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	<title>Innernet &#187; Toshan Ivo Quartiroli</title>
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	<description>Percorsi di consapevolezza e anima del mondo</description>
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		<title>Fotografarsi dentro</title>
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		<pubDate>Sun, 02 Oct 2011 08:12:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Toshan Ivo Quartiroli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte e Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Percorsi di ricerca]]></category>
		<category><![CDATA[fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[ritratto]]></category>
		<category><![CDATA[workshop]]></category>

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		<description><![CDATA[Enzo Dal Verme è un fotografo italiano che abita tra Parigi e Milano ed ha ritratto celebrità come Donatella Versace, Williem Dafoe o Bianca Jagger. Il suo lavoro è stato pubblicato sulle pagine di Vanity Fair, Marie Claire, Grazia, L’Uomo Vogue, Elle e di tante altre riviste. Per lui l’atto di fotografare è una sorta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2011/09/le-baiser-enzo-dal-verme.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1435" style="margin: 6px;" title="le-baiser-enzo-dal-verme" src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2011/09/le-baiser-enzo-dal-verme-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" /></a>Enzo Dal Verme è un fotografo italiano che abita tra Parigi e Milano ed ha ritratto celebrità come Donatella Versace, Williem Dafoe o Bianca Jagger. Il suo lavoro è stato pubblicato sulle pagine di Vanity Fair, Marie Claire, Grazia, L’Uomo Vogue, Elle e di tante altre riviste.</p>
<p>Per lui l’atto di fotografare è una sorta di meditazione attiva, un approccio interiore che ha sviluppato nel corso del tempo. Enzo sostiene che la fotografia gli da l’opportunità di osservare la realtà da diversi punti di vista, il che – a volte – lo spinge fuori dal suo territorio familiare, consueto e confortevole. Qualcosa che può rivelarsi difficoltoso, ma anche molto stimolante.</p>
<p>Il suo approccio mi ha incuriosito ed ho voluto intervistarlo.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: La fotografia è una tipica arte che si rivolge all’esterno, dove c’è una separazione tra soggetto ed oggetto e dove l’attenzione viene portata verso l’esterno.  I percorsi di consapevolezza e di autoconoscenza spirituali, invece, e la meditazione stessa, sono arti dell’interiore, dove il soggetto, l’oggetto osservato e la consapevolezza che conosce si fondono. Mi sembra di capire che hai sviluppato una “via della fotografia” dove l’interiore e l’esteriore si uniscono. Puoi dire qualcosa a riguardo?</p>
<p>Enzo Dal Verme: Non è necessario fare una distinzione così drastica tra interno ed esterno, dipende tutto da come osservi e percepisci la realtà. Se io considerassi solo le luci e le ombre, i volumi e l’armonia estetica di un’immagine mentre sto scattando, la separazione fra me e il soggetto sarebbe notevole. Ci sarebbe un fotografo che osserva una persona da fotografare: due entità separate. Però quello che mi attira non sono tanto le forme e il loro impatto estetico, ma la vita che si esprime (anche) nelle forme. In tutte le forme. Il che permette al grado di separazione tra me e le persone che fotografo di assottigliarsi molto.<span id="more-1434"></span></p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: Nei percorsi spirituali tradizionali, il senso della vista è forse quello che può ingannarci maggiormente nel vedere “maya” (il mondo illusorio) invece delle realtà così com’è. A partire già dalla neurofisiologia dell’occhio, fino ad arrivare alle nostre proiezioni ed aspettative psicologiche, non c’è corrispondenza tra le nostre percezioni e la realtà. L’interferenza della mente e dell’ego sulla realtà è ciò che fa dire agli insegnanti spirituali che dormiamo. Come rompi l’incantesimo della mente sulla realtà?</p>
<p>Enzo Dal Verme: Quando sono con le persone che devo fotografare, mentre conversiamo e ci guardiamo prima o durante gli scatti, stiamo già scambiandoci una grande quantità di informazioni. Tutto ciò accade principalmente in modo subliminale. E senza che ce ne rendiamo veramente conto, come in ogni relazione umana, abbiamo la tendenza di guardare la persona di fronte a noi attraverso le lenti deformanti del nostro passato, delle nostre convinzioni, dei nostri pregiudizi…</p>
<p>Nel mio lavoro cerco di essere il più neutrale possibile ed osservo i miei soggetti con curiosità. Un modo per avere uno sguardo fresco sul mondo è immaginare di essere un bambino molto piccolo senza memorie o bagagli emotivi. Questo atteggiamento permette di cogliere una grande quantità di dettagli che normalmente non vengono presi in considerazione perché tendiamo a dare per scontato il fatto di conoscere già ciò che vediamo. Ed anzi, abbiamo anche delle opinioni in proposito!</p>
<p>Alleggerirsi di questi filtri è un grande sollievo. In alcuni casi, però, essere neutrali è davvero troppo difficile. Ma è possibile essere consapevoli della nostra reattività, delle nostre aspettative e dei nostri limiti nel percepire la realtà. Il che aiuta a mantenere la connessione tra fotografo e soggetto semplice e piacevole.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: Con la disponibilità di connessioni veloci, Internet si è mosso da un medium prevalentemente testuale ad uno dove le immagini e i video, cioè immagini in sequenza veloce, hanno un ruolo sempre più presente. A mio parere questo movimento dalle parole alle immagini ha indebolito la narrativa profonda e complessa. Il tuo lavoro riguarda le immagini e anche l’autoconoscenza. Qual è l’uso delle immagini verso il supporto della ricerca interiore e del vero?</p>
<p>Enzo Dal Verme: Sono pienamente d’accordo con te, in questo momento storico siamo sottoposti a una grande quantità di immagini che consumiamo voracemente. Molte fotografie hanno lo scopo di stupirci e mantenere vivo il nostro consumo spropositato. Ma non tutte le immagini sono uguali. Alcune mettono a fuoco ciò che c’è dietro la superficie&#8230;</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: Puoi spiegarti meglio?</p>
<p>Enzo Dal Verme: Io sono attirato da ciò che c’è dietro la maschera sociale della persona di fronte a me. A volte i miei soggetti cercano di sedurre la mia macchina fotografica, apparire carini, interessanti, speciali… un sacco di rumore. Il silenzio che ogni persona ha (o forse dovrei dire “è”) dietro tutta quell’agitazione, sembra essere dimenticato. Ma quella è la parte più interessante! E, per me, è anche molto interessante mettere a fuoco una piccola timidezza, una esitazione, un senso di tenerezza o una forza interiore. Naturalmente mi riferisco a qualcosa di autentico, non a uno stato d’animo recitato per attirare l’attenzione. E questo genere di finzioni abbondano nella nostra società altamente narcisista…</p>
<p>Quando scatto un ritratto, nella maggior parte dei casi, riesco a vedere la maschera cadere. Ma, a volte, il soggetto vuole mostrarmi solo un’identità idealizzata. Il che può anche essere molto interessante… In ogni caso, anche se ho scattato il ritratto più intenso e profondo, ci sarà sempre qualcuno che non sarà per nulla toccato da quella immagine. Come quella donna che, ascoltando la registrazione di una preghiera di un lama tibetano durante una mia mostra, ha commentato: “Ma che roba è? Sembra che abbia mal di pancia!”</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli:  Qual è praticamente il tuo approccio verso la fotografia?</p>
<p>Enzo Dal Verme: Cerco di connettermi con una sfumatura della profondità di quella persona e poi scatto. Però non cerco di “fare” una foto ma lascio che la foto accada. In altre parole preparo semplicemente le condizioni che mi sembrano più adatte, la foto nascerà dall’incontro tra me e il soggetto nell’obbiettivo. Detto questo, sicuramente il mio obbiettivo non è obbiettivo.</p>
<p>Io ho un mio punto di vista e nel mio ritratto sottolineo un aspetto che mi colpisce di quella persona. E intanto mi domando: sto fotografando qualcosa che c’è realmente oppure l’opinione che ho di questa persona? Oppure una sua idealizzazione? Come mi sento mentre scatto? C’è qualcosa che mi mette a disagio? Che mi eccita? Che vorrei evitare? Più sono limpido nell’osservare me stesso e la situazione, meno interferenze ci saranno tra la realtà e l’immagine del ritratto.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: C’è qualche aneddoto interessante riguardo i tuoi ritratti?</p>
<p>Enzo Dal Verme: Ce ne sono moltissimi…. Dirò qualcosa che è successo recentemente. Ero in Inghilterra e dovevo scattare alcuni ritratti per una rivista di moda, servivano ad illustrare un’intervista. Procedendo, tutto è andato per il meglio e sono riuscito a fotografare diverse sfaccettature di quella persona. In una foto aveva l’aspetto molto autorevole, in un’altra rideva divertita, in un’altra la sua espressione era tenera… e in ogni immagine c’era quella quiete che a me piace così tanto.</p>
<p>Non ha mai recitato o preteso di essere diversa da ciò che era. Io la guidavo e creavo delle situazioni che la aiutavano a fare emergere un certo stato d’animo, ma non ho mai forzato la situazione. In seguito, osservando le fotografie, lei sembrava commossa. In particolare, riferendosi a una certa fotografia, mi ha domandato ridendo: “Oh Dio, questa sono io? Non mi riconosco!”</p>
<p>Ma ha continuato ad osservare quella espressione e dopo un po’ di giorni mi ha rivelato che osservando quel ritratto era riuscita a ricollegarsi ad una sensazione innocente di felicità della sua infanzia che pensava fosse andata persa per sempre. “Il tuo ritratto è stato terapeutico per me”. Commenti come il suo sono abbastanza comuni per i miei ritratti. E, naturalmente, scattare una foto è terapeutico anche per me.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: In che modo?</p>
<p>Enzo Dal Verme: Sono affascinato dalla moltitudine di approcci che noi – esseri umani – abbiamo nei confronti delle esperienze della vita. I modi in cui affrontiamo le nostre paure, i sogni, le ambizioni, le sfide… Probabilmente questo è il motivo per cui trovo estremamente interessante la maggior parte delle persone che fotografo. Guardo una celebrità attraverso le lenti della mia macchina fotografica con lo stesso interesse con il quale osservo un contadino, uno scienziato o una prostituta.</p>
<p>Scattare un ritratto è un modo di esplorare la realtà ed ogni volta che fotografo qualcuno alla fine mi sembra di conoscere un po’ meglio anche me stesso. A volte riconosco uno stato d’animo che ho vissuto anche io, altre volte osservo qualcosa che non ha mai avuto modo di svilupparsi in me oppure sono testimone di un’emozione che conosco in modo leggermente diverso… è un processo molto interessante. Potrei dire che osservo i soggetti dei miei ritratti come se stessi osservando me stesso espresso in una forma diversa. Siamo diversi, ma non così diversi.</p>
<p>Ognuno ha punti di riferimento diversi, storie diverse, ma un terrorista, una casalinga o una spogliarellista sanno tutti che cosa significa essere tristi o essere eccitati, sanno che cos’è la paura del rifiuto e – anche se non ne sono necessariamente consapevoli – desiderano tutti l’esperienza più desiderabile che ci sia: l’amore.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: Dimmi qualcosa del tuo <a href="http://www.enzodalverme.com/blog/2011/09/workshop-di-ritratto-a-gubbio/">workshop</a>, ho sentito dire che è un’esperienza molto intensa.</p>
<p>Enzo Dal Verme: I miei workshops sono due giorni e mezzo di immersione totale per affinare l’abilità del fotografo di comporre rapidamente e intuitivamente l’immagine ed entrare in contatto con qualche aspetto che rende speciale o unica la persona che si vuole fotografare (forse qualcosa di cui non è neppure consapevole).</p>
<p>Dedico molto tempo alla relazione tra il fotografo e il soggetto. Esploriamo approfonditamente le dinamiche di una sessione di ritratto. Ci sono esercizi studiati per spingere (gentilmente) i partecipanti ad affrontare le proprie paure ed inibizioni nella loro veste di fotografi ed altri che hanno lo scopo di incrementare la capacità di interagire. Lavoriamo sulle percezioni, empatia, creatività, composizione, luce naturale… Durante gli esercizi, gli studenti si fotografano tra di loro e poi selezioniamo alcune immagini da guardare e commentare tutti insieme per capire che cosa potrebbe essere migliorato prima di riprendere in mano la macchina fotografica.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: Chi sono i tuoi studenti e cosa portano a casa dall’esperienza?</p>
<p>Enzo Dal Verme: Fotoamatori, studenti di fotografia, fotografi professionisti. Alla fine di un mio workshop sembrano molto eccitati e ispirati. Non mi sorprende. Le esplorazioni che facciamo insieme suggeriscono loro una prospettiva completamente diversa sulle loro capacità e potenzialità. A giudicare da ciò che mi dicono o che mi scrivono, per la maggior parte di loro il workshop segna un punto di svolta importante. E, dal momento che il lavoro è così intenso e interattivo, si creano dei contatti umani interessanti.</p>
<p><a href="http://www.enzodalverme.com/blog">Il blog di Enzo Dal Verme.</a></p>
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		<title>The Digitally Divided Self</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Sep 2011 21:26:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Toshan Ivo Quartiroli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Psicologia e spirito]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[(Dopo un aggiornamento del database del sito questo ultimo post era scomparso, lo ripubblico ora.Mi scuso con chi aveva pubblicato dei commenti, a loro volta scomparsi) Dopo 8 anni di Innernet senza tediarvi di pubblicita’ mi auguro che mi perdoniate qualche parola per  il mio nuovo libro. Passando dall’attenzione verso la tecnologia a quella verso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.indranet.org/the-digitally-divided-self-table-of-contents-introduction-and-chapter-1/"><img class="alignleft" style="margin: 6px;" title="The Digitally Divided Self" src="http://www.indranet.org/wordpress/wp-content/uploads/The-Digitally-Divided-Self-cover-216x323.jpg" alt="" width="216" height="323" /></a>(Dopo un aggiornamento del database del sito questo ultimo post era scomparso, lo ripubblico ora.Mi scuso con chi aveva pubblicato dei commenti, a loro volta scomparsi)</p>
<p>Dopo 8 anni di Innernet senza tediarvi di pubblicita’ mi auguro che mi perdoniate qualche parola per  il mio nuovo libro. Passando dall’attenzione verso la tecnologia a quella verso la consapevolezza (andata e ritorno), da quando la tecnologia e’ entrata nelle nostre vite in modo pervasivo, mi sono interessato alla comprensione di come Internet opera sulla nostra mente e sulla dimensione psichica/spirituale e, dall’altro lato della medaglia, al come e perche’ la mente desideri creare strumenti dove si rispecchia e si riproduce all’infinito.</p>
<p>Successivamente all’esperienza come editore di libri di informatica con Apogeo, e di libri per la consapevolezza con Urra, ho creato Innernet come luogo di divulgazione di conoscenze spirituali e di confronto tra ricercatori. Innernet presenta articoli di ampio respiro, ed e’ per me un modo per restituire alla comunita’ dei ricercatori il supporto che ricevetti dagli stessi quando pubblicavo libri con il marchio Urra.</p>
<p>Unendo la consapevolezza della tecnologia alla consapevolezza della… consapevolezza, ho raccolto le mie riflessioni ed esperienze sul mondo digitale connesso allo sviluppo umano in <em>The Digitally Divided Self: Relinquishing our Awareness to the Internet</em>, <a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/8897233007/innernet-20">ordinabile su Amazon</a>. L’indice, la prefazione ed il primo capitolo <a href="http://www.indranet.org/the-digitally-divided-self-table-of-contents-introduction-and-chapter-1/">sono disponibili su Indranet</a>. Il libro e’ in inglese e non so ancora quando e da quale editore verra’ tradotto in Italiano, ma si sa che gli originali sono sempre meglio delle traduzioni :D Per quanto il mio inglese sia abbastanza buono, il libro e’ stato corretto dalle imprecisioni grammaticali da un editor statunitense.</p>
<p><em>The Digitally Divided Self </em>tratta degli aspetti storici, sociali, psicologici e spirituali del nostro rapporto con la tecnologia. Nonostante sia stato pubblicato in proprio e io sia sconosciuto nel mondo editoriale anglosassone, sono molto soddisfatto e grato del supporto ricevuto dalle recensioni di filosofi e di personaggi che la tecnologia l’hanno creata, studiata e divulgata, tra i quali Howard Rheingold, Derrick de Kerckhove, Arthur Kroker, Eric McLuhan, Douglas Rushkoff, Federico Faggin, Ervin Laszlo, William Powers, Michael Wesch.</p>
<p>Mi ha fatto anche molto piacere scoprire una sensibilita’ verso la ricerca interiore e intorno agli aspetti psicologici e spirituali della tecnologia da parte degli stessi personaggi, il che fa sperare in un’evoluzione, usando la definizione di Peter Russell, dall’information al consciousness processing.</p>
<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/8897233007/innernet-20">The Digitally Divided Self: Relinquishing our Awareness to the Internet su Amazon.</a></p>
<p><a href="http:/www.indranet.org/the-digitally-divided-self-table-of-contents-introduction-and-chapter-1/">L’indice, la prefazione e il primo capitolo sono disponibili su Indranet.</a></p>
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		<title>&#8220;Io sono quello&#8221; di Nisargadatta Maharaj, recensione</title>
		<link>http://www.innernet.it/io-sono-quello-di-nisargadatta-maharaj-recensione/</link>
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		<pubDate>Thu, 11 Nov 2010 16:16:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Toshan Ivo Quartiroli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Maestri]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[advaita]]></category>
		<category><![CDATA[Balsekar]]></category>
		<category><![CDATA[illuminazione]]></category>
		<category><![CDATA[Nisargadatta]]></category>
		<category><![CDATA[non-duale]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;Io sono quello&#8221; è probabilmente il libro che ha contribuito maggiormente alla diffusione della filosofia non-duale Advaita negli ultimi decenni. Nisargadatta Maharaj descrive in modo instancabile cosa significa trovarsi nel suo stato di illuminazione rispondendo alle domande dei visitatori nella sua casa di Bombay. &#8220;Io sono quello&#8221; è diventato un classico della spiritualità moderna, oltre [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="Nisargadatta maharaj.io sono quello.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/nisargadatta-maharajio-sono-quello.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/nisargadatta-maharajio-sono-quello.jpg" alt="Nisargadatta maharaj.io sono quello.jpg" hspace="6" align="left" /></a>&#8220;Io sono quello&#8221; è probabilmente il libro che ha contribuito maggiormente alla diffusione della filosofia non-duale Advaita negli ultimi decenni. Nisargadatta Maharaj descrive in modo instancabile cosa significa trovarsi nel suo stato di illuminazione rispondendo alle domande dei visitatori nella sua casa di Bombay.</p>
<p>&#8220;Io sono quello&#8221; è diventato un classico della spiritualità moderna, oltre quattrocento pagine, un concentrato di saggezza e di filosofia non-duale. La lentezza forzata della lettura incoraggia la riflessione e il metabolismo di concetti poco familiari alla mente.</p>
<p>E’ un libro da leggere e da riprendere di tanto in tanto; le immagini illusorie e gli attaccamenti alle nostre identificazioni saranno lentamente liberate di pari passo al distacco delle pagine dalla rilegatura, che perlomeno nella mia edizione non era delle migliori (1) . <em>Io sono quello</em> è probabilmente il libro che ha contribuito maggiormente alla diffusione della filosofia non-duale Advaita negli ultimi decenni.</p>
<p>Nisargadatta Maharaj, il cui nome di battesimo è Maruti, è nato a Bombay nel 1897 da una famiglia povera. Suo padre si diresse verso la campagna per coltivare un pezzetto di terra in un villaggio del Maharashtra. Alla morte del padre, Maruti tornò a Bombay con il fratello maggiore alla ricerca di sostentamento per la madre e gli altri fratelli. <span id="more-503"></span></p>
<p>Aprì un piccolo negozio che vendeva vestiti per bambini, tabacco e beedie (pronunciato “bidi”), le tipiche sigarettine indiane. Per questo motivo Nisargadatta Maharaj è anche conosciuto con l&#8217;appellativo di “beedie baba”.</p>
<p><a title="Io sono quello Nisargadatta.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/io-sono-quello-nisargadatta.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/io-sono-quello-nisargadatta.jpg" alt="Io sono quello Nisargadatta.jpg" hspace="6" align="left" /></a>All’età di 34 anni è stato introdotto al suo guru, Sri Siddharameshwar Maharaj. Questi fece in tempo a dare poche istruzioni a Maruti prima di morire. Gliene diede una in particolare: gli disse di portare unicamente attenzione al senso di “Io sono”. Maruti obbedì e funzionò! Dopo circa tre anni si realizzò e prese il nome Nisargadatta.</p>
<p>Dopo un breve periodo di ascetismo nei monti dell’Himalaya, tornò a Bombay a vendere sigarette ed a ricevere i ricercatori nella sua casa. Morì nel 1981 a 84 anni, non prima di aver passato il testimone a Ramesh Balsekar che ha proseguito  l’insegnamento della tradizione Advaita fino alla sua morte nel 2009.</p>
<p><em>Io sono quello</em> è la trascrizione di conversazione avvenute tra Nisargadatta Maharaj e i visitatori nella sua casa di Bombay, nella classica forma di domande e risposte. In ogni domanda possiamo riconoscere la nostra domanda anche se non ancora pienamente cosciente. Sguardo penetrante, beedie perennemente attaccato alla bocca ed indole irascibile, tutto questo avveniva alla superficie di Nisargadatta Maharaj; in profondità non vi era alcuno che potesse alterarsi.</p>
<p>Nisargadatta descrive in modo instancabile cosa significa trovarsi nel suo stato di illuminazione. Parla con una profondità concettuale e una sorprendente capacità dialettica nonostante la sua condizione di semianalfabetismo. Le sue parole escono dall&#8217;esperienza diretta e personale, senza alcuna citazione né da &#8220;colleghi&#8221; mistici né dalle sacre scritture. Le mappe dell’essere, del testimone, della consapevolezza, della Coscienza universale e dell’Assoluto sono presentate in <em>Io sono quello </em>da un maestro che risiede contemporaneamente nell’Assoluto e nell’ordinario.</p>
<p>Tra le migliaia di risposte, il messaggio a cui sempre torna Nisargadatta è di rimanere presenti con il senso di “Io sono”, di immergersi in esso, finché la mente e le emozioni diventano una cosa sola con esso. Quando gli fu chiesto perché il ricordo di sé dovrebbe portare alla realizzazione, rispose che “sono due aspetti dello stesso stato. Il ricordo di sé è nella mente, la realizzazione di sé è oltre la mente. L’immagine nello specchio è del volto che sta al di là dello specchio”, enfatizzando in questo modo il ruolo della mente nel percorso di liberazione, poiché “dopotutto è la mente che crea l’illusione ed è la mente che se ne libera. Le parole possono aggravare l’illusione ma anche contribuire a dissiparla. Non c’è niente di male nel ripetere continuamente la stessa verità finché non diventa una realtà” (quest&#8217;ultima frase purtroppo funziona anche nel caso di menzogne ripetute).</p>
<p>La mente va usata come strumento di investigazione,  seppur inadeguata a contenere l’accecante Verità, è fondamentale per asportare gli ostacoli che si intromettono nel percorso verso la realizzazione: “Non cercare di conoscere la verità, poiché la conoscenza intellettuale non è vera conoscenza. Però puoi sapere che cosa non è vero, il che è sufficiente a liberarti dal falso.” L’idea stessa di possedere la verità è pericolosa “perché ti tiene imprigionato nella mente”. E’ solo quando si è coscienti di non sapere che si è liberi di indagare, e la mancanza di ricerca secondo Nisargadatta è la principale causa della nostra prigionia.</p>
<p>Nota 1: Dopo aver ricevuto una email da parte dell&#8217;editore Astrolabio, dicendomi che  &#8220;ci stupisce alquanto.  Apprendere che ai nostri volumi  si staccano le pagine, dato che sono tra i pochi nel panorama  nazionale a essere rilegati ancora con il filo di refe anziché con  paginazione a sola incollatura, è notizia degna di rilievo. E&#8217; la  rilegatura più solida possibile, anche più del volume cartonato. Ci piace pensare che lei lo abbia letto e riletto talmente tante volte  da danneggiarlo seriamente, viceversa che sia un&#8217;edizione abilmente  contraffatta e quindi non di nostra produzione. Talvolta ci è capitato di incontrarne sul mercato.&#8221;</p>
<p>L&#8217;articolo l&#8217;avevo scritto tempo addietro, il volume è originale e alcune pagine si staccavano. Ma effettivamente dire che l&#8217;edizione non era ben rilegata non è stato da parte mia corretto. Da ex-editore di libri so che possono capitare di tanto in tanto copie con alcuni difetti. Forse questo era il caso, oppure, più verosimilmente, il volume non è stato da me conservato con la dovuta cura mentre mi faceva compagnia tra un viaggio e l&#8217;altro.</p>
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<p><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1924&amp;isbn=88834013632">Nisargadatta Maharaj. Io sono quello. Astrolabio. 2001. ISBN: 8834013638</a></p>
<p><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1924&amp;isbn=888093001X">Nisargadatta maharaj (jean dunn curatore). Semi di consapevolezza. La saggezza di Nisargadatta Maharaj. Il punto d&#8217;Incontro. 1994. ISBN: 888093001X</a></p>
<p><!--[if !supportEmptyParas]--> <!--[endif]--></p>
<p>Copyright: Innernet.</p>
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		<title>La via dello Zen di Alan Watts</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Apr 2010 03:45:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Toshan Ivo Quartiroli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dharma e dintorni]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Alan Watts usa, come un maestro Zen, le parole come forma di energia e come un ponte verso il silenzio della mente. &#8220;La Via dello Zen&#8221; ha divulgato lo Zen in occidente ispirando intere generazioni di giovani verso la ricerca interiore. Pare che “Zen” sia diventata una parola che fa tendenza. Nomi di aziende e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="Alan Watts.La via dello zen.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/alan-wattsla-via-dello-zen.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/alan-wattsla-via-dello-zen.jpg" alt="Alan Watts.La via dello zen.jpg" hspace="6" align="left" /></a>Alan Watts usa, come un maestro Zen, le parole come forma di energia e come un ponte verso il silenzio della mente. &#8220;La Via dello Zen&#8221; ha divulgato lo Zen in occidente ispirando intere generazioni di giovani verso la ricerca interiore.</p>
<p>Pare che “Zen” sia diventata una parola che fa tendenza. Nomi di aziende e marchi registrati con la parola Zen al suo interno si sprecano, per non parlare della produzione libraria degli ultimi anni, dove lo Zen è stato associato ad ogni attività umana, dal fare carriera all’essere genitori, dal sesso alla cucina. La nostra cultura ha l’incredibile capacità di omogeneizzare, e quindi di rendere digeribile al mercato, ogni passione ed aspetto dell’animo umano. Le capacità della “società dello spettacolo”, come l’avevano definita i situazionisti alla fine degli anni ’50, non erano ancora così raffinate nel 1957, data della prima edizione americana di <em>La via dello Zen</em>, o nel 1960, anno della traduzione italiana, pubblicata dall’editore Feltrinelli. Zen era ancora una parola oscura all’occidente, ed a portarla alla luce ci pensarono Alan Watts e D.T. Suzuki.</p>
<p><a title="La via dello Zen. Watts" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/11/alan-watts-la-via-dello-zen-watts.gif"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/11/alan-watts-la-via-dello-zen-watts.gif" alt="La via dello Zen. Watts" hspace="6" align="left" /></a>Erano gli anni in cui in occidente i giovani iniziavano ad esplorare nuovi percorsi filosofici, esistenziali e spirituali. Da lì a poco i primi viaggi in oriente, la psichedelia e la ricerca di un significato alla propria vita al di fuori dei canoni tradizionali. La liberazione dell’individuo e la liberazione della/dalla società. La filosofia dello Zen, con la sua enfasi verso la spontaneità, verso il superamento dei condizionamenti e delle identificazioni sociali, ha potuto dunque innestarsi su un fertile terreno storico. Oggi lo Zen in Occidente, grazie anche ad Alan Watts, è una presenza viva e matura.</p>
<p>La prima parte del libro tratta della storia dello Zen, la seconda parte ne descrive la pratica. Animato dalla passione di esplorare le religioni orientali e i percorsi che conducono all’illuminazione, traccia la via dello Zen dalle primissime radici Indiane e Cinesi, quindi ci conduce verso le influenze Taoiste dello Zen le quali, combinate con il Buddismo indiano Mahayana, portano lo Zen alla fioritura dal dodicesimo secolo in poi nella cultura giapponese.</p>
<p>Lo Zen, come altri percorsi orientali, si trova a proprio agio nel vuoto e nella non-mente, mentre la nostra cultura basata sulla produzione e sull’intrattenimento mentale continuo lo teme più di ogni altra cosa. Se mai si può parlare di metodo (o non-metodo) nello Zen, il termine che più si avvicina è paradosso. Watts ha la sconcertante capacità di esprimere ciò che è molto difficilmente esprimibile a parole. E lo realizza in modo semplice ma rigoroso.</p>
<p><a title="Alan Watts. La via dello Zen" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/11/alan-watts-la-via-dello-zen.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/11/alan-watts-la-via-dello-zen.jpg" alt="Alan Watts. La via dello Zen" hspace="6" align="texttop" /></a><br />
<em>La prima edizione italiana del 1960</em></p>
<p>Watts spiega la funzione dei koan (domande formulate dal maestro per i praticanti) usando la metafora del “rilassamento muscolare che si basa sull&#8217;aumento della tensione dei muscoli in modo da avere una chiara percezione di cosa non si deve fare. In questo senso l&#8217;uso del koan iniziale può essere vantaggioso come mezzo per intensificare l&#8217;assurdo sforzo della mente di afferrare se stessa”. Con genialità didattica riconduce il satori, spesso circondato da un alone mistico, ad ordinarie esperienze dove “in realtà designa il modo subitaneo e intuitivo di penetrare qualcosa, sia esso ricordare un nome dimenticato o discernere i più profondi principi del buddismo. Si insiste a cercare, ma non si trova. Si rinunzia, e la risposta viene da sé.” Tutti quanti sperimentiamo piccoli e grandi satori nella propria vita e nel percorso che porta all’illuminazione.</p>
<p>Watts usa, come un maestro Zen, le parole come forma di energia e come un ponte verso il silenzio della mente, perché, come scrive, “i filosofi non riconoscono facilmente che v&#8217;è un punto dove il pensiero &#8211; come la bollitura di un uovo &#8211; deve arrestarsi.”</p>
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<p class="MsoNormal"><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1924&amp;isbn=8807806320" target="_blank">Alan Watts. La via dello Zen. Feltrinelli, 1996. ISBN: 8807806320</a></p>
<p>Copyright Innernet.</p>
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		<title>Per Nadia</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Feb 2010 05:42:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Toshan Ivo Quartiroli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Maestri]]></category>
		<category><![CDATA[Nadia]]></category>
		<category><![CDATA[Osho]]></category>
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		<description><![CDATA[Ricordati, solo ciò che puoi portare con te quando lascerai il corpo è importante.  Questo significa che, ad eccezione della meditazione, non c&#8217;è nulla di importante. Tranne la consapevolezza, non c’è nulla d’importante,  perché solo la consapevolezza non può essere portata via dalla morte. Tutto il resto verrà sottratto, perché tutto il resto viene da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="nadia.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2010/02/nadia.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2010/02/nadia.jpg" alt="nadia.jpg" hspace="6" align="left" /></a>Ricordati, solo ciò che puoi portare con te quando lascerai il corpo è importante.  Questo significa che, ad eccezione della meditazione, non c&#8217;è nulla di importante.</p>
<p>Tranne la consapevolezza, non c’è nulla d’importante,  perché solo la consapevolezza non può essere portata via dalla morte. Tutto il resto verrà sottratto, perché tutto il resto viene da fuori.</p>
<p>Solo la consapevolezza sgorga dall’interno, e non può essere tolta. E le ombre della consapevolezza &#8211; la compassione, l&#8217;amore &#8211; a loro volta non possono essere portate via.  Esse sono parte intrinseca della consapevolezza.  Potrai portarti solo qualunque consapevolezza avrai raggiunto.  Questa è la tua unica vera ricchezza.  ( Osho)</p>
<p>Remember, only that which you can take with you when you leave the body is important. That means, except meditation, nothing is important.</p>
<p>Except awareness, nothing is important, because only awareness cannot be taken away by death. Everything else will be snatched away, because everything else comes from without.</p>
<p>Only awareness wells up within. That cannot be taken away. And the shadows of awareness &#8211; compassion, love &#8211; they cannot be taken away. They are intrinsic parts of awareness. You will be taking with you only whatsoever awareness you have attained. That is your only real wealth<br />
( Osho )</p>
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		<title>L&#8217;amore della verità fine a se stessa</title>
		<link>http://www.innernet.it/lamore-della-verita-fine-a-se-stessa/</link>
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		<pubDate>Fri, 21 Aug 2009 07:32:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Toshan Ivo Quartiroli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Co/Scienza]]></category>
		<category><![CDATA[Maestri]]></category>
		<category><![CDATA[Psicologia e spirito]]></category>
		<category><![CDATA[Almaas]]></category>
		<category><![CDATA[Diamond Approach]]></category>
		<category><![CDATA[Diamond Heart]]></category>
		<category><![CDATA[filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Hameed Ali]]></category>

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		<description><![CDATA[Il Diamond Approach, il percorso creato da Hameed Ali, meglio conosciuto con il nome di penna di Almaas, valorizza l&#8217;amore della verità fine a se stessa. La ricerca avviene tramite un processo di &#8220;inquiry&#8221;, di interrogazione interiore, che include la soggettività del ricercatore come passaggio per arrivare ad una condizione di oggettività della conoscenza dell&#8217;anima [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="Almaas4.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/almaas4.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/almaas4.jpg" alt="Almaas4.jpg" hspace="6" align="left" /></a>Il Diamond Approach, il percorso creato da Hameed Ali, meglio conosciuto con il nome di penna di Almaas, valorizza l&#8217;amore della verità fine a se stessa. La ricerca avviene tramite un processo di &#8220;inquiry&#8221;, di interrogazione interiore, che include la soggettività del ricercatore come passaggio per arrivare ad una condizione di oggettività della conoscenza dell&#8217;anima e del divino. In questa intervista, Hameed Ali parla della ricerca, dei ricercatori e della natura dell&#8217;anima.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: La ricerca della verità in occidente (dal punto di vista scientifico, filosofico e metafisico) si è sviluppata attraverso varie fasi. Nella tradizione Scolastica era presa in considerazione la soggettività dei contenuti interiori, finché venne Cartesio, che rifiutò questa tradizione. In nome di una “chiara e distinta percezione” egli ritenne necessario staccarci dalla nostra soggettività e assumere un approccio oggettivo, “come quello di Dio”. Dopotutto, secondo la concezione giudeo-cristiana, Dio ha creato l’uomo nell’ultimo giorno della creazione, e a sua immagine. Secondo questa credenza, la creazione è qualcosa di esterno agli esseri umani, qualcosa che esisteva prima della mente e dell’anima umane. Quindi, per conoscere la creazione e la mente del creatore, l’uomo dovrebbe seguire le tracce del cammino di Dio e mettersi alla ricerca di ciò che va al di là della dimensione umana E in ogni caso, poiché l’uomo era nato nel peccato, non c’era comunque granché di buono da scoprire al suo interno. La concezione astronomica di Copernico, che non poneva più la Terra al centro dell’universo, fu possibile grazie a questo nuova approccio, così come molte altre scoperte scientifiche e tecnologiche. L’era moderna si caratterizzò come scientifica, materialistica e “oggettiva”. Ma Kant stava già cominciando a minare questo paradigma, affermando che non conosceremo mai “la cosa in sé”. In seguito, sono venuti la fisica quantica con i principi di indeterminazione e il teorema di Gödel che limitava la portata dei sistemi formali. In questa era post-moderna non esiste più un terreno sicuro per la verità. La tua tecnica di esplorazione sembra rappresentare una fase nuova nella ricerca della verità, poiché trae spunto sia dalla concezione soggettiva che da quella oggettiva; inoltre, affermi che la conoscenza interiore può essere ancora più oggettiva, chiara e precisa di quella esteriore. Ciò capovolge il rapporto fondamentale che la cultura occidentale ha stabilito tra ciò che è interiore-soggettivo e ciò che è esteriore-oggettivo. Come è possibile raggiungere la verità oggettiva nella sfera dell’esperienza umana, e in che modo quest’ultima può essere esplorata?</p>
<p>Hameed Ali: È una buona domanda, e per le persone cresciute in occidente sarà importante comprendere questo punto, perché potrebbe influenzare il modo in cui l’esperienza spirituale e l’illuminazione vengono concepite. Innanzitutto, per quanto riguarda l’oggettività e la soggettività, il mio modo di lavorare con la verità non capovolge davvero i fondamenti della cultura occidentale. Al contrario, fa ritorno ai fondamenti autentici, che il nostro occidente moderno ha quasi dimenticato. In altre parole, il “Diamond Approach” che insegno è uno sviluppo della ricerca occidentale della verità, ma fatto in modo tale da riunire ciò che negli ultimi secoli è stato diviso. È una fase nuova, ma una fase che è fondamentalmente l’evoluzione di un potenziale già esistente nella storia occidentale.</p>
<p>Originariamente, nella cultura greca, in quella giudeo-cristiana o nella tradizione Scolastica da te menzionata, non c’era distinzione tra la concezione oggettiva e soggettiva della realtà. La separazione e la divisione sono giunte nell’età dei lumi, anche se cominciarono prima, dagli sviluppi del pensiero cristiano. Penso che la divisione sia stata proficua per la civiltà occidentale, in quanto ha permesso la nascita della scienza e i progressi tecnologici, ma allo stesso tempo ha creato una dissociazione che non è intrinseca alla realtà e al sapere, e che ha i suoi effetti alienanti.</p>
<p>Nella mia comprensione, il sapere è qualcosa di molto più vasto di quanto oggi ritiene la nostra filosofia positivista. Esso ha un fondamento mistico o intuitivo, cioè la conoscenza diretta dei contenuti dell’esperienza, in genere definita “gnosi”. I greci l’hanno espressa bene nel concetto di “nous”, l’intelletto superiore o divino. Plotino ha detto chiaramente che nel nous il sapere e l’essere sono inseparabili. Ma il pensiero occidentale, che conosceva il concetto di nous nel pensiero greco ed ebraico, si è sviluppato in modo tale da separarne le due dimensioni o elementi. Nella conoscenza “di tipo nous”, esiste la presenza della Mente Divina o Intelletto, che è un dominio o un fondamento della consapevolezza, ed esistono le forme che si manifestano in essa come oggetti di conoscenza. Le forme sono quelle del dominio della presenza, ma poiché tale presenza è quella della consapevolezza, questo dominio conosce queste forme. Ne ha una conoscenza diretta, perché sono forme del suo dominio; la sua intelligenza pervade tutte le forme.<span id="more-546"></span></p>
<p>Lo sviluppo del pensiero occidentale, per varie ragioni (buone e cattive) ha diviso il fondamento del sapere – l’essere o la presenza – dalle forme che tale fondamento manifesta. A quel punto, generalmente parlando, questi due elementi si sono sviluppati in due ambiti diversi. Il fondamento dell’essere è diventato l’oggetto della metafisica, della religione e del misticismo; le forme sono diventate l’oggetto delle scienze appena nate. La religione e il misticismo hanno cominciato a sottolineare che il fondamento dell’Essere (o, monoteisticamente, la presenza divina) è misterioso e intrinsecamente inconoscibile. E che la sua esperienza è antitetica alla logica e all’indagine scientifico-sperimentale.</p>
<p>Dal versante della scienza e del positivismo, del fondamento della consapevolezza e del sapere è rimasto semplicemente il conoscitore individuale, l’io con la sua mente che conosce. Le forme della conoscenza sono divenute oggetti staccati, non direttamente collegati al conoscitore. E il sapere si è trasformato nell’osservazione, da parte dell’io separato, degli oggetti di conoscenza. Come hai detto tu, l’idea si è evoluta grazie a Renato Cartesio, secondo cui le forme esistono in sé e possono essere conosciute per ciò che sono, quando l’io le osserva da lontano e non interferisce in esse con la propria soggettività. Per cui, la conoscenza oggettiva è venuta a significare la conoscenza degli oggetti senza le distorsioni soggettive dell’io o del ricercatore.</p>
<p><a title="Amore della verita 1.gif" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/amore-della-verita-1.gif"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/amore-della-verita-1.gif" alt="Amore della verita 1.gif" hspace="6" align="left" /></a>Ebbene, nel Diamond Approach concordiamo su questa definizione della conoscenza oggettiva: essa è la conoscenza libera dalle contaminazioni delle distorsioni soggettive di colui che conosce. Ma non condividiamo l’opinione di Cartesio secondo cui l’oggettività si raggiunge sterilizzando l’esplorazione, rimuovendo il soggetto dal dominio di esplorazione. Innanzitutto, sappiamo dalle nostre conoscenze fondamentali sul sapere che non siamo in grado di separare completamente il soggetto che conosce dall’oggetto conosciuto. Non possiamo, perché il soggetto conoscente non è altro che la ricaduta del dominio della presenza e della consapevolezza in un io conoscente. Sappiamo anche che questi oggetti di conoscenza non sono altro che la reificazione di forme che sorgono in questo dominio, e inseparabili da esso. Per questo, la formula di Cartesio vale solo come approssimazione, e non può essere applicata in modo assoluto. Penso che la teoria quantica ha già scoperto questo limite nella formulazione del principio di indeterminazione di Heisenberg, secondo cui, semplicemente, non possiamo isolare completamente l’osservatore dai fenomeni osservati.</p>
<p>La formula di Cartesio ha funzionato come efficace approssimazione, e in quanto tale è ancora utilizzata nella maggior parte delle ricerche scientifiche, perché queste ultime non possono penetrare in quelle regioni dove tale approssimazione decade. In realtà, possiamo dire che la filosofia della scienza di Cartesio era un’approssimazione efficace allo stesso modo in cui la classica teoria della fisica di Newton lo era per le leggi della fisica. Oggi sappiamo che la fisica newtoniana collassa ai due estremi della scala delle misurazioni fisiche, ovvero alla dimensione macroscopica e a quella microscopica, dove è stata sostituita da due teorie più esatte, rispettamene quella generale della relatività e quella quantica.</p>
<p>L’approssimazione di Cartesio si rivela inadeguata anche quando si tratta di comprendere la consapevolezza, la natura dell’anima e Dio. Il misticismo ha sempre compreso queste cose, e sapeva che la conoscenza autentica delle realtà spirituali può avvenire soltanto grazie all’esperienza diretta, alla conoscenza da parte dell’essere, all’identità tra conoscitore e conosciuto. Ma il misticismo e la maggior parte degli insegnamenti spirituali ritenevano che la logica e la conoscenza razionale erano opposte a tale conoscenza mistica o gnosi, che gli hindu hanno chiamato “jnana” e i tibetani “yeshes”. Quindi, da molto tempo ormai si pensa che la conoscenza spirituale mistica o diretta può solo essere vaga, intuitiva, misteriosa, non-concettuale, incomunicabile e così via. Ciò, secondo me, è dovuto alla stessa divisione: credere che le forme specifiche e precise sono separate dal fondamento dell’essere e della conoscenza, e che prestare attenzione a tali specificità ci allontanerà dall’esperienza mistica.</p>
<p><a title="Amore della verita 2.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/amore-della-verita-2.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/amore-della-verita-2.jpg" alt="Amore della verita 2.jpg" hspace="6" align="left" /></a>Nel Diamond Approach siamo più vicini alle idee degli antichi Greci, come Pitagora, Platone e Plotino, secondo i quali il fondamento dell’essere, il nous, è il fondamento delle idee platoniche, delle varie forme di manifestazione. In altre parole, riteniamo che la conoscenza mistica diretta e la conoscenza precisa delle forme specifiche possono essere unite, perché in origine erano una cosa sola, non-duale. Questo vuol dire che possiamo avere una conoscenza mistica (cioè la conoscenza da parte dell’identità) precisa, chiara, specifica e dettagliata.</p>
<p>Ciò ha due conseguenze che forniscono la risposta alla tua domanda. La prima: è possibile una conoscenza scientifica di tipo diretto; ovvero, una gnosi precisa e dettagliata di forme di manifestazione. In essa non esiste divisione, e quindi siamo al di fuori dell’approssimazione di Cartesio. Di fatto, poiché non ci basiamo sull’approssimazione, ma sulla realtà, la nostra conoscenza può essere totalmente precisa e chiara. Essa è in grado di penetrare regioni inaccessibili al tipo di indagine fondato sull’approssimazione cartesiana. Tutto ciò è necessario per comprendere la consapevolezza, l’esistenza, l’anima, Dio, lo spirito e così via. È come per le dimensioni microscopica e macroscopica delle misurazioni scientifiche, ma nel campo della psicologia e della metafisica.</p>
<p>E che dire dell’oggettività? Come possiamo essere sicuri della sua esistenza o del fatto che le nostre distorsioni soggettive non alterano questa conoscenza?</p>
<p>Penso che la tesi di molti insegnamenti spirituali secondo cui l’esperienza mistica è antitetica alla mente e alla ragione espone tale esperienza alle distorsioni soggettive. E questa è stata la critica degli scienziati e dei filosofi della scienza a tale tipo di esperienza. Comunque, ricorrere all’approssimazione di Cartesio non è di aiuto, perché essa ci allontana dall’elemento mistico, quello dell’esperienza diretta o della conoscenza da parte dell’essere.</p>
<p>Ma esiste un’altra via, quella che il Diamond Approach adotta in modo molto efficace: includere nella nostra esplorazione non solo ciò che sperimentiamo o conosciamo, ma anche lo stesso polo soggettivo. Includiamo l’osservazione del soggetto conoscente, l’io, nell’esplorazione sullo spirito, Dio o come preferisci chiamarlo. La nostra esplorazione non è mai rivolta soltanto a ciò che sperimentiamo, ma anche ai nostri atteggiamenti e reazioni alla nostra esperienza. In tal modo, diventiamo consapevoli delle nostre distorsioni soggettive e del modo in cui influenzano la nostra esperienza. Guardando al di là di queste distorsioni soggettive, la nostra conoscenza di ciò che sta succedendo diventa gradualmente più oggettiva.</p>
<p>A mano a mano che scorgiamo i nostri pregiudizi, convinzioni, desideri, punti di vista e così via, essi cominciano a dissolversi, soprattutto perché la nostra esplorazione è guidata dall’amore per la verità fine a se stessa. Dal momento che vogliamo davvero conoscere ciò che sta succedendo, desideriamo abbandonare le nostre distorsioni, perché siamo in grado di vedere subito come esse oscurano la verità che amiamo. Quando la nostra conoscenza si fa più profonda, la nostra obiettività si espande.</p>
<p>Via via che le distorsioni soggettive vengono scorte e abbandonate, la nostra obiettività si espande. Questo è un processo che continua per tutto il cammino dell’esplorazione dell’esperienza, dove la verità di quest’ultima si manifesta gradualmente man mano che le nostre distorsioni vengono portate alla luce e abbandonate.</p>
<p><a title="Amore della verita 3.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/amore-della-verita-3.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/amore-della-verita-3.jpg" alt="Amore della verita 3.jpg" hspace="6" align="right" /></a>Esistono diversi gradi di oggettività, ognuno dei quali è oggettivo all’interno della cornice soggettiva con cui lavoriamo. In altre parole, se usiamo la cornice secondo cui nel mondo ordinario siamo individui separati, la verità oggettiva sarà diversa da quella che vedremo all’interno di una cornice sprovvista di tale assunto sull’individualità separata. Di nuovo, <em>oggettività</em> ha un significato diverso se consideriamo l’esistenza e la non-esistenza due opposti antitetici o due realtà inseparabili e coemergenti.</p>
<p>Questo approccio non utilizza l’approssimazione di Cartesio, perché riconosce che non è possibile isolare l’io dall’oggetto di esplorazione. L’approccio si basa sull’idea che la consapevolezza e la capacità di conoscenza dell’io sono il dominio che costituisce la sostanza di tutti gli oggetti di esplorazione. Esso raggiunge l’obiettività liberando la consapevolezza che conosce dalle sue distorsioni soggettive. In un primo momento, l’Approccio include tali distorsioni nella sua determinazione della realtà, ma negli stadi più profondi del cammino è in grado di esplorare in modo libero da tali distorsioni. La dissoluzione di tali distorsioni e punti di vista a un certo punto provoca la dissoluzione della convinzione in un io distinto, oltre che di quella secondo cui gli oggetti di studio sono distinti da colui che esplora.</p>
<p>L’oggettività è completa quando non esiste più un io distinto con le sue alterazioni, il che equivale a riconoscere che tutte le forme di manifestazione sono forme assunte dalla nostra consapevolezza e presenza. Questo è il punto di vista illuminato cui arriviamo imparando a essere autenticamente e pienamente oggettivi. Tale concezione, di fatto, trascende il principio di indeterminazione della teoria quantica, perché non esiste più un osservatore separato da ciò che viene osservato. Comprendiamo che il principio di indeterminazione ha senso finché esiste una dualità, ma dal punto di vista illuminato non c’è più la dualità tra osservatore e osservato. È un fenomeno che conosce se stesso totalmente, completamente, obiettivamente e precisamente, ma non dualisticamente. Conosce se stesso perché è se stesso con una discriminazione totale e affinata come un diamante. Qui ci rendiamo conto che persino nel principio di indeterminazione esiste un’approssimazione, più sottile di quella di Cartesio, ma sempre un’approssimazione, perché finisce con il rendere probabilistica la nostra conoscenza. Penso che Einstein pensasse qualcosa di simile quando non accettò completamente la teoria quantica; egli pensava che Dio non giocava a dadi.</p>
<p>Ritengo che questo tipo di esplorazione, totalmente chiara e aperta, riunisce l’indagine logico-scientifica e l’approccio mistico dell’esperienza diretta. Questa via era nota nell’antico mondo occidentale, come attesta l’uso della matematica da parte di Pitagora nel lavoro spirituale interiore, ma non si è sviluppata granché a causa della scissione tra scienza e religione che ha preso avvio nel Rinascimento e nell’età dei lumi. Non esistono motivi per cui essa non possa svilupparsi ulteriormente, come abbiamo fatto noi nel nostro lavoro, né ci sono motivi per cui la scienza non può adottarla, almeno in principio. È difficile condurre tale esplorazione in modo scientifico, perché ancora non sappiamo come includere la soggettività del ricercatore nella sua ricerca, ma penso che a un certo punto saremo costretti a farlo, se vogliamo davvero scoprire i segreti dell’esistenza. In alcune aree scientifiche esistono già dei segni di un tale sviluppo, della necessità di includere la consapevolezza per avere una teoria unificata dell’universo.</p>
<p>Analizzo più in dettaglio questa idea della conoscenza nel libro <em>Inner Journey Home</em>, dove esamino approfonditamente le implicazioni per il pensiero e la cultura occidentali. Nel libro, la discussione si amplia grazie alla comprensione più profonda ed allargata della realtà resa possibile dal Diamond Approach.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: Tu insegni che, per quanto riguarda le manifestazioni e l’attività dell’anima, esiste in ogni essere umano un centro oggettivo comune che va al di là dei condizionamenti personali, le convinzioni e l’immagine di sé. Ma allo stesso tempo le esperienze vissute in passato possono andare molto in profondità ed avere un peso tale da impedire o facilitare l’unione con il divino. Per esempio, aver avuto una fase problematica di fusione con la madre nei primissimi anni di vita oppure avere una credenza cognitiva del tipo: “Esiste un solo figlio di Dio e nessun altro potrà unirsi a Lui in questa vita” possono impedire l&#8217;unione con il divino. In che modo distingui tra ciò che è universale nell’anima degli esseri umani e ciò che è indotto dalla storia personale o dalla cultura? Questa parte comune è quella che viene chiamata la “filosofia perenne”, secondo la quale esiste un fondamento comune nelle diverse tradizioni spirituali?</p>
<p>Hameed Ali: È il tipo di esplorazione che pratichiamo in questo sentiero che rende possibile conoscere cosa è storicamente incidentale e cosa è intrinsecamente universale. Quando esploriamo la nostra esperienza e percezione, cominciamo a vedere la presenza della nostra soggettività in esse, che le modella e le plasma. Quando il nostro sguardo va al di là di queste convinzioni, punti di vista e idee soggettive, riconoscendole come tali, esse cominciano a dissolversi. Tutte le influenze storiche e culturali sono il contenuto di questa soggettività. Poiché esse non fanno parte intrinseca del momento presente, ma vi vengono portate dal passato attraverso la memoria e il condizionamento, la loro comprensione tende a eliminarle. Ma gli elementi dell’esperienza che sono intrinsecamente presenti e non vengono creati da influenze storiche non si dissolvono, perché sono davvero presenti. Comprenderli tende a rivelarli ulteriormente e a portare alla luce la loro realtà intrinseca. In altre parole, l’esplorazione (così come in generale altre tecniche spirituali) tende a dissolvere la mente ordinaria con i suoi contenuti. Tutte le influenze storiche e culturali sono il contenuto di questa mente, della natura del pensiero, e per questo si dissolveranno sotto l’occhio indagatore dell’esplorazione.</p>
<p>Ciò che resterà sarà ciò che è fondamentalmente presente. Inoltre, i modelli o i processi che resteranno verranno considerati fondamentali. Ma <em>fondamentale</em> non vuol dire <em>universale</em>, né <em>oggettivamente</em> <em>comune </em>a tutte le persone. Infatti, esso potrebbe essere determinato, per esempio, dal proprio patrimonio genetico. Ma qui l’approccio scientifico aiuta moltissimo. La scienza ha molti modi per determinare se le proprietà di determinati oggetti sono comuni a tutte le classi di tali oggetti (per esempio, se le proprietà dell’acqua sono comuni a tutte le molecole dell’acqua): di essi, uno dei più importanti è il principio della ripetibilità. Finché possiamo ripetere i risultati di un esperimento, siamo in grado di determinarne la validità. Nel nostro lavoro facciamo la stessa cosa. Determiniamo non solo se una cosa è fondamentalmente presente, ma anche se l’esplorazione e le osservazioni ripetute su molte persone conducono allo stesso risultato. Quindi, viene di nuovo applicato il principio della ripetibilità.</p>
<p>Il Diamond Approach è guidato nella sua esplorazione da un tipo di intelligenza che rende possibile accertare se una cosa è fondamentale o meno, universale o meno. Sto parlando dell’intelligenza della <em>Guida di Diamante</em>, l’intelligenza essenziale che guida l’esplorazione. Quando tale guida è integrata (cosa che in parte vuol dire che possiamo esplorare e allo stesso tempo vedere le nostre distorsioni soggettive), diventa chiaro cosa è fondamentale e universale. Io uso sia questa intelligenza diretta che il metodo scientifico, per arrivare all’oggettività su queste questioni.</p>
<p>Nel mio libro <em>Spacecruiser Inquiry</em> discuto nei dettagli la nostra esplorazione e la sua intelligenza e obiettività.</p>
<p><a title="Amore della verita 4.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/amore-della-verita-4.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/amore-della-verita-4.jpg" alt="Amore della verita 4.jpg" hspace="6" align="left" /></a>Questa parte comune è ciò che viene chiamata “filosofia perenne”? Sì e no. Sì, se con “perenne” intendiamo quello che è universale a tutte le anime. Ma la mia sensazione è che la filosofia perenne si spinge oltre. Essa ritiene che tutti gli insegnamenti spirituali creati dal genere umano sono formulazioni diverse della stessa verità, esperienza o percezione. In quel caso, la mia risposta è no. Non penso che sia vero che il vuoto buddista è la stessa cosa dell’amore sufi, e che entrambi sono uguali al Padre cristiano, e che tutti insieme equivalgono al Tao taoista e così via, solo con formulazioni diverse.</p>
<p>La mia comprensione è che ogni autentico insegnamento parla di qualcosa di fondamentale e universale per tutti gli esseri umani, ma non necessariamente tutti gli insegnamenti fanno riferimento alle stesse verità universali e fondamentali. Esistono molte verità fondamentali e universali, così come esistono molte dimensioni e aspetti della natura autentica o realtà. Ciascun insegnamento tende a sottolineare una certa verità, dimensione o aspetto fondamentale e universale. Quindi, gli insegnamenti parlano della stessa cosa, ma non esattamente. Le differenze non sono dovute tanto a formulazioni o concettualizzazioni diverse, quanto al fatto che vengono evidenziati aspetti diversi della verità. Più esattamente, i vari insegnamenti sono diversi perché hanno diversi “logos” di insegnamento. Ogni insegnamento ha il suo logos caratteristico nel linguaggio, la concezione, la logica e la dinamica. La stessa cosa avviene con il Diamond Approach: esso ha una comprensione specifica dell’essenza e dell’anima. È possibile trovare analogie con altri insegnamenti, ma niente di completamente uguale. Discuto la questione dei logos degli insegnamenti in un’appendice di <em>The Inner Journey Home</em>.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: Nel Diamond Approach non ho visto molta enfasi sull’illuminazione, al contrario che in altre tradizioni o scuole. Qual è il ruolo di questo “evento” nel tuo insegnamento? In particolare, cosa pensi dell’illuminazione improvvisa tipo “advaita”? È possibile aggirare le pratiche e l’esplorazione psico-spirituale e raggiungere la liberazione eterna?</p>
<p>Hameed Ali: Faccio un uso raro del concetto di illuminazione perché lo adopero in modo tecnico. Con esso non intendo semplicemente l’esperienza, il riconoscimento, la realizzazione o anche il prendere dimora nella natura autentica, che quest’ultima sia non-duale o meno. Molte persone, inclusi diversi insegnanti, usano il termine con i significati sopradetti. Ecco perché di solito uso il concetto di realizzazione, che distinguo dall’illuminazione, anche se sono consapevole del fatto che molti insegnanti usano indifferentemente entrambi i termini.</p>
<p>Per<em> realizzazione</em> intendo la capacità di prendere dimora nella natura autentica, di riconoscere ed essere la natura autentica. Poiché quest’ultima ha molte dimensioni, o gradi di sottigliezza, esistono gradi o livelli di realizzazione. E poiché esistono molti gradi di completezza di realizzazione o di capacità di dimorare nella natura autentica, esistono molti livelli di realizzazione. Quindi, la realizzazione può svilupparsi e maturare grazie a una comprensione più sottile, profonda e totale della natura autentica, e a seconda della capacità di una persona di prendere dimora nella natura autentica. Quindi, anche se si è raggiunto un certo grado di realizzazione, è possibile che esistano ancora diversi offuscamenti, problemi, condizionamenti storici o personali non ancora affrontati, o che potrebbero emergere.</p>
<p>Quando la realizzazione diventa completa e permanente, la definisco illuminazione. Essa ha due conseguenze. La prima è che non esistono più offuscamenti (o la possibilità di un loro affiorare); spariscono i problemi, i limiti interiori alla propria esperienza e la mancanza di chiarezza. La seconda è la piena e permanente consapevolezza della totalità della natura autentica, in tutte le sue sottigliezze e dimensioni, che ora è completamente libera di manifestarsi in tutti i modi necessari. Questi due aspetti, insieme, implicano il vivere permanentemente nella pienezza del mondo autentico, senza aggrapparsi a un insegnamento o una prospettiva particolari, a una concezione dell’illuminazione o al bisogno di essa.</p>
<p>Poiché molti insegnanti intendono con i<em>lluminazione</em> ciò io chiamo <em>realizzazione</em>, essa ha ovviamente un posto nel Diamond Approach. È un’esperienza che dà l’avvio a un tipo permanente di conseguimento. Nel Diamond Approach ne esistono molti tipi e gradi.</p>
<p>Con l’espressione <em>illuminazione istantanea</em> si fa fondamentalmente riferimento a una distinzione tra la preparazione a un’esperienza e la scoperta di essa nella sua interezza. Penso che la distinzione sia avvenuta soprattutto in ambito buddista, a causa della distinzione operata dai buddisti tra il vuoto e la natura del Buddha. Le scuole secondo le quali la realtà assoluta è il vuoto, tendono a pensare in termini di illuminazione graduale, perché il vuoto viene realizzato demolendo a poco a poco l’io. Le scuole buddiste secondo le quali la realtà assoluta è la natura del Buddha (ovvero una sorta di presenza eterna) tendono a pensare in termini di illuminazione improvvisa. Questo perché la natura del Buddha viene scoperta così come è, in quanto sin dal primo momento è completa e integra. Ma in entrambi i casi esiste un cammino che va seguito con costanza. Così avviene nello zen, la famosissima dottrina che insegna l’illuminazione istantanea. Pur credendo in quest’ultima, lo zen prevede certamente una lunga pratica. Inoltre, come è ben noto, esso distingue tra molti tipi e livelli di satori o di realizzazione. Si dice che dopo ogni satori c’è un altro satori. In altre parole, anche nelle scuole che includono nel loro insegnamento l’illuminazione o realizzazione istantanea, quest’ultima non viene in genere concepita come una sorta di cataclisma che pone termine a tutto il cammino, rendendo inutili una pratica, un lavoro o un’integrazione ulteriori.</p>
<p>Questo è anche il caso dell’advaita vedanta. Altrimenti, come possiamo distinguere i diversi gradi di profondità o l’ampiezza della realizzazione dei vari guru e maestri? Il semplice fatto che un maestro dice di essere illuminato non vuol dire che lo sia allo stesso livello di un altro maestro, o che abbia lo stesso tipo di illuminazione. Né significa che lui o lei non ha più alcun lavoro da svolgere. Di solito, gli insegnamenti tradizionali (come il vedanta) definiscono “integrazione” il lavoro necessario dopo tale esperienza. Ma “integrazione” non vuol dire farsi i fatti propri mentre tutto il resto accade da sé. Altrimenti, tutti gli insegnanti della tradizione vedanta sarebbero uguali per profondità e potenza della realizzazione. L’integrazione, in realtà, consiste nel vedere al di là dell’ignoranza, le abitudini, i punti di vista, i pregiudizi, gli schemi ecc. Non è un lavoro diverso da quello che bisogna fare prima di tale esperienza; la differenza è che ora si è permeati della saggezza di tale esperienza, e forse anche dal permanere in tale esperienza.</p>
<p>Credo che, poiché nella nostra cultura non è mai esistita la disputa buddista sul vuoto e il fondamento eterno, la distinzione tra illuminazione istantanea e graduale ha poco senso. L’essenza viene scoperta così come è; non viene creata gradualmente. Allo stesso tempo, la mente lascia cadere un po’ alla volta la propria ignoranza, o il proprio attaccamento a tale ignoranza.</p>
<p>Nel mio caso personale, ho avuto molto presto un’esperienza che può definirsi di illuminazione, in cui l’ego si è totalmente dissolto nell’oceano della consapevolezza e dell’amore. C’è stata una cessazione totale della consapevolezza che ha portato a tale percezione cosmica. Ma quell’esperienza è stata l’inizio di un nuovo cammino che ha rivelato molte qualità e dimensioni della natura autentica, e in cui ho penetrato l’ego pezzo dopo pezzo, problema dopo problema. Anche questo cammino è stato punteggiato da scoperte e realizzazioni che potrebbero definirsi illuminazioni istantanee. Dopo molti anni sul cammino, alla fine sono tornato al punto dell’illuminazione iniziale, ma da allora il percorso è proseguito verso nuove tappe e livelli di realizzazione. Per cui, in un certo senso, il mio cammino ha incluso sia la via istantanea che quella graduale. Credo che questo sia ciò che accade di solito alla maggior parte degli individui, a prescindere dall’insegnamento o cammino seguito.</p>
<p>Sono rari i casi di persone che si ritrovano improvvisamente nell’assoluto e vi restano senza tornare indietro per integrare le altre dimensioni. Non è questa la norma, nemmeno nel vedanta o nello zen. Ma anche in tali casi esiste il lavoro dell’integrazione… Non credo che esiste un modo per evitare completamente di affrontare la propria ignoranza e i propri schemi, a meno che non ci accontentiamo di una realizzazione parziale.</p>
<p>Dobbiamo anche ricordare che nel Diamond Approach vediamo che esistono due tipi di cammino. Uno è quello della scoperta e realizzazione della natura autentica; l’altro, quello dell’individuazione dell’anima, cioè la maturazione dell’essere umano. Quest’ultimo tipo consiste inevitabilmente in uno sviluppo e una crescita graduali, perché si tratta di integrare le esperienze e le capacità di una persona nella sua realizzazione.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: Quali sono le qualità più importanti che un ricercatore deve integrare nel cammino?</p>
<p>Hameed Ali: La più importante, secondo me, è l’amore della verità fine a se stessa. Ciò comporta l’avere una mente totalmente aperta a ogni verità in cui potremmo imbatterci. Inoltre, il ricercatore deve avere un atteggiamento libero da pregiudizi, senza aspettative o desideri di un risultato particolare. Questo implica la necessità di un atteggiamento di pura ricerca scientifica. Altrimenti, la ricerca sarà distorta dai desideri e fini soggettivi. Poi, deve essere coinvolto il cuore del ricercatore, cioè la passione, la gioia e la giocosità, e il coinvolgimento deve avvenire senza attaccamento. Avere coraggio, intelligenza e concentrazione è di grande aiuto.</p>
<p>In <em>Spacecruiser Inquiry</em> analizzo tutto ciò nei dettagli. Un intero capitolo è dedicato a ciascuna delle qualità occorrenti per l’esplorazione e la ricerca.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: Come mai talvolta il comportamento di alcuni maestri spirituali è criticabile per quanto riguarda il potere, il sesso e il denaro? Avviene perché sono “al di sopra” dei valori e della morale umani o perché in realtà ne sono “al di sotto”, non avendo mai risolto i problemi psicologici correlati?</p>
<p>Hameed Ali: Gli insegnanti spirituali sono come tutti gli altri esseri umani. Se non hanno risolto problemi e conflitti personali, questi ultimi possono manifestarsi attraverso tali comportamenti. Queste tendenze non risolte della personalità possono diventare ancora maggiori sotto la pressione dell’espansione e dell’energia che deriva dalla realizzazione. Ciò è simile a quello che avviene agli individui comuni quando raggiungono una posizione di potere o ricchezza: queste situazioni, talvolta, amplificano le tendenze preesistenti.</p>
<p>È vero che alcune tradizioni parlano di “pazza saggezza” o cose del genere, ma essa viene considerata una possibilità molto rara e avanzata, raramente conseguita. Penso che i noti casi di comportamento aberrante o criticabile da parte di alcuni maestri indicano generalmente che la realizzazione di questi ultimi è limitata. Non esiste qualcosa come un essere illuminato nevrotico. Quando i maestri sono nevrotici o si comportano in modo strano, ciò di solito vuol dire che non sono venuti a capo di alcuni problemi della personalità e delle loro tendenze animali. Quindi, anche se hanno conseguito un certo grado di realizzazione, quest’ultima non è completa, cioè non si tratta ancora dell’illuminazione.</p>
<p>Se comprendiamo questa situazione, non c’è niente di insolito o difficile da capire in questi episodi. Certe persone non riescono a comprenderli perché partono dal presupposto che gli individui sono pienamente illuminati, quindi hanno bisogno di trovare qualche spiegazione bizzarra o semplicemente restano nella confusione.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: Per molto tempo, l’anima umana è stata considerata fuori dal campo di indagine della scienza occidentale. Quando alla fine è arrivata la psicoanalisi, la sua attenzione si è concentrata sul lato oscuro, le nevrosi e le psicosi, evidentemente nella convinzione profonda che in qualche modo l’anima è nata corrotta. Anche negli ambienti spirituali, l’ego – che dopotutto è parte dell’anima umana – viene spesso considerato un “nemico” che va “ignorato” o addirittura “ucciso”. Qual è la tua opinione sull’ego? È possibile che l’ego sostenga le parti più profonde dell’anima nell’esplorazione e il riconoscimento della verità?</p>
<p>Hameed Ali: Può esistere l’ego senza l’anima? No, è impossibile. Tutte le esperienze di noi stessi devono appartenere all’anima, che sia libera (e quindi l’esperienza riguarda la sua natura essenziale) o identificata con un’immagine o concetto (e quindi si tratta dell’ego). In altre parole, l’ego non è altro che una manifestazione della nostra anima, la nostra consapevolezza individuale, strutturata attraverso i concetti e le impressioni del passato. In tale situazione, l’anima sperimenta se stessa attraverso questa lente di concetti e impressioni, e tale mancanza di immediatezza e spontaneità si manifesta sotto forma di sé alienato, quello che gli insegnamenti spirituali chiamano “ego”. Non si tratta esattamente dell’ego della psicanalisi, ma di ciò che la maggior parte della gente considera il proprio senso dell’io.</p>
<p>Tale identificazione con la storia e le esperienze passate è il primo ostacolo alla realizzazione spirituale, perché quest’ultima è semplicemente l’anima che sperimenta se stessa senza alcun filtro, ma direttamente, immediatamente e nel momento. Quando l’anima sperimenta se stessa e il mondo con questo tipo di immediatezza, riconosce la presenza della sua natura autentica, e riconosce che questa è la sua verità ontologica. Poiché il fraintendimento dell’anima su se stessa è l’ostacolo principale, esso viene frequentemente considerato<em> il nemico</em> del cammino spirituale. Lo è, ma non è un nemico che vuole semplicemente il nostro fallimento o la nostra infelicità. Quindi, ciò che occorre non è l’aggressione o l’uccisione (che non sarebbe possibile, perché non possiamo uccidere la nostra anima), ma la comprensione e l’amore, che permetteranno di aprirsi e abbandonare le identificazioni, i punti di vista e le convinzioni rigide.</p>
<p>Quando affrontiamo l’ego con aggressività e rifiuto, chi è il soggetto di questo comportamento? Deve essere l’ego, perché la natura autentica, o l’anima non separata dalla natura autentica, non può rifiutare od odiare. Può solo avere le qualità della natura autentica, cioè amore, saggezza, comprensione e così via. In altre parole, il rifiuto ci rende semplicemente più identificati con la posizione dell’ego.</p>
<p><a title="Amore della verita 5.gif" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/amore-della-verita-5.gif"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/amore-della-verita-5.gif" alt="Amore della verita 5.gif" hspace="6" align="right" /></a>Nelle prime fasi del cammino, l’ego può essere un aiuto. Questo perché all’inizio non possiamo essere la nostra anima senza essere l’ego. Quindi, all’inizio è l’ego a compiere il lavoro, a seguire il cammino interiore. In realtà è sempre l’anima, ma qui essa è identificata con il concetto dell’ego. Col tempo, l’ego diventa trasparente e comincia a dissolversi. Ciò vuol dire che l’anima comincia a sperimentare se stessa senza questa lente di concetti e impressioni del passato. Senza tale lente, cominciamo a comprendere la realtà, cosa siamo davvero noi e il mondo. Per cui, in un certo senso l’ego muore, ma questo non vuol dire che esiste davvero un’entità separata che muore. Piuttosto, è l’anima che lascia cadere il concetto di ego. Possiamo sperimentare ciò come una specie di morte, ma questo avviene perché crediamo ancora di essere l’ego, e che quest’ultimo è un’entità reale ed esistente. Ciò che muore è la nostra ignoranza, non un’entità chiamata ego.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: Tu vedi negli aspetti essenziali della forza, la compassione, la chiarezza, la gioia e altri, il ponte tra l’umano e il divino. È in corso un acceso dibattito sull’ingegneria genetica. Ho come la sensazione che esiste la tentazione di cercare “l’essenza” dell’essere umano, in particolare i suoi attributi “migliori”, a livello biologico. Pensi che la manipolazione del DNA può aiutare a integrare gli stati essenziali o è solo un pericoloso “giocare a Dio”?</p>
<p>Hameed Ali: Queste qualità spirituali, in realtà, non sono altro che gli attributi del divino, nel suo manifestarsi e diventare immanente nel mondo e nell’anima. Possiamo sperimentarle nella nostra anima individuale e relazionarci a esse come alle nostre qualità, o alle qualità essenziali affioranti dal divino, e in tal modo fungono da ponte verso il divino nella sua dimensione trascendente.</p>
<p>Ho osservato che talvolta è difficile, per alcune persone, sperimentare certe qualità spirituali o essenziali, e in rari casi ciò sembra dovuto a una deficienza genetica. Penso che possa essere necessario che la composizione genetica dei nostri corpi diventi un vaso completamente trasparente delle qualità divine. Ciò mi riporta alla mente la scoperta dei geni della gioia e della maternità… Ma queste – la gioia e il nutrimento materno – sono due qualità essenziali, quindi potrebbero esistere altre qualità essenziali parzialmente regolate da geni specifici. Tale osservazione rafforza l’idea che il nostro corpo deve essere il più integro e completo possibile per poterci permettere l’esperienza del nostro potenziale essenziale. Quindi, se ci manca un determinato gene, o se il corpo o il cervello hanno qualche carenza, potremo avere delle difficoltà nell’essere aperti ad alcune qualità. E poiché nella genetica un gene è solo uno dei fattori determinanti, la sua mancanza non implica l’impossibilità di una qualità, né il suo possesso la presenza automatica di quest’ultima.</p>
<p><a title="Amore della verita 6.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/amore-della-verita-6.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/amore-della-verita-6.jpg" alt="Amore della verita 6.jpg" hspace="6" align="right" /></a>Se c’è del vero in questa idea, è lecito pensare che l’ingegneria genetica può essere di aiuto, fornendo i geni mancanti in grado di donarci l’apertura normale, o media, verso una particolare qualità essenziale. Ma ciò non equivale a dire che l’ingegneria genetica ci donerà l’illuminazione, perché a ogni modo già possediamo quasi tutti i geni necessari.</p>
<p>Questo è ciò che posso dire. Se la manipolazione del DNA può aiutarci a integrare ulteriormente gli stati essenziali, non lo so. Penso che l’ingegneria genetica può avere un potenziale spirituale, ma dubito che essa sostituirà il lavoro e la pratica interiori.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: Ho una forma di artrite da quando ero un ragazzo. Come per molte altre persone con malattie fisiche croniche, sul cammino spirituale ciò ha operato sia da stimolo che da frustrazione. Il fatto che anche tu hai delle limitazioni fisiche ha influito sul tuo cammino spirituale e i tuoi insegnamenti? In generale, in che modo il Diamond Approach considera il rapporto con il corpo?</p>
<p>Hameed Ali: Naturalmente, i miei limiti fisici hanno influenzato il mio cammino spirituale. La poliomielite che ho contratto all’età di due anni mi ha reso fisicamente vulnerabile e dipendente dagli altri, fatto questo che mi ha aiutato a diventare un individuo socialmente sensibile, ma anche interiormente autonomo. Inoltre, mi ha obbligato a volgermi all’interiorità per sperimentare la vita. Il fatto di dover usare una stampella per camminare ha inciso sul mio corpo in modo tale da non potere più trascurare ciò che sentivo dentro di me. Per cui, ho sviluppato una sensibilità e una dinamica vita interiore che sono sempre state indipendenti dalle situazioni esterne. La poliomielite ha creato un limite dal punto di vista fisico e sociale, ma ha anche permesso la crescita di una certa forza interiore.</p>
<p>Sembra che possiamo volgere a nostro vantaggio i limiti fisici, oppure, imparando a convivere con essi, possiamo maturare in modo non comune. Penso che ciò richieda innanzitutto altri elementi di sostegno, come un’educazione sana, un talento ecc. La cosa più importante è non gettare la spugna e non portare rancore, ma affrontare i nostri limiti e imparare a essere aperti alla vita e all’esperienza. Penso che la maggior parte delle persone tende a non affrontare in modo adeguato i propri limiti; diventano rancorose, arrabbiate, depresse o prive di intelligenza. Ma talvolta l’individuo riesce ad affrontare la situazione, sviluppando diverse qualità o capacità per venirne a capo o creare una compensazione.</p>
<p>Anche la natura del limite fisico è importante. Certi limiti possono interferire con la capacità di percezione, pensiero, intuizione, sentimento ecc. In simili frangenti è più difficile affrontare adeguatamente la situazione, e diventa meno probabile che l’individuo cresca e maturi grazie ai suoi limiti. Questo è ovvio nel caso del dolore. In presenza di alcuni dolori è ancora possibile pensare, contemplare e sentire, a patto che li affrontiamo e facciamo del nostro meglio. Ma altri sono di natura tale da rendere difficile l’applicazione di questa facoltà, e per essi occorrerà una forza d’animo maggiore di quella solitamente disponibile alla persona media. Ciò non vuol dire che in tali casi è impossibile crescere, ma che è più difficile e che occorre un aiuto maggiore. E quindi, solo raramente un individuo riuscirà ad affrontare la situazione in modo idoneo per la crescita e lo sviluppo interiori.</p>
<p>Possiamo pensare al nostro corpo come a una dimensione della nostra vita. Ciascuno di noi è un’anima la cui natura autentica è data dall’essenza, e dove il corpo rappresenta un vaso o un veicolo per l’esperienza e l’azione nel mondo. L’anima è il vaso dell’essenza, e il corpo è il vaso dell’anima. E così come l’anima deve essere trasparente all’essenza per farne l’esperienza e riconoscerla, il corpo – in quanto vaso più esterno della nostra esperienza – deve essere trasparente alle altre dimensioni. E come l’anima può essere trasparente all’essenza in alcune delle sue manifestazioni ma non in altre, lo stesso accade per il corpo. Quest’ultimo può essere trasparente in alcuni modi all’anima e all’essenza, ma non in altri. Può essere trasparente nella regione del cuore ma non in quella della pancia, oppure nella testa ma non nel cuore. Ciò fa sì che il nostro accesso avviene prevalentemente attraverso un centro o un altro.</p>
<p>La qualità più importante per la trasparenza del corpo, così come per l’anima, è la sensibilità. Ciò vuol dire che il punto non è se certi organi o parti del nostro corpo sono forti, sani e normali, ma quanto sono sensibili all’esperienza interiore e come influenzano la sensibilità dell’anima. I fattori che influenzano la sensibilità possono essere fisici, ma di solito sono le conseguenze psicologiche della situazione o del limite fisici.</p>
<p>Per <em>sensibilità</em> non intendo essere reattivi o troppo delicati; mi riferisco alla capacità di sperimentare stimoli di un’intensità e una qualità sempre maggiori senza interruzioni o chiusure.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: Il mondo è nel caos ecologico, sociale e politico. Esistono insegnanti secondo i quali ciò che sta avvenendo è solo un’illusione, “maya”, e non dovremmo preoccuparci, a meno che il nostro <em>corpo-mente</em> non sia meccanicamente programmato per affrontare questi argomenti. Potrebbe essere un’altra forma di attaccamento, ma la prospettiva della fine dell’incredibile esperimento della vita muove qualcosa dentro di me. I ricercatori spirituali possono avere un ruolo nella cura del corpo e dell’anima del mondo?</p>
<p>Hameed Ali: So che secondo alcuni insegnamenti il mondo è un’illusione, ma penso che questa sia un’eccessiva semplificazione che non comunica il messaggio originario. È una frase che cattura l’attenzione, ma la verità è più sottile e interessante. Quando cominciamo a riconoscere la visione egoica del mondo come fondamentalmente concettuale, tale visione appare illusoria. Percepiamo il mondo come un’illusione, ma andando più a fondo scopriamo che la sensazione di tale illusione è dovuta al fatto che stiamo ancora considerando la concezione egoica del mondo. Essa non dice nulla sul mondo. Ma quando guardiamo direttamente e immediatamente – cioè quando i concetti dell’ego sul mondo si sono dissolti – il mondo appare reale, ma come un’espressione di luce e presenza. Scopriamo che la percezione del mondo da parte dell’ego è una distorsione della condizione vera del mondo, del mondo autentico.</p>
<p>Abbiamo due modi per stare in questo mondo autentico. O siamo la natura autentica del mondo, ciò che lo rende reale, che trascende le forme del mondo; oppure siamo la natura autentica che si manifesta sotto forma di anima individuale. In quest’ultima condizione sperimentiamo il nostro io non solo come trascendente, ma anche come un organo, un’azione o una percezione del trascendente.</p>
<p>In tale mondo autentico ogni cosa appare giusta e perfetta. Ma questo non vuol dire che i particolari del mondo, lo stato delle cose, rientrino nella nostra definizione di perfezione. Più che altro, il nostro sguardo è rivolto alla natura fondamentale del mondo, che è purezza e perfezione.</p>
<p>In altre parole, possiamo scorgere la purezza autentica e riconoscere allo stesso tempo che lo stato delle cose non è salutare per gli esseri umani, ed è qui che la natura autentica manifesta il suo amore e la sua compassione. Possiamo impegnarci, nel senso che la nostra compassione ci porta a vedere la sofferenza e a sentirci inclini ad alleviarla. Allo stesso tempo, comprendiamo che il vero problema non è lo stato particolare delle cose, ma l’ignoranza della natura autentica, che è sottintesa alla dolorosa situazione generale. Riconosciamo che solo attraverso la dissoluzione dell’ignoranza un essere umano può essere libero, ma possiamo anche vedere che, per dissolvere questa ignoranza, la nostra compassione e il nostro amore agiscono in modi che corrispondono a uno stato delle cose più sano. In altre parole, più siamo realizzati, più comprendiamo le vere ragioni della sofferenza e del conflitto, e ci rendiamo conto di quali azioni saranno di aiuto. Di fatto, l’azione della realizzazione autentica è sempre diretta alla guarigione del mondo, ma potrebbe non manifestarsi nei modi in cui ci aspettiamo. Può succedere. Ma nello stato di realizzazione, esiste qualcosa come un’<em>azione nel mondo</em>?</p>
<p>Nella condizione trascendente vediamo che nessuno può agire, che ogni azione è fondamentalmente la trasformazione della sembianza dell’essere divino. In altre parole, non esistono azioni individuali. Ma questo è un punto sottile, perché anche se tale è l’esperienza dell’individuo realizzato, quest’ultimo sembra agire in modi che tendono a risanare la situazione intorno a lui/lei. Quindi, è vero che è un’illusione cercare di fare qualcosa, ma questo tipo di comprensione si accompagna a un grado di realizzazione in cui gli eventi intorno a tale individuo cominciano a muoversi verso l’integrità. Quindi, anche se non si stanno compiendo azioni individuali, lo stato delle cose si trasforma per riflettere le perfette qualità della realizzazione: per esempio, l’intelligenza, l’amore e la compassione. Inoltre, dal punto di vista delle persone intorno all’individuo realizzato, quest’ultimo sembra agire in modo sano e salutare.</p>
<p>Nella condizione personificata in cui siamo l’anima inseparabile dalla sua fonte – una cellula nell’essere divino – capiamo che possiamo compiere azioni individuali, ma tali azioni sono in realtà quelle del divino che si manifesta tramite noi. Quindi, c’è la percezione dell’azione individuale, ma anche il riconoscimento che esiste una sola entità ad agire. In tale condizione sperimentiamo le nostre azioni come prive di sforzo e salutari per lo stato delle cose, sia per gli altri che per l’ambiente.</p>
<p>Per cui, l’attaccamento in questo caso non riguarda l’atto di aiutare il mondo, ma la convinzione che l’atto individuale sia una verità assoluta. Se, volendo aiutare il mondo, ci stiamo meramente aggrappando alla nostra convinzione del carattere assoluto dell’atto individuale, siamo di fronte a un attaccamento che riflette un’illusione. Ma l’azione può fluire senza che noi si assuma questa posizione. In tal modo, l’azione può apparire una parte dello svolgimento universale delle apparenze del mondo, oppure l’azione del divino che si manifesta attraverso un’anima individuale.</p>
<p>Se osserviamo la vita degli individui realizzati, tutti hanno contribuito a risanare l’ambiente che li circondava, umano, animale o inanimato. Un modo migliore di dire la stessa cosa è affermare che gli individui davvero realizzati contribuiscono al cammino generale dell’umanità e del mondo verso una maggiore consapevolezza della natura autentica.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: Pensi che il sistema scolastico e sociale possa favorire il riconoscimento e l’integrazione delle qualità essenziali nei bambini?</p>
<p>Hameed Ali: Certamente, ma non sempre questo accade. Il punto non è se i bambini possono, ma se c&#8217;è la volontà in questa direzione. E ciò significa che le persone dietro tali sistemi devono essere sagge abbastanza da includere tale educazione nei sistemi stessi. Sono esistiti dei casi, nella storia, in cui persone sagge nei posti di potere hanno patrocinato insegnamenti e valori spirituali, favorendo la loro diffusione nella società. Questo è avvenuto nella tradizione ebraica, sufi, buddista e in altre. Generalmente, ciò accade in alcune comunità all’interno della società, che probabilmente in qualche caso hanno incluso l’educazione dei bambini. Un esempio interessante è quello dell’epoca greco-romana, quando i potenti mandavano, talvolta, i figli a studiare dal sapiente dell’epoca, come Platone in Alessandria e Plotino a Roma.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: I Veda hanno prodotto non solo conoscenza spirituale, ma anche il sapere scientifico dei tempi antichi. Si dice che tale sapere sia stato scoperto da esseri illuminati attraverso stati meditativi. La tecnica di esplorazione da te insegnata può essere applicata alla medicina, la fisica, la cosmologia, la scienza sociale e altri campi scientifici? In tal caso, cosa ci sarebbe di diverso rispetto all’attuale ricerca scientifica?</p>
<p>Hameed Ali: Senza dubbio. L’esplorazione, nel Diamond Approach, consiste di ricerca e indagine, e può applicarsi a qualsiasi campo di attività. È mio desiderio che questo accada, a un certo punto. Saranno necessarie alcune modifiche per favorire l’adattamento a ciascun campo, e bisognerà trovare un modo per includere l’esplorazione nella consapevolezza del ricercatore.</p>
<p>Oggi, il nostro metodo scientifico cerca di isolare il ricercatore (come abbiamo già detto), ma non esiste una ragione indiscutibile per non includerlo. Ciò crea un’approssimazione migliore di quella cartesiana. Comunque, non è una cosa semplice come il metodo cartesiano, che cerca di isolare il più possibile il ricercatore dall’oggetto di ricerca. L’individuo medio non può farlo, e questo vale per la maggior parte dei nostri scienziati. Penso che se ciò accadrà, sarà grazie agli scienziati che hanno già una certa realizzazione e comprensione della consapevolezza e della sua natura. Credo che sarà interessante vedere in che modo la scienza si svilupperà partendo da questa prospettiva più vasta e profonda. Nella filosofia della scienza potrebbe verificarsi una rivoluzione simile a quella Einstein provocò nella fisica.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: Ti ho sentito dire che esiste una relazione tra gli aspetti essenziali e il sistema endocrino. Potresti dire qualcosa al riguardo?</p>
<p>Hameed Ali: Non ne so granché. Ma so che, così come l’energia-shakti e il sistema dei chakra sono collegati al sistema nervoso e ai vari plessi, gli aspetti essenziali e il sistema “lataif” sono collegati al sistema endocrino e le sue ghiandole. Come esperienza, l’energia shakti è simile a una scarica elettrica, mentre la presenza essenziale è simile allo scorrere dei fluidi. Credo che sarebbe interessante svolgere una ricerca dettagliata su questa corrispondenza.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: La tua scuola ha l’aspetto di una scuola misterica, con poca pubblicità, mentre i tuoi libri, anche se molto apprezzati dai ricercatori, sono stati pubblicati in proprio e non hanno raggiunto il mercato di massa. Da un paio di anni hai cominciato a pubblicare con un grosso editore e il tuo nuovo libro, <em>Inner Journey Home,</em> avrà una grossa promozione. Quali sono le nuove sfide, e cosa provi a essere oggetto di attenzione da parte dei media e delle masse? Quale sarà l’argomento di I<em>nner Journey</em> Home?</p>
<p>Hameed Ali: La mia funzione è trasmettere il Diamond Approach in tutti i modi possibili. L’idea è quella di raggiungere il massimo numero di persone in sintonia con esso, affinché lo usino secondo le loro possibilità. Faccio questo attraverso gli insegnamenti, il training per insegnanti, gli eventi pubblici e le pubblicazioni. Parte della funzione delle pubblicazioni è rendere disponibile alla gente il nuovo paradigma e le intuizioni del Diamond Approach. Le pubblicazioni non sono un metodo efficace come l’insegnamento, ma hanno la loro utilità, in quanto sono educative (nel senso positivo della parola).</p>
<p>Se questo richiederà l’attenzione dei mass media, non mi è chiaro. Personalmente tendo a essere riservato, e non mi piace l’attenzione delle masse. Ma se ciò comincia ad accadere e aiuta la trasmissione degli insegnamenti a un numero maggiore di persone, continuerò su questa strada, come parte del mio servizio all’insegnamento.</p>
<p>Pubblicando con la casa editrice <em>Shambhala</em>, l’intento è, in parte, allargare il pubblico raggiungibile dai libri. Questo, in realtà, non è il livello dei mass media.</p>
<p>Non stiamo cercando di divulgare gli insegnamenti a livello delle masse, perché il nostro lavoro si basa molto sulla figura dell’insegnante, e possiamo accogliere solo un numero di studenti proporzionale ai nostri insegnanti. Ma i libri non hanno questi limiti, e possono raggiungere un pubblico molto più vasto senza che la scuola debba accogliere nuovi studenti, anche se ciò ci metterà più pressione.</p>
<p><em>The Inner Journey Home,</em> in pubblicazione nella primavera del 2004, è in parte un libro sull’anima e in parte una panoramica particolareggiata del cammino del Diamond Approach. La prima parte è una descrizione dettagliata dell’anima, che ne analizza la natura, le proprietà e funzioni, le dimensioni, la crescita, la realizzazione e la maturità. Il Diamond Approach sviluppa l’antico concetto occidentale dell’anima, esposto per la prima volta da Socrate e ampliato dalle scuole esoteriche delle tradizioni monoteiste, fino a includere il moderno campo della psicologia e la nozione dell’io. L’accento è su come l’anima è ciò che siamo, la nostra consapevolezza individuale, che ha l’essenza come sua natura e fondamento ontologico, ma che tra le sue dimensioni o possibilità include anche ciò che chiamiamo <em>mente, cuore e volontà.</em></p>
<p>Il libro analizza nei dettagli il modo in cui l’anima si evolve nell’io comune attraverso lo sviluppo dell’ego, e come e perché questo l’aliena dalla sua natura essenziale.</p>
<p>Tutto ciò viene riconosciuto come uno stadio di un processo più vasto di evoluzione che comprende lo sviluppo essenziale, la realizzazione della natura autentica e l’integrazione di quest’ultima nel mondo, sotto forma di individuazione e maturazione dell’anima. Il libro poi tratta in modo particolareggiato la natura essenziale dell’anima, le dimensioni della natura autentica e la loro realizzazione e integrazione nel cammino; include un esame molto approfondito, sottile e dettagliato della natura autentica; si chiude con un’analisi del viaggio di discesa e l’integrazione di tutte le dimensioni della Realtà autentica, la condizione autentica dell’esistenza, oltre ai suoi rapporti con l’idea di un Dio personale.</p>
<p>Un tema importante che percorre tutto il libro è il legame tra gli insegnamenti del Diamond Approach e la tradizione del pensiero occidentale. Viene analizzato in che modo il Diamond Approach è una possibile e positiva evoluzione della cultura e dei valori occidentali. Ciò viene fatto esaminando la dissociazione e l’unità delle nozioni di Dio/Essere, io/Anima e mondo/Cosmo.</p>
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</a>Il sito della scuola Ridhwan: <a href="http://www.innernet.it/wp-admin/if%28confirm%28%27http://www.ridhwan.org/%20%20%5Cn%5CnThis%20file%20was%20not%20retrieved%20by%20Teleport%20Pro,%20because%20it%20is%20addressed%20on%20a%20domain%20or%20path%20outside%20the%20boundaries%20set%20for%20its%20Starting%20Address.%20%20%5Cn%5CnDo%20you%20want%20to%20open%20it%20from%20the%20server?%27%29%29window.location=%27http://www.ridhwan.org/%27">www.ridhwan.org</a></p>
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<p>Traduzione di Gagan Daniele Pietrini<br />
Copyright: Innernet.</p>
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		<title>Loving the truth for its own sake, an interview with Almaas</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Aug 2009 07:02:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Toshan Ivo Quartiroli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Co/Scienza]]></category>
		<category><![CDATA[English articles]]></category>
		<category><![CDATA[Maestri]]></category>
		<category><![CDATA[Psicologia e spirito]]></category>
		<category><![CDATA[Almaas]]></category>
		<category><![CDATA[Descartes]]></category>
		<category><![CDATA[Diamond Approach]]></category>
		<category><![CDATA[Diamond Heart]]></category>
		<category><![CDATA[Hameed Ali]]></category>
		<category><![CDATA[philosophy]]></category>

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		<description><![CDATA[The Diamond Approach, the path created by Hameed Ali, better known by the pen name A.H.Almaas, emphasizes loving the truth for its own sake. This research takes place through a process of inquiry that includes the subjectivity of the researcher and his personal history as a way to reach objective knowledge of the soul and [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="Almaas4.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/almaas4.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/almaas4.jpg" alt="Almaas4.jpg" hspace="6" align="left" /></a>The Diamond Approach, the path created by Hameed Ali, better known by the pen name A.H.Almaas, emphasizes loving the truth for its own sake. This research takes place through a process of inquiry that includes the subjectivity of the researcher and his personal history as a way to reach objective knowledge of the soul and of the divine. In this interview, Hameed Ali speaks about the research, the researchers and the nature of the soul.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: The search for the truth in the West (including the scientific, philosophical and metaphysical) developed through different stages. In the Scholastic tradition, the subjectivity of the inner contents was taken into account, then came Descartes, who rejected this tradition. For the sake of a &#8220;clear and distinct perception&#8221; he deemed it necessary to detach ourselves from our subjectivity and take an objective, &#8220;God-like&#8221; approach. After all, according to the Judeo-Christian view, God created man in the last day of creation, and in the image of God. According to this belief the creation is something external to human beings, something that existed before the human mind and soul were around. So, in order to know the creation and the creator&#8217;s mind, man should trace God&#8217;s path and look for what is beyond the human. And, since man was born in sin, there wasn&#8217;t much good to discover anyway. Copernicus&#8217;s view of astronomy, no longer earth-centered, was possible from this new approach, as were many other scientific and technological developments. The modern era was characterized as being scientific, materialistic and &#8220;objective&#8221; one. But Kant was already starting to sabotage this paradigm, saying that we will never know the &#8220;thing in itself&#8221;. Later on, came quantum physics with the uncertainty principles and then the Gödel theorem limiting the scope of formal systems. In this post-modern era there is no more safe terrain for the truth. Your inquiry technique seems to be a new stage in the pursuit of truth, since it is fuelled by both the subjective and objective approaches to reality, and you affirm that the inner knowledge can be even more objective, clear and precise than the outer one. This reverses the foundations of the western culture between inner/subjective and outer/objective. How can you have objective truth in the realm of the human experience and how do you inquireinto that?</p>
<p>Hameed Ali: This is a good question and it will be important for people who grew up in the West to understand this point, for it may influence the way they look at spiritual experience and enlightenment. First, the way I work with truth in terms of objectivity and subjectivity does not actually reverse the foundations of Western culture. In fact, it rather goes back to the real foundations that our modern West has all but forgotten. In other words, the way I teach the Diamond Approach is a development of the Western way of researching truth, but done in a way that unifies what has been dissociated in the last few hundred years. It is a new stage but a stage that basically develops potentials that already existed in Western history.</p>
<p>Originally, as in the old Greek culture or the old Hebraic/Christian origins, or as the scholastic tradition that you mention, there was no dissociation between the objective and subjective views of things. The separation and dissociation happened around the age of enlightenment, even though it began earlier in the development of Christian thought. I think the separation served Western civilization for it lead to Western science and its technological advances, but at the same time it created a dissociation that is not inherent in reality and knowing, which has its own alienating effects.</p>
<p>In my understanding, knowing is much deeper than it is viewed now by our positivist philosophy. Knowing has a mystical or intuitive ground, which is the direct knowing of content of experience, usually termed gnosis. The Greeks understood this well in their concept of Nous, the higher or divine intellect. Plotinus clearly taught that knowing and being are inseparable in the Nous. But Western thought, which understood the Nous kind of knowing both in Greek thought and Hebraic thought, developed in such a way to separate the two dimensions or elements of it. In the Nous kind of knowing there is the presence of Divine Mind or Intellect, which is a field or ground of awareness, and there are the forms that manifest within it as objects of knowing. The forms are forms of the field of presence, but since this presence is the presence of consciousness this fields knows these forms. It knows them directly because they are forms of its own field; its knowingness pervades all the forms.<span id="more-550"></span></p>
<p>The development of Western thought, for various reasons good and bad, dissociated the ground of knowing, the being or presence, from the forms that this ground manifests. These two elements became then, generally speaking, emphasized and developed in two different fields. The ground of being became the concern of the field of metaphysics, religion and mysticism; and the forms became the concern of the newly developing scientific fields. Religion and mysticism started emphasizing that the ground of Being, or monotheistically the divine presence, is mysterious and inherently unknowable. And that its experience is antithetical to logical and scientific or experimental kind of inquiry.</p>
<p>In the scientific and positivistic direction, what remained of the ground of awareness and knowing became simply the individual knower, the self with its knowing mind. The forms of knowledge became disconnected objects not directly related to the knower. And knowing became the observations of the separate self of objects of knowledge. The idea developed, as you mention with the help of Rene Descartes, that the forms exist on their own, and can be known as they are if the self observes them from a distance and not interfere with them with its subjectivity. So objective knowledge developed to mean knowing the objects of knowledge without the subjective biases of the self or researcher.</p>
<p>Now, in the Diamond Approach, we agree with this definition of objective knowledge: that it is knowledge free of the mixing in it of the subjective biases of the knower. However, we do not share Descartes view that the way to objectivity is by sterilizing the situation of inquiry, by removing the subject from the field of inquiry. First, we know from our fundamental understanding of knowing that we cannot completely separate the knowing subject from the object of knowledge. We cannot because the knowing subject is nothing but the collapsing of the field of presence and awareness into a knowing self. We also know that these objects of knowledge are nothing but the reification of forms that arise in this field, and inseparable from it. Hence, Descartes formula works only as an approximation, and cannot be applied absolutely. I think Quantum theory has already discovered this limitation as formulated in Heisenberg’s uncertainty principle, which simply means that we cannot totally dissociate the observer from the phenomena observed.</p>
<p>Descartes’ formula worked as an effective approximation, and still works effectively in most fields of scientific inquiry because these fields cannot penetrate to the regions where this approximation collapses. We can actually view Descartes’ philosophy of science as an approximation similarly to how Newton’s classical theory of physics is a good working approximation to the laws of physics. Now we know that Newton’s physics collapses at the two extreme ends of the scale of physical measurements, where the general theory of relativity and quantum theory have replaced it as more accurate in the domains of macro and micro distances, respectively.</p>
<p>When it comes to understanding consciousness and the nature of the soul and God, Descartes’ approximation is again not adequate. Mysticism has always understood this and knew that true understanding of spiritual realities can only happen through direct experience, through knowing by being, by identity of knower and known. However, mysticism and most spiritual teachings believed that logical or rational knowledge are antithetical to such mystical knowing or gnosis, what the Hindu termed jnana, and the Tibetans yeshes. So it has been believed now for a long time that mystical or direct spiritual knowledge can only be vague, intuitive, mysterious, nonconceptual, incommunicable and so on. This is, in my view, due to the same dissociation, believing that the specifics and precise forms are separate from the ground of being and knowing, and that to pay attention to such specificity will disconnect us from mystical experience.</p>
<p>In the Diamond Approach, we agree more with the ancient Greeks, like Pythagoras, Plato and Plotinus, that the ground of being, the nous, is the ground of the platonic ideas, the various forms of manifestation. In other words, we take the view that direct mystical knowing and the knowing of specific forms in precise details, can be wed, because they are originally one and nondual. This means that we can have a mystical knowledge, which is knowledge by identity, that can be precise, clear, specific and detailed.</p>
<p>This has two consequences that respond to your question. First, there can be scientific knowledge that is direct knowledge; meaning precise and detailed gnosis of forms of manifestation. There is no dissociation here, and hence it is free of Descartes’ approximation. In fact, because we are not relying on an approximation, but on the truth of reality, our knowledge can be totally precise and clear. It can penetrate to regions not accessible to the ways of inquiry that depend on Descartes’ approximation. This is necessary for understanding consciousness, existence, soul, God, spirit and so on. They are like the micro and macro of scientific measurements, but in the field of psychology and metaphysics.</p>
<p>But how about objectivity; how do we assure objectivity, or that our subjective biases are not involved in this knowing?</p>
<p>I think the belief of many spiritual teachings that the mystical experience is antithetical to mind and reason opens such experience to such subjective biases. And this has been the criticism of scientists and philosophers of science of this kind of experience. However, Descartes’ approximation will not work, for it will dissociate us from the mystical element, that of direct experience, or knowing by being. However, there is another way, a way that the Diamond Approach applies in quite an effective manner. This is to include into our inquiry not only what we experience or know, but the subjective pole itself. We include looking into the knowing subject, the self, in the inquiry into spirit, God, or whatever. Our inquiry is always not only into what we experience, but also into our attitudes and reactions to our experience. This way we see our subjective biases, and how they influence our experience. By seeing through these subjective biases our knowledge of what is going on becomes gradually more objective.</p>
<p>As we see our biases, beliefs, positions, desires and so on, they begin to dissolve, especially because our inquiry is motivated by the love of truth for its own sake. Since we truly want to know what is going on, we are willing to surrender our biases because we can see directly how they obscure the truth we love. Our objectivity expands as our knowledge deepens. Objectivity expands as subjective biases are seen and surrendered. This is a process that continues throughout the path of inquiry into experience, where the truth of experience gradually manifests as our biases are exposed and surrendered.</p>
<p>We find different degrees of objectivity, where each degree is objective within the subjective framework we work with. In other words, if we use the framework that we are separate individuals in the ordinary world, then objective truth means something different from objective truth in a framework that does not hold such assumptions of separate individuality. Again, objectivity means something different depending on whether we assume existence and nonexistence are two antithetical opposites or inseparable and coemergent.</p>
<p>This approach does not participate in Descartes’ approximation because it recognizes that it is not possible to isolate the self from the object of inquiry. It relies on the view that the awareness and knowingness of the self is the field that constitutes the substance of all the objects of inquiry. It achieves objectivity by clearing the knowing awareness from its subjective biases. It first includes these biases in its determination of what is going on, but in deeper stages of the path, it can inquire free of these biases. The dissolution of these biases and positions at some point include the dissolution of the belief in a separate self, and the belief that the objects of study are separate objects from the inquirer.</p>
<p>Objectivity is complete when there is no more separate self to hold biases, which is the same station as recognizing that all the forms of manifestation are forms that our awareness and presence assumes. This is the enlightened view that we arrive at by learning to be truly and fully objective. This view actually transcends the uncertainty principle of quantum theory, because there is no more an observer separate from the observed. We see that the uncertainty principle is true as long as there is duality, but in the enlightened view there is no more duality of observer and observed. It is one phenomenon that knows itself totally, completely, objectively and precisely, but nondualistically. It knows itself by being itself with full and diamond sharp discrimination. Here, we see that even the uncertainty principle is an approximation, a finer one than Descartes’ but an approximation nevertheless, because it ends up making our knowledge probabalistic. I believe Einstein had an inkling of this when he could not adopt the quantum view completely; he thought God does not throw dice.</p>
<p>I think this kind of inquiry, which is totally open minded and totally open ended, unifies the scientific logical investigative attitude with the mystical approach of direct experience. This way was known in the ancient Western world, as attested to by Pythagoras’ use of mathematics in spiritual inner work, but did not develop much because of the bifurcation between religion and science that began in the renaissance and the enlightenment. There is no reason why it cannot develop further, as we have done in our work, and there is no reason why science cannot adopt it, at least in principle. It is difficult to practice such inquiry scientifically because we still do not know how to include the subjectivity of the researcher into his research, but I think at some point we will need to, if we are serious about finding the secrets of existence. There are already some indications of such development in some scientific areas, as in the view that we need to include consciousness to have a unified theory of the universe.</p>
<p>I go into more detail into this view of knowledge in the book, <em>Inner Journey Home,</em> and I discuss further the implications for Western thought and culture. The discussion in the book builds up with the deepening and expanding understanding of reality that the Diamond Approach makes available.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: You teach that there is an objective common core in every human being regarding how the soul manifests itself and functions, that goes beyond the personal history conditionings, beyond beliefs and self-images. But at the same time the personal history can go as deep as preventing or facilitating the union with the divine. For instance, a difficult merging stage with the mother or a cognitive belief such as “there is just one son of God and nobody else can merge into him in this lifetime” can prevent the merging with the divine. How did you discriminate between what is common in the soul of human beings and what is personal history or culturally induced? Is this common part the same thing as what is called the “perennial philosophy”, that sees a common core among the different spiritual traditions?</p>
<p>Hameed Ali: It is the brand of inquiry we practice in this path that makes it possible to know what is historically incidental and what is inherently universal. When we inquire into our experience and perception we begin to see the presence of our subjectivity in it, forming or patterning it. As we see through these subjective beliefs, positions, ideas and so on, and recognize them as such, they begin to dissolve. All historical and cultural influences are content of this subjectivity. Since they do not exist inherently in the present moment, but are carried into it from the past through memory and conditioning, understanding them tends to melt them away. However, the elements of the experience that are inherently present and are not carried from historical influences, do not dissolve, because they are truly present. Understanding them tends to reveal them further and show their inherent reality. In other words, inquiry just as other spiritual methods in general, tends to dissolve the ordinary mind with its content. All cultural and historical influences are content of this mind, of the nature of thought, and hence will dissolve under the scrutinizing eye of inquiry.</p>
<p>What remains will be what is fundamentally present. Also, patterns or patterned processes that remain will be seen as fundamental. However, fundamentally existing does not necessarily mean universal, or objectively common to all people. For it might be genetically determined, for example, by one’s heredity. But here the scientific approach helps a great deal. Just as science can determine whether some properties of objects are common to all the classes of such objects, as in the example of properties of water to all water molecules. Science does this in many ways, but one important way is the principle of repeatability. As long as we can repeat the results for any experiment we ascertain it is determined to be valid. We do the same in our work. We do not only ascertain whether something is fundamentally present, but whether repeated observations and inquiry with many people lead to the same result. So again it is the principle of repeatability.</p>
<p>The Diamond Approach actually has a kind of intelligence in its inquiry that gives it the possibility to ascertain whether something is fundamental or not, and whether it is universal or not. This has to do with the intelligence of the Diamond Guidance, the essential intelligence that guides the inquiry. When this guidance is integrated, which partially means we can inquire while seeing our subjective biases, it becomes clear what is fundamental and what is universal. I use both this direct intelligence and the scientific method combined to arrive at objectivity regarding these matters. I discuss our inquiry and its intelligence and objectivity in great detail in my book, <em>Spacecruiser Inquiry.</em></p>
<p>Is this common part what is called the perennial philosophy? Yes and no. Yes, if by perennial we mean what is universal to all souls. However, my understanding is that the perennial philosophy goes further than this. It takes the view that all spiritual teachings of mankind are different formulations of the same truth, experience or perception. Then it is no. I do not think that it is true that the Buddhist void is the same thing as the Sufi love, and both are the same as the Christian Father, and all of these are the same as the Taoist Tao, and so on, but formulated differently.</p>
<p>My understanding is that each genuine teaching refers to something fundamental and universal for all human beings, but they do not necessarily refer to the same fundamental and universal truths. There are many fundamental and universal truths, as there are many dimensions and facets of true nature or reality. Each teaching tends to emphasize a certain fundamental and universal truth, dimension or facet. So they are talking about the same thing, but not exactly. The differences are not simply due to different formulations or conceptualizations. They are more due to different emphasis and different facets of truths. More exactly, they are different because the various teachings have different logoi of teaching. Each teaching has its own unique logos: language, view, logic and dynamic. The same with the Diamond Approach; the understanding of essence and soul is unique to it. You can find similarities with other teachings, but you won’t be able to find sameness. I discuss the question of logoi of teachings in <em>The Inner Journey Home</em>, in an appendix.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: In the Diamond Approach I haven&#8217;t seen much emphasis on enlightenment, as it is discussed in other traditions or schools. What is the role of this &#8220;event&#8221; in your teaching? In particular, what do you think of the &#8220;sudden&#8221; enlightenment Advaita-like? Is it possible to by-pass the practices and the psycho/spiritual inquiry and be permanently liberated?</p>
<p>Hameed Ali: I use the concept of enlightenment sparingly because I use it in a technical way. I do not mean simply the experience of true nature, the recognition of true nature, or even the realization of or abiding in true nature, whether nondual or not. Many people, including many teachers, use the term in these above senses. That is why I usually use the concept of realization, which I differentiate from enlightenment, even though I am aware that many teachers use the two terms interchangeably.</p>
<p>By realization I mean the ability to abide in true nature, to recognize and be true nature. Since true nature has many dimensions, or degrees of subtlety, there are degrees or levels of realization. Also, because there are many degrees of completeness of realization of or capacity of abiding in true nature, there are many levels of realization. Hence, realization can develop and mature, by realizing true nature in subtler, deeper or more total ways, and by the completeness of such capacity of abiding. This implies that one can attain a degree of realization but there still remain some obscurations, issues, unworked out personal or historical conditioned manifestations, or the possibility of the arising of such.</p>
<p>When realization becomes full and permanent I call it enlightenment. This has two sides. One is that there are no more obscurations or the possibility of the development of obscurations. No more issues, no more inner lack of clarity and no more inner limitations of one’s experience. The other is the full and permanent awareness of the totality of true nature, in all its subtlety and dimensions, with the total freedom for it to manifest in whatever way necessary. Together they imply permanent living in the fullness of the real world, without holding to any particular teaching or perspective, or view of enlightenment or need for it.</p>
<p>Since many teachers use enlightenment to mean what I refer to as realization it obviously has a place in the Diamond Approach. It is an experience that begins a permanent kind of attainment. There are many kinds and degrees in the Diamond Approach. What is called sudden enlightenment basically refers to a distinction between building up to an experience or discovering it whole. I think the distinction happened mostly in the history of Buddhism, because of the distinction it has had between emptiness and Buddha nature. The schools that believe the ultimate reality is emptiness tend to think of gradual enlightenment, because emptiness is realized by chipping away at the self. The Buddhist schools that believe the ultimate reality is Buddha nature, which is some eternal presence, tend to think of sudden enlightenment. This is because you discover it as it is, since it is primordially complete and whole. However, in both there is a path where practice needs to be done continually. This is the case in Zen, the most well known teaching that teaches sudden enlightenment. Zen definitely includes long term practice, even though it believes in sudden realization. Furthermore, as it is well known, Zen conceptualizes many kinds and degrees of Satori, or realization. It is said that after every satori there is another satori. In other words, even in schools that formulate their teaching as sudden enlightenment or realization, it is not usually envisioned as one cataclysmic experience that finishes the whole path, without any remaining practice, work or integration.</p>
<p>This is the case in Advaita Vedanta too. Otherwise, how can we understand the different degrees of depth or expansion of realization of their various gurus and teachers?! Just the fact that a teacher says he is enlightened does not mean he is enlightened to the degree of another teacher, or has the same kind of enlightenment. Also, it does not mean that he or she has no more work to do. Usually, the traditional teachings, like Vedanta, conceptualize the work needed after such experience as integration. But integration is not a matter of going about your business and everything just happens on its own. Otherwise all Vedanta teachers will be the same in depth and power of their realization. The integration is actually a matter of seeing through ignorance, habits, positions, assumptions, patterns and so on. This is not different from the work one does before such experience, except that now one is informed by the wisdom from this experience, and possibly by the continuing remaining in such experience.</p>
<p>I think when we do not have the debate as Buddhism had, that of between emptiness and eternal ground, there is not much point in the distinction between sudden or gradual enlightenment. Essence is discovered as it is; it is not built up gradually. At the same time the mind sheds its ignorance or attachment to such ignorance piecemeal.</p>
<p>In my personal case, very early on I had an experience that can be called enlightenment where the ego totally dissolved into the ocean of consciousness and love. There was a total cessation of consciousness that lead to such cosmic perception. But that experience began a whole path that revealed many qualities and dimensions of true nature, and where I went through the ego segment by segment, issue by issue. This path was again punctuated by discoveries and realizations that can be called sudden enlightenment. After many years on the path I finally arrived at the place of the initial enlightenment, but then the unfoldment continued to further stations and newer levels of realization. So in a sense, my journey combined both the sudden and gradual paths. I believe this is what usually happens to most individuals, regardless of what teaching or path they follow.</p>
<p>There are rare instances of individuals suddenly finding themselves in the absolute, and remaining therein, without them going back to integrate other dimensions. But this is not the usual, not even in Vedanta or Zen. And even in such cases there is still the work of integration. I do not think there is a way of totally bypassing working out one’s ignorance and patterns, unless we are content with partial realization.</p>
<p>We also need to remember that in the Diamond Approach we see that there are two threads for the path. One is that of discovery and realization of true nature. The other is that of individuation of the soul, which is the maturation of the human being. This latter one is bound to be a gradual development and growth for it has to do with integrating one’s life’s experience and capacities into ones realization.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: Which are the most important qualities that a researcher should integrate in his path?</p>
<p>The most important, in my view, is loving the truth for its own sake.</p>
<p>This implies having a totally open mind, totally open to whatever truth we may find. Also, the researcher needs to have an open ended attitude, not expecting or wanting any particular end or result. This means it needs to have the attitude of pure scientific research. Otherwise, one’s research will be biased by one’s own subjective desires and goals. The researcher also needs a heart involvement, where there is passion, enjoyment, playfulness, and involvement without attachment. It helps a great deal to have courage, intelligence and focus.</p>
<p>I discuss all these in detail in <em>Spacecruiser Inquiry</em>, where I spend a whole chapter on each of these qualities as they pertain to inquiry and research.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: How is it that the behaviour of some of spiritual teachers is sometimes questionable around power, sex and money issues? Is it because they are &#8220;beyond&#8221; human values and morality or because they are actually &#8220;below&#8221; because they haven’t worked out the psychological issues concerned?</p>
<p>Hameed Ali: Spiritual teachers are just like other human beings. If they have not worked through some personality conflicts and issues these can manifest as such behavior. Such unclarified personality tendencies can even become more exaggerated under the pressure of greater expansion and energy that comes from realization. This is similar to ordinary individuals when they attain to positions of power or wealth; these situations sometimes exaggerate their already existing tendencies.</p>
<p>It is true that some traditions talk about crazy wisdom or something like that, but these traditions think of that as a quite rare and advanced possibility, that is rarely attained. I think the known stories of aberrant or questionable behavior of teachers usually indicate that these teacher are of limited realization. There is no such thing as a neurotic enlightened being. When teachers are neurotic or behave in a strange way it usually indicates that they have not worked out some personality issues and animal tendencies. So even though they have attained to a measure of realization the realization is not complete, which means it is not enlightenment yet.</p>
<p>When we understand this situation then there is nothing unusual or difficult to understand about such stories. Some people cannot understand such stories because they assume the individuals are fully enlightened, so they have to find some far out explanations or just get confused.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: For a long time the human soul has been considered out of the domain of western science. When finally psychoanalysis came, what was looked for was mainly the dark side, neuroses and psychoses, evidently a deep belief that somehow the soul was created as corrupt. Even in the spiritual circles the ego, after all a part of the human soul, is often considered an enemy&#8221; to be &#8220;ignored&#8221; or even &#8220;killed&#8221;. How do you consider the ego. Could the ego be a &#8220;helper&#8221; in inquiring and recognizing the truth of the deepest parts of the soul?</p>
<p>Hameed Ali: Can there be ego apart from the soul? Not possible; all of our experience of ourselves has to be of our soul, whether free and hence experiencing its essential nature, or identified with some kind of image or concept, and hence it is ego. In other words, ego is nothing but a manifestation of our soul, our individual consciousness, that is structured through concepts and impressions from past experience. In this situation the soul experiences herself through this lens of concepts and impressions, and this lack of immediacy and nowness appears as the alienated self, what spiritual teachings refer to as the ego. It is not exactly the ego of psychoanalysis, but what most people refer to as their sense of self.</p>
<p>Such identification with history and previous experience is the primary obstacle to spiritual realization, because such realization is nothing but the soul experiencing herself not through any filter, but directly, immediately in the moment. When the soul experiences herself and the world with this kind of immediacy she recognizes the presence of her true nature, and recognizes it is her ontological truth. Because the soul misidentifying itself is the primary obstacle it is frequently considered the enemy of the spiritual path. It is the enemy but it is not an enemy that simply wants us to fail or be unhappy. Hence, what it needs is not aggression, or killing, which is not possible because we cannot kill our soul, but understanding and love, that will allow it to open up and surrender its identification and rigid beliefs and positions.</p>
<p>When we relate to the ego with aggression and rejection, who will be doing that to the ego? It has to be the ego, because true nature, or the soul not separate from true nature, cannot reject or hate. It can only have the attitudes of true nature, which are love, wisdom, understanding and so on. In other words, the rejection simply makes us more identified with the ego position.</p>
<p>The ego can be a helper in the path in the beginning stages. This is because we cannot be our soul at the beginning without being the ego. So at the beginning it is the ego who does the work, who practices the inner path. It is in reality always the soul, but here the soul identified with the ego concept. In time ego becomes transparent and begins to dissolve. This means the soul begins to experience herself without this lens of concepts and historical impressions. Without this lens we begin to see reality, what we are and what the world actually is. So in some sense the ego dies, but this does not mean there is actually a separate entity that dies. It is more that the soul sheds this ego concept. We can experience this as some kind of death, but this is because we still believe we are the ego and believe the ego is actually a real and existing entity. What dies is our ignorance, not an entity called ego.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: You see in the essential aspects of strength, compassion, clarity, joy and others the bridge between the human and the divine. There is a strong debate about genetic engineering. It seems to me like there could be a temptation to look for the &#8220;essence&#8221; of the human being, in particular for his &#8220;best&#8221; attributes, on the biological level. Do you think that the DNA manipulation can help in integrating the essential states or rather is just a dangerous way to &#8220;play God&#8221;?</p>
<p>Hameed Ali: These spiritual qualities are actually nothing but the attributes of the divine, as it manifests and becomes immanent in the world and the soul. We can experience them in our individual soul and relate to them as our qualities, or essential qualities arising from the divine, and this way they function as bridges to the divine in its transcendent dimension.</p>
<p>It is my observation that sometimes it is difficult for some individuals to experience certain spiritual or essential qualities, and this seems in rare instances to be due to genetic deficiency. I think it is possible that we need our full genetic make up for our bodies to be transparent vessels for the divine qualities. This reminds me of the discoveries in genetics that there exists a joy gene, just as there is a maternal gene. But these, joy and maternal nourishment, are two essential qualities, and there could be other essential qualities partially governed by specific genes. This observation supports the view that we need our body to be as whole and complete as possible for us to experience our essential potential. So if we lack a certain gene, or if our brain or body has some kind of incompleteness, this can mean some difficulty in being open to particular qualities. And just as in genetics a gene is just one determining factor, missing one gene does not mean it is total lack of access, and possessing it does not mean automatic access.</p>
<p>If this view has some truth, then it is possible to think that genetic engineering can help in providing the missing genes, which can give us the normal or average openness to a particular essential quality. But this is not the same as genetic engineering giving us enlightenment, because we already possess almost all the genes required anyway.</p>
<p>This is as far as I can tell. Whether DNA manipulation can help us integrate essential states beyond that, is something I do not know. I think the potential of genetic engineering for spiritual realization is possible, but I doubt that it will replace the need for inner practice and work.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: I have arthritis since I was a very young man. As for many other people who experience chronic body discomfort, this has been both a stimulus and a frustration on the path. Did the limitations you have with your body influence your spiritual unfoldment and your teaching? How in general is the connection with the body according to the Diamond approach?</p>
<p>Hameed Ali: My body limitation of course influenced my spiritual unfoldment. The polio I got when I was about two years old created a vulnerability and physical dependence on others which helped me become a socially sensitive individual, but also inwardly autonomous. It also gave me the necessity to turn inward to experience life. The actual mechanics of having to use a crutch to walk has affected my body in a way where I could not ignore my inner sensations. So I developed an inner sensitivity and a dynamic inner life that have always been independent from external situations. The polio created a limitation in terms of physical and social functioning, but it also allowed some inner strengths to develop.</p>
<p>It seems that we can turn physical limitations to our advantage, or we can by adequately coming to terms with our limitations learn from them and develop in ways that are not ordinary. I think this requires first some other supportive factors, like healthy upbringing, some talents and so on. The main thing is that we do not give up and become bitter but face our limitations and learn to be open to life and experience. I think most people tend not to face their limitations adequately; they become bitter, blaming and depressed or deficient. But sometimes an individual can deal with the situation, developing different qualities and capacities to deal with it or compensate for it.</p>
<p>The nature of the physical limitation is also important. Some limitations can interfere with our capacity for perception, thinking, insight, feeling and so on. In these situations it is more difficult to face the situations adequately, and it becomes less likely that an individual will develop and grow from the limitation. This is obvious in the case of pain. Some pain still leaves us able to think, contemplate and feel, if we face it and do our best. But some pain is of a nature that makes this application of capacity difficult, and will need a bigger fortitude than is usually available to the average human being. It does not mean it is impossible to develop in such cases, but it is more difficult and will require more supports. And hence, only rarely will an individual succeed in dealing with the situation adequately for inner growth and development.</p>
<p>We can think of our body as one dimension of our life. We are each a soul, with essence as true nature, but with a body as a vessel or vehicle for experience and action in the world. The soul is the vessel for essence, and the body is a vessel for the soul. And just as the soul needs to be transparent to essence for her to experience and recognize it, the body as the most external vessel for our experience needs to be transparent to the other dimensions. And just as the soul can be transparent to essence in some of her manifestations but not in others, the same way with the body. The body can be transparent in some ways to the soul and essence, but not in other ways. It can be transparent in the heart region but not in the belly region, or in the head but not in the heart. This will make our access happen more predominantly through one center or another.</p>
<p>The most important quality for the transparency of the body is sensitivity, just as it is for the soul. This means that the most important thing is not whether certain organs or parts of our body are healthy and strong and normal, as much as how sensitive they are to inner experience, and how they affect the soul’s sensitivity. The factors influencing sensitivity can be physical but usually they are the psychological consequences of the physical situation or limitation.</p>
<p>By sensitivity I do not mean being sensitive as in reactive or too tender; I mean the capacity to experience greater and greater intensity and quality of stimuli without disruption or closing down.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: The world is in an ecological, social and political turmoil. There are teachers who say that what is happening is just an illusion, maya, and we shouldn’t be concerned unless our &#8220;body/mind&#8221; is mechanically programmed to take care of that. It could be another form of attachment, but the prospect of ending this incredible experiment of life moves something inside me. Can the researchers of the truth have a role in healing the world soil and soul?</p>
<p>Hameed Ali: I know that some teachings say the world is an illusion, but I think it is an oversimplification that does not communicate what is intended. It is a catchy phrase, but the truth is subtler and more interesting. When we begin to recognize the ego view of the world as basically conceptual, this view appears as an illusion. We perceive the world as an illusion, but upon inquiry it turns out that this sense of illusion has to do with the fact that we are still seeing the ego view of the world, and recognizing it as an illusion. It does not say anything about what the world is. But when we look directly and immediately, which means the ego concepts of the world have dissolved, the world appears real, but as an expression of light and presence. We find that the ego perception of the world is a distortion of the true condition of the world, the real world.</p>
<p>In this real world we have two ways of being in it. We are either the true nature of the world, what makes it real, which transcends the forms of the world; or we are true nature manifesting itself as the individual soul, a condition where we experience our self not only as the transcendent but also as an organ or action and perception for the transcendent.</p>
<p>In this real world, everything appears perfect and right. However, this does not mean that the details of the world, the patterns of events, is perfect the way we think perfection is. It is more that we are seeing the underlying nature of the world, which is purity and perfections.</p>
<p>In other words, we can see the true perfection and still recognize that the pattern of events is not healthy for human beings, and that is when true nature manifests its love and compassion. We can get concerned in the sense that our compassion leads us to see suffering and feel the tendency to help alleviate it. At the same time we see that the primary problem is not the individual pattern of events but the ignorance of true nature, that underlies the painful pattern of events. We recognize that only through the dissolving of ignorance can a human being be liberated, but we can also see that for this ignorance to dissolve our compassion and love act in ways that flow with a more healthy pattern of events. In other words, the more we are realized the more we see the true reasons of suffering and conflict and what actions will help. Actually, the action of true realization is always towards healing the world, but may not manifest as what we expect it to be. But it can. But is there such a thing as action in the world in the condition of realization?</p>
<p>In the transcendent condition we see that nobody can act, that all action is basically the transformation of the appearance of the divine being. In other words, there is no such thing as individual action. But this is a subtle place, because even though this is the experience of the realized individual, this individual appears to act in ways that tend to heal the situation around him or her. So it is true it is an illusion to try to do something, but this kind of understanding goes along with a degree of realization where the events around this individual begin to move towards wholeness. Therefore, even though one is not taking an individual action the pattern of events does transform to reflect the perfect qualities of realization, like intelligence, love and compassion. Also, looked at from the side of people near this individual this individual appears to act in ways that are healing and wholesome.</p>
<p>In the embodied condition where we are the soul inseparable from its source, a cell in the divine being, we see that we can take individual action, but this action is actually the action of the divine happening through us. So there is the sense of individual action but the recognition that there is only one mover. In this condition we experience ourselves as acting effortlessly in ways that heal the situation, both people and environment.</p>
<p>Therefore, attachment here is not to the action of helping the world, but to the perspective of believing in individual action as an ultimate truth. If by wanting to help the world we are merely holding on to our belief in individual action as ultimate, then it is an attachment that reflects an illusion. But action can flow without us taking this position, when we are free of this position. Such action can appear as part of the universal unfolding of the appearance of the world, or as the action of the divine manifesting through an individual soul.</p>
<p>If we look at the history of realized individuals, they all contributed to healing of their environment, whether human, animal or inanimate. A better way of saying it is that truly realized individuals contribute to the overall evolution of humanity and the world towards greater awareness of true nature.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: Do you think that the social and educational system could help in the recognition and the integration of the essential qualities in children?</p>
<p>Hameed Ali: Definitely, and this happens sometimes in small ways. The question is not whether they can but whether they will. And this means whether the people behind such systems are wise enough to include such education in the systems. There have been instances in history where wise individuals in the position of power supported spiritual teachings and values, which helped their spread in the greater society. This happened in the Jewish tradition, the Sufi tradition, the Buddhist and others. Usually this happens in some of the communities in society, which probably included the education of children in some instances. An interesting example is of the Greek and Roman times, when some people in power sent their children to study with the wise of the time, like Plato in Alexandria and Plotinus in Rome.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: The Vedas produced not only spiritual knowledge, but as well the scientific knowledge of ancient times. It is said that this knowledge has been discovered by enlightened beings through some meditative stage. Could the inquiry technique that you teach be applied to medicine, physics, cosmology, social science, and other specialized fields? How different this would be from the current way of the scientific research?</p>
<p>Hameed Ali: Without any question. The inquiry in the Diamond Approach is a way of doing research and investigation, and it can be applied to any field of endeavor. It has been my wish for this to happen at some point. It will need to be modified some to fit the particular field, and find ways of how to include inquiry into the consciousness of the researcher.</p>
<p>At the present time our scientific method tries to separate the researcher as we have already discussed, but there is no absolute reason not to include the researcher. It makes it a better approximation than the Cartesian one. However, it is not as simple and easy as the Cartesian method of trying to separate the researcher as much as possible from the object of research. The average individual cannot do it, and this includes most of our scientists. I think if it happens it will have to be by scientists who already have some realization, and appreciation of consciousness and its nature. I think it will be interesting to see how our science will develop from this deeper and more encompassing perspective. It could be a revolution in the philosophy of science similar to what Einstein did in physics.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: I heard you say that there is a relationship between the essential aspects and the endocrine system. Could you say something about this?</p>
<p>Hameed Ali: I do not know much about it. But I do know that just as the energy-shakti and chakra system is connected to the nervous system and the various plexi, the essential aspects and the lataif system are related to the endocrine system and its glands. Experientially, the shakti energy is similar to the flow of electrical charge, and the essential presence is similar to the flow of fluids. I think it will be an interesting research for somebody to do in order to find the specific particulars of the correspondence.</p>
<p>Toshan Ivo Quartiroli: Your school has been more like a mystery school, with little advertisement, and your books, even if highly valued by researchers, were self-published and didn&#8217;t reach the mass market. For a couple of years now you have been publishing your books with a big publisher and your book,<em> Inner Journey Home</em>, will have a strong promotion. What are the new challenges and how do you feel about having more media and mass attention? What will be the subject of &#8220;Inner Journey Home&#8221;?</p>
<p>Hameed Ali: It has been my function to put out the Diamond Approach in all the ways I can. The idea is to reach as many of the people who can resonate with it and use it as possible. I do this through teaching, teacher training, some public events, and through the publications. Part of the function of the publications is to make available to people the new paradigm and insights of the Diamond Approach. It is not as effective a way as teaching, but has its usefulness, for it is educational in the good sense of the word.</p>
<p>Whether this will require mass media and attention is not clear to me. I myself tend to be private and do not like mass attention. But if this begins to happen in a way that helps to put out the teaching to more people then I will go along with it as part of my service to the teaching. By publishing through Shambhala part of the intention is to widen the audience the books can reach. This is not really the level of mass media or attention.</p>
<p>We are not trying to have the teaching be done in a mass scale, for our work is teacher intensive and we can accommodate only what our teachers can handle. However, the books have no such limitation, and can reach much larger audiences without the school having to deal with many new students, even though this will put some pressure on us.</p>
<p>The <em>Inner Journey Home</em>, which is appearing in the spring of 2004, is partly a book about the soul, and partly an in depth overview of the path of the Diamond Approach. The first part of it is a detailed discussion of the soul, her nature, properties and functions, dimensions, development, realization and maturation. The Diamond Approach develops the ancient Western concept of the soul, as spearheaded by Socrates and developed by the esoteric branches of the monotheistic traditions, to include the modern notion of self and the modern field of psychology. The emphasis is on how the soul is what we are, our individual consciousness, which has essence as its nature and ontological ground, but also possesses what we call mind, heart and will as some of its dimensions and capacities. The book goes into the details of how the soul develops into the normal self through ego development, and how and why this alienates her from her essential nature.</p>
<p>This is recognized as some of the stages of a larger process of development, which includes the essential development, realization of true nature and the integration of that in the world as the individuation and maturation of the soul. The book then goes into an in depth discussion of the essential nature of the soul, the dimensions of true nature, and their realization and integration in the path. It includes a quite detailed, deep and subtle discussion of true nature. The book ends with a discussion of the journey of descent, and the integration of all dimensions in the true Reality, the true condition of existence, and its relation to the notion of a personal God.</p>
<p>An important thread that goes through the book is that of connecting the teachings of the Diamond Approach with the Western tradition of thought, and discussing how it possesses a positive vision of possible evolution of Western culture and values. It does this by looking at the dissociation and unity of the notions of God/Being, self/Soul and world/Cosmos.</p>
<p>For more information on the Ridhwan school: <a href="http://www.ridhwan.org">www.ridhwan.org</a><br />
For more information on books and articles by Almaas: <a href="http://www.ahalmaas.com/">http://www.ahalmaas.com/</a></p>
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<p><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1924&amp;isbn=8871830776">Almaas. Il cuore del diamante. Elementi del reale nell&#8217;uomo. Crisalide. 1999. ISBN: 8871830776</a></p>
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<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/0936713046/innernet-20">Almaas. Diamond Heart Book 2 The Freedom to Be. Shambhala. 2000. ISBN: 0936713046</a></p>
<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/0936713054/innernet-20">Almaas. Diamond Heart Book 3: Being and the Meaning of Life. Shambhala. 2000. ISBN: 0936713054</a></p>
<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/0936713119/innernet-20">Almaas. Diamond Heart Book 4: Indestructible Innocence. Shambhala. 2000. ISBN: 0936713119</a></p>
<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/0936713143/innernet-20">Almaas. Facets of Unity: The Enneagram of Holy Ideas. Diamond Books. 2000. ISBN: 0936713143</a></p>
<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/0936713089/innernet-20">Almaas. Luminous Night&#8217;s Journey: An Autobiographical Fragment. Shambhala. 2000. ISBN: 0936713089</a></p>
<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/1570628599/innernet-20">Almaas. Spacecruiser Inquiry: True Guidance for the Inner Journey. Shambhala. 2002. ISBN: 1570628599</a></p>
<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/093671302X/innernet-20">Almaas. The Pearl Beyond Price: Integration of Personality into Being, an Object Relations Approach. Shambhala. 2000. ISBN: 093671302X</a></p>
<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/0936713097/innernet-20">Almaas. The Point of Existence: Transformations of Narcissism in Self-Realization. Shambhala. 2000. ISBN: 0936713097</a></p>
<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/0936713062/innernet-20">Almaas. The Void: Inner Spaciousness and Ego Structure. Shambhala. 2000. ISBN: 0936713062</a></p>
<p><a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/0936713070/innernet-20">Almaas. Work on the Superego. Diamond Books.1992. ASIN: 0936713070</a></p>
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<p>Copyright: Innernet.</p>
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		<title>Innernet aderisce alla giornata di silenzio per la libertà d&#8217;informazione</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Jul 2009 08:03:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Toshan Ivo Quartiroli</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Almaas]]></category>
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		<description><![CDATA[Aderisco all&#8217;iniziativa del 14 luglio 2009 lanciata, tra gli altri, da Alessandro Gilioli, Enzo di Frenna e Guido Scorza contro il DDL Alfano che mette il bavaglio all&#8217;informazione e alla Rete. I blog che aderiscono presenteranno in home page solamente il logo dell&#8217;iniziativa. Pur essendo stato un entusiasta della Rete in tempi non sospetti e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="Logo bavaglio Network" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2009/07/logobavaglioNetwork.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2009/07/logobavaglioNetwork.jpg" alt="Logo bavaglio Network" hspace="6" align="left" /></a>Aderisco all&#8217;iniziativa del 14 luglio 2009 lanciata, tra gli altri, da <a href="http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/">Alessandro Gilioli</a>, <a href="http://www.enzodifrennablog.it/dblog/" target="_blank">Enzo di Frenna</a> e <a href="http://www.guidoscorza.it/?p=865" target="_blank">Guido Scorza </a>contro il DDL Alfano che mette il bavaglio all&#8217;informazione e alla Rete. I blog che aderiscono presenteranno in home page solamente il logo dell&#8217;iniziativa.</p>
<p>Pur essendo stato un entusiasta della Rete in tempi non sospetti e avendo contribuito a questa pubblicando i primi libri su Internet in Italia, ritengo che la Rete non sia più uno strumento di trasformazione sociale e delle coscienze come lo poteva essere fino a una decina di anni addietro. Per tanti motivi, non ultimo quello delle infinite distrazioni e della rincorsa verso le novità.</p>
<p>Anche, non ritengo che la libertà sia in prevalenza la libertà delle parole. Il silenzio della mente va più in profondità e crea una libertà più ampia. Ma, come scrive Almaas, &#8220;non c&#8217;è niente che si possa affermare in modo definitivo, ma  è necessario esaurire tutte le parole&#8221;.</p>
<p>Forse lo scopo segreto della Rete è quello di far ruotare le parole talmente velocemente da creare, come una girandola, il bianco come somma di tutti i colori. Le parole si potranno esaurire solo dopo che si saranno espresse in piena totalità e libertà, non certo per una legge che ne vuole limitare la portata e che ci porterebbe non oltre la mente, ma ad un livello precedente.</p>
<p>Inoltre, mi auguro che le giornate di silenzio si attuino anche senza l&#8217;occasione di una, seppur più che legittima, protesta.</p>
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		<title>Il battito dell&#8217;assoluto di Osho, recensione</title>
		<link>http://www.innernet.it/il-battito-dellassoluto-di-osho-recensione/</link>
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		<pubDate>Thu, 18 Jun 2009 22:52:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Toshan Ivo Quartiroli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Maestri]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[ego]]></category>
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		<category><![CDATA[oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Osho]]></category>
		<category><![CDATA[Upanishad]]></category>

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		<description><![CDATA[Le Upanishad sono la parte finale dei Veda, le antiche sacre scritture indiane. Si dice che le Upanishad contengano l&#8217;essenza più pura degli insegnamenti. Uno dei significati di Upanishad è “insegnamenti segreti”. La Ishavasya Upanishad riprende la sua originaria vitalità nei commenti di Osho, trascritti da discorsi tenuti durante un intenso campo di meditazione durato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="Osho. Il battito dell’assoluto.jpg" href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/osho-il-battito-dellassoluto.jpg"><img src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2007/10/osho-il-battito-dellassoluto.jpg" alt="Osho. Il battito dell’assoluto.jpg" hspace="6" align="left" /></a>Le Upanishad sono la parte finale dei Veda, le antiche sacre scritture indiane. Si dice che le Upanishad contengano l&#8217;essenza più pura degli insegnamenti. Uno dei significati di Upanishad è “insegnamenti segreti”.</p>
<p>La Ishavasya Upanishad riprende la sua originaria vitalità nei commenti di Osho, trascritti da discorsi tenuti durante un intenso campo di meditazione durato dieci giorni. Il maestro incoraggiava circa quattrocento ricercatori a sperimentare dal vivo gli stati dell&#8217;essere accessibili alla coscienza. L&#8217;anno era il 1971 e vi erano ancora pochissimi occidentali tra i partecipanti.</p>
<p>Le Upanishad non rappresentano una filosofia espressa in termini sistematici. Sono invece le descrizioni della natura della Realtà a partire dallo stato di illuminazione. A differenza del metodo scientifico occidentale, che procede per logica e induzione nella scoperta del vero, il metodo orientale parte dalle rivelazioni. Come commenta Osho, “La verità non si forma né si costruisce attraverso la nostra ricerca; questa la conduce semplicemente entro la sfera della nostra esperienza: essa è, in sé, sempre presente. La via del ragionamento indiano, quindi, dichiara all&#8217;inizio le conclusioni e in seguito discute metodo e procedura”. Per questo, il primo sutra</p>
<blockquote><p>Om. Quello è il Tutto, e questo, pure, è il Tutto.<br />
Poiché solo il Tutto nasce dal Tutto,<br />
e anche se il Tutto viene sottratto al Tutto,<br />
ecco, ciò che rimane è il Tutto.<br />
Om. Pace, pace, pace.</p></blockquote>
<p>è anche l&#8217;ultimo, “con il quale si afferma tutto ciò che sia mai possibile esprimere.” Per comprendere tali affermazioni, afferma Osho, contrarie ad ogni logica,<span id="more-513"></span> dobbiamo entrare sul piano dell&#8217;amore:</p>
<blockquote><p>Forse che il tuo amore diminuisce quando lo offri a qualcuno? Sperimenti forse mancanza d&#8217;amore quando lo offri totalmente? No!&#8230; Chi dà il proprio amore totalmente, liberamente, senza condizioni, acquista amore infinito&#8230; Se, dopo aver offerto il vostro amore, sentite che vi manca qualcosa, sappiate che non lo avete affatto sperimentato!&#8230; Tutto ciò che è misurabile è soggetto alla legge della diminuzione. Solo ciò che non è misurabile rimarrà uguale, indipendentemente da quanto gli viene sottratto.</p></blockquote>
<p>Tra le tante gemme presenti ne <em>Il battito dell&#8217;assoluto</em>, Osho traccia un parallelo tra la scienza, la quale, considerando l&#8217;essere umano in modo meccanico, abbatte l&#8217;ego e l&#8217;orgoglio dell&#8217;uomo. Anche la religione orientale afferma che l&#8217;essere individuale “non esiste” ed è solo una costruzione della mente. Ma mentre la scienza non offre alternative, degradando solo l&#8217;essere umano, le Upanishad da una parte estinguono il piccolo ego ma dall&#8217;altra innalzano l&#8217;uomo alla posizione divina.</p>
<p>Non sorprende dunque che in Occidente vi sia una tale strenua difesa dell&#8217;ego individuale, con tutti i suoi correlati di posizione sociale, riconoscimenti, ideologie, convinzioni. Per la nostra civiltà l&#8217;incontro col vuoto, cercato invece dal mistico come fonte del Tutto, è sinonimo di disfatta totale. L&#8217;uomo occidentale non può fermarsi, non può accettare il silenzio della mente, perché teme di cessare di esistere. Ogni aspetto della vita è architettato affinché possiamo essere intrattenuti in continuazione, mentre ogni desiderio soddisfatto viene rimpiazzato da un ulteriore obiettivo.</p>
<p>Quando lessi <em>Il battito dell&#8217;assoluto </em>la prima volta mi sentii proiettato in una dimensione che al tempo stesso era paradossalmente aliena e familiare. Le comprensioni, le aperture e le intuizioni che mi produsse la lettura furono così significative che mi lasciarono con la frustrazione nell&#8217;essermi avvicinato a tali vette, dove manca quasi l&#8217;aria, tuttavia quasi solamente sull&#8217;importante ma limitato piano intellettuale. Sedotto e abbandonato, <em>Il</em> <em>battito dell&#8217;assoluto</em> mi ha spinto ad esplorare ulteriormente il percorso. Forse è questo lo scopo non dichiarato delle Upanishad.</p>
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<p><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1924&amp;isbn=8875457131">Osho. Il battito dell&#8217;assoluto. Discorsi sull&#8217;Ishavasya Upanishad. ECIG. 1991. 8875457131</a></p>
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<p>Copyright: Innernet.</p>
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		<title>Contro il tecnostress</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Mar 2009 05:06:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Toshan Ivo Quartiroli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Coscienza del mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Tecno-consapevole]]></category>
		<category><![CDATA[meditazione]]></category>
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		<description><![CDATA[Enzo di Frenna ha presentato un video e un gruppo, Runfortecnostress Network per invitarci e non farci prendere dal tecnostress. Fermarsi e meditare è una pratica seguita da molti lettori di Innernet. Ma a volte tutti ci facciamo  prendere dalle parole, dalle immagini, dai video, dalle numerose possibilità di comunicazione delle rete e ci dimentichiamo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2009/03/tecnostress.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1138" style="margin-left: 6px; margin-right: 6px;" title="tecnostress" src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2009/03/tecnostress.jpg" alt="" width="180" height="219" /></a><a href="http://www.enzodifrennablog.it/dblog/articolo.asp?articolo=338" target="_blank">Enzo di Frenna</a> ha presentato un video e un gruppo, <a href="http://runfortecnostress.ning.com/ " target="_blank">Runfortecnostress Network</a> per invitarci e non farci prendere dal tecnostress. Fermarsi e meditare è una pratica seguita da molti lettori di Innernet. Ma a volte tutti ci facciamo  prendere dalle parole, dalle immagini, dai video, dalle numerose possibilità di comunicazione delle rete e ci dimentichiamo del silenzio mentale e del vuoto che sono all&#8217;origine di ogni creatività e autentica comunicazione.</p>
<p>Per quanto le parole e le immagini possano essere interessanti ed evolute, se ci identifichiamo con esse la nostra mente sarà comunque condizionata e ristretta, senza poter godere della libertà che arriva da una mente libera. A volte è utile ricordarci che tutto ciò che passa per la rete può essere osservato come si osservano i pensieri in meditazione: senza attaccarsi ad essi e ritornando ad un luogo che ci connette ad un centro interiore.</p>
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		<title>Consapevolezza delle emozioni e dipendenza da Internet</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Feb 2009 12:15:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Toshan Ivo Quartiroli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[CyberPsychology &#38; Behavior ha presentato uno studio dal titolo (tradotto) &#8220;Alexitimia e la sua relazione con le esperienze dissociative e la dipendenza da Internet in un campione non clinico&#8221; L&#8217;alexitimia è la difficoltà a comprendere, a differenziare e comunicare gli stati emozionali. Non è considerata una condizione clinica, ma un tratto della personalità, condiviso da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.indranet.org/wordpress/wp-content/uploads/dali-composition-two-harlequins.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-225" style="float: left; margin-left: 6px; margin-right: 6px;" title="dali-composition-two-harlequins" src="http://www.indranet.org/wordpress/wp-content/uploads/dali-composition-two-harlequins.jpg" alt="" width="190" height="151" /></a>CyberPsychology &amp; Behavior ha presentato uno studio dal titolo (tradotto) &#8220;<a href="http://www.liebertonline.com/doi/abs/10.1089/cpb.2008.0108" target="_blank">Alexitimia e la sua relazione con le esperienze dissociative e la dipendenza da Internet in un campione non clinico</a>&#8221;</p>
<p>L&#8217;alexitimia è la difficoltà a comprendere, a differenziare e comunicare gli stati emozionali. Non è considerata una condizione clinica, ma un tratto della personalità, condiviso da circa il 7% della popolazione, con una leggera prevalenza di soggetti maschili. Il termine è relativamente recente, essendo stato coniato da Peter Sifneos nel 1973. Questi soggetti di solito hanno una vita fantasiosa carente, poca intuizione e una scarsa capacità introspettiva. Una delle caratteristiche predominanti a livello relazionale è un&#8217;altrettanto scarsa capacità di rapportarsi emotivamente con il prossimo in quanto incapaci di vedere in sé e negli altri le sfumature emozionali al di là di quelle grossolane quali &#8220;benessere&#8221; o &#8220;malessere&#8221;.</p>
<p>Come spesso succede nel campo della psicologia e della psichiatria, le interpretazioni sulle cause della alexitimia si dividono in chi ritiene che i fattori genetici e neurochimici siano predominanti e in chi invece ritiene che le cause siano da trovarsi nei fattori psicologici (ad esempio, esperienze emotive troppo intense che hanno portato a difendersi da queste, oppure una mancanza di riconoscimento delle emozioni del figlio/a da parte dei genitori).</p>
<p>Un&#8217;altra caratteristica degli alexitimici è l&#8217;attenuata capacità di controllo degli impulsi, tanto che alcuni scaricano la tensione degli stati interiori sgradevoli con atti compulsivi quali l&#8217;abuso di cibo o di sostanze oppure tramite comportamenti sessuali distorti.</p>
<p>Gli autori dello studio, Domenico De Berardis, Alessandro D&#8217;Albenzio, Francesco Gambi, Gianna Sepede, Alessandro Valchera, Chiara M. Conti, Mario Fulcheri, Marilde Cavuto, Carla Ortolani, Rosa Maria Salerno, Nicola Serroni e Filippo Maria Ferro, hanno lavorato su un campione di 312 studenti, identificando i fattori associati con i rischi di sviluppare la dipendenza da Internet. E&#8217; stato rilevato che gli alexitimici avevano più esperienze dissociative, una minore autostima, più disturbi di tipo ossessivo-compulsivo e un maggiore potenziale di sviluppare la dipendenza da Internet. In particolare, lo studio ha rilevato che la difficoltà nell&#8217;identificare le emozioni è associata in modo significativo ad un rischio più elevato di sviluppare la dipendenza da Internet. Continua su <a href="http://www.indranet.org/awareness-of-feelings-and-internet-addiction/" target="_blank">Indranet</a>.</p>
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		<title>Resistendo a Facebook</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Jan 2009 11:02:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Toshan Ivo Quartiroli</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Facebook]]></category>
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		<description><![CDATA[Una delle ragioni del successo di Facebook è che si suppone che gli amici siano tali. Generalmente nei social network e nei siti di incontri si contattano persone che sono estranee alla narrativa della nostra vita reale. Anche se i contatti che avvengono solamente online possono portare ad interessanti connessioni, nel più dei casi tali [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.indranet.org/wordpress/wp-content/uploads/DaliFirstDaysSpring.jpg"><img class="alignleft size-full" style="float: left; margin-left: 6px; margin-right: 6px;" title="socrates and Plato" src="http://www.indranet.org/wordpress/wp-content/uploads/DaliFirstDaysSpring.jpg" alt="" width="240" height="182" /></a>Una delle ragioni del successo di Facebook è che si suppone che gli amici siano tali. Generalmente nei social network e nei siti di incontri si contattano persone che sono estranee alla narrativa della nostra vita reale. Anche se i contatti che avvengono solamente online possono portare ad interessanti connessioni, nel più dei casi tali &#8220;amici&#8221; vanno e vengono, la  relazione non va molto in profondità e non scende in un luogo autentico e quasi &#8220;organico&#8221;.</p>
<p>Quindi Facebook è arrivato in soccorso come modo per connettersi con persone che conosciamo e con coloro che conoscevamo nel passato ma con cui abbiamo perso i contatti. Anche se il gioco degli inviti e degli amici degli amici si espande e si finisce con dei contatti che si conosce a malapena, con forse una buona metà delle persone ho condiviso importanti parti della vita, parti della nostra storia che hanno dato forma alle nostre esistenze attuali.</p>
<p>Ma ho delle resistenze nel partecipare al gioco di Facebook con questi, proprio per il motivo che alcuni di loro sono veri amici ed abbiamo avuto un&#8217;importante connessione. Quindi fin&#8217;ora non ho cercato gli amici da aggiungere a Facebook e apro raramente il sito, non molto più che accettare le richieste che sono pervenute.</p>
<p>Poiché la maggior parte delle persone che richiedono l&#8217;amicizia sanno che utilizzo Internet da parecchi anni e che ero un editore di libri di informatica, a volte mi sento di dire loro che entro raramente in Facebook e che non li sto ignorando deliberatamente. In realtà la situazione pone un conflitto interiore, una sorta di doppio vincolo: le persone sono lì nel sito, non è carino ignorarle, ma allo stesso momento non voglio coinvolgermi troppo in un ulteriore giocattolo in rete.</p>
<p>Naturalmente possiamo affermare che per ogni livello di comunicazione vi sono diverse aree e che possiamo scegliere il medium più approopriato in accordo alla profondità e al livello di intimità che desideriamo. Con le persone con cui ho un rapporto intimo posso scegliere anche altri modi per comunicare. Il medium può variare grandemente dalle telefonate agli incontri personali e ai contatti di corpo e mente a diversi livelli, dalle strette di mano al fare l&#8217;amore.</p>
<p>Ma Facebook, come molte altre applicazioni sul web, tende ad espandere la sua portata e includere un numero maggiore di aspetti della nostra vita, e può anche facilmente diventare  una dipendenza. Continua su <a href="http://www.indranet.org/resisting-facebook/" target="_blank">Indranet</a>.</p>
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		<title>Ellin Selae</title>
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		<pubDate>Sun, 23 Nov 2008 18:24:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Toshan Ivo Quartiroli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte e Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[arte]]></category>
		<category><![CDATA[Ellin Selae]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>

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		<description><![CDATA[Presento sopra un articolo di Franco Del Moro, “E dopo, cosa ve ne farete di questo mondo?”. Franco pubblica la rivista Ellin Selae da vent&#8217;anni, con la quale collaboro occasionalmente. Ellin Selae è una “raccolta illustrata di pensieri, tracce, armonie e disarmonie umane”, una rivista pubblicata con la passione dell&#8217;artigiano, qualità in via di estensione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2008/11/ellin-selae.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1077" style="margin-left: 6px; margin-right: 6px;" title="ellin-selae" src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2008/11/ellin-selae.jpg" alt="" width="203" height="286" /></a>Presento sopra un articolo di Franco Del Moro, “E dopo, cosa ve ne farete di questo mondo?”. Franco pubblica la rivista <a href="http://www.ellinselae.org" target="_blank">Ellin Selae</a> da vent&#8217;anni, con la quale collaboro occasionalmente. Ellin Selae è una “raccolta illustrata di pensieri, tracce, armonie e disarmonie umane”, una rivista pubblicata con la passione dell&#8217;artigiano, qualità in via di estensione nel mondo editoriale.</p>
<p>Ellin Selae è un antidoto contro l&#8217;omologazione del pensiero e contro le mode, C&#8217;è qualcosa di unico nella rivista: ogni singola copia contiene una piccola opera d&#8217;arte originale, rendendola in questo senso unica e letteralmente personalizzata.</p>
<p>Nonostante la cura artigianale, Ellin Selae è anche un rivista a tecnologia avanzatissima. A differenza dei monitor attuali e anche dei migliori lettori di ebook dell&#8217;ultima generazione, può essere letta con qualsiasi angolazione e anche con il sole accecante di una giornata di luglio a mezzogiorno, grazie ad un materiale innovativo chiamato “carta”. Inoltre non richiede alcuna forma di energia per essere letta, se non un minimo contributo della nostra mano per sfogliare le pagine, il cui dispendio energetico è paragonabile al movimento del polso con il mouse. Tuttavia, a differenza del mouse, pare non si rischino infiammazioni ai tendini dell&#8217;avambraccio.</p>
<p>Il materiale di cui è composto, questa “carta”, consente anche di essere piegata e arrotolata senza che che le informazioni ne risentano, sempre che non si esageri. Il formato in cui le informazioni sono memorizzate non diverrà facilmente obsoleto come i formati per computer. Ci possiamo aspettare almeno un centinaio d&#8217;anni di vita da una rivista su carta, a differenza dei venti o trent&#8217;anni di vita di un CD o anche meno per un hard disk o una memoria analoga, e questo solo nel caso in cui il formato software sia ancora leggibile dai programmi futuri.</p>
<p>La &#8220;carta&#8221; viene prodotta da materiale completamente rinnovabile, chiamate &#8220;piante&#8221;, le cui fonti di nutrimento richiedono solamente l&#8217;apporto del sole e della pioggia. La carta è anche completamente riciclabile e non tossica per l&#8217;ambiente, purché si usino gli inchiostri senza piombo, ora largamente diffusi.</p>
<p>L&#8217;oggetto di carta non richiede connessioni Internet né attrezzature particolari per essere condiviso con altri, né si verrà  mai perseguiti legalmente per averlo dato. Si richiede solo la nostra presenza fisica e quella della persona ricevente; la disponibilità fisica della rivista ci ricorderà la persona probabilmente meglio di un file nel nostro computer.</p>
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		<title>I mercati finanziari e l&#8217;ego collettivo</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Nov 2008 15:30:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Toshan Ivo Quartiroli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Coscienza del mondo]]></category>

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		<description><![CDATA[I mercati finanziari hanno collegato tutto a tutto il resto. Economia, finanza, materie prime, fonti energetiche, politica, conflitti, ambiente sono diventati completamente interdipendenti. Mimine variazioni in uno degli elementi possono creare terremoti in settori che a prima vista potrebbero sembrare distanti. In qualche modo la finanza ha creato un ego planetario. La finanza ha accentrato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2008/11/dali-geopoliticus-child-watching-the-birth-of-the-new-man.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1065" style="margin-left: 6px; margin-right: 6px;" title="dali-geopoliticus-child-watching-the-birth-of-the-new-man" src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2008/11/dali-geopoliticus-child-watching-the-birth-of-the-new-man.jpg" alt="" width="240" height="211" /></a></p>
<p>I mercati finanziari hanno collegato tutto a tutto il resto. Economia, finanza, materie prime, fonti energetiche, politica, conflitti, ambiente sono diventati completamente interdipendenti. Mimine variazioni in uno degli elementi possono creare terremoti in settori che a prima vista potrebbero sembrare distanti.</p>
<p>In qualche modo la finanza ha creato un ego planetario. La finanza ha accentrato su di sé la direzione e i destini del pianeta. Ma, come l&#8217;ego di una persona, questo è avvenuto non tramite la costruzione di solide basi umane supportate dalle qualità essenziali quali la consapevolezza, la compassione o la ricerca del vero. E&#8217;, come ogni ego, un pallone gonfiato.</p>
<p>L&#8217;ego finanziario ha costruito la famosa “bolla”, una ricchezza irreale basata fondamentalmente sul niente e sull&#8217;inganno narcisistico. Ha fatto credere che vi sia qualcosa di reale quando c&#8217;era solamente una speculazione. Il termine speculazione si adatta perfettamente ai suoi due significati, uno di pensiero astratto che si astrae, che si separa dalla realtà e l&#8217;altro di manovra mercantile tendente al lucro.</p>
<p>La speculazione è fondamentalmente un atto mentale non connesso con la realtà. Questo atto mentale crea però una pseudo realtà condivisa da tutti in una sorta di allucinazione collettiva, analogamente all&#8217;ego individuale che crea una stretta rete di pensieri che supportano il singolo individuo nel credere “io sono così e cosà, credo a queste cose, mi piace questo ma non quello”.</p>
<p>E&#8217; sorprendente vedere come tutto il pianeta si stia dando da fare per “salvare” il mercato finanziario. Le interdipendenze sono diventate talmente strette che anche le nazioni storicamente ostili al sistema occidentale non si augurano certo la fine del “sistema”. I paesi produttori di petrolio, Iran e Venezuela compresi, tremano alla prospettiva di una recessione che diminiusca il prezzo e il consumo di petrolio, la Cina e la Russia sono atterriti nel vedere il mercato occidentale contrarsi e  nella diminuzione delle proprie esportazioni.</p>
<p>A livello individuale, ognuno ha qualcosa da perdere nella crisi finanziaria; chi ha denaro ed investimenti li vede erodere, chi non ne ha vede comunque avvicinarsi lo spettro della disoccupazione e dell&#8217;inflazione che limita il potere d&#8217;acquisto. Imprenditori ed operai sono accomunati dalla stessa paura. Anche chi avrebbe da perdere solamente le proprie catena trema all&#8217;idea di una crisi globale. E a ragione in quanto storicamente le crisi sono sempre state più dure nei confronti di chi ha meno possibilità.</p>
<p>Nessuno vuole che questo grande ego illusorio collettivo si frantumi, i meccanismi di difesa dell&#8217;ego, sia a livello individuale che collettivo sono enormi. La morte dell&#8217;ego è liberatoria ma allo stesso tempo terrorizzante. L&#8217;ego in sé non si arrenderà mai.</p>
<p>Ma la realtà è che questa grande bolla collettiva si sta frantumando per implosione e ne stiamo vedendo gli effetti in termini patologici, che in questa fase sembrano di tipo maniaco-depressiva. Gli indici delle borse, delle materie prime, del petrolio e della altre fonti di energia vanno su e giù come mai è avvenuto.</p>
<p>Continua su <a href="http://www.indranet.org/financial-markets-as-a-collective-ego/" target="_self">Indranet</a>.</p>
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		<title>La scimmia e il Buddha</title>
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		<pubDate>Sun, 21 Sep 2008 17:41:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Toshan Ivo Quartiroli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Co/Scienza]]></category>
		<category><![CDATA[Almaas]]></category>
		<category><![CDATA[awareness]]></category>
		<category><![CDATA[Brecht]]></category>
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		<category><![CDATA[neuroscienze]]></category>
		<category><![CDATA[Osho]]></category>
		<category><![CDATA[Ramesh Balsekar]]></category>
		<category><![CDATA[Rizzolatti]]></category>
		<category><![CDATA[U.G. Krishnamurti]]></category>

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		<description><![CDATA[A parte l’uomo, solo pochissimi animali hanno le caratteristiche fisiche e le capacità mentali per utilizzare uno strumento. Tra questi, le scimmie. Ma come fanno i primati ad apprendere l’uso di uno strumento? Uno studio di Giacomo Rizzolatti dell’università di Parma ci dice che il cervello usa il trucco di considerare lo strumento come fosse [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2008/09/monkey-buddha.jpg"><img class="size-medium wp-image-1013 alignleft" style="margin-left: 6px; margin-right: 6px;" title="monkey-buddha" src="http://www.innernet.it/wp-content/uploads/2008/09/monkey-buddha.jpg" alt="" width="240" height="267" /></a>A parte l’uomo, solo pochissimi animali hanno le caratteristiche fisiche e le capacità mentali per utilizzare uno strumento. Tra questi, le scimmie. Ma come fanno i primati ad apprendere l’uso di uno strumento?</p>
<p>Uno <a href="http://sciencenow.sciencemag.org/cgi/content/full/2008/128/2" target="_blank">studio </a>di Giacomo Rizzolatti dell’università di Parma ci dice che il cervello usa il trucco di considerare lo strumento come fosse parte del proprio corpo. Alcune ricerche precedenti avevano mostrato che le azioni della mano vengono controllare da un’area del cervello chiamata F5.</p>
<p>Egli ed il suo team hanno registrato l’attività cerebrale di due macachi dopo che avevano appreso ad afferrare il cibo con delle pinze. Hanno documentato l’attività nell’area F5 e in un’area chiamata F1 che a sua volta è implicata nella manipolazione di oggetti. Hanno scoperto che vi era la stessa attività cerebrale sia quando le scimmie afferravano il cibo con l’ausilio delle sole mani che quando usavano le pinze: l’attività neuronale viene trasferita dalle mani allo strumento, come se lo strumento fosse la mano e la sua estremità fossero le dita.</p>
<p>Inoltre Rizzolatti mette in evidenza il fatto che l’area F5 è ricca di neuroni specchio, un tipo di neurone da lui scoperto in precedenza, che si eccitano sia quando si svolge un’azione sia quando si osserva un altro individuo che attua la stessa cosa. Le scoperte, secondo Dietrich Stout, un archeologo specializzato nell’uso di strumenti ci dicono che “chiaramente, l’uso degli strumenti da parte delle scimmie implica l’incorporazione degli strumenti nello schema corporeo, letteralmente una estensione del corpo”.</p>
<p>La scimmia non sa distinguere tra le proprie mani e lo strumento che utilizza, considerando quest’ultimo come una vera e propria estensione del corpo. Questo mi ricorda ciò che disse Marshall McLuhan a riguardo dei media e degli strumenti come estensioni di noi stessi.</p>
<p>In questo esperimento tuttavia si fanno i conti senza l’oste. Manca il fattore coscienza, che tutt’ora sfugge alle neuroscienze. La presenza o meno della coscienza e di cosa si tratta non può essere rilevata dagli esperimenti. Questo esperimento mi ha fatto riflettere sul rapporto tra coscienza, strumenti e percorsi di ricerca spirituali verso la consapevolezza. <a href="http://www.indranet.org/the-monkey-and-the-buddha/" target="_blank">Continua su Indranet</a>.</p>
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