi stava dando un passaggio? Di sicuro, aveva cose migliori da fare. Gli chiesi: «Stai andando al Karmê Chöling?».</p>
<p>Eravamo già dentro il pick-up, entrambi ancora sorridenti e (apparentemente) felici di essere là in quel momento. Girò la chiave nel cruscotto, mi guardò e disse: «No». Feci un cenno col capo e cominciammo a muoverci in retromarcia, mentre lui guardava allo specchietto per essere sicuro che non ci fosse nessuno dietro di lui. Ogni cosa stava andando benissimo, tuttavia chiesi: «Ma… Conosci Betty, vero?».</p>
<p>Stavolta si fermò e mi guardò. I suoi occhi erano amichevoli e gentili. «No», disse.</p>
<p>Stavamo seduti là, uno di fronte all’altra, due buddisti che si guardavano, il giorno appena meno perfetto di prima, solo un po’ più strano. Poi lui disse: «Sei una massaggiatrice?», e pensai: «Oh, merda». «No», risposi. Ci fu un momento di silenzio, il sole scintillava attraverso gli alberi, un uccello cantava, una o due persone passarono camminando. Lui disse: «Ero venuto a prendere una massaggiatrice di nome Patricia per mia moglie». Erano possibili moltissime risposte, ma dissi semplicemente: «Non sono io».</p>
<p>Ripensando adesso a quel giorno, non so cosa facemmo. Forse sorridemmo, scrollammo il capo o non facemmo niente di tutto ciò. So soltanto che stavo bene seduta con lui, nonostante l’equivoco. Lui disse: «Ti aiuto con la borsa», e uscimmo dal pick-up. Venne dal lato mio e tirò fuori la sacca da viaggio dal pianale, posandola sul marciapiede. Insieme tornammo alla panchina, dove una donna stava aspettando. Le chiesi: «Ti chiami Patricia?» e lei rispose: «Sì». Quindi si volse verso di lui, lui verso di lei e la cosa finì là. Dopo che si furono allontanati, arrivò Betty.</p>
<p>Quando ci rincontrammo, otto mesi dopo, fu impossibile avvertirlo che ero la persona della panchina; tutto ciò che sapeva era che una giornalista stava arrivando nei suoi uffici di Manhattan per intervistarlo sulla sua nuova Fondazione Iniziative. Per cui, la prima cosa che disse quando si avvicinò per salutarmi, fu: «Noi ci siamo incontrati». Poiché vedevo che stava cercando di ricordare dove, glielo rammentai: una città graziosa, un giorno di autunno, la panchina di un parco, una massaggiatrice… Fece un salto all’indietro e rise.</p>
<p>Sebbene a New York facesse un caldo soffocante, nell’anticamera dei suoi uffici c’era un fresco piacevole. Tutt’intorno vi erano foto di Sua Santità il Dalai Lama e libri sul dharma. Indossava una giacca tipo jeans di velluto verde a coste sottili, una T-shirt bianca e pantaloni neri. «Eri tu», disse. Risposi di sì, alzando le spalle. «Devi essere molto fiduciosa», continuò, «per salire così in una jeep con uno sconosciuto».</p>
<p>Non risposi: «Non sei uno sconosciuto», perché in quel momento sarebbe stato troppo lungo da spiegare. Infatti, in quel giorno d’autunno, lui mi era sembrato molto familiare non solo perché avevo visto i suoi film, ma anche per la profondità della sua pratica e del suo studio buddisti. Erano la devozione ai suoi insegnanti e l’aderenza alla prospettiva buddista a non farne uno sconosciuto. Un compagno della Pratica era venuto a prendermi alla panchina vicino la stazione. Questo era ovvio.</p>
<p>«Ho incontrato Richard a Bodhgaya nel 1986», racconta Rinchen Dharlo, presidente del Fondo per il Tibet, «durante un seminario di Sua Santità il Dalai Lama. Un anno dopo venni trasferito a New York per essere il rappresentante del Dalai Lama e per guidare il locale Ufficio del Tibet. La Repubblica Popolare Cinese, potente membro del Consiglio di Sicurezza con diritto di veto, non ha mai permesso che la questione tibetana venisse sollevata in alcun forum delle Nazioni Unite. Ricordo che quando dicevi alla gente da dove venivi, la risposta era: “Tibet? Dov’è?”. Così era la situazione in quei giorni».</p>
<p>«Da allora, la situazione è cambiata, soprattutto grazie ai viaggi di Sua Santità in tutto il mondo, la realizzazione di alcuni film, le risoluzioni adottate dall’ONU, dal Congresso americano e dai parlamenti mondiali, i centri del dharma e i gruppi di sostegno nati e sviluppatisi in tutto il mondo. Parte del merito deve andare a Richard Gere, rimasto fermo e immutabile come un albero eloquente nella sua attività a favore della cultura tibetana».</p>
<p>Nel 1987 Gere fu co-fondatore della Casa del Tibet a New York dove, in un solo luogo, era visibile la cultura tibetana in tutte le sue sfumature. Secondo Dharlo, fu Gere a proporre il 1991 come “Anno internazionale del Tibet”. Dopodiché, egli cominciò una campagna con migliaia di eventi (tra cui discorsi pubblici, festival cinematografici, conferenze sul Tibet, spettacoli e programmi culturali) in tutto il mondo. All’epoca, Gere finanziò molti insegnamenti importanti, tra cui l’iniziazione di Kalachakra data da Sua Santità il Dalai Lama a New York. Allo stesso tempo, Gere era molto impegnato nella raccolta di fondi per la ricerca sull’AIDS e nelle campagne di sensibilizzazione contro le violazioni dei diritti umani nel mondo.</p>
<p>Da allora Gere, attualmente presidente della Campagna Internazionale per il Tibet, ha finanziato laboratori chirurgici mobili nel Tibet per curare la vista dei tibetani malati di cataratta; ha inviato aiuti di emergenza per l’India e il Tibet dopo che le tempeste di neve avevano ucciso la maggior parte del bestiame; ha sovvenzionato la pubblicazione di importanti libri buddisti, tra cui il capolavoro in due volumi di Tulku Ugyen, maestro di scuola Dzogchen, As It Is (Snow Lion Publications), <em>Carefree Dignity</em> di Tsoknyi Rinpoche (Snow Lion Publications) e decine di libri del suo insegnante, il Dalai Lama. Inoltre, ha iniziato e sostenuto la pubblicazione di <em>Storia di Ani-La, la monaca guerriera del Tibet</em>, di Ani Pachen con Adelaide Donnelley, l’eroica e commovente storia della compianta Ani Pachen, conosciuta come la monaca guerriera del Tibet.</p>
<p>Siamo seduti su due vecchie sedie imbottite intorno a un basso tavolino, nel grande ufficio privato di Gere, a una certa distanza dalla sua scrivania. Mi sto lamentando del caldo e della grande folla di New York, ma lui mi risponde citando il maestro dello studioso buddista Jeffrey Hopkins, Geshe Wangyal: «Sai cosa succede alla maggior parte di noi», dice Gere, «quando stiamo facendo la nostra meditazione e udiamo un suono, una voce umana, o qualcuno bussa alla porta e… <em>Porca miseria!</em>». Ride, e io con lui. «Bene, il primo impulso dell’insegnante di Hopkins era…», e qui Gere schiocca le dita, «Ah, un essere senziente! Ah! <em>Un essere senziente</em>!».</p>
<p>Quando Gere ti parla, ti guarda dritto negli occhi. È cortese, ma è evidente che sa essere inflessibile per quel che riguarda il dharma, per ciò che occorre a mantenere la prospettiva, e quando riconosce – per usare le sue parole – che stai facendo “cazzate” nella tua pratica.</p>
<p>Questo è ciò che ribadisce in continuazione: lui è un pigro, non è nulla di speciale. Non c’è dubbio che abbia studiato la sua mente e sappia quale compito erculeo sia il lavorare con essa.</p>
<p>Lodi Gyary, inviato speciale di Sua Santità il Dalai Lama a Washington, conosce Gere da venti anni e afferma che quest’ultimo è felicissimo di aver conosciuto il dharma, perché il cammino di Gere è estremamente difficile. «Vedi, tutte queste persone famose sono anche le più infelici. Soffrono a causa dell’importanza che attribuiscono a se stesse, a causa del loro ego. Poi arriva Gere, felicissimo perché è il famoso Richard Gere. Ma allo stesso tempo è in grado di condurre una vita davvero libera da ciò che molti dei suoi colleghi a Hollywood soffrono quotidiamente». Secondo Gyari, Gere è uno studente del dharma molto bravo. Rinchen Dharlo concorda, affermando che, sebbene Gere lo neghi, «egli è un grande studioso buddista, al livello dei professori più famosi». Non solo, Gere possiede una conoscenza approfondita della cultura tibetana, una conoscenza che, secondo Dharlo, rischia di andare «<em>perduta per sempre</em>».</p>
<p>«In questo paese», dice Dharlo, «molto spesso la gente adotta cause per uno o due anni, poi passa a un’altra causa. Richard non è così. Sta facendo questo con tutto il suo cuore. È molto compassionevole; l’insegnamento buddista lo ha cambiato in profondità».</p>
<p>Seduto nell’ufficio, Gere parla di un insegnamento che ama, “Il cibo per il cuore” di Kyabje Pabongka Rinpoche, e dice: «Fondamentalmente, questo insegnamento afferma: “Dì a te stesso la verità, perché su questo punto sei pieno di merda. Stai solo giocando. Vuoi la liberazione? Sei troppo codardo, sei pieno di merda”». Di nuovo, parlandomi, si piega in avanti. «Pensi di essere bravo perché conosci un po’ di dharma, hai letto qualche libro e incontrato degli insegnanti, ma sei pieno di merda. Non c’è nessuna saggezza autentica né alcuna rinuncia. Se il vento soffia, cadi in mille pezzi». Mi rimpicciolisco nella sedia e lui ricade ridendo nella sua. «Sto parlando di me», spiega.</p>
<p>Gli rispondo che trovo ciò che ha detto poco incoraggiante, e lui: «È la cortesia più grande dell’amore: la verità. Ma, in realtà, puoi farcela. Sei ci riesci, fatti coraggio. Una delle mie meditazioni più importanti è finalizzata al coraggio e alla determinazione, ad avere il <em>fegato</em> di fare ciò che va fatto».</p>
<p>È difficile non pensare a quando, subito dopo l’11 settembre 2001, Gere organizzò un concerto di beneficenza al Madison Square Garden per le famiglie dei poliziotti e dei pompieri uccisi quel giorno. Paragonando i pompieri e i poliziotti caduti ai bodhisattva, disse: “Non si chiedono se sei buono o cattivo; non si chiedono qual è la tua religione; non si chiedono nemmeno a quale razza appartieni. Salvano chiunque”. Poi, chiedendo che l’America rispondesse alla tragedia con l’amore e la compassione, anziché con la vendetta, venne subissato di fischi. Quella fu una cosa che richiese coraggio.</p>
<p>Prova a immaginare: Gere, da giovane, che vive in un appartamento malridotto a New York e legge filosofia cercando di capire perché la vita sia così dolorosa, finché si imbatte nel libro <em>Vita di Milarepa</em>; poi comincia a meditare a 24 anni con un insegnante Zen, Joshu Sasaki Roshi, e s’incammina sul sentiero con tutta l’ambizione che deve aver avuto per diventare una stella del cinema americano. Deve aver avuto il diavolo addosso.</p>
<p>Immaginalo, in questo stato, partire per l’India e incontrare, nel 1981, l’uomo che sarebbe diventato il suo guru principale, Sua Santità il Dalai Lama, una persona che secondo Gere è «la più genuinamente priva di ego che abbia mai incontrato».</p>
<p>«E non in un senso ovvio», continua. «È semplicemente così, completamente spontaneo nella sua presenza. L’unica ragione per cui è qua è aiutarti…», ride, stupito, «a raggiungere la felicità. Ed è straordinario. In una giornata incontra un centinaio di persone, ma nei pochi momenti che può concederti, qualcosa accade. E senti immediatamente da parte sua quell’impegno, anche se si tratta di cose che non lo riguardano minimamente». Gere si avvicina e ride. «Riesci a immaginarlo? Pensare sempre, <em>sempre</em>: “Come posso aiutarti?” Sì: “<em>Come posso aiutarti</em>”?».</p>
<p>Negli ultimi tre anni, la Fondazione Gere ha comprato assicurazioni contro le malattie per quasi mille monaci e monache indigenti negli insediamenti tibetani del sud dell’India, nella speranza che questi uomini e donne siano in grado di insegnare per altri venti o trenta anni. Ma il Dalai Lama ha detto chiaramente a Gere che vuole che tutti i tibetani bisognosi in esilio siano coperti. «Per cui vogliamo espandere alla popolazione laica», dice Gere, «il modello che ha funzionato nei monasteri e nei conventi».</p>
<p>«Capisco che, per quanti film possa fare», continua, «non avrò abbastanza soldi per pagare tutte queste cose. Quindi, la Fondazione Iniziative ha davvero bisogno dell’aiuto e dell’esperienza degli altri, in modo da espandersi in una visione molto più grande di quella che posso realizzare da solo».</p>
<p>Un altro progetto ambizioso è il disinquinamento ambientale della città di Dharamsala, nell’India del nord, residenza del Dalai Lama e sede del governo tibetano in esilio. Migliaia di rifugiati tibetani e pellegrini internazionali passano ogni anno attraverso la piccola stazione collinare, e l’ambiente ne viene messo a dura prova. Non esiste una vera gestione dei rifiuti solidi, l’acqua è chimicamente e microbiologicamente inquinata, il suolo nelle foreste intorno a Dharamsala si sta erodendo.</p>
<p>Gere e i suoi compagni hanno fondato un’agenzia svizzera, la Sandec, che l’anno scorso è andata gratuitamente a Dharamsala, ha studiato le condizioni ambientali e ha progettato un piano di intervento ambientale per il Ministero Tibetano del Welfare. La prima fase è la programmazione dei rifiuti solidi: alla comunità locale è stato spiegato come differenziare i rifiuti solidi da quelli organici, i bambini delle scuole sono stati reclutati per aiutare a pulire la città, sono stati acquistati camion per il trasporto dei rifiuti ed è stato negoziato con l’amministrazione municipale indiana un accordo per raccogliere i rifiuti dell’area.</p>
<p>La Fondazione Iniziative ha fornito i primi finanziamenti per il piano di intervento e sta cercando dei partner per esportare il modello agli altri insediamenti tibetani. Il Ministero del Welfare fornisce l’infrastruttura operativa, mentre lo sviluppo generale del progetto è gestito dalla sorella del Dalai Lama, Jetsun Pema, direttrice del Villaggio dei Bambini Tibetani.</p>
<p>Secondo Robyn Brentano, direttore della Fondazione Iniziative, il piano di intervento ambientale è tra i più avanzati dal punto di vista dell’aiuto internazionale. «Non si tratta solo di portare tecnologia e imporla alla situazione locale», dice Brentano, «ma di vedere come sviluppare le risorse locali». Se il Ministero Tibetano del Welfare può guadagnare qualcosa raccogliendo i rifiuti solidi, c’è speranza che il programma sarà in grado di sostenersi da solo, piuttosto che appoggiarsi indefinitamente su istituzioni come la Fondazione Iniziative».</p>
<p>Mi chiedo a voce alta, durante la mia conversazione con Gere: «Pensavo che la sofferenza fosse alleviata dalla comprensione del vuoto, del non-sé. Non è che questo lavoro», gli chiedo, «si limita ad alleviare temporaneamente le sofferenze di pochi esseri umani?».</p>
<p>Risponde: «Da un punto di vista pratico, se la gente è affamata, maltrattata e torturata, se non esistono né pace né libertà, che possibilità ci sono di cominciare a considerare la natura del sé, del vuoto, di una prospettiva?». Mi guarda sorridendo e continua: «Vedi, alla fine siamo tutti al servizio l’uno dell’altro. Fino a quando non saremo tutti liberi dalla sofferenza, nessuno di noi lo sarà. Giusto? Siamo tutti connessi».</p>
<p>Parlare del dharma con una stella cinematografica è qualcosa di così raro che mi emoziono in modo quasi ridicolo. Ho voglia di saltare su e giù sulla sedia e battere le mani. Per il mio lavoro ho parlato con parecchie celebrità, ma nessuna ha mai fatto cenno all’origine interdipendente.</p>
<p>«Quindi, anche se desideriamo la nostra sicurezza», va avanti, «dobbiamo aiutare tutti gli altri a raggiungere la felicità. Questo è un modo molto egoista di considerare il dharma. Ma almeno è un modo intelligente. È egoismo intelligente».</p>
<p>Una delle priorità di Gere è raccogliere, autenticare, catalogare digitalmente e archiviare tutto il materiale esistente e futuro – discorsi, conferenze, insegnamenti religiosi, fotografie e così via – sulla vita, gli insegnamenti e le attività del Quattordicesimo Dalai Lama.</p>
<p>«Quando pensi al fatto che abbiamo davanti a noi un simile essere», dice Gere, «e che esiste un’enorme quantità di materiale durante la sua vita, proteggere quel materiale diventa un compito incredibilmente importante per le generazioni future».</p>
<p>Una delle prime donazioni fatte da Gere a questa causa particolare fu l’acquisto di un nuovo microfono, anni fa, per il traduttore del Dalai Lama. «Aveva un piccolo microfono», ricorda Gere, «con un cavo a modulazione di frequenza incollato e rincollato con nastro adesivo un centinaio di volte. Gli chiesi: “Quando hai preso questa roba?”, e lui rispose: “Non lo so, me l’ha donata un tedesco circa dieci anni fa, ma si è rotta in continuazione”. Allora dissi: “Posso offrirtene uno?” “Sì, per favore”. Gli comprammo una nuova attrezzatura e tornò al lavoro. Senza tali traduzioni, migliaia di noi sarebbero perduti. E bastò acquistare un trasmettitore a modulazione di frequenza da duecento dollari».</p>
<p>I primi fondi della Fondazione Iniziative per l’Archivio Centrale di Sua Santità il Dalai Lama serviranno per il controllo termico del luogo in cui saranno temporaneamente tenuti gli archivi; inoltre, saranno usati per pagare le attrezzature e lo staff.</p>
<p>«C’è qualcosa di simile a una camera blindata?» chiedo, e Gere ride. «No, non c’è nulla. Probabilmente ci saranno solo delle scatole in qualche stanza sul retro, chi lo sa? Non hanno alcun modo di conservare gli archivi in modo appropriato».</p>
<p>La strada per l’Archivio Centrale è ancora lunga, ma alla fine Gere vuole che tutto il lavoro del suo insegnante – di fatto, tutto il lavoro dei grandi lama – sia disponibile gratuitamente in Internet, in modo che ognuno, «incluso un nomade del Kham con una batteria solare e un computer portatile», possa accedervi. Per ottenere questo, Gere vuole riunire gli sforzi di tutti i buddisti del mondo che finora hanno operato separatamente, spesso all’insaputa l’uno dell’altro. Aiutare la gente a lavorare insieme, evitando i duplicati: la connessione è ciò che Gere sente di potere offrire meglio.</p>
<p>«In questa stanza abbiamo fatto delle riunioni straordinarie», dice. «Gente straordinaria. Connessioni». Gere schiocca le dita di nuovo, per cinque volte: snap, snap, snap, snap, snap. «Sì, possiamo fare qualcosa. Molte personalità che vogliono lavorare con gente concreta, poi…», batte forte le mani una volta: «È fatta».</p>
<p>Una azienda con cui Gere è riuscito a entrare in contatto – forse non quella che ti aspetteresti impegnata nella liberazione di tutti gli esseri senzienti – è stata America Online. Nel 1999, quando Gere fu tra gli organizzatori della visita del Dalai Lama a New York, AOL acconsentì a mostrare per un attimo il volto di Sua Santità sul monitor di tutti i suoi utenti, nell’istante in cui si collegavano al loro indirizzo di posta elettronica. Ciò durò cinque giorni.</p>
<p>«Stavamo sponsorizzando l’evento», dice, «ma la cosa funzionò a un altro livello, totalmente non-concettuale», qui Gere fa il suono di un razzo che attraversa a tutta velocità lo spazio, <em>phooosh</em>! «Un essere illuminato. Che tu lo sappia o no. Ti connetti e <em>phooosh</em>! Anche se volevi cancellarlo, è già successo. Sei stato colpito da un essere illuminato».</p>
<p>Quell’evento, che secondo Gere avrebbe potuto attirare 15.000 persone, ne richiamò 200.000. Nell’autunno del 2003 la Fondazione Iniziative, insieme al Centro del Tibet e alla Fondazione Gere, organizzerà un’altra visita simile. Questa volta il Dalai Lama terrà un insegnamento di quattro giorni su <em>La grande esposizione dei canoni</em> di Jamyang Shayba e sulla<em> Ghirlanda di gemme del bodhisattva</em> di Atisha. Ci sarà anche un discorso pubblico e gratuito al Central Park, per accompagnare il quale Gere e il compositore Philip Glass stanno organizzando un concerto di beneficenza a favore dei tibetani poveri dell’India, del Tibet e del Nepal.</p>
<p>Un paio di anni fa girò la voce che Gere stesse per abbandonare la carriera di attore e farsi monaco. Quando gli chiedo se ha mai preso in considerazione l’ipotesi di abbandonare la recitazione e dedicarsi alla pratica, ride sonoramente, quindi resta seduto in silenzio. «Sì, certo», dice alla fine. «Penso che tutti coloro che sono stati toccati da un insegnante abbiano sentito…». Mi guarda, poi dice che quando “i tibetani” udirono la voce che stava per farsi monaco, alcuni furono sconvolti e gli dissero: «Per favore, non farlo. Abbiamo bisogno di te». Ride ancora. «Non è vero che stessi per farmi monaco. Ma era chiaro che il ruolo che ho ancora adesso era prezioso. E la verità è che la via per la libertà sta passando attraverso questo».</p>
<p>Apre le mani verso la stanza in cui è seduto. «È molto facile per noi ritirarci in una caverna o in una sua qualche versione moderna; da un certo punto di vista, è facilissimo fuggire dalla tua mente. Quindi ho scoperto – specialmente per una persona pigra come me – che interagire sempre con la gente, quando affiora la rabbia», schiocca le dita, «l’impazienza», snap, snap, snap, «tutto ciò per me è un ottimo modo di imparare, di vedere la mia mente. Il mondo non ti permette di evitare granché. È uno specchio costante».</p>
<p>«È brutto non avere responsabilità», dice Gere alla fine, «ma io mi sento responsabile. Sprecare questa vita umana sarebbe una cosa terribile».</p>
<p>Dopo il nostro incontro, mi sta accompagnando all’ascensore. È un passo dietro di me nel corridoio e cammina così silenziosamente che mi accorgo a stento della sua presenza. Improvvisamente lo sento darmi una pacca tra le scapole. Lo guardo, è leggermente accucciato come un vecchio monaco che cammina dietro di me. Ride: «Il mio nome è Patricia», dice quasi con incredulità, pensando al nostro primo incontro, «il mio nome è Patricia».</p>
<p>Mi metto la mano sulla spalla per interrompere le sue pacche, ma lui me ne dà un’ultima, questa volta battendo sul mio palmo aperto, e mi lascia ridendo, con un divertente, simpatico “cinque” all’indietro.</p>
<p><em>Per contattare la “Fondazione Iniziative”: 341 Lafayette Street, Suite 4416, NY, NY 10012. <a href="http://www.gerefoundation.org">www.gerefoundation.org</a></em></p>
<p><strong>Cibo per il cuore</strong></p>
<p>Incoraggiamento tramite il ricordo dell’impermanenza</p>
<p>Strofe da uno degli insegnamenti preferiti di Richard Gere, di Kyabje Pabongka Rinpoche</p>
<p>Ah, il dolore!<br />
Lama misericordioso, osserva quest’infelice<br />
Come ho vissuto e come mi sono ingannato per tutta la vita.<br />
Per favore, considera questo sciocco con compassione.<br />
Il consiglio essenziale da dare a te stesso – il cibo per il cuore –<br />
Tienilo nelle profondità del tuo cuore.<br />
Non distrarti; non distrarti!<br />
Rifletti sullo stato della tua vita dalla goccia essenziale del tuo cuore.<br />
Nell’esistenza ciclica e senza inizio, che finora non ha conosciuto fine<br />
Anche se hai sperimentato cicli infiniti di rinascite –<br />
Nient’altro che innumerevoli variazioni di felicità e dolore –<br />
Da esse non hai ottenuto il minimo beneficio.<br />
E sebbene ora hai raggiunto quella ricchezza e quell’agio cosi difficili da trovare,<br />
Sempre, finora, essi sono finiti e sono andati perduti, rivelandosi vuoti e senza significato.<br />
Adesso, se ci tieni a te stesso,<br />
È arrivato il tempo di praticare l’essenza della felicità futura: le azioni virtuose.<br />
Sembri molto bravo, intelligente, astuto, ma sei uno sciocco<br />
Fino a quando ti aggrappi al gioco infantile delle apparenze di questa vita.<br />
Improvvisamente sei sopraffatto dal terribile Signore della Morte<br />
E, senza speranza né mezzi per resistere, non puoi fare nulla.<br />
Questo è ciò che ti accadrà!<br />
[…]<br />
Ora! Non distrarti!<br />
Questo stesso istante è il tempo di fortificare la tua volontà.<br />
Non solo è il tempo: è quasi troppo tardi.<br />
Adesso! Adesso!<br />
Applicati con grande forza!<br />
Sacro precetto del lama, padre benevolo;<br />
Cuore delle scritture autorevoli del Vittorioso Losang;<br />
Pratica del puro sentiero del sutra e del tantra completi;<br />
È tempo di porre l’esperienza autentica nel flusso della tua mente.<br />
Chi è più veloce:<br />
Yama, il Signore della Morte,<br />
O te, quando nella pratica realizzi l’essenza del tuo sogno eterno –<br />
Il benessere tuo e degli altri, ogni giorno il più possibile?<br />
Unificando le tre porte del corpo, del linguaggio e della mente,<br />
Metti ogni sforzo nella tua pratica.</p>
<p>Tradotto dal tibetano da Lama Thubten Zopa Rinpoche e Gelong Jampa Gendun. Pubblicato negli Stati Uniti da “Wisdom Publication”.</p>
<p><strong>Per praticare la generosità</strong></p>
<p>Si dice: “La generosità è la virtù che produce la pace”. I sutra Pali indicano che quando il Buddha si rivolgeva a un nuovo uditorio, tradizionalmente cominciava con una discussione sulle virtù della<em> dana</em>, il donare o la generosità. Nello hinayana, il Buddha insegna che si può vincere il desiderio e raggiungere la liberazione attraverso la pratica della generosità. Nel mahayana, la generosità è la prima delle sei paramita, o perfezioni, sviluppate sul cammino del bodhisattva.</p>
<p>Se donare è un fondamento della pratica spirituale, quali sono le cause meritevoli per le quali i buddisti compiono le loro donazioni? Tra le molte organizzazioni e cause degne di sostegno, ve ne sono alcune che hanno uno specifico orientamento buddista. Ecco un esempio:</p>
<p><strong>Azione sociale</strong></p>
<p><strong>La Fondazione Greyston</strong>. “Greyston” è una rete di società con e senza fini di lucro avviata nel 1982 come una piccola panetteria gestita da studenti Zen. Oggi è un’organizzazione da 13 milioni di dollari che fornisce lavoro, case, servizi sociali e assistenza sanitaria ai poveri.</p>
<p>Westchester Country, NY 21 Park Avenue, Yonkers, NY 10703; <a href="http://www.greyston.org">www.greyston.org</a></p>
<p><strong>Fratellanza buddista per la pace </strong>(BPF). La BPF è un’organizzazione gestita dai suoi aderenti per un “buddismo socialmente impegnato”. Essa sostiene un buon numero di progetti e di società affiliate. A livello internazionale, la BPF promuove i diritti umani in molti paesi, soprattutto in Bangladesh, Birmania, Vietnam e Tibet. Negli Stati Uniti, i progetti comprendono servizi di volontariato e un programma di formazione per attivisti, un progetto sulle prigioni e “Turning Wheel”, una rivista trimestrale. PO Box 4650, Berkeley, CA 94704; <a href="http://www.bpf.org">www.bpf.org</a></p>
<p><strong>Tibet</strong></p>
<p><strong>Campagna Internazionale per il Tibet</strong> (ICT). L’ICT opera a livello legale con ricerche sulla dominazione cinese in Tibet e missioni per accertare i fatti in India, Tibet e Nepal; notizie sul Tibet e testimonianze rese a organi nazionali e internazionali. 1825 K Street NW, Suite 520, Washington, DC 20006; <a href="http://www.savetibet.org">www.savetibet.org</a></p>
<p><strong>Rete di informazioni sul Tibet</strong>. USA. Servizio indipendente di notizie e ricerche sulla condizioni politiche, sociali, economiche, ambientali e dei diritti umani in Tibet. PO Box 2270, Jackson, WY 83001; <a href="http://www.tibet-info.net">www.tibet-info.net</a><br />
<strong><br />
Fondo per il Tibet</strong>. Creato nel 1981, il Fondo per il Tibet sostiene programmi per lo tutela della salute e lo sviluppo dell’educazione e dell’economia nel Tibet e nelle comunità tibetane in esilio. 241 East 32nd Street, New York, NY 10016; <a href="http://www.tibet-fund.org">www.tibet-fund.org</a></p>
<p><strong>Progetto “Monache tibetane”</strong>. Il progetto per le monache tibetane fornisce cibo, vestiti, case, istruzione e assistenza medica di base alle monache esuli dal Tibet. Fondato nel 1987, il Progetto aiuta le monache di cinque conventi, tutti di diverse tradizioni tibetane. 2288 Fulton Street, #312, Berkeley, CA 94704; <a href="http://www.tnp.org">www.tnp.org</a></p>
<p><strong>Ospizi</strong></p>
<p><strong>Progetto “Ospizio Zen”</strong> (ZHP). Lo ZHP fornisce servizi di ospizio, inclusi programmi di assistenza domiciliare e di volontariato, nell’area di San Francisco. Offre anche corsi di educazione pratica, emotiva e spirituale su temi collegati all’assistenza delle persone morenti. 273 Page Street, San Francisco, CA 94102; <a href="http://www.zenhospice.org">www.zenhospice.org</a></p>
<p><strong>Progetto buddista AIDS </strong>(BAP). Fornisce informazioni mediche e spirituali per tutti coloro che vivono con l’HIV/AIDS, comprese famiglie, amici e assistenti. Tra i volontari del BAP vi sono dottori, bodyworker, terapisti e insegnanti di meditazione. 555 John Muir Drive, Suite 803, San Francisco, CA 94132; <a href="http://www.buddhistaidsproject.org">www.buddhistaidsproject.org</a></p>
<p><strong>Prigioni</strong></p>
<p><strong>Rete del dharma nelle prigioni</strong>. Una rete comprendente carcerati, volontari e operatori correttivi finalizzata ad aiutare i detenuti nella pratica e nello studio del buddismo e di altre discipline contemplative. Offre seminari in tutti gli Stati Uniti e distribuisce libri del dharma (ricevuti in offerta) ai detenuti e alle librerie delle cappelle carcerarie. PO Box 4623, Boulder, CO 80306; <a href="http://www.prisondharmanetwork.org">www.prisondharmanetwork.org</a></p>
<p><strong>Programma per le prigioni “Monastero Zen in Montagna”</strong> (ZMM). Il monastero Zen in Montagna di John Daido Loori fornisce sostegno e guida al Sangha Nazionale Buddista delle Prigioni (NBPS), una rete nazionale di buddisti che operano volontariamente nelle prigioni locali. Lo ZMM gestisce la corrispondenza dei carcerati e distribuisce libri e cassette del dharma ricevuti in dono in tutto il Paese. PO Box 197, Mt. Tremper, NY 12457; <a href="http://www.zen-mtn.org/zmm/prison.htm">www.zen-mtn.org/zmm/prison.htm<br />
</a><br />
<strong>Fondazione per lo Zen impegnato </strong>(EZF). Fondata per favorire la pratica dello zazen nelle prigioni, la EZF è anche fautrice dell’adozione di tecniche di recupero da parte della giustizia criminale. La EFZ è in corrispondenza con 30 prigionieri nei bracci della morte di tutti gli Stati Uniti. PO Box 700, Ramsey, NJ 07446; <a href="http://www.engaged-zen.rg">www.engaged-zen.rg</a></p>
<p><strong>Ambiente</strong></p>
<p><strong>Consorzio “Dharma Gaia”</strong>. Finanzia e pubblicizza progetti ecologici di ispirazione buddista in Asia e nei paesi in via di sviluppo. Negli Stati Uniti educa le comunità buddiste a un comportamento ecologicamente responsabile. c/o Buddhist Peace Fellowship, Box 4650, Berkeley, CA 94740; <a href="http://www.rainforestjukebox.org/Projects/DGT/welcome.htm">www.rainforestjukebox.org/Projects/DGT/welcome.htm</a></p>
<p><strong>Istituto zen di studi ambientali</strong> (ZESI). Altro affiliato al Monastero Zen in Montagna, lo ZESI fornisce seminari, teoria e pratica sul buddismo Zen e sulla relazione di quest’ultimo all’ambiente. Possiede un santuario naturale sulle Catskill Mountains. PO Box 197, Mt. Tremper, NY 12457; <a href="http://www.mro.org/eco/index.html">www.mro.org/eco/index.html</a></p>
<p><strong>Editoria</strong></p>
<p><strong>Wisdom Publications</strong>. Ha ricevuto il mandato di conservare e tramandare importanti opere delle principali tradizioni buddiste. Wisdom Publications pubblica traduzioni di sutra, tantra, commenti e insegnamenti di maestri buddisti passati e contemporanei, oltre a opere originali di studiosi del buddismo. La sua organizzazione madre, la Fondazione per la Preservazione del Buddismo Mahayana, finanzia numerosi progetti di aiuto, istruzione, conservazione (oltre a progetti editoriali) in tutto il mondo. 199 Elm Street. Somerville, MA 02144; <a href="http://www.wisdompubs.org">www.wisdompubs.org</a></p>
<p>S<strong>now Lion/Fondazione Tsadra</strong>. Snow Lion, collegata alla Fondazione Tsadra, è la maggiore casa editrice dedicata alla conservazione della cultura e del buddismo tibetani. Le sue pubblicazioni includono tutte le scuole del buddismo tibetano, così come titoli popolari e accademici. PO Box 6483, Ithaca, NY 14851-6483; <a href="http://www.snowlionpub.com">www.snowlionpub.com</a></p>
<p><strong>Centro di documentazione sul buddismo tibetano</strong>. Il centro, diretto dal celebre studioso Gene Smith, possiede una delle collezioni di letteratura tibetana più grandi al mondo. Sta creando un archivio digitale di facile accesso. 115 Fifth Ave, 7th floor, NY, NY 10003; <a href="http://www.tbrc.org">www.tbrc.org</a></p>
<p>Trish Deitch Rohrer è direttrice amministrativa della rivista <em>Shambhala Sun</em>.</p>
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<p><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1924&amp;isbn=8838446970">Ani Pachen, Adelaide Donnelley. Storia di Ani-La, la monaca guerriera del Tibet. Piemme. 2000. ISBN 8838446970</a></p>
<p><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1924&amp;isbn=8804490616">Rechung; Dorje Gyurme; Tagpa. Vita di Milarepa. Mondadori. 2001. ISBN 8804490616</a></p>
<p><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1924&amp;isbn=8887622280">Dalai Lama. Dzogchen. L&#8217;essenza del cuore dalla grande perfezione. Amrita. 2003. ISBN: 8887622280</a></p>
<p><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1924&amp;isbn=8804519428">Dalai Lama. I consigli del cuore. Mondadori. 2003. ISBN: 8804519428</a></p>
<p><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1924&amp;isbn=8834415019">Dalai Lama. I precetti di vita del Dalai Lama. Armenia. 2003. ISBN: 8834415019</a></p>
<p><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1924&amp;isbn=8817868116">Dalai Lama. I sei stadi della meditazione. Rizzoli. 2001. ISBN: 8817868116</a></p>
<p><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1924&amp;isbn=8882895106%20%20">Dalai Lama. Il buddismo tibetano. Dottrina e pratica di una delle religioni più diffuse e seguite del mondo. Newton Compton. 2001. ISBN: 8882895106</a></p>
<p><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1924&amp;isbn=8817845329">Dalai Lama. Il senso dell&#8217;esistenza. Rizzoli. 2000. ISBN: 8817845329</a></p>
<p><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1924&amp;isbn=8873057454">Dalai Lama. Il sonno, il sogno, la morte. Neri Pozza. 2003. ISBN: 8873057454</a></p>
<p><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1924&amp;isbn=8834413083">Dalai Lama. Illumina la tua mente. Cambia il tuo modo di pensare se vuoi essere felice. Armenia. 2001. ISBN: 8834413083</a></p>
<p><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1924&amp;isbn=8838447640">Dalai Lama. Incontri dell&#8217;anima per cristiani e buddhisti. Piemme. 2000. ISBN: 8838447640</a></p>
<p><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1924&amp;isbn=8804486848">Dalai Lama. L&#8217;arte della felicità. Mondadori. 2001. ISBN: 8804486848</a></p>
<p><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1924&amp;isbn=8873058442">Dalai Lama. L&#8217;arte di essere pazienti. Il potere della pazienza in una prospettiva buddhista. Neri Pozza. 2002. ISBN: 8873058442</a></p>
<p><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1924&amp;isbn=8873806694">Dalai Lama. La via della liberazione. Il Saggiatore. 2000. ISBN: 8873806694</a></p>
<p><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1924&amp;isbn=8817128775">Dalai Lama. La via della tranquillità. Rizzoli. 2002. ISBN: 8817128775</a></p>
<p><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1924&amp;isbn=8820033046">Dalai Lama. Oceano di saggezza. Sperling &amp; Kupfer. 2002. ISBN: 8820033046</a></p>
<p><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1924&amp;isbn=8820032260">Dalai Lama. Parole dal cuore. Sperling &amp; Kupfer. 2001. ISBN: 8820032260</a></p>
<p><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1924&amp;isbn=887305899X">Dalai Lama. Ponti sottili. Neri Pozza. 2002. ISBN: 887305899X</a></p>
<p><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1924&amp;isbn=8817871397">Dalai Lama. Risposte sul senso della vita. Discussione con i buddhisti occidentali. Rizzoli. 2002. ISBN: 8817871397</a></p>
<p><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1924&amp;isbn=8804512385">Daniel Goleman, Dalai Lama. Emozioni distruttive. Liberarsi dai tre veleni della mente: rabbia, desiderio e illusione. Mondadori. 2003. ISBN: 8804512385</a></p>
<p>Copyright originale “Shambhala Sun” magazine <a href="http://www.shambhalasun.com/">www.shambhalasun.com<br />
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</a>Traduzione di Gagan Daniele Pietrini.<br />
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